Scritti di A. Colombo                   
         

Curriculum

Il Centro di Ricerca sull'utopia

Itinerario di pensiero di Arrigo Colombo

Il Movimento per la Società di Giustizia

Il Nuovo senso dell'Utopia: la costruzione di una Società di Giustizia

 

 

 

 

 LA NUOVA UTOPIA

il nuovo senso

 

 

ovvero
 il progetto dell'umanità per la sua liberazione

 

progetto-processo

la costruzione di una società di giustizia

 

 

Arrigo Colombo

 

 

Università di Lecce

Centro Interdipartimentale di Ricerca sull'Utopia

 

Centro Interuniversitario di Studi Utopici

 

Movimento per la società di giustizia e per la speranza

Via Monte S. Michele 49, 73100 Lecce/ tel/fax. 0832-314160
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                       English

Writings of A. Colombo

The Centre of Research into Utopia 

The Movement for the Just Society  

The new sense of  Utopia: the Costruction of a  Society based on Justice

 

 

 

 

 

 

 

 

Sezione Poesia

Sezione Cinema

 

 

 

 

 

                                    

 

                                              LA NUOVA OPERA DI ARRIGO COLOMBO

                         LA TRILOGIA DELLA NUOVA UTOPIA ormai compiuta

 

1 - LA NUOVA UTOPIA, IL PROGETTO DELL'UMANITÀ, LA COSTRUZIONE DI UNA SOCIETÀ DI GIUSTIZIA

L’utopia è il progetto di società. Utopia significa non luogo, cioè la società che non c’è, o meglio non c’è ancora, in quanto è la società giusta, mentre la storia è dominata dal blocco della società ingiusta.

Nel concetto corrente l’utopia è il progetto degli autori, quelli che cercano come dev’essere una società giusta, o meno ingiusta – nel mondo ellenico, poi nella modernità occidentale, da Thomas More in poi.

Nel concetto corrente, popolare e anche dotto, l’utopia è il progetto mentale e fantastico, progetto irreale e irrealizzabile, è il sogno e la chimera, è il bello ma impossibile.

In questo libro, frutto di una ricerca di vent’anni, di altri quindici anni di riflessione, l’utopia si discopre nel suo più profondo ed autentico senso: è il progetto dell’umanità, che l’uomo persegue lungo l’intera sua storia, mentre soffre nella società ingiusta; lo persegue, lo elabora; il progetto di una società di giustizia e di una società fraterna. Dalla moderna età delle rivoluzioni ne avvia la costruzione.

L’umanità sta costruendo una società di giustizia e ha impostato finora tre modelli: la democrazia, cioè l’unica forma di Stato giusto; lo Stato sociale e dei servizi e del benessere; la Cosmopoli, cioè la comunità planetaria degli Stati. Un processo in corso, processo difficile, che richiede tempo ed impegno.

 

2 - LA SOCIETA' DI GIUSTIZIA - Ciò che l'umanità ha progettato nel tempo e ciò che sta costruendo

È questo il secondo volume nella Trilogia della Nuova Utopia.

Dopo La Nuova Utopia. Il progetto dell’umanità, la costruzione di una società di giustizia (Mursia, Milano 2014).

La società di giustizia è dunque il progetto dell’umanità, progetto e processo costruttivo. Il primo volume di questa trilogia lo ha ampiamente dimostrato.

Questo altro volume avvia la ricostruzione di un quadro della società di giustizia, di come deve e può essere. Nei suoi tre soggetti costitutivi, soggetti cioè di dignità e diritto, la giustizia essendo la corresponsione al diritto:

La persona, che è l’unico soggetto originario di diritto in forza della sua autodecisione, autonomia, in cui nessuno può interferire, cui ognuno deve corrispondere, sia pur nell’ambito del vincolo etico che tutti astringe.

Lo Stato, che diventa soggetto di diritto per una cessione di diritto da parte di un gruppo di persone associate, i cittadini; a formare un ente di diritto, un principio di potere, di legge e decreto e coazione, da essi riconosciuto in ordine alla loro tutela e promozione. Ai quali perciò appartiene la sovranità, quindi la gestione dello Stato, che può essere esercitata sia direttamente, sia per rappresentanza (il parlamento eletto, il suo esecutivo che è il governo). È la democrazia, diretta o indiretta (quella fino ad oggi prevalsa), il potere di popolo, l’unica forma giusta di Stato.

La Cosmopoli o comunità planetaria degli Stati, che diventa soggetto di diritto per una cessione di diritto da parte dei singoli Stati membri; in ordine alla pace, alla crescita e all’equilibrio economico e culturale dell’umanità.

 

3 - LA CHIESA, LA SUA DEFEZIONE dal progetto evangelico di comunità fraterna e dal progetto e processo di liberazione dell'umanità

È questo il terzo volume nella Trilogia della Nuova Utopia.

Dopo La Nuova Utopia. Il progetto dell’umanità, la costruzione di una società di giustizia e La società di giustizia. Ciò che l’umanità ha progettato nel tempo e ciò che sta costruendo (Mursia, Milano 2014 e 2015).

Può apparire difforme dagli altri ma ne è invece un passaggio necessario.

In quanto il progetto dell’umanità, progetto di una società di giustizia e di una società fraterna, che pervade in certa misura l’intera storia umana, si formula nel messianismo ebraico e nell’annunzio evangelico, in un popolo piccolo e marginale, e però come destinato a tutti i popoli, a tutte le nazioni. Affidato alla comunità apostolica, quindi alla Chiesa gerarchica che ne deriva, pervade poi l’Europa e l’Occidente cristiano.

Nello stesso tempo il progetto entra in latenza in quanto la Chiesa gerarchica e poi papale soccombe al blocco della società ingiusta che domina la storia umana – dispotismo monarchico e aristocratico, conquista di popoli, formazione d’imperi, guerra perenne; schiavitù, asservimento della donna, discriminazione sfruttamento oppressione del popolo, del povero –. Il progetto riemerge con le rivoluzioni moderne, a cominciare dalla Rivoluzione inglese del 1640, animata da un movimento evangelico, il Puritanesimo; la «rivoluzione con la Bibbia in mano», com’è chiamata.

Il volume ricostruisce la vicenda del progetto evangelico, progetto di una comunità fraterna; il formarsi della Chiesa gerarchica; il lento e lungo formarsi del modello papale e imperiale lungo l’intero primo millennio.

Una seconda parte tratta del preteso dominio della verità.

Una terza degli errori in cui la Chiesa gerarchica e papale è caduta.

Gennaio, maggio, ottobre 2015 - pp. 454, 307, 275 - editore MURSIA Milano

 

                                                                                                                                     

 

 

 

 

 

 

NUOVA RIVISTA DI STUDI UTOPICI

 

varata nel maggio 2006 a cura del

Centro Interuniversitario di  Studi Utopici - Università di Cassino, Lecce, Macerata, RomaTre

semestrale - dal 2009 annuale.

Il  nuovo numero, il 4-5 della nuova serie, dicembre 2015:

 

 

SOMMARIO

 

 

L’UTOPIA DEL LAVORO

 

 

EDITORIALE

Francesco Totaro, Utopia, lavoro, cittadinanza, p. 7

 

SAGGI

Arrigo Colombo, L'utopia del lavoro, p. 15

Laura Tundo, Il lavoro attraente nell'utopia di Fourier, p. 29

Carmela Stella, Famiglia e lavoro: l'antinomia ricorrente. Uno sguardo a Marx, p. 53

Luigi Punzo, Critica dell'utopia e utopia concreta in Antonio Labriola, p.77

Alessandra Lucaioli, Praticare il lavoro. Anche una questione di spazio,

            p. 89

Francesco De Stefano, lavoro (e impresa) della conoscenza, p. 103

Mariarosaria Filieri, Il lavoro scolastico, p. 117

Simonetta Recchi, L'impresa socialmente responsabile e il suo ruolo nella promozione dell'invecchiamento attivo, p. 139

 Valentina Carella, Il lavoro agricolo tra paradisi tecnologici e paradisi perduti: una proposta di lettura su possibili scenari utopici, p. 153

 

INTERVENTI

Davide Bigalli, Apocalissi creola: Francisco de la Cruz nel Perú del ‘500, p.165

Chiel Monzone, Tra Assommoir e banlieue: il «non-luogo» chiamato Parigi. La bettola come sostituto funzionale dell’utopia, p. 179

Barbara Pezzotti, Dal futuro al presente: l'utopia di Bellamy, p. 197

 

Recensioni, p. 213

Autori - Abstracts, p. 221

 

 

 

 

 

2. MOVIMENTO PER LA SOCIETA' DI GIUSTIZIA - DOCUMENTI

 

                                    

                                       (Al Presidente Sergio Mattarella, al Premier Matteo Renzi, al Ministro Mario Calenda, ai Deputati PierLuigi Bersani e Gianni Cuperlo

 

A proposito degli stipendi RAI

 

La pubblicazione degli stipendi RAI lascia molto perplessi.

A parte quello dell'amministratore delegato Campo Dall'Orto, che si prende

652.000 euro all'anno, i dirigenti stanno sopra i 300.000, i giornalisti sopra

i 200.000;

ma i conduttori di programma, come Bruno Vespa o Piero Angela, si prendono 1,8 milioni annui, e in genere stanno sopra il milione.

 

Veramente un'esagerazione, se si pensa che lo stipendio del Presidente Mattarella è di 239.000 euro annui e quello dei parlamentari è intorno ai 130.000.

Veramente un enorme spreco; tanto più in uno Stato come l'Italia che ha

un altissimo debito pubblico, che invece di diminuire aumenta di anno in anno.

E che inoltre ha una frangia di povertà (là dove il reddito è meno della metà del reddito medio di lavoro) intorno agli otto milioni di persone.

 

La Rai è un servizio pubblico; i suoi stipendi potrebbero forse  appaiarsi a quelli del'università; e sarebbe già molto.

 

In contrasto poi col principio che in una democrazia, alla cui base v'è la dignità della persona umana, dignità e diritto, eguale dignità e diritto,

lo stipendio dovrebbe ispirarsi al principio di eguaglianza,

dovrebb'essere fondamentalmente lo stesso per tutti, con solo lievi differenze.

