Triarticolazione e falsificazione

La fiscalità monetaria non è triarticolazione sociale

 

I contenuti del mio articolo del 28/12/2013 sul quotidiano piacentino “LIBERTÀ” e le idee fiscali di Bellia sono due cose ben diverse.

 

Lo spiego nella seguente mia critica ad esse, basate su un accurato studio, da me fatto nel 2000 come critica costruttiva, divenuta poi, per forza di cose, confutazione delle stesse nella misura in cui non si diedero risposte alle istanze che tale critica costruttiva poneva. Purtroppo fino ad oggi mai nessuno ha saputo rispondervi.

 

La prima indicazione data da Bellia sulla possibilità di calcolo di un “reddito di cittadinanza”, compare nel suo primo scritto “La via d’uscita”, in cui egli espone le dinamiche che renderebbero possibile tale calcolo con le seguenti parole: “Tale reddito è calcolabile nella misura di 700 mila lire mensili attuali per ciascun cittadino, dalla nascita alla morte, in sostituzione della vecchia previdenza sociale”. Nello scritto non vengono però mai presentati quei calcoli, e si afferma solamente che essi sono calcolabili in base ad un nuovo modello fiscale che, anziché prelevare tasse dai redditi, dovrà prelevare direttamente dal capitale monetario italiano, valutato nel 1979 da Bellia a “più di 7 milioni di miliardi di lire”. Il 1979 è infatti l’anno dell’autopubblicazione de “La via d’uscita”.

 

L’ultima indicazione di Bellia sulla possibilità di tali calcoli è data dalla sua raccolta di scritti che vanno dal 25/01/1992 al 04/12/1996, intitolata “L’antropocrazia”, nella quale, in data 10 ottobre 1992, è detto : “Se si adottasse in Italia una tale fiscalità […] si potrebbe prevedere come valido un valore mensile del Reddito di Cittadinanza di circa 700 mila lire in valore odierno”.

 

In ambedue questi scritti (“La via d’uscita” e “L’antropocrazia”) non sono riportati i calcoli del reddito di cittadinanza. Però in “L’antropocrazia” è ugualmente affermato, in data 25/01/1992, che “i dettagli nonché le rilevanze sociali positive di tale soluzione sono indicate nei due libri LA VIA D’USCITA del 1979 e LA NEOSOCIETÀ del 1991”. Questa affermazione è doppiamente falsa o quantomeno inesatta. Innanzitutto nello scritto “La via d’uscita” non compare - come sopra accennato - alcun “dettaglio” in merito ai calcoli del reddito di cittadinanza. La seconda inesattezza consiste nel fatto che - stando alla data di edizione, lo scritto “La neosocietà” non risalirebbe al 1991, ma al 1993.

 

L’osservazione di queste inesattezze è importante non tanto per la svista o per l’errore in sé, ma perché permette di dirigere l’attenzione sul fatto ben più importante che nei ragionamenti dell’autore, anche in quelli relativi allo scritto “La neosocietà” del 1993 - ed addirittura anche nella postfazione del libro “Verso l’antropocrazia”, edito da Bellerofonte nel 1998, che raccoglie tutti e tre i precedenti scritti - Bellia parla effettivamente di calcoli e di formule ma sempre attribuendo al capitale monetario italiano la stessa valutazione da lui fatta nel 1979, cioè al tempo dell’autopubblicazione de “La via d’uscita”, e pervenendo sempre al medesimo reddito di cittadinanza di 700 mila lire, calcolato in base a tale valutazione:

 

- 1979: “700 mila lire mensili attuali” (“Conseguenze della fiscalità monetaria” in “La via d’uscita”);

- 1992: “700 mila lire in valore odierno” (“Filosofia della fiscalità monetaria” del 10/10/1992, in “L’antropocrazia”);

- 1998: “beni monetari, che ammontano a più di 7 milioni di miliardi di lire” (N.G. Bellia, “Verso l’antropocrazia”, Ed. Bellorofonte, Roma, 1998, Postfazione, pag. 248); “Le 700.000 scaturiscono dal calcolo del risparmio, degli interessi sul debito pubblico allargato, diviso per i Cittadini Italiani, diviso 12” (ibid., pag. 251).

