Elementi di critica testuale del Nuovo Testamento

 

Autore: Ó Gianluigi Bastia  – All Rights Reserved

Ultima revisione: 23.04.2006 – richiede il carattere greek.ttf

 

 

 

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Introduzione

Errori e varianti

Alcune lezioni importanti del NT

Ricostruire il testo del NT

Teoria critica di Westcott-Hort

Manoscritti più antichi del NT

Fortuna e Critica del modello Westcott-Hort

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1. Introduzione

 

La papirologia e la paleografia si occupano dello studio “tecnico” degli antichi manoscritti risolvendo questioni quali la identificazione del testo (questo processo consente di risalire a quale autore e a quale libro è attribuibile un frammento manoscritto, una operazione molto complessa nel caso di frammenti con poche lettere) e la datazione del reperto, studiando lo stile di scrittura e la grafia dei manoscritti oltre che altre caratteristiche dei medesimi. La critica testuale (o filologia) è invece una disciplina che si pone l’obiettivo di ricostruire un testo letterario, nel nostro caso il Nuovo Testamento, nella sua forma più vicina all’originale indagandone la genesi, quando esso è ormai andato perduto e non è più disponibile per cui è impossibile stabilire con certezza matematica cosa contenesse. Essa si basa naturalmente sullo studio degli antichi documenti facendo proprio l’assunto secondo il quale generalmente tanto più un documento è antico, tanto più è probabile che il testo in esso contenuto sia vicino all’originale andato perduto. ([1]) Il ruolo giocato dalla critica testuale e dalla papirologia nel caso dei documenti religiosi è evidentemente fondamentale: queste discipline devono confermare, smentire oppure aggiornare tutto quello che oggi leggiamo nei testi fondamentali della religione cristiana e che spesso si da per scontato ma invece non lo è affatto. Il Nuovo Testamento ci è pervenuto nei manoscritti più antichi in greco: è quindi questa la lingua che viene maggiormente studiata dalla critica testuale ([2]). Esistono comunque copie del NT in latino (la più famosa è la Vulgata di San Girolamo, del V secolo, ma esistono anche traduzioni latine antecedenti San Girolamo che prendono il nome di vetus latina) e in altre numerose lingue antiche.

 

Nel caso del Nuovo Testamento e degli scritti cristiani il lavoro della critica testuale è particolarmente complesso, in quanto:

 

 

 

Manoscritti

Anno

1962 1980 1989 2003 2005
Papiri 76 86 96 116 118
Onciali 297 274 299 310 317
Minuscoli 2674 2795 2812 2877 2877
Lezionari 1997 2209 2281 2432 2433
Totale 5044 5364 5488 5735 5745

 

Tabella 1 – Numero dei manoscritti del Nuovo Testamento greco, suddivisi per papiri, onciali, minuscoli e lezionari. Tabella ripresa dal sito web www.islamic-awareness.org Fonte dei dati: per il 1962, B. M. Metzger, “Recent Trends In The Textual Criticism Of The Iliad And The Mahabharata”, capitolo in The History Of New Testament Textual Criticism, pag. 145; per il 1980, B. M. Metzger, The New Testament: Its Background, Growth And Content, 1990, 2nd Edition (Enlarged), Abingdon Press, Nashville, pag. 283; per il 1989, B. M. Metzger, The Text Of The New Testament: Its Transmission Corruption And Restoration, 1992, Third Enlarged Edition, Oxford University Press, Oxford, UK, pag. 262; per il 2003, B. M. Metzger & B. D. Ehrman, The Text Of The New Testament: Its Transmission, Corruption And Restoration, 2005, Fourth Edition, Oxford University Press: Oxford, UK, pag. 50; i dati relativi al 2005 sono desunti dal sito web http://faculty.bbc.edu/rdecker/nt_txtcr.htm

 

  

 

Quando si affronta l’argomento della critica testuale occorre poi tener conto del fatto che oltre ai documenti diretti dei libri del Nuovo Testamento esistono gli scritti e le opere dei padri della Chiesa, dalla fine del I secolo in poi: Papia di Gerapoli (70-150 d.C.), Giustino Martire (100-165 d.C.), Ireneo di Lione (140-202 d.C.), Clemente di Alessandria (150-215 d.C.), Origene (185-250 d.C.), Eusebio di Cesarea (265-340 d.C.), San Girolamo (340-420 d.C.) per limitarci solo agli scrittori più importanti e al V secolo. Tutti questi autori, che sono tantissimi, hanno citato nei loro scritti brani dei Vangeli, delle lettere di Paolo, degli Atti, dell’Apocalisse, dei Vangeli apocrifi (nel caso di questi ultimi spesso per confutarli con evidente intento apologetico): è stato calcolato che se il N.T. andasse improvvisamente perduto sarebbe possibile ricostruirlo con grande precisione e quasi per intero avendo a disposizione solamente le citazioni dei padri della Chiesa. Nell’utilizzo delle citazioni occorre una certa cautela in quanto non sempre i padri della Chiesa citavano alla lettera i passi del Nuovo Testamento.

 

 

2. Errori e varianti nella trasmissione manoscritta

 

 

Ci sono vari motivi, alcuni tecnici e facilmente comprensibili, altri molto meno ovvi, per cui si può sostenere che praticamente non esistono due manoscritti del Nuovo Testamento che siano esattamente uguali e concordi tra loro per intero. Le alterazioni possono essere accidentali oppure volontarie, cioè introdotte deliberatamente dallo scriba. Quando si parla di queste problematiche si dovrebbe tenere comunque conto che esse riguardano non solo la trasmissione del Nuovo Testamento ma la trasmissione di tutte le opere manoscritte dell’antichità in genere. Tutti i manoscritti venivano copiati a mano da persone (gli scribi) più o meno preparate e professionali, che svolgevano il loro compito per ore e ore non senza fatica e stress ed è intuitivo pensare che ciò ha comportato errori tecnici del tutto involontari e casuali che fanno parte del normale processo di trasmissione manoscritta dei documenti. Anche le opere di Omero, Platone, degli scrittori latini e degli altri classici dell’antichità ci sono pervenute con numerosi errori tecnici dovuti alla trasmissione manuale. Inoltre si deve tenere conto che quelli che ai nostri occhi oggi possono sembrare errori grammaticali non sempre sono tali ma possono essere il frutto di antiche pronunce regionali, la nostra conoscenza delle lingue antiche non è totale e onnicomprensiva.

 

Accanto agli errori che possiamo definire “tecnici”, che sono inevitabili e sono di fatto la stragrande maggioranza delle differenze riscontrabili nei manoscritti, esistono poi le alterazioni volontarie, particolarmente significative nel caso dei testi religiosi per gli interessi più svariati. Le alterazioni volontarie sono le manomissioni più pericolose che si siano prodotte nel corso del lungo processo di copiatura in quanto hanno dato luogo ad una trasmissione anormale del testo. Esse si sono originate da un lato sia perché alcuni copisti non si limitavano a copiare e basta ma si ingegnavano a migliorare la prosa del testo e lo stile, mentre altri scribi invece apportavano al Nuovo Testamento alterazioni per motivi dottrinali e teologici, oppure per risolvere contraddizioni e problemi vari. Un fenomeno che si dovrebbe valutare con attenzione è anche l’impatto che hanno avuto sul processo di trasmissione le sette eretiche, che spesso avevano proprie copie alterate dei Vangeli e degli altri scritti del Nuovo Testamento.

 

 

2.1 Errori tecnici dei copisti

 

 

Quando si copia un testo a mano da un’altro manoscritto contenente migliaia e migliaia di parole è inevitabile e del tutto comprensibile commettere degli errori di trascrizione. Questi errori possono essere semplici errori di grammatica, oppure omissioni di parole o di intere frasi dovute a distrazione o scambi accidentali di lettere, salti di riga nel copiare da un testo ad un’altro. A volte per distrazione alcune parole o lettere sono state sostituite nella copia con altre molto somiglianti.  Potevano poi sussistere difficoltà di lettura delle lettere dal manoscritto sorgente per cui risultava oggettivamente poco comprensibile quello che era scritto nel manoscritto utilizzato dal copista. Infine la stanchezza era una pessima compagna di chi doveva copiare a mano interi libri. Tutti i manoscritti antichi venivano scritti con la tecnica della scriptio continua ovvero con tutte le parole attaccate l’una all’altra e senza alcun accento o altro segno grafico. Questa tecnica, oltre a rendere particolarmente impegnativa la lettura del testo, poteva involontariamente generare delle confusioni e dei veri propri dilemmi nell’interpretazione dello scritto. Ad esempio in Marco 10:40 troviamo scritto alla fine del versetto la frase ¢ll' oŒj ¹to…mastai che in italiano significa “ma è per coloro per cui è stato preparato”. Scrivendo il testo secondo la tecnica della scriptio continua, con tutte le lettere l’una attaccata all’altra e senza alcun accento, avremmo la sequenza:

 

ALLOICHTOIMACTAI

 

Ora, questa sequenza di parole potrebbe anche essere interpretata semplicemente come ¢lloŒj ¹to…mastai ([6]) che significa: “è stato preparato per altri” ovvero qualcosa di significativamente diverso. Il versetto Marco 10:40 è tradotto, seguendo la prima ipotesi, “Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; ma è per coloro per i quali è stato preparato”; con la seconda ipotesi avremmo grosso modo: “Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è stato preparato per altri” che è una frase di certo molto diversa dalla precedente. In 1 Timoteo 3:16 abbiamo poi: Ðmologoumšnwj (senza contraddizione) che si può anche confondere con Ðmologoumšn wj (confessiamo che) a seconda di come si interpreta la successione delle lettere.

 

Confrontando vari manoscritti è possibile localizzare questo genere di errori: se molti manoscritti riportano una determinata parola o frase in un passo e solo uno ne riporta un’altra, è assai probabile che lo scriba di quest’ultimo manoscritto si sia sbagliato nel copiare e che quella lezione (o variante) sia unica.

 

Un’altro errore è dato dalla inclusione accidentale di note a margine del testo. Gli antichi non avevano il concetto “editoriale” di note al testo come lo abbiamo noi oggi. Poteva pertanto succedere che il proprietario di un manoscritto scrivesse su un foglio a lato o sotto il testo o ancora tra le righe alcune proprie note personali e proprie osservazioni su quanto leggeva. Quando questo manoscritto veniva utilizzato come sorgente per la scrittura di un nuovo manoscritto poteva succedere che il copista inserisse per errore queste note nel testo, mentre in realtà esse non appartenevano al documento originario. In un certo senso sono quindi anche questi “errori tecnici” involontari. Un esempio viene dal passo seguente:

 

Giovanni 5:2-4 – V’è a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, una piscina, chiamata in ebraico Betzaetà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. [Un angelo infatti in certi momenti discendeva nella piscina e agitava l’acqua; il primo ad entrarvi dopo l’agitazione dell’acqua guariva da qualsiasi malattia fosse affetto]

 

La seconda parte del passo di Giovanni, corrispondente al v. 5:4, è stata indicata tra parentesi quadre perché non tutti i manoscritti la riportano ([7]). Nel contesto del discorso sembra essere proprio una nota o una postilla finita accidentalmente nel testo, come puntualmente è evidenziato anche nella nota al v. Giovanni 5:4 presente nella Bibbia edizione C.E.I. e come ritiene attualmente la moderna critica testuale. Basta mettere in circolazione una copia contenente una svista di questo tipo per generare una famiglia di manoscritti che puntualmente la riportano.

 

 

2.2 Alterazioni volontarie

 

 

Le alterazioni volontarie sono il nemico maggiore contro cui deve combattere la critica testuale. Difatti non è semplice stabilire se una alterazione è stata introdotta volontariamente per spingere un testo o un passo verso una certa direzione dottrinale oppure se effettivamente la lezione è autentica ed esisteva quindi anche nelle prime copie del testo ed era voluta dal suo autore. Già Origene nel III secolo e San Girolamo (V secolo) – l’autore della Vulgata latina – scrivevano su questo tema:

 

Origene (185-250 d.C.), Commentario a Matteo, 15.14 – Le differenze tra i manoscritti (dei Vangeli) sono divenute grandi, o per la negligenza di alcuni copisti o per la perversa temerarietà di altri; costoro o trascurano di correggere quanto hanno trascritto oppure, mentre correggono, allungano o abbreviano, a loro piacimento.

 

S. Girolamo (340-420 d.C.), Epistola LXXI, 5 – (I copisti) trascrivono non ciò che trovano, ma quel che ritengono essere il significato e, mentre tentano di correggere gli errori di altri, non fanno che rivelare i propri.

 

Alcune alterazioni volontarie possono sembrare innocue: cambiamento dello stile di alcuni passi nella forma ma non nella sostanza, miglioramento della scorrevolezza del testo ormai divenuto arcaico e sim. Ben più gravi sono invece le armonizzazioni che si verificano quando a un certo punto esistono molti manoscritti che differiscono tra loro in più punti: spesso la tendenza è quella di costruire un nuovo testo che incorpora tutte le varianti e così al materiale puro si mescola molto materiale non autentico e il testo diventa ancora più corrotto. E’ noto che Origene stesso modificò il testo greco della Bibbia greca dei LXX per armonizzarlo (ovvero: renderlo concorde) con quello ebraico allora esistente perché fra i due tipi di testo sussistevano delle differenze che cominciavano ad avere un certo peso. Sappiamo che nel III o nel IV secolo il Nuovo Testamento subì delle modifiche e ne parleremo più avanti – forse solo in alcune aree geografiche – che diedero luogo a varie recensioni. Queste recensioni in sé non furono operazioni negative, se fossero state condotte scientificamente: ci si accorse che pian piano la Scrittura stava cambiando e si rendeva necessario comprendere quale testo potesse essere adottato da tutti in modo univoco. Scopo della critica testuale applicata al Nuove Testamento è anche quello di capire quanto massicce furono queste antiche rielaborazioni che spesso si limitavano semplicemente a raccogliere tutto quello che si era accumulato negli anni.

 

Alterazioni volontarie sono state introdotte in moltissimi testi dell’antichità, di qualunque genere: nel caso dei libri religiosi è evidente che esiste sempre il problema delle alterazioni introdotte per motivi dottrinali e teologici oppure per occultare determinati problemi difficili da risolvere. Un conto è copiare e trasmettere una poesia o un tragedia di un autore classico, che non tocca punti chiave come la fede o l’interpretazione di fatti soprannaturali. In questo caso ci aspettiamo di trovare certamente un numero elevato di normali errori di trasmissione e pochissime varianti apportate volontariamente al testo. Che motivo c’era di cambiare un verso di un poesia? Generalmente infatti non ce n’erano. Ma nel caso dei testi ritenuti sacri da alcune comunità di persone (non solo cristiane…) è evidente che la tentazione di modificare un passo per sostenere il punto di vista teologico di una determinata scuola di pensiero su problemi di grande portata morale e filosofica deve essere esistita. Del resto è emblematico uno dei passi conclusivi dell’Apocalisse, una sorta di copyright o imprimatur:

 

Apocalisse 22:18-19 – Dichiaro a chiunque ascolta le parole profetiche di questo libro: a chi vi aggiungerà qualcosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro; e chi toglierà qualche parola di questo libro profetico, Dio lo proverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro.

 

Anche nella Seconda lettera di Pietro leggiamo una amara constatazione:

 

2 Pietro 3:15-16 – La magnanimità del Signore nostro giudicatela come salvezza, come anche il nostro carissimo fratello Paolo vi ha scritto, secondo la sapienza che gli è stata data; così egli fa in tutte le lettere, in cui tratta di queste cose. In esse ci sono alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano, al pari delle altre Scritture, per loro propria rovina.

 

Per esempio chi disponeva di un manoscritto senza il finale di Marco oggi noto, vedendo che gli altri Vangeli descrivono le apparizioni di Gesù dopo la risurrezione poteva essere indotto ad armonizzare il finale di quel Vangelo inserendo un richiamo a queste diverse conclusioni, modificando così pesantemente il testo di Marco – ammesso che esso veramente si concludesse senza la descrizioni delle apparizioni di Gesù, come si pensa oggi – aggiungendo il finale mancante.

 

Ora, in termini puramente numerici, anche nel caso della trasmissione del Nuovo Testamento di fatto prevalgono in maniera schiacciante gli errori tecnici di trasmissione del testo. La trasmissione anormale ha un peso, indubbiamente, tuttavia non sono molte le lezioni che toccano punti importanti da un punto di vista teologico, esaminando tutto il materiale. Non ci si deve aspettare che una indagine critica metta in discussione la sostanza delle affermazioni della dottrina cristiana, almeno sulla base delle conoscenze attuali che riguardano lo studio dei documenti dal tardo II secolo in poi. Nel XX secolo la scoperta dei grandi papiri neo testamentari di Bodmer, Chester Beatty dei frammenti di Oxyrhychus (II-III secolo) antecedenti il Codex Vaticanus, poi, non ha evidenziato lacune, omissioni ed errori dottrinali insormontabili, anzi ha confermato la fedeltà di trasmissione dei documenti e ha consentito di aggiornare le versioni del Nuovo Testamento pur ponendo scelte anche importanti – come vedremo – nel tipo di criterio da adottare per effettuare le correzioni e gli aggiornamenti ai testi.

 

Oggi la fase di transizione dal I al II secolo non può essere studiata scientificamente su nessun documento perché non si è conservato nulla. Esistono solo alcuni piccoli frammenti papiracei; il più antico di tutti che sia stato universalmente accettato all’unanimità dagli studiosi, il papiro di Rylands P52 = P.Ryl. Gk. 457 conservato presso la John Rylands Library di Manchester e pubblicato nel 1934 da C.H Roberts ([8]), riporta in fronte e retro alcune parole del dialogo tra Gesù e Pilato prima della crocifissione. Esso è stato datato paleograficamente alla prima metà del II secolo, tra il 125 d.C. e il 175 d.C. ([9]) Altri frammenti che potrebbero essere datati al I secolo dopo Cristo sono di incerta attribuzione (è il caso del frammento 7Q5 ([10]) rinvenuto a Qumran nella Grotta 7), di incerta datazione (come il caso dei frammenti di Magdalen P64 o del papiro P46 contenente molte delle lettere di Paolo) oppure recano soltanto poche lettere leggibili. Un eventuale collegamento con le origini della cristianità, con il fatidico I secolo, deve essere quindi ricercato, in assenza di ulteriori scoperte archeologiche, internamente ai testi ed esistono difatti alcuni studi linguistici che hanno messo in evidenza il sostrato profondamente ebraico nella lingua e nella forma della traduzione greca del NT quasi che esso provenga da una traduzione molto fedele e letterale di un preesistente testo scritto in ebraico.

 

 

2.3 Influenza delle sette eretiche

 

 

E’ esistito poi il problema delle sette eretiche che nel corso della storia hanno influenzato alcune copie della Scrittura, un fenomeno importante che resta comunque difficile da quantificare e da soppesare nella giusta proporzione. Il padre ortodosso romano Gaio, citato da Eusebio di Cesarea e da Ippolito, scriveva verso la fine del II secolo, e ci dà notizia di quattro eretici, dei quali cita persino i nomi, che in quel periodo avevano alterato per i loro scopi dottrinali le scritture e assieme ai loro seguaci avevano diffuso alcuni testi corrotti ed interpolati. Lo stesso Gaio – particolarmente intransigente – rifiutava il Vangelo secondo Giovanni in quanto lo riteneva opera dell’eretico gnostico Cerinto. Ireneo di Lione, Clemente di Alessandria, Tertulliano ed Eusebio di Cesarea hanno accusato nei loro scritti alcuni eretici che corrompevano le Scritture in modo da sostenere il loro particolare punto di vista. Pare poi che Marcione, il cui scisma nel II secolo diede addirittura luogo alla Chiesa marcionita, abbia cancellato dalle sue copie del Vangelo secondo Luca tutti i possibili riferimenti che collegavano Gesù all’ebraismo, modificando quindi il testo di quel Vangelo e ottenendo in questo modo un testo più corto. Verso la metà del II secolo venne composto il Diatessaron di Taziano, un’opera che palesemente armonizzava il contenuto dei quattro Vangeli introducendo non poche alterazioni testuali. Alcuni pensano che questo testo sia stato una ulteriore evoluzione di una armonia dei sinottici compiuta da Giustino Martire, che fu maestro di Taziano. Taziano venne in seguito considerato eretico ([11]) e divenne un esponente dell’encratismo, dottrina a sfondo ascetico e gnostico che ebbe fortuna sino al IV-V secolo. Il Diatessaron, composto da Taziano prima della scomunica avvenuta nel 172 d.C., secondo alcuni studiosi avrebbe esercitato una influenza significativa sulle versioni siriache del NT. In Egitto, nella zona di Alessandria, attorno al II secolo erano poi particolarmente attivi gli gnostici, considerati eretici dalla Chiesa, che hanno esercitato e a loro volta hanno mutuato influenze dal cristianesimo, almeno nell’area egiziana. Esistono poi decine e decine di Vangeli o scritti apocrifi stesi nel corso di molti decenni, testi che la Chiesa cattolica non ha inglobato nel Canone, anche se hanno influenzato pesantemente la tradizione cattolica. Si pone quindi il problema delle dipendenze dei libri che sono entrati a far parte del canone del NT da altri testi (e viceversa) un chiaroscuro che pone non pochi problemi nella ricostruzione di un testo. Paradossalmente si può dire che è stata una fortuna, da un punto di vista della critica testuale, che si sia arrivati alla definizione di un canone, un’insieme di libri accettato e difeso da una determinata comunità: era così meno probabile che sette o movimenti apportassero modifiche a quei testi senza che queste venissero scoperte e denunciate, visto che una grossa comunità ne aveva accettato il contenuto e in qualche modo si faceva garante della trasmissione del testo. Più i testi circolano numerosi e sono accettati univocamente da molte persone più è difficile manometterli e far partire filoni corrotti nella successione genealogica delle copie.

