Il viaggio

 

                    Ricordo di Thomas Stearns Eliot

                   il maestro

 

 

1.

L’autunno era giunto, la sua luce estrema

alberi e foglie in luce trasfusi

trasumanati disciolti

in pura luce

                    vibrava l’aria

                                           splendore

in cui l’uomo si sperde ormai

dolcezza già troppo invadente

quasi un peso mentre corre e corre

nel suo viaggio

 

Si aprivano i monti

la valle si distendeva saliva rapida

l’aiuola verde luminosa

gli alberi in lamine sottili striate splendenti

le case ovunque così intensa la vita

in quei giorni estremi

 

E però l’aria già è fredda

nel treno che corre chiusi già i vetri

sta nel soprabito chiusa una donna nell’angolo

 

E indugia l’uomo mentre passano gli anni

già gli anni sono lontani

in questo lembo di giovinezza estremo

serrato in quest’angolo spadaccino

che il nemico il tempo incalza

e però spera l’estrema risorsa che d’un tratto

inverta le parti.

                         Lui il fallito eroe

del grande sogno, l’eroe del labirinto

gli pesa il capo gli ciondola

un frutto maturo troppo ormai

che troppo ha atteso, troppo d’essere colto

imputridisce sul ramo

Ristagna l’idea, l’impotenza è l’estrema risorsa

 

 

2.

In quel pomeriggio tenue ricordo dell’estate

momento di desolata consapevolezza

la pianura vide oscurarsi e farsi cupa  

già notte quasi – assorto nel pensiero

forse in un attimo passarono l’ore –

ma incerta una luce restava sospesa

sulla torbiera sui campi fradici d’acque antiche

Là biancheggiavano l’ossa del profeta

sparse, l’ossa del poeta dai sogni vani

e non udì la parola la voce nota

«quest’ossa non vivranno!» né gli fu mostrato

l’esercito esotico che popola la torbiera

il cimitero dei rottami immenso

Là di tempo in tempo si smarrisce

il braccio il piede l’occhiaia dove

brillava l’incantevole luce, la mano

Là spento ogni ardore e vigore, gioventù

tempo in cui si consuma lo sperpero

 

Poiché l’amore che divampa (troppo)

per la vita oltre la vita finisce nel tedio

l’amore dolente che accese

teneri gli occhi l’età remota

È angusto ormai lo spazio dell’anima

l’impetuosa volontà d’essere

È vuota la stanza segreta, la cella del Dio ignoto

invano sfiorò l’anima il mistero

inconsolabile il pianto

 

"Uomini, o uomini, riottose pecore  

incerto gregge del pastore eterno

dai campi di Lete con voce afona vi saluta

dal suo romitaggio il profeta mancato, il poeta"

 

Ora più saldo quasi si sente

più forte pronto quasi a riprendere

E sotto è apparso il mare, l’immenso,

è apparso fino all’orlo di luce colmo

di colori e luce denso in quest’ora

È calmo, e morbido vibra e palpita

come il cuore di un uccello nella mano stretto

lo Spirito dell’acque che cova il mondo

E come uccello in amore è intenso e caldo

in quest’ora, e l’occhio il cuore

l’essere intero, il cosmo, sta immobile. A pena

quasi torna il ricordo l’ora cupa e tenta

resistere

              Si frange l’onda in un suono alto

 

3.

Nella stanza il suo volto era come uno smalto

su metallo cupo dove i colori splendono puri

chiusi in lamina d’oro uno smalto antico

I capelli sciolti s’aprivano si spandevano morbidi

sulle spalle bionda seta tessuto folto di trame

Si perdeva nell’ombra il bianco del letto

la camicia leggera abbottonata al collo ai polsi

bianca

            Sul letto seduta

fremeva il suo volto di un nascosto ardore

la voce intensa troppo che il desiderio consuma

le mani piccole tese impotenti ad esprimere

Era in quel pomeriggio il suo volto un crisantemo giallo

rotto dal sole in frammenti di luce, e la sua voce

un usignolo quasi roco dal languore di lunghe notti

 

Questo smodato fuoco l’impulso che l’ha sospinta

a lunga ricerca amorosa fanciulla non sazia

mai, abisso oscuro di cui il bacio e l’amplesso

sfioravano l’orlo appena

                                        Nel fondo

era un terso lago, un liscio specchio sigillato d’ombra

Nel più fondo abisso scolpita da mano sicura

nella pietra essenziale, «al principio», era l’immagine

incomparabile in cui sta fisa e presa d’estasi

la Creazione

                    Mistero di un’anima di fanciulla

fragile inquieta. Oh il disprezzo del maschio

l’occhio avido la mano, del maschio l’orgoglio

di una scatenata impotenza

                                            È cenere, aspirato

in rapide nervose boccate si consuma

è un mozzicone sporco l’uomo, raffronto ineguale troppo impari

"O misura senza misura principio senza principio"

 

 

4.

«E si librò lo Spirito sull’acque», nelle profondità dove non era

luce la sua presenza «fu», si scoprì la sua figura

nell’attimo immensurabile

                                           La calda fiamma

splendeva nel cielo attonito ardendo immobile

e la sua luce era pura e morbida quale occhio mai

non vide, il mattino più limpido, il più morbido

petalo di giglio

                         Ed era nella segreta stanza

una persona presente viva, non umana non d’umano essere

figura e consistenza non corpo ma era tutto e solo

un volto interiore fatto d’anima, un termine d’amore

cui darsi abbandonarsi in un abbandono ultimo

estremo era imperiosa necessità

il giogo d’amore

                           ma era anche un gesto

semplice, come chiudere gli occhi al sonno che giunge

gesto già presagito sempre, segnato nella natura

e pure atteso e atteso senza più speranza quasi

 

L’assalse il pianto allora e uno sconforto provava

struggente, e forse il più acuto, in questo impeto

di dolcezza

                   di dolore si consumava

                                                          O dunque

limpido lago profondo occhi che brillano quando

avvenne? quando mai rifulse quel giorno di luce?

 

 

5.

Fuori la sera avvolgeva le cose

la notte rapida (troppo tardi ormai)

avvolgeva le tracce del mare

i segni delle cose nel buio

i prati dal verde più tenero

che mai contemplò occhio umano

i colli più dolci che conosca il mondo

 

Perché tanto splendore

tanto impegno nell’opera di un giorno?

così dolce incantevole doveva essere

un mondo che finisce?

 

Nato troppo tardi

quando i secoli volgono al termine

e incombe la fine

l’ora che nessuno «neppure il Figlio» conosce

ma per noi segnata nell’esistenza, un peso

che ci trascina greve irresistibile

la più decisa volontà di non vivere

di una stirpe

Se pur continueranno i secoli

 

Sull’estremo lembo del tempo

indugia senza più forza ormai

gli si confonde l’idea ogni volta sul nascere

 

Che vale infine?

Poi che Tu vuoi

che il nulla canti la tua gloria

e poi ch’è giusto

che abbia fine l’orgoglio delle cose

e l’orgoglio del tempo

e poi ch’è scritto «sei polvere

e polvere ritornerai»

accetta di follia un canto

sull’estrema soglia

accetta una follia un canto

di follia un’estrema soglia

un’estrema follia un canto

un estremo