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Perché
tutte le donne vogliono essere bionde?
Lo so è una domanda scema, ma a questo pensavo l'altra sera, quando,
per caso, ho incontrato dopo tantissimi anni, una mia vecchia compagna
di classe delle elementari..
Alle elementari il rapporto tra noi maschietti e le bambine spesso era
difficile..
Ma Gi. era diversa.. Lei giocava con noi con i tappi dell'aranciata, ed
era anche brava..
Ricordo che a me Gi. piaceva molto, con i suoi occhi corvini, i capelli
ricci neri e foltissimi, e le sue treccine che io ogni tanto sadicamente tiravo, (era amore?
O semplicemente ero un rompipalle insopportabile?).
Ho sempre pensato che Gi. sarebbe diventata una ragazza speciale..
Ed invece, l'altra sera l'ho rivista ed era diventata anche lei "Gialla"..
Niente più treccine, il che potrebbe anche essere normale, ma i
suoi capelli no, non erano normali, ora erano biondi come quelli della
milionesima clona di Claudia Shiffer.. Che delusione..
Io non l'ho nemmeno riconosciuta, è stata lei a salutarmi per prima..
Mi ha raccontato che adesso lavora nello studio di un dentista..
Ricordo che stavo per chiederle, se quella testa gialla era richiesta
per il suo lavoro..
Ma non ho avuto il coraggio di farle una domanda così stupida..
Lei sembrava piacersi così.. Omologata, appiattita..
Lei cosė forse credeva di essere bella.. Per me ora era solo.. "bionda".
Ecco
forse questo è il punto: perché a così tante donne
piace diventare uno stereotipo?
Io ho delle sorelle.. E conosco le torture, le sevizie e la fame alla quale
esse si sottopongono, pur di "omologarsi", pur di seguire il
"trend".. Insomma pur di essere "bionde"
Le statistiche economiche parlano chiaro.. Il settore dei cosmetici e
quello dell'abbigliamento femminile hanno un giro d'affari paragonabile
a quello delle automobili, dei computer o del petrolio.. In pratica se
le donne smettessero di truccarsi l'economia di intere nazioni (per prima
la nostra) andrebbe a rotoli...
E ancora mi chiedo, perché tutto questo?
Lasciata Gi. mi incamminai lungo il corso, e come al solito, guardavo
le ragazze che passavano..
Erano bellissime.. Con i loro ombelichi a vista, le vitine da "vespa",
le minigonne d'ordinanza, ed i loro reggiseni ipertecnologici.. Decisamente
stupende, non c'è che dire..
Eppure c'era qualcosa che mi disturbava... Erano tutte troppo "uguali"..
Nei loro sguardi, nel loro modo di muoversi e vestirsi, ho avuto la sensazione
che esse non volevano dirmi "Ecco questa sono io".. Ma anzi
esse mi dicevano "lo vedi, io sembro X" .. "No io somiglio
a Y".. "Io voglio essere come Z"..
Viste tutte insieme, esse mi apparivano come un esercito in uniforme..
Ognuna in gara contro l'altra, nella rincorsa verso l'appiattimento ad
un "modello dominante", che forse è il vero significato
del termine "Top Model".
Devo ammetterlo, comunque io ero fortemente attratto da loro..
Erano capaci di "distrarmi" a tal punto che a momenti una macchina
mi metteva sotto..
Ed allora ho pensato, che forse la colpa di tutto ciò è
di noi uomini..
Siamo noi uomini che richiediamo questi stereotipi.. E quelle povere ragazze
non possono far altro che affannarsi sempre di pių pur di "adeguarsi"..
Ma è davvero tutto così semplice?
Voglio dire, le donne fanno tutta questa fatica solo per piacere agli
uomini?
Siamo poi così importanti noi?..
Pensando alle esperienze della mia vita, e quelle pochissime cose che
credo di aver capito, devo concludere che la questione è più
complessa, deve esserci un motivo molto più profondo, la spinta
verso l'omologazione è troppo radicale, deve esserci una forza
molto più potente del semplice "piacere agli uomini",
anche perché noi uomini, in fondo siamo tutti bambinoni e talvolta
ci accontentiamo di molto, molto meno..
Pensavo
a queste cose, quando arrivai in una enorme piazza affollata, e forse li
trovai una specie di risposta...
Su di un lato della piazza, c'era un palazzo in restauro sulla cui facciata
era appeso un gigantesco cartellone pubblicitario
La reclame raffigurava
una top model, immensa (era alta più di 30 metri), stupenda, eterea
e ovviamente biondissima..
