I sensi umani non sono cinque ma dodici.

 

- Saggio pubblicato dalle Edizioni “Ricerca ’90” di Ciro Discepolo -

 

Fin dalle elementari trovai sempre insufficiente il modo generale di suddividere e rappresentare i sensi umani. Gli sguardi degli altri erano per me non meno importanti delle loro parole e/o del tono con cui venivano dette. Avvertivo il “senso” di tali percezioni come qualcosa di unitario, un quid espressivo, concreto ed essenziale dell’essere umano, senza il quale la condizione umana si palesava incompleta o similare a quella animale in cui non vi è più il volto ma solo il muso. Sentivo questa “condizione”, anche se non riuscivo ad esprimerla. Ed, anzi, sentivo di essere venuto al mondo proprio per usufruirne. Anche alle scuole superiori dovetti prendere atto che nella fisiologia che i docenti impartivano come oro colato, gli organi di senso erano studiati come cose assolutamente indipendenti tra loro, e ciò non mi permetteva di farmene una giusta immagine, vale a dire corrispondente al mio quotidiano sentire.

Solo quando incontrai gli studi di Rudolf Steiner sui dodici sensi, incominciai ad avere la giusta panoramica di osservazione che avrei voluto trovare nelle scuole dell’obbligo per non abbandonarle a 17 anni ed occuparmi di musica. 

La fisiologia scientifica ufficiale ammette l’esistenza di 5 sensi: vista, udito, gusto, odorato e tatto. Per la riflessione basata su pensiero organico, cioè conforme alla realtà e non solamente intellettuale e/o meccanicisticamente logico-convenzionale, i sensi risultano invece essere dodici. Vi sarebbero dunque sette sensi in più, di cui nessuno parla ed ai quali la cultura ufficiale di Stato non attribuisce alcuna realtà.

Quanto segue è il tentativo di offrire spunti basilari per rendere possibile un’integrazione scientifica della dottrina ordinaria dei cinque sensi riconosciuta dalla scienza ufficiale, al fine di approdare ad una nuova teoria della percezione, verificabile attraverso il medesimo criterio scientifico che ha permesso di attribuire realtà ai primi cinque sensi.

Il presupposto per pervenire a un simile criterio risiede già nel concetto di “senso”: sentire non è pensare. Col termine “senso” si indica ciò che della fisiologia umana entra in azione offrendo all’uomo la possibilità di farsi un’opinione percettiva PRIMA dell’entrata in azione dell’intelligenza. Ad esempio, dovendo percepire un colore mi serve un senso, dovendo invece giudicare fra due colori, esso non mi serve. Per l’indagine che segue, il criterio di verifica per tutti e dodici i sensi dovrà necessariamente poggiare sul dato di una funzionalità sensoriale che, per ognuno dei sensi osservati, abbia la medesima caratteristica: l’antecedenza rispetto al pensare. Sarà dunque questo criterio di immediatezza dei sensi a valere per le seguenti caratterizzazioni di tutto il nostro organismo senziente.

Oggi non abbiamo ancora un’immagine veritiera dell’uomo, dato che l’uomo non è solo un prodotto della natura, e non è nemmeno solo ciò che possiamo vedere e toccare. Oggi più che mai è stata lanciata una sfida a tutta la nostra esistenza: trasformare il nostro modo di pensare per accogliere la realtà del tempo che viviamo. Nervi, cuore, e metabolismo sono una triarticolazione, che va ricompresa a partire dalla sua embriogenesi, affinché l’immagine dell’uomo possa ancora microcosmicamente risorgere come espressione antropocosmica delle antiche parole “come in cielo così in terra”.

Tengo a sottolineare che la seguente indagine sui sensi, poggiante sul 12 e sulla “fisiologia spirituale” che ne deriva, prende spunto dall’assemblamento di molti appunti, da me raccolti come “figurine” non conformi alle informazioni date dalla “scienza” di Stato, presi soprattutto da affermazioni di Rudolf Steiner del 1917, fatte dopo trent’anni di indagini e ricerche nel suo volume “Enigmi dell’anima” ed esposte in conferenze già dal 1911 sulla sua fisiologia occulta.

La fisiologia umana è la risultante dell’articolarsi di tre differenti sistemi di funzioni. Il primo è il sistema dei nervi e dei sensi; il secondo è il sistema ritmico, ed il terzo è il sistema del ricambio e delle membra. Insieme, essi formano lo strumento attraverso cui si manifesta la triplice attività interiore data dalla vita del pensare, del sentire e dell’agire.

Tramite questa nostra triplice organizzazione, affondiamo le radici del nostro io nel cosmo stellare.

Questo è un dato universalmente valido, dato che siamo tutti costituiti da questi tre principi fondamentali: 1) comprendonio (o pensare); 2) cuore (o sentire); e 3) azione (o volere). Il comprendonio esige luce (conoscenza), il cuore, calore (amore), e l’azione la manifestazione di entrambi (luce del comprendere e calore del cuore). In tutto ciò siamo dunque identici, e ci possiamo ritrovare grazie, appunto, a questa nostra fondamentale struttura, nonché ai bisogni ed alle aspirazioni che vi corrispondono. Che ne siamo coscienti o meno, che ne accettiamo o no l’idea, questa è la verità del nostro essere, ed è solo in questo senso che tutti possiamo “lavorare” per formare un’unità.

Credo che senza l’esperienza dell’universalità di una moderna dottrina della percezione poggiante sui dodici sensi, sia impossibile o per lo meno molto difficile arrivare a tale “unità”, così come è impossibile “unirsi” alle varie galassie escludendo il passaggio attraverso le dodici costellazioni del nostro sistema, dato che per rendere preciso, concentrato, e intuitivo il nostro pensare, in merito alla nostra parola, voce, io, ecc., non possiamo prescindere dal nostro percepire.

Credo pertanto che la seguente indagine sui sensi, sul nostro sistema nervoso, e sulla fisiologia spirituale che ne deriva, sia estremamente importante per la vita universale degli esseri umani e soprattutto per la pace mondiale. Prenderne atto dovrebbe generare se non altro la speranza della possibilità che entrare davvero in una nuova era è possibile. L’era in cui la disunione fra gli uomini, che non comprendendosi più, arrivano a farsi le guerre, oltretutto dopo averle giustificate come giuste, sembra non voler finire. Ma finirà, e la nuova era si aprirà a partire dall’apertura dell’individuo al nuovo pensare, vale a dire ad un pensare spregiudicato.

Ho affermato più volte questa necessità, e oggi ne parlo ancora con l’intento di estendere le affermazioni scientifiche della cultura di Stato anche a quei sensi senza i quali non può darsi alcuna scienza della comunicazione.

La nascita delle scienze della comunicazione è infatti il sintomo di un’esigenza sociale dei tempi nuovi.

Ovvio che una scienza della comunicazione poggiante su semplificazionismo o su ingenuità filosofica potrà insegnare poco o nulla, e trovarsi assolutamente impotente a fronteggiare i guai che la mancanza di comunicazione fra i popoli produsse, produce e produrrà su tutto il pianeta.

Gesù diceva: “Chi ha orecchie per intendere intenda”. Infatti, se Caio ascolta davvero quanto ha da dirgli Sempronio, in quel momento non gli interessa nient’altro se non ciò che Sempronio dice: sente il suono della sua voce, sente le sue parole, e percepisce i suoi pensieri, concetti e rappresentazioni, ed è assolutamente certo che Sempronio sia dotato di un “io” così come lo è lui.

Fra chi parla e chi ascolta vi è una profonda differenza. Chi parla è egoicamente attivo, e sviluppa pensieri ed idee, che formula in parole e frasi, vivendo nell’elemento quotidiano del suo “io”. Chi ascolta, nella misura in cui ascolta rinuncia invece ai propri pensieri ed alle proprie opinioni, facendosi mero organo di percezione di pensieri altrui. Se infatti iniziasse a produrre egli stesso pensieri, non potrebbe percepire i pensieri dell’altro.

