ARCHIVIO ARTICOLI - 2011

 

 

 

 

Indice

Problemi del lavoro, 19/12/011

Monti, la manovra, l’equità, 12/12/011

Manovra economica e problemi di giustizia, 5/12/011

L’Italia verso la salvezza? 29/11/011

Renzi il rottamatore e il suo programma, 23/11/011

La crisi economica e lo stallo dell’Unione Europea, 16/11/011

Il ritorno della Shari’a in Libia, 31/10/011

La futura coalizione di Centrosinistra, 22/10/011

La discussione sulle decisioni concernenti la fine della vita, 17/10/011

La pillola del quinto giorno e i problemi dell’embrione, 16/09/011

Gli enormi problemi della manovra fiscale, 25/08/011

Le coppie di fatto, un problema complesso, 13/06/011

Perplessità sulla beatificazione di Papa Wojtyla, 1/06/011

Osama Bin Laden e le colpe dell’Occidente, 16/05/011

Osama Bin Laden o la follia dell’Islam, 9/05/011

L’invasione tunisina e il caos italiano: precise richieste al governo, 11/04/011

Nessuna guerra è giusta, nessuna guerra è lecita, 28/03/011

L’attacco alla scuola pubblica, 7/02/011

Quelli che non amano l’Italia, 28/02/011

La rivolta popolare, il suo senso, 21/02/011

“Se non ora quando”, un movimento femminile contro Berlusconi, 14/01/011

Il mistero d’Israele, ieri come oggi, 7/02/011

Università Riforma Gelmini – Riflessioni ulteriori, 23/01/011

La legge Gelmini. Una miniriforma superficiale?, 16/01/011

 

 

 

Problemi del lavoro

di Arrigo Colombo

 

         Imprudentemente il Ministro Fornero afferma che anche l’art. 18 della Statuto dei lavoratori può cadere. Non è un totem. Naturalmente suscita un vespaio, un risentimento generale. Allora fa marcia indietro: Sono stata ingenua.

L’art. 18 è quello della “giusta causa”, un lavoratore non può essere licenziato senza una giusta causa. Quasi ovvio: vogliamo forse che possa essere licenziato per una causa ingiusta? o senza causa, senza ragione alcuna? vogliamo sancire palesemente l’ingiustizia? o la déraison, come dicono i francesi?

 

Altri pensano che, essendo il governo Monti, un governo tecnico, governo d’emergenza, una riforma del lavoro non gli tocchi, non rientri nei suoi compiti. Eppure ha fatto una riforma delle pensioni, potrebbe dunque fare qualcosa di analogo per il lavoro. La Marcegaglia, ad esempio, intervenuta a sostegno del Ministro, afferma che la riforma del mercato del lavoro va fatta, e con molta serietà, pragmatismo, e senza ideologie.

Bene. Il passo più urgente sarebbe l’introduzione del “salario minimo garantito”; che in Italia ancora manca, e davvero non si capisce perché; in un paese che ha per tradizione un sindacato forte, e in passato più forte ancora. Mentre c’è in Francia, dove viene aggiornato il 1° gennaio di ogni anno, e in altri 90 paesi. Un’arretratezza deplorevole.

Forse lo ha impedito l’esistenza della “scala mobile” che adeguava i salari all’inflazione. Ma la scala mobile fu soppressa nel ’92, con l’accordo del sindacato. Fu un grave errore perché fu soppressa senza un compenso, mentre proprio quello era il momento di chiedere la garanzia del salario minimo.

Nel 2007 il governatore Draghi se ne esce con una denunzia che lascia allibiti: i salari italiani sono del 30% inferiori a quelli dei maggiori stati europei (sono anzi del 50% inferiori a quelli tedeschi e inglesi); una denunzia che, a dire il vero, ci si sarebbe aspettati dal sindacato, piuttosto che dal governatore della Banca d’Italia; che in ogni caso avrebbe dovuto spingere il sindacato a prendere misure drastiche: introdurre appunto il “salario minimo garantito”, reintrodurre la “scala mobile”, impugnare la legge Biagi. Nulla di tutto questo è accaduto; a parte il fatto che nel 2007 (e fino al gennaio 2008) ci fosse un governo di Centrosinistra.

Eppure l’Italia era al settimo posto per produzione di ricchezza (subito dietro l’Inghilterra); e al quarto posto per esportazioni (dietro Germania, Usa, Cina). Dove dunque se ne andava questa ricchezza? e perché il sindacato non ne rivendicava una giusta parte per il lavoro? perché non si faceva forte della denunzia di Draghi?

 

Si può dunque chiedere al governo Monti, in nome di quell’equità ch’egli ha messo a capo della sua azione riformatrice, una più equa ripartizione della ricchezza prodotta – dal lavoro, più che dal capitale, poi che il lavoro è persona, mentre il capitale è cosa – attraverso l’introduzione del “salario minimo garantito”. Da tener presente che la Fornero si è già dichiarata favorevole a questa misura.

Analogamente deve introdursi una “pensione minima garantita”. Si possono forse umanamente tollerare gli attuali minimi attorno ai 470 euro?

 

Un altro punto dolente è il problema della stabilità del lavoro. Dignità e il diritto della persona umana esigono ch’essa abbia un lavoro stabile; che non sia abbandonata alla precarietà; precarietà del lavoro cui consegue la precarietà dell’esistenza, la condizione precaria della famiglia. Dignità e diritto della persona è il principio dei principi, il diritto fondamentale per eccellenza.

L’offensiva del capitale, partita dopo il crollo della superpotenza sovietica e della sua costellazione di stati, ha invece portato ad un lavoro sempre più precario, le cui forme sono innumerevoli: contratti di formazione, contratti a tempo determinato, a progetto, interinali, part time, attraverso agenzie ecc. Che in Italia è stato sancito dalla legge Biagi del 2003; legge che Biagi ha pagato con la vita, come tutti sanno; ma che, a parte questo fatto obbrobrioso, deve considerarsi deleteria per la classe lavoratrice.

Una legge correttiva può stabilire che la condizione normale del lavoro è la stabilità, quindi l’assunzione a tempo indeterminato. Può lasciare il part time quando è richiesto dal lavoratore stesso, ad esempio dalla donna che ha particolari impegni di famiglia; o dallo studente che cerca solo un’integrazione salariale. Può stabilire precise condizioni per i contratti di formazione come in genere per i contratti a tempo determinato, per i lavori stagionali (ad esempio un salario doppio, oppure un sussidio per il fuori stagione); può introdurre una rigida disciplina e particolari controlli per evitare l’abuso del precariato; controlli che possono anche essere affidati al sindacato.

 

Una misura ulteriore è il cosiddetto “sussidio di cittadinanza” o “basic income” per tutti coloro che non hanno lavoro. Se ne potrà parlare un’altra volta.

                                                                      19/12/011 

 

 

Monti, la manovra, l’equità

di Arrigo Colombo

 

        Strano che Monti abbia parlato tanto di equità, a proposito della sua manovra economica, quelle “Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici”, che tempestivamente sono uscite, sono state presentate, hanno suscitato grosse discussioni, e anche indignazione. Perché l’equità è la distribuzione ben regolata dei pesi e dei benefici; ben regolata, cioè secondo le possibilità e le pertinenze di ciascuno. Nello stato, il cui compito è la tutela e la promozione dei cittadini secondo la loro dignità e diritto di persone,  e secondo la loro fondamentale eguaglianza nella dignità e nel diritto (e in tutto ciò che a questo consegue, una condizione e un’esistenza dignitosa,  al livello storico del bisogno e della cultura). Cui dovrebbe conseguire anche una fondamentale eguaglianza nel reddito, quindi nella ricchezza; un punto da cui  siamo ancora lontani. In ogni caso nella comunità statale una distribuzione equa dei pesi, per cui chi ha di più deve dare di più, chi ha di meno darà di meno.

 

Ecco invece subito l’aumento dell’Iva, la più ingiusta delle tasse perché grava nella stessa misura su ogni cittadino, ricco o povero; e colpisce forte, il 20%, un quinto del valore del prodotto. Che già Tremonti aveva aumentato di un punto; che Monti aumenta ancora del 2,5 (2 punti dall’1/01/2013 – 0,5 dall’1/01/2014). Strano, rispetto all’equità. Ma certo l’Iva è l’imposta più facile: basta un punto per raccogliere 5-6 miliardi. Con due punti e mezzo se ne raccolgono 15, metà dell’intera manovra. Troppo facile; ma certo per questo non ci volevano tutti gli esperti, le teste d’uovo che Monti ha raccolto intorno a sé; per una facile tassa ingiusta.

Ecco le pensioni. Forse era anche bene mettere definitamene ordine in questo campo; ma fors’anche era un compito da lasciare ad un governo ordinario. Ciò che anzitutto qui colpisce è che ci sono delle pensioni minime intorno ai 470 euro, il cui doppio è 940; e che al di là di queste tutte le altre non saranno rivalutate in base all’inflazione.

Certo si poteva far meglio; si poteva negare la rivalutazione a partire da 2000 o 3000 euro; e non colpire i poveracci che stanno intorno ai 1000. E però urge che si faccia qualcosa di più;  che non ci siano più pensioni minime da 470 euro, davvero vergognose, orrende; che si stabilisca per le pensioni un minimo garantito decente; e che anche si stabilisca un minimo garantito per i salari, perché neppure questo abbiamo in Italia. Lo hanno in Francia, e viene aggiornato ogni anno, il 1° gennaio – e per il 2010 era di 1055,42 euro netti mensili, per 35 ore settimanali; e lo hanno in altri 90 paesi. Che stanno a fare i sindacati? Che hanno anche rinunziato alla “scala mobile”, la quale garantiva il lavoratore dall’inflazione?

Ecco ancora le accise sulla benzina. Monti ha avuto il coraggio di accanirsi anch’egli sulla benzina, il cui prezzo colpisce allo stesso modo ricchi e poveri; e sul cui aumento tutti trovano comodo infierire, per terremoti, alluvioni, cause varie. Un prezzo che già sempre sale col prezzo del petrolio; e però, quando il petrolio cala, non diminuisce. Altra stranezza, cui Monti non ha pensato.

 

L’equità, e dov’è mai? Almeno le più alte aliquote dell’Irpef, cioè i più alti redditi, potevano essere  adeguatamente tassati. Il patrimonio poteva essere tassato; specie i grandi patrimoni, le “grandi fortune” potevano essere tassate, e fortemente. Lo sono in Francia e in altri paesi.

I privilegi e gli sprechi della politica potevano essere affrontati. Un provvedimento che tutti invocano, e Monti lo sa di certo, avrebbe potuto dare ascolto alla volontà popolare, la quale poi è sovrana. Si è accordato col parlamento per abolire il vitalizio, ridurlo ad una normale pensione per un normale lavoro; come quello dei magistrati, ad esempio, il terzo potere. Poteva accordarsi anche per la riduzione dei 20.000 euro mensili, e di tutte le gratuità di cui godono i parlamentari; per le 90.000 auto blu (fonte Formez), i 30 aerei di stato. Che insomma i parlamentari italiani comprendano e si persuadano che il loro non è un privilegio ma un servizio. È un lavoro come ogni altro.

Si può sperare che Monti corregga il tiro? Tra i suoi ministri c’è Andrea Riccardi, il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, che dovrebb’essere forte nello spirito del vangelo, nella volontà di redenzione anche materiale del povero; come avvenne nella primitiva comunità cristiana, dove “nessuno più era indigente”. Come ha potuto egli approvare queste misure? C’è Elsa Fornero, che ha pianto parlando delle pensioni; ma quale il senso di queste lacrime?

                                                                                        12/12/011

 

Manovra economica e problemi di giustizia

di Arrigo Colombo

 

         Il governo Monti sta per varare un primo significativo intervento economico di tipo strutturale, che cioè introduca fattori permanenti di risparmio o di contributo fiscale, fattori che portino innanzitutto alla parità di bilancio, che insomma anzitutto arrestino la continua crescita del debito pubblico; perché bisognerà poi pensare ad altri interventi che lo diminuiscano secondo un quoziente annuo, sì da portarlo ad una percentuale ragionevole del Pil. Ora è al 120% del Pil; dovrebbe scendere e approssimarsi alla quota stabilita dall’Unione, cioè al 60%.

In questa ricerca di fattori di risparmio o di contributo insorgono problemi di giustizia o di equità – per usare la parola di Monti – di trattamento equo dei cittadini.

 

Si parla ad esempio di aumentare l’Iva di uno o più punti. Già Tremonti l’aveva aumentata di un punto. E la tentazione è forte perché basta un punto per incassare 5-6 miliardi di euro. Ma  l’Iva è la più ingiusta delle imposte perché colpisce tutti nella stessa misura, tutta la scala del reddito, dal ricco al povero; inoltre per la maggior parte dei prodotti è già molto alta, al 20%, anzi ora al 21, aumenta il prezzo di oltre un quinto. Perciò invece che aumentare dovrebbe diminuire; inoltre dovrebbe essere scalata, o compensata. Operazione difficile ma non impossibile.

 

Nella discussione sul sistema pensionistico il passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo (già avvenuto con la legge Dini del ’95) lascia aperto il problema di una pensione equa, cioè rispondente al bisogno, alla dignità e diritto del lavoratore; in base a questo principio, e a quello di ridistribuzione dei beni, le pensioni troppo basse devono essere integrate; bisognerebbe stabilire una pensione minima garantita – e però decorosa – che venga poi aggiornata annualmente; così com'è stabilito in almeno 90 paesi (ma non ancora da noi) il salario minimo garantito. Quanto all’età lavorativa, sembra giusto che si allunghi, essendosi allungata la vita e la vitalità; che il lavoro poi contribuisce a mantenere. E però, dato il peso che il lavoro comporta, il prosieguo dovrebb’essere lasciato alla decisione del lavoratore; specie per il lavoro manuale.

 

Si parla molto di privatizzazione dei pubblici servizi; in particolare delle aziende autonome comunali. Dimenticando che una delle conquiste moderne, uno dei decisivi passi nella costruzione di una società di giustizia, è proprio lo Stato sociale e dei servizi, lo Welfare state, che è anche lo stato del benessere (un benessere che il capitalismo rende tuttavia oscillante e incerto; e che inoltre emargina una fascia di povertà oscillante sul 10%, 8 milioni oggi in Italia, 40 milioni negli Usa, la nazione ricca per eccellenza). I servizi sono imprese condotte dallo Stato in favore dei cittadini, con prezzi calmierati, con anche passività d’esercizio. Così le ferrovie, così le poste, e ancor più gli ospedali e le scuole. Che quando vengono privatizzati diventano strumento non più di benessere ma di profitto.

Certo i pubblici servizi corrono in Italia un particolare pericolo; nell’Italia dello scarso senso dello Stato, della burocrazia ipertrofica e parassitaria, del clientelismo. Devono essere gestiti con rigore, quanto e più di un’impresa privata. Avendo anche un fine umanamente più alto.

 

La patrimoniale è una misura profondamente giusta perché che ha di più deve contribuire maggiormente al bene comune. In altre nazioni, in Francia ad esempio, i grandi patrimoni  hanno da tempo una particolare tassazione. Negli Usa, addirittura, il miliardario Warren Buffet si lamentava del fatto che lui e i suoi compari ed amici non fossero adeguatamente tassati; donde la legge proposta da Obama, proprio in questa fase di crisi, la Buffet Rule, che tasserebbe i patrimoni da un milione di dollari in su secondo un criterio proporzionale; legge che tuttavia è bloccata dal solito partito repubblicano. La patrimoniale non è stata finora da noi possibile – almeno negli ultimi vent’anni – perché al governo c’era il detentore di un grande patrimonio che rifiutava di essere tassato; lui che diceva di amare tanto l’Italia.

