BK's Night

 Parte XIV

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Prefazione - dopo una lunga assenza.

Quando, nell'estate 2002, Alessandra scrisse la sua ipotesi di episodio 13 parallelo, ispirato al 13° episodio di questo racconto, qualche lettore pensò che quello fosse il finale di BK'S Night. ^_-;

Ora, a parte la mia perplessità di fronte all'inequivocabile interpretazione di un testo alla fine del quale campeggiava chiara una scritta evidente come "continua", era abbastanza logico che non potevo aver buttato carne sul fuoco per tredici parti - e, all'epoca, tre anni - per poi chiuderlo di botto... per me era evidente che, non appena mi fosse stato possibile, l'avrei continuato.

Quello che è successo poi è acqua passata. Da una parte, il testo, - e cose che temevo non sarei più riuscita a trasmettere -; dall'altra parte, un periodo tremendo che mi ha portato lontana dall'analisi che ritenevo necessaria per questo testo; e, ancora, il lavoro sui testi del fumetto, che mi prendeva moltissime risorse; e il lavoro stesso sul fumetto. Questo, oltre mille altre cose, non ultimi problemi logistici ripetuti, che disperdevano in rivoli energie non certo in eccesso. E, ovviamente, al fatto che ritengo giusto scrivere quando si è davvero convinti, quando si ha qualcosa da trasmettere, e, quindi, preferisco aspettare e ponderare e limare.

A ciò va aggiunto che in effetti per me BK era un po' come la coperta di Linus e che l'idea di terminarlo mi dava una sensazione di vuoto. Il finale esisteva già, come altre parti, ma c'era - e c'è - ancora molto da dire nel mezzo. Di fatto, solo quando ho ripreso in mano Christine e la storia di quel racconto ha avuto una svolta, che non altera il plot originario, ma che per me rappresentava un challenge, e poi quando ho ripreso Alternate BK, ho capito che potevo staccarmi da BK e lavorare per chiuderlo.

Il testo, così, nella parte successiva al parallelo dell’ep. 28 (ep. 13 nel sito), è stato elaborato a partire dal 2003 e scritto in parte nel 2004, in parte fin dall’estate 2005, per essere completato e revisionato nell'autunno-inverno 2005 e nel gennaio 2006. Il finale, scritto nel gennaio 2002, non è cambiato.

 

Il copyright dei personaggi appartiene a R. Ikeda – TMS-K.

 

Quando si parte sapendo di tornare non è come andare via…

 

Giusto un biglietto.

Vado in Bretagna. Non seguirmi. Assolutamente.

Ti amo, sempre.

Poi facciamo i conti.

 

Parte, sì. Ma non per raggiungere Arras. Dove avrebbe dovuto andare con lui.

È un altro il luogo. Oltre. Più distante. Dove i ricordi la inseguiranno. Ma non l’idea di esserci in due.

Due.

 

L’amore non si può programmare… bisogna prenderlo così… quando, poi, un amore è tanto antico, le cose si complicano… e, in fondo, è antico anche per me… - sorrise, tra sé, ma avrebbe voluto piangere. -

Anche io provo, da una vita, un sentimento struggente ogni volta che ti vedo, ogni volta che vedo il tuo sorriso, i tuoi occhi, illuminarsi, riempirsi per quasi niente, come se tutto lo splendore del mondo fosse su di me… ogni volta che un tuo, impercettibile, movimento, mi lascia intuire che con me sei felice – e che ho l’ardire anche solo di immaginarlo. - E’ come se ti aspettassi da una vita… E’ straordinario come sei, come riesci ad essere, mio André… solo che… non l’avevo saputo riconoscere… o, forse, non avevo riconosciuto la tua trappola…

E’ tanto tempo che volevo dirtelo, ma non ci sono mai riuscita… e, ora, perché devo distruggere tutto? O lasciare che tu distrugga tutto, per una disperazione che non posso capire? Non ora… non ora che siamo più vicini. No!

Il mare di smeraldo la circondava, in un assordare di gabbiani.

Il mare bagna questi tramonti…

Ho fame…

Come vorrei tu fossi qui…

Ho sete…

No…

Mi sento sola come un cane…

Come vorrei tu fossi qui…

Mio unico, immenso, amore…

Stronzo maledetto!

Vorrei potermi riscaldare, accostandomi alla tua pelle…

Vorrei fare l’amore con te tutta la vita…

Stronzo!

Perché mi sei entrato così dentro?

