La Mansarda di Miele
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Il corpo svelato

Da "materia di vita", nell'arte contemporanea il nudo si è trasformato in icona autoreferenziale, che non dev'essere toccata, ma idolatrata e dimenticata...




Nudità, sesso, erotismo all'alba del nuovo secolo virtuale: il corpo svelato è ancora "il" soggetto dell'arte contemporanea. Da sempre il nudo invade il nostro immaginario: la moda, come la pubblicità, il cinema, la letteratura e anche il design, sfruttano le possibilità di comunicazione del corpo come linguaggio autoreferenziale. Nella nostra cultura esibizionista, eccessiva e volgare il nudo è di moda, non è più un tabù, ma un manifesto di corporeità banalizzato, replicato all'infinito, che propaganda erotismo sterile e istinti patinati, senza alcun coinvolgimento. Il nudo decontestualizzato assurge a ready-made dell'organico, del mondo, dell'essere carne senza mistero: come "scarto" materiale dell'era digitale. I nudi contemporanei sono contenitori della bellezza "sottovuoto", immagini di sensi perduti nelle anatomie frammentate che i mass-media mercificano come carne al macello; il corpo si è trasformato in strumento di sperimentazione artistica utilizzato per definire iconografie del dolore. Il fascino del corpo è onnipresente nell'arte contemporanea: basta una passeggiata in qualsiasi collettiva di giovani talenti, per accorgersi che soggetti di nudi pittorici, fotografici o esibiti dal vivo impazzano qua e là nelle gallerie private come nei musei pubblici; sembra che, nonostante l'attrazione per l'inorganico insito al nuovo decennio, nato sotto il segno della riproducibilità web, il corpo senza veli, femminile o maschile, digitale o reale, dopo secoli d'iconografia specifica, attragga sempre gli sguardi e induca a riflessioni sulla perdita della sensorialità: il male "oscuro" della nostra era postscientista e informatica. Per comprendere il valore del nudo nell'arte contemporanea, facciamo un salto indietro: torniamo alla cultura classica, dove gli esempi non si contano, quando l'arte si misurava nella capacità di riprodurre, appunto, il nudo in maniera perfetta e innaturale, di sublimarlo. In particolare, la cultura greca ha deificato il corpo nella sua espressione armonica, attraverso la rappresentazione degli atleti paragonati agli dèi pagani, che, liberi dal senso del peccato, vivevano nudi. Nell'arte classica il nudo è strumento estetico che, "castrato" della sua fisicità, esprime il mito del corpo, proteggendo il mistero della bellezza. Nel Rinascimento, Giorgione e Tiziano dipingono cortigiane veneziane sotto le mentite spoglie di veneri tutt'altro che celestiali; nell'Ottocento, Ingres immortala odalische, dedite ai piaceri del bagno turco, modellandole sull'esempio dei nudi classici. I primi nudi moderni possono essere ritenuti l'"Olympia" di Manet, esposta nel 1863 al Salon des Refusés, giudicata osé dalla cultura ipocrita e perbenista dell'epoca, e "L'Origine du monde", dipinta da Courbet nel 1866 per il cabinet de toilette di Khalil Bey, un ricco diplomatico turco. Le due opere, innovative per la cultura del tempo, hanno in comune il corpo nudo ritratto con assoluta verità naturalistica: da allora l'umanità "fa scandalo" e l'esibizione della sessualità come spettacolarizzazione delle parti anatomiche, non ha avuto tregua. In ogni caso, là dove c'è arte c'è erotismo, c'è desiderio e sublimazione insieme: basti pensare all'estetizzante tensione espressiva dei nudi di Klimt o di Schiele, nel clima della Secessione viennese, ai nudi solari, floridi e tranquillizzanti di Renoir, alle donne al bagno di Degas, alle naturali regine dei postriboli di Lautrec, fino ai nudi primitivi di Cézanne e a quelli taglienti di Picasso, utilizzati come invenzioni figurative dall'impatto erotico, sconvolgente anche per i contemporanei. Nell'ambito sacro, il primo Cristo senza veli fu dipinto da Max Klinger nella celebre "Crocifissione" (1890), anche se poi l'autore fu costretto da un ordine della polizia a "rivestirlo" con un drappo, secondo tradizione iconografica. Negli anni sessanta del Novecento, Yves Klein e Piero