Intervista ad Alessandra

di Tania

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Introduzione

 

L’uomo costruisce case perché è vivo ma scrive libri perché si sa mortale. Vive in gruppo perché è gregario, ma legge perché si sa solo. La lettura è per lui una compagna che non prende il posto di nessun’altra, ma che nessun’altra potrebbe sostituire. Non gli offre alcuna spiegazione definitiva sul suo destino ma intreccia una fitta rete di connivenze tra la vita e lui. Piccolissime, segrete connivenze che dicono la paradossale felicità di vivere, nel momento stesso in cui illuminano la tragica assurdità della vita. Cossiché le nostre ragioni di leggere sono strane quanto le nostre ragioni di vivere. E nessuno è autorizzato a chiederci conto di questa intimità.

I rari adulti che mi hanno dato da leggere hanno sempre ceduto il passo ai libri e si sono ben guardati del chiedermi cosa avessi capito.

(Daniel Pennac, Come un Romanzo)

 

Non avete sbagliato. Non è un errore.

Perché questo breve brano, tratto da un centinaio di pagine tutte legate al libro e al leggere, ci collega ad un altro aspetto di questo intimo mondo:

lo scambio, la condivisione e la creazione di un legame sottile tra chi scrive e chi legge.

Credo che ad ognuno di noi sia capitato di ricevere un libro in regalo (tralasciamo quelli presi e dati senza affetto e pensiero) o semplicemente di aver avuto tra le mani il “prestito” di un amico.

Durante la lettura, nell’emozionarsi davanti ad alcuni passaggi, è normale che si sia provata la sensazione che quel libro fosse finito nelle nostre mani proprio perché quelle stesse righe avevano suscitato nel precedente lettore delle emozioni, simili o diverse.

All’alchimia nata dall’intrecciarsi della fantasia guidata dalla pagina stampata, se ne aggiunge un’altra, quella della filia tra il “proprietario” o “donatore” del libro ed il nuovo lettore, che s’inerpica sugli stessi sentieri d’inchiostro, stupendosi di quei panorami descritti in un solo modo ma immaginati in mille altri.

Potrà sembrare strano questo alambiccarsi di parole, ma tutto ciò accade e continuerà ad accadere anche tra il piccolo popolo di questo angolo della rete.

Non ci sarà il peso, il profumo ed il volume di un libro edito, con tanto di codice a barre, ma rimane comunque, quel senso di intima partecipazione che lega chi scrive a chi legge. Perché chi scrive, il più delle volte, ha letto e solo dopo molti passaggi, o pochi, si lancia nell’avventura di raccontare una propria storia.

Così nell’angolo si sperimenta virtualmente, e con numeri diversi, ciò che accade tra due persone; dato che, il più delle volte, non ci sono visi e mani ma semplici nomi o pseudonimi, che celano o mostrano un lato inimmaginabile di una persona, di una storia.

Un “piccolo mondo antico” legato ad una lontana passione, ad un ricordo d’infanzia o dell’adolescenza con cui si è cresciuti; e visto che i sapori dell’infanzia sono quelli che riconosciamo come i più buoni e che ricerchiamo costantemente in modo inconsapevole, così la storia tra il biondo soldato e l’uomo dagli occhi verdi ci accompagna tutt’oggi.

Ciò che segue è l’incontro con gli autori dei racconti, ed in certi casi di veri e propri romanzi, per il piacere di parlare di quello che hanno scritto, ed anche del perché.

Senza volontà di fare letteratura o di ricostruire filologicamente la nascita di una storia, ma solo con la voglia di parlare di quei racconti dalle mille sfumature che ci emozionano.

 

Tania

 

Intervista ad Alessandra

 

Cara Alessandra,

ringraziandoti delle pazienza mi permetto di abusarne con queste righe.

