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Lucio Apuleio

LA FAVOLA DI AMORE E PSICHE

pagina ideata e realizzata da Nunzio Castaldi

dedico questo lavoro a tutte le donne che conosco e a tutte quelle che conoscerò

 

 

 

 

 avvertenze:

la pagina è costruita in word 97

potete scegliere di leggere in modo continuativo il testo latino e quello italiano, o alternare originale e traduzione avvalendovi della fitta rete di rimandi ipertestuali

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nel caso ricontriate qualsiasi violazione delle norme di copyright, vi prego di segnalarmelo via email, grazie.

Buon divertimento

 

 SOMMARIO GENERALE

(vai al sommario analitico)

 

Vita.

Opere.

Le "Metamorfosi".

La favola di Amore e Psiche (introduzione).

La favola di Amore e Psiche (testo latino).

La favola di Amore e Psiche (testo italiano).

Note.

Apuleio sul web.

Bibliografia

 

 

 

SOMMARIO ANALITICO

(vai al sommario generale)

 

Vita.

La nascita e gli studi.

L'iniziazione ai culti misterici.

L'accusa di magia e il processo.

Gli ultimi anni.

 

Opere.

Apologia.

Opere filosofiche (e minori).

Metamorfosi.

 

Le "Metamorfosi".

Introduzione.

Trama.

La chiave "mistagogica".

 

La favola di Amore e Psiche (introduzione).

Premessa.

Trama.

La chiave di lettura della favola.

 

La favola di Amore e Psiche (testo latino).

La bellezza straordinaria di Psiche.

L'invidia della dea Venere e il ricorso a Cupìdo.

La bellezza di Venere.

La solitudine di Psiche e il vaticinio dell'oracolo.

L'esecuzione della divina sentenza.

Il palazzo incantato.

Le voci misteriose.

L'amante invisibile.

Psiche è messa in guardia dal suo sposo.

Psiche ottiene di rivedere le sorelle.

La visita delle sorelle.

Le sorelle di Psiche tramano il loro piano.

Nuovi avvertimenti a Psiche.

Psiche è ingannata e vinta dalle sorelle.

Psiche vede Amore.

Scomparsa di Amore.

Psiche incontra il dio Pan.

La punizione delle sorelle.

Venere viene a conoscenza dell'accaduto.

Venere rimprovera Cupìdo.

Inutili invocazioni di Psiche a Cerere e Giunone.

Venere alla ricerca di Psiche.

Psiche davanti a Venere.

Venere infligge la prima prova a Psiche. Aiuto delle formiche.

La seconda prova e l'aiuto della canna.

La terza prova e l'aiuto dell'aquila.

La quarta prova. Psiche discende agl'Inferi.

Amore va in aiuto di Psiche.

Le nozze di Psiche con Amore.

 

La favola di Amore e Psiche (testo italiano).

La bellezza straordinaria di Psiche.

L'invidia della dea Venere e il ricorso a Cupìdo.

La bellezza di Venere.

La solitudine di Psiche e il vaticinio dell'oracolo.

L'esecuzione della divina sentenza.

Il palazzo incantato.

Le voci misteriose.

L'amante invisibile.

Psiche è messa in guardia dal suo sposo.

Psiche ottiene di rivedere le sorelle.

La visita delle sorelle.

Le sorelle di Psiche tramano il loro piano.

Nuovi avvertimenti a Psiche.

Psiche è ingannata e vinta dalle sorelle.

Psiche vede Amore.

Scomparsa di Amore.

Psiche incontra il dio Pan.

La punizione delle sorelle.

Venere viene a conoscenza dell'accaduto.

Venere rimprovera Cupìdo.

Inutili invocazioni di Psiche a Cerere e Giunone.

Venere alla ricerca di Psiche.

Psiche davanti a Venere.

Venere infligge la prima prova a Psiche. Aiuto delle formiche.

La seconda prova e l'aiuto della canna.

La terza prova e l'aiuto dell'aquila.

La quarta prova. Psiche discende agl'Inferi.

Amore va in aiuto di Psiche.

Le nozze di Psiche con Amore.

 

Note.

 

Apuleio sul web.

 

Bibliografia

 

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Lucio (?)* Apuleio

 

(Madaura, Algeria 125 d.C. ca – Cartagine, dopo il 170 d.C.)

 

 

 

VITA. torna al sommario analitico

La nascita e gli studi. Poche sono le notizie in nostro possesso sulla vita di questo che è certamente il personaggio più poliedrico e affascinante dell'età degli Antonini; notizie del resto tutte ricavabili da certe informazioni che lo stesso scrittore ci fornisce nelle sue opere, soprattutto nell' "Apologia". Così sappiamo che nacque a Madaura intorno al 125 d.C, che fu di estrazione agiata e che studiò a Cartagine, dove apprese le regole dell'eloquenza latina; si recò poi ad Atene, per avviarsi allo studio del pensiero greco. Ciò che principalmente l'attraeva erano le dottrine nelle quali il pensiero religioso aveva una sua funzione: ma lo stoicismo, al quale rimanevano fedeli in gran parte i nobili romani e di cui Marco Aurelio sarà un adepto, lo attraeva molto meno del platonismo, o della dottrina che allora passava sotto questo termine (platonismo se così possiamo dire "teosofico"), impregnata di misticismo e addirittura di magia.

L'iniziazione ai culti misterici. A. si fece iniziare a tutti i culti più o meno segreti che a quei tempi abbondavano nell'Oriente mediterraneo: misteri di Eleusi, di Mitra, misteri di Iside, culto dei Cabiri a Samotracia, e tanti altri di minore fama. La sua speranza era di trovare il "segreto delle cose" e, al pari della sua eroina Psiche, si abbandonava a tutti i dèmoni della curiosità, avventurandosi fino alle frontiere del sacrilegio. torna al sommario analitico

L'accusa di magia e il processo. La strada del ritorno dalla Grecia all'Africa lo condusse attraverso le regioni asiatiche, in Egitto e quindi in Cirenaica, dove lo attendeva una straordinaria avventura verso Alessandria (155-156). Ad Oea (l'odierna Tripoli), infatti, conobbe Pudentilla, madre di uno dei suoi compagni di studi ad Atene, Ponziano, la quale, rimasta vedova, desiderava riprendere marito. A. le piacque, e i due si sposarono. I parenti della nobildonna, adirati nel vedere compromessa l'eredità, intentarono un processo al "filosofo" straniero accusandolo di aver plagiato e sedotto la donna con arti magiche per impossessarsi dei suoi averi, e lo tradussero davanti al governatore della provincia. Per difendersi, A. compose un'arringa scintillante di spirito, che ci è stata conservata col titolo di "Apologia" (158). torna al sommario analitico

Gli ultimi anni. Dopo il processo, lo scrittore tornò a Cartagine, dove ottenne varie dignità (come quella di sacerdos provinciae del culto imperiale, ma fu pure sacerdote e propagandista del culto di Asclepio) e dove proseguì la sua brillante carriera di conferenziere (i Cartaginesi giunsero ad innalzare statue in suo onore). Infine, la sua morte va collocata probabilmente dopo il 170 d.C., dal momento che da quest'anno in poi non abbiamo più notizie sul suo conto. torna al sommario analitico

 

 

OPERE

"De mundo", rifacimento – in chiave stoicheggiante – dell’omonimo trattato pseudoaristotelico;

"De Platone et eius domate", una sintesi della fisica e dell’etica di Platone, cui doveva seguire una logica ("Perì ermeneias"?): ne emerge un Platone permeato di neopitagorismo, di teorie misteriche ed iniziatiche;

"De deo Socratis", un opuscolo in cui A. esamina la demonologia di Socrate: sotto l’influsso delle filosofie orientali, i "demoni" (ovvero, divinità) diventano Angeli, o affini ad essi, per A., spiriti che fungono da intermediari tra gli dèi e gli uomini, e che presiedono a rivelazioni e presagi. Numerose, poi, le opere perdute, o di cui ci resta molto poco. Scrisse di aritmetica, musica, medicina ecc., e, tra le altre cose, compose "Carmina amatoria", "Ludicra" (di questa raccolta faceva parte un carme su un dentifricio e due epigrammi d'amore conservati nell' "Apologia") e poi una traduzione del "Fedone" platonico, un romanzo, "Hermagoras", di cui ci restano due frammenti e nel quale doveva essere celebrato il culto di "Ermete Trismegisto". Il carattere enciclopedico e insieme misterico e salvifico della sua produzione minore è confermato pure da scritti trasmessi sotto il suo nome, specie da un dialogo ermetico apocrifo, l' "Asclepius".

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LE "METAMORFOSI". TRAMA E CONSIDERAZIONI. torna al sommario analitico

Introduzione. *Il romanzo, opera stravagante in 11 libri, è forse l'adattamento (almeno nei primi 10) di uno scritto di Luciano di Samosata di cui non siamo in possesso, ma del quale ci è pervenuto un plagio intitolato "Lucius o L'asino": si discute se A. abbia seguito il modello solo nella trama principale, o ne abbia ricavato anche le molte digressioni novellistiche tragiche ed erotiche. Non è improbabile, poi, che sia A. che Luciano abbiano (sia pure con intenti del tutto diversi) rielaborato un'ulteriore fonte, di cui ci testimonia Fozio: ovvero, un'opera intitolata, manco a dirlo, "Metamorfosi", e attribuito ad un certo Lucio di Patre, il cui canovaccio esteriore è praticamente lo stesso dell'opera del nostro. "Le "Metamorfosi" di A. gravitano comunque nella tradizione della "milesia", ma anche in quella del romanzo greco contemporaneo, arricchito però dall’originale e determinante elemento magico e misterico. torna al sommario analitico

Dunque, nell'opera, il magico si alterna con l’epico (nelle storie, ad es., dei briganti), col tragico, col comico, in una sperimentazione di generi diversi (ordinati ovviamente in un unico disegno, con un impianto strutturale abbastanza rigoroso), che trova corrispondenza nello sperimentalismo linguistico, nella piena padronanza di diversi registri, variamente combinati nel tessuto verbale: e il tutto in una lingua, comunque, decisamente "letteraria".

Trama. *La storia narra di un giovane chiamato Lucio (identificato da A. con lo stesso narratore), appassionato di magia. Originario di Patrasso, in Grecia, egli si reca per affari in Tessaglia, paese delle streghe. Là, per caso, si trova ad alloggiare in casa del ricco Milone, la cui moglie Panfila è ritenuta una maga: ha la facoltà di trasformarsi in uccello. Lucio - avvinto dalla sua insaziabile curiositas - vuole imitarla e, valendosi dell'aiuto di una servetta, Fotis, accede alla stanza degli unguenti magici della donna. Ma sbaglia unguento, e viene trasformato in asino, pur conservando coscienza ed intelligenza umana. Per una simile disgrazia, il rimedio sarebbe semplice (gli basterebbe mangiare alcune rose), se un concatenarsi straordinario di circostanze non gli impedisse di scoprire l'antidoto indispensabile. Rapito da certi ladri, che hanno fatto irruzione nella casa, durante la notte stessa della metamorfosi, egli rimane bestia da soma per lunghi mesi, si trova coinvolto in mille avventure, sottoposto ad infinite angherie e muto testimone dei più abietti vizi umani; in breve, il tema è un comodo pretesto per mettere insieme una miriade di racconti. torna al sommario analitico

Nella caverna dei briganti, Lucio ascolta la lunga e bellissima favola di "Amore e Psiche", narrata da una vecchia ad una fanciulla rapita dai malviventi: la favola racconta appunto l'avventura di Psiche, l'Anima, innamorata di Eros, dio del desiderio, uno dei grandi dèmoni dell'universo platonico, la quale possiede senza saperlo, nella notte della propria coscienza, il dio che lei ama, e che però smarrisce per curiosità, per ritrovarlo poi nel dolore di un'espiazione che le fa attraversare tutti gli "elementi" del mondo) (vd oltre, l' "introduzione").

Sconfitti poi i briganti dal fidanzato della fanciulla, Lucio viene liberato, finchè – dopo altre peripezie – si trova nella regione di Corinto, dove, sempre sotto forma asinina, si addormenta sulla spiagga di Cancree e, durante una notte di plenilunio, vede apparire in sogno la dea Iside che lo conforta, gli annuncia la fine del supplizio e gli indica dove potrà trovare le benefiche rose. Il giorno dopo, il miracolo si compie nel corso di una processione di fedeli della dea e Lucio, per riconoscenza, si fa iniziare ai misteri di Iside e Osiride.

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La chiave "mistagogica". *L'ultima parte del romanzo (libro XI), che si svolge in un clima di forte suggestione mistica ed iniziatica, non ha equivalente nel testo del modello greco. E’ evidente che è un'aggiunta di A., al pari della celebre "favola" di Amore e Psiche, che si trova inserita verso la metà dell'opera: centralità decisamente "programmatica", che fa della stessa quasi un modello in scala ridotta dell’intero percorso narrativo del romanzo, offrendone la corretta decodificazione.

Ci si può chiedere se queste aggiunte non servano a spiegare l'intenzione dell'autore. In realtà l'episodio di Iside, come quello di Amore e Psiche, ha un evidente significato religioso: indubbio nel primo; fortemente probabile nel secondo, interpretato specificamente ora come mito filosofico di matrice platonica, ora come un racconto di iniziazione al culto iliaco, ora – ma meno efficacemente – come un mito cristiano.

Certo è, comunque, che tutto il romanzo è carico di rimandi simbolici all’itinerario spirituale del protagonista-autore: la vicenda di Lucio ha, infatti, indubbiamente valore allegorica: rappresenta la caduta e la redenzione dell’uomo, di cui l’XI libro è certamente la conclusione religiosa (lo stesso numero dei libri, 11, sembra del resto far pensare al numero dei giorni richiesti per l'iniziazione misterica, 10 appunto di purificazione e 1 dedicato al rito religioso). Il tutto farebbe delle "Metamorfosi", così, un vero e proprio romanzo "mistagogico", che sembrerebbe invero registrare l'esperienza stessa dello scrittore.

Romanzo che, tuttavia, qualunque sia la sua reale intenzione, ci offre una straordinaria descrizione delle province dell'impero al tempo degli Antonini e, in modo particolare, della vita del popolo minuto. Confrontato con quello di Petronio, dà la curiosa impressione che i personaggi vi siano osservati a maggiore distanza, come in un immenso affresco dove si muovono, agitandosi, innumerevoli comparse. torna al sommario analitico

 

 

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FAVOLA DI AMORE E PSICHE

(introduzione)

 

 

Premessa. Come detto, la favola di Amore e Psiche, che si estende emblematicamente dalla fine del IV libro (paragrafo XXVIII) a buona parte del VI (prg. XXIV incl.), ha un'importanza esemplare nell'economia generale del romanzo, svolgendo una funzione non solo esornativa, ma fornendocene invero la corretta chiave di lettura e di decodificazione, fulcro artistico ed etico dell'opera tutta. torna al sommario analitico

Trama. La favola inizia nel più classico dei modi: c'erano una volta, in una città, un re e una regina, che avevano tre figlie. L'ultima, Psiche, è bellissima, tanto da suscitare la gelosia di Venere, la quale prega il dio Amore di ispirare alla fanciulla una passione disonorevole per l'uomo più vile della terra. Tuttavia, lo stesso Amore si invaghisce della ragazza, e la trasporta nel suo palazzo, dov'ella è servita ed onorata come una regina da ancelle invisibili e dove, ogni notte, il dio le procura indimenticabili visite. Ma Psiche deve stare attenta a non vedere il viso del misterioso amante, a rischio di rompere l'incantesimo. Per consolare la sua solitudine, la fanciulla ottiene di far venire nel castello le sue due sorelle; ma queste, invidiose, le suggeriscono che il suo amante è in realtà un serpente mostruoso: allora, Psiche, proprio come Lucio, non resiste alla curiositas, e, armata di pugnale, si avvicina al suo amante per ucciderlo. Ma a lei il dio Amore, che dorme, si rivela nel suo fulgore, coi capelli profumati di ambrosia e le ali rugiadose di luce e il candido collo e le guance di porpora. Dalla faretra del dio, Psiche trae una saetta, dalla quale resta punta, innamorandosi, così, perdutamente, del'Amore stesso. Dalla lucerna di Psiche una stilla d'olio cade sul corpo di Amore, e lo sveglia. L'amante, allora, fugge da Psiche, che ha violato il patto. L'incantesimo, dunque, è rotto, e Psiche, disperata, si mette alla ricerca dell'amato. Deve affrontare l'ira di Venere, che sfoga la sua gelosia imponendole di superare quattro difficilissime prove, l'ultima delle quali comporta la discesa nel regno dei morti e il farsi dare da Persefone un vasetto. Psiche avrebbe dovuto consegnarlo a Venere senza aprirlo, ma la curiosità la perde ancora una volta. La fanciulla viene allora avvolta in un sonno mortale, ma interviene Amore a salvarla; non solo: il dio otterrà per lei da Giove l'immortalità e la farà sua sposa. Dalla loro unione nascerà una figlia, chiamata Voluttà. torna al sommario analitico

La chiave di lettura della favola. La successione degli avvenimenti della novella riprende quella delle vicende del romanzo: prima un'avventura erotica, poi la curiositas punita con la perdita della condizione beata, quindi le peripezie e le sofferenze, che vengono alfine concluse dall'azione salvifica della divinità. La favola, insomma, rappresenterebbe il destino dell'anima, che, per aver commesso il peccato di hybris (tracotanza) tentando di penetrare un mistero che non le era consentito di svelare, deve scontare la sua colpa con umiliazioni ed affanni di ogni genere prima di rendersi degna di ricongiungersi al dio. L'allegoria filosofica è appena accennata (se non altro, nel nome della protagonista, Psiche, simbolo dell'anima umana), ma il significato religioso è evidente soprattutto nell'intervento finale del dio Amore, che, come Iside, prende l'iniziativa di salvare chi è caduto, e lo fa di sua spontanea volontà, non per i meriti della creatura umana.

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FAVOLA DI AMORE E PSICHE

(testo latino)

 

 

La bellezza straordinaria di Psiche. torna al sommario analitico

LIBER IV

XXVIII (1) Erant in quadam ciuitate rex et regina. Hi tres numero filias forma conspicuas habuere, sed maiores quidem natu, quamuis gratissima specie, idonee tamen celebrari posse laudibus humanis credebantur, (2) at uero puellae iunioris tam praecipua, tam praeclara pulchritudo nec exprimi ac ne sufficienter quidem laudari sermonis humani penuria poterat. (3) Multi denique ciuium et aduenae copiosi, quos eximii spectaculi rumor studiosa celebritate congregabat, inaccessae formonsitatis admiratione stupidi et admouentes oribus suis dexteram primore digito in erectum pollicem residente ut ipsam prorsus deam Venerem religiosis adorationibus. (4) Iamque proximas ciuitates et attiguas regiones fama peruaserat deam quam caerulum profundum pelagi peperit et ros spumantium fluctuum educauit iam numinis sui passim tributa uenia in mediis conuersari populi coetibus, uel certe rursum nouo caelestium stillarum germine non maria sed terras Venerem aliam uirginali flore praeditam pullulasse.

XXIX (1) Sic immensum procedit in dies opinio, sic insulas iam proxumas et terrae plusculum prouinciasque plurimas fama porrecta peruagatur. (2) Iam multi mortalium longis itineribus atque altissimis maris meatibus ad saeculi specimen gloriosum confluebant. (3) Paphon nemo Cnidon nemo ac ne ipsa quidem Cythera ad conspectum deae Veneris nauigabant; sacra differuntur, templa deformantur, puluinaria proteruntur, caerimoniae negleguntur; incoronata simulacra et arae uiduae frigido cinere foedatae. (4) Puellae supplicatur et in humanis uultibus deae tantae numina placantur, et in matutino progressu uirginis uictimis et epulis Veneris absentis nomen propitiatur, iamque per plateas commeantem populi frequenter floribus sertis et solutis adprecantur. (5) Haec honorum caelestium ad puellae mortalis cultum inmodica translatio uerae Veneris uehementer incendit animos, et inpatiens indignationis capite quassanti fremens altius sic secum disserit:

L'invidia della dea Venere e il ricorso a Cupìdo. torna al sommario analitico

XXX (1) "En rerum naturae prisca parens, en elementorum origo initialis, en orbis totius alma Venus, quae cum mortali puella partiario maiestatis honore tractor et nomen meum caelo conditum terrenis sordibus profanatur! (2) Nimirum communi nominis piamento uicariae uenerationis incertum sustinebo et imaginem meam circumferet puella moritura. (3) Frustra me pastor ille cuius iustitiam fidemque magnus comprobauit Iuppiter ob eximiam speciem tantis praetulit deabus. Sed non adeo gaudens ista, quaecumque est, meos honores usurpauerit: iam faxo huius etiam ipsius inlicitae formonsitatis paeniteat." (4) Et uocat confestim puerum suum pinnatum illum et satis temerarium, qui malis suis moribus contempta disciplina publica flammis et sagittis armatus per alienas domos nocte discurrens et omnium matrimonia corrumpens impune committit tanta flagitia et nihil prorsus boni facit. (5) Hunc, quanquam genuina licentia procacem, uerbis quoque insuper stimulat et perducit ad illam ciuitatem et Psychen - hoc enim nomine puella nuncupabatur - coram ostendit,

XXXI (1) et tota illa perlata de formonsitatis aemulatione fabula gemens ac fremens indignatione: "Per ego te" inquit "maternae caritatis foedera deprecor per tuae sagittae dulcia uulnera per flammae istius mellitas uredines uindictam tuae parenti sed plenam tribue (2) et in pulchritudinem contumacem seueriter uindica idque unum et pro omnibus unicum uolens effice: (3) uirgo ista amore fraglantissimo teneatur hominis extremi, quem et dignitatis et patrimonii simul et incolumitatis ipsius Fortuna damnauit, tamque infimi ut per totum orbem non inueniat miseriae suae comparem".

 

La bellezza di Venere. torna al sommario analitico

(4) Sic effata et osculis hiantibus filium diu ac pressule sauiata proximas oras reflui litoris petit, plantisque roseis uibrantium fluctuum summo rore calcato ecce iam profundi maris sudo resedit uertice, (5) et ipsum quod incipit uelle, set statim, quasi pridem praeceperit, non moratur marinum obsequium: (6) adsunt Nerei filiae chorum canentes et Portunus caerulis barbis hispidus et grauis piscoso sinu Salacia et auriga paruulus delphini Palaemon; iam passim maria persultantes Tritonum cateruae (7) hic concha sonaci leniter bucinat, ille serico tegmine flagrantiae solis obsistit inimici, alius sub oculis dominae speculum progerit, curru biiuges alii subnatant. Talis ad Oceanum pergentem Venerem comitatur exercitus.

