Physically correct

 

 

Come ho affermato all’inizio delle mie “Riflessioni sulla relatività di Albert Einstein”, e in “Appunti eretici su Einstein”, io non sono un credente in qualche confessione religiosa e quindi neanche nell’einsteinismo, che è una religione come un’altra, il cui dio è la materia, o la materia oscura, nonché l’avversione all’io e/o a tutto ciò che non è materia. Io credo invece nell’io dell’uomo come suo spirito, capace di pensare, e reputo il pensare l’unica unità universale possibile all’uomo, dunque l’unica possibilità di unione degli uomini. Reputo la mancanza di tale unione, le guerre, i fatti di sangue, ecc., effetti di una peste culturale nascente come vera e propria malattia delluomo di oggi, consistente nella rimozione del suo giudizio critico.

La relatività di Einstein, che deforma e confonde spazio e tempo, è una mostruosa e inutile costruzione, tipica dell’uomo schizofrenico del secolo 21°. È detta “relatività ristretta” e “relatività generale”. Con queste due denominazioni si allude a due argomenti antitetici - e qui sta la schizofrenia dell’odierna “physically correct” - di cui tutti hanno sentito parlare ma che nessuno sa di che cosa si tratti, dato che rappresentano una delle più colossali montature storiche nel campo delle scienze fisiche di tutti i tempi. Quando poi si voglia ricordare come esse, deformando e confondendo spazio e tempo, siano state scritte in dispregio totale di ogni serietà e onestà scientifica (negli scritti di Einstein non vi è un solo riferimento bibliografico!), si deve concludere NON SOLO che esse sono quella mostruosa e inutile montatura, divenuta poi l’einsteinismo, ma che Einstein, per affermare questo nuovo credo di persone ignoranti o complessate, che fingendo fideisticamente di averla compresa, amano apparire intelligenti, acculturate, e soprattutto illuminati scienziati della “physically correct” stessa, doveva godere di grandi complicità all’interno della redazione degli “Annali di fisica”.


Chi è in grado di dire oggi se la luce sia corpuscolare o ondulatoria? Se fai questa domanda a un fisico ti senti dire che la domanda è mal posta, e ti dice lui cosa devi chiedere! La fisica, infatti, non sapendo rispondere, cosa fa? Si inventa principi. Per es., il principio di complementarietà. Ma questo è un principio che non spiega alcunché, in quanto può essere applicato ad ogni contrario. Quindi è un mero formalismo privo di contenuti. Complementare significa aggiuntivo, secondario, accessorio, ecc. Un principio di queste qualità fatte diventare sostantivi non è altro che “politichese”, anzi “fisichese”. Certamente il bianco sarà anche complementare al nero. Però nella vita reale (per “realtà” intendo non il solo concetto, né il solo oggetto, osservabili per la riflessione pensante, ma la riunione di entrambi) se una cosa è bianca non può essere nera. Allo stesso modo un corpo o qualsiasi cosa corpuscolare non può essere un’onda o qualcosa di ondulatorio. L’onda del mare non è pensabile come corpo, a meno che si voglia pensare a un’onda statica. Ma un’onda statica è un’onda?

 

 

 

In verità la luce non è corpuscolare, né ondulatoria… La luce nessuno sa scientificamente cos’è. Perché è immateriale. Quindi non può essere misurata.

 

La scienza odierna si basa sul concetto di misurazione, che confonde quasi regolarmente con quello di definizione imprigionandosi nel regno della quantità. La misurazione richiede infatti quantità, cioè un ordine di parti di un tutto o di un insieme. Quindi ovunque c’è un insieme e ci sono parti, c’è quantità misurabile. Misura è la scelta arbitraria di una quantità per farne una unità al fine di contare quante unità possono stare per esempio in una lunghezza. La misura esatta di una lunghezza è però solo quella dello strumento misuratore: una riga misura esattamente solo se stessa, un orologio misura esattamente solo il suo proprio movimento. Perciò quando l’uomo misura qualcosa commette sempre un errore, specialmente quando l’unità è diversa dall’oggetto da misurare. Ma anche quando non lo è, dato che i concetti matematici e geometrici non esistono se non come pensare. Nella natura un punto lo si può solo immaginare. Dal momento che col gesso faccio un punto sulla lavagna ho, sì, davanti a me un agglomerato di particelle di gesso che chiamo punto ma il punto, o la retta o il triangolo che ho in mente sono esatti, mentre quelli sulla lavagna non lo sono. Se mi avvicino al punto sulla lavagna vedo che è ben diverso dal punto che volevo rappresentare quando mi sono messo a scrivere alla lavagna.

