Tacito (54-119 d.C. circa)

 

Aggiornamento: 05/05/2007  -  Autore: Gianluigi Bastia

 

 

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1. L'incendio di Roma e la testimonianza sui cristiani

 

 

Negli Annali (lat. Annales) dello storico romano Cornelio Tacito (54-119 d.C. circa) è presente un brano in cui viene descritto l'incendio di Roma del 64 d.C. Di questo grande incendio abbiamo notizia non solo in Tacito ma anche negli scritti di Plinio il Vecchio (Naturalis Historiae, XVII, 1, 5), Svetonio (De Vita Caesarum, Nero, 38) e Dione Cassio (LXII, 16,18). Secondo tutti gli storici romani l'opinione pubblica accusò immediatamente l'Imperatore Nerone di aver ordinato l'incendio della città. Scrive ad esempio Tacito: "né con sforzo umano né per le munificenze del principe o cerimonie propiziatorie agli dèi perdeva credito l'infamante accusa secondo la quale si credeva che l'incendio fosse stato comandato". Il solo Tacito aggiunge al racconto dell'incendio che per far tacere queste dicerie del popolo Nerone accusò i cristiani di avere dolosamente provocato il grande incendio: i cristiani furono così perseguitati ferocemente e condannati alla crocifissione. Di una persecuzione dei cristiani al tempo di Nerone, sebbene non esplicitamente connessa dall'autore all'incendio del 64 d.C., abbiamo notizia anche in Svetonio, Vita Neronis, XVI, 2. Nel riferire questo episodio Tacito menziona anche brevemente le origini dei cristiani (lat. christianos) presentati come seguaci di Cristo (lat. Christus) condannato a morte al tempo dell'Imperatore Tiberio. La descrizione dei Cristiani che ci fornisce Tacito e che rispecchia la società romana del tempo è profondamente negativa. Essi sono definiti come "esiziale superstizione", "morbo" e accostati a qualcosa di "turpe" e "vergognoso".

 

 Tacito, Annales, Libro XV, 44. “Perciò, per far cessare tale diceria, Nerone si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani. Origine di questo nome era Cristo, il quale sotto l'impero di Tiberio era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato; e, momentaneamente sopita, questa esiziale superstizione di nuovo si diffondeva, non solo per la Giudea, focolare di quel morbo, ma anche a Roma, dove da ogni parte confluisce e viene tenuto in onore tutto ciò che vi è di turpe e di vergognoso. Perciò, da principio vennero arrestati coloro che confessavano, quindi, dietro denuncia di questi, fu condannata una ingente moltitudine, non tanto per l’accusa dell'incendio, quanto per odio del genere umano. Inoltre, a quelli che andavano a morire si aggiungevano beffe: coperti di pelli ferine, perivano dilaniati dai cani, o venivano crocifissi oppure arsi vivi in guisa di torce, per servire da illuminazione notturna al calare della notte. Nerone aveva offerto i suoi giardini e celebrava giochi circensi, mescolato alla plebe in veste d’auriga o ritto sul cocchio. Perciò, benché si trattasse di rei, meritevoli di pene severissime, nasceva un senso di pietà, in quanto venivano uccisi non per il bene comune, ma per la ferocia di un solo uomo.”

 

(Traduzione dal latino di A. Nicolotti, www.christianismus.it)

 

Questo il testo latino del passo degli Annales, secondo le edizioni di Fisher e Koestermann:

 

Tacito, Annales, Libro XV, 44, testo latino. "Sed non ope humana, non largitionibus principis aut deum placamentis decedebat infamia quin iussum incendium crederetur. Ergo abolendo rumori Nero subdidit reos et quaesitissimis poenis adfecit, quos per flagitia invisos vulgus Christianos appellabat. Auctor nominis eius Christus Tiberio imperitante per procuratorem Pontium Pilatum supplicio adfectus erat; repressaque in praesens exitiabilis superstitio rursum erumpebat, non modo per Iudaeam, originem eius mali, sed per urbem etiam quo cuncta undique atrocia aut pudenda confluunt celebranturque. Igitur primum correpti qui fatebantur, deinde indicio eorum multitudo ingens haud proinde in crimine incendii quam odio humani generis convicti sunt. Et pereuntibus addita ludibria, ut ferarum tergis contecti laniatu canum interirent, aut crucibus adfixi aut flammandi, atque ubi defecisset dies in usum nocturni luminis urerentur. Hortos suos ei spectaculo Nero obtulerat et circense ludicrum edebat, habitu aurigae permixtus plebi vel curriculo insistens. Unde quamquam adversus sontis et novissima exempla meritos miseratio oriebatur, tamquam non utilitate publica sed in saevitiam unius absumerentur."

 

NOTA: il brano in latino sopra riportato è tratto dall'edizione degli Annales di

C.D. Fisher (1906) e coincide perfettamente con l'edizione di E. Koestermann (1965).

 

 

2. Le opere di Tacito

 

 

Le opere dello storico romano Tacito ci sono pervenute largamente incomplete. San Girolamo (380-420 d.C. circa) riferisce che Tacito scrisse un'opera in trenta libri a carattere storico riguardante gli anni dalla fine del regno di Augusto fino a quello di Domiziano: "Cornelius Tacitus ... post Augustum usque ad mortem Domitiani vitas Caesarum triginta voluminibus exaravit" (cfr. Gerolamo, Commentario a Zaccaria, 3.14). Oggi restano due opere storiche attribuite a Tacito note come:

 

 

 

Le denominazioni di Historiae e di Annales sono in realtà titoli convenzionali coniati nel XVI secolo. In realtà gli antichi manoscritti di Tacito contengono un unico testo noto come Ab excessum divi Augusti. I manoscritti contengono quindi gli attuali Annales dal libro 1 al libro 6, segue il testo degli Annales dal libro 11 al libro 16, quindi si concludono con i cinque libri rimasti delle Historiae. San Girolamo, come detto, affermava che tutta l'opera storiografica di Tacito comprendeva in origine trenta libri. Oltre a queste opere (o questa opera) Tacito scrisse anche le seguenti opere minori, cui spesso ci si riferisce con l'appellativo di Tacito minore, riscoperte soltanto nel XV secolo, probabilmente verso il 1455:

 

 

 

 

Se gli esperti hanno seriamente contestato l'attribuzione a Tacito del Dialogo sull'oratoria, l'opinione della maggioranza degli esperti - oggi così come nel passato - è che le restanti opere di Tacito siano originali, cioè effettivamente scritte dall'autore noto come Cornelio Tacito e pervenute fino a noi attraverso il comune processo di trasmissione delle opere manoscritte dell'antichità. Tuttavia, a partire dall'illuminismo e in particolare da Voltaire (1775), iniziò a circolare la voce che gli Annales di Tacito fossero un clamoroso falso storico e non potevano essere attribuiti a Tacito ma a qualcuno che aveva imitato lo stile e l'arte letteraria di Tacito per costruire a tavolino quello che mancava ai cinque libri delle Historiae. Questa tesi si basava su argomentazioni storiche (alcune asserzioni fatte da Tacito negli Annales non sono coerenti con quanto riportato in altri storici del periodo, come Svetonio o Plinio il Vecchio), filologiche (alcune frasi non sarebbero coerenti con lo stile letterario di Tacito così come appare nelle Historiae) e sia sul fatto che nessun autore cita mai un passo degli Annales fino all'epoca del rinascimento, verso la fine del XV secolo, mentre abbiamo varie citazioni in epoche antiche tratte dalle Historiae e persino dagli scritti minori. Contro questa argomentazione è stato fatto notare che:

 

 

 

Uno dei primi a sostenere con argomentazioni storiche e filologiche la falsità degli Annales di Tacito fu John Wilson Ross (1818-1887) che nel 1878 pubblicò a Londra il libro Tacitus and Bracciolini, the Annals Forged in the XVth Century. Nel libro J.W. Ross sostiene che l'umanista italiano Poggio Bracciolini (1380-1459) in epoca rinascimentale aveva fabbricato un falso manoscritto degli Annales, arrivando persino a proporre la data esatta in cui questo falso sarebbe stato ultimato: febbraio-marzo del 1429. Dopo il libro di Ross vi furono altre isolate voci che sostennero e integrarono queste tesi, tuttavia dobbiamo segnalare che queste ipotesi di falsificazione non hanno mai avuto credito e non sono mai state accettate da nessun editore dei manoscritti di Tacito. Il libro di J.W. Ross, inoltre, venne pubblicato in forma anonima nell'edizione originaria del 1878. Non risulta, inoltre, che queste teorie siano mai state prese in seria considerazione dai più famosi e noti studiosi di Tacito a partire dal XX secolo.

 

 

3. Il Manoscritto 68.2

 

 

Poiché quello che qui interessa più da vicino nella presente trattazione è il passo riguardante i cristiani, contenuto nel Capitolo XV degli Annales, verifichiamo qual è il manoscritto più antico che attesta questa porzione di Tacito. Il documento più antico contenente il Cap. XV è oggi conservato presso la Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze ed è noto con la sigla 68.2; noto anche come "secondo mediceo" o laurenziano 68,2 esso contiene i Capitoli da 11 a 16 degli Annales, i primi cinque Capitoli delle Historiae e alcune opere di Apuleio. Per questo il manoscritto è anche denominato Tacito-Apuleio. Esistono altri manoscritti di questa porzione degli Annales, ma sono tutte copie di questo, scritti in un periodo successivo. Il manoscritto, che viene comunemente datato all'XI secolo d.C., si caratterizza per una scrittura beneventana, tipica dei monaci copisti dell'Abbazia di Montecassino. Il codice venne riscoperto fra il 1355 e il 1357 da Zanòbi da Strada (1310-1361) che fu vicario incaricato del vescovo di Montecassino. Esso compare in una lista di libri ceduti da Giovanni Boccaccio (1313-1375 d.C.), il celebre autore del Decameron, al Convento di Santo Spirito a Firenze, dopo la sua morte. Ma è probabile che Boccaccio, amico di Zanòbi da Strada, abbia soltanto eseguito una copia dell'antico manoscritto restituendo l'originale e che la lista faccia riferimento a questa copia perduta. Le notizie storiche lo vogliono ancora a Montecassino quando venne utilizzato dal monaco Paolo Nicoletti (1372-1429) il cui pseudonimo era Paulus Venetus.  Si pensa quindi che verso il 1427 sia entrato in possesso di Niccolò Niccoli (1364-1437), un collezionista di manoscritti antichi e di oggetti d'arte amico di Poggio Bracciolini (1380-1459). Dalle lettere intercorse in questo periodo tra Niccoli e Bracciolini alcuni (vedi Ross) hanno voluto addurre ulteriori prove della falsificazione (ma sarebbe meglio dire, sposando il loro punto di vista, della fabbricazione) degli Annales individuandone in Bracciolini l'autore #[1].

