Bangl@news

Newsletter settimanale sul Bangladesh, pace, mondialità e diritti umani  

Anno XVII

N°  813

 20/12/17

Questo numero è inviato a 7.903 lettori e a 392 lettori nella versione inglese

  

BUON SANTO NATALE

                                 

 Sommario

                   

Missione

»»  Missione in famiglia di Sr Stefania Raspo

Chiesa

»»  Auguri e riflessioni di d. Mario Marchiori

»»  Il vuoto che allarma la Chiesa, mancano ottomila parroci di Domenico Agasso Jr e Andrea Tornielli  

Mondialità

»»  Mare Nostrum: un "valore naturale" da preservare... di Alessandro Graziadei

»»  Proprio come in un 1914. Escalation in Levante e Golfo Persico di Riccardo Redaelli

»»  Sono 50 milioni i bambini «in fuga» nel mondo

»»  Ue e Africa unite per i profughi. Una task force con l'Onu di Giovanni Maria Del Re

»»  Questo mondo ha bisogno di essere cambiato e ci chiede di farlo di Sergio Zavoli 

Africa

»»  I Vescovi statunitensi lanciano un fondo di solidarietà per la Chiesa in Africa

»»  “Democrazia per lo sviluppo”: 200 associazioni ai leader africani ed europei

»»  Politiche di corto raggio di Luciana De Michele

»»  Summit Africa - Europa: investire sui giovani africani per il futuro dei due continenti

»»  Summit Europa-Africa: suor Azezet, la tratta di esseri umani è "tra noi" di Giada Aquilino

Americhe

»»  “Un appello urgente per la conversione ecologica”.

»»  Con Libera l'America Latina fa rete contro le mafie di Lucia Capuzzi

»»  Evangelizzare sotto la guida di Mons. Oscar Romero 

Europa

»»  Così i musulmani continueranno a crescere in Europa di Giorgio Bernardelli

Argentina

»»  La Chiesa: il dialogo, unica via per risolvere il conflitto Mapuche

Bangladesh

»»  Schegge di Bengala - 154 di p. Franco Cagnasso

»»  Papa Francesco visto dalla... periferia di p. Adolfo L'Imperio

»»  Alle radici dell'estremismo islamista di Giuliano Battiston

»»  Dhaka, p. Kamal: testimonio Cristo con il servizio alla popolazione

»»  La polizia accusa il p. Rozario di aver inscenato il rapimento

Burundi

»»  Povertà e malnutrizione attanagliano la gente: l'impegno di solidarietà dei Saveriani

Egitto

»»  Perché i sufi sono nel mirino dei jihadisti in Egitto di Giorgio Bernardelli

Etiopia

»»  La valle del fiume Omo in agonia di Bruna Sironi

Francia

»»  Macron e la retorica della sicurezza di Paolo Romani

India

»»  Simposio della Chiesa siro-malabarese per la dignità umana e la cultura della vita

Iran

»»  Nuovo terremoto di magnitudo 6: soccorsi in azione

Italia

»»  Pordenone, i migranti dormono al gelo. E al sindaco va bene di Federico Marconi

»»  «A Natale state con i figli, non venite nel nostro centro commerciale» di Alberto Laggia

»»  OPAL: cala l'export italiano di armi, ma non ai regimi del Medio Oriente di Giorgio Beretta

»»  Povertà sanitaria: sempre più famiglie e bambini non accedono a farmaci e cure di Anna Toro

Libano

»»  Rmeyleh: la scuola dei profughi siriani rinata dalle macerie di Luca Geronico

Libia

»»  I numeri dell'orrore: nei campi 700mila migranti di Giovanni Maria Del Re

Messico

»»  Un cocktail contro la violenza di Ilaria Beretta

Palestina

»»  A 50 anni dall’occupazione continuano le violazioni dei diritti di Ottavia Spaggiari

»»  Ebrei contro l'occupazione, "Il governo israeliano vuole abbattere 300 case di palestinesi" di Marco Ramazzotti Stockel

Papua N.G.

»»  L’impegno delle suore per combattere l’analfabetismo

Paraguay

»»  Istruzione e formazione dei giovani, scommessa per un paese migliore

Rwanda

»»  «Il mio Rwanda è stato salvato dalle donne» di Giulia Cerqueti

Sud Sudan

»»  Il grido di Francesco per il Sud Sudan martoriato di Luca Attanasio

 

»»  Edizione inglese

        

I punti di vista espressi in questi articoli sono propri degli autori e non riflettono necessariamente quelli di Banglanews

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MISSIONE

Missione in famiglia di Sr Stefania Raspo

missioneintuttiisensi.blogspot.com - Vilacaya, Bolivia - 29 novembre 2017

         

 

 

E’ ormai una bella, bellisima tradizione l’arrivo di Nestor e Rosario nel mese di novembre. Questa coppia argentina di Laici Missionari della Consolata per il terzo anno consecutivo è venuta a Vilcaya per condividere con noi la missione. Genitori e nonni a tempo pieno, con un impegno pastorale significativo nella diocesi Merlo e Moreno, i due amici si ritagliano due settimane per venire qui a Vilacaya, e sono realmente una presenza molto positiva, sia per la gente, sia per la nostra comunità.

Quest’anno hanno voluto arrivare per la festa dei Santi e dei Defunti, dopo aver sentito da noi quanto è importante per il popolo andino. E l’hanno vissuta veramente con una intensità tutta speciale, che ha lasciato un segno nelle loro vite.

Nestor è diacono permanente, ed ha celebrato in varie comunità. Rosario è un’artista che conosce tante tecniche di manualità. Ciascuno con i suoi doni ha saputo arrivare al cuore delle persone incontrate. E quando già erano di ritorno a Buenos Aires, chiamano ancora dalle comunità per avere “il padrecito” che celebri!

Sono ritornati a Uvila, dove già avevano animato il campo scuola di Natale con suor Gabriella, suor Maria Elena e suor Nair. Se per la gente è una gioia l’essere visitati, pensate a quanto significativo sia che qualcuno ritorni a visitarli!  

        

  

 

Visite ai cimiteri, alle case, alle scuole... Con il caldo del solleone e sperando nel dono della pioggia. Proprio il pomeriggio che dovevano partire per l’Argentina, è scesa un po’ di pioggia: una benedizione per noi e forse un segno di come Dio ha benedetto la vita di questa coppia impegnata nell’annuncio della Parola di Dio, che non si ferma agli ambienti conosciuti e controllati della propria parrocchia, bensì si apre all’incontro di un’altra cultura, distante due giorni di viaggio, diversa nella sua cosmovisione, però che aspetta l’annuncio che Dio è amore.

Allo stesso tempo Nestor e Rosario hanno sentito di tornare a casa con lo zaino pieno della ricchezza della cultura quechua: in Argentina ci sono tanti boliviani, molte volte vittime di pregiudizi e disprezzo. Uno dei desideri di Nestor e Rosario è proprio di conoscere di più i vicini di casa che sono spesso migranti boliviani, superare i pregiudizi e comprendere cosa significa vivere in un ambiente totalmente diverso da quello in cui sono nati.

Sì, la pioggia vi ha benedetti, e noi chiediamo al Signore che vi benedica in questo desiderio di

annuncio, di servizio alla Chiesa e di incontro con i fratelli.  

       

http://missioneintuttiisensi.blogspot.com

                          

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CHIESA

Auguri e riflessioni di d. Mario Marchiori

Parrocchia di S. Defendente, Ronco di Cossato (BI)

Parrocchia di S. Martino, Quaregna (BI)

14 dicembre 2017
            
Mi rivolgo a voi, parrocchiani e amici, come solitamente faccio non solo in occasione del Natale, della Santa Pasqua o in qualche altra ricorrenza. Scrivo per un saluto e augurio, ma anche per proporre alcune riflessioni già in parte affrontate nei nostri incontri e celebrazioni, e sono argomenti che continueremo ad approfondire, ispirandoci al Vangelo, avvalendoci di letture, di autorevoli persone pensanti e il tutto per dar ragione della nostra fede a livello personale, sociale ed ecclesiale. Possibilmente per essere credibili. Nelle settimane o giorni scorsi abbiamo celebrato eventi edificanti dal punto di vista della fede, della spiritualità, della fraternità, rivisitando il nostro passato così pure apprezzando il presente, non senza emozioni. Grazie per la vostra presenza e collaborazione, per l’incoraggiamento e la comprensione. Convinto che possa aiutarci a crescere nella conoscenza, propongo di leggere e meditare quanto segue, ed essendo un po' impegnativo potete anche evitare di farlo: 

       
“Comunque si voglia intendere il "Natale del Signore", sta di fatto che siamo immersi in un travagliato processo di trasformazione e rigenerazione dell'umanità intera: è questa la grande sfida che siamo invitati a considerare e ad accettare dalle parole di papa Francesco, nel "Messaggio per la Giornata della pace 2018". Bene o male, la festa del Natale rimane qualcosa di vivo nell’immaginario dell'umanità e nelle tradizioni dei popoli, fino a diventare folklore. Ma ciò non impedisce che un messaggio comunque arrivi. 

Forse l’attrattiva e la nostalgia natalizia deriva dal fatto che si tratta di un evento non collocabile in nessun quadro di riferimento, per cui sconfina per alcuni nella favola o nel mito, mentre per altri è la garanzia della rinascita e della libertà: di ciò che è possibile a Dio! E se il nostro mondo ha bisogno di un punto di appoggio esterno per essere risollevato, questo è a Betlemme! 

In effetti, quanto ci viene narrato, avviene del tutto al di fuori di spazi riconosciuti e praticabili della convivenza umana, in luoghi di fortuna e sotto il cielo, là dove c’è la nuda carne, la carne stessa di un Bambino che è gloria di Dio e pace per gli uomini. Tutto il resto è come messo tra parentesi e ciò che conta davvero è questa misteriosa alleanza tra cielo e terra, tra Dio e umanità, che magari può andare a vuoto da parte degli uomini ma che rimane sancita nella stessa carne da parte di Dio. Il vero problema è aprire gli occhi su questa realtà e tenerne conto, al di là di scenari suggestivi, coreografici ed effimeri. E anche al di là di ritualismi convenzionali. 

Il fatto veramente nuovo e impensato è che questa alleanza avviene non più sulla base di una Legge o di riti sacrificali ma grazie ad un Dio che si abbassa e si fa carne, prende fattezze umane e assume in proprio l’umanità intera, salvata proprio per questo: “Niente è riscattato se non perché assunto”! Si direbbe che proprio questa nostra umanità è salvata alla radice perché possa portare frutti buoni. Riacquistare questa fiducia e poter ripetere che è “cosa molto buona” è l’augurio di Buon Natale che vogliamo farci. In povertà e in solidarietà!”. 

Dal periodico mensile Koinonia, dicembre 2017 
      
La fiaba soporifera del Natale

Se il Natale è solo una fiaba non dura più di un giorno o di un momento. Una fiaba raramente colpisce e mette in questione: una fiaba non ha conseguenza e non lascia dei segni. Tutto finisce col risolversi della sua piccola trama. Se il Natale è solo una fiaba, è un tradimento: è frustrare il misterioso dono di Dio, è svuotare di tutto il suo contenuto un avvenimento straordinario e ridurlo a un piccolo e povero fatto uguale a tanti altri. 
Se il Natale è una fiaba, uccide ogni speranza e non cambia niente nella storia di oggi: anzi diventa l'occasione per altri inganni, per altri sfruttamenti, per altri soprusi ai danni dei più piccoli, coperti con una falsa vernice cristiana. 

Con la favola del Natale ci può stare la miseria e la fame degli emarginati ai bordi delle grandi città e nel Terzo Mondo, ci può stare l'oppressione, la tortura, l'ingiustizia, la violenza, lo sfruttamento di molti da parte di pochi. Si può sempre fare un presepio in carcere o nelle baracche, nella casa del dittatore e dell'aguzzino, o del padrone tiranno. A poco a poco si è creata una civiltà che, dicendosi cristiana, ha avallato ingiustizia e discriminazione, sfruttamento e oppressione: le divisioni di classe sono diventate occasione per la carità e l'elemosina e non si sono superate, il progresso è stato interpretato sempre e solo in misura di benessere materiale e sempre e solo per alcune categorie di persone ed è nato il Terzo Mondo come antipodo della civiltà occidentale cristiana, come magazzino di materie prime per il lusso e il piacere dei fortunati "civili". La fiaba del Natale è soltanto un ingrediente del grosso pasticcio che continua a soddisfare le brame crescenti del mondo cosiddetto civile e, appunto perché favola, è un diversivo, un divertimento, un elemento in più per la propria tranquillità. 

La fiaba del Natale diventa un anestetico e toglie la sensazione del dolore, del malessere, del disordine: a questo punto diventa uno scandalo, e si capisce come qua e là nel mondo la festa del Natale sia stata cancellata dal calendario. Le fiabe possono anche fare del male. 

Don Giovanni Giorgis, teologo cattolico morto due anni fa 
            
Agonia del cristianesimo? Reintrodurre il cristianesimo nella cristianità
La materia della storia è ribelle. Se, riguardo alla cultura, gli abiti morali non si improntano in noi che lentamente, anche il cristianesimo non poté riformare un mondo inveterato nelle proprie strutture e che gli opponeva un'enorme forza d'inerzia se non con molto tempo. Questa conclusione chiarisce certamente una buona parte di verità. Ma la forza di spiegazione viene limitata da due obbiezioni. Se non si trattasse che di una resistenza materiale ad un'intenzione evidente, il problema non sussisterebbe. Ma ciò che è più strano è proprio l'assenza d'intenzione, dell'intenzione cioè di realizzare una civiltà con lo stampo cristiano, voluta e cercata come civiltà originale, invece che mirare a un Regno estraneo a questo mondo, anche se iniziato in questo mondo e capace di utilizzare i materiali di questo mondo. 

D'altra parte l'inerzia che aveva avuto buon giuoco contro l'installazione della cristianità avrebbe dovuto giovare alla conservazione di essa, una volta che lo sforzo medioevale l'aveva costruita; e la Chiesa attraverso lo sviluppo interiore della coscienza del messaggio evangelico avrebbe dovuto, alla fine di tale processo storico, dare a questa società cristiana una consacrazione dogmatica. Se fosse stato questo il suo scopo! Invece la Chiesa, ancora tentata dall'utopia di una cristianità totalitaria, si è sempre rifiutata di ratificarla, e il movimento che da allora le è proprio ci mostra invece che la barca di Pietro va allontanandosi progressivamente dalle rive di una cristianità così fatta. I lumi su questa criticata questione devono perciò essere ricercati altrove. 
Cinquant'anni fa, nessuno avrebbe osato dire che questi problemi non riguardano per niente la buona novella. Oggi invece si è venuta formando un'ampia corrente che sostiene la radicale indifferenza della fede per le cose del mondo. È nata in ambiente protestante, per reazione alla concezione introdotta dal liberalismo religioso che riduceva la felicità nei limiti della pura ragione. Per Kierkegaard, di conseguenza, il paradosso della fede consiste in un assoluto isolamento, tanto assoluto che viene ad assomigliare al supremo egoismo. La fede non può in alcun modo rientrare nei quadri di ciò che è generale, come i concetti, le istituzioni, i costumi. Il servo della fede non può pretendere la comprensione di nessuno, non può assolutamente aiutare un altro servo della fede. Incapace di comunicare questa sua fede sul piano della fede ad una persona, quanto più sarà incapace di comunicarla alle cose come organizzazione! La cristianità è una «terribile illusione». 
Altro che essere una realizzazione del cristianesimo! Tutto il problema d'oggi è al contrario il «reintrodurre il cristianesimo nella cristianità». Il cristiano, attualmente, è separato dal Cristo non dallo spessore del tempo, perché può essergli anzi rigorosamente contemporaneo partecipandone la vita di modello, ma dallo spessore della cristianità che «ha destituito il Cristo». Si diventa cristiano con la facilità con cui ci si infila i calzini, nel modo più comodo del mondo, senza vedere affatto l'opposizione fra l'ordine cristiano e l'ordine mondano. Assurdità ed eresia. L'umanità volle anticipare l'eternità, fingere di aver già installato una chiesa trionfante: essa non ha saputo istituire che un cristianesimo ben piantato e considerato: il contrario quindi del cristianesimo. 

Il cristianesimo è alternativa nel fondo del cuore, posta ad ogni uomo, e ad ogni uomo continuamente, non una comoda installazione consolidata dal tempo e dal numero. 
Emmanuel Mounier in Agonia del cristianesimo , La Lacusta 1965, pp.94-96 
      
Per un superamento reale del modello "cristianità"
Nonostante l'accusa di sbrigatività di cui può essere tacciato un simile giudizio mi pare si debba dire che il vero nodo posto dall'atteggiamento della chiesa nell'Italia del secondo dopoguerra è costituito dalla sua incapacità a muoversi nella nuova situazione se non sulla base degli schemi, dei giudizi, dei modelli elaborati nel passato, senza riuscire perciò a cogliere i caratteri nuovi e complessi di una situazione in profondo movimento. L'ansia e l'esigenza reale di rinnovamento che animavano nel profondo ampi strati del clero e del laicato cattolico italiano non trovarono strumenti e moduli culturali adeguati per esprimersi. Il mito di una cristianità per tanta parte inesistente si consumò così nella stanca funzione di baluardo di un ordine e di un'articolazione di rapporti sociali, che essa non era in grado né di disciplinare né di controllare. 

Non è certo una storia che intendo ritracciare qui. Ma credo che senza quel fallimento non si possa realmente capire la lunga crisi che n'è seguita. L'uscita da essa operata da Giovanni XXIII e da alcuni aspetti della linea conciliare ha aperto indubbiamente altre prospettive nei rapporti della chiesa con la società: il discernimento dei « segni dei tempi» e la rinnovata centralità della figura del Cristo che gli è intimamente connessa, implicano un complesso rovesciamento dell'ottica che aveva sino ad allora presieduto a tali rapporti; il riconoscimento «di tutto ciò che la Chiesa ha ricevuto dalla storia e dall'evoluzione del genere umano» è netto e senza equivoci: un testo come la dichiarazione sulla libertà religiosa non è pienamente intelligibile al di fuori di questo nuovo contesto mentale e interpretativo. Ma tale uscita ha corrisposto anche, mi pare lo si possa dire, ad una chiesa italiana e ad una società assai impreparate a riceverla, e investite a loro volta da altre ragioni di incertezza, di sconcerto e di crisi. 

