Il nudo nell'arte tra eros, amore e
sanità del corpo, accompagna la storia dell'uomo sin dall'antichità.Il celebre poeta
Paul Valery, nel 1934, scriveva che “soltanto pochi anni fa il medico, il
pittore e il frequentatore di case chiuse erano i soli mortali che conoscessero
il nudo, secondo il suo caso”. E sulla questione è ancora più chiaro quando
scrive che “il nudo non aveva che due significati nelle menti: talvolta il
simbolo del bello, talvolta quello dell'osceno”.
Tutto ciò appare più chiaro alla luce dei messaggi pubblicitari, del controllo visivo dei media, che oggi
nel nudo segnano appieno la comunicazione, per cui l'uomo e la donna, il
maschio e la femmina, si ritrovano allo specchio. Le ideologie di oggi sono
quelle che si inscrivono nel corpo, lo modulano, i cui comportamenti cambiano i
contorni, le pose, i gesti. Il nudo maschile si nutre in una sorta di
stereotipi. Basti osservare la fotografia d'arte, ad iniziare da Mapplethorpe,
per evidenziarne le icone normative, gli stereotipi chiamati ideali, e
rintracciarne l'essenza del maschio nella curva di un gluteo, nell'apertura di
una spalla più o meno possente, nella linea rigida e flessuosa di un dorso,
nelle cosce allungate o fasciate da muscoli vivi.

L'ideale greco della bellezza maschile che passa anche tramite Winckelmann, e che il Lavater associava alle proporzioni fisiche
asciutte e tornite la correttezza del portamento morale, si portava verso quel
compiacimento omosessuale e profondamente narcisistico da cui era nato, messo
maggiormente in luce nel secolo dei lumi. Ma il corpo e il suo nudo crescono
entro i margini della sovrapposizione tra il bello e il conforme, tra il brutto
e il difforme, grazie anche alla relatività a cui nulla sfugge. Georg L. Mosse,
autore di un testo fondamentale come “L'immagine dell'uomo” (Einaudi, 1997)
sostiene che i tratti ideali della mascolinità si sono consolidati per la prima
volta nella seconda metà del XVIII secolo. Tutto ciò sulla scorta di
fisiognomica e antropologia che restituiscono all'uomo un ideale virtuoso di
bellezza, recuperato dai canoni classici, che pone le fondamenta della virilità
moderna, assegnandole una missione dinamica, attiva e potente, nonostante le
traversie diffuse nei secoli, comprese quelle dandystiche e femministe. Il
geniale artista Mapplethorpe approda alle contemporanee esitazioni del nudo,
con i suoi gonfi tessuti, i suoi sessi spropositati e immoti, quasi piante
carnivore, e Van Gloden in un clima fin de siécle, complice l'epoca del
cambiamento, rintraccia atleti levigati e ricciuti, prestati al gioco del
controtipo con i loro tratti plastici, il molle invece del duro, il villoso
invece del glabro, il curvo piuttosto che l'eretto.
La storia dell'arte ci restituisce linearmente l'ideale normativo del
corpo maschile e della sua bellezza, mettendo in contrapposizione il Diadumeno
di Policleto il Vecchio, l'Efebo di Ancitera, il Niobide romano che Plinio
attribuiva a Scopa o Prassitele, l'Apossimeno di Lisippo, per citarne qualcuno,
con il Davide di Michelangelo. Fino agli artisti contemporanei, taluni giovani,
che sulla tematica del corpo e del nudo, assumono come soggetto la miseria
della fisicità con i suoi liquidi e i suoi liquami grotteschi. In quest'ultima
linea vanno letti i lavori di Paul McCarthy, Mike Kelly, Charles Ray, Kiki
Smith, tutti voluti dal critico Jeffrey Deitch nella sua mostra del 1991 dal
titolo “Post Human”. Ma fermiamoci qui, per non andare oltre la tematica qui
presa in visione, ossia il nudo; semmai la trasgressione andrebbe riproposta, com'è nostra intenzione, in altro scritto.
L'interesse per il nudo sta come senso del limite, vive
in quella soglia che nei secoli ha sorretto convenzione e scandalo,
aggressività e violenza, eros e pornografia.
Tra bello e osceno si gioca l'ambiguo fascino del nudo
femminile. E Linda Nead nel suo “The Female nude; art obscenity and Sexuality”
sostiene che il nudo rappresenta “il contenimento della natura attraverso
l'arte.Dal Rinascimento al modernismo il nudo femminile dimostra che l'arte ha
le sue origini e viene sostenuta dall'energia erotica maschile”. Ma c'è di più:
se Paul Valery rintraccia singolari attenzioni verso la “Venere d'Urbino” di
Tiziano oggi collocata agli Uffizi.