 

 

4. Ipotesi della falsificazione degli Annales di Tacito

 

 

4.1 Poggio Bracciolini

 

 

Nel suo libro, pubblicato nel 1878, Ross sostiene che proprio il manoscritto 68.2 è un falso, costruito ad arte nel quattrocento dal noto umanista Poggio Bracciolini. La sua non è assolutamente una polemica anticristiana volta a contestare l'autenticità del passaggio XV.44, si tratta di un dibattito storico e letterario che prende le mosse da alcune anomalie riscontrabili nel testo degli Annales evidenziate da Ross. Un breve profilo di Poggio Bracciolini può essere reperito su qualunque antologia della letteratura italiana che tratti il periodo del rinascimento:

 

"Altra spiccata personalità di umanista è quella di Poggio Bracciolini (1380-1459). Nato a Terranova in Valdarno, studiò a Firenze, dove entrò in relazione con Coluccio Salutati; nel 1403 si trasferì a Roma al seguito di un cardinale e assunse poi la carica di segretario apostolico del Papa Bonifacio IX. Partecipò al Consiglio di Costanza (1414-18) con l'antipapa Giovanni XXIII. Nel 1416 scoprì nel monastero di San Gallo le Istruzioni Oratorie di Quintiliano, nel 1418 il De Rerum Natura di Lucrezio. Dal 1418 al '22 soggiornò in Inghilterra. Rientrato in Italia e ripreso l'ufficio di segretario apostolico, lo abbandonò definitivamente nel 1453 per assumere la carica di cancelliere della repubblica di Firenze fino alla morte. Spirito vivacissimo e battagliero, scrisse varie "invettive" e condusse animate polemiche con molti umanisti. Fra le sue opere sono da ricordare i dialoghi De avaritia (1429), in cui sostiene l'utilità del denaro nella vita civile e l'inconsistenza della condanna dell'avarizia, erroneamente ritenuta un vizio; il De nobilitate (1440), che assegna la vera nobiltà alla virtù; il De varietate fortunae (L'incostanza della fortuna, compiuto nel 1448), il libello Contra hypocritas (1448), che contiene una violenta polemica antimonastica; gli otto libri della Historia florentina, che narrano le vicende di Firenze dal 1350 al '54; un Liber facetiarum, una raccolta di facezie messa assieme nel corso di molti anni; e infine un importantissimo Epistolario. I temi di fondo della sua meditazione sono quelli della virtù, intesa quale partecipazione alla vita associata, della fortuna, concepita come il complesso degli eventi e delle forze (ostili o favorevoli, ma indipendenti dalla volontà umana) con cui deve misurarsi la virtù, e della gloria, che rappresenta l'approvazione sociale della virtù degli individui." #[2]

 

 

4.2 Datazione del manoscritto 68.2

 

 

Il primo scoglio che si incontra nel sostenere una simile ipotesi di falsificazione è dato dalla datazione del manoscritto 68.2 che risulta essere dell'XI secolo, scritto quindi molto tempo prima del periodo in cui visse Poggio Bracciolini. Nel sostenere la sua ipotesi di falsificazione per opera di Poggio Bracciolini, Ross è pertanto costretto a rigettare ogni datazione conosciuta del manoscritto mediceo laurenziano, come leggiamo nel paragrafo 1.1.3 del suo libro:

 

"It would seem that the 'second Florence', from the note at the end, dates back to year 395, though the Benedectines in their Nouveau Traitè de Diplomatique (vol. III, pp. 278-9) thought they recognized in it a Lombard writing of the tenth or eleventh century; Ernesti modified that to the ninth; others again changed it to the seventh and even the sixth; but it will be shown to satisfaction in the course of this treatise that it belongs to the fifteenth century." (Ross, Tacitus and Bracciolini, the Annals Forged in the XVth Century, 1.1.3)

 

E ancora:

 

"The Benedectine Brothers, who tell this andecdote, are themselves of opinion that the manuscript is not older than the tenth century; and for these reasons, "the characters, the distance between the words, the punctuation, and some other signs" which are indicative, the say, of that century: 'les caractères, la distance de mots, la ponctuation et plusieurs autres signes marquent tout au plus 1e Xe sìecle' (t. III. p. 279). Other men have given other opinions of the age of this maniscipt; Ernesti, for example, believes that it is as old as the 11th century; others say the 13th; oters again give some other time; whereas the exact date is known to the reader, who is aware that it first saw the light in February or March, 1429." (Ross, Tacitus and Bracciolini, the Annals Forged in the XVth Century, 3.5.5)

 

Per screditare queste datazioni, tutte precedenti il XV secolo, Ross sostiene che il manoscritto è stato falsificato imitando ad arte la tipica grafia del X-XI secolo, per farlo sembrare più antico. Probabilmente ai tempi di Ross gli strumenti paleografici non erano molto raffinati, né lo stesso Ross era paleografo, nessuna prova scientifica pertanto compare di conseguenza nel suo libro, nel quale egli si limita a sostenere, senza provarlo, che la pergamena, il "vellum", su cui è scritto il testo del manoscritto 68.2 non è di epoca medievale bensì rinascimentale: "the vellum of which, I suspect, of the 15th century" #[3]. Ad oggi molte scoperte in questo campo sono state fatte, tuttavia le datazioni riportate anche da Ross resistono e continuano a rimanere valide: nessuna di queste porta ad una data di stesura così bassa come richiesto da Ross per sostenere le sue tesi. Oggi eventualmente disporremmo anche della tecnica al radio carbonio per risolvere il problema e verificare se la pergamena è realmente più moderna di quanto si creda, a meno che i falsari non abbiano appositamente utilizzato pergamena vecchia di due o trecento anni. Bisogna tuttavia verificare se la precisione che il metodo è in grado oggi di assicurare è sufficiente.

 

 

4.3 L'epistolario di Poggio Bracciolini

 

 

Ma quali sono le motivazioni che portano Ross a concludere che gli Annales sono un falso storico? Innanzitutto Ross considera che nessun autore cita mai un brano tratto dagli Annales fino alla seconda metà del quattrocento, se si esclude la citazione di Sulpicio Severo di Aquitania di cui abbiamo riferito. Il libro di Ross poi dedica molti capitoli ad una analisi puramente filologica di alcuni passi, giudicati incompatibili sia con quanto scritto da Tacito nelle Historiae, considerate autentiche, sia con quello che si conosceva nel XIX secolo del mondo romano e con ciò che si può leggere in altri autori dello stesso periodo di Tacito. Altri capitoli del suo libro sono poi dedicati alla presentazione del quattrocento come di un'epoca certo di grande rinascita intellettuale con la riscoperta dei classici greci e latini, ma anche di falsari e impostori che fabbricavano documenti e manoscritti per trarne profitto o gloria personale: Bracciolini sarebbe stato tra questi. Un'opera colossale come l'imitazione di Tacito sarebbe potuta avvenire solo in epoca rinascimentale, quando le conoscenze letterarie della lingua latina e dei classici erano ai massimi livelli. Inoltre da una errata lettura di alcune lettere di Poggio Bracciolini, tratte dal suo nutrito epistolario, Ross ha creduto di individuare tutta la macchinazione che tra il 1422 e il 1429 portò alla completa fabbricazione del falso manoscritto, il 68.2 conservato oggi a Firenze. Il motivo per porre in essere una simile contraffazione sarebbe stato il denaro: ritrovare un antico manoscritto in quel periodo poteva fruttarne moltissimo.

 

Il punto di partenza dei propositi di falsificazione, secondo Ross, si trova in una lettera scritta da Bracciolini all'amico Niccoli nel febbraio del 1422 nella quale egli scrive che il cardinale Piero Lamberteschi  gli ha proposto o suggerito una "situazione" o una "offerta" in grado di fruttargli una notevole somma di denaro. Il passo della lettera in latino è #[4]:

 

"Placent mihi quae Pierus imaginatur, quaue offert; et ego, ut puto, sequar consilium vestrum. Scribit mihi se datarum operam, ut hebeam triennio quigentos aureso: fient sexcenti, et acquiescam. Proponit spem magnam plurim rerum, qam licet existiem futuram veram, tamen aliquid certum pacisci satius est, qam ex sola spe pendere (TONELLI, Ep. I.17)".

