Cinema, amore di cinema

                                      di questa straordinaria proiezione immaginativa

                                          in cui scorre la vita dell'uomo e del mondo

 

 

 

E però solo il cinema d'autore, o quel cinema che abbia una certa valenza sociale ed estetica.

Non troverete qui i film da botteghino, i blockbuster, i remake, i sequel, gli harrypotter; raramente i gialli e i neri.

 

Da un certo punto in poi della mia vita ho tenuto uno schedario dei film che via via sceglievo e vedevo, e meditavo poi la sera e nei giorni seguenti; ma non sempre, perché il lavoro mi prendeva e distraeva, la ricerca filosofica che sempre continua,  mai finisce.

Ora tento di ricostruire questo spazio di riflessione e di memoria.

Che potrà essere anche una specie di presentazione dei film in corso di proiezione.

Ma ci vorrà del tempo.

 

                                                                                               

                                                                                                                    

                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                  Registi, Maestri del cinema

                                                                                                                                                       Michelangelo Antonioni

                                                                                                                                                       Ingmar Bergman

                                                                                                                                                       Omaggio a Bernardo Bertolucci

                                                                                                                                                       David Cronenberg                                           

                                                                                                                                                       Federico Fellini

                                                                                                                                                       Krzisztof Kieslowski

                                                                                                                                                       Martin Scorsese

                                                                                                                                                       Oliver Stone

 

 

 

Film del mese: agosto-dicembre  2007 - 2008 - 2009 - 2010 - 2011

Indice alfabetico per registi - per film

 

da gennaio 2012 - Indice:     ● i migliori

 

gennaio                                                         

Clint Eastwood – J. Edgar

Jean-Pierre Améris - Emotivi anonimi

Jasemin Samdereli – Almanya

Giuliano Montaldo – L’industriale  

Steve McQueen – Shame   

Tomas Alfredson – La talpa    

Stefano Sollima – A.C.A.B.   

Jasmila Zbanic – Il sentiero   

G. Paquet-Brenner – La chiave di Sarah   

 

febbraio

Martin Scorsese - Hugo Cabret

Nadine Labaki – E ora dove andiamo ?  

Diego Garcia – Albert Nobbs  

David Fincher – Millennium – Uomini che     odiano le donne   

Alexander Payne – Paradiso amaro    

Phyllida Lloyd – La Lady di ferro    

Roberto Faenza – Un giorno questo dolore ti sarà utile

Olivier Nakache, Eric Toledano – Quasi amici    

 

marzo

Paolo e Vitt. Taviani - Cesare deve morire

Carlo Verdone – Posti in piedi in paradiso

Radu Mihaleanu –La sorgente dell’amore

Ann Hui – A simple life

Marco T.Giordana – Romanzo di una strage

 

aprile

Carlo Virzì – I più grandi di tutti

D. Vicari -Diaz. Non pulire questo sangue  

G. Canet – Piccole bugie tra amici   

Gianni Amelio – Il primo uomo     

Laura Morante – Ciliegine      

 

maggio

Gary Ross – Hunger Games      

Tim Burton – Dark Shadows       

Philippe Lioret – Tutti i nostri desideri

Jeffrey C. Chandor – Margin call        

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                                                                                                                  

 

                            maggio

Jeffrey C. Chandor – Margin call        

Al Massimo di Lecce il  20/05/012.

Trentenne statunitense autore di spot commerciali al suo primo film.

Ha se non altro il coraggio di affrontare la crisi finanziaria del 2008. Una banca d’affari di New York scopre di essere vicina al collasso: la ricerca di un quadro che proprio quel giorno viene licenziato in un’operazione di alleggerimento del personale (3 su 7), da lui lasciata all’ultimo momento in chiavetta ad un giovane collega e da questi portata subito a termine, rivela che la banca si trova in una forte passività. Segue una notte di riunioni in cui si prende la decisione di vendere tutto il mattino seguente prima che una qualunque voce si sparga. Titoli tossici o meno, non importa; ognuno venderà il suo pacchetto. A parte il fatto che ognuno del personale avrà un milione di dollari, e i quadri e i capi parecchi milioni; secondo l’uso-abuso delle banche americane.

Film di denunzia su come si è scatenata una crisi che ha messo in difficoltà il mondo intero. Ben condotto, anche se fatto in gran parte di riunioni; con un cast eccellente (Jeremy Irons, Kevin Spacey, Demi Moore, Stanley Tucci), Film avvincente, anche se non sempre chiaro.

 

 

Philippe Lioret – Tutti i nostri desideri

Dai Salesiani di Lecce il 14/05/012.  

Regista cinquantenne francese già notato per Welcome, che costruisce qui un film notevole.

Due storie che corrono in parallelo. Claire, una giovane giudice che, con Stéphane suo collega alquanto più maturo, lotta per fare giustizia a famiglie che vengono ingannate da prestiti per il consumo che diventano in breve grosse somme e le portano a rovina. A causa dell’inganno, in quanto il dépliant delle finanziarie in prima pagina e con grossi caratteri parla di prestiti al 3,5%, mentre poi a p. 4, e in un testo a caratteri piccoli, dice che dopo tre mesi l’interesse sale  oltre il 19%. Qui la lotta, le decisioni di primo grado capovolte in appello, i ricorsi in cassazione. Stéphane è l’uomo impegnato nella lotta, Claire è con lui.

Ma ecco la seconda storia, la visita medica da cui risulta ch’essa ha un tumore al cervello non operabile, trattabile con radio e chemio, ma che tuttavia avanza e le lascia solo mesi di vita. Donde la sua decisione di omettere radio e chemio e di non parlarne al marito né a nessuno, e andare incontro alla morte vivendo la vita che le resta. C’è dunque questo dramma segreto che corre veloce. Il fatto che ogni sabato debba tornare alla sua città natale e all’ospedale che ha scoperto il tumore e che l’ha comunque in cura, e che ci vada col collega Stéphane, stabilisce  con lui un rapporto umano più profondo, di tipo paterno. Mentre il male avanza e a un certo punto lei giace all’ospedale, dopo una crisi, e il dramma si fa angoscioso. Intanto è giunta la risposta che accetta la tesi di Stéphane e di Claire, in aiuto dei poveri depredati; ed egli va a portargliela ma la trova completamente intontita dagli antidolorifici; le parla tuttavia, lei sembra muovere la mano ch’egli le tiene.