 

La “svista” mi sembra un po’ troppo grave, dato che l’esposizione del progetto non tiene assolutamente conto del fatto che l’ammontare della massa monetaria cresce, e di molto. Per esempio, già nel 1995 fu pubblicato dall’Avv. Domenico De Simone il libro “Un milione al mese per tutti” (Ed. Malatempora), nel quale è spiegato come l’ammontare concreto del capitale monetario cresca mediamente ogni anno di circa 400.000 miliardi di vecchie lire!

 

Ne consegue che, dando per buona la dichiarazione di Bellia che la base monetaria italiana del 1979 sia stata di 7 milioni di miliardi di vecchie lire, e dando per buona anche l’affermazione di De Simone sopracitata, dovremmo avere per l’anno 1998 (anno dell’autopubblicazione di “Verso l’antropocrazia”), un incremento della base monetaria, già maggiore del doppio di quei 7 milioni di miliardi del ‘79, dichiarati da Bellia:

 

1979 = 7 milioni di miliardi

1980 = 7 milioni e 400.000 miliardi

1981 = 7 milioni e 800.000 miliardi

1982 = 8 milioni e 200.000 miliardi

1983 = 8 milioni e 600.000 miliardi

1984 = 9 milioni di miliardi

1985 = 9 milioni e 400.000 miliardi

1986 = 9 milioni e 800.000 miliardi

1987 = 10 milioni e 200.000 miliardi

1988 = 10 milioni e 600.000 miliardi

1989 = 11 milioni di miliardi

1990 = 11 milioni e 400.000 miliardi

1991 = 11 milioni e 800.000 miliardi

1992 = 12 milioni e 200.000 miliardi

1993 = 12 milioni e 600.000 miliardi

1994 = 13 milioni di miliardi

1995 = 13 milioni e 400.000 miliardi

1996 = 13 milioni e 800.000 miliardi

1997 = 14 milioni e 200.000 miliardi

1998 = 14 milioni e 400.000 miliardi

 

Perché mai Bellia nel suo progetto non accenna, e neanche minimamente considera tale incremento?

 

Inoltre, come fa un sostenitore dell’antropocrazia, cioè di un sedicente progetto:

 

- a) “culturale benefico per tutte le parti sociali” (“La Fiscalità Monetaria per l’Italia” in “La via d’uscita”, 1979);

- b) “globale di riforma di qualunque sistema sociale” (“La questione sociale” in “L’antropocrazia”, 07/05/1992);

- c) “definito in ogni sua parte” (N.G. Bellia, “Verso l’antropocrazia”, Ed. Bellorofonte, Roma, 1998, Postfazione, pag. 247);

 

nel quale si parla astrattamente per ben 19 anni (dal 1979 al 1998) della medesima base monetaria del 1979?

 

Certamente, si potrà rispondere a questa domanda dicendo che per 19 anni si è parlato in tal modo della base monetaria, per semplificare la comprensione delle formule e della loro dinamica di applicazione.

 

Se però si cerca di applicare i dati di Bellia alla realtà del 1979, con lo scopo di osservare se si tratta davvero di un progetto definito realmente in ogni sua parte o no, si trova quanto segue.

 

A pag. 74 di “Verso l’antropocrazia” (Ed. Bellerofonte), Bellia scrive: “Se chiamiamo “Massa mon. gen.”, la massa monetaria della compagine sociale, “N° Cittadini”, il numero dei cittadini, e “Massa mon. pro cap.”, la quota monetaria pro capite, sarà “Massa mon. pro cap. = Massa mon. gen. : N° Cittadini”. Dunque, per applicare questa formula che individua la “Massa mon. pro cap.” occorre conoscere in concreto l’ammontare effettivo della “Massa mon. gen.” e dell’effettivo “N° Cittadini”. In merito alla “Massa mon. gen.”, abbiamo il dato sopra accennato di 7 milioni di miliardi. In merito al “N° Cittadini”, Bellia non da’ alcun dato, ma ognuno può risalirvi. Infatti, i cittadini italiani secondo il censimento del 1981, dunque due anni dopo il 1979, erano 55 milioni circa. Nella pagina successiva però , Bellia pone la massa monetaria pro capite al valore di 100 milioni: “Nell’attuale situazione italiana, ponendo la ‘Massa mon. pro cap.’ = L. 100 milioni [...]” (ibid. pag. 75). Per risalire al “N° Cittadini”, basta dunque fare l’operazione inversa e cioè dividere la “Massa mon. gen.” per la “Massa mon. pro cap.”. Così facendo però si ottiene una popolazione di 70 milioni per il 1979, il che è impossibile. Infatti poiché il censimento del 1981 fu di circa 55 milioni, avrebbero dovuto morire in due anni ben 15 milioni di italiani (70-15=55)!

