era una “piccola città” “OPPIDULUM” non era cresciuta fino al IV secolo. Tuttavia nel secolo seguente, cioè nel V, quando fu portata a compimento la Tabula Peutingeriana, la città di Faleri era sita là dove ora è Faleria, certamente sulla via Ameria, a 5 miglia da Nepi. Infatti la via Falerina taglia Faleri, come è chiaro dal percorso della via stessa e (come) attesta ulteriormente Fontanini. Dopo il V secolo che l’antica città di Faleri sia stata distrutta, città che al tempo di Strabone era divenuta una piccola città, e che sia stata fondata una nuova (Falari), nessuno degli antichi affermando ciò, chi potrebbe crederlo? Come soprattutto dimostrano le rovine di Falari, quella fu una città un tempo grandissima, e non c’è nessuno, come ho detto, che testimoni che sia stata edificata dopo il V sec. resta dunque, se al contrario i Civitonici non dimostrino di avere un argomento supportato daslle (con le) testimonianze degli antichi, che Falari sia stata la stessa città di Falerii, piccola città ricordata da Strabone, di cui si ricorda anche Eutropio.

Perciò è necessario che i vescovi, che ci furono fin dallinizio della chiesa di Falerii, siano stati non castellonesi (= di C. Castellana), ma Faleritani, sebbene non ho potuto trovare nessuno dei vescovi Falaritani ovvero Falerini prima della fine del sec. VI o molto dopo la realizzazione della Tabula Peutingeriana. Infatti Giovanni Faleritano, ovvero falerino aderì al Concilio Romano nel 509 (tomo III, Concilior. ed. Parigina) V. Caroso Faleritano visse nell’anno 649 (cfr. op. cit. pg.928); un altro Giovanni Faleritano fu presente al Sinodo Romano nel 680 (stesso tomo pg. 1139). Tributinio Faleritano partecipò al Sinodo Romano nel 721 (op. cit. pg. 1186). Giovanni Faleritano nel 743; Adriano F. nell’826 (ibidem, tomo V, pag. 62) e un 4° Giovanni Faleritano nell’853; ibid. tomo V pg.53 e nell’anno 808, ib. pag.870

 

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per omettere i più recenti, parteciparono ai Concili Romani. perciò si deve stabilire che i Castellensi, se mai ci fu una loro città prima di Falari, o prima di Claudio o prima di Strabone, non ebbero vescovi. Con poche parole (in breve) completerò tutto ciò che finora ho perseguito. Dico dunque che non trattano giustamente gli avversari, coloro che tentano di oscurare e di inficiare i documenti chiari e solidi che prodiciamo con certe congetture; allora:

1 – Abusano certo della testimonianza di un recente scrittore Zonora stesso, che scrive contro la fedele testimonianza di tutti gli antichi storici che la città di Falerii sia stata posta in un luogo alto e munito per natura.

2 – Anche se Zonora avesse detto il vero, tuttavia gli avversari non avrebbero potuto dimostrare che il luogo elevato, nel quale fu la città di falerii, sia stato lo stesso in cui è C. Castellana.

3 – Che se avessero potuto dimostrarlo, nondimeno è necessario che quelli restino dubbiosi. Infatti non proveranno che l’antica città di F. sia stata distrutta, ovvero C. Castellana, e che sia stata fondata una nuova Falari dopo la diffusione del cristianesimo.

4 – E ancora ciò non può essere loro d’aiuto, anche se lo dimostrassero, se non dimostrassero contemporaneamente che ebbero un Vescovo quando ancora la città era integra. Infatti se è in contrasto con voi che vi gloriate dell’antichità certa e sicura della vostra città e se non avete dimostrato che la serie del VS. Vescovi sia tanto antica quanto pensate, mai minacciano che andranno in rovina; cos’è che credono di sperare, di aver avuto documenti, senza documenti che lo attestino? Che anche sono garante per loro, affinchè non confidino nella possibilità di potersi servire dell’autorità di Fontanini che la città di Falerii, che stava in quel luogo, dove ora è C. Castellana, sia stata distrutta molto dopo Diocleziano. Anche se vogliono usare testimonianze recenti, è necessario che dicano che ci si deve attenere molto di più al Alstenio, espertissimo di queste cose, che conferma che l’antica città di Falerii sia stata rasa al suolo prima di Ovidio e quindi prima dell’introduzione del cristianesimo in Italia, (cfr. Adnot = Annotazioni sell’Italia dell’antico Cluverio p. 57, ediz. Romana dell’anno 1666). Inoltre Fontanini, uomo per altri aspetti assai dotto, sbaglia ibidem, libro 7, cap. iv, n° IV.

(I) – Confonde la città Falisca e la città di Falerii e le mescola insieme, contrariamente alla testimonianza di Strabone.(2)  Dà Massa (vitio?) quasi che stabilisca che la stessa città di Falerii sia gallese, dicendo che Massa non sia Falerii, ma che Falisca, ricordata da Strabone sia Gallese, e che tuttavia Falerii non sia dissimile da Falari.(3) Scrive che Falari dista XII miglia da C. Castellana, quando ne dista appena II.

(II) – Ormai dall’alto silenzio degli antichi scrittori avrete potuto capire che il nome di C. Castellana non è stato udito prima del X sec. della chiesa. Ma soprattutto nel sec. X prima nei Sinodi e in altri documenti ecclesiastici iniziò la menzione di C. Castellana e dei vescovi Castellensi (=di Civita). Ughellio descrive la serie di questi meno castgatamente nella Sacra Italia, tomo 7, pag. 596, segg. ediz. Veneziana, dell’anno 1717, perciò è stato emendato dal nuovo Editore della sua opera il Veneto Nicolao Coleto (tomo X, pag.91, n.XI, mewdesima ed.) nel luogo in cui ripete la serie a partire non dal X ma dall’XI secolo; disse :<< Qui affermo che (ciò da Benedetto che si crede sia fiorito nell’anno 1037) sia nato …..di C. Castellana.

 

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[citazioni bibliografiche]

P. III Thes.Burm. p.15 e Fabretto Iscrizioni domestiche antique, cap. III p. 170 dove riporta una lunga iscrizione, che fu trovata tra i ruderi di Veio a circa XII miglia da Roma e era stata traslata nel museo di Ciampino; così diceva:

CENTO UOMINI DELL’AUGUSTO MUNICIPIO DI VEIO ESSENDO GIUNTI

A ROMA NEL (TEMPIO9 DI VENERE GENITRICE,

A TUTTI PIACQUE, MENTRE SI SCRIVEVA IL DECRETO, CHE FRATTANTO

DALL’AUTORITA’ DI TUTTI SI AFFIDASSE A . GIULIO FIGLIO (divi augusto) DI L. GELOTO CHE SEMPRE NON SOLO PRESTO’ ATTENZIONE (=curò) CON GRAZIA E CONSIGLIO IL MUNICIPIO DI VEIO, MA VOLLE CHE SI CELEBRASSE L’ONORE A SUE SPESE E PER MEZZO DI SUO FIGLIO E ASSAI GIUSTAMENTE VOLLE CHE SI STABILISSE CHE SI AVESSE UN NUMERO DI AUGUSTALI  EGUALMENTE  CHE SE AVESSE AVUTO QUELL’ONORE E GLI SIA LECITO SEDERE NEL NS MUNICIPIO IN TUTTI GLI SPETTACOLI SUL PROPRIO SEGGIO TRA GLI AUGUSTALI E PARTECIPARE A TUTTE LE CELE PUBBLICHE TRA I 100 UOMINI. E UGUALMENTE SI DECIDE CHE NON SIA PAGATO NE’ DA LUI NE’ DAI SUOI FIGLI LA TASSA DELL’AUGUSTO MUNICIPIO DI VEIO

FURONO PRESENTI

C. SCEVIO CURIAZIO                               CNEO OTTAVIO SABINO DUUMVIRO

L. PEPERNA PRISCO                                 T. SEMPRONIO GRACCO

M. FLAVIO RUFO Q.?(figlio di Quinto)    P. ACUVIO P.P. TRO (?)

T. VETTIO RUFO Q.     “        “      “           C. VEIANO MASSIMO

M. TARQUIZIO SATURNINO                    T. TARQUITIO RUFO

L. MECILIO SCRUPO                                  C. GIULIO MERULA

L. FAVONIO LICANO

FATTO SOTTO IL CONSOLATO DI GETULICO E CALVISIO SABINO

Tuttavia a pag. 228 e sgg., illustrando la stessa iscrizione, così stabilisce:<<Quello soprattutto consideriamo, che se qualche controversia restava sul sito della città di Veio, quella è stata del tutto sollevata dal luogo, dal quale la pietra fu lasciata, certo al centro del cerchio delle rupi e delle mura, che costutuivano la fortificazione, e quasi il tempio di Giunone Argiva tra il fiume Cremera, volgarmente (detto) La Valca e Castrum Insula verso la stessa via Veientana, che la Tabula Peutingeriana guida dalla Cassia e …. il suo fluire fino al VI miglio, cioè ad uno stadio oltre la nuova chiesa di S. Andrea, e il ritorno verso/sulla Cassia dopo oltre III miglia da Veio, come notò anche Olstenio “ad Cluverium” (pag.529 e sgg.)>>

Che cosa è più chiaro di questa testimonianza? tuttavia diligentissimo e non trattenuto da alcuno studio di parte, e indotto verso questo parere da una testimonianza tanto famosa, Fabretto (Olstenio e nardinio evevano preceduto e con cui Cellario concorda) si deve posporre a Domenico Mazzocchio, uomo civitonico e neppure diligente, non alieno da studi di parte, né che si è sforzato di voler l’autorità degli antichi, certo è stato ugualmente condotto da amor di patria e non della verità.

(II) – Ma dove siano stati gli antichi abitanti di veio, non me ne preoccupo in egual misura. Sia infatti vera l’opinione di Eutropio, se gli oppositori vorranno, (ora l’errore non sia attribuito ai copisti), che scrive che Veio dista da Roma 18 miglia (l. 7, cap. XVII). Di certo Veio, che in quei tempi è nominata, e nella quale fiorivano Vescovi Veienti, distava da Roma XII miglia. Infatti prima della metà del sec. V nessun Vescovo di Veio è ricordato nei documenti della chiesa. Nel sec. VII, cioè nell’anno 680 Andrea Veientano partecipò al Sinodo di Roma (cfr. tomo III, Concil., ed. Hard. p. 1138). Invero, già sotto l’impero di Onorio e di Teodosio fu completata la Tabula Peutingeriana, cioè a metà del sec. V. Tuttavia in quella tavola come abbiamo visto poco prima, Roma è segnalata a XIII miglia da Veio.

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Da Veio a Bacane (?) IX miglia; da Bacane fino a Nepi, IX miglia passando per la via Amerina. Dalla città di Nepi fino a Falerii V miglia quasi quanto in questo tempo è segnalata la distanza da Nepi fino a Faleri. Che se certo nel V sec. gli abitanti di Veio distavano XII miglia da Roma, come è chiaro che quelli distassero, allora quale Vescovo di Veio infine poteva esserci a C. castellana, distando questa Civita 35 miglia da Roma?

(III) – Non concordo certo con quelli che vanno ripetendo che Falari è stata distrutta prima del IX sec., che in suo luogo è stata costruita C. Castellana e che in questa città è stato trasferito il vescovado di Faleri.

Infatti l’Anonimo Ravennate, scrittore del VII o VIII secolo, come ho detto, (ciò che ha notato Simmaco Mazzocchio, sommo uomo di Capua nel famosissimo “Commentorio” sulle tavole Eraclee (di bronzo) (cfr. par.II, pag.520, ed. Napoletano anno 1755) ricorda la città di Falari dopo Nepi, non fa lo stesso di C. Castellana. Da ciò ne consegue che, stando a quanto è scritto, Falari era ancora esistente, mentre non c’era vestigia alcuna di C. Castellana. E di C. Castellana, un sacerdote (Antiste), di cui c’è stata la menzione nel Sinodo di Roma dell’anno 853 sotto Leone IV° (cfr. tomo V, Concilior. Ed. Arduin. pg.79) e che Fontanini ricorda, fu Vescovo di Castri Felicitatis, cioè di Tiferna, non di C. Castellana. Infatti i Tifernati erano detti Castellani ancora fino al sec. VIII, come si deduce dalla 9^ epistola di Adriano I° Papa a Carlo Magno :<< Reginaldo prosperando in quella stassa nostra città di Castello Felicità, portò via gli stessi Castellani….>>.

 

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Già veramente, nel Concilio Romano del 1059 sottoscrivono i Vescovi D. Catellanse e Ermanno Castellano, che sta per certo per Tifernate (cfr. tomo VI, Concil. Ed. Hard. P.7, pag.1067). Perciò mi meraviglio che il Fontanini sia stato tanto poco diligente in questo frangente, da non accorgersi che non c’è stato nessun di quegli scrittori, che ricordano C. Castellana prima del sec. X, a tal punto che non si può in alcun modo dimostrare che quel Vesvovo Castellano sia stato a capo della chiesa di Civita Castellana. Infatti Fontanini dice che Falari era stata distrutta prima del X secolo o all’incirca nel sec.IX e è falso che il vescovo di Falari (Falaritano), che in quel tempo è nominato, sia stato il Vescovo non della città di Falari (Falaritana), che non dista molto da Nepi, ma di Falerioni nel Piceno. Infatti ancora nel sec. XI Falaris esisteva. E così nell’anno 1068 un giudice Faleritano sottoscrive un diploma farsense, dove c’era stata anche la menzione di C. Castellana. Perciò, Falari esisteva dopo la fondazione di C. Castellana e aveva un giudice. In un libro scritto dal Console Cl. Gallesio :<<Della città di gabio ed altro>> p.27 Ed. Rom. del 1757 :<< nell’anno 1064, al 1^ luglio Ind. Pietro dativo (?) e notaio del Monastero del Monte Soratte scrive uno strumento il Sig. Rainero, inclito compagno, figlio del signor Saxonio, inclito compagno del Comitato do C. Castellana e della sig.ra Stefania, inclita compagna, donano al Monastero di farfa la chiesa di S. Lorenzo di Carcari. Si sottoscrivono tra gli altri Renzo di Crescenzo, giudice di Fallari >>. Ma chi direbbe che il Vescovo Castellanenze nel sec. XI era stato anche detto Vescovo Falaritano, come si evince dalla sottoscrizione del diploma di Benedetto IX del 1038, che riporta Ughellio tomo 7, pag.597 Ed. Veneta.