Un film di grande finezza, grande naturalezza anche nel dolore estremo; anche perché Claire così vuole (perciò va con Stéphane, levandosi la flebo, alla partita di rugby dove lui è allenatore); non le importa che la morte si acceleri, tanto i tempi sono comunque stretti. Perciò il dolore preme, e irrompe comunque nella fase finale.      

 

 

Tim Burton – Dark Shadows       

Al Massimo di Lecce il  13/05/012.

Tim Burton ritorna col suo adorato mondo gotico-fantastico-orrido, derivandolo da una serie televisiva Con una bellissima e potentissima strega che del film dispone tutto o quasi; con un vampiro un po’ anomalo, Barnabas Collins, che non vediamo quasi mai nutrirsi di sangue (forse lo fa di nascosto), sollecito invece della famiglia e della sua splendida magione che ha sofferto gl’insulti del tempo (il primo inizio del film sta al 1760, la ripresa ultima nel 1972). La storia starebbe tutta nella vendetta della strega Angélique, cui Barnabas ha preferito un’altra fanciulla, che la strega induce a precipitarsi in mare da un alto dirupo, seguita da Barnabas che la vorrebbe salvare e che invece la strega trasforma in vampiro, e incatena, lo fa seppellire; trovato poi per caso oltre due secoli dopo, riprende la lotta, dove la strega incendia l’impresa ittica dei Collins e lo stesso castello, ma è vinta, sbriciolata non si sa come dalla potenza vampiresca di Barnabas.

Storia incredibile, costruzione splendida, assenza d’anima. Barnabas è un bambolotto semimpotente (tranne  che nel caso della psicologa cui succhia tutto il sangue uccidendola, non si sa come né perché). D’altronde il vampiro è una finzione letteraria che può essere anche un simbolo del male; ma non lo è qui; e la strega è un’invenzione della tradizione popolare, con poteri diabolici; ma si sa che il diavolo è un mito. Certo sui simboli si può lavorare, in termini simbolici, ma non è il caso di questo film.

 

 

Gary Ross – Hunger Games      

Al Massimo di Lecce il  6/05/012

Regista statunitense cinquantenne con un paio di discreti film (Pleasantville, 1998). Qui da un romanzo di Suzanne Collins.

Una vera americanata, questo film. Una nazione del futuro, forse gli stessi USA caduti sotto un regime dittatoriale e inumano; tecnologicamente molto avanzato; con un’architettura di una pesante monumentalità; gli abitanti in fogge da avanspettacolo con personaggi macchietta (tra questi il presidente Donald Sutherland e il marionettistico Stanley Tucci nella parte dell’annunciatore dello spettacolo). Diviso in 12 distretti, taluno – come quello in cui ci troviamo all’inizio – fato di capanne e di povertà, minatori sfruttati; mentre poi nella città capitale c’è un fasto, un’abbondanza spropositata. Ma la cosa più strana sono i giochi annuali, gli Hunger Games  appunto, in cui da ogni distretto una coppia di giovani scelta a sorte viene portata nella capitale per battersi  a morte fino a che ne resti un solo, il vincitore; una rinascita dei gladiatori romani, o anche peggio. Pazzesco, barbarico, ripugnante. Qui l’eroina Katniss, una sedicenne che, grazie alla sua frequentazione dei boschi e al tiro dell’arco, si salva insieme al ragazzo che l’ama. Ma ciò non importa molto; semmai un suo rifiuto di fondo del gioco, l’aiuto alla piccola nera; e però anch’essa uccide, per difesa.

Ciò che poi stupisce è l’enorme successo che questa porcheria ha avuto negli Usa; e l’accoglienza che gli ha fatto certa critica.

                           

 

                             aprile

Laura Morante – Ciliegine      

Al Santa Lucia di Lecce il  29/04/012

Una delle nostre maggiori attrici, ormai cinquantenne, decide di tentare la regia, e lo fa in Francia (dove ha vissuto col primo marito, e ha lavorato) con un cast tutto francese, e dà al suo primo film questo titolo minuscolo, indice della voluta leggerezza del tutto.

Il problema è il rapporto tra uomo e donna, tra un uomo quasi ermeticamente chiuso già per natura, e ancor più dopo la recente separazione; e una donna intelligente, vivace, ma diffidente, nevrotica forse (androfoba la considera il marito psicologo della migliore amica); anche perché ha un rapporto che non funziona e finisce. Sembra che la via le sia facilitata dalla voce che quell’uomo è gay, quindi passibile di libera amicizia; ma anche di molti malintesi. In realtà nell’uomo chiuso e scostante è nato l’amore, che però fatica a manifestarsi; ma anche in lei è nato, in Amanda, e alla fine avviene l’incontro.

Commedia leggera ma intelligente e ben condotta, non priva di pathos nel finale.

 

 

Gianni Amelio – Il primo uomo     

Al Santa Lucia di Lecce il  26/04/012

Dall’ultimo e incompiuto romanzo di Albert Camus. Sibillino il “primo uomo”.

Per quanto è dato capire, qui nel 1957 un franco-algerino, un pied noir, ormai forse cinquantenne, un universitario o scrittore, ritorna dalla Francia in Algeria per una conferenza all’università sulla auspicata convivenza e unità di algerini e francesi in una fase in cui l’Algeria è sì stata fatta territorio metropolitano, una regione francese con tutti i suoi diritti, ma è iniziato ormai il movimento d’indipendenza, ci sono già atti di terrorismo (lo scoppio di un autobus, ad esempio). L’auspicata unità franco-algerina è certo illusiva perché il popolo algerino, dopo la sudditanza coloniale, cerca e vuole la sua autonomia, la sua dignità e diritto di popolo autonomo; ciò che il protagonista – e con lui Camus, che è franco-algerino – non capisce.

