di CURZIO MALTESE (da Repubblica, gennaio 2007)
GENOVA - Genova la superba ama essere guardata
dall'alto. L'arrivo in aereo svela il punto debole della città e la molla di una
civiltà millenaria. Genova è una città fragile, sottile, minacciata. Lunga
quaranta chilometri, larga al massimo ottocento metri, stretta fra un mare
profondo e montagne crudeli. È un corpo debole che ha potuto compensare
l'insicurezza soltanto con una sconfinata volontà di potenza e un'intelligenza
acuminata, come certi geni che avevano passato l'infanzia nel letto. Per
giunta, Genova è da sempre divisa in due. Esiste la città bassa del porto, dove
sta la fatica, il sudore, la puzza di bastimenti inasprita dalla macaja, lo
scirocco genovese, le puttane e i traffici d'ogni tipo. Qui monta come la spuma
delle onde la città ribelle, esplode da secoli la rivolta che comincia con i
cortei di massa e finisce ogni volta nella fuga solitaria per carrugi, i vicoli
sopra il porto, "viscere del mondo", per scappare alle mazzate di
gendarmi, poliziotti, carabinieri.
Questa è la città più radicale d'Italia, la patria del Risorgimento, del
socialismo e della Resistenza, il cuore dei moti del '60 contro il governo Tambroni,
la culla delle Brigate Rosse e dei no global. Ed esiste la città alta, la più
aristocratica e conservatrice d'Italia.
La Genova dei quaranta palazzi nobiliari di via Garibaldi, invidia delle corti
europee, eletti "patrimonio dell'umanità" dall'Unesco, ma in concreto
proprietà delle antiche famiglie, forzieri di marmo e oro con tesori
incredibili; ancora, la Genova borghese di Albaro e Castelletto con dimore
austere all'esterno ma dentro sfarzi, arazzi, pinacoteche e giardini smeraldo
da far impallidire la collina torinese o Brera o le ville romane.
Dalla città alta le oligarchie controllano le rivolte e i traffici del porto e
badano che nessuno prenda troppo potere in città. Genova è l'unica capitale
italiana a non aver mai avuto una signoria. Ci ha provato Simon Boccanegra,
sette secoli fa, ed è finita in melodramma. Le dieci famiglie che contano
vigilano l'una sull'altra e anche all'interno, come i Messina, i primi armatori
del porto. Se chiedi d'incontrarne uno, ti ricevono in otto in un ufficio
circolare, con le scrivanie affiancate di padri e figli, forse perché si
vogliono bene e magari per evitare che uno s'allarghi troppo. Il genovese
dotato di un esubero d'iniziativa può sempre cercare fortuna a Milano o a
Parigi, come il banchiere Alessandro Profumo o l'immobiliarista Carlo Puri
Negri o l'architetto Renzo Piano, purché non rompa le scatole qui. Il poeta
Edoardo Sanguineti commenta: "In nessuna città vale così tanto il detto:
nessuno profeta in patria. Le tre celebrate glorie genovesi, Cristoforo
Colombo, Giuseppe Mazzini e Niccolò Paganini, rispetto alla città più che
esiliati erano fuggiaschi".
La borghesia conserva riti immutabili in circoli chiusissimi. Si può venire
ammessi col voto dei soci, biglie bianche e nere, e c'è chi aspetta le bianche
da trent'anni. Quasi ogni lunedì sera la mappa del potere si ritrova in
galleria Mazzini, un tempo meta diletta di Montale e Calvino, e cena al
ristorante Europa. Alle dieci precise si sgomberano i tavoli e parte lo
scopone. Da un lato i Garrone e gli Anfossi, dall'altro il presidente dei
commercianti Paolo Odone e il presidente della Regione Claudio Burlando.
Giocano e decidono i destini della città. L'ultima partita, lunedì scorso, si è
conclusa con la vittoria di Burlando, che ha imparato dal padre camallo, e la
decisione di far fuori il presidente della fondazione Carige, Vincenzo
Lorenzelli, piazzato dall'Opus Dei, ciarliero e presenzialista. Quando uno fa
così, nelle famiglie genovesi si dice che "si comporta da milanese",
il peggior insulto. Lorenzelli si è dovuto dimettere già martedì pomeriggio,
scatenando la bufera.
