CAPITOLO 9

(L’ambito aiteriale e i suoi aspetti antropici).

 

 

9.1) Molti caratteri dell’aiteria? (Forse! Ma soltanto cinque di essi sembrano riconoscibili in altrettante categorie analogiche antropiche).

 

    Coerentemente con l’assunto che l’aiteria sia libertà e qualità incondizionate ne deriva che essa è fondamentalmente basata sulla “diversità” e sulla “pluralità” e che quindi gli aspetti (caratteri) di essa possano essere teoricamente assai numerosi. Ma dell’aiteria, con tutta probabilità, la nostra idema percepisce e può elaborare soltanto “qualcosa” ed allora noi dovremo limitarci a cercare di delineare ciò che ci concerne, vale a dire ciò che di essa “si dà” alla nostra intuizione. Con questo intento limitato io credo che sia per il momento possibile individuare soltanto cinque caratteri presuntivi dell’aiteria, che nella nostra esperienza si offrono all’identificazione come categorie esperienziali che dovrebbero risultare “analogiche” rispetto ad essi. Queste cinque categorie analogiche esperienziali sono state chiamate: estetica, etica, gnòresi, cairéa e dhianasi, relative rispettivamente ai caratteri α, β, γ, δ ed ε dell’aiteria. L’aggettivo “analogiche” nasce dalla considerazione che noi (non conoscendo nulla dell’aiteria ma soltanto intuendone l’esistenza) possiamo tutt’al più cogliere certi aspetti extrafisici della nostra esperienza (riconducibili a “nostre” categorie esperienziali) e ritenerli analoghi a corrispondenti aspetti (caratteri) di ciò che ne è origine (l’aiteria).


    Sembra ragionevole presumere che noi, in quanto materia, siamo in grado di formarci soltanto un “immagine materiale” dell’aiteria e ma nulla di più, infatti le categorie analogiche sono costituite proprio da questa nostra “lettura” delle denotazioni aiteriali. Le nostre esperienze idemali probabilmente riflettono (come può fare uno specchio) ciò che è l’aiteria, ma non sappiamo se e come ci mettano in contatto diretto con ciò che essa sostanzialmente è. Osservo inoltre subito che, in realtà, soltanto una parte delle esperienze idemali sono facilmente riferibili a una sola di codeste categorie, mentre abbastanza spesso si ha a che fare con una “fluttuazione di senso”, per cui, a seconda del tipo di forma e del grado di estensione e intensità dell'esperienza stessa, è possibile riconoscerne aspetti riconducibili a due o più di esse, contemporaneamente.  Anche a questo proposito vi è da parte del DAR una certa utilizzazione del procedimento partitivo, il quale, anche qui, ci aiuta nella nostra indagine, senza nessun pretesa di riflettere la realtà dell’aiteria, ma cercando soltanto di tradurne gli effetti nella “nostra” realtà esperienziale. Per entrare preliminarmente nel dettaglio dei termini che sono stati utilizzati per indicare le categorie dell’aiteria ne accenneremo ora rapidamente, rinviando al dopo la descrizione del loro presentarsi alla nostra intuizione.

    Il termine estetica proviene dal greco e dal punto di vista lessicale dovrebbe indicare una disciplina che si occupa della conoscenza sensibile, ma ha poi prevalso (dalla metà del Settecento in poi) l'accezione che la identifica come quella branca della filosofia che si occupa del bello e dell'arte. Qui io la utilizzo per indicare un carattere dell’aiteria che presiede a tutte le esperienze che hanno a che fare con la produzione e la fruizione dell'arte in generale e di tutto ciò che si offre ai sensi con analoghe modalità. Mi riferisco in primo luogo a tutto ciò che si definisce "natura", nei suoi aspetti, spettacoli e suoni. Non a caso alla natura l'arte si è ispirata fin dalle origini, imitandola ed evocandola.

    L'etica è un'altra branca della filosofia che indica lo studio della condotta e del costume, ma che nei suoi derivati ha poi finito per riferirsi soprattutto agli aspetti positivi dell'azione umana nei confronti del prossimo, della comunità di appartenenza, della società in genere, delle istituzioni, degli animali, dell'ambiente, ecc. Praticamente si tratta di un sinonimo del termine di origine latina "morale", che gli è poi stato preferito dalla religione cristiana per designare l'insieme dei comportamenti conformi ai precetti della sua dottrina. Qui io utilizzo il termine per indicare le esperienze attive e passive che riguardano la sfera dei sentimenti e dei comportamenti in genere riferiti a singoli esseri viventi o a loro insiemi.

    Per quanto riguarda la terza categoria (gnòresi) si tratta di una parola composta ispirata al greco antico, costituita dal prefisso "gn" col quale inizia il termine "conoscenza"e da"òrexis" (che vuol dire: desiderio, brama). Ho voluto usare questo termine composto per meglio rendere il significato di essa, che non si riferisce alla conoscenza "per" o "in vista di "qualcos'altro", ma il puro desiderio di conoscere per amore del conoscere in se stesso. Soltanto in questa forma si può riconoscere l’irriducibilità alla materia, che nella sua tendenzialità oggettivante presuppone invece sempre la conoscenza in vista del suo utilizzo per il raggiungimento di “fini” pratici. 

    Il termine che indica la quarta categoria (cairéa) viene dalla forma verbale greca "kairô" (che significa: mi rallegro, gioisco, sono contento, ecc.). Di primo acchito questa categoria parrebbe superflua, dal momento che le tre precedenti possono essere (e spesso sono, sia pure in forme molto diverse) produttrici e foriere di gioia. Io però intendo la cairéa nella sua specificità, veramente sconvolgente, di non essere legata ad alcuna stato mentale od attività distinguibili e determinabili, ma di costituire una sorta di predisposizione all’allegria e alla giocosità contagiosa per tutti coloro che ne vengono a contatto. Essa è molto rara ed emerge in modo quasi prodigioso per lo più in persone semplici, ma può interessare anche animali, con la capacità di tali soggetti di irradiare intorno a sé contentezza e giocosità.

    La dhianasi  (quinta e relativa al carattere ε)  si riferisce ad un gruppo di esperienze di tipo simpatetico nei confronti della natura in genere, di suoi aspetti animali o vegetali, di suoi fenomeni continui, periodici, ciclici o casuali, come pure di quegli aspetti dell’universo (corpi stellari) visivamente o strumentalmente percepibili. Le esperienze dhianasiche si caratterizzano per l’intuizione dell’aiteria in una sua dimensione globale e totalizzante dove i singoli elementi si offrono (o vengono colti) come fossero fusi in un insieme, ciò anche se lo stimolo iniziale può essere singolo o localizzato per poi espandersi e coinvolgere contigui aspetti aiteriali. Come già detto essa si verifica per lo più a contatto con la natura generica, oppure in luoghi e situazioni specifici, ma sempre evocatori di un irreale “tutto” aiteriale. Come sappiamo infatti è del tutto privo di senso immaginare una generale “unità” aiteriale; noi usiamo la parola aiteria, una sorta di inconsistente e irreale “universale” (vedi nota 42 della Parte Prima), per indicare l’insieme dei singoli aiteri che la compongono nella sua generalità. Questo tipo di esperienza idemale, che ha qualche analogia con le esperienze yogiche e con quelle ascetico-estatiche in genere, non manca di ambiguità. Ma nel contesto del DAR è molto meno estraniante e più naturale di quelle, trattandosi di un tipo di abmozione dipendente esclusivamente dalla individuale sensibilità intuitiva e non da pratiche preparatorie né da alcun studio preliminare, né dall’assoggettamento ad alcuna disciplina psichica o fisica necessaria o predisponente.

 

                                                    

                                                                

                                     

9.2) L’estetica.

 

    Nella preistoria le attività umane afferenti l'estetica in senso moderno (e che oggi sono oggetto della storia dell'arte) erano in realtà esclusivamente operazioni magiche od evocazioni animistiche. Ne emerge pertanto il loro carattere religioso o almeno pseudo-religioso, il ché ci permette di sottolineare ancora una volta come sotto forme improprie o traslate sono state vissute forme di intuizione dell’aiteria reali ed autentiche. Si deve quindi ammettere che (sia pure oscuramente) l'uomo ha intuito abbastanza presto che dietro immagini, suoni e parole (arti visive, musica, poesia) stava qualcosa di misterioso e affascinante, che non tardò ad attribuire o mettere in relazione col sentimento del magico o del soprannaturale.

    Quando più tardi le religioni cominciarono (attraverso riti, dogmi e strutture cultuali) ad organizzarsi in ideologie dottrinarie le arti furono assunte e integrate con funzioni di sostegno dell'insegnamento della dottrina o come arricchimento del culto e della liturgia. A tal proposito va riconosciuto che lo sviluppo delle arti in genere, almeno sino a cinque-sei secoli fa, è stato principalmente merito delle organizzazioni confessionali, che in quanto committenti ne hanno promosso la realizzazione e lo sviluppo. Ma l'enorme contributo dell'arte allo sviluppo delle religioni ha compensato largamente tale merito, poiché una liturgia priva di suoni e una dottrina senza immagini sarebbero sicuramente assai meno efficaci. E sono addirittura impensabili gli sviluppi delle varie fedi senza le architetture che hanno ospitato le funzioni religiose, gli ornamenti, gli addobbi, le immagini scolpite o dipinte, i costumi, le coreografie, i canti e la musica. Occorre aggiungere che tutto questo insieme di elementi “al contorno” delle manifestazioni e celebrazioni rituali ovviamente non veniva e non viene neanche oggi percepito dal fedele come un elemento isolato dal contesto (in quanto oggetto estetico), ma come integrato alla sacralità del luogo se non addirittura facente parte del messaggio divino e quindi alla divinità indirettamente attribuito, almeno in quanto causa o ispiratrice di esso. Quante volte infatti l'artista è stato visto come mero esecutore dell'opera, in quanto sarebbe stato ispirato dall’alto o addirittura avrebbe agito come puro strumento della volontà divina? 