È la storia di quest'ultimo decennio (anni ’70-80); ma altri criteri e parametri da quelli finora usati andrebbero messi in campo per poterlo decifrare adeguatamente. Il crepuscolo del tormentato e difficile pontificato di Paolo VI, la brevissima stagione di Giovanni Paolo I, le nuove dimensioni del pontificato di Giovanni Paolo II, sfuggono mi pare, allo stato attuale, ad ogni tentativo di lettura unificante dei processi in corso nella chiesa italiana. La crisi dei vecchi modelli di giudizio e di intervento appare troppo evidente, se non irreversibile, perché sulla base di essi si possa pensare di comprendere e classificare le iniziative, gli scontri, le tensioni che caratterizzano la recente presenza della chiesa in Italia. Ma il fatto che con tutta evidenza la crisi vada ben al di là dei suoi confini, investendo le istituzioni civili e l'intero corpo sociale, mentre acuisce ed accentua le difficoltà oggettive al maturarsi di un nuovo modello e di una nuova linea, rinnova la tentazione di riproporre l'antica strada rassicurante di una proposta compatta e senza smagliature. Il tenace impegno di rinascita e riscossa religiosa, pensate in termini di cristianità, che ne aveva rappresentato la sostanza, se ha esaurito, mi pare, nel suo lungo percorso, gran parte della sua forza e della sua persuasività mobilitante, non ha infatti ancora cessato di operare nelle nostalgie e nelle aspirazioni di una parte almeno del mondo cattolico italiano, né ha visto scomparire gli esiti istituzionali e strumentali con i quali via via era venuto attrezzandosi.

Non credo si tratti di una mera attardata sopravvivenza: perché il suo fallimento e la sua sconfitta non hanno determinato nella chiesa italiana quel ripensamento e quella revisione della propria storia, quello sforzo di inserire anche la chiesa nelle vicende e nelle responsabilità della storia degli uomini, che soli possono costituire, mi sembra, la premessa per un superamento reale del modello della «cristianità», e dei presupposti, delle schematizzazioni, delle contrapposizioni che l'hanno prodotto e accompagnato. Il ritorno del «religioso», di cui tanto si parla in questi ultimi anni, ha alle sue radici, oggi come un tempo, evidenze drammatiche. Il rischio è che siano evidenze troppo parziali; che i criteri che lo animano siano criteri solo apparentemente alternativi, perché ancora prigionieri di un passato che è anch'esso all'origine di tanti vuoti e di tante difficoltà. Ma la partita che resta in tal modo aperta non ha solo la chiesa ed i cattolici come suoi protagonisti: perché coinvolge nel profondo, dopo averli messi radicalmente in discussione, anche le altre strade, le altre proposte, gli altri modelli di vita sociale che in questi ultimi due secoli le si sono venuti via via variamente contrapponendo. 
Giovanni Miccoli, Fra mito della cristianità e secolarizzazione, Marietti 1985, pp. 91-92 
       
Ubuntu

In Africa, in una delle tribù Xhosa un antropologo propone un gioco ai bambini della tribù: lascia un cestino di frutta vicino ad un albero e dice ai bambini: “Chi arriverà per primo potrà mangiare tutti i frutti del cestino”. Quando dà il via, i bambini si guardano negli occhi e corrono insieme. Raggiunto l’albero si siedono e si dividono i frutti del cesto. L’antropologo chiede perché abbiano deciso di correre insieme, visto che uno solo poteva prendersi tutto. I bambini rispondono: “Com’è possibile che solo uno di noi sia felice…. se tutti gli altri sono tristi?” Nella lingua Xhosa Ubuntu significa: “Io sono, perché noi siamo”

"Quando le formiche si mettono d'accordo possono spostare un elefante". Burkina Faso-proverbio 
      
Ardesia, Granito, Sabbia… 

Signore ti preghiamo per quanti sono deboli e fragili 

come l’ardesia che si rompe facilmente. 

Sostienili. 

Ti preghiamo per coloro che come il granito sono solidi e forti. 

Dai loro di lasciarsi commuovere da ciò che li circonda, 

affinché sappiano aprirsi agli altri. 

Ti preghiamo per coloro che come la pietra vulcanica 

sono provati dalla malattia, dal lutto, 

dalle difficoltà o dalla solitudine, 

per coloro che non riescono a trovare pace. 

Dà loro coraggio e speranza. 

Ti preghiamo per coloro che come i ciottoli dei fiumi 

si sentono ignorati o disprezzati, i piccoli, i timidi. 

Fai scaturire dai loro cuori i tesori nascosti. 

Ti preghiamo per coloro che, come la rosa del deserto, 

lottano per vivere combattendo per trovare un posto, 

per non essere schiacciati dagli altri. 

Dona loro la pace e la serenità. 

Ti preghiamo per tutti gli uomini e le donne, 

per tutti i bambini che sono come un mucchio di pietre.

Mettili insieme per costruire un mondo 

un po’ più giusto e pacifico, un po’ più ospitale. 

Culto radio - Facoltà di teologia di Montpellier, Francia 

Il nostro augurio... anche per il 2018
Siano davvero giorni di sollievo quelli che siamo chiamati a vivere prossimamente nelle nostre famiglie, nelle nostre Comunità ove si portano piccole o grandi croci, con frammenti di gioia e di serenità. Il Natale del Signore e le altre ricorrenze ci facciano sentire amati e capaci di donare amore, accolti e accoglienti senza vantare meriti. A che servirebbe celebrare il Signore nella liturgia o ammirarlo nei presepi sempre più sofisticati, se non umanizziamo il mondo a partire da noi stessi? 

A tal proposito, propongo di aggiungere un posto a tavola nel giorno di Natale o in altro giorno e di offrire il pranzo a uno dei 10 profughi richiedenti asilo che, in attesa di permesso sono ospiti nella casa parrocchiale di Quaregna e verso i quali, vedendoli passare in bicicletta, in cuor nostro proviamo paura, indignazione o magari rabbia. Ascoltandone il vissuto potremmo ricrederci e guardarli con occhi e cuore diversi. Un anonimo scrisse: "Nella vita puoi camminare in due modi: con la mano sul cuore con la mano sugli occhi". Quella mano potrebbe cambiare la nostra vita e quella altrui! Il dono del mio grazie a tutti voi collaboratrici e collaboratori, assicurandovi il ricordo nella preghiera. E una visita da parte mia, prima durante o dopo le feste, agli anziani, agli ammalati, alle persone ricoverate o abbandonate a se stesse. 

Auguri per il vostro e nostro domani! 

don Mario Marchiori, parroco 
www.unachiesaapiuvoci.it 
     

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Il vuoto che allarma la Chiesa, mancano ottomila parroci di Domenico Agasso Jr e Andrea Tornielli

Vatican Insider - 25 novembre 2017  

Tra i motivi dell’emergenza c’è il calo delle vocazioni. Molte diocesi facilitano l’arrivo di seminaristi stranieri

     

Ci dovremo abituare alla scomparsa della tradizionale figura del parroco, guida unica della chiesa che sorge vicino a casa nostra, factotum per i sacramenti, il culto, l’oratorio e le attività sociali. Lo dicono i numeri (forniti dalla Conferenza episcopale italiana e dall’Istituto centrale per il Sostentamento del Clero): nelle 224 diocesi italiane le parrocchie sono 25.610, mentre i parroci 16.905. Il bilancio è un meno 8.705, che significa: molti sacerdoti devono guidare due o tre parrocchie, quando va bene. Quando va male, anche 15, anche 19, come don Maurizio Toldo nella diocesi di Trento. In loro aiuto ci sono 6.922 viceparroci, ma la coperta resta corta. E senza prospettive di inversione di rotta: il calo di vocazioni – circa il 12% nell’ultimo decennio - interessa anche il nostro Paese.   

Dunque non è pensabile mantenere in vita come un tempo tutta la rete capillare di parrocchie e chiese che intessono le strutture delle città e dei paesi, tantomeno garantire le messe in orari comodi per tutti. Ma se il modello don Camillo, immortalato nei romanzi di Giovannino Guareschi e citato anche da Papa Francesco al recente convegno della Chiesa italiana di Firenze, appare in declino, questo non significa che le parrocchie rimarranno senza un prete. Paragonare solo il numero delle parrocchie con quello dei parroci può servire a prendere coscienza del problema, ma rischia di essere fuorviante. Infatti ci sono altre cifre di cui tenere conto: i sacerdoti – secolari, ossia diocesani, e religiosi appartenenti a famiglie religiose – sono infatti quasi 35mila, di cui, nel 2016, 31.728 attivi, mentre 3.082 sono non operativi per motivi di età o di salute (senza dimenticare i 399 impegnati nelle missioni del Terzo Mondo).   

Poi, già da diversi anni le diocesi si sono attrezzate per sopperire alla mancanza di clero: c’è chi ha favorito l’arrivo di seminaristi da altre nazioni, in particolare dall’Africa, l’America latina e l’Asia. Più di mille, si legge in un dossier della rivista Popoli e Missione delle Pontificie Opere missionarie. E c’è chi ha sperimentato le unità pastorali, come volle fare vent’anni fa il cardinale Carlo Maria Martini a Milano, unendo alcune parrocchie a due a due, e ponendole sotto la responsabilità di un unico parroco. Le unità pastorali sono state poi trasformate in comunità pastorali: la parrocchia resta, con un prete che vi risiede, ma è inserita in una comunità più grande, che raduna diverse parrocchie sotto un unico responsabile che rimane in carica per 9 anni e un direttivo che vede presenti gli altri preti, ma anche laici. «In certi casi – spiegano dalla diocesi di Milano – c’è un’unica comunità pastorale che raggruppa tutte le parrocchie del paese: come nel caso di Cernusco sul Naviglio, tre parrocchie unite, o Brugherio, quattro parrocchie unite. Ogni parrocchia continua ad avere un prete che vi risiede, ma non è più il parroco». Nella diocesi ambrosiana le parrocchie sono 1107, i parroci poco meno di 800, i preti – compresi i religiosi e quelli ritirati – sono circa 3.000.  

La necessità di coordinare meglio le forze esistenti è ben visibile anche nei centri storici: a Chioggia, in provincia di Venezia, città lagunare con moltissime chiese, c’è un responsabile unico per quattro parrocchie, ma in ognuna viene celebrata la messa grazie anche all’aiuto dei sacerdoti anziani. 

Nei paesi di provincia i campanilismi – anche parrocchiali - sono più difficili da superare, ma ci si dovrà fare una ragione, perché la tendenza generale è quella per esempio di Carmagnola, nel Torinese, circa 30mila abitanti: fino a pochi anni fa c’erano 7 parroci per 7 parrocchie, ora i parroci sono 3, aiutati da un viceparroco e 7 preti tra cui quattro in pensione. Meno battuta è un’altra via, quella del coinvolgimento dei laici, che costituendo comunità di famiglie possano vivere nella parrocchia facendosene carico per tutto ciò che non richiede la presenza del prete.

 

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MONDIALITÀ

Mare Nostrum: un "valore naturale" da preservare... di Alessandro Graziadei

unimondo.org - 1 dicembre 2017  

         

Miliardi di dollari. È questo il “valore naturale” del Mediterraneo, che con i suoi 46.000 chilometri di costa può generare, ogni anno, un giro d’affari di 450 miliardi di dollari ed è in grado di sostenere circa 150 milioni di persone che vivono lungo le sue sponde. Anche se di fatto copre solo l’1% della superficie marina mondiale il Mediterraneo fornisce il 20% del Prodotto Marino Mondiale Lordo. Questo significa che, se il Mediterraneo fosse un’economia a se stante, sarebbe la quinta della regione, dopo Francia, Italia, Spagna e Turchia e sarebbe capace di generare, principalmente grazie al turismo e alla pesca, circa quanto l’economia annuale prodotta da Algeria, Grecia e Marocco assieme. A "quotare" il Mare Nostrum è stato il report Reviving the Economy of the Mediterranean Sea: Actions for a sustainable future, lanciato il 27 settembre dal Wwf in vista del summit Our Ocean ospitato lo scorso mese a Malta dall’Unione europea.

Realizzato in collaborazione con The Boston Consulting Group, il report non è però solo un elogio al patrimonio di biodiversità e ricchezza di questo mare, ma principalmente un monito contro l’insostenibile sfruttamento delle sue risorse. Per il report, infatti, calcolando che nell’arco temporale 2025-2030 è prevista un’ulteriore rapida crescita delle attività imprenditoriali che interesseranno il Mediterraneo, attività che vanno dai trasporti marittimi alla realizzazione di nuove infrastrutture sulle coste, dall’incremento della pesca a quello del turismo, non è difficile ipotizzare anche un rapido impoverimento della sua ricchezza. Il Commissario europeo per l’ambiente, gli affari marittimi e la pesca, Karmenu Vella, autore della prefazione del report ha avvertito: “Costruire un'economia blu per il Mediterraneo dipenderà in gran parte dalla capacità che avremo di garantire la salute del nostro mare, delle sue coste e degli ecosistemi marini e, laddove è possibile, di ripristinare quelli degradati”. Di sicuro “Non possiamo continuare ad erodere i beni del Mediterraneo dai quali dipendono la nostra cultura ed economia”.

Il turismo, la principale fonte di entrate economiche dell’area mediterranea, è il settore maggiormente sotto osservazione, visto che nel 2030 conterà 500 milioni di visitatori internazionali rispetto ai 300 milioni scarsi di oggi. Si tratta di una crescita annua del 2,9% per i prossimi dieci anni, con un conseguente aumento anche dei lavoratori impegnati nel settore del 16%. Un’ottima notizia per le popolazioni che si affacciano sul Mare Nostrum, ma non per l’ambiente, se di pari passo tutti i Paesi coinvolti non aumenteranno l’attenzione e gli investimenti verso uno sfruttamento più sostenibile e un turismo più responsabile, limitando l’impatto che questo incremento turistico porterà su un ambiente che, per il Wwf, è “già sotto pressione”. È quindi  evidente l’importanza della conservazione che deve essere considerata “una delle maggiori priorità per i leader mediterranei”, ha ricordato il Wwf, che ha anche sottolineato l'attuale fragilità della flora e della fauna mediterranee. Il Mediterraneo, negli ultimi 50 anni, ha perso il 41% della sua popolazione di mammiferi marini, e il 34% di quella totale. Circa il 53% degli squali, inoltre, è a rischio di estinzione e allo stesso pericolo è esposta la tartaruga della specie Chelonia mydas. La vegetazione non sembra passarsela meglio. Il caso della Posidonia è emblematico: “questa pianta acquatica ha visto per cause antropiche un declino del 34% della sua distribuzione nell'area mediterranea”.

Per Donatella Bianchi, presidente di Wwf Italia, “Il rapporto chiarisce quanto rilevante sia il valore economico, ambientale e sociale del Mediterraneo e quale sarà il costo che la grande comunità mediterranea dovrà sostenere se non verranno avviate le necessarie politiche di conservazione, mitigazione e tutela. La pressione esercitata sulle risorse ittiche, sulle aree costiere e gli ecosistemi marini è insostenibile e senza precedenti, in Mediterraneo come nella maggior parte dei mari e degli oceani del pianeta”. Dello stesso avviso è stato il direttore del Boston Consulting Group Nicolas Kachaner, per il quale “Dopo questa analisi nessuno può più dubitare dell’importanza di gestire attentamente gli asset marini che sostengono una fetta così grande dell’economia mediterranea. Un approccio economico prudente però deve mettere a bilancio una forte azione di conservazione in tutta la regione per assicurare i suoi beni naturali, altrimenti le fondamenta economiche della regione potrebbero essere seriamente minacciate”.

Del resto come avevamo scritto già nel 2011 con “Stok ittici prosciugati” e ricordato nel 2015 con “Stanno svuotando il Mare nostrum”, anche secondo l’ultimo report della Banca Mondiale “The Sunken Billions Revisited: Progress and Challenges in Global Marine Fisheries” (I miliardi sommersi: progressi e sfide per la pesca marittima a livello internazionale), la situazione del Mediterraneo è lo specchio della crisi del patrimonio ittico mondiale e oggi “una gestione più sostenibile e oculata delle risorse ittiche, in massima parte limitando gli scarti, genererebbe un profitto annuale di 83 miliardi di dollari”. Il recente aggiornamento dello studio, pubblicato per la prima volta dalla Banca Mondiale nel 2009, ci suggerisce, quindi, che ridurre la pressione della pesca a livello globale e non solo mediterraneo, è un passo che non solo contribuirebbe alla ricostituzione degli stock ittici, ma garantirebbe all’industria della pesca una resa maggiore e più costante nel tempo.

Appare quindi evidente, che i leader politici ed economici, in primis quelli dei Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum, dovrebbero cogliere senza troppe difficoltà l’importanza e la necessità di investire nella tutela ambientale e impegnarsi affinché siano raggiunti gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Non si tratta di intraprendere la strada della temuta “decrescita”, ma di una crescita che partendo dalla salvaguardia delle nostre risorse naturali possa garantirci nel tempo resa e durata. Come spesso accade, però, dopo la lettura di questo tipo di analisi, che apparentemente non lasciano dubbi su cosa sia necessario e conveniente fare, non possiamo dare affatto per scontato che la politica e l’economia imbocchino naturalmente la strada più sensata per la tutela del Mediterraneo e del suo indotto.