La solitudine di Psiche e il vaticinio dell'oracolo. torna al sommario analitico

XXXII (1) Interea Psyche cum sua sibi perspicua pulchritudine nullum decoris sui fructum percipit. Spectatur ab omnibus, laudatur ab omnibus, nec quisquam, non rex non regius nec de plebe saltem cupiens eius nuptiarum petitor aceedit. (2) Mirantur quidem diuinam speciem, sed ut simulacrum fabre politum mirantur omnes. (3) Olim duae maiores sorores, quarum temperatam formonsitatem nulli diffamarant populi, procis regibus desponsae iam beatas nuptias adeptae, (4) sed Psyche uirgo uidua domi residens deflet desertam suam solitudinem aegra corporis animi saucia, et quamuis gentibus totis complacitam odit in se suam formonsitatem. (5) Sic infortunatissimae filiae miserrimus pater suspectatis caelestibus odiis et irae superum metuens dei Milesii uetustissimum percontatur oraculum, (6) et tanto numine precibus et uictimis ingratae uirgini petit nuptias et maritum. Sed Apollo, quanquam Graecus et Ionicus, propter Milesiae conditorem sic Latina sorte respondit:

XXXIII (1) "Montis in excelsi scopulo, rex, siste puellam ornatam mundo funerei thalami. Nec speres generum mortali stirpe creatum, sed saeuum atque ferum uipereumque malum, (2) quod pinnis uolitans super aethera cuneta fatigat flammaque et ferro singula debilitat, quod tremit ipse Iouis quo numina terrificantur, fluminaque horrescunt et Stygiae tenebrae." (3) Rex olim beatus affatu sanctae uaticinationis accepto pigens tristisque retro domum pergit suaeque coniugi praecepta sortis enodat infaustae. Maeretur, fletur, lamentatur diebus plusculis. Sed dirae sortis iam urget taeter effectus.

 

L'esecuzione della divina sentenza. torna al sommario analitico

(4) Iam feralium nuptiarum miserrimae uirgini choragium struitur, iam taedae lumen atrae fuliginis cinere marcescit, et sonus tibiae zygiae mutatur in querulum Ludii modum cantusque laetus hymenaei lugubri finitur ululatu et puella nuptura deterget lacrimas ipso suo flammeo. (5) Sic adfectae domus triste fatum cuncta etiam ciuitas congemebat luctuque publico confestim congruens edicitur iustitium.

XXXIV (1) Sed monitis caelestibus parendi necessitas misellam Psychen ad destinatam poenam efflagitabat. Perfectis igitur feralis thalami cum summo maerore sollemnibus toto prosequente populo uiuum producitur funus, et lacrimosa Psyche comitatur non nuptias, sed exequias suas. (3) Ac dum maesti parentes et tanto malo perciti nefarium facinus perficere cunctantur, ipsa illa filia talibus eos adhortatur uocibus: (3) "Quid infelicem senectam fletu diutino cruciatis? Quid spiritum uestrum, qui magis meus est, crebris eiulatibus fatigatis? Quid lacrimis inefficacibus ora mihi ueneranda foedatis? Quid laceratis in uestris oculis mea lumina? Quid canitiem scinditis? Quid pectora, quid ubera sancta tunditis? (4) Haec erunt uobis egregiae formonsitatis meae praeclara praemia. Inuidiae nefariae letali plaga percussi sero sentitis. (5) Cum gentes et populi celebrarent nos diuinis honoribus, cum nouam me Venerem ore consono nuncuparent, tunc dolere, tunc flere, tunc me iam quasi peremptam lugere debuistis. Iam sentio iam uideo solo me nomine Veneris perisse. (6) Ducite me et cui sors addixit scopulo sistite. Festino felices istas nuptias obire, festino generosum illum maritum meum uidere. Quid differo quid detrecto uenientem, qui totius orbis exitio natus est?"

XXXV (1) Sic profata uirgo conticuit ingressuque iam ualido pompae populi prosequentis sese miscuit. (2) Itur ad constitutum scopulum montis ardui, cuius in summo cacumine statutam puellam cuncti deserunt, taedasque nuptiales, quibus praeluxerant, ibidem lacrimis suis extinctas relinquentes deiectis capitibus domuitionem parant. (3) Et miseri quidem parentes eius tanta clade defessi, clausae domus abstrusi tenebris, perpetuae nocti sese dedidere. (4) Psychen autem pauentem ac trepidam et in ipso scopuli uertice deflentem mitis aura molliter spirantis Zephyri uibratis hinc inde laciniis et reflato sinu sensim leuatam suo tranquillo spiritu uehens paulatim per deuexa rupis excelsae uallis subditae florentis cespitis gremio leniter delapsam reclinat.

 

LIBER V

Il palazzo incantato. torna al sommario analitico

I (1) Psyche teneris et herbosis locis in ipso toro roscidi graminis suaue recubans, tanta mentis perturbatione sedata, dulce conquieuit. Iamque sufficienti recreata somno placido resurgit animo. (2) Videt lucum proceris et uastis arboribus consitum, uidet fontem uitreo latice perlucidum; medio luci meditullio prope fontis adlapsum domus regia est aedificata non humanis manibus sed diuinis artibus. (3) Iam scies ab introitu primo dei cuiuspiam luculentum et amoenum uidere te diuersorium. Nam summa laquearia citro et ebore curiose cauata subeunt aureae columnae, parietes omnes argenteo caelamine conteguntur bestiis et id genus pecudibus occurrentibus ob os introeuntium. (4) Mirus prorsum [magnae artis] homo immo semideus uel certe deus, qui magnae artis suptilitate tantum efferauit argentum. (5) Enimuero pauimenta ipsa lapide pretioso caesim deminuto in uaria picturae genera discriminantur: uehementer iterum ac saepius beatos illos qui super gemmas et monilia calcant! (6) Iam ceterae partes longe lateque dispositae domus sine pretio pretiosae totique parietes solidati massis aureis splendore proprio coruscant, ut diem suum sibi domi faciant licet sole nolente: sic cubicula sic porticus sic ipsae ualuae fulgurant. (7) Nec setius opes ceterae maiestati domus respondent, ut equidem illud recte uideatur ad conuersationem humanam magno Ioui fabricatum caeleste palatium.

Le voci misteriose. torna al sommario analitico

II (1) Inuitata Psyche talium locorum oblectatione propius accessit et paulo fidentior intra limen sese facit, mox prolectante studio pulcherrimae uisionis rimatur singula et altrinsecus aedium horrea sublimi fabrica perfecta magnisque congesta gazis conspicit. Nec est quicquam quod ibi non est. (2) Sed praeter ceteram tantarum diuitiarum admirationem hoc erat praecipue mirificum, quod nullo uinculo nullo claustro nullo custode totius orbis thensaurus ille muniebatur. (3) Haec ei summa cum uoluptate uisenti offert sese uox quaedam corporis sui nuda et: "Quid," inquit "domina, tantis obstupescis opibus? Tua sunt haec omnia. Prohinc cubiculo te refer et lectulo lassitudinem refoue et ex arbitrio lauacrum pete. (4) Nos, quarum uoces accipis, tuae famulae sedulo tibi praeministrabimus nec corporis curatae tibi regales epulae morabuntur."

III (1) Sensit Psyche diuinae prouidentiae beatitudinem, monitusque uocis informis audiens et prius somno et mox lauacro fatigationem sui diluit, (2) uisoque statim proximo semirotundo suggestu, propter instrumentum cenatorium rata refectui suo commodum libens accumbit. (3) Et ilico uini nectarei eduliumque uariorum fercula copiosa nullo seruiente sed tantum spiritu quodam impulsa subministrantur. (4) Nec quemquam tamen illa uidere poterat, sed uerba tantum audiebat excidentia et solas uoces famulas habebat. (5) Post opimas dapes quidam introcessit et cantauit inuisus et alius citharam pulsauit, quae uidebatur nec ipsa. Tunc modulatae multitudinis conserta uox aures eius affertur, ut, quamuis hominum nemo pareret, chorus tamen esse pateret.

L'amante invisibile. torna al sommario analitico

IV (1) Finitis uoluptatibus uespera suadente concedit Psyche cubitum. Iamque prouecta nocte clemens quidam sonus aures eius accedit. (2) Tunc uirginitati suae pro tanta solitudine metuens et pauet et horrescit et quouis malo plus timet quod ignorat. (3) Iamque aderat ignobilis maritus et torum inscenderat et uxorem sibi Psychen fecerat et ante lucis exortum propere discesserat. (4) Statim uoces cubiculo praestolatae nouam nuptam interfectae uirginitatis curant. Haee diutino tempore sic agebantur. (5) Atque ut est natura redditum, nouitas per assiduam consuetudinem delectationem ei commendarat et sonus uocis incertae solitudinis erat solacium. (6) Interea parentes eius indefesso luctu atque maerore consenescebant, latiusque porrecta fama sorores illae maiores cuncta cognorant propereque maestae atque lugubres deserto lare certatim ad parentum suorum conspectum adfatumque perrexerant.

Psiche è messa in guardia dal suo sposo. torna al sommario analitico

V (1) Ea nocte ad suam Psychen sic infit maritus - namque praeter oculos et manibus et auribus ius nihil sentiebatur: (2) "Psyche dulcissima et cara uxor, exitiabile tibi periculum minatur fortuna saeuior, quod obseruandum pressiore cautela censeo. (3) Sorores iam tuae mortis opinione turbatae tuumque uestigium requirentes scopulum istum protinus aderunt, quarum si quas forte lamentationes acceperis, neque respondeas immo nec prospicias omnino; ceterum mihi quidem grauissimum dolorem tibi uero summum creabis exitium." (4) Annuit et ex arbitrio mariti se facturam spopondit, sed eo simul cum nocte dilapso diem totum lacrimis ae plangoribus misella consumit, (5) se nunc maxime prorsus perisse iterans, quae beati carceris custodia septa et humanae conuersationis colloquio uiduata nec sororibus quidem suis de se maerentibus opem salutarem ferre ac ne uidere eas quidem omnino posset. (6) Nec lauacro nec cibo nec ulla denique refectione recreata flens ubertim decessit ad somnum.

Psiche ottiene di rivedere le sorelle. torna al sommario analitico

VI (1) Nec mora, cum paulo maturius lectum maritus accubans eamque etiam nunc lacrimantem complexus sic expostulat: (2) "Haecine mihi pollicebare, Psyche mea? Quid iam de te tuus maritus expecto, quid spero? Et perdia et pernox nec inter amplexus coniugales desinis cruciatum. (3) Age iam nunc ut uoles, et animo tuo damnosa poscenti pareto! Tantum memineris meae seriae monitionis, cum coeperis sero paenitere". (4) Tunc illa precibus et dum se morituram comminatur extorquet a marito cupitis adnuat, ut sorores uideat, luctus mulceat, ora conferat. (5) Sic ille nouae nuptae precibus ueniam tribuit et insuper quibuscumque uellet eas auri uel monilium donare concessit, (6) sed identidem monuit ac saepe terruit ne quando sororum pernicioso consilio suasa de forma mariti quaerat neue se sacrilega curiositate de tanto fortunarum suggestu pessum deiciat nec suum postea contingat amplexum. (7) Gratias egit marito iamque laetior animo: "Sed prius" inquit "centies moriar quam tuo isto dulcissimo conubio caream. Amo enim et efflictim te, quicumque es, diligo aeque ut meum spiritum, nec ipsi Cupidini comparo. (8) Sed istud etiam meis precibus, oro, largire et illi tuo famulo Zephyro praecipe simili uectura sorores hic mihi sistat", (9) et imprimens oscula suasoria et ingerens uerba mulcentia et inserens membra cohibentia haec etiam blanditiis astruit: "Mi mellite, mi marite, tuae Psychae dulcis anima". (10) Vi ac potestate Venerii susurrus inuitus succubuit maritus et cuncta se facturum spopondit atque etiam luce proxumante de manibus uxoris euanuit.

La visita delle sorelle. torna al sommario analitico

VII (1) At illae sorores percontatae scopulum locumque illum quo fuerat Psyche deserta festinanter adueniunt ibique difflebant oculos et plangebant ubera, quoad crebris earum heiulatibus saxa cautesque parilem sonum resultarent. (2) Iamque nomine proprio sororem miseram ciebant, quoad sono penetrabili uocis ululabilis per prona delapso amens et trepida Psyche procurrit e domo et: "Quid" inquit "uos miseris lamentationibus necquicquam effligitis? Quam lugetis, adsum. (3) Lugubres uoces desinite et diutinis lacrimis madentes genas siccate tandem, quippe cum iam possitis quam plangebatis amplecti." (4) Tunc uocatum Zephyrum praecepti maritalis admonet. Nec mora, cum ille parens imperio statim clementissimis flatibus innoxia uectura deportat illas. (5) Iam mutuis amplexibus et festinantibus sauiis sese perfruuntur et illae sedatae lacrimae postliminio redeunt prolectante gaudio. (6) "Sed et tectum" inquit "et larem nostrum laetae succedite et afflictas animas cum Psyche uestra recreate."

VIII (1) Sic allocuta summas opes domus aureae uocumque seruientium populosam familiam demonstrat auribus earum lauacroque pulcherrimo et inhumanae mensae lautitiis eas opipare reficit, (2) ut illarum prorsus caelestium diuitiarum copiis affluentibus satiatae iam praecordiis penitus nutrirent inuidiam. (3) Denique altera earum satis scrupulose curioseque percontari non desinit, quis illarum caelestium rerum dominus, quisue uel qualis ipsius sit maritus. (4) Nec tamen Psyche coniugale illud praeceptum ullo pacto temerat uel pectoris arcanis exigit, sed e re nata confingit esse iuuenem quendam et speciosum, commodum lanoso barbitio genas inumbrantem, plerumque rurestribus ac montanis uenatibus occupatum, (5) et ne qua sermonis procedentis labe consilium tacitum proderetur, auro facto gemmosisque monilibus onustas eas statim uocato Zephyro tradit reportandas.

Le sorelle di Psiche tramano il loro piano. torna al sommario analitico

IX (1) Quo protenus perpetrato sorores egregiae domum redeuntes iamque gliscentis inuidiae felle fraglantes multa secum sermonibus mutuis perstrepebant. Sic denique infit altera: (2) "En orba et saeua et iniqua Fortuna! Hocine tibi complacuit, ut utroque parente prognatae diuersam sortem sustineremus? (3) Et nos quidem, quae natu maiores sumus, maritis aduenis ancillae deditae extorres et lare et ipsa patria degamus longe parentum uelut exulantes, (4) haec autem nouissima, quam fetu satiante postremus partus effudit, tantis opibus et deo marito potita sit, quae nec uti recte tanta bonorum copia nouit? (5) Vidisti, soror, quanta in domo iacent et qualia monilia, quae praenitent uestes, quae splendicant gemmae, quantum praeterea passim calcatur aurum. (6) Quodsi maritum etiam tam formonsum tenet ut affirmat, nulla nunc in orbe toto felicior uiuit. Fortassis tamen procedente consuetudine et adfectione roborata deam quoque illam deus maritus efficiet. Sic est hercules, sic se gerebat ferebatque. (7) Iam iam sursum respicit et deam spirat mulier, quae uoces ancillas habet et uentis ipsis imperat. (8) At ego misera primum patre meo seniorem maritum sortita sum, dein cucurbita caluiorem et quouis puero pusilliorem, cunctam domum seris et catenis obditam custodientem."

X (1) Suscipit alia: "Ego uero maritum articulari etiam morbo complicatum curuatumque ac per hoc rarissimo uenerem meam recolentem sustineo, (2) plerumque detortos et duratos in lapidem digitos eius perfricans, fomentis olidis et pannis sordidis et faetidis cataplasmatibus manus tam delicatas istas adurens, nec uxoris officiosam faciem sed medicae laboriosam personam sustinens. (3) Et tu quidem soror uideris quam patienti uel potius seruili - dicam enim libere quod sentio - haec perferas animo: enimuero ego nequeo sustinere ulterius tam beatam fortunam allapsam indignae. (4) Recordare enim quam superbe quam adroganter nobiscum egerit et ipsa iactatione inmodicae ostentationis tumentem suum prodiderit animum (5) deque tantis diuitiis exigua nobis inuita proiecerit confestimque praesentiam nostram grauata propelli et efflari exsibilarique nos iusserit. (6) Nec sum mulier nec omnino spiro, nisi eam pessum de tantis opibus deiecero. Ac si tibi etiam, ut par est, inacuit nostra contumelia, consilium ualidum requiramus ambae. (7) Iamque ista quae ferimus non parentibus nostris ac nec ulli monstremus alii, immo nec omnino quicquam de eius salute norimus. (8) Sat est quod ipsae uidimus quae uidisse paenitet, nedum ut genitoribus et omnibus populis tam beatum eius differamus praeconium. Nec sunt enim beati quorum diuitias nemo nouit. (9) Sciet se non ancillas sed sorores habere maiores. Et nunc quidem concedamus ad maritos, et lares pauperes nostros sed plane sobrios reuisamus, diuque cogitationibus pressioribus instructae ad superbiam poeniendam firmiores redeamus."

XI (1) Placet pro bono duabus malis malum consilium totisque illis tam pretiosis muneribus absconditis comam trahentes et proinde ut merebantur ora lacerantes simulatos redintegrant fletus. (2) Ac sic parentes quoque redulcerato prorsum dolore raptim deterrentes uesania turgidae domus suas contendunt dolum scelestum immo uero parricidium struentes contra sororem insontem.

 

Nuovi avvertimenti a Psiche. torna al sommario analitico

(3) Interea Psychen maritus ille quem nescit rursum suis illis nocturnis sermonibus sic commonet: "Videsne quantum tibi periculum? Velitatur Fortuna eminus, ac nisi longe firmiter praecaues mox comminus congredietur. (4) Perfidae lupulae magnis conatibus nefarias insidias tibi comparant, quarum summa est ut te suadeant meos explorare uultus, quos, ut tibi saepe praedixi, non uidebis si uideris. (5) Ergo igitur si posthac pessimae illae lamiae noxiis animis armatae uenerint - uenient autem, scio - neque omnino sermonem conferas, et si id tolerare pro genuina simplicitate proque animi tui teneritudine non potueris, certe de marito nil quicquam uel audias uel respondeas. (6) Nam et familiam nostram iam propagabimus et hic adhuc infantilis uterus gestat nobis infantem alium, si texeris nostra secreta silentio, diuinum, si profanaueris, mortalem."

XII (1) Nuntio Psyche laeta florebat et diuinae subolis solacio plaudebat et futuri pignoris gloria gestiebat et materni nominis dignitate gaudebat. (2) Crescentes dies et menses exeuntes anxia numerat et sarcinae nesciae rudimento miratur de breui punctulo tantum incrementulum locupletis uteri. (3) Sed iam pestes illae taeterrimaeque Furiae anhelantes uipereum uirus et festinantes impia celeritate nauigabant. Tunc sic iterum momentarius maritus suam Psychen admonet: " dies ultima et casus extremus, [et]! Sexus infestus et sanguis inimicus iam sumpsit arma et castra commouit et aciem direxit et classicum personauit; iam mucrone destricto iugulum tuum nefariae tuae sorores petunt. (5) Heu quantis urguemur cladibus, Psyche dulcissima! Tui nostrique miserere religiosaque continentia domum maritum teque et istum paruulum nostrum imminentis ruinae infortunio libera. (6) Nec illas scelestas feminas, quas tibi post interneciuum odium et calcata sanguinis foedera sorores appellare non licet, uel uideas uel audias, cum in morem Sirenum scopulo prominentes funestis uocibus saxa personabunt."

XIII (1) Suscipit Psyche singultu lacrimoso sermonem incertans: "Iam dudum, quod sciam, fidei atque parciloquio meo perpendisti documenta, nec eo setius adprobabitur tibi nunc etiam firmitas animi mei. (2) Tu modo Zephyro nostro rursum praecipe fungatur obsequio, et in uicem denegatae sacrosanctae imaginis tuae redde saltem conspectum sororum. (3) Per istos cinnameos et undique pendulos crines tuos per teneras et teretis et mei similes genas per pectus nescio quo calore feruidum sic in hoc saltem paruulo cognoscam faciem tuam: (4) supplicis anxiae piis precibus erogatus germani complexus indulge fructum et tibi deuotae dicataeque Psychae animam gaudio recrea. (5) Nec quicquam amplius in tuo uultu requiro, iam nil officiunt mihi nec ipsae nocturnae tenebrae: teneo te, meum lumen." (6) His uerbis et amplexibus mollibus decantatus maritus lacrimasque eius suis crinibus detergens facturum spopondit et praeuertit statim lumen nascentis diei.

Psiche è ingannata e vinta dalle sorelle. torna al sommario analitico

XIV (1) Iugum sororium consponsae factionis ne parentibus quidem uisis recta de nauibus scopulum petunt illum praecipiti cum uelocitate nec uenti ferentis oppertae praesentiam licentiosa cum temeritate prosiliunt in altum. (2) Nec immemor Zephyrus regalis edicti, quamuis inuitus, susceptas eas gremio spirantis aurae solo reddidit. (3) At illae incunctatae statim conferto uestigio domum penetrant complexaeque praedam suam sorores nomine mentientes thensaurumque penitus abditae fraudis uultu laeto tegentes sic adulant: (4) "Psyche, non ita ut pridem paruula, et ipsa iam mater es. Quantum, putas, boni nobis in ista geris perula! Quantis gaudiis totam domum nostram hilarabis. (5) O nos beatas quas infantis aurei nutrimenta laetabunt! Qui si parentum, ut oportet, pulchritudini responderit, prorsus Cupido nascetur."

XV (1) Sic adfectione simulata paulatim sororis inuadunt animum. Statimque eas lassitudinem uiae sedilibus refotas et balnearum uaporosis fontibus curatas pulcherrime triclinio mirisque illis et beatis edulibus atque tuccetis oblectat. (2) Iubet citharam loqui: psallitur; tibias agere: sonatur; choros canere: cantatur. Quae cuncta nullo praesente dulcissimis modulis animos audientium remulcebant. (3) Nec tamen scelestarum feminarum nequitia uel illa mellita cantus dulcedine mollita conquieuit, sed ad destinatam fraudium pedicam sermonem conferentes dissimulanter occipiunt sciscitari qualis ei maritus et unde natalium secta cuia proueniret. (4) Tunc illa simplicitate nimia pristini sermonis oblita nouum commentum instruit aitque maritum suum de prouincia proxima magnis pecuniis negotiantem iam medium cursum aetatis agere interspersum rara canitie. (5) Nec in sermone isto tantillum morata rursum opiparis muneribus eas onustas uentoso uehiculo reddidit.