    Succede anche che il credente sia erroneamente indotto ad attribuire direttamente al “rappresentato” la commozione derivante dalla fruizione della “rappresentazione” che riceve attraverso gli occhi o le orecchie. Riferisce pertanto un effetto al messaggio cultuale sottostante lo stimolo, mentre nella realtà è proprio questo ad agire sulla sua sensibilità estetica. Così l’evento estetico viene snaturato e mistificato, diventando impropriamente un fatto fideistico, enfatizzando con ciò il significato (secondario) a scapito del contenuto estetico, che è l’elemento primario e agente dell’effettualità. L'equivoco che sta alla base di questo comune errore di interpretazione da parte del fedele vale anche per i testi sacri, i quali (nella maggior parte)  non sono altro che componimenti letterari o poetici arcaici, che testimoniano insieme la cultura dominante e le credenze di un'epoca o di un popolo in forma estetica (e spesso di ottima qualità letteraria).

    Per quanto riguarda le circostanze in cui si verificano gli eventi estetici in generale la casistica è piuttosto ampia. Si va dalla vista casuale di un oggetto o di uno scenario naturale in un momento di particolare sensibilità idemale alla volontaria concentrazione su di esso. Dall'aver udito una melodia arrivata per caso al nostro orecchio all'ascolto preparato e attento in una sala da concerto o al nostro casalingo impianto hifi. L'esperienza idemale non obbedisce a regole e non è neppure soggetta alla nostra volizione, poiché l'idema è sì nostra, ma la sua funzione è in un certo senso già fuori dell'ambito materiale su cui operano le altre organizzazioni (compreso l’intelletto che pure appoggia “dall’esterno” l’evento con l’intuizione). Relativamente alla “causa” le esperienze estetiche (analogicamente riferite al carattere aiteriale a) possono essere ripartite principalmente in quattro gruppi di riferimento: quelle relative all'udito, quelle relative alla vista, quelle che riguardano la parola o la scrittura, e infine quelle miste.

    Il primo gruppo riguarda tutto ciò che deriva dal nostro rapporto con i suoni in generale e con la musica in particolare. Si tratta di un campo esperienziale con grandi differenze di  espressione e di effetto, a cui fa capo una vasta categoria di rumori naturali (tuono, vento, pioggia, acqua in genere, ecc.) ed alcuni artificiali (attrezzi percussori, seghe, lime, motori, trapani, ventole, ecc.), i suoni veri e propri e tutte le molteplici forme organizzate di essi, sia pure che collegate alla parola, alla danza o ad immagini. Tuttavia è sicuramente ciò che viene chiamato "musica" a interessare principalmente il nostro tema.  Probabilmente vi sono forme di musica, come quelle che accompagnano la danza, le quali posseggono una predominante componente di stimolo motorio, per cui sembrerebbero eleggere a loro oggetto esclusivamente il corpo e un suo riposto istinto a muoversi ritmicamente per trarne piacere. Ma non si possono operare nette separazioni in tal senso, né escludere a priori alcune forme musicali che parrebbero prescindere dall'idema facendo riferimento solo alla psiche e ad istanze di tipo neuro-cinetico. In effetti abbiamo già rilevato come idema e corpo possano risultare strettamente connessi e il piacere fisico accompagnare strettamente quello estetico.  In realtà va detto che il confine tra musica “alta” e musica “bassa” (o popolare) non è facile da delineare e tanto meno si ha il diritto di negare valore estetico ad una musica considerata a priori di rango inferiore (talvolta perché non amata o perché intellettualisticamente ritenuta inferiore per struttura o per destinazione). Con ciò non si intende minimizzare l’esistenza di musica banale e talvolta decisamente volgare, che sia nel campo dell “orecchiabile” sia in quello dell “eccitante” imperversano in luoghi chiusi o aperti, come anche alla radio o alla televisione, ma unicamente indurre alla massima prudenza di giudizio, tenendo sempre conto che in campo estetico i gusti sono variabilissimi per ragioni culturali o caratteriali. Tuttavia, è abbastanza probabile che buona parte della musica in circolazione sia priva (o quasi) di stimoli diretti per l’idema, ma la contestualità di una cattiva musica con una certa situazione affettiva od emotiva può farla diventare un viatico amoroso o renderla evocatrice di un ricordo ricco di risvolti idemali indiretti. 

    La prerogativa fondamentale della musica è di non essere mediata dal linguaggio parlato, possedendo pertanto quel carattere di universalità che le viene unanimemente riconosciuto. Il ché non è vero in senso assoluto, poiché sia le scale in uso, sia le strutture melodiche e armoniche che caratterizzano la musica di un area culturale possono renderla astrusa o noiosa per appartenenti ad altra area che vi si accostino senza preparazione. Quindi vi è un problema di linguaggio relativo all “ascoltabilità” di una musica che fa riferimento a modelli e schemi melodico-ritmici familiari od estranei per cultura e tradizione. Ma va sottolineato che le emozioni che la musica provoca sono comunque assai diverse per qualità ed intensità e quindi ciò che commuove od esalta una persona può lasciare indifferenti molte altre, anche se appartenenti allo stesso contesto sociale e culturale ma con sensibilità e gusti differenti.

    L'ascolto di certa musica, soprattutto se avviene nella assoluta immobilità corporea e in contesti particolari può, senza alcuna elaborazione preliminare e senza che l'intelletto partecipi in alcun modo, far veramente emergere l'idema come soggetto unico dell'esperienza, mettendo tra parentesi il resto del nostro essere ed in mora la stessa concadenza. Si tratta di esperienze idemali pure assai rare, ma possibili sia casualmente sia con un appropriata scelta di luogo e tipo di musica.

    Ma anche rumori e suoni della natura spesso provocano abmozioni estetiche e quindi è preferibile adottare un criterio possibilistico ed estensivo piuttosto che restrittivo al fine di stabilire entro quali limiti sia possibile l'esperienza idemale estetica. Le ideme sono il nucleo dell'individualità, quindi presentano una differenziazione infinita, il ché rende possibile un grande evento e una forte abmozione a partire da cause insignificanti.

     Al secondo gruppo appartengono quelle che genericamente vengono indicate come arti figurative prese in senso lato, comprendendovi quindi anche le attività artigianali nelle quali l'eccellenza porta a risultati assimilabili all'arte. Parliamo così in primo luogo di disegno e grafica in genere, pittura, scultura, architettura, senza escludere fotografia, design, scenografia, ecc. Ma anche la particolare forma o decorazione di un mobile o di un capo di pelletteria possono provocare abmozioni, a volte unicamente per il loro valore estetico, più spesso (quando tali oggetti, nel loro essere o nel loro presentarsi, si connettono a particolari situazioni affettive od emozionali) in un unione di stimoli etico-estetici che danno luogo ad esperienze miste. 

     Per quanto riguarda il terzo gruppo ci si riferisce alla letteratura e specificamente alla narrativa e alla poesia. La peculiarità di questo gruppo sta nel fatto che in esso sia l'artefice sia il fruitore accedono alla sostanza dell’arte attraverso un medium relativamente astratto (rispetto al suono o al colore) che è il linguaggio parlato. Nell’elaborazione o nella percezione della “materia” di ciò che è scritto sulla pagina sia il creatore che il lettore devono (il primo traducendo il discorso in segni grafici e il secondo traducendo questi in discorso) svolgere un lavoro di trasformazione, che rende questo tipo di attività estetica più complessa ed impegnativa. In un certo senso chi scrive e chi legge non vivono un rapporto diretto con la sostanza dell’arte, ma mediante un lavoro di transustanziazione di essa attraverso il linguaggio (da notare che anche il compositore di musica opera e sente su due piani diversi, quello del suoni reali nella sintassi dinamica-agogica e quello della simbologia che li rappresenta). Questo modello interpretativo in realtà è un po' rigido poiché, soprattutto nella poesia, non è detto che il legame col linguaggio, la sua logica e i suoi significati debba essere rigoroso, perché la componente sonora (come nel caso dell’onomatopea) può spostare l’emozione su un piano para-musicale. Un'altra particolarità di questo gruppo, che potremmo definire quello della scrittura, sta nel fatto di richiedere pochissimi mezzi di accesso e libertà di movimento. Un pezzo di carta e pochi segni, in un prato come in una cella di pochi metri, possono diventare fonte di un’abmozione estetica sia per chi crea che per chi fruisce l’opera poetica o narrativa.

    All'ultimo gruppo appartengono le espressioni artistiche che si avvalgono di due o tre elementi ascrivibili ai gruppi precedenti. Di esso fanno parte tutte le attività legate alla recitazione e alla spettacolarità, quindi il teatro in generale (prosa, balletto, lirica, mimo, ecc), il cinema, la televisione, ecc. In questo caso è evidente che l’esperienza estetica risulta dal connubio e dalla sinergia tra elementi scenografico figurativi, coreutico-mimici, recitativi, musicali, ecc.

    Potremmo definire tutte le discipline citate come produttrici di situazioni estetiche privilegiate dall'intenzionalità, tuttavia non possiamo limitarci ad esse e né possiamo ritenerle sufficienti in se stesse a produrre abmozioni. Vi sono oggetti o situazioni estetiche naturali o artificiali, consuete o casuali, i cui effetti sull'idema possono essere anche maggiori e tra queste eccellono ovviamente gli spettacoli della natura, in termini sia macroscopici che microscopici. Dalla vista di un fiore o di una farfalla fino ai grandiosi spettacoli montani o marini credo che tutti possiamo concordare sulla capacità di spettacoli ed ambienti naturali di indurre la nostra idema a importanti esperienze estetiche (ma anche dhianasiche come si vedrà), a testimonianza del fatto che la natura (materiale) è permeata (o meglio “avviluppata”) di aiteria che si offre alla nostra idema.

