Riccardo Venturi Popoli, culture e linguedella Campania Antica Relazione al II Convegno di FISACapo Miseno (NA) 25-28 aprile 2002 Redatta tra il 4 e il 23 aprile 2002 e pronunciata il 26 aprile 2002
1. INTRODUZIONE Ci accingiamo a parlare brevemente della situazione linguistica che si è avuta nelle varie fasi dell’antichità nel territorio geografico corrispon-dente grosso modo all’odierna regione Campana. A tale riguardo, è bene far presente sin dall’inizio che né il territorio Campano odierno corrisponde pienamente alla nozione di “Campania” che si aveva nell’antichità classica (perlopiù limitata all’Ager Campanus propriamente detto, ovvero ai Campi Flegrei), né le lingue che vi si parlavano sono interamente autoctone (con la parziale eccezione dell’Auruncano, come vedremo meglio in seguito). Per riassumere, ci occuperemo qui delle antiche lingue, italiche e non, che sono state parlate in epoca storica sul territorio corrispondente all’attuale regione della Campania, e che nell’antichità era invece distinto in entità geopolitiche ben distinte (principalmente l’Hirpinia e una consistente parte del Samnium). Ancora in epoca imperiale, la denominazione di “Campania” non si spingeva più in là dei contrafforti montuosi alle spalle della pianura costiera. 2. GRECI E ETRUSCHI NELL’ANTICA CAMPANIA: DUE CULTURE E DUE LINGUE IN COMPENETRAZIONE. CUMA. Fatta questa necessaria premessa, iniziamo a parlare della situazione linguistica antica della Campania delimitandone in primis l’ambito temporale. L’Ager Campanus propriamente detto era un territorio storicamente di lingua e di cultura greca; questo fatto dovrebbe essere sufficientemente noto e non ci soffermeremo quindi troppo su di esso. Va detto comunque che la grecità campana è tipicamente di stampo occidentale, a cominciare dal tipo di alfabeto in cui sono redatte le iscrizioni greche ritrovate nella zona. L’alfabeto greco occidentale è stato il modello per tutte le grafie dell’Italia antica, ivi comprese quella etrusca e quella latina; giunto in Italia probabilmente da Taranto, si installò nelle colonie greche della Campania verso l’ VIII secolo a.C. e si espanse in una maniera sorprendentemente rapida presso i popoli già stanziati nella penisola. Fu cosi’, ad esempio, che gli Etruschi lo ricevettero probabilmente per tramite di Cuma; ed anche l’etrusco, sempre grazie a Cuma, deve essere ascritto a buon diritto tra le lingue della Campania antica. Il greco stesso delle iscrizioni presenta tutti i caratteri più tipicamente “occidentali”, quindi, senza naturalmente riferirsi all’uso letterario del dialetto, dorici. Un discorso a parte deve essere riservato all’Etrusco. Quando si parla di Etrusco in Campania, si parla ovviamente di Cuma e dell’importanza che tale centro ebbe in tutta l’Italia antica, sia dal punto di vista culturale che, soprattutto, religioso. A Cuma la cultura e la lingua greca diedero all’Etrusco la sua particolare fisionomia, senza peraltro trascurare che, con tutta probabilità, le due lingue e le due culture erano già state in contatto in ben altre sedi (si veda ad esempio la celebre “stele di Lemno”, redatta in una lingua del tutto simile all’Etrusco e nel medesimo alfabeto greco occidentale poi importato in Italia).Questa compenetrazione cumana merita quindi di essere analizzata un po’ più a fondo. Cuma
greca ebbe più o meno tre secoli di vita: fondata dai Calcidesi nel 730 a.C.