Ma questo tema diventa poi nel film marginale perché vi prevale il ritorno dell’uomo al padre (che è morto in guerra e di cui visita la tomba), alla madre la cui presenza pacata e affettuosa è forte, ai luoghi e alle persone della sua infanzia – un flashback che occupa la parte maggiore del film – la nonna severa che lo frusta, il maestro ch’egli reincontra, la scuola in cui si è formato (mentre la madre è analfabeta). Un uomo pacato e pensoso che rivive la sua infanzia. Questo è tutto. In luoghi e ambienti d’impressionante povertà e semplicità.

Un film fatto quasi di nulla, che la critica ha molto esaltato, e però povero anche di senso. Se il messaggio politico è errato, fuori dalla storia; se il messaggio umano è modesto. Così pare.  

 

 

Guillaume Canet – Piccole bugie tra amici   

Al Santa Lucia di Lecce il 15 aprile 2012.

Attore trentanovenne francese, e regista al suo terzo film.

Eccellente nella costruzione e nell’intreccio delle vicende, come nei caratteri.

Film di gruppo che procede in modo unitario, pur essendovi un certo intreccio di storie.

Calato nel dramma di un incidente mortale, l’amico Ludo che, uscendo la notte da un locale sbatte con la moto contro un grosso camion; ed è poi in ospedale, e alla fine muore. Nello sfondo v’e dunque questa tragedia e v’è l’egoismo degli amici che vanno in vacanza insieme a Cap Ferret sull’Atlantico; nessuno rinunzia o rinvia; ciò che a un certo momento verrà loro rimproverato.

Nella vacanza v’è un interessante intreccio di vicende, vi sono solitudini, perdite, riacquisti amorosi, scontri ed altro; ma l’amicizia è profonda e supera sempre le difficoltà, non si giunge mai alla rottura. V’è un mondo molto intenso e vivo, carico di momenti emotivi, che l’amicizia trascende sempre. È questo il collante del film, questo il valore etico che lo fa intenso e profondo, e sempre unitario, mai episodico. L’amicizia, uno dei grandi valori umani, tra i più  grandi.

Nel finale tutti sono raccolti ai funerali, con anche altra gente; e ci sono piccoli discorsi intensi di dolorosa emozione.

 

 

Daniele Vicari – Diaz. Non pulire questo sangue   

Al Santa Lucia di Lecce il 14 aprile  1012

Vicari è al suo quinto film, con un ritmo ineguale.

Qui fa un film corale, dove non emergono storie singole, anche se vi sono personaggi che ritornano. Film di evocazione e di denunzia di un evento oltraggioso.

V’è una prima parte che ricostruisce in certa misura le giornate del G8 di Genova, l’intervento distruttivo dei black-bloc, gli scontri tra ragazzi manifestanti e polizia. In questi scontri sta la premessa, la carica d’odio che monta nella polizia, la volontà di rivalsa.

Segue la notte alla scuola Diaz, dove i ragazzi sono ospitati e dormono stanchi; l’incursione punitiva, feroce, crudele, di un corpo il cui compito è la difesa del cittadino, e che qui invece si accanisce su tutti indistintamente, percuote a sangue, ripetutamente, frattura, ragazzi e ragazze, in un accanimento folle.

Seguono i soccorsi, il viavai delle ambulanze; ma anche gli orrori della caserma di Bolzaneto, del carcere di Voghera.

Film documento che racconta senza soste e senza distrazioni. Perciò con una forza inconsueta.

Film importante per la memoria storica di una oltraggiosa prevaricazione che le forze di polizia dello stato hanno compiuto sui cittadini.

 

 

Carlo Virzì – I più grandi di tutti

Al Santa Lucia di Lecce l’8 aprile 2012.

Carlo, fratello del più noto Paolo, musicista pop, qui al suo secondo film.

Che si muove nel suo ambiente di complessi rock. Qui i Pluto, un complesso che si è sciolto da una decina d’anni, e che viene rimesso in piedi dall’insistenza e dal denaro di un fan e collezionista rock, e in particolare della loro musica. Ragazzi che fanno altro ormai, o anche sono disoccupati, in parte sposati, il rock è per loro lontano. Il film si svolge nella loro ricerca e rimessa insieme, le prove il concerto finale. Musica pessima a volume altissimo, rompiorecchie. Film mediocre.

                                    

 

                                    marzo

Marco Tullio Giordana – Romanzo di una strage

Al Massimo di Lecce il 30/03/012

Giordana riprende qui il film d’impegno civile e politico con quella serietà e forza che gli conosciamo.

Qui la strage di Piazza Fontana nella Banca dell’Agricoltura a Milano. Un film d’inchiesta con al centro le figure dell’anarchico Pinelli e dell’ispettore Calabresi. Vuole ricostruire una vicenda in cui non si è riusciti a raggiungere la verità dei fatti, o non lo si è voluto, o lo si è impedito. Una situazione in cui la giustizia viene elusa, o viene paralizzata. Un’Italia resa impotente alla verità e alla giustizia. Resta però abbastanza evidente che Pinelli fu gettato dalla finestra dal gruppo di poliziotti che stavano intorno a lui in quella stanza; che quindi Calabresi – che proprio per questo fu ucciso – non ne è affatto colpevole, anzi in quel momento egli era uscito da quella stanza, e il delitto fu consumato proprio in sua assenza.

Un film che fa molto pensare, che anche riempie d’indignazione e insieme di tristezza per le condizioni in cui versa la nazione.

 

 

Ann Hui – A simple life

Dai Salesiani di Lecce il 18/03/012.

Grande regista hongkonghiana sessantenne con una produzione di  alto valore anche sociale e politico.

Qui un film di rara semplicità e profonda emozione.