 

Figuriamoci allora la luce: è qualcosa di materialmente misurabile? No, perché non ha parti, non è fatta di parti. La luce è luce. Se accendi la luce puoi misurare la parte di corrente elettrica che consumi. Ma lo spirito del linguaggio ti fa dire luce alla luce e corrente alla corrente. Non dici: “Accendi la corrente”. Dici: “Accendi la luce”. Se accendi la luce accendi la luce non una sua parte. Eppure l’affermarsi della teoria della relatività di Albert Einstein rafforza nel mondo scientifico accademico la “fede” nella teoria corpuscolare e nel concetto di fotone (quanto di luce), utilizzato da Einstein per spiegare l’effetto fotoelettrico. Questo però è un errore grossolano simile a quello di chi volesse sostenere che il ritmo del cuore umano è convenzionale in quanto ogni battito è un’unità aritmetica e quindi di misura.

 

L’unità aritmetica è altra cosa dall’unità di misura, perché l’unità di misura ha bisogno dell’unità aritmetica per esistere come unità di misura. Invece l’unità aritmetica non ha alcun bisogno dell’unità di misura per esistere. E perfino la parola “a-ritm-etica” ha il ritmo in sé. E il ritmo è altro dalla convenzione.

 

Non distinguendo fra unità di misura ed unità aritmetica il newtoniano Einstein mescolò e confuse il concetto di definizione con quello di misurazione mediante una formula per misurare l’accelerazione ed un’altra formula per misurare la velocità-uniforme, senza considerare che accelerazione e velocità-uniforme non sono separabili nella vita reale, dato che è impossibile raggiungere una qualsiasi velocità-uniforme senza prima accelerare. Provare per credere!

 

L’illegittima separazione dell’accelerazione dalla velocità-uniforme lo condussero così ad una relatività speciale da una parte e ad una relatività generale dall’altra.

 

Queste due relatività, essendo mere astrazioni prive di connessioni con la vita, non si incontrarono mai e non potranno ovviamente mai incontrarsi.

 

Quindi tutta la meccanica fu ridotta - senza alcun motivo concreto di osservazione - al movimento ed all’energia (forza), tralasciando così importanti elementi del ritardo come 1’inerzia e 1’attrito. Da allora - anzi, bisognerebbe dire dal tempo di Newton e di Galileo - la fisica ha incominciato ad ammalarsi progressivamente di “macchinite” o di meccanicismo, ed oggi, grazie ad Einstein, procede in modo acefalo con le inutili stampelle della doppia “relatività” e della “meccanica quantistica”.

 

La scienza, da sempre caratterizzata come “cognitio per causas”, cioè come conoscenza attraverso le cause, è oggi degenerata nell’abitudine, diventata routine, di riferirsi a cause campate in aria, cioè prive di connessioni con i fatti della vita.

 

Oggi, 17° anno del terzo millennio inizio, sarebbe ora di restituire alla fisica teorica quell’unità che mai ebbe e che non ha. Nel 1827, Ohm scopriva la triplice relazione tra i tre elementi base dell’elettricità: voltaggio, corrente e resistenza, rispettivamente connessi all’energia, al movimento ed all’attrito-inerzia. Però in  meccanica l’attrito e l’inerzia non furono mai considerati per quello che sono veramente, e cioè ritardanti. Invece lo sono nell’elettricità, dato che la resistenza ritarda la corrente. Considerandoli come energia in meccanica sono posti fuori luogo. Quindi la fisica teorica non può stare in piedi in tal modo.

 

Oltretutto, essa incomincia con la cinematica, cioè descrivendo il movimento esclusivamente in termini di misura, non in termini collegati alla vita del moto stesso. Questa separazione astratta è un grave errore, dato che quando si cammina o si va in bicicletta o in macchina o in aereo, ecc., è impossibile separare l’energia della massa-che-si-muove dalla sua velocità, perché l’energia della massa in movimento e la sua velocità sono una stessa cosa.

 

Invece con le formulette cinematiche (per es.: “spazio fratto tempo”) esse vengono astrattamente divise, per cui la formula dell’energia viene a trovarsi di fatto separata dal suo reale contesto. Questo è un errore, un’irrazionalità, che nella vita pratica si paga cara, dato che si traduce in pericolo abbastanza costante. Infatti non è poca la gente che muore negli incidenti stradali per non essere stata avvertita del fatto che (o di non aver saputo che) lo spazio di frenata di una vettura non aumenta proporzionalmente alla velocità, ma secondo il quadrato dell’incremento di questa (per esempio, se la velocità raddoppia, lo spazio di frenata si quadruplica; se la velocità si triplica, lo spazio di frenata è nove volte di più). Chi si mette al volante ignorando questa realtà, prima o poi subisce o crea incidenti, ammazzando o ammazzandosi. Questa ignoranza ha dunque effetti deleteri percepibili nella vita pratica.