Troppo… ti amo troppo…

Straordinario – pensava - come il cielo incombente, carico di nuvole basse, potesse mutare in un attimo, dal grigio all’azzurro, e così il mare. E come il volteggiare dei gabbiani, quasi sfiorandola, potesse comunicarle quel lontano senso di liberazione… di libertà… volano liberi nel cielo, ma, poi, in primavera, torneranno nei luoghi da cui sono partiti…un poeta, il Grandier, e pure colto, quando quello stronzo aveva citato Shakespeare “Una rosa, bianca o rossa che sia…” Amore, ma come ti vengono in mente certe cose? Quanto avevi bevuto? Amore, bere ti fa male… ‘cazzo dici, Oscar, fa male pure a te…

Cosa farai al tuo risveglio? Solo, come ti ho lasciato. Stronzo come sei stato. Incosciente. Egoista.

Cazzo, io ora ho bisogno di stare da sola!

Tornò a guardare attorno a sé.

Il cielo immenso, nuvole di un candore abbagliante, ad insistere sopra di lei.

E quell’azzurro, quasi cupo.

E, a guardare avanti, quel verde intenso. Del mare. Che le ricordava troppo lui.

E in cui avrebbe anche potuto perdersi…

Perdersi…

Guardava lontano, verso l’orizzonte, e non poteva fare a meno che immagini tornassero, come vive, alla sua mente… Almeno, a noi, resta il sogno

 

Camminava sola, senza meta. Libera. E le pareva di essere sola, in quel deserto.

Un deserto che avrebbe voluto anche di sentimenti… che, almeno, non la dilaniassero, le lasciassero requie, e, invece, i sentimenti c’erano. Vivi. Vividi. Immagini nella sua mente.

Se mi chiedi di tornare, lo farò…

Ma non potrò mai più essere com’ero prima… e forse è meglio così… chi vorrebbe una stronza come me?

 

Dio, fa’ che mi tornino… fa’ che mi tornino…

 

Perché non resti anche la mattina, dopo l’amore – o il sesso? Perché non diventi più mio? In fondo, lo sei già… questa vita sbagliata è già nostra…

 

Io non lo voglio, adesso, non lo voglio!

 

Un affetto come il nostro non si spegne… ma, allora, perché sono qui, sola, con questo azzurro immenso che mi domina, quasi mi schiaccia? O è il sentimento per te a ridurmi a niente?

Ti conosco – oso – da una vita. Ricordo, di te, le mani delicate che tremavano, la voce, mentre, sicuro di te – che contraddizione! -, parlavi.

E’ come se ti sapessi, da sempre, e ancora, mio.

Eppure, ora non vorrei sentir parlare di te… non vorrei pensarti…

Vorrei riuscire ad odiarti.

E cancellarti dalla mia vita.

Tutta la vita ci siamo aspettati…

Che senso ha?

Non è ora di lasciare andare i giochi?

 

Oscar dagli occhi blu… cazzo, che risveglio alcoolico…

 

Era chiaro che avresti scelto lui… - almeno credo…

‘Cazzo, ‘Grandier, sei in grado di identificare un bel paio di frondose corna, o no? Sì… Ci sono? No… E, allora, vaffanculo, tu, e le tue paranoie!

 

Perché proprio la Bretagna…

 

Sono troppo malinconico…

La scena cambia, e si ripete, dal finestrino…

Ricorda di aver guardato.

I campi, verdi ma diversi, si alternano come lenzuola di bucato. La componente gialla del verde illumina irriverente i colori – e mi sembra quasi di non averli mai visti, prima, così intensi.

Versailles si fa più vicina…

E io sono troppo piccolo… e otto anni sono troppo pochi per queste distese immense di papaveri rossi, e per il dolore. E per i cambiamenti… Oscar, meno male che ci sei tu… Meno male che sono innamorato di te… anche se ho solo otto anni.

Mio padre, il mio dolce, irritabile, padre, l’ultima sera, sulle scale, con la sua figura imponente e dolce, e la sua voce calma, disse “Me ne vado a nanna…” E non l’ho più visto vivo… l’ultima immagine che ho di lui vivo è sulle scale, e poi Oscar di fianco a me… non c’è stato tempo per altro… E, poi, mia madre, quasi sorpresa, alla notizia. Mentre quella che l’aveva amato e desiderato tutta la vita, la madre di Oscar – questo, sì, lo ricordo bene - lei sì, si sentì male… Lei, che non solo l’aveva amato, ma l’aveva sognato tutta la vita, come si sogna quello che non si avrà. Povera signora Louise… povero papà…

Poi, ricordo il viaggio – e le lacrime - verso Versailles. Non c’è altro.

Non c’è altro.