Ah Tao, la domestica che per sessant’anni ha lavorato in una famiglia, con amore, attenzione, finezza; sì da essere anche molto amata da tutti. Ora è con uno dei figli, Roger, un produttore cinematografico che ha curato particolarmente durante un infarto, e al quale è sempre attenta, all’igiene del suo vivere. Ad un certo momento ha lei un malore che anche la colpisce nel braccio e nella deambulazione; e chiede di essere  ricoverata in un casa di riposo.

L’ambiente di questa casa è particolarmente sgradevole, per i molti anziani in grave decadenza, lo scarso spazio, le piccole celle in cui sono collocati (v’è qui probabilmente della speculazione); e vediamo anche quartieri della città con brutta edilizia popolare. Ma ciò non tocca la cara  Ah Tao, né l’amore filiale per lei di Roger e della famiglia. Qui il film è fatto di nulla, di piccole cose, me s’accresce l’emozione per questa figura di donna e per la cura amorosa di lui che la presenta come la sua madrina.

Film della semplicità e della generosità. L’attrice Deani Ip ha avuto la coppa Volpi a Venezia. L’attore Andy Lau è un grande di Hong Kong, anche se a noi riesce poco espressivo.

 

 

Radu Mihaleanu – La sorgente dell’amore  

Al Massimo di Lecce l’11/03/012.

Ma il titolo originale è La sorgente delle donne. Di questo regista rumeno che opera in Francia, cinquantenne, il maggiore film è Un train de vie; ma anche Il concerto è significativo.

Qui egli si trasferisce nel mondo islamico di un piccolo e povero, primitivissimo villaggio probabilmente del Marocco (compaiono frasi spagnole: te quiero). Un villaggio collocato sotto una parete montuosa (suggestivo), che vive di piccola agricoltura (gli ulivi) e non ha né acqua né luce.

Qui emerge in tutta la sua ampiezza e forza l’arcaico costume islamico e coranico, l’ingiusta condizione della donna: il matrimonio combinato dalle famiglie, dove la donna vede per la prima volta il marito il mattino dopo la notte  di nozze, il diritto e la facilità del ripudio, l’abbandono all’ignoranza, il possesso della donna come di una cosa. Qui gli uomini se ne stanno il giorno intero a chiacchierare, bere the, fumare, mentre le donne devono fare la provvista d’acqua su per la montagna dove c’è la sorgente, salire e scendere,  due grandi pesanti secchi; e portare enormi carichi di sterpaglia che raccolgono per fare fuoco.

Qui Leila, una giovane sposa che viene da fuori, in seguito ad una caduta si ribella e propone lo sciopero del sesso (quello stesso di Aristofane), e raccoglie l’adesione delle altre giovani donne, ed è questa lotta la vicenda del film; con anche un’affermazione esplicita davanti all’imam che le ha convocate, e una dichiarazione cantata e danzata nella festa grande della città.

Attraverso un giornalista si ottiene un sollecito intervento delle autorità che portano l’acqua. Ma cambia qualcosa davvero nel costume? l’unico uomo che vediamo scendere coi secchi è il marito di Leila, che è poi il maestro del villaggio, uomo di una certa educazione e finezza. E un canto finale dice che per la donna l’uomo è tutto. Notevole invece la visione gioiosa della sessualità, l’esplicito frequente parlarne.  

 

 

Carlo Verdone – Posti in piedi in paradiso

Al Massimo di Lecce il 10/03/012.

Verdone questa volta delude con tre mariti separati, con mogli e figli a carico, che convivono in un appartamento; sempre a corto di  denaro, con espedienti vari. Vicenda macchiettistica e inconcludente, scarsa di umanità, salvo che nel finale con la figlia diciassettenne rimasta incinta,che vuol continuare la sua vita col bambino e col giovane suo amore. Conosciamo la smorfia dolorosa di Verdone, che però non basta, diventa ripetitiva.     

 

 

Paolo e Vittorio Taviani, Cesare deve morire    

Al Santa Lucia di Lecce il  7/03/012.

I fratelli Taviani tornano dopo cinque anni con un’esperienza singolare, la trasposizione cinematografica di un’esperienza teatrale dei detenuti di Rebibbia, la rappresentazione del Giulio Cesare di Shakespeare. Non assumono il solo fatto teatrale, ma l’esperienza intera, con tratti anche di vita carceraria. Forse per dare più verità alla loro opera, più immediatezza. Lavorano con un bianco e nero molto forte, un po’ rude si direbbe, ma fortemente espressivo; e che acquista ancor più risalto in quei vari luoghi del carcere in cui si snoda la vicenda. Così come rude è il dialetto in cui Shakespeare è recitato, perché solo il dialetto si addiceva a quei carcerati, essendo la loro lingua. Accompagnato il tutto, a tratti, da musiche molto belle ma anche rare.

Un dramma di violenza rivissuto da uomini per lo più violenti, e che della loro violenza portano la pena, nella violenza del carcere che li imprigiona.

Rivissuto nel testo nobile ed alto di Shakespeare, che tanto più può contribuire alla loro catarsi, alla purificazione.

                          

                                      febbraio

Olivier Nakache, Eric Toledano – Quasi amici (2011)    

Al Massimo di Lecce il  26/02/012.

Due trenta-quarantenni francesi che lavorano insieme, al secondo film; che viene da una storia vera ed è certo notevole nell’umanità come nella costruzione e nello stile. Perfetto, quasi.

Dove il nero, il senegalese che vive da poco a Parigi, è stato in carcere, campa col sussidio (che preferisce al lavoro), e si fa cacciare fuori casa dalla zia che l’ospitava; lui è al centro, con la sua personalità primaria, impeto e anche violenza, vitalità debordante. Lui è assunto in prova dal miliardario paraplegico che non muove né gambe né braccia; personaggio peraltro  altamente vitale e sensibile, e aperto al nuovo e al rischio. E si sviluppa così un rapporto singolarmente armonioso, che s’intensifica, diventa quasi simbiotico. Sì che quando altri intervengono al suo posto perché il suo tempo s’è compiuto (ma come?) il malato non li sopporta e vuole ancora lui.