 

Basta osservare, anche distrattamente, il sommario del "little corner" per rendersi immediatamente conto della copiosità dei tuoi multiformi interventi:

- 7 titoli nella sezione essay

- 1 capitolo, nella trilogia a sei mani "la notte delle lucciole", nella sezione fanfic

- 47 capitoli da dividere per 9 racconti, con 2 postfazioni, 3 traduzioni (di cui 1 in corso) e 1 collaborazione a quattro mani

 

Possiamo definire l’insieme come una sorta d’antologia oscariana, dotata di completezza, poiché si tratta di scritti conclusi che il lettore vorace può divorare con piacere (a parte la traduzione in corso).

Ma quanto hai scritto?

Caspita che inventario! Per la verità non li avevo mai contati in questo modo, ma effettivamente, sì, devo riconoscere che è un bel po’ di roba. Non è che fosse premeditato, se mi consenti una battuta. Ma mi dicevo spesso, pensando all’attività frenetica di quel periodo, che a un certo punto, iniziando a scrivere su Little corner, dovevo aver tolto una specie di “tappo”: e che da lì fossero uscite in massa una valanga di cose che da anni avevo voglia di dire e custodivo gelosamente dentro di me, un po’ per pudore un po’ per la mancanza di un’opportunità di esprimerle. In questo senso è stata un’esperienza terapeutica! Tanto, tanto tempo fa, parlandone con Laura, le confidai tra il serio e il faceto che forse scrivere su Oscar e André era quello che volevo fare nella vita (aspirazione che peraltro suppongo di aver condiviso con un gran numero di persone): questa storia era una vera e propria ossessione per me, da oltre vent’anni. Presumo che il mio si possa definire un caso fragoroso di monomania soddisfatta. E infatti adesso mi sento molto meglio.

Quello che colpisce, in questo mare magnum, è la pienezza della scrittura e della struttura della frase. Mi piace vederti come una maestra, la maestra del congiuntivo che riesce a dipanare la confusa matassa di una situazione in una lineare ed articolata costruzione. Questo si vede fin dalle prime righe di ogni intervento.

Questo non me l’aveva mai detto nessuno, è molto divertente (oltre che naturalmente gratificante, quindi ti ringrazio). Non è che ne avessi fatto un programma di rifondazione grammaticale o lo ritenessi un particolare merito. Non è niente di più che il mio normale modo di scrivere (e quello di molti altri, il che è consolante). Forse tuttora sul mio inconscio agisce il profilo arcigno della mia inflessibile maestra delle elementari: di fronte a certi costrutti mi si raddrizza la schiena e mi scatta in automatico il congiuntivo. Vantaggi dell’essere una vegliarda e dell’appartenere alla generazione che ancora veniva sgridata se non stava composta a tavola. Ma il congiuntivo è ormai quasi una specie protetta e io sono ben lieta di arruolarmi nella sempre più sparuta schiera delle sue guardie forestali. A parte gli scherzi, credo che la tua osservazione sollevi una questione importante: in fondo cos’altro abbiamo se non l’ordine del linguaggio per dipanare la confusa matassa delle nostre emozioni? Scrivere è un po’ questo, cercare di decifrare e tradurre in strutture comunicabili il groviglio inestricabile dei sentimenti che ci affliggono. E per farlo non basta la sensibilità, ci vuole anche il rigore: nell’analizzare e nel trascrivere. Il congiuntivo è una risorsa inesauribile, da questo punto di vista: è il modo del pensiero indiretto, che permette di cogliere la differenza di prospettive, di rappresentare le  sfumature, di sfaccettare un’idea fin nei più minuti e riposti angoli. È il modo della soggettività, del parziale, del complesso, che tempera e addolcisce col beneficio del dubbio la pur necessaria ma intimorente sicurezza dell’indicativo: è la suggestione contro l’assertività, il sottofondo umano che fa da controcanto e da interprete alla disumana certezza del postulato, che non contrasta ma guida con mano provata dall’esperienza la giusta ed inesausta ricerca dell’esatta definizione. Sono convinta che la forma sia sostanza, e non solo nella scrittura. Ma per carità, mi fermo qui perché sto sbrodolando in modo irritante e l’aver scritto qualche racconto su Lady Oscar non mi mette proprio nella posizione di farlo.