Risulterà pertanto sempre più evidente avvertire dettagliatamente, attraverso la considerazione dei 12 sensi umani, che nel percepire quanto si manifesta nel fenomeno di un semplice colloquio (reale o virtuale), abbiamo sempre a che fare con reali organi di senso, dato che, materiali o spirituali, il tono, il linguaggio, il pensiero, e l’“io” dell’altra persona, sono mondo reale della nostra esperienza, che in quanto tale può essere sperimentato, allo stesso modo in cui sono sperimentabili gli odori, i sapori, i colori e il calore. Occorre prenderne atto.

Per la pace universale degli uomini le conseguenze di questa presa d’atto si manifesteranno sempre più come una scoperta massimamente importante, dato che sempre più saranno proprio esse, e non le leggi, a regolare in futuro i rapporti fra gli uomini.  

Elencherò qui di seguito i 12 sensi a partire dal segno del Leone, in quanto rappresentativo del cuore umano, organo vitale per eccellenza.  

 

1. SENSO DELLA VITA (Leone)

Il senso della vita è il mezzo mediante il quale posso dire a me stesso: “Mi sento bene“ o “Non mi sento bene“. Lo avvertiamo subito, non appena ci sentiamo fisiologicamente in disordine. Io mi sento stanco, o sento fame, sete, oppure avverto un senso di forza nel mio organismo. Percepisco tutto questo, così come percepisco un colore o un suono. Dunque lo percepisco prima che l’intelligenza entri in azione. Come stai? Sto bene! È immediato. Non è che ci penso. Tramite il “senso della vita“ l’uomo ha - assieme all’immediata e primigenia percezione di sé - consapevolezza della sua corporeità.

Comprendere l’uomo e i suoi sensi, escludendo fra questi proprio quello che gli conferisce il potere di sentirsi interiorità completa, è menomazione di sé. Bisognerebbe perlomeno considerarlo ogni volta che ci domandano: “Come stai?” 

La lettera zodiacale del leone è la TET, nona lettera ebraica, che significa “utero”, luogo dove inizia la vita. Non per nulla il nove, che come avverbio in latino significa “nuovamente”, indica un venire alla luce attraverso nove mesi passati nell’utero…   

 

2. SENSO DELL’AUTOMOVIMENTO (Vergine)

Quando mi gratto in testa non posso dire di usare l’intelletto per prendere le misure dell’altezza della mia testa… Allo stesso modo, quando ti do’ la mano dicendoti “Piacere” non ho bisogno di prendere misure dal mio al tuo palmo, tanto più che entrambi sono in movimento. Nel percepire i nostri movimenti, abbiamo un secondo senso. Se non lo avessimo, saremmo macchine, non esseri umani. E ciò vale per tutti i nostri movimenti, da quelli del battere le palpebre a quelli del camminare o del correre. La funzione autopercettiva del mio muovermi - che mi è data dal senso del movimento - rientra anch’essa nel criterio di verifica sopra citato in quanto, per entrare in azione, il senso, esattamente come ogni altro senso, non abbisogna di alcuna attività intellettiva.

Azzardo qui l’ipotesi che il segno della Vergine possa essere riferito all’invenzione dell’automobile, proprio come mezzo sostitutivo del mezzo umano di locomozione, cioè i piedi, che appartengono polarmente al segno dei Pesci e che però, tramite il segno polare, appunto, della Vergine che ricorda Mercurio coi piedi alati, trovano un sostituto molto più veloce per l’“automovimento”.

Inoltre “il simbolismo della Vergine, la spiga, si è formato probabilmente fra il 6540 e il 4380 a.C., quando il solstizio coincideva con la levata eliaca della costellazione e fu quella un’epoca di profonde innovazioni, tanto da ispirare la definizione di “rivoluzione neolitica”: si cominciarono a coltivare regolarmente il frumento e l’orzo ed ad addomesticare capre, pecore, maiali e buoi(1). “Il geroglifico della Vergine rappresenta la M e secondo Fabre d’Olivet (La lingua ebraica restituita) la lettera M indica il movimento attraverso il quale un nome o un’azione sono presi come mezzi, come strumenti(2).  

 

3. SENSO STATICO O DI EQUILIBRIO (Bilancia)

La percezione delle quattro direzioni spaziali, ALTO, BASSO, SINISTRA, e DESTRA, è conferita all’uomo dal suo senso di equilibrio. Sarebbe un po’ pericoloso se fossimo privi di questo senso. Come faremmo a stare in piedi in modo giusto? Bisogna immaginare la scena di qualcuno privo di apparato vestibolare: si accascerebbe. Se cerchi su un libro scientifico medico l’organo di questo senso, cioè l’apparato vestibolare, trovi tutto eccetto che esso è l’organo del senso dell’equilibrio. Si parla  solo di CONTROLLO DELL’EQUILIBRIO. Certamente è giusto, dato che senza questo piccolo organo, o se per esempio esso fosse leso in uno dei tre canali semicircolari del nostro orecchio, perderemmo il senso dell’orientamento. Però, dato che nessun testo scolastico di Stato indica che qui vi è un senso, per la scienza si può allora realmente parlare solo di un CONTROLLO DELL’EQUILIBRIO senza… senso.

Che il segno della Bilancia abbia a che fare con l’equilibrio è talmente evidente che non occorre naturalmente dare troppe spiegazioni. Cito solo il fatto che la fisiologia della Bilancia “governa i meccanismi omeostatici che mantengono l’equilibrio nei sistemi fisiologici(3).  

 

4. SENSO OLFATTIVO (Scorpione)

Uscendo dalla nostra interiorità, incominciamo ad entrare in scambievole azione col mondo esterno. Questo prima interazione con l’esterno consiste nel fatto che ci uniamo a sostanze esterne percependole e che, ovviamente, ciò non è possibile che avvenga con corpi solidi o liquidi: avviene solo con corpi in forma gassosa. Vi è allora un’unione sostanziale con la materia. Il quarto dei nostri sensi fin qui considerati è allora il “senso olfattivo“, ed è il primo con cui cominciamo ad entrare in reciproco rapporto col mondo esterno.

“Se si comincia la classificazione dei tipi scorpione dal lato tenebroso […] il fiuto, l’intelligenza, la tenacia, la capacità di osservazione si nota che sono caratteristiche peculiari(4). “La piramide nasale, ovvero la parte che si vede, è governata dal segno dello Scorpione perché esso simbolizza le parti anatomiche addette all’escrezione dei rifiuti corporei: attraverso il naso vengono escreti muco, vapore acqueo, biossido di carbonio(5).  

 

5. SENSO DELLA VISTA (Sagittario)

Nel “quinto senso“, l’intimità del reciproco scambio fra mondo interno e mondo esterno aumenta ancora: l’uomo penetra ancora più profondamente nella sostanza delle cose, le quali gli comunicano ancora di più allora la loro essenza. Se infatti col senso olfattivo, iniziamo senza sforzo a penetrare nella sostanza (dato che l’accogliamo così com’è), al gradino successivo, abbiamo la possibilità di penetrare l’essenza sotto forma di luminosità o di colore delle cose. Per esempio, una foglia o uno smeraldo, irradiano luce verde, perché sono essenzialmente tali internamente, e lo sono al punto da essere in grado di riflettere proprio luce verde. Rispetto al naso, che percepisce la parte gassosa che circonda le cose, l’occhio conduce più all’interno di esse. Questo è dunque il “SENSO DELLA VISTA“: il senso che permette di avvertire un alto livello di intimità del mondo esterno. Non a caso la lettera zodiacale del Sagittario è la AIN che significa “occhio” e “fontana”, intesa come fonte di conoscenza, di saggezza (6).

Il Sagittario, la cui frase-chiave è IO VEDO è rappresentato dal centauro che tiene in mano l’arco ed anche nell’occhio umano vi è un arco-baleno superiore: l’iride (7).

