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TAVERNA di BACCO
 

E-mail: bacco@tavernabacco.cjb.net


Mitologia


Bacco, o Dioniso è il Dio della vegetazione e della fertilità, è figlio di Zeus e di Semele. Il suo nome, secondo l'etimologia più accreditata, significherebbe "figlio di Zeus". Nato infatti miracolosamente da una doppia gestazione, sia materna che paterna, era ritenuto il protettore della vita nella fase embrionale. A lui si attribuiscono l'invenzione del vino e quell'entusiasmo misterioso che diede origine alle feste Dionisie che, solitamente in primavera poiché legate al tema della fertilità, si diffusero in tutto il mondo greco. Grazie al suo culto fiorirono le prime forme drammatiche che dettero origine al teatro greco. Nella mitologia latina fu venerato con il nome greco Bacco fino a tutto il primo secolo dell'Impero. Le feste in suo onore, chiamate Baccanali, erano prettamente orgiastiche.



La moglie di Zeus, la gelosissima Era, prendendo le sembianze di una vecchia convinse la giovane Semele, che era incinta, a chiedere al suo amante di apparirle in tutto il suo splendore. Quando Zeus si presentò, tra tuoni e fulmini, Semele ne rimase atterrita e dallo spavento cadde folgorata. Allora Ermes, per salvare il bambino ancora in gestazione, lo cucì nella coscia di Zeus. Alla sua nascita fu affidato ad una coppia di zii materni, Ino e Atamante. I due pensarono bene di vestirlo da bambina perché Era non lo rintracciasse. Ma la dea scoprì l'inganno e per punirli li fece impazzire. Allora Zeus trasformò Dioniso in capretto e lo affidò alle Ninfe. A loro volta anche le Ninfe vennero tramutate in stelle: le Iadi. Durante uno dei suoi viaggi Dioniso incontrò Arianna, abbandonata a Nasso da Teseo, e la sposò. Come regalo di nozze le donò una corona, che poi divenne la costellazione conosciuta come Corona di Arianna. Secondo Apollodoro i due sposi ebbero quattro figli: Toante, Pepareto, Enopione e Stafilo


Bacco, in greco Bákchos, nome recenziore (compare la prima volta in Sofocle, Edipo Re, 211), e prevalente nel mondo romano, del dio greco Dioniso, identificato con l'antico dio italico Liber Pater. In epoca classica, è essenzialmente il dio del vino e del delirio mistico. Il culto di Bacco Dioniso, di origine greco-orientale, in Italia ebbe larga diffusione, prima nelle regioni meridionali, poi in quelle centrali, penetrando a poco a poco anche in Roma (III, II sec. a.C.). Le sue feste presero il nome di baccanali, e la loro proibizione per motivi politico-morali (186 a.C.) non impedì che il dio continuasse a essere oggetto di culto, nella suggestiva forma del mistero dionisiaco, fino a tutto il primo secolo dell'Impero, come testimoniano gli affreschi della villa dei Misteri a Pompei.


 

Diòniso, in greco Diónysos. Una delle più importanti divinità della vegetazione e dei misteri orgiastici, in particolare dio della vite e del vino. La sua personalità appare come il risultato di un sincretismo tra un dio greco del vino e dei vignaioli, uno tracio di culto misterico e due o tre altri di carattere ctonio, indigeni di Creta e dell'Asia Minore. Il suo luogo di origine costituì un problema già per gli antichi, che in taluni racconti mitologici lo presentavano espressamente come un dio straniero, venuto da lontano e tardi nell'Ellade, e ricordavano ancora la resistenza opposta da principio all'introduzione del suo culto (mito di Penteo). 

Gli elementi essenziali che costituiscono la sua complessa figura in epoca classica provengono principalmente dalla Tracia: qui vi fu credenza che il dio abitasse le cime boscose dei monti e nello stesso tempo proteggesse l'agricoltura e presiedesse a riti fondati sull'esaltante ebbrezza del vino e che le menadi, sue seguaci, si abbandonassero nella notte sulle alture a orge mistiche. Accolto in Grecia, Dioniso ricevette dai Beoti una genealogia e una vicenda mitica: ebbe per padre Zeus, per madre una mortale, Semele, figlia di Cadmo, e una nascita duplice e miracolosa, per cui tratto, ancora feto immaturo, dalle ceneri della madre, folgorata dallo splendore del divino amante, era stato cucito in una coscia del sommo dio e da essa era venuto alla luce al termine normale della gestazione. Il suo culto si diffuse via via dalla Beozia nell'Attica, nelle isole e nell'Asia, dove Dioniso avrebbe raggiunto l'India con una trionfale e fantastica spedizione celebrata dai poeti antichi, e in particolare da Nonno di Panopoli. Secondo una tradizione molto diffusa, avrebbe combattuto contro i Giganti e sposato Arianna abbandonata da Teseo.


