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Missis Pavidoni e il narcisismo degenere nei suoi Atenei

 

La persona squilibrata è una persona lievemente spostata fuori di sé, che per lottare, per es., contro il mondo della stupidità si ritira a vita solitaria in un bosco, o va in clausura, o scappa nella magia delle parole o dei lemmi. Il termine “lemma" indica un titolo di testata che si premette ad un argomento. “Lemma” è la sintesi dell’argomento che si vuole trattare per evocare un fatto o un problema da risolvere. Per esempio qui ho scritto come lemma “Missis Pavidoni e il narcisismo degenere nei suoi Atenei” perché tratterò di questa signora Pavidoni, della degenerazione del narcisismo e dei nuovi “luoghi” di cultura internet.

Ogni lotta contro la stupidità esteriore è inutile in quanto la stupidità è la possibilità di una condizione interiore all’essere umano. Non è fuori ma dentro l’uomo. Io non divento meno stupido se per risolvere il dilemma esistenziale che “uso” per essere stupido, vale a dire per darmi all’alcool o al misticismo, presumo risolvere il dilemma, glorificando un lemma. Se per esempio ho il dilemma del pensiero debole, o dello scetticismo, o della validità dei parametri e dei criteri che mi permettono di individuare se una cosa è vera o è falsa, intelligente o cretina, giusta o sbagliata, ecc., non serve dividere la parola dilemma nella particella “di”, che significa “due”, e in “lemma”, che significa “argomento”. Occorre entrare nel merito del dilemma.

Insomma delle due l’una: o è vero che si deve dubitare di tutto, oppure è falso.

Se è vero, esiste verità.

Se è falso, non si dovrebbe dubitare di tutto.

Dovresti rifletterci, se non vuoi finire per parlare, come la signora Pavidoni, del candore del nero, o della salute del marcio, o della saggezza del cretino, ecc.

Se infatti imbrogli te stessa è facile poi imbrogliare anche altri, per esempio glorificando un qualsiasi lemma, dato per scontato, come per esempio “il signoraggio bancario”, o “la stupidità umana”, fino al punto di scrivere un libro per insegnare alla gente che la truffa del signoraggio bancario sarebbe meno truffa se a compierla fosse lo Stato e non le banche emittenti, oppure per insegnare che ritirarsi nei boschi, darsi alla macchia è socializzante. C’è gente che scrive simili libri… L’autrice è sempre lei, la signora Pavidoni, dato che questa signora ha il potere di trasformarsi in tutto ciò che vuole: dall’oca al ranocchio, dalla capra all’asino… È una vera maga.

C’è molto masochismo nelle maghe di oggi. Questo avviene perché non si percepisce il masochismo. Il masochismo è masochismo. Non può essere saggezza. Il masochismo è malattia, nevrosi. "Il masochismo non è stato compreso, perché è stato considerato una ricerca di piacere" (1). E cos’è questo se non l’esplicitazione di un sintomo di cultura del male? Qui non c’è solo stupidità. Qui c’è la testimonianza che il lemma "Frustami che mi piace" può essere considerato buono. Cosa ne direbbe Epicuro, il massimo ricercatore del piacere?

Questo è solo l’esempio di un dilemma, per mostrare che risolvere un dilemma lasciando sussistere i due lemmi contrari, è impossibile: l’uomo è buono, oppure non lo è.

Occorre pensarci, meditarci.

Però non occorre necessariamente farlo negli uffici statali - in luogo di lavorare - o nel bosco.

Questo aspetto della persona, squilibrata nel suo fare, non è l’unico.

La persona squilibrata è anche colei che un giorno dice di te che sei ombra e il giorno dopo che sei illuminante o viceversa: ti ama e poi ti odia come nella canzone “Parole”, facendoti santo ma anche un paranoico, bianco ed anche nero, buono e gramo, ecc.

Veltroniano “ma-anchismo”? Oggi è di moda la contraddizione e l’antilogica.