Lecce, il 3 aprile 2017

   

                     

  

 

 

 

 

 

 

   

 

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         SAGGI UTOPICI

Sull'Utopia

La tecnologia

 

L'unificazione dell'umanità, 2007

Il Progresso, il suo senso, 2008

La guerra, la costruzione della pace, 2009

 

Saggio sulla cosmopoli, 2009

 

Genesi e sviluppo della democrazia, 2011

 

Utopia e speranza dell'umanità, 2013

    

 

MOVIMENTO INTERVENTI

             ARCHIVIO

 

2013 - 2012 - 2011 - 2010 -2009  2008 - 2007  2006 - 2005

SEZIONE CHIESA E STATO

 

RISPOSTE E CONTRORISPOSTE

 

2006  2007 -2008 - 2002010 2011

 

 

 

                 

ATTIVITÀ  GIORNALISTICA

     ARCHIVIO ARTICOLI

 

2015 - 2014 - 2013 - 2012 - 2011 -

2010 - 2009 - 2008 - 2007 -2006 -2005

 

         

 

 

 

 

 

                            

3.ATTIVITA' GIORNALISTICA - 2016-2017

 

INDICE

2017

maggio

Sul futuro dell'umanità

Sull'ignoranza del popolo lavoratore, 5/05/017

aprile

Il declino della Sinistra

Sulla riforma della Chiesa cattolica, 16/04/017

Sui problemi della democrazia, 12/04/017

Liberarsi dalle egemonie, 4/04/017

 

 

2016 

Riflessionisul giubileo, 3/12/016

novembre

Riflessioni sulle elezioni presidenziali USA, 19/11/016

Riflessioni sulla cosiddetta postdemocrazia, \2/11/016

Strane elezioni americane si approssimano, 5/11/016

ottobre

Il declino del  socialismo, 28/10/016

La fine del lavoro, un problema che incombe, 22/10/016

A proposito di oligarchia, 15/10/016

La riforma della Chiesa oggi, 8/10/016

Ottimismo storico, 1/10/016

aprile

Le trivellazioni per il petrolio in mare, la loro abolizione, 6/04/016

marzo

Il caso Bassolino e la corruzione politica italiana, 23/03/016

A proposito dell'infallibilità papale, 12/03/016

L'Europa e l'immigrazione, un problema da risolvere, 2/03/016

febbraio

Il Card. Bagnasco nella vicenda delle unioni civili, 13/02/016

gennaio

A proposito di unioni libere e altri problemi, 25/01/016 

 

          

 

 

2017 

Sul futuro dell'umanità

di Arrigo Colombo

 

Vi è molto pessimismo, che circola nei media come nei libri; che spesso è legato all'assenza di una visione globale della storia umana; o di una visione abbastanza ampia, non ferma ad eventi e vicende singole.

Un primo e fondamentale punto emerge da una considerazione comprensiva della modernità, ed è che l'umanità sta costruendo una società di giustizia e ha impostato un primo e fondamentale modello che è il modello democratico. Modello che è l'unica forma di Stato giusto, in quanto l'unico soggetto originario di diritto è la persona umana, la quale, cedendo una parte del suo diritto (una piccola parte precisa Beccaria, di contro a Rousseau che  per la sua volontà generale pretendeva una cessione totale; cosa assurda perché un soggetto di diritto non può spogliarsi di se stesso) a costituire lo Stato di diritto, che ha la prerogativa della legge e della coazione. La persona fa questo per la sua tutela e promozione; un popolo piccolo o grande fa questo e con questo costituisce quello Stato di diritto in cui pensa di poter vivere nel modo giusto e quindi anche migliore; e avendolo costituito con la sua cessione di diritto, ne detiene la sovranità. Il potere di popolo, la democrazia. 

I portatori di questo processo sono l'Umanesimo, che per primo riconosce in termini storico-epocali la dignità della persona umana; i giuristi come Grozio che vi riconoscono il diritto; Beccaria e Rousseau che riconoscono la cessione di diritto; la Rivoluzione inglese del Lungo Parlamento che per prima riconosce la sovranità popolare. La cui affermazione definitiva, insieme alla prima grande una carta dei diritti dell'uomo e del cittadino, avviene nella Rivoluzione francese; nella quale avviene anche il crollo del modello monarchico-aristocratico che aveva dominato fino ad allora l'umanità; dall'inizio delle civiltà, per oltre quattro millenni; avviene in particolare  nella notte del 4 agosto 1798, in cui l'aristocrazia rinunzia ai suoi privilegi e poteri.

Con la Rivoluzione Francese inizia la diffusione del modello democratico, che si allarga sempre più in termini universali. Il modello è ovviamente ancora imperfetto, soggetto a deformazioni di tipo semi-dittatoriale (è il caso di Putin nel suo scambio con Medvedev), oligarchiche (quando il governo prevale sul parlamento), populiste ecc.; proprio in Inghilterra esiste ancora una Camera dei Lord che sfugge totalmente alla sovranità popolare.

 

Il maggior problema delle democrazie odierne, la più forte causa d'ingiustizia è certo il capitalismo; che però non è mai stato riconosciuto come crimine, un'attività disonesta; e quindi perseguito penalmente. Tranne che nel blocco formatosi al seguito della Rivoluzione Russa e sul modello sovietico; il quale è però caduto in un altro crimine, la dittatura di partito, l'emarginazione di quel popolo lavoratore che si era proposto di liberare. Per cui, sotto la pressione della società di giustizia e del modello democratico, ad un certo punto è imploso e, nel riassumere il modello democratico, ha assunto anche il capitalismo.

 

L'umanità è dunque impegnata nella costruzione di una società di giustizia, nel perfezionamento del modello democratico, e in esso dello Stato sociale e dei servizi (qui l'errore della privatizzazione di servizi sociali, di cui da noi proprio ora si sta trattando – la posta e le ferrovie); e più oltre nello sviluppo della comunità planetaria dei popoli e Stati, appena abbozzata nell'Onu; dove, anche, la liberazione e promozione dei popoli poveri; e la liberazione dalle egemonie. Ha il compito di liberarsi dal capitalismo, compito non facile; anche perché il lavoro industriale, il più forte e solidale nella lotta, si va via via estinguendo nel processo di automazione.

Un futuro, dunque, costruttivo, luminoso, nella grande luce della giustizia, della società di giustizia. Impegnativo tuttavia. Su cui incideranno in un tempo non lontano le catastrofi; in particolare quella dovuta al surriscaldamento dell'aria, quindi alla fusione dei ghiacci e all'innalzarsi degli oceani. Specie quando si scioglierà l'Antartide, nel tempo di due tre secoli, e con un innalzamento da tre a sei metri, si dice. Sarà probabilmente una prova dura o durissima, da affrontare nella solidarietà, in quello spirito fraterno che già la Dichiarazione universale dei diritti del '48 vede come un dovere per ogni essere umano.

 

 

Sull'ignoranza del popolo lavoratore

di Arrigo Colomob

 

Un tema su cui la tradizione socialcomunista, e in genere il movimento di promozione del popolo lavoratore, non ha mai premuto. Il grande obiettivo era il lavoro come tale, rispetto al sempre incombente pericolo della disoccupazione; e il tempo di lavoro, quelle 40 ore che da circa un secolo restano intatte, inamovibili, col peso della giornata lavorativa di otto ore; nonostante l'enorme crescita della produttività che avrebbe avuto liberare ore di lavoro, mentre è andata tutta a vantaggio del profitto; nonostante l'esemplare decisione di Jospin in Francia, le 35 ore, l'esempio, che però nessuno ha seguito. Strano veramente che i lavoratori e i sindacati di tutto il mondo non si siano battuti su questo punto, che tra l'altro in Francia aveva liberato 300.000 posti di lavoro. Strano.

 

Il fatto è che il lavoratore è rimasto ovunque per lo più un lavoratore manuale; con una scarsa formazione scolastica: la scuola primaria, elementare; cui s'è aggiunta poi una scuola media mediocre; si è persino teorizzato che, essendo popolare, aperta a tutti, doveva essere mediocre, idea davvero balorda; e non si è fatto nulla per sollevarla.  E poi, per quale ragione il lavoratore manuale deve fermarsi alla scuola  media? perché non deve avere accesso alla cultura, a questo patrimonio umano in cui si forma e nutre la persona? forse che la sua persona non ha la stessa dignità  delle altre? E allora perché gli dev'essere negata la scienza, le lettere, le arti? e capiti che, visitando il santuario di Delphi, non comprenda nulla o quasi di ciò che dice il cicerone perché non ha studiato la storia greca? non ha letto né visto i capolavori dell'arte greca? non ha la mente aperta e illuminata a capirli? 

 

L'operaio ignorante. Un'espressione che non si sente spesso, ma che è profondamente vera; che la società non pronuncia né accentua perché contiene un'altra sua carenza, un'altra ingiustizia. Un'ingiustizia ancora più forte, potremmo dire, sotto il profilo umano; e che comunque si aggiunge, una povertà dello spirito che si aggiunge a quella materiale  e la rende ancora più miserabile.

 

L'operaio ignorante, incolto. Fa male dirlo proprio perché colpisce chi già sta sotto il peso del lavoro precario, della manualità, della dipendenza, dello sfruttamento. Perciò la società deve svegliarsi. quella miserabile scuola media che ad un certo momento ha aggiunto pensando di salvarsi l'anima, serve a poco. C'è invece un salto da fare: e cioè la scuola superiore e almeno un biennio di università per tutti. Per ogni cittadino. Lo Stato sprecone, lo Stato disonesto non si tiri indietro con la solita storia del debito pubblico e dei fondi che non ci sono. Si sa che non ci sono quando non si vuole; quando si vuole, subito saltano fuori.

Basta con operai ignoranti: è una vergogna per  tutti noi, per la nazione. È un diritto della persona umana, della sua dignità. I sindacati si muovano, si muovano i colti che godono del privilegio, basta con il lavoratore ignorante.   

                                                                  5/05/2017

 

 

aprile 

Il declino della Sinistra

di Arrigo Colombo

 

È un processo in corso, un po' ovunque in Occidente. Più visibile in Italia, forse. Se si pensa che nel dopoguerra, e per quasi tutta la seconda metà del secolo, avevamo un partito comunista forte, il più forte in Occidente; e un partito socialista consistente, storicamente affermato. Che però si bruciò in quel complesso di disonesta e corruzione che fu chiamato "tangentopoli", insieme alla democrazia cristiana che aveva dominato quella fase, e di cui era alleato.

Nel marzo del '91, nel famoso congresso della Bolognina, il partito comunista si democratizza (poi che era nato sul modello sovietico; che pure, sotto l'impulso di Gorbaciov e del suo gruppo, si stava democratizzando) diventando PDS - Partito Democratico della Sinistra, e però perdendo la frazione di Rifondazione comunista. In quegli anni subisce l'influsso prodiano, un influsso moderatista, ed entra a far parte della federazione dell'Ulivo; e perciò diventa nel '98 DS - Democratici di Sinistra; è il tempo di D'Alema e di Veltroni. E infine nel 2007 compie il passo più rischioso, si fonde nel PD - Partito Democratico - con la Margherita, gruppo moderato di Centro, di provenienza democristiana. Siamo ancora nella fase populista del berlusconismo, il secondo ventennio italiano di sbando, dopo il fascismo, dove il popolo lavoratore e – purtroppo – ignorante, si affida ad un ricco imprenditore, che ovviamente penserà non tanto al paese e ai suoi problemi, quanto alle sue imprese. Il popolo lo ha eletto dopo l'esperienza di tangentopoli, pensando forse che, essendo ricco, non ruberà; ma non sa che il ricco è avido e la ricchezza non gli basta mai. Intanto la prima legge che fa il nuovo leader è la più assurda, poi che legittima il falso in bilancio. 