 

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e che dice così :<< Benedictus Vescovo di Falaritana e Castellana>>. Credo in verità che quella sottoscrizione non riguardi affatto la cosa, infatti piena di difficoltà. Infatti si dice essere stata fatta nel 1038, cioè nella VI proclamazione, Indict.VI (?) al tempo di Benedetto IX° per il Vescovo Pietro di S. Rufina. Ma il sacerdote Pietro di S. Rufina morì nel 1035, come si desume dal suo epitafio, che era nel tempio di S. Alessandro a Roma ed è ricordato da Ughellio, nel tomo I, dell’opera “De Episco. Potuensibus e Silva candida p.107 Ed. Veneta e da Cl. Nerinio nell’opera “De templo e coenobio (convento) S. Alexii” (= sulla chiesa e il convento di Alessio) p. 177, ed. Rom. dell’anno 1752. E i Bollandiani (tomo I, Giug. p.98) pensono che si debba sostituire la VI proclamazione la II o la III. Veramente temo che possono persuadere qualcuno di ciò. Infatti come possiamo credere che nel 1033, cioè il quella II o III Proclamazione Benedetto abbia sottoscritto il diploma di Benedetto IX°, vivo il vescovo Falaritano Crescenzio, che tenne l’Episcopato Falaritano dal 1015, perlomeno fino al 1037, come è chiaro dal Sinodo Romano sotto Benedetto VIII° (cfr.tomo VI, dei Concili, anno 1015, dove si ha così :<< Io Crescenzio Vescovo della chiesa Falaritana …..>> e il un altro Sinodo Romano sotto Benedetto IX°, dell’anno 1037 p.916, stesso tomo, dove Crescenzio stesso sottoscrive in questo modo “Crescentius Fallarensis” (?). E se ci sono coloro che pensano che si devono porre due persone dal nome di Crewscenzio, di cui uno precedette e l’altro seguì Benedetto, allora possiamo aggiungere questo, e cioè che il Vescovado Castellanense (di C.C.) non è stato giunto/unito a quello di Falari, come poi dopo Benedetto, i quali Falaritani erano gli stessi Vescovi Castellensi; Crescenzio, successore di Benedetto, chiamandosi sacerdote Falarense, non Castellense, e di nuovo nell’anno 1059 il Castellense Pietro presso Ughellio (cfr. op. cit. pag.597, n.IV) chiamandosi Castellanense e non Falaritano.

Poniperò che Benedetto si sia impadronito di entrambi i vescovadi, come postula quel dubbioso diploma di Benedetto IX°, forse qualcosa impediva che uno solo e stesso Vescovo guidasse due chiese così, da non estendersi questo diritto ai successori? Dunque, falari esisteva ancora nel 1064, come è stato dimostrato dal monumento di farfa. E così allora lo stesso Vescovo governava la chiesa Castellense (=di C.C.) e Falaritana, come “coloniensis E.G. Ratisbonensem” (?).

Poi veramente chi fu mai sacerdote dei Castellensi, che si chiamava Falaritano, con quali argomenti si poteva fare in modo che il vescovado Faleritano fosse stato trasferito a C. Castellana? Gli avversari (di questa teoria) producano qualche prova, da cui si possa evincere questo genere di trasferimento e si possa dimostrare che i Privilegi della chiesa di Falari siano passati alla chiesa Castellanese. Tuttavia non producendo nulla, pensano che ci sarà qualcuno tanto inetto da pensare di dover credere a queste loro illazioni senza testimonianze alcune? Forse diranno che questo sia giusto, credere a loro, che non hanno testimonianze e non credere invece agli Ortani che combattono per l’antichità della loro chiesa con palesi testimonianze? Ecco i vescovi Sarzanesi godono dei privilegi della chiesa Lunense, ma loro sono stati sempre chiamati Lunensi, sebbene non restino neppure le vestigia della città di Luni.

Al contrario i sacerdoti Castellanensi dopo che Falari fu distrutta, assunsero mai il titolo di sacerdoti Falaritani.

 

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Che se per la vicinanza dicessero che competono loro il nome e i privilegi della chiesa di Falari, allora i Viterbesi dovrebbero rivendicare questo per sédovrebbero godere dei privilegi della chiesa  Ferentana e dovrebbero difendere l’idea che il proprio Vescovado sia più antico di quello Tuscanese, ciò che tuttavia Innocenzo III° nega fortemente. Infatti se c’è un qualche dedaro della chiesa di Viterbo, ebbene scrive che si deve ricordare che questo viene tutta dalla chiesa di Tuscania, cui era stata aggiunta in modo peculiare, non tuttavia da alcun altra, che gli fosse vicina e più antica della Tuscanese. Infatti nel Lib. X, epistola XXXIX, tomo II, ed. Balutii di Parigi dell’anno 1682 dice :<< dal privilegio della felice memoria C. (?)  del Papa nostro predecessore sappiamo bene, ciò che lo stesso, ponendo attenzione alla fede e alla vostra devozione circa il comune Concilio di Viterbo dei suoi fratelli, inseguì la città (OPPIDUM) dell’onorabile nome di Città e le donò la dignità della cattedra Pontificale; stabilendo per autorità apostolica che la chiesa di Viterbo, con quella Tuscanese, di Centocelle e di Blera ottenessero poi la dignità Pontificale. Noi poi, che abbiamo sperimentato con certezza la fede e la vostra devozione con la presenza corporale, volendo interpretare più pienamente il beneficio principale, confermiamo quella onorificenza alla sede di Viterbo verso le Diocesi di centocelle e di Blera, che presso le stesse sedi Tuscanesi si risconosce aver avuto (?), a cui la chiesadi Viterbo è in specialmodo unita: tuttavia lo stato di quelle sedi di Centocelle e di Blera mantenetelo nel suo diritto. Dunque a nessuno, etc. ….>>. Tuttavia voglio che cpiate che la chiesa di Viterbo, sebbene fosse in specialmodo unita alla chiesa e alla sede Tuscanese, nondimeno era stata preferita alla chiesa di Centocelle e di Blera prima del decreto di Innocenzo III°, per il fatto che la stessa era più recentedelle sedi di Centocelle e di Blera.

Tuttavia per decreto di Innocenzo per i meriti dei Viterbesi verso la fede Apostolica, successivamente fu preferita. E che in special modo fu unita alla chiesa di Falari quella Castellanese (= di C.C.), con quali diplomi infine gli avversari ( di tale teoria) proveranno? Metti però che la chiesa Castellanese sia stata unita a quella Falaritana in specil modo, forse fu mai dato dai Pontefici decreto alcuno, da cui si capiva che era necessario preferire quella Ortana per questo motivo? Ma certo ci sarebbe stato bisogno di questo decreto; altrimenti perché ci sarebbe dovuto essere per la sede di Viterbo un decreto pubblicato da Innocenzo? Ma non potendo presentare i Castellanesi alcun decreto, alcuna epistola, alcuna testimonianza, per quale motivo pensano che la loro sede dovesse essere preferita a quella di Orte per la chiesa di Falari?

Pensano infine che il Vescovo Castellense (= di C. Castellana) sia anche Falaritano. Forse per questo motivo il Vescovado di C. Castellana sarebbe più vecchio di quello Ortano? Esiste forse un documento della chiesa Falaritana prima del VI sec. (?) Ma c’è il monumento compiuto del Vescovo Lanno della chiesa Ortana del secolo IV.

(IV) – Parlerò infine brevemente di “Castrum Felicitatis”. Già nell’8° sec. della chiesa esistevano i suoi Vescovi. Ma fin dal sec. IV sono ricordati i sacerdoti degli Ortani.Grandio, monaco camaldolense, nell’Appendice alle “pistole sulle Pandette” (pag.105) descrive una sentenza dell’anno 715, in cui c’è la menzione di Teodoro, Vesxcovo di “Castrum Leficitatis”. Riporta la stessa il Muratorius nel tomo VI.

 

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Delle Antichità del medio Evo, Ed. Medid. pag. 368, dell’anno 1742. Di nuovo nell’anno 752 Taciperto, Vescovo di “Castrum Felicitatis” è ricordato nella Bolla di Papa Stefano presso il Muratori, [ibid. p.387]. Poi ha sottoscritto il Sinodo Romano dell’826 [cfr. tomo v, CONCILIOR., ed. Hard. Parigino p.61* come Vescovo stabile di Castello della <felicità. Ometto gli altri che sono stati nominati poi nei documenti Ecclesiastici. Confronta frattanto gli Annali Camald. (?), (tomo I, pag. 364 sgg. Ed. Veneta, anno 1755).

Perciò, se i Vescovi di Castrum Felicitatis fossero stati gli stessi dei Civitonici, tuttavia sarebbero superati dagli Ortani per antichità, sebbene io pensi che castrum Felicitatis non sia stato C. Castellana, ma Tiferno. Infatti la città di Tiferno è detta anche Castello, e nel VII sec. era detta “Felicissimum” (=Felicissima) (come si deduce dall’Anonimo Ravennate pag.223, Ed. Parigina del 1688), dal cui appellativo Felicissimi nacque l’appellativo di “Castri” o “Castelli Felicitatis”. I famosissimi uomini Mittarellio e Gostadonio negli “Annali Camaldolesi” , (tomo I, p. 364-365) dicono :<<secondo il giudizio di alcuni Vescovi circa la sovra riportata controversia delle cheise Aretina e Senese, riportata nell’anno 1029 e riferita dal Grandio dal notaio di S. Benedetto Aretino che per la seconda volta produsse il Muratorio, tomo VI, col. 347.

Nelle Antichità del medio Evo è ricordato Pietro, Vescovo di Castrum Felicitatis, sul quale argomento lo stesso Grandio (pag.127) corregge la precedente congettura e sostiene che deve essere considerato il Vescovo di castrum Felicitatis lo stesso di C. Castellana, ma più chiaramente nell’opera “Animadersionibus” pag.269 coclude in calce :<< Questi Vescovi di castrum Felicitatis sono Castellani (= di C. Castellana), ma non di quella chiesa che è unita (come pensava) con quella di Falari, ma quella di Tifernum. E’ dello stesso parere Berretta, uomo eruditissimo, nell’opera Geogr.Med. Ar(?) (Geografia del Medio Evo) presso il Muratori, all’inizio del tomo X degli scrittori di case Italiche, pag. 208 – 209.

Già veramente quale tra i vecchi scrittori si trova, che abbia chiamato C. Castellana “Castrum”, oppure “Felicissimam”, oppure “Felicitatis”? Ma qualcuno dirà :<< Cencio Camerario, che nel 1208 scrisse un libro sui Censimenti (?) della chiesa Romana, libro che il Muratori ha trasferito nel tomo V delle “Antiquitatum Medie Avi” (=Antichità del medio Evo) col 859, così dice :<< Nel Vescovado di C. Castellana stessa città che anticamente era chiamata Castrum Felicitatis, etc.>>.