 

6. SENSO DEL GUSTO (Capricorno)

Col “SENSO DEL GUSTO”, la dinamica fra mondo esterno e mondo interno incomincia a farsi più complessa, dato che uomo e materia sono collegati qui più intimamente, e che la materia si dona ora maggiormente a noi. Ecco perché il bambino avvicina le cose alla bocca: per conoscerle di più. Col “SENSO DEL GUSTO” incomincia a manifestarsi in noi la natura interiore delle cose non solo in merito alla loro superficiale sostanzialità, ma perché entriamo in un rapporto ancora più profondo con questa o quella sostanza: ciò si verifica quando le papille gustative della lingua permettono, per esempio, una più intima conoscenza della sostanza con cui veniamo in contatto. Il rapporto di intimità è comunque anche quello che si ha attraverso la bocca, per esempio anche col bacio. Attraverso la bocca, il rapporto di intimità con le cose di cui ci nutriamo è comunque quello di reciproco ricambio fra noi e la natura: le cose ci dicono non solo ciò che esse sono come sostanze, ma addirittura gli effetti che producono in noi. Questo “sesto senso” è il “SENSO DEL GUSTO”.

La lettera zodiacale del Capricorno, così come risulta giustificato nel mio testo “Numerologia biblica” è la lettera PE, che significa “bocca” e la bocca è l’ambito in cui attraverso la lingua, il palato, i denti, si sperimenta la consistenza, il sapore e il gradimento delle sostanze che vogliamo gustare.  

 

7. SENSO DEL CALORE (Acquario)

Se potessimo afferrare una meteora, o una stella cadente, o un pezzo di metallo scottante non avremmo la sola manifestazione superficiale di quell’oggetto, ma anche del suo interno. Ciò vale anche se afferriamo un oggetto gelato o un pezzo di ghiaccio. Infatti, tutto ciò che è esteriormente freddo o caldo, lo è a partire dall’interno. Col “SENSO DEL CALORE” si penetra sempre più nelle cose del mondo. E questo vale anche in senso simbolico: impressioni di tutta una gamma o gradazione di calore, per esempio, di un dipinto, mi appaiono immediatamente dai colori, anche quando non ho ancora identificato le forme che essi rappresentano. Lo stesso dicasi di una situazione o di una persona. Io percepisco subito se essa irradia o no calore umano. Se per esempio vedo una mela, la sua essenza mi si comunica attraverso la sua superficie, e col mio occhio fisico che vede solo quella superficie determinata dall’essenza della rosa, imparo a conoscere quella mela fino a quel determinato gradino. Però è col mio “SENSO DEL CALORE”, e non dal solo dalla percezione del colore verde o rosso, so se quella mela è acerba, matura o marcia. Il “SENSO DEL CALORE” è dunque anche un senso del futuro, che tenderà a svilupparsi sempre di più, e che consiste nella triarticolazione peculiarmente umana di pensare, sentire, ed agire. Anche in tal senso è rapportabile al segno astrologico dell’Acquario, il quale “è rappresentato da una figura umana che tiene una e a volte due, urne da cui versa l’elemento fluido primordiale. Il termine Urna è formato dalla radice UR che, in gotico vuol dire Origine, Genesi, Inizio, che in latino forma il termine URO = bruciare, e che, in fenicia, era il nome del Cielo Padre degli dèi. L’Urna è dunque il simbolo di ciò che contiene il Fuoco Primordiale, l’Energia Creatrice Luminosa […]” (8). In ebraico il termine “ur” significa “luce”, così che per esempio “Benhur” significa “Figlio (ben) della luce”. Tale termine ebraico caratterizza etimologicamente la parola italiana “cultura” come “culto di ur”, cioè culto della luce.     

Il sole del diciannovesimo tarocco, zodiacale dell’Acquario, esprime successo attraverso la propria calda energia luminosa. Inoltre, per la correlazione del calore all’Acquario, non solo in senso simbolico come calore della conoscenza ma anche in senso fisico, andrebbe considerato che il glifo dell’Acquario non rappresenta solo un’onda acquea, dato che l’Acquario non è neanche un segno d’acqua, ma è segno d’aria, ma evoca anche lo zigzag del lampo. Il simbolismo dell’illuminazione e del calore che tale glifo genera è allora evidente, anche perché i pianeti-simbolo del segno, Urano e Nettuno, rimandano a due tipi di calore-energia: energia materiale e energia spirituale, che donano sia un calore fisico, attraverso l’energia elettrica, che un calore spirituale, attraverso l’illuminazione interiore.  

 

8. SENSO DELL’UDITO (Pesci)

Col “senso dell’udito“, posso penetrare ancora più profondamente la realtà delle cose nella misura in cui esse cominciano a risuonare. Mentre l’aspetto termico degli oggetti è circoscritto ad (e trattenuto in) essi, il loro eventuale suono li porta a pulsare e, tramite ciò, siamo in grado di percepire la “mobilità interiore” degli stessi. Se  provi a colpire qualcosa, subito essa ti rivela il suo interno attraverso il suo suono; se lasci agire su di te quel suono percepisci come essa può vibrare interiormente, e puoi così distinguere le cose secondo la loro natura interiore. L’“anima” delle cose, percepibile nei loro rispettivi suoni, parla allora all’interiorità umana. Questo è l’“ottavo senso”: il “SENSO DELL’UDITO”.

Credo che l’astrologia del futuro dovrà parlare del rapporto che esiste fra alcuni organi umani proprio come di un dogma. Si tratta del piede, dell’orecchio e del feto. RESH è la lettera ebraica zodiacale dei Pesci, e “pesci“ in ebraico si dice “daghìm“. Se si sommano i valori numerici delle lettere DALET, GHIMEL, IOD e MEM, di “daghìm“ (4 + 3 + 10 + 40) si ottiene il totale 57, che esprime come “sintesi teosofica” di 5 + 7, il dodici. Il dodicesimo segno dello Zodiaco corrisponde ai Pesci e dopo i Pesci vi è di nuovo l’Ariete. Se si osserva un feto umano racchiuso dentro la placenta, si vede che esso è disposto entro l’elemento sferico del grembo materno, in modo da assumere una forma circolare: la testa tocca i piedi. È per questo motivo che, anche nel cerchio zodiacale il segno dell’Ariete, espressione del capo umano, confina con quello dei Pesci, il quale diventa così espressione sia del capo umano che dei piedi. Il segno dei Pesci caratterizza infatti tanto professioni inerenti al lavoro del pensiero, come per esempio quella del filosofo, che professioni inerenti al ballo o al calcio, che implicano un sapiente uso dei piedi. Piedi, orecchi, feto, ed il concetto stesso di dogma, interessano a vari livelli l’astrologia, dato che l’etimologia stessa di dogma proviene proprio da “daghìm“, che nella lingua biblica è il plurale di “dag”, “pesce“! Coi dogmi si rischia infatti di guizzar via, come pesci dalla ragione, accontentandoci di credere, senza ragionare sui contenuti di una fede. La parola “daghìm“ e la parola “dogma” hanno la stessa radice in quanto i nostri piedi sono il vero fondamento del nostro “ubbidire”. Obbedienza proviene infatti da ciò che udiamo “ob” “audienza”, onde l’antico detto “chi ha orecchi per intendere intenda”…

 

9. SENSO DEL LINGUAGGIO O DELLA PAROLA (Ariete)

La percezione si fa ancora più approfondita quando il suono contiene un significato. Si parla allora di “SENSO DEL LINGUAGGIO O DELLA PAROLA”. Tramite esso io percepisco il linguaggio che mi arriva dai miei simili tramite voce e parola. Nel comprendere il linguaggio ho la possibilità di comprendere qualcosa di più rispetto al valore del tono delle mere parole udibili.