XVI (1) Sed dum Zephyri tranquillo spiritu sublimatae domum redeunt, sic secum altercantes: "Quid, soror, dicimus de tam monstruoso fatuae illius mendacio? (2) Tunc adolescens modo florenti lanugine barbam instruens, nunc aetate media candenti canitie lucidus. Quis ille quem temporis modici spatium repentina senecta reformauit? (3) Nil aliud repperies, mi soror, quam uel mendacia istam pessimam feminam confingere uel formam mariti sui nescire; quorum utrum uerum est, opibus istis quam primum exterminanda est. (4) Quodsi uiri sui faciem ignorat, deo profecto denupsit et deum nobis praegnatione ista gerit. Certe si diuini puelli quod absit - haec mater audierit, statim me laqueo nexili suspendam. (6) Ergo interim ad parentes nostros redeamus et exordio sermonis huius quam concolores fallacias adtexamus."

XVII (1) Sic inflammatae, parentibus fastidienter appellatis et nocte turbata uigiliis, percitae matutino scopulum peruolant et inde solito uenti praesidio uehementer deuolant lacrimisque pressura palpebrarum coactis hoc astu puellam appellant: (2) "Tu quidem felix et ipsa tanti mali ignorantia beata sedes incuriosa periculi tui, nos autem, quae peruigili cura rebus tuis excubamus, cladibus tuis misere cruciamur. (3) Pro uero namque comperimus nec te, sociae scilicet doloris casusque tui, celare possumus immanem colubrum multinodis uoluminibus serpentem, ueneno noxio colla sanguinantem hiantemque ingluuie profunda, tecum noctibus latenter adquiescere. (4) Nunc recordare sortis Pythicae, quae te trucis bestiae nuptiis destinatam esse clamauit. Et multi coloni quique circumsecus uenantur et accolae plurimi uiderunt eum uespera redeuntem e pastu proximique fluminis uadis innatantem.

XVIII (1) Nec diu blandis alimoniarum obsequiis te saginaturum omnes adfirmant, sed cum primum praegnationem tuam plenus maturauerit uterus, opimiore fructu praeditam deuoraturum. (2) Ad haec iam tua est existimatio, utrum sororibus pro tua cara salute sollicitis adsentiri uelis et declinata morte nobiscum secura periculi uiuere an saeuissimae bestiae sepeliri uisceribus. (3) Quodsi te ruris huius uocalis solitudo uel clandestinae ueneris faetidi periculosique concubitus et uenenati serpentis amplexus delectant, certe piae sorores nostrum fecerimus." (4) Tunc Psyche misella, utpote simplex et animi tenella, rapitur uerborum tam tristium formidine: extra terminum mentis suae posita prorsus omnium mariti monitionum suarumque promissionum memoriam effudit (5) et in profundum calamitatis sese praecipitauit tremensque et exsangui colore lurida tertiata uerba semihianti uoce substrepens sic ad illas ait:

XIX (1) "Vos quidem, carissimae sorores, ut par erat, in officio uestrae pietatis permanetis, uerum et illi qui talia uobis adfirmant non uidentur mihi mendacium fingere. (2) Nec enim umquam uiri mei uidi faciem uel omnino cuiatis sit noui, sed tantum nocturnis subaudiens uocibus maritum incerti status et prorsus lucifugam tolero, bestiamque aliquam recte dicentibus uobis merito consentio. (3) Meque magnopere semper a suis terret aspectibus malumque grande de uultus curiositate praeminatur. (4) Nunc si quam salutarem opem periclitanti sorori uestrae potestis adferre, iam nunc subsistite; ceterum incuria sequens prioris prouidentiae beneficia conrumpet." (5) Tunc nanctae iam portis patentibus nudatum sororis animum facinerosae mulieres, omissis tectae machinae latibulis, destrictis gladiis fraudium simplicis puellae pauentes cogitationes inuadunt.

XX (1) Sic denique altera: "Quoniam nos originis nexus pro tua incolumitate periculum quidem ullum ante oculos habere compellit, uiam quae sola deducit iter ad salutem diu diuque cogitatam monstrabimus tibi. (2) Nouaculam praeacutam adpulsu etiam palmulae lenientis exasperatam tori qua parte cubare consuesti latenter absconde, lucernamque concinnem completam oleo claro lumine praemicantem subde aliquo claudentis aululae tegmine, (3) omnique isto apparatu tenacissime dissimulato, postquam sulcatum trahens gressum cubile solitum conscenderit iamque porrectus et exordio somni prementis implicitus altum soporem flare coeperit, (4) toro delapsa nudoque uestigio pensilem gradum paullulatim minuens, caecae tenebrae custodia liberata lucerna, praeclari tui facinoris opportunitatem de luminis consilio mutuare, (5) et ancipiti telo illo audaciter, prius dextera sursum elata, nisu quam ualido noxii serpentis nodum ceruicis et capitis abscide. (6) Nec nostrum tibi deerit subsidium; sed cum primum illius morte salutem tibi feceris , anxie praestolabimus cunctisque istis ocius tecum relatis uotiuis nuptiis hominem te iungemus homini."

XXI (1) Tali uerborum incendio flammata uiscera sororis iam prorsus ardentis deserentes ipsae protinus tanti mali confinium sibi etiam eximie metuentes (2) flatus alitis impulsu solito porrectae super scopulum ilico pernici se fuga proripiunt statimque conscensis nauibus abeunt. (3) At Psyche relicta sola, nisi quod infestis Furiis agitata sola non est, aestu pelagi simile maerendo fluctuat, et quamuis statuto consilio et obstinato animo iam tamen facinori manus admouens adhuc incerta consilii titubat multisque calamitatis suae distrahitur affectibus. (4) Festinat differt, audet trepidat, diffidit irascitur et, quod est ultimum, in eodem corpore odit bestiam, diligit maritum. Vespera tamen iam noctem trahente praecipiti festinatione nefarii sceleris instruit apparatum. (5) Nox aderat et maritus aderat primisque Veneris proeliis uelitatus altum soporem descenderat.

Psiche vede Amore. torna al sommario analitico

XXII (1) Tunc Psyche et corporis et animi alioquin infirma fati tamen saeuitia subministrante uiribus roboratur, et prolata lucerna et adrepta nouacula sexum audacia mutatur. (2) Sed cum primum luminis oblatione tori secreta claruerunt, uidet omnium ferarum mitissimam dulcissimamque bestiam, ipsum illum Cupidinem formonsum deum formonse cubantem, cuius aspectu lucernae quoque lumen hilaratum increbruit et acuminis sacrilegi nouaculam paenitebat. (3) At uero Psyche tanto aspectu deterrita et impos animi marcido pallore defecta tremensque desedit in imos poplites et ferrum quaerit abscondere, sed in suo pectore; (4) quod profecto fecisset, nisi ferrum timore tanti flagitii manibus temerariis delapsum euolasset. Iamque lassa, salute defecta, dum saepius diuini uultus intuetur pulchritudinem, recreatur animi. (5) Videt capitis aurei genialem caesariem ambrosia temulentam, ceruices lacteas genasque purpureas pererrantes crinium globos decoriter impeditos, alios antependulos, alios retropendulos, quorum splendore nimio fulgurante iam et ipsum lumen lucernae uacillabat; (6) per umeros uolatilis dei pinnae roscidae micanti flore candicant et quamuis alis quiescentibus extimae plumulae tenellae ac delicatae tremule resultantes inquieta lasciuiunt; (7) ceterum corpus glabellum atque luculentum et quale peperisse Venerem non paeniteret. Ante lectuli pedes iacebat arcus et pharetra et sagittae, magni dei propitia tela.

XXIII (1) Quae dum insatiabili animo Psyche, satis et curiosa, rimatur atque pertrectat et mariti sui miratur arma, depromit unam de pharetra sagittam (2) et punctu pollicis extremam aciem periclitabunda trementis etiam nunc articuli nisu fortiore pupugit altius, ut per summam cutem rorauerint paruulae sanguinis rosei guttae. (3) Sic ignara Psyche sponte in Amoris incidit amorem. Tunc magis magisque cupidine fraglans Cupidinis prona in eum efflictim inhians patulis ac petulantibus sauiis festinanter ingestis de somni mensura metuebat.

 

Scomparsa di Amore. torna al sommario analitico

(4) Sed dum bono tanto percita saucia mente fluctuat, lucerna illa, siue perfidia pessima siue inuidia noxia siue quod tale corpus contingere et quasi basiare et ipsa gestiebat, euomuit de summa luminis sui stillam feruentis olei super umerum dei dexterum. (5) Hem audax et temeraria lucerna et amoris uile ministerium, ipsum ignis totius deum aduris, cum te scilicet amator aliquis, ut diutius cupitis etiam nocte potiretur, primus inuenerit. (6) Sic inustus exiluit deus uisaque detectae fidei colluuie prorsus ex osculis et manibus infelicissimae coniugis tacitus auolauit.

XXIV (1) At Psyche statim resurgentis eius crure dextero manibus ambabus adrepto sublimis euectionis adpendix miseranda et per nubilas plagas penduli comitatus extrema consequia tandem fessa delabitur solo. (2) Nec deus amator humi iacentem deserens inuolauit proximam cupressum deque eius alto cacumine sic eam grauiter commotus adfatur: (3) "Ego quidem, simplicissima Psyche, parentis meae Veneris praeceptorum immemor, quae te miseri extremique hominis deuinctam cupidine infimo matrimonio addici iusserat, ipse potius amator aduolaui tibi. (4) Sed hoc feci leuiter, scio, et praeclarus ille sagittarius ipse me telo meo percussi teque coniugem meam feci, ut bestia scilicet tibi uiderer et ferro caput excideres meum quod istos amatores tuos oculos gerit. (5) Haec tibi identidem semper cauenda censebam, haec beniuole remonebam. Sed illae quidem consiliatrices egregiae tuae tam perniciosi magisterii dabunt actutum mihi poenas, te uero tantum fuga mea puniuero." Et cum termino sermonis pinnis in altum se proripuit.

Psiche incontra il dio Pan. torna al sommario analitico

XXV (1) Psyche uero humi prostrata et, quantum uisi poterat, uolatus mariti prospiciens extremis affligebat lamentationibus animum. Sed ubi remigio plumae raptum maritum proceritas spatii fecerat alienum, per proximi fluminis marginem praecipitem sese dedit. (2) Sed mitis fluuius in honorem dei scilicet qui et ipsas aquas urere consueuit metuens sibi confestim eam innoxio uolumine super ripam florentem herbis exposuit. (3) Tunc forte Pan deus rusticus iuxta supercilium amnis sedebat complexus Echo montanam deam eamque uoculas omnimodas edocens reccinere; proxime ripam uago pastu lasciuiunt comam fluuii tondentes capellae. (4) Hircuosus deus sauciam Psychen atque defectam, utcumque casus eius non inscius, clementer ad se uocatam sic permulcet uerbis lenientibus: (5) "Puella scitula, sum quidem rusticanus et upilio, sed senectutis prolixae beneficio multis experimentis instructus. Verum si recte coniecto, quod profecto prudentes uiri diuinationem autumant, ab isto titubante et saepius uaccillante uestigio deque nimio pallore corporis et assiduo suspiritu immo et ipsis marcentibus oculis tuis amore nimio laboras. (6) Ergo mihi ausculta nec te rursus praecipitio uel ullo mortis accersitae genere perimas. Luctum desine et pone maerorem precibusque potius Cupidinem deorum maximum percole et utpote adolescentem delicatum luxuriosumque blandis obsequiis promerere."

La punizione delle sorelle. torna al sommario analitico

XXVI (1) Sic locuto deo pastore nulloque sermone reddito sed adorato tantum numine salutari Psyche pergit ire. Sed aliquam multum uiae laboranti uestigio pererrasset, inscia quodam tramite iam die labente accedit quandam ciuitatem, in qua regnum maritus unius sororis eius optinebat. (2) Qua re cognita Psyche nuntiari praesentiam suam sorori desiderat; mox inducta mutuis amplexibus alternae salutationis expletis percontanti causas aduentus sui sic incipit: (3) "Meministi consilium uestrum, scilicet quo mihi suasistis ut bestiam, quae mariti mentito nomine mecum quiescebat, prius quam ingluuie uoraci me misellam hauriret, ancipiti nouacula peremerem. (4) Set cum primum, ut aeque placuerat, conscio lumine uultus eius aspexi, uideo mirum diuinumque prorsus spectaculum, ipsum illum deae Veneris filium, ipsum inquam Cupidinem, leni quiete sopitum. (5) Ac dum tanti boni spectaculo percita et nimia uoluptatis copia turbata fruendi laborarem inopia, casu scilicet pessumo lucerna feruens oleum rebulliuit in eius umerum. (6) Quo dolore statim somno recussus, ubi me ferro et igni conspexit armatam, "Tu quidem" inquit "ob istud tam dirum facinus confestim toro meo diuorte tibique res tuas habeto, (7) ego uero sororem tuam" - et nomen quo tu censeris aiebat - "iam mihi confarreatis nuptis coniugabo" et statim Zephyro praecipit ultra terminos me domus eius efflaret."

XXVII (1) Necdum sermonem Psyche finierat, illa uesanae libidinis et inuidiae noxiae stimulis agitata, e re concinnato mendacio fallens maritum, quasi de morte parentum aliquid comperisset, statim nauem ascendit et ad illum scopulum protinus pergit (2) et quamuis alio flante uento caeca spe tamen inhians, "Accipe me", dicens, "Cupido, dignam te coniugem et tu, Zephyre, suscipe dominam" saltu se maximo praecipitem dedit. (3) Nec tamen ad illum locum uel saltem mortua peruenire potuit. Nam per saxa cautium membris iactatis atque dissipatis et proinde ut merebatur laceratis uisceribus suis alitibus bestiisque obuium ferens pabulum interiit. (4) Nec uindictae sequentis poena tardauit. Nam Psyche rursus errabundo gradu peruenit ad ciuitatem aliam, in qua pari modo soror morabatur alia. (5) Nec setius et ipsa fallacie germanitatis inducta et in sororis sceleratas nuptias aemula festinauit ad scopulum inque simile mortis exitium cecidit.

Venere viene a conoscenza dell'accaduto. torna al sommario analitico

XXVIII (1) Interim, dum Psyche quaesitioni Cupidinis intenta populos circumibat, at ille uulnere lucernae dolens in ipso thalamo matris iacens ingemebat. (2) Tunc auis peralba illa gauia quae super fluctus marinos pinnis natat demergit sese propere ad Oceani profundum gremium. (3) Ibi commodum Venerem lauantem natantemque propter assistens indicat adustum filium eius graui uulneris dolore maerentem dubium salutis iacere, (4) iamque per cunctorum ora populorum rumoribus conuiciisque uariis omnem Veneris familiam male audire, quod ille quidem montano scortatu tu uero marino natatu secesseritis, (5) ac per hoc non uoluptas ulla non gratia non lepos, sed incompta et agrestia et horrida cuncta sint, non nuptiae coniugales non amicitiae sociales non liberum caritates, sed enormis colluuies et squalentium foederum insuaue fastidium. (6) Haec illa uerbosa et satis curiosa auis in auribus Veneris fili lacerans existimationem ganniebat. At Venus irata solidum exclamat repente: (7) "Ergo iam ille bonus filius meus habet amicam aliquam? Prome agedum, quae sola mihi seruis amanter, nomen eius quae puerum ingenuum et inuestem sollicitauit, siue illa de Nympharum populo seu de Horarum numero seu de Musarum choro uel de mearum Gratiarum ministerio." (8) Nec loquax illa conticuit auis, sed: "Nescio," inquit "domina: puto puellam si probe memini, Psyches nomine dicitur efflicte cupere." Tunc indignata Venus exclamauit uel maxime: "Psychen ille meae formae succubam mei nominis aemulam uere diligit? Nimirum illud incrementum lenam me putauit cuius monstratu puellam illam cognosceret."

Venere rimprovera Cupìdo. torna al sommario analitico

XXIX (1) Haec quiritans properiter emergit e mari suumque protinus aureum thalamum petit et reperto, sicut audierat, aegroto puero iam inde a foribus quam maxime boans: (2) "Honesta" inquit "haec et natalibus nostris bonaeque tuae frugi congruentia, ut primum quidem tuae parentis immo dominae praecepta calcares, nec sordidis amoribus inimicam meam cruciares, (3) uerum etiam hoc aetatis puer tuis licentiosis et immaturis iungeres amplexibus, ut ego nurum scilicet tolerarem inimicam? (4) Sed utique praesumis nugo et corruptor et inamabilis te solum generosum nec me iam per aetatem posse concipere. (5) Velim ergo scias multo te meliorem filium alium genituram, immo ut contumeliam magis sentias aliquem de meis adoptaturam uernulis, eique donaturam istas pinnas et flammas et arcum et ipsas sagittas et omnem meam supellectilem, quam tibi non ad hos usus dederam: nec enim de patris tui bonis ad instructionem istam quicquam concessum est.

XXX (1) Sed male prima pueritia inductus es et acutas manus habes et maiores tuos irreuerenter pulsasti totiens et ipsam matrem tuam, me inquam ipsam, parricida denudas cotidie et percussisti saepius et quasi uiduam utique contemnis nec uitricum tuum fortissimum illum maximumque bellatorem metuis. (2) Quidni? cui saepius in angorem mei paelicatus puellas propinare consuesti. Sed iam faxo te lusus huius paeniteat et sentias acidas et amaras istas nuptias.- (3) Sed nunc inrisui habita quid agam? Quo me conferam? Quibus modis stelionem istum cohibeam ? Petamne auxilium ab inimica mea Sobrietate, quam propter huius ipsius luxuriam offendi saepius ? (5) At rusticae squalentisque feminae conloquium prorsus [adhibendum est] horresco. Nec tamen uindictae solacium undeunde spernendum est. (5) Illa mihi prorsus adhibenda est nec ulla alia, quae castiget asperrime nugonem istum, pharetram explicet et sagittas dearmet, arcum enodet, taedam deflammet, immo et ipsum corpus eius acrioribus remediis coerceat. (6) Tunc iniuriae meae litatum crediderim cum eius comas quas istis manibus meis subinde aureo nitore perstrinxi deraserit, pinnas, quas meo gremio nectarei fontis infeci praetotonderit."

XXXI (1) Sic effata foras sese proripit infesta et stomachata biles Venerias. Sed eam protinus Ceres et Iuno continantur uisamque uultu tumido quaesiere, cur truci supercilio tantam uenustatem micantium oculorum coerceret. (2) At illa: "Opportune" inquit "ardenti prorsus isto meo pectori uolentiam scilicet perpetraturae uenitis. Sed totis, oro, uestris uiribus Psychen illam fugitiuam uolaticam mihi requirite. Nec enim uos utique domus meae famosa fabula et non dicendi filii mei facta latuerunt." (3) Tunc illae ignarae quae gesta sunt palpare Veneris iram saeuientem sic adortae: "Quid tale, domina, deliquit tuus filius ut animo peruicaci uoluptates illius impugnes et, quam ille diligit, tu quoque perdere gestias? (4) Quod autem, oramus, isti crimen si puellae lepidae libenter adrisit? An ignoras eum masculum et iuuenem esse uel certe iam quot sit annorum oblita es? An, quod aetatem portat bellule, puer tibi semper uidetur? (5) Mater autem tu et praeterea cordata mulier filii tui lusus semper explorabis curiose et in eo luxuriem culpabis et amores reuinces et tuas artes tuasque delicias in formonso filio reprehendes? (6) Quis autem te deum, quis hominum patietur passim cupidines populis disseminantem, cum tuae domus amores amare coerceas et uitiorum muliebrium publicam praecludas officinam?" (7) Sic illae metu sagittarum patrocinio gratioso Cupidini quamuis absenti blandiebantur. Sed Venus indignata ridicule tractari suas iniurias praeuersis illis alterorsus concito gradu pelago uiam capessit.

 

LIBER VI

 

Inutili invocazioni di Psiche a Cerere e Giunone. torna al sommario analitico

I (1) Interea Psyche uariis iactabatur discursibus, dies noctesque mariti uestigationibus inquieta animi, tanto cupidior iratum licet si non uxoriis blanditiis lenire certe seruilibus precibus propitiare. (2) Et prospecto templo quodam in ardui montis uertice: "Vnde autem" inquit "scio an istic meus degat dominus?". Et ilico dirigit citatum gradum, quem defectum prorsus adsiduis laboribus spes incitabat et uotum. (3) Iamque nauiter emensis celsioribus iugis puluinaribus sese proximam intulit. Videt spicas frumentarias in aceruo et alias flexiles in corona et spicas hordei uidet. (4) Erant et falces et operae messoriae mundus omnis, sed cuncta passim iacentia et incuria confusa et, ut solet aestu, laborantium manibus proiecta. (5) Haec singula Psyche curiose diuidit et discretim semota rite componit, rata scilicet nullius dei fana caerimoniasue neclegere se debere, sed omnium beniuolam misericordiam corrogare.

II (1) Haec eam sollicite seduloque curantem Ceres alma deprehendit et longum exclamat protinus: "Ain, Psyche miseranda? (2) Totum per orbem Venus anxia disquisitione tuum uestigium furens animi requirit teque ad extremum supplicium expetit et totis numinis sui uiribus ultionem flagitat: tu uero rerum mearum tutelam nunc geris et aliud quicquam cogitas nisi de tua salute?" (3) Tunc Psyche pedes eius aduoluta et uberi fletu rigans deae uestigia humumque uerrens crinibus suis multiiugis precibus editis ueniam postulabat: (4) "Per ego te frugiferam tuam dexteram istam deprecor per laetificas messium caerimonias per tacita secreta cistarum et per famulorum tuorum draconum pinnata curricula (5) et glebae Siculae sulcamina et currum rapacem et terram tenacem et inluminarum Proserpinae nuptiarum demeacula et luminosarum filiae inuentionum remeacula et cetera quae silentio tegit Eleusinis Atticae sacrarium, miserandae Psyches animae supplicis tuae subsiste. (6) Inter istam spicarum congeriem patere uel pauculos dies delitescam, quoad deae tantae saeuiens ira spatio temporis mitigetur uel certe meae uires diutino labore fessae quietis interuallo leniantur."