circa, fu presa dai Sanniti nel 421 a.C. (sui rapporti fra Pithecussai e Cuma,
cfr. il capitolo introduttivo dedicato ai Greci in Campania). Le
prime ricerche nel territorio ebbero luogo nel corso del Seicento in seguito
alla ripresa delle coltivazioni nella zona, da tempo malarica; da allora,
furono raccolte iscrizioni e statue fra le quali occorre ricordare il famoso
busto di Giove (il Gigante di Palazzo),
in un primo momento sistemato a Napoli vicino al Palazzo Reale e oggi al Museo
Nazionale. I primi scavi regolari furono condotti dal 1853 al 1857 dal Conte di
Siracusa, fratello di Ferdinando II. Dopo l'unità d'Italia continuò il sistema
di scavi affidati a privati con la concessione data all'inglese Stevens che
portò alla luce una parte delle necropoli, a lungo, peraltro, saccheggiate da
clandestini. L'esplorazione dell'acropoli fu oggetto di ricerche parziali
iniziate prima della I guerra mondiale e continuate fra le due guerre da
Gabrici, Spinazzola e Maiuri; dopo l'ultima guerra, gli scavi si sono
concentrati nella città bassa, dove sono stati esplorati alcuni edifici della
città ellenistica e romana. Per
Cuma arcaica, lo storico dispone di alcuni dati forniti sia dalle fonti scritte
che dal materiale delle necropoli. Lo studio recente di sepolture rinvenute
all'inizio del secolo ha permesso di ricostruire, se non un quadro completo,
almeno alcuni aspetti della società e dell'economia cumana: alla fine dell'VIII
sec. a.C. e all'inizio del VII, vi era una classe aristocratica che conservava
le tradizioni funerarie della metropoli (incinerazione e deposizione delle
ceneri in un vaso di bronzo), ma con corredi molto più ricchi; questi ultimi
erano anche più ricchi di quelli delle necropoli contemporanee, in verità mal
conosciute, delle colonie calcidesi di Sicilia. La particolare prosperità di
Cuma in quest'epoca è stata attribuita, oltre che allo sfruttamento del
territorio (allevamento di cavalli, colture di cereali e vigneti) e alla
lavorazione dei metalli, soprattutto agli scambi marittimi favoriti da una
posizione geografica eccezionale. Nel
corso del VI sec. a.C., alcuni avvenimenti modificarono profondamente la
fisionomia del medio Tirreno: all'inizio del secolo, i Sibariti avevano fondato
Poseidonia (la romana Paestum); nel basso Tirreno erano
intanto nate le sottocolonie volute dalle colonie sullo Ionio. Verso la metà
del secolo, un gruppo di Focei, che aveva dovuto lasciare la patria (Focea, in
Asia minore) dopo l'attacco persiano (545 a.C.), si recò in Corsica, ad Alalia (oggi Aleria), dove, vent'anni
prima, alcuni compatrioti avevano fondato una città (va ricordato che, negli
anni 600 a.C., gli stessi Focei avevano fondato Marsiglia). La loro attiva
presenza nel Tirreno provocò una violenta reazione degli Etruschi e dei
Cartaginesi, che li accusarono di atti di pirateria. Vi fu allora un'aspra
battaglia navale nelle acque di Alalia,
e solo venti delle sessanta navi focee scamparono alla distruzione; i
prigionieri degli Etruschi furono lapidati a morte sotto le mura di Agylla (Cerveteri); i superstiti, con
l'aiuto dei Reggini fondarono Elea
(Velia). Tali avvenimenti non vanno interpretati come prova di una sistematica
ostilità degli Etruschi verso l'elemento greco in genere. Infatti i contatti
fra le due culture sono sempre più evidenti: a Capua era cominciato verso il
600 l'uso delle tegole da tetto; allora appaiono case con basamento in pietrame
orientate secondo gli assi stradali; in Campania i santuari presentano ormai
una decorazione di terracotta di tipo greco ad esempio, il tempio dorico di
Pompei, di poco posteriore alla fondazione della città, è di tipo greco. E
l'analisi delle importazioni greche che sono identiche a Cuma e nella parte
“etrusca” della Campania (Capua, Nola, Suessula,
Pompei, Vico Equense, ecc.) porta alle stesse conclusioni: fra le due culture i
contatti sono profondi, e l'influenza di Cuma appare preponderante. Il
rinvenimento a Napoli, sulla collina di Pizzofalcone, di una necropoli greca
con sepolture databili fra il VII sec. a.C. e la metà del VI, cioè al momento
della piena fioritura di Cuma, conferma l'esistenza di un insediamento che
prese il nome di Parthenope, dal nome
di una sirena che vi sarebbe stata sepolta. Accanto a problemi aperti e
periodicamente discussi (esistenza di una prima Partenope rodia, distruzione
della Partenope cumana, ecc.), la presenza di questo primo insediamento
dimostra la volontà di Cuma di consolidare il controllo del golfo. Allo stesso
modo, è senza dubbio per contrapporsi all'espansione etrusca che, nel 531 a.C.,
i Cumani concessero a un gruppo di Samii, fuggiaschi dalla patria ormai