 

Secondo Ross questa misteriosa proposta del cardinale Lamberteschi sarebbe la costruzione di un manoscritto con libri aggiuntivi alle Historiae di Tacito, all'epoca gli Annales così come li conosciamo oggi erano, secondo Ross, inesistenti. La natura del suggerimento ricevuto da Lamberteschi non è determinabile con certezza dal testo della lettera del febbraio 1422 ma nello stesso documento Bracciolini scrive, poco oltre: "placet mihi occupatio, ad qam me hortatur, et spero me nonnihil effectorum dignum lectione; sed, ut ad eum scribo, ad haec est opus quiete et otio literarum" (TONELLI, Ep. I.17), ovvero: "mi entusiasma l'occupazione alla quale egli (cioè Lamberteschi) mi ha invitato e spero di poter produrre un buon testo; ma per questo scopo, come gli ho detto nelle mie lettere, ho bisogno della solitudine e del tempo che sono richiesti dai lavori letterari". Sulla base del contenuto di questa lettera sembra quindi che Lamberteschi abbia suggerito o invitato Bracciolini a compiere uno sconosciuto lavoro letterario. Secondo Ross si tratta, come detto, della costruzione di un manoscritto contenente gli Annales di Tacito, secondo altri Lamberteschi invitò od offrì a Bracciolini di poter insegnare in qualche Università italiana, sebbene questa tesi non sembri molto coerente con quanto riportato nella lettera. Un'altra possibilità è che il cardinale abbia consigliato a Bracciolini di scrivere qualcosa di proprio, forse il Liber Facetarum uscito molti anni dopo questa lettera ma composto in un'arco di tempo molto ampio o qualche altra opera minore, come il trattato De Avaritia uscito nel 1429. E' comunque interessante notare che la proposta di Lamberteschi a Bracciolini sembra riguardare un arco di tempo ben definito di tre anni, come se si trattasse di un incarico a tempo determinato. In una lettera di poco successiva alla precedente, Bracciolini scrive ancora all'amico Niccoli: "se potessi ricevere quello che il nostro amico Piero si aspetta, andrei non solo fino ai confini dell'Europa ma persino oltre, nelle zone selvagge dei Tartari, specialmente se avessi l'opportunità di studiare la letteratura greca, che è mio desiderio divorare con avidità, ed evitare quelle disgraziate traduzioni che mi tormentano così tanto da arrecare più pena nella lettura che piacere per l'acquisizione di conoscenza" (TONELLI, Ep. I,18). Questo passo è stato interpretato, come riporta Ross nel suo libro, come una indicazione che fa pensare che Bracciolini avesse ricevuto o avesse chiesto la possibilità di insegnare in qualche università, su suggerimento del Lamberteschi. Di particolare interesse è il riferimento alla letteratura greca: gli Annales sono infatti scritti in latino. Ross interpreta letteralmente quanto scritto da Bracciolini, sostenendo che a quei tempi non esistevano università in zone così lontane dall'Italia come quelle cui allude Bracciolini, molto probabilmente l'incarico offertogli sarebbe stato confinato in Italia. In realtà si può anche pensare che Bracciolini stia semplicemente dicendo che sarebbe disposto a fare qualunque sacrificio pur di ottenere quell'incarico, anche trasferirsi lontanissimo da Firenze o dall'Inghilterra, dove si trovava in quel periodo. Nei mesi successivi vi sono anche altre allusioni al fatto che Bracciolini stava scrivendo qualcosa. Ovviamente non è facile capire se e come tutto questo è legato al consiglio o offerta di Lamberteschi. In una lettera dell'8 Ottobre 1422 scrive a Niccoli: "l'inizio di ogni cosa è arduo e difficile... quello che gli antichi facevano con piacere, facilmente e velocemente era per lui fastidioso, noioso ed opprimente" (TONELLI, Ep. II,5). Poi, in una lettera scritta da Roma il 6 Novembre dello stesso anno chiede a Niccoli di fare il possibile per trovare e spedire a lui alcune carte geografiche di Tolomeo, oltre a manoscritti di Svetonio, Plutarco e Livio, curiosamente tutti autori storici (TONELLI, Ep. II,7). Bracciolini, come fa notare Ross, scrisse una storia di Firenze che ricopre gli anni che vanno dal 1350 al 1354 ma quest'opera, oltre ad essere uscita molto tardi, verso il 1455, e ad essere l'unica scritta da Bracciolini con il suo nome, di certo non è coerente con le carte geografiche tolemaiche o con i testi degli storici romani dal momento che descrive un periodo storico completamente diverso. Da queste allusioni contenute nelle lettere di Poggio Bracciolini Ross ha ipotizzato che questi documenti siano serviti per la fabbricazione del testo degli Annales di Tacito. Secondo Ross negli anni dal 1422 al 1428 circa Poggio Bracciolini si occupò della stesura del testo (falso) degli Annales, intesi come libri supplementari alla già nota Historiae di Tacito. Dell'operazione sarebbero stati a conoscenza, fin dal 1422, il cardinale Lamberteschi e l'amico fraterno di Poggio Bracciolini, Niccolò Niccoli. Scrive infatti Ross: 

 

"We have, then, seen how, from the inception to the commencement of the forgery how, from its first suggestion to Bracciolini by Lamberteschi and it approval by Niccoli in February, 1422, down to the finishing of the transcription by the monk of the Abbey of Fulda in February, 1429, and its delivery into the hands of Bracciolini in probably the month following, seven years elapsed" (Ross, 3.5.1).

 

Ross, nel passo di cui sopra, chiama in causa un monaco tedesco che sarebbe implicato nella vicenda. Di un monaco tedesco esiste traccia in una in una lettera del 3 Novembre 1425 nella quale Bracciolini scrive all'amico Niccoli:

 

"Hai già quasi tutte le novità, ma tengo la più bella per ultima. Un amico che è monaco in un monastero della Germania e che è andato via da poco, mi spedì una lettera che ricevetti tre giorni fa. Egli scrive di aver trovato alcuni volumi del tipo che io e te ricerchiamo e che egli vorrebbe scambiare con la Novella di Joannes Andreae oppure con gli Speculum e i loro supplementi. Egli invia anche i nomi dei libri in allegato alla lettera. Gli Speculum e i supplementi sono certo di grande valore, vedi così se ritieni che lo scambio possa essere eseguito. Fra questi volumi vi sono Giulio Frontino e alcune opere di Cornelio Tacito ancora sconosciute a noi. Vedrai l'inventario e verificherai se questi volumi di legge possono essere acquistati ad un prezzo decente. I libri saranno depositati a Norimberga, dove gli Speculum e i relativi supplementi dovranno essere scambiati; è facile portare libri da là, come puoi vedere dall'inventario. Questa è solo una selezione; ci sono molti altri libri. Infatti egli scrive: 'mentre mi chiedevi di annotare i poeti in modo da farti scegliere quelli che ti interessavano, ho trovato molto altro da cui ho fatto una selezione che troverai nell'inventario (lat. cedula) in allegato'. Caro Niccolò, scrivimi appena puoi cosa possiamo dirgli in modo che ogni cosa possa essere fatta secondo il tuo giudizio." (GORDAN, XLII).

 

Così Bracciolini scrive all'amico Niccoli che un monaco in Germania aveva riferito di aver trovato o comunque di disporre di alcune opere antiche, tra cui Giulio Frontino e alcune opere di Tacito mai conosciute fino ad allora. Il monaco avrebbe desiderato raggiungere un accordo per cedere alcuni di questi manoscritti in cambio di alcune opere a carattere giuridico. Nei mesi successivi Bracciolini insisterà per avere un inventario completo dei manoscritti disponibili nell'Abbazia del monaco tedesco, concentrandosi in particolare su quello di Tacito. In una lettera successiva Bracciolini scrive a Niccoli il 12 Settembre 1426, quasi un anno dopo la precedente:

 

"Non dirò più nulla circa il libri dalla Germania ad eccezione che non stiamo dormendo ma al contrario siamo svegli.  Se tutto va bene e l'uomo su cui conto mantiene la sua promessa, il libro arriverà a noi con le buone o con le cattive. Nonostante abbia fatto uno sforzo per avere un inventario di uno dei più antichi monasteri della Germania dove c'è una grande collezione di libri non ti dirò nulla di più in modo che tu non mi annoierai con il tuo sarcasmo. Se vuoi avere lo Spartianus fai in modo che abbia Aulus Gellius. Arrivederci. Roma, 12 Settembre 1426." (GORDAN, XLVII)

 

Secondo Ross questi presunti contatti con un misterioso monaco tedesco sono in realtà una invenzione di Bracciolini, che non aspettava alcun libro sconosciuto dalla Germania. Ormai completata la stesura del testo degli Annali verso la fine del 1426 occorreva un amanuense esperto capace di ricopiare su una pergamena quanto scritto da Bracciolini, imitando una scrittura antica, in modo da far sembrare il manoscritto autentico. Pertanto le notizie riportate da Bracciolini, riguardanti le scoperte di antichi documenti in Germania, non sarebbero autentiche. Secondo Ross Poggio Bracciolini, che non era un amanuense esperto anche se aveva copiato personalmente dei manoscritti nel passato, avrebbe realmente contattato qualcuno per scrivere materialmente il manoscritto di Tacito, questo personaggio sarebbe il famoso monaco della Abbazia di Hersfeld in Germania, della quale parla nelle sue lettere, città citata nella lettera del 15 Maggio 1427 (vedi oltre). Bracciolini, nella sua ipotetica macchinazione, avrebbe quindi sostenuto, una volta che l'opera fosse stata completata, di aver trovato il manoscritto in quella Abbazia tedesca e lo avrebbe venduto per una fortuna. Come sappiamo Niccoli e Bracciolini, come altri eruditi del rinascimento, erano famosi per aver scoperto vari manoscritti. A questo punto non possiamo però non domandarci perchè Bracciolini abbia fatto credere a Niccoli che davvero in Germania esistevano degli antichi manoscritti da acquistare con la massima urgenza, se Ross sostiene che Niccoli fosse a conoscenza della macchinazione, così come il cardinale Lamberteschi (del quale non si parla più in questo periodo). Eppure Niccoli era a conoscenza dell'offerta di Lamberteschi, secondo Ross riguardante la costruzione del falso manoscritto.

 

Le vicende legate ai codici dell'Abbazia di Hersfeld sono state abbondantemente studiate in vari lavori di codicologia, un ottimo compendio si può trovare ad esempio in F. Stok, Le vicende dei codici hersfeldensi, Atti della Accademia Nazionale dei Lincei, Memorie, Classe di Scienze morali, storiche e filologiche, Serie VIII, Vol. XXVIII, Fasc. 5, Bardi Editore, Roma, 1985, pp. 281-319. Stok riporta che il monaco citato da Bracciolini era Heinrich von Grebenstein, incaricato dall'Abate di Hersfeld Albrecht di Burchenau di curare a Roma gli interessi dell'Abbazia, in quel periodo impegnata in una controversia con la città di Hersfeld. Fu durante il soggiorno romano di von Grebenstein che si intavolò la trattativa per lo scambio dei volumi di cui abbiamo notizia nella lettera del 3 Novembre 1425. Inoltre non fu il solo Poggio Bracciolini ad essere a conoscenza che in un monastero tedesco risiedevano manoscritti di particolare pregio. In una lettera indirizzata a Guarino Veronese, scritta nell'Aprile del 1426, Antonio Beccadelli scrive che in Germania erano state scoperte alcune opere di Tacito fino ad allora sconosciute, de origine et situ Germanorum e de vita Iulii Agricolae. Nella medesima lettera Beccadelli scrive che oltre a Tacito era stato ritrovato anche materiale di Giulio Frontino e altri codici importanti. Pertanto il monaco di Hersfeld, Heinrich von Grebenstein, si rivolse a più acquirenti per la sua trattativa e non solo a Poggio Bracciolini.

