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Sul senso del firmare la LetterapertallaGdF

A cura della redazione di EVA - EpikeiaVostrAmata

 

Prova a concentrarti sulla crocetta nera al centro dell'immagine (a destra) e sorveglia, con la coda dell'occhio, la trasformazione dei pois. Dapprima noti che ce n’è uno di diverso colore che traccia IN TE il medesimo cerchio saltando da un pois all'altro. Poi ti accorgi che tutti i pois scompaiono, ricomparendo solo se sposti lo sguardo.

Firmare la "LetterapertallaGdF" comporta un evento interiore similare di grande felicità:
Prova a concentrarti sui contenuti antipartitocratici che la “Lettera aperta di cittadini italiani alla GdF” comporta, e a sorvegliare la trasformazione che avviene in te come sottoscrittore.

Inizialmente noterai che, in quanto sottoscrittore, hai delineato la sfera degli altri firmatari, e inizialmente cerchi, per es., la tua email fra quelle degli altri. Poi ti accorgi che gli altri scompaiono del tutto - dato che la tua comprensione dei contenuti della lettera può connettersi in modo individuale a tuoi ricordi personali e/o alla tua stessa biografia - e che essi ricompaiono solo quando sposti l’attenzione su altre cose della Tua vita quotidiana. L'esistenza di uno o più esseri umani che abbiano firmato la lettera ti viene allora in mente quasi come una specie di lontana consolazione, perché spesso il male sociale mascherato da bene fa sentire soli gli individui...

Se infatti la “Lettera aperta di cittadini italiani alla GdF” non genera questa esperienza di incremento dell'individualità di chi la sottoscrive, è segno che non se ne è capito il senso, e che pertanto si anela solo al solo aggruppamento di tipo animale o meccanico.

Come la similitudine meccanicistica "l'occhio umano è come una macchina fotografica" è un insulto all'occhio umano e di conseguenza è un insulto all'essere umano stesso, che non è né un pecorone né una macchina, così coloro che sottoscrivono la “Lettera aperta di cittadini italiani alla GdF” non possono essere paragonati ad un gruppo politico, dato che la politica è potere di impotenti, di politicanti che non si muovono, e che se si muovono lo fanno solo per rapinare il loro prossimo secondo  legalità. E questo li accomuna ai mafiosi, con la differenza che i mafiosi possono finire in galera qualche volta, ma i politici mai.

Per questo motivo EpikeiaVostrAmata propone la lettura di alcuni brani (1) del libro "Toghe rotte. La giustizia raccontata da chi la fa" a cura di Bruno Tinti, procuratore aggiunto della Procura di Torino, il quale "ha speso la sua vita professionale a inseguire [...] reati finanziari" (2) ed oggi afferma che "la giustizia italiana non funziona perché programmata per non funzionare", dato che si comporta come una vera e propria illusione ottica: "non è vero che i poteri forti vogliono una magistratura efficiente: la preferiscono inefficiente, lenta e politicizzata".

 

 

 

L'illusione ottica data dall'immagine qui sotto, materialmente statica ma spiritualmente mobile grazie alla vitalità del tuo occhio insisterà nel dirti che essa "si muove". Allo stesso modo dovrebbe "muoversi" la “Lettera aperta di cittadini italiani alla GdF” in te, in un'"illusione ottica" che è però non illusione ma realtà in quanto testimonianza di vitalità  universale del pensare umano in cui tu sei collocato come cristiano, cioè essere umano dotato di io vivo (Cristo).

 

 

Dopo la lettura dei seguenti brani tratti dal volume di Bruno Tinti, la domanda che può sorgere è: che senso ha allora firmare la “Lettera aperta di cittadini italiani alla GdF”? Il senso sarà quello che ognuno vorrà attribuirvi, a testimonianza del proprio vivente pensiero.

Di fronte ad una curva, il senso sarà sterzare se sei al volante, sarà contemplarla o modificarla se stai dipingendo, illuminarla con luci intermittenti se stai costruendone una spirale per l'albero di Natale, ecc.

Certo è che aspettare il cartello indicatore della curva per poter sterzare il volante, è pura follia...

Buona lettura dunque.

EpikeiaVostrAmata pubblicherà con piacere i tuoi eventuali commenti sul senso della tua testimonianza.  