Quando poi, crollato il berlusconismo, giunge il tempo per il PD, ecco che allora il problema si presenta e via via si fa urgente. In particolare con Renzi, che si prende prima la segreteria, poi anche il governo; con la tipica tendenza oligarchica delle democrazie del nostro tempo; dove il governo tende a sovvertire l'ordine democratico in cui è l'esecutivo del parlamento; tende a fare lui le leggi, mentre il parlamento diventa il suo strumento di approvazione. L'aggressività di Renzi è troppo visibile e il popolo questa volta lo disapprova rifiutandone il  referendum. Ma Renzi conserva la segreteria e preme tuttora per il governo.

I problemi sono molti. A parte il continuo crescere del debito pubblico (nessuno ha più ripreso la proposta della sua riduzione annuale del 3%), ci sono le privatizzazioni che vanno annientando lo Stato sociale; quello che era un servizio, anche in perdita ovviamente, diventa fonte di profitto per il ricco imprenditore. L'acquisto d'imprese italiane da parte di stranieri, che impoverisce il paese. C'è stato il caso dei voucher, un errore introdurli e un più grave errore lasciarli crescere a dismisura; a tutto danno dei lavoratori. C'è la disoccupazione che non viene affrontata seriamente; c'è l'accoglienza dell'immigrazione, che dev'essere sostenuta e razionalizzata. Sono solo alcuni dei problemi che premono.

Ad un certo punto avviene infine la scissione, l'ala di Sinistra si stacca e forma un nuovo partito, il Movimento democratico e progressista (MDP). Ma quanti sono? 37 deputati (nel PD erano 283) e 14 senatori (nel PD erano 99), compreso un apporto dal gruppo di Vendola. Sperano di crescere, ma quanto? ingloberanno forse la Sinistra italiana di Fassina  e/o il Campo progressista di Pisapia? non diventeranno anche loro una delle tante frazioni di Sinistra ed estrema Sinistra che via via si sono rese autonome (ce n'è forse una decina) e non contano più nulla; alle elezioni prendono l'1,5  o il 2%, sono fuori dal parlamento. La Sinistra gloriosa, il partito dei lavoratori e del popolo, il partito che ha come compito la costruzione di una società di giustizia sta dunque per scomparire?  

 

 

 

Sui problemi della democrazia

di Arrigo Colombo

 

Davvero stupisce il pessimismo e misoneismo che circola nei riguardi della democrazia. Si parla addirittura di postdemocrazia, come se il modello democratico si fosse consumato, come se si fosse entrati in un'altra età della storia: Questa parola e idea si deve anzitutto a Colin Crouch, un sociologo inglese, in  un libro del 2000. Ma nel 2001 usciva in Italia un libro-intervista di Ralf Dahrendorf sulla stessa linea, Dopo la democrazia.

Ora la democrazia non è un modello di Stato qualunque, ma è l'unica forma di Stato giusta, in cui il potere politico è detenuto dal popolo, la sovranità popolare; essendo la persona umana, e quindi il cittadino, l'unico principio originario di diritto; che poi cede in parte (in piccola parte, precisa Beccaria) a formare lo Stato di diritto, per la sua tutela e protezione.

 Nella forma che è prevalsa in Occidente questo potere lo esercita attraverso suoi rappresentanti, essenzialmente il Parlamento, e il Governo che ne è l'esecutivo. Forma che è prevalsa perché le due rivoluzioni moderne in cui la sovranità popolare si è imposta, l'inglese e la francese, erano condotte da parlamenti. Mentre nell'antica democrazia ateniese l'esercizio era diretto, del popolo in assemblea.

 

Ora bisogna capire che questa democrazia moderna è la prima e più cospicua parte del progetto dell'umanità, progetto che appunto con le rivoluzioni moderne inizia a realizzarsi; è il primo e fondamentale modello che in questa costruzione s'imposta, dopo millenni dominati dal dispotismo monarchico-aristocratico. S'imposta e si va costruendo, dalla Rivoluzione inglese del 1640, cioè da tre secoli e mezzo, con un percorso vario, accidentato, con crisi, soste, arretramenti. Né può essere diversamente. Così, per tutta una fase, il voto con cui anzitutto si esprime il potere popolare, era condizionato al possesso; il nullatenente, il proletario non votava. E ancora più lunga è la fase che esclude la donna, riservando il voto al maschio: l'Inghilterra e la Germania ci arrivano nel 1918, la Francia nel '44, l'Italia nel '46. Vi possono essere incidenti dittatoriali, com'è accaduto alla Germania col nazismo e a noi col fascismo; incidenti populistici, come da noi il ventennio berlusconiano; prevalenza di partiti che rappresentano la borghesia e il capitale.

 

V'è soprattutto la grave e generale arretratezza popolare. Il popolo è sovrano ma esercita questa sua sovranità raramente, quando ogni quattro-cinque anni è chiamato al voto politico; v'è poi il voto amministrativo; in Europa anche il voto europeo. Il popolo detiene il potere ma altri lo esercitano. Un primo rimedio potrebb'essere il cosiddetto "mandato imperativo", cioè un voto popolare che pone al candidato precise condizioni, riguardanti il collegio come la nazione; che possono concernere il lavoro, la tassazione, i pubblici servizi, l'onestà-corruzione ecc. Per cui anzitutto il candidato deve appartenere al collegio; deve cessare l'abuso di candidati che si presentano in più collegi, che neppure conoscono. Inoltre il programma, come poi l'attività legislativa dell'eletto, vengono discussi mensilmente col collegio, con la gente.

Ma v'è un più ampio problema di formazione politica popolare. A cominciare dalla scuola, che da noi non ha mai preso sul serio questa formazione. In tutti gli ordini di scuola questa dev'essere materia scolastica, e la più importante; devono essere predisposti i programmi, come i testi e i classici. Inoltre i partiti, in particolare quelli della Sinistra che sono i partiti del popolo, devono assumere una ulteriore formazione politica popolare come loro compito precipuo. Così avranno anche i voti. Non accadrà, come ora accade, che i lavoratori votino per i loro padroni, i loro sfruttatori; come si dice sia accaduto per Trump negli Usa, e accade anche tra noi.

                                                                                                                          (  (Nuovo Quotidiano di Puglia, 12 aprile 2017)

 

 

Liberarsi dalle egemonie

di Arrigo Colombo

 

Con la fine della seconda guerra mondiale, con circa 70 milioni di vittime, di cui 43 civili, e con gli orrori dell'olocausto e della crudeltà nazista e giapponese, si è pensato ad un nuovo ordine mondiale e si è fondata l'Onu, l'organizzazione delle nazioni unite; in cui entrano via via, con la fine del colonialismo, tutti o quasi i popoli della terra.

Perché una delle grandi conquiste del '900 – con la caduta degl'imperi prima continentali (con la prima guerra mondiale gl'imperi austro-ungarico, prussiano, russo, ottomano; l'impero cinese caduto già nel 1912 con la rivolta di Sun Yat Sen), poi coloniali – è l'autonomia dei popoli, nell'Onu ci sono oggi 193 popoli. Ne sono ancora esclusi alcuni: il Tibet, annesso dalla Cina di Mao; i Curdi, sparsi tra quattro nazioni; la Palestina, tiranneggiata da Israele col sostegno Usa; Taiwan, rivendicata dalla Cina.

Il primo e fondamentale obiettivo nello Statuto dell'ONU è la pace: tutto dev'essere fatto per evitare la guerra. Intanto, però, ci sono nel mondo due blocchi in conflitto tra loro: il blocco sovietico, teso ad espandersi, a portare ovunque il suo preteso "socialismo reale"; il blocco occidentale, teso a difendere la democrazia, e insieme il capitalismo.

C'è quella che è chiamata "guerra fredda", che però ha perlomeno due momenti caldi: la Corea in cui, sotto mandato Onu, gli Usa respingono l'invasione del NordCorea nel Sud, ristabilendo la divisione delle due Coree (vorrebbero andare oltre, ma sono bloccati dalla Cina). Il Vietnam, anche qui contrastando l'invadenza del Nord comunista nel Sud ma senza riuscirci; costretti a ritirarsi dopo vent'anni, nel '75.

Intanto però gli Usa hanno stabilito la loro egemonia militare nel mondo. Le basi militari sparse ovunque; le flotte navali e aeree in tutti i mari. E certamente egemoniche sono le due ultime guerre, che il presidente Bush scatena dopo l'attacco alle torri gemelle (un singolare caso di debolezza della superpotenza, là dove quattro aerei, partendo da Boston, attaccano quattro punti emergenti del paese – il quarto non riesce per la ribellione dei passeggeri). Un presidente noto come ignorante e mediocre (si veda il film di Oliver Stone in proposito), che scatena la guerra in Afghanistan perché vi risiede Bin Laden, ritenuto la mente di quell'attacco; mentre avrebbe dovuto invece ottenerne la prigionia e il giudizio. Che invade l'Iraq col pretesto che detiene armi di uccisione di massa; ma il pretesto è falso e lui lo sa, come lo sa il suo alleato inglese. Che pensa di vincere le due guerre in pochi mesi; invece la prima va dal 2001 al 2014, la seconda dal 2003 al 2011; né si possono dire ancora concluse.

 

In questo quadro egemonico rientra anche il Consiglio di sicurezza dell'Onu, dove siedono appunto potenze egemoni; con la clausola che rende il loro voto necessario ad ogni decisione. Una clausola che contrasta lo Statuto, in quanto sottopone il suo centrale problema di guerra e pace alla decisione di queste potenze. Ed è l'unico organo che abbia potere decisionale. In tutto il resto l'Onu, con le sue decine di agenzie che hanno solo funzioni  di ricerca e consulta, è impotente.

 

Un altro punto che aggrava il problema dell'egemonia Usa, è il suo sistema di elezione dei presidenti; da cui vengono per lo più personaggi mediocri. Basta passarli in rassegna. Il caso più evidente è l'attuale, la presidenza psicopatica di Trump.

 

La Cina, già con Mao, aveva rinunziato all'egemonia, ritenendola dannosa per l'equilibrio mondiale. Lo si vede poi dalle Costituzioni del 1975 e dell'82. Ultimamente si è invece affacciato il semi-dittatore Putin: in Siria, in aiuto al dittatore che massacra il suo popolo; in Ucraina, dove subito occupa la Corea; dove tranquillamente invia truppe a sostegno dei filo-russi. Delle leggi se ne frega. Il tipo che, per restare al potere, si è accordato col collega Medvedev in un gioco di alternanza che scavalca la Costituzione. Un tipo certo pericoloso.

Siamo dunque a questo punto. È chiaro che le egemonie sono contro il diritto dei popoli. Ma come liberarsene? Un primo passo sarebbe quello di avere presidenti saggi, e rispettosi della legge.                                                                                                                                            

                                                                                                             (Nuovo Quotidiano di Puglia, 4 aprile 2017)

 

 

2016

novembre 

Strane elezioni americane si approssimano

di Arrigo Colombo

 

Diciamo americane per comodità: ma dovremmo dire statunitensi, per non condividere la pretesa che gli USA siano solo loro l'America. A parte che le loro elezioni (della più grossa potenza mondiale, la potenza egemone) sono quasi sempre strane, ed eleggono per lo più un presidente mediocre (non è il caso di Obama, che fa eccezione). Non v'è confronto coi nostri presidenti, tutte o quasi persone ammodo. È anche vero che da noi li elegge il parlamento e hanno una prevalente funzione di rappresentanza, mentre da loro li elegge il popolo e con ben altro potere: sistema che fu introdotto per dare maggior robustezza al nuovo Stato delle tredici colonie ribelli e alquanto conflittuali (nell'assemblea costituente si discusse anche di monarchia, proprio per questo motivo); un sistema che dovrebb'essere cambiato. A parte che anche il sistema dei grandi elettori, che può produrre un divario rispetto al voto popolare, dovrebbe scomparire; e così la registrazione, che complica inutilmente il compito elettorale.