 

Arriviamo così ad una lettera fondamentale per le teorie proposte da Ross, quella scritta da Bracciolini a Niccoli il 21 Ottobre del 1426:

 

"Vedi se posso avere i libri che ti chiesi, specialmente Aulus Gellius (qui il riferimento è alla lettera del 12/09/1426). Sarei veramente felice se tu mi spedissi il Cornelio Tacito; se lo farai io ti rispedirò il tuo Spartianus; te lo chiedo con molta insistenza... Arrivederci e rispondimi anche se sei arrabbiato perchè le tue lettere mi fanno un immenso piacere. Roma, 21 Ottobre 1426" (GORDAN, XLVIII).

 

In questa lettera Bracciolini chiede con una certa insistenza di avere da Niccoli una non meglio precisata copia di Tacito. Ma di quale copia si trattava? L'ipotesi di Ross è che Bracciolini avesse urgentemente bisogno di un manoscritto antico di Tacito da consegnare al monaco in Germania affinché egli potesse realizzare materialmente il falso manoscritto di Tacito, sulla base del testo scritto da Bracciolini. Per questo Bracciolini avrebbe chiesto a Niccoli la più vecchia copia di Tacito di cui disponeva, a quel tempo contenente, secondo Ross, solo le attuali Historiae. Secondo altre interpretazioni, invece, Niccoli era entrato in possesso del famoso manoscritto 68.2 contenente la seconda parte degli Annales di Tacito e già esistente in quel periodo, in varie copie. Si trattava del codice scoperto da Zanòbi da Strada a Montecassino ed utilizzato anche da Giovanni Boccaccio, forse acquistato più o meno legalmente da Niccoli dal Convento del Santo Spirito a Firenze oppure da un altro collezionista. Niccoli impiegherà molto tempo prima di inviare il manoscritto di Tacito a Bracciolini. Pertanto questa richiesta nulla avrebbe a che vedere con la trattativa intavolata da Bracciolini con Heinrich von Grebenstein. Nel frattempo, il 17 Maggio del 1427, Bracciolini aggiorna ancora una volta Niccoli sullo stato delle trattative riguardanti le opere antiche attese dalla Germania:

 

"Ho detto al nostro amico Cosimo, proprio mentre scrivi, che quel monaco di Hersfeld (qui compare esplicitamente il nome dell'Abbazia in Germania) aveva detto a qualcuno che egli aveva portato un inventario di molti libri secondo la mia lista. In seguito quando lo interrogai a fondo venne da me portando l'inventario, pieno di parole ma non di fatti. Egli è un buon uomo ma ignorante dei nostri studi, ed egli pensava che trovando qualcosa a lui sconosciuto questo fosse sconosciuto anche a noi, così egli lo riempiva con libri che abbiamo, gli stessi libri che hai conosciuto da altre parti. Comunque ti spedisco la parte dell'inventario che descrive il volume di Cornelio Tacito a di altri autori che non abbiamo: poiché questi sono piccoli e brevi testi, non dovrebbero essere di grande importanza. Gli ho manifestato la speranza grande che mantenesse la sua promessa; questo è il motivo per cui non ho fatto un particolare sforzo per scriverti in quanto se ci fosse qualcosa di inconsueto oppure meritevole della nostra attenzione non solo te lo avrei scritto ma te lo avrei comunicato di persona. Questo monaco ha bisogno di denaro; ho discusso aiutandolo, dicendogli solo che mi desse per questo denaro l'Ammiano Marcellino, la prima decade di Tito Livio e un volume delle Orazioni di Cicerone, per menzionare opere che comunque abbiamo e poche altre che nonostante siano già in nostro possesso non sarebbe disdicevole avere ugualmente." (GORDAN, XLIX)

 

Bracciolini rimane profondamente deluso dalle parole del monaco, il quale non disponeva di libri di particolare pregio. Leggendo l'inventarium dei codici hersfeldensi portato a Roma dal monaco, Bracciolini giudica deludenti e niente affatto sconosciute le opere che gli vengono presentate. Egli definisce di scarsa importanza la descrizione delle opere attribuite a Tacito.  La prima parte della lettera allude probabilmente al fatto che altri erano a conoscenza delle trattative che il monaco tedesco stava cercando di intavolare per la vendita dei manoscritti hersfeldensi (vedi la lettera di Antonio Beccadelli). Il 25 di Settembre del 1427 Bracciolini era ancora in attesa della copia di Tacito che doveva arrivargli dall'amico Niccoli. A questa data viene scritta dal Bracciolini al Niccoli una lettera chiave, secondo Ross, che testimonia come tra i due ci doveva essere un accordo per realizzare il falso manoscritto:

 

"Quando il Cornelio Tacito arriva lo terrò ben nascosto con me perchè conosco la cantilena: 'da dove è arrivato e chi l'ha portato e per quale motivo? Chi rivendica la sua proprietà?' Ma non ti preoccupare, non mi lascerò sfuggire alcuna parola [...] Non ho sentito nulla riguardo il Cornelio Tacito che si trova in Germania. Sto aspettando una risposta dal monaco. [...] Roma, 25 Settembre, 1427" (GORDAN, LI)

 

Il testo in latino di questa importante lettera è:

 

"Cornelium Tacitum, cum venerit, observavo penes me occulte. Scio enim omnem illam cantilenam, et unde exierit, et per qem, et quis eum vendicet. Sed nil dubites, non exibit a me ne verbo quidem." (GORDAN, LI)

 

E' stata da sempre avanzata l'ipotesi che queste assicurazioni date da Bracciolini a Niccoli riguardassero la proprietà del manoscritto 68.2; probabilmente il Niccoli venne in possesso del più antico manoscritto di Tacito in maniera illegale così erano necessari il massimo riserbo e la massima cautela. Invece Ross rovescia la situazione e afferma che questo manoscritto di Tacito, che non era a questo punto certo il 68.2, serviva a Bracciolini per istruire il monaco sulla scrittura che doveva utilizzare per la stesura del falso manoscritto. Questa teoria appare abbastanza curiosa, Bracciolini avrebbe al contrario dovuto chiedere a Niccoli di mantenere il più grande riserbo sulla faccenda, invece è Bracciolini stesso che si preoccupa di non divulgare la notizia che il manoscritto atteso da Niccoli si trova presso di lui. L'utilizzo del verbo latino "vindicare" (rivendicare la proprietà di qualcosa) e le assicurazioni fornite da Bracciolini a Niccoli - e non viceversa - sembrano invece lasciar intravedere problemi di natura legali sulla proprietà del manoscritto, forse acquisito in modo disonesto da Niccoli. Ma secondo Ross queste parole scritte da Bracciolini:

 

"they seem to confirm wonderfullythe truth of our theory, pointing, as they unquestionably do, to some mysterious and deep secret about Tacitus that existed only between Niccoli and Bracciolini; and what could that secret be? It could not be about the recovery of a rare and valuable copy of the works of Tacitus. There would be no necessity of keeping that by one secretely; on the contrary, the proper thing to do was to noise it abroad immediately, and as publicly as could be, so that it might be known to a wide circle of book-collectors, and as large a sum got for it as could be obtained; but if it werea Tacitus in the oldest characters that were to be found in order that it should be made use of as a copy for the letters in a figment, one can the easily undesrtand the cause for all this secresy" (Ross,3.4.3) 

 

Qualche tempo dopo il manoscritto più antico di Tacito in possesso di Niccoli viene finalmente spedito a Bracciolini. Bracciolini però si lamenta della scrittura e della qualità del documento, difficilmente utilizzabile per eseguire una copia. Egli chiede allora di procurargli una seconda copia di Tacito, anche questa relativamente antica, posseduta da Coluccio Salutati. Il 21 Ottobre del 1427 scrive Bracciolini:

 

"Misisti mihi librum Senecae, et Cornelium Tacitum, quod est mihi gratum; et is est litteris longobardis, et majori ex parte caducis, quod si scissem, liberassem te eo labore. Legi olim quendam apud vos manens litteris qntiquis; nescio Colucii ne esset an alterius. Illum cupio habere, vel alium, qui legi possit; nam difficile erit reperire scriptorem qui hunc codicem recte legat." (TONELLI, Ep. III, 15).