III (1) Suscipit Ceres: "Tuis quidem lacrimosis precibus et commoueor et opitulari cupio, sed cognatae meae, cum qua etiam foedus antiquum amicitiae colo, bonae praeterea feminae, malam gratiam subire nequeo. (2) Decede itaque istis aedibus protinus et quod a me retenta custoditaque non fueris optimi consule." (3) Contra spem suam repulsa Psyche et afflicta duplici maestitia iter retrorsum porrigens inter subsitae conuallis sublucidum lucum prospicit fanum sollerti fabrica structum, nec ullam uel dubiam spei melioris uiam uolens omittere sed adire cuiuscumque dei ueniam sacratis foribus proximat. (4) Videt dona pretiosa et lacinias auro litteratas ramis arborum postibusque suffixas, quae cum gratia facti nomen deae cui fuerant dicata testabantur. Tunc genu nixa et manibus aram tepentem amplexa detersis ante lacrimis sic adprecatur:

IV (1) "Magni Iouis germana et coniuga, siue tu Sami, quae sola partu uagituque et alimonia tua gloriatur, tenes uetusta delubra, siue celsae Carthaginis, quae te uirginem uectura leonis caelo commeantem percolit, beatas sedes frequentas, (2) seu prope ripas Inachi, qui te iam nuptam Tonantis et reginam deorum memorat, inclitis Argiuorum praesides moenibus, (3) quam cunctus oriens Zygiam ueneratur et omnis occidens Lucinam appellat, sis meis extremis casibus Iuno Sospita meque in tantis exanclatis laboribus defessam imminentis periculi metu libera. Quod sciam, soles praegnatibus periclitantibus ultro subuenire." (4) Ad istum modum supplicanti statim sese Iuno cum totius sui numinis augusta dignitate praesentat et protinus: "Quam uellem" inquit "per fidem nutum meum precibus tuis accommodare. (5) Sed contra uoluntatem Veneris nurus meae, quam filiae semper dilexi loco, praestare me pudor non sinit. Tunc etiam legibus quae seruos alienos perfugas inuitis dominis uetant suscipi prohibeor."

V (1) Isto quoque fortunae naufragio Psyche perterrita nec indipisci iam maritum uolatilem quiens, tota spe salutis deposita, sic ipsa suas cogitationes consuluit: (2) "Iam quae possunt alia meis aerumnis temptari uel adhiberi subsidia, cui nec dearum quidem quamquam uolentium potuerunt prodesse suffragia? (3) Quo rursum itaque tantis laqueis inclusa uestigium porrigam quibusque tectis uel etiam tenebris abscondita magnae Veneris ineuitabiles oculos effugiam? Quin igitur masculum tandem sumis animum et cassae speculae renuntias fortiter et ultroneam te dominae tuae reddis et uel sera modestia saeuientes impetus eius mitigas? (4) Qui scias an etiam quem diu quaeritas illic in domo matris repperias?". Sic ad dubium obsequium immo ad certum exitium praeparata principium futurae secum meditabatur obsecrationis.

 

Venere alla ricerca di Psiche. torna al sommario analitico

VI (1) At Venus terrenis remediis inquisitionis abnuens caelum petit. Iubet instrui currum quem ei Vulcanus aurifex subtili fabrica studiose poliuerat et ante thalami rudimentum nuptiale munus obtulerat limae tenuantis detrimento conspicuum et ipsius auri damno pretiosum (2) De multis quae circa cubiculum dominae stabulant procedunt quattuor candidae columbae et hilaris incessibus picta colla torquentes iugum gemmeum subeunt susceptaque domina laetae subuolant. (3) Currum deae prosequentes gannitu constrepenti lasciuiunt passeres et ceterae quae dulce cantitant aues melleis modulis suaue resonantes aduentum deae pronuntiant. (4) Cedunt nubes et Caelum filiae panditur et summus aether cum gaudio suscipit deam, nec obuias aquilas uel accipitres rapaces pertimescit magnae Veneris canora familia.

VII (1) Tunc se protinus ad Iouis regias arces dirigit et petitu superbo Mercuri dei uocalis operae necessariam usuram postulat. (2) Nec rennuit Iouis caerulum supercilium. Tunc ouans ilico, comitante etiam Mercurio, Venus caelo demeat eique sollicite serit uerba: (3) "Frater Arcadi, scis nempe sororem tuam Venerem sine Mercuri praesentia nil unquam fecisse nec te praeterit utique quanto iam tempore delitescentem ancillam nequiuerim repperire. Nil ergo superest quam tuo praeconio praemium inuestigationis publicitus edicere. (4) Fac ergo mandatum matures meum et indicia qui possit agnosci manifeste designes, ne si quis occultationis illicitae crimen subierit, ignorantiae se possit excusatione defendere"; (5) et simul dicens libellum ei porrigit ubi Psyches nomen continebatur et cetera. Quo facto protinus domum secessit.

VIII (1) Nec Mercurius omisit obsequium. Nam per omnium ora populorum passim discurrens sic mandatae praedicationis munus exsequebatur: (2) "Si quis a fuga retrahere uel occultam demonstrare poterit fugitiuam regis filiam, Veneris ancillam, nomine Psychen, conueniat retro metas Murtias Mercurium praedicatorem, (3) accepturus indiciuae nomine ab ipsa Venere septem sauia suauia et unum blandientis adpulsu linguae longe mellitum." (4) Ad hunc modum pronuntiante Mercurio tanti praemii cupido certatim omnium mortalium studium adrexerat. Quae res nunc uel maxime sustulit Psyches omnem cunctationem. (5) Iamque fores ei dominae proximanti occurrit una de famulitione Veneris nomine Consuetudo statimque quantum maxime potuit exclamat: (6) "Tandem, ancilla nequissima, dominam habere te scire coepisti? An pro cetera morum tuorum temeritate istud quoque nescire te fingis quantos labores circa tuas inquisitiones sustinuerimus? (7) Sed bene, quod meas potissimum manus incidisti et inter Orci cancros iam ipsos haesisti datura scilicet actutum tantae contumaciae poenas",

 

Psiche davanti a Venere. torna al sommario analitico

IX (1) et audaciter in capillos eius inmissa manu trahebat eam nequaquam renitentem. Quam ubi primum inductam oblatamque sibi conspexit Venus, latissimum cachinnum extollit et qualem solent furenter irati, caputque quatiens et ascalpens aurem dexteram: (2) "Tandem" inquit "dignata es socrum tuam salutare? An potius maritum, qui tuo uulnere periclitatur, interuisere uenisti? Sed esto secura, iam enim excipiam te ut bonam nurum condecet"; et: "Vbi sunt" inquit "Sollicitudo atque Tristities, ancillae meae?". (3) Quibus intro uocatis torquendam tradidit eam. At illae sequentes erile praeceptum Psychen misellum flagellis afflictam et ceteris tormentis excruciatam iterum dominae conspectui reddunt. (4) Tunc rursus sublato risu Venus: "Et ecce" inquit "nobis turgidi uentris sui lenocinio commouet miserationem, unde me praeclara subole auiam beatam scilicet faciat. (5) Felix uero ego quae in ipso aetatis meae flore uocabor auia et uilis ancillae filius nepos Veneris audiet. (6) Quanquam inepta ego frustra filium dicam; impares enim nuptiae et praeterea in uilla sine testibus et patre non consentiente factae legitimae non possunt uideri ac per hoc spurius iste nascetur, si tamen partum omnino perferre te patiemur."

 

Venere infligge la prima prova a Psiche. Aiuto delle formiche.

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X (1) His editis inuolat eam uestemque plurifariam diloricat capilloque discisso et capite conquassato grauiter affligit, et accepto frumento et hordeo et milio et papauere et cicere et lente et faba commixtisque aceruatim confusis in unum grumulum sic ad illam: (2) "Videris enim mihi tam deformis ancilla nullo alio sed tantum sedulo ministerio amatores tuos promereri: iam ergo et ipsa frugem tuam periclitabor. (3) Discerne seminum istorum passiuam congeriem singulisque granis rite dispositis atque seiugatis ante istam uesperam opus expeditum approbato mihi." (4) Sic assignato tantorum seminum cumulo ipsa cenae nuptialis concessit. Nec Psyche manus admolitur inconditae illi et inextricabili moli, sed immanitate praecepti consternata silens obstupescit. (5) Tunc formicula illa paruula atque ruricola certa difficultatis tantae laborisque miserta contubernalis magni dei socrusque saeuitiam execrata discurrens nauiter conuocat corrogatque cunctam formicarum accolarum classem: (6) "Miseremini terrae omniparentis agiles alumnae, miseremini et Amoris uxori puellae lepidae periclitanti prompta uelocitate succurrite." (7) Ruunt aliae superque aliae sepedum populorum undae summoque studio singulae granatim totum digerunt aceruum separatimque distributis dissitisque generibus e conspectu perniciter abeunt.

XI (1) Sed initio noctis e conuiuio nuptiali uino madens et fraglans balsama Venus remeat totumque reuincta corpus rosis micantibus, uisaque diligentia miri laboris: (2) "Non tuum," inquit "nequissima, nec tuarum manuum istud opus, sed illius cui tuo immo et ipsius malo placuisti", et frusto cibarii panis ei proiecto cubitum facessit. (3) Interim Cupido solus interioris domus unici cubiculi custodia clausus coercebatur acriter, partim ne petulanti luxurie uulnus grauaret, partim ne cum sua cupita conueniret. Sic ergo distentis et sub uno tecto separatis amatoribus tetra nox exanclata.

 

La seconda prova e l'aiuto della canna. torna al sommario analitico

(4) Sed Aurora commodum inequitante uocatae Psychae Venus infit talia: "Videsne illud nemus, quod fluuio praeterluenti ripisque longis attenditur, (5) cuius imi frutices gurgitis uicinum fontem despiciunt? Oues ibi nitentis auri uero decore florentes incustodito pastu uagantur. (6) Inde de coma pretiosi uelleris floccum mihi confestim quoquo modo quaesitum afferas censeo."

XII (1) Perrexit Psyche uolenter non obsequium quidem illa functura sed requiem malorum praecipitio fluuialis rupis habitura. Sed inde de fluuio musicae suauis nutricula leni crepitu dulcis aurae diuinitus inspirata sic uaticinatur harundo uiridis: (2) "Psyche tantis aerumuis exercita, neque tua miserrima morte meas sanctas aquas polluas nec uero istud horae contra formidabiles oues feras aditum, (3) quoad de solis fraglantia mutuatae calorem truci rabie solent efferri cornuque acuto et fronte saxea et non nunquam uenenatis morsibus in exitium saeuire mortalium; (4) sed dum meridies solis sedauerit uaporem et pecua spiritus fluuialis serenitate conquieuerint, poteris sub illa procerissima platano, quae mecum simul unum fluentum bibit, latenter abscondere. (5) Et cum primum mitigata furia laxauerint oues animum, percussis frondibus attigui nemoris lanosum aurum repperies, quod passim stirpibus conuexis obhaerescit."

XIII (1) Sic harundo simplex et humana Psychen aegerrimam salutem suam docebat. Nec auscultatu paenitendo indiligenter instructa illa cessauit, sed obseruatis omnibus furatrina facili flauentis auri mollitie congestum gremium Veneri reportat.

 

La terza prova e l'aiuto dell'aquila. torna al sommario analitico

(2) Nec tamen apud dominam saltem secundi laboris periculum secundum testimonium meruit, sed contortis superciliis subridens amarum sic inquit: (3) "Nec me praeterit huius quoque facti auctor adulterinus. Sed iam nunc ego sedulo periclitabor an oppido forti animo singularique prudentia sis praedita. (4) Videsne insistentem celsissimae illi rupi montis ardui uerticem, de quo fontis atri fuscae defluunt undae proxumaeque conceptaculo uallis inclusae Stygias inrigant paludes et rauca Cocyti fluenta nutriunt? (5) Indidem mihi de summi fontis penita scaturrigine rorem rigentem hauritum ista confestim defers urnula." Sic aiens crustallo dedolatum uasculum insuper ei grauiora comminata tradidit.

XIV (1) At illa studiose gradum celerans montis extremum petit tumulum certe uel illic in uitae pessimae finem. Sed cum primum praedicti iugi conterminos locos appulit, uidet rei uastae letalem difficultatem. (2) Namque saxum immani magnitudine procerum et inaccessa salebritate lubricum mediis e faucibus lapidis fontes horridos euomebat, (3) qui statim proni foraminis lacunis editi perque procliue delapsi et angusti canalis exarato contecti tramite proxumam conuallem latenter incidebant. (4) Dextra laeuaque cautibus cauatis proserpunt ecce longa colla porrecti saeui dracones inconiuae uigiliae luminibus addictis et in perpetuam lucem pupulis excubantibus. (5) Iamque et ipsae semet muniebant uocales aquae. Nam et "Discede" et "Quid facis? Vide" et "Quid agis? Caue" et "Fuge" et "Peribis" subinde clamant. (6) Sic impossibilitate ipsa mutata in lapidem Psyche, quamuis praesenti corpore, sensibus tamen aberat et inextricabilis periculi mole prorsus obruta lacrumarum etiam extremo solacio carebat.

XV (1) Nec Prouidentiae bonae graues oculos innocentis animae latuit aerumna. Nam supremi Iouis regalis ales illa repente propansis utrimque pinnis affuit rapax aquila (2) memorque ueteris obsequii, quo ductu Cupidinis Ioui pocillatorem Phrygium substulerat, opportunam ferens opem deique numen in uxoris laboribus percolens alti culminis diales uias deserit et ob os puellae praeuolans incipit: (3) "At tu, simplex alioquin et expers rerum talium, sperasne te sanctissimi nec minus truculenti fontis uel unam stillam posse furari uel omnino contingere? (4) Diis etiam ipsique Ioui formidabiles aquas istas Stygias uel fando comperisti, quodque uos deieratis per numina deorum deos per Stygis maiestatem solere? (5) Sed cedo istam urnulam", et protinus adrepta complexaque festinat libratisque pinnarum nutantium molibus inter genas saeuientium dentium et trisulca uibramina draconum remigium dextra laeuaque porrigens (6) nolentes aquas et ut abiret innoxius praeminantes excipit, commentus ob iussum Veneris petere eique se praeministrare, quare paulo facilior adeundi fuit copia.

 

La quarta prova. Psiche discende agl'Inferi. torna al sommario analitico

XVI (1) Sic acceptam cum gaudio plenam urnulam Psyche Veneri citata rettulit. Nec tamen nutum deae saeuientis uel tunc expiare potuit. (2) Nam sic eam maiora atque peiora flagitia comminans appellat renidens exitiabile: "Iam tu quidem magna uideris quaedam mihi et alta prorsus malefica, quae talibus praeceptis meis obtemperasti nauiter. (3) Sed adhuc istud, mea pupula, ministrare debebis. Sume istam pyxidem", et dedit; "protinus usque ad inferos et ipsius Orci ferales penates te derige. (4) Tunc conferens pyxidem Proserpinae: "Petit de te Venus" dicito "modicum de tua mittas ei formonsitate uel ad unam saltem dieculam sufficiens. (5) Nam quod habuit, dum filium curat aegrotum, consumpsit atque contriuit omne". Sed haud immaturius redito, quia me necesse est indidem delitam theatrum deorum frequentare."

XVII (1) Tunc Psyche uel maxime sensit ultimas fortunas suas et uelamento reiecto ad promptum exitium sese compelli manifeste comperit. Quidni? quae suis pedibus ultro ad Tartarum manesque commeare cogeretur. (2) Nec cunctata diutius pergit ad quampiam turrim praealtam, indidem sese datura praecipitem; sic enim rebatur ad inferos recte atque pulcherrime se posse descendere. (3) Sed turris prorumpit in uocem subitam et: "Quid te" inquit "praecipitio, misella, quaeris extinguere? Quidque iam nouissimo periculo laborique isto temere succumbis? (4) Nam si spiritus corpore tuo semel fuerit seiugatus, ibis quidem profecto ad imum Tartarum, sed inde nullo pacto redire poteris. Mihi ausculta.

XVIII (1) Lacedaemo Achaiae nobilis ciuitas non longe sita est: huius conterminam deuiis abditam locis quaere Taenarum. (2) Inibi spiraculum Ditis et per portas hiantes monstratur iter inuium, cui te limine transmeato simul commiseris iam canale directo perges ad ipsam Orci regiam. (3) Sed non hactenus uacua debebis per illas tenebras incedere, sed offas polentae mulso concretas ambabus gestare manibus at in ipso ore duas ferre stipes. (4) Iamque confecta bona parte mortiferae uiae continaberis claudum asinum lignorum gerulum cum agasone simili, qui te rogabit decidentis sarcinae fusticulos aliquos porrigas ei, sed tu nulla uoce deprompta tacita praeterito. (5) Nec mora, cum ad flumen mortuum uenies, cui praefectus Charon protenus expetens portorium sic ad ripam ulteriorem sutili cumba deducit commeantes. (6) Ergo et inter mortuos auaritia uiuit nec Charon ille Ditis exactor tantus deus quicquam gratuito facit: set moriens pauper uiaticum debet quaerere, et aes si forte prae manu non fuerit, nemo eum expirare patietur. (7) Huic squalido seni dabis nauli nomine de stipibus quas feres alteram, sic tamen ut ipse sua manu de tuo sumat ore. (8) Nec setius tibi pigrum fluentum transmeanti quidam super natans senex mortuus putris adtollens manus orabit ut eum intra nauigium trahas, nec tu tamen inlicita adflectare pietate.

XIX (1) Transito fluuio modicum te progressam textrices orabunt anus telam struentes manus paulisper accommodes, nec id tamen tibi contingere fas est. Nam haec omnia tibi et multa alia de Veneris insidiis orientur, ut uel unam de manibus omittas offulam. (2) Nec putes futile istud polentacium damnum leue; altera enim perdita lux haec tibi prorsus denegabitur. (3) Canis namque praegrandis teriugo et satis amplo capite praeditus immanis et formidabilis tonantibus oblatrans faucibus mortuos, quibus iam nil mali potest facere, frustra territando ante ipsum limen et atra atria Proserpinae semper excubans seruat uacuam Ditis domum. (4) Hunc offrenatum unius offulae praeda facile praeteribis ad ipsamque protinus Proserpinam introibis, quae te comiter excipiet ac benigne, ut et molliter assidere et prandium opipare suadeat sumere. (5) Sed tu et humi reside et panem sordidum petitum esto, deinde nuntiato quid adueneris susceptoque quod offeretur rursus remeans (6) canis saeuitiam offula reliqua redime ac deinde auaro nauitae data quam reseruaueris stipe transitoque eius fluuio recolens priora uestigia ad istum caelestium siderum redies chorum. (7) Sed inter omnia hoc obseruandum praecipue tibi censeo, ne uelis aperire uel inspicere illam quam feres pyxidem uel omnino diuinae formonsitatis abditum curiosius thensaurum."

XX (1) Sic turris illa prospicua uaticinationis munus explicuit. Nec morata Psyche pergit Taenarum sumptisque rite stipibus illis et offulis infernum decurrit meatum (2) transitoque per silentium asinario debili et amnica stipe uectori data neglecto supernatantis mortui desiderio et spretis textricum subdolis precibus et offulae cibo sopita canis horrenda rabie domum Proserpinae penetrat. (3) Nec offerentis hospitae sedile delicatum uel cibum beatum amplexa sed ante pedes eius residens humilis cibario pane contenta Veneriam pertulit legationem. (4) Statimque secreto repletam conclusamque pyxidem suscipit et offulae sequentis fraude caninis latratibus obseratis residuaque nauitae reddita stipe longe uegetior ab inferis recurrit. (5) Et repetita atque adorata candida ista luce, quanquam festinans obsequium terminare, mentem capitur temeraria curiositate et: "Ecce" inquit "inepta ego diuinae formonsitatis gerula, quae nec tantillum quidem indidem mihi delibo uel sic illi amatori meo formonso placitura",

XXI (1) et cum dicto reserat pyxidem. Nec quicquam ibi rerum nec formonsitas ulla, sed infernus somnus ac uere Stygius, qui statim coperculo releuatus inuadit eam crassaque soporis nebula cunctis eius membris perfunditur et in ipso uestigio ipsaque semita conlapsam possidet. (2) Et iacebat immobilis et nihil aliud quam dormiens cadauer.

 

Amore va in aiuto di Psiche. torna al sommario analitico

Sed Cupido iam cicatrice solida reualescens nec diutinam suae Psyches absentiam tolerans per altissimam cubiculi quo cohibebatur elapsus fenestram (3) refectisque pennis aliquanta quiete longe uelocius prouolans Psychen accurrit suam detersoque somno curiose et rursum in pristinam pyxidis sedem recondito Psychen innoxio punctulo sagittae suae suscitat (4) et: "Ecce" inquit "rursum perieras, misella, simili curiositate. Sed interim quidem tu prouinciam quae tibi matris meae praecepto mandata est exsequere nauiter, cetera egomet uidero." His dictis amator leuis in pinnas se dedit, Psyche uero confestim Veneri munus reportat Proserpinae.

XXII (1) Interea Cupido amore nimio peresus et aegra facie matris suae repentinam sobrietatem pertimescens ad armillum redit alisque pernicibus caeli penetrato uertice magno Ioui supplicat suamque causam probat. (2) Tunc Iuppiter prehensa Cupidinis buccula manuque ad os suum relata consauiat atque sic ad illum: (3) "Licet tu," inquit "domine fili, numquam mihi concessu deum decretum seruaris honorem, sed istud pectus meum quo leges elementorum et uices siderum disponuntur conuulneraris assiduis ictibus crebrisque terrenae libidinis foedaueris casibus (4) contraque leges et ipsam Iuliam disciplinamque publicam turpibus adulteriis existimationem famamque meam laeseris in serpentes in ignes in feras in aues et gregalia pecua serenos uultus meos sordide reformando, (5) at tamen modestiae meae memor quodque inter istas meas manus creueris, cuncta perficiam, dum tamen scias aemulos tuos cauere, ac si qua nunc in terris puella praepollet pulcritudine, praesentis beneficii uicem per eam mihi repensare te debere."

XXIII (1) Sic fatus iubet Mercurium deos omnes ad contionem protinus conuocare, ac si qui coetu caelestium defuisset, in poenam decem milium nummum conuentum iri pronuntiare. Quo metu statim completo caelesti theatro pro sede sublimi sedens procerus Iuppiter sic enuntiat: (2) "Dei conscripti Musarum albo, adolescentem istum quod manibus meis alumnatus sim profecto scitis omnes. Cuius primae iuuentutis caloratos impetus freno quodam cohercendos existimaui; sat est cotidianis eum fabulis ob adulteria cunctasque corruptelas infamatum. (3) Tollenda est omnis occasio et luxuria puerilis nuptialibus pedicis alliganda. Puellam elegit et uirginitate priuauit: teneat, possideat, amplexus Psychen semper suis amoribus perfruatur." (4) Et ad Venerem conlata facie: "Nec tu," inquit "filia, quicquam contristere nec prosapiae tantae tuae statuque de matrimonio mortali metuas. Iam faxo nuptias non impares sed legitimas et iure ciuili congruas", (5) et ilico per Mercurium arripi Psychen et in caelum perduci iubet. Porrecto ambrosiae poculo: "Sume," inquit "Psyche, et immortalis esto, nec umquam digredietur a tuo nexu Cupido sed istae uobis erunt perpetuae nuptiae."