sottomessa alla tirannide di Policrate, l'autorizzazione a insediarsi nel loro
territorio, sul sito dell'attuale Pozzuoli: così nacque Dicearchia, la <<città della giustizia>>, ovviamente
con l'assenso dei coloni Calcidesi, egemoni del Golfo. E'
questo un periodo assai complesso: attraverso alcune fonti antiche, soprattutto
Dionigi d'Alicarnasso, abbiamo una “cronaca cumana” abbastanza precisa per gli
avvenimenti della fine del VI e del V sec. a.C.: a partire dalla battaglia del
524 a.C. si era imposta la figura di un curioso personaggio, Aristodemo, che
svolgerà un ruolo determinante per più di un quarto di secolo; la sua ascesa
cominciò infatti con la vittoria sugli Etruschi, per la quale, si diceva, aveva
goduto anche della protezione divina per sé e i suoi cavalieri. Ma, quasi
subito dopo, l'aristocrazia che lo affiancava (i cavalieri) si era divisa, e
della crisi aveva approfittato il demos;
perciò, nella guerra del 505, Aristodemo avrà con sé gli elementi popolari; al
ritorno, divenuto tiranno, prenderà misure filodemocratiche. Uno studio recente
di N. Valenza Mele ha mostrato in maniera convincente come una attenta analisi
delle sepolture dell'epoca confermi l'ascesa del demos voluta dal tiranno. Vi sarebbe stato allora un periodo di
<<filoetruschismo>>, che spiegherebbe perché Tarquinio il Superbo
si sarebbe rifugiato presso di lui dopo la battaglia del lago Regillo. In
questo momento si manifestò inoltre una volontà di espansione territoriale e
agricola, con opere di canalizzazione e di drenaggio nelle zone paludose,
particolarmente a nord della città. Poco dopo l'inizio del V sec., tuttavia, il
tiranno fu deposto e ucciso con tutta la sua famiglia. Appare
ormai sempre più chiaramente una diminuzione irreversibile della vitalità di
Cuma: per difendersi contro la presenza minacciosa degli Etruschi, la vecchia
città deve rivolgersi a Siracusa, che è ormai la grande metropoli
dell'Occidente greco. Pindaro canterà la vittoria di Ierone nelle acque di Cuma
(474 a.C.), <<onde si tacque il grido di guerra dei Tirreni domati dai
Siracusani, che dall'alto delle loro navi ne gettarono in mare la migliore
gioventù ... sottraendo la Grecia a duro servaggio>>.Siracusa controllava
ormai il Golfo di Napoli e, dopo aver insediato un proprio presidio a Pithecussai, prese l'iniziativa della
fondazione di Neapolis, la città nuova
affiancata all'antica Parthenope, come la Neapolis creata da Gelone
in Siracusa a ridosso della vecchia Ortigia. L'influenza di Siracusa è evidente
sia nella pianta che nei culti e nella monetazione della Neapolis campana.
Questa soppianterà presto Cuma: dopo la caduta dei Deinomenidi a Siracusa (466
a.C.), Pithecussai è occupata dai Neapolitani; il Golfo subisce allora, come
tutto l'Occidente greco, l'influenza preponderante di Atene. Infatti,
dopo la metà del III sec., la produzione di ceramica sembra concentrarsi a
Napoli che, alla conclusione della guerra sannitica, era uscita dal conflitto
come alleata di Roma, con una relativa autonomia; verso la fine del secolo, la
cosiddetta Campana A, di cui J.P.
Morel ha studiato i tipi e la diffusione, rimane di produzione esclusivamente
napoletana Secondo Morel, l'<<esplosione della A>> non sarebbe da
mettere in rapporto con la fine della seconda guerra punica, ma <<sarebbe
legata alla nascita e allo sviluppo di Puteoli>>
(fondata nel 194 a.C.) e rappresenterebbe una <<specie di simbiosi fra
l'economia napoletana e quella romana (puteolana nel caso particolare), fra il
dinamismo dei negozianti delle due città del Golfo>>. E'
chiaro che, per i secoli posteriori alla conquista sannitica, Cuma non avrà mai
più l'importanza che aveva avuto durante il periodo greco, anche se non va
esagerata l'immagine di una città rapidamente decaduta e se si deve tener
presente che, nel corso della sua storia successiva, vi furono momenti di
indiscutibile ripresa. Ma, paradossalmente, questa Cuma, quella sannitica e
soprattutto romana, è meglio conosciuta, dal punto di vista archeologico, della
Cuma greca. Dall'epoca sannitica fino alla tarda età imperiale, lo sviluppo
urbano si estende verso la zona bassa. Ad esempio, per il periodo sannitico
sull'acropoli si procede solo a una risistemazione dei templi e a un
rafforzamento delle strutture difensive - è vero che si tratta di lavori
importanti - mentre, nella città bassa, sono edificati diversi edifici, in
particolare il tempio che diventerà più tardi il Capitolium. Per
l'età romana si notano anche, durante il periodo repubblicano, lavori di
sistemazione dei monumenti e delle fortificazioni dell'acropoli mentre, nella