 

 I ricchi che rubano

Quando la legge garantisce l'impunità

2° capitolo della 2ª parte del volume "Toghe rotte" a cura del giudice Bruno Tinti

 

[...] Il codice civile comprende ancora i reati societari, tra cui il famigerato falso in bilancio; la legge penale sull'evasione fiscale è ancora in vigore; la legge fallimentare è stata rivista e «migliorata»: sono stati eliminati semplici adempimenti formali che facevano solo perdere un sacco di tempo agli imprenditori. Insomma, la guardia è alta, l’economia tira, chi sgarra viene punito.

Non è vero niente.

L’economia non tira, ma questo non sono in grado di dimostrarlo io; gente come me può solo dire che con lo stipendio che aveva prima adesso compra la metà delle cose che comprava prima. E, quanto ai reati in materia di economia, il sistema è congegnato in modo da assicurare l'impunità a tutti i delinquenti che li commettono, e anzi, a invogliarli a commetterli.

I ricchi dunque rubano: ma perché rubano? È semplice, perché anche loro hanno bisogno di soldi. Ma loro i soldi già li hanno, perché rubarli? Anche questo è semplice, è che gli servono per fare altri soldi; e, per questo, bisogna che i soldi che usano siano «neri», cioè che nessuno sappia che li avevano [...] perché li debbono usare per corrompere gente disonesta che gli farà fare altri soldi con appalti illecitamente concessi, accertamenti di imposta compiacenti, leggi fatte apposta per non fargli pagare le tasse e assicurargli l'impunità per i reati che hanno commesso per fare i soldi neri con cui pagare i corrotti... Insomma un serpente che si morde la coda, un circolo vizioso in cui tutti trovano il loro tornaconto. Tutti, si capisce, meno i cittadini onesti e poveri: non parliamo dei poverissimi, degli immigrati clandestini e no, di tutti quelli con cui lo Stato fa la faccia feroce, che, siccome non sanno, non hanno nemmeno la soddisfazione di indignarsi [...].

 

I reati societari fino a ieri

Il punto chiave di questa strategia, che sarebbe quel serpente arrotolato su se stesso, è costituito dalle innovazioni in materia di reati societari.

Fino all'11 aprile 2002 questi reati erano puniti dagli artt. 2621 e seguenti del codice civile; erano tutelati soci e creditori, naturalmente, ma anche la collettività, intesa come l'insieme di tutti quelli che hanno interesse a conoscere le condizioni economiche di una società cui, a vario titolo, possono essere interessati: se vuoi investire dei soldi, se ti propongono di acquistare azioni, se ti chiedono di fornire beni o servizi per cui acquisti macchinari e assumi manodopera, è ovvio che ti interessa avere informazioni complete, chiare e vere su questa società: è sana? È ricca? Pagherà?

La cosa strana è che queste leggi a tutela dei cittadini le avevano fatte i fascisti: nel 1930 la pena prevista per il falso in bilancio andava da tre a dieci anni di reclusione; e il Guardasigilli di allora, il celebre e spesso vituperato Alfredo Rocco, aveva scritto, nella relazione alla legge: «La straordinaria mitezza del codice (quello vecchio, del 1882, che veniva abbandonato) non trova spiegazione che nella concezione nettamente individualistica che ne informa le disposizioni. Questa concezione non fa vedere, in materia di società, oltre la cerchia più o meno ristretta dei singoli individui, azionisti o creditori, e negli abusi... commessi dai dirigenti non sa ravvisare se non i fatti i quali incidono esclusivamente su interessi privati... questi fatti si presentano come gravemente lesivi dell'economia pubblica, in quanto, facendo venir meno la fiducia del paese sull'attività delle società commerciali, scuotono uno dei cardini fondamentali su cui poggia la struttura economica del paese». Sarà, come ha scritto Massimo Gramellini, che in altri tempi c'era il senso dello Stato e adesso abbiamo uno Stato che fa senso...

Più o meno, fino al 2002, tutto era rimasto invariato; la pena era scesa, da uno a cinque anni, ma insomma lo spazio per scoprire i furti dei ricchi c'era ancora. Soprattutto perché la prescrizione per il falso in bilancio era di quindici anni; e così, anche mettendo in conto tutte le prevedibili manovre difensive che i ricchi si possono permettere, il tempo per arrivare a una sentenza definitiva in genere c'era. E restava quindi almeno la soddisfazione di attribuire a qualcuno che se lo meritava la patente di falsificatore di bilanci: difficile che andasse in galera (giacché tutto il nostro sistema penale è congegnato in modo da non mandare in prigione quasi nessuno); comunque, a piede libero, ma sempre falsificatore era.