 

Le nozze di Psiche con Amore. torna al sommario analitico

XXIV (1) Nec mora, cum cena nuptialis affluens exhibetur. Accumbebat summum torum maritus Psychen gremio suo complexus. Sic et cum sua Iunone Iuppiter ac deinde per ordinem toti dei. (2) Tunc poculum nectaris, quod uinum deorum est, Ioui quidem suus pocillator ille rusticus puer, ceteris uero Liber ministrabat, Vulcanus cenam coquebat; (3) Horae rosis et ceteris floribus purpurabant omnia, Gratiae spargebant balsama, Musae quoque canora personabant. Apollo cantauit ad citharam, Venus suaui musicae superingressa formonsa saltauit, scaena sibi sic concinnata, ut Musae quidem chorum canerent, tibias inflaret Saturus, et Paniscus ad fistulam diceret. (4) Sic rite Psyche conuenit in manum Cupidinis et nascitur illis maturo partu filia, quam Voluptatem nominamus.

 

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FAVOLA DI AMORE E PSICHE

(testo italiano)

 

 

La bellezza straordinaria di Psiche. torna al sommario analitico

 

LIBRO QUARTO

XXVIII "Un tempo, in una città, vivevano un re e una regina che avevano tre bellissime figlie, le due più grandi, per quanto molto belle, potevano essere degnamente celebrate con lodi umane, ma la bellezza della più giovane era così straordinaria e così incomparabile che qualsiasi parola umana si rivelava insufficiente a descriverla e tanto meno a esaltarla. "Insomma sia quelli della città che i forestieri, attratti in gran numero dalla fama di tanto prodigio, restavano attoniti dinanzi a un simile miracolo di bellezza: portavano la mano destra alle labbra, accostavano l’indice al pollice e la adoravano con religioso rispetto come se fosse stata Venere in persona. * "Anzi nelle vicine città e nelle terre confinanti si era sparsa la voce che la dea nata dai profondi abissi del mare e allevata dalla spuma dei flutti, volendo elargire la grazia della sua divina presenza, era discesa fra gli uomini o anche che da un nuovo seme di stille celesti non il mare ma la terra aveva sbocciato un’altra Venere, anch’essa bellissima, nella sua grazia virginale.

XXIX "Di giorno in giorno una simile credenza si rafforzava sempre più e la voce cominciò a diffondersi nelle isole vicine e poi più lontano in molte regioni del continente. "Folle di pellegrini sempre più numerose facevano lunghi viaggi, attraversavano mari profondi per vedere quella straordinaria meraviglia del secolo. "Nessuno andava più a Pafo o a Cnido o a Citera per visitare i santuari di Venere; alla dea non si facevano più sacrifici, i suoi templi erano lasciati nell’abbandono, i suoi sacri cuscini calpestati *, le cerimonie trascurate, le sue statue restavano disadorne, vuoti i suoi altari e ingombri di cenere spenta. "Alla fanciulla si innalzavano preghiere, e si placava il nume di una dea potente come Venere adorando un volto umano. Al mattino, quando la vergine usciva, a lei si apprestavano vittime e banchetti invocando il nome di Venere assente e, quando passava per via, il popolo le si affollava supplice intorno con fiori e ghirlande. "Questo eccessivo tributo di onori divini a una fanciulla mortale suscitò lo sdegno violento della Venere vera che, scuotendo fieramente il capo e malcelando la collera, così cominciò a ragionare:

 

L'invidia della dea Venere e il ricorso a Cupìdo. torna al sommario analitico

XXX "’Ecco che io, l’antica madre della natura, l’origine prima degli elementi, la Venere che dà vita all’intero universo, sono ridotta a dividere con una fanciulla mortale gli onori dovuti alla mia maestà e a veder profanato dalle miserie terrene il mio nome celebrato nei cieli. Nessuna meraviglia, allora, se durante i riti espiatori dovrò sopportare un culto equivoco, diviso a metà e se una fanciulla che non potrà sfuggire alla morte ostenterà le mie sembianze. ‘A nulla è valso allora che quel pastore * la cui giustizia e lealtà fu dallo stesso Giove riconosciuta, per la straordinaria bellezza prescelse me fra dee tanto più illustri. ‘Ma non se li godrà a lungo costei, chiunque sia, gli onori che mi usurpa: la farò pentire io della sua bellezza che non le spetta.’ ‘E là per là chiamò il suo alato figliuolo, quel cattivo soggetto che, infischiandosene della pubblica morale, ha la pessima abitudine di andarsene in giro armato di torce e di frecce, di entrare di notte nelle case della gente e profanare i letti nuziali insomma di provocare impunemente un sacco di guai, senza far mai nulla di buono. E sebbene fosse un briccone e sfacciato per natura, lei questa volta con le sue parole lo incoraggiò e lo aizzò, lo condusse fino a quella città, gli indicò Psiche - così si chiamava la fanciulla - e gli raccontò gemendo e fremendo d’indignazione tutta la storia della bellezza contesa.

XXXI "’Ti prego’ gli diceva ‘in nome dell’affetto che mi porti, per le dolci ferite delle tue frecce, per le soavi scottature delle tue torce, fa che tua madre abbia piena vendetta, punisci senza pietà questa bellezza insolente. Se tu vuoi puoi davvero farmelo questo piacere, soltanto questo: che la ragazza si innamori pazzamente dell’ultimo degli uomini, di quello che la sfortuna ha particolarmente colpito nella posizione sociale, nel patrimonio, nella stessa salute, caduto così in basso che sulla faccia della terra non se né trovi nessuno come lui disgraziato.

 

La bellezza di Venere. torna al sommario analitico

"Così gli parlò stringendosi forte al seno quel suo figliuolo e baciandoselo a lungo. Poi si diresse alla spiaggia vicina, là dove batte l’onda, e sfiorando con i rosei piedi le creste spumose dei fervidi flutti, ristette alfine sulla calma superficie del mare; e il mare le rese omaggio, a un suo cenno, com’ella desiderava, come se tutto da tempo fosse già stato voluto: le danzarono intorno le figlie di Nereo cantando in coro, e Portuno con l’ispida barba azzurra e Solacia col grembo colmo di pesci e il piccolo Palemone che cavalcava un delfino. Qua e là fra le onde esultavano a schiera i Tritoni,l uno soffiava dolcemente nella conchiglia sonora, un altro con un velo di seta faceva schermo all’ardore molesto del sole, un terzo sosteneva uno specchio dinanzi agli occhi della dea, gli altri nuotavano a coppie aggiogati al suo cocchio. "Un tal seguito scortava il viaggio di Venere verso l’oceano.

 

La solitudine di Psiche e il vaticinio dell'oracolo. torna al sommario analitico

XXXII "Ma intanto Psiche, bellissima com’era, non ricavava alcun frutto dalla sua grazia. Tutti la ammiravano, la lodavano, e pure non un re, non un principe, nemmeno un plebeo veniva a chiederla in sposa. Restavano lì a contemplare quelle divine sembianze come si ammira una statua di suprema fattura. "Un giorno le due sorelle più grandi, la cui bellezza, modesta, era passata inosservata al gran pubblico, si fidanzarono con principi del sangue e celebrarono nozze felici mentre Psiche, rimasta vergine, sola nella vuota casa, piangeva il suo triste abbandono e sofferente e intristita finì per odiare la sua stessa bellezza che pure tutti ammiravano. "E così l’infelice padre della sventurata fanciulla, temendo una maledizione celeste e la collera degli dei, interrogò l’antichissimo oracolo del dio Milesio e con preghiere e con vittime chiese a questa potente divinità per la vergine negletta nozze e marito. E Apollo, benché greco e ionico, per compiacere l’autore di questo romanzo, gli rispose in latino così:

XXXIII "Come a nozze di morte vesti la tua fanciulla ed esponila o re su un’alta cima brulla non aspettarti un genero da umana stirpe nato ma un feroce, terribile, malvagio drago alato che volando per l’aria ogni cosa funesta e col ferro e col fuoco ogni essere molesta. Giove stesso lo teme, treman gli dei di lui, orrore ne hanno i fiumi d’Averno e i regni bui. "Il re che un tempo era stato felice, sentito il sacro responso, fece ritorno a casa coll’animo colmo di tristezza e riferì alla moglie i comandi del funesto oracolo. Per più giorni non fecero che piangere, gemere, lamentarsi.

 

L'esecuzione della divina sentenza. torna al sommario analitico

Ma ormai era giunto il tempo di adempiere a quanto aveva prescritto il crudele vaticinio e per la sventurata fanciulla venne l’ora di prepararsi a quelle funebri nozze. Già il lume delle fiaccole si oscurava di nera fuliggine spegnendosi sotto la cenere, il suono del flauto nuziale si mutava in una triste nenia lidia, il canto lieto dell’imeneo in un lamento lugubre e la sposa novella si asciugava le lacrime con il velo nuziale. Tutta la città si dolse del triste destino che aveva colpito quella casa e in segno di generale cordoglio fu decisa la sospensione di ogni pubblica attività.

XXXIV "Ormai alla povera Psiche non restava che obbedire al volere celeste e sottomettersi al supplizio cui era stata destinata. "Terminati nella più profonda tristezza tutti i solenni preparativi di quel funesto matrimonio una gran folla di popolo seguì le esequie di un vivo e Psiche in lacrime fu accompagnata non a nozze ma al suo funerale. "I poveri genitori colpiti da una sventura così grande, esitavano a compiere un così orribile crimine ma era la stessa figliola ad esortarli: ‘Perché’ diceva ‘volete angustiare ancor più la vostra infelice vecchiaia? Perché affannate il vostro cuore, che è anche il mio, in continui lamenti? Perché sciupate con lacrime inutili quei vostri visi adorati? Straziando i vostri occhi è come se straziaste i miei. E perché vi strappate i capelli, perché vi battete il petto, e tu, madre, perché colpisci quel santo seno che mi nutrì? Ecco per voi il premio della mia famosa, straordinaria bellezza. L’invidia funesta ha inferto il colpo mortale e voi tardi lo avete capito. Quando folle intere, intere città mi tributavano onori divini e tutti, a una voce, mi proclamavano la nuova Venere, oh, allora avreste dovuto dolervi e piangere e indossare il lutto come se fossi già morta. Ne sono sicura, lo sento, la mia rovina è stata soltanto per quel nome di Venere. "Conducetemi dunque in cima alla rupe che la sorte mi ha destinata e lasciatemi lì. Desidero ormai celebrare presto queste nozze felici, voglio vederlo subito questo mio nobile sposo. Perché indugiare, perché differire l’incontro con costui che è nato per la rovina dell’intero universo?’

XXXV "Così disse la vergine e poi tacque e con passo deciso s’avviò tra la folla che la seguì in corteo. "Giunsero così alla rupe destinata, su in alto, in cima a un monte a strapiombo, e lì lasciarono la fanciulla, sola, lì lasciarono le fiaccole, spente con le loro lacrime, con cui s’eran fatti lume e a capo chino rientrarono alle loro case. "I poveri genitori, distrutti da tanta sciagura, si chiusero nell’ombra più fitta delle loro stanze votandosi a una notte senza fine. "Psiche intanto, spaurita e tremante, là in cima alla rupe, si struggeva in lacrime, quand’ecco l’alito mite di Zefiro che mollemente spirava e in un vortice lieve le ventilava le vesti, dolcemente la sollevò da terra e sostenendola col suo soffio leggero, giù giù lungo il pendio del monte, la depose nel cavo di una valle in grembo all’erbe e ai fiori.

 

LIBRO QUINTO

 

Il palazzo incantato. torna al sommario analitico

I "Psiche dolcemente adagiata su un morbido prato, in un letto di rugiadosa erbetta sentì l’animo suo liberarsi di tutta l’angoscia e placidamente s’addormentò. "Dopo aver riposato abbastanza si levò più tranquilla e vide un boschetto fitto di alberi alti e frondosi e una sorgente d’acque cristalline e, proprio in mezzo al bosco, non lontana da quella fonte, vide una reggia, costruita non dalla mano dell’uomo ma per arte divina. Fin dalla soglia ci si accorgeva subito che si trattava della dimora splendida, fastosa di un dio. "Il soffitto a cassettoni finemente intarsiati di cedro e d’avorio, era sostenuto da colonne d’oro, le pareti tutte rivestite da bassorilievi d’argento raffiguranti belve e altri animali nell’atto di balzare su chi entrava. "Un uomo certamente straordinario, un semidio forse, anzi un dio di sicuro, chi aveva, con un’arte così magistrale, animato tutto quell’argento. Anche i pavimenti di preziosi mosaici spiccavano per la varietà delle composizioni. "Beati, oh, sì, veramente beati quelli che avrebbero potuto camminare su quelle gemme e su quei gioielli. "D’altronde, anche il resto della casa, in lungo e in largo. era di valore inestimabile: i muri erano formati da blocchi d’oro e brillavano di luce propria, così che quel palazzo risplendeva di per sé anche senza la luce del sole, tanto sfolgoravano le stanze, i porticati, le stesse porte. "Tutte le altre cose erano perfettamente intonate alla magnificenza regale di quella casa sì che veramente sembrava che quel divino palazzo fosse stato costruito per il sommo Giove come sua dimora terrena.

 

Le voci misteriose. torna al sommario analitico

II "Attratta dall’incanto del luogo Psiche s’avanzò, poi fattasi coraggio varcò la soglia e, presa dalla curiosità di quella mirabile visione, si mise a osservare attentamente ogni cosa. Vide così, in un’altra ala del palazzo, loggiati dalla linea stupenda, pieni zeppi di tesori: c’era tutto quanto si potesse desiderare e immaginare. "Ma la cosa più straordinaria, più ancora di tutte quelle meraviglie, era che nessuna chiave, nessun cancello, nessun custode difendeva quelle ricchezze. "Mentre con sommo piacere ella contemplava tutto questo, sentì una voce misteriosa che le disse: ‘Signora, perché stupisci di fronte a tanta ricchezza? Ciò che vedi è tuo. Entra in camera e lasciati andare sul letto e comanda per il bagno, come ti piace Queste voci sono quelle delle tue ancelle, pronte a servirti, e quando avrai terminato di prenderti cura della tua persona, non dovrai attendere per un pranzo regale.’

III "Psiche comprese che tutta quella grazia era un segno della divina provvidenza e seguendo le indicazioni delle voci misteriose prima con il sonno poi con un bagno si liberò della stanchezza. "Fu allora che vide, poco discosta, una tavola semicircolare già apparecchiata per il pranzo e pensando si trattasse del suo, volentieri sedette. "All’istante, senza che nessuno servisse, ma come spinti da un soffio, le vennero recati vini pregiati, svariate pietanze. Non riusciva a vedere nessuno, sentiva solo un rimbalzar di parole é aveva per ancelle soltanto delle voci. "Dopo quel pranzo squisito un essere invisibile entrò e cominciò a cantare e un altro ad accompagnarlo sulla cetra ma Psiche non riuscì a vedere nemmeno questa; poi le giunse all’orecchio un concerto di voci: si trattava di un coro, ma anche questa volta la fanciulla non vide nessuno.

 

L'amante invisibile. torna al sommario analitico

IV "Quando queste delizie cessarono, l’ora tarda invitò al sonno Psiche. "Ma nel cuor della notte un rumore leggero le giunse all’orecchio, Ella era sola col suo pudore di vergine e trasalì, cominciò a tremare di paura, a temere l’ignoto che la circondava più che un pericolo reale. Ma era il suo sposo invisibile che veniva a lei che entrava nel suo letto e la possedeva, e che prima dell’alba s’era già dileguato. "Accorsero allora prontamente le voci che vigilavano nella stanza e porsero alla novella sposa le loro cure per la violata verginità. "Questo si ripeté per molto tempo e come di solito accade l’abitudine finì col rendere piacevole a Psiche questa sua nuova esistenza e il suono di quelle voci misteriose col consolare la sua solitudine. "Nel frattempo i suoi genitori invecchiavano in un dolore e in un lutto inconsolabili. La fama di quanto era accaduto s’era sparsa in lungo e in largo e anche le sorelle maggiori erano venute a sapere ogni cosa. "Tristi e angosciate, esse avevano lasciate le loro case e in fretta e furia erano corse a consolare i loro genitori.

 

Psiche è messa in guardia dal suo sposo. torna al sommario analitico

V "Quella notte stessa lo sposo disse alla sua Psiche; - infatti, benché invisibile lei poteva udirlo è toccarlo come un marito in carne e ossa - ‘psiche, mia dolcissima e amata sposa, il destino crudele ti minaccia di un terribile pericolo, per cui ti prego dì essere molto prudente. Le tue sorelle, angosciate dalla notizia della tua morte si sono messe sulle tue tracce e presto verranno a questa rupe; se tu sentissi i loro lamenti, per carità non rispondere, non farti vedere, perché a me daresti un grande dolore ma per te sarebbe addirittura la fine.’ "Assentì Psiche e promise che avrebbe fatto come il suo sposo diceva ma quando egli con la notte si dileguò, per tutto il giorno la poverina non fece che struggersi in lacrime: ‘Allora son proprio morta’ si ripeteva tra i lamenti ‘prigioniera in questo carcere d’oro, senza poter corrispondere con esseri umani, senza nemmeno poter consolare le mie sorelle che mi piangono morta, senza neppure poterle vedere.’ E quel giorno non fece il bagno, non toccò cibo, non si concesse alcun ristoro. A sera il sonno la vinse che ancora piangeva disperata.

 

Psiche ottiene di rivedere le sorelle. torna al sommario analitico

VI "Così quando il suo sposo, più presto del solito, le si distese al fianco e stringendola fra le braccia sentì che piangeva: ‘Sono queste’ le disse ‘le tue promesse, Psiche? Che cosa può aspettarsi da te, che cosa può sperare un marito? Non fai altro che piangere giorno e notte e non smetti di tormentarti neanche quando sei fra le mie braccia. Fa pure quello che vuoi, va pure dietro al tuo cuore e tienti il danno, ma quando comincerai a pentirtene, e sarà tardi, ricordati che io ti avevo seriamente avvertito.’ "Ma ella con mille preghiere, minacciando perfino che si sarebbe data la morte, strappò al suo sposo il permesso di vedere le sorelle, di consolare il loro dolore, di trattenersi un poco a parlare con loro. Ed egli cedette all’insistenza della giovane sposa e le concesse perfino che donasse alle sorelle tutto l’oro e i gioielli che credeva ma, nello stesso tempo, l’avvertì se veramente e con parole ché le fecero paura, di non indagare, magari seguendo i cattivi suggerimenti delle sorelle, sull’aspetto di lui, di non cedere a una simile sacrilega curiosità, perché allora, da tanta beatitudine sarebbe precipitata nella rovina più nera e non avrebbe più goduto dei suoi amplessi. "Ella ringraziò lo sposo e tutta contenta lo rassicurò che avrebbe preferito cento volte morire piuttosto che non fare più all’amore con lui, che lo amava ardentemente, chiunque fosse, che le era caro come la vita e che lo preferiva perfino allo stesso Cupido: ‘Ma ti prego’ gli diceva tra i baci ‘concedimi ancora questo: comanda al tuo servo Zefiro di portar qui le mie sorelle al modo stesso che lo fui io’ e gli sussurrò mille dolci paroline e si avvinghiò al suo corpo quasi a costringerlo, continuandogli a ripetere fra le carezze: ‘Gioia mia, sposo mio diletto, dolce anima della tua Psiche.’ "Suo malgrado lo sposo cedette alla forza e alla seduzione di quei sussurri d’amore e promise che avrebbe fatto quello che lei voleva; poi, appressandosi l’alba, si sciolse dagli amplessi della sposa a svanì.

 

La visita delle sorelle. torna al sommario analitico

VII "Frattanto le sorelle, saputo il posto in cima alla montagna dov’era stata abbandonata Psiche lo raggiunsero senza indugio e qui cominciarono a piangere e a battersi il petto, tanto che rocce e dirupi echeggiarono presto dei loro gemiti. "Poi si misero a chiamare per nome la povera sorella finché Psiche, a quei dolorosi lamenti che si spandevano tutt’intorno giù giù fino a valle, trepidante e fuori di sé si precipitò dal palazzo esclamando: "’Perché vi disperate? Voi mi piangete ed io sono qui. Smettetela con i lamenti. Asciugate le vostre guance troppo a lungo bagnate di lacrime perché ormai potete abbracciare quella che piangevate morta. Poi chiamò Zefiro, gli riferì il volere dello sposo e quello, subito, ubbidiente al comando, lieve lieve con i suoi dolci soffi le trasportò giù sane e salve. "Baci e abbracci a non finire si scambiarono le tre sorelle e le lacrime a stento poco prima represse tornarono a spuntare ma questa volta furono lacrime di gioia. "’Suvvia, entrate è rallegratevi, è questa la mia casa, bando alle malinconie, ora che siete con la vostra Psiche.’

VIII "E così dicendo mostrò alle sorelle tutti i tesori di quel palazzo dorato e fece sentire anche a loro le innumerevoli voci che la servivano. "Poi le ristorò con un magnifico bagno e con un pranzo che fu tutto una delizia, degno degli dei, tanto che dopo essersi rimpinzate di ogni ben di dio le due sorelle cominciarono a covare in cuor loro un senso di invidia. "A un certo punto una delle due cominciò a far la curiosa e a chiedere con insistenza chi fosse il padrone di tutte quelle meraviglie, chi era suo marito e che aspetto avesse. "Ma Psiche a nessun costo avrebbe tradito il giuramento fatto allo sposo e, infatti, non svelò i suoi segreti. Là per là inventò che era un bel giovane con il volto appena ombreggiato dalla prima barba, sempre via a caccia per boschi e per monti, e, anzi, per evitare che, continuando nel discorso ella potesse tradirsi e dire cose che non doveva, chiamò Zefiro e dopo averle caricate di gioielli, di gemme, di pietre preziose, le affidò a lui, perché gliele portasse via. Il che fu subito eseguito.