Se a Milano politica e affari hanno divorziato, a Genova fanno ancora sistema e
lo fanno a sinistra.
Gianni Baget Bozzo, consigliere di Craxi ereditato da
Berlusconi, considera questo la sentina di tutti i mali. "Il declino
cittadino, l'incapacità genovese di aprirsi e legarsi al modello padano, nasce
da questo ferreo controllo che la sinistra, con la complicità delle
partecipazioni statali, ha esercitato sull'economia ligure". Ma a parte la
difficoltà d'immaginarsi l'Appennino disseminato dei capannoni industriali
lombardo-veneti, bisogna ammettere che il "patto scellerato" fra
politica e affari ha evitato negli ultimi vent'anni una catastrofe sociale. Fra
gli '80 e i '90, la chiusura delle grandi fabbriche ha cancellato centomila
posti di lavoro e duecentomila abitanti. Il porto, le banche, le botteghe e i
bilanci delle famiglie erano sull'orlo della bancarotta. "La politica ha
fatto il suo mestiere" rivendica Burlando, protagonista della svolta prima
come sindaco e poi da ministro dei Trasporti "Il porto in dieci anni ha
quintuplicato il volume di merci, da 300 mila a più di un milione e mezzo di
containers.
Abbiamo impedito che lo Stato chiudesse tutti gli stabilimenti e ora il polo
Finmeccanica fa utili e riassume. La disoccupazione è dimezzata e il turismo
segna primati su primati. In più, i soldi degli eventi, dalle Colombiadi del
'92 al G8 del 2001 al 2004 della Cultura, sono finiti nel restauro della città,
che è bellissima, e non in mazzette. Dove sarebbe l'assistenzialismo?".
I risultati spiegano la tenuta delle sinistre, la rinascita della città, la
ritrovata voglia di far figli dopo anni di record di denatalità e anche di
divertirsi nella brulicante "movida" del venerdì. Ma ora che è
passato il pericolo dell'"estinzione di Genova", annunciata dai
sociologi del malaugurio, si tratta di guardare al futuro e qui i conti tornano
meno.
Sui delicati equilibri cittadini si sono abbattute in pochi mesi tre novità cui
i genovesi, secondo indole, guardano con diffidenza. La prima è
l'"affresco" di Renzo Piano per il porto, voluto dal sindaco uscente
Beppe Pericu e osteggiato dai potentati. La seconda novità è l'assalto alla
cassaforte della città, la Carige, che s'intravede oltre le dimissioni di
Lorenzelli, accusato dall'asse bipartisan che l'ha liquidato (da Scajola a
Pericu) di voler far entrare i francesi. La paura è che la cassa di risparmio
di Genova possa finire preda nel grande risiko bancario europeo, ridotta a vassalla
dei colossi italiani, Unicredit e Intesa, o stranieri. Non si tratta soltanto
di proteggere le "palanche" ma anche l'identità cittadina. Genova è
la madre di tutte le banche, l'unica potenza che ha dominato il mondo, dal 1550
al 1630 ("El siglo de los Genoveses" s'intitola il bel libro di
Felipe Ruiz Martin), senza un forte esercito o un grande stato alle spalle, ma
grazie al genio di un pugno di finanzieri.
La terza novità è l'asprezza dello scontro per la poltrona di sindaco,
soprattutto a sinistra. Alle primarie del 4 febbraio il perno della politica
cittadina, i Ds, arrivano spaccati in tre o quattro fazioni, con il Correntone
per la prima volta fuori e con Rifondazione, in appoggio a Sanguineti, la
maggioranza fedele alla battagliera Marta Vincenzi ma con una fronda che
avrebbe preferito il dalemiano Margini; infine un cospicuo gruppo di militanti
a fare il tifo per l'indipendente Stefano Zara. Il "caso Genova" è la
prova più concreta di quello "sgretolamento della Quercia" di cui ha
scritto Filippo Ceccarelli. Berlusconi si è precipitato a tener comizi, fin da
oggi, in sostegno del candidato Enrico Musso.