Anche la reintroduzione dell’Ici, soppressa per meri fini elettorali, è una misura giusta, necessaria ai  Comuni, che in questi ultimi anni si sono trovati in grandi difficoltà.

Certo, in Italia c’è un gran lavoro educativo e formativo da fare in proposito, affinché la gente capisca che la tassazione è un contributo chiesto a tutti per il bene di tutti; qualcosa che ognuno di noi dà agli altri ma anche a se stesso. La scuola può fare molto in proposito, e i media possono fare molto. Questo ci attendiamo da loro.                                                

                                                                                       (Nuovo Quotidiano di Puglia, 5/12/011)

 

L’Italia verso la salvezza?

di Arrigo Colombo

 

       V’è chi ancora dubita che l’Italia possa salvarsi dalla bancarotta, dallo  sfacelo economico; considerato l’enorme debito pubblico  (oltre 110.000 miliardi di euro, il 120% del PIL), i gravosi interessi annui (circa 80 miliardi annui), lo spread di cui tanto si parla, cioè il salire di quegl’interessi, che gravano sui prestiti a loro volta necessari a coprire il debito.

Ma lo sfacelo economico consegue soltanto ad uno sfacelo morale e politico; consegue alla condizione di un popolo immaturo, che non è ancora in grado di gestirsi.

L’Italia è certo una delle quattro maggiori nazioni dell’Unione Europea (insieme con Germania, Francia, Inghilterra), non solo per la popolazione, ma per la produzione (la settima al mondo per il PIL; fino al 2008 la quarta per le esportazioni – dopo Germania, USA, Cina), nonostante scarseggi di grandi imprese; e però le piccole e medie sono la sua forza. Ma ecco che in un secolo ha subito tre gravi incidenti: il fascismo, tangentopoli, il populismo berlusconiano; ha quattro mafie che la tormentano; ha una fortissima evasione fiscale, un forte clientelismo, una burocrazia pesante e parassitaria, un basso senso dello stato, una scarsa identità nazionale – al punto da nutrire un movimento secessionista come la LegaNord.

 

La scarsa identità è in parte legata alla breve storia dell’Italia unita, di cui si celebrano ora i 150 anni; e però l’unità del paese si è compiuta solo con la Prima guerra mondiale; permanendo tuttavia un forte divario tra Nord e Sud, divario soprattutto economico (d’imprenditoria, d’industria), ma non solo.

Mafia, evasione fiscale, clientelismo, parassitismo si collegano al basso senso dello stato, che denota una coscienza individualistica ed egoistica, scarsa nello spirito di comunità, di solidarietà, d’impegno comune. Che non sente la tassazione come un contributo ai servizi e al benessere di tutti; perché questo ne è il senso; ma la sente come pretesa e rapina dello stato. E però la mafia e gli altri vizi denotano anche una bassa moralità, le cui radici alcuni pongono nel cattolicesimo, nella facilità della confessione con le sue ridicole penitenze di Pater ed Ave, nel machiavellismo di tutta una storia di papi mondani, in una religione di potere e di ritualità che non penetra lo spirito. E però anche la Francia è cattolica; ma – si dice – la sua moralità è stata rafforzata dalla componente protestante e giansenista. Lasciamo per ora le cause: resta il fatto, ed è grave.

Un altro punto è l’ignoranza popolare. Un’analisi del voto del 2001, che vide il ritorno del berlusconismo, indicava come grande elettore di questa figura e del suo seguito la “casalinga di Voghera”; cioè un tipo di persona ignorante, disinformata, succube dei media. Era questo il senso. Una persona la cui sola via d’informazione su quanto avviene nel paese e nel  mondo, non soltanto è la TV, ma è in particolare il telegiornale delle 20 con le sue limitate e manipolate notizie. D’altra parte una statistica di “Le Monde”, l’autorevole giornale francese, era significativa quanto alla lettura del quotidiano, nel quale le notizie non sono soltanto date in poche e secche frasi, ma sono valutate e discusse, anche ampiamente. In questa statistica, che considerava le quattro maggiori nazioni dell’Unione, se l’Inghilterra, il paese che ha la più antica tradizione di giornalismo popolare, era all’80%, cui seguivano Germania e Francia, l’Italia si collocava intorno al 40%; cifra che è confermata anche da statistiche recenti.

Al problema dell’ignoranza si collega ovviamente la scuola, che in questa fase è stata letteralmente massacrata. Una delle funzioni più importanti e più delicate della nazione, la formazione della persona e del cittadino, la sua acquisizione della cultura non solo, ma la maturazione di una coscienza etica e politica. Tremonti l’ha assalita con un taglio di otto miliardi di finanziamenti in tre anni; un fatto davvero barbaro; e la Gelmini lo ha seguito, eliminando classi, docenti, supplenti, tempo pieno, insegnanti di sostegno. Certo, la nostra scuola  aveva dei problemi anche prima – quantunque la scuola primaria fosse ritenuta tra le migliori d’Europa – ma oggi è in condizioni pietose, è letteralmente da ricostruire.

 

Il problema è dunque complesso e coinvolge tutti, coinvolge l’intera nazione. Mario Monti e il suo governo, le persone in cui confidiamo per salvare la nostra economia, non solo, ma per affrontare almeno alcuni dei maggiori problemi di questo paese, faranno il loro duro e pesante lavoro. Ma ognuno di noi deve fare la sua parte, assumersi le sue responsabilità, profondere il suo impegno. Cominciamo ad esempio col pagare puntualmente le tasse; col chiedere la fattura sapendo che ci costerà il 20% in più; chiederla puntualmente. Gl’insegnanti dovranno impegnarsi a fondo nella scuola, nell’insegnamento e ancor più nella formazione. La chiesa potrebbe forse aiutarci ad essere più onesti, di una rigorosa onestà. Seppur essa lo è, come si avrebbe il diritto di sperare.

                                                                 29/11/011

 

Renzi il rottamatore e il suo programma

di Arrigo Colombo

 

         Matteo Renzi, sindaco di Firenze, è entrato con forza  nella scena politica dopo il convegno della Leopolda, dove migliaia di persone sono convenute, e dopo che ha presentato i suoi cento punti, il suo programma.

 

La rottamazione, parola forte che si è imposta, riguarderebbe gli esponenti di partito, in questo caso il PD, che occupano il potere, il parlamento, o  anche le cariche interne, da  lungo tempo; e crto nel PD ce ne sono.

Non è solo il "largo ai giovani" che qui entra in gioco; anche se i giovani hanno una vitalità più intensa; e però hanno meno esperienza; e quanto a creatività, si tratta di un fattore complesso, che può mancare nei giovani  come negli anziani.

Entra in gioco piuttosto un fattore importante di democrazia, che era fortemente presente ad Atene, dove - a parte il fatto che nel parlamento tutti i cittadini erano presenti (la democrazia diretta) - tutte le magistrature potevano essere ricoperte solo per un anno e solo una volta in vita; per due ragioni. Affinché vi fosse un continuo ricambio, in cui passasse il più possibile dei cittadini; e affinché non vi fosse una presa di possesso delle magistrature da parte di alcuni. A questo proposito essi avevano introdotto anche l'ostracismo, e cioè l'espulsione dalla città per evitare l'occupazione del potere.

Perciò sembra giusto che anche in questa democrazia moderna in cui viviamo, e che è parlamentare perché nata nel parlamento, nelle due rivoluzioni in cui è nata, l'Inglese e la Francese; sembra giusto che il parlamento, come le altre cariche, siano il più possibile aperte ad un largo ricambio. Che ad esempio in Parlamento si possa sedere per una sola legislatuta, o al massimo per due; e non per una vita intera, come Andreotti ed altri; che non ci fossero parlamentari a vita o segretari di partito a vita; col pretesto che loro sono i migliori, sono i leader, i grandi. In democrazia il fondamentale valore è la dignità e il diritto della persona; e certo anche la sua formazione e cultura ed esperienza e creatività, e soprattutto moralità, onestà. Ma nessuno è indispensabile.

 

L'altro punto è il programma. Sono cento punti ma non ci sono in realtà molte idee nuove.

Ci sono anche importanti carenze, ad esempio per il lavoro. Quasi nulla. Mentre è un punto chiave: eliminare il più possibile il precariato, che rende precaria la vita del lavoratore come della sua famiglia (quindi la legge Biagi); affermare il fondamentale principio che il lavoro stabile dev'essere la norma. Introdurre il salario minimo garantito, che da noi ancora manca, ed è un fatto grave. Recuperare quel 30% in meno che i nostri lavoratori hanno rispetto agli altri maggiori stati europei. E una norma per cui col salire della produttività deve elevarsi anche il salario.

Anche per il debito pubblico, che è al 120 per cento del PIL, come tutti sappiamo, non si prevede un piano di rientro attraverso una quota annuale, come già aveva previsto Prodi. Ed è un punto chiave per la nostra economia.

La riforma della RAI era già stata impostata meglio dal minitro Fioroni; peccato che il governo cadde. E perché abolire il medico di famiglia, quello che meglio conosce la situazione di ognuno?

Forse questi 100 punti devono spingere il PD ad un serio programma di riforme. Magari migliore. E al più presto.

                                                                                       23/11/011

                                                                                                     

La crisi economica e lo stallo dell’Unione Europea

Di Arrigo Colombo

 

          La crisi economica ha messo in chiaro la situazione perversa in cui giace l’Unione Europea. Nella quale sarebbe in corso un processo d’integrazione che dura ormai dal termine della Seconda guerra mondiale, quando ci si accorse che era tempo di concludere la vicenda conflittuale di sempre, lo stato di guerra perenne che aveva straziato l’Europa, per costruire un’unica entità politica, qualcosa di simile agli Stati Uniti d’America, alla loro grandezza, ricchezza, potenza. Qualcosa di simile e anche di meglio: visto che l’Europa è più avanzata sul piano dello stato sociale e dei servizi, e non soggiace alle autosincrasie statunitensi del tipo la più grande potenza, lo stato guida, e soprattutto la volontà egemonica che li porta ad uno sviluppo anomalo degli armamenti, a basi militari e flotte sparse ovunque nel mondo, e quindi a scatenare guerre invadendo stati sovrani, guerre infinite perché poi si trasformano in guerriglie; come in Afghanistan e in Iraq. In realtà gli Usa  sono lo stato che, dopo aver fortemente voluto lo statuto dell’Onu che s’incentra nella tutela della pace, ha scatenato più guerre nel mondo: dalla Corea al Vietnam, alla Guerra del golfo, alle due ultime ancora in corso; trascurando gl’interventi minori.

Ora l’Europa, dopo un’atroce storia di guerre, si presentava come una zona di pace, zona pacificata, e con una volontà di pace che si rafforzava nel tempo -– che non le impediva tuttavia di partecipare alle due guerre suddette, cedendo alla pressione americana (o della Destra americana, Bush, Cheney e compagni), con grave incoerenza e sudditanza. Si presentava come una forza anche maggiore degli Usa, coi suoi 500 milioni di abitanti, col PIL più alto del mondo, con un alto livello tecnologico e culturale, col più grande e incomparabile tesoro d’arte; e senza quelle pericolose idiosincrasie.

 

Ma ecco che il processo d’integrazione si blocca, perché Francia ed Olanda non approvano la Costituzione che avrebbe avviato decisamente l’unità; in realtà perché la coscienza di unità non è matura, l’individualismo e l’orgoglio dei singoli stati, specie dei maggiori, è ancora troppo forte.

Sopraggiunge la crisi economica e trova un’Europa divisa; con stati membri che si sono indebitati fino all’indecenza; l’Italia in particolare; soprattutto l’Italia di Berlusconi e Tremonti che hanno portato il debito al 120% del PIL, totalmente dimentichi del piano prodiano che lo diminuiva del 3% ogni anno, il 30% in dieci anni (purtroppo il suo governo cadde a causa dei Mastella e dei Dini); ma essi disprezzavano Prodi, si ritenevano superiori. Col problema di aiutare gli stati membri più deboli, a cominciare dalla Grecia; poi l’Irlanda, il Portogallo, la Spagna; e anche l’Italia, che ogni anno abbisogna di 90  miliardi di prestito per pagare gl’interessi del debito. Con stati membri più forti restii all’aiuto, come Germania e Francia. Mentre manca un governo, manca un solido apparato di governance economica.

Intervengono per soprammercato gli scettici, gl’indidualisti; che non hanno capito la grandezza del progetto europeo, né il significato della moneta unica, l’euro, che diventa la  moneta più forte di ogni altra. Un grande passo nel cammino dell’unità. Ma per costoro restare nell’euro o uscirne non fa differenza; significa anzi sbarazzarsi di stati  membri che per gli altri sono soltanto un peso. Non comprendono che già la permanenza nell’euro comporta una norma, una serie di comportamenti, un ordine; che certo, dopo questa esperienza dovrà essere rafforzato, il governo economico dell’Unione dev’essere tutto ripensato.

La crisi ha richiesto solidarietà. E un buon grado di solidarietà si è raggiunto; gli stati renitenti all’aiuto hanno dovuto cedere. La solidarietà è il vero spirito dell’Unione. Si spera che, dopo questa dura esperienza, il cammino dell’integrazione europea sia ripreso, che lo stallo attuale abbia fine. Abbiamo bisogno di governanti magnanimi e generosi, non chiusi nell’egoistico interesse del loro paese; nella promozione della sua sola grandezza e potenza; abbiamo bisogno di popoli che allo stesso modo siano aperti ad un progetto e ad un ideale più grande e generoso.

Ci riusciremo? È molto probabile che sì; è quasi certo.  Quando un processo s’apre nella storia, un processo di più alta maturazione umana, incontra certo delle difficoltà, non è  mai un processo lineare; se non nella sua globalità. Così è avvenuto per la democrazia, dopo millenni di dispotismo, di regimi monarchico-aristocratici; che hanno dovuto cedere al potere di popolo, alla sovranità popolare. I ricchi e potenti hanno dovuto cedere ai poveri. Così è avvenuto per la schiavitù, che ha imperversato per millenni;  che in seguito alla Rivoluzione francese, lungo un secolo, si è dissolta. Questo processo è in corso, si sta costruendo una società di giustizia, benessere, pace. L’Unione Europea ne fa parte.

                                                                         (Nuovo Quotidiano di Puglia, 16/11/011)

 

 Il ritorno della Shari’a in Libia

di Arrigo Colombo

 

         Il capo del governo provvisorio libico, il Consiglio nazionale di transizione, Mustafa Abdul-Jalil, annunzia che la principale fonte di legge della nuova Libia, qualcosa come la sua costituzione, sarà la Shari’a, cioè la “legge di Dio”; praticamente il Corano (con anche la Sunna, i detti e fatti del profeta trasmessi oralmente, poi messi per iscritto).