 

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Proprio come in un 1914. Escalation in Levante e Golfo Persico di Riccardo Redaelli

Avvenire - 28 novembre 2017  

      

È vero che la storia non si ripete. E quindi i paragoni con quanto successo nel passato sono sempre scivolosi e imprecisi. Eppure, da qualche anno appare evidente che il sistema internazionale sottostimi le conseguenze pericolose delle tensioni e dei conflitti che dilaniano il Medio Oriente. Una regione che ricorda i Balcani di inizio XX secolo: se da lì venne la scintilla che spinse l’Europa al massacro della Grande Guerra, oggi la nuova Sarajevo sembra essere più a Sud, nell’arco di crisi che attraversa il Levante e il Golfo Persico.

Un pericolo che si va facendo ancora più acuto per una serie di fattori che soffiano sulle braci dei troppi conflitti attivi. Innanzitutto, l’impetuosa presa di potere da parte del giovane e avventato erede al trono saudita, il principe Mohammed bin Salman, il quale è già il re di fatto dell’Arabia Saudita. Egli ha sposato con forza la linea di un confronto totale con la Repubblica islamica dell’Iran, sostenendo con forza l’idea che quest’ultima sia il nemico da sconfiggere a ogni costo.

Dalle sue dichiarazioni e dalle sue mosse sembra che il principe ascolti quel "partito della guerra", che da anni si muove anche negli Emirati Arabi Uniti, e secondo il quale l’unico modo di fermare l’ascesa geopolitica iraniana sta in un confronto armato, che inevitabilmente finirebbe per coinvolgere gli Stati Uniti e, magari in modo non ufficiale, Israele, alleato di ferro di Riad nell’odio contro Teheran. Gli spaventosi costi umani ed economici di un tale conflitto sarebbero giustificati dall’intervento statunitense che permetterebbe di sconfiggere, una volta per tutte, il nemico iraniano.

Ogni altra soluzione viene considerata da questi nuovi "dottor Stranamore" della politica, come inefficace e controproducente, poiché finirebbe per sancire il predominio iraniano nel Levante. E a nulla serve ricordare che l’ascesa di Teheran di questi due decenni è poco frutto dell’abilità strategica iraniana e più il risultato dei catastrofici errori statunitensi (a cominciare dall’improvvida invasione dell’Iraq) e delle monarchie arabe del Golfo (con il loro sostegno ai gruppi sunniti radicali e con la scommessa perduta della guerra in Siria).

Se i sauditi e i loro alleati non avessero, infatti, negato ogni legittimità al governo a maggioranza sciita dell’Iraq post Saddam (ove gli sciiti sono la maggioranza assoluta della popolazione), se non avessero sostenuto il peggio di quanto l’islam sunnita ha saputo esprimere in questi decenni, se non avessero tollerato – e finanziato – movimenti violenti che flirtavano con il terrorismo jihadista, nel Levante non saremmo probabilmente a questo punto. E Teheran non avrebbe beneficiato così tanto degli errori dei suoi avversari.

Ma sottolineare queste cose non serve. Perché all’ossessione degli emiri del petrolio si aggiungono le scelte politiche di Israele e Stati Uniti. Washington, con la presidenza Trump, sta seguendo con totale acriticità la linea saudita, ribaltando le posizioni dell’Amministrazione Obama. Linea saudita che, nei fatti, rispecchia quella del governo israeliano. Il primo ministro Netanyahu usa da anni il 'pericolo persiano' come arma di propaganda che gli ha permesso di rivincere le passate elezioni, con un populismo che gioca cinicamente sulle comprensibili paure della popolazione israeliana e sostiene l’alleanza di fatto con i sauditi. Questa politica del 'muro contro muro' ha penalizzato in Iran le voci moderate e messo in grande difficoltà il governo del presidente Rohani, che per anni ha cercato di attivare dei canali diplomatici con Riad.

A Teheran ora è evidente come la partita del Levante sia nelle mani dei falchi, convinti che si debba sfruttare il momento favorevole, dato che con le monarchie arabe del Golfo è impossibile raggiungere un compromesso geopolitico. Con la vittoria di Assad in Siria e la polverizzazione di Daesh in cellule alla ricerca di nuovi focolai di tensione, si entra in una fase di nuova incertezza: la sconfitta del Califfato jihadista offre nuovi spazi di scontro fra sunniti e sciiti, rischiando di trascinare verso un conflitto regionale dalle conseguenze imprevedibili per tutto il sistema internazionale. Mentre le voci che invitano le opposte fazioni a un compromesso ragionevole si vanno facendo più flebili, come nel 1914 in Europa.

 

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Sono 50 milioni i bambini «in fuga» nel mondo

Avvenire - 30 novembre 2017

Ben 28 milioni sono sfollati a causa delle guerre e spesso cadono nella tratta di esseri umani. Sono 200 mila i migranti minori non accompagnati  

            

 

Sono 50 milioni i bambini coinvolti nelle migrazioni a livello mondiale, e 28 milioni sono stati sfollati a causa di conflitti. I bambini rappresentano circa il 28% delle vittime della tratta di esseri umani a livello globale, soprattutto nell'Africa subsahariana e in America centrale. Nel 2015-2016 ben 200.000 bambini non accompagnati hanno presentato domanda di asilo in circa 80 Paesi del mondo, mentre nello stesso periodo 100.000 minorenni non accompagnati sono stati arrestati al confine tra Stati Uniti e Messico.  

          

Un vertice mondiale per proteggerli

In anticipo rispetto all`incontro previsto da 4 al 6 dicembre a Puerto Vallarta, in Messico, sulle migrazioni sicure e regolate, l'Unicef ha presentato oggi "Oltre le frontiere", un rapporto sulle migliori pratiche per la cura e la protezione dei bambini rifugiati e migranti.  

     

Bambini soli in un campo profughi dell'Uganda

        

Il documento contiene esempi concreti del lavoro di governi e comunità di accoglienza per sostenere e integrare i bambini "sperduti" e le loro famiglie, ma anche i rischi cui sono esposti. I minori rifugiati e migranti infatti sono particolarmente vulnerabili alla xenofobia, agli abusi, allo sfruttamento sessuale e alla mancanza di accesso ai servizi sociali. Per questo Unicef ha attivato un programma d'azione in sei punti, che costituisce la base delle politiche per proteggerli e garantirne il benessere; esso comprende azioni per evitare la detenzione dei bambini richiedenti lo status di rifugiato introducendo una serie di alternative pratiche, per mantenere unite le famiglie come migliore mezzo per proteggere i figli, per consentire ai piccoli rifugiati di studiare e avere accesso a servizi sanitari di qualità, per promuovere misure che combattano xenofobia, discriminazioni e marginalizzazione nei Paesi di transito e di destinazione.

    

Le "buone pratiche" nel mondo

Non è impossibile. Il rapporto presenta casi riusciti di tutto il mondo, tra cui l'attuazione di norme minime di protezione per i bambini rifugiati in Germania, sistemi transfrontalieri di protezione dell'infanzia nell'Africa occidentale e la ricerca di alternative alla detenzione di bambini migranti in Zambia (altri Paesi citati: Afghanistan, Giordania, Libano, Sud Sudan, Vietnam, Uganda e Stati Uniti). Per quanto riguarda l`Italia, si segnala come buona pratica l`adozione della legge 47/2017 sulle misure di protezione dei minori stranieri non accompagnati (Legge Zampa), che definisce un sistema nazionale organico di accoglienza.

I diritti, la protezione e il benessere dei bambini sradicati, "sperduti", dovrebbero essere al centro degli impegni delle politiche migratorie globali. "I leader e i responsabili politici che si riuniscono a Puerto Vallarta possono lavorare insieme per rendere la migrazione sicura per i bambini - ha dichiarato Ted Chaiban, direttore dei programmi dell'Unicef -. Il nostro nuovo rapporto mostra che è possibile, anche in Paesi con risorse limitate, attuare politiche, servizi e investimenti che sostengano efficacemente i bambini rifugiati nei loro Paesi d'origine, mentre attraversano le frontiere e quando raggiungono le loro destinazioni".

  

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Ue e Africa unite per i profughi. Una task force con l'Onu di Giovanni Maria Del Re

Avvenire - Abidjan (Costa d'Avorio) - 30 novembre 2017

Al vertice di Abidjan intesa su un’iniziativa congiunta che «rafforzi» il lavoro già avviato da Europa e Oim per i rimpatri volontari. Gentiloni: struttura di transito in Libia  

       

Una task force congiunta tra Unione Europea, Unione Africana e Onu «per salvare e proteggere le vite di migranti e rifugiati lungo le rotte migratorie e in particolare in Libia, accelerando i rimpatri volontari assistiti verso i Paesi di origine e il reinsediamento di coloro che ne hanno bisogno». A pochi giorni dallo scioccante reportage della Cnn sulla vendita di migranti come schiavi in Libia, ieri il vertice tra Unione Africana e Unione Europea ad Abidjan, in Costa d’Avorio (28 Stati Ue più 55 africani, più Ue e Onu) ha portato a un’iniziativa di cui poi andranno meglio definiti i dettagli.

Ad annunciarla l’Alto rappresentante per la politica estera Ue Federica Mogherini, i presidenti della Commissione Europea e di quella Africana, Jean-Claude Juncker e Moussa Faki Mahamat, e il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres. «Questa iniziativa – si legge in una nota congiunta – rafforzerà, amplierà e accelererà il lavoro in atto fatto dai Paesi di origine e dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), con finanziamenti dell’Ue, che ha consentito finora, da gennaio, il ritorno volontario nei loro Paesi di origine di 13.000 migranti». In effetti la task force non inventa niente di nuovo, ma vuole accelerare su quanto già ha avviato con un certo successo l’Ue in cooperazione con l’Oim.

L’intesa prevede inoltre che il lavoro della task force «sarà strettamente coordinato con le autorità libiche e farà parte del lavoro comune che Unione Africana, Unione Europea e Nazioni Unite intensificheranno per smantellare le reti criminali e di trafficanti e per offrire opportunità di sviluppo e stabilità ai Paesi di origine e di transito, affrontando le cause profonde della migrazione». Un’iniziativa cui si aggiunge una seconda, altrettanto importante, patrocinata dall’Italia, e cioè l’accordo tra Acnur (l’Alto commissariato Onu per i rifugiati) e il governo libico di creare a Tripoli una «struttura di transito e partenza», per accelerare i rimpatri volontari di migranti che non hanno bisogno di tutela internazionale, e il reinsediamento di quelli che invece hanno bisogno di protezione. Segnale che Africa ed Europa intensificano l’azione sul fronte del dramma dei migranti soprattutto in Libia, non è mancata una dichiarazione che condanna il crimini, anzitutto lo schiavismo, ma esprimendo pieno sostegno al premier libico Fayez al-Sarraj.

Il vertice ha costituito l’ultima tappa del viaggio africano di Paolo Gentiloni, dopo Tunisia, Ghana e Angola. Un viaggio, ha detto il premier, «che aveva come obiettivo quello di portare l’Africa in cima all’agenda internazionale». Ad Abidjan Gentiloni ha incontrato incontrato il presidente della Costa d’Avorio Alassane Ouattara il premier etiope Haile Mariam Desalegn. Sul fronte europeo, una breve chiacchierata con la cancelliera Angela Merkel e con il presidente francese Emmanuel Macron. Il capo dell’Eliseo ha preannunciato due giorni fa di voler rilanciare la cooperazione tra Europa e Africa per svuotare i campi libici. «Credo – replica il premier – che Italia e Francia possano collaborare, ma l’impegno deve essere sul terreno, facendo quel che bisogna fare».

L’Italia, dice Gentiloni, «ha fatto la sua parte, con testa alta e orgoglio», con gli accordi per la guardia costiera libica, con le tribù libiche, gli esperimenti pilota per i corridoi umanitari. I flussi sono crollati da 102.000 nel periodo luglio novembre 2016 a 33.200 nello stesso periodo del 2017. «Stiamo indebolendo i trafficanti», ha detto. Solo che l’Italia «ha aperto la strada non può continuare da sola». Anzitutto sul fronte dei soldi: l’Africa Trust Fund, lanciato due anni fa per finanziare anzitutto le operazioni dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni e dell’Acnur anzitutto in Libia e aiutare i vari Paesi del Sahel a combattere i trafficanti, sta finendo i soldi. L’Ue ha messo 2,9 miliardi, ma gli Stati membri solo la ridicola cifra di 260 milioni di euro, in massima parte Italia e Germania. L’auspicio di Gentiloni è che «tutti mettano mano al portafoglio». La lotta alla migrazione clandestina e soprattutto al traffico è un presupposto, del resto, per poter pensare anche alla migrazione legale, di cui «alcuni settori hanno bisogno di manodopera». E «questa possibilità è però tanto maggiore quanto più riuscirà a frenare i flussi irregolari in mano ai criminali».

Per Gentiloni comunque il clima sta cambiando, «c’è una maggiore consapevolezza – dice – di collaborare sui flussi migratori». «Abbiamo un interesse comune – ha detto anche Merkel – ha porre fine alla migrazione ». Al centro, naturalmente, i giovani, non è mancato un appello di Ouattara. «Vi invito – ha dichiarato – ad avere fiducia nel futuro e a non imbarcarvi nell’avventura, mettendo a rischio la vostra vita».

 

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Questo mondo ha bisogno di essere cambiato e ci chiede di farlo di Sergio Zavoli

Avvenire - 27 novembre 2017  

        

L'intervento del senatore e decano del giornalismo italiano che al Senato ha aperto il convegno "Scienza e umanesimo, un'alleanza?", con Giorello, Ferrarotti, Morcellini, Tarquinio, Coda, De Rita

Stiamo misurandoci, con diverse opinioni, sui fattori cruciali che tengono in vita, e minacciano di aggravarsi, le temperie in atto nel lontano Oriente, dove è riapparsa la debolezza di non riuscire a respingere la totalità di un orrore che l’umanità sta vivendo con una febbrile alternanza di ipotesi. Porre domande a chi più sa è un modo per inoltrarsi efficacemente nella conoscenza dei problemi. Non sempre, però, è un percorso agevole: alcune domande - tra queste alcune cruciali - ritornano di secolo in secolo mantenendosi impervie. Le questioni, infatti, continuano a nascere dal contrapporsi a un insieme complesso di interrogativi.

I trionfi della scienza e della tecnica, con la caduta dei Muri, contribuirono a far nascere l’idea che potessimo affidarci alla prospettiva di un processo da governare senza sconvolgimenti drammatici. Ma 1’11 settembre del 2001, con il rogo delle Torri Gemelle, ha costretto tutti a capire che nulla, ormai, sarebbe stato sicuro per sempre.

La storia ci ha colto, imprevedibile e feroce, costringendoci a fare il punto, a tracciare mappe e rotte. Nascono così le domande che aspirano a essere puntuali e rigorose sempre più frequenti quando è così diffuso lo scontro con la realtà, e si è tentati anche di aggirarla e ridurla. Oggi, per i grandi accumuli delle questioni irrisolte nel passato, e insorgenti dal presente, stiamo vivendo un passaggio cruciale della nostra complessa vicenda umana. L’abbiamo ereditata da un secolo definito breve e feroce, ai cui piedi, con la caduta dei suoi totem reali e simbolici, troviamo le macerie di due immani promesse: il trionfo della giustizia, affidato dalla Storia alle nostre azioni, e l’altro, quello dell’amore, eletto al di sopra di ogni altra virtù e consegnato al più equo dei poteri, lo spirito. Due indicibili prove, sebbene avessimo alle spalle una guerra avvezza a milioni di croci, presero il nome di due lampi, Hiroshima e Nagasaki, il più tragico e severo monito di questa modernità. Scienza e umanesimo, ragione e fede, in definitiva la Storia e Dio, hanno preso a misurarsi con un uomo indiviso, cresciuto al di là di ogni ipotizzabile arditezza, ma destinato a soccombere quando sulla solidarietà prevaleva l’egoismo, contro la pace vincevano le divisioni e il sangue, e la giustizia finiva spesso sconfitta, prima ancora della libertà.

Ai problemi ricevuti dal passato - guerre, razzismi, dittature - si aggiungevano terrorismo, carestie, migrazioni; alla ferocia della Shoa succedeva la scoperta del genoma; ai raid aerei sulle risaie del sud-est asiatico si accompagnava il "viaggio verso la luna"; ai conflitti per un tratto di confine, in una savana, irrompeva la libera navigazione elettronica di Internet; e accanto ai saperi conquistati i valori manomessi, agli indomabili pregiudizi le liberazioni raggiunte: economiche e sociali, culturali e ideali. Tutto strappato, e ancora conteso, una temeraria sorta di eclisse pareva gravare sulle giurisdizioni di Dio e della Storia, l’una e l’altra assediate dalla comparsa di realtà non più strettamente riferibili ai loro distinti domini. Scienza e umanesimo, persino ragione e fede, infatti, si dividono ancora sui grandi principi, la sconfitta delle ideologie libera le dinamiche della politica, lo stesso concetto di destra e sinistra subisce molte varianti. Ai criteri di appartenenza e di militanza si affianca la richiesta del pluralismo come bene comune; alle gelosie identitarie subentra il concetto di coalizione; alle intolleranze religiose si pone l’alternativa dell’ecumenismo, a quelle etniche si oppongono i diritti umani. Si ritorna alla lezione millenaria dell’etica per definire e regolare la disputa tra il dovere di cercare e di agire, da una parte, e quello, dall’altra, di scegliere e rifiutare, facendo valere il principio secondo cui tutto ciò che è possibile non è sempre, per ciò stesso, anche lecito. Si ripresenta il confronto tra Bene e Male, da sottrarre a ogni genere di fondamentalismo.

