Martin Scorsese

 

Il discusso regista italoamericano, fortemente legato al suo mondo d'origine, la Little Italy, a quei problemi. Ineguale, tuttavia.

 

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Indice:

Trilogia della mafia

   Mean streets - 1973

   Goodfellas La domenica in chiesa, il lunedì all'inferno - 1990

   Casinò - 1995 

Re per una notte - 1983  

The departed – Il bene e il male - 2006

 

 

 

 

 

 

                                            Trilogia della mafia

Mean streets – La domenica in chiesa, il lunedì all’inferno

Sarebbe il primo film della trilogia della mafia. Strade malvage. Del 1973.

Film strano in cui quasi nulla accade, salvo il finale. Non è un film di mafia, ma di ragazzi di quartiere forse destinati alla mafia; ragazzi in giro di giorno e di notte per le strade e i bar della Little Italy, che bevono, si azzuffano, giocano al biliardo, giocano perdono hanno debiti.

Al centro v’è Charlie (un giovane Harvey Keitel), un bravo ragazzo, si direbbe, che cita spesso il vangelo, un trentenne che non fa nulla ma a cui lo zio mafioso ha promesso la gestione di un ristorante. Legato ad una ragazza epilettica di cui lo zio non vuol sapere; perciò anche lui l’ama e non l’ama. Amico di un certo Jonny boy scombinato e fannullone, carico di debiti, che cerca di consigliare e aiutare in tutti i modi. Un ragazzo anche strafottente che, davanti al tipo incazzato nero cui deve duemila dollari, si vanta che lui i debiti non li paga mai. E così finisce sotto i colpi di un pistolero.

Film confuso, dispersivo, inconcludente. V’è solo quel ritorno del tema religioso, del timore dell’inferno (il fuoco, il bruciore anche solo di una fiammella). V'è la bontà e il forte senso dell'amicizia di Charlie

 

 

Goodfellas – Quei bravi ragazzi

All’Ariston di Lecce, il 22/10/90.

Sarebbe il secondo della trilogia, dopo Mean streets. Ha avuto a Venezia il Leone d'argento alla regia

Opera fortemente amorale. La storia di un ragazzo arruolato nella mafia fin dalla prima adolescenza, e dei suoi compagni e maestri e boss, raccontata in prima persona. Raccontata come un’avventura, un gran divertimento, dove si uccide quasi per gioco (come Tommy, il bassino bruttino, ignorante e crudele .che uccide a pistolettate il giovane cameriere perché ha tardato a portargli il drink. E' Joe Pesci, che otterrà l'Oscar). Si uccide per rabbia, si uccide per avidità, si uccide per  timore; si uccidono i compagni o i boss del grande gioco.

Il ragazzo vive dentro questa aberrazione, e quando dovrebb’essere lui il killer e insieme la vittima, si confida con la polizia e diventa un teste protetto, entra in un programma di protezione. Ha raggiunto il punto  più basso dell’abiezione, nel furto, nella droga, forse non nel delitto ma certo nella connivenza col delitto. Di un’abiezione quasi familiare: una mafia vissuta al di dentro, i buoni amici, le famiglie, le donne per lo più bruttine, le case di pessimo gusto, le grandi macchine, le cene saporite preparate da loro stessi, il sugo che cuoce tutto il giorno, la sacralità della famiglia (il ragazzo che se la spassa con l’amica deve tornare dalla moglie e dalle figlie, stare con loro), ma combinata con le puttane.

Gioco e spietatezza. E sangue. Uccidere è un gioco, ma poi la vendetta ti raggiunge sempre, quando meno te l’aspetti (il Tommy troppo crudele e invadente e rumoroso, chiamato alla promozione e invece sparato in faccia).

Film amorale, immorale, senza catarsi. I grandi capi finiscono in prigione, dove morranno o resteranno fino a settant’anni; ma lo si apprende solo dalle scritte conclusive. Mentre il ragazzo salvato, trasferito in luogo sicuro, trova noiosa la nuova esistenza e si lamenta. Prima sì ch’era bello vivere.  

 

 

Casinò 

All’Odeon di Lecce il 31/03/96 (1995).

Sarebbe il terzo film della trilogia. Film intenso di ritmo, vitalità, colore; poiché si tratta di Las Vegas, la città del gioco, città giocattolo, città folle, città corrotta; che all’inizio compare, vista dall’alto nella notte, come un grande gioiello d’oro.  

Di cui è protagonista anzitutto il denaro: quel denaro che si vede scorrere lungo apparecchiature che lo selezionano e lo impacchettano, mentre un gruppo d’impiegati  lo conta, lo ammazzetta, lo dispone poi nella grande cassaforte.