Dunque secondo Cencio Camerario, Castrum Felicitatis era C. Castellana. Veramente non c’è nulla che si possa spiegare tanto facilmente. Infatti in principio gli avversari devono dimostrare che è necessario attribuire queste parole a Cencio Camerano e non ad uno scrittore più recente. Infatti consta che alcune cose sono state aggiunte al libro Sui Censimneti (?) ai tempi di Innocenzo IV°, Alessandro IV° e Nicola IV°. Infatti a pag. 854 è scritto :<< Il Signor Rainaldo figlio di Massimo nipote del Signor Alessandro IV° Papa, per tutti i redditi, i proventi e per gli altri diritti e beni, che ottiene dalla chiesa di Romanel Castrum de Trebis (?), dove un obolo d’oro nel 6°/ pari a 1/6 (?) di tutti i Santi ecc.>> e a pag.864:<< Giovanni di Monaco, parente del Cardinale D. Egidio deve annualmente un obolo imperiale, che occupa per conto della Chiesa Romana nel Castrum di Botonia, detto Armania. Ed ebbe lo stesso feudo al tempo del Signor Papa Innocenzo IV°, nell’anno 3^ del suo [pontificato]>> pag. 868 :<< nell’anno del Signore 1288, il 5 Settembre del IV^ pontificato

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di Papa Nicola IV° anno 1^ (?). L’ordine degli Umiliati è stato tolto per mezzo dello stesso Signor Papa, ed è stato fatto un (ordine) del Censo, in due libbre di oro fino da consegnare alla Camera della Sede Apostolica, annualmente, nel giorno stabilito….>>. Ma permetterò, che sia necessario attribuire quelle parole a Cencio; solo questo mi sia concesso, che non si può in nessun modo negare: quello che nell’opera “Censibus” (=Censimenti) della Chiesa Romana e che ne descrivere le cose del suo tempo fu tanto accusato, deve essere considerato meno esperto d’antichità. Infatti confonde “Milevium” con l’isola di Melita e mescolando (le cose) scrive :<< Nel vescovado di Milevitano (pag. 854)>>. Ma Milevium era situato nella provincia di Numidia, ma mai però Melita ebbe il nome di Milevii presso gli antichi. Perché? per il fatto che narra molte cose sul cavallo di bronzo di M. Aurelio Antonino, qui ora si vede a metà dell’area del Campidoglio, che non si possono leggere senza ridere? Così sia, come scriveva Ciampinio nell’opera “sui sacri edifici”, cap. II, pag. 20 e sgg.,Ed.Romana, dell’anno 1693 :<< Prima abbiamo discusso su questa statua, circa all’inizio del capitolo come già s’è detto, che era stata detta statua di Costantino nei secoli precedenti. Abbiamo dedotto questa notizia, sia piuttosto una favoletta, da MS (manoscritto di Cencio Camerario, che essendo piuttosto curiosa e di quel secolo, in cui Camerrario visse, odora di semplicità, poiché questo autore narra cose note a pochissimi, la trascriviamo per grazia del lettore, che così dice a pag. 37 :<<Perciò fu fatto il cavallo, che è detto di Costantino? In Laterano c’è un cavallo di bronzo che è detto di Costantino; ma non è così, poiché chiunque avesse voluto conoscere la verità, avrebbe esaminato con attenzione ciò.Al tempo dei consoli e dei senatori, venne in Italia da Oriente un Re potentissimo e occupò Roma dalla parte del Laterano, e afflisse il popolo Romano con molta strage. Allora si levò uno scudiero di gran fama, molto audace ed esperto, che disse ai consoli, ai senatori, che se ci fosse qualcuno, che li liberasse da quella tribolazione, che cosa sarebbe stato promosso dal Senato? Quelli rispondendogli dissero che avrebbero ottenuto subito qualsiasi cosa avesse chiesto; quello disse loro :<< Datemi 30.000 sesterzi e fatemi, dopo la fine della guerra, a memoria della vittoria, uno splendido cavallo>> Quelli promisero che avrebbero fatto qualsiasi cosa egli aveva chiesto>>. Quello disse :<< a metà della notte alzatevi e armatevi tutti e rimanete tra le mura negli SPECULA (?) /Feritoie(?) e fate qualsiasi cosa vi dirò>>. Quelli continuamente fecero le cose comandate, mentre lui salì su un cavallo senza sella e portò una falce. Infatti per moltissime notti aveva visto quel Re venire ai piedi di un albero per il necessario/bisogni fisiologici, al cui arrivo una COCOBAJA (?), che sedeva sull’albero, cantava sempre. Quello veramente uscì dalla città, fece l’erba che portava legata sulla falce davanti a sé a mò di scudiero. Subito, come udì la COCOBAJA(?) cantare, si fece più vicino e si accorse che quel Re era giunto all’albero. Dunque andò contro di lui, che già aveva fatto i suoi bisogni.

I compagni, che erano con il Re, pensavano che quello fosse uno di loro e cominciarono a gridare che lui stesso si allontanasse dal Re; ma lui non allontanandosi per causa loro, e fingendo di andarsene dal posto, si unì al Re e, disprezzati tutti quelli, per il suo coraggio, agguantò con forza il Re e lo portò via.Poi, al muro della città, iniziò a gridare :<< Uscite fuori, e distruggete tutto l’esercito del Re, poiché ecco, tengo prigioniero lo stesso; e quelli usciti, uccisero alcuni e altri ne misero in fuga. Poi i Romani ebbero un grandissimo quantitativo di oro e argento ….. e fecero un cavallo di bronzo in memoria, indorato e senza sella, con lui sdente sopra con la mano destra tesa, con cui aveva preso il Re. Sulla testa del cavallo, a memoria della COCOBAJA(?), al cui canto avevano ottenuto la vittoria>>.

 

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Dovrei dunque credere ad uno scrittore del XIII sec., che ignorava le cose patrie (i fatti della patri), che le antichità castellanensi (= C. C.) erano state studiate? Certo, concordo con il Papa Benedetto VIII°, al cui tempo ancora era in uso l’appellativo di Castrum Felicitatis. Quello dunque in quella Bolla, che inviò nell’anno 1013 all’Abbate Rodrigo del Monastero Burgensi di S. Sepolcro (vedi sotto); scrivi che quel monastero era stato nel territorio che chiamano di Castrum Felicitatis in quel luogo che è detto Nociati? Perciò si deve assolutamente vedere Leone X° nella Bolla Erect. Burg. Episc.? presso Ughellio, (tomo III, pag. 195, Ediz. Veneta, anno 1718). Già il Monastero Burgense di S. Sepolcro e la stessa città di S. sepolcro dista circa 8 miglia da Tiferno. Ancora lo stesso Benedetto (op.cit., tomo I, Annali Camaldolesi, in Appendice n.22, pag. 212 segg.) ha detto che tra i luoghi posti stotto/dopo Castrum Felicitatis ci sono alcuni dati in dono al Monastero stesso; nomina Nobule, che anche oggi è detto Novole e dista circa 1000 passi da Tiferno. E se questo è manifesto dai diplomi dei Pontefici e degli Imperatori, che C. Felicitatis non dista molto da Arezzo e da Cortona? Tiferno però dista da Cortona 18 miglia e ugualmente 18 da Arezzo, come giustamente è stato detto dall’eruditissimo Beretta, monaco Casinense (= di Cassino?), che C. Felicitatis è sito tra Arezzo e Cortona.

Nel tomo X dell’opera “Scriptorum rerum italicarum” (=Gli scrittori di cose Italiche) Murator. pag. 208 sgg. risulta che castrum Felicitatis è nominato con Arezzo, Cortona, Chiusi, città che dista circa 20 miglia da Cortona , in antichi diplomi. Considera il luogo di Papa Adriano I°, che ho descritto poco prima. Anche nel privilegio dell’Imperatore Lotario dell’anno 843, nel Capitolo dei canonici aretini “si concede” una Villa, che è detta caminina e consiste in Castrum Felicitatis, con la chiesa che è stata costruita in onore di Andrea Apostolo. Presso il Muratori ( tomo V delle Antichità del medio Evo, col.195, stessa Ed. dalle parole di Lotario si comprende che una cosa è dire in Castrum Felicitatis, un’altra è affermare di essere nel territorio di C.F..

Del resto mai Lotario ha scritto che c’è una Villa nel territorio di C.F.. Inoltre l’Imperatore Berengario nel 916 confermò alla chiesa di Arezzo tutte le coese e poste in tutti i singoli seguiti/circondari (?), cioè nell’Aretino, nel Senense nel Fiorentino e nel Chiusino e a cast. F. (cfr. Muratori, tomoV, delle Antiquità del M.Evo, p. 271). E da tutto ciò, che fino ad ora è stato disputato, si evince chiaramente che a torto i Castellensi (gli abitanti di C. Cast.) tentano di portar via ogni onore di antichità agli Ortani contro le antiche testimonianze e contro il diritto e il fasto.

F  I  N  E 

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F. GIOVANNI TOMMASO DI BOXARDOS

Professore di sacra teologia e maestro Generale e Servo di tutta e umile l’ordine dei Predicatori

Per l’autorità del nostro ufficio concediamo la facoltà a te, Ad. R.P.M. Fratello Mamachi, teologo casonatense della nostra Provincia Romana, di inviare alle stampe il libro dal titolo

SULL’ANTICHITA’ DEL VESCOVADO ORTANO

visto secondo il nostro mandato e approvato da 2 teologi del Nostro Ordine, mantenute le cose da mantenere secondo il diritto.

Nel nome del Padre, del figlio e dello Spirito Santo, Amen.

In fede di quanti ecc.

Consegnato a Roma, nel Convento di S. Maria sopra Minerva, il 10 Gennaio 1759

[seguono firme varie]

           F. Giovanni Tommaso de Boxadors  Maestro dell’Ordine

        F.T. Ignazio Natta Sac. (sacerdote?) maestro di teologia della Provincia di Scozia e socio

 

 

 

 

 

APPROVAZIONI

Per ordine del Reverendissimo P.F. Giovanni Tommaso de Boxardos, maestro Generale di tutto l’ordine dei Predicatori leggiamo un opuscolo, il cui tiutolo è “Sull’antichità del Vescovado Ortano” ad opera di F.T. Maria Mamachi dell’Ordine dei Predicatori, (opera singola), che, approviamo non contenendo nulla di alieno dalla religione ortodossa e dai buoni costumi, e pensiamo che si possa dare alle stampe.

Roma, 6 Gennaio 1759, nel convento di S. Maria sopra Minerva

            F.B.J. Audifredi, Bibliotec. casanatense

            D. Domenico Vincenzo M. Bertucci  S.T.M.

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Per ordine del reverendissimo Padre Giuseppe Agostino Orsi (?) S.P.A. (?) Maestro ha letto un libro intitolato “Sull’antichità del Vescovado Ortano” e in esso nulla da eccepire, che si discosta dai principi della Religione Ortodossa e da rette regole di costumi. Anzi in esso si tratta tanto accuratamente e con verità dell’antichità dello stesso Vescovado Ortano, che non si può desiderare nulla in più.

Nella casa dell’Oratorio di S. Geronimo della carità, 8 Gennaio 1759

           Giuseppe Cabalano, Presbitero del med. Oratorio

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Alle antichità Ortane egregiamente illustrate dal famosissimo e sommo Giusto Fontanini, Arciepiscopo ancirano, non facilmente si avvicina il supplemento, fatto con studio e fatica del Mamachi, che ha realizzato la singolare opera “Sull’antichità del Vescovado Ortano”, completamente perfetta in tutte le sue parti. E così, su ordine e mandato del Rev.mo S.P.A. (?) Maestro l’ho letta attentamente, e affermo di non aver trovato in quella nulla che non si addica moltoai sacri dogmi della chiesa cattolica e alla disciplina pittosto severa dei costumi. Credo che lo stesso sarà utilissimo per limitare la licenza di certi scritti che cercano di riportare nel dubbio l’Antichità dell’antico Vescovado Ortano più splendente della luce di mezzogiorno con le vuote dicerie del popolo e con vecchie favole. Così penso.

Roma, 5 Gennaio dell’Anno del Signore 1759

         Costantino Ruggiero, Prefetto della Bibl. Imperiale

 

Foto 4440 pag. 1 (questa numerazione di pagina è stata messa da me Vladimiro Marcoccio)

pag.2

F.T.M. MAMACHI

dell’ordine dei Predicatori

contro l’autore del libretto scritto in italiano

“sul non preferire la Cattedra Ortana a quella Civitonica”

 

D I S C U S S I O N E

Già da tempo evevo notato questo scritto a favore della Cattedra Civitonica ovvero castellanense; ora l’ho letto, inviato a me. Ho compreso innanzitutto che sono lodato nel 1ì paragrafo dall’Eruditissimo Autore; poi sono ammonito a non portare argomenti che sembrino poco pertinenti alla causa. E certo sono contento delle lodi. Infatti lo fa, com’è solito, non per merito mio, ma per amicizia. Ciò su cui mi ammonisce è già stato curato. E così non dubito che in seguito si farà il fine dell’ammonire (lo scopo dell’ammonizione). Spero anche di ottenere dalla sua umanità e indulgenza che non si lamenti del fatto che prima che il suo

 

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……non dirò con i libri (?) del VI, del VII, dell’VIII, del IX o del X, ma neppure di uno scrittore del XV sec.. Infatti, se fosse, certo non sarebbe stato omesso da questo Desensore/Defensore, tanto erudito tra i Civitonici. E tuttavia, questo Defensore, pur non avendo alcun documento del suo tempo dice impudentemente che :<< nessuno è tanto ignaro delle storie dell’età più recente. Cosa significa allora quello che aggiunge, che c’è stato in quella città una Cattedra Vescovile prima che quella città fosse costruita? Non ha la fede di Civita Castellana avuto la sua origine solo allora, quando dopo molte vicende ristabilitasi questa città, fu chiamata dal nome di Città Castellana.

Forse lì c’era una cattedra vescovile, quando non c’era città alcuna? Infatti se c’era una città, perché dire che li c’era una cattedra prima che la città fosse ristabilita? Ma c’era stata, dirà, una città un tempo e poi aveva avuto un Vescovato: distrutta per le guerre, dopo alcuni secoli fu ristabilita. Il sostenitore (di tale tesi) assume quante cose impossibili!

(1)- sostiene che quella era stata; (2)- Un tempo; (3) – allora, certo un tempo, (sostiene) che aveva avuto un vescovado.

Infatti chi potrebbe credere che ci sia stata (una città), non essendoci resti alcuni presso i Civitonici e vestige dell’antica città; monumento alcuno, infine nessuno dei vecchi scrittori che abbiano affidato alla memoria dei posteri alcunché? Ormai la voce “Olim” (=un tempo) , con quali termini sarà definita? Ecco Olstenio, che questo Patrono dei Civitonici poco dopo chiama a testimone, riporta la distruzione di Falerii Veteres (a quei tempi), che precedettero l’età di Ovidio, sulla quale cosa certo vedrò poi. perché? forse il Difensore dirà che i vescovi furono a Civita prima dell’età di Ovidio? certo a quel tempo non aveva iniziato a farsi sentire neppure il nome dei Cristiani. Ciò che aggiunge il Difensore sulle città di cui sono mutati i nomi col passare del tempo, non è simile. Infatti l’antichità di quelle risplende dagli antichi monumenti; al contrario l’antichità di C. Castellana che quello vanta, non risplende da monumento alcuno. Che se anche quelle città fossero prive di quei monumenti, certo la loro antichità sarebbe da noi negata, come lo è allo stesso modo quella di C. Castellana.