Dio della vegetazione, aveva per attributi il pino e l'edera, presiedeva alla coltura della vite e del fico e per taluni aspetti si riallacciava alla forza naturale dell'acqua, in stretta unione con le ninfe; dio della fecondazione, manifestantesi nella forza generativa del fallo, si assimilava in forma parziale o totale a un caprone o, più spesso, a un toro in cui credevasi che si incarnasse durante talune feste; divinità ctonia, infine, per gli evidenti legami con le vicende del mondo naturale e con il ciclo delle stagioni. La sua complessa personalità appare, tra l'altro, dal gran numero degli epiteti che ne rivelano le molteplici facoltà, funzioni e ipostasi: Niseo, Bromio, Ditirambo, Evio, Bacco, Zagreo, Sabazio, Lieo, ecc. Era accompagnato da un gioioso e danzante corteggio di satiri, di sileni, di menadi, di tiadi e di baccanti insieme con Pan e con Priapo e i suoi riti si svolgevano nel clima dell'ebbrezza orgiastica, che dava ai seguaci, nell'esasperazione dei sensi e nell'eccitazione provocata dal vino e dalle carni delle vittime divorate crude e vive (omofagia), l'illusione di incorporare l'essenza stessa del dio e di farsi uno con lui. Da siffatte cerimonie religiose, deliranti e sfrenate, sorsero il ditirambo e la poesia drammatica. Il culto di Dioniso, proprio delle moltitudini come di ristrette associazioni, espressione delle erompenti forze della natura come delle profonde esigenze dell'anima, dall'originaria Tracia o Lidia diffuso pressoché universalmente nelle terre conosciute, esercitò un notevole influsso sulla civiltà greca e sui popoli antichi che a essa s'ispirarono: contribuì a introdurre nella religione il senso del mistero, nella poesia lirica il sentimento della natura e nell'arte, soprattutto plastica, il movimento e il pathos.


 

Il tipo arcaico di Dioniso è quello di un dio barbuto, inghirlandato di pampini d'uva, nel pieno vigore degli anni, vestito di chitone e di mantello, o cinto di una pelle di pantera; nella maggior parte delle raffigurazioni è circondato dal suo corteo, il tiaso, composto di menadi e satiri; nelle mani regge il tirso (scettro con rami d'edera), talvolta recipienti per bevande. Nella coppa di Exechia, Dioniso è su un vascello adorno di pampini; nel cratere di Clizia e Ergotimo (il cosiddetto vaso François al Museo archeologico di Firenze) cammina reggendo su una spalla un'anfora. La statua più antica del dio è forse quella rimasta incompiuta e che giace in una cava dell'isola di Nasso; doveva trattarsi di una figura stante di grandi proporzioni (altezza 10,45 m). Nel fregio del tesoro dei Sifni, in Delfi, appare la prima rappresentazione di Dioniso che lotta nella Gigantomachia.


L'epoca classica ed ellenistica sviluppa il tipo giovanile di Dioniso, dal corpo nudo, la chioma ricciuta, il volto imberbe. Così doveva presentarsi il simulacro in bronzo di Mirone, collocato sull'Elicona e attestato solo dalle fonti letterarie. Nel Partenone il dio compare più volte; di notevole interesse la metopa in cui è presentato in lotta con un gigante; questa raffigurazione influì particolarmente nella creazione del nuovo tipo di Dioniso adolescente, come dimostra il grande fregio dell'altare di Zeus a Pergamo (II sec. a.C.). Nell'opera di Prassitele, Dioniso appare in una rara immagine infantile; il piccolo dio è consegnato alle ninfe da Ermete (gruppo di Olimpia). Nella pittura vascolare il dio è rappresentato specialmente nel suo incontro con Arianna. Scene dionisiache, infine, appaiono nelle pitture parietali pompeiane. Il tema ispirò largamente gli artisti italiani del Cinquecento e del Seicento; si ricordano in particolare le statue marmoree di Jacopo Sansovino e di Michelangelo nel Museo del Bargello a Firenze e i dipinti di Tiziano (Madrid, Prado, e Londra, National Gallery), del Caravaggio (Firenze, Uffizi) e di Annibale Carracci (Roma, palazzo Farnese).





Gli attributi di Bacco:

TORO: Dioniso, essendo il dio della fertilità, veniva paragonato al vitale toro. In alcuni riti si credeva addirittura che si incarnasse nel forte e sanguigno animale. Secondo la leggenda che diede origine alla tragedia Le Baccanti di Euripide il dio, catturato da Penteo re di Tebe, si trasformò in toro. Ed Euripide stesso descrive Dioniso, al verso 100 della tragedia, come "dio dalle corna di toro".

EDERA: Dioniso, dio della fecondità e della vegetazione, aveva tra i suoi attributi l'edera. Con tralci di edera veniva ricoperto il tirso, ovvero il lungo scettro appuntito che veniva tenuto in mano da Dioniso e dalle Baccanti durante le loro feste.

VITE: Dalla vite si ottiene il vino, la bevanda preferita da Dioniso. A lui, addirittura, si attribuisce l'invenzione della famosa bevanda alcolica. Si pensa che il vino fosse necessario all'interno dei rituali dionisiaci per provare l'estasi (che significa, etimologicamente, "uscire da se stessi") che permetteva di entrare in contatto con la divinità. Inoltre con i tralci di vite si decorava la punta del tirso, scettro sacro di Dioniso usato anche dalle Baccanti nei loro rituali dionisiaci.

PINO: Dioniso, dio della fecondità e della vegetazione, aveva tra i suoi attributi il pino. Il pino simboleggia la permanenza della vita, perché sopporta il rigido inverno senza perdere i suoi aghi, e l'alternanza delle stagioni. Simbolo della potenza vitale, allude all'immortalità.

TIRSO: Scettro lungo come una pertica, appuntito come un'arma. La sua sommità culminava con una pigna. La pertica era invece ricoperta di tralci di edera e di vite. Scettro sacro di Dioniso, veniva usato anche dalle feroci Baccanti nei loro sanguinosi e orgiastici rituali in onore del dio.

 


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