Parlare di “SENSO DEL LINGUAGGIO” è giustificato - anche se in genere si ha difficoltà a riconoscerlo - proprio a causa del fatto che alla diretta sensazione di ciò che si manifesta nella voce si affianca immediatamente, di regola, la propensione a giudicarne i contenuti concettuali. Perciò non ci si rende minimamente conto di avere un organo per percepire il linguaggio del prossimo. Il “SENSO DELL’UDITO” percepisce l’elemento acustico o musicale del linguaggio; non percepisce ancora il suo contenuto essenziale. Solo il “SENSO DEL LINGUAGGIO” può riconoscere il linguaggio, rendendolo tale. L’uomo ha in sé un “vocabolario”, che si è formato da tutto ciò che il “SENSO DEL LINGUAGGIO” ha percepito nel corso degli anni e dei decenni. Questo organismo della parola o del linguaggio è ripartito in modo variegato, ricco e molteplice. Nel poppante non è ancora presente. Nel bambino è ancora scarso. Il bambino infatti impara a parlare prima di poter cominciare a giudicare. Soltanto attraverso il linguaggio egli impara poi a giudicare. Il “SENSO DEL LINGUAGGIO” è in fondo... un educatore interno, come lo sono pure i sensi dell’udito e della vista, nella prima età infantile.

Una lingua, un linguaggio, nella sua interezza, appartiene ad un popolo. Il giudicare spetta al singolo. Ma ciò che parla al senso non è sottoposto all’attività interiore del singolo. Ecco perché per stabilire relazioni fra gli uomini abbiamo a disposizione questa peculiare attività percettiva massimamente importante, che rientra nei criteri di verifica qui adottati per gli altri sensi, in quanto il linguaggio lo si può intendere benissimo anche quando la capacità umana di giudicare non è ancora entrata in azione. Si tratta di ciò che l’uomo percepisce quando sa intendersi coi propri simili attraverso la parola. Il “SENSO DEL LINGUAGGIO”, “nono senso” in questa enumerazione, è diverso dal “SENSO DELL’UDITO”, in quanto non vi è motivo di ritenere che per i suoni si abbia la medesima percezione che si ha per le parole: si tratta di due cose completamente distinte, come il gusto lo è dalla vista.

Certamente si potrà obiettare che il suono di una nota musicale e quello di una parola, sempre suono è. Però non si potrà negare che il suono di una serie di note musicali evochi qualcosa di essenzialmente diverso da ciò che può evocare una serie di parole. “L’arte di adeguare le parole alla melodia musicale non va confusa con l’arte di creare parole ‘musicali’ senza melodia” scriveva Ezra Pound a proposito dei poeti simbolisti che si occupavano più della tonalità e della musicalità delle loro parole che dell’effettivo valore dei rispettivi contenuti (9).

Il segno dell’Ariete esprime la parola in senso cosmico. Nell’astrologia ebraica infatti il segno dell’Ariete è detto anche segno dell’Agnello. Il Logos, cioè la Parola di cui parla Giovanni all’inizio del suo vangelo non è altro che la testimonianza dell’inizio cosmico dell’Agnello, espresso anche dal cielo delle costellazioni. Ecco perché anticamente si diceva che il mondo era fondato sulla schiena del Pesce: perché dopo i Pesci vi è ancora l’Agnello…

 

10. SENSO DEL CONCETTO O DEL PENSIERO (Toro)

Percepire il concetto tramite la parola porta l’uomo a penetrare ancora di più nella parola. Per la maggior parte della gente questa distinzione non esiste! Eppure vi è differenza fra il percepire il mero suono delle parole, ed il reale pensiero che sta dietro ad esse.

Abbiamo qui un “decimo senso” con cui possiamo davvero percepire i pensieri dei nostri simili. Questi pensieri si presentano al nostro organismo sensorio tramite il linguaggio, ed il linguaggio è il mediatore dei pensieri, il loro... “autobus”.

Il linguaggio è sempre veicolo di pensieri, e mai identico ad essi. Senza il “SENSO DEL PENSIERO” sentirei, sì, il linguaggio dei miei simili, e capirei l’essenza della voce, delle parole, e del linguaggio come tale, ma non sarei mai in grado di percepire il pensiero di chi mi parla. Quando si ode una parola, per esempio una parola come “rosa”, che cosa si vuole fare intendere con essa? Tramite il mero senso del linguaggio, la risposta appare immediata: si vuole fare intendere un fiore, dato che la rosa è un fiore. Col mero senso del linguaggio, però, non è possibile avere subito chiarezza in frasi come le seguenti: “Hai visto Rosa?”, “La rosa dei candidati era piuttosto vasta”, “Non conosci la rosa dei venti”, “È un fanatico di romanzi rosa”, ecc. Il significato di un termine è infatti anche contestuale e semantico, oltre che linguistico. In definitiva, è l’uso che si fa delle parole a determinarne, a livello comunicativo, il significato. E sotto questo punto di vista, la cosiddetta “pragmatica” (settore della semiologia, scienza dei segni, e in genere della linguistica e della scienza della comunicazione) rientra pienamente nel “SENSO DEL PENSIERO”.

Il “SENSO DEL PENSIERO” non è il “SENSO DEL LINGUAGGIO” ed è, anzi, extra-linguistico, dato che serve a togliere dall’ambiguità linguistica parole o frasi che potrebbero avere significati diversi: l’espressione “È saltato il catenaccio”, significa infatti qualcosa se, per esempio, si tratta dell’amara constatazione di un tifoso che vede la sua squadra perdere dopo un’accanita difesa; significa invece altro se il contesto non è più lo stadio ma il carcere, dove un secondino scopre un tentativo di fuga. Altro esempio: la parola “rimpasto” ha un significato preciso nel codice professionale del panettiere, ma ne ha invece un altro in quello politico, ecc.

Esistono poi diversi altri veicoli del linguaggio per esprimere il pensiero. Uno di questi è la gestualità: faccio un gesto con la mano, l’altro capisce il pensiero espresso tramite questo “linguaggio”, e si ferma, come da mio desiderio; chiedo qualcosa, ed egli scuote la testa; allora percepisco subito, capisco subito, per mezzo di questo suo gesto, i suoi pensieri; forse ha perfino sollevato le sopracciglia, quasi impercettibilmente, ma io ho compreso la sua risposta con l’aiuto dell’occhio, e con il senso del movimento.

Anche persone che parlano lingue diverse possono spesso, nondimeno, intendersi bene con gesti e mimica.

Vi è poi un’ulteriore mezzo per dare ai nostri pensieri un’espressione comprensibile per i nostri simili. Si tratta della scrittura o del segno. Per acconsentire a qualcosa, posso dunque dire chiaramente “sì”, oppure fare un segno affermativo con la testa, oppure ancora scrivere la parola “sì” su un foglio di carta. In tutte e tre i casi il mio simile ha percepito i miei pensieri col suo senso del pensiero: nel primo caso, ha dovuto ricorrere al senso dell’udito e della parola, nel secondo e nel terzo caso, al senso della vista e del suo movimento. Se la mia attività interiore può muoversi, animarsi, commuoversi, può farlo solo perché sa percepire il concetto, il pensiero. Per questo ci occorre il “SENSO DEL PENSIERO”. Il “SENSO DEL PENSIERO” è precisamente un senso a sé, come lo sono il senso dell’olfatto, e quello del gusto. Solo con questi sensi della comprensione e dell’intendimento possiamo realmente imparare a conoscere le cose, e ad arrivare così alla loro essenza. Attraverso il “SENSO DEL PENSIERO”, l’uomo diventa perciò capace di comprendere, come se li percepisse, i pensieri altrui. E poiché per poter riflettere sui pensieri altrui, dobbiamo averli prima percepiti nel loro contesto, anche questo “decimo senso” rientra nei criteri di verifica precedentemente adottati.

Il segno del Toro ed il “SENSO DEL PENSIERO” sono in connessione per vari motivi. Basta pensare alla moneta ed alla sua etimologia proveniente da “manas”, che in sanscrito significa “pensiero” (10), e da “moneo”, che in latino significa “rammentare”, “ricordare”, “rimembrare”, quasi per ammonirci della tri-articolazione dei tre organi possibili in cui il pensare può estrinsecare la sua funzione mnemonica: la mente (rammentare con la testa), il cuore (ricordare con il cuore) e le membra (rimembrare con gli arti).