Ne consegue che la percentuale dei votanti è bassa: nel 2008 il 57%%, nel 2012 il 49. Non per nulla qualcuno dice che l'elettore USA è persona  bianca, con buona istruzione e buon reddito, sposata, proprietaria di casa, di età matura.

 

Un'altra stranezza è il partito repubblicano, il GOP, il Grand old party, il partito dei ricchi e potenti, la minoranza che vorrebbe sempre comandare, e tanto retriva e aggressiva da voler abolire la riforma sanitaria fatta da Obama, il servizio sanitario per tutti (o quasi), che stranamente nel grande e ricco Stato ancora mancava. Questi ricchi e potenti sono tanto arroganti da non volere che la gente comune abbia la sicurezza di essere curata dai suoi mali.

 

La stranezza d'oggi è che il GOP ha scelto come candidato alla presidenza un certo Donald Trump. Un miliardario immobiliarista, molto abile ma piuttosto ignorante, anche se laureato in economia e finanza, piuttosto grossolano e volgaruccio, arrogante come la maggior parte dei grandi ricchi, tre volte sposato, che disprezza le donne ma facilmente ne approfitta,  e che dal 2000 persegue la  notorietà televisiva e insieme il potere politico, fino a che quest'anno non riesce a vincere le primarie del GOP e a diventarne il candidato.

Tra le altre sue doti è razzista, quindi disprezza i neri; disprezza e rifiuta gl'immigrati e vorrebbe costruire un muro tra USA e Messico per bloccare definitivamente l'immigrazione dal Sud; ovviamente è contrario a che tutti abbiano i servizi sanitari e vorrebbe abolire l'Obamacare; sostiene invece quel tradizionale e disgraziato libero accesso alle armi che ancora resiste in USA e ha fatto stragi, e che i democratici avrebbero voluto bloccare ma non sono riusciti, non avendo la maggioranza in parlamento.

 

Fino a qualche giorno fa la candidatura di Trump non preoccupava perché l'altro candidato, democratico, e cioè Hillary Clinton, la moglie dell'ex presidente Bill Clinton (personaggio alquanto ambiguo, lo ricordiamo), era in buon vantaggio. Ma ecco che, proprio ora, il direttore dell'FBI tira fuori una storia di email "segrete" che la Clinton, quando era segretario di Stato, aveva scritto, e di cui non si conosce il contenuto; una questione ufficialmente già nota e congedata, ma che ora il direttore ha riaperto, non si sa bene perché, e le cose cambiano. In verità la Clinton aveva tutto il diritto ad una sua posta "personale", spedita da un suo personale computer; solo che in questo momento, e nell'atmosfera che si è creata, quella posta diventa "segreta" e sospetta.

Il fatto avvantaggia Trump. Ecco che gli elettori indecisi sentiranno parlare soprattutto di una storia che rafforza gli oppositori della Clinton, quelli che pensano sia disonesta e inaffidabile. Che agli elettori di destra scontenti di Trump, sarà ricordato che la Clinton è inaffidabile, e alcuni potrebbero essere invogliati a turarsi il naso e votare Trump, piuttosto che farla vincere. Che gli elettori di sinistra che avrebbero votato Clinton senza entusiasmo, potrebbero essere ulteriormente scoraggiati. Insomma il vantaggio della Clinton diminuisce, il pericolo che Trump venga eletto minaccia l'umanità.

                                                                                                                                        (5 novembre 016)

 

Il declino del  socialismo

di Arrigo Colombo

 

Assistiamo a questo fatto penoso: i partiti socialisti sono dappertutto in declino; parlo in particolare dei maggiori Stati europei. Non parlo del Partito Socialista italiano, scomparso da tempo, dai tempi di Craxi e di "mani pulite". Parlo semmai di socialismo come di quella corrente filosofico-politica e di lotta che si è formata nella prima metà dell'800, lungo l'ascesa della società industriale che assorbiva sempre più lavoro, e insieme lo sfruttava, lo mercificava (parola marxiana). Lavoro dipendente, cioè ignorante, sfruttato, precario. Che il socialismo vorrebbe redimere con la socializzazione dei beni, anzitutto beni di produzione, il capitale; l'impresa autoposseduta e autogestita. Il comunismo non è diverso nel fine; semmai nel mezzo, la rivoluzione. E a questo punto s'inserisce l'esperimento sovietico che fallisce nell'oligarchia di partito con anche la dittatura, senza redimere il lavoro.

Col suo crollo inizia il declino di cui stiamo parlando. Il Partito Socialista francese è il maggiore (i partiti comunisti sono più o meno scomparsi); e però, in questo momento è in grave difficoltà, con Hollande precipitato al 4% del consenso popolare, e Vall troppo a lui legato; per le prossime elezioni manca un candidato sicuro, si riparla di Ségolène Royal. Il Partito Socialdemocratico tedesco da ormai dieci anni è in ribasso, al 25%; sono i dieci anni della Merkel, con cui è alleato. Da noi non v'è più neppure un partito di Sinistra, ma di CentroSinistra, il Partito Democratico, che ha riunito in sé quanto restava di quella Sinistra ch'era stata grande nel dopoguerra e in tutta la seconda metà del secolo, e quanto restava della Democrazia Cristiana, il partito di governo del dopoguerra. I residui di ciò ch'era stato grande si riunivano in un partito composito e ambiguo.

 

Resta da capire come tutto ciò sia potuto accadere, come – tra l'altro – ci sia potuto essere di mezzo il ventennio berlusconiano; come la maggioranza di un popolo ch'era cresciuta nello spirito di due grandi espressioni politiche ed umane, il Partito Cristiano e il Socialcomunismo, sia potuta finire nel populismo più becero, Oggi si parla molto di populismo, nel senso di qualunquismo popolare; di voti che sono andati a Berlusconi, come vanno e si accrescono in Francis a Le Pen, o alla Destra in genere in altre nazioni europee.

Perché questo sconcerto? Perché la massa popolare vota per gente che non può né vuole aiutarla? perché i poveri votano per i ricchi, mentre dovrebbero votare per coloro che cercano di scalzare i ricchi, di ridistribuire la ricchezza, di soccorrere alla loro povertà? Che cos'è la Destra se non il partito dei ricchi, dei benestanti, di coloro che non vogliono il cambiamento ma la conservazione perché in questa detengono ricchezza e potere?

Forse l'ignoranza; l'illusione ignorante che il ricco in politica non ruberà perché non ne ha bisogno; non sarà un politico disonesto come molti altri; dimenticando che il ricco è ingordo e la ricchezza non gli basta mai, e la politica gli serve per aumentarla. Così fece Berlusconi, la cui prima legge fu legalizzare il falso in bilancio; e altre leggi e leggine gli servirono per guadagnare di più o pagare meno tasse.

L'ignoranza certo, perché la scuola è scarsamente formativa; cura la nozione, il sapere, e male anche quello; mentre trascura la formazione della persona e la formazione del cittadino. E, con l'ignoranza, la noncuranza, il popolo che detiene la sovranità e dovrebbe esserne fiero e usarla con coscienza ed esigere coscienza dai suoi rappresentanti eletti. Poiché è lui che li elegge, sono al suo servizio.

                                                                                                                                           (28 ottobre 016)

 

La fine del lavoro, un problema che incombe

di Arrigo Colombo

 

Nota previa: parliamo del lavoro-professione; cui corrisponde un reddito, necessario per soddisfare i bisogni primari (vitto, vestito, abitazione) come quelli secondari e familiari. Non parliamo qui dei lavori domestici, né del lavoro elettivo in genere.

Qui la fine del lavoro umano, del lavoro manuale, di quello meccanico anzitutto; perché quello non meccanico si può già fin d’ora dire residuale; e come tale ci potrà essere sempre. Anzi alcuni autori – a cominciare da Thomas More per il lavoro agricolo – pensano di liberare l’uomo da questo lavoro manuale residuo attraverso un anno giovanile di servizio sociale; come avveniva fino a poco fa col servizio militare. Così Bellamy nel suo Guardando indietro, che è del 1888.

 

Il lavoro meccanico, dell’uomo alla macchina, ha dominato il ‘900 (negli anni ’60-80 ha realizzato la quasi-piena occupazione (quella che Hobsbawm e altri chiamarono improvvidamente “età dell’oro”) ed è tuttora il prevalente, le grandi medie piccole fabbriche, il settore secondario. Bene, queste fabbriche hanno incominciato da qualche tempo ad espellere lavoro umano, e ne espelleranno sempre di più. Perché la macchina ha per se stessa un carattere di autonomia che va sviluppando sempre ulteriormente (supposto sempre che sia dotata di energia) fino alla fabbrica grande automa di un futuro non lontano; nella quale si ha solo una presenza marginale d’uomo, di poche unità umane, per funzioni di controllo, riparazione, migliorie ecc..; mentre la grande massa lavoratrice è espulsa, la massa operaia, il proletariato operaio che Marx vedeva come la classe che avrebbe compiuto la liberazione dell’uomo dallo sfruttamento, precarietà, oppressione, abbattendo il capitale; e avrebbe instaurati il “regno della libertà”.

Nell’ultima fase del ‘900 questa autonomia si potenzia con l’informatizzazione. Non solo, ma l’infomatizzazione invade anche il settore terziario – quello dei servizi – che si pensava avrebbe accolto quella massa, espandendosi, potenziandosi, anche e soprattutto per l’azione della Stato; lo Stato sociale, provvido, la cui funzione originaria è la tutela e promozione del cittadino. Perché, come Beccarla ha spiegato, lo Stato di diritto si forma per una cessione di diritto del cittadino, che appunto cede una “piccola parte” dei suoi diritti in ordine alla sua tutela e promozione. È il suo originario compito.

Ma ecco che anche il terziario espelle lavoro: impiegatizio anzitutto, lavoro di classificazione, di calcolo; ma anche di progettazione, lavoro creativo, con quella che viene chiamata la macchina intelligente.

Certo, ci sono settori che probabilmente non saranno intaccati. La scuola ad esempio, cioè la formazione personale, culturale, socio-politica del cittadino. Dovrebbe anzi espandersi: con classi di non oltre 15 allievi, ad esempio (come richiedono i pedagogisti); con l’espandersi del quadro culturale (lettere, scienze, arti, tecniche; la musica classica in particolare), con un tirocinio in grado di acculturare tutti (l’operaio oggi ignorante), fino ai diciott’anni e oltre, fino al primo biennio-triennio universitario. L’università si espanderebbe in questa presenza universale e popolare; inoltre dovrebbe generalizzarsi il metodo oxfordiano del tutorial, cioè del colloquio settimanale di un’ora con ogni allievo; per cui i corsi non possono avere più di dodici allievi. E ancora deve sempre espandersi e intensificarsi l’ambito della ricerca, che è l’anima dell’università.

