Per gentile
concessione
dell'autore
 
Gilberto Di Petta
Neurologo e Psichiatra. Dirigente I liv. U.O. Ser.T Distr. 65, ASL NA 3



NOI PSICHIATRI DEL NOVECENTO :
GLI ULTIMI “CLOWNS”.



Colui che viene da un altro luogo,
il maestro di un passaggio misterioso,
il contrabbandiere che supera le frontiere proibite.


Jean Starobinski






Questo lavoro prende le sue mosse da un testo di Jean Starobinski dal titolo : ritratto dell'artista da saltimbanco. Il quadro di riferimento assunto rispetto alla questione della malattia mentale è quello tracciato dal complesso lavoro di Michel Foucault. Se l'Ottocento ha consacrato l'alienista al museo della scienza moderna, il Novecento lo ha disgregato : ciò che resta e ciò che si affaccia alla soglia del nuovo Secolo è, a mio avviso, cifrabile come psichiatra-clown.
Il fatto che siamo nati e ci siamo formati in un Secolo che è finito rende la nostra posizione ancora più funambolica, precaria e transitoria di quanto non lo sia già in realtà. Così stiamo, a cavallo tra due secoli, tra due storie, tra due mondi : del resto la corda tesa tra la mente e il cervello, tra l'anima e il corpo ci ha addestrati anche alle lunghe percorrenze in bilico. A volte il pubblico che ci guarda ci applaude, a volte ci compatisce, più spesso ci ignora.

A tuttoggi nei trattati di anatomia patologia in uso nelle facoltà di Medicina manca ancora il capitolo della psichiatria. Tutta la migliore ricerca nel campo delle neuroscienze applicate ai cosiddetti mental disorders non offre che panorami di suggestibilità. Nessuna ipotesi è unanimemente condivisa, tutti gli studi sono controversi. La farmacologia continua, sola alla meta, una sorta di corsa che si sta sempre più svincolando dalla clinica. La nosografia categoriale viene spezzata dai continui riaggiustamenti trasversali. In tutto questo la psichiatria continua, stranamente, a figurare come un branca della medicina e a collocarsi nell'universo scientifico. Sul piano epistemologico la differenza tra la psichiatria e una qualunque delle altre discipline mediche è enorme : rimaniamo tecnici deboli. La differenziazione della psichiatria dalla neurologia può essere indicativa fortemente di questa direzione. A mano a mano che viene recuperata l'organicità della sintomatologia l'orbita di trattamento si sposta nelle corsie neurologiche : il Parkinson era considerato una nevrosi prima dell'isolamento della degenerazione nigrostriatale. In questo senso tutta la psichiatria è una sorta di destino a scomparsa, nel senso che, auspicando un futuro di chiarimento etiopatogenetico, le sindromi attuali, ancora sindromi concettualizzate solo in termini fenomenologico-clinici, verranno assorbite dalla neurologia. Le psicoterapie, ripercorrendo inconsapevolmente questo crinale, cioè nella direzione di un'epistemologia forte, anelano a modelli dotati di coerenza metodologica ed epistemica, ripercorrendo, quindi, a ritroso una tentazione che le scienze di base oggi trattano con maggiore elasticità.
Di fatto la componente artigianale e umanistica rimane ineliminabile in una pratica, come quella della psichiatria clinica, nella quale è impossibile decidere la diagnosi e la terapia sulla base di parametri di laboratorio e strumentali. Questo è lo stato attuale. Se guardiamo a come questo stato si è andato a configurare nel corso del Novecento, ci rendiamo conto di quanto tutti i modelli che sottendono la filosofia e la prassi della psichiatria siano rimasti complanari : psicologico, biologico, sociale e magico-demonologico.

Prima che la follia venisse rubricata nella psicologia, ovvero prima che venisse psicologizzata e, successivamente, neurolettizzata, gli psichiatri, nel bene o nel male , ne sono stati i testimoni. Negli archivi e nelle cartelle cliniche degli ospedali psichiatrici teatri del grande internamento ci sono scritte le storie di un'umanità minore a cui è stata tolta la possibilità di interagire con il corso successivo della storia. Di fatto gli psichiatri si sono venuti a trovare alla giunzione tra la norma e la follia. Il clown è la figura che media il rapporto tra l'infanzia e l'età adulta, tra la ragione e la passione, tra la regola e l'infrazione. Il clown diverte e rattrista, è patetico e ispira simpatia. Il clown è poco serio.

Uno psichiatra tedesco, Hubertus Tellenbach, scomparso qualche anno fa, coniò l'eficace definizione di camaleonte di metodi, significando la necessità, per uno psichiatra, di assumere l'incoerenza metodologica a sua unica legge. Il fatto che un professionista sia libero di fare quelllo che gli pare, ovvero di modulare continuamente la sua condotta con un paziente, con un gruppo e con una terapia accresce molto il nostro senso di onnipotenza. I vincoli dei nostri sistemi sono elastici, ma questo significa che non ci sono reti sufficientemente contenitive a fronte di situazioni gravi. La stessa riforma sociale e democratica che nelle società occidentali ha curvato la psichiatria dal modello asilare a quello territoriale ha esposto gli psichiatri al doppio colpo di rimbalzo del mondo sociale, dei familiari e, in molti casi, degli stessi utenti. Di fatto la crvatura sociale della riforma e lo smantellamento del vistoso apparato delle terapie fisiche e lo scardinamento delle mura asilari ha infragilito la figura dello psichiatra come scienziato forte ed anche come pragmatista. La perdita delle competenze neurologiche ha alleggwerito suo baglaglio medico. L'apertura della dimensione del sé come paziente, al di là del mito dell'analisi personale, è un altro aspetto della dimensione sciamanica e clownistica. L'integrità e la sicurezza dello psichiatra si vanno perdendo nel tempo, di fatto non può più permettersi né la scioltezza del profesionista positivo e né la libertà dell'artista.