Questa decisione ha suscitato una certa perplessità, in quanto il Corano ha poco a che vedere con una costituzione, anche se contiene una precettistica; e in quanto questa precettistica è piuttosto arcaica, come subito si vedrà. Inoltre contrasta col fondamentale principio della laicità dello stato, della netta distinzione tra ambito religioso e politico, in quanto lo stato si genera da una cessione di diritto dei cittadini (come ha definitivamente spiegato Beccaria nel suo famoso piccolo libro Dei delitti e delle pene) e la sua legge è stabilita dai cittadini stessi (o dai suoi rappresentanti, il Parlamento) su base etica; quell’etica che può essere anche in parte contenuta nei testi sacri, come ad esempio il Decalogo, formulazione di alcuni essenziali precetti che può considerarsi definitivamente valida; non però l’ampia e arcaica precettistica del “Codice dell’Alleanza” e della “Legge di santità” nell’Esodo e nel Levitico.   

In Libia, in questo momento, si tratta però fors’anche della soluzione più pratica, o altrimenti bisognerebbe convocare un’assemblea costituente e redigere una costituzione;  cui probabilmente la nuova dirigenza libica non si sente preparata. Si spera che questa soluzione sia provvisoria.

 

La precettistica del Corano è contenuta nella prime sure, che sono anche le più ampie, e le meno ispirate. Si può dire ch’essa riprenda il costume arcaico delle tribù d’Arabia, che appunto contiene un’etica arcaica. Si può dire che è mancata al profeta l’attenzione a mantenersi nel terreno a lui consono della rivelazione religiosa; a non entrare nel dettaglio di questa normativa che non apparteneva alla novità del suo annunzio, ma alla vetustà di quel mondo. Una precettistica che oggi deve dirsi largamente trasgressiva dei vincoli etici che sono maturati nella storia; e che non sono maturati nel mondo islamico proprio per il suo stretto attenersi alla lettera del Corano, per quell’ingenua adesione al testo che non ha permesso lo sviluppo di una coscienza critica, quindi di una scienza esegetica, della capacità di sceverare ciò che nel testo era autentico da ciò che non lo era. Com’è avvenuto invece per la Bibbia; dove il racconto dei sette giorni della creazione è stato compreso come la formulazione di un ceto sacerdotale che voleva inculcare il riposo sabbatico; e i primi undici capitoli della Genesi come una mitostoria sulle conseguenze del peccato.

 

In questa precettistica un punto tipico è la condizione della donna. Il Corano parla all’uomo; che sta “un gradino più alto” della donna, le è preposto, gli si deve obbedienza (“ammonitele, lasciatele nei loro letti, poi battetele”, 4, 34). Perciò la poligamia, fino a quattro mogli, dove nel matrimonio la donna è posseduta; dove poi può essere ripudiata. Perciò il velo, nel Corano ancora solo accennato, segno di un possesso esclusivo, gli altri non la devono vedere.

Anche la pena per l’adulterio è arcaica: le 100 frustate, la lapidazione (dove si parla di un versetto coranico scomparso, supplito poi dai giuristi; ma presente pure in Israele, cui il Cristo si oppone nel famoso episodio). Così la vendetta privata, la legge del taglione.

 

Nella Shari’a interviene anche la guerra santa. L’idea che l’umanità intera debba essere condotta all’adorazione di Allah, il vero Dio. Deve esservi costretta, con la guerra. “Combattete fino a che la religione di tutti sia quella di Allah; una religione diversa dall’Islam non gli è accetta; vi è prescritta la guerra, anche se ciò possa spiacervi. Getteremo il terrore nel cuore degl’infedeli”. Un tema forte nel Corano, nella sua legge.

Proprio questo precetto intollerante ed assurdo era stato fatto proprio da Al Qaeda, che si proponeva di realizzarlo, di innescare il processo che avrebbe condotto alla sottomissione del mondo intero. Un progetto criminale, e insieme un progetto folle nella situazione attuale dell’umanità, nella dislocazione oggi dei popoli, della ricchezza, della potenza militare.

Che cosa farà dunque la  Libia? Che farà con la Shari’a? Già alcuni anni orsono il gran muftì di Marsiglia, suprema autorità giuridica islamica in Francia, constatava che non era più possibile continuar ad usare il Corano come un testo giuridico, una costituzione, una legge. Constatava qusta arcaicità, questa arretratezza, questa commistione di pseudo-religioso e giuridico-politico. All’Islam è mancato finora un processo di modernizzazione, dicono gli studiosi; è mancata quella modernità in cui i vincoli etici e giuridici autentici, universali, corrispondenti alla dignità e diritto della persona umana, al diritto dei popoli, sono maturati e si sono imposti. È un processo che ancora si attende.

Si spera che l’introduzione della Shari’a nella Libia sia provvisorio; che possa seguirle una costituzione, e quindi un ordinamento giuridico più maturo, rispettoso della dignità della persona, della pari dignità di uomo e donna, della pari dignità dei popoli e delle religioni. 

                                                                    (Nuovo Quotidiano di Puglia, 31/10/011)

 

 

La futura coalizione di Centrosinistra

di Arrigo Colombo

 

         È ciò che l’Italia aspetta, l’Italia migliore, si capisce; sembra che anche la “casalinga di Voghera”, la grande elettrice di Berlusconi – potenza della donna in questo nostro tempo – si sia alquanto ravveduta.

Questa coalizione che l’Italia aspetta, che dovrebbe rimettere un po’ in sesto il paese, ridargli fiducia e slancio costruttivo,  è ancora alquanto incerta, e renitente. Il Centro anzitutto, e l’Unione di Centro che lo impersona, il grande Casini, già amico e alleato di Berlusconi che gli confidò nientemeno che la presidenza della Camera, e sempre un po’ nostalgico del grande passato. E con lui Rutelli, che ha lasciato il PD perché poco accetto al Vaticano, e altri piccoli partiti residui; che tutti insieme hanno formato il Terzo Polo, dichiarando che il bipartito aveva fallito.

Questo Centro diffida della Sinistra, in particolare del SEL di Vendola (in quale fra l’altro è omosessuale, quindi anomalo, e peccatore); ma anche del Partito Democratico, che proviene sostanzialmente dal vecchio  aborrito PCI, anche se si è democratizzato, e anzi un po’ troppo liberalizzato; e ha anche in sé una componente cattolica, sempre alquanto diffidente e riottosa.

In realtà la Sinistra democratica dovrebb’essere il partito per eccellenza del popolo italiano; specie in questa fase di difficoltà economiche in cui tutto il mondo del lavoro, tutto il popolo lavoratore è in sofferenza, compresi i ceti medi (insegnante, impiegato), che dall’operaio si differenziano per il lavoro mentale e per un certo grado di cultura, ma non sul piano economico. Perché la Sinistra è il partito dei lavoratori e il suo impegno è lo Stato sociale o dei servizi o del benessere popolare.

Certo, la  Sinistra deve attivarsi in questo senso, deve riprendere con forza la sua vera vocazione. Quindi la tutela del lavoro, che dev’essere lavoro stabile, non “flessibile”, come si dice con un eufemismo ingannatore; in realtà lavoro precario. In particolare la tutela del lavoro giovanile, che ora maggiormente soffre. Il sostegno delle pensioni, l’aumento dei minimi ad un livello decente. L’introduzione di un “salario minimo garantito”, che in Italia non c’è ancora;  mentre c’è in Francia (dove viene aggiornato ogni anno il 1° gennaio) e in molti altri paesi. Il recupero del divario salariale (del 30% e oltre) rispetto ai maggiori paesi europei. Il recupero della fascia di povertà  (là dove il reddito è inferiore alla metà del reddito medio) che ci portiamo addietro, e che è di circa 8 milioni (50 negli USA). Un lavoro politico di alto impegno, che solo partiti sensibili a questa problematica umana possono compiere; non certo la Destra.

Poi c’è il sostegno alla famiglia, dove il grande modello è la Francia e ha tutta una storia. Perché sulla fine degli anni trenta si trovò con la popolazione ridotta a 40 milioni di abitanti; tanto forte era stata la riduzione della natalità; e allora fu decisa una politica di grande sostegno alla famiglia, che in quarant’anni portò la popolazione a 60 milioni.

 

La Sinistra tuttavia, questa Sinistra democratica e riformista del PD, che taluni considerano fin troppo moderata, in Italia è guardata con sospetto da una componente non piccola, possiamo dire da una maggioranza degl’italiani. Anzitutto perché proviene dal vecchio PCI, il quale propugnava il modello sovietico, modello dogmatico e dispotico, oppressivo di quel proletariato che a parole esaltava; essendo passato dalla marxiana dittatura del proletariato alla leniniana dittatura del partito sul proletariato. Che è stata poi il suo scacco, e una tragedia per l’umanità.

Ma l’avversione maggiore viene dal Vaticano, dal suo integralismo e dogmatismo, dalla sua arretratezza storica su certi problemi, dalla sua interferenza nel mondo politico. Il Vaticano non ha mai dimostrato simpatia per un cattolico “adulto” come Prodi; tanto meno per una maggioranza« laica, com’è normale che essa sia. Lo stato è laico, non è clericale. Con questa maggioranza spuntano subito i problemi lasciati irrisolti dalla caduta di Prodi. Il PACS, cioè la sanzione delle unioni di fatto e delle omosessuali; che Prodi aveva smorzato nel DICO, cioè in tutti i tipi di convivenza, per ottenere l’adesione dell’ala cattolica, e tuttavia non è riuscito a varare. Il testamento biologico, e in esso la facoltà d’interrompere una vita che non è più umana ma solo vegetativa, o una vita  che già va verso la morte. La correzione della legge sulla  procreazione assistita,  stesa sulla falsariga di un documento vaticano; il problema dell’embrione che il Vaticano si ostina a considerare persona umana fin dal primo istante, mentre i maggiori teologi cattolici del ‘900, e con essi molti altri, escludono i primi 14 giorni in cui il patrimonio cellulare resta indifferenziato; per cui può dividersi in un fatto gemellare (forse che la persona umana potrebbe dividersi se già ci fosse?). I famosi “valori non negoziabili” di Papa Ratzinger, non discutibili, il dogmatismo di sempre. Ci sarà da combattere.

                                                                                       22/10/011

 

 

La discussione sulle decisioni concernenti la fine della vita

di Arrigo Colombo

 

         Una discussione che si sta svolgendo in Parlamento, per una legge sul “testamento biologico” che in Italia ancora manca, mentre è presente nelle maggiori nazioni europee; una discussione che continua in Italia da anni, anche intorno ad alcuni casi drammatici, come il caso Welby (era tenuto in vita da una macchina respiratoria voluta dalla moglie) o il caso Englaro.

Per testamento biologico s’intende una dichiarazione scritta in cui una persona stabilisce la sua volontà nel caso si trovasse in particolari condizioni di malattia estrema; dichiarazione che viene affidata ad un curatore, riconosciuto dalla legge, e che, insieme ad uno o più medici, prenderà le decisioni pertinenti, e conformi alla legge stessa.

 

Qui una prima considerazione concerne la persona come soggetto di diritto, principio di autodeterminazione; che cioè decide ciò che comunque la riguarda. Per cui taluni parlano di diritto di eutanasia, come di diritto di suicidio; dimenticando che la decisione della persona umana, così come la sua libertà, avviene e deve sempre avvenire nell’ambito di un vincolo etico, perché l’atto libero dev’essere realizzativo della persona e del suo armonico essere e vivere; così come dell’armonico coessere sociale, nel rispetto della dignità e del diritto di ognuno. Dimenticando che la persona umana, nella sua finitudine, come non ha il dominio del suo ingresso nella vita, così non ha il dominio dell’uscita. La vita è per essa un dono che deve conservare il più possibile integro. Su questo punto è difficile rifiutare il principio divino, perché tutto ciò che non è per se stesso (ma per se stesso non è, per se stesso resterebbe nel nulla), è in forza di un principio che è per se stesso, di un essere sussistente, che è l’essere divino, è Dio, è il Padre infinitamente amoroso che il Cristo ci ha rivelato.

Perciò, se eutanasia significa togliersi la vita – o togliere a qualcuno la vita col suo consenso – è atto illecito, è crimine. La discussione non può concernere l’eutanasia in senso stretto, come non può concernere il suicidio.

 

Concerne invece una vita che già da sé si consuma, che va verso la morte; e che la scienza e la tecnologia medica possono prolungare anche a lungo; ma prolungandola non ne mutano la realtà mortale. Si tratta di stabilire con sufficiente chiarezza quando ci si trova di fronte a questa realtà.

È il  caso della morte cerebrale, dell’encefalogramma piatto; il caso del malato terminale. Direi che è anche il caso della riduzione a sussistenza vegetativa – ad esempio dopo un incidente, come nel caso Englaro – sussistenza che viene mantenuta attraverso alimentazione ed idratazione coatta; perché, se v’è la sola vita vegetativa viene meno la persona; specie se un tempo adeguato è trascorso ed è caduta l’ipotesi della ripresa, del risveglio.

Su quest’ultimo punto il Vaticano e l’episcopato insistono e premono, partendo dal principio della sacralità della vita; che vale però soltanto se v’è quel grado superiore di vita che è la persona, lo spirito, con quei suoi caratteri tipici che sono l’intelligenza, la libertà, la creatività.

Su questo punto vorrei notare due cose. Anzitutto il potere ecclesiastico non deve interferire col potere statale; ciò è detto con chiarezza anche nell’ultimo Concordato. Può esprimere la sua posizione, ma non deve interferire sull’attività del Parlamento; come ha fatto in passato, minacciando di impedire l’accesso ai sacramenti a coloro che votavano in modo difforme.

La seconda riflessione concerne la discussione nella  chiesa; che manca affatto. Manca tra i fedeli, manca tra i vescovi; non c’è un vescovo che ardisca esprimere un parere difforme dal Vaticano o dalla Conferenza Episcopale; anche in materia discussa, dove ad esempio discutono i teologi; il cui parere viene scarsamente apprezzato. Così nel caso Welby: il quale a un certo momento rifiutò quella macchina respiratoria che lo teneva in vita, in quanto ritenne quella condizione indegna della sua dignità di persona; solo il Card. Martini osservò che era il caso di sospendere tutte quelle procedure mediche “che non offrono una ragionevole speranza di esito positivo”.

Stupisce, ed è certo dannoso alla vitalità della Chiesa, questo generale mutismo dell’episcopato; nel quale invece la discussione sui molti problemi aperti dovrebbe essere vivace e continua.

                                                                               17/10/011

 

La pillola del quinto giorno e i problemi dell’embrione

di Arrigo Colombo

 

         La notizia della pillola del quinto giorno s’è aggiunta a complicare la discussione su questi interventi in rapporto alla gravidanza.

Abbiamo la pillola del giorno dopo, ritenuta di possibile efficacia fino a 72 ore dal coito, che impedisce l’ovulazione, e quindi non ha niente a che vedere col fatto abortivo. È piuttosto considerata un contraccettivo di emergenza.

Abbiamo la RU-486 che invece è un abortivo chimico; in caso di necessità di aborto (almeno entro i due mesi) evita l’intervento chirurgico e allevia il trauma e le sofferenze della donna.

Abbiamo ora la pillola del quinto giorno che da un lato impedisce l’ovulazione, dall’altro ostacola l’annidamento dell’ovulo fecondato nell’utero.

 

La discussione riguarda la valenza etica dell’uso di questi prodotti, quindi la loro liceità; riguarda da un lato il diritto o meno della persona di gestire la sua fecondità e facoltà procreativa; e più oltre la presenza o meno dell’embrione come nuovo essere umano, come persona in costruzione, dotato di dignità e diritto.

