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Parlare per parlare |
EpikeiaVostrAmata ha chiesto a Nereo Villa di spiegare la sua decisione di
rimuovere dai suoi progetti la conferenza di ottobre 2006.
Questa che segue è la sua risposta.
Chi
parla per parlare, o per usare un linguaggio oggi di moda, chi “linguaggia”
per “linguaggiare” (neologismo dell’odierno postmarxismo maturanico
(1)
(sic!), non da’ evidentemente
troppa importanza ai contenuti di pensiero che esprime.
Lo sminuire tale importanza - sia ben chiaro - riguarda l’abitudine di come ci si comporta con i nostri simili, e non è qui in discussione in quanto abitudine, dato che ognuno è libero di avere le proprie abitudini. Una persona che abbia, per esempio, l’abitudine di parlare prevalentemente nel suo dialetto non è da criticare, soprattutto se si rapporta a persone che la comprendono; quanto però si rapporta a persone che non sanno il suo dialetto, incominciano i problemi.
Per fare un altro esempio: se si parla italiano in Cina sarà abbastanza raro intendersi con i cinesi.
Dunque, se qualcuno richiede ad uno studioso di filosofia della libertà di indicargli le dinamiche del pensare libero, dovrebbe dare importanza (almeno) alle parole con cui egli fa tale richiesta. Non mi sembra qualcosa di molto complicato, perché è esattamente ciò che si fa quando, per esempio, si va al mercato a comprar ciliege: se compri dal fruttivendolo un chilo di ciliegie non puoi pretendere che il fruttivendolo comprenda la tua intenzione di avere ciliege se tu anziché dire “ciliegie” dici “banane”.
Ebbene, a questo proposito, devo dire qualcosa che ha dell’incredibile.
Una signora mi chiese tempo fa (agosto 2006) di fare una conferenza su un determinato tema (il pensiero libero) per un gruppo di Pescia.
Risposi affermativamente, e che mi sarei preparato su tale tema.
Mentre stavo facendo le ricerche necessarie per l’istruzione di quel tema, mi arrivava una mail (Sent: Friday, August 25, 2006 4:25 PM; Subject: varie) nella quale l’interessata, pur lodando il mio lavoro di ricerca, mi confidava una sua strana speranza: sperava che io fossi d’accordo con lei sul fatto di ritenere poco importante accettare i contenuti sui quali mi stavo preparando per la conferenza, e di ritenere invece importante la mia funzione di creare dubbi e riflessioni, da cui potesse nascere una ricerca per un pensiero libero. Mi faceva inoltre notare che dai miei primi appunti di ricerca non emergeva il mio percorso per arrivare ad un pensare libero, grazie al quale la forza interiore fosse libera dall’egoismo; ed affermava che questo era il vero problema da affrontare, dato che era in dubbio se col mero pensiero si potessero affrontare le nostre istanze “più basse ed inferiori”.
Ecco il contenuto di quella mail, scritta, come si vede, molto in fretta, data la frequenza di refusi:
“Caro Nereo
mi senbra che tu stia facendo un grosso e dettagliato lavoro per la conferenza, come fai sempre del resto, spero e penso possa essere uno buon stimolo di riflessione per le persone. Io continuo a dire e ripetere che ciò che a me interessa è portare, offrire modi diversi di pensare, argomenti che pongano dei punti interrogativi che facciano riflettere.
Spero concorderai con me che non è tanto importante aderire ed accettare tutto cio' che tu dici, ma sarà importante che tu crei dubbi e riflessioni, da cui possa nascere una ricerca per un pensiero libero. Cio' che mi risulta difficile da comprendere nel tuo scritto è quale è per te la strada da percorrere per arrivare ad un pensare libero perchè le forze interiori non divengano forze dell'egoismo.
Sicuramente questo è il problema piu' grande, ma come affrontarlo? solo cercando un modo diverso di pensare? se non affronto le mie istanze piu' basse ed inferiori, queste riemergeranno come pensiero distorto ed il cambiamento sarà solo facciata.
E come posso cambiare? forse, ti ripeto posso non aver capito, ma in cio' che tu scrivi non riesco a intravedere il metodo, la strada per modicarmi.
Abbraccioni
[Firma]”
Il contenuto di questa mail determinò poi un "linguaggiante" carteggio che si concluse con la seguente mia decisione (Data: 7-set-2006 11.04 AM: Ogg: annullamento conferenza di ottobre):
“Cara […],
per problemi miei, ho deciso di non fare più la conferenza di ottobre.
Esporrò in http://palestradiminerva.blogspot.com ulteriori eventuali risultati di indagini.