Poi c'era qualche raffinatezza tecnica; se si riusciva a contestare l'aggravante di cui all'art. 2640 del codice civile (danno di rilevante gravità), si sarebbe potuto indagare servendosi delle intercettazioni telefoniche e ambientali, che non si possono utilizzare se il reato per cui si indaga prevede una pena massima inferiore o uguale a cinque anni di reclusione, e con questa aggravante la pena arrivava a sette anni e mezzo. Insomma, i ricchi rubavano sempre ma qualcuno ci lasciava le penne; e gli altri avevano paura e magari rubavano un po' meno.

 

I nuovi reati societari
Dal 2002 i ricchi possono rubare con molta più tranquillità: è come se i reati societari, quelli che puniscono il falso in bilancio e gli altri reati che gli fanno corona, non ci fossero più; come se fossero stati aboliti, appunto depenalizzati.
A stretto rigore non è così, anche perché nessuno aveva la faccia tosta di emanare una legge che dicesse: da oggi il falso in bilancio, e reati connessi, non è più reato. Sono stati molto più furbi: hanno scritto una legge che dice che il falso in bilancio è un reato, però...
Ecco, però cosa?
Adesso lo vediamo per bene; per dare un'anticipazione che faciliti la comprensione del tutto, si può fare questo esempio: è come se si dicesse che l'omicidio è un reato, però solo se il morto aveva meno di dieci anni e più di settanta, se era biondo con gli occhi azzurri e se resuscita e chiede esplicitamente al Giudice di processare il suo assassino; e comunque se il processo finisce entro sei anni. In tutti gli altri casi, ci dispiace tanto, ma non possiamo fare niente.

La prescrizione
Per prima cosa, il falso in bilancio si prescrive in quattro anni (art. 2621 del codice civile) o in sei anni (art. 2622 del codice civile), quando ha cagionato un danno al socio o al creditore - così dice la legge.
Sembra tanto; solo che, con il sistema processuale che ci ritroviamo, sei anni, che possono arrivare fino a sette anni e mezzo se il processo comincia prima che i sei anni siano passati, sono pochissimi per qualsiasi reato e ancora più pochissimi - lo so che è scorretto ma rende l'idea - per un falso
in bilancio.
Tanto per cominciare, che sia falso al PM glielo dicono parecchio tempo dopo che il bilancio è stato fatto. Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Vigili urbani, Polizia forestale non fanno indagini in materia di falso in bilancio; al massimo la Guardia di Finanza, quando fa una verifica fiscale, che, se arriva in Procura oggi, riguarda gli anni 2003, 2004 e 2005, oltre a eventuali frodi fiscali, denuncia il connesso falso in bilancio. Insomma, se la denuncia per falso in bilancio non arriva «dal di dentro», cioè da taluno che ha rapporti con la società, il reato rimarrà per sempre ignoto.
Se una denuncia arriva a distanza di un paio d'anni dal fatto, la Procura della Repubblica comincia le indagini e, come prima cosa, sequestra la contabilità e altra documentazione in possesso della società. Poi consegna il tutto a un consulente e gli chiede di procedere al controllo del bilancio. Il consulente, naturalmente, non può controllare niente sulla base della documentazione ufficiale (pensare che un falsificatore di bilanci conservi documentazione che ne provi la falsità è un po' come credere a Babbo Natale) sicché chiede al Pubblico Ministero di acquisire altra documentazione, in genere bancaria, e, quasi sempre, esistente all'estero. Il Pubblico Ministero provvede, se la documentazione è all'estero, con rogatoria internazionale, e poi consegna la nuova documentazione al consulente; questi se la studia e ne chiede altra. In genere si va avanti così per un anno o più. Alla fine, alla scadenza dei due anni consentiti per le indagini preliminari, il Pubblico Ministero ha raggiunto una ragionevole certezza quanto alla falsità o meno del bilancio; e, se lo ritiene falso, chiede al Giudice per le Indagini Preliminari di rinviare a giudizio il malfattore. Sono passati da tre anni e mezzo a quattro anni dal momento in cui il bilancio è stato depositato.
Davanti al Giudice per le Indagini Preliminari, le difese tutte, ma anche il Pubblico Ministero - tanto la legge è così, e lui non ci può fare niente - chiedono che tutta l'indagine contabile già fatta dal
consulente della Procura venga rifatta da un perito nominato dal Giudice; perché solo questa, secondo il nostro codice di procedura penale, può costituire valida prova, essendo i consulenti del Pubblico Ministero notoriamente venduti o, nella migliore delle ipotesi, incapaci. Così si ricomincia tutto daccapo, con l'unico vantaggio di disporre già della documentazione necessaria; anche se, per le difese, questa non sarà mai bastante e se ne dovrà certamente raccogliere altra,
possibilmente conservata in una banca con sede nel deserto del Gobi. Detto per inciso, tutto questo costa molti soldi, che vanno ad aggiungersi a quelli già pagati dal Pubblico Ministero al
consulente che ha lavorato nella fase precedente.
Se la perizia arriva alle stesse conclusioni del consulente del Pubblico Ministero, ovviamente in genere è così; e fatte tutte le altre cose più o meno utili che si fanno nell'udienza preliminare -
da qui in avanti sono prevedibili una serie di iniziative della difesa aventi il solo scopo di tirarla in lungo: malattie, impedimenti, ricusazioni, altri impedimenti ecc. -, forse si arriva a un decreto del Giudice dell'Udienza Preliminare che manda l'imputato a giudizio davanti al Tribunale; bene che vada, è passato un altro anno.
Il processo davanti al Tribunale non comincia prima di otto mesi, un anno e si conclude... chi lo sa? Anche qui, bene che vada (tutte le rogatorie vanno reiterate se si tratta di sentire testimoni), passeranno prima della sentenza uno o due anni.
A questo punto il nostro falso in bilancio è prescritto e, se per miracolo, prescritto non è ancora, si prescriverà sicuramente in appello, visto che gli avvocati non stanno li a far niente. Anche loro lo sanno benissimo che se la tirano in lungo ancora un po' il bilancio può essere più falso di Giuda ma il falsificatore sarà assolto comunque per prescrizione; la formula è: assolto per essere il reato estinto per prescrizione che vuoi dire che l'imputato è un delinquente ma non gli si può fare niente.