    Una particolarità dell'estetica rispetto alle altre categorie analogiche è costituito dalla sua forte ambiguità e dalla sua elevata interpretabilità. Essa stessa non è definibile in modo univoco, ma in molti modi equivoci, che la delineano sempre parzialmente e per approssimazione. Ma facciamo qualche esempio di come un’opera d’arte vada soggetta a molteplici interpretazioni, significati ed effetti psico/idemali. Dal punto di vista dell'autore: a) il suo sentimento verso l'opera che produce è di amore/odio, b) egli progetta l'opera in un modo, ma poi quella gli sfugge di mano e diventa cosa diversa, oppure in corso d'opera capisce che essa va in altra direzione da quella voluta o prevista, c) mentre la esegue muta il suo atteggiamento e decide di introdurre elementi che contraddicono il tema, d) sul piano dei significati compone l'opera lasciando lacune per aumentarne la problematicità, o la tiene sul confine di sensi opposti, o mescola il bello e il nobile al brutto e al mostruoso, ecc. Dal punto di vista dell'interprete o del critico: a) scopre che inconsciamente l'autore ha realizzato una cosa nel perseguirne un’altra, b) utilizzando un elemento non chiaro e definito la interpreta stravolgendo il volere dell'autore, c) mette l'opera in relazione ad altre condizionandone forma e significati, d) nel caso della musica o della recitazione cambia la velocità di esecuzione, il ritmo, gli accenti, l'espressione,ecc. Dal punto di vista del fruitore infine: a) il suo stato d'animo determina un'inconsapevole trascuratezza di alcuni elementi a favore di altri, b) equivoca sul senso e lo percepisce in modo distorto, c) scarta lo sgradevole concentrandosi su ciò che lo appaga, d) trasferisce nell’opera elementi personali (desideri o paure) che tradiscono quelli dell’autore, ecc.

    Le esemplificazioni di cui sopra danno un'idea abbastanza limitata della moltitudine delle strade che può prendere l'arte nella produzione, nell'interpretazione e nella fruizione. Banalizzando si potrebbe dire che l'opera d'arte è una cosa, ma anche sempre molte altre. E al limite si potrebbe dire che un’opera d’arte, che talvolta è gia polimorfa e polisemantica per il suo creatore, diventa molteplice per interpreti e fruitori e che (essendo le individualità delle unicità) teoricamente il numero delle “forme” fruite di una stessa opera può andare verso l’infinità.

    In virtù della sua poliedricità l'arte ai fini espressivi non utilizza solamente ciò che viene comunemente ritenuto bello o piacevole, ma molto spesso il brutto, il deforme, il mostruoso, il raccapricciante, il perverso, il demoniaco, ecc. D'altra parte va tenuto presente che, analogamente, sul piano della natura, anche i paesaggi possono essere inquietanti, tenebrosi o sgradevoli, per non parlare degli accadimenti naturali disastrosi, dalle alluvioni ai terremoti, che seminano distruzione e morte, ma che possono risultare ricchi di elementi estetici. Essi, per un osservatore al sicuro, indipendentemente dalla pietà per coloro che ne subiscono le conseguenze, posseggono indiscutibilmente una loro perversa bellezza.

    Va tuttavia aggiunto che in generale tutta la sfera della “spettacolarità” molto spesso riguarda più la psiche che l’idema e perciò, pur essendo aperti e possibilisti, dobbiamo tenere presente che molto spesso essa resta lontana dall’indurre esperienze idemali autentiche. Infatti con codesta categoria di stimoli, che potremmo definire “di spettacolarità negativa”, si hanno molto spesso emozioni piuttosto che abmozioni. E qualora vi sia esperienza idemale (prevalente o attenuata) resta poi da vedere a quale categoria eventualmente attribuirla (estetica, etica o gnòresi?), ma va ricordato che questo è peraltro un aspetto generale e frequente di tutta la nostra sfera esperienziale.

    Ancora una considerazione: in quella che abbiamo chiamato “spettacolarità negativa” può talvolta anche verificarsi qualcosa di simile a quanto teorizzato da Aristotile per la tragedia. Dapprima essa suscita soltanto emozioni repulsive, ma in un secondo tempo può subentrare una catarsi di tipo etico, liberatoria e rasserenante. Occorre tuttavia aggiungere che questo processo potrebbe essere raro e per lo più non dare luogo alla catarsi e produrre invece soltanto frustrazioni, inquietudini od incubi che interessano soltanto la psiche.

    Mi sono soffermato sull'argomento del "negativo" in arte per sottolineare ancora una volta la molteplicità di mezzi e direzioni in cui essa si muove e le sue frequenti analogie con la natura, alla quale spesso fa riferimento, in modo diretto o indiretto. D'altra parte non tutto ciò che è artistico può determinare esperienze idemali e la semplicistica identificazione dell'esperienza artistica con l'esperienza idemale non risulterebbe corretta. In verità l'arte è un'attività intrinsecamente mistificatoria, sia della materia che la costituisce, sia dei significati che rivela, nasconde o mistifica, sia dei messaggi che lancia in modo chiaro o subdolo. Per restare su un piano esegetico tradizionale e semplificatorio potremmo affermare che sotto il profilo della “forma” l'artista manipola la materia che usa, sia essa costituita da colori, da suoni o da parole, e poco o tanto mira sempre ad ottenere degli "effetti" semi-nascosti che ingannano il destinatario. Va aggiunto che ciò costituisce un elemento quasi imprescindibile del “mestiere” dell’artista, il quale in genere rappresenta o descrive qualcosa rendendola qualcos’altro e nello specifico (l’attore) spinge la finzione ai limiti estremi. E tale manipolazione-alterazione riguarda tutti i piani dell’operazione artistica, quello delle forme e degli stili come quello dei messaggi e dei contenuti, e questi molto spesso possono diventare volutamente contraddittori e svianti, o mirare a fini ideologici che con l’estetica non c’entrano assolutamente nulla.  

    Se il prodotto estetico è oggettivamente una certa cosa ma anche sempre qualcos'altro, tale affermazione potrebbe anche essere espressa dicendo che i sentimenti che accompagnano la produzione, l'interpretazione e la fruizione di una stessa opera d'arte si muovono su un piano di possibilità amplissimo. Essi dipendono dalla natura del messaggio, dai mezzi e dalle individualità coinvolte. Il ché significa inoltre che l’arte, in quanto prodotto eminentemente ambiguo dell “artificio”, nasce, si offre e viene usata nella più totale libertà di effetti antropici, utilizzando la necessità insita negli illimitati mezzi materiali utili per produrla.

 

                                                

                                

 

 9.3)  L’etica.

 

     Nell'occuparci di questa categoria analogica (relativa al carattere aiteriale b) sarebbe interessante poter distinguere ciò che è ascrivibile alla natura da ciò che è frutto della cultura, perché i comportamenti hanno sempre forti probabilità di essere stati plasmati e condizionati. In effetti, anche quando gli etnologi studiano i cosidetti "primitivi" si accorgono che essi sono culturalmente molto evoluti e che la loro naturalità è maggiore della nostra, ma molto relativa in senso assoluto (riferita alle origini).

    Tuttavia è possibile mettere a fuoco il nostro campo di osservazione prescindendo dal tipo e dal grado di evoluzione dell'uomo sulla terra, adottando un criterio molto elementare: quello dell “inutilità” personale. Potremmo allora dire che è “etico” (almeno spesso o per lo più) quel comportamento che non reca vantaggi materiali o di prestigio sociale a chi vi si attiene e che mira (almeno nelle intenzioni) a beneficiare l “altro” da sé. L’etica riguarda pertanto la sfera dei sentimenti e delle condotte, i quali, per un verso non sono al servizio della conservazione della specie (e quindi non rispondono ad istinti regolati dalla ragione biologica) e per altro verso non ci procurano (almeno direttamente) vantaggi materiali o sociali di alcun genere. Ciò li rende in parte contrari alla ragione, per lo più estranei all’intelletto e potenzialmente pericolosi per la psiche. In altre parole: l’etica costituisce un elemento di decisa “innaturalità” nell’ambito del comportamento animale, anche se molti comportamenti solidaristici (peraltro comuni a molte altre specie) possono essere ritenuti più o meno “convergenti” con le esigenze o le aspettative comuni del gruppo di appartenenza e di converso indirettamente favorevoli a sé. Per rendere il discorso più chiaro e comprensibile relativamente ad una materia piuttosto complessa non sarà allora inutile ricorrere ad una certa schematizzazione, classificando l’eticità in tre grandi classi, riferite a principi di condotta che deve risultare genericamente “disinteressata”. Ovviamente questa classificazione resta puramente indicativa e pertanto un comportamento può rispondere contemporaneamente (per via diretta o indiretta) a tutti e tre i principi che verranno enunciati.

 

 

I tre principi dell'etica.

 

    La sostanza dell'etica, come premesso, si può racchiudere per semplicità in tre principi. Ripetiamo che la semplificazione non rispetta la complessità del tema, ma ne rende più chiari e distinti i termini, mettendone in evidenza gli aspetti più importanti, anche se ciò può andare a discapito di più approfondite distinzioni e dettagli che potranno fare seguito in altra sede. I tre principi sono stati chiamati giustizia, compassione e donazione. Se si analizzano i nostri sentimenti nel rapporto con “l'altro da noi” si finisce con buona approssimazione per attribuirli a uno di essi e nel caso siano molto articolati a due o a tutti e tre.

    Il senso della giustizia sotto il profilo etico è il più importante, quello più radicale e probabilmente anche il più vicino all’aiteria, nel suo essere completamente estraneo alla natura nella sua materialità “necessitata”. La biosfera non offre nessun aspetto di sé che in qualche modo suggerisca la realizzazione di ciò che umanamente si presenta come giusto ed equo (vedi paragrafo 2.4 Argomento etico). La ragione biologica va anzi in direzione spesso opposta a ciò che sarebbe eticamente auspicabile o per lo meno le è completamente estranea.

    La compassione (comunemente indicata anche come “pietà” o come “umanità”) è un sentimento che viene riferito (sempre restando al linguaggio corrente) alla cosiddetta “nobiltà d’animo” e che caratterizza quindi soprattutto la sensibilità del singolo nei confronti di chi soffre, ma è anche legata al grado di civiltà del contesto di appartenenza ed in qualche modo connessa al “costume” in esso dominante.