Lo squilibrio della signora Pavidoni è però qualcosa di molto più complesso, in quanto ogni espressione del tipo “ma anche” proviene da lentissima rimuginazione della sua natura malata, là dove i sintomi patologici sono paradossale vanità degenerata, in cui l’immagine di sé che si vuole dare al mondo è addirittura quella di un Narciso… malato! Quindi esigente cura! In quanto incapace perfino di specchiarsi, tanto è la sua agitazione di fronte allo specchio riflettente il suo volto.

Di fronte a questo fenomeno, Florenskii direbbe probabilmente che la trasparenza del trascendente ha bisogno anche di queste cose, di queste icone, o delle loro “ortografie” o prospettive rovesciate dei volti di Dio.

Io invece preferisco creare un personaggio androgino, che chiamerò Pavidoni: la signora e/o il signor Pavidoni, e ne parlerò come se esistesse veramente, dato che rappresenta il prototipo di tutte quelle persone che dal 1999 ad oggi (2007) tramite internet mi hanno contattato per “combattere il signoraggio bancario per sentirsi A POSTO”, o per farsi curare psicoanaliticamente da me, e che si sono regolarmente arrabbiate quando, dovendo scoprire che la loro cura consisteva nel pretendere di curare il loro curatore o analista, cioè me stesso, io non stavo ovviamente al gioco.

Certo, ci sono giocatori che su queste cose ci marciano, e quando trovano il pollo lo spennano. Io però ho sempre amato fare altre cose più interessanti che spennare polli o oche.

Gli attuali antisignoraggisti (ma la cosa riguarda anche sedicenti antroposofi) che pullulano su internet rientrano anch’essi nel personaggio del signor Pavidoni, dato che da un lato scrivono sul signoraggio guardandosi bene dal citare la fonte a cui attingono, soprattutto se la fonte riguarda il sottoscritto, che si occupa anche del cielo e dei pianeti, dell’io e dello spirito, e non solo della terra e della materia. Costoro ti contattano leccaculando di qui e di là, e poi quando gli hai fatto capire la questione prendono le distanze da te, dato che non sei statalista o comunista come loro. Per cui sconvolgendo le parti si fanno tuoi maestri, e tu che li hai aiutati diventi lo scolaro cattivo.

La signora Pavidoni è infatti un premio Nobel nello sconvolgere le parti.

Ed è veramente magistrale, anzi, è una vera maga in questo settore del trasformismo, dato che è riuscita a creare un nuovo ateneo in cui impera il narcisismo, il suo narcisismo, proprio questo suo narcisismo patetico e/o patologico.

Il Nobel Pavidoni, antisignoraggista dell’ultima ora, in verità non è un essere umano cattivo, o almeno non cattivo nel senso classico del termine, ma è condizionato da alcune caratteristiche che contribuiscono a farne una persona veramente insopportabile, quasi ripugnante.

In primo luogo, questo soggetto sembrerebbe provenire da una famiglia considerata, nel posto, molto importante e influente, anche se non ho mai capito bene come mai (sono proprietari terrieri? Hanno nobili discendenze? Forse tutt'e due le cose? Mah!). In ogni caso questa sua apparente condizione sociale privilegiata ha sempre procurato alla Pavidoni incarichi prestigiosi per i quali però non aveva il benché minimo requisito, per cui li ha sempre svolti male, dovendosi affidare ai consigli, per non dire ai ricatti, di chi vi aveva interesse.

In secondo luogo, la natura, purtroppo, l’ha munita di un'intelligenza limitata, ma non così tanto da non farle percepire la propria inadeguatezza rispetto a quanto ci si aspetta da una che è nata nella sua posizione.

Il contrasto tra l'immagine che lei vorrebbe o dovrebbe dare di sé e quella che effettivamente possiede non le sfugge e la rende particolarmente permalosa, autoritaria e persino prepotente.

Dedico pertanto questo scritto a tutte le persone “SQUILI” (mio neologismo per indicare un incrocio fra una gheisha, o donna squillo della new age comunista, ed una squilibrata) del grande mare di internet, che vorrei far sparire con un colpo di spugna in nome della parola. Intendiamoci: non far morire. Anzi, in quanto linguista che ama scrutare le parole e fra le parole, dico subito che se dovessi salvare un unico libro, salverei il dizionario, dato che mi è più facile pensare ad un’umanità che sparisca per una qualunque catastrofe piuttosto che ad un'umanità che resti sulla terra senza parole...