Hai scritto tanto e ti sei anche concessa il lusso di riflettere a posteriori sulla storia e i suoi perché. Osservandoti oggi, cosa provi? Queste storie le senti ancora tue, nelle tue corde o sono qualcosa di superato?

Cosa provo? Mah... come dicevo prima certo un senso di appagamento, perché è come aver fatto qualcosa che sentivo un profondo bisogno di fare, al di là degli esiti ora più ora meno felici. Poi, a volte, un sorriso un po’ auto-ironico e condiscendente nei confronti della ragazzina che ero e che a quindici anni, molto prima di iniziare la sua carriera come “autrice”, si infiammava a immaginare situazioni sempre diverse per raccontare sempre la stessa scena: è come se ora potessi vederla da qui, con le sue fissazioni e le sue grandi passioni inespresse e potessi dire di averla finalmente placata, o almeno di averle dato un bel po’ di spazio. Le storie che ho scritto le sento sempre tutte ancora mie perché corrispondono a ciò che io ero mentre le scrivevo e che mi ha costruito fino a questo punto: ma non sono molte quelle che potrei riscrivere, non allo stesso modo, per lo meno. Se per assurdo riprendessi la penna in mano e provassi a rifare oggi qualcuno di quei racconti, ho idea che ne verrebbe fuori qualcosa di molto diverso. Qualcosa di più aspro, meno melodioso, più prosastico e disincantato. Non so mica se sia un bene, a dire il vero. Forse, e non è un caso, solo “Liberaci dal male” la riscriverei allo stesso modo, soprattutto la parte finale. Per il resto, quelle che rileggo con piacere sono “Prima che ti chiami amore” (che infatti è stata quella che ho voluto tradurre per prima quando mi sono messa in testa di tentare una traduzione autonoma) e “Quel che resta del giorno”. Amo e amerò sempre profondamente “Agenzia matrimoniale”. Mi sento un po’ più distante da “Pas de deux” e da alcune scene di “Come per BK” proprio perché ne avverto l’enfasi che adesso mi sembra un tantino eccessiva, e anche da “Perditum ducas” di cui continuo ad apprezzare certe parti ma sento un po’ di forzatura in altre. Eppure conservo la dolcezza del sentimento che quando scrissi tutte queste storie mi agitava, che forse tendeva un po’ al melodrammatico ma era completamente sincero. Non saprei riscrivere “Un’altra stagione” ma sono tuttora molto contenta del risultato, la trovo una cosa dolce, senza contare il ricordo della grandissima emozione che mi ha dato. Vado estremamente fiera di “Nelle mani” perché scriverla non è stato per niente facile e mi è riuscito di realizzare esattamente quello che volevo, in modo credo non banale (tanto meno banale, anzi, quanto più topiche e convenzionali erano le situazioni che mi andavo a cercare con la scrittura: è stata una specie di sfida con me stessa). E poi “Nelle mani”, se mi è consentito un piccolo peccato di autoreferenzialità (in fondo questa è un’intervista, no?) mi rende orgogliosa anche per un altro motivo: che mi sembra abbia creato, nel dar forma a tutta una serie di mie fantasie personali, anche una sorta di piccola langue narrativa, molto circoscritta e settoriale per carità: certe immagini, certe situazioni, certe scene topiche, certe osservazioni molto specifiche sulla natura dei rapporti tra Oscar e André le ho ritrovate poi in altri racconti quasi come dei dati acquisiti, entrati nella “vulgata” oscariana, e ciò lungi dall’irritarmi mi ha fatto soprattutto un grande piacere. Il piacere che può dare un complimento, quando naturalmente non si tratta di plagio, che è tutto un altro discorso. Ma onestamente non mi pare di poter dire di essere stata così plagiata, almeno che io sappia.

Qual è il rapporto tra quegli anni e quelle parole scritte?