La posizione ufficiale della Chiesa cattolica  è restrittiva in ambedue i casi. Ma è anche molto discussa in ambito teologico e al di fuori del Vaticano. Vediamo di apportare chiarezza, se possibile, in questa materia.

 

La pillola RU-486 è chiaramente un abortivo, e quindi è di per sé illecita.

Quanto ai contraccettivi – in cui rientra la pillola del giorno dopo; ma il problema non è diverso nel più banale caso del  preservativo – il Vaticano segue un principio di natura, che cioè il rapporto sessuale e procreativo deve avere il suo naturale svolgimento senza che nulla vi sia frapposto (nella natura è intesa la legge di Dio che ne è l’autore); mentre in sede teologica (e anche nel famoso rapporto della Commissione istituita dall’episcopato statunitense negli anni Settanta, dopo la Grande Contestazione) al principio di natura s’impone il principio di persona in quanto Dio ha dato all’uomo un basilare dominio sulla natura (ciò è evidente dal testo biblico della creazione, come da altri testi). Per cui l’uomo ha il diritto di gestire la sua sessualità, sia in rapporto all’igiene e alla malattia (oggi l’AIDS in particolare), sia in rapporto alla procreazione. Perché è evidente che mentre il momento amativo nel rapporto sessuale è presente sempre: ne è anzi l’anima; il  momento procreativo è di poche volte in vita, quando la coppia vuol avere un figlio. Gli studiosi hanno stabilito in proposito l’equazione povertà-fecondità; perché mentre in una società povera il figlio costa poco ed è atteso come aiuto alla famiglia; in una società ricca o del benessere, il figlio costa molto – in abiti, cure, formazione – il livello dei bisogni e della cultura in tale società essendo alto.

 

Anche nei riguardi dell’embrione v’è un divario tra la posizione ufficiale vaticana e quella dei maggiori teologi. Si pensi, ad esempio a Karl Rahner, il maggiore teologo teoretico del ‘900; a Bernhard Häring, il maggiore moralista. La posizione vaticana è rigorista, tuziorista, ritiene che la persona sia presente sin dall’istante della fusione delle due cellule, in quanto v’è presente il patrimonio genetico della persona. Quei teologi, invece – e con essi molti altri – ritengono che non si possa parlare di umanità per i primi 14 giorni; cioè per tutto il tempo in cui lo sviluppo dell’embrione resta indifferenziato, un ammasso di cellule tutte eguali, in cui non v’è articolazione alcuna; non v’è cioè una base adeguata per la persona umana. E a riprova adducono il fatto che proprio in quel tempo il blastocisti (così è chiamato almeno dal quarto giorno) può dividersi in due o più, e dar luogo quindi ad una gravidanza gemellare; il che non potrebbe avvenire se già vi fosse la persona umana, che non può certo dividersi. E anche il fatto che molti di questi embrioni in nuce vengono spontaneamente eliminati, dalla natura; il che non sarebbe comprensibile se vi fosse già la persona.

Perciò il governo inglese ha stabilito che la sperimentazione sull’embrione può essere condotta appunto nei primi 14 giorni. Altri governi lo hanno seguito. Attenendosi appunto a questo criterio, che è obiettivo.

In questa prospettiva si può dunque concludere che la pillola del quinto giorno, la quale può impedire all’embrione di annidarsi nell’utero, non presenta illiceità alcuna.   

 

 

Gli enormi problemi della manovra fiscale

di Arrigo Colombo

 

        La discussione e gl’interventi sulla manovra fiscale in corso si accumulano a non finire. Una riflessione su questo tema, ispirata a principi di giustizia e di equità, è necessaria, anche se non facile.

 

Posta la situazione del debito pubblico italiano – sul 120% del PIL, enorme certo, incomparabile con gli altri maggiori stati europei:  l’83 della Francia, il 78 della Germania, il 68 dell’Inghilterra – più che una manovra fiscale sarebbe necessario un piano di rientro dal debito, che riprendesse il piano Prodi, piano decennale di riduzione del debito del 3% annuo, sì da arrivare in dieci anni in prossimità delle altre grandi nazioni (ma quel piano era stato proposto quando il debito era al 103%). Perciò un piano annuo di fiscalità che non solo adegui la spesa pubblica ma la superi del 3%.

Ovviamente, quando parliamo di fiscalità, la intendiamo nel suo senso autentico e solidale di contributo dei cittadini alla comune spesa della comunità statale. Un contributo solidale, quindi anche ridistribuivo della ricchezza in ordine alla dignità e al diritto della persona, e a tutto ciò che vi è compreso al livello storico dei bisogni e della cultura.

Un piano dunque di fiscalità che adegui perfettamente la spesa pubblica, e inoltre la trascenda di quel 3%. Un punto di straordinario impegno, che non sembra essere presente agli attuali gestori dello stato.

Tenendo presente che, proprio per questo, in uno stato socialmente e solidalmente avanzato, uno “welfare state”, la spesa pubblica, e quindi la fiscalità, è globalmente alta, supera  il 40% del reddito globale; così negli stati scandinavi e nei maggiori stati europei; rispetto agli USA, dove si aggira sul 28%, per la scarsità di servizi sociali.

 

A questa parificazione di spesa  pubblica e fiscalità si oppongono, particolarmente da noi, gli sprechi di stato. Che hanno radici storiche e profonde: la scarsa coscienza d’identità dell’italiano, la tendenza a considerare lo stato come altro dal cittadino, tendenza alienativa; la mentalità di privilegio – anziché di servizio – della classe politica; il clientelismo. Cui in parte si collega la mediocrità della pubblica amministrazione, corpulenza, inerzia, parassitismo. Il Ministro Brunetta si vantava di una riforma  che poi non gli è riuscita; non ha toccato l’orario unico di sei ore (anziché quello diviso di otto), nato casualmente dagli sfollamenti dalle città bombardate nella seconda guerra mondiale, e acquisito poi come intoccabile privilegio; né il posto a vita.  È ovvio che la burocrazia italiana dev’essere profondamente riformata.

 

Vi sono delle proposte sugli sprechi della politica; proposte che saranno possibili se anzitutto cambierà la mentalità del politico: il quale non è altro che un cittadino che presta un servizio alla comunità e percepisce per  questo un normale stipendio. Non è un privilegiato a vita, non siede in parlamento a vita ma solo per una legislatura; tutti, anche i “grandi leader”, gli Adreotti, i D’Alema. Dunque dimezzare il parlamento, dimezzare lo stipendio e i suoi annessi, eliminare le gratuità, eliminare i doppi stipendi come i doppi incarichi, lavori, professioni; eliminare i vitalizi sostituendoli con normali tassi di pensione per quegli anni;  e non gettoni di presenza ma ammende di assenza. Normalizzare il parlamento, o anche richiedergli un comportamento esemplare.

E  allo stesso modo normalizzare i consigli e tutto l’apparato di regioni, province, comuni; e anche a loro chiedere un comportamento esemplare.

Probabilmente non è saggio abolire le province, organo amministrativo intermedio tra regioni e comuni (anche negli USA vi sono le contee); saggio invece ridurle in base ad un quoziente adeguato di popolazione. E i piccoli comuni dovrebbero forse essere trasformati in quartieri, mantenendo una loro identità amministrativa. Vi sono poi gli “enti inutili”, della cui abolizione si parla da molto tempo, e che deve diventare decisa e definitiva.

Gli sprechi pubblici sono un punto fondamentale  e insieme esemplare; un punto che incide profondamente sulla coscienza della nazione, oltre che sul suo bilancio.

 

Oltre agli sprechi, quali dunque le fonti cui attingere? Qui la zona più vistosamente ingiusta è quella delle imposte indirette, l’IVA, che è uguale per tutti, ricchi e poveri; e la cui aliquota normale è alta, il 20% (aliquota prevalente in Europa; in Francia 19,6; in Germania 19). V’è un’aliquota ridotta del  10%, applicata a servizi turistici, edilizi, e a certi generi alimentari.; e un’aliquota minima del 4%. Proprio  questa dovrebb’essere applicata a tutti i beni di prima necessità, e ai beni culturali. Finora non è stata toccata, anche se fin dall’inizio  si parlò di aumentarla; e ora si parla di accrescerla di un punto, portandola al 21%, con un introito di 6 miliardi. Per dire quanto questa imposta ingiusta rende, e cioè grava sul cittadino, grava soprattutto sul povero. Dovrebbe invece gravare, e con forza, sul lusso, sul voluttuario e insieme dannoso come tabacco ed alcool, sul voluttuario in genere.

Le aliquote IRPEF,  che sono cinque, non devono essere toccate; in particolare non devono essere ridotte, a scapito dell’equità del prelievo (Berlusconi voleva addirittura ridurle a due). Semmai dovrebb’essere ridotto il prelievo per le prime due e aumentato per due ultime.

Un’imposta che in Italia non si è ancora riusciti a introdurre è quella sui grandi patrimoni;  è una delle più ovvie, presente in Francia e in altri stati.

L’aumento dell’età pensionabile come dell’età di lavoro, sarebbe ovvio, per il grandioso aumento in atto della vita nella sua lunghezza e vitalità. Già oggi il pensionamento è spesso sentito come un trauma.

 

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Le coppie di fatto, un problema complesso

di Arrigo Colombo      

 

          Recentemente, in un suo discorso, Papa Ratzinger è ritornato sul fenomeno delle coppie di fatto, fenomeno in espansione, che nel Nordeuropa, il vecchio Nord luterano, supera il 50% del totale di coppie; mentre nell’Europa Centrale si attesta intorno al 30%; nel Sud sta tra il 10 e il 15% Il Papa lo deplorava come fattore di precarietà per la famiglia, e dei molteplici problemi che alla precarietà conseguono.

 

In realtà la questione dell’unione coniugale non è così semplice come la pone la tradizione cattolica col suo principio dell’indissolubilità del matrimonio. Che ha potuto affermarsi in un’età in cui la donna era soggetta e asservita all’uomo, e chiusa nella casa e nelle mansioni domestiche, sottratta all’istruzione e alle professioni. Semmai, in una società prevalentemente contadina fino a tempi recenti, aveva un ambito professionale nel lavoro dei campi, accanto al marito e ai figli; ma era sempre un ambito domestico. Ora questo asservimento, questa menomazione che non le consentiva di espandere la sua personalità; al punto che Tommaso d’Aquino, il grande maestro, la considerava “un maschio mancato” (nello sviluppo del seme, che era solo maschile; mentre la donna offriva il terreno di crescita; che poteva non sortire l’effetto per scarso calore o altro); tutto questo era profondamente ingiusto; e lo è tuttora laddove permane, e nella misura in cui permane.

Anche il duplice passo evangelico addotto a fondare l’indissolubilità, “se uno dimette la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio”; “Io vi dico che chiunque dimette la propria moglie, la induce in adulterio” (in Matteo e Marco il primo; in Matteo e Luca il secondo); a parte l’eccezione che Matteo introduce ogni volta (“tranne che per porneia” cioè, in senso lato, adulterio), e che è di difficile interpretazione ma è stata accolta dalla chiesa ortodossa. A parte questo, c’è sì l’interpretazione rigorosa e ufficiale del magistero cattolico; ma ci sono anche grandi teologi – come Bernhard Häring, il maggiore moralista del ‘900 – che vedono in quei passi un consiglio, “un appello e una promessa”, più che una norma; appunto perché hanno presente il contesto nuovo di emancipazione della donna, e delle difficoltà che esso comporta per l’unione. Così come hanno presente la complessità della vita moderna, che la visione profetica del Cristo non poteva non prevedere imponendo una norma che sarebbe diventata praticamente impossibile per la maggioranza dei suoi piccoli fratelli. Visione profetica, visione misericordiosa.

 

Ma veniamo alle coppie di fatto. Secondo gli studiosi una parte di esse deve intendersi come periodo di prova; di una prova necessaria che la chiesa cattolica, nella sua rigidità impositiva, non ha mai previsto; ma che in effetti sembra necessaria proprio perché ad essa dovrebbe seguire una vita intera. Un periodo di prova per veramente, adeguatamente conoscersi; e che sbocca poi nel matrimonio.

Un’altra parte concerne coppie che non perfezionano l’unione perché con essa perderebbero importanti diritti, come la pensione di reversibilità, l’appartamento, altri beni. Ma è una minoranza.

Il vero problema si pone laddove v’è il rifiuto del matrimonio. Questo rifiuto è spesso legato ad una eccessiva drammatizzazione del matrimonio stesso, del suo vincolo; appunto al carattere indissolubile, sentito come troppo forte, quasi irreale, quasi inumano. Più spesso è un’esperienza di conflittualità che si è sviluppata all’interno della coppia materno-paterna; o di una complessa infedeltà, menzogna, ipocrisia; che il figlio ha profondamente sofferto, da cui è stato marcato, ferito. Quindi la nevrosi, o anche la psicosi; malattie della psiche che hanno per lo più origine familiare, e che dovrebbero essere curate attraverso un processo psicoterapeutico per riacquisire un nuovo equilibrio, la stime di sé, la visione positiva della vita, la gioia di vivere. Ma spesso vengono trascurate; o ignorate, o temute.

Si sa che la famiglia si è fatta fragile. Negli Stati Uniti, nazione spesso egemone anche nel costume, i divorzi superano il 50% delle unioni. C’è certo il divorzio facile, il coniuge che al primo caso d’infedeltà subito fa le valige, in ogni caso la rottura. Ma c’è anche il divorzio che segue ad una più o meno lunga infedeltà e conflittualità; di cui i figli profondamente soffrono. Si produce allora un circolo vizioso in quanto il conflitto e la rottura generano nel figlio la sfiducia e il rifiuto; ed è anche così che le coppie di fatto dilagano.

Si sviluppa così una società che da un lato costruisce il suo benessere, la società appunto del benessere. Ma in cui crescono molteplici e intense forme di malessere; che devono esser curate, compensate. Una società che per essere gioiosa, se non felice, ha bisogno di acquisire maggiore saggezza, maggiore virtù, una più alta armonia del vivere.

 

    

Perplessità sulla beatificazione di Papa Wojtyla

di Arrigo Colombo

 

        Papa Wojtyla, cioè Giovanni Paolo II è stato beatificato. Una grande folla è accorsa da ogni dove per partecipare al solenne rito in Piazza San Pietro, e una folla ancora più grande e immensa vi ha partecipato su schermi sparsi ovunque nel mondo. Quel Papa amava le grandi cerimonie, i bagni di folla, e così è stato.

 

E però alcune discussioni sono sorte qua e là, riprendendo le discussioni già avvenute proprio sotto Wojtyla, che di queste beatificazioni e canonizzazioni era un fanatico e ne ha fatte a centinaia. Che senso ha, e a che serve questa proclamazione ed esaltazione di alcuni membri della chiesa – e spesso si tratta di persone poco note e poco significative, fondatrici e membri d’istituti religiosi femminili, essendo proprio questi istituti che premono per la canonizzazione, e l’ottengono.

Ma è soprattutto la qualifica di “santo”, il nome divino, che all’inizio qualificava tutti i fedeli in quanto divinamente trasformati dalla grazia e fatti “conformi alla divina natura” (come dice la Seconda lettera di Pietro); e che a quella qualifica – che si è perduta – dovrebbe essere riportato per confortare il credente nella sua dignità, dargli dignità e forza, e consapevolezza, e fierezza; e portarlo così ad un più alto impegno di fede e di amore fraterno.