città bassa, si organizza un nuovo abitato con case e strade regolari. Ma è
importante sottolineare che, mentre per l'epoca greca, Cuma è l'elemento
dinamico e decisionale dell'insieme della vita del Golfo, ormai le
<<novità>> a Cuma, in particolare nel campo dell'architettura e
dell'urbanistica, appaiono come un riflesso o una conseguenza di misure
territoriali prese in rapporto con il resto dell'area flegrea. Ai primi anni
dell'età imperiale va datata la Crypta
Romana, che metteva in comunicazione la città bassa con il porto, in
prosecuzione con la <<Grotta di Cocceio>>, che univa la zona del Portus Iulius a Cuma; l'opera è parte
del grande progetto di potenziamento strategico dei porti flegrei affidati da
Agrippa all'architetto Cocceio. Il foro di Cuma si trovava così inserito in un
sistema di comunicazioni che andava oltre l'ambito urbano, mentre l'acropoli ne
era praticamente tagliata fuori. Tuttavia, nello stesso tempo, quest'ultima
ritrova la sua funzione sacra: è noto quanto Cuma fosse devota alla famiglia di
Augusto; vi fu allora, probabilmente, la volontà imperiale di ridare un
prestigio sacro alla vecchia cittadella connessa alla leggenda di Enea e al
culto di Apollo. Nei
primi secoli dell'impero la città bassa subisce notevoli trasfor-mazioni, con
la monumentalizzazione del foro e lo sviluppo indotto dalla costruzione della via Domitiana. Solo
in età tardo-imperiale, quando si riproporranno di nuovo problemi di sicurezza,
l'acropoli ritroverà la sua funzione difensiva; tutta la zona bassa sarà
progressivamente abbandonata; lì, nell'alto medioevo, vi sono alcune abitazioni
rurali isolate (i tesoretti monetali, rinvenuti nella zona delle Terme del
Foro, sono espressione dell'insicurezza di quei tempi), mentre sull'acropoli
sembra vi fosse un borgo fortificato (non ancora preso in considerazione dalla
ricerca archeologica), con le sue modeste case e le chiese risultate dalla
trasformazione dei vecchi templi. 3. LE LINGUE E I POPOLI ITALICI Fin qui per quanto riguarda i
greci e gli etruschi della Campania che potremmo chiamare “non montana”; ma se,
sempre nell’ottica della regione odierna, ci spingiamo al di la’ di essa,
entriamo in contatto con i popoli italici di lingua indoeuropea, e più’
particolarmente con i popoli di stirpe sabellica e con la loro lingua, la
lingua osca. A tale riguardo, data la variegatissima situazione delle antiche lingue italiche, sarà’ bene darne un quadro di massima. Le
lingue cosiddette “italiche” fanno tutte parte della grande famiglia
indoeuropea; per esse si può postulare una “protolingua parziale”, il protoitalico, che, ovviamente, non è
noto da alcuna iscrizione od altro documento scritto. Si tratta, come nel caso
dell’indoeuropeo e di qualsiasi altra “protolingua”, di una ricostruzione
teorica basata sugli elementi in comune tra le varie lingue storiche affini. Il
gruppo delle lingue italiche appartiene all’indoeuropeo occidentale e mostra
notevoli affinità con le lingue celtiche (tanto che alcuni sono arrivati a
parlare “tout court” di un gruppo comune italo-celtico).
All’interno della grande bipartizione interna delle lingue indoeuropee (una
bipartizione che, va detto, presenta alcuni caratteri assai problematici dal
punto di vista geografico sui quali non è il caso di soffermarci qui) le lingue
italiche, come quelle celtiche e germaniche, fanno parte delle cosiddette lingue Kentum, contrapposto all’altro
gruppo delle lingue Satem dal diverso
esito della primitiva gutturale sorda /K/ (mantenuta inalterata nelle lingue
Kentum, passata a sibilante sorda nelle lingue Satem). Le
varie lingue italiche erano diffuse in tutta la penisola; gradualmente vennero
pero’ soppiantate da una di esse, il Latino. Si tratta di un fatto ovvio, anche
se è bene insistere sull’assoluta gradualità del fenomeno. Il Latino non
“spazzò via”, come si crede comunemente, le lingue italiche. Alcune di esse
erano sicuramente ancora parlate in epoca tardoimperiale e non è escluso che,
una volta definitivamente scomparse, esse abbiano comunque continuato ad agire
come lingue di substrato sul latino parlato nelle diverse zone e che i loro
caratteri, in certi casi, si siano addirittura riverberati nei dialetti italiani
moderni. E’ il caso, ad esempio, del tipico passaggio del nesso <nd>
latino in < nn > (mundus >
munno, quando > quanno ecc.); per tale fenomeno si e’ postulata, direi
con buone ragioni, un’influenza dell’osco già al livello del latino volgare
dell’Italia centromeridionale. Le
lingue italiche possono comunque essere suddivise in tre gruppi distinti: a)
Osco-umbro; b)
Latinico; c)
Piceno.