Un altro ambito è quello delle arti. Così quelle forme che oggi sono di élite: il teatro, l’opera, il concerto di musica classica; che devono diventare popolari. Così, a Milano come a Roma, v’è un solo teatro d’opera; a Parigi, con i dodici milioni di abitanti della megalopoli, ce ne sono ora due: una situazione davvero ridicola, se non pietosa.

Sono solo alcuni pochi esempi di un possibile quadro espansivo del lavoro. Resta tuttavia una massa di cittadini che ne saranno privi. Sui quali la comunità politica, cioè lo Stato, dovrà intervenire con quello che viene chiamato reddito di base o di cittadinanza, del quale si parla da qualche tempo; e che, per un principio di eguaglianza-solidarietà, è dovuto a tutti i cittadini; o almeno a tutti quelli che non hanno un reddito di lavoro. Dalla maggiore età in poi. Che però dovrebbe essere condizionato a un programma di volontariato, lavori sociali, sport, attività elettive. Perché il lavoro, oltre  ad essere la basilare fonte del reddito,  è, prima ancora, la forma in cui si attua e si esplica ulteriormente la persona umana, la professione; in cui essa s’impegna nella società, nella grande intrapresa umana. Ed è fonte di equilibrio personale e morale.

A questo punto, se la comunità statale diventa principio di reddito per la maggioranza dei cittadini, anche la fonte del reddito, in particolare la fabbrica autonoma, e con essa il capitale, le deve appartenere. Si prevede perciò un processo di espropriazione delle imprese e quindi una generale appartenenza dei beni di produzione alla comunità strutturata nello Stato; e senza risarcimento, perché  l’impresa è stata costruita dal lavoro associato e appartiene anzitutto di diritto al lavoro. Processo che potrebbe iniziare negli Stati dell’Unione Europea. La possibilità di avviare nuove imprese resta sempre aperta; la loro proprietà dev’essere però sociale, la gestione associata.

Gli studiosi prevedono l’inizio di questa fase del processo verso la metà del secolo.

                                                                                                                     (22 ottobre 2016)

 

 

A proposito di oligarchia

di Arrigo Colombo

 

Stupisce che gente come Eugenio Scalfari, il fondatore di Repubblica, oggi il maggior giornale italiano, si sia messo a difendere l'oligarchia come una forma d'istituzione corretta, se non l'unica. Oligarchia è il potere dei pochi, come aristocrazia è il potere dei cosiddetti "migliori" (i ricchi e potenti per dinastia e tradizione) e democrazia è il potere popolare.

È appunto questo ciò che l'umanità ha conquistato nella modernità, la sovranità popolare, ed è l'unica forma di Stato giusta, l'unica che rispetta il fondamentale principio della dignità e diritto della persona umana, di ogni persona; l'unica che non discrimina sul piano etico-politico il ricco e il povero, il colto e l'ignorante, il bianco e il nero.

 

Il discorso di Scalfari, e di altri con lui, è legato a quanto è avvenuto e sta avvenendo in Italia; è avvenuto con Berlusconi e sta avvenendo ora con Renzi, e cioè l'elisione del Parlamento. Le leggi le fa il Governo, il Parlamento le approva. Con Berlusconi si era arrivati al punto che il Parlamento lavorava sì e no due giorni a settimana. Ora Renzi vuol abolire il Senato,  col pretesto che è un doppione inutile.

Ambedue rovesciano il modello democratico; quello a democrazia indiretta o rappresentativa che si è affermato in Europa, come poi in America, e si è andato universalizzando nel mondo intero (per trovare la democrazia diretta, dove la legge la fa l'assemblea popolare, dobbiamo risalire all'Atene antica), Dove l'organo fondamentale è il Parlamento, l'organo della legge, eletto dal popolo; mentre il Governo è solo l'esecutivo del Parlamento, scelto e approvato dal Parlamento stesso, che cura la realizzazione di ciò che il Parlamento ha deciso attraverso la legge e il decreto.

 

Renzi, personaggio ambizioso e di limitata formazione politica, vuole accentrare tutto nel Governo. Che poi è un organo transitorio, oggi è in carica e domani viene sfiduciato dal Parlamento e cade.

Il suo progetto di sopprimere il Senato è un grosso errore; particolarmente in Italia, un paese in cui l'identità nazionale è scarsa (lo si vede dai tentativi di scissione, in particolare da quello della Lega Lombarda, un gruppo ignorante e mediocre; tipici i personaggi che finora l'hanno guidato); in cui la formazione politica popolare è altrettanto debole, e si lascia facilmente illudere da gruppi impolitici, come il fascismo, il berlusconismo (i due disgraziati ventenni), i Cinquestelle. Un paese fortemente corrotto, con varie mafie (almeno quattro) e dove la corruzione penetra anche nel Parlamento, e ancor più nelle Amministrazioni.

Il  Senato è l'organo di controllo e di garanzia della buona legge. È tutt'altro che un doppione, un ente inutile, come si dice volgarmente, e come pensa Renzi, il grande riformatore-deformatore; che la legge la vuol fare lui. Il Senato vero, eletto dal popolo, con la pienezza dei suoi poteri, e con la consapevolezza del suo insostituibile ruolo. Non dev'essere abbattuto, non   indebolito, non sostituito da un organello posticcio e raccogliticcio; dev'essere semmai potenziato e reso cosciente della sua insostituibile funzione.

Non parliamo poi di quel mostriciattolo che è l'Italicum, il modello elettorale escogitato da Renzi e compagni; dove i  capigruppo hanno l'elezione garantita (che certo non è un'elezione) e dove un candidatosi può presentare in più collegi fino a dieci. Ma chi rappresenta mai questo candidato fantasma? per rappresentare un collegio deve conoscerlo, e conoscerlo a fondo, e avere rapporti concreti con la gente. Questa rappresentanza anomala dev'essere rifiutata; dev'essere detto con chiarezza che ci si può candidare in un solo collegio, il proprio, quello in cui si vive.

 

Quanto agli oligarchi, ai cultori del potere dei pochi, direi che appartengono ad un'umanità premoderna, in cui la dignità e il diritto del popolo non si era ancora fatto cosciente e affermato.

                                                                                                                   (15/10/016)

 

 

La riforma della Chiesa oggi

di Arrigo Colombo

 

Dopo il Concilio Vaticano II, 1962-65, si è pensato che quel Concilio avesse significato un grande rinnovamento per la Chiesa, e che altro non si dovesse fare che meditarlo e realizzarlo.

Invece ecco che il nuovo Papa, subito all'inizio. compie alcuni gesti significativi, che aprono nuove attese.

Alla qualifica di Papa preferisce quella di Vescovo di Roma. Potrebbe collegarsi con la linea che considera il papato una realtà abusiva, secolare, formatasi sul modello monarchico e imperiale che ha dominato l'Europa e il mondo fino alla Rivoluzione francese. In realtà, il papato per realizzarsi c'impiega un millennio, nella cui fase più avanzata devono intervenire tre fattori anomali: la creazione dello Stato Pontificio, cioè l'assunzione di un potere politico che contrasta con l'evangelo; la rifondazione dell'impero nel Sacro Romano Impero, cioè il potenziamento di questo potere politico ad un livello superimperiale, in quanto investitore del potere imperiale – ciò che sarà teorizzato da Gregorio VII, che può dirsi il primo vero papa, da Innocenzo II e Bonifacio VIII; il venir meno, attraverso lo scisma, della Chiesa Orientale, grande contestatrice del primato romano. Mentre alla abituale considerazione di un papato che deriverebbe da Pietro primo papa, si oppone la coscienza che Pietro ha di se stesso, e che esprime nella sua lettera: cioè semplicemente di "coanziano", uno degli anziani che coordinano la comunità romana; comunità che si aiuta con l'esempio e non col potere. L'esclusione, per Pietro, di ogni potere e posto di potere.

 

Si aggiunge rifiuto del nome dinastico, in quanto egli chiama se stesso Francesco e non Francesco I. Sembra una cosa da nulla, ma quel nome dinastico è proprio del potere monarchico e imperiale; e  viene introdotto per il vescovo di Roma verso la fine del primo millennio, quando si sta affermando appunto il suo carattere imperiale. Infatti la deviazione della Chiesa dal progetto evangelico di comunità fraterna avviene proprio col suo assumere il modello imperiale. Il rifiuto del nome dinastico può essere estremamente significativo.

 

C'è poi il rifiuto del palazzo, il Vaticano con le sue 1400 stanze; tra le quali – è vero – ci sono musei e biblioteche, c'è la Capella Sistina e le Stanze di Raffaello; ma che resta sempre una enormità. E lo si vede quando egli si affaccia per l'Angelus da una finestra altissima, in mezzo a profili di palazzi, che davvero impressiona. In particolare, se ci si rifà a quel detto del Cristo, "le volpi hanno tane e gli uccelli del cielo nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove reclinare il capo". E però fino a Pio IX e alla presa di Roma il papa aveva pure il Palazzo del Quirinale, ch'era di 1200 stanze. Una doppia enormità. Perciò nel Vaticano II fu presentato quello Schema XIV, cui 500 vescovi avevano aderito, ma che Montini non volle; dove si diceva che i vescovi, appunto seguendo il Cristo, dovrebbero abitare in un comune modesto appartamento; come tutti gli altri fedeli, la gente, il popolo.

 

V'è un passaggio, in una lettera enciclica di papa Wojtyla, Ut unum sint, del 1995. che riconosce in qualche modo il divario; riconosce che «ciò che doveva essere un servizio ha potuto manifestarsi sotto una luce abbastanza diversa» (espressione cauta, eufemistica); per un millennio i cristiani erano uniti “dalla  fraterna comunione della fede e della vita sacramentale, intervenendo per comune consenso la sede romana, qualora fossero sorti fra loro dissensi circa la fede e la disciplina”. Non parla di potere ma di una funzione conciliativa, come di fatto fu. L’enciclica riconosce la necessità di ricercare insieme "le forme nelle quali questo ministero possa realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri". Quel primo millennio, quando non v'era il papato com'è ora. Recuperarlo. Lo ritiene un "compito immane" ch'egli dassolo non può compiere. Avrebbe bisogno dell'aiuto dei responsabili ecclesiali e dei loro teologi con cui instaurare "un dialogo fraterno, paziente, nel quale ascoltarsi al di là di sterili polemiche".

Ma venne la malattia e non se ne fece niente. Nessuno finora ha ripreso quel testo.