Tale preminente "questione" aveva e ha sullo sfondo la vita che si organizza tra le pieghe della quotidianità, cioè il suo farsi comportamento, usanza e costume; fino a rispecchiare la vita reale di una società. Di qui il nostro indugiare, ogni tanto, anche sugli aspetti minori del vivere singolo e collettivo per confrontare idee ed esperienze, lontane e vicine, tra loro, ben più del tempo che le divide. Chiedendo alla memoria di assisterci - non di rado dovrà ammonirci - per il presente e il futuro. Ciascuno alle prese con la più reputata delle saggezze, quella del dubbio; l’ultima delle quali, la più ardita, si riassume in questa drammatica domanda: se l’uomo fallisse, il fallimento sarebbe anche della Storia, e persino di Dio? Non avrebbe vinto l’eclissi? Non è dunque per amore di tesi che non può esaurirsi nell’11 settembre del 2001. Il numero degli attentati nel mondo - dopo l’inizio della "lotta al terrorismo" - è aumentato del 400%; un piccolo Paese, la Corea del Nord, ha ingrandito l’arsenale nucleare e sperimentato la bomba atomica; altri Paesi coltivano l’idea di poter fare altrettanto. Abbiamo saccheggiato le risorse del pianeta, e compromesso il clima, senza porre rimedio alle piaghe che tormentano l’umanità: si combatte, si tortura, si muore di fame e di sete, il pregiudizio condanna milioni di donne, c’è ancora chi è ridotto in schiavitù, dignità e diritti sono calpestati, moltitudini di migranti si mettono in mare, a rischio della vita.

Scienza e tecnica pongono una quantità di problemi etici che fino a ieri non conoscevamo, o rimanevano insoluti. Dio stesso è chiamato in causa da chi - su vari fronti antropologici e culturali, con diverse fedi, e in base a differenti ideologie - afferma di agire in suo nome. "Non si può chiedere alla Chiesa di tacere", si dice da una parte; e, dall’altra, "ma uno Stato non si identifica con nessun credo". E’ la storia dei gay e delle "coppie di fatto": "Una prova di civiltà", da una parte, un "attacco alla famiglia", dall’altra. Ritorna il problema dei confini: i cattolici più aperti dichiarano che sono stati respinti "il fondamentalismo laico e l’integralismo radicale", ma le posizioni istituzionali sono più prudenti. Si ripropongono, insomma, scelte espresse nei tanti interrogativi, grandi e piccoli, che questo seminario ha messo in fila secondo l’ordine e l’approssimazione di un viaggio testimoniale; cercando le espressioni più gravi, ma anche i minimi e più sottesi segnali del cambiamento; e richiamando anche le circostanze personali, cioè seguendo una scia rimasta nei diari perché, ripercorsi, potessero chiamare a testimone la memoria di molte lezioni lontane, altrimenti perdute. Può darsi che il porre domande, per provocare risposte, sia rimasto il modo migliore di conoscere, o intanto di conoscersi. Interrogarsi e rispondersi significa far posto alle cose che restano da discutere, da capire, soprattutto per i giovani, i più privi di memoria, vissuti fino a ieri in una sorta di irrilevanza sociale.

Oggi sappiamo che ondate di religiosità, e i contemporanei flussi di secolarizzazione, hanno portato con sé anche pregiudizi, intolleranze e fanatismi, non di rado sfruttando il nome di Dio per incitare alla violenza e all’odio. L’immagine di una eclissi è tornata, così, nelle parole simboliche; e persino temerarie, di Benedetto XVI: "Dio non si rivela più, sembra nascondersi nel suo cielo, quasi disgustato dalle azioni dell’umanità". Ma la chiave del rapporto con Dio, cioè la scelta di illuminarne l’immagine o di oscurarla, è nella condotta dell’uomo, non fuori di lui. Non c’è eclissi di Dio se non nella coscienza dell’uomo. Né può darsi neppure come metafora, un’eclissi della Storia, ma soltanto dell’uomo nella Storia, quando per ignavia, stanchezza e delusione si illudesse di potersene separare con il silenzio sul passato e la rinuncia ad agire per il futuro. Uno psicologo ha detto: "C’è nel mondo una solitudine che rischia di trasformarci in tanti attori di altrettanti, unici destini. Fate caso a quante realtà sfuggono le parole tratte da una complessità ancora ingovernata, per esempio la pace, in tre quarti del pianeta?". Come si incontreranno i nuovi cataloghi dell’umanesimo e delle scienze? Così andando le cose, cambierà anche la natura della storia perché non troverà più le parole per dirci chi siamo stati e cosa abbiamo voluto, insieme, di volta in volta".

Nelle società industrialmente sviluppate - pur considerando l’enorme accumulo delle informazioni e dei processi formativi legati allo sviluppo delle scienze umane e dei relativi strumenti di massa - era rimasta intatta la qualità della parola soprattutto nei linguaggi del solidarismo; la cui caratteristica principale deve poter conservare l’attitudine a comunicarci qualcosa di inedito, libero, arricchente. In un convegno veneziano di tanti anni fa Jean Baudrillard, con la verosimiglianza dei paradossi, disse che proprio i Paesi di antica civiltà non hanno più niente da dire soltanto con le parole semplicemente perché stentano a vivere un naturaliter universo della trascendenza; e, per effetto del grande lascito dei media, si affidano all’immanenza; ma va da sé che il "grande mare dell’oggettività", come Io chiamava Italo Calvino - riduce sempre più i margini dell’approfondimento attraverso gli spazi della parola non solo comunicativa, ma anche e soprattutto chiarificatrice e creativa.

La rivoluzione, del resto, non è più il cambiamento, ma la velocità del cambiamento. Lo stesso concetto di tempo - nell’era elettronica - muta sempre più in fretta. E’ già in crisi l’idea stessa di attualità. Non a caso lo storico Biagio De Giovanni, anni fa, scrisse che, così andando le cose, presto avremmo fatto della cronaca la nostra storia. Non si possono negare le conseguenze che potrebbero determinarsi se il prodigioso sistema dell’intelligenza artificiale, e dei linguaggi comunicativi in essa impiegati, venisse utilizzata, a regime, per i controlli della legge, dell’attività culturale, dei canali dell’informazione, dei codici diplomatici, delle pratiche educative, dei processi di socializzazione, ecc. Dell’umanesimo, insomma. A patirne sarebbe una civiltà, che non è più un potere perché dev’esserne una sintesi, che impregni di sé ogni forma del vivere in circostanze e dimensioni racchiuse in un modo che segni la qualità del vivere anche etico e morale. Se l’uomo cresce in misura dei problemi che è chiamato a risolvere, perché non credere che, per ciò, debba essere il nostro "viaggio" a orientarci? Non può esservi ostacolo che induca a rinunciare a sé stessi.

Oggi, al pari di Ulisse, ognuno è in pericolo, ma Itaca non rappresenta la fine di un rischio, bensì la scelta concettuale del nostro sterminato cammino; magari ricominciando da una cattedra che ci aspetta nel cosmo dove - senza provocare alcuna emozione - si è recentemente scoperto che un gruppo di pianeti ha le stesse caratteristiche della Terra, per esempio l’acqua e l’ossigeno. Ma come rifare l’uomo se il big-bang ci ha assegnato uno degli universi con i quali, chissà tra quanto, dovremmo imparare, per esempio, che solo la pace può vincere la guerra. Un Verbo che si rivela facendosi parola ci ha portato sin qui con qualche miliardo d’anni di ritardo. Può darsi che qualcosa di mercuriale stia lavorando per togliere a queste parole l’ansia di non amarci abbastanza l’un l’altro per chiamarci "l’umanità". Eppure va creduto che vincerà la vita, perché ne abbiamo il privilegio, non soltanto la facoltà. Potrebbe bastare, ogni giorno, quella parola corta, benefica, innocente: pace, che rimpiangiamo soprattutto nelle lapidi. Ma la vita ha già raggiunto millenarie vittorie, e continuerà lo stesso prodigio della nascita? E’ lecito chiederlo qui, agli studiosi di questo tempo. A quanti nuovi millenni spetterà il destino di ogni uomo, ogni razza, ogni popolo, ogni cultura, ogni interesse di vivere in comune una sorte e un ruolo, una speranza e una certezza, non solo per sopravvivere?

Siamo nati per essere l’umanità. Il compito cruciale dovrà essere quello di conciliare e sciogliere le diversità per unirle, spenderle nel nome delle condivisioni, non delle separatezze. Fu lo storico-strutturalista Braudel a inoltrarci, con largo anticipo, nella drammatica avvisaglia di un fenomeno che avrebbe investito la storia di un pontificato, quello di Francesco, da cui sarebbe scaturita una lettura del Vangelo che avrebbe offerto una visione nuova del ruolo della Chiesa in un tempo dedito a una delle più tremende violenze apparse sulla Terra. Mezzo secolo fa, Braudel si spinse a dire "Il destino dell’Africa è d’invadere l’Europa. E quello dell’Europa di accoglierlo". L’importante non sarà più esagerare". Ci aspetta forse una qualità comune, saper mettere insieme le parole! Che cosa potremmo sacrificare, se davvero dovessimo farlo, sull’altare della produzione e del mercato? Quale spazio riservare all’interiorità, e come riuscirvi in un mondo che fosse tutto regolato dal circuito chiuso lavoro-benessere-consumo? Quanta presenza garantire a quei modi di conoscere l’universo della bellezza, che genera l’arte, la letteratura, la poesia, il pensiero filosofico? Quanta alla religione e alla morale? E quanta all’urbanistica, alla psicologia, alle scienze sociali?

Di fronte a un "ingorgo di futuri possibili", ha detto Habermas, aumenta il rischio di essere trascinati dagli eventi senza poter scegliere dove vogliamo andare. Sfidati da troppi domani, ogni decisione può celare altri dilemmi. Essi stanno, principalmente, nell’umanesimo che ci rappresentiamo: o si considera l’umanità il fine unico della creazione, oppure è un aspetto della materia, una forma di vita pari a tante altre, e allora bisogna accettare il principio dell’indifferenza della natura anche nei nostri confronti. Quanto a manifestare il senso della vita, non potranno essere solo le realtà biologiche, oggettive, irriducibili a speranza; esse esistono in sé, prive di intenzioni, senza bisogno di valori; la vita, invece, è qualcosa di rivoluzionario proprio nella sua capacità di ricerca e di conversione, di rifiuto e di scelta. Ma saremo "noi" a scegliere?

Grandi portenti, e molte inquietudini, continuano a segnare il futuro. A sentire chi se ne intende, una sorta di scetticismo nuovo sta insidiando il nostro pensiero. L’idea che le risorse del pianeta si esauriranno, che il disastro ecologico ci punirà, che il clima, il terremoto, gli uragani aumenteranno in progressione geometrica, tutto ciò va nutrendo le idee di tanta gente. Cosi, la domanda se il mondo finirà in fuoco o in ghiaccio, in un’esplosione o in un gemito, non è più soltanto letteratura. Che cosa ci riservano, per esempio, le grandi migrazioni? E dove fermeremo la violenza che esplode ormai ovunque, all’interno delle società progredite come di quelle più arretrate, nelle lotte intestine, etniche, sociali? Ne usciremo, e come? In altri secoli un’ipotesi disastrosa provocava una speranza radicale, miracolista che oggi per fortuna non si coglie; la speranza odierna non ha nulla, o ben poco, dell’attesa che ardeva nei foschi, terribili millenaristi di altre epoche. Anche ciò che nella visione cristiana rimanda al giorno del giudizio ha riverberi meno corruschi. Sperare non significa più consegnarsi a qualcosa che dovrà accadere senza di noi. Scrive Abraham Heschel: "Non c’è nascita, e quindi speranza, in cui l’uomo e Dio non siano coinvolti insieme. Per realizzare il suo sogno, Dio deve entrare nei sogni dell’uomo, e l’uomo deve poter sognare i sogni di Dio". Come dire che tutto è partecipe della nostra storia, che ogni evento registrato dalla storia prende il volto delle nostre azioni, che carne e spirito, desiderio e progetto, sono una cosa sola in qualunque luogo e momento; che niente e nessuno, dunque, può separarci dalla nostra attualità. Perché qui si gioca tutto: per chi crede, anche il dopo. Teìlhard de Chardin, parlava di una trascendenza anche verso il basso, verso quella che chiamava la "santa materia". Non a caso oggi è una materia meno estranea al pensiero laico.

"Soltanto la scienza è ormai in grado di assumere tutto l’ottimismo umano per trasformarlo in qualcosa di certo. Logorato dalla sua capacità di dubitare, l’uomo contemporaneo vuole essere in grado di produrre certezze", disse il filosofo marxista Gyorgy Lukàcs, Come dire che o ci incarniamo tutti nella delusione, andandola a provocare dentro la storia, oppure, per avere troppo accettato d’essere delusi in nome di una naturale debolezza, consentiremo che le certezze siano prodotte al di fuori del nostro consenso.

Sarebbe ragionevole non offrire la delusione a nessuno, ma uscirne. Tra le due sponde cruciali, passato e futuro, tra "fides et ratio" c’è un’umanità che continua ad arrovellarsi nella ricerca di un bene da vivere insieme. Spesso, in questi ultimi anni, ci siamo comportati come se non potesse che succedere quanto stava avvenendo, e fossimo condotti per mano dalla televisione a vedere i risultati di una storia che esisteva in quanto ci veniva mostrata, e diventando oggetto di sorpresa, di curiosità, anziché essere letta come il frutto della decisione di produrla. Si è scritto che, cambiata la natura della storia, non poteva non mutare, di conseguenza, il modo di comunicarla e di riceverla. Un’intera generazione di giovani saprà dalle statistiche che tra militari e civili della Seconda guerra mondiale sono rimaste milioni di croci. Si era spento un naturale tutt’uno della cronaca e della storia.

Per dirla con John Naisbitt, fu come se un’intera generazione fosse vissuta nel "tempo delle parentesi"; e infatti sembrò di "mettere tra virgolette il presente, tra passato e futuro, perché non erano stati né qui né altrove". Ne derivò una sorta di neo-realtà, quasi l’ombra proiettata dalla realtà vera. Ma è possibile, domanda Fausto Colombo, "un’etica dell’ombra"?

Si è fatto il tentativo di esprimere in cifre la qualità della vita: ne è nato l’indice di sviluppo umano, che tiene conto non soltanto del reddito prodotto, ma anche di fattori come l’istruzione, il servizio sanitario, il potere d’acquisto, l’incidenza della criminalità e della droga, la crisi del libro, la disparità tra uomo e donna, e altri ancora. Il risultato è una graduatoria per noi sconsolante, che pure si confronta con altri, innegabili e sorprendenti successi. Ci si chiede se per non essere i "pali", anziché i protagonisti, del nostro futuro, non dovremmo appropriarci del presente e farne la base della prossima storia; cosi consiglierebbe una concreta saggezza. Ma come liberarci dal sospetto che il più accadrà al di fuori di noi, senza l’incomodo di dover dire la nostra?

Premono, fra tanto minimalismo, anche idee forti. Ecologia, pace e moralità sono alcuni dei nuovi capisaldi della qualità della vita che vanno sostituendo antichi valori, di destra e di sinistra. D’altronde, senza nulla togliere al primato della politica, va detto che il tempo ha reso indispensabile un diverso modo di concepirla e attuarla. I referendum sono stati un nuovo segnale. Ora, alle stanchezze identitarie dovrà subentrare i1 dinamismo della concretezza. E senza indulgere all’idea assurda della fine dei partiti - nessun partito vorrebbe dire un solo partito - bisognerà capire che il nuovo si è annunciato con la proposta di leggere la politica in un modo diverso, dandole persino un altro lessico: dovremo assuefarei a privilegiare parole come "programma", "aggregazione", "alternanza". Il rinnovamento investirà anche un ceto politico divenuto, contro ogni avvedutezza, professionale e di massa; ma in pari tempo non si potrà assolvere la società civile dall’esser stata, anch’essa, il cosiddetto sistema: non a caso, infatti, ha partecipato al voto per quasi cinquant’anni come poche altre nell’Occidente producendo, tuttavia, il minimo cambiamento. Si fa strada una cultura specialmente giovanile che non assegna più al domani compiti palingenetici, i quali vengono giudicati utopici, fondati sul sogno. I giovani si aspettano dal domani solo risposte, diciamo, tecniche: conferme o smentite, cioè la verifica di un trend. Del resto, non era mai successo che gente di ogni estrazione e cultura fosse tanto a disagio in un mondo che pure ha espresso un numero vertiginoso di opportunità.

Questo mondo, così ricco di conquiste, resta non di rado talmente privo del nostro consenso interiore da diventare, per paradosso, una confezione dorata di soluzioni obbligate; se non anche, in qualche modo, ricattatorie. Ma, in generale, incalza la voglia di esistere secondo noi stessi, immaginando un senso della vita che le società più appagate, e quindi ormai conservatrici, sembrano non saper garantire. "Quasi che un mondo sazio non possa avere anche un’anima. Fattori di movimento, paradossalmente, sono le minoranze non ancora integrate, che dalla loro marginalità ascoltano esterrefatte questo nostro gran dire sul benessere distribuito e sull’equità raggiunta: non è vero che "stiamo tutti bene". È vero che siamo generalmente "più ricchi, anche se più malinconici", precisa il Censis. Del resto, questo Paese che, seppur lentamente, progredisce in ogni campo è a crescita demografica zero: un misto di sfiducia, di egoismo e di prudenza. Stiamo meglio, insomma, ma forse ci piacciamo un po’ meno. Investiti da una crisi che è la più grave da quando, nella riconquistata libertà, nacque la nostra Repubblica, dobbiamo rigenerare le istituzioni assicurando ad esse il nutrimento vitale delle virtù civili. La corruttela diffusa, la violenza contro le donne, e le collusioni con l’Antistato a lungo protette dall’omertà, dagli occultamenti, dalle deviazioni, pronte a perderci nell’ignominia; la realtà ci impone di dare un senso a ciò che rifiutiamo e a quello che abbiamo deciso di volere.