Singolare esaltazione dell’immigrato, del nero, delle sue specifiche doti; che abitualmente la società bianca non valorizza; stenta anzi ad accoglierlo, non avendo ancora assimilato i due grandi principi che reggono questo rapporto, il principio che la Terra è di tutti, e il principio fraterno. Recupero del nero in una società di bianchi che ancora lo emargina.

Titolo originale Intouchables, intoccabili, forse principialmente o apparentemente tali. Musiche di Ludovico Einaudi.

 

 

Roberto Faenza – Un giorno questo dolore ti sarà utile  (2011)   

Al Massimo di Lecce il  25/02/012.

Il secondo film americano di Faenza, dal romanzo omonimo di Peter Cameron. E però quale dolore?

Una figura di ragazzo che cresce limpido in un ambiente deteriore di certa borghesia USA (la madre, con galleria d’arte, ha avuto tre mariti; il padre è uomo danaroso e mondano); cresce limpido e disdegna il college come la carriera, come gli abituali spassi degli altri adolescenti; e non è neppure ancora sfiorato dall’amore né da interesse alcuno per la donna (forse immaturo? forse risente delle burrascose vicende della madre e della sorella?); sceglierebbe piuttosto una vita e un mestiere di artigiano; una vita semplice e schietta. Ha un’alleata e grande amica nella nonna, donna di rara saggezza.

Non v’è una storia; vi sono episodi staccati di non particolare rilievo. Eccellente la figura del ragazzo, ma intorno a lui il film è statico e di scarso interesse.

 

 

Phyllida Lloyd – La Lady di ferro    

Al Santa Lucia di Lecce il  23/02/012

Una regista inglese quarantenne che ha fatto solo due film, e questo è il terzo.

Nel film incontriamo la Thatcher in una fase avanzata della sua vita, malata di Alzheimer, il marito è morto (ma è spesso presente nelle sue allucinazioni), la sua vitalità si è ormai affievolita. E tutto il resto, la sua storia, la sua vita giovanile, la sua crescita politica, la sua ascesa alla leadership del partito e quindi al governo, è come proiezione e ricordo. Un espediente di dubbia efficacia. Per cui anche il suo ritratto politico risulta alquanto sfuocato, i caratteri del tatcherismo(liberismo ad oltranza, privatizzazioni, preferenza per la tassazione indiretta, poll tax cioè testatico eguale per tutti ecc.) non si evidenziano, e tanto meno gli inconvenienti che essi comportano (certo estranei alle intenzioni della regista). Grandiosa è invece l’interpretazione che ne dà Meryl Streep, la quale si avvantaggia anche di un trucco perfetto che la trasforma totalmente.

 

 

Alexander Payne – Paradiso amaro    

Al Massimo di Lecce il  18/02/012.

Paine è regista statunitense cinquantenne di cui ricordiamo soprattutto Sideways con Paul Giamatti, il film dei vigneti californiani. Qui il titolo originale The Descendants (gli eredi? i rimasti?) non dice molto.

La storia è certo inusuale e ci sorprende l’averla saputa condurre.

Il distacco dell’uomo dalla donna che ama, e che, in coma, è ormai condannata alla morte, il tempo che gli è dato già prima per elaborare il lutto; in cui s’inserisce l’altro lutto, la notizia che essa lo tradiva, si era infatuata di un altro uomo e preparava il divorzio. L’uomo è Gorge Clooney, qui avvocato immobiliarista con due figlie, la maggiore diciassettenne. Recuperare l’affetto e il rispetto delle figlie che ha sempre  trascurato. Scoprire l’identità dell’uomo cui la moglie si era legata, riuscire ad incontrarlo, a sapere da lui la realtà del rapporto (non c’era amore da parte sua, egli amava Giulia, sua moglie), e infine perdonare la donna, darle un ultimo bacio d’addio, comporre così il suo dolore, ricomporre la sua dignità. Operando con saggezza.

Questa è la complessa operazione  che il film conduce con sicura coerenza, in cui un gruppo di persone, il padre e le due figlie, così come l’altra coppia e famiglia, ritrova la sua armonia. E la saggezza ne è la chiave; Matt, il marito impersonato da Clooney, sa agire con saggezza.

Il titolo italiano allude alle Hawaii, il paradiso di natura in cui la vicenda si svolge. Splendore di natura e opulenza di questa gente; un ambiente un po’ artificioso.

 

 

David Fincher – Millennium – Uomini che odiano le donne   

Al massimo di Lecce il  12/02/012.

Fincher è autore ineguale: si veda ad esempio l’insignificante The social network comparato  a Seven (pur nell’eccesso di orrore) e a Fight Club; ma anche a Benjamin Button.

Ci si chiede, del resto, se era possibile riprendere la trilogia svedese di Stieg Larsson, o anche solo la prima parte, dopo l’incomparabile personaggio che Noomi Rapace aveva fatto di Lisbeth Salander. Certo non la ragazzina che vediamo qui, la banalissima figura di ragazzina hollywoodiana. Ma anche Daniel Craig nel personaggio del giornalista non è credibile, né comparabile con lo svedese Michael Nyqvist.

Non solo, ma il film svedese è più compatto, e con questo più chiaro, più incisivo ed efficace; nell’azione di Lisbeth ad esempio, che è decisiva. O una scena come l’incidente finale di Martin Vanger, il malvagio, dove si vede la benzina gocciolare, si attende lo scoppio in cui il malvagio perirà.

Fincher lo intitola La ragazza dal dragone tatuato; nulla a che vedere con la pregnanza di Uomini che odiano le donne. Ora poi verranno i tipici sequel americani.

 

 

Diego Garcia – Albert Nobbs  

Al Santa Lucia di Lecce l’11/02/012.

Regista sudamericano che non ha prodotto grandi cose. Qui però s’impegna in un film notevole.