Per tanto tempo ho dimenticato, ma ora non posso…

 

Io non ho avuto in nessun modo il tempo di dirgli che gli volevo bene… spero lui lo sapesse… a volte so che lo sapeva… spero riuscisse a scorgere nei miei occhi l’orgoglio - e non solo la tristezza - per un amore giovane e già impossibile… A volte l’ho sognato. Come se fosse vivo. Ma con lo strazio dell’addio - di saperlo già morto. Quanto mi manca… quanto mi manca la sua figura, la sicurezza solida che emanava. La sua allegria, di cui il ricordo va svanendo, e la sua voce, che, in certi tratti, ora so essere simile alla mia… Oscar, perdonami, ma un’amica non mi basta più! Io voglio una famiglia. Voglio quello che non ho avuto. Tu sei in me, non potrei mandarti via neppure se lo volessi – e non lo voglio…

La vita non può essere racchiusa tutta nel significato di un solo gesto. Di una sera. Di una notte. La sera, l’ultima sera in cui vidi mio padre vivo. La notte in cui ti ho fatto così del male.

No, non posso accettare che sia così, perché ci sei tu. E io vivrò, per te. Anche se mi sento solo da morire, e tu non mi basti…

Così, da solo, affrontava il viaggio dalla Bretagna a Versailles. Da suo padre a Oscar. Le due figure più importanti della sua vita.

Aveva solo otto anni.

 

Il silenzio mi avvolge. E il mare, il cielo infinito. E ogni giorno identico all'altro. L'incognita certezza di questo mi guarisce. Lentamente.

 

Che male c’è a desiderare una vita con meno errori… a volerla con te… giusto vent’anni dopo… una questione da niente… o quasi… in questo nuovo universo - come se cambiare paesaggio potesse creare davvero una nuova realtà dentro di noi - in cui ora mi trovo… come se il finale si potesse cambiare… come se noi potessimo ancora vivere…

Dio, Oscar, quanto vorrei vivere all’infinito con te! Tu che te ne stai lì, in Bretagna, tra gli spruzzi del mare, le rocce… e io qui, solo come un coglione…

Vorrei nascondere ogni inverno, ogni dolore, ogni paura sotto i tuoi vestiti, più vicino, più vicino possibile a te. Vorrei essere lì, a riscaldarmi sulla tua pelle. Io, che verso l’orizzonte non posso guardare più – tu, che sembri così distante -… Io, che sono quasi cieco, e vago senza meta per i viali e vagherei per le spiagge, lì, con te, e mi basterebbe un po’ d’immaginazione, per vedere il mondo intero – e, forse, di più…

Io, che ho l’ambizione di pensare che sto da vent’anni con la stessa donna…

 

 

Io non partivo per tornare, mia Oscar…

 

E io? Cosa avrei dovuto fare? Dov’era finito il ragazzo allegro che conoscevo? Dove si è persa quella voce piena di calore, ardente di ironia e amore trattenuto?

Chi era la persona che annegava in quell’oceano di malinconia?[1] Che diritto hai di farmi questo? Perché mi hai cercato se ora mi condanni a questo?

Che senso avrà avuto, poi, quando gli anni saranno passati e non avremo davanti più un futuro, ma solo il passato da ricordare, aver ceduto a tutta questa tristezza? Perché proprio ora? Come se avessi paura di essere felice…

Ed io… io che per anni non ho accettato questo amore? Io, che diritto avevo di rifiutarlo? Di costringerti, rifiutandolo, a cambiare? Di distruggere la tua allegria, giorno dopo giorno. Goccia dopo goccia. Sguardo negato dopo sguardo negato. A cosa sarà servito, poi, quando ti avrò perduto – o tu avrai perduto me – ipotesti, questa, che nel mio infinito negato egoismo suona assurdamente più semplice –, io, che con te morirei – e di questo sono sicura, perché non posso e neppure voglio affrontare la sola idea di perderti, ora che ti ho trovato…

E, allora, che ci faccio qui?

Che ci faccio, qui, sola, a sfogare e coltivare la mia rabbia, il mio dolore, questa ferita che mi porto dentro chissà da quanto e che tu, solo tu, puoi rinnovare – perché ad altri non lo permetto?

Da quanto tempo mi porto dentro questo male di vivere? Questa paura di una perdita totale, irrimediabile, di te. E questa vulnerabilità estrema, che da te mi ha fatto fuggire? Dalla paura del tuo rifiuto. Cos’è stato a farmi così?

Perché sono così sbagliata?

Che cosa c’è, André? Che cosa c’è? È come se mi nascondessi qualcosa… Perché non riesci più a parlare con me?

Poi, in un gesto di disillusione, chiuse gli occhi.

No, si disse, ero io che parlavo con te. Tu… tu ascoltavi… eppure, ho avuto questa illusione di una comunicazione fra di noi… e, forse, davvero è stato così…

 

Brindò, solitaria, il giorno in cui le tornarono.

 

Il rumore pieno del mare… la risacca… mi avvolge. Mi circonda.