Siamo a un confronto difficile: l’"io" di ieri s’incontra con il nuovo, ancora un po’ estraneo, un po’ deluso, un po’ in attesa. Di gran lunga più sicuro per quanto materialmente ha conquistato, ma consapevole di ciò che, dentro, è venuto meno. Non si tratta soltanto di essere culturalmente pronti a ciò che cambia, ma anche eticamente capaci di adeguare le scelte ai principi. Disponiamo di mezzi sempre più idonei al mutamento, lo si vive con orgoglio ogni giorno, stentando però a trovare il profondo e complesso disegno che lo giustifichi. E tuttavia continueremo a crescere in misura dei problemi che dovremo risolvere. Non saranno dunque le parvenze a farei diversi, ma la percezione e la coscienza di ciò che, cambiando, ci cambia; e sapendo che domani si potrà ancora cambiare questo mondo cambiato. Si potrà affrontare un viaggio intorno alla qualità della nostra vita solo camminando nel segno della consapevolezza e della trasparenza, del coraggio e della responsabilità: i nomi nuovi della speranza. Ma occorrerà concepire, studiare e mettere in opera una sorta di cooperazione e lealtà, se saremo capaci di fondare una solida amicizia tra scienza e umanesimo in nome della nostra partecipazione al progetto, ben più grande, di tenere in vita una realtà cosmica. A noi oggi, basterebbe occuparci del nostro pianeta.

 

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AFRICA      

I Vescovi statunitensi lanciano un fondo di solidarietà per la Chiesa in Africa

Agenzia Fides - Washington - 27 novembre 2017      

          

“L’Africa deve far fronte a barriere sociali ed economiche derivanti dal debito enorme, epidemie, povertà estrema, e disordini politici. Nonostante queste sfide, la Chiesa in Africa è quasi triplicata come numero di fedeli negli ultimi 30 anni. Tuttavia, è difficile per la Chiesa sostenere la sua crescita e mantenere un essenziale impegno pastorale” afferma la Conferenza Episcopale degli Stati Uniti nel presentare il Fondo di Solidarietà per la Chiesa in Africa.

Si tratta di un’iniziativa “fondata sui principi dell’appello lanciato da San Giovanni Paolo II nell’Esortazione Apostolica Post-Sinodale Ecclesia in Africa e della messa in pratica della dichiarazione “Un appello di Solidarietà con l’Africa” dei Vescovi degli Stati Uniti.

Il Fondo fornisce sovvenzioni per finanziare progetti pastorali tra cui programmi di sensibilizzazione e di evangelizzazione, scuole e formazione per il clero e i ministri laici. La nostra solidarietà è necessaria per aiutare la Chiesa "sale della terra" in Africa a realizzare il suo potenziale come “luce del mondo” afferma il comunicato pervenuto all’Agenzia Fides.

Uno dei progetti finanziati attraverso una sovvenzione del Fondo di solidarietà per la Chiesa in Africa (SFCA), è il Centro Naomi di Kisantu, nella Repubblica Democratica del Congo, per fornire formazione professionale ed educazione religiosa ai giovani migranti e alle madri analfabete. Kisantu ha un'alta popolazione di migranti e rifugiati di guerra provenienti dai Paesi confinanti, e così il centro lavora per creare opportunità per giovani madri e migranti indifesi, con programmi di alfabetizzazione e di sviluppo che offrano la speranza di una vita dignitosa. Con il finanziamento aggiuntivo da parte dell'SFCA, il Centro Naomi offrirà corsi di alfabetizzazione, cucito e di “Life Skills” per rafforzare l'autostima e l'esperienza lavorativa per 140 donne.

Nonostante il vasto numero di preziose risorse naturali, la Repubblica Democratica del Congo (RDC) è uno dei Paesi più poveri del mondo. Molti non hanno accesso ad acqua potabile, a strutture sanitarie adeguate, a servizi sociali di base, come l'istruzione o l'assistenza sanitaria. Il tasso di analfabetismo nel paese è alto e colpisce soprattutto le donne. Inoltre, molti migranti e rifugiati di guerra immigrano nella RDC, mettendo a dura prova risorse già scarse.

     

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Democrazia per lo sviluppo”: 200 associazioni ai leader africani ed europei

Agenzia Fides - Abidjan - 2 dicembre 2017 

       

“L’Africa ha bisogno di democrazia”. È il messaggio lanciato da una serie di associazioni della società civile africana riunite nella piattaforma “Giriamo pagina per un’alternanza democratica in Africa”, riunitesi ad Abidjan a margine del Vertice tra Unione Africana e Unione Europea svoltosi nella capitale economica della Costa d’Avorio dal 29 al 30 novembre.

A “Tournons la Page” (questo il suo nome in francese) aderiscono più di 200 associazioni e movimenti civici africani provenienti sette Paesi (Burundi, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica del Congo, Camerun, Gabon e Niger) e che ricevono aiuto da associazioni europee. Tra queste vi sono diverse associazioni cattoliche, come Secours catholique français o la Commissione Episcopale Giustizia e Pace della Repubblica del Congo.

L’emergenza migrazione e la sicurezza di fronte al dilagare del terrorismo in alcune aree africane sono state al centro del vertice Europa-Africa, che si è concluso con la promessa di un "forte impegno" dei leader di entrambi i continenti per bloccare l’immigrazione irregolare e risolvere le emergenze che ne derivano, come il mercato degli schiavi in Libia. A tal fine i leader africani ed europei hanno concordato di “investire sui giovani per un futuro duraturo”.

Ma per i partecipanti al forum promosso da “Tournons la Page” la promozione di una vera democrazia in Africa è il vero tema sul quale occorre focalizzare l’attenzione.

Le promosse dei leader politici “possono essere attuate solo attraverso la democrazia e la protezione dei giovani che rischiano la vita perché sono dimenticati dai politici dei loro Paesi” afferma a “La Croix Afrique” Laurent Duarte coordinatore internazionale di “Tournons la page” e membro di Secours catholique. “Se i giovani fuggono dai loro Paesi è perché non hanno di fronte un avvenire politico ed economico stabile. Gli attivisti africani che lottano per la democrazia in numerosi Paesi non sono protetti dai rischi che le loro azioni comportano. Vogliamo formare i nostri 300 operatori perché siano in grado di far fronte alle minacce” dice Duarte. “Il nostro timore è che il Vertice UA-UE si focalizzi sui problemi della migrazione e della sicurezza” afferma Louise Avon, Vice-Presidente nazionale di Secours catholique. “Per noi la pace e la sicurezza per lo sviluppo, che permette ai giovani di rimanere nel loro Paese, passano in primis attraverso la democrazia”.

L’interruzione dei processi democratici in Stati come il Burundi e la Repubblica Democratica del Congo hanno provocato scontri e tensioni che a loro volta hanno aggravato la situazione economica e provocato la fuga di milioni di persone.

 

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Politiche di corto raggio di Luciana De Michele

Nigrizia - 1 dicembre 2017  

      

Dominato dall’urgenza di trovare una soluzione condivisa al dramma dei migranti in Libia, il vertice Africa-Europa ha sacrificato altri temi - tra cui quello dominante del futuro dei giovani -, fondamentali per una crescita equilibrata dei rapporti tra le due sponde del Mediterraneo.

Al cuore di questa quinta edizione del vertice tra Unione africana (Ua) e Unione europea (Ue), tenutosi ad Abidjan il 29 e 30 novembre, non poteva che esserci lo scottante tema dei migranti africani in Libia, dopo le reazioni di indignazione che ha scatenato in tutto il mondo il video della Cnn sulla vendita all’asta di alcuni di loro.

«La questione dell’immigrazione si pone in termini drammatici. Fino a quando, voi e noi, osserveremo questa tragedia insensibili, impotenti, inattivi? Il nostro summit dev’essere il punto di partenza di un’azione risoluta, che miri a trovare una risposta a questa tragedia», ha dichiarato il primo giorno di vertice il presidente della Commissione Ua, Moussa Faki, davanti a una platea di 5.000 partecipanti, 83 capi di Stato di 28 paesi europei e 55 africani, e una delegazione dell’Onu.

Gli assi principali dell’intervento congiunto Ue-Ua sono stati annunciati poi quella stessa serata dal presidente francese, Emmanuel Macron: rimpatrio dai luoghi di detenzione libici dei migranti che lo desiderino, rispetto del diritto di asilo in Europa e smantellamento della rete dei «trafficanti di esseri umani, profondamente legati ai traffici di armi, di droga e ai movimenti terroristici della fascia saheliana».  

   

Libia, rimpatri e sanzioni

Per quanto riguarda i rimpatri, a quanto pare, non si tratterà di un intervento militare, ma piuttosto di un coordinamento delle forze già attive sul campo (Onu, Oim, Unchr). Se il Rwanda si era già impegnato ad accogliere 30.000 migranti, l’Ue assicura ora l’assistenza all’Oim per rimpatriare i 3.800 profughi africani già identificati da una missione dell’Ua: il loro totale, secondo le cifre comunicate da Faki durante la conferenza stampa finale del summit, è stimato tra 400.000 e 700.000 individui.

Riguardo allo smantellamento delle reti criminali, dopo un’inchiesta condotta da Libia e Ua, i paesi europei, africani e l’Onu si impegneranno nel congelamento dei beni, in sanzioni finanziarie e nell’avvio di procedimenti giudiziari contro i presunti colpevoli.

Data la priorità nell’agenda internazionale di trovare soluzioni almeno apparentemente efficaci nel breve periodo e dare risposte all’opinione pubblica e mediatica al problema libico, nessuna concreta decisione è stata presa sulle altre questioni meno discusse durante il summit, quali la sicurezza e tutto quanto ruotasse attorno al tema ufficiale del vertice, ovvero la “gioventù”, in termini di investimenti, educazione e formazione.  

   

I giovani aspettano

A fronte dell’esplosione demografica della popolazione dei paesi africani rispetto all’invecchiamento di quella europea (secondo i dati Onu, se oggi gli africani sono più di 1,2 miliardi - di cui 720 milioni con meno di 25 anni - e rappresentano il 17% della popolazione mondiale, nel 2050 un giovane su tre vivrà in Africa e nel 2100 il 40% della popolazione sarà africana), durante il vertice si sarebbe dovuto parlare infatti anche di più lungimiranti politiche in ambito migratorio ed economico.

Se l’Europa oggi può vantarsi di essere il primo investitore e partner commerciale del continente africano, quello che manca è però un progetto di partenariato economico che miri sinceramente a uno sviluppo reciproco e paritario tra i paesi dei due continenti, e che possa contribuire a far fronte all’attuale esigenza di almeno 18 milioni di posti di lavoro all’anno in Africa. Per tali questioni, l’appuntamento è rimandato al prossimo summit, fra tre anni. Si attendono invece le prossime settimane per capire in che modo si organizzeranno i rimpatri dei migranti dalla Libia e che tipo di trattamento questi riceveranno.

  

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Summit Africa - Europa: investire sui giovani africani per il futuro dei due continenti

Agenzia Fides - Abidjan - 30 novembre 2017      

        

“Investire nella gioventù per lo sviluppo sostenibile”, si può riassumere così il tema del quinto Vertice tra Unione Africana ed Unione Europea che si chiude oggi ad Abidjan, capitale economica della Costa d'Avorio. Al centro dei lavori, ai quali hanno partecipato i rappresentanti di 80 Paesi, c’è il problema dei migranti che cercano fortuna altrove, in primis in Europa. Il 60% della popolazione africana è al di sotto dei 25 anni ed oltre il 31% dei giovani africani non riesce a trovare lavoro, hanno sottolineato i leader africani che chiedono all’Europa di investire nel loro continente per creare posti di lavoro e sviluppo. In questo modo si spera che i giovani africani non siano costretti ad affidarsi a mercanti di uomini senza scrupoli inseguendo il desiderio di una vita migliore.

La recente scoperta di un “mercato degli schiavi” a Tripoli, in Libia, ha suscitato forte emozione nell’Africa sub-sahariana, risvegliando dolorosi ricordi di sfruttamento e di predazione, crimini commessi non solo dagli europei ma anche dalle tribù arabe della costa mediterranea.

La Francia ha lanciato, a latere del Summit euro-africano, un programma di emergenza per l'evacuazione dei migranti rimasti bloccati in Libia, “entro pochi giorni”. Parigi, ha annunciato il Presidente francese Emmanuel Macron, offrirà sostegno all'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) "per aiutare il ritorno volontario dei migranti africani nei propri Paesi d'origine”.

Uno dei punti focali della tratta che porta i migranti dall’Africa occidentale alle coste libiche, è il Niger, dove dal 17 al 19 novembre si è tenuto il quarto Forum Nazionale dei Giovani. Secondo un comunicato inviato all’Agenzia Fides vi hanno partecipato giovani provenienti dalle otto regioni del Niger e rappresentanti giunti da Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Mali, Mauritania e Senegal.

Nella dichiarazione finale i partecipanti al Forum chiedono al governo di Niamey di “prendere tutte le misure necessarie per garantire la sicurezza dei migranti nigerini all’estero, in particolare quelli che vivono in Libia”; di rivedere la legislazione sulla migrazione clandestina; di sviluppare progetti strutturali per promuovere l’imprenditoria giovanile per contrastare i rischi di radicalizzazione nello spazio saheliano e sahariano già in crisi.

Si chiede inoltre di “punire gli agenti delle forze dell’ordine che taglieggiano e commettono violenze sui migranti” e di “considerare la migrazione come un diritto umano fondamentale riconosciuto da leggi nazionali e internazionali e di umanizzarla invece di criminalizzarla”.

Si chiede infine di “incoraggiare gli Stati membri dell’Unione Africana a dotarsi di una politica nazionale migratoria al fine di creare una politica regionale comune sulla migrazione”.

       

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Summit Europa-Africa: suor Azezet, la tratta di esseri umani è "tra noi" di Giada Aquilino

Radio Vaticana - 28 novembre 2017  

       

È la tratta di esseri umani, riportata all’attenzione della comunità internazionale dal reportage della Cnn sui migranti venduti all’asta come schiavi in Libia, uno dei temi al centro del quinto summit Europa-Africa, il 29 e il 30 novembre ad Abidjan, capitale economica della Costa d’Avorio. A pochi giorni dall’ennesima tragedia nelle acque davanti le coste libiche - con almeno 30 vittime, una quarantina di superstiti e 200 persone salvate - al vertice si parla pure di sicurezza e minacce jihadiste. Cinquemila i partecipanti di 55 Paesi africani e 28 del Continente europeo. Presenti capi di Stato e di governo, rappresentanti dell’Onu e di organizzazioni internazionali.

Tratta di esseri umani e nuove schiavitù non sono però una questione soltanto di oggi. “E’ almeno dal 2010 che ne parlo, ma il mondo lo ha ignorato perché ‘tanto si tratta di africani’”. È una denuncia e insieme una provocazione quella di suor Azezet Kidane, missionaria comboniana nata in Eritrea, con nazionalità britannica, che da sette anni opera in Israele al fianco delle vittime di tratta e sfruttamento, in particolare provenienti dal Sinai. “Da quando sono qui si è saputo che c’erano tanti posti di tortura: più di 15 in Sinai, in Sudan, anche in Libia. Ora la Cnn ne ha parlato, con una documentazione precisa, ma è come se fosse una goccia nell’oceano”.

I vescovi di Comece e Secam, in occasione dell’incontro di Abidjan, denunciano ancora una volta che i giovani africani continuano ad essere vittime di trafficanti di esseri umani. Le ragioni sono “prima di tutto disperazione, infinite guerre, ingiustizie dei governati nei Paesi d’origine” e ancora diritti negati, aggiunge suor Azezet. “Poi l’estrema povertà, nonostante le ricchezze dei Paesi africani, che però vanno all’estero, mentre - prosegue la religiosa - la gente locale muore di fame”.

Il 60% della popolazione africana ha meno di 25 anni, ma tra i migranti che entrano in Europa vi sono soprattutto giovani e - secondo l’Oim - persone con un alto grado di istruzione, come medici, professori universitari, ingegneri e altri professionisti. Ma le storie di violenze e abusi “sono tante” e “sono in mezzo a noi”, aggiunge suor Azezet. Racconta di “una donna vittima di tratta, abusata sessualmente da tre uomini”, tre trafficanti, delle sue “frustrazioni” e dei suoi “incubi” che tornano; di un nigeriano “costretto nel Sinai a custodire cammelli per sette mesi, senza acqua, potendo bere soltanto quella destinata agli animali”; di ragazzi che, “per il fatto di essere stati appesi a delle corde dal tetto di un edificio, hanno perso le mani”; di uomini e donne che hanno “perso la vista perché bendati per mesi”.

 

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AMERICHE 

Un appello urgente per la conversione ecologica”.

Agenzia Fides - Quito - 25 novembre 2017

Incontro Latinoamericano e dei Caraibi sull’Ecologia Integrale

        

“Laudato si’, è una chiamata urgente per credenti e non credenti. Una chiamata a tutte le persone che abitano questo pianeta. Un appello urgente per una conversione ecologica, che coinvolge tutti gli aspetti della vita degli esseri umani, per vivere in armonia con gli altri esseri del Pianeta”. È quanto affermato da Mons. Pedro Barreto, arcivescovo di Huancayo-Perù e vicepresidente della Red Eclesial Panamazónica (REPAM), nella conferenza di apertura dell'Incontro Latinoamericano e dei Caraibi di Ecologia Integrale: Discepoli - Missionari custodi della creazione', iniziato ieri, 24 novembre, e che si concluderà lunedì 27 a Quito, Ecuador, organizzato da Dejusol (CELAM), Cáritas Ecuador, Clar, Repam e Iglesia y Minería.

Durante questi quattro giorni di incontro, circa 120 persone provenienti da tutta l'America Latina, seguendo l'enciclica "Laudato si’”, faranno il punto della situazione nel continente dalla prospettiva dell’ecologia integrale. A tal proposito, Maurizio Lopez, segretario esecutivo del Repam, una delle organizzazioni che ha promosso l'incontro, ha dichiarato all’Agenzia Fides: “Fino ad ora l’Enciclica è stata utilizzata principalmente da ambienti non ecclesiali, ma a livello ecclesiale sentiamo che c'è un enorme bisogno di assumere ciò che il testo del Papa ci dice, di studiarne le categorie e soprattutto metterla in pratica”. La “Laudato si’” – ha aggiunto – “rompe con tutta questa visione frammentata di risposte riguardo alla realtà socio-ambientale, e noi cercheremo di portarla su considerazioni concrete partendo da una prospettiva pastorale”. Ha dunque spiegato come si svilupperanno le sessioni: “Avremo diversi livelli di discussione concettuale, parleremo di esperienze metodologiche concrete, terremo seminari e condivideremo testimonianze di vita per cercare di trovare percorsi specifici di pastorale concreta dell'ecologia integrale, perché è essenziale per il futuro della Chiesa”, ha sottolineato Lopez.