 

Ross nel suo libro omette poi di menzionare che in una lettera scritta il 5 Giugno del 1428 Bracciolini scrive di aver restituito il libro di Tacito che aveva chiesto a Niccoli:

 

"Saluti, il 5 Giugno del 1428. Ho dato a Bartolomeo de Bardis la Decade di Livio e il Cornelio Tacito da spedirti. Nel tuo Cornelio mancano alcune pagine e nella Decade una colonna intera, come potrai vedere." (GORDAN, LVII)

 

Quindi nel Giugno del 1428 il manoscritto ottenuto da Niccoli, che si ritiene essere il 68.2 ma che nella toeria di Ross deve essere un'altro manoscritto antico di Tacito, era già stato rispedito a Niccoli. Il manoscritto di Tacito fu quindi trattenuto da Bracciolini per qualche mese soltanto. Bracciolini si lamentava della sua scarsa qualità e della difficoltà nella lettura delle lettere. Più avanti ancora, l'11 Settembre del 1428, Bracciolini scrive a Niccoli:

 

"... Cornelio Tacito è ancora in silenzio dalla Germania e non ho più sentito nulla da là riguardo la sua attività... Arrivedeci, 11 Settembre 1428." (GORDAN, LIX)

 

Questo riferimento allude alle vicende dei codici di Hersfeld che per quanto concerne Bracciolini si concluderà con un nulla di fatto. Il 31 Maggio 1427 Poggio aveva avvertito Niccoli di aver chiesto ad Heinrich di portare personalmente a Roma il codice di Tacito, ma all'11 settembre del 1428 il monaco non aveva ancora soddisfatto la sua richiesta. Infine abbiamo nell'epistolario un'ultimo richiamo alla vicenda delle opere di Tacito dalla Germania, scritto da Bracciolini a Niccoli il 26 Febbraio del 1429:

 

"Il monaco di Hersfeld è venuto qui senza il libro e l'ho rimproverato sonoramente per questo; egli mi ha assicurato che prestò ritornerà perchè sta portando avanti una azione legale per la sua Abbazia in tribunale e porterà anche il libro. Egli contava molto su di me, ma gli ho detto che non avrei fatto nulla per lui fino a quando non avrò il libro, nella speranza che l'abbia, così come egli ha bisogno del mio aiuto." (TONELLI, Ep. III.29)

 

Le notizie  riguardanti il monaco di Hersfeld e il manoscritto di Tacito si fermano qui nell'epistolario di Bracciolini. Pare dunque che tutto si sia concluso con un nulla di fatto e che le parti non siano mai giunte ad un accordo e nessun manoscritto sia mai pervenuto a Bracciolini dalla Germania. Ma Ross pensa che poco tempo dopo, probabilmente alla fine di Febbraio o al più all'inizio di Marzo del 1429, un manoscritto sia giunto a Roma finalmente completato dal monaco di Hersfeld, sebbene questo evento non sia assolutamente ricostruibile dalle lettere di Bracciolini e non sia attestato da nessun documento. Il motivo per cui Bracciolini non abbia mai riferito dell'arrivo del manoscritto neppure ai suoi amici, come Lamberteschi e Niccoli i quali, secondo Ross, erano a conoscenza dell'inganno, rimane un mistero, dal momento che negli anni precedenti aveva scritto molte cose relative a questa vicenda: non è semplice ipotizzare che Bracciolini abbia omesso di registrare in qualche lettera che il tanto atteso manoscritto era finalmente arrivato a Roma ed era pronto per essere immesso nel mercato dei collezionisti di opere antiche. L'unica prova portata da Ross a sostegno del completamento del lavoro del monaco tedesco è la citazione di una frase contenuta in una lettera, priva della data, in cui è scritto:

 

"Ego jam Opusculum absolvi, de quo alias ad te scribem, et simul legendum mittam, ut exquirendum judicium tuum" (TONELLI, Ep. III. 30)

 

Opusculum in latino significa piccolo lavoro, operetta. Ross congettura nel suo libro (vedi libro 3, Cap. 4, paragrafo 5) che questo appunto sia stato inviato al Niccoli nel Marzo del 1429, sebbene, come detto, la lettera non abbia data. Ma lo stesso Ross osserva che riferirsi a un lavoro colossale come la falsificazione degli Annales di Tacito con il termine "Opusculum" non sia molto coerente. Per questo motivo Ross è costretto a supporre che Bracciolini stia qui utilizzando un diminutivo, volutamente scherzoso, per riferirsi a una impresa audace e molto difficile come la fabbricazione degli Annales:

 

"I take it that he is here alluding in his customary jesting manner (from his writing "opusculum" with a big O) to his 'great' undertaking, the Annals. If he is not jocking, but serious, he must, then, of course, be referring to his treatise De Avaritia, which is certainly a 'little affair' and which he wrote in 1429." (Ross, 3.4.5)

 

Ricordiamo che, oltre a tenere nascosta a tutti, tranne Lamberteschi e Niccoli, in qualche modo l'impresa, cosa non certo semplice, Bracciolini ha dovuto scrivere il testo dei capitoli mancanti di Tacito, imitando lo stile letterario di un autore antico, cosa molto difficile, istruire un monaco per fabbricare materialmente il documento e procurarsi una copia antica di Tacito da imitare ad arte. Come lo stesso Ross segnala con molta onestà intellettuale e obbiettività, è anche possibile che questa frase, poi, si riferisca al completamento un'opera minore di Poggio Bracciolini: per esempio proprio nel 1429 egli portò a termine il breve trattato intitolato De Avaritia. Potrebbe essere questo l'Opusculum menzionato nella lettera. Si osservi, inoltre, che in nessuna lettera è mai affermato che il monaco di Hersfeld abbia portato a Roma un manoscritto di Tacito. Anche nel libro di Ross l'unica (presunta) prova che si porta è la lettera che si pensa scritta nel Marzo del 1429 e che fa riferimento al completamento di un non meglio precisato piccolo lavoro definito Opusculum.

 

Inoltre, secondo la teoria di Ross, questa colossale falsificazione fu eseguita per far guadagnare, illegalmente, a Poggio Bracciolini una grande somma di denaro. Nel suo libro Ross segnala che Cosimo de Medici (1389-1464), il fondatore della dinastia politica della famiglia de Medici, era noto per essere un grande mecenate, molto ricco, amante in particolare di Tacito. Avrebbe certamente pagato una fortuna per possedere dei capitoli mancanti alle opere allora conosciute di questo autore. Ross sospetta quindi che Niccoli e Bracciolini abbiano cercato di vendere a Cosimo de Medici il manoscritto degli Annales (Ross, 3.5.3). Tuttavia pubblicamente non venne mai fatto nessun annuncio sul ritrovamento di opere sconosciute di Tacito da parte di Poggio Bracciolini. Per quale motivo? Se davvero avesse fabbricato un falso, una volta prodotto il documento questo sarebbe dovuto venire alla luce e venduto a un ricco acquirente, invece non abbiamo alcuna pubblicazione di un simile manoscritto tacitiano in quel periodo, men che meno scoperto da Poggio Bracciolini. Eppure Bracciolini era un noto studioso e scopritore di opere antiche, come abbiamo riportato nel 1416 scoprì nel monastero di San Gallo le Istruzioni Oratorie di Quintiliano, nel 1818 il De Rerum Natura di Lucrezio, inoltre trascrisse personalmente altri manoscritti antichi soprattutto nel periodo della sua prima attività letteraria. Nessuno si sarebbe meravigliato se Bracciolini avesse trovato un codice antico e lo avesse venduto. Per questi ed altri motivi le tesi di Ross non sembrano convincenti e rimangono isolate nel quadro degli studi su Tacito. Nel libro 4 della sua opera: Tacitus and Bracciolini, the Annales forged in the XVth century, Ross si spinge poi a dimostrare anche la falsità dei primi sei capitoli degli Annales sempre per opera di Poggio Bracciolini, argomento che non trattiamo in quanto non interessa direttamente il passaggio XV.44.

 

Per quanto riguarda il racconto del monaco di Hersfeld, è possibile che egli abbia tentato realmente di raggirare Bracciolini per ricevere degli aiuti. Ricordiamo che in quel periodo Bracciolini era segretario apostolico e quindi aveva un notevole potere in ambito ecclesiastico, nel contempo l'Abbazia di Hersfeld era impegnata in una controversia con la città di Hersfeld ed Erich von Grebestein venne a Roma per risolvere la questione. Ma è anche possibile che ad Hersfeld fosse conservato un manoscritto di Tacito diverso dagli Annales/Historiae. In effetti da alcuni carteggi degli anni successivi pare che nel 1431 Niccoli sapesse che in Germania erano conservati uno o più manoscritti che nel complesso contenevano la Germania, l'Agricola e il Dialogo sull'oratoria, tre opere minori attribuite a Tacito che all'epoca erano davvero sconosciute. Tra le opere che compaiono nell'inventario contenuto nella lettera di Niccoli ai cardinali Cesarini e Albergati (1431) è scritto infatti:

 

"Cornelii Taciti de origine et situ germanorum liber incipit sic. 'Germania omnis rhetiisque et pannoniis rheno et danubio fluminibus a sarmatis datisque et mutuo metu a montibus separatur, etc.' Continet autem XII folia: Item in eodem codice: Cornelii taciti De vita Iulii agricole Incipit sic. 'Clarorum virorum facta moresque posteris tradere antiquitus usitatum, ne nostri quidem temporibus, quamquam universa suorum etas obmisit'. Qui liber continet XIII folia. Item in eodem codice: Dialogus De oratoribus qui incipit sic. 'Sepe ex me requiris iuste fabi, cur cum priora secula tot eminentium oratorum ingeniis, gloria, floruerint: nostra potissimum etas deserta et laude eloquentiae orbata'; qui liber continet XVIII folia".

 

Del resto alla Germania e all'Agricola si accenna persino nella lettera di Antonio Beccadelli fin dal 1426. Dal lavoro di F. Stok apprendiamo inoltre che nel 1958 è stata ritrovata una lettera scritta da Jacopo Bracciolini, relativa a opere che Poggio mirava a reperire. Tra queste si segnalano proprio la Germania e l'Agricola di Tacito. Pertanto Ross piega alle sue esigenze una vicenda, quella dei codici hersfeldensi, che non ha alcuna connessione con la ipotizzata falsificazione di una o più opere di Tacito. Tra il 1425 e il 1428 Heinrich von Grebenstein di Hersfeld intavolò effettivamente una trattativa con Poggio e molto probabilmente anche con altri umanisti del periodo per vendere o scambiare vari codici contenenti opere importanti, tra le quali figuravano la Germania e l'Agricola. Bracciolini non entrò mai in possesso di alcun manoscritto di questo genere e le vicende legate a questa trattativa non sono da confondersi con altri eventi menzionati nelle lettere di Bracciolini. I manoscritti hersfeldensi furono recuperati al massimo una trentina di anni dopo, da altri personaggi e in ben altro contesto. Nel 1455 un manoscritto tacitiano contenente la Germania (de origine et situ Germaniae), l'Agricola (de vita Iulii agricole) e il Dialogo sull'oratoria (Dialogus de oratoribus) fu visionato in Italia da Pier Candido Decembrio che lo descrisse abbastanza dettagliatamente, riportando l'incipit e la parte conclusiva di ciascuna opera. Il 1455 è un termine ante quem per la scoperta di queste opere, questa data ci informa infatti che in quell'anno il Decembrio vide ed ispezionò il manoscritto delle opere "minori" di Tacito, il quale può essere stato scoperto qualche anno prima. Stok nel suo lavoro fa notare che Bracciolini lasciò il suo incarico a Roma nella primavera del 1453, trasferendosi a Firenze. Poiché Bracciolini non avrebbe omesso di registrare la notizia del ritrovamento di una simile opera, oltretutto così lungamente attesa, probabilmente la scoperta del manoscritto avvenne tra il 1453 e il 1455.  Nel 1455 un manoscritto avente le caratteristiche segnalate dal Decembrio fu portato a Roma da Enoc di Ascoli, un rivale di Poggio Bracciolini che nel 1451 aveva intrapreso un viaggio nell'Europa settentrionale per recuperare nelle biblioteche dei monasteri varie opere di autori classici per conto di Niccolò V. Enoc di Ascoli rientrò nel 1455 dal suo viaggio e con ogni probabilità il manoscritto visionato dal Decembrio in quello stesso anno fu uno di quelli ritrovati da Enoc in Germania. Il suo contenuto, le opere cosiddette minori di Tacito, sconosciute fino a quel periodo, coincide con quanto segnalato anni prima da Poggio Bracciolini nelle sue lettere, oltre che con quanto riferito anche da Antonio Beccadelli, Niccolò Niccoli e Jacopo Bracciolini.