Veramente il Difensore dei Civitonici scrive di avere a disposizione dei documenti, con cui può dimostrare che la città un tempo era situata in quel luogo, dove poi fu fondata C. Castellana. Ma (dice) che quella città era né Veio né Fescennia. Ciò lo conoscevo già. Ma mi meraviglio che i Civitonici difendano aspramente e ostinatamente che prima Castrum Felicitatis poi Fescennia, poi ancora (rifiutata quella opinione) Veio furono in quel luogo, dove poi fu costruita C. Castellana, e (mi meraviglio) che abbiano scolpito ciò su pietre e che abbiano curato che fosse tramandato alla sempiterna memoria degli uomini, e che, improvisamente mutato parere, dicono di occupare il luogo di Falerii e di preferire essere figli dei pronipoti dei falisci.

 

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Sarebbe grave per il Mazzocchio e per Paradisio, se vivessero, vedere i propri cittadini, che quelli, intraprese tante fatiche e scritti tanti libri contro Volaterano, Biondo, Leandro Alberto, Massa, Cursio, nardinio, e altri, odiato Dionisio di Alicarnasso, li avevano fatti Veienti; certo con mirabile methamotasi (?), per così dire, li hanno improvisamente fatti Falisci; e si sarebbero fatti anche Geti, Seri (?), se piace, solo per non sembrare cedere agli Ortani il principato della Cattedra. Ma temo, che con questa tanto grande volubilità e incostanza dei loro patroni e dei Defensori nell’indicare i nomi dell’antica città che vantano i Civitonici non possono vedere quella stessa città. Infatti penso che tra sentenze tanto discordanti, credo che nessuna sia più vera dell’altra. Certo, nel frattempo, io ricevo ciò che il Difensore mi dà ulteriormente su Fescennia e Veio. Arrivo ai falisci, la cui città era chiamata Falerii o Falerium. <<E’ vero>> dice il Difensore, << che l’odierna C. Castellana è l’antica Falerii ovvero Falari, e che la stessa chiesa civitonica era la chiesa Falaritana>>. Ed io dico che tutto ciò, che rgli dice essere vero, è falsissimo, poiché è stato dimostrato da me nel cap. V del libro “Sull’Antichità dell’Episcopato Ortano” e sarà ancora dimostrato e anche con la confutazione di quell’argomento, che il Difensore dice risplendere “fermo e chiarissimo”. Consideriamo dunque ciò che dice. <<Di questo fatto – dice – c’è una prova sicura e chiarissima, che postulano vicina alle regole dell’arte della critica, concordo con tutti gli scrittori>>. Di quali scrittori parla? Nuovi, credo. Infatti non ricorda alcuni dei vecchi. Veramente, chi insegna a domandare/richiedere ciò come arte critica perché si abbia al posto di una grande prova il consenso di nuovi scrittori, che non seguono i vecchi, su un fatto tanto antico?

Forse che la stessa arte critica non dice che sia falso o dubbio, ciò che i nuovi scrittori stabiliscono su cose antiche, se sono privi di antiche testimonianze , con cui mostrano di non aver stabilito ciò a proprio arbitrio? Ma ci sarà chi infine desidera sapere quali scrittori enumeri? Ecco Olstenio, Berretta autore di una dissertazione Geografica, che prende informazioni da Olstenio; Arduino, che però parla non di Falerii, città dei Falisci, ma di non so quale immaginaria città Falisca; Papebrochio, che non allontana da Arduino; infine Fontanini, tanto lodatore di Olstenio, quanto seguace fedelissimo in questa cosa.

E indicare le loro testimonianze, di cui nessuna è più antica di un secolo, è (significa) disprezzare la fatica e il buon ozio. Infatti non mi curo di cosa questi abbiano scritto; ma di cosa abbiano scritto, fidando nell’autorità degli antichi. Tuttavia, agli antichi testimoni (quelli avrebbero potuto guardare) che non tramandarono mai nulla di simile. Invece far in modo che qualcosa di questo genere abbia il valore del consenso di nuovi autori Perché? forse con questi 5 elencati, tra cui non c’è certo il consenso pensa neppure parlando fu udito che la totalità degli scrittori è costituita da questi 5, cosicché debba essere stabilito che tutti approvano ciò che loro asseriscono. Infatti Mazzocchio, Casbalio, Paradiso, di cui poco prima s’è fatta menzione, sostengono che Falerii e non Veio  aveva occupato il sito di C. Castellana. Dunque, non è tanto grande quel consenso degli scrittori recenti, che il Difensore reputa essere l’argomento più famoso della sua tesi. E

 

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tuttavia il Patrono dei Civitonici, quando ricordò quei 5 scrittori (sebbene fossero di più, non mi turberebbero affatto) sia come nuovi, sia come diffidenti dall’opinione degli scrittori più vecchi, come poi dimostrerò, conclude fiduciosamente così :<< Faleri è dunque l’odierna C. Castellana>>. Siamo presi in giro da un uomo famosissimo. Infatti, chi credereste che quello faccia sul serio, che quando incita all’arte critica, pecca tanto gravemente contro l’arte critica? Ora riprende Nardinio, come se abbia male interpretato la sentenza di Zonara e abbia stabilito che l’antica Faleri era stata distrutta da R. manlio Torquato. Veramente, vincerebbe, se può, il Difensore dei Civitonici.

1 – Cose vere sono tramandate da Zonara. Infatti ho una sospetta fede dello scrittore del sec. XII. 2 – Le parole di Zonara sono state riprese diversamente da Nardino, e Zonara stesso le ha accolte. Zonara infatti dice che in principio la città munita e sita su un monte era Faleri, che fu poi distrutta e in suo luogo fu costruita una città fortificata dai cittadini, facilmente espugnata. Tuttavia non tramanda affatto in che tempo la città fu distrutta, e quando ne fu edificata una nuova. E se Nardinio ha interpretato male la sentenza/opinione di Zonara è per il fatto che ha definito il tempo non definito da Zonara; che nello stesso errore sia il Patrono dei Civitonici, è necessario, perché qualcuno abbia riferito al tempo di Meodosio Junior la distruzione della medesima città, non dando Zonara tale definizione. << si deve credere piuttosto, dice, che, sopravvivendo la città di Faleri fino all’età di Teodoro, in quel tempo fu distrutta, quando Alarico venne per assediare Roma; fu allora che fu fondata la nuova Faleri >>. Io dovrei credere in ciò, neppure mosso dalla fede nella antica testimonianza di qualcuno (?) certo, dico che l’antica città di Faleri, che difendo essere Falari, era ancora salda fino al sec. XI e che non fu distrutta prima di allora, e lo dico confidando nell’autorità degli antichi.

Certo, un solo scrittore del sec. XII Zonara, che ho riportato sopra, narra che fu distrutta; ma come ho detto, nessuno narra in che tempo fu distrutta. Dalla citazione di Zonara, dunque, (che però io credo sia caduto in errore) quale sostenitore dei Castellanensi (abitanti di C.Castellana) sosterrà che Falerii fu viva fino al tempo di Teodosio? Se però un altro autore, non dirò antico, ma contemporaneo di Zonara, scrive ciò in qualche luogo, perché il sostenitore omette non solo la sua citazione, ma anche il nome? Forse si attribuisce un’autorità tanto grande, da pensare che gli siano concesse tutte le cose che dice, senza testimonianza? Che se reputa di essere pari a Pitagora, vorrei con forza che si persuadesse del fatto che non troverà Pitagorico alcuno, che concorda con quello che parta senza ragione, ancora in questo tempo. Sono di medesimo genere, che ora aggiunge.

 

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<<I Falisci –dice- dalla nuova città di Falari ( e già è falso dire questa nuova città) che avevano fondato in pianura (chi disse ciò a proposito della pianura? Neppure Zonara cfr.il suo passo che ho citato poco fa verso quella vecchia (né Zonara, né altri autori del suo tempo dissero ciò), cioè cerso C. Castellana, migrarono dopo alcuni secoli, verso un luogo più sicuro (dove Zonara o un altro autore dé bassi tempi (più recente) ricorda questa migrazione/ritorno? L’avrebbe ricordata Zonara, se fosse stato vero questo ritorno, essendo C. castellana dell’età dello storico e dsrebbe stata chiamata con questo nome) e circa nel IX sec. la medesima città antica fu detta C. Castellana>>. Anche questo un sogno. Infatti non c’è alcuno scrittore del sec. IX o X, che abbia detto che C.C. fu fondata nel IX sec. circa oppure chiamata con un nuovo nome. Alla fine  del sec. X nei documenti ecclesiastici c’è la menzione della città di Civita. ma non per questo consegue che non sia esistita a quel tempo Falari. Infatti c’è un illustre monumento fi Farfa, che ho descritto nel cap.VI frl libro “Sull’Antichità dell’Episcopato Ortano” a pag. 67, secondo cui gli abitanti di Falari nel sec. XI avevano una città e un giudice e che un Comes (compagno?) aveva presieduto la città di Civita Castellana. Ma lo dice anche Oltensio. Io considererei Oltensio uno scrittore recente e che non conferma nulla in tal genere di cose con l’autorità degli antichi.

II

III –Né con l’autorità di Strabone o di qualche altro scrittore antico si può dimostrare che la città di Faleri fu in quel luogo dove ora è C. castellana. IV – i Vescovi non ci furono nella falsa Faleri Veteres, cioè in C. Castellana prima del sec. XI. Non risulta che ci siano stati Vescovi prima di Giovanni a Faleri.

III – IlDifensore ancora continua e nel 3^ numero così dice :<< A dire il vero, che quella stassa città anche ora chiamata Falari e sorta dalle rovine dell’antica Faleri non è la stassa Faleri Veteres , che ora è C.C., si evince da tanto chiare testimonianze che non possono esistere dubbi>>. Tutto falso. E’ falso. 1) che si possa mostrare con chiare testimonianze e indizi che << Falari nacque dalle rovine di Falerii Veteres>>. In quale modo è dimostrabile, tacendo gli storici antichi e i Geografi, anzi, opponendosi, come ho indicato nel cap. V del libro “Sull’Antichità dell’Episcopato Ortano”? In 2^ luogo è falso che “ è noto che Faleri Veteres era nello stesso luogo, dove ora è C.C.”.  Consideriamo se quegli argomenti siano tanto chiari e lampanti. <<Abbiamo consultato – dice – antichi scrittori, che ci descrivono Faleri antica; loro stessi ci guidano verso C.C.>>. A questo volevo arrivare. Ma quanto temo che – contro la volontà del Difensore dei Civitonici – ci conducono altrove!

 

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Provocherò/farò certo un pericolo. Penso s Strabone. Benissimo. <<Strabone – dice – abbiamo un autore che dice che l’antica Faleri era vicino alla via Flaminia tra Otricoli e Roma. Ugualmente collocano l’Aequum Falisco sulla via Flaminia, tra Otricoli e Roma. Ci sono molte cose errate.

1)      – Il Difensore scrive fiduciosamente che l’Equo Falisco è nominato da Strabone. Ma i “Codici” di Strabone riportano le parole  (=Oeacu Sumbaliscon),  e che parole siano o che cosa significhino, certo non si può capire.

2)      – Dice che “Equo Falisco” fu una città, che nessuno ha tramandato, storico o geografo.

3)      – Confonde “Equo Falisco” con “Falisca” o con “Falisco”, cosa che non fa Strabone.

4)      – Confonde tra loro “Equo falisco”, “Falisca”, e Faleri, avendo stabilito il contrario anche Strabone. Quell’antico geografo infatti (cfr. l.V p.345) distingue Faleri da Falisco, nel brano in cui descrive varie cittadine dell’Etruria :<<Dopo queste, infatti, dice, ci sono numerose cittadine Blera, Ferentino, Faleri e Falisco>>.

5)      – Falisco e Faleri erano sulla via Flaminia, ciò che mai ha detto Strabone. Infatti Oeacu Sumbaliscon, come tramanda il geografo, era sulla via Flaminia, come intendono Cluverio e un nuovo interprete di Strabone, non tramanda però che Falisco e Faleri erano sulla via Flaminia sebbene non sia situata neppure C. Castellana sulla via Flaminia, poiché dista da quella via circa 2 miglia, secondo la testimonianza di Olstenio. E certo non posso ammirare la scelta di Olstenio, il quale si è persuaso con vuote congetture che in quel luogo, dove ora è sita C. Castellana, c’era l’antica Faleri, per poter accordare quelle parole di Strabone “sulla via Flaminia” con la sua opinione; stabilì che Cluverio nel tradurre se le medesime parole sia stato troppo scrupoloso e ritenne che al posto delle parore “sulla/in Flamina” si dovesse scrivere “ad=vicino/presso la via Flaminia”, in cui c’era stata anche Faleri, pur non avendo trattato di Faleria Strabone. E certo questo è deviare/interpretare a proprio piacimento i brani degli antichi scrittori.

6)      – Essendo Strabone l’autore, sotiene che Equo Falisco era sito sulla via Flaminia; sebbene Strabone abbia detto che Oeacu Sumbaliscon era sito sulla via Flaminia per l’opinione di altri, non per la sua, come ho notato nella nota precedente.