Quindi non rinuncerò a giocare con alcune parole del mondo quotidiano, che raccontano e svelano sia felicità che miseria, sia idiozie e sia nobiltà di pensiero. In tutto ciò la signora Pavidoni è massimamente esperta.

SAPIENS, UT LOQUATUR, MULTO PRIUS CONSIDERET, “Il sapiente, per parlare, ci pensi molto prima”, diceva S. Gerolamo. Questa frase dovrebbe arrivare come un’iniezione spirituale per chiosare tutti gli esternatori a gogò, dichiaratori onnivori, cercatori di trafiletti, di take, e di microfoni. Con questa appassita e non compromissoria espressione di S. Gerolamo arrivi subito infatti allo stile della saggezza del Nobel Pavidoni, fondatrice di tutti i nuovi atenei in cui si insegnano le sue magie.

Altra frase degna della Pavidoni potrebbe essere quella di Cicerone: SALUS POPULI SUPREMA LEX ESTO, “La salvezza del popolo sia la legge suprema”, dato che  si tratta di un aforisma passpartout, che serve a giustificare ogni lodevole azione politica. Anche quelle meno lodevoli. Basta scandirla con ritmo solenne e atteggiamento contrito, e sei sicura di fare sempre la tua bella figura (a proposito di narcisismo...).

Incomincerò con alcune domande.

Un essere umano ama oppure odia l'altro a seconda se quest'altro gli somiglia o non gli somiglia?

Chi si somiglia si piglia?

E allora perché poi le famiglie si sfaldano?

Tutto ciò che guardiamo, ascoltiamo, contempliamo, diciamo, ci rinvia l'eco pura e semplice del nostro io?

Magari fosse così! La sua eco purtroppo riguarda solo la nostra persona, la nostra maschera.

Certamente è difficile uscire dal sé mascherato, o persona. Ma è possibile aumentare quel minuscolo punto del nostro personalismo, verso dimensioni universali, come si farebbe gonfiando un pallone che finisse per inglobare il mondo intero, facendo però molta attenzione a non esplodere, perché senza l'io si esplode, anche se gli androginismi amorevoli delle donne-narciso, nuove Atene di atenei nuovi dello statalismo, involvono nel “voi” o nel “noi”.

La maggior parte di questi personaggi io li ho conosciuti anche attraverso lo studio del loro cielo di nascita, ma conoscendoli poi di persona ho sempre notato che non c’era bisogno di alcuno studio per capirne le caratteristiche e le fragilità psicologiche, né dei loro pronomi personali. Oggi, se uno sconosciuto passa dall’“io” al “tu” ed al “noi” parlando della stessa cosa, rizzo le orecchie: perché quasi sempre ho la conferma che si tratta di una persona vanitosa, comunque incapace di dire: “Ho sbagliato”. I casi gravi riguardano coloro che, pur di salvar la faccia, non esitano ad esporre gli altri, accusando il prossimo. Sono coloro, per dirla in soldini, che possono mandare gli innocenti alla ghigliottina.

Non conosco invece questi “Premio Nobel”, cioè la signora e/o il signor Pavidoni, anche se li ho  personalmente incontrati almeno una volta. L’uso che missis Pavidoni fa delle parole mi ha lasciato umanamente sempre perplesso: non sono ancora passati dieci minuti dall'inizio della conferenza stampa, che la signora Pavidoni ha già ripetuto sette volte il termine “mio”: il “mio” gruppo, il “mio” laboratorio, il “mio” istituto, la “mia” università. Ho rischiato di perdere la relazione tecnica su quei “miei”. Perché quell'illustre premio Nobel non dice mai, neanche per sbaglio, il “nostro” laboratorio? Perché non pronuncia mai la parole “gruppo” associata a “noi” come si faceva fra componenti di un gruppo rock? Solo un rosario di “io” e “mio”.

Probabilmente la dizione non suona strana al signor Pavidoni, perché sua sarà stata l'idea, sue le trattative per ottenere i finanziamenti, in fondo lui è il “capo”. Eppure a me, sensibile al parlare, da’ fastidio.