                                                                                                                        (8/10/016 - Nuovo Quotidiano di Puglia, 1/11/016)

 

 

Ottimismo storico

di Arrigo Colombo

        

         Studiosi, scrittori, giornalisti navigano nel pessimismo; o nella visione negativa, magari catastrofica. La più parte. I teorici del Post: il postdemocratico, il postpolitico, il postmoderno e tanti altri; mentre la democrazia è l'unica forma di Stato giusto, fondato sulla sovranità popolare, in cui si riconosce la dignità e il diritto di ogni cittadino come persona umana.  È stata raggiunta attraverso le rivoluzioni moderne, dopo millenni di dispotismo monarchico-aristocratico (v'erano già stati, tuttavia, esempi di grande rilievo nella storia umana: l'Atene antica, la lotta della plebe romana contro il patriziato per partecipare alla gestione della città, i comuni medievali; nei secoli l'umanità aveva lottato per la democrazia, il popolo non era inconsapevole del suo diritto). Nell'800 la democrazia ha cominciato a generalizzarsi in Occidente, poi nel mondo; a svilupparsi. È ancora imperfetta, oscillante, con una base popolare non ancora sufficientemente evoluta; che dà il suo voto ad un Berlusconi, o ad un Trump (negli USA) ignorante e truffaldino (si spera non vinca, ma è solo a due punti dalla Clinton; il che vuol dire che quasi mezza America è pronta a votare per lui, un paese con 300 milioni di abitanti). Oppure la democrazia doveva nascere perfetta, come Minerva dalla testa di Zeus?

E la modernità è in pieno sviluppo, coi suoi valori, a cominciare dalla dignitas hominis intuita dagli umanisti del '400, dalla democrazia appunto, dalla scienza galileiana, dalla tecnologia, dall'autonomia dei popoli raggiunta con la caduta degl'imperi continentali e coloniali (193 popoli siedono nell'ONU, il primo abbozzo di comunità planetaria, di un'umanità che va verso l'unificazione). Certo non per i filosofi erranti nel razionalismo, con Cartesio e Kant, finito poi nello scetticismo e nel nihilismo; proprio loro hanno introdotto la categoria del postmoderno.

 

    L'umanità sta costruendo una società di giustizia. La sua storia – almeno fino alle rivoluzioni moderne – è dominata dal "blocco della società ingiusta", cioè dispotismo monarchico-aristocratico, conquista di popoli,  formazione d'imperi (che già Agostino chiamava "grandi brigantaggi" perché si formano asservendo altri popoli), guerra perenne (si pensi a Roma: 700 anni di guerre per formare il suo impero); inoltre schiavitù (la grande ignominia), asservimento della donna, oppressione sfruttamento povertà del popolo. E però anche in quella fase v'è nel popolo un rifiuto, una tensione etica, un progetto implicito di liberazione; dimostrato da tre ordini di eventi: la rivolta popolare, che percorre tutta la storia umana; i processi di democratizzazione, di cui si è detto; le rivoluzioni moderne. Con le quali parte il processo costruttivo.

    Tre modelli si sono impostati: il modello democratico, di cui si è detto; il modello di Stato sociale, dei servizi e del benessere (lo Welfare state), il modello cosmopolitico o della comunità planetaria dei popoli. Vi sono inoltre le Carte dei popoli o Dichiarazioni dei diritti (dalla Carta del popolo inglese del 1647 alla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948, a quella europea del 2000); e vi sono i movimenti di liberazione;: l'antischiavistico, l'antirazziale, il femminista, l'omosessuale,e  altri minori.

    Il processo è lungo e difficile, con ritardi, arresti, nuove difficoltà che insorgono (come ora il Califfato islamico); né potrebb'essere diversamente. Scetticismo e pessimismo non servono; serve fiducia, speranza, impegno. Per la giustizia.

                                                                                                                (1/10/016 - Nuovo Quotidiano di Puglia, 8/10/016)

 

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aprile

Le trivellazioni per il petrolio in mare, la loro abolizione

di Arrigo Colombo

 

Domenica 17 aprile si vota contro le trivelle da petrolio in mare; non tutte ma quelle più oscene, le più vicine alla costa, entro le 12 miglia (circa 22 chilometri), affinché al termine della concessione  scompaiano; niente proroghe. In quest'ambito le concessioni sono 35, e sembrerebbero poche; ma comportano 79 piattaforme, per 463 pozzi: Solo lungo la costa romagnola ci sono 47 piattaforme per 319 pozzi; in Abruzzo 22 piattaforme per 70 pozzi. Un'indecenza. Se si pensa alla straordinaria e incomparabile bellezza del mare; alla straordinaria vita che vi pulsa, la fauna marina; che l'inquinamento da petrolio distrugge; e Dio ci guardi dai possibili incidenti, tipo quello avvenuto qualche anno fa nel Golfo del Messico; un vero disastro, per l'animale come per l'uomo.

 

Ma poi, basta col petrolio, col suo uso, col suo inquinamento che deve cessare, e al più presto. Oppure a nulla è servita la grande riunione parigina sul surriscaldamento atmosferico che proprio questi combustibili fossili provocano; riunione che chiedeva decisioni drastiche: Perché altrimenti quel surriscaldamento, che è già avanzato nella sua azione distruttiva, lo scioglimento dei ghiacci - dei ghiacciai montani anzitutto, che stanno scomparendo; dei ghiacci polari la cui scomparsa è prevista entro il secolo, con l'innalzamento delle acque marine di un metro; e quindi la grande alluvione sulle città marine, e sulle pianure al livello del mare.

Basta col petrolio, basta con le centrali a carbone, un materiale ancor più inquinante, la maggior parte delle centrali elettriche italiane che devono essere riconvertite, urgentemente trasformate. O forse, meglio, dismesse e sostituite

 

Urge l'abbandono di tutti i combustibili fossili, combustibili inquinanti, per le sorgenti pure di energia: il sole, il vento, le maree, le onde marine, l'energia geotermica. Renzi si presenta come un innovatore, e allora innovi davvero. Invece di consigliare ai cittadini l'astensione da questo referendum popolare; lui e i suoi ministri, e anche la cara Teresa Bellanova salentina, che spera in una promozione.

Ci sono misure semplici, di attuazione immediata, in tutta la nazione; se il Governo vi s'impegna, se sviluppa una campagna. Che tutti i grandi tetti piatti di magazzini, depositi, fabbriche siano coperti da pannelli solari; con le debite facilitazioni sostenute dal governo. Che lo stesso avvenga di tutti gli edifici pubblici. Che gli stessi cittadini siano esortati e aiutati, anche attraverso una pianificazione attenta e penetrante, a coprire di pannelli solari le loro abitazioni, Nel debito modo, senza con questo turbare l'estetica delle città; che poi è in gran parte solo una questione di abitudine, a vedere certe cose piuttosto che altre; non solo, ma i pannelli solari non differiscono granché dalle tegole dei tetti.

Ciò che non dev'essere toccato è il terreno agricolo, e il terreno in genere, anche la macchia, con la sua più aspra bellezza, oltre che col suo tesoro di verde e di ossigeno. Non deve accadere come qui, nella periferia di Lecce, che quando si prende la tangenziale ovest si vedono in basso a destra terreni coperti da pannelli solari. Visione funesta, mentre il terreno agricolo già scarseggia e dev'essere protetto con rigore. Il Comune dev' essere attento, non deve permettere che queste cose accadano.

Anche le zone ventose devono essere accuratamente studiate, per crearvi dei parchi di energia eolica, vere centrali altamente produttive; mentre si abbattono quelle che ci stanno intossicando, come Cerano, centrale a carbone.

 

È questa la linea da seguire. Le trivellazioni marine sono solo un caso; forse il più patente perché intacca quello straordinario patrimonio di bellezza e di salute che è il mare. Si spera che il Governo non si lascio accecare dal denaro delle concessioni (anche se è vero che ha bisogno di denaro, ma c'è ben altro); che invece comprenda e persegua i grandi obiettivi; e li impari anche e anzitutto dai cittadini, dal popolo che è il vero e unico sovrano. 

                                                                                                         (5/04/915)

 

marzo

Il caso Bassolino e la corruzione politica italiana

di Arrigo Colombo

 

Una decina di giorni è passata dalle primarie svoltesi nel PD a Napoli, come in altre città, per le prossime elezioni comunali, ma il caso Bassolino resta ancora aperto. Sì, perché la Commissione di garanzia per le votazioni ha respinto il suo ricorso con sette voti su otto, e la direzione del partito convocata per il 21 marzo è stata spostata al 4 aprile, come segno di lutto per le ragazze dell'Erasmus morte nell'incidente spagnolo.

Ma veniamo al caso, di cui la stampa ha parlato ampiamente. Durante le primarie del PC di Napoli, una testata giornalistica aveva collocato degli operatori segreti all'ingresso di tre sezioni della Napoli degradata per riprendere ciò che vi avveniva. Ed è risultato che esponenti del PC, come di altri partiti, hanno dato denaro a persone votanti: anzitutto l'euro che il partito richiedeva per votare, come piccola oblazione; ciò che del resto fa sempre; ma in qualche caso anche dieci euro.

Ora è vero che un euro è cosa da poco, ma è sempre un mezzo per accattivarsi la volontà del votante, questo è certo. Un atto che vizia la votazione, la sua libertà imprescindibile. Cui si accompagna l'atto del politico che dà il denaro, che è un atto di corruzione, un fatto gravissimo sul piano etico e politico, anche per un solo euro.

 

Qui interviene la corrente  renziana che banalizza e bagatellizza tutto sui numeri: perché la Valente, la sua candidata, ha ottenuto 451 voti in più di Bassolino, e dunque una cifra che è lontana da quella dei distributori di euro a scopo accattivante. E interviene Renzi con la sua arroganza di sempre, che blocca ogni discussione: "Non si torna indietro".

Un fatto grave, quello di Renzi. Nella sua posizione di capo del governo avrebbe dovuto comunque deplorare il fatto, condannarlo, lasciando semmai le conseguenze ad una riflessione e discussione più matura. Perché si tratta sempre di corruzione, che è la grande piaga nazionale, forse la più grande, la più grave, perché si manifesta  anche e soprattutto ai livelli alti della Nazione, nella gestione politica e nella gestione dei servizi. Perché ha avuto un vertice vergognoso nel ventennio berlusconiano; dove la prima legge che viene varata è quella che depenalizza e quindi autorizza il falso in bilancio; che il corrotto Berlusconi, giunto la governo, fa per le sue imprese, ma vale per tutte le imprese; che possono tutte tranquillamente truffare. Un fatto di estrema pervicacia. Cui segue poi l'abbassamento dei tempi di prescrizione, per far sì che i processi contro le sue malefatte innumerevoli (27+4 processi in quegli anni, un numero enorme) finissero nel nulla, che il crimine fosse in fondo cancellato e si potesse anche dire che neppure era esistito. E con questo la persecuzione dei giudici come malfattori, come inquinati da un'ideologia perversa, quella del "comunismo" sovietico, che inquinava anche il sistema giudiziario..

Se si pensa a quel ventennio, si stenta a credere che tutto ciò sia accaduto, sia potuto accadere; che il popolo, nella sua fondamentale rettitudine, e però inquinata dall'ignoranza, debole di fronte all'inganno, alla seduzione mediatica e televisiva, allo pseudofascino di una falsa grandezza; ma insomma come abbia potuto per un ventennio dare il suo voto  di maggioranza a quella congrega. Come la corruzione abbia potuto per vent'anni addirittura governare il Paese.

