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Il pozzo

di E.Secci


La signorina Aurora ristette per un buon minuto a
fissare l'apertura rotonda, in alto sopra la sua
testa, oltre la quale poteva scorgere un
impareggiabile, azzurrissimo cielo luminoso.
Nonostante l'acqua putrida del pozzo le colasse a
rivoli sulle spalle grassocce, dai lunghi capelli
rappresi dalla fanghiglia che aveva smosso, e
nonostante si rendesse conto che la situazione nella
quale si trovava non era certo delle migliori, pure
aveva ragione di vedere le cose con un certo
ottimismo.
La signorina Aurora poteva giustamente vantarsi di
essere una sopravvissuta. Era, infatti, appena
precipitata nella gola, profonda cinque o forse sei
metri, del pozzo del giardino antistante la villetta
dei Ragni e, a parte la sfortuna iniziale e la paura,
tutto il resto pareva svolgersi a suo vantaggio.
Non aveva urtato contro le pareti. Ciò le aveva
consentito di arrivare perfettamente intatta al
contatto con l'acqua. Inoltre il livello di questa era
abbastanza alto da attenuarne l'impatto e
sufficientemente basso da consentirle di toccare il
fondo con i piedi: prerogativa, quest'ultima,
particolarmente opportuna dal momento che lei non
aveva mai imparato a nuotare.
Da quella posizione scomoda (emergeva soltanto la
parte superiore delle spalle, e la testa
naturalmente!), ma non disperata, provò a valutare la
propria situazione.
Capì, innanzitutto, che le sarebbe stata impossibile
la  scalata delle pareti a picco del pozzo. Ma due
elementi contribuivano a darle la certezza che avrebbe
superato felicemente quella brutta avventura.
Primo: era di venerdì. Giorno in cui la maggior parte
dei proprietari delle case di Monte Bay raggiungevano
i loro cottages per il fine settimana.
Secondo elemento, senza il quale il primo sarebbe
stato forse insufficiente: erano le 17 e trenta minuti
e di lì a poco la gente avrebbe incominciato ad
arrivare. Un'ora, un'ora e  mezzo al massimo. Tempo
sufficiente a scongiurare il pericolo di morire per
assideramento, datosi che la stagione intermedia era
caratterizzata da notti ancora abbastanza fredde.
Gridò, intanto, per farsi sentire da chi si trovasse
casualmente di passaggio: "Aiuto!". Pausa. "Sono qui,
dentro il pozzo!".
Non ebbe risposta alcuna; ma non si impressionò.
D'altra parte sapeva già da prima di urlare che
sarebbe stato inutile  aspettarsela, per il momento.
La signorina Aurora era una donna estremamente
metodica e calcolatrice. Decise che avrebbe gridato ad
intervalli regolari. Di dieci minuti, magari. Anche
per non correre il rischio di restare senza voce
proprio quando si fosse presentata l'occasione giusta.
Orologio alla mano (per fortuna continuava a
funzionare, nonostante il bagno fuori programma), si
accinse a sostenere l'attesa un po' noiosa,
soprattutto per lei che era sempre così attiva.
Era un'insegnante di filosofia, quarantanove anni e
decisamente brutta. Zitella : lei si sarebbe
certamente definita "nubile" e forse avrebbe aggiunto
"per libera scelta" sciorinando un numero incredibile
di pretendenti rifiutati, ma in molti non le avrebbero
creduto.
Aveva acquistato da qualche  anno una bella villetta
a Costa Bassa, nella splendida località di Monte Bay
in Belania, quando ancora tutto quel gruppo di case
era in costruzione. Quella seconda casa e quel mare le
piacevano immensamente, tanto che veniva quaggiù a
trascorrere ogni fine settimana.
Ma il suo amore più grande era il giardino, di cui
andava giustamente molto fiera, al quale dedicava
quasi interamente il suo tempo. Non si trattava di un
grandissimo giardino, beninteso, ma erano circa
quattrocento metri quadrati inseriti in un grande
lotto condominiale inizialmente concepito senza
divisioni in ordine alla proprietà.