 

 

2.4 La campagna di distruzione dei libri cristiani (303-312 d.C.)

 

 

Un momento particolare nella trasmissione del testo si ebbe al tempo della persecuzione di Diocleziano contro i cristiani. La repressione iniziò nel 303 d.C. ed era estesa a tutto l’impero romano in occidente ed in oriente. Attraverso tre successivi editti venne ordinata la censura e la proibizione del culto cristiano e, fatto molto importante per quanto riguarda l’argomento che stiamo trattando, la distruzione dei libri sacri dei cristiani: ai vescovi delle varie Chiese venne imposto di consegnarli per la eliminazione al fine di non incorrere in pene severissime. Gli editti vennero applicati con rigore soprattutto in Oriente, dove la persecuzione durò molto più a lungo, e c’è da supporre che abbiano raggiunto in parte il proprio scopo. Alla abdicazione di Diocleziano (305 d.C.) Costanzo Cloro e Massenzio decretarono la fine delle repressioni in Occidente ma Galerio (che era stato il vero istigatore di Diocleziano) e Massimino andarono avanti in Oriente nelle zone di loro competenza fino al 311 d.C.: solo quando ormai prossimo alla morte Galerio decise di concedere libertà di culto ai cristiani. Massimino, nel frattempo succeduto a Galerio, proseguì però la repressione anche se durante questo periodo abolì la pena di morte per i cristiani, almeno nei casi ordinari ([12]). Complessivamente, quindi, le repressioni di questo periodo sono durante una decina di anni. Quando esse finalmente si placarono al tempo di Costantino si pose evidentemente il problema di ricostruire i documenti che non si erano salvati.

 

 

2.5 Alcune alterazioni volontarie del testo

 

 

Si esaminano ora alcuni casi di alterazione volontaria del testo per motivazioni dottrinali in alcuni manoscritti. Un classico esempio di alterazione volontaria introdotta forse per questa motivazione è il seguente. In Matteo 24:36 e in Marco 13:32 Gesù afferma, parlando del giorno del giudizio: “Quanto a quel giorno e a quell’ora, però, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre”. Sono molti i manoscritti che omettono il riferimento al “Figlio”, cioè a Gesù, evidentemente perché non era ammissibile che il Figlio di Dio dichiarasse di non conoscere quando si sarebbe verificato “quel giorno” ([13]). Questo infatti poteva mettere in discussione l’autorevolezza di Gesù e persino la sua divinità –com’è possibile che Gesù = Dio non conosca quel giorno? – dando adito a non pochi sospetti. Oggi la Bibbia della C.E.I., la Conferenza Episcopale Italiana, che è stata redatta in base ai metodi della moderna critica testuale, riporta il passo esattamente nella versione di cui sopra perché quelli che sono considerati i manoscritti più affidabili (Codex Vaticanus, Sinaiticus e altri del gruppo “neutrale”) riportano così il passo. Ma è evidente che a seconda della metodologia adottata per studiare e selezionare i manoscritti dai quali ricavare la traduzione, che sono discordi tra loro su questo punto, si possono avere varie sfaccettature del passo. Ed estendendo il ragionamento, si possono avere interpretazioni diverse anche di  altri importanti brani del Nuovo Testamento.

 

In Luca 2:7 leggiamo che Maria “diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo”. Il Sia il Codice W (detto di Washington, o anche codice di Freer, del V-VI secolo) che il Diatessaron di Taziano omettono tÕn prwtÒtokon = il primogenito, in greco, probabilmente per occultare il fatto che Gesù potesse avere dei fratelli di sangue. Così seguendo questi documenti Maria “diede alla luce suo figlio” e non “diede alla luce il suo figlio primogenito”.  

 

Esistono poi casi in cui vengono enfatizzati ed ampliati i racconti dei Vangeli. Per esempio in Marco 9:29 Gesù afferma che è possibile scacciare i demoni “con la preghiera”, ma molti manoscritti aggiungono a questo “e con il digiuno” ad integrare queste parole. Alcuni manoscritti tendono invece ad enfatizzare la descrizione della risurrezione di Gesù.

 

Il Padre Nostro, la preghiera più importante per i cristiani, è riportata sia in Luca 11:2-4 sia in Matteo 6:9-13 in forme diverse. Sono molti, tra i manoscritti, gli esempi di armonizzazione del testo della preghiera di Luca con quello di Matteo. Per esempio Luca inizia nei manoscritti più antichi con “Padre” (P£ter) e basta, ma alcuni copisti hanno invece aggiunto al testo di Luca “Padre nostro che sei nei cieli” (P£ter ¹mîn Ð ™n to‹j oÙrano‹j) per rendere la preghiera esattamente conforme a quella riportata in Matteo ([14]). Dopo “venga il tuo regno” non pochi manoscritti aggiungono “e sia fatta la tua volontà”, che non sembra presente nel testo più antico di Luca. Così in questo modo andava alterandosi il Padre nostro secondo Luca e lentamente si uniformava, copia dopo copia, a quello più completo di Matteo. Ma i due testi originariamente erano con molta probabilità diversi, con il testo di Luca più scarno ed essenziale di quello di Matteo.

 

Con tutte queste differenze tra i manoscritti si pone allora un problema di importanza capitale: come si fa a capire quali sono i documenti più attendibili? Esistono strumenti in grado di depurare il NT dalle aggiunte e dagli errori che si sono accumulati nei corso dei secoli? E, una volta individuati degli strumenti, che garanzie abbiamo che essi sono quelli più appropriati e non stiamo commettendo degli errori nel tagliare certo materiale? Per tutte queste domande, come vedremo, esistono delle risposte le quali, tuttavia, non sono in assoluto e in ogni circostanza sempre convincenti.

 

 

3. Errori classici e alcune lezioni importanti nel NT

 

 

Esistono alcune alterazioni o interpolazioni dovute a ignoranza oppure a tentativi di nascondere punti effettivamente poco chiari e controversi delle Scritture. Eusebio di Cesarea (IV secolo) confessò di aver volontariamente modificato il nome della città di Betania in Bethanara (in Giovanni 1:28) perché non aveva prove storiche dell’esistenza di Betania nella valle del Giordano. In alcuni casi poi ci sono problemi irrisolti, errori difficilmente spiegabili anche risalendo ai manoscritti più antichi disponibili. Infine abbiamo alcune lezioni particolarmente importanti dal punto di vista teologico.

 

 

 

3.1 Abiatàr o Achimèlec ? (Marco 2:25-26)

 

 

In Marco 2:25-26 come è noto leggiamo: ”Ma egli rispose loro: «Non avete mai letto che cosa fece Davide quando si trovò nel bisogno ed ebbe fame, lui e i suoi compagni? Come entrò nella casa di Dio, sotto il sommo sacerdote Abiatàr, e mangiò i pani dell’offerta, che soltanto ai sacerdoti è lecito mangiare, e ne diede anche ai suoi compagni?»” Ora, questo passo contiene un palese errore in quanto in 1 Samuele 21:2-7 è scritto che fu Achimèlec e non Abiatàr ad offrire a Davide i pani dell’offerta. Il riferimento ad Abiàtar, di conseguenza, viene omesso in alcuni manoscritti di Marco e del resto non compare neppure negli altri due sinottici, Matteo e Luca, in quanto un errore del genere non era ammissibile nel Vangelo e poteva generare sospetti sulla lucidità di chi aveva scritto il testo ([15]). I manoscritti considerati testualmente migliori (B, Sinaitico, A e molti altri) riportano il passo esattamente così come è scritto oggi, altri manoscritti invece prendono la precauzione di scrivere “al tempo del sommo sacerdote Abiàtar” in quanto Abiatàr fu effettivamente sommo sacerdote poco tempo dopo Achimèlec. Il riferimento è certamente errato e l’errore molto antico, tuttavia è arduo stabilire se l’edizione originale (la prima stesura) del testo lo contenesse già o meno. L’unica cosa certa è che tutti i manoscritti oggi noti riportano l’errore e alcuni si preoccupano di correggerlo o renderlo meno stridente. Naturalmente esiste anche la possibilità che l’autore del testo abbia fatto riferimento a una diversa versione del libro di Samuele ([16]).

 

 

 

3.2 Mancata citazione di Malachia (Marco 1:2)

 

 

La frase che leggiamo in Marco 1:2 “Come è scritto nel profeta Isaia: Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti preparerà la strada” ([17]) viene in molti manoscritti alterata con “Come è scritto nei profeti” omettendo il riferimento al solo Isaia, oppure viene evitato sia il riferimento a Malachia sia quello ad Isaia in quanto effettivamente la citazione non è del solo Isaia ma è la combinazione di due citazioni, una di Isaia (cfr. 40:3) ed una di Malachia (cfr. 3:1). In Matteo 3:3 e Luca 3:4 la citazione (del solo Isaia) è invece coerente con l’Antico Testamento. Anche qui l’errore è evidente e si tratta di stabilire se era già presente nel testo originario di Matteo oppure se qualcuno a un certo punto ha introdotto la parte relativa a Malachia (impossibile prendere una posizione).

 

3.3 Gesù Barabba (Matteo 27:16 & 27-17)

 

 

Una lezione difficile è presente nei versetti di Matteo 27:16 e 27:17 dove il prigioniero Barabba viene presentato in alcuni manoscritti come Gesù Barabba, in greco Ihsoun Barabban. Così riporta ad esempio il Codex Koridethianus Q la cui datazione è estremamente incerta ed oscilla fra il VII e il X secolo. Questo codice è molto particolare in quanto è pieno zeppo di errori di grammatica in ogni pagina e sembra che il copista, più che scrivere, disegni le lettere come se non conoscesse neppure bene il greco. Esso non è certamente opera di un copista professionale e preparato, anche se va osservato che alla correzione del codice si sono alternati da sei ad otto mani nessuna delle quali ha modificato la lezione Gesù Barabba. La lezione è tuttavia testimoniata anche nei gruppi di manoscritti minuscoli denominati f1 e 700 che sono del XII secolo, in due versione siriache del Nuovo Testamento (la siro-sinaitica, del IV-V secolo e in alcuni mss. siro-palestinesi), in un paio di manoscritti armeni e georgiani ed infine in una citazione di Origene (185-250 d.C. circa), nel Commentario a Matteo dove troviamo scritto: “Mentre quindi si trovavano riuniti, Pilato disse loro: chi volete che vi rilasci, Gesù Barabba o Gesù chiamato il Cristo?” La posizione di Origene, tuttavia, è controversa perché nel citare questi passi di Matteo nel Contra Celsum si riferisce soltanto a Barabba e non menziona il presunto nome completo Gesù Barabba ([18]). La variante, ad un esame superficiale, è tanto più enigmatica se si considera che “Bar” in aramaico significa “Figlio” mentre “Abbà” può significare “Padre” ([19]) così che sembra quasi che al versetto 17 Pilato incredibilmente domandi alla folla con uno strano gioco di parole: “Chi volete che vi rilasci, Gesù [e qui alcuni dei sopraccitati manoscritti aggiungono anche il] Figlio del Padre o Gesù detto il Cristo?”. In realtà l'ipotesi che Barabban sia la traslitterazione in greco del termine aramaico Bar Abbà da intendere come Figlio del Padre non è tecnicamente sostenibile poichè in aramaico Figlio del Padre sarebbe senza dubbio Bar deAbba, che darebbe luogo a una diversa traslitterazione greca, se non addirittura alla traduzione dell'intera espressione nel testo.

 

Questa lezione, testimoniata da manoscritti orientali di qualità testuale non eccelsa, comunque non è riportata dal Codex Vaticanus B né dal Codex Sinaiticus, due documenti testualmente molto autorevoli; inoltre essa non compare in alcun punto dei Vangeli di Luca, Marco e Giovanni (!) in alcun manoscritto, pertanto la critica moderna tende a considerarla molto dubbia. Si noti poi che ai successivi versetti 27:20, 27:21 e 27:26 dello stesso Vangelo di Matteo di nuovo compare per tre volte la parola Barabba ma qui nessun documento più la associa al nome Gesù, nemmeno i manoscritti che precedentemente avevano menzionato Gesù Barabba ai versetti 27:16-17 sicché, oltre ai dubbi sulla qualità “tecnica” del Codex Koridethianus, anche una analisi interna della variante non sembra propendere per la sua attendibilità (prima si dice una cosa e poi, dopo poche parole, la si omette per ben tre volte). Già Westcott ed Hort alla fine del XIX secolo hanno anche proposto una possibile spiegazione a questa variante, basata su un possibile errore di trascrizione originatosi a un certo punto del processo di trasmissione e copiatura. Il testo greco del versetto 17 presenta nel punto fatidico la sequenza di lettere: Øm‹n ['Ihsoàn tÕn] Barabb©n che nel documento originario era evidentemente scritta con tutte le lettere una attaccata all’altra. La coppia di lettere nella sequenza in della parola umin potrebbe essere stata interpretata erroneamente dal copista come una abbreviazione del nome Gesù (IN = IHSOUN) e quindi avrebbe dato luogo a una famiglia di manoscritti riportanti Gesù prima di Barabba a causa della indebita aggiunta ([20]). Nel precedente versetto 16 la parola Gesù sarebbe stata aggiunta per congruenza con il versetto successivo, forse soltanto in copie successive a quella del primo errore. Viceversa si può anche utilizzare questo argomento per supporre che nel testo originario ci fosse veramente scritto Gesù (abbreviato con in) e quindi nella stringa umininbarabban il copista abbia dimenticato la seconda occorrenza di in dando luogo ad una famiglia di manoscritti che invece non presentavano più la parola Gesù ([21]). Questa seconda ipotesi presuppone però che Gesù (Barabba) comparisse effettivamente nel manoscritto da copiare e non fosse un errore: in tal caso appare però inverosimile che il nome di Gesù (Barabba) fosse scritto con la nomina sacra in (riservata alla divinità) e non per esteso e che nei vv. successivi non venisse scritto per esteso. Il New Testament in the Original Greek (Westcott-Hort, 1881, la prima edizione critica moderna del NT) omette del tutto il riferimento a Gesù nei vv. 16-17. L’ultima edizione del Nestle-Aland (NA27 del 1993) riporta Gesù tra le parentesi quadre (che significa: parola di incerta autenticità) mentre versioni precedenti (ad esempio la NA25, del 1963) non riportavano il nome Gesù davanti a Barabba analogamente a W.-H., considerandola completamente spuria, a motivo delle obiezioni di cui sopra.

 

In aggiunta a questo occorre domandarsi che cosa realmente cambierebbe se il nome di Barabba fosse davvero Gesù. Gesù Barabba significa realmente Gesù figlio del Padre, nel senso di Figlio di Dio? In realtà l'espressione Bar Abba in aramaico non è interpretabile sic et simplciter come figlio del Padre, dal momento che un nome che segua la parola bar in aramaico deve essere riguardato come un nome proprio di persona. Nessun ebreo decodificherebbe mai bar Abba come Figlio del Padre, che in aramaico è grammaticalmente bar deAbba. La costruzione Bar Abba non ha senso come Figlio del Padre ma come patronimico aramaico riferito ad Abba, con Abba nome di persona. Non è casuale che il Talmud contenga un numero elevato di persone che si chiamano Abba, tra questi ricorrono diversi bar Abba e addirittura è noto un rabbì Yeshua bar Abba. Questo non significa che quel particolare rabbino fosse Barabba, soltanto che la letteratura talmudica ha tantissime attestazioni di bar Abba come figlio di Abba e non certo come figlio del Padre. E' attestata persino l'esistenza di un Abba bar Abba. Sebbene il Talmud sia stato messo per iscritto posteriormente al I secolo e alle vicende gesuane, esso riflette tradizioni molto antiche, alcuni bar Abba sono collocati chiaramente in contesti precedenti le vicende di Gesù quindi è altamente probabile che quel nome fosse noto al tempo di Gesù.

 

 

3.4 Errata citazione da 2 Cronache (Matteo 23:34-35)

 

 

Sempre nel Vangelo di Matteo 23:34-35 troviamo poi un’altra imprecisione che ha dato luogo alle teorie più sconcertanti (una di queste compare nel Dizionario Filosofico di Voltaire, alla voce Cristianesimo):

 

Matteo 23:34-35 – Perciò ecco, io vi mando profeti, sapienti e scribi; di questi alcuni ne ucciderete e crocifiggerete, altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città; perché ricada su di voi tutto il sangue innocente versato sopra la terra, dal sangue del giusto Abele fino al sangue di Zaccaria, figlio di Barachìa, che avete ucciso tra il santuario e l'altare.

 

Il problema di questo passo è che non esiste in tutta la Bibbia alcuno Zaccaria figlio di Barachia ucciso tra il santuario e l’altare così che non si capisce a quale episodio esso alluda. Eppure anche i manoscritti più antichi definiscono in questo modo Zaccaria, e cioè come figlio di Barachia. Persino il papiro P77 (P.Oxy. 2683) rinvenuto ad Oxyrhynchus e datato tra la fine del II secolo e l’inizio del III secolo reca visibile nella parte “recto” i resti della parola Barachia; nelle riproduzioni fotografiche in internet sono ben visibili in part. le lettere iou finali della parola baraciou scritta in greco ([22]). Nell’Antico Testamento esiste un sacerdote di nome Zaccaria ucciso nel tempio di Gerusalemme, ma è figlio di Ioiada ([23]) . L’esistenza di questo errore è pertanto testimoniata anche da documenti molto antichi come il papiro P77, datato al II-III secolo, oltre che da tutta la documentazione manoscritta. Naturalmente non si tratta di un errore se lo Zaccaria qui menzionato è un personaggio estraneo all’Antico Testamento.

 

   Per un approfondimento: Questione Barachia (PDF 247 KB)

 

 

3.5 Il problema delle citazioni dell’Antico Testamento

 

 

E’ certamente sorprendente constatare come la totalità dei manoscritti e dei frammenti più antichi di Matteo (come il papiro P77) riporti la citazione di Zaccaria figlio di Barachia. Davanti a casi simili viene quasi da pensare che l’originale davvero contenesse la citazione di Barachia, dedotta però da una qualche versione del libro dei Re che la contenesse in origine al posto della versione attuale, versione andata in seguito perduta. Abbiamo casi in cui si può dimostrare che effettivamente è così. Per esempio in Atti 7:14 troviamo scritto:

 

Atti 7:14 Giuseppe allora mandò a chiamare Giacobbe suo padre e tutta la sua parentela, settantacinque persone in tutto.

 

Sappiamo che questo riferimento viene dal libro dell’Esodo, dove è però scritto:

 

Esodo 1:5 Tutte le persone nate da Giacobbe erano settanta, Giuseppe si trovava già in Egitto.

 

Ora, la traduzione di Esodo 1:5 sopra riportata deriva essenzialmente dal testo ebraico masoretico dove, come si legge, è riportato che i discendenti di Giuseppe erano settanta e non settantacinque come sembra erroneamente riportare Atti 7:14 ([24]). Abbiamo quindi una curiosa incongruenza fra Nuovo e Antico Testamento, simile a quella di Zaccaria figlio di Barachia o al caso di Abiatar citato al posto di Achimelec in Marco 2:25-26. Sebbene derivanti da una antica tradizione, in concreto i manoscritti più antichi del testo masoretico sono relativamente giovani, quelli più antichi che restano sono dell’VIII-XIX secolo d.C. circa solamente; ma è interessante osservare che sia la versione greca dei LXX che l’importante rotolo 4Q1 = 4QEx a scritto in ebraico e rinvenuto nella cava 4 di Qumran riportano in Esodo 1:5 il numero di settantacinque discendenti e non settanta, dando così ragione al passo tratto dagli Atti degli Apostoli contro il testo ebraico masoretico o almeno testimoniando che la citazione degli Atti non è erronea tout court ma deriva da una ben precisa traduzione testuale, peraltro molto antica: il rotolo 4QEx a è stato infatti datato paleograficamente al II sec. a.C., inoltre sappiamo che la traduzione in greco dell’Esodo è stata fatta dagli ebrei in tempi molto antichi ([25]). Anche l’ebreo Filone di Alessandria (20 a.C. – 40 d.C. circa) segnala il problema in De Migratione Abrahami, 199-200. In un suo libro scrive il Prof. Thiede:

 

“In Atti 7 Stefano pronuncia il grande discorso di commiato, dove al versetto 14 parla di settantacinque persone tra familiari e parenti che Giuseppe ha inviato in Egitto. Così suona il testo della Bibbia greca cui Stefano, ebreo di lingua greca ossia ellenista, deve essersi richiamato. Ma Genesi 46:28, Esodo 1:5 e Deuteronomio 10:22 del testo ebraico dei masoreti menzionano soltanto settanta persone. Il primo rotolo coriaceo frammentario trovato fra altri nella grotta 4, 4Q1/4QEx a, ha anch’esso settantacinque parenti. In altre parole, Luca in Atti e la versione greca dei Settanta non sono in errore. Semplicemente, i Settanta usano per l’Esodo un testo ebraico più antico di quello che figura nell’edizione dei masoreti.” ([26])

 

Una citazione che era sconosciuta prima della scoperta dei manoscritti di Qumran compare poi nella Lettera agli Ebrei, v. 1:6.

 

Ebrei 1:6 E di nuovo, quando introduce il primogenito nel mondo, dice: lo adorino tutti gli angeli di Dio.

 

Questo passo manca nel testo masoretico attuale, ma può essere ritrovato in Deuteronomio 32:43 sia nella versione greca dei LXX (Septuaginta) della Bibbia che nell’importante rotolo 4QDeut q scritto in ebraico che riporta una simile frase ([27]). Questi esempi dimostrano come sia complesso e variegato il problema dello studio del testo del Nuovo Testamento; a volte frasi non facilmente spiegabili trovano riscontro in manoscritti molto antichi, precedenti Cristo, che erano andati perduti.

 

 

3.6 Errata citazione di Geremia? (Matteo 27:9-10)

 

 

Un’altra classica imprecisione di Matteo è contenuta nei versetti 27:9-10.

 

Matteo 27:9-10 – Allora si adempì quanto era stato detto dal profeta Geremia: e presero trenta denari d’argento, il prezzo del venduto, che i figli d’Israele avevano mercanteggiato, e li diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore.

 

L’anomalia qui sta nel fatto che il passo citato da Matteo è del profeta Zaccaria ([28])e non del profeta Geremia. A prima vista sembra una svista colossale da parte dell’autore del Vangelo che avrebbe confuso Geremia con Zaccaria. Alcuni manoscritti semplicemente omettono il riferimento a Geremia ([29]) per occultare l’imbarazzante e ingiustificabile – almeno in apparenza – errore. Un paio di manoscritti invece risolvono la questione correggendo direttamente Geremia con Zaccaria ([30]). Ma esiste anche il caso di due manoscritti ([31]) che correggono l’errore con un altro evidente errore scrivendo Isaia al posto di Geremia (!). Questo è un esempio eclatante di come possono prendere corpo gli errori di trasmissione. In realtà la questione è complicata dal fatto che se si legge il libro di Geremia si scopre che qui effettivamente si parla proprio di un “campo” acquistato dal profeta stesso per  volere del Signore Dio, campo che ha un profondo significato simbolico in quanto preannuncia la distruzione di Gerusalemme e del Tempio per opera di Nabucodonosor. Ora si deve pensare che ai tempi di Gesù siamo prossimi alla seconda distruzione di Gerusalemme e del suo Tempio, questa volta per opera di Tito, il comandante dei Romani (70 d.C.). L’acquisto di un campo in quest’ottica preannuncia forse la seconda distruzione della città santa e del suo tempio? Almeno in parte il riferimento a Geremia potrebbe non essere affatto assurdo ed ha una sua logica, anche se il riferimento ai trenta denari d’argento è da mettere in relazione con Zaccaria.

