La miniera di brucite

Cenni storici

Il giacimento di brucite (minerale di magnesio) ad Agnola (Carro) fu scoperto dal mineralogista Paolo Onofrio Tiragallo e dopo essere stato studiato da vari esperti del tempo divenne oggetto di specifica coltivazione mineraria da parte della Società Generale per l’Industria della Magnesia con sede a Milano e stabilimento ad Angera, nella provincia di Varese. Si trattò di una piccola attività, cominciata nel 1948, ma molto appetibile per gli abitanti del luogo che non esitarono a improvvisarsi minatori, fabbri, manovali, cernitici, sorveglianti, incuranti per necessità della durezza e della pericolosità del lavoro. La relativa scarsità del minerale, gli alti costi di lavorazione, la mancata volontà di fare investimenti sostanziosi per migliorare le antiquate strutture dei cantieri, indussero la Società Generale nel 1960 ad abbandonare l’impresa, il che ha contribuito, seppure in piccola parte a diffondere quel comune disagio che nel corso del tempo ha causato una considerevole emigrazione della popolazione verso il genovesato.

Il sito

Il giacimento di Carro è costituito da un insieme di vene disseminate nelle fratture della roccia serpentinica costituite essenzialmente da brucite compatta o fibrosa frammista a vari altri minerali di magnesio. La miniera di Carro era situata poco al di sopra del paese, lungo la piccola valle del torrente Agnola ma oggi a minea, nel dialetto locale, può essere individuata solo da un occhio attento e ben preparato. Il piazzale di lavorazione, ex cantiere Casone Musso, è seminascosto dalla vegetazione che gradualmente sta riprendendo possesso del sito anche se è comunque raggiungibile seguendo una piccola stradina di servizio non asfaltata che si incontra salendo sulla destra, poco prima del bivio per l'abitato di Pavareto. La zona più interessante è quella ubicata approssimativamente ove passa la strada che conduce al Passo della Mola; lì si aprivano le gallerie principali del cantiere Franceschini di cui si possono ancora intravedere, in parte sommersi da varie frane successive, i resti di un diroccato ingresso. Gli ultimi lavori minerari risalgono al 1956; poi, dal 1960, decaduta la concessione mineraria, tutto è rimasto fermo ma le continue frane, l'ampliamento della strada principale e la stessa dismissione dell'impianto hanno cancellato le gallerie, i loro imbocchi ed i modesti lavori esterni. Recupero del sito minerario dismesso, questo è il termine corrente per identificare l'operazione di bonifica del territorio al termine dell'attività estrattiva, ma spesso,e questo né è un chiaro esempio, la natura riprende possesso di quello che temporaneamente le era stato tolto: querce, castagni e conifere stanno infatti ricoprendo l'intera zona un tempo interessata dai lavori minerari.

 

            il sito

L'aspetto umano
Gli uomini impiegati nella miniera, tra minatori e manovali, erano circa una decina ed il loro capo era un tale Carlo Ricci, che, nel rispetto del gergo minerario, era il sorvegliante. L'avanzamento nelle gallerie, sfruttando la roccia non particolarmente tenace, avveniva per mezzo di mine ed i relativi fori erano praticati a mano, con l’antica tecnica della mazza e fioretto da due minatori che lavoravano in coppia. I lavori, sia quelli in sotterraneo sia quelli all'esterno, erano coordinati da Giovanni Guatetti soprannominato Garibaldi il cui compito principale era la decisione circa la disposizione delle mine e la successiva armatura delle gallerie ma, nonostante l'uso dell'esplosivo, non fu mai predisposto un adeguato impianto di ventilazione delle gallerie e nelle zone non servite dalla ferrovia decauville il trasporto era fatto dagli stessi minatori tramite delle ceste, le cuffe, portate sulla spalla aiutandosi con un pagiettu, la giacca opportunamente ripiegata sulla spalla e con un lembo avvolto sul capo. Oggi questa tecnica antica non è più in uso ma un tempo, nelle nostre campagne, era largamente utilizzata per il trasporto di tanti tipi di materiali. Sul piazzale della miniera periodicamente lavoravano quattro donne, le cernitrici, il cui compito era quello di liberare, con l'aiuto di un piccolo martello, il minerale utile dalla serpentinite, sceglierlo e cernirlo; si trattava cioè di prepararlo per il successivo invio ad Angera tramite un autocarro, che periodicamente giungeva a Carro per caricare. Le cernitrici non lavoravano con un contratto fisso ma erano di volta in volta incaricate della preparazione del minerale utile per la successiva spedizione. Le condizioni di lavoro erano quindi molto difficili ma non erano anni facili e guadagnare qualche buono da spendere poi nel locale negozio di alimentari era cosa interessante. L'area dell’impianto minerario non era servita da energia elettrica ed all'interno delle gallerie si lavorava al chiarore delle lampade a carburo che ciascun minatore portava con sé; nella galleria del cantiere Musso vi era anche una sorgente d'acqua potabile quotidianamente utilizzata dagli stessi minatori. Di frequente le gallerie situate a più bassa quota, cioè quelle al di sotto del torrente, assediate dai frequenti allagamenti, dovevano essere svuotate dall' acqua che si infiltrava dalle numerose fratture della roccia incassante lo stesso giacimento. La vecchia pompa, non sempre funzionante, non riusciva a prosciugare completamente le gallerie dall' acqua ed allora si procedeva manualmente; tutti gli operai si disponevano in fila, formando così una catena e tra scale a pioli, gallerie e pozzi, con l'utilizzo di vari secchi, portavano l'acqua all'esterno. In particolare le gallerie dovevano essere svuotate nei periodi particolarmente piovosi, dopo periodi di inattività e dopo le giornate festive.

 

  

        Operai della miniera di Agnola in posa

L'operaio Alfonso Musso all'ingresso della miniera; reca con se la lampada ad acetilene

Il Museo mineralogico di Carro

Il comune di Carro vanta una notevole ricchezza mineraria. Molti campioni di minerali coltivati nella miniera di Carro insieme a molti altri (cromite, cristalli di calcite, solfuri, carbonati, ecc.) sono oggi esposti nel Museo Mineralogico, sorto in virtù della donazione della collezione privata del Sign. Dino Salatti e dalla volontà dell’Amministrazione comunale di realizzare una mostra permanente di tale patrimonio. Gli esemplari visibili nel museo sono circa mille. Il criterio espositivo adottato ne fa una collezione indicata soprattutto a scopi didattici.

Notizie tratte da Carro. La miniera di brucite della Val di Vara di Giuseppe Passarino, 2003, Luna editore