 

Anche per questo motivo, reputo ingenuo il discorso di Bellia sulle sue formule in quanto eccessivamente semplificatorio e superficiale. Il progetto, così com’è non è ancora un vero e proprio progetto, ma un piccolo inizio di progetto, che abbisognerebbe di ulteriore studio e riformulazione delle parti, con esempi di applicazione delle formule comprensibili a tutti, anche ai non addetti ai lavori.

 

E poiché Bellia continuava a ripetere che il suo “progetto” era conforme, almeno nei suoi tratti generali, all’idea della triarticolazione dell’organismo sociale, idea proposta verso la fine dell’Ottocento in modo romantico da St-Yves d’Alveydre, e in modo scientifico-spirituale da Rudolf Steiner agli inizi del secolo passato, ho voluto approfondirlo.

 

Ecco perché, in quanto studioso dell’opera sociale di Steiner, per anni ho pazientemente ripetuto a Bellia tutta questa problematica, chiedendogli spiegazioni, in quanto credo che gli esseri umani siano in grado di fare calcoli. Oggi, a quanto pare, Bellia sembra avere recepito il problema che gli ponevo circa l’iniquità del monetaggio o del cosiddetto signoraggio (che nel 2005 reputava essere una mera invenzione diabolica del Prof. Giacinto Auriti in cerca di fama). Ma per il resto non ha mai risposto alle proprie incongruenze. Né ha proposto concreti esempi pratici di applicazione delle sue formule, perché - come egli afferma - “chiunque aderisce liberamente ad un gruppo, lo fa solo se è certo che da tale adesione non scaturisca alcun pericolo per la propria sopravvivenza” (La neosocietà)! Credo che il principale nemico della sua antropocrazia sia lui stesso, dato che non ne vuole sapere di dare risposte.

 

Quattro o cinque anni fa ho fatto, a richiesta di qualcuno che me le chiedeva, le seguenti ulteriori considerazioni sull’idea di Bellia:

 

Chi come Bellia afferma che bisogna avere la pancia piena per poter filosofare, pensa in modo unilateralmente causidico.

 

Se per esempio si ragiona in tal modo sulla stessa affermazione “prima bisogna avere la pancia piena per poter ragionare” cosa si fa? Cominciando dal fondo, si ha da questa frase come prima lettera la “e” di “ragionare”. Essa deriva dalla “r”. Si prende allora la “r”, che deriva dalla “a” che precede, e poi la “a” dalla “n”, e la “n” dalla precedente “o”, ecc. In tal modo si ha ogni volta l’effetto della causa che precede. La “e” è l’effetto della “r”, la “a” della precedente “n”, e la “n” della precedente “o”, e così via.

 

Ma questo modo di procedere è un assurdo. Ogni lettera ha origine unicamente per il fatto che un io umano l’ha scritta, e certamente la lettera che precede non ha prodotto quella che segue. È dunque sbagliato ritenere che la lettera che precede sia la causa di quella che segue, o che quella che precede produca quella che segue, o ancora che si possa ragionare solo se al ragionare si fa precedere il mangiare, dato che le vere cause vanno ricercate altrove e che con la pancia, vuota o piena, 1 + 1 farà sempre 2.

 

Certo si può anche nascondersi dietro l’aristotelico “primum vivere, deinde philosophari”, nel senso che “prima bisogna avere la pancia piena e poi si può anche ragionare”. Così facendo però ci si dimentica che questa massima è solo un pregiudizio, o perlomeno una massima molto spuria ed aberrante, di un “Aristotele” arabizzato da Avicenna e da Averroè.

 

Per il resto lo spostare il prelievo delle imposte dal reddito alla massa monetaria come predica Bellia è secondo me un errore, o tutt’al più una impossibilità pratica. La massa monetaria non è un chilo di prugne percepibile da tutti, per cui basta prenderne il 7 o l’8 per cento da dare ai poveri.

 

Per entrare nella massa monetaria occorre entrare nel portafoglio della gente. Ora, dopo il dimezzamento del valore della lira con Prodi (fra l’altro Bellia allora affermava che con l’euro non sarebbe cambiato nulla!) credo che farsi mettere ancora le mani nel portafoglio dall’inventore della fiscalità monetaria sia davvero un cattivo auspicio.