In seguito, taluni avevano iniziato a recintare
separandosi dagli altri e ciò aveva irritato molto la
signorina che aveva spesso espresso la propria
riprovazione rimproverando aspramente i separatisti.
Ma intimamente ne era stata felice.
Il giardino era la gioia ed il cruccio della
signorina Aurora. Per causa sua, ella aveva avuto più
di una discussione antipatica con la famiglia Iena che
occupava la villetta proprio antistante la sua:
l'unico ostacolo che si frapponeva fra lei ed il mare.
"Aiuto, aiuto! Sono qua, dentro il pozzo!". Erano
trascorsi dieci minuti esatti e lei aveva così attuato
la prima fase del suo piano.
Dal di sopra nessun movimento. Una lunga nuvola passò
lenta al di sopra della sua testa, scivolando lungo il
bordo del pozzo.
La villa degli Iena, a detta della signorina che
diceva di conoscere molto bene il piano regolatore del
luogo e le leggi che disciplinavano la materia, era
stata costruita abusivamente. Naturalmente non tutti
concordavano sull'esistenza di questa irregolarità ma,
si sa, esistono tante complicità e compiacenze... Ed
era proprio la sua villetta quella che si sarebbe
dovuta affacciare direttamente sulla spiaggia. Invece,
a causa di quell'arbitrio, ora lei si vedeva ostruire
il bel panorama da quell'immensa villa, bruttissima,
che le troneggiava davanti.
Gli Iena avevano acquistato dai primi proprietari e,
non paghi di occupare uno spazio che non gli
competeva, avevano addirittura progettato
l'ampliamento della terrazza laterale, inserendovi
anche una colonna, espropriando così di un'altra fetta
di orizzonte la casa della signorina.
Era per questo che lei aveva inoltrato l'esposto al
Comune di Vallevera. Ma i lavori, interrotti per il
pronto interessamento delle autorità competenti, erano
ripresi dopo soli due mesi perché "quelli" avevano
fatto intervenire certi loro parenti altolocati che
avevano immediatamente rimosso l'ostacolo.
I loro rapporti si erano molto deteriorati da allora;
anche perché gli Iena la avevano in seguito accusata
di essersi appropriata, nella preparazione del suo
giardino, di una buona fetta del loro, piantandovi
cespugli di recinzione. Naturalmente spinosi. Come era
logico lei aveva negato sdegnosamente l'addebito:" Ho
sempre agito in termini di perfetta correttezza
legale", aveva dichiarato con sussiego.  Ma gli Iena
avevano buone ragioni per sospettare che lei non fosse
completamente estranea alla distruzione di quelle
quattro piantine di oleandro sradicate "dal vento"
qualche tempo dopo e del roseto "massacrato da
ignoti". Senza dire della misteriosa scomparsa del
loro  barboncino "Briciola" che, contrariamente al suo
solito, una sera non aveva risposto alla loro chiamata
per la cena e che da allora non si era più visto. In
compenso la magnolia della signorina Aurora andava da
tempo assumendo un aspetto veramente florido.
"Aiuto! Aiuto! Sono quaggiù. Dentro il pozzo! Ehi,
non mi sentite? C'è nessuno?". Venti minuti. Si
sentiva ancora in forze. I capelli andavano lentamente
asciugandosi.
Una raganella verde che le saltò improvvisamente su
un braccio, sbucando da chissà dove, le strappò un
gridolino atterrito. "Schifose bestiacce!". Non le
aveva mai potute tollerare. Ma la signorina Aurora era
una donna pratica e si rese conto che non le tornava
utile fare la schizzinosa. Poiché era indispensabile
la convivenza, pur riprendendo le debite distanze,
superò in un attimo la repulsione istintiva per
l'animaletto che si era trascinata addosso da chissà
quali ataviche distanze generazionali. E poi, in
fondo, esso le avrebbe fatto anche compagnia.
E lei di compagnia non ne aveva avuta tanta durante i
suoi innumerevoli soggiorni nella sua casa sulla
costa; nonostante le proprietà direttamente confinanti
con la sua fossero quattro. E ve ne fossero molte
altre ad un tiro di voce, per così dire.