La querela
Naturalmente per arrivare alla prescrizione occorre che ci sia un processo; ma la cosa è stata studiata in modo che, in pratica, nella maggior parte dei casi, al processo non è nemmeno possibile arrivarci, per via di uno straordinario istituto, in genere riservato alle ingiurie tra condòmini: la querela. Il falso in bilancio commesso in società non quotate in Borsa può essere perseguito solo se il socio danneggiato presenta querela. Solo che questa querela non arriverà mai. Il socio di minoranza che il bilancio sia falso non lo sa e non lo saprà mai: lui non amministra la società e in assemblea gli dicono quello che vogliono. Il socio di maggioranza sa tutto ma siccome il falso in bilancio lo ha fatto lui...; come dice il mio collega Piercamillo Davigo, sarebbe come chiedere al ladro di querelarsi per il furto appena commesso. Sicché il processo nemmeno può cominciare.

Le soglie di punibilità
Ma magari invece il processo comincia; perché una querela forse arriva; o perché si tratta di un falso in bilancio commesso in una società quotata in Borsa, in tal caso non c'è bisogno di querela: basta scoprire l'irregolarità e si comincia l'indagine. Solo che a questo punto bisogna fare i conti con le soglie di punibilità.
Secondo l'art. 2622 del codice civile (come modificato dal decreto legislativo 61/2002) la punibilità è esclusa, cioè il processo non si fa e, se è cominciato, l'imputato deve essere subito assolto se le falsità non alterano in modo sensibile la rappresentazione della situazione... della società o determinano una variazione del risultato economico di esercizio non superiore al 5 percento o una variazione del patrimonio netto non superiore all'un percento.
Lasciamo perdere le prime due soglie: l'alterazione sensibile comunque la valuta il Giudice e speriamo bene. E la variazione del risultato di esercizio in misura superiore al 5 percento è inutile perché il risultato di esercizio, per sua natura, è fluttuante [ed il fluttuante, per definizione, non può essere un dato accertato - ndr]: può essere, numericamente, assai modesto o anche pari a zero; con la conseguenza che la percentuale del 5 percento, anche in società di grandissime dimensioni, può essere anch'essa assai modesta e dunque non particolarmente utile al falsificatore di bilanci per conseguire l'impunità.
È per questo che i politici hanno avuto un colpo di genio: la soglia di punibilità commisurata al patrimonio netto. Perché questo dipende dalle dimensioni della società: cresce con essa e assicura livelli di impunità altissimi. Basti pensare a grandi società, Telecom, Mediaset, Fiat: il patrimonio netto di queste società si aggira sui quattro, cinque miliardi di euro e anche molto di più. L'un percento di questi patrimoni netti, fatti i debiti conti, parte da 30 milioni di euro e può arrivare a 100 milioni. Questo vuoi dire che i falsi in bilancio non penalmente rilevanti, vale a dire... falsi in bilancio leciti, formula certamente schizofrenica, possono essere di decine di milioni di euro. E quindi gli eventuali processi si concluderanno con sentenze di assoluzione perché il fatto non
è più previsto dalla legge come reato a far data dal 2002.
Si capisce, a questo punto, che, a prescindere dalla prescrizione e se anche viene presentata querela, il falsificatore di bilanci può stare tranquillo: tanto il processo è impossibile perché, con ogni buona volontà, le falsificazioni necessarie per superare soglie di punibilità di tal fatta dovrebbero essere francamente inimmaginabili: bilanci falsi a tale livello non dovrebbero esistere. O sì?