 

Un compendio delle vicende di questi codici si può ritrovare in F. Stok, Le vicende dei codici hersfeldensi, Atti della Accademia Nazionale dei Lincei, Memorie, Classe di Scienze morali, storiche e filologiche, Serie VIII, Vol. XXVIII, Fasc. 5, Bardi Editore, Roma, 1985, pp. 281-319. La lettura di questo lavoro ha consentito di chiarire definitivamente le vicende dei codici hersfeldensi e di conseguenza l'insostenibilità delle prove storiche addotte da J.W. Ross e altri autori e divulgatori che lo hanno seguito.

 

 

 

4.4 Zanòbi da Strada e Giovanni Boccaccio

 

 

Oltre alla inconsistenza delle prove storiche basate su presunte allusioni nelle lettere di Poggio Bracciolini, le accuse di falsificazione proposte da J.W. Ross e altri non vengono accettate dagli esperti in quanto esistono più che sufficienti garanzie che il manoscritto laurenziano 68.2, il cosiddetto Tacito-Apuleio, sia stato realizzato ben prima dell'epoca in cui Poggio Bracciolini operò. La datazione maggiormente accettata proposta per lo stile di scrittura e la pergamena risale all'XI secolo, per contraddire questo risultato Ross deve supporre che Bracciolini o il suo copista siano stati così abili da ingannare tutti gli esperti di codicologia medievale, senza però portare a sostegno di questa tesi alcuna prova tecnica. Inoltre nello studio di un codice è importante non solo il testo in esso contenuto ma anche l'insieme delle postille, le annotazioni a margine del testo nello spazio bianco disponibile. Molte volte esse possono essere di grande aiuto per ricostruire la storia di un documento manoscritto. Le postille erano annotazioni, glosse che venivano inserite a margine del testo da chi aveva letto e studiato il codice in un'epoca successiva alla sua realizzazio. E' noto che l'erudito Zanòbi da Strada (1312-1361) soggiornò a Cassino tra il 1355 e il 1357 ed ebbe autorità sull'Abbazia e sulla sua preziosa biblioteca. Egli fu infatti nominato vicario del monastero dal vescovo Angelo Acciaioli che, preso da tanti impegni, non poté mai esercitare mai le sue funzioni a Montecassino. Zanòbi da Strada ebbe quindi sufficiente autorità per consultare e persino prelevare dalla collezione della biblioteca di Montecassino un certo numero di importanti codici medievali, tra i quali figura il manoscritto di Tacito-Apuleio, in seguito denominato laurenziano 68.2. La sua mano, il suo stile di scrittura, è effettivamente riscontrabile nelle postille di molti codici provenienti da Montecassino, tra cui il Tacito-Apuleio (laurenziano 68.2), dell'XI secolo, oltre al vaticano lat. 1860, al giustino laurenziano 66.21, il laurenziano 29,2 o il codice 706 della Biblioteca comunale di Assisi. Pertanto il codice di nostro interesse era ben noto a Zanòbi da Strada quasi un secolo prima della presunta macchinazione attribuita a Bracciolini. Zanòbi fu contemporaneo e amico di Giovanni Boccaccio (1313-1375) al quale trasmise molti codici di Montecassino o copie di essi. Per molto tempo si era creduto che fosse stato proprio Giovanni Boccaccio a scoprire direttamente in prima persona il manoscritto laurenziano di Tacito presso Montecassino ma oggi si ritiene che questo non corrisponda a verità, le notizie storiche ci informano che fu soltanto dopo la morte di Zanòbi che Boccaccio ottenne - molto probabilmente in prestito soltanto per un breve periodo - il codice di Tacito-Apuleio (il laurenziano 68.2) del quale fece una copia che utilizzò nelle sue ultime opere. Boccaccio non trattenne per molto tempo il manoscritto di Tacito-Apuleio, infatti alle tante postille di Zanòbi da Strada presenti nel manoscritto non se ne accompagna neppure una di Boccaccio. Queste notizie sono tratte da: G. Billanovich, Zanobi da Strada tra i tesori di Montecassino, in Atti della Accademia Nazionale dei Lincei, Classe di Scienze morali, storiche e filologiche, Rendiconti, Serie IX, Vol. VII, Fasc. 3, Roma, Bardi Editore, 1996, pp. 653-663. La conclusione è che Zanòbi da Strada e Giovanni Boccaccio hanno conosciuto e studiato il codice mediceo laurenziano 68.2, il quale era già noto ai tempi di Poggio Bracciolini e Niccolò Niccoli. Bracciolini e Niccoli non possono quindi essere considerati gli autori di un falso manoscritto 68.2 attribuito a Tacito.

 

 

 

Sopra: una pagina del manoscritto 68.2 (il Tacito-Apuleio), comunemente datato all'XI secolo, oggi conservato alla Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze. La pagina corrisponde al folio 6v, contenente l'inizio del Cap. XII degli Annali di Tacito. Si notano le glosse scritte a margine del testo.

Fonte: http://www.tertullian.org/rpearse/tacitus

 

 

 

 

5. Autenticità del riferimento ai cristiani negli Annales

 

 

Abbiamo visto quindi come la teoria della falsificazione totale degli Annales di Tacito da parte di Poggio Bracciolini, sebbene ispirata da alcune allusioni presenti nelle sue lettere, non sia dimostrabile senza dubbi. Questa teoria risulta, oggi come ai tempi di Ross, respinta dalla totalità degli esperti. Ross e altri dopo di lui hanno fornito naturalmente anche spiegazioni storico linguistiche a sostegno delle loro tesi, dobbiamo tuttavia registrare che la maggioranza degli esperti ha mai accolto positivamente queste analisi filologiche. Poiché i manoscritti più antichi degli Annales, il 68.2 e il 68.1, quest'ultimo contenente i Capp. 1-6, sono comunque di epoca medievale, è sempre possibile che siano stati falsificati prima di Bracciolini, sebbene l'epoca più probabile per le conoscenze linguistiche e storiche sembrerebbe proprio essere il rinascimento. Inoltre non risulta da alcuna documentazione che sia possibile attribuire la falsificazione a qualche erudito diverso da Poggio Bracciolini, l'unico che lascia trapelare qualche possibilità nelle sue lettere a Niccolò Niccoli.

 

 

5.1 Citazioni del passo di Tacito sui cristiani

 

 

Se non è semplice sostenere la totale falsificazione degli Annales è tuttavia sempre possibile che il solo riferimento ai cristiani che compare nel Libro XV sia una interpolazione. Una delle argomentazioni più forti a sostegno della tesi dell'interpolazione è che nessun padre della Chiesa ha mai citato questo passo di Tacito in una sua opera, fino al XV secolo. Questa affermazione, a stretto rigore, non è vera in quanto Sulpicio Severo di Aquitania (360-420 d.C. circa) utilizzò il brano di Tacito nel Chronicorum, Libri II, 29. Ovviamente chi nega l'autenticità degli Annales o del solo passo di Tacito relativo ai cristiani è costretto a sostenere che in qualche modo anche il passo di Sulpicio Severo sia stato inventato oppure falsificato e non sia stato dunque trasmesso fedelmente (Ross si occupa di questo problema nella parte conclusiva del paragrafo 1.1.2 del suo libro): ma non manca chi sostiene l'autenticità della citazione di Sulpicio Severo, con argomentazioni filologiche #[5]. Il mancato utilizzo del passo di Tacito nelle opere dei primi padri della Chiesa è, forse, connesso al tono fortemente negativo utilizzato da Tacito per descrivere i cristiani. Poiché il cristianesimo è presentato nel brano degli Annales come "esiziale superstizione", "morbo" e ancora viene accostato a qualcosa di "turpe" e "vergognoso", concludendo comunque con l'osservazione che la condanna dei cristiani fu certamente giusta (scrive Tacito: "benché si trattasse di rei meritevoli di pene severissime"), è evidente che il passo non poteva essere certo utilizzato dagli apologeti cristiani per difendere il cristianesimo dagli attacchi dei pagani e degli ebrei: sarebbe stato anzi controproducente citarlo. Ben difficilmente un falsario medioevale o rinascimentale avrebbe inserito in un'opera un passaggio negativo nei confronti di Gesù Cristo e/o dei cristiani. Nel medioevo e per tutto il rinascimento il Talmud, quando non fu proibito del tutto, venne censurato secondo direttive della Chiesa che cancellò alcuni passi che potevano essere ritenuti offensivi nei confronti del cristianesimo, si veda ad esempio Sanhedrin 43a, che oggi viene studiato come possibile prova a sostegno dell'esistenza storica di Gesù Cristo ma un tempo, quando il problema della storicità non era sentito, veniva omesso. Se esaminiamo il testimonium flavianum quello che emerge è che le frasi chiaramente interpolate sono estremamente favorevoli a Gesù, non sono certo indicazioni negative. Anche la lettera di Publio Lentulo, un falso probabilmente sorto nel XV secolo, va in questa direzione. Di conseguenza risulta arduo credere che un falsario abbia costruito dal nulla questo passo, men che meno Poggio Bracciolini. Infine il testo non contiene nulla che potesse essere utilizzato proficuamente nelle controversie all'interno del movimento cristiano, in quanto - supposto che sia davvero autentico - costituisce semplicemente un breve accenno storico a Gesù Cristo e ai cristiani e nulla di più, per giunta con un tono profondamente negativo: ma l'esistenza storica di Gesù Cristo era un fatto scontato all'interno del cristianesimo, anzi i passi che si riferivano al cristianesimo con un tono giudicato offensivo o negativo, come abbiamo detto, tendenzialmente venivano censurati dalla Chiesa anche se potevano essere utili per ribadire la storicità del personaggio.