L’incontro affronterà questioni quali: inquinamento e crisi del cambiamento climatico, disastri ambientali, biodiversità, estrazione mineraria, qualità della vita umana e povertà, crisi alimentare, consumismo sfrenato, cambiamenti urgenti dell'attuale sistema di produzione, ecc.

“Ci siamo incontrati vescovi, sacerdoti, suore, laici, persone di tutti i paesi con impegni diversi, per riflettere insieme sulla questione dell’ecologia integrale - ha commentato all’Agenzia Fides in apertura dell’incontro il padre Dario Bossi, provinciale dei missionari comboniani in Brasile, coordinatore della rete Iglesia y Minería -. Questo è un momento importante per dimostrare che l’estrazione mineraria è anche un'urgenza per le chiese. Infatti, dobbiamo sostenere le comunità e mostrare che esistono modi alternativi e che è molto necessario schierarsi contro le aggressioni delle compagnie minerarie”, ha aggiunto p. Bossi informando anche dell’imminente presentazione di un’Esortazione pastorale preparata dai Vescovi dell'America Latina attraverso il Consiglio Episcopale Latinoamericano, CELAM. Si tratta di “un documento molto importante su cui dovremo riflettere nei prossimi mesi e che parla di come va applicata la “Laudato si’” in America Latina, soprattutto relativamente alla questione delle miniere e in tutte le chiese del continente”, ha concluso P. Bossi. (P.S/L.G)

 

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Con Libera l'America Latina fa rete contro le mafie di Lucia Capuzzi

Avvenire - 2 dicembre 2017

Oltre 50 organizzazioni si riuniscono in assemblea a Bogotà per elaborare strategie di resistenza civile e costruire alternative al crimine organizzato  

      

L’ultima guerra civile – ufficiale – in corso è finita il primo dicembre di un anno fa. Il 2 dicembre 2016, in Colombia, è entrato in vigore l’accordo tra il governo e le Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia (Farc) che ha chiuso 52 anni di conflitto. Terminata la stagione delle guerriglie politiche e delle brutali dittature militari, però, l’America Latina non conosce pace. La porzione di spazio tra il Rio Bravo e la Terra del Fuoco è la più violenta al mondo: là si verifica il 33 per cento degli omicidi del pianeta. Ogni anno, la violenza brucia l’equivalente del 3,5 del Pil totale. Denaro che potrebbe essere investito per colmare l’atroce diseguaglianza, tuttora la più alta al mondo. Le cifre, in alcuni Stati, sono da bollettino di guerra. E, in effetti, di guerre si tratta, seppure anomale. Que pasa, che cosa accade in America Latina?  

    

Mafie e resistenza

Il Continente è ostaggio di potenti mafie globale che hanno approfittato della fragilità delle istituzioni, dopo decenni di regimi, per mettere radici. E crescere, forti dell’abbondanza di “risorse” da impiegare nel mercato criminale transnazionale, prime fra tutte le droghe. Dall’Honduras al Messico, dal Venezuela al Brasile, tanti e diversi sono gli attori illeciti che tengono sotto scacco governi e società. I popoli latinoamericani, però, non si arrendono alla violenza. Consapevoli che un crimine globale richiede una risposta globale, sotto il coordinamento di Libera Internazionale, oltre 50 tra organizzazioni, associazioni e movimenti di undici nazioni si sono unite nella Rete Alas-Alternativa global. Per condividere esperienze, organizzare progetti comuni, unire le loro voci contro le mafie che strangolano il Continente.  

         

Da Città del Messico a Bogotà

Dopo la riunione costitutiva a Città del Messico, nel maggio 2015, la Rete si incontrerà di nuovo a Bogotà dall’11 al 18 dicembre per fare il punto sul percorso fatto. E proseguire il cammino da “seminatori di cambiamento”, come ha esortato papa Francesco nel secondo incontro con i Movimenti popolari. La scelta del luogo – la Colombia - è di per se un messaggio. Il Paese sta affrontando la sua prova più dura: trasformare la pace di inchiostro in vita quotidiana. “Hasta la paz” (Fino alla pace) è lo slogan della seconda assemblea di Alas. Un invito per la Colombia del post conflitto come per l’America Latina delle guerre anomale e invisibili

     

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Evangelizzare sotto la guida di Mons. Oscar Romero

Agenzia Fides - San Salvador - 29 novembre 2017  

     

Valutare il lavoro pastorale di ogni nazione e proporre nuovi obiettivi per il prossimo anno: questo lo scopo dell’incontro del Segretariato Episcopale dell'America Centrale (SEDAC), formato dai Vescovi dell'America centrale, che sono riuniti a El Salvador dal 27 novembre al 1° dicembre. La riunione annuale celebra quest’anno i 75 anni dell’ istituzione ecclesiale e la chiusura del Centenario della nascita del Beato Óscar Romero.

Secondo le informazioni inviate all’Agenzia Fides, la Messa di apertura della riunione annuale del SEDAC è stata presieduta dall'Arcivescovo di Panama, Mons. José Domingo Ulloa Mendieta, O.S.A. , presso il Seminario maggiore di San José de la Montaña. Martedì 28, secondo giorno di lavoro, è iniziato con la Messa presieduta dal Card. Óscar Maradiaga, Arcivescovo di Tegucigalpa-Honduras. Le sessioni di questo giorno sono state dedicate ai giovani dell'America centrale. Oggi, 29 novembre, la celebrazione eucaristica è presieduta da Mons. José Luis Escobar, Arcivescovo di San Salvador e Presidente del SEDAC, nella cattedrale metropolitana. Al termine della Messa è prevista la lettura di un messaggio dei partecipanti ai lavori del SEDAC.

Giovedì 30 si svolgerà il pellegrinaggio a Ciudad Barrios, città natale del Beato Romero, dove la Messa sarà presieduta dal Card. Gregorio Rosa Chávez, Segretario del SEDAC. Data l'importanza di questo evento, è assicurata la copertura mediatica in diretta di radio e televisione.

L’America Centrale sta vivendo un momento storico per diversi motivi: si vede apparire una democrazia più forte che riesce a denunciare la corruzione a tutti i livelli; cresce la consapevolezza del dovere di rispettare l'ambiente, per fermare i fenomeni climatici che hanno lasciato morti e danni materiali; si vive una grande solidarietà nell’accoglienza dei migranti provenienti dai paesi vicini o lontani; si riconosce il ruolo della Chiesa cattolica che segue l'esempio di Papa Francesco nel rispetto dei diritti umani e nell'assistenza fraterna ai più poveri. I Vescovi centroamericani riaffermano ogni giorno il loro impegno verso i più piccoli per celebrare in modo coerente il Centenario del Beato Oscar Romero.

         

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EUROPA

Così i musulmani continueranno a crescere in Europa di Giorgio Bernardelli

Vatican Insider - 30 november 2017  

Uno studio del Pew Research Center: anche con un blocco totale di nuovi arrivi di migranti nel 2050 il 7,4% della popolazione europea sarà comunque di fede islamica. E questa quota potrebbe salire fino al 14%

           

Nei prossimi trent'anni continuerà ad aumentare la presenza dei musulmani in Europa. E un incremento significativo avverrà comunque da qui al 2050, anche nell'ipotesi di un blocco totale nell'arrivo di nuovi migranti nel Vecchio Continente. A sostenerlo è un nuovo studio realizzato dal Pew Research Center, l'istituzione americana considerata a livello globale l'osservatorio più autorevole sulla sociologia delle religioni.

 

La ricerca prende in esame 30 Paesi: i 28 attuali membri dell'Unione europea (Gran Bretagna compresa) più la Norvegia e la Svizzera. Il punto di partenza è la situazione del 2016, anno in cui il Pew Reserach Center - sulla base dell'elaborazione dei dati forniti dai singoli Paesi - stimava la presenza in Europa di 25,7 milioni di musulmani, pari al 4,9% della popolazione complessiva. Provare a prevedere quale sarà il quadro nel 2050 significa combinare tra loro variabili diverse, alcune già abbastanza definite (per esempio l'età media della popolazione e le sue normali dinamiche demografiche), altre legate a scelte della politica, per esempio quelle sul tema caldo delle migrazioni.

 

Per questo motivo nello studio il Pew Research Center traccia tre scenari differenti: uno a immigrazione zero, un secondo a un tasso di immigrazione medio (presupponendo cioè che sia fermato il flusso di richiedenti asilo verificatosi negli ultimi anni, ma continui l'immigrazione legale) e un terzo a un tasso di immigrazione alto (immaginando che l'ondata di arrivi del periodo 2014-2016 continui in maniera indefinita e con la stessa composizione etnico-religiosa). Ebbene: in tutte e tre le proiezioni l'aumento della popolazione musulmana risulta significativo.

 

Anche a immigrazione zero, infatti, secondo le stime di questo studio i musulmani in Europa salirebbero a quota 35,8 milioni (10,1 milioni in più rispetto al 2016), andando a costituire il 7,4% della popolazione europea. Questo perché già oggi l'età media nelle comunità musulmane è più bassa (30 anni contro i 44 dei non musulmani) e i tassi di fecondità sono più alti (2,6 figli per donna contro 1,6). Va aggiunto che la quota di popolazione di religione islamica in Europa aumenterebbe anche perché senza immigrati (musulmani e non) la popolazione complessiva del continente scenderebbe drasticamente: in questo scenario il Pew Research Center prevede un totale di 481,7 milioni di abitanti, contro i 520,8 milioni del 2016.

 

Ancora più accentuata risulterebbe la crescita della componente islamica nello scenario ad immigrazione media, quello con arrivi solo attraverso canali legali e una popolazione complessiva sostanzialmente stabile. In questo caso la previsione è di una presenza di 57,9 milioni di musulmani (più del doppio rispetto a oggi) che andrebbero a costituire l'11,2% della popolazione europea. Se poi l'immigrazione dovesse continuare al ritmo sperimentato negli ultimi due anni con il massiccio arrivo dei richiedenti asilo, nel 2050 secondo il Pew Research Center l'Europa conterebbe 75,6 milioni di musulmani (il triplo rispetto a oggi) nel contesto generale di una popolazione europea che salirebbe a quota 538,6 milioni di abitanti. In questo terzo scenario la percentuale di abitanti musulmani si attesterebbe al 14%.

 

Interessante anche il quadro dei singoli Paesi che emerge dall'indagine: attualmente è la Francia il Paese con il numero più alto di musulmani, 5,7 milioni pari al 8,8% della sua popolazione. Seguono la Germania (4,9 milioni equivalenti al 6,1%), la Gran Bretagna (rispettivamente 4,1 milioni e 6,3%) e l'Italia (2,8 milioni e 4,8%). Anche nello scenario a immigrazione zero, pure nei singoli Paesi l'aumento l'aumento da qui al 2050 sarebbe significativo; e percentualmente proprio in Italia si registrerebbe il balzo più significativo. Complice il calo demografico di tutti gli altri, i musulmani diventerebbero l'8,3% della popolazione (avvicinandosi all'8,7% della Germania e al 9,7% della Gran Bretagna, mentre la Francia salirebbe al 12,7%). 

 

Nel caso opposto di un'immigrazione che non solo continuasse senza limiti ma anche con i flussi e la composizione di oggi (scenario ovviamente tutto da verificare) in Germania i musulmani salirebbero invece al 19,7%, in Francia al 18%, nel Regno Unito al 17,2%, in Italia al 14,1%. Ma il caso più eclatante sarebbe quello della Svezia, dove la componente islamica potrebbe arrivare a toccare la quota record del 30,6% della popolazione.

 

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ARGENTINA

La Chiesa: il dialogo, unica via per risolvere il conflitto Mapuche

Agenzia Fides - Bariloche - 2 dicembre 2017 

      

"Nessun tipo di violenza è la soluzione. Avrebbe dovuto essere aperto un tavolo di dialogo prima o durante il conflitto, per evitare questa repressione e questa violenza. Il dialogo deve essere sempre presente": sono le parole del Vescovo di Lomas de Zamora e Presidente della Commissione episcopale per la pastorale sociale, Mons. Jorge Rubén Lugones, SJ, a sostegno del Vescovo di Bariloche, Mons. Juan José Chaparro. Mons. Chaparro ha il ruolo di mediatore al tavolo di dialogo formato per cercare una soluzione pacifica al conflitto tra governo e popolo Mapuche. Questo conflitto, che ha origine nella proprietà territoriale del popolo nativo, ha già causato una vittima, Rafael Nahuel, che ha perso la vita colpito da un proiettile nel corso di un'operazione della Prefettura, il 25 novembre.

Secondo le informazioni pervenute all’Agenzia Fides, il Vescovo di Bariloche nei giorni scorsi ha detto che la comunità mapuche "è alla ricerca di un dialogo", ha sottolineato che il conflitto per la terra è un "debito e una urgenza storica" e che "le comunità non sono per la violenza". Ha anche respinto l’affermazione che il gruppo RAM (Resistenza Ancestrale Mapuche) agisca nella zona del conflitto, come denunciato dal governo. "Quello che so, e conosco, è una comunità mapuche, che non è la RAM. E' vero che ci sono stati incidenti, ma non conosco nemmeno i volti di quelli della RAM", ha ribadito il Vescovo.

Mons. Chaparro ha sottolineato la necessità che tutti "cedano qualcosa" nel quadro del tavolo di dialogo, che continua oggi, e ha chiesto "di non gettare benzina sul fuoco". I rappresentanti delle organizzazioni sociali, dei diritti umani e dei settori politici dell'opposizione hanno chiesto un dialogo multisettoriale per contribuire alla ricerca di soluzioni ai problemi delle terre dei popoli indigeni e per mettere "fine alla campagna di abusi" verso quelle comunità.

Da parte sua il Presidente della Commissione episcopale della Pastorale sociale ha insistito sul fatto che "il dialogo non è in contrasto con l’adempimento della legge", in questo senso è "totalmente in sintonia con quello che sta facendo il nostro fratello Chaparro", riferendosi alle critiche ricevute da Mons. Chaparro per il fatto di sostenere la richiesta dei nativi e promuovere una soluzione conciliante. Infine ha aggiunto: "Siamo qui per servire, e qualche volta riceviamo delle umiliazioni, la Chiesa chiede sempre il consenso e offre spazi fisici e morali per il dialogo".

 

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BANGLADESH

Schegge di Bengala - 154 di p. Franco Cagnasso

Dhaka - 12 dicembre 2017

     

Visita del Papa e dintorni 1 
La visita del Papa in Bangladesh, con tutto il movimento che ha creato per la preparazione e lo svolgimento, coinvolgendo almeno 90mila persone (una più, una meno...), ha avuto contorni vari, che non fanno notizia, ma fanno realtà.
Così per l’anziano Tripura che, dopo aver coraggiosamente deciso di lasciare il suo villaggio ha affrontato, per la prima volta, l’infinito viaggio fino a Dhaka. Arrivato stanco morto nella caotica città, capisce subito che qui ci sono sì le fermate degli autobus, ma gli autobus non si fermano, al massimo rallentano. Così, quando vede che l’autobus su cui si trova sta passando davanti a un cancello e gli dicono “qui arriverà il Papa”, salta giù al volo, e assaggia la consistenza del malandato asfalto della capitale, per poi sperimentare la premurosa (si fa per dire) assistenza degli ospedali della capitale stessa. Non ha visto il Papa, ma ora sta bene ed è tornato al villaggio.

Visita del Papa e dintorni 2
“Pronto! Padre, come stai?” “Bene, grazie, ma tu chi sei?” “Non mi riconosci? Ma come! Sono Shilpy, la tua figlia” Già, ne ho così tante che ho perso il conto... Fatico parecchio, poi mi torna in mente. Bisogna andare indietro di 10 anni (circa), avevo pure scritto una scheggia (*) su Shilpy e Kolpona, due amiche del sud venute a Uttora per cercare lavoro, che vivevano sul tetto di una casa in costruzione ricamando la sera e lavorando in fabbrica tutto il giorno per aiutare le famiglie. Su una precaria scaletta eravamo andati a trovarle, nel buio dell’inverno e nel fango della stradetta. Avevano offerto il te’ a me, a suor Emilia, e un altro, mi pare fosse Hilarius. Avevano fatto bere prima il reverendo, poi – scese a piano terra e accuratamente lavato all’unico rubinetto disponibile l’unico bicchiere di loro proprietà – la reverenda, e poi il laico. Ci eravamo rivisti qualche volta, venivano a Messa quando potevano, e alla fine mi avevano chiesto un regalone: un aiuto per completare la somma necessaria a comprarsi una macchina per cucire. Le aiutai, la comprarono, e poi mi diedi dell’ingenuo: scomparvero dalla circolazione senza un saluto; un “caso” fra i tanti di poveri che non riesci ad aiutare perché sono pasticcioni – o imbroglioni. E ora, come piovuta dal cielo, mi chiede al telefono: “Ma come, non mi riconosci? Senti, vengo a Dhaka per vedere il Papa, e vorrei proprio incontrarti”.
Così se ne arriva la mattina del fatidico 30 novembre, giorno dell’arrivo del Papa che l’indomani celebrerà al parco. Ha il faccino simpatico di allora, qualche chilo in più, e – per buona misura - un marito e un figlio di 5 anni. Mi chiede scusa perché se n’era andata senza dir nulla: “Kolpona s’era ammalata gravemente, siamo tornate di corsa a casa, ho perso il tuo numero di telefono e non ho più potuto rintracciarti”. E la macchina per cucire appena comprata? “Una benedizione! L’ho portata con me, e da allora vivo lavorando a casa. Mio marito è catechista parrocchiale, guadagna poco, ma è un uomo che vale molto più di quel che guadagna... mia suocera poi è ancora meglio: ho perso la mamma da piccola, e ora l’ho ritrovata. E’ stato mio marito a rintracciarti, chiedendo di qua e di là a preti e suore il tuo numero di telefono. Anche lui ti conosce, grazie alle mie chiacchiere...” E Kolpona? “Guarita, sposata, ha un bambino. Ci vediamo spesso...”
Chissà se mi sta leggendo quel gentile signore che, dopo aver letto la scheggia su Shilpy e Kolpona (come dicevo, circa 10 anni fa) mi mandò una donazione per loro? Allora non la consegnai: erano irreperibili. Ora – se mi sta leggendo – sono lieto di potergli dire che il suo aiuto s’aggiungerà ai risparmi che Shilpy e marito stanno accumulando per comprarsi una macchina nuova, e più moderna... 