Quello su cui s’affannano avidi i giocatori, le folle che affollano il casinò. Quello che tutti corrompe, dall’ultimo poliziotto al governatore, al senatore, tutta la scala gerarchica, tutto il quadro  politico-amministrativo che ne riceve in corrispondenza al suo grado. Quello per cui si scatena la banda dell’amico Nicky, il piccoletto, il piccolo grande boss, oscenamente amorale, oltre che brutto e volgare; pronto a far fuoco su tutti, uccidere tutti, fino a provocare quello scomposto soqquadro che i grandi capi non tollerano mai, e lo fanno uccidere a colpi di mazza da baseball, lui e il fratello, e seppellire ancor vivo  in una fossa nel deserto in cui sta collocata la città. Il piccolo fetido eroe senza cervello, senza intelligenza né discernimento.

La città del denaro, cui si agogna, lo si gioca nella volontà di vincere; mentre lo si perde, e tanto più quanto più si giocherà; per arricchire la mafia e i suoi boss, i burattinai inesorabili, i vecchi che attendono seduti in coro la valigia mensile colma di mazzette; pronti ad uccidere, ad annientare chiunque ostacoli il loro perverso disegno. Ma su di essi, sui loro uomini, si abbatterà la carneficina finale, rapida, la fine di un clan, di una classe, di un’età; su cui crolleranno infine gli stessi casinò, i grattacieli, per rinnovarsi senza mutare. Città del denaro, e del crimine.

L’eroe è Sam l’ebreo (Robert De Niro), l’uomo dall’acuta intelligenza, dal ferreo carattere, dallo stile sicuro impeccabile; cresciuto nei segreti della scommessa. Che i vecchi mettono alla direzione del Tangiers (non ha la licenza, ma la legge consente l’esercizio con la sola domanda; la risposta arriverà poi, ma qualcuno, dietro compenso, curerà che quella domanda giaccia sempre in fondo alla pila). L’uomo a tutto attento, a cominciare da quei truffatori e bari che il casinò richiama, il loro naturale campo d’azione. L’uomo che non si scompone mai, sempre elegante, ama i colori, impeccabile la pettinatura. Mai si scompone, anche negli snodi del destino avverso che ormai si va snodando; la resistenza allo sceriffo che intercede per il cognato, inesorabile non cede, pur sapendo che  quello si vendicherà; quando gli negano la licenza, nel tribunale dove tutti sono suoi, nutriti dal suo denaro.

Ma il vero dramma è per lui quello della donna che ama e ha sposato, pur conoscendone l’ambiguità; ma sopraffatto dalla bellezza e dal carattere (grande interpretazione di Sharon Stone, la diva di Basic instinct che ha sciupato la carriera). Quando lei gli disse che non lo amava lui le chiese il rispetto reciproco, in quanto l’amore sarebbe potuto maturare nel tempo. La colma di denaro, di gioielli. Ma la donna scivola lungo l’abisso di alcool e droga; donde la lotta, l’odio, il tradimento col pappone di prima, poi col piccolo verme Nicky che lo minaccia; poi la fuga con due milioni di dollari, e gliene resteranno alla fine tremila e rotti. Lui però l’ama sempre; c’è la figlia, ama lei e la figlia. Ma lei è ormai destinata alla follia suicida, all’overdose.

Lo scoppio finale dell’auto (i vecchi avevano deciso di liberasene?) in cui tuttavia Sam si salva perché il suo sedile è corazzato, ne esce con un po’ di fuoco addosso, subito soccorso; neppure lì si scompone, nel suo vestito, la sua giacca rosata.

Ma è la fine del suo potere, della smisurata ricchezza raggiunta, la fine della classe mafiosa che ha dominato Las Vegas; cui subentrano le grandi compagnie. Lo vediamo nella sua nuova villetta di San Diego; non vediamo la figlia, peccato. Lui racconta, così come ha raccontato tutta la sua storia, alternadosi col piccoletto malvagio: la caratteristica voce recitante lungo l’intero film.

Un’opera di alto livello, grande virtù narrativa, grande fascino. Ha alla sua base il libro di Pileggi, che con Scorsese ha sceneggiato il film. Sharon Stone ha avuto il Golden Globe e la Nomination all'Oscar.

 

 

Re per una notte   

The king of comedy, del 1983.

Un film pieno di brio, di vitalità, di colore.

Una forte satira del mondo  dello spettacolo. A cominciare dall’adorazione importuna dei fan, dei cacciatori di autografi, dei cacciatori di protezione e di carriera. La scena iniziale in cui il divo, il comico celebre (Jerry Langford che poi è Jerry Lewis) è assediato contro la sua macchina in cui è già entrata una ragazza, e in cui s’infilerà poi Rupert Pupkin, il giovane aspirante comico, il protagonista, che è De Niro.