Per contro, voglio citare un brano raccontato da un giurista musicista (2): 

“[…] un episodio che commosse i presenti quando fu raccontato. Un docente di scienze naturali all'università di Pavia viene collocato in pensione. Ultima lezione, d'addio. Per la prima volta in tutta la sua carriera arriva in ritardo, il vestito un po' arruffato, la voce velata. Si scusa, saluta e comincia: “Oggi non farò lezione, scusatemi, ma proprio non me la sento. Vi racconterò invece una storia, vera o inventata non so. Nell'antica Roma, in una casa patrizia durante un ricevimento una matrona perde la collana, forse in giardino. Il centurione addetto alla vigilanza schiera i suoi uomini e li fa marciare fianco a fianco in esplorazione del terreno. Dopo molte ore il gioiello viene trovato. La matrona esulta e vuole premiare il soldato che ha trovato il suo collier in un cespuglio. Ma il centurione ringrazia e rifiuta: tutti meritano il premio, perché da solo quel soldato non lo avrebbe mai trovato”. Saltiamo i commenti e andiamo in letteratura. Anche qui gli artisti sensibili avvertono un passaggio fra la parola e la psicologia. Pensate all'autore che vuole illustrare coloro che rifiutano la responsabilità. Che cosa fa? Un'operazione elementare: sopprime il soggetto esplicito, in questo caso colui che ha ucciso, e lo porta alla terza persona plurale, naturalmente sottintesa: “Hanno ammazzato compare Turiddu”. Chi parla ha visto chi è stato. È la mafia che al nome sostituisce l'allusione “ai soliti ignoti””.

Il “noi”, usato da missis Pavidoni (o da un odierno cultore dell’antisignoraggio; non fa differenza), non è neanche un narcisismo autentico, ma un suo surrogato mafioso, sedicente presa-di-coscienza-di-gruppo, che non può esistere.

L'unica possibilità, che perfino il narcisismo, se autentico, mi può offrire, è infatti di essere un io, immagine di me stesso, e della mia partecipazione cosciente al cosmo, cioè all’ordine.

Ogni uomo sente inconsciamente che un’“informazione” più “forte” della sua persona è “incisa” in lui, come nella memoria di un calcolatore.

Quest’informazione è la specie.

Ogni essere umano contiene potenzialmente in sé tutto ciò che contiene la specie.

Il sapere inserisce certamente rispetto e tolleranza. Ma se è automatico, non è sapere. E prima o poi, se è astratto, o automatico, o privo di base concreta, si autodistrugge.

Infatti i diversi tipi di educazione vigenti, e le circostanze, fanno sì che noi proviamo la sensazione di "separarci" da questa appartenenza alla specie. Sorge un isolamento, che è in contraddizione con ciò che è "inscritto" in noi. Allora, ad ogni istante, tentiamo di ritrovare quest'appartenenza, per mezzo delle relazioni umane e dell'amore.

Il "narcisismo" diventa allora il mistico tentativo di estenderci, di ingrandire il nostro campo di coscienza.

Certamente il narcisismo è inerente alla natura umana, e proviene dal bisogno che ogni essere prova di realizzarsi totalmente, attraverso qualsiasi mezzo, dato che nel "grande amore" del narcisismo, l'uomo diventa maschio e femmina, la donna diventa femmina e maschio, ed a questo punto basterà aprire un ufficio di "ANDROGINATO AFFETTIVO" (divertente gioco per deformatori deformi).

In esso faremo scuola degli attributi che occorrono. Quali? Gli attributi della dea (naturalmente!): la lancia per ferire, l'elmo per cablarsi il cranio affinché mai si incontri l'io altrui nel proprio, e l'egida in comune col Supremo. Non aveva forse, la "dea degli atenei", l'egida in comune con Zeus? Il suo animale favorito era la civetta, e la sua pianta l'ulivo, il cui prodotto pedagogico, di fascista memoria, faceva brillare i suoi glauchi occhi. Cazzo! Stiamo bene attenti alle pite!

La nozione di androgino è vecchia come l'umanità.