     

(*) Ndr: p. Franco si riferisce all'articolo "La missione di custodire" pubblicato da Missionari del Pime nel 2009. Lo si può leggere sul nostro sito

            
Visita del Papa e dintorni 3
Suor Roberta da anni manda avanti un ospedale che cura ammalati di lebbra e di tubercolosi, a Khulna, e segue non pochi “satelliti” dell’ospedale, punti d’appoggio distribuiti nella zona, aperti a rotazione, dove i pazienti possono fare controlli e ricevere medicine. Saputo che il Papa sarebbe venuto a Dhaka, s’è detta: “Se il Papa pensa agli ultimi, allora glieli porto vicini”. Comitati, permessi, tagliandi, difficoltà, raccomandazioni, consigli: “ma lascia perdere!”, e alla fine l’ha spuntata. Erano una decina, e il viaggio era lungo, con tanto di attraversamento in traghetto dell’immenso fiume Padma, e di circolazione sugli autobus di Dhaka. Fino alla fine, tutto bene – quasi. Arrivati alla parrocchia “Maria Regina degli Apostoli”, che aveva messo a loro disposizione una saletta ben arredata con tre tavolini e varie stuoie, una signora si fa avanti e comunica: “Ho perso mio marito”. Chi li conosce pensa subito: “Un colpo di fortuna” – ma queste cose non si possono dire, e la signora piange. Interrogatorio a tutti, e risulta sicuro che l’anziano, iracondo e distratto signore era ancora con il gruppo quando si accingevano a salire sull’ultimo autobus, in un punto caoticissimo della caotica Dhaka. “Voleva finire la sigaretta e non s’è accorto che stavamo salendo” è l’unanime commento, e la preoccupazione s’aggrava quando la moglie conferma che non aveva soldi nè indirizzo, quindi non poteva chiedere indicazioni per andare... dove?
Ma l’uomo – da tutti giudicato piuttosto “tardo” – se la cava, e chiede ai passanti di accompagnarlo dove c’è una chiesa. Trovare chiese a Dhaka non è che sia facile, e il disperso interpella innumerevoli passanti, vigili, pedalatori di riksciò, venditori di noccioline, autisti di autobus, ragazzini di strada... finchè uno (purtroppo rimasto sconosciuto e senza il piccolo premio che avrebbe meritato), l’ha fatto arrivare ad una chiesa – protestante. Sottoposto a pressante interrogatorio, l’uomo ha fornito elementi sufficienti a far supporre che si trattasse di una chiesa cattolica, e con un giro di telefonate i nostri “fratelli separati” ci hanno rintracciati. Permettendo così a suor Roberta di dormire tranquilla, alla moglie di smettere di piangere, alla gente di chiedersi “che facciamo?” e di offrire i consigli più disparati, al disperso di arrivare a destinazione, mangiare la cena e di andare il giorno dopo a vedere il Papa – dopo essersi fumato una sigaretta.

Visita del Papa e dintorni 4
Ripa era venuta a cercarmi con una lettera di presentazione firmata da un prete diocesano che conoscevo bene; anche un cieco avrebbe subito capito che la lettera era falsa, e infatti 
p. Abel me lo confermò. Ma Ripa, giovane, bruttina e magra come un chiodo, oltre a essere imbrogliona e chiacchierona, era pure con un braccio rotto, con due bambini, senza il marito (andatosene dope averle spezzato il braccio... “ci vogliamo bene, ma quando perde la pazienza perde anche la testa”), senza soldi, senza possibilità di lavorare; ma non senza debiti da tutte le parti. L’aiutai un poco, poi di nuovo, poi di nuovo. Dai e dai, riconciliati e ridivisi, alla fine hanno trovato un po’ di equilibrio e i figli ora sono sui 15 anni. Ma lui – si chiama Badol – lavorando come imbianchino è scivolato dalla precaria impalcatura cadendo dal quarto piano. Vivo, ma sconquassato. Appena rimesso in sesto per poter ricominciare a guadagnare qualche soldo pescando (la sua passione), tocca a Ripa – forse per amore? Piove, l’acqua entra dal tetto in lamiera, Ripa sale per aggiustarlo e cade. Viva, ma sconquassata. Non che vadano troppo in chiesa, ma qualche volta sì; non avendo mezzi nemmeno per farsi vedere da un medico, pensano di rivolgersi al parroco, che trova un posto per lei dalle suore di Madre Teresa. Vado a trovarla là, e mi fa proprio pena. Dolorante da tutte le parti, scoraggiata, sfigurata dai denti rotti: “Le suore mi trattano benissimo, ma non miglioro, questa volta non sopravvivo”. Per di più, arriva anche il giorno in cui le suore le dicono: ci dispiace, ma fino a dopo la visita del Papa dobbiamo liberare questi locali – e la riaccompagnano a casa. Mi telefona più volte, piange come una fontana e capisco poco, ma non ci vuol molto per intuire che va sempre peggio.
Il Papa viene, e va dalle suore di Madre Teresa prima di incontrare preti, suore e affini nella chiesa “Regina del Rosario”. Poi riparte.
E Ripa mi telefona di nuovo. Non piange, e capisco che mi dice: “Sto bene, sono a posto” “Cioè?” “Cioè sto bene, vengo e te lo racconto”.
Il giorno dopo arriva. Cammina, ride, parla (questo però non mi stupisce...). Insomma, è andata così. Pochi giorni prima, una Suora le telefona: “Ripa, tu hai bisogno di una benedizione speciale, vieni a prenderla dal Papa” “Ma se non c’è posto! E poi sto male, malissimo, ho dolori da tutte le parti, non cammino, vomito...” “Vieni, il posto te lo trovo io”. Ripa non se la sente, ma alla fine sale dolorante e piangente su un pulmino che va a Dhaka, aspetta pregando come una matta, ed è presente quando il Papa fa il giro fra i letti. Si ferma anche davanti a lei, si scambiano due parole, la benedice, se ne va. E poi? “E poi quella notte l’ho sognato, tre volte. La mattina mi sono svegliata e stavo bene, benissimo. Non lo vedi?”. Sì, i denti sono ancora rotti, ma tutto il resto funziona – anche la lingua. 

     
Franco Cagnasso 

           

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Papa Francesco visto dalla... periferia di p. Adolfo L'Imperio

Dinajpur - 11 dicembre 2017
        
Carissimi amici di sempre, forse tutti aspettavate che mi facessi vivo per la visita di Papa Francesco a questa… periferia del mondo.
Sono felice che sia venuto. Le reazioni si moltiplicano sui siti internet che lascio alla vostra lettura.
Riassumo la Sua venuta con la preghiera che ripetiamo a sera prima di andare a riposare.
  
... perchè i miei occhi hanno visto la tua salvezza

Papa Francesco, Vescovo di Roma, venuto a confermare nella fede e nella carità un piccolo gregge in un paese povero ma pieno di umanità e vitalità. Cento ottanta milioni di persone di cui la metà giovani.
Sono felice anche perchè P.Quirico Martinelli ci allieta con le sue storie e notizie della visita del Papa che piange nell’incontro con i rifugiati Rohinja, e della presenza del Pime in una parrocchia di Dhaka.
Il gruppo dei nostri pupilli/e a Dhanjuri impegnati con gli esami di fine anno si sono accontentati di seguire la visita del Papa alla TV. Un canale della televisione ha coperto la visita trasmettendo per tutta la giornata. Altre notizie le ha portate Roni che ha partecipato all’evento e continua a comunicarlo.
Anche io, impossibilitato ad essere a Dhaka per l’età, ho goduto delle immaggini che sono state eloquenti come semplice e chiaro il messaggio di papa Francesco : “Pace ed armonia”
Con l’ordinazione di sedici diaconi al presbiteriato papa Francesco ha voluto concretizzare la responsabilità della Chiesa del Bangladesh di essere al servizio di tutti.

... preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti...

Avete certamente seguito l’incontro con i rappresentanti delle altre religioni e denominazioni, come quello esplosivo avuto con la rappresentanza dei giovani. Essere responsabili del proprio domani e costruttori di pace.
Papa Francesco ha lodato l’entusiasmo dei giovani che hanno lo spirito di avventura. Quotando il poeta Bengalese Nazarul Ismal, che parlava di gioventù impavida. il Papa ha chiesto ai giovani di essere pronti a proiettarsi in avanti e di rischiare. Saper viaggiare nella vita e non gironzolare. Andare avanti, significa anche avere una direzione, un programma (software) di vita. Quello di Gesù è fare la volontà del Padre. In un mondo fragile occorre Sapienza per trovare la via.
Mi sono sentito felice quando a questo punto il papa ha chiesto ai giovani di ascoltare genitori e NONNI per scoprire la sapienza della vita. Aprirsi al domani ed agli altri creando un clima di armonia.
Virus che attaccano il Software della vita sono: l’ indifferenza, la prepotenza, la mancanza di senso civile, la paura dell’altro, l’egoismo (penso che sono virus che circolano anche in Italia,o sbaglio).
Chiudo preoccupato per la situazione esplosiva creatasi in Palestina e le reazioni a catena nel mondo intero. Difficile ma necessario pregare per la Pace.

O Maria, Madre della Chiesa
Stacci accanto, sempre nel nostro pellegrinare nel tempo, per essere luce e dare speranza, specie nei momenti bui o per scelte erronee.
Tu che sei Madre della Speranza, insegnaci a ricordare che la fonte della fede, della nostra fede, è la preghiera Eucaristica, memoriale dell’amore di Dio per noi . Grazie del dono di sedici nuovi presbiteri alla Chiesa del Bangladesh.
Madre del Salvatore, aiutaci a riconoscere Gesù vivo e vero sull’altare e presente in ogni persona che incontriamo.
Madre, tempio dello Spirito Santo, aiutaci con la sua grazia e con il suo amore e la sua amicizia, nelle occupazioni di ogni giorno, al servizio degli altri .


Dal vostro anziano e ritardato reporter Fr.Adolfo
 

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Alle radici dell'estremismo islamista di Giuliano Battiston

omnisterra.fides.org - dicembre 2017

Corruzione, povertà, disuguaglianze sociali alimentano la propaganda dei gruppi jihadisti, che puntano a indottrinare i giovani bangladesi  

    

“Qui in Bangladesh, i fattori che guidano il reclutamento e la mobilitazione jihadista sono molteplici. I processi di radicalizzazione islamista hanno radici storiche di cui bisogna tener conto e che eccedono il nesso povertà-estremismo”.

Shahab Enam Khan, docente di relazioni internazionali all'università Jahangimagar di Dacca e membro dell'Enterprise Institute, ha studiato a lungo i movimenti radicali islamisti. In una recente intervista con Fides nel suo ufficio nel quartiere Gulshan della capitale bangladese, ricorda che per comprendere la crescita del salafismo-jihadista e le sfide future occorre rivolgere lo sguardo indietro: al periodo immediatamente successivo all’indipendenza del Paese, ottenuta nel 1971 dopo una sanguinosa guerra per liberarsi dal controllo del Pakistan. Le condizioni per l’affermazione del radicalismo di matrice islamista, nota Shahan Enam Khan, dipendono dalla polarizzazione politica creata negli anni successivi all’indipendenza. Quando partiti e movimenti politici si sono combattuti in nome di principi e ideologie diverse, mentre è diventata sempre più evidente l’incapacità istituzionale di garantire una governance efficiente. Da qui, un vuoto politico, colmato da nuovi movimenti islamisti radicali, le cui strategie di reclutamento si sono concentrate proprio sulla critica all’establishment, sulla sua incapacità di garantire servizi e diritti alla maggioranza della popolazione. La corruzione della macchina amministrativa e statuale, insieme a quella che investe il settore della giustizia, ha fornito altri elementi per la propaganda.

Negli anni più recenti, si è aggiunto un altro fattore: la contraddizione tra la crescita economica del Paese, di cui beneficia solo un'élite urbana e colta, e la mancata inclusione della maggioranza della popolazione, soprattutto quella rurale. Secondo le recenti stime dell’Asian Development Bank, infatti, il Pil del Bangladesh nel 2017 è cresciuto di più del 7%, e le stime per il 2018 si attestano sullo stesso livello. Ma la crescita non è inclusiva, e la povertà rimane diffusa, si legge nei rapporti del Bangladesh Bureau of Statistics e della Banca mondiale: il 30% circa della popolazione vive sotto la soglia di povertà nazionale, il 17% (circa 25 milioni) soffre povertà estrema; il tasso di disoccupazione è intorno al 4%; ogni anno su circa 2 milioni e 700.000 nuovi giovani che ambiscono a entrare nel mondo del lavoro, soltanto un quarto ci riesce; il salario medio mensile è fermo a circa 5.500 taka (60 euro), un terzo di quello che servirebbe per vivere dignitosamente.

Intorno a questi fattori, i gruppi afferenti alla variegata galassia radicale locale hanno organizzato una battaglia retorica. Passa per canali di distribuzione diversi, dai pamphlet stampati clandestinamente e distribuiti nelle aree rurali e nelle periferie delle città al passaparola, per finire con i social media, sempre più accessibili ed economici. Proprio su questi ultimi canali di comunicazione si è innestata, in particolare a partire dall’istituzione del cosiddetto Stato islamico nell’estate del 2014, la retorica jihadista globale. Quella del gruppo guidato dal sedicente Califfo Abu Bakr al-Baghdadi e quella, più datata, di al-Qaeda. Sia l'attuale numero uno di al-Qaeda, l'egiziano Ayman al-Zawahiri sia il suo rivale al-Baghdadi guardano con particolare interesse al subcontinente indiano, un bacino di reclutamento potenziale enorme. Con i suoi 172 milioni di musulmani e una conflittualità intermittente ma costante tra le varie comunità religiose, l'India è il boccone più ambito. Il Bangladesh, Paese con la quarta popolazione musulmana al mondo e con un governo laico e nazionalista guidato da Sheikh Hasina dell’Awami League e malvisto dagli islamisti, segue subito dopo. Non a caso, nel settembre 2014 al-Zawahiri ha annunciato la creazione di al-Qaeda nel sub-continente indiano (Aqis). Al contrario del leader dello Stato islamico, che si è affacciato nell'area del sud-est asiatico solo di recente, qui le radici di al-Qaeda sono solide, si basano su alleanze, contatti, conoscenze consolidate nel corso di decenni, a partire già dagli anni Novanta, ai tempi della resistenza dei mujahedin afghani contro l'occupazione sovietica. A quel jihad parteciparono circa 3.400 bangladesi. Parte di loro ha formato nel 1992 il gruppo Harkat-ul-Jihad-al-Islami Bangladesh (branca locale dell'omonimo gruppo pachistano), che nel 2005 ha inaugurato un'ambiziosa agenda di presa del potere in dieci anni, repressa dagli apparti di sicurezza. Dalla fine degli anni Novanta e all'inizio del decennio successivo, spiega a Fides il professor Shahab Enam Khan, hanno dominato la scena altri due gruppi: Jamaitul Mujahedin Bangladesh e Jagrata Muslim Janata Bangladesh, responsabili nell'estate del 2005 di circa 500 esplosioni in tutto il Paese. Gruppi che si affidano a una rete di militanti attiva nelle aree rurali e nelle periferie metropolitane, composta perlopiù da giovani senza istruzione, poveri, emarginati, esclusi dal mercato del lavoro, privi di occasioni di riscatto sociale, pieni di risentimento.

Ma la povertà diffusa e la scarsa istruzione non bastano a spiegare la crescita del fondamentalismo islamista. Anche qui in Bangladesh, come altrove, nella mobilitazione jihadista contano altri fattori, come ha spiegato il sociologo Diego Gambetta nel libro Ingegneri della jihad. Il sorprendente legame tra istruzione ed estremismo. E come dimostrano le biografie di alcuni jihadisti bangladesi. Il leader di Jagrata Muslim Janata Bangladesh, Bangla Bahi (conosciuto anche come Siddiqul Islam e Aziz Ur-Rahman, giustiziato nel 2007), era laureato in letteratura bengalese. Quattro dei cinque jihadisti responsabili dell'attacco del luglio 2016 alla Holey Artisan Bakery di Dacca rivendicato dallo Stato islamico provenivano da famiglie agiate, privilegiate, vantavano solidi studi alle spalle, godevano di garanzie sul futuro.

Dietro l'affermazione del radicalismo islamista c'è un'altra battaglia, di più ampia portata. E' di ordine sociale e ideologico. Riguarda la definizione di quale sia l’identità bangladese, quale ruolo debba avere l’Islam – e quale forma di Islam – dentro una transizione sociale e culturale che ha condotto nel ventunesimo secolo un Paese diviso tra una maggioranza ancorata alle coordinate culturali e sociali del mondo rurale e una minoranza che detiene il potere ed è influenzata da modelli alternativi, esogeni. I gruppi jihadisti sono anche una risposta a questa transizione. Sfruttano le nuove fratture sociali e identitarie. Fratture che rientrano in quella più profonda che contrassegna il Bangladesh dalla sua fondazione: quella tra quanti pensano a un Paese secolare e liberale, come recita la prima Costituzione del 1973, e quanti invece aspirano a una nazione fondata sull'Islam come religione di Stato, come recita l'emendamento costituzionale del 1988. Più che alla povertà, è in questi smottamenti culturali – male gestiti e spesso alimentati dalla politica istituzionale – che vanno rintracciate le matrici del radicalismo islamista.