Ma ecco che , passato Berlusconi, la corruzione continua. Forse viene più facilmente svelata e denunziata. Ma insomma, ecco che quasi ogni  settimana ne salta fuori un caso, e non piccolo; e la stampa lo denunzia. E viene il voltastomaco.

 

Il caso Bassolino, al confronto, è piccolo; ma è sempre corruzione, ha la stessa essenziale entità etica e politica. E come tale dev'essere affrontato. Renzi non può dire "non si torna indietro". Al contrario deve dire discutiamolo, affrontiamolo; se è il caso, che la magistrature lo affronti. Dovrebbe dire: in quelle sezioni ripetiamo il voto, poiché è giusto, ed è esemplare, è segno di una politica diversa, nuova, di una politica giusta. Tanto il risultato che gli preme non cambierà, la sua candidata, coi  suoi 451 voti di vantaggio, sarà eletta comunque. Ma, a dire il vero, come imparziale capo del governo, non dovrebbe premergli la sua candidata, ma che la gente elegga il candidato che lei vuole, nell'esercizio della sovranità popolare.

                                                                                                                  (23/03/016)

 

A proposito dell'infallibilità papale

di Arrigo Colombo

 

         Nei giorni scorsi la stampa ha riportato un singolare appello del teologo Hans Küng a Papa Francesco, e cioè l'invito ad abolire l'infallibilità papale. Una domanda che Kñng si era posto già nel 1970 col famoso libro Infallibilità? Una domanda appunto; cui è seguita una vasta polemica che ancora non si è sopita. Ma l'invito d'ora si rifà forse a certe espressioni di Papa Francesco che sono circolate ovunque, come «Chi sono io per giudicare?»

 

L'infallibilità papale è un principio che entra tardi nella tradizione ecclesiastica, ed entra al seguito del processo in cui si costituisce il potere papale, processo che si estende a tutto il primo millennio, per cui che si può dire che il primo vero papa sia Gregorio VII, col suo Dictatus papae: Perciò ha più il carattere di un fatto di potere che di un fatto veritativo. In tutto il primo millennio notiamo  asserzioni del tipo «un’autorità così grande che del suo giudizio nessuno osa discutere» (ma un giudizio disciplinare, per lo più); «nella Sede apostolica la religione cattolica si è sempre conservata intatta»; asserzioni che rivendicano il particolare prestigio della sede romana (così i papi Zosimo nel 217, e Ormisda nel 523). Ma in tutto il primo millennio prevale l’idea che l’errore può tuttavia penetrare nella Chiesa, anche se non corromperla interamente; e che il papa può cadere in eresia.

Così nella vicenda di papa Vigilio, che nella controversia monofisita, nel 548, condanna i tre teologi incriminati; poi, sotto la reazione dell’Occidente, ritratta; ma è allora scomunicato dal Concilio Costantinopolitano II; reitera perciò la condanna; ma ricade allora sotto il rifiuto delle Chiese occidentali, di Milano, di Aquileia, della Gallia, e un sinodo africano lo scomunica. E così in quella di papa Onorio, che nel 634 accetta la dottrina monotelita (dell’esistenza in Cristo della sola volontà divina, ciò che rende monca la sua umanità) ed è condannato com’eretico dal Concilio Costantinopolitano III; e in seguito riconosciuto com’eretico anche a Roma. Ma fatti analoghi erano avvenuti anche nella prima metà del millennio. Salvo poi a dire che la fede romana restava intatta pur nell’errore di un papa.  E però l'idea dell'erranza è presente ancora in un testo come il Decretum Gratiani che è della metà del sec. XII e ha una forte autorità e importanza storica.

Nel secondo millennio episodi del genere non si ripetono, ma l'affermazione dell'infallibilità, o almeno dell'inerranza, continua ad essere un fatto sporadico, non frequente, e non perentorio. Così l'affermazione d'Innocenzo III (nel 1199), grande assertore del potere  papale, che i successori di Pietro «in nessun tempo mai deviarono dalla fede cattolica», lascia perplessi, dopo quanto si è detto; o quella di Clemente V, nel 1351, che «che è vero e cattolico tutto ciò che egli, con l’autorità delle chiavi a lui consegnate dal Cristo, determina sia vero»; o quelle che compaiono in seguito in documenti meno significativi.

Perciò stupisce la volontà di Pio IX di ottenere l'infallibilità papale nel Concilio Vaticano I; e però siamo nel 1878, ne sono passati di secoli. Una volontà non priva di arroganza, che già nel 1854 aveva lanciato, quasi a sfida, la definizione dogmatica dell'Immacolata Concezione; e che ora avrebbe voluto includere nell'infallibilità anche documenti pontifici come le Encicliche, e soprattutto quel suo Sillabo in cui aveva condannato tutte le maggiori conquiste della coscienza moderna (inclusa appunto la libertà di coscienza e la libertà di religione); mentre in realtà il Concilio adottò quella nota formula che assegna l'infallibilità solo a quando «il papa ex cathedra, come pastore e dottore di tutti i cristiani, definisce una dottrina di fede o costumi come da osservarsi dalla Chiesa universale».

Stupisce, tuttavia, l'incapacità del Concilio di fondare seriamente la sua definizione nella yradizione e soprattutto nell'evangelo; poiché per la tradizione, a parte la citata frase di papa Zosimo, apporta due testi dai Concili Lionese e Fiorentino che non sono pertinenti; e per l'evangelo. quel passo di Luca in cui il Cristo dice a Pietro «ho pregato per te affinché la tua fede non venga meno; e tu, una volta ripreso, conferma i tuoi fratelli»; passo che concerne il famoso rinnegamento di Pietro. Insomma la definizione conciliare manca di una seria base storica e soprattutto evangelica. Il vero motivo viene addotto più avanti, quando si parla della necessità di rafforzare l'autorità del Pontefice in una fase d'incredulità e di disprezzo. Dovremmo piuttosto dire che in un'età di democrazia e di potere popolare non era certo questo il modo di accrescere quell'autorità.

In realtà di quel potere definitorio nessuno quasi si è avvalso. solo Pio XII per l'assunzione di Maria, cioè per un fatto che poco ha a che vedere col mistero cristiano e con la fede.

Ma il caso più singolare è quello dell'Immacolata Concezione, definita proprio da Pio IX; come si è visto. Che cioè la Madonna, per singolare privilegio, era stata concepita senza quel famoso peccato originale che macchierebbe tutti fin dall'inizio. Che oggi i teologi ritengono improbabile; perché alla sua origine v'è un errore di traduzione dal greco della Lettera ai Romani (la Chiesa greca e orientale infatti non lo ha). Mentre il testo greco dice «per cui (il peccato di Adamo) tutti hanno peccato», il latino traduce «in lui (in Adamo) tutti hanno peccato»: tutti in lui hanno peccato, tutti hanno questo peccato di origine, anche i bambini appena nati. Ciò di cui pure papa Wojtyla comincia a dubitare, e crea una commissione per salvare questi poveri bambini. Ma insomma l'errore è evidente. Sì che ci si chiede che cosa ci sita a fare la solenne festa dell'Immacolata Concezione.

                                                                                                                          (12/03/016)

 

 L'Europa e l'immigrazione, un problema da risolvere

di Arrigo Colombo

 

           Il problema dell'immigrazione in Europa si trova in una fase di acuta e complessa difficoltà, in quanto da un lato si è creata una massa enorme di profughi, dovuta all'acutizzarsi della situazione in Medio Oriente: l'intricata situazione siriana, dove un dittatore massacra il suo popolo, mentre le forze popolari che lo combattono sono spesso avverse tra loro; su cui s'inserisce poi il califfato con la sua particolare crudeltà, e poi il semidittatore Putin che protegge il tiranno. Dove gli sciiti infieriscono sui sunniti in Iraq; mentre i talebani infieriscono in Afghanistan. Una situazione che provoca un fuggi fuggi di gente nel tentativo di salvarsi. Mentre d'altronde continua l'esodo dall'Africa e da altre zone dell'Asia.

Due fatti gravi intervengono in Europa, che fino ad ora aveva seguito, di fronte all'immigrazione dai paesi poveri, i giusti principi: e cioè il principio dell'accoglienza che a sua volta si basa sul principio fraterno, in particolare di fronte al fratello bisognoso; e il principio che la Terra è di tutti sì che nessun popolo può considerare suo in esclusiva il suo territorio.

Con il forte aumento dell'immigrazione, che prima approdava ai paesi del Mediterraneo e veniva poi assorbita, oltre che dal Sud, dal Centro e dal Nordovest europeo, si è posto il problema di una più equa distribuzione, che cioè tutti i popoli dell'Unione Europea contribuissero all'accoglienza secondo le possibilità di ciascuno: cioè secondo il territorio, la popolazione, la ricchezza. Perciò si è parlato di quote da assegnare in linea di principio ad ognuno.

A questo punto interviene il rifiuto: a cominciare dall'Ungheria, col suo governo ultraconservatore; e con essa Cechia e Slovacchia, Polonia, Paesi baltici; e, si capisce, Gran Bretagna, il paese delle eccezioni; e più recentemente Francia e Spagna che lamentano l'inadeguatezza delle quote. A questo punto il processo di assorbimento è in difficoltà serie.

Interviene poi l'altro errore commesso dall'Unione, e cioè il trattamento speciale concesso  alla Gran Bretagna, col motivo pretestuoso che avrebbe impedito la sua uscita dall'Unione stessa. Così, infatti, lo ha presentato Cameron, il Primo ministro. Un grave errore perché apriva la porta alle eccezioni; di vario tipo; e anche proprio per l'immigrazione. Ma soprattutto provocava nell'Unione una frattura, quando invece deve avanzare il processo di unificazione che si è bloccato, e che ai cerca di riprendere, di cui molto si discute; anche se ancor nessuna iniziativa è in atto

Se la Gran Bretagna si vuole staccare, lo faccia; sarà peggio per lei: con la sua boria, con la sua sterlina, lei che aveva il più grande impero coloniale, che sfruttava una quantità di popoli, e che s'illude ancora di essere superiore agli altri;

 

Intanto, per prima cosa, bisogna distinguere tra due tipi d'immigrazione: c'è una immigrazione da povertà, e c'è una immigrazione da dissesto politico e sociale. Questa seconda può essere in gran parte transitoria perché quando il dissesto è finito si può rientrare, si rientra. E infatti ci s'impegna, ci si deve impegnare affinché il dissesto abbia fine. Come oggi in Siria, dove la maggiore difficoltà è l'intrusione di Putin. Bisogna invece considerare il fatto che l'emigrazione da paesi poveri è per quei paesi molto dannosa; perché li impoverisce ulteriormente; perché toglie loro forze giovani, forze fresche che potrebbero essere decisive per l'uscita dalla povertà. Per cui l'emigrazione da paesi poveri aggrava e perpetua il loro problema,

Una misura importante per diminuire, e infine far cessare l'emigrazione da questi paesi; e così eliminare definitivamente o quasi questo tipo  d'immigrazione, è un consistente aiuto non tanto e non semplicemente in denaro. Specie se questo denaro va ai politici che gestiscono il paese, e che spesso se lo appropriano o lo sprecano in opere di rappresentanza o militari ecc. No. Invece, ad esempio, creare un istituto che studi i problemi economici dei paesi in questione, progetti degl'interventi e ne curi poi la realizzazione. Progetti anche semplici, come quelli di cui parla Schumacher in Piccolo è bello, il libro famoso. Come prendere una ruota di bicicletta con pedale e applicarla ad un pozzo per sollevare l'acqua.  L'istituto dovrebb'essere corposo perché dovrebbe lavorare per tutti i paesi da cui proviene l'immigrazione da povertà; e dovrebbe lavorare in un continuo scambio con quei paesi. Ma il denaro che gli europei v'impegnerebbero sarebbe poi via via ripagato dal diminuire e infine dall'estinguersi di quell'immigrazione. Un progetto che è stato già proposto alla Commissione europea, e anche in linea di principia accettato; ma non messo in opera.