Si potrebbe perfino dire che il “SENSO DEL PENSIERO” ed il senso della moneta sono in fondo la medesima realtà, dato che il denaro in definitiva non è altro che razionalità concentrata, spirito concentrato della triarticolazione umana. La moneta, il capitale, e la ricchezza in genere, sono concetti strettamente taurini. L’adorazione del dio quattrino in luogo del dio trino ha radici bibliche riguardanti il periodo egizio-caldaico-assiro-babilonese ed il famoso “vitello d’oro”, che era poi il “vitello-toro” che sostituiva il “bue Api”. Sintomatico che Karl Marx, autore del “Capitale”, fosse del Toro. La vita dell’uomo del Toro è insomma generalmente caratterizzata dal denaro. Questo va detto non solo in positivo, ma anche in senso negativo: André Barbault fa per esempio anche notare che non è raro imbattersi in persone del Toro la cui vita si svolge all’insegna della massima povertà (11).

 

11. SENSO DELL’IO (Gemelli)

Un rapporto ancora più intimo col mondo esterno rispetto a quello del “SENSO DEL PENSIERO”, riguarda un’ulteriore e importantissima capacità sensoriale: il “SENSO DELL’IO”. Questo senso è in grado di rendere possibile un sentimento tale da fare sperimentare all’uomo un suo simile come sperimenta se stesso! Anche in questo caso non si tratta di deduzione. Come il vedere non si basa su deduzione, così la percezione dell’io altrui non si basa su una conclusione del pensare, ma è percezione immediata della realtà dell’io. Si tratta di una realtà immediatamente percepibile, e totalmente autonoma della nostra interiorità.

Tramite il “SENSO DELL’IO”, l’uomo ha la possibilità di sentire subito gli altri, cioè di percepirne l’io. Martin Buber spiega con ragione che lo spirito non risiede nell’io, ma nel rapporto fra l’io ed il tu (12). Tale rapporto sarebbe però impossibile se mancasse il “SENSO DELL’IO”. Si è di fronte qui ad una percezione non materiale, esattamente come lo si è nel “SENSO DEL PENSIERO” e nel “SENSO DEL LINGUAGGIO”. Ciò non toglie che qui abbiamo a che fare con un vero e proprio senso umano.

È insomma un dato di fatto certo che esista in noi un senso profondo che ci permette di percepire l’io altrui. Se così non fosse, sarebbe impossibile delineare una benché minima conoscenza dell’io. Tutti percepiamo la presenza dell’egoità, e la percepiamo esattamente come percepiamo i colori col “SENSO DELLA VISTA”: così come con l’occhio percepiamo i colori, il chiaro, lo scuro, ecc., allo stesso modo siamo in grado di percepire immediatamente, tramite il “SENSO DELL’IO”, le multiformi diversità e i contrasti dei vari “io”. E proprio come il colore di un oggetto agisce su di me attraverso il “SENSO DELLA VISTA”, così, attraverso il “SENSO DELL’IO”, agisce su di me l’io del mio simile, e viceversa. La funzione di questo senso è diretta, immediata, e indipendente dal fatto che vedo il mio prossimo, ne sento i suoi toni vocali, il suo linguaggio, o che vedo il suo incarnato, o che lascio agire su di me i suoi gesti, e così via.

Così, se da un lato l’esperienza del mio io è per me qualcosa di puramente interiore, la percezione del tuo io o dell’io altrui è reciproco scambio fra me e te, o fra me e il mio prossimo, da me percepito come “mondo esterno” (o come un io a me estraneo o relativo al “mondo circostante”).

Questa percezione è pertanto l’indicazione che per le percezioni che non si manifestano materialmente abbiamo a che fare con un organo spirituale di cui la percezione è una premessa. Tale organo spirituale non è altro che la coscienza.

Lo stesso può essere detto del “SENSO DEL PENSIERO” e del “SENSO DEL LINGUAGGIO”. “SENSO DELL’IO”, “SENSO DEL PENSIERO” e “SENSO DEL LINGUAGGIO” sono infatti i tre sensi superiori dell’essere umano, detti anche della conoscenza, o della comprensione, o dell’intendimento. Per poter tramite essi sperimentare il percepire, dobbiamo avere prima in noi stessi una determinata “coscienza dell’io” (o “coscienza del sé”). Con quest’organo quindi, che si sviluppa a partire dalla nostra peculiare “esperienza dell’io”, il “SENSO DELL’IO” ci permette di percepire l’io dei nostri simili.

Anticamente, la percezione dell’io era connessa a speciali prove e segreti misteriosofici, dato che l’io si incarna quando il sangue del Golgota feconda il pianeta a partire dall’anno zero. Prima di allora l’uomo poteva avvicinarsi all’esperienza dell’io solo iniziaticamente, dato che indicava se stesso esattamente come fanno gli infanti, in terza persona. L’infanzia dell’umanità e l’infanzia del singolo uomo sono, da questo punto di vista, similari. E nei vangeli ciò è espresso dal concetto di “FIGLIO DELL’UOMO”, termine tecnico che riguarda propriamente l’io umano (13).

Infatti, dopo l’Ariete e il Toro, “l’energia Gemelli corrisponde alla terza fase del processo creatore, quella del FIGLIO(14).

È pertanto difficile ricercare nei testi antichi la testimonianza della relazione fra il “SENSO DELL’IO” ed il segno dei Gemelli, dato che l’evento dell’io è un fatto relativamente nuovo, non solo rispetto al tempo dell’auto-presentazione di Dio mediante le parole “Io sono l’io sono” (“Eié ascèr eiè”) ricevute da Mosé, ma anche ai tempi più antichi a cui possiamo risalire, vale a dire al periodo paleo-indiano dei “FIGLI DEL SOLE”, i gemelli divini più antichi: gli Ashvins vedici, figli di Dyaus, o Surya, e di Saranya, sua donna. Surya, e Saranya “rappresentavano verosimilmente i due astri luminosi sole e luna, intesi come i principi positivo e ricettivo dell’Ariete e del Toro che precedono i Gemelli(15).

La parola “gemelli” può essere fatta risalire in tal senso al concetto di “zen”, che in sanscrito corrisponde a “djana”, in cui Dyaus, il dio Giano, Zeus, Giove, il prete Gianni, e gli déi o i Deva in genere auspicano l’incarnazione di Yhwh o di Yah, cioè dell’io nell’essere umano. Inoltre la consonanza tra il suono della lettera ebraica “zain”, zodiacale dei Gemelli, ed i nomi delle divinità citate, comprova l’importanza dell’io per il segno dei Gemelli.

Se si procede ora l’indagine oltre questo senso, cioè oltre il “SENSO DELL’IO” tramite cui si è pervenuti allo spirito, non si può che ritrovare la materia, attraverso la tattilità.

 

12. SENSO DEL TATTO (Cancro)

Il “SENSO DEL TATTO” è il senso grazie al quale l’essere umano entra in relazione con l’aspetto materiale del mondo esterno. Per mezzo del tatto egli urta contro il mondo esterno e comunica continuamente con esso nel modo più grossolano, e contemporaneamente imparando ad incidere nella materia.

Il processo che si svolge nel tatto però non termina qui, ma si estende in più sfere della nostra attività interiore, e bisognerebbe parlare anche di un altro tatto. Quando per imparare a camminare i bambini urtano contro uno spigolo, per es., lo spigolo del tavolo, dicono “cattivo” allo spigolo o al tavolo, cioè lo accusano di aver procurato loro il dolore. I bambini infatti si identificano con le cose del mondo esterno in quanto, provenendo da un io cosmico, sono ancora un po’ in quel mondo da cui sono venuti, e fino a quando non avvertono di essere qualcosa di diverso da esso, dicono “cattivo” allo spigolo. Ed è attraverso questa operazione di “disidentificazione” che ci formiamo la consapevolezza dell’io. Il “SENSO DEL TATTO” può dunque essere esteso anche alle percezioni dei sensi superiori (“SENSO DELL’IO”, “SENSO DEL PENSIERO” e “SENSO DEL LINGUAGGIO”).