Nel cuore e nella testa dei genovesi per primo arriva il porto perché qui
comincia sempre la storia di Genova. Dal porto antico e da un progetto di Renzo
Piano è scaturita la riscossa degli anni Novanta, con il successo
dell'Acquario, concepito per 700 mila presenze annue e benedetto fin dal '93
dal doppio di visitatori. Dall'"affresco" di Piano potrebbe
cominciare la rinascita internazionale, con il faraonico progetto di spostare
verso e dentro il mare, sulle piattaforme, centinaia di migliaia di metri
quadri di banchine e officine, perfino l'aeroporto, come a Osaka. "Genova
è la perfetta città di mare" spiega Piano dallo studio-serra di Arenzano
"perché città e golfo sono una cosa sola. E allora perché non far
diventare il mare vera città, costruendo sull'acqua?". Perché costa cinque
miliardi di euro? "Ma è un investimento sul futuro. Prendi una mappa
d'Europa, tira una riga da ogni angolo: Genova è al centro. Oggi le merci
viaggiano da Suez a Rotterdam, si spostano su rotaia e arrivano in Baviera,
Svizzera, Lombardia, con cinque o sei giorni di navigazione in più perché qui
al porto non c'è posto. Non è assurdo?".
"Un genio!" ha urlato la città intera all'inaugurazione, ma si è
affrettata a rinchiudere i disegni in un museo.
"Non l'hanno buttato via soltanto perché era gratis" sorride il
Paride Batini, il sagace e leggendario capo dei camalli, nove volte eletto in
assemblea "console della Compagnia", ovvero rappresentante dei
lavoratori del porto, autentica aristocrazia operaia che vanta un'associazione
fondata nel 1340. Un tempo i camalli erano novemila e il "console"
era il vero padrone del porto. Ora sono cinquemila, dopo essere scesi a mille,
lavorano dieci ore e se va bene portano a casa 1200 euro, salvo arrotondare col
"gancio". Il "gancio" è l'uncino per collocare i carichi
che i camalli usano con secolare maestria. Talvolta però capita che scivoli e
tagli la pancia dei sacchi, con la merce che cade e viene archiviata come
"avariata" per l'assicurazione. Il camallo esce dal turno con la
giubba gonfia di caffè, salutando il finanziere che si limita a lanciargli un
"ti sei ingrassato, neh?".
Comunque, ci vuol più di qualche colpo di maglio per restituire alla gente del
porto l'antica abbondanza. Il console Batini non si rassegna al declino.
All'ombra di un ritratto di Lenin, intonso e ornato di fiori, spiega la sua
teoria: "Io sono comunista, ma pure pragmatico. Ero contro la privatizzazione
del porto e ammetto che ha funzionato. Ora però non basta. Il porto non cresce
più. Siamo in stallo di fronte alla concorrenza di Marsiglia, Barcellona,
Rotterdam. L'affresco di Piano è l'occasione per tornare al porto emporio, dove
non ci si limita a parcheggiare i containers che passano e lasciano poca
ricchezza, ma si riparano le navi, si commercia, si produce. Qui le
professionalità ci sono tutte, da secoli. Manca soltanto lo spazio. I padroni,
gli armatori, i terminalisti, non vogliono cambiare perché oggi guadagnano e
comandano. Ma domani, con la globalizzazione, saremo fregati tutti, noi e loro.
Genova o va per il mondo o non esiste".
Ed è curioso che il capo dei portuali, con la quinta elementare e il genovese
unica lingua ("purissima, i camalli sono gli unici a conservarla"
osservano i filologi dell'Università) giunga alle conclusioni del più colto
storico del Mediterraneo, Fernand Braudel: "Fabbrica, ma per gli altri;
naviga, ma per gli altri; investe, ma presso gli altri. Genova senza il mondo non
può vivere". Ma, come dice Batini, ci sono i padroni sulle barricate al
fronte del porto. L'individualismo che ha permesso in passato le grandi imprese
dei capitalisti genovesi, oggi s'è rovesciato nel perenne mugugno, nella
maledizione dei veti incrociati. I promotori del progetto, a partire da Pericu,
si sbattono per trovare fondi. "Senza dimenticare" osserva il sindaco
"che il porto di Genova offre ogni anno allo Stato due miliardi di tasse e
sarebbe giusto e anche conveniente reinvestirne una parte".