L’Irlanda dell’800 con la sua aristocrazia ancora potente e arrogante; con gli aristocratici libertini che abusano della “servitù” femminile, e quindi i bambini affidati agli orfanotrofi. Un mondo perverso. Dove la protagonista, donna (Glenn Close, interpretazione notevole, anche se monocorde), che non ha nessuno, sentendo che v’è una certa richiesta di camerieri si fa uomo e percorre la sua carriera nei migliori alberghi. Al punto in cui siamo, dopo vent’anni, ha risparmiato una certa somma, ha adocchiato un locale sfitto  che pensa di trasformare in tabaccheria e così infine emanciparsi da quella condizione servile. Ma avendo conosciuto un giovane e aitante imbianchino che è donna e però si è sposato e vive una vita di famiglia, pensa di fare la stessa cosa e inizia a corteggiare una giovane e gentile cameriera che però ha già un ragazzo, di cui è anche incinta; e che inoltre lo trova troppo rigido, impettito, reso poco umano dal mestiere e dalla finzione. Il rifiuto lo porta allo sconforto e alla morte (forse per una ripresa della febbre tifoidea che imperversa; non è ben chiaro). Questa la triste vicenda. Ricostruita con rigore e coerenza (l’errore di Albert nello scegliere la cameriera più carina; la saggezza avrebbe scelto una donna meno avvenente ma più abbordabile. Inoltre la sua figura troppo ingessata, qui la regia eccede).

Alla base un racconto di John Moore.

 

 

Nadine Labaki – E ora dove andiamo ?  

Al Santa Lucia di Lecce il  5/02//012.

Questa regista libanese ritorna dopo Caramel, un film sulla condizione femminile nell’Islam, quello libanese già fortemente occidentalizzato; un film non profondo ma non privo di spontaneità, leggerezza, colore.

Questo gli è simile come stile, ma anche sempre un po’ disordinato e confuso.

Un piccolissimo e poverissimo villaggio dove convivono una comunità islamica e una cristiana; convivono da tempo in pace, l’imam e il parrpco sono amici. V’è la chiesa e la moschea e vi sono, l’uno accanto all’altro i due piccoli cimiteri. In questa fase v’è tuttavia il timore della guerra, delle armi; che si scateni anche nella piccola comunità. E sono le donne che cercano di custodire la pace, distogliendo e distraendo i loro uomini, mariti e figli: le ballerine dell’Est Europa invitate per distrarli appunto; la madre il cui figlio è stato casualmente ucciso in un breve viaggio notturno, chissà, da una pallottola vagante, che lo sotterra quella stessa notte e dice che è malato, e non può vedere nessuno. E però la cosa si sa, e v’è un rigurgito d’Islam, di nere tuniche (il rimprovero della madre alla Madonna)  e quando si fa il funerale e si arriva ai due cimiteri, dove portarlo? E ora dove andiamo?

Un film, dunque, per la convivenza pacifica delle due fedi, in una fase di aspro conflitto. Questo, forse, il suo pregio maggiore.

Belle le musiche, talora in forma di musical.  

 

 

Martin Scorsese . Hugo Cabret (2011)

Al Massimo di Lecce il 4/02/012.

Il titolo originale è Kids, ragazzi; il film proviene da un romanzo per ragazzi.

Difficile dire che cosa volesse Scorsese con questo film: quale idea, quale storia; poiché la titano l’una e l’altra. Per di più lo fa in tre dimensioni, un inutile sovraccarico.

Un ragazzo che, perso il padre vive nei locali del grande orologio di una stazione parigina anni trenta; dove lavorava il padre che una misteriosa vampata di fuoco gli rapisce. Questo mondo ruote, d’ingranaggi, questa grande macchina è certo suggestiva. Così com’è suggestivo l’automa che il padre gli ha lasciato e che, ad un certo punto, egli riesce a far funzionare, a dargli vita, e scrive e disegna. Ma la storia del ragazzo con la macchina, che sarebbe interessante, non continua. Vi s’innesta invece, senza reale continuità, la storia di Georges Méliés, forse il primo cineasta, che la guerra ha annientato, per cui si è ritirato e vive ormai in incognito e tiene nella stazione una confiserie. Certo un omaggio alla sua memoria, ma senza nessun nesso e nessuno reale svolgimento.

Scorsese questa volta ha sbagliato film, come altre volte. Tutti possono sbagliare.

 

 

                            gennaio

Gilles Paquet-Brenner – La chiave di Sarah   

Dai Salesiani di Lecce il  31/01//012.

Regista francese al suo secondo film, notevole però. Titolo originale Elle s’appelait Sarah.

Una storia dall’Olocausto. Complessa perché vi s’intreccia la vicenda della famiglia e della bambina ebrea (che rientra nell’orrido rastrellamento di 13.000 ebrei fatto a Parigi dai francesi nel 1942, in combutta coi tedeschi; un fatto ignominioso per la Francia) con la ricerca di una giornalista (che è la vera protagonista del film, Kristin Scott Thomas), la sua tenace ricerca, in quanto siamo nel 2009, poi nel 2011; anche perché la famiglia del marito ha abitato nell’appartamento ch’era stato della famiglia ebrea.

A parte il rastrellamento, il concentramento nel velodromo d’inverno, poi distrutto, il campo ecc., con tutto lo strazio che vi avviene, e che conosciamo da altri film; il punto nodale qui è il fatto che Sarah, nel momento dell’irruzione, ha chiuso in un retromuro il fratellino Michel, pensando di salvarlo; perciò la sua fuga dal campo (è piccola, ha diecianni), raccolta poi da una coppia di contadini come una figlia; e con loro va a Parigi per aprire il retromuro (qui la chiave), dove trova solo il cadavere del piccolo. Troppo tempo è passato. Donde l’inquietudine e il senso di colpa che la strazia. Fattasi giovane donna lascia la casa in cui è cresciuta, riesce ad emigrare negli USA, si sposa amata, ha un figlio; ma il tormento la porta al suicidio. Tracce tutte percorse dalla giornalista e dalla sua passione.

Opera condotta con sapienza e finezza nella sua stessa complessità; con sensibilità e sofferenza.