    La donazione è il principio antropologicamente di maggior rilievo individuale e complessità, il meno condizionato dai rapporti sociali e dalla cultura: il suo aspetto più noto è l'amore, il quale tuttavia presenta un notevole grado di ambiguità, confinando spesso soltanto con la sessualità e le sue pulsioni e quindi rientrando nella naturalità materiale. Esso, in generale, permea in modo capillare l'essenza più profonda della psiche e determina le emozioni più forti e ricche di conseguenze che l'uomo abbia a sperimentare e ciò assai più che produrre effetti abmozionali facilmente riconoscibili. Certamente è il principio filogeneticamente più antico, meno legato alla cultura e pertanto più prossimo alla naturalità umana primitiva, ma presenta caratteri fortemente equivoci, poiché i sentimenti d'amore spesso sono decisamente connessi alla sessualità o alla parentalità (quindi alla materialità) e persino all’egoistico “possesso” esclusivo della persona amata; quindi relativamente poveri di aspetti aiteriali (ad eccezione del caso dell’amore amicale).

    Notiamo inoltre che nell'etica i sentimenti che precedono o seguono la prassi comportamentale sono sempre in rapporto dialettico coi comportamenti effettivi e che non sempre vi è corrispondenza e coordinamento tra intenzioni e risultati. La coerenza comportamentale passa attraverso la volizione e un sentimento non accompagnato da una condotta adeguata conduce a un suo tradimento e spesso ad un rapido insterilimento dello stesso. Nel campo dell'etica esiste ovviamente uno strettissimo rapporto tra il pensiero e l'azione, con estesi effetti di retroazione (feed-back); il primo promuove la seconda, ma questa alimenta il primo, in un circolo di impulsi variabili e complessi.

 

 

 

 

Giustizia.

 

    Questo principio determina una sfera di sentimenti molto evoluti e per molti versi in totale consonanza con la razionalità, per cui, in un'immaginaria topologia del nostro cervello la giustizia si troverebbe presumibilmente nella zona evolutivamente più recente e più avanzata. Per dare una definizione semplificata di giustizia diremo che esso è quel sentimento che a partire da “diritti” ritenuti ineludibili ne coglie l’intollerabile trasgressione, che censura e contro la quale promuove comportamenti che la correggano. L'uomo ha impiegato centinaia di migliaia d'anni per staccarsi da un modello naturale di comportamenti dettato dalla ragione biologica e sotto il segno della necessità, fino ad elaborare un sistema di riferimento comportamentale (almeno in termini intraspecifici e all’interno del gruppo di appartenenza) che prescindesse dalla sopraffazione su cui si fonda la biosfera in generale, con l’unica eccezione dei comportamenti simbiotici o mutualistici. Questo spiega in parte perché gli ordinamenti giuridici delle civiltà antiche più evolute potessero ancora ammettere la schiavitù e le ineguaglianze sociali più aberranti. Ripeteremo qui (riprendendo l’enunciazione dell’argomento etico) che la visione idilliaca che talvolta si ha della natura è una delle più colossali sviste in cui la nostra intellezione possa cadere, poiché la lotta per la sopravvivenza e per il predominio sul territorio è la regola fondamentale, grazie alla quale la vita, nella sua complessità e pluralità specifica, si conserva ed evolve.

    Difficilmente noi non ci rendiamo conto della terribile ferocia di un grazioso uccellino che fa a pezzi un verme prima di mangiarlo. E siamo tutti pronti a commuoverci per le amorevoli cure che una gatta riserva ai suoi gattini, ma non a inorridire di fronte alla crudeltà con la quale gioca col topo per insegnare loro le tecniche di caccia.  È soltanto la presenza dell'idema che sposta la nostra percezione su ciò che non è natura vera, cioè materiale, producendo una sorta di “interpretazione aiteriale” di essa che non coglie ciò che sta “dentro” la materia ma ciò che ne sta “al margine”. Ogni considerazione o sentimento estetico, etico o gnoretico relativo alla natura la pone sì come oggetto, ma ha il suo movente nell’aiteria, la quale, verosimilmente, ne avvolge ogni elemento ed aspetto con una pluralità di aiteri (ambientali, insiemali o singolari, sia biologici che cosali) che vengono percepiti dall’idema e che potrebbero forse venire da essa anche elaborati [134]. Soltanto una fredda osservazione scientifica puramente intellettivo-razionale (difficilmente raggiungibile) può considerarsi un approccio “puro” alla materialità della natura, ma è molto più facile che uno scienziato vi si accosti con un atteggiamento misto di carattere intellettivo-idemale, fermi i punti posti con l’argomento osservazionale-percetivo (paragrafo 2.5) relativamente all’alternanza e alla non-contemporaneità. Va anche rilevato che ove prevalga l’approccio idemale ci troviamo di fronte alla possibilità che anziché imporsi il senso etico sia invece quello estetico a prevalere e in tal caso lo spettacolo della crudeltà e della sopraffazione non muova a compassione né a negazione  del senso della giustizia. Ciò avviene quando l’osservatore sia vittima di un fascino estetico di natura degradata che lo porta ad osservare una presunta “bellezza” della violenza e della crudeltà. Abbiamo qui un ulteriore conferma di come l’estetica risulti esser un campo di esperienze aiteriali ricco di ambiguità non facilmente interpretabili.

    Nella biosfera le specie animali, ma anche quelle vegetali, se non sono in rapporto di simbiosi o appartenenti a gradi contigui della catena alimentare (nel qual caso una si nutre dell'altra) si confrontano nella competizione (talvolta molto feroce) per conquistare il territorio e le risorse alimentari connesse. Ogni specie è come un corpo vitale che tollera generalmente gli altri “con riserva”, che accetta e consente l'esistenza di altre specie soltanto nella misura in cui queste siano utili alla sopravvivenza e allo sviluppo di se stessa o almeno con essa compatibili. Tale utilità va dalla fonte alimentare diretta alla collaborazione involontaria a tal fine; una specie non soltanto consente, ma anche protegge lo sviluppo di un’altra che le sia cibo o le sia alleata in quanto combatta chi ne metta a repentaglio la disponibilità in quel dato ambiente vitale.

    La natura è un teatro continuo di genocidio e nessuno è in grado di sapere quante specie si siano estinte durante miliardi d'anni per opera di una specie concorrente, oltre ovviamente che per mutamenti ambientali. È soltanto in virtù della sua forza (fisica, di adattamento o genetica) che una specie sopravvive in un ecosistema dato.

    I paleontologi ritengono non improbabile che la scomparsa dell'uomo di Neanderthal sia dovuta al genocidio che l'homo sapiens ha perpetrato contro di esso per ragioni di concorrenza sul territorio. Ma non è neppure necessario risalire i millenni per scoprire altrettanta ferocia nelle guerre che l'uomo moderno ha perpetrato all'interno della sua stessa specie, per motivi razziali, ideologici, economici o di semplice predominio. Tuttavia, se le azioni dell'uomo non differiscono molto da quelle degli altri animali quando si tratti di sopravvivenza e predominio, esso ha maturato nei millenni un senso etico che gli permette di staccarsi poco o molto dalla pura ragione biologica che promuove e regola tutto il sistema vivente. Questo è un frutto inequivocabile soprattutto del principio della giustizia, che la sua idema ha sviluppato congiuntamente alle altre facoltà filo-aiteriali che la caratterizzano. Vale tuttavia la pena di notare che sarebbe improprio ritenere assolutamente determinante l'influenza che l'idema ha avuto sull'elaborazione dei sistemi giuridici in generale (anche se il senso della giustizia può aver funzionato come una vis a tergo non trascurabile). Essi in gran parte sono probabilmente stati il frutto di una riflessione teorica (razionale-intellettuale) in cui l’idema ha avuto piccola parte e di una contrattazione sociale seguita da una serie di compromessi ai quali deve giungere qualsiasi comunità che voglia assicurare a se stessa stabilità e sviluppo nel rispetto della pluralità di caratteri ed opinioni. Analogamente, se l'umanità d’oggi è più attenta all'ambiente non è tanto perché ritenga eticamente giusta la sua protezione, ma perché è consapevole che distruggendo l'ambiente compromette una buona sussistenza di se stessa; anche in questo caso quindi l’istanza etica  risulta secondaria rispetto a quella razionalmente utilitaristica.

 

 

Compassione.

 

    Compatire significa "patire insieme" e si tratta di un sentimento che, almeno in termini raffrontabili a quello umano, sembra assolutamente assente in altri mammiferi superiori. La partecipazione affettiva alla sofferenza di altro da sé deve essere considerato il comportamente di un animale talmente evoluto da possedere una funzione idemale assai sviluppata e del tutto indipendente dalla materia vivente che lo costituisce, come avevamo già rilevato a proposito dell’argomento etico.

    Il sentimento della compassione (ovvero della pietà) non è solamente estraneo alla vita, ma anche svantaggioso per l'individuo che ne viene pervaso. La pietà è un sentimento eversivo, che getta scompiglio nelle nostre azioni, che ci blocca e che ci fa sentire spesso colpevoli al di là del ragionevole. Forse la nostra specie si sarebbe estinta immediatamente se all'inizio fosse stata condizionata dall'idema che oggi ci ritroviamo e non avesse potuto competere con le altre, mettendo in atto un’analoga spietatezza, guidata però da un intelletto e da una ragione assai evoluti, che non l'hanno certo limitata, ma soltanto resa più raffinata e utilitaristica.

    La compassione a livello sociale determina un aspetto assai rilevante sul piano dei comportamenti, e ciò ad ogni livello di aggregazione umana, a partire dalla ristretta cerchia degli appartenenti al nucleo famigliare fino a ad arrivare a interessare ogni individuo dell’umanità complessiva. Gli atteggiamenti solidaristici che essa induce sono fondamentali, soprattutto per le collettività basate sulla competizione, alla quale fanno da contraltare, mitigando le conseguenze di un troppo rigido criterio di prevalenza “del migliore” a favore dei meno fortunati e dotati. Senza tema di smentita si può ritenere che da essa abbiano origine gran parte di quelle operazioni e di quei provvedimenti, a livello privato o pubblico, che stanno alla base delle forme più avanzate di comportamento solidaristico, le quali sono indicative del livello di civiltà relativo ad un contesto dato. Civiltà che si caratterizza per un diffuso esercizio della compassione non meno che per quello della giustizia e dell'equità.