7)      – Sebbene Strabone abbia detto che Equo Falisco sia “sulla via Flaminia” ovvero “presso la via Flaminia” e lo stesso Equo Falisco sia la città di falisca, non ne consegue però che Falerium fosse sito sulla via Flaminia ovvero presso la via Flaminia.. Infatti Strabone, come s’è visto, e Solino e altri, a parte Falerium, ricordano un’altra città dei Falisci, cui era il nome di Falisca o Falisco. Perciò se si concede, autore Strabone, che Falisco o Falisca era sita sulla via Flaminia, non è lo stesso di Falerium. E a proposito, si deve riprendere Arduino, che reputa che Falisca e C. Castellana siano la stessa città

 

Manca la foto 4448 pag. 14/15

 

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……e sopreattutto da quelli, che pubblicarono te tavole topografiche della Pontificia Dizione (?????), molto ben delineate. “Ma proseguiamo – dice – Noi portiamo le tavole itinerarie, in cui sono segnate 12 miglia di distanza da Faleri a Castro Amerino, che lo stesso Cluverio intende riconoscere in Bassano. E da Bassano a C. Castellana sono contate 12 miglia di distanza”. Per Ercole avrebbe fatto bene a portare  quelle tavole itinerarie! Infatti, se Bassano coincide con castro Amerino, crollerebbe qualsiasi cosa è stata detta da lui su C. Castellana. Infatti non 12 miglia, ma 15 miglia sono segnate da Civita a Bassano, come è in tavole geografiche più accurate di quell’età e specie di quelle realizzate da Boscovichio, uomo erudotissimo; di contro ci sono quasi 12 miglia di distanza tra Falari e Bassano e 9 da Bassano ad Amelia, come mostra la tavola Peutingeriana. Faleria, dunque, e non C. Castellana è quella Falerium, che si ricorda nelle tavole itinerarie.

Tralascio ora le tavole e passo a Plutarco. <<Plutarco – dice – con molti altri autori antichi ci testimonia che l’antica Falerium era per natura massimamente munita e sita su un alto monte dove difficilmente si poteva accedere>>. E, nel citare Plutarco, cita non solo la pagina 133 dell’opera, ma anche l’Ed. parigina del 1624. Ora io chiedo la fede dei lettori. Scongiuro che siano presenti, conoscono, comprendano in quali modi il patrono dei Civitonici abbia ingannato lo stato dei letterati, gli Ortani e gli stessi suoi Civitonici.

Nel tomo I stessa pagina, Plutarco scrive in questo modo:<< E assedia (?) la città di Faleri munita, e ben fornita di tutto quanto necessario alla guerra>>. Dove mai c’è da parte di Plutarco la menzione di un “monte alto” o almeno di un “monte”, o di “una città” munita per natura”? Chi dunque penserà di poter credere poi a questo, che si appella come a un testimone a Plutarco tanto fiduciosamente e tanto falsamente? Di nuovo implora la fede di Zonara, da cui respinge che sia detto che una nuova Falerio sia stata costruita in pianura. Ma quel cronografo non ricorda pianura alcuna, come poco prima s’è dimostrato. Sebbene l’autorità di Zonara non sia maggiore di quella di Cencio Camerario. Perciò, come il Difensore non concorda con Cencio, scrittore del sec. XIII che dice che C.C. un tempo era detta Castrum Felicitatis, così non sopporterebbe a fatica, se io pure mi opponessi/rifiutassi Zonara, ora dopo quelle cose che aveva narrato sul “monte”, avendo affermato queste sulla “pianura”. Non dico nulla su Smezio, da cui il Difensore capisce che fu scritto che Faleria era stata fondata in una pianura amplissima. Infatti non sono mosso da quanto detto da uno scrittore tanto recente che i lettori tengono a mente ciò, questo voglio: i passi di antichi autori che il Difensore ha portato, sono tutti o corrotti o esagerati.

 

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IV – Stando così le cose, è necessario che cadano (le argomentazioni) che sono nel num. 4 sull’antica Falerium, che era stata nel luogo, dove ora è C.C.; sulla costituita cattedra episcopale di C.C., mentre era ancora fiorente l’antica Falerium: sul Vescovo Giovanni Falaritano del sec. VI, Antistes, conclude con parole corrotte e false. Sono infatti o non simili al vero o del tutto false e minimamente conseguenti.

Ma cos’è ciò che poi riporta come attestato e certo? << certo, come è comune opinione, l’antica Falerium non è stata distrutta prima del V sec.>>.

Dove mai legge ciò, se nopn nel libro del Fontanini? E infatti Olstenio, certo il principale tra quei 5 scrittori, con cui prima il Difensore aveva delimitato la totalità degli uomini dotti, scrive che l’antica Falerium è stata distrutta dalle fondamenta prima dell’epoca di Ovidio, accetto il tempio di Giunone con il bosco, come è stato dimostrato prima, p.4 nella nota 7. Gli altri 3 non stabiliscono nulla sulla cosa. Perché? Per non rivendicare che l’opinione comune è costituita dalla testimonianza del solo Fontanini? Così credo. Infatti continuamente aggiunge :<<Come mostra, tra molti altri, l’eruditissimo Fontanini. Chi sono mai i molti? Ne avesse ricordato almeno uno! Ma non nomina mai nessuno. Neppure quel Difensore tramanda con le testimonianze letterarie ciò che aveva desiderato, come a persuadersi che fosse vero e come se fosse vero.

Infatti, a parte Fontanini, che ha tentato di mostrare che l’antica Falerium non era stata rasa al suolo prima del V sec., sebbene io ne abbia letti molti non è stato possibile trovare allcuno scrittore. Orsù, dove mai  prova Fontanini che sia comune questa opinione sull’antica Falerium, per cui non fu distrutta prima del V sec. della chiesa? Certo tentò di dimostrare che F. non era stata distrutta prima del V sec.;ma non allo stesso modo che “questa era opinione comune”. Ma con quali argomentazioni infine Fontanini tentò di dimostrare quella sua convinzione su F. non distrutta prima del V sec.? Con le testimonianze di Plutarco e di Zonara. Tuttavia, essendo la testimonianza di Zonara alquanto modesta e tradotta piuttosto male da Fontatini e dallo stesso Difensore di Civitonici, alquanto contorta da vuote congetture, verso cui ora tendono i Civitonici, prima essendo stato da me dimostrato, non c’èalcun motivo per cui sembri opportuno dimostrarlo ancora.

Ma cfer. Fontanini, lib.7, cap. IV-V dell’opera “Sull’antichità di Orte” :<<In quel tempo – dice – sia stata distrutta la città di F. e edificata quella di Faleria, non è lecito definire, poiché Zonara non ha detto ciò>>. Questo forse significa dire una opinione comune su F. non distrutta prima del V sec.? Ancora, secondo Fontanini, il fatto che “non si può definire con certezza”, con quale sfacciataggine il Difensore lo usurpa come sicuro e come lo va valere come una opinione comune?

Segue Fontanini :<< se non sul decadere dell’impero, dopo quelle crudeli persecuzioni, io credo che sia stato fatto>>. Forse che dunque l’espressione “Fatcum opinor” (=credo che sia stato fatto) che Fontanini ha detto, è stata confermata continuamente da una opinione comune?

<<Infatti non mi soffermo – dice Fontanini – su Famiano Nardinio, uomo per altro esperto d’antichità, mentre nel libro intitolato “L’antico Vejo” accetta così le parole di Zonara , anche se dicesse che F. fu distrutta da T. Manlio Torquato, e mostrando infine in modo splendito la parola  (=dopo), che dallo storico è tramandato che quella distruzione accadde lungo tempo dopo Manlium, che sottomise quella città nel 512>>. Certo una debole argomentazione. Come se la parola greca  (usteron) non sia usata per lo più al posto di “deinde” (=dopo/poi); e

 

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Certo, una vuota argomentazione, che Fontanini ripete dal Martirologio di Usuardo (?) Infatti un passo di Usuardo tratto da “Il giorno precedente le Idi di Agosto” dice :<< Passione di Graciliano e della vergine Felicissima della città di Falari>>. Fontanini però non sostiene che si debba leggere Phalari, né Falari 8come postulava il codice, che egli stesso aveva avuto nelle sue mani), ma Faleria, ciò che così Baronio il Grande nelle note delle testimonianze di C.C.. Ma Baronio non indica quanto siano antiche quelle testimonianze, per dimostrare che quella lezione doveva essere preferita a quella/diffusa/volgata che si trova nei codici di Usuardo. Ma si consideri pure che si debba leggere Faleria : forse non chiamano Falarim quella stessa città, sita sulla via Amerina, che l’autore della Tabula Peutingeriana chiamò Falerias?

Noi deduciamo ciò nel libro “Sull’antichità dell’Episcopato Ortano” (cap.V,pg.59); vedi pure il Frammento della “Tavola Peutingeriana” (nello stesso libro, cap, VI,pag.66). Che cosa dunque impediva che Falaris fosse chiamata Faleria da Usuardo o dall’autore di quei (famosi) Monumenti Civitonici, essendo chiamata Faleri dall’autore della Tabula e chiamando gli antichi l’antica città dei Falisci non Faleria, ma Faleri?

Confronta il libro “Sull’antichità dell’Episcopato Ortano”, (cap.V, pag. 59) c’è una simile argomentazione, che porta a termine il Fontanini. Infatti sia che chiamino la città Faleri, sia Faleria, importa poco. E’ chiaro infatti che Falari era chiamata Faleri nel sec. V. E questo è detto perché chiunque capisca che Fontanini non ha dimostrato nessuna di quelle cose che era necessario dimostrare su C. Castellana; e che ha sbagliato poi il Difensore dei Civitonici, quando scrive a Pag. 10 :<<Come prova fra gli altri molti l’eruditissimo Fontanini>>. Io, del resto, credo che la città di faleri sia stata sempre nello stesso luogo e anche Falari; e che poi sia stata ridotta da una città fortificata/munita in una cittadina già fin dai tempi di manlio e che così sia rimasta fino ai tempi di Strabone, Giuliano, Ammio, Eutropio, Teodosio, Giornandi(?) e ancora nei tempi posteriorial sec. XI. Cfr l’opera “Sull’antichità dell’Episcopato Ortano), cap.V, sgg.

Mi meraviglio inoltre che sia stato detto tanto facilmente dallo stesso Difensore che la città di Faleri non è stata distrutta prima del V sec. e che Fontanini ne sia stato chiamato testimone. Fontanini infatti scrive – come sìè visto – che “Faleri è caduta fatalmente” prima del 363; è necessario che sia stata distrutta prima del V sec..

Tralascio ciò che il Difensore conclude sull’Episcopato Civitonico a partiree da altre parole di Fontanini, in parte foggiate dal sommo uomo, in parte mal costituite – come s’è dimostrato – di Faleriorum trasformata in Falerium. Infatti ciò che è stato mal guidato a partire da cattive premesse, precipota (?) per sé e non ha bisogno di orazione alcuna.

III

V – La Cattedra Vescovile Civitonica non è l’antica cattedra Falaritana. VI, VII, VIII.  L’iscrizione del Vescovo leone, conservata a C.C., non può essere di alcun aiuto ai Civitonici.

V – Voglio che i lettori comprendano quanto sia liberale il Difensore dei Civitonici. <<Ma via – dice – (num.5) non si pretenda che l’odierna Città Castellana sia l’antica Faleria>> Certo con ingrati modi. Infatti la cosa è stata fatta << E questa poco meno che universale sentenza non abbia per ora luogo>> (dopo le virgolette interviene il Mamachi e commenta) non sarà neppure una sentenza universale, che è stata provata solo da 5 scrittori, a stento, anzi, che non è stata neppure a stento dimostrata? <<sia stata pure,

 

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se così piace, o l’antico Vejo o l’antico Fescennio, anzi di più si creda nota né tempi di mezzo dalle rovine della vicina Falari, come ha supposto Antonio Massa>> - Non approviamo niente di ciò. E che perciò si avrà forse ancora difficoltà di concedere almeno che la Cattedra Vescovile di Città Castellana fu l’antica cattedra Falaritana? C’è dubbio? Infatti ciò è quello che nego recisamente.Cfr. il mio libro “Sull’antichità dell’Episcopato Ortano”, cap.V, pg. sgg e cap. Vin. III,pg.66,67,68,69  e 70. <<Ma la forza della ragione non permette di porlo in controversia>>. Quali sono queste ragioni? Le presento!

<<La universale e il consenso mai contrastato>>. Qual’è  questo consenso degli scrittori? Li ha enumerati 5 o al massimo 8 scrittori nuovi, che hanno scritto ciò. Ma noi consentiamo con gli antichi scrittori e non con i nuovi. Che se Tenderini, vescovo dei Civitonici afferma che l’Episcopato Falaritano è svanito, in quali documenti, che i Civitonici hanno raccolto?

<<Ma Falari è vicina a Civita Castellana>> Lo ammetto. Dunque si deve credere e aggiunge: << O che la sede Falaritana fu trasportata fuori Diocesi o che sia stata tresferita a Civita Castellana>>.

Nin si deve credere a nessuna delle 2 cose. Infatti c’è una 3^ ragione. La Cattedra Falaritana fu soppressa e fu completamente eliminata e fu eretta la nuova cattedra di C.C.. Afferma ulteriormente ciò, in quella testimonianza che poco fa ho indicato, Tenderini un tempo Vescovo dei Civitonici. Dice infatti che l’Episcopato Falaritano è svanito e che è stato istituito quello nuovo, civitonico; ma non è chiaro in quale tempo. E chi mai oserebbe negare che la città di Ferento sia stata vicino a Viterbo? Infatti lo dimostrano chiaramente i suoi ruderi. Che cosa ne dovremmo dedurre dunque? Forse che l’Episcopato Ferentano sia stato trasferito a Viterbo o altrove? Niente affatto. Infatti, se ciò fosse accaduto, ci sarebbe una qualche testimonianza di ciò. Tuttavia, dalla lettera di Innocenzo III°, che ho descritto nel cap. VI pg.70 dell’opera “Sull’antichità dell’Episcopato Ortano”, se è stato concesso un qualche privilegio alla chiesa a Viterbo, questo si comprende tutto non dalla Cattedra Ferentana traslata a Viterbo, che era stata completamente eliminata, ma dalla “Speciale unione” della chiesa Viterbese con quella Tuscanese; ci furono certo benefici dalla Sede Apostolica.