Vi sono stati popoli che sono riusciti a produrre e preservare una cultura notevolmente avanzata ed addirittura una letteratura nella forma della tradizione orale, ma è la scrittura che pone una società in condizione di sviluppare un’economia evoluta e di sostenere le complesse esigenze della vita civile. Con il termine Osco viene chiamata la lingua dei Sanniti; questa lingua fu l’evoluzione di una forma espressiva già esistente in loco, modellata con il tempo dalle genti che la utilizzarono e terminata quando il dominio di Roma si estese sull’intera penisola. L’Osco diventò una vera e propria lingua autonoma, con un’ortografia ed una grammatica abbastanza rigorose ed ufficialmente in uso in gran parte dell’Italia centromeridionale, quindi in un’area assai vasta. Nel IV secolo a.C. la si scriveva in modo più accurato di quanto non avvenisse per il latino; l’osco era utilizzato in modo abbastanza omogeneo tanto da essere capito dai Sanniti come dai Lucani e dai Mamertini, che lo diffusero anche nel nord della Sicilia, cioè in un’area storicamente di lingua greca. In genere, la grammatica Osca è simile a quella latina. I metodi di declinazione e coniugazione sono molto somiglianti, e genere, voce, tempo e modo vengono usati nella stessa maniera. La stessa analogia si ritrova nella sintassi; mentre per ciò che riguarda la fonologia, la morfologia e l’ortografia le differenze fra le due lingue erano piuttosto notevoli. Il fatto che l’Osco fosse parlato in un’area tanto vasta dà una misura della sua importanza, ma nonostante ciò non venne fatto alcuno scritto almeno fino al 450 a.C. Solo dopo la nascita degli insediamenti campani, verso la fine del V secolo ed il conseguente contatto con la cultura greca, i Sanniti cominciarono ad esprimersi per mezzo della parola scritta. Utilizzarono l'alfabeto degli Etruschi e, modificandolo rispetto alle proprie esigenze fonetiche mantenendo l'uso di leggere e scrivere da destra verso sinistra, trasformarono l'osco in una lingua scritta oltre che parlata. Lo stesso alfabeto etrusco fu derivato da quello greco occidentale dei coloni calcidesi di Cuma intorno al 650 a.C. I Sanniti cominciarono a servirsi della scrittura per scopi ufficiali, per redigere trattati che venivano scritti su pelli di animali, su tavole di argilla oppure scolpiti sulle pietre dei templi. Rare sono le iscrizioni funerarie come la Stele di Bellante, ritrovata vicino Teramo, un cippo ovoidale con la rappresentazione stilizzata del defunto e l'iscrizione in lingua osca che circonda la figura in bassorilievo (circa metà del V secolo a.C.). Purtroppo non ci sono pervenuti testi di letteratura osca, ma solo alcuni frammenti e molte testimonianze di scrittori e letterati romani. Esempi di scritti possiamo ritrovarli in testi sacri come la Tavola di Agnone oppure le Iovile od anche il Cippo Abellano, la Tabula Bantina e la Maledizione di Vibia. In dialetto osco troviamo la Tabula Rapinensis marrucina e l'iscrizione di Erenta peligna. Le IOVILE sono iscrizioni in
lingua osca su stele di terracotta o di tufo risalenti ad un periodo tra la
metà del IV secolo e la fine del III secolo a.C. Nell'immagine riportata a fianco è rappresentata una delle due lastre in pietra tufacea di grandi dimensioni. Esse misurano cm. 90x42 e cm. 78x50 e forniscono informazioni sul culto e sulle festività religiose. Secondo il testo vennero poste, in periodi diversi, alla presenza dei Meddices Decio Virrio e Minio Annio.
Quanto alle caratteristiche fonetiche salienti dell’Osco nei confronti del Latino, esso è principalmente caratterizzato dall’esito /p/ della labiovelare indoeuropea sorda /kw/, che in latino si mantiene invece inalterata: osco <pis> “chi”, lat. <quis>. 5. GLI IRPINI Come la maggior parte dei
racconti sulle antiche popolazioni, la storia degli Irpini comincia con una
leggenda. Il loro nome pare infatti
derivare da hirpúss, il termine Osco
per “lupo”, in quanto, secondo la tradizione, gli Irpini erano stati
originariamente portati nel loro habitat storico da un lupo in occasione di un
"ver sacrum" o primavera sacra. L'etnografia e la geografia
degli Irpini dal 600 avanti Cristo in poi non vengono messe in dubbio. Scritti
antichi e scoperte archeologiche dimostrano l'esistenza di un popolo sannita,
barbaro e di lingua osca , che viveva nell'Italia meridionale, in direzione est
della Campania, nel territorio che si estende per circa 60 miglia in prossimità
di Lucera, colonia latina fondata da Roma nel 314, e dei monti Dauni. A sud
l'Ofanto, l' "Aufidus tauriformis" di Orazio, separava gli Irpini dai
Lucani anche se Conza, che si trova a sud del fiume, era irpina. Tuttavia nelle narrazioni storiche
delle tre guerre sannitiche e della guerra di Pirro, gli Irpini non vengono mai
menzionati con il loro nome anche se tutti questi conflitti furono in gran
parte combattuti sul loro territorio. L'omissione del loro nome appare
comprensibile se teniamo presente che i resoconti giunti fino a noi derivano da
fonti romane; e Livio suggerisce che i Romani; combattevano contro il Sannio
considerandolo un'unica grande regione che parlava la stessa lingua, senza