 

    Per un approfondimento:  Problema Vasaio (PDF 136 KB)

 

 

3.7 Un errore astronomico (Luca 23:44)

 

 

In Luca 23:44 leggiamo (trad. C.E.I.): “Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio”. La nota al versetto nella Bibbia versione C.E.I. specifica che “poiché la Pasqua era celebrata durante il plenilunio, l’eclissi è da intendersi come un misterioso mancamento di luce”. Per quale motivo questa precisazione? La crocifissione secondo il racconto dei sinottici sarebbe avvenuta nel pomeriggio del 14 di Nisan ebraico (alla sera si festeggiava la Pasqua ebraica ed iniziava il 15 di Nisan, primo giorno degli Azzimi secondo la tradizione ebraica) che per definizione è fissato al plenilunio. Poiché è impossibile che si verifichi una eclissi di sole in una giornata di luna piena esistono forti dubbi sulla attendibilità del passo ([32]). Nel testo greco di Luca è utilizzata proprio la parola eklipontoj dal verbo ekleiptw  che utilizzata con riferimento al sole sembrerebbe proprio parlare di una eclissi di sole in senso “astronomico”. Alcuni però traducono dal greco con le parole “la luce del sole venne a mancare” sostenendo che questa è un’altra possibile traduzione. Secondo Matteo e Marco invece “si fece buio su tutta la terra” (gr. skÒtoj che significa oscurità). Giovanni, invece, non parla di alcuna oscurità o eclissi di sole.

 

 

3.8 L’episodio dell’adultera è originale? (Giovanni 7:53- 8:11)

 

 

Si tratta di un errore dottrinale: tutto il brano Giovanni 8:1-11 relativo ad un fatto, peraltro molto importante, di Gesù manca in moltissimi manoscritti del NT tra cui quelli della importante classe testuale neutrale-alessandrina ([33]): Codex Vaticanus, Sinaiticus, Alexandrinus, papiri P66 e P75, ed altri manoscritti. Questo pertanto è il commento della Bibbia C.E.I.: “Il brano dei vv. 1-8 manca nella maggior parte dei manoscritti greci e delle versioni antiche; nella Chiesa è conosciuto fin dal II secolo. Il testo è divinamente ispirato, ma probabilmente non è di Gv; lo stile lo accosta a Lc, nel cui Vangelo lo inseriscono un gruppo di manoscritti”. Esistono manoscritti che riportano questo brano esattamente dove si trova oggi, per esempio alcuni della vetus latina, l’insieme delle traduzioni in latino della Bibbia antecedenti la Vulgata di San Girolamo (che riporta anch’essa il passo) considerate tuttavia non molto attendibili e nel caso in specifico partono solo dal IV-V secolo in poi ([34]). Alcuni manoscritti invece lo collocano in altri punti del Vangelo di Giovanni (dopo Gv 21:25) oppure nel contesto del Vangelo di Luca (dopo Lc 21:38) come ricordato nella nota della Bibbia versione CEI. Questo passo, o almeno la storia narrata in esso, era forse – il condizionale è qui veramente d’obbligo – conosciuto da Papia di Gerapoli (70-150 d.C. circa) nel II secolo, come riportato da Eusebio di Cesarea nella sua Storia Ecclesiastica (“Egli [Papia] riporta anche la storia di una donna che era stata accusata di molti peccati davanti al Signore”, Eusebio, Storia Eccl.) ma concretamente non viene mai citato prima del III secolo. Per questo si pensa che faccia parte della tradizione più antica e sia stato mutuato nel Vangelo da scritti apocrifi o dalla tradizione orale. E’ evidente che sia nel caso che il brano esistesse in origine e sia stato successivamente censurato, sia nel caso opposto in cui il brano non fosse presente e sia stato inserito di proposito siamo di fronte ad una alterazione alquanto significativa.

 

 

3.9 Una importante lezione dottrinale in Giovanni 6:47

 

 

Il passo Giovanni 6:47 recita: “In verità in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna.”Abbiamo riportato il passo così come viene tradotto dalla Bibbia C.E.I. ricavata secondo i più antichi manoscritti (e secondo i moderni principi della critica testuale). In realtà questa lezione è testimoniata solo da pochi manoscritti, dai papiri P66 e P75, dal Codex Vaticanus, dal Codex Sinaiticus, dal Codex Koridethianus e da altri quattro o cinque documenti. Tuttavia questi manoscritti, in part. i primi quattro, sono considerati molto affidabili dalla critica moderna, come vedremo in seguito, e questa è la ragione per cui il passo viene riportato oggi in questa variante. Ma la maggior parte dei restanti manoscritti, considerati testualmente meno attendibili, non riporta Giovanni 6:47 in questa forma, bensì attesta: “In verità in verità vi dico: chi crede in me ha la vita eterna” ponendo l’enfasi sul ruolo di Gesù e sulla sua divinità e sul fatto che la vita eterna non si ottiene genericamente “credendo” ma “credendo in Gesù”. E’ possibile che ci sia stato un errore involontario nella trasmissione: la frase “chi crede ha la vita eterna” si scrive in greco:  Ð pisteÚwn œcei zw¾n a„ènion. mentre la variante lunga “chi crede in me ha la vita eterna” sarebbe: Ð pisteÚwn eij eme œcei zw¾n a„ènion. con tre parole corte graficamente molto simili e tutte inizianti per e; le prime due possono essere state inavvertitamente omesse, si tratta di un errore noto come homoioarcton  ([35]). In genere poi il verbo credere in Giovanni ha sempre un oggetto, nel caso di dichiarazioni come questa, non è mai usato da solo (cfr. Gv 6:29, 9:18, 10:38). L’autore poteva eventualmente specificare “credere nel Padre” se non voleva effettivamente dire di credere in Gesù. Siamo qui davanti a un dilemma di tipo teologico: la critica moderna in questo caso imporrebbe di omettere la specificazione “in me” alterando in modo sostanziale il significato della frase e una Bibbia autorevole come quella della Conferenza Episcopale Italiana ha effettivamente seguito questa strada.

 

 

3.10 Un’altra lezione dottrinale in Giovanni 1:18

 

 

Leggendo il versetto Giovanni 1:18 secondo la traduzione della Bibbia C.E.I. abbiamo “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato”. Questa variante è attestata da molti manoscritti, tuttavia esistono altre due versioni di questo passo. La prima lezione sarebbe: “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Dio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” ed è testimoniata da manoscritti che la critica moderna considera molto autorevoli quali il papiro di Bodmer P75 e il Codex Vaticanus (ed altri meno importanti). Ancora più difficile è la seconda variante: “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio un Dio (??) unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” che è testimoniata da altrettanti manoscritti importanti quali il papiro di Bodmer P66 ed il Codex Sinaiticus (ed altri meno “illustri” manoscritti). In questo caso documenti ritenuti testualmente molto pregiati propendono per Dio al posto di Gesù così che si pone la domanda: quale versione del passo considerare più attendibile, cioè vicino all’originale?

 

 

3.11 Ancora una importante lezione dottrinale da Giovanni 6:69

 

 

In Giovanni 6:69 troviamo alcune lezioni molto significative. Nella prima variante Pietro in persona dice a Gesù: “Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, Cristoj o uioj tou Qeou tou zwntoj. Una seconda variante attesta invece “Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio”, Cristoj o uioj tou Qeou. In una citazione di Tertulliano troviamo soltanto “tu sei il Cristo” mentre in una versione siriaca del passo troviamo “tu sei il Figlio di Dio”. Tutte queste varianti vengono trascurate dalla traduzione C.E.I. a motivo del fatto che esistono manoscritti considerati più affidabili che riportano diverse lezioni. Il papiro P75, il Codex Vaticanus e il Codex Sinaiticus ad esempio fanno dire a Pietro: “Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il santo di Dio”, agioj tou Qeou, e questa è la forma scelta nella traduzione italiana della Bibbia della C.E.I. nella quale non si menziona né il riferimento al titolo di Cristo, né il riferimento a Gesù come “Figlio”. Nel papiro P66 Pietro dice invece: “Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Cristo, il santo di Dio”, Cristoj o agioj tou Qeou. E’ evidente che scrivere “santo” piuttosto che “Figlio” di Dio può generare sospetti sul riconoscimento di Gesù come Dio da parte di Pietro, piuttosto che come profeta o uomo illuminato da Dio. In questo caso i manoscritti ci sono stati tramandati in varie forme e la critica propende per l’espressione riportata anche dalla versione C.E.I. perché attestata da manoscritti dell’area egiziana (testo neutrale alessandrino) considerati più attendibili e autorevoli.

 

Questo passo è teologicamente molto importante in quanto questa frase di Pietro viene riportata al termine della narrazione dell’abbandono di molti seguaci di Gesù a causa della introduzione dell’eucaristia (cfr. Gv 6:60 “Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?» e Gv 6:66 “Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui”). La presa di posizione di Pietro e la sua dichiarazione di fedeltà a Gesù viene accentuata o sminuita a seconda del tipo di scelta che si opera nella accettazione della variante.

 

 

3.12 Il finale del Vangelo di Marco 16:9-20

 

Il finale del Vangelo di Marco (vv. da 16:9 a 16:20) manca in importanti e numerosi manoscritti ([36]). Senza questo passo, come osservato, il Vangelo si conclude senza le apparizioni di Gesù risorto. La critica testuale moderna lo considera una aggiunta posteriore, e la stessa posizione è sostenuta nella nota della Bibbia C.E.I. al v. Mc 16:9 ([37]). Per quale motivo il passo non esiste in alcuni manoscritti? Visto che al contrario la stragrande maggioranza numerica dei manoscritti antichi lo riporta, è giusto ometterlo e considerarlo una interpolazione? E sulla base di quale criterio? E’ sempre vero l’assunto secondo cui un manoscritto più antico può inficiare l’autorità di decine e decine di manoscritti più moderni?

 

Per un approfondimento:  Finale del Vangelo di Marco (cliccare per accedere)

 

***

 

Abbiamo visto quindi come esistano negli antichi documenti manoscritti varianti semplici – che sono poi la stragrande maggioranza – la cui generazione è facilmente intuibile (errori di trascrizione) e come esistono invece varianti molto più difficili, alcune delle quali non hanno spiegazioni convincenti fino in fondo almeno con i documenti oggi disponibili. Procurandosi una edizione critica del Nuovo Testamento si possono vedere tutte le varianti e le lezioni significative  del NT e grazie all’apparato critico si può risalire ai manoscritti che le attestano e avere una idea della significatività e importanza delle varianti in base alla qualità testuale dei manoscritti che le attestano. Alcune versioni critiche del NT con relativi apparati critici sono accessibili gratuitamente online (vedere i link alla fine di questo articolo) e costituiscono una risorsa molto preziosa per studi e ricerche sul cristianesimo. Particolare attenzione deve poi essere posta alla questione sinottica, dove abbiamo tre Vangeli (Matteo, Marco e Luca) che in molti punti riportano passi con le stesse parole e con gli stessi argomenti. Inoltre, ai sinottici si è aggiunto a complicare la questione anche il Vangelo apocrifo di Tommaso ritrovato per intero nel 1945 a Nag Hammadi in Egitto ([38]). Questo testo apocrifo contiene soltanto detti e discorsi pronunciati da Gesù senza la nota cornice narrativa presente nei testi canonici che in molti punti sono analoghi se non coincidenti a quelli riportati nei tre sinottici e in Giovanni (anche se una interpretazione in chiave gnostica di questo antico testo appare possibile). Altri testi apocrifi sembrano essere connessi ai Vangeli sinottici e a quello di Giovanni, come ad esempio il Vangelo di Pietro. La questione sinottica – ovvero l’esistenza di alcuni testi che riportano in molti punti addirittura con le stesse parole gli stessi argomenti – pone i segg. argomenti: chi ha armonizzato i passi paralleli, direttamente gli autori dei Vangeli che si consultavano l’un l’altro o altri scrittori cronologicamente successivi? In che ordine sono stati scritti questi Vangeli? E’ stato scritto prima il Vangelo di Marco, il più scarno e stringato, quindi Luca e Matteo hanno tenuto conto di questo documento preesistente andato perduto, oppure Marco è semplicemente un riassunto semplificato – che venne scritto ad uso dei “pagani”di Roma – dei Vangeli di Luca e di Matteo?  Oppure esistevano dei documenti ancora più antichi e oggi non disponibili dai quali sarebbero nati Marco e gli altri due sinottici? La questione sinottica ha avuto nel corso dei secoli tantissime possibili spiegazioni, nessuna è tuttavia risolutiva e conclusiva.

 

  

 

4. Ricostruire il testo del Nuovo Testamento

 

 

I documenti più autorevoli e completi, testimoni fondamentali del NT, che vengono utilizzati come base per cercare di risalire il più possibile a quello che doveva essere il testo originario dei libri del Nuovo Testamento così come era tra il II e il III secolo sono essenzialmente il Codex Vaticanus detto anche Codice B (della prima metà del IV secolo), il Codex Sinaiticus (metà del IV secolo) detto anche codice א (aleph, dalla prima lettera dell’alfabeto ebraico) i papiri di Chester Beatty – in particolare il papiro P45, del III secolo d.C., che purtroppo è in pessimo stato di conservazione e il papiro delle lettere di San Paolo, il P46, della fine del II secolo ([39]) – il papiro di Bodmer XIV-XV (P75) scritto all’inizio del III secolo e il papiro di Bodmer P66, dello stesso periodo di P75, che contiene quasi per intero il Vangelo di Giovanni. Questi documenti in virtù della loro antichità e del loro contenuto offrono notevoli garanzie che il testo in essi contenuto non è stato troppo corrotto e sono sufficientemente concordi tra loro (soprattutto il Codex Vaticanus e il papiro P75) secondo i principi della moderna critica testuale.  Questi testimoni sono stati scelti sulla base della loro antichità e soprattutto della loro qualità testuale, emersa secondo studi di moderna critica testuale. Ma il numero di tutti i documenti del Nuovo Testamento esistenti è elevatissimo, oltre cinquemila manoscritti e migliaia di traduzioni di questi in lingue antiche diverse dal greco, lezionari per uso liturgico, citazioni dei Padri della Chiesa.

 

Oltre ai codici onciali e ai grandi papiri esistono anche altri frammenti papiracei ancora più antichi dei codici pergamenacei; essi contengono purtroppo solo piccole porzioni di testo contenenti poche lettere, come il papiro di Rylands P.Ryl.Gk. 457 = P52, scritto nella prima metà del II secolo, il papiro di Magdalen P64 del II-III secolo ([40]) od i frammenti rinvenuti presso il sito archeologico di Oxyrhynchus tra il XIX e il XX secolo, i più antichi dei quali – per quanto concerne il Nuovo Testamento – sono stati datati paleograficamente tra il II ed il III secolo. Questi frammenti sono tuttavia molto importanti a livello archeologico in quanto una loro identificazione getta luce sui seguenti problemi:

 

 

 

 

L’individuazione di alcuni manoscritti base per ricostruire il testo greco originale del Nuovo Testamento, andato perduto, e il conseguente abbandono di altri è il frutto del lavoro degli studiosi di critica testuale e del confronto di decine e centinaia di manoscritti tra di loro per stabilire quali sono i migliori candidati. Questa operazione iniziò sul finire del XIX secolo per opera di due studiosi inglesi, Westcott ed Hort, che hanno aperto la via per lo studio scientifico del testo del Nuovo Testamento. Nel compiere questa selezione e nell’applicare le regole della critica testuale si sono naturalmente operate delle scelte anche drastiche che alcuni, soprattutto gli studiosi e i teologi di scuola protestante e anglicana, non hanno condiviso. Vedremo nel seguito in cosa consistono le ipotesi e i principi base del metodo di lavoro di Westcott ed Hort che dalla fine del XIX secolo influenza – di fatto – tutte le revisioni dei testi sacri e quindi ha un impatto decisivo su quello che leggono e apprendono milioni di cristiani in tutto il mondo.

 

  

5. La teoria critica di Westcott ed Hort

 

 

Nel V secolo San Girolamo (340-420 d.C. circa) preparò la Vulgata, cioè la traduzione in latino della Bibbia greca dei LXX e del Nuovo Testamento, che rimase per molti secoli il testo ufficiale della Bibbia per la Chiesa Cattolica. Prima di San Girolamo esistevano altre versioni in latino del Nuovo Testamento, oggi chiamate in gergo vetus latina; queste antiche versioni latine, già nel IV-V secolo, cominciavano a evidenziare alcune differenze più o meno significative tra loro per cui si pose il problema di rivedere e controllare il testo. La Vulgata venne ricavata traducendo i manoscritti greci ed ebraici disponibili in quel periodo. Già San Girolamo quindi affrontò il problema di tradurre il Nuovo Testamento (nel suo caso in latino) e confrontare diversi manoscritti, scontrandosi peraltro con una miriade di versioni diverse tra loro, all’epoca essenzialmente quelle della vetus latina e dei codici greci. Lo studio scientifico moderno dei testi cristiani nasce però con Erasmo da Rotterdam (1469-1536) nel XVI secolo e con l’invenzione della stampa. Erasmo pubblicò nel 1516 la prima edizione critica stampata del Nuovo Testamento in greco, che divenne subito un punto di riferimento molto importante e in particolare fu la base per il testo “ufficiale” del Nuovo Testamento in Gran Bretagna e per il Textus Receptus delle Chiese della riforma. Successivamente ci sono stati molti altri studi critici del Nuovo Testamento, anche perché nel frattempo venivano ritrovati nuovi manoscritti e frammenti che consentivano di aggiornare e rivedere il complesso lavoro di ricostruzione e confronto iniziato da Erasmo e proseguito nei secoli successivi.

 

Fu però la scoperta del Codex Sinaiticus da parte di Von Tischendorf in un monastero ortodosso del Monte Sinai e la sua successiva pubblicazione (avvenuta nel 1861) a dare un fortissimo impulso allo studio critico e scientifico del Nuovo Testamento. Von Tischendorf stesso fu un grande filologo. Alla fine del XIX secolo gli studiosi inglesi  Brooke Foss Westcott (vescovo di Durham) ed Fenton J.A. Hort (professore a Cambridge) la cui opera è stata ed è tuttora fondamentale per la critica testuale del N.T., pubblicarono il loro studio critico del Nuovo Testamento, The New Testament in the Original Greek (1881), catalogando per affinità testuale e sfere di influenza geografica l’immensa mole di manoscritti e documenti del NT in quattro categorie dette famiglie testuali. I due studiosi applicarono al NT i tipici metodi di studio della moderna critica testuale, metodi impiegati per ricostruire i testi degli autori classici greci e latini (come Omero e Platone), cercando di individuare l’esistenza di manoscritti il più possibile vicini a quelli che dovevano essere gli originali (cioè le prime copie di un testo così come le voleva il suo autore). Il loro procedimento creò non poche polemiche, tuttora vive, sia da un punto di vista tecnico che teologico – si può mai applicare la scienza alla Parola di Dio? – ma alla fine prevalse il metodo scientifico che oggi è alla base delle traduzioni del NT in tutto il mondo: non è quindi una cosa da poco. Avendo a disposizione moltissimi manoscritti (migliaia) quasi tutti diversi e discordi tra loro (per poche lettere o per interi passi) si pone il problema di definire delle metodologie per stabilire quale manoscritto ha la maggior probabilità di avere ragione e relativamente a quale punto. Bisogna selezionare un gruppo si manoscritti omogeneo  e il meno corrotto possibile che aiuti a ricostruire e a correggere il testo facendo tabula rasa delle interpolazioni e delle aggiunte successive. Per individuare quali sono le varianti da accettare per ricostruire il testo esistono criteri esterni (al testo) e criteri invece definiti interni.

 

 

5.1 Il metodo genealogico

 

 

I criteri esterni prendono in considerazione l’antichità dei manoscritti ma soprattutto la loro qualità testuale che viene valutata confrontando il contenuto dei manoscritti tra loro senza prendere in considerazione la consistenza interna del testo. Come abbiamo detto i manoscritti vengono suddivisi in varie famiglie testuali e questo processo utilizza il metodo genealogico: il maggior numero possibile di manoscritti viene esaminato e confrontato con gli altri per evidenziare le varianti da un testo all’altro e stabilire una discendenza tra i manoscritti. I manoscritti che sono simili tra loro nel testo ed hanno le stesse varianti derivano genealogicamente da uno steso filone della trasmissione del testo e il loro studio e confronto è utile per risalire al testo più antico caratteristico di quel determinato filone. Data la mole di documenti del NT questo lavoro è particolarmente complesso e offre molte sfaccettature e casi particolari. In questo modo è possibile avere un’idea dei legami testuali che intercorrono tra i documenti e risalire agli antenati dai quali sono nate altre copie secondo una specie di albero genealogico in cui gli archetipi (gli antenati, dai quali sono nati gli altri manoscritti per aggiunta o modifica di materiale) sono i documenti considerati più attendibili ed antichi. Questi manoscritti antenati o genitori sono la base per costruire il testo; essi non necessariamente i più antichi, può darsi infatti che una interpolazione sia nata molto presto in una determinata area geografica o contesto e che esistano manoscritti più giovani derivati da copie non corrotte. La metodologia dei confronti genealogici riguarda quindi, più che altro, il confronto dei manoscritti tra loro, la loro classificazione, la localizzazione per aree geografiche e, soprattutto, consente di stabilire se esistono filoni di manoscritti nati per aggiunta di materiale e per armonizzazione di lezioni discordanti o diverse, manoscritti considerati di conseguenza meno attendibili. Già Westcott ed Hort hanno individuato quattro categorie testuali per il Nuovo Testamento, il testo neutrale-alessandrino (H), che secondo questi studiosi è il migliore e quello che offre le maggiori garanzie di essere una buona copia degli originali, il testo bizantino-koinè (K), considerato il più tardo e meno attendibile, il testo occidentale e il testo alessandrino-cesariense.