Quanto invece ai dissesti politici e sociali, e all'enorme flusso migratorio che in questa fase provocano, l'Occidente deve impegnarsi a fondo. Gli USA in particolare, che hanno portato una guerra ingiusta e stolta in Afghanistan e in Iraq; guerre che credevano di vincere in pochi mesi, loro la grande potenza; e dove invece sono ancora impantanati.

                                                                                                                       (29/02/016 - Nuovo Quotidiano di Puglia, 2/03/016)

 

 

  febbraio 

Il Card. Bagnasco nella vicenda delle unioni civili

di Arrigo Colombo

 

          Nella vicenda tanto conflittuale di questa legge, dopo che il cattolicesimo più conservatore ha manifestato  in massa nel Family Day, interviene il card. Bagnasco, parlando a Genova nell'ambito della giornata del malato l'11 febbraio, quindi proprio nella ricorrenza dei Patti Lateranensi, del  Concordato tra Stato italiano e Chiesa. Interviene dicendo «ci auguriamo che la libertà di coscienza su temi fondamentali per la vita della società e delle persone sia non solo rispettata, ma anche promossa con una votazione a scrutinio segreto».

Il Card. Bagnasco non è un vescovo né un cardinale qualunque; è il presidente della CEI, la Conferenza episcopale italiana; e anche se non parla in nome dell'intero episcopato, in certa misura lo rappresenta in sé.

L'intervento è grave, perché in pratica egli chiede per questa legge il voto segreto. Non si limita ad affermare i principi che secondo lui, o secondo l'episcopato italiano, dovrebbero generare la legge giusta, corrispondente alla giustizia, o anche all'amore fraterno che nel vangelo è la norma suprema del comportamento umano. No, entra nella fattispecie delle decisioni parlamentari e governative, nella dinamica della gestione dello Stato.

Con questo viola il principio primo e supremo dei rapporti tra Stato e Chiesa; quello che è affermato con chiarezza e forza nel primo articolo del nuovo testo del Concordato, quello del 1984: «La Repubblica italiana e la Santa Sede riaffermano che lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, impegnandosi al pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti». È un'interferenza, palese, di quelle che si pensava non potessero avvenire più dopo la triste esperienza della fase democristiana (quando la Chiesa pensava di avere il suo partito, la sua longa manus nella gestione dello Stato)  e quella dell'era Ruini. E con la linea instaurata dal nuovo Papa.

Bagnasco, poi, non si accorge dell'incongruenza contenuta nelle sue stesse parola. Perché non è che il voto segreto favorisca la libertà di coscienza, e tantomeno la libera manifestazione della propria coscienza. Favorisce, invece, proprio nel segreto, tutte le peggiori macchinazioni. A parte che la Chiesa, in fatto di libertà di coscienza,  dev'essere molto cauta, perché l'ha rifiutata per quasi due millenni; e la persecuzione dei cosiddetti «eretici» ne è stata la manifestazione più crudele e inumana; portati ad essere murati a vita a pane ed acqua, alla tortura, al rogo; solo perché la loro coscienza cristiana (fede, prassi di fede, sviluppo teologico) differiva o anche contrastava il dogma cattolico. Mentre il Cristo aveva proclamato, nella sua dottrina dell'amore fraterno, che anche il nemico dev'essere amato, e pure beneficato.

 

Certo che il dettato concordatario sta stretto alla Chiesa. Perché il suo passato millenario è un passato di potere assoluto e globalmente tale. Tutto il potere umano è detenuto dal Papa, quello religioso come quello politico: quest'affermazione è esplicita e forte nei primi secoli del secondo millennio, quando cioè si può dire che si è infine costituito il potere papale. Le affermazioni esplicite, le più forti, le troviamo in Gregorio VII, in Innocenzo III, in Bonifacio VIII; cioè tra il 1000 e il 1300: il Papa detiene la pienezza del potere ed è lui che poi investe i sovrani del potere politico; potere che però essi devono esercitare sotto la sua tutela. Sono questi i secoli di più alta aberrazione. E però, anche quando, più tardi, a cominciare dalla Rivoluzione inglese del Lungo Parlamento del 1640, l'umanità inizierà a scoprire che il principio del potere sta nel popolo, nella dignità e diritto della persona umana; e che il potere  statale, lo Stato di diritto, si genera per una cessione di diritto da parte della persona per la sua tutela e promozione; donde il principio di sovranità popolare; anche e proprio allora la Chiesa cattolica non lo accetterà; non accetterà la democrazia, che ancora da Pio IX  nel famoso Sillabo (che è del 1864) è condannata.

Lo stesso tanto celebrato Concilio Vaticano II non ha una vera comprensione per la il modello democratico; ne parla come di una forma da accettare e lodare, con una certa degnazione.

Tutto questo è più che comprensibile. La Chiesa, o meglio la comunità ecclesiale è progettata dal Cristo nel dettato evangelico come una comunità fraterna; ma già nel secondo secolo è una Chiesa gerarchica che va sempre più accrescendo i suoi centri di potere fino (verso il Mille) al costituirsi del papato come potere supremo. Fa suo il modello imperiale. Oggi è l'unico impero esistente, tutti gli altri essendo caduti lungo il passato secolo; prima gl'imperi continentali poi gl'imperi coloniali; mentre tutti i popoli (o quasi) raggiungono l'autonomia.  

                                                                                                         (13/02/016)

 

 

gennaio

A proposito di unioni libere e altri problemi

di Arrigo Colombo

 

          La questione delle unioni libere o coppie di fatto, come delle coppie omosessuali, si trascina in Italia da decenni, mentre la più parte delle maggiori nazioni da decenni o quasi l'ha risolta. L'ultimo tentativo fu quello di Prodi, nel suo secondo governo, avversato fortemente dalla gerarchia cattolica che minacciò di sospendere i parlamentari dai sacramenti. E anche adesso è il gruppo dei cattolici del PD che oppone difficoltà ed eccezioni al tentativo del governo.

Si sa che il fenomeno delle coppie di fatto è in espansione, che nel NordEuropa è al 50% delle unioni, mentre al Centro è sul 30-35%, in Italia e Spagna sta sul 10-15. Dietro a questa tendenza c'è  un complesso insieme di fattori, tra cui dev'essere considerato anzitutto il conflitto di coppia che porta alla separazione e al divorzio; conflitto che per i figli è fonte di sofferenze, di nevrosi, di un complesso disagio che porta poi alla sfiducia nel vincolo coniugale, vincolo matrimoniale, matrimonio indissolubile della tradizione cattolica. Ma altri importanti fattori storici intervengono, fattori dello sviluppo storico ed umano: il principio della libertà personale, mentre s'indeboliscono i vincoli di tradizione e di costume; l'emancipazione della donna, ancora in corso; il principio dell'amore come fondamento del rapporto, che s'introduce col Romanticismo, e che la Chiesa di fatto ignorava (si ricordino i tre fattori dell'unione coniugale da essa teorizzati: procreazione, aiuto mutuo, rimedio alla concupiscenza: dove manca proprio l'amore; un fatto di estrema gravità se si pensa che l'amore è al centro dell'annunzio evangelico; e v'era poi, lungo tutta quella tradizione, la condanna della sessualità come male).

L'indissolubilità del matrimonio, poi, si lega anche alla tendenza dogmatica e costrittiva della Chiesa, che promana dalla sua struttura gerarchica e dispotica. Il testo evangelico, infatti, per quanto sia forte, ammette almeno un'eccezione, quella dell'adulterio, cioè di un altro rapporto, transitorio o meno; che è poi, in realtà, la causa maggiore dei conflitti di coppia, come delle separazioni e divorzi;  tradizionalmente facile da parte del maschio, della sua pretesa di superiorità, di possesso e dominio della donna;. A parte il fatto che una corrente teologica – tra cui il maggior moralista cattolico del '900, Bernhard Häring – tende a considerare il testo evangelico non come un precetto ma come un ideale proposto all'umanità; considerando la finitudine e precarietà dell'essere umano, e quindi l'intrinseca difficoltà di un rapporto di coppia indissolubile.

 

Su questa complessa situazione interviene a un certo momento lo Stato, col Patto civile di solidarietà; interviene per salvaguardare comunque alcuni diritti della coppia; ma insieme, con un vincolo giuridico, la rafforza. Questo si sta ora cercando d'introdurre in Italia, dove ancora manca.

E deve valere anche per le coppie omosessuali, una volta che si è compreso che l'omosessualità non è un vizio ma una diversa forma nell'impianto o nel costituirsi della natura e persona; che non ha alcuna valenza morale-immorale; e che la coppia omosessuale è un analogo dell'etero (l'analogia è molto ben conosciuta nell'ambiente ecclesiastico e teologico); e secondo l'importante documento dei teologi americani (di una commissione istituita dall'episcopato per una revisione di tutta l'etica sessuale) dev'essere riconosciuta e anche benedetta in una chiesa.

È un analogo della famiglia; non si capisce perché non possa com'essa avere figli, adottarli, crescerli, educarli. Ciò che conta per i figli è – come dicono i pedagogisti – il «nido d'amore»; oltre, si capisce, all'onestà dei genitori. Ma ecco che oggi i parlamentari cattolici, anche di Sinistra, si oppongono all'adozione.

Si tratta di compiere, forse, l'ultimo passo nel processo d'integrazione dell'omosessualità. Se si pensa che nel medioevo cristiano veniva considerata un vizio gravissimo e punita col rogo. Un misfatto di cui la Chiesa porta la pesante responsabilità. Come per i cosiddetti eretici. Di contro al precetto evangelico che vuole si ami e benefichi anche il nemico, vero o supposto; di contro al principio fraterno che dovrebbe presiedere all'intero comportamento umano; ecco che la Chiesa, invece, nega la libertà di coscienza, e ignora il rapporto fraterno che è la nuova e unica norma che il Cristo le ha dato.

                                                                                                             (25/01/016 - Nuovo Quotidiano di Puglia, 19/01/016 )

 

 

 

 

 

 

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