 

5.2 Descrizione dell'atteggiamento di Nerone

 

 

Un'altro motivo per cui il passo di Tacito viene sospettato di non essere autentico è relativo al tono della descrizione dell'Imperatore Nerone e del ruolo giocato nell'incendio. Nel brano l'Imperatore viene presentato come un pazzo criminale che ordina di incendiare la città di Roma, però in seguito si racconta anche che egli fece tutto il possibile per salvare la popolazione, costruire ripari, soccorrere la cittadinanza romana durante e dopo l'incendio; negli Annales è raccontato persino che ridusse il prezzo del frumento per aiutare i romani e partecipò in parte a proprie spese alla ricostruzione della città distrutta dall'incendio. Tutto questo non sembra molto coerente con la apparente follia che per oscuri motivi lo portò ad ordinare di incendiare la città. Ora, si deve osservare che la vicenda dell'incendio di Roma è narrata non solo da Tacito, ma anche da altri storici romani come Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, XVII, 1, 5), Svetonio nella Vita dei dodici Cesari (Vita Caesarum, Nero, 38) e Dione Cassio (LXII, 16, 18). Di questi tre storici è il solo Tacito che, accanto alla versione dell'incendio provocato da Nerone, riporta anche l'esistenza dell'opinione di coloro che pensavano fosse scoppiato casualmente e la possibilità che fosse stato provocato dai cristiani, mentre gli altri tre storici sono tutti concordi nell'accusare il solo Nerone dell'accaduto: essi esprimono quindi un giudizio più duro sulla figura di Nerone. Quindi quello di Tacito, se vogliamo, è forse il ritratto meno ostile nei confronti dell'imperatore, dal momento che negli Annales egli presenta anche la tesi dell'incendio fortuito o riporta la voce che potessero essere stati i cristiani a provocare quella tragedia immane. Riferire che la popolazione romana considerava Nerone come colui che ordinò l'incendio è quindi perfettamente coerente con quanto scritto da Plinio il Vecchio, Svetonio e Dione Cassio.

 

 

5.3 Gli altri storici romani non parlano dei cristiani

 

 

Tra tutti gli storici romani Tacito è il solo che riferisce della persecuzione dei cristiani, né Plinio il Vecchio, né Svetonio né Dione Cassio accennano mai a questa persecuzione connessa direttamente con l'incendio; Dione e Plinio non parlano mai dei cristiani nelle loro opere per nessun motivo, comunque. Il motivo per cui Dione Cassio, Svetonio e Plinio il Vecchio, pur parlando dell'incendio, abbiano taciuto della persecuzione ai danni dei cristiani è ovviamente oscuro. Una prima spiegazione potrebbe appunto essere data dal fatto che il passo di Tacito è interpolato ed egli non ha mai inteso parlare di questa fantasiosa persecuzione, aggiunta più tardi assieme a un breve accenno a Gesù e ai cristiani da un falsario cristiano. Ma si potrebbe anche pensare che gli altri storici, tutti profondamente ostili nei confronti di Nerone, abbiano taciuto quell'episodio quasi a voler addossare tutte le colpe sull'imperatore, non raccogliendo neppure lontanamente la giustificazione di Nerone secondo cui erano stati i cristiani a scatenare il terribile incendio. Questi tre storici, del resto, non menzionano neppure il fatto che alcuni pensavano che l'incendio non fosse colpa di Nerone, ma si fosse scatenato per cause accidentali, per loro tutta la vicenda si esaurisce semplicemente nell'incolpare il solo Imperatore per quanto accaduto. Inoltre si deve tenere conto che Svetonio, in Vita Neronis XVI, 2, scrive comunque che Nerone "sottopose a supplizi i Cristiani, una razza di uomini di una superstizione nuova e malefica", "afflicti supliciis Christiani, genus hominum superstitionis novae ac maleficae" nel testo latino. Pertanto con Svetonio abbiamo una seconda testimonianza delle persecuzioni avvenute al tempo di Nerone ai danni dei cristiani, sebbene non direttamente connessa all'evento dell'incendio del 64 dopo Cristo. Ma Tacito e Svetonio hanno parlato di due persecuzioni diverse oppure hanno inteso riferire lo stesso episodio? Ne parleremo nel capitolo dedicato a Svetonio.

 

 

5.4 Nelle Historiae Tacito non parla dei Cristiani

 

 

Un altro aspetto legato alla testimonianza di Tacito è legato al fatto che nella Historiae, un'opera mai lontanamente sospettata di essere un falso, al contrario degli Annales, non si parla mai dei cristiani. Ma Historiae è un'opera, oggi incompleta, che racconta le vicende dell'impero romano che vanno dall'anno dei quattro imperatori (il 69 dopo Cristo) fino alla fine del regno di Domiziano, che corrisponde al 96 dopo Cristo. L'episodio dell'incendio narrato negli Annales accadde invece al tempo di Nerone nel 64 dopo Cristo, ben prima dell'anno dei quattro imperatori, quindi, e in un'altro contesto storico. Ora, è vero che nel Libro 5 di Historiae, che corrisponde al 70 dopo Cristo, Tacito ha inserito un capitolo relativo al popolo ebraico che fa da preludio alla narrazione dello scoppio della guerra giudaica: un accenno ai cristiani nelle Historiae sarebbe naturale trovarlo qui. Ma questo capitolo risulta alquanto generale, si tratta solo una breve descrizione del popolo ebraico per non lasciare del tutto all'oscuro il lettore sull'argomento. Tacito non si perde dietro a tanti dettagli relativi al popolo ebraico, non è nel suo interesse di narratore in quel contesto. Così molti particolari che apprendiamo da Giuseppe Flavio, sui movimenti messianici, sulle difficoltà della successione a Erode il Grande, sulla rivolta scoppiata in occasione del censimento di Publio Sulpicio Quirino del 6 a.C., tutte vicende non direttamente connesse alla guerra giudaica del 66-74 d.C., sebbene in un certo senso abbiano lentamente creato le condizioni perchè la guerra scoppiasse, qui mancano completamente. In Historiae, Libro V, paragrafo 9 Tacito scrive che "tutto fu tranquillo (presso gli ebrei) sotto Tiberio" che regnò dal 14 al 37 dopo Cristo, mentre sappiamo da Giuseppe Flavio che ci furono alcuni fatti di sangue in quel periodo, vicenda di Gesù Cristo a parte. Il motivo per cui Tacito non parla di Gesù Cristo nella Historiae potrebbe essere quindi legato al fatto che la sua condanna a morte era un fatto isolato, non connesso direttamente con gli eventi militari dell'anno 70 d.C. narrati nel Libro V.

 

5.5 Le fonti utilizzate da Tacito

 

 

La questione forse più importante relativa alla storicità della testimonianza di Tacito riguarda la fonte che egli ha utilizzato per scrivere il brano sui cristiani, supposto che questo sia davvero autentico. Non dobbiamo dimenticare che Tacito, nato nel 54 dopo Cristo, scrive questo passo all'inizio del II secolo dopo Cristo pertanto non può essere stato testimone diretto di "Cristo, il quale sotto l'impero di Tiberio era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato", come scrive negli Annales. Pertanto egli deve aver attinto le sue informazioni da qualche parte. Poichè Tacito ricoprì le cariche di procuratore e di consul suffectus si ritiene che abbia avuto la possibilità di accedere liberamente a tutti gli archivi e documenti dell'impero che voleva consultare, in particolare agli acta senatus (i verbali delle riunioni del senato) e agli acta diurna populi Romani (gli atti e le notizie su quello che accadeva quotidianamente). Se la notizia della condanna a morte di Gesù Cristo in Palestina era stata registrata a Roma, forse Tacito aveva potuto leggerla in qualche documento ufficiale: nel brano riportato negli Annales sembra in effetti che Tacito sia molto sicuro della sua affermazione sul periodo in cui venne condannato a morte Gesù in quanto non esprime alcuna forma di dubbio. Ma è anche possibile che Tacito abbia riportato notizie di seconda mano, sentite a Roma dai cristiani del II secolo d.C.: in questo caso, evidentemente, la sua testimonianza storica avrebbe certo meno valore in quanto egli non avrebbe riportato fatti realmente accaduti ma semplicemente quanto andavano dicendo i cristiani a Roma all'inizio del II secolo dopo Cristo, cinquanta e più anni dopo gli eventi successi in Palestina.