 

 

5.2 Le famiglie testuali nel modello di Westcott-Hort

 

 

Testo neutrale-alessandrino (H) – Si è ipotizzato che i manoscritti di questa classe derivino dalla recensione di Esichio di Alessandria, da cui l’abbreviazione H assegnata a questo gruppo testuale. Questa revisione del testo del N.T. sarebbe avvenuta in Egitto verso all’inizio del IV secolo. Fanno parte di questa categoria due manoscritti completi molto autorevoli, prodotti nel IV secolo: il Codex Vaticanus (Codice Vaticano B) e il Codex Sinaiticus ritrovato da Von Tischendorf in un monastero del Monte Sinai, caratterizzati secondo W.-H. da una significativa affinità testuale. Questi due codici sono stati scritti probabilmente durante o dopo il periodo delle postulate “recensioni” di Esichio, tuttavia hanno una buona somiglianza con quanto contenuto in documenti più antichi scritti prima del IV secolo e scoperti solo nel XX secolo, quali il papiro P45 (Chester Beatty I, dell’inizio del III secolo), il papiro contenente le lettere di Paolo P46 (Chester Beatty II, fine del II secolo), ma soprattutto con il papiro P75 (Bodmer XIV-XV, del II secolo). Una relazione speciale sussiste tra il Codex Vaticanus (325 d.C. circa) ed il papiro P75 (175-225 d.C. circa) in quanto il testo del P75 è quello più simile a quello del codice B tra tutti i manoscritti esistenti e viceversa: questo dimostrerebbe che B non ha subito delle rielaborazioni massicce e radicali tali da stravolgere il suo contenuto. La scoperta di P75, oltretutto, è avvenuta abbondantemente dopo la pubblicazione dei lavori di W.-H. quindi sarebbe una sorta prova della bontà del metodo da loro applicato ([42]). La postulata recensione di Esichio non deve essere stata di fatto molto radicale e comunque non dovrebbe aver influito in maniera drastica sui papiri collocabili in questa categoria testuale. Per questa ragione Westcott ed Hort hanno ritenuto che i manoscritti di questa famiglia siano molto autorevoli e vicini agli originali o almeno vicinissimi al testo che circolava all’inizio del II secolo dopo Cristo. Il testo H quindi risulterebbe relativamente libero dalle armonizzazioni e dalle parafrasi e tendenzialmente corto. Se una lezione è attestata in questi manoscritti generalmente è considerata molto autorevole dalla critica testuale moderna, almeno secondo i principi proposti da W.-H. Le citazioni del NT di padri della Chiesa quali Clemente di Alessandria (150-215 d.C. circa) e, in parte, Origene (185-250 d.C. circa) sembrano inquadrabili in questa classe testuale. Schematicamente possiamo dire che i documenti di questa classe contengono secondo Westcott-Hort MATERIALE ORIGINALE + POCO O POCHISSIMO MATERIALE SPURIO ([43]).

 

Testimoni primari di questa famiglia sono i codici onciali B (Codex Vaticanus, 325 d.C. circa, ad eccezione delle lettere di Paolo), א (Codex Sinaiticus, 370 d.C. circa, escluso Apocalisse), A (Codex Alexandrinus, V secolo, relativamente alle lettere di Paolo, epistole cattoliche, Apocalisse), C (Codice Ephraemi Rescriptus, palinsesto del V secolo, per quanto riguarda le lettere di Paolo e l’Apocalisse ([44])), W (Codice di Washington, V secolo, limitatamente al Vangelo di Giovanni e ai primi capitoli di Luca); 33 (manoscritto in greco “minuscolo” del IX-X secolo, soprattutto nelle lettere di Paolo e nelle epistole cattoliche ([45])) ed altri minuscoli quali (per i soli Vangeli): 892, 1241 o 579 (escluso Mt); papiro P75 (200-250 d.C., contiene solo i Vangeli di Luca e Giovanni), papiro P72 (III-IV secolo, epistole cattoliche), papiro P66 (125-200 d.C., contiene il Vangelo di Giovanni; manoscritto pieno di errori e poco professionale), papiro P45 (200-250 d.C.) contenente i Vangeli e gli Atti,  da molti studiosi non è considerato esclusivamente neutrale, probabilmente gli antenati derivano da questa classe ma il manoscritto ha subito influenze derivanti sia dalla famiglia occidentale che da quella cesariense ed è considerato testo libero, con significative licenze dal testo neutrale-alessandrino. Sono considerate alessandrine anche le versioni in lingua copta denominate copto-sahidica (sa) e copto-bohairica (bo). Secondo il Merk-Barbaglio nei Vangeli sono di tipo alessandrino anche i codici L, D e Y (quest’ultimo limitatamente a Mc, Lc e Gv).

 

Famiglia proto alessandrina. Il papiro P46 (180-200 d.C.) ha una forte affinità testuale con la parte di B contenente le lettere di Paolo; entrambi i manoscritti hanno quindi dato luogo ad una famiglia detta proto alessandrina o P46+B ([46]) che viene considerata distinta dal testo neutrale vero e proprio; per le lettere di Paolo il papiro P46 è considerato molto significativo. Il testo di questa classe è alquanto rozzo e primitivo, probabilmente molto antico. Sulla datazione (su base paleografica) di P46 vedi anche la nota  [39]

 

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Quelli precedentemente elencati sono documenti importantissimi in quanto sono i testimoni fondamentali utilizzati dalla moderna critica testuale per ricostruire il testo del Nuovo Testamento. Dall’analisi di questi rappresentanti qualificati si ricostruisce il testo del NT e il risultato dell’operazione è un testo che si avvicina molto al NT così come doveva essere almeno nel II secolo, nelle copie più vicine a quelle originali scritte forse in ebraico nel I sec. e quindi tradotte in greco (questa ipotesi è allo studio ed è oggetto di forte dibattito).

 

Testo occidentale (D) – Molto antico (II secolo), era diffuso soprattutto in occidente (Europa e Africa nord occidentale) da cui deriva il nome. E’ rappresentato ad esempio da D (05) (il Codex Bezae-Cantabrigensis, VI secolo, onciale greco) dal Codex Claromontanus D (06) (onciale greco del VI secolo) e soprattutto dalla vetus latina vl, l’insieme delle versioni in latino antecedenti la Vulgata di San Girolamo ([47]). Rientrano in questa famiglia le citazioni del Nuovo Testamento dei più antichi padri occidentali (o meglio: non alessandrini) come Marcione (85-160 d.C. circa) ([48]), Giustino Martire (100-165 d.C. circa), Ireneo di Lione (140-200 d.C. circa), Tertulliano (155-245 d.C. circa). Sebbene sia considerato indipendente dal testo neutrale-alessandrino e dagli altri tipi di testo secondo W.H. sorti successivamente da altre recensioni e sia inoltre molto antico, questo tipo di testo presenta una certa tendenza alla armonizzazione e alla parafrasi e conterrebbe aggiunte ed omissioni significative rispetto agli originali. In particolare si nota nei manoscritti di questa categoria la tendenza ad introdurre materiale leggendario mutuato dalla tradizione orale e popolare, certamente sorto fuori dagli originali, oltre alle glosse o annotazioni degli scribi. Il libro degli Atti degli Apostoli nei manoscritti di questa classe è alquanto diverso dalle versioni neutrali-alessandrine, tanto che alcuni studiosi parlano addirittura di due diverse edizioni di quel libro. E’ interessante notare che Ireneo di Lione, inquadrabile in questa categoria testuale, cita il finale di Marco oggi noto in un suo scritto ([49]) e quindi ne era a conoscenza già nel II secolo mentre ad esempio il Codex Vaticanus o il Codex Sinaiticus (della famiglia neutrale) non lo riportano affatto, seppure scritti abbondantemente dopo Ireneo. Anche l’episodio dell’adultera in Giovanni ([50]) è contenuto in manoscritti di questa classe ma non nei manoscritti del gruppo H. Il materiale del testo occidentale, in particolare il corpus della vetus latina, che è inquadrabile in questa classe testuale, sarebbe stato utilizzato e soprattutto rivisto nel V secolo per la Vulgata latina commissionata dal Papa Damasco (verso il 380 d.C.) a San Girolamo proprio per i dubbi legati alla affidabilità e alla coerenza delle antiche traduzioni in latino del gruppo vetus. La classe occidentale contiene però una buona percentuale di materiale ritenuto autentico, spesso molto antico, e si può schematizzare come MATERIALE ORIGINALE + MATERIALE SPURIO (TRADIZIONI ORALI O SCRITTE EXTRA NT) + GLOSSE E NOTE INGLOBATE NEL TESTO.

 

Testimoni primari di questa famiglia sono: D (05) (Codice Bezae Cantabrigensis, VI secolo, Vangeli e Atti degli Apostoli, è il prototipo per eccellenza di questa famiglia che deriva da esso la sigla “D”), D(06) (Codex Claromontanus, VI secolo, lettere di Paolo), F (Codex Augiensis, IX sec., lettere di Paolo), G(012) (Codex Boernerianus, IX sec., lettere di Paolo), vetus latina vl  ([51]), vetus syra ([52]).

 

Testo alessandrino-cesariense (C) – E’ un testo alquanto accurato nelle forma ma con influenze miste derivanti sia dal testo occidentale che dal testo neutrale H (B.H. Streeter), anche se l’interesse sembra più rivolto al miglioramento delle forme grammaticali e stilistiche che ad altre manomissioni (armonizzazioni). Nella sostanza si può definire moderatamente parafrasato. Ne fanno parte ad esempio il Codex Koridethianus Q (VII-X secolo, un manoscritto georgiano o armeno molto caratteristico perché sembra che le lettere greche siano state “dipinte” piuttosto che scritte, come se l’autore non conoscesse bene il greco scritto) e alcuni altri manoscritti armeni e georgiani. Secondo alcuni studiosi il papiro P45 (200-250 d.C.) sarebbe più correttamente inquadrabile in questa famiglia testuale se non proprio come testo cesariense almeno come proto cesariense. Tra i padri della Chiesa che sembrano collocabili in questa categoria testuale si segnalano Origene (185-250 d.C. circa) nelle opere composte a Cesarea ed Eusebio di Cesarea (265-340 d.C. circa) e questo ha dato origine all’aggettivo “cesariense”. La classe – che è ancora oggetto di studio e addirittura non tutti gli studiosi ne ammettono l’esistenza – ha alcune varianti proprie e caratteristiche non inquadrabili nel testo alessandrino e nel testo occidentale; la lezione più celebre è quella di Gesù Barabba in Matteo 27:16-17 che contraddistingue ad ex. Q e pochissimi altri manoscritti. La classe contiene quindi MATERIALE ORIGINALE + MATERIALE SPURIO MODERATAMENTE INTERPOLATO.

 

Testimoni primari di questa famiglia: Q (Codex Koridethianus, VII-X sec.), f1, f13, 565, 700, arm., geo., secondo alcuni studiosi anche W (Codice di Washington, V secolo, limitatamente a Marco) e P45 (il testo del P45, tuttavia, è molto libero e selvaggio).

 

Testo bizantino-koinè (K) – Questa famiglia testuale è stata fatta risalire da W.-H. ad una recensione del Nuovo Testamento eseguita dalla scuola di Luciano di Antiochia (235-312 d.C. circa) in Siria verso la fine del III secolo (probabilmente tra il 250 d.C. ed il 350 d.C.) che sembra essere testimoniata anche da San Girolamo (340-420 d.C. circa):

 

S. Girolamo, De Viribus Inlustribus, LXXVII – [Luciano] Uomo di grandissima cultura, prete della chiesa di Antiochia e tanto profondo nello studio delle Sacre Scritture che alcuni esemplari delle medesime sono fino ad oggi detti lucianei (…) Subì il martirio per la fede in Cristo a Nicomedia, durante la persecuzione di Massimino.

 

A queste date si perviene anche considerando che nessuna citazione dei padri della Chiesa anteriore al 350 d.C. circa può essere fatta risalire a questa classe testuale: il primo autore inquadrabile nel contesto bizantino K sarebbe, secondo il Prof. Hort, Giovanni Crisostomo (350-407 d.C. circa) nativo di Antiochia e vescovo di Costantinopoli. Luciano, vescovo di Antiochia, aveva fondato in questa città verso il 270 d.C. una importante scuola di teologia, la cosiddetta scuola antiochea, e si pensa che da questa corrente sia nata a un certo punto una revisione dei testi delle scritture. Questa scuola era molto attaccata al testo sacro e propugnava la teoria della sua interpretazione letterale e il più possibile fedele. Questo di per sé può anche sembrare un pregio, tuttavia è possibile che i revisori di Luciano ad un certo punto, trovandosi di fronte a tante versioni della scrittura che discordavano in parte tra loro, anziché fare chiarezza abbiano armonizzato le varie versioni discordi in modo da produrre un testo unico che mettesse d’accordo tutti e avesse un buono stile letterario, partendo dal presupposto che qualunque testo ha la sua parte “verità” e se due varianti dicono una A e l’altra B è meglio riportare A+B piuttosto che perdere una variante tralasciando A ovvero B od entrambe le lezioni. Luciano è stato anche un martire, un uomo degno del massimo rispetto per la sua fede, che era davvero grande, e per le sue idee: come riporta anche San Girolamo, durante la persecuzione di Massimino, che proseguì la campagna di terrore contro i cristiani iniziata da Domiziano nel 303 d.C., venne imprigionato per costringerlo ad abiurare il cristianesimo e infine fu giustiziato nel 312 d.C., soltanto un anno prima dell’editto di Costantino.

 

Per Hort questa recensione sarebbe tale nel vero senso della parola: una modifica sostanziale posta in essere per riaggiustare ed armonizzare i testi e non dovuta al semplice processo di trasmissione normale dei documenti. Deve essere comunque chiaro che l’ipotesi della revisione orientale, basata soprattutto sulla testimonianza di San Girolamo, è stata solo postulata e non è possibile dimostrarla storicamente senza dubbi ([53]). In termini puramente numerici è un dato di fatto che la stragrande maggioranza dei manoscritti esistenti, circa il 90%, appartiene a questa famiglia testuale. Questo testo circolava anticamente nelle chiese orientali dell’Asia Minore ed è stato alla base del Textus Receptus (XVI secolo) delle chiese riformate. Il Receptus è stata la prima versione del NT ad essere stampata ed è prevalso fino al XIX secolo. I manoscritti della classe bizantina (due esempi importanti sono il Codex Alexandrinus A – limitatamente però ai quattro Vangeli – ed il Codice di Washington W) sono caratterizzati da un testo greco più elegante e “moderno” rispetto ai documenti più antichi. Ma come è stato ottenuto tutto ciò? Secondo W.-H. cambiando alcuni vocaboli, armonizzando passi paralleli e così via, aggiungendo parole o materiale, corrompendo quindi il testo precedente e in particolare il materiale originale che conteneva. L’alterazione (presunta) non riguarda i punti dottrinali chiave del cristianesimo, non si deve pensare certo che i manoscritti bizantini inventino od aggiungano chissà cosa, tuttavia è significativa. Si pensa che la postulata revisione siriaca o “Lucianea” sia stata eseguita perché ad un certo punto ci si rese conto che le copie del NT che circolavano non erano più conformi e concordi in tutto tra loro poiché si era aggiunto pian piano materiale ai documenti più antichi: l’errore, se così si può dire, della scuola di Luciano di Antiochia sta nel fatto di aver accettato tutto il materiale spurio accumulatosi nei due secoli precedenti, uniformando sì tra loro le nuove copie del NT ma senza cercare di individuare e quindi tagliare il materiale interpolato. Questa tendenza a raccogliere in un testo un po’ tutte le versioni circolanti è detto processo di conflazione. Dati due manoscritti di uno stesso libro, uno che contiene in un punto A e l’altro che contiene B differendo dall’altro e supponendo che una delle due versioni (A oppure B) sia quella corretta, per il processo di conflazione il manoscritto copia che ha a disposizione A e B consiste nel produrre un nuovo manoscritto C che contiene sia A che B, producendo un testo che giustifica e comprende entrambe le varianti (armonizzazione) ma che è evidentemente falso perché il testo originario non conteneva affatto A mescolato con B ma soltanto A ovvero soltanto B. In questa famiglia si ritrovano influssi (lezioni) derivanti un po’ da tutte le altre categorie testuali. In fondo lo stesso problema si pone anche alla moderna critica testuale: dobbiamo accettare i manoscritti più ridondanti oppure dobbiamo tagliare tutto quello che si è andato accumulato (supposto che sia possibile individuarlo) senza controllo sino ad una certa data? Per queste ragioni i documenti di questa classe sono considerati da Hort meno affidabili di quelli della famiglia neutrale-alessandrina e meno affidabili di qualunque altra categoria testuale. Schematicamente questa classe contiene quindi MATERIALE ORIGINALE + MOLTO MATERIALE SPURIO (ARMONIZZAZIONI). Nel manuale di critica testuale Merk-Barbaglio è scritto nelle pagine introduttive:

 

“La recensione lucianea (K) è ritenuta per lo più – e non senza ragione – dai critici di valore inferiore, perché infetta di lezioni risultanti da processi di armonizzazione e si pensa che il suo modo di dire si sia conformato di più alla lingua letteraria. Tuttavia si nota che in essa sono presenti come superstiti lezioni molto antiche, il che appare comprovato dai papiri di Chester Beatty. J.H. Vogels pensa che la recensione Lucianea sia superiore alle altre e in essa valuta assai soprattutto la Volgata di Girolamo, in quanto questi asserisce di aver usato codici antichi (greci). Ma d’altra parte è anche vero che Girolamo, nel correggere la vetus latina, ha lasciato intatte molte cose. Si può infatti mostrare che certi codici della vetus latina spesso concordano tra di loro contro la Volgata e che gli stessi codici in altri luoghi mantengono la stessa lezione insieme con la Volgata. Ma non è verosimile che tutti quei codici dipendano egualmente dalla Volgata in queste lezioni. Perciò è necessaria grande circospezione nel giudicare il valore critico della Volgata.” ([54])

 

Alcuni testimoni di questa famiglia: A (escluso epistole cattoliche ed Apocalisse), E, F, G, H, K, M, S, U, V, ecc… (per i Vangeli), W  (limitatamente al solo Matteo e a gran parte di Luca), H, L, P, 049, 056, 0142 (Atti), K, L, 049, 056, 0142 (lettere di Paolo ed epistole cattoliche), P, 046 (Apocalisse). La famiglia bizantina di fatto raggruppa da un punto di vista numerico la quasi totalità dei manoscritti del NT. Quasi tutti i manoscritti (greci) in minuscolo sono bizantini.

 

Nota. Ai tempi di Westcott ed Hort (fine XIX secolo) furono individuate quattro categorie testuali: neutrale, alessandrina, bizantina-koinè (che Westcott ed Hort definivano siriaca in quanto nata in Siria per opera della recensione di Luciano di Antiochia) ed occidentale. Le categorie furono ridotte in seguito a tre perché la famiglia neutrale e quella alessandrina vennero raggruppate in un’unica famiglia testuale (quella neutrale-alessandrina che abbiamo descritto sopra) ma nel XX secolo la scoperta del testo alessandrino-cesariense, tuttora oggetto di studio, ha riportato nuovamente a quattro le categorie di base del modello.

 

 

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Catalogare in questo modo i manoscritti del Nuovo Testamento – un lavoro evidentemente colossale, Westcott ed Hort hanno impiegato quasi trent’anni di studio prima di pubblicare le loro conclusioni – è utile in quanto consente di avanzare ipotesi su quello che dovevano contenere davvero i testi originari e selezionare i manoscritti più affidabili sui quali costruire il testo depurato dalle interpolazioni e dalle modifiche. Secondo Westcott ed Hort in base alle analisi esterne e alla teoria delle recensioni valgono le segg. proposizioni:

 

·        Principio di inferiorità del testo bizantino (K) – Una lezione che si trova solo nella famiglia di documenti classificabili come bizantino-koinè (K) molto probabilmente deve essere scartata in quanto frutto di aggiunte successive e di un lavoro di redazione; siamo nell’area gialla del sottostante diagramma di Figura 1. Quella bizantina difatti è una famiglia testuale sorta alla fine del III secolo e contenente varie armonizzazioni che non hanno eliminato il materiale spurio noto sino a quel momento, anzi ne hanno aggiunto dell’altro, sebbene numericamente il 90% dei manoscritti rientri (con molte varianti e sotto classi) in questa categoria.

 

 

 

 

Figura  1 – Il modello di W.-H. nel quale è evidenziata – non senza

polemiche e contro analisi – la qualità del testo neutro “H”

 

 

5.3  I criteri interni

 

 

I criteri interni riguardano la valutazione della importanza e attendibilità di una variante attestata da un singolo manoscritto sulla base di principi quali:

 

 

 

“La lezione più breve per sé è quella più probabile. Perciò sono giustamente rifiutate le lezioni più ricche e conformi a luoghi simili, che presero piede in tutti i libri, specialmente nei Vangeli, già nel II secolo. Tuttavia ci si domanda se sia necessario ammettere un influsso armonizzatore o un testo amplificato ovunque viene stabilito da alcuni editori. Alcune volte ciò ci è sembrato incerto e non sufficientemente provato. Westcott-Hort e B. Weiss, fedeli alla regola della doverosa preferenza da accordare alla lezione più breve, non solo seguono il testo più conciso del Codice Vaticano, ma anche recepiscono il più delle volte il Codice di Beza (D), quando presenta una lezione più breve, contro il Codice Vaticano e quasi tutti gli altri. Chiamano tali testi lezioni occidentali non interpolate. Chiamano tali testi lezioni occidentali non interpolate. In questo ci sembra che abbiano spesso deviato dalla retta via. Infatti il principio della lezione più breve, benché in sé consideratoappaia sano, quando viene applicato ai nostri codici, ammette molte eccezioni, anzi non pochi copisti sono più proclivi all'omissione di testi che non alla loro aggiunta. Basta guardare al codice Sinaitico, corrotto da così numerose omissioni che la sua testimonianza a questo proposito è quasi del tutto priva di ogni autorità, se non trova conferma in altre testimonianze; né diversa valutazione si deve dare circa i codici del secolo III recentemente rinvenuti, lo stesso codice di Beza e i codici affini. Chi infatti esamina l'apparato di una qualche edizione maior vedrà facilmente quanto spesso il codice di Beza, per altro ampliato da tante aggiunte, insieme con pochi altri, soprattutto con la vetus latina e la siriaca, presenti un testo più breve, giudicato però erroneo da tutti gli editori. E in linea generale la regola della preferenza da accordare al testo più breve ammette eccezioni, quando le parole omesse in parte sono ,simili Oppure uguali a quelle che precedono o seguono. In questo caso, se motivazioni gravi non suggeriscono altra ipotesi, si tratta di aplografia. Né sempre in questa materia si devono sollevare interrogativi sottili circa i motivi che avrebbero mosso il copista a omettere il testo, quando spesso nessun'altra ragione interviene se non l'inavvertenza o l'affaticamento.” ([55])  

 

 

 

 

 

 

6. I manoscritti più antichi del Nuovo Testamento

 

 

6.1    Principali codici onciali

 

 

I grandi codici onciali scritti in greco contengono tutta la Bibbia. Sono stati scritti nel periodo compreso tra il IV e l’XI secolo ([56]). Nei manuali di critica testuale vengono solitamente indicati con le lettere latine o greche maiuscole (es.: A, B, D, D, Q, G, ecc…) oppure – ultimate le lettere – con numeri decimali preceduti da uno zero (es.: 047, 048, 0109, ecc…). Il codice Sinaitico viene invece indicato con la lettera ebraica Aleph א 57 . Particolare attenzione meritano per lo studio del testo del Nuovo Testamento i codici B, א ed A le cui caratteristiche essenziali vengono di seguito riportate.