In certe tradizioni Dio era androgino prima della creazione (o piuttosto, prima che creasse se stesso, creando la materia!). Però eh? Era l'UNO. Si è quindi diviso in due principi: maschio e femmina. Il coito di questi due era davvero un "coito ergo BUMMMM" (come la bomba di Ginsberg!). Davvero invidiabile. Grandi amanti, "fusi" l'uno nell'altro. E dunque non vi è dubbio che il mega amore ripete l'UNO originale: i due sessi, "fusi" in UNO, evocanti quell'androginato che precedette la creazione del mondo! Quest'amore sarebbe, in fondo, il simbolo di Dio!

Considerato sotto questo aspetto, il cosiddetto narcisismo non è più una "discesa" verso l'egoismo arido e sterile (o egoità?), ma un'"ascesa" a spirale verso le vie della specie umana (o subumana?).

Cos'è?

"Tu mi somigli e allora io ti amo! O troia!"

Questo ci dicevamo nei camerini prima di iniziare le serate nei night di Torino. Allora c'era un detto che correva buffamente fra noi: "Orchestrali, camerieri e puttane, sono identici". Ed è vero. E si trovano "sulla stessa lunghezza d'onda" dei due esseri sopra accennati: astrattamente, cioè “kulturalmente” come divinità dell'UNO, astrattosi anch'esso da sé, pur di non diventare mai un “io”.

È possibile che ci sia del vero nel detto "Chi si somiglia si piglia", se non altro per pigliarsi un po' per il culo.

Questo forse sarebbe più saggio.

Ma il detto del popolo è detto di Dio. Allora significa che dev'esserci qualcosa in più.

Se l'amore è la superficiale traduzione umana di quell'informazione esterna, si direbbe che queste due persone "traducano" allo stesso modo, parlino la stessa lingua affettiva, abbiano lo stesso livello interpretativo del reale. In effetti, si somigliano.

Ma non hanno incominciato a somigliarsi amandosi.

È per il fatto che si somigliano che si sono pigliati, questi due faciloni cosmici della morale eterodiretta.

E ciò cambia tutto.

Una persona è l'eco dell'altra. La prima è il riflesso della seconda. L'amore diventa allora un gioco di specchi. Ognuno ritrova la propria immagine nell'altro. In fondo, il grande amore è allora un gioco di sosia?

Oppure è la ragione per la quale certi amori sono passeggeri?

La somiglianza, infatti, sempre e soltanto apparente o parziale, fa sì che l'amore se ne va non appena si sfalda quella sensazione di somiglianza.

Infatti si procede per sensazioni, emozioni, sentimentalismi, sbaciucchiamenti, leccate canine, leccaculismi vari.

Purché non ci sia il pensiero, va bene tutto, anche il dittatore.

L'essenziale è che sia "uomo politico infiammato da ideali patriottici"!

Povera Italia, e povero mondo sempre più malmondato.

Così, ogni amore non sarebbe altro che la ricerca di sé?

Ogni amore diventerebbe narcisismo? Invece di dire: "Tu mi somigli, dunque io TI amo", si dovrebbe dichiarare: "Tu mi somigli, dunque io MI amo. Grazie"? Grazie a te che sei la mia immagine?

Per molti sembra che sia così, ma solo dando al termine "narcisismo" un senso peggiorativo, insano, patologico. Il che non è sempre vero, secondo me.

Nel campo della famiglia, come in quello della società o della politica, il bisogno di potere proviene certamente da questa ricerca patologica di somiglianza.

Molti educatori esigono inconsciamente che il bambino somigli loro, al fine di provare quell'"espansione" di sé degli scoppiati male, cioè senza io.

Ciò, beninteso, avviene di rado. A meno che il bambino non "forzi" la sua somiglianza con l'educatore allo scopo di essere amato, o di essere promosso (se è più scaltro).

E questo è ciò che si verifica in numerose forme di sottomissione, di masochismo o di identificazione della signora Pavidoni.

Si comprende allora come questo bisogno di somiglianza provochi numerose forme di tirannia, di ostilità, di critiche acerbe, ecc.

Ed è spesso così.