Come ho detto prima, frenetico. Emozionante, totalizzante, coinvolgente, appassionato. Anche piuttosto destabilizzante, non c’è dubbio. Mi buttai nella scrittura a corpo morto, in un intensissimo furore creativo che durò un paio d’anni. Fu un momento veramente importante, non solo dal punto di vista creativo ma anche personale. Dietro la scrittura c’è sempre la realtà, ci sono storie vere, rapporti, persone che conosci e che frequenti, tutto un mondo con cui entri in relazione, con tutti gli ovvii e naturali pro e contro. Senza contare la questione del mondo virtuale, che da sola richiederebbe un corposo saggio di psico-sociologia e che è un fattore assolutamente di primo piano in un’esperienza del genere. Non è che ci si possa illudere di nascondersi dietro uno schermo o un nickname e di non assumersi delle responsabilità solo perché sembra che spegnendo il computer si possa anche staccare la spina: quando riversi tutto te stesso in quello che scrivi, quando la gente ti legge e si commuove perché tu ti sei commosso, si appassiona perché ti sei appassionato, quando rispondi a delle lettere e arrivi a scriverti regolarmente con persone che vivono a mille chilometri di distanza e non hai mai visto né mai vedrai in vita tua, tutto questo non è solo un gioco divertente che puoi controllare a piacimento: è un turbine di sentimenti e legami che irrompono nella tua esistenza, non un passatempo indolore e senza conseguenze. Spesso può sovrapporsi, può intrecciarsi alla tua vita reale, se non stai attento può perfino interferire con essa e confonderti, facendoti perdere di vista qualche coordinata, come sa benissimo chiunque abbia un minimo di esperienza in rete. Il motivo per cui ciò accade è semplice: che anche questa è vita, un tipo specialissimo di vita che può coinvolgerti enormemente proprio perché passa attraverso dei canali sensibili e di forte presa su di te: nel mio caso la passione per la scrittura e per Lady Oscar, che finalmente dopo vent’anni potevo condividere, e in che modo appagante e pieno... Su me ebbe un effetto straordinario, eppure non ero certo una fanciulla inesperta quando iniziai. Il rapporto tra quegli anni e quelle parole scritte è stato bellissimo e faticoso, ma non rimpiango una sola esperienza di quelle fatte, nemmeno una. Anzi, ora come ora posso dire di guardare a quel “passato” con serenità e molta riconoscenza.

Come vinci la pagina bianca? Come inizia una storia, una delle tue?