 

Le sorelle di Psiche tramano il loro piano. torna al sommario analitico

IX "Ma quello che non si dissero, rientrando a casa, le due rispettabili sorelle, divorate com’erano dall’invidia e dalla bile! "Una, alla fine, garrì: ‘Fortuna orba, crudele e malvagia. Bel gusto il tuo a farci nascere dagli stessi genitori e poi darci una sorte così diversa. Noi che siamo le più grandi, facciamo le serve a dei mariti stranieri e siamo costrette a vivere come delle esiliate, lontano dalla nostra casa, dalla nostra patria, dai nostri genitori; quella li invece, la più giovane l’ultimo parto di un ventre ormai esausto, ha ricchezze a non finire e un dio per marito e di tutta questa fortuna non sa nemmeno farne buon uso. Ma hai visto, sorella, quanti e quali tesori in quella casa e che splendide vesti e che luccichio di gioielli? Sembra di camminare addirittura sull’oro, se poi ha anche un bel marito, come lei dice, è proprio la donna più fortunata del mondo. E non è detto poi che vivendo insieme e crescendo l’affetto, il marito, che è un dio, non finisca per far diventare dea anche lei. Sta a vedere, perdio, che sarà proprio così: quel suo modo di fare, quel suo comportamento, quella già si vede sul piedistallo, ha per schiave delle voci, dà ordini ai venti, mi sa che nella donna c’è già la dea. "Guarda me, invece, disgraziata che sono: m’è capitato un marito più vecchio di mio padre, per giunta più calvo di una zucca, più timido d’un ragazzino e che tiene tutta la casa sotto chiave e catena.

X "’Ed io,’ fece di rimando l’altra ‘che mi devo sopportare un marito tutto rattrappito e sciancato dai reumatismi e che in fatto d’amore, quindi, mi fa fare lunghe astinenze. Devo sempre fargli le frizioni alle dita, contorte e indurite come pietre, irritarmi queste mie mani così delicate tra medicine puzzolenti, luride ben de e schifosi cataplasmi; altro che la moglie premurosa, l’infermiera mi son ridotta a fare. Tu, sorella, lasciatelo dire francamente, mi sembra che sopporti tutto questo con troppa pazienza, se non addirittura con la rassegnazione di una serva; io invece non so rassegnarmi all’idea che una fortuna di quel genere sia dovuta capitare a una che non ne è degna. "Prova a ricordarti con quanta superbia e arroganza ci ha trattate e come si vantava davanti a noi e come si compiaceva dentro di sé. "In fondo in fondo, poi, che cosa ci ha dato? Poche scarabattole, se si pensa a tutti i tesori che possiede, e a malincuore per giunta; poi su due piedi si è liberata della nostra presenza e a soffi e a fischi ci ha fatto portar via. Ma quant’è vero che sono una donna e che sono viva, io quella la tirerò giù da tutta la sua fortuna. "Perciò se anche tu, come dovresti, ti senti bruciare da quest’affronto, vediamo in due di tirar fuori qualche progettino efficace. "Per prima cosa silenzio con tutti, genitori compresi, per quanto riguarda i doni che ci siamo portati via; anzi dobbiamo dire di non aver saputo nulla di lei se sia ancora viva o meno.: già troppo quello che abbiamo visto noi e che non avremmo voluto vedere, che non è proprio il caso di andare a rivelare ai quattro venti o anche soltanto ai nostri genitori le sue fortune. "Per fare, infatti, meno felice qualcuno è sufficiente che nessuno conosca la sua fortuna. "Ora però torniamo dai nostri mariti, alle nostre case, povere quanto vuoi ma ospitali. Ci penseremo su con tutta calma e ponderazione e ritorneremo più risolute e decise a punire tanta superbia.’

XI "Questa malvagia risoluzione parve buona alle perfide sorelle che, nascosti tutti quei doni così preziosi, cominciarono a strapparsi le chiome, a graffiarsi il viso (se lo sarebbero meritato) e a versare false lacrime. "Poi, gonfie di rabbia, dopo aver rinnovato il dolore nei loro genitori sbigottiti, di furia, fecero ritorno alle loro case per macchinare un inganno scellerato, anzi un vero e proprio delitto nei riguardi della sorella innocente.

 

Nuovi avvertimenti a Psiche. torna al sommario analitico

"Intanto il misterioso sposo ripeteva a Psiche i soliti avvertimenti nei suoi colloqui notturni: Ma non vedi quale pericolo ti sovrasta? La sventura, per ora, ti minaccia da lontano ma se tu non prendi tutte le precauzioni essa presto ti piomberà addosso Quelle perfide bagasce stanno architettando contro di te una trappola infame, come quella di persuaderti innanzitutto a scoprire il mio aspetto e tu sai, invece, perché te l’ho ripetuto più volte, che se mi vedi poi non potrai più vedermi. Quindi se quelle perfide streghe torneranno da te con cattive intenzioni, e senz’altro torneranno, lo so, non parlare con loro e se questo per il tuo carattere semplice e i1 tuo buon cuore proprio non ti sarà possibile, almeno non ascoltare e non dire una parola che riguardi tuo marito. "’Presto non saremo più in due perché questo tuo grembo, fino a ieri ancora di bambina, porta già in sé, per noi, una creatura: un dio se tu saprai custodire il nostro segreto, un essere mortale se, invece, lo violerai.’

XII "A quella notizia Psiche s’illuminò di gioia; il consolante pensiero di una prole divina la rallegrava, era orgogliosa del futuro rampollo ed esultava della sua nuova dignità di madre. "Ansiosa contava i giorni che si succedevano, i mesi che passavano e nella sua innocenza si stupiva di quello strano peso e di quel ventre che, per una piccola trafittura, le era tanto cresciuto. "Ma intanto quei flagelli, quelle orribili Furie, gonfie di veleno come vipere, avevano rotto gli indugi e, preso il mare, rapide si appressavano spinte dalla loro stessa malvagità. "E allora quello sposo sempre fuggente, ancora una volta ammonì la sua Psiche: "È venuto il giorno supremo, il momento decisivo: un nemico del tuo sesso, del tuo stesso sangue, ha preso le armi, ha levato il campo, muove contro di te, dando fiato alle trombe. Sono le tue sciagurate sorelle che hanno impugnato la spada e cercano la tua gola. Ohimè, mia dolce Psiche quali grandi sventure ci sovrastano."Abbi pietà di te, di noi e con il tuo scrupoloso silenzio salva dall’imminente rovina la casa, lo sposo, te stessa, questo nostro piccino. Evita di vederle, di ascoltarle quelle femmine scellerate, che non puoi più chiamare sorelle dopo che ti hanno dichiarato odio mortale e hanno calpestato i vincoli del sangue, quando compariranno su quella rupe e come sirene faranno echeggiare le rocce dei loro funesti richiami.’

XIII "Ma Psiche con parole soffocate dai singhiozzi: ‘Da tempo, credo, hai avuto le prove della mia fedeltà e della mia discrezione; tuttavia voglio nuovamente di mostrarti la fermezza del mio animo. Soltanto devi ancora una volta dire al nostro Zefiro che obbedisca ai miei ordini e, in cambio del tuo aspetto divino che mi nascondi, lasciare almeno che io riveda le mie sorelle. Suvvia, ti prego, per questi tuoi capelli profumati e fluenti, per queste tue guance morbide e lisce come le mie, per questo tuo petto che spande non so quale ardore, oh possa un giorno riconoscere almeno nel bimbo il tuo aspetto; ti supplico con le preghiere più ardenti, più umili, lascia ch’io riabbracci le mie sorelle, fa contenta la tua Psiche che ti è fedele e ti ama. Il tuo volto io non lo voglio più conoscere, la notte per me non ha più ombre: ho te e tu sei la mia luce.’ "Stregato da queste parole e dalle carezze lascive lo sposo, asciugandole le lacrime con i capelli, promise che l’avrebbe esaudita, poi rapido si dileguò prima che sorgesse il nuovo giorno.

 

Psiche è ingannata e vinta dalle sorelle. torna al sommario analitico

XIV "Le due sorelle, unite nella congiura, senza neppure far visita ai genitori, lasciata la nave, si diressero di filato verso la rupe e non aspettarono nemmeno che il vento si sollevasse a raccoglierle ma con folle temerarietà si precipitarono giù dall’alto. "Ma Zefiro che ricordava l’ordine del suo signore, sebbene malvolentieri, le raccolse nel grembo del suo soffio e le depose al suolo. Ed esse senza indugiare, a passi veloci, entrarono nella casa di Psiche, abbracciarono la loro vittima, sorelle soltanto di nome, la blandirono, nascondendo dietro il sorriso tutta la perfidia che covavano in cuore. "Psiche, ma tu non sei più la bimba di prima, eccoti già madre. Pensa chissà quale tesoro tu ci porti in questo tuo piccolo grembo. Che gioia darai a tutta la nostra famiglia. Come saremo felici di allevare questo bimbo d’oro. Se poi, com’è naturale, somiglierà in bellezza a sua madre e a suo padre, oh, allora, vedremo nascere proprio un nuovo Cupido.’

XV "Così simulando affetto, a poco a poco si cattivarono l’animo della sorella la quale premurosamente le fece sedere perché si riposassero del viaggio, le ristorò con un bel bagno caldo, le intrattenne nel triclinio lasciando che si servissero loro piacere di quelle sue pietanze squisite e raffinate. Ordinò poi che la cetra suonasse e subito s’udì un arpeggio, comandò che i flauti suonassero e così fu, che si cantasse in coro e un coro cantò: non si vedeva nessuno ma queste soavi melodie accarezzavano l’animo di chi le ascoltava. "Eppure la malvagità di quelle femmine scellerate non si quietò nemmeno alla dolcezza di quel canto, anzi avviando il discorso in direzione della trappola già predisposta, facendo finta di nulla, cominciarono a chiedere a Psiche com’era quel suo marito, dov’era nato e da quale famiglia discendesse. "E quella, ingenua com’era e non ricordando ciò che aveva detto la volta prima, inventò una nuova storia, cioè che il suo sposo era nativo della vicina provincia, che aveva un grosso giro di affari, che era di mezza età e già con qualche capello bianco. "Poi, senza indugiare troppo su questo discorso le colmò nuovamente di ricchi doni e le affidò al vento perché le riportasse via.

XVI "Ma quelle mentre tornavano a casa sollevate dal soffio tranquillo di Zefiro, così cominciarono a discutere: ‘Che ne pensi sorella, della grossolana menzogna di quella stupida? L’altra volta era un giovanotto che aveva sì e no la barba, ora è diventato un uomo maturo con i capelli già brizzolati. Ma chi può essere uno che in così poco tempo diventa vecchio? Sorella mia, c’è poco da capire: o quella svergognata ci racconta un sacco di bugie o non sa nemmeno come è fatto suo marito. "Comunque, nell’un caso o nell’altro, l’importante è tirarla giù da tutte le sue ricchezze. Perché se non conosce l’aspetto del marito vuol dire che ha sposato un dio e, dato che è incinta, un dio sarà anche il bambino. "Sta certa che se quella lì, non sia mai, passerà per la madre di un fanciullo divino, io mi appenderò a una corda, e subito. "Ma per adesso torniamo dai nostri genitori e prendendo lo spunto da questo discorso, continuiamo a tessere inganni, quanto più verosimili.’

XVII "Così, divorate dall’ira, rivolsero appena un saluto sgarbato ai genitori e, dopo una notte insonne, al mattino, tornarono di furia alla rupe e di li si calarono giù con l’aiuto del solito vento. "Strofinandosi le palpebre riuscirono a strizzare qualche lacrima e poi si rivolsero alla fanciulla con queste astute parole: Beata te che te ne stai tranquilla, ignara di un fatto terribile, incurante del pericolo che ti sovrasta, ma noi che stiamo sveglie la notte, preoccupate del tuo caso, siamo angosciate al pensiero delle. tue sciagure. Abbiamo saputo, infatti, con tutta certezza, e non possiamo nascondertelo dato che abbiamo fatto nostre le tue sventure e il tuo dolore, che chi viene a letto con te, di nascosto la notte, è un serpente gigantesco, tutto viscide spire dal collo gonfio d’un sangue velenoso e mortale e dalle fauci enormi spalancate. "Ora, ricordati dell’oracolo che ti predisse che avresti sposato un’orribile bestia. Molti contadini, e quelli che vengono a caccia da queste parti, e parecchi abitanti dei dintorni lo hanno visto all’imbrunire tornare dalla pastura e nuotare nelle acque del fiume qui vicino.

XVIII "E tutti dicono che non ti colmerà per molto tempo di tutte queste delizie ma che appena la tua gravidanza si sarà compiuta ti divorerà insieme con il ricco frutto del tuo ventre. "Stando così le cose tu devi decidere: o ascoltare le tue sorelle così sollecite della tua vita e, scampando alla morte, vivere con noi fuori di ogni pericolo, oppure finire nelle viscere di un mostro orrendo. "Se poi ti piace questa solitudine risonante di voci, se ti piace giacere con un fetido, furtivo e pericoloso amante, accoppiarti con un velenoso serpente, noi le tue buone sorelle, avremo almeno fatto il nostro dovere.’ "La povera Psiche, ingenua e di cuor semplice com’era, a quelle parole così terribili fu assalita dal terrore. Come fuori di sé dimenticò gli avvertimenti dello sposo, tutte le promesse fatte e precipitò se stessa nella rovina più nera. "Tremante, sbiancata in volto livida, con un filo di voce, balbettò parole rotte.

XIX "’Sorelle carissime, a fare quel che fate vi spinge il vostro affetto verso di me ed è anche giusto che sia così, ma anche quelli che vi han detto queste cose orribili, purtroppo, mi sa che non se le sono inventate. In effetti io non ho mai visto in faccia il mio sposo, né so di dove egli venga. Di lui conosco soltanto la voce per qualche paroletta che mi sussurra la notte e nient’altro, tranne che prima di giorno, è già fuggito. Questo mi fa pensare che voi abbiate proprio ragione e che si tratti di un mostro. "Sapete poi come si spaventa se io gli chiedo di volerlo conoscere e di quali disastri mi minaccia se gli dico che sono curiosa di sapere almeno com’è il suo volto. "Perciò se voi volete effettivamente soccorrere questa vostra sorella infelice, fatelo subito; qualsiasi indugio renderebbe vano il beneficio che già mi avete recato con il vostro tempestivo intervento.’ "Allora quelle due scellerate ebbero via libera nell’animo ormai indifeso della sorella e messa da parte la tattica sottile dell’intrigo sconvolsero i trepidi pensieri dell’ingenua fanciulla con le armi palesi della frode.

XX "E così la seconda incalzò: ‘Poiché il vincolo di sangue che ci lega ci induce, pur di salvarti, a non tener conto del pericolo, noi ti indicheremo, dopo averci pensato e ripensato, l’unica via che può portarti a salvamento. Prendi un rasoio molto affilato, anzi rendilo più tagliente che puoi passandolo sul palmo della mano e nascondilo bene nel letto, dalla parte dove ti corichi, poi sotto una pentola ben chiusa poni una lucerna piena d’olio, di quelle che fanno molta luce, e fa bene attenzione che nulla si veda. Quando lui strisciando sulle sue spire, come al solito, sarà salito nel letto e vinto dal primo sonno comincerà ad avere il respiro pesante, tu scivola giù dal letto e pian piano, scalza, in punta di piedi, va a tirar fuori dal suo nascondiglio la lucerna e alla sua luce scegli il momento opportuno per la tua audace impresa, impugna senza esitazione quell’arma a due tagli, alza in alto il braccio e con tutta la tua forza stacca al terribile drago la testa dal collo. "Non ti mancherà il nostro aiuto perché appena tu l’avrai ucciso e sarai salva, noi accorreremo prontamente e ti aiuteremo a portar via in fretta tutte queste ricchezze e poi ti faremo sposare secondo il tuo desiderio, ma con un uomo, dal momento che sei una creatura umana.’

XXI "Con queste parole di fuoco infiammarono l’animo della sorella che già divampava, poi la lasciarono in asso temendo esse stesse di restare più oltre sul luogo di tanto misfatto e fattesi portare in alto fino alla rupe dal solito soffio di vento, via di gran corsa fino alle navi per poi fuggire lontano. "Ma Psiche, rimasta sola, anche se sola non era perché tormentata da Furie ostili, si sentiva turbata e sconvolta come un mare in tempesta e benché risoluta e ferma nel suo proposito, benché già sul punto di consumare il misfatto, provava una certa esitazione e nella sua sventura era combattuta da sentimenti diversi. Ora voleva affrettarsi, ora differiva l’azione, voleva osare e aveva paura, disperava e a un tempo ardeva dalla collera, insomma odiava la bestia e amava il marito che erano un essere solo. "Tuttavia mentre scendevano le prime ombre della sera, trepidante e in gran fretta ella dispose ogni cosa per il delitto. ‘Venne la notte e giunse anche lo sposo che, dopo essersi un po’ cimentato in qualche schermaglia amorosa, cadde in un sonno profondo.

 

Psiche vede Amore. torna al sommario analitico

XXII "Allora a Psiche vennero meno le forze e l’animo; ma a sostenerla, a ridarle vigore fu il suo stesso implacabile destino: andò a prendere la lucerna, afferrò il rasoio e sentì che il coraggio aveva trasformato la sua natura di donna. "Ma non appena il lume rischiarò l’intimità del letto nuziale, agli occhi di lei apparve la più dolce e la più mite di tutte le fiere, Cupido in carne e ossa, il bellissimo iddio, che soavemente dormiva e dinanzi al quale la stessa luce della lampada brillò più viva e la lama del sacrilego rasoio dette un barbaglio di luce. "A quella visione Psiche, impaurita, fuori di sé sbiancata in viso e tremante, sentì le ginocchia piegarsi e fece per nascondere la lama nel proprio petto, e l’avrebbe certamente fatto se l’arma stessa, quasi inorridendo di un così grave misfatto, sfuggendo a quelle mani temerarie, non fosse andata a cadere lontano. "Eppure, benché spossata e priva di sentimento, a contemplare la meraviglia di quel volto divino, ella sentì rianimarsi. "Vide la testa bionda e la bella chioma stillante ambrosia e il candido collo e le rosee guance, i bei riccioli sparsi sul petto e sulle spalle, al cui abbagliante splendore il lume stesso della lucerna impallidiva; sulle spalle dell’alato iddio il candore smagliante delle penne umide di rugiada e benché l’ali fossero immote, le ultime piume, le più leggere e morbide, vibravano irrequiete come percorse da un palpito. "Tutto il resto del corpo era così liscio e lucente, così bello che Venere non poteva davvero pentirsi d’averlo generato. Ai piedi del letto erano l’arco, la faretra e le frecce, le armi benigne di così grande dio.

XXIII "Psiche non la smetteva più di guardare le armi dello sposo: con insaziabile curiosità le toccava, le ammirava, tolse perfino una freccia dalla faretra per provarne sul pollice l’acutezza ma per la pressione un po’ troppo brusca della mano tremante la punta penetrò in profondità e piccole gocce di roseo sangue apparvero a fior di pelle. Fu così che l’innocente Psiche, senza accorgersene, s’innamorò di Amore. E subito arse di desiderio per lui e gli si abbandonò sopra e con le labbra schiuse per il piacere, di furia, temendo che si destasse, cominciò a baciarlo tutto con baci lunghi e lascivi.

 

Scomparsa di Amore. torna al sommario analitico

"Ma mentre l’anima sua innamorata s’abbandonava a quel piacere la lucerna maligna e invidiosa, quasi volesse toccare e baciare anch’essa quel corpo così bello, lasciò cadere dall’orlo del lucignolo sulla spalla destra del dio una goccia d’olio ardente. Ohimè audace e temeraria lucerna indegna intermediaria d’amore, proprio il dio d’ogni fuoco tu osasti bruciare quando fu certo un amante ad inventarti per godersi più a lungo, anche di notte il suo desiderio. "Balzò su il dio sentendosi scottare e vedendo oltraggiata e tradita la sua fiducia, senza dire parola, d’un volo si sottrasse ai baci e alle carezze dell’infelicissima sposa.

XXIV "Psiche però, nell’attimo in cui egli spiccò il volo, riuscì ad afferrarsi con tutte e due le mani alla sua gamba destra e a restarvi attaccata, inerte peso, compagna del suo altissimo volo fra le nubi, finché, stremata, non si lasciò cadere al suolo. "Ma il dio innamorato non ebbe cuore di lasciarla così distesa a terra e volò su un vicino cipresso e dal ramo più alto con voce grave e turbata così le parlò: "’Oh, troppo ingenua Psiche, mia madre, Venere, mi aveva ordinato di farti innamorare del più abbietto, dell’ultimo degli uomini e a lui darti in isposa; io invece le ho disubbidito e son volato a te per essere io stesso il tuo amante: stata una leggerezza, lo so, e mi sono ferito con il mio stesso dardo, io, famosissimo arciere, e ti ho fatto mia sposa perché tu, pensandomi un mostro, mi troncassi col ferro questo capo che reca due occhi innamorati di te. "’Eppure quante volte ti ho detto di stare in guardia, con che cuore ti ho sempre ammonita. Ma quelle tue brave consigliere presto faranno i conti con me per i loro suggerimenti funesti; quanto a te, basterà la mia fuga a punirti.’ E con queste parole aperse le ali e si levò nel cielo.

 

Psiche incontra il dio Pan. torna al sommario analitico

XXV "Da terra ove giaceva, Psiche seguì il volo dello sposo finché poté vederlo e, intanto, si sfogava in gemiti angosciosi; ma quando nel suo rapido volo egli si fu sottratto alla vista di lei, perdendosi lontano nello spazio, ella corse alla riva del fiume più vicino e a capofitto vi si gettò; ma il buon fiume, devoto al dio che suole accendere d’amore anche le acque e temendo per sé, senza farle alcun male la sollevò su un’onda e la depose sulla riva fiorita. "Per fortuna che Pan *, il dio dei campi, se ne stava seduto proprio lì, sulla sponda del fiume, con Eco fra le braccia, la dea dei monti e le insegnava a cantare le melodie più varie, mentre le capre, qua e là, lungo la riva saltando, brucavano l’erba che la corrente lambiva "Il dio caprino appena vide Psiche così distrutta e affranta, poiché non era ignaro delle sue sventure, la chiamò dolcemente a sé, confortandola con buone parole: "’Figliola cara,’ cominciò a dirle ‘io non sono che un villano, un rozzo pastore, però di esperienza ne ho tanta dato che sono vecchio ormai. Quindi se vedo chiaro - in fondo in questo consiste, secondo quelli che se ne intendono, l’essere profeti - dal tuo passo vacillante, dal pallore estremo del tuo viso, da quel sospirare continuamente e soprattutto dai tuoi occhi così tristi, devo arguire che un amore violento ti tormenta. Dammi retta, allora, non provarci più a gettarti nel fiume, né cercare la morte in altro modo. Cessa di piangere, scaccia il dolore e mettiti piuttosto a pregare Cupido, il più potente degli dei: giovane, sensibile e vagheggino com’è, lusingalo con dolci voti.’