prestare attenzione alle varie tribù che la componevano. Solo dopo la partenza di Pirro dall'Italia e lo smantellamento della lega sannitica, i romani, nel perseguire la loro caratteristica politica del "divide et impera", cercarono sempre di differenziare una tribù sannitica dall'altra e, in particolare, gli Irpini. Comunque sia, gli Irpini non sono mai menzionati con il loro nome, fino al racconto di Polibio della seconda guerra punica quando, dopo Canne, unirono la propria sorte a quella di Annibale e combatterono ancora una volta contro i Romani. La persistente ostilità nei confronti di Roma da parte degli Irpini, definiti da Silio Italico " vana gens" , costò tuttavia ad essi molto cara. I Romani li privarono più volte del loro territorio ma le vicende di queste confische sono narrate in modo talvolta impreciso. Né, d'altra parte, si può risalire ad esse con certezza; l'elenco di Festo delle comunità italiche redatto nelle "praefecturae" romane non comprende alcuna colonia irpina. Un centro, che fu presumibilmente annesso alla fine della guerra contro Pirro, fino a quel momento quasi certamente "caput" o sede ammini-strativa degli Irpini, acquistò in seguito, un'importanza nevralgica per l'Italia meridionale. Lo chiamarono Malevento. Ma quando i Romani se ne impossessarono e nel 268 lo resero colonia latina, cambiarono il suo nome in Benevento, "auspicato mutato nomine", come dice Plinio. Essi fornirono ai "coloni" un grande "territorium", naturalmente a spese degli Irpini. In questo Roma separò gli Irpini dai Caudini, la tribù sannita situata ad ovest. Per quanto riguarda gli abitanti di Malevento, che parlavano osco, essi furono probabilmente sterminati, espulsi, o resi schiavi. I Romani impedirono anche ogni contatto fra gli Irpini e i Pentri, i loro compagni sanniti del nord, impadronendosi di un'ampia striscia di territorio lungo il fiume Calore, e anche questo avvenne probabilmente dopo la guerra contro Pirro. Il territorio qui confiscato era conosciuto come l'Ager Taurasinus. Ancora una volta i Romani sembrano essersi liberati delle popolazioni di lingua osca. In ogni caso gli Irpini persero dei territori nel sud, forse dopo la seconda guerra punica. Inoltre molto probabilmente fu confiscato dai Romani un noto Santuario dedicato alla dea Mefite, immortalata da Virgilio, situata a Rocca San Felice. Naturalmente gli Irpini avevano altri Santuari , ma la perdita di quello principale deve essere stato molto doloroso per loro, poiché tutti gli irpini veneravano questo tipo di santuari come simbolo fondamentali di solidarietà tribale. Inoltre sembra che i Romani abbiano costretto gli Irpini a cedere anche parte della loro terra nella valle del fiume Ufita, per assicurarsi un tratto della via Appia. Questa strada maestra fu prolungata da Benevento a Brindisi; quest'ultima divenne poi colonia latina intorno al 224. Nemmeno di tale confisca è rimasta traccia. Inoltre l'estensione della strada fu eseguita così male da essere indegna di ingegneri romani. Tuttavia è plausibile che gli
Irpini abbiano dovuto cedere tratti di territorio che si trovavano da quelle
parti. Le perdite di territorio lasciarono gli Irpini indeboliti e amareggiati.
Perciò, quando l'Italia si levò contro Roma nel 91, lo stato irpino, smembrato,
si unì agli insorti. Non è facile valutare la sua grandezza in questo difficile
momento per l'incertezza che regna circa l'estensione completa delle sue
perdite territoriali. Ma la sistemazione alla fine della guerra sociale può
fornire delle indicazioni sui luoghi in cui era concentrata la forza degli
Irpini al tempo dello scoppio della guerra. È risaputo che, dopo il conflitto,
gli Irpini divennero preda degli avidi seguaci di Silla , i rapaci
"possessores Sullani", guidati da Quinctius Volgus, padrone, secondo
Cicerone, di grandi estensioni di territorio irpino, evidente precursore degli
avventurieri politici così noti agli annali della grande repubblica.
Al centro non vi pone alcun " municipium", anche se esso era il cuore del territorio irpino. Questa parte di territorio irpino era il distretto conosciuto oggi come Baronia , la valle del fiume Ufita, un vasto altopiano circondato da montagne, alto da due a tremila piedi. Infatti l'aerea della Baronia è il cuore del centro dell'alta Irpinia di oggi e recenti scoperte archeologiche ne confermano l'importanza anche nell'antichità. Sempre dal centro della terra irpina ci giungono testimonianze archeologiche di grande rilievo. Terraglie e manufatti
importanti, la maggior parte di provenienza campana e pugliese, e imitazioni
locali di vasi campani testimoniano un'attività e un commercio intesi di cui
ancora oggi sono riconoscibili gli influssi. L'importanza di questa zona è
ancora più comprensibile se si pensa che essa costituiva l'unica via d'accesso
ad alcune delle strade principali dell'Italia meridionale. I sentieri dei
mercanti di bestiame che erano serviti precedentemente come facile rete di
comunicazione si erano gradualmente trasformati in strade praticabili che
divennero poi parte delle grandi arterie di costruzione imperiale e consolare.