Dice: “Ben si avverte che per Tiziano,
quando mette una Venere dalle carni purissime, mollemente raccolta sulla
porpora nella pienezza della sua perfezione di dea e di cosa dipinta, dipingere
fu accarezzare, unire due voluttà in un atto sublime, dove il possesso di se
stessi e dei propri mezzi, e il possesso della bella con tutti i sensi, si
fondono”. Da qui alla circostanziata affermazione dell'insigne storico
dell'arte inglese Kenneth Clark, il passo è breve, se questi sostiene che in
nessun paese il corpo-nudo di una donna sia stato idealizzato e
offerto alla contemplazione dello spettatore come in Italia. Si pensi che nell'arte cinese e
indiana del X secolo scene intime, amorose, di nudo, fanno correlare il
desiderio fisico e l'erotismo nella campana di una visione filosofica. Mentre
nell'Italia del Rinascimento il corpo sdraiato di una donna è già convenzione,
altre culture europee fanno fatica a comprendere, come è da leggersi nei
tentativi di Durer, il quale con la sua curiosità e orrore arriva dopo molti
cerchi e diagrammi a trasformare quel corpo maciullato in un nudo femminile.
Eros e amore danno agli artisti una misura diversa del
nudo e meraviglia ancora oggi come il nudo femminile sia divenuto in Italia e
solo in Italia l'oggetto prescelto e convenzionale dell'arte, alla luce del
fatto che la riscoperta dell'antichità greca nel Cinquecento avrebbe potuto e dovuto adottare come
ideale il corpo maschile. L'idealità femminile che si fa spazio dall'antichità
all'arte pittorica italiana porta il nudo a connaturarsi con il paesaggio
idillico (vedi Giorgione)

o gli interni lussuosi (vedi Tiziano). Committenze di
famiglie e di corti, di dinastie e corti principesche, portano la
rappresentazione femminile in Occidente a quel repertorio mitologico di
richiamo erotico, con Giove padre di tutti gli dei che ingravida fanciulle e
ninfe, e bellezze inermi, prone e supine. Nella moderna battaglia del nudo
troviamo Manet e Picasso,antiaccademici.

Di Manet, ;Olympia;, presentato al Salon parigino del 1865 e che ebbe
una pessima accoglienza. Il dipinto è iconograficamente legato al suo modello,
la "Venere di Urbino" di Tiziano, del quale riprende molti elementi.
Olympia in realtà è il ritratto di una prostituta definita da qualcuno “una
rossa del quartiere di Breda”; questa Olympia non è in atto di riposare, ma
quasi in attesa di accogliere qualcuno, e appena nasconde con finto pudore il
sesso su cui tiene la mano grassottella. Non quindi da questo nudo una visione
ideale, ma vera, di chi vive dentro il mondo moderno, forse più contemporaneo.

Ma l'affondo più intrigante, che mette in ginocchio il
nudo ideale è “Les Demoiselles d'Avignon” di Pablo Picasso, che impressionò non
poco gli stessi amici dell'artista. Secondo lo storico inglese David Lomas
l'iconografia delle Demoiselles si riferisce a quella della prostituta
formulata dagli antropologi, ovvero in epoca rinascimentale il canone era
quello ideale dell'uomo di Vitruvio rivisitato e ridisegnato da Leonardo,
mentre l'ideale dell'epoca moderna secondo gli antropologi è la media delle
diversità delle razze. Sicché le Demoiselles mescolano elementi maschili e
femminili, bianco e nero, aprono al nuovo mondo, quello dei “diversi”. Picasso
s'era già accorto che il punto rispettabile del nudo era nel rapporto
modella-artista, nel suo essere voyeur, e difatti alcuni grandi pittori hanno
ritratto la donna amata, cogliendola nuda, senza veli, oscena e madonna,
erotica e idealizzante, ad iniziare dai nudi di Tiziano, dalla "

Bethsabea
al bagno" di Rembrandt con la sua pancia flaccida e la "Helene
Fourment" di Rubens con la pellicola che le scivola via dalle spalle e le
gambe un po' divaricate, fino a Guttuso, a Grosz, Albert Penot, Henry Moore,
Richard Avedon,
Gibson, Man Ray e
perfino Minayoski Takada. L'artista, specie in questo secolo, ha dato del nudo,
maschile e femminile, una ostentazione al di là di ogni regola. Muscoli
maschili e curve femminili hanno ormai invaso l'immaginario quotidiano.