Ma soprattutto come la scalata alla celebrità, e quindi alla caratura di grande comico, possa avvenire nei modi più impropri, anche criminosi, purché faccia rumore, raggiunga il gran pubblico. Infatti Rupert, dopo essersi infilato in macchina e aver fatto la conoscenza personale di Jerry; dopo aver tentato in tutti i modi di reicontrarlo, fargli avere il video del suo spettacolo e conoscerne il parere (dove il divo compare al centro di un sistema che gli assicura l’intangibilità, è l’intoccabile, il separato, il sacer), approfittando della sua passeggiata lo sequestra. Una vicenda che raggiunge un  grado alto di comicità. Con una ragazza fanatica, e con tanto di pistola-giocattolo (ma si crede sia vera) lo costringe ad entrare in una macchina, lo porta in casa della ragazza, lo immobilizza su di una poltrona, gli fa telefonare agli organizzatori dello show che si svolge in serata e detta le sue condizioni: lo libererà dopo aver partecipato egli stesso allo show. Ciò che avviene, con grande successo di pubblico. Entrato nella scia della celebrità, in carcere egli scrive e pubblica le sue memorie; e dopo due anni e mezzo, uscito dal carcere, è ormai un celebre comico idolatrato dalle folle.

Così dunque avviene negli USA la scalata alla celebrità, e con essa alla supposta grande comicità e grande arte; con qualsiasi mezzo purché muova le folle.

Il film non è stato apprezzato, ha avuto scarso successo. Forse perché attaccava con forza il sistema divistico americano, e la stampa sua complice, e la stupidità del pubblico. Non è stato premiato.

 

 

The departed – Il bene e il male

Al Massimo di Lecce il 5/10/06.

Chi è qui il defunto, il deceduto? visto che ce ne sono tanti. Si tratta, stranamente, del remake di un film di Hong-Kong, Infernal affairs, di A. Lau e A. Mak, del 2002. Da cui proviene l’idea del duplice infiltrato: il pupillo del boss mafioso nella polizia, il giovane poliziotto nella mafia.

La storia è piuttosto intricata: la polizia combatte un boss e la sua gang che trafficano in droga, e vi ha infiltrato un suo uomo, Billy (Di Caprio), un giovane che sopporta con difficoltà lo stato di tensione e di pericolo in cui vive; e si affida ad una psicanalista. Il boss ha infiltrato nella polizia un suo pupillo; ma a sua volta lui è un informatore dell’FBI.

Lascia perplessi la scelta e l’impostazione di alcuni principali attori. Il boss Frank, Jack Nicholson, sarebbe un personaggio di grandi doti, ma qui è piuttosto ridotto a macchietta. Il suo pupillo Matt Damon è figura piatta, con scarse qualità espressive; figura scaltra, egoista, crudele.  Anche Di Caprio non convince molto.

Da notare che proprio l’infiltrato di mafia nella polizia ha l’incarico di scoprire la talpa, cioè se stesso; il che riporterebbe al  luogo comune della stupidità poliziesca.

Non c’è molta storia. La soluzione è rapida e dominata dal pupillo che è sergente di polizia e che, saputo che il suo boss è informatore dell’FBI, temendo per la sua posizione, lo uccide. Ma poi a sua volta è fatto prigioniero da Billy che ha scoperto il doppio gioco (sul suo tavolo la busta coi dati che Frank aveva chiesto per scoprire la talpa) e lo ammanetta; ma mentre scende con l’ascensore interviene un poliziotto che, vedendo che tiene prigioniero il sergente, gli spara. Il quale poi, per liberarsi da ogni testimone, spara a lui.

A questo punto Colin, il pupillo malvagio, sembra uscito vincitore; ci sono le esequie solenni di Billy, tutto sembra risolto in suo favore, quando improvvisamente un ex-poliziotto che aveva scoperto il suo gioco da tempo, irrompe nel suo studio e lo fredda.  Siamo dunque al massacro finale di tutti i protagonisti, come in Shakespeare; ma qui molto rapido e un po’ meccanico, in pochi colpi improvvisi.

Tra i due c’è la delicata figura della giovane e sottile psicologa, un vaso di cristallo tra martelli d’acciaio; che ad ambedue si concede; ma poi non tollera il gioco mafioso di quello ch’era diventato il suo compagno e convivente.

Film scarso di umanità, di umana sensibilità e passione. La catarsi avviene infine, il malvagio soccombe, ma dopo averne sacrificato altri quattro. Tuttavia ha avuto l'Oscar e il Golden Globe.