 

Ecco perché “osai” chiedere formule funzionanti a Bellia! E da quel momento Bellia, che mi telefonava quasi tutti i giorni da Roma per colloqui che duravano ore, mi considerò un nemico. Se tuttavia le sue formule fossero state funzionanti come diceva, paragonandole al teorema di Pitagora, a quest’ora tutti le avrebbero capite, e tutti vorrebbero la sua fiscalità monetaria. Così non è. Io sto ancora aspettando risposte chiare e tonde, che mai arriveranno semplicemente perché non ci sono.

 

Una distribuzione di beni non può essere fatta prendendone la metà per saldare il debito pubblico se è vero come è vero che esso è sostanzialmente una truffa! Così come un’azione non può essere fatta mediante l’agire in conformità al suo moto contrario.

 

Chiamare antropocrazia la rappresentazione di tale agire, è antilogica: è esattamente come quando nel gioco delle tre carte si sostituisce, una carta. Anche se in tale antilogica quel sostituire è effettuato sul piano dei contenuti concettuali, si tratta sempre di antilogica, la stessa antilogica che pretende porre a fondamento di una teocrazia, creduta antropocrazia, un procedimento democratico. Chiamare “antropocrazia” tale “contrario-crazia” è la medesima antilogica che fa poi porre a fondamento di una pseudo antropocrazia un procedimento democratico o di “democrazia informatica” o di “democrazia diretta” che dir si voglia.

 

Antropocrazia è altro da Democrazia. Non può chiamarsi antropocrazia un solipsismo poggiante su antilogica, anziché su universalità del pensare.

 

Pretendere consensi democratici sull’antropocrazia, o su un determinato tipo di antropocrazia è come pretendere di mettere, ai voti, che la somma degli angoli di un triangolo sia di 180 gradi. Ecco perché chi come Bellia insiste in questa pretesa è un solipsista, anche perché nel suo discorso, che egli crede assolutamente scientifico, compare prima o poi il concetto di “Padre eterno”…

 

Il termine solipsismo, proviene dal latino “solus” e da “ipse”. Il solipsismo, è una dottrina di pensiero che sostiene l’evidenza assoluta ed esclusiva dell’io o di contenuti di coscienza. Ne deriva un idealismo soggettivo di tipo metafisico che nega la realtà del mondo esterno (nel mondo esterno della realtà comune a tutti l’antropocrazia non è la democrazia), così come nega la possibilità di mostrarlo e/o di attingerlo come realtà (o come realtà di altri soggetti, cioè di altri io). Per tale visione metafisico solipsistica, è perciò necessario poi il ricorso a Dio come unico garante, dell’oggettività del conoscere. E in tale contesto di pensiero, la storia, è concepita come opera divina. “Ecco perché - era solito dirmi Nicolò Bellia concludendo ciò che affermava in modo completamente arbitrario - io dico sempre che la realizzazione dell’antropocrazia dipende dalla storia, e quindi dal Padre eterno”.

 

Anche da ciò si può evincere - ripeto - che il maggiore avversario dell’“antropocrazia di Bellia” è, fino a prova contraria, Bellia stesso. Il suo abituale comportamento, per quanto ne so, è infatti quello di un piccolo Cesare, pavido ed arrogante come in fondo è un qualsiasi dittatore.

 

Chi frequenta per un po’ Bellia, incappa prima o poi in certe sue affermazioni del tipo “questa è la mia convinzione”, “io procedo nella mia strada”, “io procedo nella mia convinzione”, ecc., che non sarebbero di per sé niente di anormale se non si riferissero però ad una tuttologia assurda delle “verità sociali”, e perfino a verità matematiche. Il fatto è che anche quando si tratta di numeri, il Bellia segue la sua strada! Ma una verità matematica può essere esatta o non esatta, confutabile o inconfutabile. Non può essere una convinzione, o un cammino di fede.