Non sempre la vinco, la pagina bianca. La scrittura è una cosa che richiede grandissimo impegno, tempo, attenzione e soprattutto ispirazione. A volte hai l’ispirazione ma non hai il tempo, hai cose più urgenti e importanti da fare, ti siedi davanti allo schermo, apri Word, butti giù una frase e ti rendi conto che dire quel che vorresti come va detto è superiore alle tue forze e alla tua possibilità di farlo in quel momento. Non sempre si ha l’energia mentale e spirituale per mettersi in gioco nella scrittura, oppure la voglia. Perché nella scrittura bisogna mettersi in gioco, e bisogna averne voglia. E ci sono responsabilità nella vita reale, soprattutto responsabilità verso le persone che ami, che devono avere il primo posto, ed è giusto e sano che sia così. Quindi chiudi senza salvare, oppure salvi quell’unica frase e chiudi, ripromettendoti di riaprire il discorso e il documento in un momento più propizio: invece poi magari non lo fai più, o lo fai e trovi che ciò che avevi scritto non ti dice più niente... così cestini, o inizi a scrivere tutt’altro. Penso che la cosa vada a periodi, anche: dipende dalla vena. A volte il tempo ce l’hai ma non hai l’ispirazione giusta, quindi passi un pomeriggio a leggiucchiare e navigare qua e là senza costrutto, il che è alquanto frustrante, devo dire. Comunque, per quello che mi riguarda, i miei racconti nascono sempre da un’immagine che mi lavora dentro da un po’ di tempo, e quando inizio parto sempre da lì, dal cercare di darle forma e di capire se significhi qualcosa: ebbi modo di scriverlo nella postfazione a “Nelle mani”. Non scrivo storie “a tesi” per cercare di dimostrare teorie e non faccio piani di scrittura preliminari: un racconto non è un saggio e non credo abbia senso dargli fin dall’inizio una struttura precisa e definita in tutte le sue parti. Ne verrebbe fuori qualcosa di ben confezionato ma freddo e in fondo senza senso, per lo meno nel mio caso. Il vero senso della scrittura letteraria è l’emozione autentica che c’è dietro, che di solito parte dal ricordo di un’espressione, di un gesto, di un momento, dietro cui possono esserci interi mondi. Questo non significa, sia ben chiaro, che io creda che la scrittura debba essere trascrizione immediata e ingenua di ciò che passa a casaccio per la testa dell’autore. Anzi, una scrittura ben fatta dev’essere filtratissima ed estremamente elaborata, possedere una profonda unità strutturale, dei forti richiami da una parte all’altra del testo che la rendano coesa e coerente. Dev’essere accorta ed esperta e richiede mano competente e la disponibilità a sottoporsi a continui ripensamenti e aggiustamenti. Il punto è che questo piano di lavoro non può essere fatto prima ma si costruisce scrivendo, man mano che la storia prende corpo, che l’idea iniziale si precisa nella mente e nel cuore e si capisce con chiarezza cosa si voleva dire trovando il modo in cui farlo. L’abilità di uno scrittore secondo me è proprio in questo, non nell’ideare a tavolino prima un piano ma nel saper riconoscere questo piano, nell’individuare il filo rosso che percorre tutto quello che sta dicendo fino a capire dove il racconto vuole andare esattamente a parare, e poi portarcelo con estrema attenzione. E per riuscire ad avere questa consapevolezza occorre sensibilità e una profonda attitudine ad analizzare sinceramente e lucidamente i sentimenti fino a sviscerare la verità, fosse anche una verità che disturba o non piace o fa soffrire. Senza verità non c’è emozione, non c’è anima, non c’è arte. Parlo in generale, s’intende, dell’arte degli scrittori veri, che hanno avuto un profondo influsso sulla mia scrittura.

Come sei arrivata al "little corner"? E come si lavora a più mani?