La malattia mentale della Pavidoni produce quasi sempre bisogni di avere ragione, irritazioni di fronte al comportamento dell'altro, collere, discordie. E tutto è sotteso da questo atteggiamento interiore: "L'altro non mi somiglia? Questo è segno che "manco" di una sensazione di crescita di me stesso, e mi ritrovo isolato e separato dalla sensazione di specie umana che è inscritta in me". E così ci si involve, semplicemente perché non si vuole essere un io.

Si preferisce il potere di ciò che è marcio e putrefatto alla possibilità di essere felici in una sana egoità, in un sano egoismo.

Il potere dei marcioni, cioè della enorme famiglia Pavidoni, si fonda infatti sulla volontà inconscia che tutti condividano le idee e l'ideale di colui (o di colei) che ne decreta l'imposizione. Anche in questo caso, c'è lo stesso bisogno di somiglianza, dunque, di "amore". La peggiore dittatura nasconde infatti questi stessi bisogni, degradati e corrotti. Essi sfociano spesso in odio verso colui che "non somiglia", con tutte le conseguenze, percepibili ogni giorno nell'immensa gamma dei comportamenti di odio e di riduzione dell'altro a una condizione di schiavitù.

"Amare il prossimo come se stessi non significa amare ugualmente tutti gli esseri, dato che io non amo ugualmente tutti i modi della mia stessa esistenza", diceva a ragione Simone Weil (3).

Oltretutto, amare tutti significherebbe che il mondo intero è fatto a nostra somiglianza. Ma ciò, se è vero, non dimostrerebbe ugualmente che, prima di ogni altra cosa, si tratta di somigliare a se stessi?

Senza QUESTA realizzazione, tutto diventa falsità, frase fatta, falsa somiglianza, falsa relazione, e falso amore.

Al narciso degenerato della grande famiglia mafiosa Pavidoni, vivente nei nuovi atenei come grande civetta della nuova sapienza new age si oppone quella parola brevissima che secondo gli storici della lingua è fra le più adoperate almeno da due millenni: “io”. L’“io” a misura di tutte le cose che sono e che non sono. L’“io” ombelico del mondo.

La grammatica banalizza, dicendo che è un mero pronome, qualcosa che sta al posto del nome. Non più Maria, né Sandro, né Rita. Non più le ricercate Giade, Viole, Lucille. Non più i classici Piermaria, Giangiacomo, Adalberto. Un battesimo unico per tanti, tutti “io”. Eppure in quell’ “io”, nel modo in cui spesso lo pronunci, metti maggiore identità che non in quella carta con nome proprio e cognome, data di nascita e fotografia. Sta al posto del nome e dice di più.

Eppure è uguale per tutti… Eppure è diverso in tutti.

Eppure se ne parli ti danno del paranoico, insultandoti, schiaffeggiandoti, sputandoti addosso, e crocifiggendoti…

Infatti, io e paranoia vanno insieme, sembra una convenzione: dove c'è uno non è mai assente l'altro, anche al di fuori della propria lingua. Gli esempi abbondano. Spesso non c’è neppure bisogno di pronunciarlo, basti un “tutti mi urtano in tram”. Cioè tutti gli altri del tram si prenderebbero la briga di salire proprio per urtare me. Non per andare a lavorare, a casa, a fare compere... Ci si muove fra i due poli dell’“io”, quello narcisistico e quello della mania di persecuzione. Una signora dice: “Tutte le donne sono puttane”. Che cosa vuoI dire? “Io no. Guardatemi, io sì che sono onesta!”. E così chi commenta con un dispregiativo “la massa”, cerca di accendere l'attenzione altrui sul suo “io” diverso da ogni altro, la massa di pecoroni appunto.

Non molto distante abita l’“io” del mitomane - e qui la signora Pavidoni impera. Questa volta pronunciato a voce alta, chiara, a ogni momento. È un “io” che si gonfia in mille imprese e avventure, inventate naturalmente. Vai a vedere una gara di mongolfiere, giusto per il piacere di alzare il naso e seguirle nel volo primitivo, libere e vagabonde in cielo? La signora Pavidoni, mitomane, non resiste a stornare l'interesse nei suoi confronti. Ti tira per la giacca e ti obbliga all'ascolto. “Quando io ero istruttrice di piloti da mongolfiera a Berlino…” Non c’è più scampo. Il suo “io” starnazzante invaderà le tue orecchie fino a fartele sanguinare. E per di più, sai che quella persona non ha mai visto Berlino.