Eppure vi sono sedicenti matematici alla Bellia che, anche dopo essere stati matematicamente confutati, continuano a procedere per la loro strada, nonostante essa risulti matematicamente sbagliata. Si veda la pagina “Commenti sulla Formula Bellia”, dove sta scritto che: “Il calcolo della traslazione di Bellia [...] introduce un errore nell’equazione del polinomio traslato, dovuto all’errore di arrotondamento nell’aritmetica del computer. Questo errore rischia di accumularsi al procedere del processo iterativo. Nella descrizione dell’algoritmo di Bellia non viene MAI detto che [...] se ci si ferma dopo un numero finito di passi si ha inevitabilmente un errore. Anzi, nell’algoritmo si dice: “vediamo, ad ogni traslazione, che la funzione tende ad avvicinarsi all’origine degli assi fino a passarvi [...]”, lasciando intendere “errore zero dopo un numero finito di passi”. Naturalmente non c’è alcun cenno ad un test di arresto, o al numero di iterazioni effettuate. Men che meno ci sono dimostrazioni di convergenza [...]” (Maurizio PaoliniLa matematica è un'opinione?”, e Maurizio Paolini, “La formula di Nicolò”).
 

Ecco perché questi sognatori sono poi confutabili come sognatori “fai da te” che “aggiustano il tiro” della realtà quando la realtà mostra loro che è diversa dal sogno.

 

“Chi voglia approfondire l’iter di pensiero che porta a tale concezione dell’Essere Umano, troverà ne “La filosofia della Libertà” di Rudolf Steiner, una completa trattazione filosofica di tali argomenti”, scrive Bellia in “L’antropocrazia” (Ladispoli 7 Marzo 1992). Anche qui egli non esce dal suo sogno di grandezza… Ma il denaro di decumulo di Steiner non è quello di Bellia. Si provi ad immaginare concretamente il prelievo fiscale (o di tasse, tributi, balzelli vari) dall’intera massa monetaria degli italiani come vorrebbe Bellia. Cos’è la massa monetaria se non tutti i soldi degli italiani, cioè tutti gli strumenti monetari possibili, compresi quelli che sono in banca come risparmi individuali, e tutti quelli che prendono nome di bot, cct, cambiali, assegni, pagherò, ecc.? Forse che chiamando “massa monetaria” tutti questi strumenti essi non sono più reddito, cioè entrate che entrano col sudore della fronte nei risparmi della gente?

 

Steiner dice di tassare casomai le uscite, non le entrate (Rudolf Steiner, “Cultura, politica, economia”, Monaco, 2006, pag. 95).

 

Bellia invece dice di tassare tutta la base monetaria, nella quale però vi è ancora e sempre reddito, costituito dai risparmi della gente, come ho detto, quindi Bellia tassa ancora le entrate (che provengono dai redditi, ripeto, e dai precedenti risparmi, anch’essi provenienti dai redditi). Quindi il suo passare dalla fiscalità reddituale a quella monetaria è solo - fino a prova contraria - un gioco di parole. Sarebbe questo il cambiamento?

 

La realizzazione della proposta di Bellia del reddito di cittadinanza non comporta per nulla la modifica dell’idea di Stato che le esigenze dei nuovi tempi auspicano per l’attuazione della triarticolazione di Steiner. Solo se in tale proposta di Bellia si distinguesse fra “reddito di base (il minimo vitale di cui parlava Steiner)” e “reddito di cittadinanza” potrebbe esistere, culturalmente almeno come presa d’atto, tale modifica. A questo proposito rimando alla mia breve pagina “Sulla distinzione fra RDB e RDC.

 

Anche questo argomento l’ho delineato più volte a Nicolò, che rimuoveva metodicamente i miei scritti dal suo sito dicendomi che li considerava qualcosa di sporco (conservo ancora i files).

 

E ancora: come fa uno Stato a ritirarsi dall’economia come Bellia vorrebbe se è lo Stato ad elargire reddito di cittadinanza? Non è una contraddizione?

 

Inoltre, dove starebbe la serietà di una proposta ballerina come quella di Bellia? Una proposta in cui la percentuale della tassazione annua da lui proposta per il reddito di cittadinanza muta ogni volta che ne parla! Una volta scrisse il 7%, poi il 6%, poi l’8%, poi di nuovo il 7, ecc. Ma come si fa a proporre i calcoli per arrivare al reddito di cittadinanza se non ci si intende almeno ipoteticamente in un esempio (almeno uno!) chiaro e valido per tutti?

 

La proposta di Bellia va corretta in quanto, fino a prova contraria, è solo il sogno di un solipsista che non ne vuol sapere di migliorarla né di migliorarsi, con la scusa che lo stesso Steiner diceva dei suoi esempi che potevano essere migliorati… Sarebbe meglio allora studiare davvero Steiner, anziché usarlo per supportare confusioni su confusioni, come finora ha dimostrato di fare il sognatore Bellia.