Al “Little corner” sono arrivata per caso: un giorno ho comprato un computer, ho scoperto internet e la prima cosa che ho cercato su Google, ovviamente, è stato “Lady Oscar”. Mai avrei pensato di trovare tanta roba, e soprattutto tanti matti come me con la fissa per l’amore di Oscar e André. Fino a quel momento, e per lungo tempo, avevo vissuto questa passione con estremo pudore e anche con una sorta di vergogna: ero già grandicella quando diedero per la prima volta l’anime in televisione e a quell’età le mie compagne erano tutte innamorate e grandi intenditrici di discoteche e divi del rock. Sarebbe stato piuttosto imbarazzante, in una fase in cui tanto conta non essere diversi dal “gruppo” per non essere discriminati, rivelare che io guardavo i cartoni animati e se è per questo mi commuovevo fino alle lacrime. Anche se in seguito mi resi conto che decisamente non ero l’unica e che c’era gente che lo faceva con molti meno complessi (non dimenticherò mai la riconoscenza che provai verso un amico sedicenne che un giorno, seduto sul muretto e preso dalle chiacchiere con noialtri, si batté all’improvviso una mano sulla fronte e proruppe clamorosamente nell’esclamazione: “Porca puttana, mi sono perso la puntata di Candy Candy!”). Insomma, non lo dicevo a nessuno e la clandestinità mi angustiava non poco, data l’ossessione che avevo per Oscar e soprattutto per André. Così, a distanza di un sacco di tempo, quando in seguito vidi che non solo c’era gente che fantasticava come me, ma che come me scriveva delle storie (non sapevo che si chiamassero fanfictions, allora, ma ne avevo già scritte parecchie, un cassetto pieno di fogli nascosti scritti con grafia fittissima, per lo più di pessima qualità), quando vidi questo mi si allargò il cuore. Poi ne lessi qualcuna qua e là, senza nemmeno aver ben individuato i siti (ci arrivavo dai motori di ricerca digitando “Oscar+André+amore”) e mi dissi: “Beh, ma allora anch’io posso farlo...” Presi uno dei miei racconti, quello che mi sembrava il più riuscito e che stava lì da anni, lo trascrissi, lo aggiustai un po’ e lo mandai a un sito: non “Little corner”, ma il primo di cui avevo capito che aveva una sezione per le fanfics. Si trattava di “In una lettera”, che poi pubblicai anche qui. La webmistress di quel sito mi rispose dopo un po’ dicendo che lo avrebbe pubblicato e ne fui molto contenta. Tanto che la cosa non mi bastò e cominciai a girovagare qua e là alla ricerca di altri siti dove leggere e magari pubblicare storie su Lady Oscar. Non ricordo esattamente a chi scrissi ma dispersi qualche mail per il web, non sempre ricevendo risposta e non sempre in tempi brevi. Invece la risposta di Laura fu immediata, anche prima che le mandassi ciò che avevo scritto. Ricordo che mi colpì la sua estrema sollecitudine e disponibilità: ormai non ero più un’adolescente, ero una donna adulta e vaccinata e sapevo bene quante cose la gente ha da fare e quanto sia raro trovare qualcuno disposto a perdere del tempo per soddisfare le tue domande e curiosità. Così la cosa m’impressionò favorevolmente. Mi piacque la sua gentilezza e la sua autentica e profonda passione per questa storia, che trapelava da ogni cosa che diceva, nelle prime mail che ci scambiammo. Le feci leggere il mio racconto e mi disse che le piaceva. MI piacque il modo in cui lo disse: genuino ed entusiasta. Decisi di mandarglielo perché lo pubblicasse, se le interessava, naturalmente dopo aver informato per correttezza anche la webmistress dell’altro sito e acquisito il suo consenso. L’inizio fu questo. E da lì fu una cascata d’inchiostro. Ancora prima della pubblicazione su “Little corner” avevo già scritto “A casa”, il seguito di “In una lettera”, che riprendeva anch’esso, ma rielaborandole completamente, delle antiche suggestioni. Poi “Interludio”, poi “Due”. Mi conquistò letteralmente il modo in cui Laura leggeva le mie storie, non solo per le belle cose che mi scriveva ma perché si capiva benissimo, dal modo in cui commentava, che se non le fossero piaciuti i miei racconti me lo avrebbe detto subito e chiaramente, entrando anche nei dettagli, così come entrava nei dettagli di quello che le piaceva. Non erano convenevoli fatti per le pubbliche relazioni: si vedeva che era un tipo che diceva ciò che pensava. Quindi quello che le mandavo le piaceva davvero, le piaceva nei dettagli. E quest’autentico apprezzamento, fatto da una persona sulla cui levatura le lettere che scriveva non lasciavano dubbi, gratificò profondamente il mio ego profondamente sensibile alle lusinghe. Sto scherzando. In realtà il fatto è che mi resi conto di aver incontrato qualcuno con cui m’intendevo molto bene, sia sul piano intellettuale che umano. E mi piacque molto anche il modo squisitamente discreto con cui rispose alla mia iniziale richiesta di riservatezza: su chi fossi, da dove scrivessi, che cosa facessi. Sono sempre stata fissata con la privacy ed ero diecimila volte più prudente su internet. Ma lei fu completamente all’altezza della situazione, come meglio non avrei potuto sperare. Anche per questo motivo, nonostante l’estrema prudenza e cautela di cui entrambe eravamo adeguatamente provviste avendo da tempo raggiunto l’età della ragione, diventammo nel giro di poco tempo amiche. Ma questi sono fatti nostri e quindi mi fermo qui. Voglio dire un’altra cosa, però, che è legata anche al mio “curriculum” di scrittrice. Laura, bravissima disegnatrice ed autrice a sua volta, ha un autentico e raro talento di editrice. Il suo modo di curare gli autori, il modo in cui curò anche me, è veramente stimolante, efficace e capace di produrre risultati straordinari. Certo, a scrivere le storie è l’autore e se non c’è l’ispirazione non ci sono santi: però, se il momento è propizio, un autore con l’ispirazione in fermento non può fare un incontro migliore di lei. Se si crea la sintonia, la condivisione, la passione comune, l’essere letti, commentati, seguiti, incoraggiati e provocati nel modo in cui sa farlo lei è una grande fortuna. Forse quegli anni - ormai è passato molto tempo e sono successe tante cose, ma se ci penso è come fosse ora - furono anni particolarmente intensi e felici sotto questo profilo: lo ricordo come un periodo quasi “eroico”, di passione e grandi entusiasmi artistici, di scoperta e di crescita e di arricchimento reciproco. Ci sono dei periodi magici a volte, magari solo per un aspetto della vita, non per tutti: ma è quell’aspetto che li rende belli e li illumina di una luce che dura nella memoria anche dopo che sono passati.