Ancor più pericoloso per la salute mentale e fisica di chi sta intorno è l’“io” introspettivo dell’insegnante di meditazione! Quello che, per intenderci, se assurge a nobiltà diventa Proust, ma che più spesso, purtroppo per noi, è ben meno aristocratico. L'esempio più grossolano diffuso è rappresentato dalle persone in analisi psicoanalitica. Che l’ “io” lo dicano o non lo dicano è sempre, comunque, presente. Mondo, persone, fatti, accadimenti, tutto è interpretato con una lente a forte ingrandimento che parte dall’“io” e che all’“io” ritorna.

Sono persone che non possono più affrontare, per esempio, una conversazione su temi generali o tecnici. Che l'argomento sia Napoleone o le centrali nucleari o il problema dell’Euro riescono a trovare spunti e materiali per restare ancorati a se stessi. Napoleone sarà il pretesto per dettagliati racconti sul loro “io” di anni lontani, durante le scuole dell'obbligo. Le centrali nucleari susciteranno, a seconda della fantasia personale, o i ricordi di quando il giovane “io” scorrazzava nei “perduti” giardini dell'infanzia o l'analisi del “centro” e del “nucleo” della propria personalità. Per meglio spiegarti l’“io” introspettivo la signora Pavidoni vi aggiungerà racconto e interpretazione dei suoi sogni negli ultimi ventisette anni, almeno. Grazie all’euro poi, apprenderai tutto sul rapporto psichico ed emotivo che l’“io” di turno intrattiene col denaro.

Altrettanto spudorato (nel senso letterale del termine: senza pudore) è l’“io” estrovertito della Pavidoni. Tipico dei bambini e di molte persone “di successo”. Non c'è zona d'ombra né di privato pensiero. Tutto è subito riversato e detto all'esterno. Basta un'intervista qualunque a un qualunque “io” estrovertito per sapere quante volte la signora fa la cacca e quante all'amore. Sentimenti, sensazioni, atteggiamenti, convinzioni, ricordi, progetti: panni da esibire su ogni pubblica piazza. È l’“io” che ha bisogno del pubblico per poter vivere.

C'è poi, sempre nel Nobel Pavidoni, l’“io” onnipresente-ma-insicuro, quello che si esprime sempre con “a mio parere”, “a mio giudizio”, “a mio avviso”, con tono quasi di scusa, e che fa enorme fatica a pronunciare semplicemente “Io credo che”, “io penso che...”. All'opposto, l’“io” così compiaciuto di se stesso che invece non si accontenta neppure di dire “io penso che...” ma arriva all'autocitazione: “Come giustamente dicevo già nel lontano 1962… , in occasione di una mia conversazione con Pinco Pallino...” (seguono naturalmente terrificanti banalità).

Fra l’“io” insicuro e quello compiaciuto della signora Pavidoni, una terza tipologia dei suoi umori è l’“io” finto umile. Tipico di professori universitari e di conferenzieri. L’“io” si maschera allora di nomi altisonanti. I padri del pensiero e della scienza sono citati, ripetuti, invocati. Omero, Platone, Dante, Shakespeare, Voltaire, e così via: tutti testimoni autorevoli al servizio della “tesi” (sovente newage) presentata dall’“io” in questione. Parlano in cattedra, ma è come se tuonassero dal pulpito: “Non sono io che lo dico, è la parola di Dio”.

 

NOTE

(1) Ignazio Majore, "Morte, vita e malattia. Introduzione all'analisi mentale", Ed. Astrolabio, Roma, 1998.

(2) Silvio Ceccato, “Contentezza & Intelligenza”, Ed. Rizzoli, Milano, 1989.

(3) Simone Weil, "La Pesanteur et la Grâce", Ed. Plon, Paris, 1947.

Data creazione pagina: 18 novembre 2007