Ciao
Nereo”
Riporto per ora solo la mia risposta alla mail “Sent: Friday, August 25, 2006 4:25 PM; Subject: varie” (ma ovviamente se qualcuno lo vorrà, non avrò problemi a pubblicare il carteggio completo):
----Messaggio originale----; Da: nereo villa; Data: 25-ago-2006 9.18 PM: A: [Nome]; Ogg: Re:varie
Cara
[Nome],
non posso che condividere il tuo ragionamento, dato che non ho mai cercato e mai
cercherò adesioni, e non ho mai voluto aderire a qualsiasi movimento.
Per il resto, credo che le affermazioni di realtà siano la filosofia migliore,
vale a dire che la filosofia migliore è per me domandarmi sempre di fronte al
mio agire se quello che sto facendo proviene da impulso oppure se proviene da
motivo. Dunque occorre innanzitutto chiarire cos'è l'impulso.
Per la caratterizzazione essenziale dei contenuti concettuali di motivo e di
impulso, mi pongo di fronte ad un normale impulso fisiologico ed osservo come la
sua estrinsecazione è semplicemente la risposta ad esso, non ad un motivo, ma ad
esso impulso.
Il motivo è infatti sempre un fattore concettuale o rappresentativo; la molla
spingente o impulso è invece un fattore DIRETTAMENTE CONDIZIONANTE l'organismo
umano.
Mentre il fattore concettuale o motivo è causa determinante MA momentanea
dell'azione - cioè a discrezione dell'individuo (POSSO NON AGIRE) - ; la molla
spingente (impulso) è CAUSA DETERMINANTE nell'individuo (NON POSSO NON AGIRE).
Un impulso nasce dunque sempre da un "motivo" fra virgolette, cioè da un motivo
che non è un motivo.
Pertanto l'affermazione "un impulso nasce da un motivo reale" è in tal senso
sensata quanto affermare che la fisiologia del metabolismo umano nasce da un
fattore concettuale.
Certamente, tutto si può dire.
Però
se uno mi dice che quando va al gabinetto ci va in nome delle sue idee e dei
suoi concetti, o dei suoi motivi, costui non può che farmi ridere.
Allo stesso modo un'azione folle o delinquente non può essere coerente, se per
coerenza si intende la connessione di un'azione con un'idea (e non con una molla
spingente o impulso).
Anzi, è proprio la caratteristica delle azioni delittuose il derivare da
elementi extraideali dell'uomo.
Sostenere il contrario è un'obiezione moralistica, cioè è morale malintesa, che
non può non basarsi sull'indistinzione fra individualità e specie.
Per i miei istinti e impulsi, io sono un uomo come se ne trovano dodici per
dozzina (specie umana); per la particolare forma dell'idea per la quale, entro
la dozzina, mi designo come io, sono un individuo (individualità umana).
Per quello che invece riguarda la metodologia anti-egoismo, l'unica via che
posso dire di avere sperimentato scientificamente è quella di Steiner, vale a
dire la FILOSOFIA DELLA LIBERTÀ, in quanto questa opera è strutturata secondo i
medesimi criteri in uso nelle scienze naturali, tant'è vero che il suo primo
titolo fu SCIENZA DELLA LIBERTÀ.
Il termine metodologia comunque lo metto fra virgolette in quanto in tale
scienza la metodologia consiste nella possibilità progressiva (cioè nella misura
in cui la si studi) di abbattere tutti i dogmi possibili e immaginabili che sono
stati eretti per porre limiti al conoscere umano.
Una volta compreso (cioè sperimentato scientificamente in noi stessi) che è
possibile conoscere sempre, e che quindi è possibile perfezionare e
continuamente migliorare ogni nostra caratterizzazione di verità o di Verità, il
metodo comporta necessariamente una conversione del movimento del pensiero, il
quale, sapendo in se stesso che l'impulso e il motivo sono polarmente opposti,
sceglie per la propria individualizzazione il motivo, invece che l'impulso (dato
che non si interessa più di esso, in quanto espressione dell'azione dell'io
inferiore).
In merito alle nostre istanze più basse ed inferiori, che riemergono sempre,
possono riemergere solo, appunto, come tu dici, cioè come pensiero distorto,
dato che sono e restano impulsi, mascherati da motivi.
Qui però non puoi trovare un aiuto nel pensare, col quale puoi indagare e
distinguere le cose. Qui entra in gioco il volere, e non l'intenzione a volere,
che è ancora pensare.
Pensare in modo giusto è solo il primo passo verso l'individualismo etico.
Mi chiedi: E come posso cambiare?
Io posso dirti solo: "Cambia se lo ritieni giusto". In tal caso devi solo
volerlo. Ma questo lo sai già. Inoltre se davvero io conoscessi la strada per
modificarmi ti pare che avrei il diabete?
