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I maniacali |
Quando
nella casa del grande Gioacchino Rossini cadeva un piatto infrangendosi in mille
pezzi, non tutti ne erano dispiaciuti, e il compositore manifestava una certa
soddisfazione. Correva al pianoforte e riproduceva il suono: do, mi bemolle,
sol… Qualcuno insinuava addirittura che qualche volta tirasse sassi contro i
vetri per musicarne poi il rumore.
Anche il meno noto signor Mario Ritamazzi non gode di fragorosi
applausi,
ma in ufficio è soprannominato “l'angelo”. Se a casa, infatti, infastidisce per
una patologica forma di pignoleria (arriva a raddrizzare la punta delle posate
nei cassetti), in archivio, da quando l'hanno assunto non
c'è foglio che non possa essere
rintracciato nel giro di otto secondi e mezzo.
E chissà se Casanova sarebbe sopravvissuto ai secoli senza quella sua “particolarità”...
E chissà quanti avevano visto
cadere le
mele, ma solo un fanatico come Newton le mise in rapporto con la luna,
decretando la legge di gravità.
Bella forza, non pensava ad altro!
E chissà
quanti bei premi Nobel questa nuova
umanità del terzo millennio
non avrebbe...
E chissà quanti olimpionici sono stati affetti da monomania...
Matematica o tennis, fisica o ciclismo, barbieri o maghe, veramente “per me pari sono”….
E se qualcuno ancora non avesse capito dove vado a parare, sarò più chiara: voglio fare una pubblica difesa della mania, dei tic, delle fissazioni, delle fobie, e perfino del complottismo che facilmente invade l’attuale antisignoraggista con coda di paglia (sempre che gli altri sopportino).
Perché? Intanto per una ragione democratica: ne siamo tutti affetti.
La gamma è fra le più ricche: dal non poter fare a meno di raddrizzare un quadro storto, al bisogno incontenibile di prendere appunti su tutti o tutto, dal voler essere strainformati, al perfezionismo dietetico, etc.
E se tutti ne siamo affetti ben venga la capacità di promuovere in SERIE-A cose che altrimenti continuerebbero a restare relegate negli angoli bui, e denominate patologie. Il “se non puoi cambiare gli astri, cambia l'animo” mai fu detto più a proposito.
Invece di combattere le proprie manie, dunque, perché non optare per l'enfatizzazione?
Ce ne sarebbe da dire, dato che molti uomini famosi, inconsapevolmente o no, hanno seguito proprio questa via.
Fra i
letterati abbondano forse gli esempi più raffinati. Si pensi a Dino Buzzati e
alla bravura nel trasformare la sua ossessione di morte in racconti quali “Sette
piani”. O alle sue “manie” erotiche che diventano il romanzo “Un amore”. Ed era
così sensibile all'espressione delle manie che persino quelle altrui lo
incantavano. Forse non c’è suo racconto che non nasca dall'aver osservato prima,
e metabolizzato poi, una qualche ossessione, un qualche
tic.
Si pensi a Dostojevski: alla sua febbre del gioco e al “Giocatore”, appunto. Si
pensi a Kafka e ai suoi contorcimenti letterari, e si vada a leggere nella sua
biografia: “Ho bisogno di un grande ordine per lavorare, una macchiolina nera
sul muro può arrestare la scrittura per giorni e giorni”.
L'ideale per il maniaco potrebbe proprio essere la strada professionale. Coltivare la propria mania, con convinzione e affetto, fino a farla assurgere a occupazione principale.
Perché, per es., restringere l’amore-adorazione-fanatismo per gli animali al solo cagnolino domestico e non applicarlo all'allevamento delle formiche, o allo studio dei paperi? E l'attrazione quasi morbosa per la malattia, magari con eccessiva tendenza a correre per ospedali e capezzali altrui, perché non farla divenire un sano diploma d'infermiere? E se il professionalizzarla è difficile, che almeno sfoci in un hobby.
Mi chiedo poi se la mania, alla fine, non si riveli utile anche per chi vive accanto al maniaco. Intanto, tutti sanno come sia facile accontentarlo, basta lasciarlo fare senza intervenire, né con rimproveri verbali né con occhi rivolti platealmente all'alto dei cieli. Anche perché bisogna proprio riconoscere che la maggior parte delle manie è innocua. E poi non va dimenticato che tutte queste paranoie, una volta scoperte, possono essere la breccia che apre una comunicazione.
Se il nostro interlocutore ha il “pallino” del complottismo e vede tutto in chiave di complotti, si pensi a come sarà facilitato un dialogo, basterà parlargli di una qualsiasi cosa, magari di un contatore web, che non solo conta l’accesso ai siti internet, ma serve a controllare gli altri, dato che è tutto un complotto contro di noi, poveri controllati.
Oppure
se ha il “trip” della moneta e vede tutto in chiave monetaristica, si faciliterà
il dialogo con lui, semplicemente parlandogli di soldi, traendo magari qualche
buon consiglio astrale (ma dovrebbe interessarsi in modo maniacale anche degli
astri) sul come investire.
Parlando di fobie e di psicosi si parla necessariamente anche di psicanalisi e di psicanalisti, i quali non hanno tutti i torti quando dicono la tesi della fobia come rito protettivo, quale dinamica compensatoria, ed equilibrante. Se il lavarsi le mani ventidue volte al giorno limita il livello d'ansia, perché opporsi?
Per dirla con Aristotele: “All'inizio della ragione non c'è la ragione, ma qualcosa di più forte!”.
Credo ormai di aver convinto abbastanza chiunque che “fobia è
bello”, o almeno lo spero, perché adesso, purtroppo, devo toccare un doloroso
tasto, la non accettazione degli a
ltri.
Le fobie, infatti, come del resto le manie, sembrano avere un potere deflagrante sulla pazienza di chi sta intorno (un po' come l'avarizia o il narcisismo).
Eh sì, non sempre le cose che fanno piacere a noi piacciono anche agli altri.
Basta saperlo.
Ogni tanto la via del nostro vivere conviviale non coincide con un sociale vivere meglio. E se la si vuol far coincidere a tutti i costi bisogna essere veramente dei geni.
Ancora una volta bisogna convincere prima noi stessi della bontà della mania per poi convincere gli altri, o almeno tentare di farlo (magari con un pugno bene assestato sul cranio di questo strano mondo malmondato).
Se prendi in mano un pennello per la prima volta e ti metti a dipingere perché vedendo un film ti sei innamorata di un pittore, o se ti metti a cantare “la la la, trallallero trallallà” perché sentendo un disco ti innamori di un compositore e perciò lo vuoi emulare, puoi farlo, e puoi certamente credere alle tue manie artistiche nate dalle idee del ’68, o newages attuali, per cui “tutti possono essere artisti… basta liberare la nostra creatività”. E così puoi immaginarti di essere un grande scrittore e scrivere, scrivere, scrivere... Oggi col copia-incolla è facile coltivare anche questa mania, anche se non si ha assolutamente niente da dire.
Però ricorda: dietro ogni successo si nasconde un bernoccolo lungamente coltivato... una “mania” lungamente coltivata…
Una mania è il piacere passato allo stato di idea.
Il genio è pazienza… e ripetizione!
Pagina creata venerdì 23 novembre 2007.
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