La parola “santo” si è ridotta e degradata – da tempo, certo – e vale ormai solo per quelle figure di cui si venerano le statue nelle chiese; e quasi la statua è venerata più che la persona; in quella degradata devozione popolare che è fatta di madonne, di santi, di morti. Anziché di adorazione del Padre , e d’invocazione del suo amore immenso, in una corresponsione di amore; quell’adorazione “in spirito e verità” di cui parla il Cristo. La preghiera personale, il colloquio spontaneo e vivo; anziché la ripetizione di formule, in particolare il rosario, preghiera di ripetizione per eccellenza, che soffoca la vitalità della persona. La lettura evangelica, sempre di grande bellezza e profonda ispirazione, che pochi fanno, o anche pochissimi. Neppure posseggono il testo del vangelo, neppure lo aprono. Forse i prelati, i gerarchi della chiesa potrebbero fare qualcosa per riprendere questo genuino spirito; dovrebbero in realtà fare molto, impegnare tutto se stessi. Ma forse preferiscono che il popolo resti così, passivo, inerte, senza parola alcuna nelle cose di fede, nei problemi che la fede pone a ciascuno, nei problemi che agitano la società e il mondo. Essi soli hanno la parola. 

In modo analogo si è degradata la parola “grazia” che, dal suo autentico significato di trasformazione divina dell’uomo è scesa al favore fatto dal santo, quello delle statue, e che a lui si chiede. A sant’Antonio, ad esempio, ritenuto potente in quest’ambito: ritrovare l’amore perduto, il borsellino smarrito.

 

La discussione si è portata in particolare sulla beatificazione di Wojtyla, la sua eccessiva rapidità (dopo soli sei anni), la scarsa considerazione delle critiche che erano state fatte al suo pontificato. Qui diversi teologi sono intervenuti, tra cui Hans Küng, forse il teologo più noto.

Wojtyla è stato uomo di grande talento, di grande forza affettiva, di grande fascino e carisma, ma non ha fatto avanzare la chiesa; l’ha mantenuta su dottrine tradizionali che devono ritenersi erronee, e che mancano di amore fraterno, che è l’essenza del cristianesimo. Così la dignità della donna, che è in tutto pari a quella dell’uomo; e che Wojtyla mortifica negandole il sacerdozio, nel momento in cui essa è divenuta consapevole della sua dignità e lo reclama. Così la condizione dei fratelli omosessuali, ch’egli continua a ritenere “contro natura”, quando la chiesa statunitense attraverso la sua commissione teologica l’ha compresa come semplice condizione di natura altra, aliena da caratteri etici di bene o di male; quando tutta la visione umana è maturata in tal senso. Così la condanna del contraccettivo e la pretesa che l’unione sessuale avesse sempre carattere unitivo e insieme procreativo; quando si sa che il carattere unitivo è di sempre, è costitutivo dell’unione e della sua vitalità e forza; mentre la procreazione avviene poche volte in vita, quando la coppia decide per il figlio. Il disagio in cui questa posizione metteva ingiustamente le coppie. La condanna del contraccettivo anche nel casi di difesa dall’AIDS, condanna disastrosa; sempre invocando il principio di natura, che cioè l’unione deve avvenire secondo natura; dimenticando il principio di persona, che cioè la persona gestisce secondo ragione la sua attività sessuale.

Wojtyla ha anche sostenuto l’Opus Dei, istituto secolare cattolico ultraconservatore e aggressivo del potere; che avrebbe invece dovuto moderare; ne ha canonizzato il fondatore. Ha beatificato Pio IX, il papa che nel Sillabo aveva condannato il progresso, la modernità e tutto il moderno processo di liberazione: la sovranità popolare, la democrazia, il liberalismo, il socialismo. Che in un documento aveva sostenuto la liceità della schiavitù; un fatto abnorme. Che aveva preteso all’infallibilità (si leggano gli Atti del Concilio Vaticano I).

L’entusiasmo popolare, soprattutto polacco, ha portato a questa beatificazione; che tuttavia lascia perplessi.

 

 

Osama Bin Laden e le colpe dell’Occidente

di Arrigo Colombo

 

         Il blitz che ha portato alla morte del grande terrorista, di cui tanto si è parlato, e che è stato tanto esaltato, i capi di stato si sono congratulati con Obama, il popolo ha fatto festa; questo blitz dev’essere invece giudicato con obiettività e severità, sulle base dei principi etici che la modernità ha maturato e che regolano il comportamento umano.

Osama abitava in un complesso residenziale fortificato in Pakistan, alla periferia di  Abbottabad, una città di 120.000 abitanti a 50 km dalla capitale Islamabad, una città commerciale e insieme residenziale, per il suo clima temperato. Per quel che si è appreso dalla stampa, il governo pakistano non solo non aveva dato il suo assenso al blitz, ma era stato volutamente tenuto all’oscuro, nel timore che nascessero opposizioni, o che la notizia trapelasse. Vi è stata dunque violazione del territorio di una stato sovrano; un atto di prepotenza internazionale. Che il governo pakistano ha moderatamente criticato, dichiarando che tali azioni non autorizzate non dovrebbero avvenire; ma in fondo ha tollerato per il suo legame con gli USA, per gli aiuti che riceve (l’accordo del luglio 2010 per un pacchetto di 7,5 milioni di dollari per la sicurezza, l’energia pulita, la sanità).

Un atto gravemente illecito, dunque, un atto di prepotenza tipico degli Usa; se si pensa alle due guerre che hanno scatenato in Afghanistan ed Iraq  col pretesto di combattervi il terrorismo e di portarvi la democrazia; come se il terrorismo si potesse combattere con la guerra e la democrazia si potesse esportare. In realtà erano mossi dal risentimento per l’attacco subito l’11 settembre 2001.

 

Il blitz mirava all’esecuzione di Osama. Già quando si affacciò alla finestra per capire che cosa stesse accadendo (l’atterraggio degli elicotteri) gli fu sparato. Subito dopo ci fu l’irruzione nella sua camera da letto e l’uccisione con tre colpi, di cui il primo andò a vuoto, e gli altri due lo colpirono al torace e al capo passando per un occhio.

È mancato totalmente il rispetto della vita umana. Osama doveva essere fatto prigioniero e consegnato alla Corte Internazionale di Giustizia per essere giudicato. A rigore non poteva neppure essere condannato a morte perché la pena di morte è illecita, anche se è ancora praticata dagli stessi Usa, oltre che da altri stati, in particolare dalla costellazione islamica. Lo stato non ha diritto di uccidere il cittadino perché il suo potere proviene da una cessione di diritto del cittadino stesso, il quale cede solo un parte dei suoi diritti (una piccola parte, dice Beccarla); inoltre il cittadino non ha neppure diritto di vita e di morte su se stesso. Non poteva essere condannato a morte anche perché il concetto di pena che è maturato nella modernità è un concetto medicinale, ordinato al recupero del trasgressore alla società.

Il trasgressore, il criminale, qualunque sia il crimine che ha commesso, ha diritto di essere giudicato, con tutte le garanzie che il giudizio comporta. O altrimenti si retrocede di secoli, prima dell’Habeas corpus;  si ricade nell’arbitrio e nella barbarie. Anche Guantanamo, la famosa prigione istituita per gl’islamici, naviga nell’illecito, rinnega l’Habeas corpus: perché è una prigione che non sta sotto la garanzia del sistema giudiziario, ma è gestita dall’esercito e dai servizi segreti. Obama, due giorni dopo il giuramento di elezione, firmò un decreto per la sua chiusura entro un anno (era una creazione di Bush, di Dick Cheney, della Destra malandrina) e istituì un’apposita commissione; ma l’operazione si protrasse troppo e cadde poi sotto l’opposizione repubblicana.

 

Anche il rispetto per il cadavere è mancato; lo hanno subito fatto sparire in mare. Era del resto la conseguenza del supplizio

Certo, si sono lette tutte le pseudoragioni addotte in favore di questi comportamenti illeciti, di queste illegalità e misfatti di stato. Che Osama doveva essere suppliziato per tagliare la testa al terrorismo; che doveva scomparire in mare affinché la sua tomba non divenisse un santuario e una meta di pellegrinaggi. Sono gli sragionamenti di un comportamento machiavellico. Il fine non giustifica i mezzi, non giustifica i comportamenti illeciti e inumani, non può esser raggiunto con tali comportamenti. Il bene è bene, il male è male; il bene da raggiungere non risana il male compiuto per raggiungerlo. Una politica machiavellica di tal fatta non salverà l’umanità, non la porterà alla pace, e neppure al benessere. Seguendo tale vie gli Usa, con la loro potenza, continueranno ad essere un flagello per l’umanità, come lo sono stati finora. Se solo si pensa alle guerre che hanno scatenato dopo aver promosso lo Statuto dell’Onu e con esso il principio che i conflitti umani non devono mai essere risolti con la guerra ma con la trattativa. La guerra di Corea (dove sono stati fermati dalla Cina), del Viet-Nam (che hanno perduto), del Golfo, dell’Aghanistan e dell’Iraq, guerre infinite da cui con tutta la loro potenza non sanno come uscire. Se si pensa al machiavellismo di Guantanamo. Se si pensa a quanti governi reazionari e tirannici hanno sostenuto in Sudamerica.

 

 

Osama Bin Laden o la follia dell’Islam

Di Arrigo Colombo

 

         Questo sommo esponente del terrore di fine e inizio millennio, è in fondo un’espressione estrema ma coerente dell’Islam; anzi della dottrina del Profeta. Riprende infatti quello che è chiamato il “sesto pilastro” coranico, cioè la sesta prescrizione fondamentale, la Jihad, la guerra santa, che nell’idea di Maometto deve assoggettare il mondo intero. “Combattete fino a che la religione sia quella di Allah”, “una religione diversa non è accetta ad Allah”; “Vi è prescritta la  guerra, […] getteremo il terrore nel cuore degl’infedeli”; “Coloro che combattono Allah e il suo profeta saranno massacrati o crocifissi, amputati delle mani e dei piedi, o banditi dalla terra” (sono passi coranici).

Maometto è un profeta, ma è anche un guerriero; avanza con la parola divina ma insieme con la spada; in questo ereditando e assumendo uno dei caratteri salienti della società ingiusta, che ha contrassegnato e flagellato l’intera storia umana fino a tempi recenti, e oggi ancora: la guerra, la conquista e asservimento dei popoli, la formazione degl’imperi. Alla fine della sua vita avrà conquistato l’Arabia; seguirà il califfato, e con esso le grandi campagne di conquista sia verso Occidente, fino alla Spagna, fino alla famosa battaglia di Poitiers; sia verso Oriente, fino alla Persia e all’India, all’Indonesia.

Ma la guerra, il macello umano, è il più nefasto dei crimini. Che il dispotismo e l’aristocrazia avevano trasfigurato ideologicamente come grandezza di un popolo, come valore ed eroismo, come strategia ed arte; e Maometto come conversione (forzata) ad Allah; e in modo analogo le Crociate per la liberazione dei Luoghi santi. Dimenticando il Vangelo che non ammette nessun atto di violenza, anche piccolo; mentre il preteso nemico dev’essere amato e beneficato.

 

Con la fine del colonialismo, che aveva assoggettato e umiliato gran parte dei principati islamici, la coscienza di questi popoli si ridesta, si ravviva la loro identità, il loro orgoglio di grande religione storica e planetaria, di grande destino. Si formano questi gruppi radicali che riprendono la lettera e la grande (e nefasta) tradizione coranica; tra i quali primeggia Osama, e con lui Al Qaeda; e iniziano gli attentati che culmineranno nella straordinaria impresa di quel drappello d’uomini che s’impadroniscono di quattro aerei e attaccano i centri del potere statunitense, le torri gemelle, il Pentagono, la grande nazione egemone. Attaccano l’Occidente cristiano.

Questa ripresa della Jihad, l’idea di conquistare il mondo ad Allah, nella situazione attuale è pura follia. Gli stati islamici contano oggi assai poco nel mondo: sono stati postcoloniali, stati piccoli, poveri, poco evoluti; alcuni si sono arricchiti col petrolio ma senza riuscire a sviluppare un’economia diffusa, e più oltre un benessere e una cultura diffusa (quanto al PIL Turchia e Indonesia sono al 17° e 18° posto, l’Arabia Saudita al 26°). Per conquistare il mondo Al Qaeda dovrebbe scatenare una guerra globale, o una serie di guerre di conquista; un’impresa lontanissima dalle sue forze; un’impresa anche estemporanea perché l’umanità è entrata in una fase di rifiuto della guerra; di controllo attraverso l’ONU; le stesse guerre scatenate dagli USA, dalla grande potenza in seguito all’attacco islamico, sono appena tollerate, in fondo sono condannate.

 

Perciò la Jihad di Al Qaeda si limita a piccoli attacchi terroristici, a massacri che sono certo dolorosi perché portano il lutto e lo strazio tra la gente; ma che per gli stati sono meno che punture di spillo. La grande idea di conquista è fallita già in partenza, non ha nessuna chance.

In essa si manifesta tuttavia un altro tratto tipico della tradizione islamica, un’arretratezza etica, una specie di machiavellismo religioso del massacro. Tutto è lecito per il seguace di Allah, per la pretesa causa di Allah. Tutti i mezzi sono leciti per il grande fine. Ma per un fine buono non si può impiegare un mezzo perverso. Il crimine è crimine, e resta tale qualunque sia il fine che gli si accolla.

In questo machiavellismo pseudoreligioso fiorisce appunto il massacro. Col kamikaze, che sarà poi celebrato come martire, con le macchine colme di esplosivo, coi pacchi di esplosivo lasciati in un mercato, in un cinema, e che faranno strazio della gente, degl’innocenti. I quali però, per la mente islamica, sono ebrei o cristiani, infedeli, quelli che il Corano comanda di uccidere, di annientare. Che non riconosce come persone, nella dignità e nel diritto che della persona è propria; né, tanto meno, li riconosce come fratelli, nella grande famiglia umana. Un altro punto di arretratezza etica. All’Islam è mancato un processo di modernizzazione; la sua etica è ancora quella arcaica delle primitive tribù d’Arabia.

                                                                          (Nuovo Quotidiano di Puglia, 9/05/011)

 

 

L’invasione tunisina e il caos italiano: precise richieste al governo

di Arrigo Colombo

 

         L’invasione tunisina, le centinaia di persone che sbarcano ogni giorno a Lampedusa, hanno trovato di fronte a sé la totale impreparazione di un paese che pure in oltre vent’anni avrebbe dovuto attrezzarsi per affrontare l’immigrazione in termini civili; con ordine, con precise norme.

Se solo si pensa agli USA, che agl’inizi del secolo accolsero fino ad oltre un milione d’immigrati l’anno; di cui certo avevano anche bisogno per popolare un paese immenso; ma l’accolsero con dignità e rigore. Se solo si pensa ad Ellis Island, all’isola attraverso cui l’immigrazione dall’Est veniva incanalata, e alle procedure che vi erano stabilite. Sono, più o meno. le stesse che chiediamo al governo affinché  abbia fine il caos che ha caratterizzato questi giorni: gl’immigrati che bivaccano per l’isola, che fuggono a centinaia dalla tendopoli di Manduria, che vagano per l’Italia, che bivaccano a Ventimiglia per entrare in Francia.

 

Chiediamo che a Lampedusa sia attrezzato un Centro di controllo (oltre quello di accoglienza che già c’è), sì che gl’immigrati, al loro sbarco, vengono accolti dalle forze dell’ordine e condotti a questo Centro.