Nel percepire gli avvenimenti del mondo esterno ci comportiamo con un certo “tatto” o “gusto morale” non per via di riflessione o di speciali sentimenti ricollegabili a tali avvenimenti, ma semplicemente come avviene di solito nelle relazioni convenzionali fra la gente: “Buongiorno”, “Come va?”, ecc. L’impulso che così ci fa agire lo chiamiamo infatti anch’esso “tatto”, e quanto più spesso avviene un simile immediato liberarsi di un’azione a seguito di una percezione, tanto più ci dimostriamo adatti ad agire esclusivamente sotto l’influsso del tatto... Oltre al “SENSO DELL’IO”, quest’ultimo senso si riallaccia dunque al primo, al “SENSO DELLA VITA”, non solo quindi come “tatto” ma anche come “tatto morale”.

Certamente, la pelle può essere indicata come organo del senso del tatto, tanto che spesso si confonde questo senso con quello del calore, anche se questi due sensi sono naturalmente del tutto distinti: infatti tramite il tatto l’uomo percepisce se qualcosa è superficialmente dura o molle, mentre col “SENSO DEL CALORE” non è solamente la compattezza superficiale di qualcosa a manifestarglisi, dato che penetra nell’interiorità di essa, compenetrata di freddo o di caldo a partire dal proprio interno.

Ecco perché occorre allora caratterizzare i differenti livelli del tastare. Ed a questo proposito, bisognerebbe correggere un errore, che di solito si fa per l’abitudine A considerare superficialmente le cose: di solito, dato che col “SENSO DEL TATTO” siamo certi di percepire, per es., la ruvidità di un muro, la morbidezza di una pelliccia, o la levigatezza di un vetro, ecc., crediamo in tal modo di percepire la natura esterna, non però anche la nostra interiore corporeità. Ma le cose non stanno esattamente così. Certamente quando si tasta, si stabilisce un chiarimento fra la nostra azione e l’ambiente esterno. Però ci sfugge che col toccare un oggetto, noi percepiamo in realtà solo noi stessi, vale a dire la nostra corporeità: percepiamo, tramite l’oggetto, propriamente solo la modificazione che viene provocata in noi nelle estremità delle nostre dita, e null’altro. Il toccare riguarda infatti processi che si svolgono in realtà non all’esterno, ma sotto la nostra pelle, e che solo per questo motivo possiamo percepire qualcosa tangibilmente. Ciò che così percepiamo con l’organo del tatto, lo proiettiamo poi sul mondo esterno tramite la coscienza, e giudichiamo che ciò che stiamo toccando è, per es., un muro ruvido. Col “SENSO DEL TATTO”, l’uomo percepisce dunque qualcosa in se stesso, sente qualcosa all’interno di sé.

L’esperienza del tatto non è altro, in fondo, che la reazione dell’interiorità umana ad un processo esterno. Il mondo esterno viene toccato, ma nulla del suo essere viene percepito, anche se dopo l’esperimento del tastare, il giudizio può concludere: “è ruvido”. Ma anche l’azione dell’occhio, cioè del “SENSO DELLA VISTA”, è un tastare. Poiché però, osservando l’attività del senso tattile, vediamo, appunto, come le dita tastino una superficie, questo senso ci sembra più familiare degli altri sensi, anche se ciò che si svolge effettivamente nell’attività tattile si sottrae ai nostri occhi. Invece i due sensi più vicini al senso del tatto, oltre il “SENSO DELLA VITA” (vale a dire il “SENSO DELL’AUTOMOVIMENTO” e il “SENSO DELL’EQUILIBRIO“) sono sempre compartecipi all’azione del tastare, dato che quando si vuole davvero toccare qualcosa, si muove subconsciamente in qua o in là la mano o le dita. Solo col movimento si può tastare realmente il mondo esterno. Questa circostanza mostra chiaramente allora la forte partecipazione del “SENSO DELL’AUTOMOVIMENTO” all’atto del tastare. Generalmente, toccando qualcosa, si chiudono perfino gli occhi per avere una più forte esperienza di tatto. Anche il “SENSO DELL’EQUILIBRIO” partecipa allora a questa attività. Quando, per esempio, si tasta il terreno coi propri piedi ci si pone contemporaneamente in equilibrio. L’uomo dunque non tasta soltanto quando tocca superficialmente un oggetto, tasta pure quando cerca qualcosa con gli occhi, quando gusta qualcosa con la lingua e quando annusa qualcosa col naso. Il tastare è una qualità comune ad altri sensi, i quali sono tutti “sensi del tatto”, e fino al “senso del calore” si può parlare di tastare! Con tali sensi l’essere umano percepisce sempre qualcosa all’interno di sé.

Fra le 12 possibili concezioni del mondo esaminate da Steinter nel 1914 (16), quella attribuita al segno del Cancro è il materialismo. Secondo questa impostazione di pensiero, l’uomo del Cancro ragionerebbe come segue: “Per la mia attitudine a risentire ciò che fa su di me l’impressione più grossolanamente solida, devo onestamente affermare che la via dello spirito mi è preclusa, dato che la dimostrazione concreta della spiritualità è per me alquanto difficile. Perciò, grazie alla mia inclinazione al materialismo, mi fermo a ciò che so, anche perché i moltissimi argomenti, disputati con grandissimo acume a sostegno in mio favore, cioè a dimostrazione del materialismo, non sono poi così assurdi. È stato infatti scritto molto sul campo materiale della vita, per esempio sulla fisica e in generale sul mondo della materialità e delle sue leggi. Dunque, dato che su quanto riesce a fare poca impressione su di me potrei probabilmente dire solo facili sciocchezze, preferisco attenermi a ciò che posso scoprire di utile e di valido sulla materia e sulle sue leggi(17).  

 

PER UN DIALOGO COSTRUTTIVO

Questa indagine sui dodici sensi umani poggia sul metodo critico che caratterizza il contenuto del concetto di “senso” come ciò che della fisiologia umana entra in azione prima della riflessione pensante, vale a dire in modo non mediato da questa, ma immediato e tuttavia capace di offrire ad essa precisi contenuti percettivi. Credo che tale metodo critico sia il medesimo usato dalla psicologia fisiologica dei 5 sensi riconosciuti dalla scienza ufficiale, e spero che l’averlo adottato nei confronti delle osservazioni fatte incoraggerà i lettori a giudicare da sé e a mettere in dubbio tanto la critica quanto le riflessioni fatte. Infatti è molto probabile che, al momento in cui questo testo uscirà, io stesso sarò stato costretto a rivedere alcune delle idee che ho espresso, anche in merito all’attribuzione dei dodici sensi alle caratteristiche mitologiche delle dodici costellazioni celesti.

Spero che tutto quanto è stato fin qui osservato, pur costituendo ancora solo una minima parte indicativa di ciò che potrà svilupparsi in futuro in merito alla sfera sensoriale dell’essere umano, possa tuttavia servire di base per la conoscenza umana. Credo che questa visione delle cose sia necessaria se non si vuole rimanere travolti dalla medesima confusione in cui naviga ancora la cultura attuale, dalla filosofia all’antropologia, dalla teoria della conoscenza alla fisiologia, dalla fisica alla psicologia, ecc.

Oggi è divenuto normalità affermare, per esempio, dubbi generalizzati sulle possibilità conoscitive umane, poggianti sul cosiddetto pensiero debole, fortissimo nel determinare succubanza alla cultura di Stato, attraverso continue domande come la seguente: “Che cosa può conoscere l’uomo con i singoli sensi?” (18).