 

 

Jasmila Zbanic – Il sentiero   

Al Massimo di Lecce il 29/01/012.

Donna trentasettenne di Sarajevo, che nel 2006 ha vinto l’orso d’oro a Berlino con Il segreto di Esma; è questo il suo secondo film.

Un film pieno di colore e di luce, riflette il carattere della protagonista, Luna. La storia di una giovane donna, carattere limpido e luminoso; hostess presso la compagnia aerea nazionale. Legata da forte amore con Amar che è controllore di volo allo stesso aeroporto; sospeso poi per sei mesi per un errore, incontra un vecchio commilitone della guerra bosniaca che è musulmano militante (wahabita) e dirige un centro della comunità musulmana per bambini, e gli offre un lavoro in quella comunità. Lì egli recupera la fede,  e quindi anche l’arcaica etica coranica; e in essa l’asservimento della donna. Lì tutte portano il niqab, nero fino a terra, con fessura per gli occhi. Lì nasce il conflitto. Luna, la donna sì musulmana, ma occidentalizzata e moderna, non può tollerare la prospettiva dell’asservimento, tra cui anche la poligamia, né tutti gli altri particolari della precettistica islamica. Il film finisce con la rottura, anche se la donna, contro ogni previsione (era in cura per una procreazione assistita, che al momento decisivo rifiuta), si è trovata incinta di lui.

L’islam delle donne dal nero niqab appare in tutta la sua arretratezza etica di fronte al mondo luminoso di Luna. Forse "il sentiero" è appunto quello stretto della arretratezza etica che percorre Amar, pur nella sua devozione ad Allah, al Dio clemente e misericordioso.

 

 

Stefano Sollima – A.C.A.B. All  Cops  Are Bastards    

Al Massimo di Lecce il 28/01/2012.

Dopo vari telefilm polizieschi, tra cui Romanzo criminale (lo stesso titolo del film di Placido sulla banda della Magliana), Sollima gira il suo primo vero film e ci dà un quadro inusuale della polizia. A parte l’acronimo e il suo orrido senso, o anche la strofetta che apre il film e ogni tanto ritorna,”tutti i celerini sono figli di puttana”, cantata o fischiata da loro stessi: orrida visione negativa e distruttiva di un importante e delicato servizio dello stato. Un servizio che, immerso nella violenza, e dovendo anche far uso di violenza, spesso ne abusa; mancandovi una formazione, e quindi una coscienza, del rispetto dovuto sempre al cittadino, anche quando delinque.

Qui una squadra di agenti quarantenni con un alto senso del loro compito e con un alto grado di solidarietà, quasi fratelli. E tuttavia duri negli scontri, picchiano forte, più di quanto dovrebbero – si pensa – e tuttavia gli scontri come tali sono duri, quelli ad esempio con torme di violenti ragazzi di stadio, che contro la polizia si accaniscono quasi fossero nemici, nella  classica e ormai superata guerra; anche se con armi improprie.

Uomini che spesso, dopo la lotta e il pericolo, devono rendere conto delle loro azioni in tribunale; che hanno spesso dolorosi problemi familiari che la stessa loro professione accentua. La moglie, il figlio. Un oscuro senso di dolore umano e di pietà avvolge il loro mondo. Un film molto diverso dagli abusati polizieschi americani. Il romanesco ostacola la comprensione dei dialoghi.

 

 

Tomas Alfredson – La talpa    

Al Massimo di Lecce, il 18/01/2012.

Regista svedese quarantenne che proviene dal teatro ed è ora al suo secondo film, dopo Lasciami entrare del 2008. La talpa proviene dal romanzo omonimo di La Carrè, che è del 1973, ed è già passato sulla TV statunitense. Molto lodato dalla critica anzitutto come spy story significativa della linea opposta a quella fantastica di Bond-Connery; la linea della ricostruzione seria, pacata, di un mondo che tale è; poi per la qualità filmica e per le atmosfere grigioscure; oltre che per il cast.

In realtà il film non dice quasi nulla: nulla di umano, nessun valore. Gente che fa il suo lavoro con coscienza, o che anche tradisce e fa il doppio gioco; lavoro che poi non è per nulla chiaro e comprensibile, in questo film tanto lodato. In tal senso era meglio il Bond-Connery. Un lavoro di diffidenza e di ostilità tra gli stati, che ha avuto forse un qualche ruolo in passato, specie durante la guerra fredda; ma che si spera si estingua via via che un rapporto di fiducia reciproca, di solidarietà, di fratellanza s’instaura tra gli stati. Qualcosa che appartiene al passato oscuro dell’umanità, come la guerra, e che la costruzione di una società di giustizia e di una società fraterna spazzerà via, come la guerra stessa.

 

 

Steve McQueen – Shame   

Al Santa Lucia di Lecce, il 15/01/2012

Un nero inglese, artista visivo, che porta lo stesso nome del famoso attore. Qui al suo secondo film, dopo Hunger del 2008. Shame, cioè vergogna.

Qui un sessuomane o sessodipendente, un certo Brandon, impiegato, che riempie il suo computer di materiali porno, ha in casa montagne di riviste porno, è sempre alla ricerca d’incontri occasionali, e dichiara ovviamente che il  matrimonio non ha senso perché sfocia nella consuetudine e nella noia; e del resto lui non è mai stato con una donna più di quattro mesi.

Ovviamente il film non ha una storia, per l’instabilità e il vagabondaggio del protagonista. Così come non ha passione ma solo il meccanismo del sesso. V’è tuttavia un nucleo più vivo nella presenza della sorella, cantante di locali, anch’essa instabile ma più passionale (la bella e appassionata Carey Mulligan, il suo canto), che ha bisogno comunque della  casa di lui e ancor più  dell’affetto fraterno, e lo dichiara; mentre lui la rifiuta perché lo disturba nei suoi traffici, e lei tenta il suicidio; ciò che provoca in lui un momento di passione-dolore, in lui così arido, così scarsamente umano.