<<Ma l’argomento decisivo – dice – e che riduce la cosa all’evidenza, togliendo di mezzo ogni difficoltà è questo>>. Chi non teme “argomenti decisivi” di ogni genere e che “tolgono” ogni difficoltà? Ma sentaimo di cosa si tratta. <<Abbiamo – dice – un monumento Ecclesiastico somministratoci dal Concilio Romano dell’anno 1033, in cui il Vescovo Benedetto si sottoscrive così:<<Benedictus Episcopus Faloritanae e Castellanae… (Benedetto Vescovo della cattedra Falaritana e Civitonica…). Io però nego che questa iscrizione sia autentica. E se lo avrò dimostrato, subito svanirà la forza di quell’argomentazione decisiva. In che anno Benedetto ha sottoscritto (quel documento?). Nel 1033, dice. Da dove si ricava? Dagli Atti del Concilio Romano sotto Benedetto IX°. Infatti sostengo che gli Atti di quel Concilio, che il Difensore ha trovato, non si trovino nelle Collezioni di Sinodi Labeona, Aurduiniana , Veneta. Ughellio chiama il “privilegio” di Benedetto IX°, mentre il Coleto (chiama) Bulla (=Bolla) quella sottoscritta da Benedetto.

 

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e non Synodo. Ma in quel privilegio è segnata (?) la IV Indizione che risponde agli anni 1037 e 1038 e non al 1033. Ma – dirà il Difensore – non è potuto affatto accadere che questo Privilegio sia stato scritto nel 1038 per Pietro, Vescovo di S. Rufina. Pietro infatti era morto nel 1035. Perciò poiché l’anno della morte di Pietro impedisce che tale Privilegio si possa riferire al 1038, si deve riferire al 1033 e al posto della VI Indizione si deve indicare la II? Così – dirà – piacque ad Ughellio e a Ballandiani. Io però mi chiedo non che cosa scrivono Ughellio e Ballandiani, ma a quale testimonianza si riferisce, che è ritenuta importantissima da Difensore, C’è davvero bisogno di tante cose?

Il Privilegio non potè essere scritto né nel 1033, né nel 1034 o nel 1035, quando infine Pietro morì. Infatti dal 1015 al 1037 fu Vescovo Falaritano Crescenzio, come è stato dimostrato nel libro “Sull’antichità dell’Episcopato Ortano”,cap. VI, pag. 68.

Avendo infatti occupato Crescenzio la Cattedra Falaritana dal 1015 al 1037 come avrebbe potuto diventare Vescovo della chiesa di Falari e di Civita Benedetto nel 1033 e sottoscrivere il Privilegio?.

Ne consegue allora che o il Privilegio è falso o è falsa la sottoscrizione di Benedetto. Stando così le cose, “l’argomento decisivo del Difensore” non porta forza alcuna (Cfr. “Sull’antichità dell’Episcopato Ortano”, pag.69).

VI-VII-VIII. Le cose che poi il Difensore disputa contro Domenico Giorgio, non ci riguardano. Noi infatti abbiamo rifiutato recisamente nell’ultimo cap. del libro “Sull’antichità dell’Episcopato Ortano” l’opinione di Giorgio che sostiene che Castrum Felicitatis e C. Castellana siano la stessa città. Nel num. 8^ il Difensore dei Civitonici sta pere considerare (va considerando) l’iscrizione di leone, Vescovo di non so dove, descritta an n.6^ e in cui c’é la menzione certamente di Falari, ma non di altra città o cittadina. Senza porsi dubbio alcuno, dice :<< veniamo ora al poc’anzi riferito monumento del Vescovo Leone, in cui si legge egli aver “ristorata la chiesa di S. Maria di Città di Castellana” ed arricchita di molti fondi. Mi appello alla fede dei lettori. Leggano e considerino se la “chiesa di C.C.” è ricordata il quel monumento. C’è infatti quel monumento, come fu descritto dal Difensore, di tal genere:<<┼ Beata Madre di Dio sempre Vergine Maria, per te il Vescovo Leo(ne), uomo indegno, riparò i tuoi doni, donandoli tu in abbondanza; e se q.no tra i nostri successori, che verranno dopo di noi, li vorrà alienare/cedere, sia anatema (=scomunicato) e sia scomunicato dai Tribuni o compagni del Clero, o dal Popolo, che avrà consentito>>.

Anno 871:

Fonto Cassiano indenne/integro; Fondo Statiliano indenne/integro; Fondo Mac…..(?) come è sempre stato (????) sotto il bagno con la mola e l’orto, che Padeuntes (?) tutto indenne. L’oliveto nel fund. …(???)…. In Falari fund di Terrano di 8 once; Fund Tibiliano di 8 once; fund. Marta di 8 once; fund Agellu indenne; fund Miliziano indenne; …..(???)

C’è almeno una parola, che indichi C.C. o la restituita chiesa in C.C.? E stando per fare il Difensore quasi una cosa grata a questo documento addotto, Giorgio, aggiunge:<<Io concorro ben volentieri a credere……>>.

 

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 Con Monsignor Giorgi, che il Vescovo Leone risiedette nella città Castellana>>. Non dubito che egli creda ciò volentieri. Ma non capisco questo: in che modo possa dedurre ciò da quell’iscrizione, tanto da crederci. Infatti il Vescovo Leone non afferma in quella di aver abitato in quel luogo, dove rispristinò la chiesa. Forse che questa 1^ chiesta era stata rispristinata dal Vescovo e fin dalle fondamenta arricchita in una qualsiasi parrocchia della Diocesi, in cui quello non risiedeva? Perché? Se io negassi che quella iscrizione riguarda la chiesa Catedrale di Civita? Domenico Mazzocchio nel libretto intitolato “Supplemento a C. Castellana” pag.35, Ed. Romana, anno 1663 racconta in che modo fu ritrovata e dice :<<E’ stata ultimamente ristrovata dal nostro Vescovo, Mons. Altini, che per la sua pità prese ad illustrare la chiesa di S. Chiara di detta Civita Castellana, con arricchirla del glorioso corpo di S. Paolo Martire e di altri devoti ornamenti, nel demolire un altare vi trovò sopra la mensa un’antica lapide, nel cui rovescio del piano di sotto erano lettere incise ed osservatele di qualche considerazione la fé portare al suo Vescovato d’onde “Forse prima era stata tolta” e benchè non vi si esprima “né la città, né il tempo” nondimeno per essersi trovata in Civita ed esprimivisi (?) molti siti e circostanze di questo territorio, è certo che fu una lascita, donazione o ricuperazione fatta alla nostra chiesa di S. Maria da un tal Vescovo Leone. Dopo che Mazzocchio comprese che questo Leone era ignoto a Ughellio, riporta quell’iscrizione :BEATA DEI GENITRIX (di cui sopra). Dunque non fu trovata nella chiesa principale di S. Maria di C.C., ma fu trovata rovesciata nell’altare del tempio di S. Chiara, al posto della mensa. Con quale libertà il Difensore sostiene che l’iscrizione appartenga alla Cattedrale di C.Castellana? Dirà che dalla Cattedrale è stata traslata nella chiesa di S. Clara. Provi questo, se può, o dalla stessa iscrizione o da qualche altro monumento e testimonianza. Perché non diremo piuttosto che fu traslata dalle rovine della vicina “Falari” a C.C. e che apparteneva al tempio di S. maria Falaritana?

Infatti: 1 – Nell’iscrizione c’è la mezione di Falari, mentre di C.C. o del luogo in cui sorge, chiamato con qualsiasi nome, non c’è menzione.

2 – Non c’è nessuno degli scrittori, nessun monumento del sec. XI, da cui si può dimostrare che C.C. si fosse iniziata a costruire prima del X sec. o che nel luogo in cui ora sorge ci fosse un tempio.

3 – E’ di gran lunga più credibile che le pietre fossero state traslate dalle rovine di una città vicina per costruire gli altari di S. Clara, che da un tempio integro di C.C.

Ma oppone il Difensore che siano indicati nell’iscrizione i fondi che spettano al territorio civitonico. Ma chi non potrebbe vedere che quei fondi apppartenessero al territorio di Falari, prima che Falari fosse stata distruta? In verità quella pietra e quell’iscrizione potrebbero  appartenere alla chiesa di S. Maria, nome con cui anche ora è chiamato il tempio di Falari; quando e come da quella concluderà il Difensore che il Vescovo che curò che fosse compiuta, fu Leone, <<uno dei primi Vescovi, che aveva traslato la cattedra Episcopale Falaritana e che stabilì la sede a C.C., città che non molto prima era rinata dalle rovine di Falari?>> A quali rovime fa riferimento prima del sec. IX? Non è stato forse dimostrato da me, sulla base di un diploma di Farfa, che Falari non era stata distrutta nell’XI sec.? (Cfr. il libro “Sull’antichità del Vescovado Ortano”, pag.68).

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IX – Dalla falsa sottoscrizione di Benedetto di Falari i Civitonici non possono trarre nulla, che sia a sostegno dell’antichità della loro Cattedra.

X – Non c’è nessun monumento, che possa dimostrare che ci sia stato uno degli Antistites di Falari, che si chiamava Vescovo di C.C..

IX – Il Difensore ritorna alla sottoscrizione del Vescovo Benedetto di Falari, che noi abbiamo dimostrato poc’anzi al punto 5 essere falsa. E molti (sono) gli esempi ddi chiese – come dicono la Sarzanense, la Niciense e la Cajonetana con cui dimostra che fu compiuta una traslazione da una ad un’altra città, così da assumere i Vescovi il titolo di entrambe le città nelle sottoscrizioni. Ma questo da noi non è mai stato negato. Neghiamo solo questo, circa gli Antistiti di Civista. Infatti oltre alla falsa sottoscrizione di Benedetto, non possono portarne nessun’altra, da cui dedurre che i Vescovi di quella città si chiamavato Falaritani e Castellanesi (=Civitonici).

X – Come decima considerazione, dice che furono attivi altri vescovi prima di Benedetto, che avevano trasferito la Sede di Falari a C.C. e che furono detti Castellanensi. In 1° luogo, dall’iscrizione di Leone, di cui abbiamo detto molto precedentemente, e che dichiara di essere stata compiuta nell’871, si può dedurre che lo stesso Leone avessela sede a C.C.. Ma è un errore. Infatti a proposito dell’anno, è falso o dubbio. Infatti il Mazzocchio non dice che sia stato notato l’anno nell’iscrizione [Lec. indic. p.38 “gli anni del Signore, che non sono …..].

In 2° luogo, quell’iscrizione, come sopra s’è dimostrato, riguarda la chiesa di S. Maria Falaritana, non una chiesa di C.C..

In 3° luogo, il Vescovo Leone non si chiama Castellanense. Ma Crescenziano – dice il Difensore – fu detto Vescovo di C.C. nel X sec., come consta dagli Atti della traslazione dei corpi dei Santi Abondio e Abondanzio. Io ho mostrato già nel cap. V dell’opera “Sull’antichità del Vescovado Ortano”, pag.62 che cosa penso, sia su questi Atti, sia su Crescenziano. Ma poiché l’avversario si spinge a questi Atti, allora si devono spiegare nu po’ più accuratamente.

Dico dunque che dopo molto tempo da che i corpi di S. Abondio e Abondanzio furono traslati a C.C., furono descritti da un Civitonico, che avendone visto la menzione in un monumento della fine del X sec. e frll’inizio XI del VescovoCrescenzio, pensò che fosse stato un Vescovo Civitonico. Infatti nel XIII o XIV sec. in cui visse il “Cucitore di Atti”, non c’era neppure il nome dell’Episcopato Falaritano. Perché invece egli pensi che sia vissuto nel sec. XIII o XIV, lo permettono certe favole, con cui il Cucitore stesso di Atti si dilettò, favole che certo non avrebbe potuto essere dette da un autore contemporaneo, se non per l’udibrio. Perché infatti? Chi pensi che non debba avere il luogo di storia, ciò che egli scrive “ dall’immagine della Beata Teodora, dove era stata dipinta, cominciò a defluire acqua, affinché anche i sacerdoti, che lì celebravano veglie, avessero potuto lavarsi da quel volto….. e subito sbocciò il fiore del lilium”. Dell’altare inoltre, che quell’autore di Atti dice essere stato costruito da Crescenzio(pag.31), non c’è traccia alcuna nella Cattedra Civitonica.

 

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Infatti tutte le testimonianze di quella chiesa, che perquisì il Vescovo civitonico Tenderini e che propose alla Sacria Congrecazione del Concilio, come è evidente dall’Appendice dei documenti civitonici, non sono più antichi del sec. XIII. Perché? Perché lo stesso Crescenzio, sootoscrivendo il Concilio del 1035 e del 1037 non si chiama vescovo Castellense, ma falaritano? Cfer.l’opera “Sull’antichità del Vescovado Ortano”, cap.V,pg.62 e 68 del cap.VI. Forse ignorava Crescenzio, essendo Antistite egli stesso di quella chiesa, (sfocato e illegibile ?????). Che anzi si deve capire che dallo stesso scrittore degli atti Castellanensi Crescenzio era detto Vescovo, ma che quello era stato a capo della chiesa civitonica. Infatti se nella sua giurisduzione, o in quella della Diocesi Civitonica, c’era un quartiere (sfocata ?????).