 

 

Donazione.

 

    La donazione è un principio poco omogeneo e assai articolato, che riguarda l'atteggiamento grazie al quale un soggetto attenua le esigenze della propria individualità e della propria integrità, per trasferire su un altro soggetto l'amore che ha per sé stesso in quanto persona e per ciò che gli compete positivamente (beni e risorse). L’abbiamo chiamata così perché essa è basata su di una attenuazione degli egoistici (ma del tutto naturali e corretti) vincoli che ci vietano di amare gli altri più di noi stessi. Così la donazione trasforma completamente "l'amore per sé" (che è un istinto naturale innato e funzionale alla sopravvivenza e alla miglior conservazione) in "amore per l'altro", che è invece un sentimento abbastanza estraneo (o almeno superfluo) alla logica del vivente. Con la donazione accade che un atteggiamento naturale nei rapporti con l “altro” (caratterizzato da un impronta psichica nettamente reattivo-protettiva)  perda i suoi caratteri peculiari per diventare un atteggiamento di carattere proiettivo-alienante dove la psiche cessa di esser dominante e si sottomette all’idema. In altre parole, se prendiamo in esame l'evento amoroso in generale, accade che nella donazione esso si trasformi e che l’atteggiamento esistentivo (originario e funzionale) derivante dalla psiche trapassi in uno esistenziale (filogeneticamente acquisito con l’evoluzione ma superfluo nell’economia del vivente) determinato dall’influenza dell’idema che passa a condurre il gioco dei sentimenti.

    Per rendere evidente il nostro discorso prenderemo ora in considerazione alcuni tipi comuni di donazione, sufficientemente definiti ed indicativi di questo atteggiamento ideale. Essi sono: la generosità, l’affetto, l’amore parentale, l’amore metasessuale e l’amore amicale.

Generosità:  Consiste nella donazione di un bene o di una risorsa, oppure nel mettere in atto un'azione che va ad esclusivo vantaggio di un beneficiato, senza che da parte di questo vi sia alcuna contropartita oltre all'eventuale riconoscenza, più o meno espressa. La certezza di questa diminuisce in qualche misura la portata etica di tale azione, che è la forma più elementare di donazione, poiché concerne il dono del “proprio” ma non del “sé”.

Affetto:  Si esprime nel trasporto sentimentale che un soggetto sente per un altro, senza che la sua individualità ne venga coinvolta al punto da condizionare la propria condotta di vita e limitarne la libertà. Si tratta di un’inclinazione che porta a desiderare il bene dell'oggetto investito dall’affetto purché ciò non vada contro il bene proprio.

Amore parentale: Si tratta del sentimento che lega i consanguinei, il quale raggiunge la sua forma più intensa nel rapporto madre/figlio. Qui la donazione da parte della madre nei confronti del figlio può essere totale, al punto che essa può arrivare a distruggere se stessa se ritiene ciò necessario per il bene di lui.  Questo il sentimento e il conseguente comportamento nella nostra specie hanno maturato un'intensificazione e una nobilitazione di ciò che si riscontra in qualche misura nella generalità degli esseri viventi e in particolare nei mammiferi superiori. Si può quindi ritenere l’amore parentale umano una forma di comportamento nella quale, su una base comportamentale preesistente e specifica tra consanguinei, si innesti un elemento tipicamente idemale, che per un verso la intensifica e per un altro la rende più selettiva e su base individuale piuttosto che su base puramente parentale. 

    Ai fini di un'analisi etica molto sofisticata sembrerebbe legittimo tentare di operare una distinzione tra ciò che di istintivo e involontario vi è nel comportamento parentale e ciò che è donazione vera e propria (idemale e abmotiva). L'operazione sarebbe sconsiderata, poiché nella realtà i due aspetti sono talmente connessi e interdipendenti che è importante soltanto la loro risultante immediata e l’attivazione/fruizione degli atteggiamenti e dei comportamenti che sono all’origine delle esperienze idemali connesse alla donazione.

Amore metasessuale: Si tratta di un sentimento strettamente connesso alla sessualità, il quale spinge un soggetto verso un altro col desiderio di un unione globale che travalica la pura sessualità e riguarda ogni aspetto della propria individualità, la quale in molti viene quasi ad annullarsi nel rapporto-fusione di due ideme. La particolarità del fenomeno concernente questo tipo di donazione (ma in qualche modo presente anche negli altri tipi) è il fatto che l’individualità (che è base dell’idema) venga in qualche modo messa in mora, in funzione di un processo esperienziale particolare, nel quale risulta un suo temporaneo indebolimento o una sua confluenza con quella dell’altro.  La totalità dell'unione si realizza sul piano fisico secondo le possibilità espresse dal sesso di appartenenza e le modalità dell'unione idemale sono pressoché identiche, sia che il rapporto tra gli amanti sia di natura eterosessuale oppure omosessuale. Ai fini etici tuttavia non è il rapporto fisico ad interessarci, ma il tipo e l'intensità dei sentimenti che emergono dal rapporto, il quale finisce per prescindere dagli aspetti strettamente sessuali, sicché ne risulta trasformato e potenziato dalla componente aiteriale. Per chiarezza espositiva va tuttavia precisato che affinché si possa parlare di amore metasessuale è necessario che nel rapporto predomini l'aspetto sessuale, altrimenti esso rientra in quello amicale. Va notato inoltre il fatto che questo tipo di amore, basandosi sull'attrazione sessuale, ci riporti nello stesso campo dell'amore parentale, cioè quello dell'istinto naturale, in funzione additiva e migliorativa. E tuttavia il movente “istintivo” rimane la base di partenza di questo tipo di esperienza etica e senza di esso non sarebbe possibile l’esperienze idemale, che ne è un derivato. È quindi il caso di ribadire quanto già espresso nel paragrafo 7.5 (Il corpo), vale a dire che sarebbe privo di senso quindi disgiungere, anche in questo caso, un’esperienza idemale da quella corporea, ancorché ai fini analitici stiamo qui evidenziando la prima.

Amore amicale: Chiamiamo amore e non amicizia questo tipo di sentimento e di rapporto perché il termine amicizia ha nel linguaggio corrente un significato così onnicomprensivo e a volte così banale da suonare improprio nel campo delle esperienze idemali.

    Ai fini etici questo tipo di amore è particolarmente importante, poiché è del tutto indipendente sia dagli istinti naturali che sono alla base delle cure parentali sia dai comportamenti solidaristici utili alla specie o di carattere simbiotico. Il rapporto che si instaura tra due individui “amici” è determinato qui esclusivamente dal trasporto affettivo ed estimativo reciproco (con al centro l'idema) e unicamente basato u un felice incontro di due individualità. Le implicazioni sessuali non sono rare, ma compaiono per lo più come effetto secondario dell'attrazione idemale e non è affatto detto che essa ne risulti ridotta per parziale sostituzione della componente sessuale. Dal punto di vista casuale/effettuale la fenomenologia dell’amore amicale è opposta a quella del metasessuale, poiché in questo l’attrazione fisica è l’elemento primario e l’affetto e la stima sono secondari mentre ne primo la stima e l’affetto sono gli elementi trainanti. Va infine notato che non è neppure infrequente una sinergia dei due tipi di amore nel rapporto che si può instaurare tra due persone reciprocamente attratte in modo totale con un temporaneo offuscamento dell’individualità nel suo complesso.

 

 

 

 9.4) La gnòresi.

 

    In senso stretto la gnòresi si manifesta nell’entusiasmo derivante dal desiderio che un soggetto ha di conoscere qualcosa che si pone alla sua attenzione e che gli è ancora in tutto o in parte sconosciuto, indipendentemente dai fini e dai vantaggi che tale conoscenza gli potrebbe procurare. Ma per altri versi essa presenta i caratteri di un vero e proprio innamoramento di carattere gnoseologico, il ché legittima una seconda definizione della gnòresi quale amore per la conoscenza “fine a se stessa”, dove si intendano per essa tutti i processi che la concernono quale stadio finale e non foriera di vantaggi sul piano materiale. Quindi essa concerne il puro mettersi in moto dell’atteggiamento di ricerca, dell’approccio conoscitivo all’oggetto o al fatto, il desiderio della scoperta, l’indagine strutturale e i tentativi di interpretazione, l’inserimento del conoscibile e del conosciuto in un sistema di riferimenti e valori idemali. La precisazione può apparire superflua, ma per completezza aggiungeremo ancora che, evidentemente, qualora la conoscenza e la scoperta perdessero i caratteri gnoretici e venisse perseguite per fini utilitaristici l'esperienza idemale si estinguerebbe immediatamente, per dar luogo ad un'operazione intellettuale e razionale di grande rilievo, ma di carattere esclusivamente materiale. In altre parole, la gnòresi riguarda un tipo di conoscenza che esorbita l’ambito del puro “fine d’uso” della scoperta e della conoscenza in vista di “qualcos’altro” che possa arrecare vantaggi pratici. In tale assenza di fini il soggetto in gnòresi entra in un ambito esperienziale dove è l’idema a condurre l’esperienza, in quanto percettore-elaboratore di un complesso di elementi della realtà che stanno “al margine” della materia, la quale già si offre (attraverso i suoi oggetti e i suoi accadimenti) concretamente e percettivamente alla psiche, all’intelletto o alla ragione.  Va da sé che quella che abbiamo definito come una conoscenza in vista di obbiettivi pratico-esistentivi (finalizzata o strumentale) può accompagnare la gnòresi, limitandone in tal caso la portata etica, oppure può accadere il contrario e che la seconda sottragga spazio alla prima modificandone il carattere puramente utilitaristico.