Dove avvengono tre cose, finora assenti. La registrazione e controllo dei documenti: i migranti devono sapere che senza documenti non si è accolti; che, se non li hanno, li devono richiedere; che saranno tenuti in semidetenzione fino a che non ci saranno i documenti; che senza documenti saranno infine rimpatriati. La visita medica, con eventuale quarantena o trattamento sanitario. La selezione di rifugiati, immigrati con documento di lavoro, immigrati senza (cosiddetti clandestini); gente che intende andare altrove (in Francia, in Germania ecc.), gente che intende restare; professione, capacità e intenzioni di lavoro di questi ultimi.

Uscendo dal Centro di controllo, gl’immigrati saranno portati nel Centro di accoglienza (sempre rigorosamente custodito, non vi si può entrare ed uscire a piacere), dal quale raggiungeranno in seguito le loro ulteriori destinazioni.

La gente che intende andare in altri paesi (anche perché vi hanno dei parenti, degli amici) vi sarà accompagnata dalle forze dell’ordine, magari in treni appositi; e al seguito di un’intesa col governo di quel paese. La sua documentazione la seguirà.

Si esige un monitoraggio attento di questo complesso fenomeno, che costituisce per la nazione un grosso impegno, e ha una forte valenza umana; ma può anche causare un ampio disordine sociale; come in questi giorni si è visto.

 

Un secondo punto concerne l’immigrazione tunisina, che dev’essere per ora fermata. Tutto ha una misura. L’immigrazione tunisina deve fermarsi; è anche l’accordo raggiunto dal ministro Maroni: l’Italia concede 100 milioni di euro alla Tunisia affinché si attrezzi per la custodia della coste; ma anche l’Italia dovrebbe pattugliare quel tratto di mare. Gl’imbarchi e i viaggi dovrebbero essere evitati, anche perché sono costosi e gravano su gente povera.

Questa emigrazione comporta per la Tunisia un’emorragia di forze giovanili, un ulteriore impoverimento. L’intervento italiano mira anche ad incentivarvi l’economia; bisogna però che non avvenga sotto forma di finanziamenti al governo (è un punto di triste esperienza, su cui gli economisti del Terzo Mondo insistono), ma di aiuti alle imprese, d’iniziative comuni, joint ventures, piccole imprese che aprono posti di lavoro.

 

Un terzo punto concerne l’Unione Europea, la quale non si è ancora dotata di una politica unitaria, adeguata, saggia, proprio in questo scottante ambito dell’immigrazione. Lo stesso Prodi, come Presidente della Commissione Europea, aveva ricevuto dal Movimento per la Società di Giustizia di Lecce un progetto articolato con cui si era detto d’accordo; durante l’intero suo quinquennato si operò per la sua messa in atto, ci fu uno scambio continuo; ma alla fine egli era solo riuscito a creare due piccole provvisorie agenzie che non si sa neppure se abbiano retto. È questo un punto su cui il governo italiano, la nazione più esposta, deve premere. L’Unione Europea necessita di un Centro di monitoraggio che, attraverso le prefetture e altri organi ed associazioni, raccolga dati e abbia sicura contezza della situazione: forza lavoro immigrata, posti di lavoro, abitazioni. Più oltre un istituto di progetto e d’intervento che operi nei paesi da cui la maggiore immigrazione proviene per stimolarne l’economia, la crescita, l’ascesa a società del benessere. Più oltre ancora un’intesa per il controllo delle partenze dai paesi d’origine e un pattugliamento dei mari. Ogni anno potrebb’essere stabilita una quota d’immigrazione che l’Europa può adeguatamente assorbire. Fino a che sarà necessario.

                                                                        (Nuovo Quotidiano di Puglia, 11/04/011)

 

 

Nessuna guerra è giusta, nessuna guerra è lecita

di Arrigo Colombo

 

        Questa di Libia, per quanto limitata, è una guerra, un intervento bellico, con le sofisticate e tecnologicamente sviluppate armi che l’umanità oggi possiede. Armi studiate e sviluppate per distruggere e per uccidere. Difficile dire che questo intervento è solo distruttivo di cose, che non si ucciderà nessuna persona umana; perché nelle strutture ci stanno persone, e perché c’è pure un esercito, che si vuole annientare o ridurre all’impotenza. E c’è un tiranno spietato, che sembra intenzionato a non cedere.

Ma è lecita la guerra? Le democrazie occidentali hanno impugnato lecitamente le armi? E perché non hanno seguito il fondamentale principio del trattato dell’ONU, che i conflitti tra stati non si risolvono con la guerra ma con la trattativa? trattato che tutte hanno sottoscritto. Non sembra ci sia stata una fase adeguata di trattative col tiranno libico, per indurlo a desistere e a ritirarsi; si è passato subito alle  sanzioni, poi all’attacco armato.

 

Certo, la storia dell’umanità è una storia di guerre, un “bellum omnium contra omnes”, come diceva Hobbes; anche se non per le ragioni che egli adduceva. Guerre che partivano dal principio di potenza degli stati, dalla volontà di conquista; e portavano all’asservimento dei popoli, alla formazione degl’imperi; imperi continentali, imperi coloniali “Che cos’è un impero, se non un grande brigantaggio?”, diceva Agostino.

E la guerra veniva trasfigurata e celebrata come grandezza di un popolo; l’aristocrazia ne faceva la sua professione; veniva celebrata come arte, strategia, come eroismo; venivano celebrati i grandi strateghi, grandi macellai, da Alessandro il Macedone a  Napoleone.

Con l’avvento della tecnologia si sviluppa una scienza  e una ricerca scientifica degli strumenti di morte; fino a giungere alle armi di distruzione di massa, all’arma atomica e nucleare. E le testate nucleari vengono costruite a migliaia, a decine di migliaia (USA e Russia ne posseggono circa 20.000); quando si sa che la ancora rudimentale bomba di Hiroshima fece 120.000 morti e 287.000 persone colpite da radiazioni. E non è questa follia pura? le cosiddette “grandi potenze” non sono le più folli? Come hanno potuto costruire simili arsenali nucleari? Si obietta che fu l’arrogante minaccia sovietica a causarli; ma ora che la minaccia sovietica è finita da vent’anni perché non li distruggono?

 

Intanto la coscienza etica dell’umanità è andata maturando nella comprensione del fondamentale e categorico imperativo “non uccidere”. Alla cui base v’è la dignità e il diritto della persona che nessuno può infrangere, nessuno può intaccare. Perciò “uomo non uccidere il tuo simile, il tuo fratello”.  E, più oltre, “stato non uccidere il cittadino”, la pena di morte; lo stato non ha il diritto di uccidere il cittadino per la stessa ragione; perché persona, originario principio di dignità e diritto, da cui si genera poi lo stesso diritto dello stato; per una cessione di quel diritto. E, a fortori, “stato non fare la guerra”, l’uccisione di massa, il macello umano; il più grave, il più efferato dei crimini.

La guerra è dunque un crimine; è il più grave dei crimini. Perciò non si dà “guerra giusta”, “intervento bellico umanitario”. L’intervento bellico è inumano, “belluino” come diceva Thomas More (anche se le belve non lo praticano, aggiungeva); non può diventare umanitario. La teoria della guerra giusta, la difesa dall’ingiusto aggressore, la liberazione dall’ingiusto oppressore, introdotta da Agostino e professata lungo tutta la storia dell’Occidente, non si sostiene; già allora non si sosteneva perché la persona non può mai essere menomata; e perché il crimine, il macello umano, è troppo grave, è enorme.

Perciò il principio introdotto dal Trattato dell’ONU, che i conflitti tra stati non si risolvono con la guerra ma con la trattativa. Un forte passo in avanti, ma non ancora completo perché la comunità internazionale, dopo le raccomandazioni, le sanzioni, l’interruzione di ogni tipo di relazione, può passare all’uso delle armi (Prologo, art. 42). Un passo ulteriore è compiuto da chi, come la Costituzione italiana, rifiuta la guerra “come strumento di offesa” (dunque non in caso di difesa? non pienamente?) e “come mezzo di risoluzione della controversie internazionali” (art. 11). Dunque il caso della Libia? Ma allora l’Italia non può partecipare alla coalizione, in particolare non può partecipare ad azioni offensive (come ha fatto, coi Tornado), non può offrire basi a coloro che compiono azioni offensive che è poi una partecipazione indiretta.

L’Italia dovrebbe piuttosto dichiarare alle altre nazioni alleate: io rifiuto la guerra, rifiuto questo crimine, invito anche voi a rifiutarlo. Dovrebbe premere invece per la trattativa, riempire Tripoli di ambasciatori di pace, che premono sul tiranno per il rispetto della volontà del suo popolo e per l’uscita di scena.

                                                                (Nuovo Quotidiano di Puglia, 28/03/011)

 

 

L’attacco alla scuola pubblica

di Arrigo Colombo

 

        Berlusconi attacca la scuola pubblica. Ovviamente non si deve dare gran peso alle sue parole; poi che si sa che non ha né cultura, né spessore di pensiero, né convinzioni profonde; si sa che sbraita abitualmente sugli argomenti più disparati; poi, quando dalle reazioni altrui si accorge delle sue gaffes, smentisce, dice di essere stato frainteso. Così, anche in questo caso, non era tanto la scuola pubblica in gioco, quanto il Vaticano, con cui Berlusconi è in rotta a causa dei suoi comportamenti libertini; e però il Vaticano gli ha risposto con un intervento di Bagnasco, riportando il discorso sul compito educativo, il grande compito cui la scuola attende, e certo la scuola statale, come anche la privata.

Le accuse di Berlusconi sono inconsistenti. La scuola statale inculcherebbe valori diversi da quelli delle famiglie: quando mai? È fatta, del resto, da madri e da padri che hanno scelto la scuola come professione. Piuttosto, la scuola ha un compito non solo d’istruzione, ma anche di formazione  più ampio di quello della famiglia; perché deve formare il cittadino.

Nella scuola ci sarebbero i comunisti “con la loro ideologia, la più disumana e terribile della storia”; contro la quale Barlusconi è sceso in campo. Purtroppo di comunisti veri non ce ne sono quasi più. Gli ultimi rimasugli stanno nei partitelli dell’estrema Sinistra, ma sono piuttosto bastardi; sono residui dell’ideologia sovietica che del progetto comunista era una distorsione; era una dittatura di partito che, con un comunismo di stato, formava una nuova classe di potere; potere oppressivo, totalitario, concentrazionario.  Quei residui bastardi, quei partitelli da 1,5%, sono i fantomatici comunisti che Berlusconi agita nei suoi discorsi.

 

Ma torniamo alla scuola. Berlusconi non sa che la scuola è un fondamentale compito dello stato: la formazione del cittadino. Un compito che, a dire il vero, lo stato non dovrebbe cedere a nessun altro perché è squisitamente suo. Come ci sono i religiosi che nella scuola laica formano il credente, così ci dovrebbero essere i laici politologi che nella scuola religiosa formano il cittadino. In ogni caso questa formazione dovrebb’essere accertata; cosa che nessuno fa.

Qui però entriamo nei compiti della scuola e nelle sue sofferenze. Si sa che lo stato si forma per una cessione di diritto da parte della persona, che è l’originaria sorgente del diritto; persona che è già associata nella famiglia, nel clan, nella tribù, insomma nelle forme pre.statali. Cessione che avviene per costituire un principio di potere, l’istituzione e la legge, per la tutela e la promozione della persona stessa e del suo associarsi. La scuola è una fondamentale forma di questa promozione. Il suo compito è essenzialmente formativo, ed è triplice: formare la persona, la professione, il cittadino.

Questo triplice obiettivo non è ben chiaro nella nostra società. Direi anzi che neppure la preminenza del compito formativo è chiara perché prevale invece uno dei settori della formazione che è l’istruzione. Prevale perché è complesso, perché ha precisi programmi, materie, cose che si devono sapere, su cui si sarà interrogati agli esami. Ma ci sono ben altre cose che si devono sapere; si devono anzi assimilare, devono diventare abiti operativi forti, comportamenti inderogabili. I vincoli etici che avvincono la persona; i vincoli giuridici, l’istituzione e la legge. A partire dalla dignità e diritto della persona stessa, cui si deve corresponsione, rispetto, solidarietà. Dovrebbero essere studiate le Dichiarazioni dei diritti, da quelle della Rivoluzione francese alla Dichiarazione universale del 1948, a quella dell’Unione Europea del 2000. Sapendo che ogni diritto comporta un dovere, perché il diritto dell’uno diventa dovere per l’altro, che gli deve corresponsione e rispetto. La stessa dignità della persona esige il comportamento dignitoso.

 

C’è qui una carenza di fondo. La scuola non adempie ad un suo fondamentale compito che è la formazione della persona e del cittadino; se vogliamo parlare in termini di discipline scolastiche, la prima e fondamentale di queste dovrebb’essere la formazione etica e politica. Invece v’è una cosiddetta “educazione civica”, agganciata ad altre materie, come la storia, una specie di appendice, che gode di scarsa considerazione, viene trascurata, viene obliata. Tutto qui. Ne consegue che il cittadino italiano ha una coscienza etica e politica carente, considera la politica come qualcosa che non gli pertiene, di cui si disinteressa, la lascia ad altri, ai politici di professione;  che poi disprezza.

 

 

Quelli che non amano l’Italia

Di Arrigo Colombo

 

         Accadono cose strane, per non dire pietose. Si stanno per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia, realizzatasi il 17 marzo 1861 con la proclamazione di Vittorio Emanuele II “Re d’Italia, per grazia di Dio e volontà della nazione”. Si sta per  celebrare appunto il 17 marzo prossimo la grande ricorrenza con un giorno di festa, oltre a tante altre manifestazioni ed eventi che si succederanno lungo quest’anno straordinario.

Ma ecco che molti nicchiano. La Lega lombarda, ovviamente, che considera l’intero Norditalia come un’altra nazione, la Padania, di cui lei è la creatrice, si è battuta come una leonessa, o come un piccolo gatto rognoso, per conquistarla; Bossi, il nuovo Garibaldi in sedicesimo, coi suoi colonnelli, Maroni, Calderoni, l’autore del famoso Porcellum. Ma ci sono anche gl’industriali, la Marcegaglia, i bottegai: perdere un giorno di lavoro che sciagura, in questo periodo di crisi. Ridicoli tutti quanti. Perché poi qualcuno ha fatto osservare che di lavoro non si perde nulla in quanto quest’anno il 25 aprile è il Lunedì di Pasqua e il 1° maggio è domenica; già due feste che saltano. E però la Lega non vuole – potrebbe farlo per solidarietà con gli altri, come si fa con gli amici; ma forse considera tutti nemici – e anche nel Governo ha votato contro.

 

Riemerge qui la debole identità italiana, lo scarso orgoglio, il complesso d’inferiorità rispetto alle altre nazioni, alle maggiori nazioni d’Europa tra cui l’Italia è, ha il suo posto: Germania, Francia, Inghilterra. Donde l’esterofilia, ciò che fanno gli altri è sempre meglio: l’auto ad esempio, tutte meglio della Fiat, si compra tutto meno che la Fiat.