Chi infatti nega che E.G., Vescovo Ortano, era a capo della chiesa di Soriano e di Vasanello, sebbene quelle non fossero chiese incluse nel numero di quelle dette Cattedrali? Resta dunque il fatto che (1) – Crescenzio era stato Vescovo Falaritano, come lui stesso si chiama, ma non lo fu dei civitonici, come è detto dall’autore dei favolosi “ Atti della traslazione dei corpi di S. Abondio e Abondanzio”. (2) – Non c’è alcun motivo, per cui si pensi che Crescenzio sia tornato nella città di Civita. Infatti c’era ancora Falaria, come consta dal monumento di Farfa del sec. XI, che io lodai p.67 del libro “Sull’antichità del Vescovado Ortano”. Però allora per caso, quando Crescenzio otteneva l’Episcopato, cominciò ad essere edificata C. Castellana. Non c’è infatti nessuno tra gli antichi scrittori, che la ricordi. Stando così le cose, al Difensore dei civitonici non è lecito chiedere nulla al “cucitore” degli Atti della traslazione dei corpi di S. Abondio e Abondanzio. Ma ggiunge il Difensore :<<se egli ancora non stava a C.C., ma in Falari, e perché mai portar volle i corpi del Santi Martiri a C.C. piuttosto che in  Falari, dove era proprio la sua Cattedrale?>>.

Domanda sottile, né troppo degna del Patrono dei civitonici. In verità in questo tempo (illegibile????) non nelle proprie Cattedrali, ma in altre chiese della città, dove risiedono, o dei villaggi e città fortificate della propria Diocesi (illegibile?????) ed ecco in conseguenza fin da quel tempo la Sede Falaritana non soppressa, non distrutta, ma trasportata in Civita Castellana.

 

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XI – Il Difensore dei civitonici non avendo potuto dimostrare che la Sede Falaritana era stata trasferita a C.C., è necessario che ci siano false argomentazioni, che deduce dalla stessa finta traslazione .

XII – Perciò non può dimostrare con alcun argomento che la chiesa Falaritana sia tanto vecchia, quanto egli stesso si persuade.

(XI) Se il Difensore non dimostra con qualche altra antica argomentazione che la Sede Falaritana era stata trasferita a C.C., la Cattedra civitonica deve essere annoverata tra quelle recenti. Non c’è alcun monumento infatti che dimostri che la Cattedra Falaritana fu trasferita a C.C. e non ci fu nessun Vescovo, come fin qui abbiamo dimostrato, che si dicesse “Falaritano e Castellense”. Dunque la Cattedra di C.C. si deve annoverare nel numero di quelle che furono di recente costituite. Infatti sappiamo che la Cattedra di Formia fu traslata a Gaeta; quella Viramadense e Naviomagense a Tornaco, quella Cemelense a Nicea, poiché o esistono documenti certi del trasferimento, o i loro Vescovi si chiamavano “Formiani e Caitani”; “Tornacensi, Viramadursi eNaviamagensi; Cemelensi e Niciensi” , ciò che ugualmente dimostra ilDifensore dei civitonici a pag. 18 e 19. Dunque, non esistendo documenti del trasferimento, e nessun Vescovo Falaritano dicensi Castellense, ne consegue che non si deve ammettere il trasferimento della cattedra Falaritana a C.C.. Perciò inutilmente aggiunge il Difensore :<<Acciocché si conosca, che la Cattedra Vescovile di Cittò castellana, che è la stessa della sede di falari in lei trasportata è una di quelle sedi si antiche, l’istituzione delle quali supera ogni memoria>>.

Ma ancora si devono annotare le parole che aggiunge ;<< Quindi non è ella (la chiesa Falaritana e Castellense) una di quelle sedi, delle quali ebbe a ridersi uno dei letterati più celebri dell’età nostra; le quali a forza di vari racconti e di favole bellamente tessute e colorite, sotto ancora lo specioso titolo di Atti di Santi Martiri e Vescovi coll’ambizione di farsi credere più nobili, perché più antiche delle altre, deducendo la loro origine dal I sec.>>. Cos’altro – scongiuro – ancora fa il Difenspre dei civitonici e cosa farà ancora, come vedremo, e con quante false testimonianze e Atti spuri di Traslazioni di corpi di Santi Martiri tenterà di dimostrare l’antichità della chiesa civitonica e reclamerà l’antichità della chiesa Falaritana dalla memoria degli Apostoli, scrivendo che la sua origine è immemorabile?>>.

Maffei dunque avrebbe deriso l’antichità della chiesa civitonica. Dunque il Difensore dei civitonici chiede ai suoi lettori, se reputino la Cattedra Falaritana più recente di quella Fidenate e Fornaiona. Infatti sebbene il 1° degli Antistiti Falaritani, il cui nome è ricordato nelle tavole Ecclesiastiche, si dice che sia un Giovanni, che visse sul finire del VI sec.; tuttavia crede che siani fioriti altri Presuli di quella città precedentemente i cui monumenti però sono caduti per l’ingiuria del tempo. Ma ciò non solo deve essere affermato, ma anche dimostrato sulla base dell’autorità stassa degli antichi, per ottenere l’assenso dei lettori.

 

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Sia pure piuttosto simile al vero che sia stata osservata l’abitudine degli Apostoli fino al tempo di Leone, nei tempi in cui vigeva ancora l’autorità dei canoni; la cosa, dopo lamorte di quel Pontefice, non fu confermata da nuovi canoni e il rigore della disciplina iniziò a scemare.Inoltre quante cittadine di cui i vecchi storici e geografi non nominarono per il fatto che non esistevano al loro tempo, e cominciarono a essere nominate per la 1° volta nel 7° secolo, come se fossero state edificate poco prima;  dunque, dico, sappiamo noi quante cittadine di quel genere ci sono state, in cui dopo l’età di Leone sono stati istituiti Vescovadi, sebbene non sia chiaro in quale tempo furono istituiti?

Ecco, Gallese (che il Difensore nomina nel suo opuscolo e che nessuno nominò come città prima dell’Anonimo Geografo Ravennate del sec.7° o 8°, come se prima di quel tempo non fosse stato ancora edificato), non è forse chiaro che ebbe un vescovo?

Cfr. Atti dei Sinodi Romani dell’anno 868 e 877; del 963 – 965 e 969, dove troverai i vescovi di quella città sottoscritti. Ma ignoriamo il tempo in cui l’Episcopato fu istituito.

Perciò, dal fatto che ignoriamo in che tempo fu istituito l’Episcopato Falaritano, non ne consegue ciò che il Difensore difende, e cioè che il medesimo Episcopato Falaritano sia più antico dei tempi di Leone. Ma la città di Falari – dirà –è di gran lunga più antica di Gallese. Non lo nego. Veramente – come poco prima si è visto, questro fu chiamato da Strabone , cioè “oppidulum” (cittadina). Tuttavia nel sec. IV e nei seguenti i mezzi della medesima cittadina diminuirono tanto che a stento ne sopravisse il nome, come si vede chiaramente dalle testimonianze di Giuliano Augusto presso Ammiano Marcellino, da quelle di Eutropio e Iornandi, che visse anche dopo l’età di Leone ebbero carenza di Vescovi? Ci fu mai, forse, il Vescovo di “Forum Aurelium”, che non distava molto da Tarquinia? Qualcuno (fu Vescovo) della cittadina falisca, che Strabone nomina e che distingue dalla cittadina di Falaria? Qualcuno lo fu del Monte Fiscone, gli antichi monumenti della quale città rimangono completamente? Si dunque furono moltissime le cittadine di tal genere prima del tempo di Leone, che non avevano un Vescovo, perché si deve ammettere che Falari lo ebbe? Devono essere presentati documenti sicuri, con i quali sia dimostrato che questa cittadina ebbe un Vescovo. Ma quei documenti riguardano all’incirca la fine del sec. VII. Dunque ci si deve fermare su questi documenti civitonici, e l’origine dei Vescovi Falaritani dve essere fatta risalire non al III sec., ma al VII.

VI

XIII – La chiesa Ortana è di gran lunga più antica di quella Falaritana.

XIV – Ciò si evince non da congetture, ma da illustri testimoni.

XV  - I Vescovi ortani sono riconsiderati più antichi di quelli Falaritani.

XVI – Sebbene sia vero che la Sede Falaritana era stata traslocata a C.C., non di meno la    cattedra Civitonica/Castellanense non deve essere preferita a quella Ortana per l’antichità.

 

XIII – Le cose dette della cittadina falaritana non si possono adattare alla città di Orte. Infatti i Vescovi nelle città furono costituiti fin dall’età degli Apostoli, ciò che è stato dimostrato prima e anche nel cap. II del libro “Sull’Antichità dell’Episcopato Ortano”.

 

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E’ noto che la città di Orte fu colonia dei Romani, come è noto dalla testimonianza di Plinio e di antiche iscrizioni; così da quella di scrittori che vennero dopo come l’Anonimo Ravennate, Paolo Diacono, Anastasio. Cfr. cap. 7, “Sull’Antichitàò dell’Episcopato Ortano”.

XIV – Inoltre la chiesa, cioè un’assemblea di Cristiani, nella Diocesi Ortana, c’era almeno dall’inizio del III sec., almeno quando Diocleziano incrudeliva contro i Cristiani, e lo attestano chiaramente il celebre cimitero, che Boldetto e altri descrivono e gli stessi LIPSANA (???) dei Santi martiri, che sono stati trovati in Diocesi. Vedi il libro “Sull’Antichitàò dell’Episcopato Ortano”, cap. III.

Chi potrebbe credere che la città che mostra nella sua Diocesi tanti trofei/ricordi tanto antichi della religione cristiana sia stata allora priva di un Vescovo?

Infatti, se, secondo la testimonianza di Clemente, discepolo di Pietro, nella autentica Epistola ai Corinti, gli Apostoli creavano/eleggevano i Vescovi che per primi erano condotti in qualche città nei monumenti cristiani, come abbiamo asserito nel cap.II, pg.13 dell’opera “Sull’Antichità dell’Episcopato Ortano”, quale motivo c’è per cui dovremo credere che in quella città, nella cui Diocesi c’erano tanti cristiani da ottenere anche un cimitero, non ci fu alcun Vescovo?

Che se i Castellani avessero detto di aver avuto Martiri ugualmente Falaritani, se avessero ricordato che Falari non era città, ma una , cioè una cittadina; è chiaro che non ci fu quella abitudine degli Apostoli, di stabilire Vescovi nelle cittadine.

XV – Certo gli Ortani non si blandiscono invano, mentre nominano i suoi Vescovi come più antichi dei Faleritani. Infatti ai tempi di Diocleziano, Lanno e Leone nel V o alla fine del VI sec. furono Vescovi di Orte. Ma per altre cose sull’argomento, cfr. cap. III e IV “Sull’Antichità dell’Episcopato Ortano”.

XVI – Torna il Difensore, alla traslazione della sede falaritana a C.C.. Io tuttavia ho detto più di 1000 volte che quella è falsa. Ma, si ammette pure che sia vera e che i privilegi della sede falaritana siano passati a quella Castellense (= Civitonica), è forse perciò, per l’antichità della città, del genere di cui è Orte, che si deve anteporre la sede della cittadina do Falari a quella della Cattedra, istituita nel VI sec. ? (Se il Difensore dice …..(?) di vero su Giovanni). Niente affatto.

VII

XVII – Il Difensore dei Civitonici dice il falso, quando dice che prima del sec.8 non si possono contare Vescovi Ortani.

XVIII – Nulla impedisce all’antichità della chiesa Ortana, che nuovi scrittori abbiano detto con minor attendibilità, che un tempo fu suo Antistite Giovanni Montano e (XIX, XX, XXI) e S. Cassiano.

XVII – Nella 17° considerazione il Difensore dei Civitonici scrive :<<Orta non può contare con sicurezza i suoi Vescovi se non nel sec. 8. Una affermazione non potrà a meno di non comparire alquanto strana ai difensori della chiesa d’Orta>>.

Certo è così. Infatti son solo sembra, ma è realmente assurda. Aggiunge inoltre il Difensore :<< Ma speriamo, che tale a loro non sembrerà, fatto che ne avremo il confronto>>. So che cosa sia una cosa del genere che egli chiama “confronto”.

 

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Già gli preannuncio ciò, che il “confronto” di tale genere, che egli ostenta, da me è stato dimostrato che – Falari non può contare con fierezza i suoi Vescovi se non dalla fine del VIII sec -. Ma fra poco discuterò della cosa. Ora mi piace continuare a seguire le cose che il Difensore discute al punto XVIII.

XVIII – Sostengo quindi che non si può evincere da alcun documento che Giovanni Montano fu Vescovo degli Ortani nel sec. IV.

Ma da qui non è lecito prendere nulla di vantaggioso per i Civitonisi. Quante cose proclamano sui loro primi Vescovi i Milanesi, gli abitanti di Aquileia e di Firenze, quelli di Fiesole e di Lucca, che non si possono confermare con alcun illustre documento? Forse che per questo a proposito dell’antichità di quelle chiese, che certo è grandissima, il Patrono dei Civitonici sosterrà che sia stato tolto qualcosa? Non lo è certo, perché, cancellato Giovanni Montano fu Vescovo degli Ortani) :<<Se ci fosse mai – dice – documento scritto dopo il 9° o 10° sec., quale autorità potrebbe egli mai fare, sapendo noi quanto in quei tempi lavorassesi (?) d’invenzione, quante favole ..??.. ritrovate, quanti Atti di Santi martiri sono stati fabbricati di peso, o corrotti con 1000 racconti bugiardi, appunto per la vana gloria che aveasi da taluni di far comparire una chiesa a preferenza dell’altra illustre e splendida per antichità dé suoi Vescovi o pere il merito dei suoi Martiri>>.