 

La punizione delle sorelle. torna al sommario analitico

XXVI "Psiche non rispose al dio pastore che le aveva parlato e, riverente al nume soccorritore, si mise in cammino. "A lungo errò per strade sconosciute, tra molti stenti, finché giunse con le prime ombre della sera ad una città dove era re il marito di una delle sue sorelle. Appena Psiche lo seppe si fece annunziare e quando fu dinanzi alla sorella, che, dopo reciproci scambi di abbracci e di saluti, le chiese le ragioni della sua venuta, così cominciò a dire: "’Ricordi i consigli che mi deste quando mi persuadeste ad uccidere con un affilato rasoio il mostro che mi dormiva accanto sotto il mentito nome di marito prima che fosse lui a divorar me, poveretta? "’Ebbene, quando la complice luce della lampada, come s’era d’accordo, mi rivelò il suo volto, oh, che spettacolo meraviglioso, addirittura divino, videro i miei occhi: il figlio stesso di Venere, Cupido in persona ti dico, era lì che riposava tranquillo."’Rimasi come colpita a tale straordinaria visione e mentre tutta sconvolta da un desiderio prepotente che mi faceva soffrire perché non riuscivo ad appagare del tutto, malauguratamente, dalla lucerna cadde una goccia d’olio bollente sulla sua spalla. Per il dolore egli si svegliò di soprassalto e vedendomi armata di ferro e di fuoco: "Tu? Un’assassina?" esclamò. "Infame, via dal mio letto, subito, fa fagotto. Tua sorella" e pronunziò il tuo nome, "io sposerò con legittime nozze" e là per là comandò a Zefiro che mi buttasse fuori dalla sua casa.’

XXVII "Psiche non aveva ancora finito di parlare che quella, eccitata dagli stimoli di una pazza libidine e da una malvagia invidia, così su due piedi, inventò al marito una panzana che facesse al caso, cioè che aveva saputo della morte di uno dei suoi genitori e, di furia, prese la nave e si recò direttamente alla nota rupe. "Ma il vento che soffiava, ora era vento diverso, tuttavia, protesa in una folle speranza, quella cominciò a invocare: ‘Cupido prendimi, sono io la sposa degna di te, e tu, Zefiro, accogli la tua padrona’ e con un gran salto si buttò giù. "Ma nemmeno morta poté giungere là dove voleva, perché il suo corpo si sfracellò sulle rocce aguzze e per gli uccelli rapaci e le fiere quelle membra straziate furono un pasto abbondante. Era quello che si meritava. "Il seguito della vendetta non si fece attendere. Infatti Psiche, nel suo peregrinare, giunse a un’altra città dove abitava la seconda sorella e anche a questa tese la stessa trappola. Costei, bramosa di prendere il posto della sorella con nozze sciagurate, s’affrettò a correre alla rupe e fece la stessa fine dell’altra.

 

Venere viene a conoscenza dell'accaduto. torna al sommario analitico

XXVIII "Intanto mentre Psiche andava di paese in paese cercando Amore, questi, dolorante ancora per la scottatura della lucerna, s’era rifugiato nello stesso letto della madre e si lagnava. "Allora il candido uccello che sfiora con le sue ali le onde del mare, il gabbiano, velocissimo, si tuffò nel profondo grembo dell’Oceano e avvicinatosi a Venere che tranquillamente stava facendo il bagno e nuotava, le riferì che il figlio s’era scottato, che si lamentava per il dolore acuto della piaga, e che giaceva a letto in grave stato; infine che la famiglia di Venere ormai era sulla bocca di tutti e sul suo conto correvano dicerie e malignità a non finire, per esempio che il figlio s’era appartato tra i monti per godersi i favori di una sgualdrina e che lei, la madre, se ne stava sempre in mare a nuotare e che perciò gli uomini non sapevano più cos’era il piacere, la gentilezza, la grazia, e tutto era diventato rozzo, selvaggio, volgare, e non si celebravano più matrimoni, non c’erano più relazioni amichevoli fra gli uomini e anche l’amore per i figli si stava allentando e c’era solo un gran disordine e come un fastidio per ogni sorta di legami del resto sempre meno sentiti. "Questo cicalava quell’uccello petulante e pettegolo all’orecchio di Venere, calunniandole il figlio. "’Ah, così quel mio bravo figliolo ha già l’amica?’ sbottò a un tratto la dea su tutte le furie. ‘E tu che sei l’unico a servirmi con affetto, fuori il nome, voglio sapere chi è questa che ha sedotto un ragazzino ingenuo e indifeso, se è una Ninfa o una delle Ore o una Musa o anche una delle Grazie al mio servizio.’ "E l’uccello chiacchierone non tacque: ‘Non lo so mia signora, credo però che egli sia innamorato cotto di una fanciulla mortale; se ben ricordo si chiama Psiche.’ "Venere saltò su infuriata e cominciò a gridare: ‘Ah è Psiche che ama! La mia rivale in bellezza, quella che voleva usurpare il mio nome. Sta a vedere che il ragazzo mi avrà presa per una ruffiana e s’è pensato che io gli abbia mostrato la fanciulla perché ci andasse assieme.’

 

Venere rimprovera Cupìdo. torna al sommario analitico

XXIX "E uscì dal mare strillando per precipitarsi di furia al suo talamo d’oro dove, come le era stato riferito, trovò il giovanotto infortunato: ‘Belle cose mi fai sentire’ cominciò a tuonargli dal limite della porta. ‘Proprio quello che ci voleva per la tua famiglia e il tuo buon nome. Prima di tutto te ne sei infischiato degli ordini di tua madre, anzi, che dico, della tua padrona, e invece di punire la mia rivale legandola a un uomo spregevole, te la sei presa tu, alla tua età, per i tuoi dissoluti e precoci amori; e io dovrei sopportare per nuora la mia nemica? Ma che credi, buffone, seduttore, essere odioso, che soltanto tu ora sei capace di aver figli eh? Pensi che alla mia età io non ne possa più farei Ebbene sappi che ho deciso di avere un altro figlio, e molto migliore di te; anzi, a tuo maggior dispetto, adotterò qualcuno dei miei schiavetti e gli darò codeste penne, la fiaccola, l’arco e anche le frecce, insomma tutto quest’armamentario che è di mia proprietà e che ti avevo affidato non certo perché tu ne facessi l’uso che ne hai fatto. Roba di tuo padre, infatti, in tutto questo corredo non ce n’è davvero.

XXX "La verità è che tu sin da piccolo eri un poco di buono e hai sempre avuto le grinfie lunghe. Quante volte senza alcun rispetto hai messo le mani addosso anche ai tuoi vecchi; perfino di tua madre, dico io, sì, proprio, anche di me, assassino, te ne approfitti; spesso mi hai anche picchiata; mi tratti male come se non avessi nessuno al mondo e non hai soggezione nemmeno di quel grande e forte guerriero che è il tuo padrino. E che? forse non è vero che tante volte a dispetto mio gli hai procurate delle ragazze? Ma ti farò pentire io di codesti tuoi scherzi e sentirai come ti diventeranno amare e agre queste tue nozze. "Sì, ma ora che devo fare dal momento che sono stata beffata? Dove devo andare? E com’è che posso tenere a bada questa tarantola? Possibile che debbo chiedere aiuto alla Temperanza, alla mia nemica, che io ho tante volte offeso proprio per colpa di questo scostumato? "D’altro canto mi vengono i brividi al pensiero di dover parlare a quella cafona miserabile; comunque la soddisfazione che dà la vendetta non è cosa da buttar via, da qualunque parte venga, e, quindi, proprio di lei e di nessun’altra mi posso servire per dare a questo pagliaccio una solenne lezione, spaccargli la faretra spuntargli le frecce, allentargli l’arco, spengergli la fiaccola, insomma adottare rimedi estremi per farlo rigar dritto. Non mi sentirò soddisfatta dell’offesa patita fino a quando quella donna non lo avrà pelato della chioma che io stessa, con le mie mani, ho tante volte pettinato e fatto risplendere come oro, e non gli avrà spuntate le penne che, tenendolo in grembo, io gli ho imbevute di nettare.’

XXXI "Così parlò la dea e uscì a precipizio dalla stanza, adirata e furente come sapeva esserlo soltanto lei. "Ma ecco che Cerere e Giunone le corsero dietro e vedendola tutta sconvolta le chiesero il perché di quel truce cipiglio che toglieva incanto e fulgore ai suoi occhi. "’Siete proprio giunte a proposito’ le interruppe: ‘ho la rabbia in corpo e voi mi darete la soddisfazione che cerco. Vi prego, mettetecela tutta, ma trovatemi questa Psiche, sempre in fuga, sempre che scompare. Sapete, no, le favolette che corrono ormai sulla mia famiglia e le prodezze di quel tipo che non voglio più chiamare figlio?’ "’Quelle, allora, conoscendo i fatti, si misero ad ammansire la dea: ‘Ma che cosa ha poi fatto di tanto male tuo figlio, che gli togli tutti gli spassi e addirittura vuoi a tutti i costi la rovina della fanciulla che ama? Via, non è mica un delitto se ha fatto l’occhietto a una bella ragazza. In fondo è un maschio, ed è un giovanotto! O ti sei dimenticata quanti anni ha? O forse perché li porta bene credi che sia sempre un ragazzino? E tu che sei sua madre e, per di più, una donna piena di buon senso, che fai ora? Ti metti lì a indagare nelle passioncelle di tuo figlio, ad accusarlo che è un donnaiolo, magari a rimproverargli i suoi amori, a biasimare in un ragazzo così avvenente quelle che sono le tue abitudini, i tuoi piaceri? "’Nessun dio, nessun uomo potrebbe darti ragione se tu continui a spargere il seme del desiderio tra le genti e poi, a causa tua, pretendi che Amore faccia astinenza e chiudi la scuola dove s’insegnano certi vizietti che piacciono alle donne.’ "Così quelle due dee, per paura delle sue frecce e per propiziarselo, di loro iniziativa presero le difese di Cupido, benché questi non fosse presente. "Ma Venere, indispettita perché le offese che aveva ricevute venivano prese poco sul serio, voltò loro le spalle e tutta risentita, a rapidi passi, prese la via del mare.

 

LIBRO SESTO

 

Inutili invocazioni di Psiche a Cerere e Giunone. torna al sommario analitico

I "Intanto Psiche vagava di qua e di là cercando con l’animo in pena, giorno e notte il suo sposo. Ella più che mai desiderava se non di rabbonirlo con le sue carezze di sposa perché era troppo adirato, almeno di ottenerne il perdono con le preghiere più umili. "’Chissà che il mio signore non abiti lì’ pensò quando scorse un tempio sulla cima di un’alta montagna. E, sebbene fosse stanca per il continuo peregrinare, là si diresse affrettando il passo, sorretta dalla speranza e dal desiderio. Superate rapidamente alte giogaie, raggiunse quei sacri altari. Vide spighe di frumento a mucchi e altre intrecciate in corone, spighe d’orzo, falci e attrezzi per mietere ben lustri ma sparsi qua e là alla rinfusa, come sogliono lasciarli d’estate per il gran caldo i contadini stanchi. "Psiche con gran cura cominciò a dividere e a mettere in ordine, pensando giustamente che ella non dovesse trascurare nessun tempio e pratica religiosa ma anzi invocare la misericordia e la benevolenza di tutti gli dei.

II "Mentre tutta sollecita Psiche era intenta a questo lavoro sopraggiunse Cerere *: ‘Oh, povera Psiche’ esclamò da lontano. ‘Venere è furibonda con te e ti sta cercando per mare e per terra; vuole ucciderti e con tutta la sua divina potenza grida vendetta. E tu te ne stai qui a occuparti delle mie cose e a tutto pensi fuorché a porti in salvo.’ "Allora Psiche prostrandosi dinanzi alla dea e bagnando con copiose lacrime i suoi piedi e spazzando con i capelli la terra, cominciò a pregarla in mille modi, a invocarne il soccorso: "’Ti supplico per questa tua mano dispensatrice di messi, per le gioconde feste della mietitura, per gli inviolabili misteri dei tuoi sacri arredi, per il tuo alato cocchio al quale, per servirti, sono aggiogati serpenti, per i solchi delle campagne di Sicilia, per il carro che ti rapì Proserpina, per la terra avara che te la sottrasse, per la sua discesa agli Inferi a nozze tenebrose, per il suo ritorno alla luce, per ogni altro mistero che il silenzio del tuo santuario, ad Eleusi, custodisce, soccorri Psiche che ti supplica, la sua povera vita. "’Lascia ch’io mi nasconda fra questi covoni di spighe, per pochi giorni soltanto, finché non si plachi, col tempo, la collera terribile di una dea così potente o almeno fino a quando io non riprenda, con una breve sosta, un po’ di forze, sfinita come sono dopo un così lungo peregrinare.’

III "’Mi commuovono le tue lacrime e le tue preghiere’ le rispose Cerere ‘e vorrei proprio aiutarti. Ma Venere è una mia parente, ottima donna peraltro, con la quale sono sempre stata in buoni rapporti; non me la sento, perciò, di farle un torto. Esci dunque, e in fretta, da questo mio tempio e consideralo già un favore se non ti faccio mia prigioniera.’ "Così, contro ogni sua speranza, Psiche si vide respinta e, delusa, sentì raddoppiare dentro l’angoscia. Tornò allora sui suoi passi e vide nel mezzo di un boschetto che verdeggiava nella valle sottostante un tempio costruito con bell’arte. Non volendo tralasciare nessuna possibilità, benché minima, di miglior fortuna, ma anzi invocare il favore di quel dio, qualunque fosse, ella si avvicinò alla sacra porta e vide magnifici doni votivi e festoni ricamati a lettere d’oro appesi ai rami degli alberi e agli stipiti delle porte che testimoniavano le grazie ricevute e dichiaravano il nome della dea cui erano dedicati. "Psiche cadde allora in ginocchio e asciugandosi gli occhi e abbracciando l’altare ancora tepido, così pregò:

IV "’O sorella e sposa del grande Giove, sia che tu abiti nell’antico santuario di Samo, la sola che può vantarsi dei tuoi natali, di aver sentito per prima i tuoi vagiti e d’averti allevata, o sia che tu ti indugi nella beata dimora dell’eccelsa Cartagine che venera te, vergine trascorrente nel cielo sul dorso di un leone, o sia che tu protegga le mura di Argo presso le rive dell’Inaco, che da sempre ti chiama sposa del Tonante e regina di tutte le dee, tu che tutto l’Oriente venera col nome di Zigia e tutto l’Occidente con quello di Lucina, sii nella mia estrema sventura, veramente Giunone Salvatrice e me, sfinita da tutte le sofferenze patite, libera dalla paura del pericolo che mi sovrasta. So che tu sei quella che prontamente accorre a sostenere le donne nel momento rischioso del parto.’ "Così supplicava Psiche e a un tratto le comparve davanti Giunone in persona in tutta l’augusta maestà del suo nume: "’Come vorrei, credimi, esaudire le tue preghiere’ le disse ‘ma per doveroso riguardo io non posso mettermi contro la volontà di Venere, che mi è nuora, e che, del resto, ho sempre voluto bene come una figlia. Per giunta ci sono anche le leggi a impedirmelo, che proibiscono di dare ospitalità agli schiavi fuggiti senza il permesso dei loro padroni.’

V "Per la seconda volta Psiche vide così naufragare le sue speranze. Sentiva che non avrebbe più potuto raggiungere il suo sposo alato e che ogni via di salvezza ormai le era preclusa. "’Quali altre strade mi restano’ incominciò a pensare fra sé, ‘quali rimedi ai miei mali, se neppure delle dee hanno potuto aiutarmi nonostante le loro migliori intenzioni? Dove di nuovo volgere i passi, impigliata come sono in tanti lacci, sotto qual tetto, in quali tenebre nascondermi per sfuggire all’occhio implacabile della grande Venere? Perché, invece, non ti fai coraggio e, decisamente, rinunzi alle tue povere speranze e spontaneamente non ti arrendi alla tua padrona e con un atto di umiltà, anche se tardivo, non cerchi di placarne la collera violenta? Chissà che quello che stai cercando da tanto tempo tu non lo trova proprio là, nella casa di sua madre?’ "Così, pronta a una resa le cui conseguenze erano incerte, o meglio portavano a una sicura rovina, Psiche rifletteva tra sé come incominciare la supplica.

 

Venere alla ricerca di Psiche. torna al sommario analitico

VI "Intanto Venere rinunciando a valersi per le sue ricerche di mezzi terreni decise di tornarsene in cielo e ordinò che le fosse allestito il cocchio che Vulcano, l’orafo insigne, le aveva fabbricato con arte raffinata per offrirglielo come dono di nozze alla vigilia della prima notte. Era un carro bellissimo per l’opera sottile della lima che togliendo l’oro superfluo lo aveva ancor più impreziosito. Delle molte colombe che sostavano dinanzi alla camera della dea, quattro, bianchissime, vennero avanti e con graziosi passi, muovendo qua e là il collo iridato, si sottoposero al giogo tempestato di pietre preziose, attesero che la loro signora fosse salita e poi presero il volo. "In corteo, dietro il carro, folleggiavano i passeri in lieta gazzarra e gli altri uccelli con canti modulati e con dolci gorgheggi annunziavano il suo arrivo. Le nubi si ritrassero, il cielo si spalancò per ricevere sua figlia e l’altissimo etere gloriosamente accolse la dea, né volo d’aquile o di rapaci sparvieri impauriva il canoro corteggio della grande Venere.

VII "Ella si diresse difilato al gran palazzo di Giove e senza mezze misure chiese che, per un suo progetto, le fosse messo a disposizione Mercurio, il dio banditore. "Il nero sopracciglio di Giove le disse di sì e Venere, tutta trionfante, lasciò il cielo rivolgendosi con gran premura a Mercurio che la seguiva. Fratello Arcade, tu sai che tua sorella Venere non ha mai fatto nulla senza l’aiuto di Mercurio e saprai da quanto tempo è che io non riesco a sapere dove si nasconda quella ragazza. Non mi rimane altro che annunciare pubblicamente attraverso un tuo bando che io darò un premio a chi la troverà. Fa, però, alla svelta e vedi di essere chiaro, di illustrare bene i suoi connotati, in modo che ognuno possa individuarla e, se contro le leggi si sia reso colpevole di averle dato ospitalità, non abbia poi a trovare scuse di non saperne nulla.’ Così dicendo gli porse un foglio dove era segnato il nome di Psiche e ogni altra indicazione. Poi se ne tornò subito a casa.

VIII "Mercurio obbedì all’istante. Si mise a correre per tutte le terre del mondo per eseguire l’incarico di banditore che gli era stato affidato: Chiunque catturerà o indicherà il luogo dove si nasconde una figlia di re, schiava di Venere, datasi alla fuga, di nome Psiche, si rechi dal banditore Mercurio dietro le colonne Murzie. A compenso della denunzia riceverà da Venere in persona sette dolcissimi baci e uno ancora più dolce a lingua in bocca.’ "Un bando come questo, gridato da Mercurio, e il desiderio di guadagnarsi un premio simile eccitò ogni uomo e tutti gareggiarono in zelo e questo tolse a Psiche ogni ulteriore incertezza. "Mentre ella si avvicinava al palazzo di Venere le venne incontro la Consuetudine, una delle schiave della dea che, con tutta la voce che aveva in corpo, cominciò a investirla: ‘Finalmente hai cominciato a capire che hai una padrona, serva d’una malora! Oppure con la tua solita impudenza ora fai anche finta di non sapere quanti fastidi ci hai dato per venirti a cercare? E sta bene, ora però mi sei capitata fra le mani e quindi sii pur certa che sei caduta nelle grinfie dell’Orco e quanto prima la pagherai, e come, questa tua insolenza.’

 

Psiche davanti a Venere. torna al sommario analitico

IX "E afferratala bruscamente per i capelli cominciò a strascinarla senza che quella poveretta potesse minimamente reagire. "Quando Venere se la vide portare davanti sbottò in una sonora sghignazzata e scuotendo la testa come di solito fa chi ribolle dentro dalla rabbia e grattandosi l’orecchio destro: ‘Finalmente’ le gridò ‘ti sei degnata di venire a salutare tua suocera! O forse sei venuta a far visita a tuo marito in pericolo per la ferita che gli hai procurato? Ma sta tranquilla, ti farò l’accoglienza che merita una brava nuora come te,’ e soggiunse: ‘dove sono Angoscia e Tristezza, le mie ancelle?’ e fattele entrare ad esse l’affidò perché la torturassero; e quelle, eseguendo a puntino l’ordine della padrona, cominciarono a lavorare di scudiscio sulla povera Psiche e a straziarla con torture di vario genere, poi gliela riportarono davanti. E Venere nuovamente scoppiò a ridere: ‘Sta a vedere che io adesso debbo commuovermi per quel suo ventre gravido che dovrebbe farmi nonna felice di una prole illustre. Sì, proprio felice: nel fiore degli anni esser chiamata nonna e il figlio di una miserabile schiava passare per nipote di Venere. Ma stupida anch’io a chiamarlo figlio, ché mica è valido il matrimonio fra persone di diversa condizione sociale celebrato, poi, così, in campagna, senza testimoni, senza il consenso del padre; perciò questo che nascerà sarà un bastardo, ammesso pure che io ti lasci portare a termine la gravidanza.’

 

Venere infligge la prima prova a Psiche. Aiuto delle formiche.

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X "E così dicendo le si precipitò addosso e cominciò a lacerarle in mille brandelli la veste, a strapparle i capelli, a scuoterla per il capo, a colpirla furiosamente. "Poi si fece portare dei chicchi di frumento, d’orzo, di miglio, semi di papavero, ceci, lenticchie e fave, le mescolò, ne fece un gran mucchio e le disse: ‘Sei una schiava così brutta che a me pare tu non possa farti in alcun modo degli amanti, se non a prezzo di un diligente servizio. Perciò voglio mettere alla prova la tua abilità: dividi tutti questi semi, sceglili ad uno ad uno e fanne tanti mucchietti, in bell’ordine. Prima dì sera verrò a controllare che il lavoro sia stato eseguito.’ E lasciatala davanti a quel gran mucchio di semi se ne andò a un pranzo di nozze. "Psiche non ci provò nemmeno a metter mano in quel confuso, inestricabile cumulo ma costernata dall’enormità di quell’ordine se ne rimase in silenzio come imbambolata. Allora quel piccolo animaluccio dei campi, la formicuccia, che ben sapeva quanto difficile fosse un lavoro del genere, provò compassione per la compagna del grande Cupido e condannò la crudeltà della suocera. Cosi cominciò a darsi da fare, su e giù, chiamando a raccolta, dai dintorni, tutto il popolo delle formiche: ‘Correte, agili figlie della terra feconda correte e date una mano, presto, a una leggiadra fanciulla in pericolo, la sposa di Amore!’ E quelle accorsero tutte, a ondate, minuscolo popolo a sei piedi, e lavorando con uno zelo mai visto, chicco dopo chicco, disfecero tutto il cumulo, separarono i semi, li distribuirono in mucchi secondo la qualità e poi, in un batter d’occhio, disparvero.