All'inizio c'era stata l'amicizia con la signora
Ragni: l'anziana signora della villetta alla sua
destra. Avevano in comune la passione per il giardino;
tanto che i primi tempi trascorrevano ore ed ore a
chiacchierare di fiori, piante ed arbusti, potature,
concimazioni, rasatura del prato e chi più ne ha più
ne metta; mentre, chine ognuna sul proprio tappeto
erboso confinante con l'altro, ma a pochi metri l'una
dall'altra, procedevano in senso parallelo, impegnate
alla pulitura delle erbacce ed all'aggiornamento delle
notizie piccanti acquisite durante la settimana.
Ma poi erano sopraggiunte quelle orde di parenti non
meglio identificate (ma quanti ne aveva? Sembrava una
intera stirpe tratta dal libro della Genesi), che le
avevano letteralmente invaso la grande casa. E la
signora Ragni, oppressa da quella folla, si faceva
vedere sempre di meno.
Il loro distacco definitivo era coinciso anche con la
 sparizione di due bellissimi "Ibiscus", uno rosso ed
uno rosa, dal giardino della Ragni, avvenuta quasi
contemporaneamente, ma era pura coincidenza, con la
fioritura di due molto simili nel giardino della
signorina. Ma lei, la signorina, avrebbe giurato che
non fosse questa, ma la prima, la ragione vera
dell'improvviso allentarsi della frequenza dei loro
incontri. Oltretutto la signora Ragni era troppo
superiore a bassi sospetti di questa fatta. Era certa
che non aveva fatto alcun caso nemmeno alla sparizione
di quella ruota di vecchio carro a buoi (del tipo che
si usava molto esporre nelle case rustiche) che teneva
da molto tempo buttata lì, sotto la tettoietta della
casa. Infatti non gliene aveva mai fatto cenno.
Evidentemente non le interessava molto. Una vera
signora. Invece quei miserabili dei Serpi!
Trenta minuti. "Aiuto, Aiuto! Aiuto!  Sono qui ,
dentro il pozzo dei Ragni!". Uffa! Cominciava a
sentirsi un po' intorpidita e gonfia come una fava
bollita. E poi avvertiva lungo la schiena...
veramente, a pensarci bene, diffuso un po' dappertutto
(già, perché si dice sempre per la schiena?), un
leggero brivido di freddo.
Erano le diciotto e cinque e, nonostante la giornata
fosse stata splendida ed un sole robusto avesse
riscaldato la terra per almeno otto ore filate, si era
ancora nel mese di aprile e la luce, fra non molto
sarebbe andata declinando.
Ancora un grido di riserva: "Aiuto! Ehi di casa, sono
qua". Niente. Ma tutto rientrava ancora nella
normalità. Nel giro di un'ora al massimo, ad essere
pessimisti, sarebbero piombati, vociferanti, i Ragni,
gli Iena, i Serpi.
Si, anche i Serpi; quegli antipatici della terza
villa alle sue spalle. Certo non avevano la
signorilità dei Ragni. Solo tre settimane prima la
avevano accusata, come fosse una ladra, di essersi
impossessata indebitamente di un sacco di concime che
stazionava nel loro giardino. Ma non era il fatto di
sentirsi scoperta che le bruciava (via, in fin dei
conti quel grosso contadinotto commerciava in concimi.
Quanto gli sarà costato quel poco di fertilizzante che
lei aveva preso per non far morire le sue piante!).
Era il modo in cui "lei", la moglie di lui, la aveva
guardata mentre, fingendo  di farle una confidenza
amichevole le aveva detto, fissandola negli occhi per
vederne la reazione. "Sa, ma noi sappiamo chi lo ha
rubato. Le assicuro che è gente da poco, che lo fa per
abitudine". Lei non aveva battuto ciglio: la
soddisfazione di mostrarsi imbarazzata non gliela
aveva data. Anzi aveva replicato mostrandole la
massima solidarietà e tutto il suo sdegno verso
l'ignoto ladruncolo, aggiungendo spavalda: "Dovete
denunciarlo, se ne avete le prove!".