Questa debole identità nazionale è in parte dovuta ad una unificazione tardiva, l’ultima tra quelle nazioni; che però avviene quasi insieme alla Germania sotto l’impero prussiano; ma la Germania raggiunge subito una forte identità, che travalica poi nel razzismo nazista, nel suo orgoglio estremo, nel tentativo di sottomettere e schiavizzare l’Europa intera; che fallisce e però si placa in una identità sempre forte. In Italia il nazionalismo fascista, pur col suo fallimento, non sortisce un effetto analogo. Il nazionalismo neofascista si spreca, si getta nelle braccia del qualunquismo berlusconiano; si perde nelle chiacchiere di Gasparri, di La Russa.

C’è una disparità interna che fiacca la nazione. C’è un Sud economicamente e culturalmente arretrato, moralmente e politicamente debole; quindi più facile vittima del clientelismo, del qualunquismo, del populismo; vittima delle quattro mafie, che vi prosperano, e delle forze politiche con le mafie colluse. Perciò nei 65 anni del Secondo dopoguerra il Sud, pur progredendo, non è riuscito a colmare il divario. Mentre vi è riuscito il Veneto, e le regioni del Centro.

I “terroni”, disprezzati nel Nord, anche perché – almeno in passato – formavano i quadri della burocrazia, odiata per la sua lentezza e trascuratezza, per il suo parassitismo. La forte immigrazione di manodopera degli anni 60-70, che pure s’integra nel Nord, non riesce a rafforzare l’unità.. Di qui si forma la Lega Lombarda, che esaspera il problema, mira alla secessione, col federalismo fiscale contrasta la ridistribuzione della ricchezza nell’intero paese, oppone un forte ostacolo al processo di unità e parità economica, culturale, morale. Per l’unità del paese la presenza della Lega è oggi il più grosso ostacolo, da cui urge sbarazzarsi, insieme col berlusconismo, che la consolida. Ciò può avvenire rafforzando il Centro e la Sinistra, ma richiederà tempo, richiederà saggezza, saggia strategia; richiederà una forte e capillare azione tra la gente.

 

Il processo di unificazione che avviene nel Risorgimento è un evento prodigioso, di cui è meschino ed ignobile negare l’opportunità storica, la necessità per l’Italia. Così per quanti parlano sprezzantemente di conquista piemontese e sabauda; invece di riconoscere la generosità del piccolo Piemonte che s’impegna nel processo di recupero dell’intera nazione; certo non solo, ma col concorso della nazione intera. Nelle Cinque giornate di Milano, ad esempio, nei moti carbonari, nella Repubblica romana, nell’impresa dei Mille, nei plebisciti. Anche nell’unificazione tedesca il motore è la Prussia e in essa Bismarck; come da noi Cavour; ma anche Mazzini. Gli storici revisionisti insistono sul movimento elitario, per il fatto che il popolo era analfabeta, non poteva leggere manifesti, volantini, proclami. Ma non tutti lo erano, e quelli che leggevano lo spiegavano agli altri. E c’è anche un ceto medio che interpreta la volontà popolare e lotta col popolo. Se si pensa alla guerra contadina tedesca del 1524-25 – dunque più di tre secoli prima,  quando l’analfabetismo era ancora più forte – e alla sua lotta di liberazione, ai progetti democratici che produce, e in parte realizza; anche se poi è schiacciata dagli eserciti dei principi. Ma pure nella Rivoluzione inglese del 1640-53, in cui si attua la prima democrazia moderna, nei “Dibatttiti di Putney” in seno all’esercito della Rivoluzione, ci sono i rappresentanti dei reggimenti, sottufficiali, soldati semplici, che discutono e rivendicano la “sovranità popolare”. Per non parlare della rivolta del popolo ateniese che porta alla riforma di Solone, poi di Clistere, alla prima e altissima democrazia della storia. Il popolo non è così stupido, ha molti modi per esprimersi, e lo fa con forza; occorre però che i politici di professione non lo ingannino, non lo sfruttino, non lo tradiscano.

                                                                                (Nuovo Quotidiano di Puglia, 28/02/011)

 

 

La rivolta popolare, il suo senso

di Arrigo Colombo

 

        In queste scorse settimane la rivolta popolare si è scatenata ed è dilagata in una serie di paesi islamici; in Tunisia, Algeria, Egitto anzitutto; ma si è risentita poi, e si risente tuttora,  in molti altri paesi. Si è scatenata contro personaggi che si erano impadroniti del potere, se lo erano appropriati e lo detenevano da venti trent’anni; e magari anche, come in Egitto, pensavano di trasmetterlo al figlio, di farne una dinastia. E, ovviamente, avevano anche instaurato un regime di repressione, di elisione delle forze che quel potere gli contestavano. Come sempre accade.

Si è scatenata la rivolta del popolo sovrano, della sovranità popolare. Questo è il punto chiave, il potere del popolo. Perché così stanno le cose da quando nella modernità si è formata la coscienza, si è instaurato il modello democratico. Nella Rivoluzione inglese del Lungo Parlamento, 1640-1653; e già un secolo prima nella Guerra contadina tedesca, 1524-1525, che però era durata solo pochi mesi, schiacciata dagli eserciti dei principi, avversata sdegnosamente dallo stesso Lutero. E però in quei pochi mesi aveva prodotto dei progetti politici e instaurato dei regimi che erano informati alla stessa coscienza e modello. Che sarà poi ripreso e definitivamente impostato dalla Rivoluzione francese.

Come si forma il potere statale? In tutta l’età premoderna si pensava che venisse direttamente da Dio o dagli dei sul sovrano; che anzi, nell’antichità, i sovrani fossero dei o uomini di stirpe divina; o magari venivano poi divinizzati, come gl’imperatori romani  Il che appare strano in una cultura avanzata come quella della Roma imperiale, che aveva anche assorbito la cultura ellenica. Anche la Chiesa pensava che il potere discendesse direttamente da Dio sui monarchi, sui despoti; la Chiesa che del resto – con la sua struttura gerarchica e col papato – si era assimilata al modello imperiale romano; che infeudandosi era entrata nell’aristocrazia. Lontana, ormai, dal progetto evangelico della comunità povera e fraterna.

 

Come si forma dunque il potere statale? Come giunge la coscienza moderna a comprenderlo? Vi giunge avendo prima acquisito il principio della dignità e diritto della persona umana; della pari dignità e diritto di ognuno. Per cui sorgente prima ed unica del diritto è la persona; sì che lo stato di diritto non può formarsi che per una cessione di diritto della persona; del cittadino che – come dice Beccarla – cede una “piccola parte” del suo diritto a formare appunto lo stato di diritto, il potere dello stato, la forza vincolante della legge; e lo cede per la propria tutela e promozione, perché associato sotto la forza della legge potrà essere tutelato nella sua dignità e diritto; potrà essere promosso nella sua personalità, assistito nel suo bisogno.

Lo cede, e però insieme lo detiene, collegialmente, i cittadini tutti, il popolo tutto, il popolo sovrano. E può esercitarlo anche direttamente, come nell’Atene antica (il più alto e mai più eguagliato modello democratico), nell’assemblea dei cittadini, assemblea che prende tutte le decisioni concernenti la città, così come elegge i magistrati, e attraverso le giurie popolari esercita il potere giudiziario. O altrimenti, come avviene nella modernità, attraverso un mandato, l’elezione di un corpo legislativo, il Parlamento, da cui promana poi un esecutivo o governo, per l’applicazione della legge.

In questo modello parlamentare, che s’imposta nella modernità, il potere popolare fatica tuttavia a realizzarsi; solo col secondo dopoguerra si universalizza il suffragio universale, prima esercitato solo dai possidenti in vario grado. Il cittadino acquista dunque un diritto di voto ma non può scegliere i candidati, che gli vengono proposti – o anche imposti, con liste chiuse – dai partiti; sarebbero necessarie elezioni primarie. Così come sarebbe necessario il “mandato imperativo”, che cioè l’eletto restasse sotto il controllo del collegio, il quale lo incontra in riunioni mensili, ed esige da lui degl’impegni; così come lo giudica a fine mandato. Ulteriormente alienato dal potere popolare è il modello presidenziale, che nasce nel nuovo stato delle colonie inglesi d’America, gli Stati Uniti, come principio di coesione; ma in realtà rovescia il modello mettendovi al centro il Presidente in luogo del Parlamento. In realtà questi stati islamici in cui si è scatenata la rivolta, sono per lo più repubbliche presidenziali (di diritto o di fatto), in cui il Presidente manipola poi o sopprime il Parlamento e diventa arbitro del potere. Anche il costume introdotto in Italia, di designare il capo di coalizione, va in questo senso e favorisce la presa di potere, il Premier che si appella al voto popolare anche quando dovrebbe dimettersi.

 

La rivolta popolare è un fenomeno che percorre l’intera storia dell’umanità. Può essere più o meno vasta, spesso anche solo locale. È un fatto legittimo, anzi necessario; è il segno della coscienza e tensione popolare verso la giustizia, verso una società di giustizia. Da parte di un popolo che sta sotto il piede ferrato dell’ingiustizia ma non vi soccombe. Fino a che non avrà raggiunto un  più alto grado di giustizia l’umanità avrà sempre bisogno di rivolte popolari; anche l’Italia ne avrebbe bisogno.

                                                                              (Nuovo Quotidiano di Puglia, 21/02/011)

 

 

“Se non ora quando”, un movimento femminile contro Berlusconi

di Arrigo Colombo

 

         In questa fase, dunque, iniziano a formarsi movimenti antiberlusconiani. Prima i manifestanti del “No B Day”, che diventano in seguito il “popolo viola”; poi la raccolta di firme di Giustizia e Libertà, poi questo movimento femminile, “Se non ora quando”.

Le donne, dunque. Si tratta per ora di un movimento limitato, elitario. Da ricordare che, nell’analisi del voto del 2001 l’elettore berlusconiano per eccellenza risultava la “casalinga di Voghera” (così fu chiamata; v’era poi con essa “l’operaio del Sud”, in quanto Berlusconi aveva ottenuto tutta la Sicilia, e tutta la Puglia tranne il collegio di Vendola). La casalinga di Voghera era l’espressione dell’ignoranza e della disinformazione; in quanto vi si ravvisava una persona scarsamente istruita (la licenza elementare, o anche la media), che non leggeva libri e giornali, in particolare i grandi quotidiani dove forte è l’analisi e la discussione; ma attingeva il suo sapere e la sua informazione dalla televisione; quasi solo dalle scarne e manipolate notizie del telegiornale. Qui s’inseriva un altro fatto, e cioè che rispetto alle altre maggiori nazioni europee, la lettura del quotidiano in Italia era bassa: se su cento lettori potenziali l’Inghilterra ne aveva 80, la Germania 60, la Francia 50, l’Italia ne aveva 40. Il quotidiano dovrebb’essere letto da ogni cittadino, da ogni adulto, per una coscienza di appartenenza alla nazione, all’umanità; per una coscienza di solidarietà. Il cristiano lo dovrebbe leggere per quell’amore fraterno che è l’essenza del cristianesimo.

 

Le donne, dunque, sembra costituiscano un particolare problema nella vicenda del berlusconismo. Il movimento però non nasce con l’intento d’illuminare le donne, di stimolare la  coscienza politica della “casalinga di Voghera”; con un intento catechetico; anche se non si può escludere che una certa irradiazione avvenga comunque.

Il principio da cui parte il movimento è la dignità e il diritto della donna come persona; la pari dignità e diritto rispetto al maschio; quello che è un fondamentale principio del moderno processo di liberazione. Quella pari dignità che viene violata in modo massiccio quando un maschio potente e danaroso raccoglie intorno a sé per i suoi festini venti o trenta giovani donne. Un comportamento contrario alla tradizione e all’ethos occidentale, che può ravvisarsi semmai nel costume islamico, dove il Corano consente al maschio quattro mogli e un numero indefinito di concubine. Ma si sa che il Corano in certi punti non fa che raccogliere l’arcaica etica della tribù arabe del tempo; e che non ha avuto poi un processo di modernizzazione. Ciò che anche studiosi islamici riconoscono.

Secondo l’etica occidentale un uomo s’incontra con una donna; anche in una cena, in un drink. Anche l’uomo potente e danaroso. V’è il principio di parità, di pari dignità; principio e vincolo etico; vincolo perentorio, categorico. Un festino con venti o trenta donne è piuttosto da sultano islamico che non da uomo occidentale e moderno, anche se danaroso. Tanto più se queste donne vengono compensate con denaro, quindi pagate; perché allora si accentua il carattere di mercificazione, della donna oggetto e non persona; la giovane donna bisognosa che cede al denaro. A prescindere dalla prestazione sessuale, cioè dalla prostituzione, dalla vendita del proprio corpo, certo ignominiosa, degradante per la donna, colpevole, causa di disordine sociale; anche se lo stato la tollera, per tanti motivi. Ma la coscienza del nostro tempo tende a sottolineare la correità del maschio, la discussione su questo punto s’è aperta, il maschio dev’essere ritenuto colpevole quanto e più della donna, di cui sfrutta il bisogno.

 

Si è sentita, anche da parte di politici, l’obiezione che in privato ognuno può fare ciò che vuole. Strana obiezione. La legge della coscienza, il vincolo etico, obbliga l’uomo in pubblico come in privato. Forse che il maschio deve rispettare la donna in pubblico ma può oltraggiarla in privato? e lo stesso può fare coi figli? forse che non può uccidere in pubblico ma lo può in privato? Il crimine è crimine, la trasgressione è trasgressione, per se stessa, ovunque. La pari dignità e diritto di donna e uomo vale in pubblico come in privato.

Resta un’ultima osservazione, e cioè che quel movimento dovrebbe forse, oltre che del maschio trasgressore, preoccuparsi della donna ignara, di quella “casalinga di Voghera” che lo vota e sostiene; dovrebbe forse ancor più sviluppare quella catechesi di cui si è detto.

 

 

Il mistero d’Israele, ieri come oggi

di Arrigo Colombo

 

        Il ricorrere del “giorno della memoria”, la commemorazione della Shoah, l’olocausto ebraico consumato dal nazismo lungo la Seconda guerra mondiale, questa vicenda così atroce, questo tentativo di annientamento di un popolo, obbligato prima a portare una stella d’ignominia, poi strappato dalle sue case, rinchiuso in ghetti, poi in campi di concentramento, poi in campi di annientamento; gli  ebrei considerati dai nazisti come dei subuomini, dei ratti o degli scarafaggi sui quali tutto era lecito, ogni violenza, ogni tortura, ogni atrocità, ogni arbitrio mortale. Tutto questo ci lascia sgomenti e ci sembra profondamente misterioso; come sia potuto accadere; e tanto più in una fase avanzata della civiltà occidentale, quando la dignità e il diritto della persona umana si erano affermati ormai da secoli; e con essi il principio di eguaglianza; prima nella Rivoluzione inglese del Lungo Parlamento (1640-1653), poi nella famosa Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino che si rinnova tre volte nella Rivoluzione francese.

E però non erano stati ancora riconosciuti e sanciti la dignità e il diritto dei popoli, la pari dignità e diritto; e il colonialismo era giunto al suo apice, e sottintendeva, o anche affermava, l’incapacità di certi popoli di reggersi dassoli; e circolava l’ideologia di razze inferiori; era stata anzi teorizzata nella seconda metà dell’800 da Gobineau e da Chamberlain; e negli Usa il popolo nero era almeno in parte segregato, nel Sud soprattutto, e comunque non godeva di pari diritti.