 

Divido la risposta in due parti perché il come si lavora a più mani mi sembra una questione diversa dal sottoporre il tuo racconto a qualcuno perché ti dia un parere. Direi prima di tutto che dipende dal tipo di storia e da come nasce: se si tratta di una storia a più voci che tratta lo stesso tema da diversi punti di vista, scorrendo su dei binari paralleli - una “fun-fiction”  ad esempio, ma anche scritti d’altro tipo - è divertente e non crea particolari problemi di autonomia: ognuno si scrive la sua parte, dà la sua lettura delle cose, e il divertimento viene proprio da lì, dal confronto tra le diverse versioni senza che nessuno sia tenuto a coordinare con precisa coerenza la sua versione alle altre. Se invece si tratta di una storia che procede dallo sforzo congiunto e armonioso di due o più persone, la cosa è un po’ diversa. Anche più stimolante, se è per questo, ma più difficile. Bisogna prima di tutto scrivere con qualcuno con cui si possa relazionarsi a livello di parità sul piano della scrittura: qualcuno che sappia intendere il testo e i meccanismi nascosti che lo fanno funzionare, che sappia cogliere al volo gli spunti e le suggestioni dell’altro, che sappia tradurle in pagine proprie e originali e rilanciare - anche “provocare”, perché no? - in modo stimolante e intelligente. E bisogna ovviamente essere in grado di fare altrettanto. Da questo punto di vista la mia personale esperienza è stata magnifica, perché, al di là della occasionale diversità di punti di vista, c’è stata sempre, anche nei momenti meno facili della stesura della storia, una comune capacità di valutare e riconoscere obiettivamente gli esiti qualitativi del risultato. E questo non è poco. Bisogna essere disponibili e capaci di confrontarsi, scontrarsi, dialogare, proporre e ritornare su ciò che si è scritto e riscriverlo, se necessario. Soprattutto di riconoscere il percorso che sta facendo il testo e riuscire a capire quale sia la direzione giusta. Certo, la cosa non è facile: un racconto a quattro mani o più presenta l’incognita della non completa prevedibilità della visione degli altri autori, soprattutto se si “naviga a vista”, come facevamo noi, e non ci sono piani prestabiliti. Ma navigare a vista, d’altra parte, è proprio per questo motivo molto più stimolante e intenso ed efficace nel raggiungimento del punto d’approdo di quanto non lo sia invece il mettersi d’accordo definendo a priori le fasi e le articolazioni della storia senza saperla “sentire” mentre essa si fa. Può presentare anche delle sorprese, e che sorprese! Ma è proprio da questo che secondo me può scaturire qualcosa di buono, di vero. Considero “Agenzia matrimoniale” una delle più belle esperienze di scrittura che abbia fatto. Ha tirato fuori moltissimo da me: forse da sola non mi sarei costretta a rimestare nelle mie emozioni fino a quel punto e sarebbe venuta fuori una cosa meno bella. Certo, poi la cosa può essere un tantino, come dire, coinvolgente... a momenti entro in terapia col mio personaggio! Una scrivania può essere un posto pericoloso da cui guardare il mondo, diceva John Le Carrè.