Una di queste era la via Appia che attraversa la baronia in prossimità di
Carife. D'altronde sin dalla seconda guerra mondiale sono state pubblicate delle iscrizioni che parlano di un "municipium", senza però nominarlo. I documenti chiariscono, comunque, che questo "municipium" ebbe "quattuorviri iure dicundo" come primi magistrati locali, indizio sicuro dell'esistenza di un distretto che prima di Roma aveva avuto un notevole livello di sviluppo. Questo "municipium ignotum" doveva essere verosimilmente appartenuto alla tribù romana della Galeria, ulteriore elemento probante della sua partecipazione alla Guerra Sociale dalla parte degli insorti. Che non fosse uno dei quattro "municipia" nominati da Plinio sembra certo; infatti i luoghi ritrovati nelle iscrizioni relative sono troppo lontani da quelli indicati da Plinio e inoltre nessuno, dei quattro, si trovava nella Baronia. Esiste comunque nella Baronia un luogo ideal-mente adatto a essere un" municipium". Ricapitolando sembra che , al tempo della Guerra Sociale, c'erano cinque comunità "in Hirpinis" tanto urbanizzate da potersi facilmente trasformare in "municipia" romani subito dopo la guerra. Di questi cinque Aeclanum
(la Mirabella Eclano di oggi), che domina la montagna più importante che
affaccia sulla Puglia, potrebbe benissimo aver sostituito il perduto Benevento,
come distretto irpino principale dopo il 268; le centinaia di epitaffi,
sopravvissuti al più tardo periodo romano, ne rivelano la grandezza. Sembra,
comunque, piuttosto improbabile che Aeclanum
abbia preso l'iniziativa di convincere gli Irpini a unire la propria sorte a
quella dei rivoluzionari italici del 91. In quell'anno c'era gruppi filo-romani
in molti distretti italici insorti. Il più conosciuto di questi è tra i Vestini
della città di Pinna. La presenza di questo elemento filo-romano spiega, senza
dubbio, perché, alla fine della guerra, Aeclanum
ricevette un trattamento speciale; all'atto di acquistare la cittadinanza
romana fu assegnato alla tribù della Galeria. Nel suo resoconto della terza guerra Sannitica, Livio parla di un posto, situato sicuramente nel cuore del territorio irpino, che doveva avere una certa importanza poiché, quando fu conquistato dai Romani nel 296, fruttò enormi bottini e migliaia di prigionieri. Questo paese, di nome Romulea, aveva raggiunto una tale importanza che, a differenza degli altri insediamenti irpini, trovò posto nel dizionario geografico di Byzantius il quale la descrisse come "polis" dei Sanniti in Italia. Né Livio né Byzantius la localizzano con esattezza ma, a questo proposito, ci vengono in aiuto gli Itinerari. L'Itinerario Antonino, la Cosmografia di Ravenna e la Tavola Peutigeriana attestano tutti che Sub Romula era una stazione sulla via Appia tra Aeclanum (la moderna Mirabella Eclano) e Pons Aufidi (il ponte che attraversa l’Ofanto, di solito identi-ficato con l'attuale Ponte san Venere). Sub Romula distava 16 o 21 miglia romane da Aeclanum-Mirabella, a seconda dell'itinerario scelto. Oggi, a poco più di 20 miglia anglosassoni da Aeclanum-Mirabella, attraverso una strada tortuosa si accede al paese di Carife, situato in collina, tra i già noti ritrovamenti archeologici. È molto probabile che Carife occupi il posto dell'antica Romulea. A tal proposito appare stimolante l'idea di prendere in considerazione le diverse monete che fanno parte di un tesoro trovato nell'area di Carife. Queste monete provenivano da molte città dell'Italia meridionale con le sue regioni costiere, dalla Sicilia e da Roma. Si deve presumere che recasse molti vantaggi al commercio e agli scambi culturali la vicinanza del Santuario in Valle d'Ansanto, il più importante di tutti i "loca sacra", frequentati da tutti i fedeli del Sannio e celebrato nella letteratura antica. Il santuario sopravvisse fino al quarto di secolo dopo Cristo. Testimonianze archeologiche
suggeriscono che gli abitanti di Romulea avessero un avanzato grado di sviluppo
e un apprezzabile livello di raffinatezza nella produzione e nella scelta dei
loro manufatti. Sembra comunque strano che i Sanniti irpini abbiano scelto un
nome così tipicamente romano come Romulea per uno dei loro maggiori
insediamenti. A tale proposito vale la pena sottolineare il fatto che il nome Romolo (o qualcosa di molto simile) sopravvive ancora oggi nell'area irpina, proprio a sud e un po' a ovest di Avellino c'è una montagna, alta 2600 piedi, chiamata Romula. 6. GLI AURUNCANI Resta ancora da dire qualche parola sugli Auruncani e sulla loro lingua Il territorio Auruncano può essere tranquillamente considerato una sorta di enclave sabellica nell’Ager Campanus costiero; e l’auruncano, più che con l’Osco propriamente detto, è da mettere in relazione con il Volsco e quindi con l’Umbro. Anche l’auruncano, almeno da quanto ci è dato cogliere dalle scarsissime iscrizioni reperite nella zona, mostra il più tipico fenomeno della fonologia osco-umbra, ovvero il passaggio della labiovelare sorda indoeuropea /KW/ a /P/. Non mancano identità lessicali con l’osco, quali il termine fondamentale <touta> “popolo; cittadinanza; città”. APPENDICI A) IL CIPPUS ABELLANUS, uno
dei principali testi in lingua osca Molto importante per la storia
dell'epigrafia italica, il Cippo Abellano, in pietra calcarea incisa in lingua
osca, fu rinvenuto nel 1745 nel territorio dell'antica Abella e riutilizzato
come soglia di una porta. Attualmente è conservato presso il seminario
arcivescovile di Nola.