 

Lo stesso si può dire dell’accelerazione. Accelerazione e potenza coincidono. Nessuno può accelerare senza mettere più potenza (o nei piedi, nelle gambe, o nei pedali o nel motore della moto o dell’auto, ecc.). Potenza e accelerazione coincidono sempre. Però la fisica teorica le considera separatamente perché così si possono misurare separatamente, cioè in modo astratto. Queste mancanze di razionalità però, a lungo andare, si pagano care.

 

Per i sui funambolismi da sognatore, o per la sua fantascienza, Einstein si valse di formule cinematiche per arrivare alle sue due relatività. Così, con la formula cinematica “spazio diviso tempo” della velocità, e con la formula cinematica “spazio diviso tempo al quadrato” per l’accelerazione, creò le sue due relatività: quella speciale e quella generale, che non si sono mai incontrate, e che non è difficile predire che mai si incontreranno, perché sono astrazioni prive di connessione con la vita pratica. Si tratta dunque di formule, giuste solo come astrazioni ma deficienti di realtà.

 

Ecco dunque perché LA COSIDDETTA RELATIVITÀ DI EINSTEIN È UN FALSO IN ATTO PUBBLICO. È un’impossibilità che non porterà mai luce sulla vera natura delle scienze fisiche.
 

Questo è un problema grave che la scienza fisica teorica deve risolvere se vuole liberarsi dalla situazione di stallo in cui si è imprigionata. Il problema è poi ingigantito dal fatto che, continuando ad andare a tentoni coi suoi principi e le sue teorie astratte, nonché a nascondersi dietro la tecnologia, che sempre da’ risultati positivi e progredisce, si pavoneggia come nella favola di Esopo, mettendosi le penne del pavone per apparire bella agli occhi delle galline. Questa è la situazione. Quindi sarebbe ora di liberarsi di queste stupidaggini astratte, dannose e fraudolente, per riportare la scienza ad essere se stessa, come qualcosa che sta in piedi da sé: episteme insomma. Non credo si possa dissentire da ciò.
 

Certamente per la “physically correct” queste affermazioni sono eresia, ma le eresie, se lo si vuole vedere, furono, sono, e sempre saranno motivi di evoluzione per ogni scienza.
 

I sedicenti scienziati che non hanno il coraggio di accettare le evidenti novità del mondo reale, né la realtà stessa, sono caratterizzati da pappagallismo coatto, cioè sono costretti a far finta di credere allo statu quo dell’odierna fisica per tirare a campare, secondo “motivazioni” connesse al problema del… pane, e del quieto vivere. Oggi è infatti raro comprendere idee nuove, perché ciò comporterebbe la comprensione delle deficienze di quelle precedenti. Si preferisce il “pro bono pacis” di una vita succube, purché legata al criterio dell’avere tutto e subito. Anche molti giovani oggi sono attratti da questa sopravvivenza meschina, che in fondo è schiavitù.
 

Eppure l’esperienza dimostra da sempre che le idee nuove soppiantano quelle antiche e superate, anche se NON purtroppo per via di ragionamento (o almeno, molto raramente per tale via), ma a forza di pugni nello stomaco, che si dimostrano poi del tutto inutili, in quanto con essi la costrizione prende il posto della convinzione: la forza bruta dell’“unione” (l’unione che fa la forza) sostituisce quella del pensare...
 

A questo proposito devo raccontare un fatto interessante di cui però i media si guardano bene dal farlo conoscere. Si tratta di una curiosa conclusione di una lettera di Vasco Ronchi, fisico innovatore, ad un giovane collega, suo ammiratore, a proposito del rifiuto di vari editori a pubblicargli un breve scritto, nonostante gli fossero “cordialissimi amici”. Eccola: «Tutti hanno dovuto scusarsi del rifiuto, perché la pubblicazione di questo volumetto li avrebbe costretti a ritirare dal commercio tutti i loro testi di fisica. Bella ragione!» (cfr. in rete, di Umberto Bartocci: “Un piccolo frammento della storia della fisica del XX secolo: due lettere di Vasco Ronchi”). In un’altra lettera, il Ronchi riassumeva come segue gli atteggiamenti assunti da coloro a cui sono presentate le idee nuove: «1°) alcuni non ci capiscono nulla e, naturalmente, diffidano, pensando che si tratti di qualche cosa come la scoperta del moto perpetuo, convinti che se le cose in corso avessero presentato delle pecche così grosse, i grandi uomini dei tempi recenti e presenti le avrebbero già viste e rettificate. Conclusione: meglio non impegnarsi; 2°) altri capendo di cosa si tratta, non si interessano di questo genere di studi: ascoltano, si meravigliano, ma se ne disinteressano, pensando ai fatti propri; 3°) altri ancora capiscono di che si tratta, ma non vogliono andare incontro a grane e, amanti del quieto vivere, se ne disinteressano, lasciando ad altri il compito di smuovere le acque troppo stagnanti; 4°) altri ancora capiscono di che si tratta, ma sono legati a interessi editoriali, e trovano più conveniente lasciare andare le cose per il loro corso; 5°) altri ancora capiscono di che cosa si tratta, ma siccome non l’hanno trovato loro, ma anzi loro ci fanno la figura dei fessi, preferiscono non interessarsene, spinti da una puntina d’invidia (quest’ultimo è l’atteggiamento più diffuso fra le persone competenti [...], per quanto il fatto stesso che assumano questo atteggiamento sta a dimostrare che il livello è meno alto di quello che pensano» (ibid.).
 

