"...Una sera al vespro,
mentre Holly suonava il sassofano e la signora Bethel Utemeyer si univa alla
musica, lo vidi:
Holiday, che superava di corsa un morbido samoiedo bianco. Aveva vissuto fino
a tarda età sulla Terra
e dopo che mia madre se n'era andata aveva sempre dormito ai piedi di mio padre
perché non voleva perderlo di vista.
Aveva tenuto compagnia a Buckley mentre costruiva il suo fortino ed era stato
l'unico ammesso sulla veranda
quando Lindsey e Samuel si baciavano. E negli ultimi anni della sua vita, ogni
domenica mattina nonna Lynn
gli aveva preparato una crêpe col burro che gli metteva in terra, senza mai
stancarsi di guardarlo mentre tentava di tirarla su col muso.
Aspettai che mi annusasse, ansiosa di sapere se qui, dall'altra parte, fossi
ancora la ragazzina accanto alla quale si era fatto tanti sonni.
Non dovetti attendere a lungo: fu così felice di vedermi che mi saltò addosso
e mi fece cadere."
(Amabili resti - Alice Sebold)
[...] "'Susie'
mi salutò l'uomo mentre mi avvicinavo. Mi fermai a pochi passi da lui e lui
sollevò le braccia verso di me.
'Ti ricordi?' disse.
Mi ritrovai bambina; avevo sei anni ed ero in un soggiorno, nell'Illinois. Ora
come allora, poggiai i piedi sui suoi.
'Nonno' dissi.
E dato che eravamo tutti soli e tutti e due in Cielo, mi mossi con la stessa
leggerezza di quanto avevo sei anni e lui cinquantasei
e mio padre ci aveva portati a trovarlo. Ballammo lentamente sulle note di una
musica che in Terra l'aveva sempre commosso.
'Ti ricordi?' mi chiese.
'Barber!'.
'Adagio per archi' disse lui.
Ma mentre ballavamo - niente di simile ai nostri volteggi goffi e scatti sulla
Terra - mi ricordai che una volta l'avevo visto piangere
con questa musica e gliene avevo chiesto il motivo.
'Può succedere di piangere, Susie, anche quando una persona a cui hai voluto
bene se n'è andata da molto tempo'.
Mi aveva stretta a sé per un istante e poi io ero corsa di nuovo a giocare con
Lindsey nel giardino, che allora ci sembrava enorme.
Quella sera non parlammo più, ma continuammo a ballare, sapevo che sulla Terra
e in Cielo stava accadendo qualcosa.
Uno spostamento. Quel movimento da lento a improvviso che avevamo studiato un
anno a lezione di scienze. Sismico, impossibile
uno strappo nel tempo e nello spazio. Mi schiacciai contro il petto del nonno
e sentii il suo odore di vecchio, versione di mio padre in naftalina,
il sangue sulla Terra, il Cielo in paradiso. Arancini cinesi, moffetta, tabacco
puro di qualità sopraffina.
Quando la musica si interruppe, mi sembrò di aver ballato un eternità. Mio nonno
fece un passo indietro e la luce alle sue spalle s'ingiallì.
'Io vado' mi disse.
'E dove?' gli domandai.
'Non preoccuparti, piccola. Sei vicinissima.'
Si voltò e scomparve rapidamente, dissolvendosi in macchie e polvere. Nell'immensità."
(Amabili resti -
Alice Sebold)
"Battezzò
tutte le pareti e la sedia di legno con la notizia della mia morte e alla fine
rimase lì, nella stanza degli ospiti/studio, circondato da cocci verdi
[...] Fu allora che, senza neanche sapere come, mi rivelai. Impressi la mia
faccia in ogni scheggia e frammento. Mio padre guardò in basso e intorno a sé,
lasciò vagare gli occhi per la stanza. Stralunati. Durò solo un istante, poi
sparii. Lui restò per un attimo in silenzio, poi scoppiò a ridere;
un urlo gli salì su dallo stomaco. Rise così forte e profondamente che lassù
nel mio Cielo la sua risate scosse anche me.
Uscì dallo studio e oltrepassò le due porte che lo separavano dalla mia camera.
Il corridoio era piccolo, la mia porta identica a tutte le atre, abbastanza
sottile da poter essere sfondata con un pugno. Stava quasi per spaccare lo specchio
sopra il cassettone e strappare la carta da parati con le unghie, ma cadde sul
mio letto e singhiozzando appallottolò le lenzuola color lavanda tra le mani.
'Papà?' disse Buckley.
Teneva la mano sul pomello. Mio padre si voltò verso di lui, ma non riuscì a
fermare le lacrime. Scivolò a terra con le lenzuola e ancora strette nei pugni
e poi aprì le braccia.
Dovette chiamare mio fratello due volte, cosa che non era mai successa prima;
ma alla fine Buckley andò da lui.
Papà lo avvolse nelle lenzuola che avevano ancora il mio odore e ricordò il
giorno che l'avevo pregato di dipingere e tappezzare la mia stanza di viola.
Si ricordo di aver portato lì i vecchi numeri del "National Geographic" e di
averli sistemati negli scaffali bassi della mia libreria
[...]'Lo sai che per papà sei proprio un ometto speciale?' disse aggrappandosi
a Buckley.
Mio fratello si tirò indietro e fissò la sua faccia raggrinzita, le piccole
gocce di pianto che luccicavano agli angoli degli occhi. Annuì con espressione
seria e lo baciò su una guancia.
Una cosa così divina che neppure in Cielo avrebbero potuto inventarla: un bambino
che consolava un adulto.
[...]Adesso ritrovava la sua Susie nel figlio minore. Da' quell'amore ai vivi,
si disse, e se lo disse ad alta voce dentro di sé;
ma la mia presenza era come una corda che lo legava e lo tirava indietro, e
indietro, e indietro. Fissò il ragazzino che teneva tra le braccia.
'Chi sei tu?' si sorprede a chiedere. 'Da dove sei venuto?'."
(Amabili resti - Alice Sebold)