    La gnòresi non rappresenta un’attività mentale elitaria particolarmente importante, ma riguarda anche la quotidianità delle scoperte o delle conoscenze più elementari, che sono quelle di un bambino nella sua prima infanzia, fino a quelle culinarie di sua madre in cucina o a quelle meccaniche di suo padre con l'automobile o la lavatrice. Ma è ovviamente attraverso lo studio volontario e impegnato, a tutti i livelli, che la gnòresi si manifesta più frequentemente, assumendo i caratteri più interessanti e rilevanti. Tuttavia vi sono esperienze gnorètiche meno impegnate e più ludiche altrettanto significative nel loro carattere minimalistico, come le ricerche botaniche o entomologiche nel proprio giardino, l'analisi della struttura di un bosco o di un litorale marino, il bird-watching, le indagini sul registro di configurazione del proprio PC, l’osservazione e lo studio di gente che lavora o che si diverte, che soffre o che gode. Poi ci sono tutti gli hobbies che privilegiano lo scoprire rispetto all'usare, fino ai traguardi di scienza pura affrontata coi mezzi intellettuali e strumentali di cui ognuno può individualmente disporre, in base alla situazione, condizione e ruolo che gli competono.

    La natura della gnòresi la rende confinante e sinergica con almeno altre due categorie analogiche dell’aiteria, l’estetica e l’etica, ma il suo movente la distingue perché caratterizzato dalla “spinta” conoscitiva non necessariamente presente in esse. L'abmozione gnoretica può sì essere connessa con esperienze idemali di altra natura, ma l'oggetto del suo tendere, la conoscenza in sé, non può venire confuso con quelli dell'estetica e dell'etica, che posseggono una loro specificità diversamente orientata.

 

                                            

 

 9.5) La cairéa.

 

    La cairéa è simile ad una misteriosa energia radiante e rallegrante che emerge spontaneamente in un soggetto, trasmettendosi ad altri soggetti. Le persone dotate di cairéa lo sono generalmente per natura, per cui senza alcun sforzo emettono questa meravigliosa energia idemale, così simile a quella dell'amore e tuttavia diversa, nel senso che non viene rivolta ad un soggetto in particolare ma “gettata” nell’ambiente dove vive ed agisce il caireico. Mentre l’amore è sempre indirizzato verso un obiettivo la cairéa si spande in tutte le direzioni per dote propria, senza che sia intervenuto alcun motivo, stimolo o attrazione.

    La cairéa ha carattere contagioso e si manifesta nei fruitori e beneficiari anche sotto forma di simpatia e trasporto verso il soggetto cairetico, in un gioco di rimandi che determina nel gruppo di persone interessate un atmosfera di gioiosità e di giocosità allo stato puro. Queste forze, particolarmente coinvolgenti, si irradiano naturalmente, investendo e coinvolgendo l'idema delle persone che ne vengono a contatto e sospendendo in molti casi il peso esistentivo delle contingenze. È come se avvenisse quasi una sorta di sospensione del flusso vitale in una situazione fuori del tempo, dove la materia esprime al meglio la sua tendenzialità [135], contraendo i lacci della necessità e lasciando spazio a ciò che le stà al margine (l’aiteria) in una kermesse estremamente comunicativa e coinvolgente. Quando la cairéa “si collettivizza” tra più persone, l’aiteria sembra perdere il suo carattere eminentemente pluralistico (quale insieme di aiteri) per assumere i caratteri di un “unicum” indefinibile, dove le qualità individuali sembrano quasi confluire in una “totalità qualitativa”avvolgente e pervasiva .

    Abbiamo premesso che la cairéa è (almeno per lo più) una dote naturale acquisita geneticamente e tuttavia si può ritenere che sia probabilmente ancheacquisibile, quando nella vita di un individuo avviene un fatto così straordinario da cambiare la sua struttura mentale. Più spesso avviene tuttavia il contrario e il cairetico, a causa di traumi psichici o di gravi situazioni ambientali, perde il suo gioioso flusso aiteriale e a volte definitivamente. Purtroppo accade molto spesso che bambini tendenzialmente cairétici perdano ogni traccia di questa dote, perché il confronto con la realtà esistentiva spegne questo fuoco interiore allegro e giocoso. Va sottolineato che la cairéa può svilupparsi armonicamente in linea di massima soltanto in contesti sociali lontani dall’indigenza e in cui i componenti del gruppo siano sufficiente armonizzati tra loro, in modo da consentire nel bambino predisposto alla cairéa il suo libero svilupparsi e consolidarsi (nella fase giovanile e adulta) in una personalità cairetica.

    Non si deve commettere l'errore di pensare che il cairetico, il quale spesso ha dei comportamenti ingenui o infantili, debba essere anche un po' stupido e ciò per il solo fatto che privilegia l'allegria e la giocosità a scapito della competitività e dell'ambizione. Il fatto è che nel suo cervello è avvenuta una preselezione idemale/intellettiva per cui tutta la fenomenologia finalistica, tipica dell’ambizione o dell’avidità, è stata purgata di tutti gli aspetti connessi con la ricerca e l’acquisto di beni materiali, di successo, di prestigio sociale o di qualsiasi forma di potere sulle cose o sugli altri.  Il cairetico è infatti un ingenuo naturale, che non ha dovuto fare alcun sforzo per sbarazzarsi del peso della materialità attraverso la formazione idemale.  L'ingenuità (di cui parleremo in seguito) per il cairetico non è una conquista ma è la base di partenza del suo essere tale, e in questo senso essa è più esemplare e paradigmatica di quella acquisita attraverso l’esercizio della volizione. Insieme con l’ingenuità (che nel DAR non è un limite ma una dote, nei termini che diremo) il cairetico ha anche una naturale tendenza a realizzare quell’apotere che tiene lontano il dualista dagli aspetti peggiori della competizione mirante al raggiungimento di posizioni di autorità, potere e possesso all’interno di una comunità.   

 

 

  

 

9.6) La dhianasi.

 

    La dhianasi [136] si esplicita in una categoria di esperienze idemali concernenti il “senso della natura, del mondo o dell’universo” in termini che ricordano l’intuizione di quell “anima del mondo” [137] che, come abbiamo visto, ha caratterizzato anche il paganesimo antico prima che venisse sopraffatto dal monoteismo. Il suo elemento caratterizzante è il processo di fusione che l’individualità intraprende verso una “totalità” sentimentale colla quale si identifica, raggiungendo uno stato mentale di totale dimenticanza di se stessa. Da un punto di vista esperienziale la dhianasi si verifica quando il soggetto si abbandona alla contemplazione di una totalità aiteriale (una porzione di mondo) andando oltre un puro stato simpatetico e perdendo temporaneamente la consapevolezza del corpo, delle sue capacità sensorie e delle sue funzioni.

    La dhianasi si configura come uno stato mentale estremo, relativamente al quale potrebbe diventare quasi legittimo l’antico concetto greco di ékstasis (= uscita da sé) [138], variamente ripreso dalla religione in senso mistico e da filosofie posteriori anche in senso laico. La dhianasi è un andare oltre lo stadio della contemplazione (che è ancora cosciente) verso uno stato di incoscienza e di abbandono “amoroso” . In essa si attiva infatti una forma di amore non esattamente oggettivata ma di tipo globale. Che l’oggetto di contemplazione “scatenante” sia una mandria di mucche al pascolo, una verde vallata, la distesa del mare, un cielo stellato o il soffitto di una cattedrale gotica (ma anche una pietra, un filo d’erba o una cornice) il tipo di abmozione che ne deriva è sostanzialmente lo stesso e si manifesta come una “fusione nella totalità”. Totalità ovviamente del tutto irreale secondo il DAR, come è già stato precisato, il ché rende questo tipo di abmozioni  “reali” ma piuttosto ambigue in quanto riferite a una “totalità” illusoria. L’evento dhianasico può anche essere visto come uno stato sospensivo della coscienza, nel quale l’individualità si espande e rifluisce in un’immaginaria “totalità” aiteriale [139]. In alcune esemplificazioni fornite in precedenza si sarà notato come esse non risultino specifiche della dhianasi in quanto l’esperienza aiteriale che ne deriva potrebbe anche essere di tipo estetico, estetico e persino gnoretico. Questo è un altro degli elementi che rendono la dhianasi un esperienza abbastanza spuria rispetto alle altre. Per alcuni aspetti essa può essere anche considerata una forma di “etica” che non ha come oggetto l “altro” ma un “alterità” generale, espressa appunto in un senso della natura o in un senso dell’universo.  Ma vi è un’altra differenza importante rispetto alle altre abmozioni, che sono sempre caratterizzate da uno stato di coscienza vigile e riferite sempre a qualcosa di piuttosto determinato, poiché nella dhianasi il referente diventa una totalità imprecisata e irreale, colta come tale in virtù di uno stato di parziale o totale incoscienza.

    Con le caratteristiche sopra evidenziate la dhianasi risulta pertanto analoga ad esperienze di tipo ascetico/estatico le quali (con la sola eccezione di quelle yogiche) hanno quasi sempre carattere religioso, ponendo come oggetto di riferimento una qualche ipostasi divina più o meno istituzionalizzata. Il fatto che esse normalmente e tradizionalmente riguardino il campo religioso non significa tuttavia che debbano essere considerate per ciò stesso false. Abbiamo già visto come la religione costituisca una risposta deviata ad esigenze ed intuizioni autentiche, quindi anche in questo caso l’esperienza può rimane valida in se stessa e rispondere in qualche misura alla dhianasi, ancorché il soggetto che esperisce sia convinto che il proprio oggetto di percezione sia la divinità e non l’aiteria (che ignora o non riconosce). D’altra parte (come si è visto) anche l’esperienza estetica può venire attribuita o riferita alla divinità (e perciò considerata un’esperienza religiosa), ma nei suoi termini effettuali il risultato esistenziale rimane comunque quello di un’abmozione idemale autentica, ancorché se ne equivochi l’origine.