Il danno
Il falso in bilancio grave è previsto - si fa per dire, quello che si prescrive in sei anni invece che in quattro; quello che è punito un po' meno della sosta vietata con tagliando falsificato invece di
quello che è punito come la guida dopo aver bevuto un bicchiere di birra - a condizione che abbia provocato un danno ai soci o ai creditori. Se il danno non c'è o se non si riesce a provarlo e la
prova la deve dare l'accusa, cioè la Procura della Repubblica, niente reato: resta solo la contravvenzione, quella punita come la guida in stato di ebbrezza.
Qui non si sa se ridere o se piangere.
I falsi in bilancio si fanno per due ragioni: per far vedere che si è guadagnato, tanto o poco, quando invece si è perso e la società dovrebbe fallire o essere ricapitalizzata, che vuoi dire che qualcuno ci deve mettere dei soldi; oppure per far vedere che si è perso, o guadagnato meno di quello che si è guadagnato, così si mettono da parte dei soldi neri (quelli che servono per
corrompere e avere appalti, permessi, licenze ecc.) e non si pagano tasse o se ne pagano di meno.

Qualcuno capisce dove sta il danno per il socio in ipotesi del genere?
Facciamo un esempio tratto dalla strada, come diceva il mio professore all'università.
Le società di calcio, per iscriversi al campionato, debbono presentare i loro bilanci da cui deve risultare che hanno pagato tutti i loro debiti e che il rapporto tra quello che incassano e i
debiti sia di 3 a 1.
Il problema è che tutte le società di calcio spendono il doppio di quello che incassano; che, per non fallire, il presidente o sponsor o insomma il ricco di turno dovrebbe ricapitalizzare, versare altri
soldi; che se questi soldi non arrivano la società non paga tutti i debiti, non ha un rapporto ricavi-debiti pari a quello stabilito e quindi la squadra non può essere iscritta al campionato. Se non
è iscritta al campionato, non riceve i soldi che arrivano dai diritti televisivi, dagli abbonamenti, dal merchandising, perde i giocatori che vanno in altre squadre e alla fine fallisce.
Che cosa pensate che succeda a questo punto?
Semplice, la società presenta bilanci falsi: il valore dei calciatori viene gonfiato, i debiti si nascondono, insomma si fanno tutte le solite porcherie che i maghi del bilancio falso escogitano ogni anno. La squadra viene iscritta al campionato, i tifosi giubilano, la consueta pioggia di soldi, sempre un po' o molto meno di quelli che servono, arriva, e tutti sono contenti.
Domanda: dov'è il danno per il socio di questa società che gestisce la squadra di calcio? Chi è che può lamentarsi perché, con il bilancio falsificato, la società ha potuto partecipare al campionato invece di fallire?
Queste stesse cose succedono per ogni tipo di impresa [e soprattutto per le banche centrali, imprese S.p.A. con scopo di lucro per la produzione-emissione-distribuzione di cartamoneta - ndr]; un bilancio falso che evita di evidenziare che la società sta perdendo un sacco di soldi e che i soci debbono rifinanziare o fallire non piace a nessuno.
Sicché il nostro art. 2622 è in pratica una legge che dice: per mantenere in piedi un'impresa potete pure falsificare i bilanci.
Queste leggi, in gergo tecnico, si chiamano norme autoabroganti: sono costruite in modo da far finta di dire una cosa ma, in realtà, dicono il contrario. Il falso in bilancio è punito ma deve arrecare
un danno al socio: solo che il
falso in bilancio non provoca mai un danno al socio, sul momento, è fatto piuttosto per non farglielo subire, dunque per regalargli un profitto.
Naturalmente, presto o tardi, i nodi vengono al pettine, i buchi diventano voragini, i creditori, gli unici che subiscono un danno fin dall'inizio ma, proprio perché il bilancio è falso, non se ne accorgono, si trovano con un'esposizione micidiale, i soci scoprono che le loro azioni sono carta straccia. A quel punto la società fallisce.
Che nessuno abbia pensato dove si sarebbe andati a finire mi stupisce ogni volta che studio un processo per bancarotta.