Gli oppositori plaudono e boicottano, in una città dove nessuno ama esporsi e
perfino Beppe Grillo, indomito persecutore delle multinazionali del pianeta,
sulle vicende cittadine si dilegua: "Non farmi parlare del porto, per
carità, che qui sono permalosissimi e ti rendono la vita impossibile".
Il linguaggio del potere genovese è troppo raffinato per un cronista. Ma quando
il presidente dei commercianti Paolo Odone mi accoglie nella sbalorditiva Sala
Dorata di Palazzo Tobia Pallavicino ed esordisce: "A Genova i poteri forti
non esistono più", capisco anch'io che ne è il rappresentante. Attacca
l'elogio del "capolavoro di Piano" ma basta attendere l'inevitabile
"e tuttavia..." per assistere a una gragnuola di critiche. Fino all'esequiale:
"Non si farà mai. Ci sono altre priorità, a cominciare dal terzo valico
ferroviario". Allora salgo a un altro palazzo, la sede della Erg petroli
di Riccardo Garrone, proprietario della Samp e di mezza città. Garrone detesta
Odone e il "suo mandante", Giovanni Berneschi presidente della
Carige: "Il centro da cui partono tutti i veti" dice secco. "E
tuttavia..." neppure lui si schiera a favore del nuovo porto e propone un
suo "modello americano": "Prendere quindici teste d'uovo e
studiare le soluzioni per il futuro. Non soltanto il porto ma anche il nuovo
polo tecnologico. Genova è una città magnifica e oggi attirare i cervelli è una
gran risorsa". Finché, esausti, non si prende l'ultima salita, stavolta
nel magnifico ascensore che porta alla collina delle vecchie famiglie, quello
dei versi di Giorgio Caproni ("Quando mi sarò deciso d'andarci, in
paradiso ci andrò con l'ascensore di Castelletto") .
Qui Beppe Anfossi, il padrone degli acquedotti, allievo del mitico Giamba
Parodi, chiarisce il mistero: "I soldi ci sono ancora ma s'è persa la
grandezza, il rischio, se vuole anche la ferocia dei capitani d'una volta.
Ch'erano feroci coi foresti ma generosi nei confronti della città. La patria
del capitalismo ora s'accontenta della rendita".
Generosi? I ricchi genovesi? Massì, pensa a Giamba Parodi re delle acque che
viaggiava in "500" (con l'autista) per risparmiare, ma pagava bene
gli operai. Al vecchio Angelo Costa delle crociere che prelevava una quota
dalla busta paga, la investiva e alla fine si presentava ai lavoratori con la
sorpresa: un mazzo di chiavi. "Ti ho comperato la casa. Se te li davo, li
spendevi". Al più grande banchiere della storia, Amadeo Peter Giannini,
fondatore della Banca d'America, che ha finanziato la ricostruzione di Genova
nel '45. Per tutta la vita ha teorizzato "un uomo non può voler possedere
più di mezzo milione di dollari" ed è morto con un capitale stimato in 489
mila 277 dollari, preciso e di parola come si conviene a un genovese.
Dov'è finita la grandezza dei genovesi? E' rimasta attaccata ai palazzi, nella
magnificenza dei musei, Palazzo Ducale, Palazzo Rosso e Bianco, nei monumenti
del centro storico più vasto d'Europa, nelle ville patrizie che schiudono
giardini smeraldo e pinacoteche e salotti di fiammeggiante barocco, nei tanti
tesori segreti di una città che Cechov nel Gabbiano celebra come "la più
bella del mondo, l'unica dove si può cogliere uno spirito universale",
illuminata in certe mattine da tutta la luce del Mediterraneo. C'è voluto il
coraggio dei padri, gente "selvatica", per strappare alla violenza
della natura tanta civiltà e ricchezza, senza poter contare su un ettaro di
pianura o un campo di grano. Chissà quanto ne occorre oggi gli ultimi genovesi
per ripartire ancora una volta verso il nuovo mondo.
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