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Tratto dal notiziario FIDAS “Noi in Fidas” anno IV n° 1
di Antonio Fantoni * Puntualmente, ogni circa sei mesi, leggiamo sulla stampa di informazione che un laboratorio di ricerca USA (o inglese, giapponese, svedese) ha ottenuto risultati importanti sul cammino sperimentale per arrivare a produrre il sangue artificiale. L'ultima notizia, che si aggiunge alle precedenti, risale a due mesi or sono e proviene da Stoccolma. Per aiutare i lettori FIDAS a comprendere essi stessi l'importanza di questi progressi scientifici e la rilevanza che possono avere sul nostro duro impegno di volontariato nella donazione di sangue, ho scritto alcune semplici informazioni al riguardo. A quali importanti esigenze terapeutiche risponde l'immissione in vena delle diverse componenti del sangue? Essenzialmente il sangue viene trasfuso per reintegrare nel paziente quattro componenti: (a) liquidi e sali,
necessari a mantenere fluido il sangue e intatta la composizione dei sali utili
alla vita delle cellule; Liquidi e sali vengono persi nel corso di prolungati interventi chirurgici, a seguito di vomito e diarree profuse o per situazioni di sete grave per mancata ingestione di liquidi. In questo caso la scienza medica si è perfettamente attrezzata da tempo: basta fornire al paziente per endovena (la cosiddetta flebo) un volume sufficiente di soluzione Fisiologica, che contiene appunto acqua e sali in concentrazioni identiche a quelle del plasma. Per queste esigenze terapeutiche quindi non sono necessaria trasfusioni di sangue, né serve inventarsi il sangue artificiale. Gravi emorragie e anemie da malattie ereditarie come la talassemia fanno mancare i globuli rossi, ma soprattutto l'emoglobina. La possibilità di sostituire l'emoglobina umana con la stessa proteina prodotta da altri animali si scontra con due grosse difficoltà: (1) l'intolleranza
immunitaria a proteine di altre specie che provocherebbe un grave shock, fatale
per il trasfuso; La ricerca scientifica, come quella oggetto della notizia di cui tratta questo articolo, sta progettando nuove molecole sintetiche la cui funzione riproduca quella dell'emoglobina, non siano tossiche, non abbiano caratteristiche immunitarie pericolose e si possano conservare a lungo anche in condizioni di emergenza (soprattutto per disastri naturali, ma anche in operazioni militari). Queste sono molecole organiche sintetizzate in laboratorio e devono avere, oltre alle caratteristiche sopra elencate, la capacità di catturare l'ossigeno dai polmoni, mantenerlo legato durante il trasporto ai tessuti e, una volta arrivata a destinazione, scaricare l'ossigeno alle cellule che ne hanno bisogno. Non semplice, soprattutto se si pensa che per arrivare a plasmare l'emoglobina umana, nella sua perfezione, è stato necessario un processo evolutivo durato circa un miliardo di anni. Sono principalmente gravi malattie del sangue, fra cui le leucemie, la causa di mancanza di globuli bianchi, immunoglobuline (anticorpi) e piastrine ed è quindi per questi malati che i donatori, in particolare tramite la aferesi, versano plasma e piastrine. Queste componenti del sangue sono cellule molto complesse e miscele di almeno 10 mila diverse proteine, ciascuna presente in una concentrazione ben precisa per essere terapeuticamente efficace. È evidente come la possibilità concreta che venga riprodotta artificialmente una miscela così particolare di cellule e proteine sia nulla nello stato attuale delle conoscenze scientifiche, anche in una visione ottimistica dei progressi della ricerca nei prossimi anni. L'unica ricerca quindi che abbia una qualche possibilità di successo è quella di una molecola che supplisca alla mancanza di emoglobina. La notizia a cui si fa riferimento tratta proprio di questo, ma riguarda non la soluzione del problema, quanto un importante progresso nella direzione giusta. Sono necessari ancora anni di lavoro, ma i donatori anche per questa precisa esigenza forniranno ancora per molti anni l'unica risorsa utilizzabile, il loro prezioso sangue. Tanto più che i costi di questi farmaci sostitutivi dell'emoglobine sarebbero così alti da renderlo possibile solo in gravi emergenze, non certamente nella pratica della sanità pubblica quotidiana. * Professore Ordinario di Genetica — Università La Sapienza — Roma |
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Questo sito, ideato e curato da Giuseppe Berlese, è stato aggiornato sabato, 03 marzo 2012 |