Mi insegue. In ogni angolo che svolto. In ogni minima via che percorro. Ogni albero che incontro e vivo l’illusione di essermelo lasciato alle spalle… Lo sento ovunque…

Anche la notte. Quando cerco di dimenticare. Quando la ragione si spegne. Quando la ricerca di un equilibrio nei pensieri si perde in quelle dita d’alcool. E poi altre dita, ancora. Perché un bicchiere non basta.

Non basta quando ci sei tu, figuriamoci quando non ci sei e hai combinato un casino del genere… - non che io non abbia dato il mio generoso contributo…

E, così, mentre lo sbattere improvviso delle persiane, lasciate aperte nell’attesa della luce del giorno, mi fa sussultare, annego nel grido del mare. E dei gabbiani. E in questo odore salmastro e di libertà. E di pietre bagnate dall’acqua – un’idea di umidità e di luce e di qualcosa di profondo -. E di acqua che invade le strade, la vita.

E, quasi, anche queste nuvole, basse e immense, che inseguono me e, insieme, l’orizzonte. Anche in queste, grigie, ciano, su un cielo cobalto, mi pare di annegare. O lasciarmi avvolgere – dipende dagli istanti di fiducia o meno… - fiducia alcoolica o no… - a questo punto ho perso il conto. Ma se è giorno, se anche sto elaborando pensieri notturni – e quindi alcoolici -, ora sono sicura che non lo sono. Perché di giorno non cedo. Un bicchiere lo riservo a quando non riesco a staccare. A rilassarmi. Al buio della notte. Ma non al giorno. Non a questo giorno così straordinario da farmi male. Da farmi sopportare i pensieri di te che mi distruggono. Così straordinario che vorrei tu fossi qui – nonostante tutto.

Perché riesco così tanto, così assolutamente, a sentire il senso della tua mancanza? Quanto dentro mi sei entrato? Cosa mi ricordi, per mancarmi in questa maniera abissale e totale? Di te, ho un ricordo ancestrale…

Per riuscire a rendere mancanza di te ogni singolo attimo in cui distogli da me il tuo sguardo? Ogni momento in cui, umanamente e comprensibilmente, pensi ad altro? Che cosa c’è stato nel mio passato? E cosa rappresenti, tu, per me? Che ti ho investito, travolto, quasi, di una tale aspettativa? Di un tale dolore di vivere, in questa malinconia latina che mi circonda, che mi fa piangere di felicità e di malinconia, che mi fa provare un affetto dilaniante per le persone che ho amato e che mi hanno lasciato, che mi fa sbagliare, e continuare a vivere, ancora, nonostante me stessa, nonostante questa vita che non è come l’avrei voluta – e non so neanche come diavolo l’avrei voluta… non l’ho mai saputo, in realtà. Sono stata abituata a negarmi fin da subito. Ma so che, tutto sommato, sono una scampata, perché avrei potuto avere di peggio. E, poi, in fondo, e sopra tutto, sempre, infinitamente, perché ci sei tu.

 

 

Appoggiò le mani pallide al muro. Chinò la testa in un gesto di resa. Aveva passato i giorni cercando di dimenticare quella notte. Ma non era servito.

Si sentiva distrutto.

Se almeno lei fosse tornata…

Avrebbe voluto poterle spiegare – e spiegazione, in realtà, non c’era e lo sapeva -, poterle domandare scusa – e neanche scuse ce ne erano -, cercare almeno di aprirle un po’ il pozzo del suo cuore. E, forse, poi, avere la speranza non che lei comprendesse, ma, almeno, di un perdono.

Perdono. Uno strano concetto che gli era sempre stato estraneo. Il semplice immaginare di arrogarsi il potere di dire a qualcuno “ti perdono” gli era parso inconcepibile. Che diritto ha una persona di porsi così rispetto ad un altro essere umano, quando ognuno ha le proprie, spesso inconciliabili, ragioni? Il perdono era un concetto intriso d’ipocrisia – e non era per lui. Non è il perdono, è il venirsi incontro che dovrebbe muovere gli esseri umani.

Ma, stavolta, una parola da lei l’avrebbe voluta. Una sola, per dargli una speranza e riportare un po’ di luce in quel buio.

 

 

Dimenticavo: Un ENORME grazie alle proof reader: Alessandra, Assunta, Elisa, Luana, Sydreana

 

Laura, 2004, estate 2005, autunno-inverno 2005, revisione gennaio 2006, Pubblicazione sul sito Little Corner del gennaio 2006.

Continua...

Mail to laura_chan55@hotmail.com

 

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[1] Grazie ad Alessandra e a Lisa, per il suggest di scegliere “quell’oceano” anziché “un oceano”.