Poiché, con la dottrina dei cinque sensi, non si riesce a rispondere in ordine ad alcuna Conoscenza, l’uomo è arrivato al punto in cui non riesce neanche A indicare la differenza fra il senso dell’udito e il senso della vista. Infatti si parla di onde luminose, così come si parla di onde sonore, senza tener conto che il senso della vista non penetra altrettanto profondamente nell’uomo quanto il senso dell’udito. E poiché un gran numero di considerazioni, fatte soprattutto dalla fisica sulla natura del senso visivo e del suo rapporto col mondo circostante, non ha tenuto conto sufficientemente della natura dei sensi, sono stati edificati innumerevoli errori in questo ambito.

La scienza, dal suo punto di vista, dovrà incominciare a parlare in modo diverso e ad esprimere l’errore, dato che l’evoluzione si è svolta in modo che la vera natura dei sensi è stata dimenticata. Se farà questo, ne guadagnerà non solo l’individuo ma tutto l’organismo sociale.

L’uomo d’altronde può sviluppare autonomamente solo una parte della sua attività interiore, l’altra parte può essere sviluppata solo quando se ne creino condizioni nei contatti e nell’interazione con gli altri. Tale cammino verso l’io e verso il tu, è però “culturalmente” cosparso ancora da troppe stupidaggini, “modelli di pensiero”, e modi di agire del passato, che sono solo di ostacolo ad un sano sviluppo. Pertanto si tratta di un cammino non facile da realizzare. In ogni caso si tratta di uno sviluppo dal duplice aspetto: uno individuale, ed uno sociale. Il primo, richiede studio e approfondimento personali del proprio essere interiore. L’altro, quello sociale, ha lo scopo di risvegliare lo spirito nell’interiorità attraverso gli incontri e il dialogo con gli altri. Una conversazione con un’altra persona può però essere condotta correttamente solo se in ambedue i partecipanti divenga possibile un atteggiamento comune in cui i sensi della comprensione e dell’intendimento sopra accennati funzionino in modo sano, percependo cioè timbro, linguaggio, pensiero ed “io“ altrui nel modo descritto (credo che ciò possa valere fino a un certo grado anche nelle conversazioni fatte mediante scritti, post, saggi, ecc., anche se in esse il timbro della voce manca). Allora il dialogo diventa prezioso come la luce.

Poter giudicare i propri simili è un “buon diritto” dell’essere umano, ma questo diritto (giudizio critico) è buono solo se attuato in base al frutto di TUTTE quante le sue attività sensoriali. L’esperienza insegna che un tale atteggiamento del giudizio critico non è una cosa ovvia. Se di una persona dico, per esempio: “Costui non lo posso ‘odorare’ (sopportare)” oppure: “Costui è di mio gusto” o “mi piace”, allora giudico in base a sensi diversi da quelli della comprensione e dell’intendimento: giudico di più in base a sensi come per esempio quelli della vista, dell’olfatto, del gusto o del calore, vale a dire sensi intermedi, nei quali è fortemente accentuato il sentimento. Se i miei sensi della comprensione e dell’intendimento sono poco sviluppati, allora sono tanto più immerso nei sensi del sentimento, e giudico la persona in base a questi ultimi.

Certe persone non percepiscono affatto l’io degli altri ma percepiscono come si percepisce in genere dell’aceto, del vino, o della cocaina. Si può facilmente osservare che molti non sanno usare bene questi loro sensi superiori, e che in questa zona del loro organismo sensorio qualche cosa non è a posto.

Nel bambino lo sviluppo e la cura dei sensi superiori è una questione pedagogica. Nell’adulto è un problema autodidattico.

Vi sono creature che non possiedono assolutamente i sensi della comprensione e dell’intendimento. Sono gli animali (anche se va detto che certi animali sembrano comprendere ed intendere molto di più di certi umani). Questo per dire che noi assomigliamo a bestie quando, non percependo in modo oggettivo, diamo il nostro parere su tutto e su tutti con i soli cinque sensi di Stato! Ed assomigliamo a loro se, in nome del pensiero debole, rinunciamo ad educare adeguatamente il nostri sensi della comprensione e dell’intendimento.

È pertanto davvero auspicabile che, riflettendo maggiormente su tutti i dodici sensi, la scienza possa un giorno dire che, per loro tramite, si specifica e si differenzia tutto l’organismo umano. Si differenzia in quanto, per esempio, il vedere qualcosa non è lo stesso del percepire suoni; percepire suoni è diverso dall’udire, questo a sua volta è diverso dal percepire il pensiero, e percepire il pensiero è qualcosa di diverso dal tatto, ecc. Si tratta dunque - nell’essere umano - di sfere o di campi tanto articolati, quanto separati fra di loro.

Nella sfera dei sensi vi sono dunque dodici campi distinti dell’organismo umano.

Tale separazione, che fa di ciascun senso un campo a sé, permette di inscrivere tutto questo insieme in un cerchio, in cui il primo e l’ultimo si congiungono (vedi figura seguente).

NOTE

 

(1) A. Cattabiani, Planetario, Ed. Mondatori, Milano, 1998.  

(2) M. Senard, “Lo zodiaco applicato alla psicologia”, Ed. ECIG, Genova, 1989; vedi anche (ibid.): “Il geroglifico della Vergine esprime dunque il senso di : […] movimento senza limite […]”; il segno della Vergine è inoltre il sesto segno dello zodiaco e facendo un paragone con le rune: “la sesta runa KUN si compone della runa IS che significa […] il movimento su se stesso e dal tratto verticale della runa BAR che rappresenta il figlio. La runa KUN ha dunque il senso della volontà che genera attraverso il movimento su se stessa, cosa che caratterizza la funzione dell’intelligenza. Così l’intelligenza sarebbe il movimento su se stesso del pensiero che opera la selezione che lo feconda sotto l’impulso dell’energia-amore-volontà”; Inoltre: “Mercurio, agente principale della trasmutazione ermetica, è la Vergine sostanza purissima dell’intelligenza contenente il germe divino che, per mezzo del movimento mercuriano rotatorio, (si veda in C.G. Jung, Psicologia e Alchimia, un’incisione dello “speculum veritatis” raffigurante Mercurio che fa girare la ruota dei pianeti) quello dello Zodiaco, diviene la luce cristica dei Pesci”; e ancora: “La Vergine è il segno della prima iniziazione, da INITIA= entrare in, cioè dell’inizio del MOTO introspettivo […]”.

(3) A. Rampino Cavadini, “Principi di astrologia medica”, Ed. Hoepli, Milano, 1989)

(4)Lo zodiaco applicato alla psicologia”, op. cit.

(5)Principi di astrologia medica”, op. cit.

(6) Cfr. N. Villa, “Numerologia biblica. Considerazioni sulla matematica sacra”, Ed, SeaR, Reggio Emilia, 1995.

(7) Cfr. N. Villa, “Il Sacro simbolo dell’arcobaleno”, Ed, SeaR, Reggio Emilia, 1998.

(8) “Lo zodiaco applicato all’astrologia”, op. cit.

(9) Ezra Pound, “Lettere da Parigi 1920 - 1923”, Ed. Archinto, Milano, 1992).

(10) Carlo Della Casa, “Corso di Sanscrito”, Ed. Unicopli, Milano, 1980.

(11) Enzo Acampora, “Astrologia e finanza”, Ed. Armenia, Milano, 1987. 

(12) Martin Buber, “L’io ed il tu”, Ed. IRSeF, Pavia, 1991

(13) Urs von Balthasar, “Sponsa verbi“, Ed. Jacabook.

(14) “Lo zodiaco applicato alla psicologia”, op. cit.

(15) Ibid.

(16) Cfr. Rudolf Steiner, “Il pensiero cosmico. Astrologia antroposofica”, Ed. Basaia, Roma, 1985: idealismo = ARIETE, razionalismo = TORO, matematismo = GEMELLI, materialismo = CANCRO, sensismo = LEONE, fenomenismo = VERGINE, realismo = BILANCIA, dinamismo = SCORPIONE, monadismo = SAGITTARIO, spiritualismo = CAPRICORNO, pneumatismo = ACQUARIO, psichismo = PESCI. 