    Risulta evidente come la dhianasi e l’estetica condividano questo carattere fondamentalmente ambiguo o addirittura sviato sopra evidenziato, per il quale l’esperienza rimane vera pur portando un riferimento falso. Ciò si verifica perché ciò che caratterizza l’esperienza aiteriale è il sentimento che si produce (l’abmozione) e non la sua attribuzione causale. È questo il tracciato di fondo su cui nasce e si muove il DAR (già anticipato nella Premessa) e che sta alla base della nostra ricerca, che è volta a recuperare, attraverso un’opera di selezione e cernita storica e antropologica, tutte quelle acquisizioni religiose relativamente alle quali ci siano buone ragioni per ritenerle attribuibili all’aiteria e che dobbiamo pertanto salvare dalla loro espunzione, anche se ciò comporta inevitabilmente l’introduzione di qualche elemento di ambiguità nel DAR e qualche contaminazione spiritualistica. Ambiguità che riteniamo tuttavia tollerabile, proprio perché il DAR, quale superamento della religione (che viene storicizzata e non cassata), tende ad recuperare del passato tutto ciò che è degno di essere mantenuto in quanto testimonianza reale di un’intuizione aiteriale storica, al di là della connotazione che è stata o viene ancora assunta. In altre parole, la connotazione dell’evento è fantastica e non-reale, ma la denotazione (in termini di causalità ed effettualità) è autentica e reale.

    L“esperienza mistica” ha così un rapporto evidente e non eludibile con quella dhianasica, soltanto che in essa il percorso per il raggiungimento dello stato dhianasico avviene con la mediazione di un simulacro dell’aiteria. Questo “fraintendimento” dell’aiteria è ciò che sarà oggetto del paragrafo che segue (10.1 L’autenticità dell’arcanum e la falsità del sacrum). Tale fraintendimento è quasi una costante nella storia dell’uomo, poiché la psiche, che influenza fortemente ogni determinazione concettuale che intelletto e ragione possano elaborare, piega alle sue esigenze omeostatiche anche le “forme” della conoscenza, secondo schemi e modelli filogeneticamente affermati e sperimentati come utili all’equilibrio psico-somatico e non necessariamente afferenti la realtà. Anzi, come crediamo di aver sufficientemente evidenziato, la psiche è completamente estranea all’oggettività, poiché il suo compito è di proteggere la soggettività individuale da ogni turbamento cognitivo che possa mettere in forse la sua omeostasi e di converso quella generale del soggetto. Essa quindi è tendenzialmente una sorta di “profeta” dell’irrealtà ogni qual volta questa risulti “utile”, ovvero appagante e tranquillizzante.  

 

 

 

9.7) Ancora sull’aiterialità (le abmozioni, la simpatesi e il concetto di al margine).

 

    Le categorie analogiche ci hanno permesso di impostare un quadro schematico dei campi esistenziali in cui si realizzano gli incontri dell’uomo con l’aiteria e durante i quali si verificano le abmozioni. Campi ai quali ognuno di noi può accedere sia in modo casuale o spontaneo, sia in modo sistematico e volontaristico, ma accedervi non significa necessariamente esperire l’aiterialità.  Mi rendo però conto di aver potuto alimentare l’equivoco che le abmozioni siano esperienze frequenti e che, ad esempio, sia sufficiente accostarsi ad un’opera d’arte con attenzione e concentrazione per sperimentare l’estetica, ad una persona bisognosa di aiuto per esperire l’etica, ad un bell’albero con intenti botanici per entrare in gnòresi e così via. Nella realtà le cose non stanno affatto così, le abmozioni sono esperienze relativamente rare e anche in persone che si accostano frequentemente ad oggetti o fatti molto ricchi di aiterialità esse accadono poco di frequente.

    Ho a portata di mano un esempio interessante che mi riguarda. Io, pur essendomi interessato di pittura rinascimentale fin da ragazzo, non ho mai provato nessuna abmozione davanti al ritratto leonardesco della Gioconda al Louvre, che pure ho amato da quando a 15 anni ne ho scoperto l’esistenza attraverso una riproduzione in quadricromia; quale la ragione? Non è facile rispondere. Forse a causa dell’affollamento da me sempre trovato in quella sala? O per il fastidioso trapestìo dei piedi? Per i bisbigli di ammirazione? Per quell’atmosfera kitsch che ne circonda la fama? O per il vetro che lo protegge? Non so dare una risposta (forse per tutte le cose messe insieme), eppure è accaduto che uno dei dipinti più affascinanti di tutti i tempi ha lasciato sempre indifferente nel corso di più visite un tizio che di pittura ne capisce qualcosa e che l’ha sempre amata. Questo banale esempio personale per sottolineare il fatto che per provare abmozioni non serve (o almeno non basta) un buona cultura e una certa sensibilità, combinate con le migliori intenzioni e la miglior disposizione d’animo. Aggiungerei anzi che probabilmente è il puro caso a determinare se quel giorno, a quella certa ora e in quel certo posto tu vivrai un’abmozione. Questo significa che le abmozioni non sono esperienze che “si cercano” (almeno in situazioni ufficialmente deputate o ritenute favorevoli) ma che invece “si trovano”, quando meno te le aspetti e in circostanze per nulla deputate a produrle.

    Non solo, vi sono gradi abmozionali molto differenti, così su cento volte che tu senti un certo studio per pianoforte di Chopin oppure di Debussy soltanto una certa volta succede che tu abbia un’abmozione profonda e di grande intensità. Oppure su mille volte che guardi il volto di tua madre solo qualche volta tu sia veramente pervaso dall’amore donazionale. Ma può anche che l’esperienza aiteriale non riguardi un “grande” della musica ma un “minore” poco conosciuto che ha casualmente azzeccato un accordo strano e una fortunata risoluzione. Allo stesso modo un ragazzino sconosciuto incontrato per strada può darti un abmozione che tuo figlio non ti ha mai dato. In altre parole, le abmozioni sono esperienze privilegiate piuttosto rare, senza preparazione, casuali, sempre inaspettate e con i riferimenti più imprevedibili e impernsabili. Esse costituiscono sempre una sorpresa che in qualche modo “ti cambia”, sia pure per pochi istanti o per poche ore. Accade anche che dopo un intensa abmozione non ci si senta più quelli di prima, proprio perché si dischiude con essa l’orizzonte su una realtà diversa, che contrasta con la quotidianità, con gli interessi materiali, con le convenzioni sociali, col modo corrente di vivere  e concepire la vita, persino col modo naturale e spontaneo di rapportarti a una persona cara.

    Al fatto che esistano anche grandi differenze di intensità abmozionale occorre però aggiungere che esiste sempre un certo grado di innata “congenialità” nei confronti di un certo tipo di esperienze idemali e che ognuno di noi ha differente predisposizione al rapporto aiteriale e che essa può spingere la nostra sensibilità intuitiva in una direzione o in un altra. Può accadere che un’idema sensibile all’etica non lo sia per nulla all’estetica, e che un grande artista sia una persona immorale, o al contrario che un grande filantropo non colga alcuna differenza tra un bel dipinto e una sua volgare copia. La possibilità di avere abmozioni intense di un certo genere può far capo ad una certa predisposizione, ma in ogni caso ciò non è condizione sufficiente, poiché l’abmozione è un evento senza preparazione e senza premesse. Ma allora che cos’è che fa la differenza tra cento ascolti di una brano di Beethoven e quel centunesimo che ti dà abmozione?

    Si direbbe che l’abmozione debba far capo ad un “qualcosa” che la produce o che almeno rende la relazione tra un idema e una specifica entità aiteriale o tra due o più ideme (nel caso dell’etica e della cairéa) più stretta e più profonda. Ma porre una super-relazione di questo tipo significa anche chiedersi se ciò non risulti possibile in virtù di un superamento del rapporto “eterogeneo” tra un elemento materiale come un’idema e uno aiteriale come un aiterio. Ciò, ovviamente, sia dal punto di vista pratico che da quello teorico, si presenta per lo meno problematico, malgrado io possa aver dato l’impressione che non lo sia e che il rapporto dell’idema con elementi di aiteria sia relativamente facile. Si può pensare che affinché si verifichi una vera abmozione ci voglia un rapporto diretto (e quindi “omogeneo”) tra due idioaiteri umani oppure tra un idioaiterio e un aiterio di genere diverso?  Se così fosse l’abmozione diventerebbe un fatto trascendentale, poiché verrebbe trascesa la materialità dell’idema, e questo mi sembra di poterlo escludere. Ma contro questa ipotesi vi è anche la constatazione che l’elemento aiteriale si offre sempre sotto le spoglie della materia che le fa da supporto, che comunque rimane il primo oggetto d’approccio per i nostri occhi o per le nostre orecchie. Per completezza di esposizione dobbiamo però anche aggiungere che la facilità o meno con cui un individuo entra in rapporto profondo con gli aiteri (in simpatesi) possa dipendere anche dalla propria  sensibilità intuitiva, che si presume invece relativamente costante per ogni persona, e ciò potrebbe indicare che alcuni individui siano più predisposti di altri ad avere esperienze aiteriali in generale o almeno in alcuni campi specifici (il ché è del tutto plausibile).

    Costatata l’impossibilità di fornire una risposta motivata alle domande appena poste rimane comunque il fatto che nei nostri approcci ad una situazione potenzialmente aiteriale e foriera di abmozione soltanto poche volte queste si verificano. Possiamo allora ipotizzare che per ragioni imponderabili o casuali tra gli attori dell’evento abmozionale debba scoccare qualcosa come un’improvvisa scintilla che lo renda possibile, probabilmente una momentanea e magica “affinità” che si verifica poche volte e in modo inatteso. Abbiamo chiamato questa immaginaria ma plausibile affinità tra due aiteri con un termine desunto dalla psicologia e dall’estetica; essa è: simpatesi. In realtà il termine deriva sia dal linguaggio comune e dalla filosofia (simpatia) [140], sia dalla psicologia (empatia)[141] e dall’estetica (Einfühlung)[142].

