L’argomento è un interessante episodio di storia locale ed è stato approfondito dal prof. Renato Francesconi in La controrivoluzione del 1797 in Val di Vara.
Dopo la prima discesa napoleonica in Italia a Genova si era instaurata una Repubblica filofrancese. Nel 1797 il governo provvisorio della Repubblica di Genova, sulla scorta degli impegni assunti a Mombello con Bonaparte, aveva emanato un progetto di Costituzione da presentarsi ai cittadini per l'approvazione ma che, per come trattava l'aspetto religioso, incontrò da subito vaste polemiche e malumori nell'aristocrazia reazionaria e gran parte del clero (ma con importanti eccezioni, vedi il vescovo di Genova Monsignor Lercari la cui posizione filorepubblicana valse il plauso dello stesso Napoleone). Il progetto, invero un po' maldestro, ricalcò pedissequamente, nonostante gli inviti alla prudenza del costituente G.B. Serra il modello francese, prefigurando uno stato laico che fatta salva la libertà di coscienza, sanciva di fatto la fine della religione protetta (la chiesa cattolica non era abolita ma le si toglievano tutti i privilegi; in particolare i beni ecclesiastici, che considerati bene della nazione erano suscettibili di Una diversa destinazione). Di ciò seppero approfittare i ceti privilegiati che, mossi da preoccupazioni tutt'altro che spirituali, facendo leva sul sentimento religioso profondamente radicato nelle campagne inculcarono nelle masse ignare la convinzione che il nuovo corso costituisse un ripudio incondizionato della religione dei padri, fomentando cosi tumulti contadini in tutte le vallate repubblicane e che in ultimo si estesero anche alla Val di Vara.
Soprattutto attraverso le prediche del vescovo di Sarzana, a cui i parroci in genere si adeguano, del foglio costituzionale viene fatta una interpretazione distorta: ai creduli paesani, a quanto sembra, fu fatto intendere che esso rendesse lecita persino la poligamia. L’episodio ricorda l’analoga insurrezione della Vandea, dove gli stessi complessi motivi storici e culturali avevano reso possibile quella apparentemente strana alleanza che vedeva il ceto subalterno coalizzarsi con i suoi stessi "tiranni".
L'insurrezione culminò il 7 settembre con il tentativo di alcune centinaia di armati di calare sul capoluogo, ma, inesperti, male organizzati, i controrivoluzionari furono facilmente dispersi dalle forze governative che attraverso i Commissari esercitarono un ferrea repressione con molti arresti e alcune condanne capitali. Clero e nobili riescono tuttavia alla fine ad essere vincitori riuscendo a far rinviare il progetto di Costituzione, ottenendo la non esclusione dalle cariche di governo ed evitando in genere guai personali mentre, benché si fosse subito compreso che le popolazioni erano incolpevoli in quanto "sedotte ed ingannate", saranno soprattutto dei poveri malcapitati a languire per anni nelle prigioni repubblicane come responsabili del movimento.
Figura centrale di tutta la vicenda è lo spezzino Marco Federici, il più filofrancese dei membri del Governo provvisorio, aperto alle idee illuministe ed anticlericale, proprio allora inviato nella sua città in qualità di Commissario governativo. Federici nella sua corrispondenza con Genova, nei confronti del clero non è davvero molto tenero, annotando che in quei giorni "le autorità costituite erano paralizzate e intimorite, il Pretismo, e l'Aristocrazia baldanzosi dettavano legge" e affermando tra l'altro:
[il clero] brigherà sempre sino a tanto che non salvi i suoi beni, i suoi tribunali essendo nell’individual mia opinione persuaso, che questa razza di Gente in tutti i tempi stati il flagello dell'umanità, non abbiano altre viste fuori quelle dell'interesse, non servendosi. della Religione che per mezzo ad ottenere quella
Il Federici è un antentico tipo di giacobino la cui vita avventurosa è degna di un romanzo storico ottocentesco: un uomo la cui passione politica aveva condotto anche ad eccessi un po' ridicoli (come francesizzare il suo cognome in Fredericj) e a tragici eventi personali (la morte della moglie, 36enne, fu causata indirettamente dallo stesso Federici in seguito all'epidemia derivata dal suo salvataggio di alcuni soldati francesi sconfitti nel golfo di La Spezia ai tempi della Prima Coalizione), destinato a seguire fatalmente le sorti del regime napoleonico, subendo arresti e vessazioni nei primi anni della Rivoluzione per poi approdare ai massimi onori ai tempi dell'Impero, e sopravvivere alla sua caduta in un ritiro amareggiato per la fine di un sogno. Un personaggio di rilievo e appassionante in quanto spirito schiettamente rivoluzionario, intransigente ma onesto al punto di essere chiamato l'Incorruttibile e in fondo dotato di grande umanità, sdegnoso dei compromessi, sprezzante verso le debolezze, mai opportunista, impetuoso ed impavido.
Nell'alta-media VaI di Vara centro principale del movimento era stato Borghetto, ma anche Bergassana, Rio, Groppo Chiusola, Mattarana avevano dato man forte abbattendo g1i Alberi della libertà mentre tutte le campane venivano fatte suonare a martello per incitare a raccolta i rivoltosi. Al contrario le popolazioni di Carro e Castello, come si evince dal rapporto presentato al Governo provvisorio dal Commissario Marcello D'Aste preposto in seguito alla ricognizione della zona, non furono affatto sfiorate da rigurgiti antirepubblicani essendo piuttosto occupate a litigare tra di loro, tanto che, mentre negli altri paesi venivano emanati proclami in cui si intimava il disarmo, si comminavano multe e si prescriveva l'abbassamento delle campane, qui si dovette provvedere un proclama in cui gli abitanti delle frazioni erano invitati a riconciliarsi e richiamati all'unione.
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