Scene di sesso noiose, per lo più; atmosfere grigie e brumose; i critici lodano molto il taglio delle scene

 

 

Giuliano Montaldo – L’industriale  

Al Massimo di Lecce, 14/01/2012

Montaldo ritorna con un film notevole, splendidamente fotografato, quasi in bianco e nero, nella Torino delle banche e delle imprese, una Torino notturna, nella morsa della crisi di cui tutti soffriamo.

Due le storie che vi s’intrecciano. L’impresa in difficoltà, impresa già paterna, retta ora dal figlio (il protagonista, Pierfrancesco Favino, una forte interpretazione); che lotta con le banche e la loro miopia, il loro rifiuto del rischio (se rischiano le imprese manifatturiere, perché non dovrebbero rischiare anche le banche?); lotta con le finanziarie degli strozzini che pretendono un interesse del 51%. E però riuscirà ad ottenere una partecipazione tedesca del 49%, con dieci milioni subito; forse attraverso uno stratagemma, l’offerta (vera?) di un’impresa giapponese. E celebrerà una festa con molti invitati.

Il rapporto con la moglie, dove non ci sono figli; dove la donna ha un comportamento strano, sempre seria col marito, sempre assente, impegnata in altro, sfuggente; mentre egli insistentemente la cerca perché davvero l’ama e davvero in questo frangente ha bisogno della sua presenza amorosa. La donna che sviluppa una simpatia per un rumeno che le tiene l’auto in un garage, e lo incontra e con lui si sollazza e ride, pur non cedendogli. Si apre qui il pedinamento del marito che occupa la maggior parte del film; la sua ricerca dolorosa e tuttavia affettuosa, per capire che cosa realmente accada. Scopre il rumeno, tenta di allontanarlo con una somma generosa di 40.000 euro; poi c’è un alterco, un atto di violenza che senza volerlo lo uccide, lo getta quindi nel Po. E, proprio durante la festa, la moglie scopre ch’egli le ha ucciso l’amico e l’abbandona. Vicenda tutta tormentosa e che finisce nel dolore, nel pianto di un uomo forte e anche un po’ rude.

 

 

Jasemin Samdereli – Almanya. La mia famiglia va in Germania

Al Santa Lucia di Lecce l’8/01/012

Willkommen in Deutschland, benvenuti in Germania è il sottotitolo originale, che già esprime il carattere di questa  immigrazione, non osteggiata o appena tollerata come in Italia, ma accolta come un bisogno e un aiuto. L’immigrazione turca, circa due milioni e mezzo di persone.

Il film è  di una estrema semplicità; è il giovane che va a lavorare in Germania e così mantiene la famiglia; poi la porta in Germania con sé, vi acquista una casa; la famiglia cresce negli anni, i figli che si sposano, i nipoti; e però vivono sempre insieme, la grande famiglia allargata. Infine acquista una casa al suo paese per tornarvi in vacanza, e sono molti, un pullmann di media grandezza; e lungo questo viaggio muore.

Il suo grande pregio è una visione positiva e gioiosa della vita; una storia semplice che scorre senza intoppi, affronta i nodi di ogni vita corrente, li supera con facilità, con gioiosa leggerezza. Belle le musiche.

Poteva essere evitata la presenza del crocifisso sentito con ripudio e fastidio; compare due volte; segno della permanente intolleranza religiosa islamica.  

                                  

      

Jean-Pierre Améris - Emotivi anonimi

Al Santa Lucia di Lecce il  7/01/012.

Regista cinquantenne francese al suo primo film.

Un film garbato, fine, pieno di freschezza. “Emotivi anonimi” è un gruppo terapeutico che s’incontra regolarmente, e in cui ad un certo punto scopriamo Angélique, la fine protagonista del film. E però emotivi anonimi sono ambedue i protagonisti, Angélique e il suo ancor più introverso principale e innamorato Jean-René. Il quale è il proprietario di una piccola fabbrica di cioccolato, con quattro operai in tutto, due donne e due ragazzi; mentre Angélique è assunta come venditrice ma in realtà è la grande artista del cioccolato; così come è la deliziosa donna da cui subito Jean-René è preso, pur nella sua patologica inibizione. Alla fine, dopo svariate traversie, si sposeranno. Ma il finale, così com’è fatto, non ci soddisfa..

 

 

Clint Eastwood – J. Edgar

Al Massimo di Lecce, 7/01/2012

Difficile capire perché il maturo e serio Eastwood abbia scelto questo personaggio, l’organizzatore dell’FBI, cioè della polizia federale americana. Hoover, un uomo senza passioni, diremmo. O con una sola passione anomala? negli Usa degli anni venti, delle grandi famiglie criminali, organizzare una polizia federale che fosse in grado di affrontarle e di batterle; attraverso la preparazione e disciplina dei suoi uomini, la serietà e scientificità delle inchieste, le intercettazioni, e anche attraverso vie illegali d’infiltrazione, di provocazione, di notizie riservate (di cui però non si parla; c'è solo un archivio riservato, tenuto dalla segretaria, e che lei distrugge alla sua morte). Cui dedica l’intera sua vita, quarantott’anni, sino alla morte. Vita dedicata con interezza perché non ha famiglia né amori. Legato alla madre, sua signora e sua consigliera; la ragazza da cui sembra colpito all’inizio diventa la sua fedele segretaria; vive con un amico e fidato collega che l’ama, e lo dichiara, ma non ne accetta l’amore. Suo punto debole è l’ossessione dei comunisti, dei radicali, dei rivoltosi; tra questi figure come Martin Luther King e il movimento dei diritti civili. Un conservatore  tosto.

Questo personaggio è ricostruito qui con fedeltà, con serio impegno, con obiettività, senza critiche, senza ironie. Da un Eastwood conservatore egli stesso, che ne condivide in gran parte le idee e la storia, la statura, l’ideale di un paese forte e sano. Un grande affresco, un  po’ grigio (e prevalentemente grigi sono i  toni del film), un po’pesante; e tuttavia molto ben costruito e che si segue con attenzione, anche se con scarso interesse.