Insomma la filosofia dell’“ambientone” (l’ambiente mondiale dei fisici) è bacata da secoli. Sarebbe indispensabile aggiornarla e urgente rettificarla. Invece questa strada è oggi pensata non più percorribile (alla faccia della relatività!), per cui i sedicenti scienziati si proposero e si propongono continuamente irrazionalità, quali il dualismo onda-corpuscolo, e principi su principi, quali il principio di complementarità, per non parlare poi del principio di indeterminazione di Heisenberg, secondo il quale non si possono stabilire con assoluta certezza e allo stesso tempo posizione e velocità di una particella, per cui ogni descrizione della fenomenologia quantistica non può che essere di natura statistica e probabilistica, ecc., quella stessa delle exit pol nelle previsioni politiche di voto!

 

Tutte queste asserzioni “scientifiche” riguardano pertanto fenomenologie (come quelle dell’attuale CERN ad es.), che si affermano come razionalmente inspiegabili. Il risultato è che la fisica odierna conduce l’uomo all’irrazionalità, cioè a qualcosa da CREDERE come i miracoli. Davvero una bella “scienza esatta”! L’astrologia è di gran lunga più scientifica e più coscienziosa!
 

Bisognerebbe aggiungere, per la verità, che Einstein, ad un certo punto si sveglia, e protesta perché non gli piace più la visione del mondo a-causale, a-razionale, ed indeterministico, sbucata fuori dalla sua stessa “fisica”. Ed allora  bofonchia: “Dio non gioca a dadi!”, tentando di aggiustare il tiro, ma ormai è troppo tardi, e muore sostanzialmente ignorato da tutti coloro che “contano” nel Gotha della “fisica”. Ma cosa contano? Contano solo numeri, dando davvero i numeri.
 

Oggi viviamo perciò in una sorta di epistemologia della rassegnazione, in cui nessuno ha la minima idea di come possano essere convenientemente interpretati quasi tutti i fenomeni naturali della luce, della gravitazione, dell’elettricità, del magnetismo, ecc., ecc., ecc.
 

Di fatto la fisica odierna, meramente teorica, si è trasformata nella sola capacità di saper fare uso di una sorta di prontuario per tecnici praticoni, o per ingegneri, che hanno bisogno di regole piuttosto che di idee.
 

I fisici contemporanei, relativistici e quantistici, continuano naturalmente ad andare avanti per la loro strada sostenendo, senza apparente imbarazzo, opinioni del tutto opposte. Ed a favore delle loro speculazioni portano avanti esperimenti tanto insensati quanto costosi. Faccio notare che il macchinario “Large Hadron Collider” o LHC, “Grande Collisore di Adroni”, cioè la macchina più grande del mondo, costò 6 miliardi di euro. L’Italia, contribuendo per il 12%, mise a disposizione 720 milioni di euro, “spalmati” in 10 anni, per un equivalente di circa 50 milioni di euro all’anno. Ma non è finita: il mantenimento di questo inutile macchinario, lungo ben 27 km, continua a costare più di un miliardo di euro l’anno. L’Italia, grazie alle tasse dei “contribuenti”, ne paga il 10%, cioè 100 milioni di euro ogni anno! E ciò per scovare fanaticamente nuove particelle, passione questa, simile a quella dell’andare per funghi…
 

Quasi tutti oggi ritengono che questo andare per funghi scientifici, tipo atomica et similia, sia cosa buona e giusta, proprio in termini einsteiniani. E la montatura di questo cumulo di contraddizioni è divenuta la colonna portante della stupidità moderna, al punto che Einstein è divenuto paradossalmente il simbolo dell’intelligenza. Oggi è facile sentire frasi come questa: “Non ci vuole mica Einstein per capire che…” o “Qui ci vuole l’intelligenza di Einstein per capire che…”, ecc.

 

Nereo Villa, Castell’Arquato, 8 maggio 2017