Storia della società contadina in Val di Vara

Contro la diffusa opinione che vede la montagna ligure come terreno improduttivo già verso il 1200 le cronache del periodo testimoniano nelle campagne l’esistenza di una solida organizzazione agro-silvo-pastorale. L’istituto rurale più antico è costituito dalle terre comuni o comunaglie, una forma di appropriazione collettiva delle terre cui talvolta dà l’avallo formare il feudatario o la Repubblica di Genova utilizzate per il pascolo, la raccolta dei frutti, la raccolta di legna. All’origine della importanza produttiva delle terre comuni c’è la grande abbondanza produttiva (erba e legno): in Val di Vara si è osservato uno degli indici più elevati d’Italia in fatto di accrescimento boschivo. L’allevamento viene praticato attraverso la transumanza: d’inverno sulla costa, d’estate i greggi vengono mandati verso l’interno, alcuni transitano verso la Padania ma altri si fermano sulle montagne locali e ciò comporta copiosi utili in forma di pedaggi e frutti delle bestie pascolanti. A Varese Ligure nel Cinquecento tale prosperità sono testimoniate dalla costruzione di edifici religiosi, dotati di oreficerie preziose e dipinti e sculture dei massimi artisti liguri del tempo.

Per quanto attiene la struttura dei fondi è diffusa sia la piccola proprietà contadina (soprattutto in montagna) sia le grandi concentrazioni (nei fondovalle): qui è molto presente la figura del mezzadro spesso integrato anche in altre attività artigianali e manovali e perciò non particolarmente povero.   

                                                         

                                                                                         Le fasce Esempio di casa rurale

La produzione agricola avviene nelle fasce ed è vera struttura produttiva nel caso dell’uliveto e del vigneto (aree costiere) e strumento dell’autonomia alimentare nelle valli interne. Si pratica un’agricoltura estremamente specializzata, ci sono realtà molto diverse da zona a zona ma ovunque si osserva un rispetto dell’equilibrio tra produzioni a breve e lungo termine che ne fanno delle "microsituazioni familiari correttamente gestite": la gestione contadina del territorio a partire dal Seicento ha lasciato inalterata per oltre due secoli la superficie boschiva passando dal dominio delle cerrete a quello incontrastato del castagna. L’impianto di nuovi castagneti, la pratica continua dell’innesto proseguiranno ininterrottamente fino alla prima guerra mondiale. La resistenza alla coltivazione del grano rispetto a quella delle castagne attribuita per moltissimo tempo alla "testardaggine montanara" è stata ormai comprovata come scelta oculata perché l’energia ricavabile dalla coltivazione del castagno è nettamente superiore a quella ricavabile dal frumento.

Naturalmente le attività agro-silvo-pastorali non garantiscono l’autosufficienza economica. Alle crisi alimentari e alla pressione demografica si fa fronte con l’emigrazione stagionale, si svolgono mestieri ambulanti, si raccolgono le foglie del gelso per la coltivazione del baco da seta. Alcuni emigrando in Europa fanno la questua o si danno alla birba, in casi estremi alla vendita di bambini. Ma per integrare il reddito il contadino in genere riesce a trovare sistemi più onesti come la produzione della canapa, con capillari presenze di telai nelle abitazioni rurali.

La cultura contadina è fatta di fatica e sapienza, su caparbietà e spirito di sacrificio ma anche su un grande spirito di indipendenza nonché su una psicologia che non si commisera e non si esalta ma ha come punto di forza una grande disposizione alla fatica. E’ fondata sul riciclaggio e sullo sfruttamento intelligente di tutte le risorse disponibili: ad esempio anche per le costruzioni sono usate risorse locali e la tendenza ad accorpare le case nasce dalla necessità di ridurre i costi e aumentare il calore. Il calendario di prescrizioni per la raccolta delle erbe aromatiche nasconde delle preoccupazioni ecologiche: ad esempio si richiede di non raccogliere l’origano prima della festa di Santa M.Maddalena (22 Luglio) per non danneggiarne, anticipando troppo i tempi, gli apparati radicali.

La diffusione delle conoscenze e delle tecnologie innovative come dei prodotti del nuovo mondo è abbastanza cauta: nel 1799 il parroco di San Pietro Vara si lamenta della lentezza con cui si va diffondendo l’uso della patata, tuttavia in generale dove la tecnica non crea problemi di impatto ambientale essa viene accolta senza riserve: dalla metà del ‘400 le valli interne cominciano a riempirsi di mulini che raggiungono numeri impressionanti quando ai primi dell’Ottocento diventa imponente il raccolto delle castagne, il calcare viene cotto per produrre calce, la ciappa riveste le case dei contadini segnalando l’utilizzo di materiali di lunga durata e tecniche sufficientemente rielaborate.

Secondo un diffuso luogo comune il contadino è litigioso e individualista. In realtà in tutta la società rurale è presente un principio di mutualismo e di solidarietà, una regola non scritta che scatta quasi automaticamente in circostanze eccezionali: il crollo di un tetto, un incendio, una malattia improvvisa impegnano sempre il lavoro volontario dell’intera comunità, principio che costituisce per tale società un surplus di risorsa non irrilevante.

Dal punto di vista politico la società contadina,almeno nei suoi momenti non problematici può essere vista come una comunità di liberi e di uguali, capaci di esercitare gli strumenti di una autogestione matura a cui non manca un organo rappresentativo come il "piccolo senato contadino" Il sistema agrario naturalmente subisce periodi tracolli: gelate eccezionali e siccità prolungate a cui seguono la rapida diffusione di malattie infettive crea considerevoli cali nella popolazione con conseguente necessità di immettere comunità forestiere. A partire dal ‘700 tuttavia la crescita della popolazione non viene più interrotta e costituisce una vera e propria esplosione demografica che in parte sarà distribuita nelle aree costiere in parte destinata all’emigrazione oltreoceano.

Sintesi dal testo di Sandro Lagomarsini, la Vita quotidiana in campagna (pubblicato in Storia illustrata di Genova a cura di Borzani, Pistarino e Ragazzi)

(Don Sandro Lagomarsini, storico che ha pubblicato diversi contributi alla conoscenza della società contadina a partire dal Medioevo fino all’epoca contemporanea è  l'instancabile promotore e animatore del Museo contadino di Cassego, in Alta Valle  un piccolo ma prezioso Museo che da trent'anni documenta per i ragazzi delle scuole e per chiunque sia interessato, con attrezzi  e ambienti originali, tutti gli aspetti della laboriosa vita contadina suddivivendo gli ambienti in sezioni : dalla bottega del fabbro alla bottega del calzolaio, all'abbigliamento (con la locale e tipica "mezzalana") dal ciclo del grano e della "meliga" (mais"), a quello del formaggio e della castagna ("Albero del pane")

 

 Il museo contadino di Cassego