 

Codice Vaticano (B). Scritto in greco, questo codice contiene gran parte della Bibbia. Esso è anche chiamato Codice B e viene conservato a Roma presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, dove è catalogato come Ms. Vat. gr. 1209. Secondo le analisi paleografiche e storiche è stato scritto nella prima metà del IV secolo, forse verso il 325 d.C. dal momento che non include i canoni di Eusebio ([58]). Si ritiene che B sia la versione completa più antica della Bibbia, escludendo i manoscritti in ebraico ed aramaico dell’Antico Testamento rinvenuti a Qumran e nei siti limitrofi a metà del XX secolo ([59]). Il codice è annotato in un catalogo della libreria vaticana per la prima volta nel 1475 ma prima di questa data non sappiamo con certezza nulla relativamente alla sua storia. Oggi quindi non è noto dove sia stato originariamente scritto, gli esperti pensano comunque che la provenienza sia dall’Egitto, forse da Alessandria, dove esisteva una importante comunità di ebrei e successivamente, sin dal II secolo, di cristiani. Secondo il papirologo T.C. Skeat, invece, il codice venne scritto in Palestina a Cesarea assieme al Codice Sinaitico ma questa ipotesi si basa su indizi molto sottili. Eusebio di Cesarea (265-340 d.C. circa) nella Vita di Costantino scrive che l’imperatore verso il 331 d.C. gli ordinò di far preparare cinquanta copie delle Sacre Scritture su pergamena pregiata per rifornire le chiese di Costantinopoli, la nuova capitale dell’impero romano ([60]): per questa ragione è stato supposto che B e il Sinaitico fossero proprio due di questi antichi codici richiesti dall’imperatore Costantino e realizzati dalla scuola di Eusebio di Cesarea in Palestina.

 

Contenuto di B. Dell’Antico Testamento manca la parte iniziale Genesi 1-46:28, parte del secondo libro dei Re (la porzione 2 Re 2:5-7 e 2:10-13) e parte del libro dei Salmi (da 105:27 a 137:6). Del Nuovo Testamento manca la lettera agli Ebrei da 9:14 alla fine, mancano la prima e la seconda lettera a Timoteo, la lettera a Tito ([61]), la lettera a Filemone e l’Apocalisse. Un fatto notevole è che sia questo codice che il Codex Sinaiticus non comprendono gli ultimi versetti del Vangelo di Marco, da Mc 16:9 a Mc 16:20. Questi versetti sono molto importanti in quanto senza di loro il testo del Vangelo di Marco si concluderebbe senza le descrizioni delle apparizioni di Gesù dopo la risurrezione  e con la frase “Esse [le donne in visita al sepolcro] erano spaventate” (™foboànto g£r). Oggi la Bibbia della C.E.I., la Conferenza Episcopale Italiana, il cui testo è stato riveduto sulla base dei manoscritti più antichi disponibili, riporta come nota al vangelo di Marco: “I vv. 9-20 sono un supplemento aggiunto in seguito per riassumere rapidamente le apparizioni.” Le pagine del Codice Vaticano (B) – che complessivamente sono 733 – misurano 27 ´ 27 cm. Il testo è organizzato in tre colonne per ogni pagina, ciascuna pagina comprende mediamente quaranta righe ed ogni riga contiene a sua volta da sedici a diciotto lettere. Il Codex Vaticanus è un onciale, ovvero le lettere greche sono scritte tutte in maiuscolo e le varie parole sono attaccate l’una all’altra (questa particolare metodologia di scrittura, che consente di risparmiare spazio e quindi pagine preziose, è detta scriptio continua) così che occorre una certa abilità per interpretare il testo, e su pergamena, un tipo di supporto per la scrittura generalmente successivo al papiro. Il testo dell’Antico Testamento pare sia stato scritto da almeno due copisti che si sono suddivisi il lavoro di scrittura; il Nuovo Testamento sembrerebbe invece opera di un solo scriba. Nel corso dei secoli il codice ha subito alcune varianti e aggiunte, oltre che restauri. Ad esempio attorno al X-XI secolo il testo è stato completamente riscritto ricalcando il vecchio inchiostro diventato probabilmente poco leggibile, quindi sono stati aggiunti gli accenti e altri segni grafici che originariamente non erano presenti.

 

Caratteristiche testuali di B. Con riferimento al Nuovo Testamento B può essere definito il manoscritto per eccellenza, il suo testo è considerato da tutti gli esperti della moderna critica testuale, a cominciare da Westcott ed Hort alla fine del XIX secolo, il migliore e il più autorevole tra tutti quelli disponibili e avrebbe, sulla base delle analisi e dei confronti con gli altri documenti, una grande probabilità di essere conforme alle copie più antiche del Nuovo Testamento. Le analisi filologiche dimostrano che sicuramente il testo è di tipo neutrale-alessandrino, quindi molto affidabile, per quanto riguarda i quattro Vangeli e gli Atti degli Apostoli. Il testo neutrale-alessandrino dovrebbe essere quello più vicino ai primissimi manoscritti e in esso le armonizzazioni, le rielaborazioni e altre modifiche varie non dovrebbero aver influito in maniera pesante. In effetti il testo del Codex Vaticanus non è molto difforme da quello che possiamo leggere in manoscritti ben più antichi, come ad esempio il papiro P75 (Bodmer XIV-XV, più vecchio di 100-150 anni almeno) contenente i Vangeli di Luca e Giovanni e questo testimonierebbe a favore della affidabilità del suo contenuto. P75 e Codex Vaticanus hanno moltissime analogie, tuttavia secondo gli esperti è improbabile che il Vaticanus discenda direttamente da P75 ma è verosimile che entrambi abbiano avuto nella catena genealogica un antenato comune, molto antico. Anche il testo del papiro P66 (Bodmer II, 125-200 d.C.) contenente il solo Vangelo di Giovanni, sebbene difficilmente analizzabile nei dettagli a causa dei numerosissimi errori scribali, è considerato molto affine al Vaticanus. Purtroppo B non può essere di aiuto per lo studio dell’Apocalisse perché questo libro manca nel codice. Nel caso delle lettere di Paolo la questione testuale è alquanto  complessa: già il Prof. Hort, alla fine del XIX, secolo descriveva il testo come “neutrale-alessandrino” con alcune evidenti varianti tipicamente inquadrabili nel testo “occidentale”, considerato un po’ meno affidabile del testo “neutrale-alessandrino” puro dei Vangeli. In realtà studi successivi hanno messo in evidenza la presenza di lezioni che non sono né occidentali né neutrali e una forte affinità tra il testo di B e quello del papiro P46 (180-200 d.C.) contenente le epistole di Paolo. G. Zuntz ([62]) ha definito perciò il testo del papiro P46 e del Vaticanus, per quest’ultimo limitatamente al corpus paolino, come proto alessandrino. Alcuni chiamano questo tipo di testo come P46+B per distinguerlo dal testo neutrale alessandrino puro. Per le epistole cattoliche (Giacomo, Pietro 1&2, Giovanni 1,2,3 e Giuda) il testo è considerato buono, molto vicino al testo neutrale, anche se è preferito in questo caso il testo del codice A. A fianco del testo del Nuovo Testamento il manoscritto ha dei segni diacritici (detti umlaut) che segnalano le lezioni originali del codice rispetto ad altri manoscritti. Questi segni particolari erano già presenti nella prima mano del IV secolo ([63]) e testimoniano che nella fase di compilazione del codice lo scriba ha tenuto conto dell’esistenza di altri manoscritti evidenziando le differenze più significative con il testo che andava componendo e cercando di estrapolare da questi il testo considerato migliore. La presenza degli umlaut, pertanto, è una ulteriore prova del valore del testo del Codice Vaticano B per la filologia neotestamentaria.

 

Codice Sinaitico (א). Questo manoscritto viene datato al IV secolo, come il Codex Vaticanus. Viene anche denominato Codice א, dalla prima lettera dell’alfabeto ebraico, la “Aleph”. Nel Merk-Barbaglio, per ragioni tipografiche, viene indicato con la lettera S ([64]). E’ stato scoperto nel 1844 da Von Tischendorf nel monastero greco-ortodosso di Santa Caterina sul Monte Sinai, in Egitto. Nel 1859 Tischendorf fu autorizzato dai monaci del Sinai a esaminarne il contenuto ma gli fu proibito di portarlo via dal monastero per studi più approfonditi. Successivamente gli fu concesso di prenderlo in prestito sino al Cairo per poi copiarlo. Alla fine il manoscritto venne acquistato dal governo russo e in seguito finì in Gran Bretagna. Nel 1861 Tischendorf pubblicò ufficialmente il manoscritto e nel 1911 si ebbe anche la prima edizione fotografica. Oggi è conservato a Londra presso il British Museum (Add. 4375). Consta di 346 fogli di pergamena scritti in greco, che misurano 43 ´ 38 cm. E’ organizzato su quattro colonne per pagina, ogni colonna comprende 48 linee. E’ un classico onciale (lettere maiuscole) con tutte le parole una attaccata all’altra (scriptio continua). Secondo Von Tischendorf il codice risalirebbe al 331 d.C., al tempo delle copie ordinate dall’imperatore Costantino ad Eusebio di Cesarea (Vita Constantini, IV, 36). Nel 1999 T.C. Skeat avanzò l’ipotesi che il Codice Sinaitico e il Codice Vaticano B potessero essere stati scritti a Cesarea, dove aveva sede la scuola di Eusebio ([65]). Forse entrambi i codici sono quello che è rimasto delle cinquanta copie della Bibbia ordinate dall’imperatore al vescovo Eusebio. Skeat fa notare nel suo articolo che al v. Matteo 13:54 il Codice Sinaitico contiene un curioso errore: invece di e„j t¾n patr…da (venne nella sua patria)  troviamo scritto e„j t¾n Antipatr…da  (venne ad Antipatr…da). Antipatr…da sarebbe il nome di una località distante 45 km da Cesarea di Palestina. Lo scriba si sarebbe sbagliato confondendo mentalmente “patria” con il nome di questa località che dunque conosceva molto bene. Anche in Atti 8:5 compare un errore significativo: invece di “sceso in una città della Samaria (Samareiaj)” abbiamo: “sceso in una città della Cesarea (Kaisaraiaj)”. Anche qui lo scriba aveva bene in mente il nome della città di Cesarea e avrebbe commesso un clamoroso errore nel copiare il manoscritto. Questi errori sarebbero veri e propri lapsus freudiani che uniti ad una analisi paleografica porterebbero a concludere che il Codice Sinaitico non è stato scritto in Egitto ma nella zona di Cesarea. Il Codice Vaticano B, avente molte analogie con il Sinaitico, proverrebbe anch’esso da Cesarea. Molti, tuttavia, propendono per una data di stesura leggermente più tarda del 330-31 d.C., attorno al 370 d.C. Infatti nel Codice Sinaitico sono presenti i canoni di Eusebio, scritti nel IV secolo, che servivano per aiutare il lettore a confrontare e ritrovare passi paralleli nei Vangeli. E’ opinione degli studiosi che א sia stato scritto sotto dettatura perché contiene errori ortografici che sembrano derivare dalla comprensione errata delle parole. Ha subito un lungo lavoro di correzione, probabilmente è uno dei manoscritti più emendati tra tutti quelli esistenti. Nel 1975 in seguito al cedimento del soffitto di una cavità interna ai muri del monastero di Santa Caterina vennero ritrovati, assieme ad altri documenti greci, 12 folia completi del Codice Sinaitico più altri frammenti dello stesso. La pubblicazione di questa scoperta è avvenuta solamente nel 1998.

 

Contenuto del codice. Del codice ci sono pervenuti soltanto frammenti della Genesi (porzioni dei Capp. 23 e 24, ma recentemente si è avuta notizia del ritrovamento di altri fogli del codice nel monastero di Santa Caterina nel Sinai), del libro dei Numeri (porzioni dei Capp. 5, 6, 7), del primo libro delle Cronache (da 9:27 a 19:17), Esdra (da 9:9 a 19:44) e Lamentazioni (da 1:1 a 2:20). Ci sono pervenuti sostanzialmente completi invece i libri di Neemia, Ester, Gioele, Abdia, Giona, Nahum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia, Isaia, Geremia, oltre che alcuni apocrifi dell’Antico Testamento oggi non compresi nel canone ebraico e neppure in quello cattolico. Il Nuovo Testamento secondo questo codice contiene tutti i testi oggi considerati canonici oltre che qualche scritto apocrifo (l’Epistola di Barnaba e il Pastore d’Erma). Come nel Codex Vaticanus  manca la parte conclusiva del Vangelo di Marco, da Mc 16:9 alla fine del Vangelo. Il testo complessivamente è molto simile a quello del Codex Vaticanus anche se quest’ultimo è ritenuto più antico e quindi probabilmente più vicino ai manoscritti originali.

 

Caratteristiche testuali. Il testo del Sinaiticus sembrerebbe appartenere quasi per intero alla famiglia testuale neutrale-alessandrina (secondo la suddivisione di Wescott-Hort), la stessa del Codex Vaticanus. Fin dai tempi di Westcott-Hort (fine XIX secolo) viene considerato un documento molto attendibile e importante, ai livelli del Codex Vaticanus. In realtà è difficile inquadrarlo completamente in una categoria testuale sola, ogni sezione (Vangeli, lettere di Paolo, Atti degli Apostoli) ha subito vari influssi testuali. Per esempio la prima parte del Vangelo di Giovanni differisce significativamente dal Codex Vaticanus e il libro dell’Apocalisse non è certo un testo inquadrabile nella categoria neutrale-alessandrina. In definitiva il codice א è da considerare un buon testo (uno dei testimoni fondamentali del testo del NT) per quanto riguarda i tre sinottici, gli Atti degli Apostoli, le lettere di Paolo e gran parte di Giovanni. Prima della scoperta dei grandi papiri P75, P66 (contenenti i Vangeli di Luca e Giovanni) e P46 (epistole di Paolo) il Sinaiticus era considerato il manoscritto testualmente più vicino al Codex Vaticanus. La scoperta di quei documenti, soprattutto del papiro P75, ha però messo in discussione la questione dei rapporti tra Vaticanus e Sinaiticus perché quei papiri, che riportano i Vangeli di Luca e Giovanni, sembrano più affini al Vaticanus di quanto non sia il Sinaiticus. Soprattutto è stata scoperta una grande affinità testuale tra B e P75. Secondo gli studiosi si dovrebbero così distinguere almeno due sotto gruppi “neutrali”: una classe testimoniata da א, Z ed alcuni manoscritti minuscoli ed un’altra classe testimoniata invece da B, P75, P66 ed L. Il testo degli Atti degli Apostoli appare invece virtualmente identico a quello di B, ed è considerato molto affidabile. Per quanto riguarda le lettere di Paolo, inoltre, c’è molta più affinità testuale tra P46 e B che non tra א e B.

 

Codice Alessandrino (A). Anche questo è un’altro codice molto antico, datato al V secolo; alcuni studiosi propendono per la fine del IV secolo. Il nome di questo codice deriva dal fatto che è documentata la sua presenza nella biblioteca del patriarca di Alessandria in Egitto fin dall’XI secolo. E’ noto anche come  Codice A. Il codice fu donato al re Giacomo I d’Inghilterra, sovrano molto interessato alle questioni legate alla storia della Bibbia. Poiché Giacomo I morì prima di poterlo ricevere, il codice di fatto venne consegnato al figlio Carlo I d’Inghilterra nel 1627. Oggi i 773 fogli che la storia ha conservato si trovano al British Museum (Royal 1 D.V-VIII) di Londra. Le pagine del codice misurano 32 ´ 26 cm., sono in pergamena, ogni pagina è poi suddivisa in due colonne contenenti una cinquantina di linee circa. La scrittura è la classica maiuscola (onciale biblico) in scriptio continua con tutte le parole una attaccata all’altra. Ogni paragrafo nuovo è caratterizzato da una grossa lettera maiuscola che ne evidenzia l’inizio, come si può vedere anche dalle figure.

 

Contenuto di A. Il Codex Alexandrinus contiene tutti i libri canonici dell’A.T. con esclusione di parte della Genesi (manca Gen 14:14-17, 15:1-5, 15:16-19, 16:6-9), del primo libro dei Re (manca 1 Re 12:20-14:9) e di gran parte dei Salmi (manca 5:20-80:11). Include inoltre molti testi apocrifi dell’Antico Testamento. Del Nuovo Testamento è andata perduta gran parte del Vangelo di Matteo (manca Mt 1:1-25:6), poco più di due capitoli di Giovanni (manca Gv 6:50-8:52) e parte della prima lettera ai Corinti (manca 1 Cor 4:13-12:6).  Contiene anche due epistole apocrife di Clemente e, importante per la datazione del manoscritto, i canoni di Eusebio (vedi nota 58).

 

Caratteristiche testuali di A. Il Codice Alessandrino appartiene, almeno per quanto riguarda il testo dei quattro Vangeli, alla famiglia testuale bizantina (detta anche koinè) secondo la suddivisione di Westcott-Hort (fine XIX secolo), esso è considerato il più vecchio manoscritto in greco catalogabile in questa classe testuale. Si tratta di una categoria testuale considerata inferiore e maggiormente interpolata rispetto a quella dei codici B ed א. Il testo dei Vangeli – rispetto ai codici Vaticano e al Sinaitico – risulta maggiormente chiaro, più elegante, moderno e meno contraddittorio. Tutto ciò sarebbe però stato ottenuto attraverso una rielaborazione sostanziale del testo “sorgente” più antico, cambiando vocaboli e stile ed armonizzando passi paralleli. Per questa ragione è considerato, limitatamente ai quattro Vangeli, un tipo di testo meno vicino dei Codici B ed א a quello dei manoscritti più antichi. Anche il testo degli Atti degli Apostoli non è considerato di grande attendibilità e differisce da quello del Codice B. La situazione cambia però radicalmente quando si passa a considerare il resto del NT: qui il testo sembra più simile a quello “neutrale-alessandrino”  (sebbene vi siano alcune varianti tipicamente bizantine) e decisamente meno elaborato rispetto a quello dei quattro Vangeli, per questa ragione lo si ritiene, limitatamente a questa parte, testo di ottima qualità. Il Codex Alexandrinus così è considerato un buon testo, molto affidabile, per le lettere di Paolo, le epistole cattoliche (Giacomo, Pietro 1&2, Giovanni 1,2,3 e Giuda) e l’Apocalisse (di quest’ultimo libro è considerato praticamente il miglior testimone, meglio ancora del Codex Sinaiticus e del papiro P47).

 

Codice Bezae-Cantabrigensis (D). Questo manoscritto è particolarmente importante in quanto è il capostipite della famiglia testuale occidentale. Denotato con la sigla D, è così chiamato dal nome del riformatore Teodoro di Beza che nel 1581 lo donò all’Università di Cambridge dove è ancora oggi conservato ([66]). Sulla base dello stile di scrittura e del testo è datato al VI secolo, per alcuni forse è stato scritto al più un centinaio di anni prima. Il testo, disposto su una sola colonna per pagina, è bilingue, greco sul lato d’onore a sinistra con traduzione in latino sulla destra. E’ scritto su pergamena, con fogli di 26 ´ 21,5 cm. Contiene solo gli Atti ed i quattro Vangeli nell’ordine comune in occidente: Matteo, Giovanni, Luca e quindi Marco; riporta anche pochi versi, scritti solamente nella versione latina, della terza lettera di Giovanni (vv. 11-15). Nella versione greca mancano dal codice i segg. passaggi: Matteo 1:1-20; [3:7-16]; 6:20-9:2; 27:2-12; Giovanni 1:16-3:26; [18:14-20:13]; [Marco 15:15-20]; Atti 8:29-10:14; 21:2-10, 21:16-18; 22:10-20; 22:29-28:31. Nella versione latina mancano invece: Matteo 1:1-11; [2:21-3:7]; 6:8-8:27; 26:65-27:1; Giovanni 1:1-3:16; [18:2-20:1]; [Marco 16:6-20]; Atti 8:20-10:4; 20:31-21:2, 21:7-10; 22:2-10; 23:20-28:31. I passaggi tra parentesi quadre sono stati aggiunti verso il X secolo.

 

6.2  I papiri del Nuovo Testamento

 

 

I papiri del Nuovo Testamento sono quasi tutti di scoperta relativamente recente (dalla fine del XIX secolo in poi). Si tratta di documenti di incalcolabile valore, scritti in un’arco di tempo che va tra il II e VII secolo secondo le datazioni paleografiche e dunque molto spesso sono più antichi dei codici biblici in cuoio o pergamena. Come gli onciali i papiri sono scritti in greco maiuscolo, secondo la tecnica della scriptio continua. Provengono tutti da codici, scritti su fogli nel recto e nel verso, e nessuno da rotoli. Purtroppo i più antichi non sono che piccoli frammenti contenenti solo poche lettere, tuttavia essi sono importanti in quanto possono contenere lezioni interessanti da un punto di vista papirologico e paleografico, utili per l’identificazione di altri frammenti o per la storia del testo. Complessivamente sono poco più di un centinaio e vengono denotati con le sigle P1, P2 e segg. nei manuali di critica testuale.