(17)Il pensiero cosmico. Astrologia antroposofica”, op. cit.

(18) Le numerose email che ricevo da anni da studenti, professori, preti, studiosi di fisica, ecc., hanno, chi più, e chi meno, il tenore di questa domanda, o di altre simili quali “Tutto è relativo?”. In genere si parte dall’esempio di un essere umano sordo, muto o cieco, o che abbia simili malformazioni dalla nascita, per arrivare all’affermazione che “tutto è relativo”, o perfino a domande che negano la vita stessa all’essere umano, come ad es.: “Chi ci assicura di esistere veramente?”. In base a ciò, poi, si pretende di essere giustificati nel dedurre che “tutto è relativo”. A chi non può superare il materialismo, manca del tutto la facoltà di divenire cosciente di ciò che resta incosciente in ogni altra attività del suo io. E con chi non ha la buona volontà di collocarsi dal punto di vista di una corretta riflessione pensante circa i sensi umani, è impossibile discorrere di qualsiasi cosa, come è impossibile discorrere di colori con un cieco. L’immagine che gli antichi si facevano della relazione della terra col sole e cogli altri corpi celesti, dovette essere sostituita da Copernico con un’altra, perché non andava più d’accordo con certe percezioni che prima erano sconosciute. Di solito il cieco-nato che viene operato, dichiara che prima dell’operazione, attraverso le percezioni del suo senso del tatto, si era fatto delle immagini completamente differenti della grandezza degli oggetti. Pertanto deve pian piano correggere poi le sue percezioni tattili tramite le sue nuove percezioni visive. Le immagini percettive sono infatti soggettive. Ed il riconoscimento del carattere soggettivo delle percezioni può facilmente far dubitare se a base di esse vi sia veramente qualcosa di oggettivo. La conseguenza logica di un tal modo di vedere è la deduzione che “tutto è relativo”. Tale deduzione però non considera che gli esseri umani percepiscono non solo le cose, ma anche se stessi. La percezione di noi stessi ha innanzitutto un preciso contenuto per tutti, per cui tutti possiamo dirci: “Io sono ciò che di fronte al continuo andirivieni delle immagini percettive, rimane”. La percezione dell’io può infatti sempre sorgere nella nostra coscienza, mentre si hanno altre percezioni, e quando ci si immerge nella percezione di un dato oggetto, si ha inizialmente coscienza solo di esso. A ciò può aggiungersi però anche la percezione di sé. L’uomo allora non resta solo cosciente dell’oggetto, ma lo diventa anche di se stesso, della sua personalità, che si contrappone all’oggetto e che l’osserva. Egli non vede soltanto un albero, ma sa anche che è lui che lo vede, e riconosce inoltre che mentre osserva l’albero, avviene in lui un processo. Quando l’albero scompare dal suo campo visivo, nella sua coscienza resta una traccia del processo. Tale traccia è l’immagine dell’albero, un’immagine che, durante l’osservazione, si è legata al suo io. Il suo io si è arricchito, ed il suo contenuto ha assorbito un nuovo elemento. Tale elemento è la sua rappresentazione dell’albero. Ma non arriverebbe mai a parlare di rappresentazioni, se non le sperimentasse nella percezione di se stesso. Le percezioni andrebbero e verrebbero, e lui le lascerebbe passare. Solo per il fatto che egli percepisce se stesso e osserva che con ogni percezione si modifica anche il contenuto di se stesso, egli si vede obbligato a collegare l’osservazione dell’oggetto col proprio cambiamento di stato, e a parlare così di una sua rappresentazione. In definitiva, percepisco la rappresentazione nel mio io allo stesso modo in cui percepisco colori, suoni, ecc., in altri oggetti. Dovremmo pertanto essere in grado di saper distinguere questi altri oggetti, che avvertiamo come “mondo esterno”, e il contenuto della percezione di noi stessi che avvertiamo come “mondo interiore”. Il disconoscere i rapporti fra rappresentazione e oggetto ha portato i più grandi equivoci nella filosofia contemporanea, il cui massimo raggiungimento oggi è il dubbio! Sulla verità astratta si possono dire tante cose. La verità però non è ciò che si conosce come proprietà di questo o di quell’oggetto (di questa o quella affermazione, ecc.) che sta davanti a me. Proprio perché purtroppo la filosofia attuale porta i giovani a dubitare perfino della loro stessa esistenza, devo ripetere qui quanto ho già affermato in merito all’esempio di una tesi per il “diritto alla vita”: la verità è il prodursi in me dell’oggetto, e dunque è il prodursi di un sempre nuovo me stesso, grazie a tale nuovo oggetto. La verità è sostanzialmente un farsi, un prodursi. È data solo a chi la cerca, cioè a chi accetta di trasformarsi nel produrla. Chi non accetta questo, permane nel vano cercare, cioè nello scetticismo vuoto, in cui la sképsis (ricerca) non porta alcun frutto. Detto con parole semplici: se vado a cercare funghi e do’ per scontato che non troverò mai un fungo, è facile che preferisca non andare più a cercare funghi, in base al fatto che “tanto, non troverei alcun fungo”. Ciò che voglio dire è che la ricerca (sképsis) presuppone sempre la “speranza di trovare”, senza la quale, ogni ricerca è inutile. Oppure si ricercano solo ragioni per inchinarsi alla nostra debolezza di pensiero, e in definitiva alla succubanza ed alla schiavitù. Ecco perché, senza la speranza, ciò che resta è solo la disperazione dello scettico, mascherata, in realtà, da prepotenza pseudoiniziatica di stile illuministico, e succube alla “conoscenza” degli “illuminati”, o del loro complotto per l’instaurazione del cosiddetto “governo mondiale”! Gli studenti universitari di economia-politica, diritto, e filosofia comprendono subito che il massimo punto di vista possibile per osservare “filosoficamente” il mondo, è quello dello scettico e del dubbio metodico. Certamente questo è un valido punto di vista. Oggi però bisognerebbe rivalutare il concetto di scetticismo (da sképsis). E bisognerebbe farlo soprattutto per coloro che lo adottano solo come esteriore involucro senza contenuto, credendolo “La” verità. La verità però non si troverà mai in un concetto. La si può trovare sempre e soltanto in un RAPPORTO fra un concetto e un altro concetto, fra un pensatore e un altro pensatore, fra un uomo ed un altro uomo. Nella CORRELAZIONE sta, infatti, il “mistero“ del vero potere umano: il LOGOS. Ridiventare scettico, ma accettando quel potere, vale a dire accettando le possibilità del frutto che la sképsis può offrire, è dunque l’unica via possibile verso l’autorevolezza che sostituisca l’autorità, e verso l’individualismo etico che sostituisca l’individualismo egoistico e, naturalmente, verso una morale autodiretta, che sostituisca ogni morale eterodiretta. Senza questa accettazione, si rimane, sì, “neutrali”, ma in una neutralità che è parzialità che si nasconde a se stessa. Si rimane in realtà fuggitivi, in quanto tale neutralità è una fuga dal reale - e quindi dalla conoscenza - verso un altro potere, che è la prepotenza dell’astratto che domina il concreto.

 

ALTRI TESTI CONSULTATI

Peter M. Milner, “Psicologia fisiologica”, Ed. Zanichelli, Firenze 1973; Willi Aeppli, “Sinnesorganismus. Sinnesverlust. Sinnespflege”, Verlag Freies Geistesleben, Stuttgart 1955; Rudolf Steiner (Ed. Antroposofica): “Filosofia della libertà”, Milano 1966; “Le Basi conoscitive e i frutti dell’antroposofia”, Milano, 1968; “Arte dell’Educazione I: Antropologia”, Milano 1970; “L’enigma dell’uomo. I retroscena spirituali della storia umana”, Milano 1973; “Linee fondamentali di una gnoseologia goethiana del mondo”, Milano 1974;  “Il mondo dei sensi e il mondo dello Spirito”, Milano 1971; “Antroposofia, Psicosofia e Pneumatosofia”.