Mercoledì 23 Maggio 2012 10:15

Strage di Capaci ferita aperta Ecco le 'navi della legalità'

Maria Falcone: "La società civile è più avanti della politica"


“La società civile nella consapevolezza della legalità è più avanti della politica che ancora non ha fatto piazza pulita”: lo ha detto Maria Falcone, sorella del giudice ucciso dalla mafia e presidente della Fondazioen Falcone, al porto di Palermo per accogliere le due navi della legalità cariche di studenti che ricorderanno nell’aula bunker con Monti e Napolitano il ventennale delle stragi di Capaci e via D’Amelio. “Oggi - ha aggiunto - possiamo dire che dopo la stagione delle stragi tutto è cambiato perché nulla più è stato lo stesso”.

LE NAVI DELLA LEGAITA' -  Sono entrate nel porto di Palermo attorno alle 9 le due “navi della legalità” Giovanni e Paolo, salpate da Civitavecchia e da Napoli con a bordo 2.600 ragazzi di 160 scuole di tutta Italia, che oggi ricordano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nel ventennale della stragi di Capaci e via D’Amelio. Sulla nave partita da Civitavecchia hanno viaggiato anche il ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, e il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, mentre a Napoli si sono imbarcati i sottosegretari del Miur Marco Rossi Doria e Elena Ugolini, e il presidente di Libera, don Luigi Ciotti. Tra gli studenti, anche quelli dell’istituto “Francesca Morvillo Falcone” di Brindisi, colpito dall’attentato di sabato scorso, in cui e’ rimasta uccisa la sedicenne Melissa. (Guarda il multimedia) In porto è un trionfo di palloncini,striscioni e ombrelli colorati. La banchina è gremita da associazioni studentesche, sportive, antiracket e antimafia, e di ragazzi di tutte le età, circa un migliaio, provenienti da scuole della Sicilia.

LA STRAGE DEL '92 - Vent’anni fa, il 23 maggio 1992, alle 16.58, l’esplosione innescata da oltre mezza tonnellata di tritolo piazzata sotto l’autostrada Palermo-Mazzara del Vallo, all’altezza del piccolo comune di Capaci, provocò un tuono il cui eco continua ancora oggi ad attraversare le memorie di un Paese che da quel giorno non è più lo stesso. Quella voragine di trenta metri, infatti, non uccise soltanto il giudice antimafia Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e i tre agenti di scorta, Rocco Dicillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro, ma aprì soprattutto uno squarcio nelle coscienze ferite degli italiani, che in quel pomeriggio di primavera impararono a familiarizzare con la spietata strategia del terrore, che sarebbe durata oltre un anno, adottata dalla mafia per colpire al cuore le istituzioni con l’obiettivo di minarne la sovranità.

Sebbene l’iter giudiziario sia stato lungo e complesso, ancora oggi le indagini non hanno portato a chiarire del tutto chi vi sia dietro quell’attentato. O quantomeno a rivelare se la sua matrice fu esclusivamente di origine mafiosa. Tra slanci e depistaggi, gli inquirenti ancora adesso indagano per accertare le responsabilità, avvalendosi tra l’altro della collaborazione di un pentito del calibro di Gaspare Spatuzza, uomo chiave di tante altre inchieste di mafia. E proprio le confessioni di Spatuzza hanno spinto recentemente il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, ad affermare come non sono da escludere a breve delle possibili novità su Capaci.

Ciò che è certo, è che l’esecutore materiale della strage di Capaci fu un commando composto da almeno 5 persone, tra le quali vi era il boss Giovanni Brusca: l’uomo che materialmente schiacciò il pulsante che fece detonare la bomba. Per la strage, nel 2002 sono stati riconosciuti colpevoli 24 imputati, mentre dopo un precedente annullamento della Cassazione e un nuovo processo nel 2008, la prima sezione penale della Cassazione ha condannato 12 persone in quanto ritenute, tra l’altro, tra i mandanti anche dell’altra strage, quella che il 19 luglio del ‘92, uccise in via D’Amelio il giudice Paolo Borsellino, amico e collega di Falcone.

A muovere i propositi stragisti dell’allora capo di Cosa nostra, Totò Riina, fu il lavoro svolto da Giovanni Falcone e dal pool antimafia culminato, nel gennaio del ‘92, con la conferma in Cassazione delle condanne stabilite dal primo grande maxi-processo alla mafia. Una sconfitta inaccettabile per Totò Riina che decise di saldare col sangue il conto aperto con lo Stato.

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