 

6.2.1 Papiri di Chester Beatty

 

 

In Irlanda presso la Chester Beatty Library di Dublino sono conservati dieci papiri di particolare interesse. Sette di questi sono porzioni della Bibbia greca dei LXX, detta anche Septuaginta, una traduzione in greco dell’Antico Testamento iniziata nel III secolo a.C. e ultimata verso il II secolo a.C.; questa traduzione venne eseguita dall’ebraico e dall’aramaico inizialmente per gli ebrei che vivevano in Egitto, in seguito si diffuse nel mondo greco-romano e anche in Palestina. Vigente già ai tempi di Gesù fu utilizzata dagli scrittori del Nuovo Testamento, dai Padri della Chiesa ed è stata utilizzata, assieme ai testi ebraici, anche per la composizione della Vulgata latina (ovvero la traduzione in latino della Bibbia) di San Girolamo nel V secolo. Tre importanti papiri, identificati con le sigle P45, P46 e P47, sono invece resti del Nuovo Testamento in greco, datati tra il II e il III secolo, quindi precedenti ai Codici Vaticano, Alessandrino e Sinaitico.

 

Papiro P45: Vangeli e Atti degli Apostoli. Il papiro P45 è stato datato paleograficamente al 200-250 d.C. (metà del III secolo). Risale quindi a circa un secolo prima dei codici Vaticano, Alessandrino e Sinaitico e fu pubblicato nel 1933 ([67]). Esso contiene porzioni dei quattro Vangeli canonici e degli Atti degli Apostoli. Un foglio (contenente Matteo 25:41-26:39) si trova presso la Biblioteca Nazionale Austriaca di Vienna (Pap. Vindob. G. 31974) mentre una porzione è conservata alla Chester Beatty Library (P. Chester Beatty I). Contiene stralci in greco di Matteo (20:24-32, 21:13-19, 25:41-26:39), Marco (4:36-40, 5:15-26, 5:38-6:3, 6:16-25, 36-50, 7:3-15, 7:25-8:1, 8:10-26, 8:34-9:8, 9:18-31, 11:27-12:1, 12:5-8, 13-19, 24-28), Luca (6:31-41, 6:45-7:7, 9:26-41, 9:45-10:1, 10:6-22, 10:26-11:1, 11:6-25, 28-46, 11:50-12:12, 12:18-37, 12:42-13:1, 13:6-24, 13:29-14:10, 14:17-33), Giovanni (4:51, 54, 5:21, 24, 10:7-25, 10:31-11:10, 11:18-36, 43-57), Atti degli Apostoli (4:27-36, 5:10-20, 30-39, 6:7-7:2, 7:10-21, 32-41, 7:52-8:1, 8:14-25, 8:34-9:6, 9:16-27, 9:35-10:2, 10:10-23, 31-41, 11:2-14, 11:24-12:5, 12:13-22, 13:6-16, 25-36, 13:46-14:3, 14:15-23, 15:2-7, 19-26, 15:38-16:4, 16:15-21, 16:32-40, 17:9-17). Purtroppo il papiro P45 non è in buono stato di conservazione, è possibile che contenesse in origine altri libri, ad esempio le lettere di Paolo o le epistole cattoliche. I fogli che si sono conservati non sono completi, quelli migliori attestano al massimo l’80-90% del testo originariamente scritto. Numerose pagine sono danneggiate quasi per intero. Uno dei primi e più autorevoli lavori su questo papiro è stato pubblicato nel 1965 da E.C. Colwell ([68]); P45 viene considerato da questo studio un testo abbastanza fedele, probabilmente gli antenati di questo manoscritto appartenevano alla famiglia neutrale-alessandrina, anche se di qualità inferiore rispetto al Codex Vaticanus o al papiro P75 e catalogato come “testo libero”. Si nota in particolare la tendenza ad allungare, accorciare o scrivere liberamente alcuni passi rispetto agli altri papiri. Come schematizzare quindi a grandi linee il testo di questo manoscritto? Nel Vangelo di Marco sembra essere più di tipo cesariense che non occidentale o neutrale-alessandrino; nei Vangeli di Luca e Giovanni, invece, il testo mostra influenze sia di tipo occidentale, sia di tipo neutrale. Il testo degli Atti risulta invece neutrale, quindi di eccellente qualità.

 

Papiro P46: le lettere di Paolo. Il papiro P46 è stato datato inizialmente (1936) al 180-200 d.C. (fine del II secolo) e contiene resti delle lettere di Paolo: lettera ai Romani 5:17-6:3, 6:5-14, 8:15-25,27-35, 8:37-9:32, 10:1-11, 11:1-22,24-33, 11:35-15:9, 15:11-fine (con la porzione 16:25-27 che oggi chiude la lettera a seguire il capitolo 15!); prima lettera ai Corinzi 1:1-9:2, 9:4-14:14, 14:16-15:15, 15:17-16:22; seconda lettera ai Corinzi 1:1-11:10,12-21, 11:23-13:13; lettera ai Galati 1:1-8, 1:10-2:9, 2:12-21, 3:2-29, 4:2-18, 4:20-5:17, 5:20-6:8, 6:10-18; lettera agli Efesini 1:1-2:7, 2:10-5:6, 5:8-6:6, 6:8-18,20-24; lettera ai Filippesi 1:1, 1:5-15,17-28, 1:30-2:12, 2:14-27, 2:29-3:8, 3:10-21, 4:2-12,14-23; lettera ai Colossesi 1:1-2,5-13,16-24, 1:27-2:19, 2:23-3:11, 3:13-24, 4:3-12, 16-18; prima lettera ai Tessalonicesi 1:1, 1:9-2:3, 5:5-9, 23-28; lettera agli Ebrei 1:1-9:16, 9:18-10:20, 10:22-30, 10:32-13:25. Il manoscritto è una delle collezioni più antiche di tali scritti. Una parte del papiro P46 viene conservata presso la Biblioteca Ann Arbor dell’Università del Michigan (catalogata con la sigla P.Mich. inv. 6238) mentre un’altra porzione è conservata proprio alla Chester Beatty Library (P. Chester Beatty II). Interessante il fatto che P46 contenesse già la lettera agli Ebrei, testo la cui canonicità si è andata affermando più lentamente rispetto al resto del Nuovo Testamento. Del papiro si sono conservati complessivamente 86 fogli. Ogni foglio contiene un’unica colonna di testo che va dal margine sinistro al margine destro. Il manoscritto è stato pubblicato nel 1937 ([69]). Già all’atto della sua pubblicazione il papirologo tedesco Ulrich Wilcken propendeva per una datazione al 200 d.C. circa. Nel 1988 sulla rivista Biblica il papirologo Young Kyu Kim ha proposto addirittura che questo papiro venga retro datato alla fine I secolo, sulla base di alcune caratteristiche paleografiche e stilistiche (vedi nota 39), quindi veramente a ridosso delle vicende di Gesù e degli Apostoli e alla seconda distruzione del tempio di Gerusalemme in seguito alla prima guerra giudaica ([70]). Il papiro P46 è certamente stato scritto da un copista professionale e competente, inoltre è stato corretto e rivisto da un revisore esperto. In alcuni punti si notano spazi o croci perché probabilmente il copista non era riuscito a capire alcune lettere o parole del manoscritto sorgente e quindi, molto correttamente, non aveva interpretato di testa propria l’originale ma aveva lasciato questo compito a un revisore. Nonostante l’esibizione di professionalità, si riscontrano tuttavia degli errori ortografici qua e là nel testo. Globalmente presenta una notevole tendenza ad accordarsi con il testo del Codex Vaticanus (ovviamente per quanto riguarda la sezione delle lettere di Paolo), sebbene in misura minore di quanto si accordi B con il papiro P75 che contiene solo i Vangeli di Luca e Giovanni. Lo studioso G. Zuntz in suo importante studio (vedi nota 62) ha definito P46 e B (limitatamente al corpus paolino) come testo proto-alessandrino, da alcuni chiamato anche testo P46+B, precursore del testo neutrale alessandrino, per distinguerlo dal testo di א, A, C, 33 ecc… Il testo P46+B è un tipo di testo abbastanza rozzo e primitivo nella forma. Il fatto che B concordi sia con P75 che con P46, due documenti più antichi, è una prova a sostegno della autorità e fedeltà del testo del Codex Vaticanus.

 

Papiro P47: Apocalisse di Giovanni. Il papiro P47 (P. Chester Beatty III) contiene invece stralci dell’Apocalisse (9:10-11:3  5:19-16:15  16:21-17:2); esso è il papiro che contiene la porzione maggiore di questo libro ed è più recente rispetto agli altri papiri di Chester Beatty neo testamentari, essendo stato datato alla metà del III secolo (250 d.C. circa). Il frammento in assoluto più antico che si conosca dell’Apocalisse è invece del II secolo, si tratta del papiro P98 conservato al Cairo presso l’Institut Français d’Archeologie Orientale (I.F.A.O.) catalogato con la sigla P.IFAO 237B; esso contiene soltanto Apocalisse 1:13-20. 

 

 

6.2.2 Papiri di Bodmer

 

 

I papiri di Bodmer sono una collezione costituita da una cinquantina di manoscritti in greco scoperta in Egitto da Martin Bodmer nel 1955-56. La parte principale della collezione è oggi conservata presso la Biblioteca Bodmeriana di Cologny, vicino a Ginevra fondata dallo stesso Martin Bodmer. Una eccezione è costituita da parte del papiro P72, denominato Bodmer VIII, che è stato offerto in dono a Paolo VI nel 1969 e viene attualmente conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana. Particolarmente importanti ai fini dello studio del Nuovo Testamento sono i papiri P66 e P72-75 che fanno parte della collezione.

 

Papiro P66: il Vangelo di Giovanni. Il papiro P66, noto anche come P.Bodmer II, è un codice papiraceo in maiuscolo pubblicato tra il 1956 e il 1958 ([71]) contenente quasi per intero il Vangelo di Giovanni dal Cap. 1 al Cap. 14 e frammenti dei capitoli successivi. Misura 15,2 ´ 14 cm e consta di sei fascicoli, di cui restano 104 pagine. Nel 1958 vennero ritrovate altre 46 pagine che appartenevano originariamente al papiro. Oggi P66 viene conservato in parte in Svizzera a Cologny presso la Biblioteca Bodmeriana (papiro P.Bodmer II), alcuni frammenti si trovano però a Colonia (Inst. f. Altertumskunde, Inv. Nr. 4274/4298) ed altri ancora presso la Chester Beatty Library di Dublino. Le prime datazioni che furono abbozzate lo collocavano al 200 d.C. circa o comunque all’inizio del III secolo; uno studio di H. Hunger dell’Università di Vienna ricollocherebbe però la data di stesura di questo papiro alla prima metà del II secolo ([72]) ovvero tra il 100 e il 150 dopo Cristo. P66 contiene vari segni di interpunzione e anche alcune nomina sacra, abbreviazioni di alcuni nomi ritenuti “sacri” come Dio, Gesù, Padre, Figlio dell’Uomo, ecc… Questo manoscritto non sembra essere un copia molto professionale dell’originale. Secondo E.C. Colwell, che si è occupato dello studio dei papiri P45, P66 e P75, esso è certamente il peggiore dei tre: “P75 e P45 intendono produrre in modo serio un buona copia dell’originale, ma è difficile pensare che questa sia l’intenzione del papiro P66.” ([73]) Il papiro presenta un numero relativamente elevato di errori ortografici e passaggi illeggibili a causa di errori di trascrizione. E’ considerato comunque testualmente autorevole soprattutto a causa della sua data di scrittura. Presenta una certa affinità con il testo del Codex Vaticanus.

 

Papiro P75: i Vangeli di Luca e Giovanni. Il papiro P75, noto anche come P.Bodmer XIV-XV, contiene gran parte dei Vangeli di Luca e Giovanni ed è in ottimo stato di conservazione. P75 è stato datato paleograficamente al III secolo; la maggioranza degli esperti propende per la prima metà di quel secolo, spesso viene fornita la datazione 200 ± 25 anni ([74]), quindi non sembra essere stato scritto prima del 175 d.C. Oltre 27 fogli sono giunti fino a noi quasi interi, esistono anche frammenti della copertina. Di Luca contiene 3:18-22,33-38; 4:1-2,34-44; 5:1-10,37-39; 6:1-4,10-49; 7:1-32,35-39,41-43,46-50; 8:1-56; 9:1-2,4-62; 10:1-42; 11:1-54; 12:1-59; 13:1-35; 14:1-35; 15:1-32; 16:1-31; 17:1-15,19-37; 18:1-18; 22:4-71; 23:1-56; 24:1-53. Di Giovanni contiene 1:1-51; 2:1-25; 3:1-36; 4:1-54; 5:1-47; 6:1-71; 7:1-52; 8:12-59; 9:1-41; 10:1-42; 11:1-45,48-57; 12:350; 13:1-10; 14:8-31; 15:1-10. Il testo del manoscritto (inizio del III secolo) è molto simile a quello del Codex Vaticanus (325 d.C. circa), anzi esso è il documento che concorda maggiormente con quel codice e viceversa. Tuttavia esistono delle lievi differenze per cui da questo gli esperti concludono che il Codex Vaticanus non sarebbe una copia del P75 ma si può supporre con buona probabilità che il Vaticanus e il P75 abbiano avuto un manoscritto antenato molto antico in comune, dai quali sarebbero derivati. Inoltre è molto probabile che sia il Vaticanus che il P75 siano molto simili al manoscritto più antico che li avrebbe originati. Il fatto che il testo sia molto simile a quello del Codice Vaticano “B” ha messo un po’ in crisi la teoria delle recensioni. Nel corso del IV secolo, a causa del periodo relativamente tranquillo attraversato dalla Chiesa, si pensa che siano state messe a punto delle “recensioni” del testo greco del Nuovo Testamento cioè si prepararono delle edizioni “standard” del N.T. ritoccando ed armonizzando in modo più o meno massiccio i testi precedenti. Queste recensioni, almeno quelle del IV secolo, posto che ci siano state, non dovettero essere molto radicali in quanto il testo del papiro P75, precedente al Codex Vaticanus, non è molto difforme da quel codice. Il papiro P75 è certamente uno dei documenti più importanti del NT, in virtù della sua antichità e somiglianza con il testo del Codex Vaticanus e del fatto che sembra opera di un copista competente e professionale. Tra i vari papiri è considerato certamente il migliore ed il più attendibile. Esso è considerato dalla moderna critica testuale come uno dei documenti principali su cui costruire il testo del NT. Il papiro P66 è una copia non molto accurata e piena di errori tecnici e omissioni, il papiro P45 sarebbe un buon documento ma viene considerato “libero” in quanto contiene non poche parafrasi: in questo scenario il papiro P75 è il papiro tecnicamente migliore, uno dei più antichi che riporti i Vangeli di Luca e Giovanni e inoltre è quello che si accorda maggiormente al Codex Vaticanus, persino più del Codex Sinaiticus. Tuttavia esistono alcune lievi differenze che consentono di affermare che il Vaticanus non può essere una copia diretta di questo papiro ed è improbabile persino che P75 sia un antenato in linea diretta del Codice B. Tuttavia è altamente probabile che questi due documenti abbiano avuto un antenato comune, più antico del P75. Entrambi i manoscritti verrebbero ad essere quindi molto simili al testo di questo vecchio documento antenato e dal confronto del testo di B e P75 sarebbe possibile ricostruire con notevole precisione il testo dal quale sono derivati, certamente molto antico. Disporre di questo testo ricostruito da P75 e B non significa avere il testo così come è uscito dalla penna degli autori di Luca e Giovanni, ma riportarsi comunque a date molto antiche.

 

Papiro P72: le lettere di Pietro. Il papiro P72 (noto come P.Bodmer VIII ([75]), del III-IV secolo) conteneva, in questo ordine, l’apocrifo detto della Natività di Maria, una serie di lettere apocrife di Paolo di Tarso ai Corinzi, la XI Ode di re Salomone, la lettera di Giuda, una omelia sulla Pasqua, un frammento di un inno cristiano, l’Apologia di Filea, i Salmi 33 e 34 e, infine, le lettere di Pietro. La parte contenente le due epistole di Pietro è stata donata nel 1969 da Martin Bodmer a Paolo VI e viene attualmente conservata in Vaticano. Questo papiro contiene la lettera di Giuda, un testo la cui canonicità si è affermata più lentamente rispetto agli altri libri del Nuovo Testamento. La qualità della scrittura e l’alto numero di errori di ortografia che si riscontrano in questo manoscritto ci indicano che certamente è opera di un copista non particolarmente competente.

 

I papiri P73 (P.Bodmer L) e P74 (P.Bodmer XVII) sono relativamente tardi, del VII secolo. Il primo non contiene che Matteo 25:43-26:2-3. Il secondo contiene stralci degli Atti degli Apostoli, della prima e della seconda lettera di Pietro, delle tre lettere di Giovanni e della lettera di Giuda.

 

Ritrovamenti come quelli dei P Chester Beatty e dei P Bodmer hanno avuto un’importanza capitale per gli studi biblici (critica del testo) e per la storia del Cristianesimo in Egitto. Si tratta, in ambedue i casi, non di ritrovamenti sporadici, ma di lotti di papiri acquistati in blocco, l’uno e l’altro abbastanza omogenei. Per questo, e per altri motivi interni, è probabile che tanto i P Chester Beatty quanto i P Bodmer siano due nuclei di codici della stessa provenienza: ci troveremmo di fronte, insomma, ai resti delle biblioteche di due monasteri cristiani, ambedue ricche di codici preziosi e molto antichi, di cui alcuni pre-origeniani. ([76])

 

 

7. Fortuna e critica della teoria di Westcott-Hort

 

 

7.1  Il successo del modello W-H

 

 

Con la catalogazione dei manoscritti ed i criteri di esame precedentemente delineati, Westcott ed Hort scrissero il loro Nuovo Testamento ricostruito, The New Testament in the Original Greek, pubblicato a Londra nel 1881, il più possibile vicino ai documenti originari, andati perduti, secondo i metodi di ricerca filologica adottati dai due studiosi. L’anno successivo (1882) uscì a New York la Introduction to the New Testament in the Original Greek. Il lavoro era iniziato nel 1853 ed ha richiesto quindi ben ventotto anni di studi e ricerche (!). La teoria critica di Westcott-Hort (fine del XIX secolo) ha avuto ed ha tuttora un grandissimo impatto presso tutti gli studiosi di critica testuale neotestamentaria. Si può dire senza enfasi che è stata una rivoluzione copernicana in questo genere di studi. Il Nuovo Testamento ricostruito da Westcott ed Hort ha spazzato via il vecchio Textus Receptus utilizzato soprattutto dalle Chiese riformate costruito prevalentemente sul testo bizantino-koinè e le traduzioni fatte sulla base della Vulgata latina di San Girolamo, sorta nel V secolo dal testo occidentale. Non sono mancate proposte di miglioramento al modello W-H ma anche attacchi e critiche da parte di altri studiosi o ecclesiastici in prevalenza di scuola protestante e anglicana. Secondo alcuni esperti Hort avrebbe organizzato il suo lavoro avendo in mente sin dal principio di spazzare via il vecchio Textus Receptus e in modo da assumere come modello per il suo Nuovo Testamento greco rivisto il Codice Vaticano B. In ogni caso il risultato della applicazione del metodo della moderna critica testuale in questo campo è stato drastico: la vecchia Bibbia del Re Giacomo utilizzata in Inghilterra sin dal 1611 venne sostituita a partire dal 1881 dal testo di Westcott ed Hort che diede luogo alla Revised English Version. In Italia la Bibbia nella versione Diodati venne revisionata nel 1916 e sostituita dall’edizione denominata Riveduta. Analogamente la Bibbia di Lutero utilizzata dalla Chiesa protestante luterana, conforme al Textus Receptus, venne completamente rivista nel 1956 in base a principi di moderna critica testuale. Nel 1974 la C.E.I., la Conferenza Episcopale Italiana, ha preparato la prima edizione della Sacra Bibbia C.E.I., “fatta sui manoscritti più antichi”, come si legge nella nota introduttiva. Gli stessi principi fondamentali della teoria W.-H. sono stati adottati dai moderni manuali di critica testuale.

 

Quale garanzia possiamo avere sulla affidabilità ed attendibilità delle teorie di Westcott ed Hort? Il loro metodo è scientificamente accettabile oppure è da ritenere esso stesso una interpolazione, avendo di fatto ritoccato ed emendato il testo che si era andato formando sino alla fine del XIX secolo? Dobbiamo davvero leggere il Vangelo di Marco senza il suo classico finale, rifiutare la genuinità dell’episodio dell’adultera di Giovanni o cominciare a ipotizzare che Barabba, in realtà, si chiamasse davvero Gesù Barabba? La stessa Bibbia della C.E.I., la Conferenza Episcopale Italiana, a cominciare dalla edizione del 1974, omette alcuni versetti presenti in vecchie versioni con la spiegazione “questi vv. mancano nei manoscritti più antichi” e segnala che alcuni passi molto importanti dei Vangeli e del resto del NT sono di incerta e non univoca identità.

 

Westcott ed Hort – come abbiamo visto – hanno attribuito una grande importanza al testo H neutrale-alessandrino, sostenendo che nei documenti di questa classe il materiale spurio è davvero poco e non significativo e che esso può essere messo in evidenza per confronto con i manoscritti catalogati nelle altre famiglie. Dunque tutti i manoscritti appartenenti a questa categoria sono molto probabilmente i più simili agli originali ed i più qualificati a rappresentarli, in particolare il Codex Vaticanus e il Codex Sinaiticus. Altri studiosi hanno sostenuto che in realtà nulla assicura che anche questi manoscritti non siano frutto di “recensioni” massicce e quindi non è detto che la percentuale di materiale spurio in essi contenuto sia veramente trascurabile. A favore delle teorie di Westcott ed Hort possono essere chiamati a testimoniare alcuni manoscritti scoperti dopo la pubblicazione dei loro lavori. Per esempio il papiro di Bodmer P75 (inizio del III secolo) contiene gran parte dei Vangeli di Luca e Giovanni e appare molto simile al testo del Codex Vaticanus e quindi anche a quello del Sinaiticus. Anche altri manoscritti rinvenuti nel XX secolo come il papiro P45 o il papiro P46, più antichi del Vaticanus e Sinaiticus (i manoscritti “principi” della famiglia testuale neutrale-alessandrina) vanno tutti in questa direzione per cui l’eventuale rielaborazione degli originali che avrebbe dato luogo alla famiglia neutrale-alessandrina (Esichio di Alessandria?) non deve essere stata molto massiccia. Si noti che Westcott ed Hort elaborarono la loro teoria alla fine del XIX secolo quando ancora non erano disponibili tutti questi manoscritti, rinvenuti solo successivamente.