Manzoni, nell'ambito delle ricerche d'avanguardia, introdussero il corpo come agente dell'arte; da allora, il nudo non è più soltanto un soggetto riproducibile ma è entrato direttamente sulla scena, comparendo nelle performance. Klein e Manzoni sono considerati i precursori della Body art, che negli anni sessanta-settanta ha utilizzato il corpo nudo come materia espressiva della creatività. Insomma, la storia dell'arte abbonda di nudi, si può dire che è voyeurista per necessità, poiché il corpo, essendo di per sé provocatoriamente un vessillo di carnalità, talvolta è stato utilizzato per dare scandalo e rinnovare repertori desueti. L'opera d'arte, per rivelarsi, deve irrompere nella realtà, anche provocare, indignare e disgustare. I già citati Manet e Courbet furono i primi ad intuire l'energia dionisiaca esemplificata dalla riproduzione del corpo nudo nella sua irritante naturalezza. Tali corpi demitizzati hanno messo a fuoco i limiti culturali della società borghese di fine Ottocento, incominciando ad esprimere qualcosa di "fastidioso": la verità carnale dell'uomo, imperfetto e dannatamente mortale. Dagli inizi del Novecento, senza ombra di dubbio, il nudo svela il disagio e l'attrazione della sessualità, denunciando i parametri culturali di ogni epoca, che inevitabilmente si riflettono nell'opera d'arte. Con le avanguardie del XX secolo, Body art in primis, il nudo si fa "corpo dell'arte", provocando imbarazzo e disagio; sarà Francis Bacon - preceduto per certi versi da Dix, Sutherland e Sickert - a spingere la pittura del nudo ai limiti del sadismo. Oggi i nudi sono indici, oltre che della sessualità, della malattia, dei desideri di metamorfosi perenni e imperiture, delle perversioni, delle alterazioni, delle mutilazioni, delle nevrosi, dell'integrazione tra uomo e macchina. Il corpo si è trasformato da referente estetico, qual era nel passato, a icona carnale del piacevole dolore di vivere nella cultura contemporanea, nell'attesa, magari, di fondersi con i robot. Foucault definisce il corpo come "carnaio di segni"; oggi, e gli artisti lo sanno, è simbolo di onnipotenza narcisistica; in ogni caso, nell'arte contemporanea è più corretto parlare di "pelli che rivestono le ossa", epidermidi adattabili a identità molteplici e metamorfiche, o arti robotizzati e scambievoli come abiti. Superati i limiti della "decenza", i nudi contemporanei sembrano incarnare "tentativi" di esistenza naturale e organica sempre più compromessa dalla tecnologia. Il nudo nella pubblicità e nella moda può essere tonico, atletico e irraggiungibile, atto a propagandare illusioni di perfezione e d'immortalità, mentre nell'arte è un fatto di cronaca della condizione umana e post-umana: in ogni caso, irrimediabilmente composto da una montagna di carne, di cellule e parti meccaniche decomponibili. Da sogno è diventato l'incubo, l'angelo nudo è caduto dal cielo per il peso del corpo, vivendo nell'ossessione della fisicità corruttibile; è un dato non ammissibile per la nostra società asettica, infatuata dell'immateriale che vive nella nevrosi dell'immortalità: nella proiezione dell'uomo integrato con le macchine, dimentico del presente. Non scandalizziamoci quindi se oggi il nudo post-umano è cronaca di lacerazioni, è senza dio né dèi, rappresentando la consapevolezza della menzogna del corpo che inganna i sensi e le verità. Osservate queste immagini che narrano storie di nudi vissuti come gabbie mortali e tabù identitari, inseguendo il mito del superamento dei propri limiti, nello sforzo di porsi come prova d'esistenza o alternativa post-umana. Il nudo è materia di vita: quello ritratto dagli artisti contemporanei, spesso, è pura icona autoreferenziale o agonizzante, che non vede e non sente, che non deve essere toccata ma soltanto idolatrata e dimenticata. Oggi più che mai, il nudo potrebbe essere l'unica testimonianza dell'"esserci" nella realtà e nel mondo: un auspicio per allontanare il rischio di smaterializzarci nell'etere, di essere robotizzati o inghiottiti dallo spazio virtuale, dove la carne è un simulacro.


di Jacqueline Ceresoli


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