Un rigurgito, un’esplosione come quella nazista poteva dunque accadere; in particolare in una nazione come quella tedesca, con una forte identità, un alto senso di sé (“il popolo dei pensatori e dei poeti”), una forte coesione, una forte capacità organizzativa. Nazione incline allo sciovinismo.

 

Quanto agli ebrei, avevano dietro a sé una storia di emarginazione e di persecuzione la cui radice era l’idea del “popolo deicida”, idea forte nella chiesa, presente nella liturgia: il popolo che aveva commesso il più grave crimine che mai si possa commettere. Idea falsa in quanto il Cristo era stato portato a morte proprio perché la classe dominante (sacerdoti, scribi, farisei) riteneva  che avesse commesso una suprema bestemmia proclamandosi Dio mentre non lo era; perché solo Iahvéh è Dio, e nel rigoroso monoteismo ebraico non era concepibile che vi fosse un Figlio di Dio e Dio egli stesso. Era stato messo a morte un uomo che falsamente si proclamava Dio, mentre era e non poteva essere che uomo.

La falsità di quest’accusa è evidente nei testi neotestamentari, che pur venivano letti e commentati nelle chiese cristiane. A cominciare dalle parole del Cristo in croce, «Padre, perdona loro; non sanno infatti ciò che fanno» (Luca, 23, 34). Poi le toccanti espressioni di Pietro nel suo secondo discorso: «Voi il santo e giusto lo rinnegaste, e chiedeste che vi fosse rilasciato un uomo omicida [Barabba], l’autore primo della vita lo uccideste […]. E però, fratelli, so che per ignoranza lo faceste, come anche i vostri capi». E Paolo, «se l’avessero conosciuta [questa sapienza non umana] non avrebbero mai crocifisso il Signore della gloria»; anche se il soggetto qui sono i le potenze del male che hanno istigato il delitto; che dunque hanno istigato i maggiorenti come il popolo, essi stessi ignorando (1Cor 2, 8; Atti 3, 14-17).

Non appena la chiesa esce dalle catacombe con l’editto di Milano del 313, comincia la legislazione repressiva: esclusi dai pubblici uffici, dal matrimonio con cristiani, dalla proprietà fondiaria. Dal sec. V iniziano i massacri popolari. Dopo il Mille le espulsioni: dall’Inghilterra, dalla Francia, dalla Spagna, dal Portogallo. Dal 1500 i ghetti, il primo a Venezia, poi a Roma, poi una bolla li estende all’Italia, si estendono in Europa (ma quartieri di segregazione erano presenti fin dai primi tempi). E però l’abito o il segno di distinzione – e di abiezione; come poi la stella nazista – lo impone già il Concilio Lateranense IV nel 1215.

Ora è difficile pensare che una simile storia millenaria di segregazioni, persecuzioni, disprezzo, angherie di ogni genere non dovesse a un certo momento portare ad un’esplosione atroce come quella nazista. L’esplosione che avrebbe finalmente posto fine a quell’orrida vicenda millenaria. La storia ha una sua coerenza.

 

Resta un’ultima riflessione e concerne il mistero d’oggi. Perché è davvero difficile capire come un popolo che ha avuto una tale esperienza di persecuzione e di dolore, oggi a sua volta, raggiunta una posizione di forza, perseguiti un altro popolo, un popolo debole come quello palestinese. Di cui ha occupato una parte importante di territorio; di cui dovrebbe anche capire un certo risentimento; di cui non rispetta neppure il territorio residuo, con le sue colonìe, col muro, con interventi distruttivi come quello recente su Gaza. Questo secondo mistero è forse non meno grande del primo.

 

 

Università Riforma Gelmini – Riflessioni ulteriori

di Arrigo Colombo

 

         Continuo qui il discorso interrotto nell’articolo apparso il 17 gennaio.

Riprendo il punto problematico che rende opzionali le facoltà (chiamate anche scuole, mentre i corsi di laurea sono detti corsi di studio), impostando la strutturazione scientifico-didattica sui soli dipartimenti; i quali hanno un carattere diverso, specialistico; mentre le facoltà sono i grandi corpi disciplinari in cui si articola l’università intera. Difficile farne a meno. Ne muta poi la gestione, che tradizionalmente comprendeva tutto il corpo docente e aveva quindi una particolare consistenza e forza; assegnandole un “organo deliberante” in cui ci stanno solo i direttori di dipartimento, un coordinatore di corso di studio e di scuola di dottorato, e la rappresentanza studentesca.

È tuttavia un punto che potrebb’essere mutato dalla resistenza delle università che vi vedono sovvertito il loro ordinamento.

 

Un altro punto problematico è che questa riforma sembra pensata per grandi atenei. Un dipartimento non può avere meno di 35 docenti (nei tre gradi: ricercatori, associati, ordinari); 45  se l’intero corpo docente di ateneo supera i mille. Le facoltà non si proporzionano al numero degli studenti, ma anche qui dei docenti; e fino a 1500 docenti le facoltà possono essere solo 6; 9 fino a 3000 docenti; 12 oltre i 3000.  Se si pensa che nell’ateneo salentino le facoltà sono 11 per 750 docenti; e che non si tratta di un ateneo piccolo poiché gli studenti sono 28.000. La Riforma prevede piuttosto una federazione e fusioni di atenei; l’intenzione probabile è di portare gli atenei minori a fondersi con altri, a scomparire come tali. Un’intenzione errata perché nei piccoli atenei si lavora meglio, in molti sensi; a parte il valore storico e di tradizione che spesso essi posseggono.

La tendenza europea, dopo il ’68, è ad avere atenei di limitata grandezza; per quelle ragioni del rapporto studente-docente, quindi della reale formazione degli studenti, di cui si è parlato. Tipica è la riforma De Gaulle, la quale stabilisce che un ateneo non  può superare i 20.000 studenti; quando li supera deve fondarsi un secondo ateneo. Perciò, al seguito della riforma, la Sorbona, che aveva oltre 200.000 studenti, dovette dividersi; a Parigi si ebbero in tutto tredici atenei; ma anche nelle maggiori città, come Marsiglia, Lione, Lille, Bordeaux, si ebbero 3, 4, 5 atenei. Anche in Germania le nuove fondazioni tendono ad essere piccole: tipica quella di Costanza, prevista per  1500 studenti; con solo tre facoltà; dove ogni docente non può avere più di 15 studenti, in piccole sale con tavolo a ferro di cavallo; dove la lezione accademica scompare, sostituita da un testo che viene distribuito in precedenza, sì da cominciare subito a discutere, a scambiarsi idee, a stimolare la critica e la creatività di ognuno. Ed è così che si accresce realmente la formazione e la cultura dei giovani di una nazione.

 

Lo statuto dei ricercatori, che ha già dato origine a dibattiti e manifestazioni varie, non è forse così insano come si dice. La figura del ricercatore fu istituita nell’Ottanta, quando si riformò il corpo docente; come figura giovanile d’ingresso nell’università con un esclusivo compito di ricerca, e di formazione nella ricerca. Ma questo statuto si degradò per due ragioni. La prima che i concorsi, accentrati, centellinati, non permisero ai ricercatori di diventare docenti; la seconda che, di conseguenza, si offrì loro una docenza suppletiva, che però finì con assorbire gran parte del loro tempo, rendendone ibrida la figura e la funzione.

L’dea della Riforma di un ricercatore a tempo determinato,  per 3+3 anni, non è male; stimola i ricercatori a lavorare e produrre sì da poter passare alla docenza entro i sei anni; che non sono pochi. Il ruolo loro concesso fino ad ora ha talora favorito l’inerzia e il parassitismo; ricercatori che non hanno prodotto nulla o quasi, ricercatori mediocri, che finiscono per essere un peso morto.

 

Ho già sottolineato l’insensibilità della riforma per un punto essenziale come il problema formativo. Ho parlato della frequenza; ma vi sono altri punti. Il numero degli allievi per corso, ad esempio. Qui si stabiliscono altri numeri, le ore complessive dei docenti per l’ateneo, per gli studenti, ma di questo non si parla.

Il rapporto personale come base del rapporto didattico, di tutta l’attività didattica. Quindi un basso quoziente studenti docenti, o almeno un numero massimo.

L’articolarsi della didattica: lezione accademica, seminario, lavoro di gruppo, collegio dei laureandi. Solo così lo studente viene introdotto nella ricerca e nel lavoro creativo.

Il presalario è scomparso: si parla di borse di studio, di buoni, di prestiti d’onore. Ma il concetto di presalario è ben diverso: è l’idea che lo studente universitario, nel suo immediato prepararsi alla professione, è già in fase professionale (i suoi coetanei lavoratori guadagnano già, mentre egli ancora paga per studiare); il suo lavoro viene allora in certa misura retribuito.

La Riforma ha trascurato i maggiori problemi dibattuti dalla Contestazione degli anni 1960-70. Forse neppure li conosceva.

                                                                                        (Nuovo Quotidiano di Puglia, 23/01/011)

 

La legge Gelmini. Una miniriforma superficiale?

di Arrigo Colombo

 

         La riforma universitaria è una fondamentale istanza della Grande Contestazione degli anni 1960-70. Negli Usa anzitutto, dove nel 1964 scoppia la rivolta studentesca di Berkeley, California; poi in Europa, o almeno in Francia e in Italia.

Le rivendicazioni di fondo del corpo studentesco sono anzitutto il diritto allo studio, che cioè tutti possano accedere alla formazione universitaria. Poi la qualità della formazione, a cominciare dall’anonimato in cui giace lo studente, che incontra il docente solo all’esame (ma non sempre, gli esami essendo affidati agli assistenti, mentre il docente dà  il voto). L’eccessivo affollamento dei corsi, specie in alcune facoltà, ma in genere in tutte le discipline fondamentali; dove gli studenti sono centinaia, quando non migliaia. La condizione passiva dello studente, che è solo recettore, e rivendica invece una presenza attiva e creativa attraverso la discussione e il lavoro di gruppo, in cui egli sarebbe protagonista. Si parla di baronie accademiche come di un corpo chiuso cui preme solo la carriera; di autoritarismo; di spersonalizzazione e reificazione dello studente, in cui viene meno la dignità e il diritto di persona.

La situazione è diversa nel modello anglosassone, dove un docente non può avere più di dodici studenti, e incontra ognuno settimanalmente in un colloquio di un’ora (il cosiddetto “tutorial”); dove dunque esiste un rapporto strettamente personale; dove l’apprendimento e la ricerca sono continuamente vagliate. E nel modello tedesco, dove momento nodale è il seminario settimanale di due ore, un incontro discussivo tra docente e un gruppo di studenti che al seminario si è iscritto.

Nascono in quegli anni dei progetto di riforma, ma l’unica riforma globale è quella voluta da De Gaulle dopo il maggio francese; riforma che recepisce anche le maggiori istanze studentesche. In Italia la classe politica preferisce baipassare il problema attraverso concessioni corporative: la possibilità per gli studenti di accedere ad ogni facoltà da ogni diploma (con evidenti scompensi nella formazione di base); in seguito il riordino del corpo docente (che concede un ruolo agl’incaricati e introduce la figura del ricercatore; ma anche migliora gli stipendi); più oltre il riordino dei concorsi. Ma la riforma viene sempre rinviata; un tipico malcostume della politica italiana.

 

La riforma Gelmini che ora si sta introducendo, non tocca nessuno di quei problemi: è essenzialmente una riforma strutturale.

Resta la centralizzazione, come in Francia (di matrice napoleonica), il Ministero si riserva gli obiettivi, gl’indirizzi strategici, la valutazione, la distribuzione delle risorse. Nel modello anglosassone, ad esempio, non esiste nessun organo centrale di gestione dell’università, nessun ministero: dal 1918, in seguito all’espansione della ricerca scientifica e agli accresciuti bisogni finanziari, esiste un organo autonomo di finanziamento suppletivo, lo University grants commity.

Gli organi centrali di gestione di ogni università sono più o meno gli stessi. V’è semmai un’attenzione etico-politica ad evitare l’appropriazione delle cariche: nella durata, che è di 4+4 anni (o 3+3), nell’incompatibilità con altre cariche, nell’introduzione di membri esterni; inoltre ogni università dovrà adottare (entro 180 giorni dall’entrata in vigore della legge) un codice etico.

Un’attenzione anche alla valutazione dell’attività didattica e di ricerca del corpo docente; e in genere dell’ateneo nella sua efficienza, cui sono anche legati i finanziamenti.  Tuttavia il nucleo centrale di valutazione concerne solo la didattica; non v’è un organo per la valutazione della ricerca, dell’attività, dell’impegno, dei risultati di ricerca del corpo docente. Mentre dev’essere chiaro che l’università è anzitutto un centro di ricerca; e dalla ricerca fluisce la didattica, pur nell’esigenza di un altro tipo d’impegno e di altre doti.

 

La strutturazione scientifico-didattica dell’ateneo è meno convincente. Si può anzi dire che è scardinata in quanto scompare quella struttura portante che è la facoltà; che diventa opzionale, intesa come un possibile coordinamento di dipartimenti affini per la didattica, i servizi, i docenti, i corsi di studio. Ma anche la natura e funzione di questi ultimi non viene sviluppata.

Le facoltà sono i corpi disciplinari in cui si articola l’università; in cui si gestiscono le fondamentali discipline, coi rispettivi corsi di laurea, con gl’insegnamenti e il corpo docente, e l’attività conseguente. Qui invece il corpo costitutivo è il dipartimento, che dovrebbe gestire la ricerca, la didattica, le attività esterne; ma è troppo specialistico, troppo disciplinarmente frazionato.

Viene reintrodotta l’abilitazione (si chiamava prima “libera docenza”) come condizione per accedere alla docenza. Un passo giusto; e però è valida per soli quattro anni; contraddittorio, perché  l’abilitazione è ovunque un fatto definitivo.

I concorsi per la docenza si fanno negli atenei sulla base di una programmazione triennale. Bene. Un po’ complicate le norme. In Germania l’abilitato viene semplicemente “chiamato”, normalmente da un altro ateneo.

 

Alcuni punti fondamentali mancano, non se ne parla affatto.

La frequenza, che dev’essere d’obbligo, se si vuole una formazione di livello; non ci si può rassegnare ad atenei-esamifici, all’imparaticcio dei libri di corso e degli esami. La frequenza d’obbligo comporta possibilità d’alloggio quindi collegi universitari, e corsi serali per gli studenti lavoratori. Nel modello anglosassone la frequenza è perentoria; col rapporto personale il controllo è immediato. In Germania è un fato di costume, la non-frequenza è inconcepibile.

Il numero degli allievi per corso. Qui si stabiliscono altri numeri, le ore complessive dei docenti per l’ateneo, per gli studenti, ma di questo non si parla.

Il rapporto personale come base del rapporto didattico, di tutta l’attività didattica.

L’articolarsi della didattica: lezione accademica, seminario, lavoro di gruppo, collegio dei laureandi. Solo così lo studente viene introdotto nella ricerca e nel lavoro creativo.

Il presalario è scomparso: si parla di borse di studio, di buoni studio, di prestiti d’onore. Ma il concetto di presalario è ben diverso: è l’idea che lo studente universitario, nel suo immediato prepararsi alla professione, è già in fase professionale (i suoi coetanei lavoratori guadagnano già, mentre egli ancora paga per studiare); il suo lavoro viene in certa misura retribuito.

 Di altri punti si dovrebbe trattare; ma questo semmai un’altra volta

                                                             (Nuovo Quotidiano di Puglia, 16/01/011)