 

 

5.6 Il titolo di procurator utilizzaro per definire Pilato

 

 

Certamente quello che stupisce in merito alla possibilità che Tacito si sia avvalso di documenti pubblici è il fatto che egli abbia indicato Pilato con la carica di procurator mentre sappiamo che egli era un praefectus, come testimonia una importante epigrafe latina ritrovata a Cesarea di Palestina nel 1961 nella quale si legge: ]s Tiberieum (linea 1); [Po]ntius Pilatus (linea 2) [praef]ectus Iuda[ea] e[ (linea 3), l'unica testimonianza epigrafica oggi esistente relativa a Ponzio Pilato. Da quanto sappiamo sulla base delle nostre conoscenze storiche i governatori della Giudea probabilmente fino al breve regno giudaico di Agrippa I (41-44 d.C.) avevano il titolo di praefectus, come del resto testimonia l'iscrizione di Cesarea. Solo dopo la fine del regno di Agrippa I, nel 44 d.C., o comunque al tempo del regno di Claudio (41-54 d.C.), i governatori romani della Giudea venivano invece chiamati col titolo di procurator, l'antico titolo di praefectus quindi scomparve e cadde in disuso. Tacito commette quindi tecnicamente una imprecisione nel riferire la carica di Pilato, imprecisione che contrasta con la sua fama di storico scrupoloso e ben documentato, oltre che di statista che possiamo immaginare al corrente delle cariche e dei titoli dell'impero #[6]. Osserviamo che Tacito attribuisce il titolo di procurator anche a Cumano (48-52 d.C.) e Felice (52-60 d.C.) ma questi governarono la Giudea dopo Tiberio e dopo il breve regno di Agrippa I quindi non sarebbe stato possibile definirli tecnicamente con il titolo di praefectus. Luce sulla questione può essere fatta controllando ad esempio come definiva i procuratori romani Giuseppe Flavio, tenendo conto che le opere di Giuseppe Flavio ci sono pervenute in greco e quindi tradotte in latino. Antichità Giudaiche in questo caso non è di grande aiuto, egli infatti definisce Pilato molto genericamente come governatore utilizzando il termine greco ¹gemën (cfr. Ant., 18.55) che compare anche nel Nuovo Testamento greco; Giuseppe definisce invece esplicitamente come prefetto (gr.: eparcoj, cfr. Ant. 18.29) Valerio Grato, il predecessore di Pilato, in carica dal 15 al 26 dopo Cristo #[7]. Una analisi del testo del Capitolo 2 della Guerra Giudaica, un'opera scritta nella seconda metà del I secolo d.C., prima delle Antichità, rivela invece che Giuseppe Flavio utilizza il titolo di epitropoj per definire i governatori: Coponio (2.117), Pilato (2.169), Fado (2.220), Felice (12.247 e 2.252), Festo (2.271) #[8]. Questo termine greco viene tradotto come procuratore piuttosto che con prefetto, quindi potrebbe essere stato proprio Giuseppe Flavio il primo ad avere generato l'equivoco di riferirsi col titolo di procuratore ai governatori della Giudea. E' sempre possibile comunque che sia Giuseppe Flavio che Tacito, il primo scrivendo alla fine del I secolo d.C., il secondo scrivendo all'inizio del II secolo d.C., abbiano utilizzato il termine di procurator (o epitropoj) in quanto nel periodo in cui scrivevano era già scomparso e quindi caduto in disuso il titolo di praefectus (o eparcoj). Oppure è sempre possibile che Tacito abbia consultato Guerra Giudaica per scrivere quel Capitolo degli Annales.

 

 

Sopra: epigrafe in latino (82 cm H, 65 cm W) rinvenuta nel 1961 a Cesarea Marittima (Palestina) dall'archeologo italiano A. Frova, mentre stava scavando in un anfiteatro romano. Nella linea 3 sono leggibili le lettere: [praef]ectus Iuda[ea] e[. Questa è l'unica testimonianza archeologica scritta con il nome di Pilato. E' conservata in Israele, presso l'Israel Museum di Gerusalemme (AE 1963 no. 104). Riferimento bibliografico: A. Frova, L'iscrizione di Ponzio Pilato a Cesarea, in «Rendiconti dell'Istituto Lombardo, Accademia di Scienze e Lettere», XCV (1961), pp. 419-434.

 

 

5.7 Utilizzo del termine Chrestianos negli Annales, XV, 44

 

 

Quasi tutte le edizioni critiche degli Annales contengono il termine christianos nel brano XV, 44: "quos per flagitia invisos vulgus christianos appellabat". Così, ad esempio, nella edizione di C.D. Fisher del 1906 (oppure del 1952) e in quella di E. Koestermann del 1965 dove i testi completi del capitolo XV, 44 degli Annales coincidono perfettamente parola per parola tra loro. Il motivo di questo è che tutti i manoscritti degli Annales, con una eccezione soltanto, riportano il termine christianos e questa è diventata pertanto la lezione preferita dagli editori di Tacito. Ma proprio l'autorevole manoscritto 68.2 conservato alla Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, quello più antico contenente il brano di nostro interesse, contiene una lezione unica. La prima mano che compose il manoscritto utilizzò infatti il termine chrestianos al posto di christianus, sebbene nello stesso manoscritto compaia anche la correzione, eseguita probabilmente da un revisore del manoscritto che operò molto tempo dopo la prima mano. Una simile variante è nota in Svetonio, Vita Claudii, 25.4 dove viene usato Chresto al posto di Christo, anche se nel caso di Svetonio le prove documentali sono ben maggiori e tutti gli editori di Svetonio oggi assumono che egli abbia fatto riferimento a Chresto, forse addirittura un personaggio diverso da Gesù Cristo #[9]. Nella sezione riguardante Svetonio (cliccare per accedere) è trattato il problema della confusione linguistica tra i termini chrestianos e christianos, della quale abbiamo notizia anche in Tertulliano, Apologeticum, III. Tornando al caso di Tacito le edizioni di Fisher e Koestermann, come detto, riportano christianos. L'apparato critico del Koestermann è il seguente: christianos corr. ex. chrestianos m. post., ut vid. (chrestianos al., lectio sine dubio melior. nisi sequeretur etymologia nominis) #[10]. Si tratta di una lectio difficilior che però in questo caso è stata respinta da Koestermann in quanto nello stesso brano, soltanto quattro parole dopo, compare Christus scritto correttamente senza itacismo nello stesso manoscritto 68.2 invece che Chrestos.

 

 

 

Sopra: il brano di Tacito relativo ai Cristiani (Annales, XV, 44) in E. Koestermann, P. Cornelii Taciti, Ab Excessu Divi Augustii, Tom. I, Lipsiae, MCMLII, pag. 344. La nota in fondo alla pagina ci segnala che nel manoscritto originario la parola christianos era scritta con l'itacismo chrestianos, sebbene in seguito essa sia stata corretta dai copisti.

 

 


 

 

NOTE AL TESTO

 

[1] Queste informazioni sono tratte dalle pagine web: Tacitus and his Manuscripts al quale si rimanda: http://www.tertullian.org/rpearse/tacitus/index.htm. Nel sito è riportata come fonte per la datazione e lo studio del manoscritto l'opera di C.W. Mendell, Manuscripts of Tacitus XI-XXI, YCS, 6,1939, pp. 41-70.

 

[2] R. Marchese, A. Grillini, Scrittori e opere 1, Storia e antologia della letteratura italiana, Dalle origini al quattrocento, La Nuova Italia, Firenze, 1986.

 

[3] J.W. Ross, Tacitus and Bracciolini, the Annals Forged in the XVth Century, 3.5.5

 

[4] In questo lavoro compaiono due riferimenti diversi a edizioni dell'Epistolario di Poggio Bracciolini. Con GORDAN indichiamo il riferimento a P.W.G. Gordan, Two Renaissance Book Hunters: The letters of Poggius Bracciolini to Nicolaus de Niccolis, New York, 1974. Con la sigla TONELLI indichiamo invece il riferimento all'epistolario contenuto in T. de Tonelli, Poggii Opera Omnia, Firenze, 1832-1861, utilizzata da Ross nel suo libro; questa è stata la prima pubblicazione delle lettere di Poggio Bracciolini.

 

[5] Vedi ad esempio E. Laupot, Tacitu's Fragment 2, The Anti-Roman movement of the Christiani and the Nazoreans, Vigiliae Christianae, 54, 3, 2000, pp. 233-247. Questo documento si conclude con l'asserzione: "... it is clear that frag. 2 is too highly detailed to have been substantially redacted by a later Christian. It thus represent almost certainly a primary historical source, probably via Tacitus, portraying the Christiani as a major Jewish group acting in opposition to Rome and in defense to Israel."

 

[6] Plinio il Giovane considerava Cornelio Tacito uno storico molto diligente e scrupoloso: "C. Plinius Tacito suo S. Auguror nec me fallit augurium, historias tuas immortales futuras; quo magis illis - ingenue fatebor - inseri cupio. Nam si esse nobis curae solet ut facies nostra ab optimo quoque artifice exprimatur, nonne debemus optare, ut operibus nostris similis tui scriptor praedicatorque contingat? Demonstro ergo quamquam diligentiam tuam fugere non possit, cum sit in publicis actis, demonstro tamen quo magis credas, iucundum mihi futurum si factum meum, cuius gratia periculo crevit, tuo ingenio tuo testimonio ornaveris" (da: Epistularum, Libro 7, 33).

 

[7] In greco il termine ¹gemën è utilizzato genericamente per "governatore" (come nel Nuovo Testamento greco); il termine epitropoj è utilizzato per "procuratore" mentre il termine eparcoj per "prefetto". Secondo il Vocabolario del Greco antico di R. Romizi, Zanichelli, Bologna, seconda edizione, 2005, ¹gemën significa lett. comandante o capo; eparcoj deriva da eparkia che significa provincia o prefettura e quindi rappresenta un governatore o un prefetto; anche epitropoj riferisce un governatore, ma con significato più vicino a quello di amministratore, curatore (di beni altrui) o procuratore. Il Dictionnaire des Antiquités Grecques et Romaines riporta che il praefectus Aegypti sia nelle fonti letterarie che nelle iscrizioni in greco portava il nome di œparcoj AˆgÚptou oppure ¹gemèn o anche Üparkoj; gli autori offrono anche le seguenti varianti non ufficiali del titolo: ¥rcwn,

™p…tropoj, ipp£rcwn kat¦ t¾n A‡guptwn (Dictionnaire des Antiquités Grecques et Romaines, a cura di C. Daremberg, Hachette, 1877-1919, Tome 4, Vol. I, voce Praefectus Aegypti, pag. 614, http://dagr.univ-tlse2.fr/sdx/dagr/index.xsp

 

[8] Ricerca eseguita sul testo greco di B. Niese, Berlin, Weidmann, 1895, disponibile nel sito: http://www.perseus.tufts.edu/

 

[9] La notizia dell'esistenza di questa lezione in Tacito può essere trovata per esempio in M. Lavency, Néron et la persécution des chrétiens d'après Tacite, Annales, XV, 44, Folia Electronica Classica, Louvain-la-Neuve, Numéro 2, juillet-décembre 2001.

 

[10] P. Cornelii Taciti, Tom. I, Ab Excessus Divi Augusti, ed. E. Koestermann, Lipsiae, 1952, pag. 344 in fondo.

 

 

 


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