 

 

7.2  Critiche al modello W-H

 

 

In ogni caso, comunque stiano le cose, si deve sempre tenere conto che la critica testuale moderna più che una scienza esatta è un’arte ed a seconda dei principi di base che si applicano per selezionare i manoscritti più importanti e le lezioni da considerare genuine si possono realizzare differenti versioni del Nuovo Testamento ricostruito (cioè il Nuovo Testamento più vicino possibile agli originali e depurato delle varianti e delle interpolazioni, oltre che degli errori) così come di qualunque altro testo a cui essa viene applicata. In genere, ad esempio, si tende sempre ad utilizzare l’assioma, tipico della critica interna, secondo cui i testi più brevi e scarni sarebbero quelli più antichi e più vicini agli originali, dunque più affidabili, mentre i testi più ricchi di materiale e lunghi sarebbero sorti a furia di emendare ed armonizzare i testi precedenti ed aggiungere qui e là delle varianti. In quest’ottica è intuitivo pensare allora che un testo come il Vangelo di Marco, il vangelo più scarno e breve tra quelli “canonici”, sia molto antico e quindi più “autentico” di altri (e questa infatti è la tendenza seguita dalla maggioranza degli studiosi oggi). Ma chi assicura che questo Vangelo in realtà non sia soltanto un riassunto, un’edizione “breve” di uno degli altri due sinottici, in particolare di Matteo?

 

Queste considerazioni valgono per qualunque testo, ma sono particolarmente sentite nel caso del Nuovo Testamento, sia per motivazioni scientifiche che per motivazioni dottrinali. La lotta di chi avversa la critica testuale moderna applicata al NT da un punto di vista scientifico e metodologico è sostanzialmente una lotta del numero contro la qualità: possono pochi manoscritti (per lo più provenienti dall’Egitto, dalla zona di Alessandria) reputati più attendibili e antichi spazzare via il 90% dei documenti esistenti? Si può costruire il Nuovo Testamento greco solo sulla base di pochi manoscritti rifiutando tutto il resto? Secondo Westcott ed Hort e i suoi successori sì. Secondo i contrari ai metodi “moderni” non si è invece tenuto conto a sufficienza del fatto che alcuni manoscritti molto antichi, soprattutto quelli dell’area egiziana, potevano aver risentito dell’influsso di sette eretiche, come quella gnostica o quella nata dallo scisma di Marcione. Alcune omissioni o varianti seppure molto antiche potrebbero derivare da queste influenze.  I principi interni che abbiamo esposto sopra e adottati dal metodo di Westcott-Hort, in particolare quello della lezione breve e quello della lezione difficile, in generale portano a costruire un tipo di testo più scarno anche se in molti casi la maggioranza dei manoscritti ha un testo più lungo minimizzando l’influenza delle omissioni involontarie del testo. Inoltre le lezioni difficili portano a prestare fede ad alcuni documenti mentre la quasi totalità dei manoscritti esistenti dice un’altra cosa: se fossero degli errori è evidente che il principio della lezione difficile avvallerebbe degli errori. I detrattori del metodo di Westcott-Hort, oltre alla rigidità dei parametri di critica interna, hanno poi criticato il metodo genealogico – la pietra angolare del metodo di Westcott ed Hort perché consente di selezionare i testimoni importanti – che abbiamo per sommi capi presentato: chi ha esaminato tutti e cinquemila i manoscritti esistenti del NT nei minimi dettagli e tutte le varie traduzioni in lingue antiche per stabilirne le concordanze o le discordanze? Dov’è un albero genealogico completo? Come si dimostra che il testo bizantino è davvero frutto di una recensione abbastanza significativa avvenuta ad Antiochia e quindi è corrotto? Il testo neutro – attestato soprattutto dal Codex Vaticanus e dal Sinaiticus – è davvero il più attendibile di tutti? Da ultimo alcuni studiosi di recente hanno evidenziato caratteristiche tipiche del testo bizantino anche in papiri che universalmente si consideravano tipicamente “neutri” o “cesariensi” così che questo genere di testo è stato un po’ rivalutato negli ultimi anni. Questa metodologia, che tende a ridurre la ricchezza dei passi del NT ed a perderne anche alcuni molto importanti (vedi il finale di Marco che sarebbe a rigore da scartare seguendo questa linea, oppure l’episodio dell’adultera in Giovanni, uno dei passi più belli del NT) ha ricevuto pertanto anche forti critiche, sebbene essa sia oggi assolutamente dominante in questo genere di studi. Si può poi postulare un principio opposto a quello della conflazione. Dati due manoscritti contenenti due passi A e B in tutto o in parte discordi (di cui uno dei due è però per ipotesi fedele all’originale, per esempio A) abbiamo osservato che in genere un redattore che doveva costruire un terzo manoscritto leggendo A e B tendenzialmente riportava una terza versione C che era l’unione e la rielaborazione di A e B (processo di conflazione). Ma chi assicura che non siano esistite scuole particolarmente rigide che di fronte ad A e B, constatando l’ambiguità, abbiano omesso nelle loro copie C sia A che B scartandole entrambe per non fare torto a nessuna? In tale caso è evidente che si viene a produrre un manoscritto C che da un lato non contiene la lezione interpolata B (e questo senz’altro è un fatto positivo) ma dall’altro omette anche la lezione autentica A (e questo è di certo meno positivo) dunque viene di fatto perduto per strada un passo genuino e il testo di questo “filone” non include tutto il testo originario ma piuttosto lo interseca. Tornando alla questione di Marco: può darsi che circolassero anticamente due finali diversi e che una scuola particolarmente severa abbia deciso di costruire un testo privo del finale per  mettere tutti d’accordo (in questo caso probabilmente non è così per motivi interni al testo di Marco). Ma così facendo se mai esisteva davvero un finale veramente autentico esso è andato perduto nella tradizione di quella scuola. Se noi accettiamo come qualificati i manoscritti di quella scuola ecco allora che perdiamo per sempre il finale di Marco. La questione può quindi essere posta in questi termini: è meglio avere poco ma sicuro (col rischio però di perdere una parte di autenticità a causa di criteri troppo rigidi) oppure è meglio avere molto, ivi compreso quasi tutto quello che è autentico, mescolato però a interpolazioni e aggiunte varie? E’ meglio leggere un finale di Marco contenente la descrizione delle apparizioni di Gesù dopo la risurrezione anche se molto probabilmente l’ipotetico testo di Marco era assai diverso o è meglio, nel dubbio, non leggere più niente? Sconfiniamo così pian piano nelle motivazioni teologiche che portano a parteggiare o meno per la critica testuale applicata al NT con i criteri che abbiamo visto. Le motivazioni dottrinali riguardano la circospezione e il sospetto con cui molti teologi ed ecclesiastici (soprattutto protestanti e anglicani, fedeli all’antico Textus Receptus, mentre la Chiesa Cattolica ha accettato ed anzi promosso lo studio critico del Nuovo Testamento secondo principi moderni) guardano a queste cose: se il NT è da un punto di vista teologico la Parola di Dio, esso può essere emendato e ricostruito a tavolino applicando criteri scientifici oppure deve essere accettato così come si è andato formando nel corso dei secoli? Si può mai applicare la scienza alla Parola di Dio influenzando il pensiero di milioni di fedeli cristiani cattolici, protestanti o anglicani in tutto il mondo? A queste argomentazioni, che poco hanno di scientifico, i sostenitori dell’altra parte rispondono che è proprio per risalire a quanto originariamente è stato effettivamente scritto dai primi cristiani e spazzare via errori, omissioni, materiale non conforme al pensiero degli autori del NT ed interpolazioni nella trasmissione del testo e conseguentemente avvicinarsi maggiormente alla Parola di Dio (trasmessa nei secoli da mani umane forse non proprio infallibili) che questi studi di revisione critica vengono posti in essere.

 

 

7.3  Prevalere del modello W-H

 

 

Dopo Westcott ed Hort ci sono stati nel corso del XX secolo molti altri studi scientifici di critica testuale e tentativi di pubblicare un testo greco il più possibile vicino agli originali sulla base del materiale che nel frattempo era stato scoperto, come i papiri di Chester Beatty o di Bodmer. Una delle edizioni critiche del NT oggi più autorevoli è il Nuovo Testamento greco di Nestle e Aland che ha raggiunto la XXVII edizione (denominata NA27) nel 1993. I principi di base derivano sempre comunque dal lavoro e dalle proposizioni introdotte da Westcott ed Hort alla fine del XIX secolo: essi infatti sono stati accettati dalla quasi totalità degli studiosi moderni. Le edizioni critiche del Nestle-Aland sono lo standard seguito oggi dai teologi, dagli storici, dai traduttori, dalle Società bibliche e dagli Istituti in tutto il mondo. Tra le varie edizioni critiche segnaliamo anche quella di A. Merk – G. Barbaglio, Nuovo Testamento greco e italiano, edizioni dehoniane, Bologna, 1984, sinteticamente citata come Merk-Barbaglio.

 

 


 

Appendice I

Link a siti di Critica testuale

 

 

Per approfondire il complesso tema della critica testuale del Nuovo Testamento e toccare con mano come questo testo è stato trasmesso a noi nel corso di duemila anni e quali sono le tecniche per cercare di risalire con buona probabilità al testo originario, segnaliamo i seguenti siti web. In questi siti si può accedere a varie versioni del Nuovo Testamento inclusa quella di Westcott-Hort del 1881. Di fondamentale importanza, forse più del vero e proprio testo greco ricostruito, è però l’apparato critico che segnala per ogni passo le varianti presenti nei manoscritti oggi noti e tenta di stabilire quale è la versione più affidabile.

 

La Parola - Software gratuitamente scaricabile da installare su personal computer, contiene la Bibbia nelle varie versioni italiane (C.E.I., Diodati, ecc...), in greco (LXX e Nuovo Testamento greco), ebraico e latino (Vulgata). Il software è provvisto di un vocabolario greco-italiano del Nuovo Testamento che dà il significato in italiano di ogni parola utilizzata nel Nuovo Testamento greco; per ogni parola vi è anche un elenco di tutte le forme grammaticali che appaiono nel NT. E' possibile ricercare una parola nel testo della Bibbia (in tutte le versioni disponibili) utilizzando un apposito motore di ricerca integrato nel programma principale oppure per selezione dall'elenco delle parole per lettera dell'alfabeto. E' scaricabile anche l'apparato critico NA26 con le varianti di tutto il Nuovo Testamento greco. La qualità del software, completamente free, è attestata anche dalla sua segnalazione nel sito del Dipartimento di Filologia Classica e Medioevale dell'Università di Bologna.

http://www.laparola.net

  

 

Critica Textus  - Sito curato dal Padre Filippo Belli docente di “Introduzione alla Sacra Scrittura” e “Greco Biblico” alla Facoltà Teologica dell’Italia centrale di Firenze. Contiene lezioni ed esempi di critica testuale del Nuovo Testamento. 

http://filippobelli.altervista.org

 

 

TCG Online Textual Commentary on the Greek Gospel - Un importante commentario dei Quattro Vangeli curato da Wieland Wilker. Viene tradizionalmente aggiornato ad inizio anno (gennaio). Contiene i testi in greco dei Vangeli con tutte le varianti e le note dai manoscritti più antichi. Viene aggiornato ogni anno dall’autore; il 2004 ha visto la pubblicazione della seconda edizione di questo commentario. Il materiale è disponibile in documenti pdf, liberamente scaricabili per uso personale. Si presenta come un’insieme delle varianti dei quattro Vangeli, quindi come apparato critico, molto approfondito e preciso. Purtroppo contiene solo i quattro Vangeli e non è facilmente consultabile in quanto è costruito con semplici documenti pdf e non mette a disposizione motori di ricerca.

http://www-user.uni-bremen.de/~wie/TCG/

 

 

NT Ricostruito - Il Nuovo Testamento in greco secondo il modello di Westcott ed Hort (fine XIX secolo). Purtroppo non ha apparato critico e mancano le indicazioni dei manoscritti, riportando il solo testo ricostruito.

http://www.ccel.org/w/westcott/gnt/toc.htm

 

 

Parallel Greek New Testament - Sito contenente tutto il Nuovo Testamento. Visualizza versetto per versetto molte differenti versioni, tra le quali quella di Westcott ed Hort e la Vulgata latina.  

http://www.greeknewtestament.com

 

 

The Encyclopedia of NT Textual Criticism - Sito web contenente moltissimi articoli ed argomenti di critica testuale; contiene in particolare molte informazioni sui manoscritti e le loro sigle di catalogazione. Da utilizzare per comprendere le sigle compaiono negli apparati critici del NT e l’importanza delle varianti al testo del NT, oltre che per imparare molte cose relative alla critica testuale. 

http://www.skypoint.com/~waltzmn/

 

 

Biblica Online - Sito della rivista Biblica, pubblicata dal 1920 dal Pontificio Istituto Biblico di Roma, contiene articoli di ricerca filologica neo testamentaria liberamente scaricabili e gratuiti. 

http://www.bsw.org/project/biblica

 

 

Filologia Neotestamentaria Online - Sito della rivista pubblicata dal Dipartimento delle Antichità dell'Università di Cordoba, Spagna, contiene articoli di filologia neo testamentaria liberamente scaricabili e gratuiti.

http://www.bsw.org/project/filologia

 

 

Dipartimento di Filologia Classica e Medioevale - Il sito del Dipartimento di Filologia dell'Università di Bologna, in Via Zamboni, 32. Organizza seminari ed eventi che riguardano anche la storia del cristianesimo. Segnaliamo in particolare il Seminario bolognese di letteratura cristiana antica (S.B.L.C.A.). Il sito contiene anche strumenti informatici e link di interesse per lo studio delle antichità classiche.

http://www.classics.unibo.it/CLASSICS/default.htm

 

 

 

 


 

 

  

Appendice II

Classificazione degli onciali dal IV al IX secolo

 

 

 

Legenda: Codice = manoscritto, Sec. = data, Cont.: S = Sinottici, A = Atti, P = Lettere di Paolo, C = Epistole Cattoliche; Neutr./Aless. (E) = varianti inquadrabili in questa famiglia; M = varianti bizantine (da Majority); E&M = varianti neutrali & bizantine; Altro = altre varianti. Categoria = categoria assegnata dal Prof. Aland da I (migliore) a V (peggiore), misura la qualità testuale del documento. Epistole cattoliche = Giacomo, Pietro 1&2, Giovanni 1,2&3, Giuda.

 

Classe:

 

M+++++   =  100%    M++++   =  oltre 95%    M+++   =  oltre 90%    M++  =  oltre 80%

M+  =  oltre 66%        M  =  oltre 50%              M-  =  molteplicità       M/E =  legame debole

 

Fonte: K.Aland, B.Aland, The Text of the New Testament, Grand Rapids: Ederman, 1987 (pp. 106-125).

 

Per la suddivisione in classe (E, M) vedere l’articolo web: www.revisedstandardversion.net/text/WNP/id_5.html

in cui l’assegnazione a una determinata classe è stata eseguita trascurando la colonna E&M quindi per la parte “sinottica” (S) del codice B abbiamo ad esempio un totale pari a 196+9+72=277 da cui una percentuale di varianti alessandrine pari a 196/277 = 71% (punteggio E+).

 

 


 

 

 

TABELLA I – Suddivisione degli

onciali (IV-IX sec.) per data e per classe

 

Codice

sec.

cont.

neutr./

aless.

(E)

E&M

bizantino (M)

altro

totale

classe

Categoria

B(03)

IV

S

196

54

9

72

331

E+

I

A

72

22

2

11

107

E++

I

P

144

31

8

27

210

E++

I

C

80

8

2

9

99

E++

I

א (01)

IV

S

170

80

23

95

368

E

I

A

67

24

9

17

117

E+

I

P

174

38

76

52

340

E

I

C

73

5

21

16

115

E

I

W(032)

V

S

54

70

118

88

330

M-

III

A(02)

V

S

18

84

151

15

268

M++

III

A

65

22

9

12

108

E+

I

P

149

28

31

37

245

E+

I

C

62

5

18

12

97

E+

I

C(04)

V

S

66

66

87

50

269

M-

II

A

37

12

12

11

72

E

II

P

104

23

31

15

173

E+

II

C

41

3

15

12

71

E

II

D(05)

V

S

77

48

65

134

324

O-

IV

A

16

7

21

33

77

O-

IV

I(016)

V

P

15

1

2

6

24

E

II

Q(026)

V

S

0

5

5

2

12

M+

V

048

V

P

26

7

3

4

40

E+

II

0274

V

S

19

6

0

2

27

E+++

II

D(06)

VI

S

112

29

137

83

361

M-

II

E(08)

VI

A

23

21

36

22

102

M-

II

H(015)

VI

P

11

0

5

1

17

E

III

N(022)

VI

S

8

48

89

15

160

M+

V

O(023)

VI

S

0

4

9

3

16

M+

V

P(024)

VI

S

3

16

24

0

43

M++

V

R(027)

VI

S

0

4

11

5

20

M+

V

Z(035)

VI

S

11

5

3

2

21

E+

III

X(040)

VI

S

8

2

2

3

15

E

III

S(042)

VI

S

15

83

140

25

263

M+

V

F(043)

VI

S

11

83

131

18

243

M++

V

0211

VII

S

10

101

189

23

323

M++

V

E(07)

VIII

S

1

107

209

9

326

M++++

V

L(019)

VIII

S

125

75

52

64

316

E

II

047

VIII

S

6

96

175

21

298

M++

V

0233

VIII

S

3

23

47

5

78

M++

III

Y(044)

VIII

S

52

21

40

19

132

E-

III

A

22

25

43

15

105

M

III

P

38

42

135

33

248

M

III

C

54

8

21

14

97

E

II

F(09)

IX

S

0

78

156

11

245

M+++

V

F(010)

IX

P

91

12

41

69

213

E-

III

G(011)

IX

E

4

87

176

21

288

M++

V

G(012)

IX

P

91

12

43

66

212

E-

III

H(013)

IX

S

2

82

174

7

265

M++++

V

H(014)

IX

A

2

22

48

1

73

M+++

V

K(017)

IX

S

8

107

197

15

327

M++

V

K(018)

IX

P

8

32

154

8

202

M+++

V

C

4

9

77

6

96

M++

V

L(020)

IX

A

1

23

51

3

78

M+++

V

P

5

44

188

4

241

M++++

V

C

5

9

78

3

95

M+++

V

M(021)

IX

S

7

106

202

12

327

M+++

V

P(025)

IX

S

1

29

70

0

100

M++++

V

P

87

31

87

31

236

E/M

III

C

26

6

46

9

87

M

III

U(030)

IX

S

1

38

105

11

155

M++

V

V(031)

IX

S

8

101

192

17

318

M++

V

Y(034)

IX

S

4

95

192

6

297

M++++

V

D(037)

IX

S

69

88

120

47

324

M

III

Q(038)

IX

S

75

59

89

95

318

O-

II

L(039)

IX

S

10

41

2

53

 

M++++

V

P(041)

IX

S

11

104

190

18

323

M++

V

W(045)

IX

S

3

104

208

10

325

M+++

V

049

IX

A

3

29

69

3

104

M+++

V

P

0

34

113

3

150

M++++

V

C

1

9

82

4

96

M+++

V

063

IX

P

0

3

15

0

18

M+++++

V

0150

IX

P

65

34

101

23

223

M

III

0151

IX

P

9

44

174

7

234

M+++

V

33

IX

S

57

73

54

44

228

E-

II

A

34

19

21

11

85

E

I

P

129

35

47

36

247

E

I

C

45

3

21

14

83

E

I

461

IX

S

3

102

219

5

329

M++++

V

 

Papiri: per quanto riguarda i papiri la situazione per alcuni di essi è la seguente: P74 (VII sec., contiene Atti e frammenti delle epistole cattoliche) 86% alessandrino (E++) – P46 (200-250 d.C., epistole di Paolo) alessandrino fra 80 e 90% (E++): questo papiro viene considerato molto affine a B tanto che spesso si considera B (corpus paolino) e P46 come proto alessandrini o testo P46+BP75 (200-250 d.C., Vangeli di Lc e Gv) alessandrino 77% in Luca (E+, tendente ad E++): questo papiro è molto affine al testo di B, più di quanto non lo siano tra loro B ed Aleph – P66 (200 d.C. circa, contiene solo Gv) è un testo con molti errori e correzioni, lo si classifica comunque nella famiglia neutrale-alessandrina.

 

 

Categorie di K. Aland

 

·         Categoria I: Manoscritti di qualità molto speciale che dovrebbero sempre essere tenuti in grande considerazione nello stabilire il testo originale. A questi sono aggiunti tutti i manoscritti anteriori al IV secolo.

·         Categoria II: Manoscritti di qualità speciale, ma distinti dai manoscritti della Categoria I per la presenza di alcune interpolazioni.

·         Categoria III: Manoscritti di natura distinta caratterizzati da un testo relativamente indipendente. Particolarmente importanti per la storia del testo.

·         Categoria IV: Manoscritti affini al Codex Bezae-Cantabrigensis D(05) considerato di tipo occidentale.

·         Categoria V: Manoscritti della famiglia bizantina.

 

 

 


 

 

 

TABELLA II – Distribuzione degli onciali (IV-IX sec.)

 

 

La seguente tabella è stata costruita a partire dalla tabella precedente, in ascissa riporta il numero di categoria secondo Aland (dalla categoria considerata testualmente “migliore” I alla categoria peggiore “V”), in ordinata è riportato il tipo di classe del documento (E = testo alessandrino o neutrale, M = testo bizantino, da “Majority”). Poiché la valutazione di alcuni onciali nella tabella precedente è fatta suddividendo l’intero contenuto per contenuto (S, A, P, C) e dando valutazioni separate, anche i valori indicati nella sottostante Tabella II sono riportati per contenuto ovvero contando non i singoli onciali ma contando a parte sinottici, Atti degli Apostoli, corpus paolino ed epistole cattoliche. Difatti esistono codici che non sono valutabili da un punto di vista testuale nella loro completezza, per esempio il testo del Codice A risulta fortemente bizantino nei sinottici, ma è considerato neutrale/alessandrino nelle lettere di Paolo, nelle epistole cattoliche e negli Atti degli Apostoli.

 

 

Categ. di Aland

I

II

III

IV

V

Totale

E+++

 

1 (0274)

 

 

 

1

E++

3

 

 

 

 

3

E+

5

2

1

 

 

8

E

6

5

2

 

 

13

E-

 

1

3

 

 

4

O-

 

1

 

2

 

3

E/M

 

 

1

 

 

1

M-

 

3

1

 

 

4

M

 

 

5

 

 

5

M+

 

 

 

 

5

5

M++

 

 

2

 

10

12

M+++

 

 

 

 

10

10

M++++

 

 

 

 

8

8

M+++++

 

 

 

 

1 (063)

1

Totale

14

13

15

2

34

78

 

Nota – Il punteggio eccezionale riportato dai manoscritti 0274 (E+++) e 063 (M+++++) è in realtà inficiato dal fatto che questi documenti sono molto frammentari e quindi il loro contenuto è stato valutato per quel poco che ci è pervenuto. Si dovrebbero scartare nell’analisi dei dati.