Un caro abbraccio
Nereo
PS: se comunque ritieni che la conferenza sulla fisiologia spirituale sia
prematura, e vuoi rimandarla, dimmelo pure in quanto preferisco anch'io parlare
di queste cose al momento giusto, e cioè quando vi sia reale esigenza. In ogni
caso tutta la conferenza la trovi qui (quella che hai letto riguardava solo i
criteri adottati):
http://bufala.spazioblog.it/10480/sensi.html
http://bufala.spazioblog.it/10478/dan.html
http://bufala.spazioblog.it/10477/gad.html
http://bufala.spazioblog.it/10475/aser.html
http://bufala.spazioblog.it/10474/neftali.html
http://bufala.spazioblog.it/10473/giuseppe.html
http://bufala.spazioblog.it/10472/beniamino.html
Con le parole conclusive ("se davvero io
conoscessi la strada per modificarmi ti pare che avrei il diabete?")
intendevo ribadire che ad un certo momento del sano pensare deve intervenire il
sano volere come coerenza attuante il passaggio dall'io inferiore all'io
superiore, o cristico. Per esempio: ho smesso
di fumare. Questo lo devo all'immissione di volontà nel pensare in modo
coerente. E siccome la cura principale per il diabete mellito consiste
nell'acquisizione di migliori abitudini dietetiche, ecco che la conoscenza di
una filosofia della libertà può liberare anche dal diabete nella misura in cui
si VOGLIA nutrirsi in modo diverso da prima. Dunque non vi è altra strada per
modificare noi stessi se non quella della volontà della coerenza col retto
pensare. La mera conoscenza intellettuale non serve. Occorre passare da un tipo
di conoscere ad un conoscere superiore, proprio dell'IO SUPERIORE. Non si tratta
qui di "conoscenza cristiana", dato che anche se
essa esiste non serve a nulla. Qui si tratta di conoscenza in senso biblico,
cioè del fare l'amore. Ecco perché il Logos, cioè l'IO SUPERIORE dice in
Giovanni 13,7 rivolgendosi al boss della chiesa: "TU ORA NON SAI QUELLO CHE IO
FACCIO, MA LO CAPIRAI DOPO". Qui vi è un preciso "SAPERE" che è diverso dal
solito. In genere il FARE è figlio del SAPERE. Per capire, ad es., come fare una
torta, leggo la ricetta e poi agisco. In altre parole: attuo prima la mia
comprensione. Allo stesso modo per guidare l'auto, prima vado a scuola guida,
capisco come si fa, e poi guido, ecc. Ma il conoscere dell'IO SONO, cioè del
LOGOS è del tutto differente. Qui il FARE non è figlio del SAPERE. Infatti per l'io
superiore il SAPERE è figlio del FARE. Ecco il senso del capire dopo: "LO
CAPIRAI DOPO". Anche il produttore di musica o di altro deve adottare non solo
il FARE figlio del sapere, ma anche il SAPERE, figlio del fare, se vuole
progredire e non creare sempre le solite cose. Occorre dunque il passaggio ad un
altro conoscere.
Tale passaggio è la "Pasqua", necessaria all'individualità per sperimentare non
più l'ego o l'egoismo o l'egoità inferiore, ma l'egoità superiore, o per usare
le parole di Paolo di Tarso: "Non io, ma il Cristo in me".
Si trat
ta
perciò di fisiologia spirituale. Dunque, non si tratta di appartenenza
confessionale...
Da questo punto di vista, l'ateo che non ne vuole sapere di fisiologia spirituale, in quanto non riesce a comprendere "perché il Cristo sia stato ucciso" (è l'uomo che si chiamava Gesù di Nazareth che è stato ucciso, cioè il portatore del Cristo, come ogni essere umano. Ma il Cristo non muore mai, essendo l'elemento risorgivo dell'Io di ogni essere umano), o per qualsiasi altro motivo per cui non vuole responsabilizzare il suo pensare, ha ragione a dire che il pensare non serve a nulla. Perché se a un certo momento non interviene il volere, tutto rimane un'inutile cultura intellettuale sia pure essa classificabile come "conoscenza cristiana", o come conoscenza subumana che dir si voglia.
Il mero sapere intellettuale dunque porta solo agitazione interiore perché con esso ci si identifica solamente nello scheletro delle parole, nelle ideologie, nello Stato, ecc. (ho accennato a questa questione nella canzone "Testina di bamboo") senza mai passare al VOLERE. Per cui tutto cambia affinché nulla cambi, secondo il noto adagio gattopardesco di coloro che, settari e/o faziosi, intendono la politica come meri e continui cambiamenti di umore e/o programmi, credendo essere anche questa la libertà... dato che "non siamo mica in canonica!"... Come se il distinguere fra libero arbitrio e libertà fosse fattispecie di coloro che stanno in questa o quell'altra setta o canonica, diversa dalla propria...
NOTE
(1) Cfr. http://www.psychomedia.it/pm/modther/modtec/ruiz.htm
Pagina creata martedì 12 novembre 2007.
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