Si era sentita tanto machiavellica. La risposta dei
Serpi non l'aveva certo turbata: "No, noi siamo
superiori a simili furterelli. I ladri di galline ci
fanno tanta, tanta tenerezza. Ma tanto va la gatta al
lardo...".
La signorina Aurora ricordava di essersi comportata
benissimo in quella circostanza. Aveva fatto alla sua
accusatrice i suoi complimenti per essersi saputa
collocare tanto al di sopra della circostanza e se ne
era andata via da trionfatrice, a testa alta. Cosicché
nessuno avrebbe certo potuto sospettare, qualche tempo
dopo, (a parte che non vi erano indizi nei suoi
confronti) che fosse proprio lei la responsabile
dell'improvviso, rapido decadimento, e successivo
rinsecchimento e morte, del bellissimo albero di
mimosa che in primavera si ricopriva di mille
piccolissimi fiori gialli ed era il vanto del giardino
dei Serpi.
"Aiuto!". Cominciava a sentirsi anchilosata.
L'artrosi riemergeva, prepotente, sollecitata da tutta
quell'acqua; ed il freddo si faceva pungente.
Automaticamente si abbottonò il colletto della
camicetta anche se si rese conto subito della
inutilità del gesto. " Aiuto! Sono caduta nel pozzo e
non posso uscirne se non mi venite in aiuto!".
Un tonfo lievissimo lontano; poi un altro, ancora più
sommesso: "Aiutoooo!" Alzò la voce "Sono quaggiù, nel
pozzo". Nessuna risposta. Nessun altro rumore era
seguito a quello vago, indistinto. Le era sembrato che
due portiere venissero richiuse in successione. Ma
forse si era sbagliata.
Eppure, se fosse stato vero, quel rumore doveva certo
provenire dalla villa di Gurtrude. Gurtrude, l'ultima
persona dalla quale desiderava essere salvata. La
signorina Aurora rabbrividì; e questa volta non solo
per il freddo. Se non si fosse trovata immersa nella
semioscurità e, per giunta, in quell'acqua schifosa
(ancora quella rana!), forse sarebbe persino arrossita
dall'ira e dalla vergogna.
Perché quell'essere presuntuoso e prepotente, quella
tedesca fredda e cinica che aveva fatto di tutta una
grossa fetta di quella zona un suo feudo, le aveva
inflitto la più cocente delle umiliazioni. Per giunta
di fronte a tutti.
Non era passato molto tempo da allora.Soltanto perché
lei, insieme con quelle due signore che si era
trascinata dietro per testimoni, era entrata nel suo
giardino per accertarsi se quei cinque lastroni di
cemento che aveva intravisto fossero gli stessi che le
erano stati sottratti qualche giorno prima dal suo.
Quell'essere. arrogante, ecco, era venuta fuori
infuriata per rivolgersi soltanto a  lei (come se non
ci fossero state anche le altre due) apostrofandola
come fosse l'ultima ladra di galline colta
sul fatto. "Lo sa" aveva esordito con quella sua voce
gutturale, "che non si entra nella proprietà altrui
senza esserne autorizzati?". Lei aveva subito tentato
di passare al contrattacco, chiedendole la provenienza
di quei lastroni che era certa fossero i suoi, spariti
recentemente. Ma l'altra aveva lasciato poco spazio
alla discussione: "Se ha subito un furto può sempre
rivolgersi ai carabinieri sporgendo regolare
denuncia". Caspita!  L'aveva imparato bene l'italiano.
Poi la aveva liquidata bruscamente: "Ora, per
cortesia, se ne vada immediatamente e non si azzardi
mai più a ripetere un simile comportamento. Altrimenti
i carabinieri li chiamerò io".
A lei non era rimasto che ingoiare tutta la rabbia
che aveva dentro e ritornare, mogia , sui propri
passi. E quelle due oche che erano con lei non
avevano nemmeno fiatato. Non avevano fatto neanche il
cenno di venirle in aiuto. Proprio due salami!