 

Scrivi di: testa, orecchio, gusto, pelle, pancia?

Di testa, orecchio, gusto, pelle, pancia, gomiti, ginocchia e quant’altro. Chi scrive ci mette tutto se stesso e non penso che una cosa debba prevalere su un’altra: la sensibilità per sentire le emozioni, il coraggio per andare fino in fondo, la fantasia per immaginare situazioni e loro conseguenze e un attento controllo razionale per dare a tutto questo la forma giusta. Come cercavo di dire prima. Se manca un ingrediente mi sembra che la torta non possa venire bene.

 

L'edizione ha modificato il tuo modo di scrivere e di sentire la scrittura?

No, credo di no. Ho sempre scritto quello che volevo, senza pensare alle aspettative di chi leggeva. Per me scrivere parte da un’esigenza interiore talmente personale che non potrei scendere a patti con nessun altro che con me stessa su quello che scrivo. Non potrei mai forzarmi a scrivere qualcosa che penso gli altri approvino, per cercare il loro consenso: mi verrebbe malissimo se non è quello che approvo anch’io. Mi rendo conto che una storia è bella se piace a me, se sento che mi emoziona e che mi fa venir voglia di rileggerla. Se mi batte il cuore per un po’ dopo che ho finito. È abbastanza semplice, in effetti.

Intendiamoci, questo non vuol dire che pubblicare e sapere che gli altri ti leggono non sia importante: è importantissimo, estremamente gratificante ed i commenti dei lettori sono l’unico compenso che ha chi scrive senza guadagnarci qualcosa. Le lettere di apprezzamento fanno un enorme piacere e credo si debba favorire la possibilità degli autori di riceverne. È normale controllare più volte la mailbox dopo che un racconto è uscito e io stessa l’ho fatto spesso. Fa piacere, soprattutto se ti accorgi che i lettori poi ti scrivono veramente, e magari da posti in cui non avresti mai pensato che qualcuno potesse leggerti. È un’emozione notevole pensare che il frutto delle tue privatissime elucubrazioni a soggetto è stato letto da qualcuno che sta in Perù e che costui si è preso perfino la briga di scriverti una lettera in inglese per dirtelo. Non è che mi sia successo spesso, per carità, ma mi è successo due o tre volte e sono rimasta a bocca aperta. Per uno che ti scrive ce ne sono tanti che non ti scrivono ma ti leggono e ti seguono, e anche pensare questo fa piacere.  Però non è ciò che ti spinge a scrivere o che costituisce il metro di giudizio per valutare quello che hai creato. È possibile continuare ad amare e a ritenere la cosa migliore che si sia fatta un racconto per cui si sono ricevuti pochissimi commenti. Magari quei pochi commenti dicono esattamente le cose che pensavi anche tu della tua storia: è molto più importante rendersi conto di essere stati perfettamente compresi da uno solo che scorrere tante lettere divertendosi a leggere le molteplici e inaspettate interpretazioni che sono state date delle tue pagine. Anche questo è molto piacevole e interessante, intendiamoci. Ma diciamo che, per quanto mi riguarda, pubblicare i miei racconti e ricevere delle lettere per quello che avevo fatto è stato un modo per rendermi conto che ciò che provavo potevo condividerlo con qualcuno. Indubbiamente mi ha dato una maggiore fiducia in me stessa come “scrittrice”, nelle risorse che mi sembrava di avere ma che nessuno in fondo mi aveva mai detto che possedevo. Ma è stata soprattutto una gioia, la gioia intima e sincera che ti trasmette il sapere di aver potuto condividere con altri qualcosa che per te è davvero importante.

 

Tania, giugno 2008, Pubblicazione sul sito Little Corner del giugno 2008.

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