 

La pena sostituita

Ogni tanto un processo per falso in bilancio si fa: i giudici sono più rapidi di quanto in genere avvenga, i consulenti anche, la documentazione risulta facilmente reperibile, le difese non si impegnano tanto oppure non sono abbastanza preparate; la querela è presentata o il falso riguarda una società quotata; le soglie di punibilità sono state superate da un bel falso da 10milioni di euro; insomma il processo può anche essere fatto e arrivare alla fine. Non è vero, non succederà mai, ma teoricamente... Dunque potrebbe arrivare il fatidico giorno in cui un Giudice legge una sentenza che dice che, in nome del popolo italiano, Tizio è riconosciuto colpevole del reato di falso in bilancio e condannato alla pena di...

Ecco, a quanto può essere condannato questo signore che ha falsificato un bilancio per 10 milioni di euro?

Per il falso in bilancio classico, quello che nel 1930 veniva punito da tre a dieci anni di reclusione! Ma è anche vero che erano tempi bui, si va da cinque giorni a un anno e sei mesi per un falso in bilancio che ha cagionato un danno, quello che non si scopre mai perché nessuno fa querela; da sei mesi a tre anni oppure da uno a quattro anni di reclusione nel caso che il falso in bilancio sia stato commesso in società quotate in Borsa.

Non è male: pensate che per la falsificazione dei tagliandi di parcheggio si va da uno a cinque anni; per il furto al supermercato con lo strappo della placca antitaccheggio, da uno a sei anni; e, per la strisciata sulla macchina, il reato dei fidanzati abbandonati, la pena va da sei mesi a tre anni.

Con queste pene, si può addirittura arrivare alla sostituzione della pena detentiva con la pena pecuniaria, 38 euro al giorno. Sicché il nostro falsificatore di bilanci, con falso superiore alle soglie di punibilità, qualche milione di euro, sarà condannato alla strabiliante pena di 6000 euro mal contati.

Ovviamente, come ogni imprenditore che si rispetti, il nostro falsificatore di bilanci farà, prima di falsificarli, una banale programmazione del rapporto costi/benefici. In altri termini i nostri Presidenti di Consiglio di Amministrazione, Amministratori Delegati, Consiglieri di Amministrazione, con tutto il codazzo di sedicenti organi di controllo quali Collegio Sindacale e Società di revisione, valuteranno preventivamente i vantaggi derivanti dalla falsificazione del bilancio [ovviamente inclusi tutti i presidenti dei C.d.A, gli amministratori delegati, i consiglieri di amministrazione, e l'altrettanto codazzo dei sedicenti organi di controllo delle banche centrali, tipo la Commissione Nazionale per le Società e la Borsa, detta Consob, cioè altrettante imprese S.p.A. con scopo di lucro per il "controllo" della produzione-emissione-distribuzione di cartamoneta - ndr] (fondi neri, pagamenti di tangenti, indebiti favori e appalti ottenuti a scapito dei concorrenti, evasioni fiscali, spoliazioni del patrimonio sociale con correlativo danno degli ignari soci di minoranza e insomma tutto il consueto bagaglio di illegalità che i processi per falso in bilancio rivelano, per la verità rivelavano) e li metteranno a confronto con gli eventuali svantaggi propri di un eventuale processo penale: un processo interminabile, una serie di pesanti parcelle da pagare agli avvocati, ma saranno prelevate dal bottino, una condanna a 6000 euro di multa. Quale decisione pensate che prenderanno?


(1) Questi brani sono tratti dal capitolo "I ricchi che rubano", in Bruno Tinti, "Toghe rotte. La giustizia raccontata da chi la fa", Ed. Chiarelettere, Milano, 2007.
(2) "Toghe rotte...", op. cit.

Data pubblicazione pagina: martedì 11 dicembre 2007