Forse il Difensore dei Civitonici osa scrivere ciò contro gli Ortani? Egli che presentò gli Atti della Traslazione dei corpi dei SS. martiri Abondio e Abondanzio scritti dopo il X sec. e piene di favole, per fare in modo che Crescenzio fosse tornato nella chiesa dei Civitonici? Fantastiche le cose che invece favoriscono i civitonici sebbene siano false, assurde e da pensare che debbono essere apprezzate da chiunque.

VIII

XXII – Leone, Vescovo Ortano visse nel V o sul finire del sec. VI.

XXIII- Martiniano, Vescovo Ortano del sec. VI non fu Ortano.

 

XXII – Abbiamo già dimostrato che S. Lanno, che morì sotto Diocleziano , fu Vescovo degli Ortani, nel cap. III del libro “Sull’Antichità dell’Episcopato Ortano”, pg.17 sgg e pg 36 sgg. E ciò può essere ulteriormente confermato da quelle cose che il Difensore condece. Infatti, se per l’iscrizione di Leone, che è nella chiesa Cattedrale di C. Castellana, trovata, come egli crede, a C. Castellana, dichiara permanente che Leone fu Vescovo della Diocesi Civitonica; perché allora non diremo che Lanno fu Vescovo Ortano per il corpo di quel Martire e per un’iscrizione ritrovati nella Diocesi Ortana?.

 

Mancano le foto 4464 – 4465 da pag. 46 – 49

 

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Ma Ortona – dice - :<<era allora città più celebre>>. Che cosa importa per il nostro discorso? Poi da quali autori ricava che in quel tempo Ortona era più celebre? Non nomina nessuno. Dunque io dovrei credere a uno che non nomina nessuno degli antichi scrittori, e non dovrei credere a Paolo Diacono, al Bibliotecario Anastasio, che quando scrive che a metà dello stesso secolo all’inizio del quale visse Martiniano, fu edificato da Belisario un mosaico vicino alla città di Orte, e quando nomina sul finire dello stesso secolo, la stessa Orte insieme ad Amelia, Tuder (oggi Todi), Perugia, dimostra che era celebre? Cfr. il libro “Sull’Antichità dell’Episcopato Ortano”, cap. 7, n.IV, pg.8 e 9. In verità :<<Non si pretende – dice –qui di giustificare la verità di tali paesi, solo pretendesi di far vedere, che il pretesto Ortensis non è lezione si certa, che da questo Martiniano possa con certezza assicurarsi il principio della serie dei Vescovi Ortani>>. Non è cosi? Veramente, se non dichiara fermamente ciò, perché al num. XIV, pg.25 scrive :<< La chiesa Ortana pretende come suoi Vescovi i Vescovi Ortenensi. Noi faremo vedere a suo luogo che questi Vescovi Ortonensi non sono di Orta, ma bensì di Ortona>>.

Con queste parole afferma che raggiungerà ciò che nega di aver voluto dimostrare. Ma così è l’uomo: dimentica facilmente ciò che scrive. Orsù, poiché abusa di queste parole di Arduino e di varie lezioni però postye in margine da Arduino, e poi respinte, vediamo forse che Giuliano si può certo chiamare Vescovo Falaritano, certo di quella Falari, che dista poco da C.Castellana. Dunque nell’Indice Geografico dei vescovadi, Arduino così riporta alla lettera “F” :<<Falaritano, un tempo nel Piceno Faleroni, Plin. l. III, sez. XVIII . Faleriensi. carosa Faralitano …..Crescenzio….Arduino….Giovanni Falerino nel Concilio Romano dell’anno 595>>.

Allora Arduino ritenne che Giovanni fu Vescovo nel Piceno, non nella Tuscia. Che cosa sostengono i Curatori dell’ultima Edizione Veneta dei Concili? La stessa cosa di Arduino? con quali nuovi scrittori il Difensore si opporrà con l’autorità dei quali è solito dilettarsi? Ma gli abitanti di Falerione dovettero chiamarsi Falerionensi o Faleronensi, non Faleriensi o Falerini o ancora Falaratini. Il Difensore potrebbe correggere Domiziano Augusto, di cui c’è una iscrizione presso Fleetvood, pg. 101 “Iscript. Edit. Londin.” (= Iscrizione dell’Edizione Londinese) dell’anno 1691, dove dice :<< FALERIENSIUM EX PICENO (=dei Faleriensi del Piceno). E poco dopo “FALERIENSI E FIRMANI”. Ancora “DAI FIRMANI CONTRO I FALERIENSI.

Perché ? Se Plinio chiama Faleriensi gli abitanti di Falerione? nel modo indicato nel passo di Arduino? O forse il Difensore pensa di correggere da sé antiche iscrizioni e passi di antichi scrittori? Ma – dice a pag. 45 – devo chiamarsi Falerionensi?  Sulla base di quali antichi testimoni farà ciò? Sulla base di nessuno che io conosca. E così pensa di concordare con Domiziano e Plinio quanto con questo nuovo che per la Cattedra Civitonica cambia e stravolge tutte le cose.

Ormai se i cittadini di Falerione furono chiamati Faleriensi e Falariensi, bene non capisco, perché non potettero ugualmente essere chiamati Falerini e Falaritoni. Infatti i Nicensi (furono detti) Nicesi; gli Antiochensi, Antiocheni e gli Abrincensi Ambriciani; insomma come con molti esempi di antichi si può dimostrare, che sono stati chiamati (in modi diversi), qual’è il motivo per cui i Faleriensi e i Falariensi, non potevanbo essere detti Falerini e Faleritani? Dunque, quando Giovanni, vescovo vissuto tra la fine del VI e l’inizio del VII nella Collezione Arduiniana, cap. III, pg. 498, nel Sinodo dell’anno 595

 

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disse di essere il Vescovo della chiesa Falerina  (e non Falarisse, ciò che il Difensore scrive a pag.43)e quando nel Sinodo Romano dell’anno 601, (tomo cad. pag.540) disse di essere il Vescovo della chiesa Falaritana, non ci sarà alcuna ragione, perché egli non debba ritenersi Antistite di Falerione. Inoltre Falerione era una città illustre, che il Muratori notò nel tomo II delle Iscrizioni del THESAURUM, pg.1047, n.2, nelle Annotazioni, quando Falari in quel tempo a stento poteva dirsi città fortificata, come il Difensore dice.

Che se poco prima affermò che i Vescovi Ortani erano piuttosto di Ortona, per il fatto che Ortona era in quel tempo una città celebre, allo stesso modo è necessario che si dica su quelli Faloritani da attribuire a Falerione. Ma il Difensore oppone il fatto che riguarda il Vescovo Falaritano Giovanni, che deve essere attribuito a Falari in Tuscia e non a Falerione nel Piceno e dice :<< questo essere il confronto uniforme di quelli che hanno parlato di questo Vescovo, fra i quali Carlo da S. Paolo>>. Nomina il solo Carlo da S. Paolo e nondimeno dice con forza che “questo essere il confronto uniforme”. Io invece ho nominato Arduino e i diligentissimi curatori dell’Ed. Veneta, che attribuiscono Giovanni alla chiesa Faleriana. Dunque non è tanto uniforme questo consenso che egli sostiene. Ma perché ricorre al consenso di nuovi scrittori, ne prende uno/ricorre ad uno, se può, che dice che Leone, Ortano, visse non nel sec. V, ma dopo? Ughellio mel sec.V, ancora Fontanini nel V, che scrissero sui Vescovi ortani, attestano che quello, come Antistite, si impadronì del Vescovado. Non ancora Ughello, Fontanini, Arduino, i curatori dell’edizione Veneta dei Concili nell’indice Geografico e moltissimi editori di Atti Sinodici, che sopra abbiamo ricordato, stabilirono che Martiniano fu Vescovo degli Ortani, respinta la lezione “Hortonensis” (=ORTONENSE)?

Che cos’è, se non l’amor di parte, che fa in modo che il consenso degli scrittori non riesca in niente presso il Difensore, mentre tanto può l’autorità del solo Carlo da S. Paolo.

Ma :<<Nel Concilio dell’Anno 595 non trovasi sottoscritto alcun Vescovo del Piceno, laddove trovansi sottoscritti molti vicini a Falari; ed essendo il Concilio celebrato in Roma per ragion di buona critica deve supporsi, che i Vescovi intervenuti sieno più vicini, non più lontani alla medesima>>. Resta quasto, che quel critico sostiene che Tauromenio non fu in Sicilia, ma nella Tuscia. Infatti quella città siciliana è più lontana da Roma, di quanto Falerion del Piceno; e ad eccezione del Vescovo di  Tauromenio, nessun Antistite siciliano sottoscrisse il medesimo Sinodo. << Secondino – così si legge – vescovo della città di Tauromenio>> Perché? Ravenna non è più vicina a Roma di quanto lo è la Falerionb del Piceno dalla provincia Flaminia un solo Antistite sottoscrive quel Sinodo, così :<<Moriniano, Vescovo di Ravenna>>. Il Difensore, se può, cerchi Ravenna nella Tuscia. Ma i Faloritani nella Tuscia erani sotto il Vescovo Agatone, nel VII sec.. E su ciò discuterò, poco dopo. Torno agli Antititi degli Ortani.

 

 

Manca foto 4468 pag. 54/55

 

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…non nega che fu Vescovo degli Ortani. Lo stesso ammette su Maurizio. <<Si lasci pure l’ortano – dice – e sia pure questo Giuliano col seguente Maurizio Vescovo d’Orta in Toscana>>. Ma lameno sostiene che possa esserci qualcosa, che sia annoverato tra certi Antistiti Ortani. <<Il Lucenti – dice – per altro ha del primo di questi avertitro (?), che altri codici riportano “Hostano” – ed infatti così avevano stampato il Binio e il Labbé e altri e il Labbé aveva posto “Hortona” per varie lezioni>>. Ma si oppongono al cavillare queste cose. Infatti gli stesso Binio, Labbé, emendarono il suo errore, ammettendolo il Difensore dei Civitonici. Infatti Olstenio e altri pensano che la lezione “Hostanum” (=Ostano) sia un errore. E un commentatore greco degli Atti del Sinodo, che è certo antico, chiama costantemente Giuliano Antistite. Cfr. il tomo III dei Concili, Ediz. Hard. (?) pg. 690 e pg.928. Sugli altri Vescovi Ortensi, il Difensore non indica di avere nulla da opporre.

 

X

XXVIII – Sui Vescovi Falaritani.

XXIX   -  Non è chiaro se Giovanni, Vescovo Falaritano, fu a capo di Falerione o della chiesa

                di Falari.

XXX    -  La stessa cosa deve dirsi si Caroso.

XXXI   -  Un altro Giovanni Falaritano del sec. VII, antistite nella Tuscia, è posteriore a

          Giuliano l’Ortano.

 

XXVIII – Credo di aver dimostrato con molte cose. Per 1° cosa, non è necessario annoverare Giovanni Falaritano, che per primo è ricordato nei monumenti Ecclesiastici, tra certi Antistiti della chiesa Falaritana nella Tuscia. Ma poiché il Difensore a pg. 44 sgg. sulla base degli Atti della Traslazione dei corpi di S. Abondio e Abondanzio Martiri, che abbiamo dimostrato essere pieni di favole, e sulla base della sottoscrizione di un altro Giovanni, che nel 680 si nominò Vescovo Falaritano della provincia della Tuscia, coclude che la Cattedra Falaritana era nella Tuscia e nega che ciò risulta evidente a proposito della Cattedra di Falerione, e poi sostiene che Giovanni fu Presule di falari e non di Falerione; ci si deve adoperare perché sia chiaro che non difenda le sue posizioni o le postuli anche contro la verità.

Il “Rescritto di Papa geloso I° al Rispetto” e Leonzio Vescovo, che Arduino riportò nel tomo II dei Concili, pg. 928, dimostra che la chiesa di Falerione fu Cattedrale. Questo documento non fu mai sospettato di falsità da nessuno storico. Da Arduino è posto tra le operee autentiche. Perciò Baronio scrive, spinto da questo e da altri documenti, che Falerione ottenne la Cattedra Episcopale. Fontanini concorda. Non c’è alcuna causa o alcun indizio per cui quel documento debba essere considerato tra gli spuri.

XXX – Non di meno il Difensore, stando per fare cosa grata ai Civitonici, vanta che quello sia forse dubbio, non avuta ragione alcuna del consenso degli scrittori, cui altrove ha tributato moltissimo. Certo, non consentirò mai con lui se non indichi una qualche causa, per cui debba essere posto tra le opere spurie. Che se vorrà che ciò gli sia concesso malvolentieri, a spingere infine al punto di dire che è dubbia la sottoscrizione di “Giovanni Falaritano della provincia della Tuscia”. Certo, almeno può essere prodotta questa causa di una dubbia sottoscrizione di tal genere, il fatto che è piuttosto rara quella ragione di sottoscrivere. Ormai nessuno dubita che siano pieni di favole gli “Atti della traslazione dei carpi dei SS. Abondio e Abondanzio”

 

Manca la pag. 58 e seguente