Quell'immagine dominava tutta la piazza, c'era qualcosa di magico in essa,
lo sguardo degli occhi "blu cristallo" della modella sembrava
scrutarmi in ogni angolo, ovunque andavo quegli occhi sembravano guardare
proprio me..
Ormai dovrei essere abituato a quel tipo di immagini, eppure quel cartellone
mi colpiva, non potevo far a meno di guardarlo mentre passavo..
Quella ragazza, con le sue gambe perfette alte dieci metri ciascuna, e con
i suoi svariati metri quadri di tette.. Un po' mi faceva girare la testa,
un po' mi faceva sentire un verme microscopico, e poi mi venivano pensieri
strani, felliniani, del tipo "chissà com'è fare l'amore
con una donna alta trenta metri?"
Ero
ancora in preda a quella visione di megalomania erotica, quando ad un tratto, sulla
fermata dell'autobus, vidi Nina.
Nina era una donna sui quarant'anni, che lavorava per l'impresa che fa le pulizie
nel mio ufficio, ed una volta, chissà perché, durante una
pausa incominciò a raccontarmi tutta la sua vita..
Si era sposata molto giovane, aveva quattro figli piccoli tutti maschi
e rompipalle come lo ero io, un marito che si sbronzava continuamente
e che ogni tanto finiva pure in galera..
La salutai, e Nina anche se era visibilmente molto stanca, conservava
la sua solita cordialità..
Mi misi a parlare con lei, forse anche per sfuggire allo sguardo inquietante
della bionda gigante che ancora mi perseguitava.
Guardavo quella donna, mentre mi parlava, vedevo i suoi occhi scavati,
i suo fisico tozzo da mastino napoletano, e poi guardavo le sue mani bruciate
dai detersivi e piegate, stanche del peso delle buste della spesa..
Ma dietro le sue spalle, troneggiante nel cielo, c'era ancora lei, la
bionda gigante di carta..
Ogni paragone era praticamente impossibile..
Guardando quella donna di carta, mi resi conto che Nina per questo mondo era
una perdente, e logicamente non poteva rappresentare un modello per nessun'atra
donna.
E allora mi accorsi della profonda ingiustizia di questo sistema.
Il meccanismo che fa sentire Nina una perdente, non solo è ingiusto,
ma è addirittura criminale..
Infatti la verità è che questo mondo gira grazie a miliardi
di donne come Nina, che lavorano, studiano, soffrono, piantano la canna
da zucchero nei campi, o che semplicemente partoriscono e soffiano il
naso ai mocciosi.
Nina ha dato la vita a quattro esseri umani, cosa che nessuna donna di
carta potrà mai fare..
Eppure il mondo la considera una perdente, nessuno si accorge di lei,
nessuno mai le chiederà un autografo, ne mai qualcuno si chiederà
com'è fare l'amore con lei
Poiché noi uomini, non sappiamo far altro che sposare le donne
come Nina, mollargli una caterva di figli e poi passare il resto della
nostra esistenza ad ubriacarci sognando le donne di carta..
E questo è un crimine.. Ed io proprio non riesco a capire perché
le donne non si ribellano..
Nina
salì sul suo autobus. Io dovevo ancora aspettare il mio.
Ero rimasto solo, in mezzo alla piazza, io e la bionda gigante di carta.
Incominciavo ad odiarla, ma ne ero ancora attratto.. (Maledizione non sono
mica fatto di legno!)
Ma poi la guardai bene, e mi accorsi che lei reclamizzava una marca di
abbigliamento femminile..
Femminile!?
Ma allora quella bionda vendeva cose per donne.. E quindi lei non era
li per me, ma per le donne..
Capii che la ragazza di carta, in fondo
era stata pagata proprio dalle donne per stare li a torturarmi..
Ma perché? Perché mai le donne invece di combattere, alimentano
il meccanismo che opprime Nina?
Probabilmente non lo capirò mai, è proprio vero, la massima
presunzione per un uomo, consiste nel pretendere di capire le donne..
Ma poi ho pensato, che non tutte le donne sono uguali, che ci sono alcune
che combattono, e forse anche Nina, a modo suo, combatte e per questo
ha voluto raccontarmi la sua storia.
Le donne hanno impiegato duecento anni per conquistare il diritto al voto,
mi chiedo quanti altri secoli ci impiegheranno per conquistare il diritto
di essere brutte.
Alla fine, tornai a casa con tutti questi paradossi nella testa.
Quella sera, mi rifiutai di stare a guardare la TV con le sue stupende
bionde di carta, ma ricordo aprii una birra e mi misi a giocare con
il tappo, in memoria di Gi. e delle sue treccine.
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