Naturalmente non aveva pensato minimamente di
rivolgersi ai carabinieri. Quelli erano di casa dalla
tedesca. E poi, meglio non promuovere indagini di
alcun tipo, non si sapeva mai cosa potesse saltarne
fuori.
Un rumore sopra di lei. Forse anche un suono di
clacson non lontano. "Aiuto! Sono la signorina
Aurora!". Niente.
Ma Gurtrude l'avrebbe pagata cara quest'ultima
carognata. L'aveva già messa in difficoltà l'anno
precedente per via di quella recinzione che sporgeva
di un metro sulla strada. Quella volta il suo esposto
era andato a segno. Lei era là, presente e gonfia di
soddisfazione, mentre gli operai del comune, dopo
avere divelto paletti e recinzione, sradicavano i
giovani alberelli, già bene avviati, e li gettavano
via come spazzatura. Poi predisponevano, più indietro,
la nuova delimitazione.
Le diciotto e trenta. Accidenti, senza che se ne
accorgesse erano trascorsi quindici minuti questa
volta.
"Aiuto! Aiuto!". Si sentiva gelare. Per la prima
volta, da che era iniziata la sua brutta avventura, le
balenò il terribile sospetto che forse non sarebbe
venuto nessuno, in serata. Non avrebbe di certo potuto
superare una notte intera in quella situazione.
Sarebbe morta assiderata senza alcun dubbio. E con
quale soddisfazione da parte dei suoi non certo ottimi
vicini.
Incominciò a provare una certa sensazione di disagio,
anzi di paura, che piano piano cresceva dentro di lei.
Ora le pareva che l'aria, lì sotto, fosse soffocante e
che l'ossigeno incominciasse a scarseggiare. Notò,
poi, che il cielo, oltre la bocca del tunnel, si era
andato ingrigendo.
Gridò ancora: non aveva più senso, oramai, attendere
le scadenze per urlare. Tanto valeva dare fondo a
tutte le energie che le rimanevano. Se qualcuno fosse
arrivato nel frattempo avrebbe di certo utilizzato
quei pochi attimi di luce che restavano (le parvero
talmente esigui!) per sostare nel prato, fare una
veloce verifica del suo stato e per chiudersi nel
soggiorno davanti al camino, rimandando al domani, col
sole, gli immancabili interventi di manutenzione.
Allora, ogni suo richiamo sarebbe stato inutile, e la
notte fatale.
"Aiuto! Aiuto! Aiuto! Sono la signorina Aurora! Sono
qui, dentro il pozzo. Dio mio, non mi sentite? Ma
perché nessuno viene a salvarmi?".
Ristette ancora ad ascoltare. Ora era quasi certa di
avere udito un botto, abbastanza vicino. Come di una
porta che veniva sbattuta. Qualcuno era entrato in una
casa. Oppure ne era uscito. "Dio, fai che ne sia
uscito".
"Aiuto!". Dei passi. "Sono quaggiù, dentro il pozzo".
I passi si erano fermati, non lontano. "Aiuto! Sono
qui". Non vi era stata risposta, ma ora i passi erano
ripresi, più decisi. Si avvicinavano. "Sono la
signorina Aurora".
Mai il rumore di un paio di suole sulla ghiaia le
avevano provocato tanta ansia e felicità. "Sono qui,
aiuto". Rideva. La vita rifluiva nelle sue vene.
Sentiva una piacevole sensazione di caldo.
Il rumore ritmico sulla ghiaia si fece vicinissimo.
Ogni passo la sollevava, virtualmente, attraverso lo
stretto cunicolo, verso l'orlo del pozzo. Una striscia
azzurrina balenò il alto, luminosa come la speranza.
Ecco, i passi si fermano sopra di lei, trepidante.
"Sono qui". Quasi un sussurro; il cuore gonfio di
gioia.
Una mano, in alto, attraversa lo specchio di luce.
Bruscamente, fa ricadere il coperchio di ferro con un
tonfo che precipita nella profondità del pozzo.

 

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