XI "Sul far della notte Venere tornò dal banchetto un po’ brilla ma odorosa di balsami e con il corpo tutto inghirlandato di rose meravigliose. Vide il lavoro compiuto a puntino e: ‘Questo lavoro non l’hai fatto tu’ cominciò a gridare ‘furfante che non sei altro, ma è opera di colui al quale per tua e soprattutto per sua disgrazia tu sei piaciuta’ e gettatole un tozzo di pane perché non morisse di fame se ne andò a dormire. "Cupido, intanto, era stato isolato in una stanza tutta d’oro, la più interna del palazzo e tenuto sotto chiave, sia perché, con la sua sfrenata libidine non aggravasse la ferita, sia perché non si incontrasse con la sua amata. E così, i due amanti, passarono una notte triste, divisi e separati l’uno dall’altro sotto lo stesso tetto.

 

La seconda prova e l'aiuto della canna. torna al sommario analitico

"Ma quando l’Aurora spinse innanzi i suoi cavalli, Venere, chiamata Psiche, così le ordinò: ‘Vedi quel bosco laggiù che si stende fin sugli argini del fiume e i cui rami più bassi quasi toccano l’acqua e vi si specchiano? Ebbene là pascolano in libertà pecore bellissime dalla lana d’oro lucente e non v’è alcun guardiano. Io voglio che tu mi porti subito, vedi un po’ tu come fare, un poco di quella lana preziosa.’

XII "S’avviò di buon grado Psiche non già per eseguire quell’ordine ma per trovare rimedio ai suoi triboli precipitandosi da una rupe giù nel fiume; ma dalla sponda una verde canna, di quelle da cui si posson trarre le melodie più soavi, quasi fosse ispirata da un dio, così le parlò nel lieve murmure della brezza leggera: "’Oh, Psiche, afflitta da tante pene, non profanare le mie acque sacre con la tua morte miseranda e non avvicinarti, ora, a quelle terribili e selvagge pecore, perché la vampa ardente del sole le rende ferocissime e con le loro corna aguzze e con le loro fronti dure come il macigno, talvolta addirittura con morsi velenosi, esse s’avventano sugli uomini per ucciderli. Intanto fin ché il sole del meriggio non avrà mitigato il suo ardore e le pecore non si saranno ammansite alla fresca brezza che sale dal fiume, tu puoi nasconderti a bell’agio sotto quel grande platano che, insieme con me beve alla stessa corrente. Quando le pecore si saranno quietate, allora recati nel bosco vicino e scuoti le fronde e troverai la lana d’oro rimasta attaccata qua e là nell’intrico dei rami.’

XIII "Così quell’umile canna umanamente indicava alla povera Psiche la via della salvezza e questa non si pentì di averle dato ascolto né indugiò a seguire a puntino ogni istruzione, tanto che le fu facile compiere il furto e tornare da Venere addirittura con il grembo colmo di soffice lana d’oro.

 

La terza prova e l'aiuto dell'aquila. torna al sommario analitico

"Ma nemmeno questa seconda prova, così rischiosa per giunta, le valse a cattivarsi il favore della sua padrona la quale, aggrottando la fronte e sorridendo amaro così le disse: ‘Non è che io non sappia chi sia stato l’autore furfantesco anche di questa impresa, ma voglio metterti ancora alla prova, proprio per vedere se hai veramente tanta forza d’animo e tanta saggezza. Vedi lassù la cima a strapiombo di quell’altissimo monte? Là c’è una sorgente le cui acque cupe scorrendo giù nel fondo di una valle vicina vanno a finire nella palude Stigia e alimentano le vorticose correnti di Cocito. Voglio che tu vada là in cima, proprio dov’è la sorgente, e che mi rechi all’istante, in questa piccola anfora, un po’ di quell’acqua gelida’ e così dicendo non senza minacciarla di pene ancora più gravi, le consegnò un’ampolla di levigato cristallo.

XIV "E Psiche a rapidi passi e tutta in ansia si diresse alla cima del monte sicura che lassù almeno avesse termine la sua infelicissima vita. Ma appena giunse nei pressi della vetta indicatale, ella si rese conto del rischio mortale che comportava quell’impresa smisurata. Quella cima, infatti, enorme e altissima, liscia e a strapiombo, inaccessibile, vomitava dalle sue viscere un orrido fiotto che irrompendo dai crepacci e scorrendo poi giù per il pendio, s’ingolfava in un angusto canale sotterraneo per poi scrosciare invisibile nella valle sotto stante. "A destra e a sinistra, tra gli anfratti rocciosi, orribili draghi strisciavano e rizzavano i lunghi colli, sentinelle vigilanti dagli occhi sempre aperti, dalle pupille eternamente spalancate alla luce. "Del resto quelle acque che erano parlanti, da se stesse provvedevano alla loro difesa: ‘Vattene!’ gridavano incessantemente. ‘Che fai qui? Bada a te! Che vuoi? Guardati! Fuggi via! Sei perduta!’ "Così Psiche rimase come impietrita nella sua impotenza, presente col corpo ma lontana coi sensi, schiacciata dall’enormità di un pericolo senza via d’uscita; e non le restava nemmeno l’estremo conforto del pianto.

XV "Ma le tribolazioni di quell’anima innocente non sfuggirono all’occhio attento della buona provvidenza. E così l’uccello regale del sommo Giove, l’aquila rapace, spiegò le ali e in un attimo le venne in soccorso, memore dell’antica obbedienza, quando sotto la guida di Amore, rapì per Giove il coppiere frigio *. Ora, volendo ancora una volta offrire i suoi servigi a questo potente dio e cattivarsene il favore col soccorrere la sua sposa in pericolo, lasciò le eteree cime dell’eccelso Olimpo e cominciò a ruotare intorno alla fanciulla: ‘O tu, ingenua e inesperta come sei di tali cose,’ intanto le diceva, ‘speri, proprio tu, di poter portar via o soltanto toccare una sola goccia di quest’acqua sacra e tremenda insieme? Non sai, almeno per sentito dire, che queste acque infernali fanno paura anche agli dei, perfino allo stesso Giove, e che se voi di solito giurate sulla potenza degli dei questi sogliono giurare sulla maestà dello Stige? Ma dammi quest’anforetta’ e là per là gliela prese e tenendola stretta si librò sulle grandi ali remiganti e volteggiò a destra e a sinistra fra le mascelle irte di denti aguzzi e le lingue triforcute dei draghi riuscendo ad attingere di quell’acqua riluttante che gridava anche a lei di fuggir via finché era incolume e alla quale però ella rispondeva che per ordine di Venere sua padrona era venuta ad attingere; per questo le fu più facile avvicinarsi.

 

La quarta prova. Psiche discende agl'Inferi. torna al sommario analitico

XVI "Psiche con gioia prese l’anforetta colma d’acqua e di corsa la porta a Venere. Ma neppure questa volta ella riuscì a placare la collera della dea crudele che, infatti, minacciando tormenti ancora più terribili, con un sorrisetto velenoso le fece: ‘Credo proprio che tu sia una gran maga, una di quelle stregacce malefiche dal momento che hai eseguito come niente i miei ordini; ora però, carina mia, dovrai farmi anche questo: prendi questa scatola’ e gliela diede ‘e di corsa arriva fino agli Inferi, fino al lugubre palazzo dello stesso Orco e consegna a Proserpina questo cofanetto dicendole che Venere la prega di mandarle un poco della sua bellezza, almeno quanto basti per un sol giorno perché quella che aveva l’ha consumata e sciupata tutta per curare il figlio malato. Però cerca di tornare alla svelta perché io devo proprio farmi una ripassatina prima di andare a una rappresentazione teatrale degli dei.

XVII "Allora Psiche comprese che per lei era davvero finita e si rese chiaramente conto che ormai la si voleva mandare a morte sicura. C’era, infatti, da dubitarne dal momento che la si costringeva a recarsi con i suoi piedi al Tartaro, nel mondo dei morti? Senza indugiare oltre salì allora su una altissima torre per gettarsi di lassù a capofitto pensando che questo fosse il modo migliore e più spedito per giungere agli Inferi. Ma la torre improvvisamente parlò: ‘Perché, disgraziata, vuoi ucciderti, buttandoti giù? Perché dinnanzi a quest’ultimo rischio, a quest’ultima prova vuoi darti subito per vinta? Una volta che il tuo spirito sarà separato dal corpo andrai, sì, in fondo al Tartaro, certamente, ma di laggiù in alcun modo potrai tornare.

XVIII "’Ascoltami: poco lontano di qui c’è Sparta, la celebre città della Acaia; cerca il promontorio del Tenaro che non le è distante anche se situato un po’ fuori mano. Lì c’è l’imboccatura che porta all’inferno e attraverso le sue porte spalancate si vede l’inaccessibile strada. Tu varca la soglia e mettiti in cammino seguendo quella burella e arriverai diritto alla reggia di Plutone. Non dovrai tuttavia inoltrarti in quelle tenebre a mani vuote ma recherai due ciambelle d’orzo impastate con vino e miele, una per mano, e due monete in bocca. Percorrerai un buon tratto di quella strada che porta alla morte e incontrerai un asino zoppo carico di legna e un asinaio zoppo anche lui che ti pregherà di raccattargli alcuni rami caduti dal suo fascio; ma tu non ascoltarlo, passa oltre in silenzio. "’Poco dopo arriverai al fiume dei morti a cui sta a guardia Caronte il quale per traghettare sulla sua barca rattoppata quelli che vanno all’altra riva si fa pagare il pedaggio. Come vedi anche fra i morti esiste l’avidità di denaro e nemmeno il famoso Caronte, né lo stesso padre Dite, un dio così potente, fanno mai nulla gratis e un pover’uomo quando muore deve procurarsi il prezzo del viaggio e se per caso non ha il denaro lì pronto nella mano non gli danno neanche il permesso di morire. "’A quel sordido vecchio darai per il pedaggio una delle monete che hai portato con te, ma lascia che sia egli stesso, con le sue mani, a prenderla dalla tua bocca. Inoltre, mentre traverserai quella pigra corrente un vecchio morto dal pelo dell’acqua solleverà verso di te le putride mani e ti supplicherà di accoglierlo nella barca, ma tu non lasciarti piegare da una pietà che non ti è consentita.

XIX "’Attraversato il fiume, poco più oltre, delle vecchie intente a tessere una tela ti pregheranno di dar loro una mano, ma tu non farlo, non toccare quella tela, perché è un’insidia di Venere, come tutto il resto, per farti cadere dalla mano una delle due ciambelle. Non credere che perdere una focaccia sia cosa da poco conto: basterebbe questo, infatti, per non rivedere mai più la luce. Perché c’è un cane gigantesco, con tre teste enormi, mostro terribile, smisurato, che con le sue fauci spalancate latra contro i morti ai quali però, ormai, non può fare alcun male; egli cerca inutilmente di spaventarli e intanto eternamente veglia davanti alla porta e agli oscuri antri di Proserpina, custode della vuota dimora di Dite. "’Tu tienilo a bada gettandogli una delle due ciambelle; così potrai facilmente passare e giungere fino a Proserpina che ti accoglierà con cortesia e con benevolenza e ti inviterà a sedere a tuo agio e a consumare un lauto pasto. "’Tu però siederai per terra e chiederai soltanto un tozzo di pane e mangerai di quello, poi le dirai il motivo della tua venuta e preso quanto ti verrà dato, tornerai indietro, placherai la ferocia del cane con l’altra ciambella, darai all’avaro nocchiero la monetina che avrai conservato e, oltrepassato nuovamente il fiume, ricalcherai le tue orme per rivedere questo nostro cielo con il suo coro di stelle. "’Ma soprattutto ti raccomando una cosa: non aprire la scatola che porterai con te, non guardare dentro, non essere curiosa, non curarti di quel tesoro di divina bellezza che essa nasconde.’

XX "Così quella torre provvidenziale assolse il suo profetico incarico e Psiche non indugiò, raggiunse il promontorio del Tenaro, prese con sé le monete e le ciambelle secondo le istruzioni ricevute, discese lungo la strada infernale, oltrepassò senza dir parola l’asinaio zoppo, diede al nocchiero la moneta per il traghetto, fu sorda al desiderio del morto che galleggiava, non si curò delle insidiose preghiere delle tessitrici, placò con la ciambella la rabbia spaventosa del cane e, infine, giunse alla dimora di Proserpina. "Qui rifiutò il morbido sedile e il cibo squisito che l’ospite le offerse ma sedette umilmente ai suoi piedi si contentò di un pane scuro, poi riferì l’ambasciata di Venere. "E senza indugio prese la scatola, in gran segreto riempita e sigillata, fece tacere le bocche latranti del cane con l’inganno della seconda ciambella, consegnò al nocchiero la moneta che le era rimasta e risalì dall’inferno con passo assai più leggero. "Ma dopo aver rivista e adorata questa candida luce, benché avesse fretta di portare a buon fine il suo mandato, fu assalita da un’imprudente curiosità: ‘Sono proprio una sciocca’ si disse: ‘porto con me la divina bellezza e non ne prendo nemmeno un pocolino, non foss’altro per piacere di più al mio bellissimo amante’ e, detto fatto, aprì la scatola.

XXI "Ma dentro non v’era nulla, nessuna bellezza, ma solo del sonno, un letargo di morte che s’impadronì di lei non appena ella sollevò il coperchio e che si diffuse per tutte le sue membra in una pesante nebbia di sopore facendola cadere addormentata proprio dove si trovava, là sul sentiero. "E Psiche giacque immobile nel suo sonno profondo, come morta.

 

Amore va in aiuto di Psiche. torna al sommario analitico

"Intanto, Cupido, guarito ormai dalla ferita che s’era rimarginata, non sopportando più a lungo la lontananza di Psiche, era fuggito da un’altissima finestra della stanza dove lo tenevano rinchiuso e, volando più veloce del solito sulle ali rinvigorite dal lungo riposo, accorse dalla sua Psiche. Premurosamente egli le dissipò il sonno che rinchiuse di nuovo dove era prima nella scatola, poi, appena pungendola con una sua freccia, ma senza farle del male, la svegliò: ‘Oh, tapinella’ le disse ‘ecco che la tua curiosità stava lì lì per perderti un’altra volta, Ma suvvia, sbrigati ora a eseguire l’incarico che ti ha affidato mia madre: al resto penserò io ed il dio innamorato si librò leggero sulle sue ali e Psiche si affrettò a recare a Venere il dono di Proserpina.

XXII "Cupido dal canto suo divorato com’era dalla passione e tutto preoccupato per quell’improvvisa castigatezza di sua madre, che lo angosciava, pensò bene di ricorrere ai suoi espedienti e salito con le sue ali veloci sulla sommità del cielo si mise a supplicare il grande Giove e a esporgli la sua situazione. E Giove prendendogli le guance fra le mani e attirandolo a sé: ‘Signor mio figlio’ gli fece, dopo averlo baciato, ‘benché tu non mi abbia mai portato quel rispetto che m’è dovuto per unanime consenso di tutti gli dei, ma anzi tu abbia continuamente bersagliato con le tue frecce questo mio cuore che regola le leggi della natura e il moto degli astri, impegolandomi in tresche e avventure d’ogni genere e, quindi, macchiando la mia fama e il mio buon nome con vergognosi adulteri, a dispetto delle leggi, ad onta della stessa legge Giulia e della pubblica morale facendo ignobilmente prendere al mio aspetto sereno ora le forme di un serpente, ora quelle di una fiamma, di una belva, di un uccello, di un animale da stalla, io voglio essere clemente con te, tanto più che sei cresciuto fra le mie braccia. Perciò farò tutto quello che mi chiedi, a un patto però: che tu stia in guardia dai tuoi rivali e che se, per caso, sulla terra, ora, c’è qualche bella figliola, ma veramente coi fiocchi, tu mi ripaghi con quella del favore che ti faccio.’

XXIII "Ciò detto ordinò a Mercurio di convocare subito tutti gli dei in assemblea e di avvisare che se qualcuno fosse mancato avrebbe pagato una multa di diecimila sesterzi. "A tale minaccia il teatro celeste fu subito al completo e Giove, dall’alto del suo seggio, così parlò: ‘O dei, iscritti nell’albo delle Muse, voi tutti certamente sapete che questo ragazzo l’ho cresciuto io stesso con le mie mani. Ora però credo sia giunto il momento di mettere un po’ a freno i suoi ardori giovanili; sono troppe ormai le favolette che corrono in giro sui suoi adulteri e su tutte le sudicerie che combina. Occorre eliminare ogni occasione e contenere la sua giovanile lussuria con i vincoli del matrimonio. La ragazza già ce l’ha, l’ha anche sverginata: che se la tenga, ci vada a letto e si goda per sempre Psiche e il suo amore.’ E volgendosi a Venere: ‘E tu, figlia mia, per questo matrimonio con una mortale non te la prendere, non temere per il tuo casato e la tua condizione. Disporrò che queste nozze siano tra eguali, del tutto legittime quindi e conformi al diritto civile’ e là per là ordinò che Mercurio andasse a prendere Psiche e la portasse in cielo: ‘Bevi, Psiche’ le disse offrendole una coppa d’ambrosia ‘e sii immortale; né mai Cupido si scioglierà dal vincolo che lo lega a te e queste saranno per voi nozze eterne.’

 

Le nozze di Psiche con Amore. torna al sommario analitico

XXIV "All’istante fu servito un sontuoso banchetto nuziale: lo sposo era seduto al posto d’onore e teneva fra le braccia Psiche, poi veniva Giove con la sua Giunone e quindi, in ordine d’importanza, tutti gli altri dei. "Poi fu la volta del nettare, il vino degli dei; e a Giove lo servì il suo coppiere, il famoso pastorello, agli altri, Bacco. Vulcano faceva da cuoco, le Ore adornavano tutto di rose e d’altri fiori, le Grazie spargevano balsami e le Muse diffondevano intorno le loro soavi armonie. Apollo cominciò a cantare accompagnandosi sulla cetra; Venere, bellissima, si fece innanzi danzando alla soave melodia di un’orchestra ch’ella stessa aveva predisposto e in cui le Muse erano il coro, un Satiro suonava il flauto, un Panisco soffiava nella zampogna. "Così Psiche andò sposa a Cupido, secondo giuste nozze e, al tempo esatto, nacque una figlia, che noi chiamiamo Voluttà."

 

 

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NOTE

 

  1. Questo è il suo "praenomen" tramandatoci, ma sembra essere piuttosto una conseguenza del fatto che il protagonista del suo romanzo "Le metamorfosi" si chiama appunto Lucio. torna
  2. E' il titolo con cui la prima volta lo indicò Sant'Agostino nel "De civitate Dei" (18, 18): ma non si sa se l'aggettivo "aureus" sia stato coniato in riferimento alle doti eccezionali dell'asino, oppure alla qualità artistica del romanzo, oppure ancora al valore di edificazione morale insito nella storia del protagonista. torna
  3. Il portarsi la mano alla bocca era un consueto gesto di omaggio religioso. torna
  4. Sono i luoghi dove sorgevano i più famosi santuari dedicati a Venere.
  5. Si tratta dei cuscini (pulvinaria) dei letti votivi, su cui nei templi veniveno poste le immagini degli dèi e delle dee in occasione dei banchetti sacri (lectisternia). torna
  6. Si tratta di Paride, che assegnò a Venere il famoso pomo della discordia, preferendola a Minerva e Giunone. torna
  7. Pan è il dio dei pastori e delle greggi, rappresentato come mezzo uomo e mezzo animale, con il mento barbuto e la fronte con le corna, il corpo villoso, le gambe a forma di zampa di caprone, i piedi provvisti di zoccoli. Suona con particolare abilità la siringa (cioè il flauto usato dai pastori e costruito con canne), ama i luoghi frequentati dai pastori, il fresco delle sorgenti, l'ombra dei boschi, dove si nasconde per dare la caccia alle ninfe. Tra esse la ninfa Eco che, in una versione del mito, ella non ricambiava, struggendosi d'amore per un satiro. Pan allora si vendicò e la fece dilaniare dai pastori che ne sparsero le membra per i boschi. Ella divenne così una voce, che ripete sempre la fine di ogni suono. A. in questo brano ingentilisce il mito cruento e rappresenta la ninfa tra le braccia di Pan che le insegna a ripetere i suoi canti. torna
  8. Cerere, che corrisponde alla Demetra dei greci, era la dea dell'agricoltura. Il suo culto, in parte arcano, rappresentava la forza della generazione e il ciclo delle stagioni, ed era fortemente legato al mito della figlia Proserpina (o Persefone), rapita da Plutone, dio dell'Averno, e poi restituita alla madre per il periodo primaverile e fino alla mietitura. Venive raffigurata su un carro tirato da serpenti alati e con fiaccole costituite da pini accesi nel fuoco dell'Etna. torna
  9. E' Ganimede, il bellissimo pastorello discendente del re Dardano, di cui Giove si innamorò. Rapito dall'aquila di Giove (o da Giove stesso trasformato in aquila), fu portato sull'Olimpo dove divenne coppiere degli dei. torna

 

 

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APULEIO SUL WEB

 

[ricerca e informazioni tratte dall'ottima "rassegna di autori latini", la cui URL è: http://www.economia.unibo.it/dipartim/stoant/rassegna1/autlat.html

© Alessandro Cristofori 1995-2000]

 

 

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BIBLIOGRAFIA

Elenco dei testi/siti da cui è tratto il materiale di questa pagina:

 

I. Mariotti - Letteratura latina (Storia e testi) vol. unico - Zanichelli

G. Garbarino - Letteratura latina (Storia e testi) vol. unico - Paravia

Casillo, Urraro - Storia della letteratura latina, vol. III - Bulgarini

Paratore - La letteratura latina dell'età imperiale - BUR

E. Diletti - Bibliotheca - D'Anna

C. Salemme - Autori e testi della letteratura latina - Loffredo

Monaco, De Bernardis - L'attività letteraria nell'antica Roma - Palumbo

Apuleius Images

Apuleius Web Page

AgoraClass

http://www.pegacity.it/abctel/biblioteca/lett_cla/l'asino.htm

Apuleio, L'asino d'oro (a cura di G. D'Anna) - Newton

http://www.economia.unibo.it/dipartim/stoant/rassegna1/autlat.html

Apuleio, L'asino d'oro (a cura di G. D'Anna) - Newton

F. Palazzi - Mythos (Dizionario mitologico) - Ed. Scolastiche Bruno Mondadori

 

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pagina ideata e realizzata da Nunzio Castaldi

 

 

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