    Nel contesto del DAR la simpatesi assume una denotazione particolare, poiché evidenzia il rapporto simmetrico che si instaura tra il dualista e le cose, le persone o gli scenari, tutti recanti al margine elementi di aiterialità che si offrono all’idema nei termini già visti. La particolarità della simpatesi rispetto ai suoi analoghi storici sta nel fatto che essa non pone tanto l’accento sul soggetto umano che ne fruisce (dopo tutto anche animali e piante probabilmente hanno un’idema), bensì la relazione che si instaura tra materia ed aiteria attraverso una “funzione” materiale (l’idema) e una singolarità aiteriale qualitativamente definita. Col concetto di simpatesi tuttavia non abbiamo aggiunto nulla di particolare a quanto già detto in precedenza sul rapporto materia/aiteria, ma gli abbiamo dato un nome che ci aiuta a comprenderlo. Dopo aver sottolineato la diversità (ed in qualche caso l’opposizione) tra i due reali universali e rimarcato la loro estraneità sostanziale siamo giunti ad evidenziare il loro incontro indiretto attraverso la simpatesi.

    Passiamo ora a una precisazione relativa al concetto di al margine (cui avevamo accennato di sfuggita nel paragrafo 5.1) che richiede ora una delucidazione più completa, senza la quale rimarremmo in una certa indeterminazione. Avevamo detto che l’aiteria è compresente e coestesa con la materia in una sorta di immanenza “senza contatto” e che essa è costituita presumibilmente da elementi primi (che abbiamo chiamato pneumi) e dai singoli aiteri, che verosimilmente potremmo immaginarli come “avvolgenti” le entità materiali cui afferiscono. Ma come nascono gli aiteri e come si “attaccano” alle cose materiali? La risposta non è facile, ma pensiamo di poter affermare che ciò avvenga sicuramente nella biosfera “almeno” nel corso degli eventi determinati dall’idema dell’homo sapiens, funzione mentale che permette a questo animale (ma forse non solo ad esso) di rapportarsi all’altro reale che accompagna la materia.

    Tuttavia, dobbiamo ritenere molto probabile che anche gli altri animali siano dotati di idema e vorremmo pertanto aggiungere che non possiamo escludere (dal punto di vista pluralistico da noi assunto) che le ideme (o altre funzioni a noi sconosciute) degli altri animali (e perché no delle piante?) possano rapportarsi ad aspetti aiteriali diversi da quelli delle nostre categorie analogiche ed a noi del tutto inaccesibili. Se degli osservatori esterni guardassero l’uomo vivere come noi osserviamo vivere gli altri animali o le piante siamo convinti che ci sarebbero elementi “chiaramente” percepibili da essi che li indurrebbero a pensare ai nostri sentimenti e alle nostre emozioni? Restando però nel campo antropico (che è l’unico di cui possiamo parlare) ripeteremo che la nostra idema non soltanto percepisce l’aiteria ma la elabora come farebbe un utensile. E aggiungeremo ora che nella misura in cui ciò non può che avvenire a partire da una materia prima elementare (i supposti pneumi) o già formata (preesistenti aiteri prodotti ed elaborati già da altre ideme), la nostra idema (nell’accedere all’aiteria) la alimenta attraverso il suo accesso e attraverso la formazione degli idioaiteri individuali nonché con l’elaborazione di ogni altro aiterio. Abbiamo così lo straordinario fenomeno per cui la materia (sotto forma di idema) partecipa attivamente al trasformarsi e all’arricchirsi dell’aiteria nella sua struttura qualitativa(almeno qui sulla Terra) e ciò in virtù di quello straordinario fenomeno che è la simpatesi.

    Avevamo detto che l’idema (o più probabilmente il suo idioaiterio) agisce sugli aiteri coi quali viene in rapporto modificandone le qualità, anche attraverso processi di aggregazione e riconfigurazione. Processi di carattere esclusivamente qualitativo che quindi escludono fenomeni di strutturazione di tipo quantitativo come quelli operati dalla materia, che in questo caso sono piuttosto processi di aumento o di riduzione della struttura fisica interna. Abbiamo usato il termine “arricchimento” proprio perché ci pare che nel nostro linguaggio corrente non corrisponda ad un “aumento” quantitativo, che sarebbe da escludere nel caso dell’aiteria. Essa infatti la dobbiamo immaginare priva di alcun carattere dimensionale; conseguentemente dobbiamo anche escludere qualsiasi possibilità di “riduzione” di essa, poiché un qualità non è di per se stessa riducibile, ma non possiamo escludere la possibilità di un “impoverimento” per cause ancora più difficili da immaginare di quelle dell’arricchimento.

    L’analogia con le “materie prime” dell’arte ci è di qualche aiuto, poiché (sia che noi ci riferiamo alla musica, come alla poesia o alla pittura) ci troviamo sempre con dei materiali “primi” che vengono aggregati e condotti a una certa configurazione (o forma) compiuta, il cui smembramento o riduzione rischia sempre di comprometterla. È infatti difficile immaginare la suddivisione o la riduzione in sottoinsiemi di una brano musicale, di un quadro o di una poesia senza rischiare di distruggere la qualità specifica che li concerne. Tuttavia, non manca qui una certa analogia con la materia, poiché a ben vedere anche un quadro può essere tagliato formando frammenti ognuno dei quali resta ancora portatore di qualità relazionabili al “tutto”, così come ciò può avvenire per il tempo di una sonata o per la strofa di una poesia. Anzi, possiamo addirittura dire che, mentre il bombardamento di un atomo pesante lo spacca e determina atomi più piccoli che hanno perso completamente le caratteristiche fisiche di quello di partenza, nel caso di una aiterio complesso tale operazione potrebbe anche essere relativamente possibile e che un frammento di esso possa contenere qualitativamente tutto ciò che serve a qualificarlo come parte di un tutto di cui mantiene le principali caratteristiche (un po’ come avviene del DNA in biologia).  È però altrettanto vero che un atomo leggero possiede in sé le caratteristiche e le “leggi” quantitative” per dare luogo a qualsiasi atomo del sistema periodico degli elementi e di ogni composto semplice o complesso da essi costituito. In altre parole, possiamo ragionevolmente ritenere che esista una notevole analogia tra materia ed aiteria, purché si tenga presente che le operazioni alle quali possono andare soggette rispondono rigorosamente e rispettivamente alle già citate coppie necessità-quantità e libertà-qualità,  che a suo tempo abbiamo sufficientemente descritte.



NOTE



[134] Avanzo qui un’ipotesi, su base puramente immaginativa e quindi priva di alcun fondamento (ma non del tutto priva di qualche elemento intuitivo) secondo la quale l’aiteria ( che viene considerata al margine della materia in ogni suo aspetto) potrebbe concernere almeno tutte le  entità percepibili all’uomo. Quindi sia singolarità biologiche od oggettuali sia insiemi di esse, nonché l’ambiente che le comprende in quanto investibili di sentimenti di tipo estetico, affettivo o conoscitivo.

[135] Per tendenzialità della materia intendiamo quella modalità in virtù della quale essa, in quanto essere dinamico (divenire), tende a generare in sé qualcosa che la possa far evolvere verso ciò che essa non è, ciò che è appunto l’idema.

[136] La parola dhianasi deriva dalla fusione del termine sanscrito dhyana (= meditazione) con la parola greca askesis (= ascesi: lett.esercizio). La dhianasi del dualismo reale è la condizione idemale raggiungibile attraverso la meditazione sulla natura e il conseguimento di un rapporto contemplativo-simpatetico con essa.

[137] Concetto tipico delle antiche cosmologie orientali passato poi in Occidente. Presente già in Platone (Timeo, 34b) e associata al Demiurgo si riscontra anche negli Stoici e in Plotino. Fu ripresa nel Rinascimento da Giordano Bruno e tematizzata anche da Schelling nell’Ottocento.

[138] Il termine indica uno stato di abbandono della consapevolezza di sé e di ogni sensibilità fisica ed intellettiva quale stadio ultimo di un processo di abbandono della propria condizione verso la comunione col divino o comunque col trascendente. Fu ripreso dalla teologia cristiana e teorizzato come la forma più alta di contemplazione di Dio da parte di Bernardo di Chiaravalle. Nella filosofia moderna si ritrova in Heidegger (Essere e tempo, cap.III, § 65). 

[139] Parlare di “totale” aiteriale può suonare contraddittorio col concetto base che nel DAR si ha dell’aiteria quale “insieme” pluralistico di  singoli aiteri pur connessi e relazionati. La contraddizione infatti esiste e la sua causa è da ricercarsi nel fatto che la dhianasi si presenta come uno stato “incosciente” e quindi in parte “deviato”. In altre parole, lo stato dhianatico, nell’estremizzazione di uno stato contemplativo fino all’incoscienza, non coglie più la specificità degli aiteri e si “perde” in una totalità fittizia che tutti li unirebbe.    

[140] Il concetto filosofico di simpatia ha una lunga storia che parte dagli Stoici e arriva ai giorni nostri. Si può ritenere tuttavia che nelle accezioni moderne esso non si scosti troppo dal significato che la parola ha assunto nel linguaggio comune, vale a dire come la “partecipazione” di un individuo al modo di pensare di un altro, ai suoi desideri e ai suoi sentimenti.

[141] L’empatia è termine comunemente utilizzato in psicologia per indicare la capacità di un individuo di entrare nella forma mentis di un'altra, diventando partecipe dei suoi pensieri e di suoi stati d’animo.

[142] Einfühlung è parola tedesca che significa “partecipazione emotiva” e che viene tradotto in italiano comunemente con empatia. Il termine fu ripreso dal filosofo dell’arte R.Vischer nel 1874 per indicare la proiezione delle proprie emozioni su un oggetto di natura contemplato con amore, immedesimandosi con esso. Ma è con Th.Lipps che l’Einfühlung viene assunta a base di una vera e propria teoria estetica secondo la quale con essa la contemplazione estetica diventa la percezione delle proprie forze emotive trasferite in un oggetto. Secondo tale teoria questo fenomeno si manifesta specialmente nei confronti delle opere d’arte, in quanto esse sono già connotate per offrirsi al fruitore come oggetti emozionali.