B) IL TEGOLONE
DI PIETRABBONDANTE, con iscrizioni in
osco e latino TEGOLONE CON
ISCRIZIONI IN OSCO E LATINO DI
Iscrizione osca: "Detfri, schiava di Herennio Sattio, ha
firmato con il piede " o con la scarpa (in verità vi sono le impronte di
due piedi calzati). C) L’EPIGRAFE OSCA DI PUNTA CAMPANELLA L'estremità
della Penisola Sorrentina, oggi denominata Punta della Campanella è costituita
da un promontorio calcareo che conserva oltre alle bellezze naturali una
suggestiva memoria archeologica. Le fonti antiche infatti identificano nella
zona il luogo dove sorgeva il Tempio di Athena, uno dei santuari più famosi
della costa tirrenica, secondo Strabone fondato dallo stesso Ulisse. E` quindi
probabile che fin dall`epoca arcaica dovesse esistere un importante culto di
questa divinità e quindi un tempio. La sua localizzazione esatta è difficile in quanto
il luogo è esposto all`azione distruttiva degli agenti atmosferici; sono
pochissime le tracce ancora oggi visibili, ma le citazioni degli scrittori
latini e greci, i rinvenimenti ceramici ed epigrafici, le sopravvivenze di
alcuni toponimi, hanno fatto sì che la tradizione moderna sia concorde
nell`ubicare l`Athenaion proprio sull`estremità di questo promontorio. Verso la fine del V secolo a.C. i Sanniti
riversarono dall`Appennino centrale verso le coste dell`Italia meridionale e
nel IV secolo a.C. anche la Penisola Sorrentina venne occupata. Una conferma è
data dall`importante scoperta (1985) del prof. Mario Russo di un`epigrafe
rupestre in lingua osca databile al III-II sec. a.C.. L’iscrizione menziona tre Meddices
Minervae (magistratura tipicamente sannitica) che appaltarono e
collaudarono i lavori per la creazione dell’approdo di levante che conduceva al
Santuario. L`immutata consacrazione di Athena conferma che tale culto non aveva
subìto interruzione anche se aveva assunto ufficialmente il nome che la dea
aveva in area sannitica e romana: Minerva. Dopo
le guerre sannitiche la penisola Sorrentina fu completamente romanizzata e i
resti più cospicui appartengono a questa fase e più in particolare all età
Tiberiana quando il luogo, abbandonato il culto di Minerva, acquistò una grande
importanza strategica essendo l`approdo più prossimo a Capri, sede della
residenza imperiale. Sono
tuttora evidenti fra la rada vegetazione, resti di strutture ritenuti
pertinenti ad una villa romana disposti su 5 livelli. La terrazza inferiore,
dove doveva sorgere l`antico tempio, è attualmente occupata dalla
cinquecentesca Torre Minerva. La II terrazza ha conservato i resti di 4 piccole
esedre con sedili in muratura, con funzione probabilmente solo decorativa e di
sosta. Fra la II e la III terrazza vi è un pavimento in cocciopesto limitato a
nord da un muro pertinente probabilmente ad un ingresso della villa. Sulla III
e IV terrazza resta quasi nulla ad eccezione di una cisterna e resti di una
probabile torre di segnalazione. Sulla IV è anche l’accesso all’approdo
orientale con epigrafe sulla parete rocciosa (a 10,50 mt. slm) e sulla V
terrazza si notano una serie di muri paralleli addossati alla montagna.
M( ) GAAVIIS M( )
L(ÚVKIS) PÍTAKIIS M( ) Linea:
2 L(ÚVKIS) APPULIIS
MA(MEREKEÍS) MEDD[Í]KS MENEREVIIUS Linea:
3 ESSKAZSIÚM EKÚK ÚPSANNÚM Linea:
4 DEDENS IÚSUM PRÚFATTENS
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