 

Interpretazione dei dati, due diverse scuole di pensiero

 

Come interpretare i dati riportati in particolare nella Tabella II? Questi dati provengono da analisi statistiche dei testi che sono accettate univocamente. Su questo non c’è discussione. Tuttavia esistono due criteri diversi, due modi differenti per leggere in chiave diversa gli stessi dati.

 

La stragrande maggioranza del testo degli onciali dal IV al IX sec., come attesta in particolare la Tabella II, è di tipo bizantino, questo è evidente osservando che cadono in questa area ben 44 manoscritti. Nell’area neutrale alessandrina cadono invece soltanto 28 manoscritti. Inoltre nella loro categoria i manoscritti tipicamente bizantini, oltre ad essere in netta maggioranza rispetto agli altri, riportano punteggi molto elevati (ne contiamo 10 con M++, 10 con M+++ e ben 8 con il punteggio di M++++). Questo significa che questi documenti hanno generalmente una elevata percentuale di aderenza al testo bizantino e come conseguenza si accordano molto bene fra di loro. Al contrario il testo alessandrino è attestato da 28 documenti soltanto, la maggioranza dei quali (13) è inquadrabile nella classe di merito “E” (fra 50% e 66%) che non è certo eccezionale: questo significa che il testo di questi manoscritti ha certamente influssi alessandrini ma risente anche di altre infiltrazioni per cui il testo che deriva non è uniforme e concorde come quello bizantino. Da questa constatazione i critici del metodo di Westcott-Hort, che dà predominanza nella qualità testuale al testo alessandrino, sostengono che in realtà il testo migliore sarebbe quello bizantino, più concorde e attestato dalla maggioranza dei manoscritti esistenti (agli onciali bisogna infatti sommare i minuscoli e i lezionari dal IX sec. in poi, pressoché tutti di tipo bizantino). Il testo alessandrino sarebbe per contro poco affidabile e difficilmente ricostruibile per il fatto che i manoscritti esistenti sono relativamente pochi e dai confronti tra di loro si notano anche non poche discordanze (almeno relativamente alla classe bizantina) che rendono difficile, se non impossibile, il processo di ricostruzione del testo.

 

Ma i dati riportati in queste tabelle sono interpretati in maniera diametralmente opposta dalla maggioranza degli studiosi, che confermano quanto concluso da Westcott ed Hort. Secondo questa scuola di pensiero il fatto che la classe bizantina sia sostenuta dalla quasi totalità dei manoscritti esistenti e per giunta che ci sia una notevole concordanza tra i testi bizantini tra di loro non può essere casuale: una tale uniformità può derivare soltanto dal fatto che ad un certo punto c’è stata la precisa volontà di uniformare il testo del NT, da cui la teoria della recensione che alcuni fanno risalire nell'arco di tempo che va dal 250 d.C. al 350 d.C., per opera della scuola di Luciano di Antiochia. A queste considerazioni si arriva anche considerando che i manoscritti bizantini in genere sono più tardi di quelli neutrali alessandrini. Nel IV secolo sono prevalenti gli onciali il cui testo è alessandrino, nel V secolo il testo bizantino guadagna posizioni significative, dal VI secolo in poi il numero degli onciali bizantini comincia ad essere preponderante. Una analisi dei codici minuscoli e dei lezionari (dal IX secolo in poi) mostra che questi documenti, salvo rarissime eccezioni, sono sostanzialmente tutti bizantini. Il testo più veritiero, se così si può dire, secondo questa filosofia di pensiero, sarebbe pertanto quello attestato dalla classe alessandrina, più libera e disomogenea al suo interno proprio perché il peso di una volontà uniformatrice era assente. L'analisi dei papiri anteriori ai codici Vaticano e Sinaitico mostra poi che il papiro P75 (200-250 d.C., Vangeli di Luca e Giovanni) è molto concorde con il testo del Vaticanus (addirittura più di quanto il Vaticanus lo sia con il Sinaiticus) ed anche il papiro P46 (180-200 d.C., epistole paoline) risulta fortemente concorde con il Vaticanus tanto che alcuni hanno individuato una nuova classe testuale proto alessandrina (chiamata anche P46+B). P75, P46 e P74 raccolgono il punteggio E++. Il papiro P45 (200-250 d.C.) è invece catalogato come testo cesariano, con molte varianti libere. Il papiro P66 (200 d.C. circa) è stato classificato anch’esso come alessandrino anche se contiene molti errori e correzioni da parte dello scriba. Questi antichi papiri, inquadrabili nella classe alessandrina, mostrano significative discordanze e un testo molto meno uniforme di quanto non lo sia il testo bizantino. La somiglianza di questi antichi codici con il Vaticanus proverebbe da un lato che il testo alessandrino è il più antico e dall'altro che il Vaticanus è stato copiato abbastanza fedelmente dai manoscritti antenati. Questa però non è una garanzia assoluta che il testo sia conforme all’originale: antichità non significa necessariamente certezza di avere l'originale in quanto una interpolazione potrebbe essersi creata in tempi molto antichi ed essere quindi presente in un determinato filone testuale attraverso le versioni successive.

 

In estrema sintesi: i detrattori del metodo testuale moderno affermano che la Chiesa Bizantina avrebbe conservato il testo più simile agli originali e difatti i manoscritti bizantini sono numerosissimi e generalmente si accordano bene tra loro. Questo sarebbe IL TESTO del NT per eccellenza secondo questa scuola di pensiero. D’altra parte i critici moderni affermano invece che il testo bizantino è sospetto perché forse troppo concorde e frutto di una precisa volontà uniformatrice (recensione). Esso sarebbe quindi da rifiutare ed è per questo che Aland colloca tutti i manoscritti bizantini nelle categorie più scadenti della sua suddivisione (in particolare nella V).

 

 


  

 

 NOTE AL TESTO

 

[1] Come vedremo questo assunto è valido con significative eccezioni.

 

[2] Tutti i più antichi papiri del Nuovo Testamento dall’inizio del II secolo in poi sono scritti in greco. Esistono studi secondo i quali il Nuovo Testamento greco, almeno limitatamente ad alcune porzioni, potrebbe derivare da documenti più antichi originariamente scritti in un linguaggio semitico (ebraico, aramaico).

 

[3] I tre codici biblici (AT + NT) in greco più antichi e importanti sono il Codice Vaticano B (Codex Vaticanus) scritto nella prima metà del IV secolo, il Codice Sinaitico א (Codex Sinaiticus) scritto nella seconda metà del IV secolo e il Codice Alessandrino A (Codex Alexandrinus) del V secolo.

 

[4] Per esempio i papiri neo testamentari della collezione Chester Beatty sono stati acquistati nel 1930-31; i papiri di Bodmer nel 1955-56. I papiri di Oxyrhynchus provengono da scavi archeologici iniziati nel 1896, i più recenti papiri del Nuovo Testamento qui rinvenuti sono stati pubblicati nel 1997-98.

 

[5] In questi codici e nel Codice Alessandrino A manca infatti tutto Marco 16:9-20.

 

[6] Così in k, a, b, d, ff (manoscritti della vetus latina),  sys (codice siro-sinaitico), sa (versione sahidica).

 

[7] Essa manca in particolare nei papiri P66 e P75.

 

[8] Vedi C.H. Roberts, An Unpublished Fragment of the Fourth Gospel in the John Rylands Library, Bullettin of the John Rylands Library, XX, pp. 45-55, 1936.

 

[9] Vedi ad es. A. Schmidt in Zwei Anmerkungen zu P.Ryl. III 457, APF 35, 1989, 11-12.

 

[10] Nel 1972 in un articolo su Biblica J. O’Callaghan propose di identificare il frammento 7Q5 con Marco 6:52-53. La proposta non è stata accettata da tutta la comunità scientifica internazionale per cui rimangono non poche perplessità. Se fosse provata la teoria di O’Callaghan 7Q5 (datato tra il 50 a.C. e il 50 d.C.) sarebbe il più antico frammento del Nuovo Testamento greco; inoltre costituirebbe l’unico brandello di rotolo del Nuovo Testamento. J. O’Callaghan ha proposto inoltre di attribuire il frammento 7Q4,1 (stesso periodo e luogo di 7Q5) a 1 Tim 3:16-4:3.

 

[11] Cfr. Ireneo di Lione, Adversus Haereses, 1.28.1

 

[12] Luciano, il vescovo di Antiochia, venne imprigionato e giustiziato a Nicomeda nel 312 d.C. sotto Massimino. Sappiamo anche che “la persecuzione dioclezianea ha trovato notevoli echi in papiri editi negli ultimi anni. Due documenti (P.Oxy. XXXIII 2665 e 2673) si riferiscono a beni confiscati, nel primo caso a un condannato chiamato Paolo, nel secondo caso a una chiesa. P.Bodmer XX conserva una parte considerevole dell’originale del verbale processuale di Filea, vescovo di Thmuis, davanti al prefetto Claudio Culciano nel 306 d.C. Una seconda versione di questo originale greco è stata poi identificata da A. Pietersma tra i papiri di Chester Beatty (Bulletin of the International Organisation for Septuagint and Cognate Studies, 7, 1974, pp. 13-14).” (E.G. Turner, Papiri greci, ed. italiana a cura di M. Manfredi, Carocci, Roma, 1984, ristampa del 2002).

 

[13] Così ad esempio nel Codice di Washington W, del V-VI secolo, nel Codex Regius L dell’VIII secolo, nella Vulgata di San Girolamo e in altri mss. Il Codice vaticano B, il Codice Sinaitico, ma anche D, Q, 28, 788 ed altri mss riportano invece le parole oude o uioj.

 

[14] Così, secondo il Merk-Barbaglio, in C, Y, 33, 579r, W, D, Q, 372r, 118, 209, rel, vl, sycph, gg, co.

 

[15] Così in D, W, in alcuni manoscritti della vetus latina (e, a, b, ff, i, r, t) e nella versione siro-sinaitica (sys). In questi documenti viene omessa la frase ™pˆ 'Abiaq¦r ¢rcieršwj.

 

[16] La citazione di 1 Samuele 21:2-7 è quella del testo ebraico masoretico. Nel corso dei secoli si sono susseguite varie recensioni dell’Antico Testamento, come testimoniano i manoscritti di Qumran, tramandato del resto anche nella versione greca detta dei LXX.

 

[17] Così nel codice Vaticano, Sinaitico ed altri.

 

[18] Nel Merk-Barbaglio abbiamo il seguente apparato critico: 16s Ihsoun Barabb. Q 1r 241* sysi ar ggI; secondo il TCG 2005 (Wieland Willker) ai vv. 16, 17 la lezione è testimoniata da: Q f1 241** 299** 700* Sy-S Sy-Pal arm geo2, Or.

 

[19] Vedi Marco 14:36, dove viene esibita e spiegata la parola “Abbà”.

 

[20] In scriptio continua avremmo: UMINBARABBAN; il copista nel trascrivere avrebbe duplicato di fatto la stringa IN (si tratta di un errore relativamente comune, noto in linguistica come dittografia) interpretandola di fatto come una nomina sacra.

 

[21] L’omissione di una parola o di una frase dovuta al fatto che nel testo si ripetono a breve distanza parole simili e l’occhio salta da una parola all’altra è detta aplografia per omeoteleuto.

 

[22] Nel Vangelo dei Nazareni citato da San Girolamo compariva “figlio di Ioiada” invece che “figlio di Barachia”. Secondo il Merk-Barbaglio nel Codice Sinaitico nella prima stesura mancava “figlio di Ioiada”, aggiunto in seguito da un revisore.

 

[23] Cfr. 2 Cr 24:20-22.

 

[24] Si noti che tutti i mss. degli Atti sono concordi nel riportare settantacinque.

 

[25] Il più antico frammento della LXX dell’Esodo è 7QLXXEx ritrovato a Qumran e datato paleograficamente tra il I e il II sec. a.C. (contiene un frammento del Cap. 28 del libro).

 

[26] C.P. Thiede, I rotoli del Mar Morto, le radici ebraiche del cristianesimo, Mondadori, 2003 (prima edizione in lingua inglese 2001)

 

[27] Anche per il Deuteronomio sappiamo che in tempi molto antichi dovevano esistere delle versioni in greco. Si conoscono oggi i frammenti 4QLXXDeut (che attesta Deut 11:4) e PRyl 458 (che attesta Deut 23:38) entrambi datati al II secolo a.C. Abbiamo inoltre i due frammenti P.Fouad 266 b (Deut. 17:33) e P.Fouad 266 c (Deut. 10:33) (cfr. Zaki Aly-L. Koenen, Three Rolls of the Early Septuagint, 1980) che sono stati datati paleograficamente al I secolo a.C.

 

[28] Vedi Zaccaria 11:12-13.

 

[29] Così in F, 33, 157, a, b, sysp, Taal (vedi Merk-Barbaglio).

 

[30] Così in 22, syhm (vedi Merk-Barbaglio).

 

[31] Così ad esempio nel codice minuscolo 21, del XII secolo. Questo dato è riportato nel TCG 2005 (Wieland Willker) ma non nel Merk-Barbaglio.

 

[32] Inoltre gli studi scientifici mostrano che durante gli anni in cui si stima sia morto Gesù vi furono due eclissi totali di sole, una avvenuta nel 29 d.C., visibile da Gerusalemme ma lontana dal periodo della Pasqua ebraica, l’altra avvenuta nel 33 d.C., compatibile con il periodo della Pasqua ebraica ma non visibile da Gerusalemme. I dati sono reperibili nel sito della NASA nella sezione dedicata alle eclissi di particolare interesse storico.

 

[33] Come vedremo questa categoria testuale è molto pregiata.

 

[34] Il più antico manoscritto della vetus latina è il codice vercellenssis (a).

 

[35] Questo errore si verifica quando l’amanuense omette per errore di distrazione una o più lettere, una parola o una frase saltando più avanti nel testo.

 

[36] Secondo il Merk-Barbaglio il passo è omesso nei segg. documenti: B, S (codice sinaitico), k, sys, arI, ggI, saI, Ammon, Eusc, Hierc.

 

[37] La nota afferma: “i vv. 9-20 sono un supplemento aggiunto in seguito per riassumere rapidamente le apparizioni”.

 

[38] Alcuni frammenti in greco sono stati ritrovati anche presso il sito di Oxyrhynchus in Egitto.

 

[39] Young Kyu Kim nel 1988 propose di datare il papiro P46 alla fine del I secolo d.C. sulla base di alcune considerazioni paleografiche e linguistiche, non ottenendo però il consenso della comunità scientifica internazionale, vedi Paleographic Redating of P46 to the First Century in Biblica, 69, N. 2, 1988.

 

[40] C.P. Thiede propose di identificare questo manoscritto, costituito da tre pezzi di codice, alla fine del I secolo. Vedi ad esempio Il papiro di Magdalen, la comunità di Qumran e le origini del Vangelo, PIEMME, 1997.

 

[41] Naturalmente un piccolo frammento non è affatto un intero libro per cui si potrebbe anche sostenere che l’identificazione di un piccolo frammento è utile soltanto per stabilire che un determinato racconto o passo era già presente in un certo periodo storico.

 

[42] P75 è uno dei papiri di Bodmer, acquistati da Martin Bodmer nel 1955-56.

 

[43] Per materiale spurio intendiamo lezioni che con grande probabilità non facevano parte dei primi manoscritti, quelli più vicini agli originali. Questo materiale narrativo poteva essere stato scritto in quanto proveniente dalla tradizione orale, oppure introdotto per armonizzare il testo di un Vangelo con quello di un altro.

 

[44] Il Merk-Barbaglio lo inquadra nella classe H anche per i Vangeli.

 

[45] Il Merk-Barbaglio lo inquadra nella classe H anche per i Vangeli.

 

[46] Vedi G. Zuntz, The Text of the Epistles: a Disquisition upon the Corpus Paulinum, 1953.

 

[47] Secondo il Merk-Barbaglio i più antichi mss della vetus latina sono il codice a (vercellensis, IV secolo) e b (veronensis, V secolo). Il testo di questi mss. latini è considerato più antico di quello della Vulgata di San Girolamo.

 

[48] Marcione venne considerato un eretico dalla Chiesa, nel 144 d.C. diede luogo a quello che si può considerare il primo scisma conosciuto della Chiesa primitiva e fondò la Chiesa marcionita.

 

[49] Cfr. Adversus Haereses, III, 10:5-6.

 

[50] Cfr. Gv 7:53-8:11.

 

[51] La Vetus Latina raggruppa tutte le versioni in latino precedenti la Vulgata di San Girolamo (405 d.C.) è testimoniata da numerosi manoscritti, i più antichi sono il Codex Vercellensis (del IV secolo) e il Codex Bobiensis (IV-V secolo).

 

[52] La vetus syra raggruppa le versioni in siriaco (aramaico) precedenti la Peshitta. E’ testimoniata dalla versione siro-sinaitica (palinsesto datato al IV sec. ritrovato nel 1892 presso un monastero del Monte Sinai) e dalla versione siro-curetoniana (manoscritto datato al V sec. ritrovato nel 1842 in Egitto da William Cureton). La maggioranza degli studiosi pensa che questi manoscritti siano derivati dal testo greco ma alcuni ipotizzano invece che siano più antichi ed indipendenti dal testo greco.

 

[53] Si può qui citare il libro di W.N. Pickering, The Identity of the New Testament Text, Nashville, Thomas Nelson Publisher, 1977, pp. 37-38.

 

[54] A. Merk, G. Barbaglio, Nuovo Testamento greco e italiano, edizioni Dehoniane, Bologna, 1984, versione del 1997, pag. 8.

 

[55] A. Merk, G. Barbaglio, Nuovo Testamento greco e italiano, edizioni dehoniane, Bologna, 1984, ediz. 1997, pag. 10.

 

[56] La datazione di quasi tutti questi manoscritti è paleografica, ovvero basata sullo studio dello stile di scrittura. Pertanto essa è soggetta a un certo grado di approssimazione.

 

[57] Questa difatti è storicamente la sigla di questo codice. Alcuni manuali (così ad es. Nel Merk-Barbaglio) per ragioni tipografiche indicano questo codice con la lettera S, indicando con 028 un altro codice che in alcune catalogazioni viene denominato come S.

 

[58] I canoni di Eusebio sono delle tavole preparate da Eusebio di Cesarea (265-340 d.C. circa), autore della Storia Ecclesiastica e di altre opere molto importanti, che aiutano il lettore a ritrovare i passi paralleli ed i riferimenti nei quattro Vangeli. Poiché Eusebio di Cesarea è vissuto nel IV secolo ed i suoi scritti hanno avuto una grandissima influenza, la presenza o meno dei canoni è utile per stabilire il periodo in cui un codice è stato scritto. Per esempio il Codex Vaticanus non contiene tali canoni quindi si pensa che sia stato scritto tra la fine del III secolo e la prima metà del IV secolo, altrimenti con ogni probabilità li avrebbe inclusi. Invece sia il Codex Sinaiticus che il Codex Alexandrinus contengono i canoni, pertanto sono con ogni probabilità posteriori al Codex Vaticanus.

 

[59] Infatti i più antichi manoscritti della Bibbia ebraica “masoretica” sono di gran lunga posteriori al codice vaticano B.

 

[60] Eusebio, Vita Constantini, IV, 36.

 

[61] Le due lettere a Timoteo e la lettera a Tito sono anche denominate lettere pastorali.

 

[62] Vedi G. Zuntz, The text of the Epistles: a Disquisition upon the Corpus Paulinum, 1953.

 

[63] Come prec. osservato B è stato completamente riscritto in epoca medievale, ricalcando il testo sottostante.

 

[64] Attenzione a non confondere quindi il Sinaitico con il codice 028, che in altri manuali è chiamato S.

 

[65] T.C. Skeat, The Codex Sinaiticus, the Codex Vaticanus and Constantine, JHS, 50, 1999, pp. 583-625.

 

[66] Beza scrisse in una lettera di accompagnamento che il manoscritto fu sottratto dagli ugonotti al monastero di S. Ireneo a Lione, durante la guerra del 1562.

 

[67] F.G. Kenyon, Chester Beatty Biblical Papyri (Part II -  the Gospels and Acts), 1933.

 

[68] Vedi E.C. Colwell, Method in Evaluating Scribal Habits: a study of P45, P66, P75, Studies in Methodology in Textual Criticism of the New Testament, 1965.

 

[69] F.G. Kenyon, The Chester Beatty Biblical Papyri (Fasciculus III Supplement, Pauline Epistles), 1937, Emery Walker Limited, London.

 

[70] Le caratteristiche paleografiche notate da Y.K. Kim riguardano lo stile di scrittura, che per confronto sembra coerente con quello di analoghi papiri documentari della fine del I secolo. Le caratteristiche stilistiche riguardano invece le peculiarità linguistiche e grammaticali: ad esempio il fatto che alcune parole sembrano contenere regolarmente il cambio kappa gamma è segnale di una certa antichità del documento.

 

[71] Vedi V. Martin, Papyrus Bodmer II, Evangile de Jean, chap. 1-14, 1956;  V. Martin, Papyrus Bodmer II, Supplément, Evangile de Jean, chap. 14-21, 1958 ; V. Martin, Papyrus Bodmer II, Supplément, Evangile de Jean, chap. 14-21, 1962, edizione riveduta e corretta, con riproduzione fotografica completa del manoscritto.

 

[72] Vedi H. Hunger, Zur Datierung des Papyrus Bodmer II (P66), Anzeiger der Österreichischen Akademie der Wissenschaften, phil.-hist. Kl., 1960, Nr. 4, 12-33.

 

[73] E.C. Colwell, Method in Evaluating of Scribal Habits: a Study of P45, P66, P75, pp. 378-379, 1965.

 

[74] Così ad esempio in R. Kasser, V. Martin, Bodmer Papyrus XIV-XV, l’opera in cui è stato pubblicato questo documento nel 1961.

 

[75] Manoscritto pubblicato in Papyrus Bodmer VII-IX. VII : L’Epître de Jude. VIII : Les deux épîtres de Pierre. IX : Les Psaumes 33 et 34. Publié par M. Testuz, 1959.

 

[76] O. Montevecchi, La Papirologia, ed. Vita e pensiero, Milano, 1988, pag. 286.