 

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Dhaka, p. Kamal: testimonio Cristo con il servizio alla popolazione

AsiaNews - Dhaka - 30 novembre 2017

Il sacerdote è il parroco della chiesa dell’Holy Rosary, nel quartiere di Tejgaon. Spiega cosa vuol dire essere un sacerdote in un Paese a maggioranza islamica. “Le persone ci conoscono per il nostro lavoro amorevole”. “Ci sentiamo parte della Chiesa universale seguendo le indicazioni del Santo Padre”.

        

Papa Francesco “ha scelto di visitare la chiesa dell’Holy Rosary Church per un motivo ben preciso: qui sono sepolti tanti leader civili e cristiani. In questo modo, anche se non potrà recarsi in tutto il Paese, egli vuole pregare e mostrare la sua vicinanza a tutta la popolazione”. Lo dice ad AsiaNews p. Kamal Corraya, il parroco. Dalle sue parole trapela grande emozione per “la gioia di averlo qui”. Egli avverte anche una grande responsabilità: accoglierlo in quella che è considerata “la chiesa dei primati” del Bangladesh, l’unica dove il papa si raccoglierà in preghiera. Verrà qui il 2 dicembre. “Nel 1986 - racconta con commozione il sacerdote - ho avuto l’onore di lavare le mani di Giovanni Paolo II. Avrò un’altra opportunità, quella di toccare papa Francesco e accoglierlo nella mia chiesa”.

La chiesa del Santo Rosario si trova a Dhaka, nel quartiere di Tejgaon a grande presenza cattolica. Nella zona ci sono numerose scuole gestite da congregazioni religiose, ostelli, e anche una delle case delle suore di Madre Teresa. P. Kamal spiega i motivi del primato. “È la chiesa più antica del Bangladesh, la più grande parrocchia della capitale con più di 25mila fedeli e quella che svolge il maggior numero di servizi di preghiera: ogni domenica celebriamo 20 messe, non solo nella nostra chiesa, ma anche in varie cappelle o sotto-centri sparsi per la città (come Banani o l’aeroporto). Le preghiere sono recitate in bengalese, ma abbiamo anche dei servizi per gli stranieri.”

Il sacerdote aggiunge che la chiesa “possiede anche un grande valore storico”. L’edificio originario – ancora presente – risale al 1677 e ha subito numerosi restauri delle parti ornamentali. È stato costruito dai missionari portoghesi agostiniani, che qui hanno eretto anche uno dei due cimiteri cattolici della città. All’interno della chiesetta sono ancora visibili le lapidi più antiche con scritte in armeno, portoghese e latino. La nuova costruzione è stata eretta negli anni ’40 e si trova di fianco a quella precedente.

La caratteristica che ha spinto papa Francesco a scegliere questo luogo per incontrare i religiosi del Paese, spiega p. Kamal, “è la presenza del cimitero. Esso è un monumento storico. Qui sono sepolti i primi missionari, sacerdoti e suore. Venendo a pregare sulle tombe dei missionari, è come se egli ci invitasse tutti ad essere missionari. E vuole mostrarci che è qui per tutti. Dato che non si potrà recare di persona in tutto il territorio, egli benedirà un cimitero dove riposano persone comuni, per benedire tutti in modo simbolico. Vuole benedire i missionari ed essere vicino con la preghiera, in maniera fisica e spirituale, ai consacrati del Bangladesh”.

Non solo, anche tanti musulmani non vedono l’ora di incontrarlo, “compresi i nostri collaboratori, circa il 90% dei dipendenti, che stanno lavorando anche durante la notte per far in modo che sia tutto pronto, verniciando vasi, lustrando il vialetto di accesso e preparando i fiori per la chiesa”.

Ma cosa vuol dire essere sacerdote in un Paese musulmano. “Viviamo come membri di una stessa famiglia. – risponde padre Kamal – Se i musulmani o gli indù hanno bisogno di aiuto, noi cristiani siamo i primi a darglielo. Lo stesso vale nei nostri confronti”. “Il modo migliore per testimoniare il Vangelo è attraverso il servizio, negli ospedali, con le istituzioni o le missioni umanitarie”.

P. Kamal ricorda che nel 1971, durante la guerra di liberazione dal Pakistan, “tanti musulmani hanno trovato rifugio nelle nostre chiese. Questo ha permesso la creazione di rapporti di amicizia e affetto. Ancora oggi ci sentiamo con coloro che sono stati accolti in quel periodo”. Egli non nega l’esistenza di conflitti e tensioni, “ma è così anche nei rapporti tra cristiani. Ci sono dei dissidi, ma in linea di massima viviamo in maniera serena e siamo contenti di essere qui in Bangladesh”. Secondo il parroco, “i cristiani sono davvero rispettati. Il 90% di coloro che lavorano nei nostri media center sono musulmani. Ci sostengono in modo concreto”.

Sulla vita della sua parrocchia, egli riferisce che “è frequentata da più di 25mila fedeli, in maggioranza provenienti da villaggi rurali che a Dhaka cercano nuove opportunità di vita. Ogni anno celebriamo circa 100-130 battesimi, che si svolgono ogni venerdì”. Il parroco spiega che i battesimi non avvengono durante “alcune festività particolari come il Natale o la Pasqua. Il venerdì è il giorno di festa e riposo nel nostro Paese a maggioranza musulmana, perciò i fedeli ne approfittano per venire in chiesa. Per esempio la settimana scorsa abbiamo accolto nella comunità nove cristiani”.

Parlando della testimonianza del Vangelo, afferma: “Siamo presenti tra i non cristiani attraverso il nostro servizio. Non siamo tanti in questo Paese [circa 600mila, di cui 380mila cattolici, cioè lo 0,3% della popolazione composta da quasi 163 milioni di abitanti – ndr], ma la maggior parte della gente ci conosce per il nostro servizio. Hanno davvero una buona opinione di noi perché vedono che siamo qui per servirli. Abbiamo infermiere negli ospedali, operatori in varie associazioni. E lavoriamo bene. Ogni volta che qualcuno svolge bene il suo lavoro, gli viene domandato: ‘Sei cristiano?’. Ciò significa che nel Paese è risaputo che i cristiani operano nel migliore dei modi”.

L’esempio dei cristiani, continua, “a volte porta a delle conversioni, perché la gente vuole essere come noi. Sono interessati dal fatto che aiutiamo i bambini, i poveri, gli emarginati. A volte succede che le conversioni creino disturbo ai radicali più estremisti, che sono davvero delle piccole frange. Ma in generale se si vive in maniera pacifica e serena, nessuno si lamenta”.

A questo punto racconta la storia di un musulmano, “che ha visto in televisione una ragazza cattolica che doveva subire un’operazione molto delicata al cuore. Lei era in ospedale e i giornali parlavano di lei. Il ragazzo è rimasto talmente impressionato che ha deciso di andare a trovarla in ospedale. Lì ha visto che la giovane era supportata da tutta la comunità, che le stava accanto dal punto di vista fisico e spirituale. E la sua vita è cambiata, ha voluto convertirsi. La sua famiglia era contraria, non voleva, perché in Bangladesh si crede che chi cambia il proprio credo produce sventura per tutti i parenti. Anche gli amici lo hanno abbandonato. Ma lui non poteva tornare indietro: aveva visto il servizio, l’amore, l’atteggiamento umano nei confronti di un essere vivente”.

Secondo p. Kamal, per una Chiesa piccola come quella bengalese, una delle periferie di cui parla tanto papa Francesco, “il modo per sentirsi parte della Chiesa universale è seguire le indicazioni del Santo Padre. Questo ci fa sentire vicini, membri di una stessa famiglia. Ed è la stessa Chiesa universale che ci fa sentire parte di essa: quando abbiamo qualche problema, ci arrivano aiuti da tutto il mondo, come Europa, Canada, Stati Uniti. La Chiesa non è solo un’entità spirituale, ma anche materiale. C’è un mutuo scambio: i missionari esteri vengono qui – i primi sono stati i portoghesi nel 1677 –, ma oggi anche quelli bengalesi vanno in altri Paesi e lì portano Cristo e le tradizioni tipiche della nostra cultura, come i ‘bhojom’, i nostri inni sacri. Queste relazioni arricchiscono entrambi”. (ACF)

     

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La polizia accusa il p. Rozario di aver inscenato il rapimento

Agenzia Fides - Natore - 2 dicembre 2017 

       

E' giallo sul prete cattolico rapito e rilasciato in Bangladesh. Come appreso dall'Agenzia Fides, p. William Walter Rozario è accusato dalla polizia di aver inscenato il rapimento e di essersi allontanato da solo dalla sua diocesi. La paradossale versione delle forze dell'ordine, che ancora tengono sotto custodia p. Rozario, è stata presentata in una conferenza stampa tenutasi quest'oggi a Natore dove il prete è stato presente senza la possibilità di proferire parola e dare la sua versione dei fatti. Il tutto sarà chiarito lunedì, quanto p. Rozario esprimerà la sua testimonianza in tribunale, davanti a un giudice del distretto.

Subroto Purification, parroco della chiesa dove p. William era vice-parroco a Bonpara, nella diocesi di Rajshahi, è visibilmente sorpreso e urtato dalla “conferenza farsesca tenuta dalla polizia”: “Siamo letteralmente esterrefatti. Quanto sostiene la polizia – osserva all'Agenzia Fides – non sta in piedi. Perchè William avrebbe dovuto fare questo? Stavamo organizzando il pellegrinaggio dei fedeli a Dacca, e anche lui non vedeva l'ora di incontrare il Papa. La messa in scena è una ipotesi infondata. Non sapiamo su cosa sia basata e speriamo tutto possa chiarirsi in tribunale”.

Un'altra fonte locale di Fides nota che “purtroppo in Bangladesh in tal modo si vogliono coprire le responsabilità dello stato, che non riesce a garantire sicurezza ai cittadini” e rileva che “episodi come questo possono anch'essere sintomo della diffusa corruzione negli apparati dello stato”.

Come appreso da Fides, il vescovo della diocesi di Rajshahi, Gervas Rozario, si trova a Dacca, dove si era recato per l'arrivo di Papa Francesco e nei prossimi giorni farà ritorno in diocesi. La Chiesa del Bangladesh è pronta e sostenere in toto p. William. “Aspettiamo di ascoltare la sua versione e capire cosa dirà. Ma siamo del tutto convinti che sia stato rapito, in un vicenda dai contorni nebulosi, che resta ancora tutta da capire”, conclude la fonte di Fides.

William Walter Rozario era scomparso lunedì scorso a Bonpara, nel distretto di Natore, nel nord-ovest del Bangladesh, ed è stato ritrovato dalla polizia a Syleth, città metropolitana nel Nordest del paese, al confine con l’India, a circa 400 km di distanza dalla sua residenza, nella diocesi di Rajshahi. Era responsabile della scuola Saint Lewis e, nell’ultimo periodo, era impegnato a organizzare il viaggio di circa trecento fedeli a Dacca, in occasione della visita di Papa Bergoglio.

Secondo le ipotesi che circolano tra i cattolici bangladesi, il rapimento potrebbe essere opera di gruppi estremisti islamici, che cercano visibilità o intendono spaventare i cristiani; potrebbe essere legato al lavoro di p. William, preside di una scuola cattolica; oppure potrebbe essere riconducibile alla criminalità comune, per puro scopo di estorsione.

Il Bangladesh è un paese maggioranza islamica, dove i cattolici sono circa 400mila, lo 0,2% su una popolazione di circa 170 milioni di abitanti.

  

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BURUNDI

Povertà e malnutrizione attanagliano la gente: l'impegno di solidarietà dei Saveriani

Agenzia Fides - Bujumbura - 28 novembre 2017 

         

“Attualmente in Burundi il problema della povertà è drammatico: c’è fame, manca da mangiare, i prezzi sono alle stelle e la gente fa fatica ad avere il necessario. Le famiglie, solitamente di 6 persone, non riescono a coprire le spese di scuola, malattia, tasse scolastiche e credo sia difficile per loro avere un pasto al giorno”. Padre Mario Pulcini, provinciale dei Saveriani a Bujumbura, racconta all'Agenzia Fides la situazione in cui versa la maggior parte della popolazione nel piccolo paese africano. Nella parrocchia San Guido Maria Conforti, nel quartiere Kamenge, a nord della capitale, padre Mario e altri 4 Saveriani operano da oltre 20 anni con la collaborazione di 5 congregazioni religiose.

“Questa è una ‘parrocchia missionaria’ - dice -, il nostro carisma è proprio quello dell’annuncio e anche della vicinanza, soprattutto ai deboli, ai poveri, agli abbandonati. Cerchiamo di capire quali sono i loro bisogni e di aiutarli il più possibile”. In occasione della prima Giornata mondiale dei Poveri istituita da Papa Francesco, nella parrocchia di Kamenge sono stati organizzate iniziative di vicinanza a persone in difficoltà: “I nostri confratelli fanno visita periodicamente ai tanti ammalati del quartiere, portando loro, oltre ai i sacramenti, anche cibo, beni di prima necessità e medicine”. I missionari garantiscono anche cure gratuite agli ammalati grazie al vicino dispensario gestito dalle suore dello Spirito santo. “Un segno di vicinanza per questa gente- continua il missionario- è un mettere in pratica l’insegnamento che ci ha dato Papa Francesco con il Messaggio per la Giornata dei Poveri. Il Pontefice ha risvegliato lo nostro spirito di sensibilità e solidarietà verso i poveri”.

Il Burundi è uno dei paesi più poveri e densamente abitati del pianeta. I dati Onu sull’Indice di sviluppo umano lo collocano tra ultimi posti nella classifica mondiale: il 65% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e oltre e 4 milioni mezzo di persone soffrono di insicurezza alimentare. Carestia e cambiamenti climatici hanno reso ancora più instabile l’economia, prevalentemente agricola. P. Pulcini conferma che la situazione è peggiorata a causa della malnutrizione che affligge soprattutto anziani e bambini, le categorie più vulnerabili dal punto di vista fisico, e sottolinea che in molti si ammalano di malaria. Ma anche gli stessi poveri sono pronti alla solidarietà: “La nostra gente – conclude - è molto sensibile: il poco che ha lo offre perché possiamo donarlo per chi ha più bisogno”.

 

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EGITTO

Perché i sufi sono nel mirino dei jihadisti in Egitto di Giorgio Bernardelli

Mondo e Missione - 24 novembre 2017

Il sanguinoso attentato di oggi nel nord del Sinai ha colpito una moschea sufi, corrente musulmana che ha lunga storia in Egitto. Persino l’imam di al Azhar al Tayyeb viene da una famiglia sufi. Ma è anche questa una dottrina spirituale che i jihadisti salafiti mirano a distruggere

        

Cresce di ora in ora il drammatico bilancio dell’attentato di oggi alla moschea al Rawdah di Bir El-Abd, nel nord della penisola del Sinai, l’area vicina alla città di al Arish dimostratasi in questi anni ripetutamente fuori controllo da parte dell’esercito di al Sisi. Mentre scriviamo il bilancio ufficiale parla di oltre 230 morti in un assalto che ha visto i terroristi sparare persino sulle ambulanze che giungevano a soccorrere i feriti; ma c’è il timore che questa cifra già terribile possa crescere ulteriormente.

C’è un aspetto importante che vale però la pena di capire: come mai dei terroristi islamisti, dopo gli assalti alle chiese dei copti e le imboscate contro i militari, ora in Egitto attaccano anche una moschea? La risposta sta nel fatto che quella di al Rawdah è una moschea di una confraternita sufi, la corrente mistica musulmana che i salafiti – l’altra corrente dottrinale cui si rifanno i gruppi jihadisti – considerano un’eresia da distruggere. Il legame con il mondo sufi – con la venerazione delle tombe dei propri maestri e un atteggiamento generalmente più incline al dialogo con le tradizioni religiose non islamiche – è un filo rosso che dal Pakistan al Medio Oriente accomuna quasi tutte le moschee non sciite assaltate dall’Isis e da al Qaeda.

Per l’Egitto – in maniera particolare – sono violenze che vanno a colpire una presenza storica del panorama musulmano locale: si calcola che circa il 15% degli egiziani sia legato a questa corrente religiosa islamica, con ben 77 tariqat (confraternite) riconosciute. Lo stesso attuale grande imam di al Azhar – Ahmad al Tayyeb – proviene da una famiglia sufi dell’Alto Egitto e il suo pensiero islamico è fortemente legato a questa tradizione spirituale.

La questione dei sufi è un nervo scoperto della storia recente dell’Egitto: lo stesso Hasan al Banna – il fondatore dei Fratelli musulmani – pur provenendo egli stesso da una confraternita sufi, ne criticava il volto attuale, sostenendo che avevano perso la purezza dell’ascetismo delle origini. Ancora più dura la posizione dei salafiti, corrente cresciuta fortemente in Egitto negli ultimi decenni, che senza mezzi termini considerano i sufi degli eretici, al punto da rendersi responsabili di attacchi alle moschee sufi. Fenomeni questi anche precedenti alla presa del potere da parte di al Sisi.

Non stupisce, dunque, che i sufi nell’Egitto diviso di oggi risultino in maggioranza tra le correnti schierate dalla parte del generale-presidente. Con la conseguenza che le divisioni dottrinali si sono sempre più intrecciate con i messaggi politici, esattamente come avvenuto per i copti. Giusto un anno fa Ansar Bayt al-Maqdis – il gruppo jihadista locale legato all’Isis – proprio nell’area di al Arish, nonostante i suoi cent’anni di età, non aveva esitato a rapire e poi uccidere lo sheikh Sulaiman Abu Haraz, uno tra i più rispettati maestri sufi della regione.

Va anche aggiunto – però – che tra i comuni fedeli musulmani i confini tra il mondo sufi e il resto della galassia sunnita sono in realtà molto meno definiti di quanto la follia jihadista vorrebbe far credere. A Bir El-Abd probabilmente molti musulmani si recavano semplicemente a pregare alla moschea al Rawdah senza farsi troppe domande sull’ortodossia, come invece vorrebbero i salafiti. E con i sufi oggi sono morti. Il che rende ancora più evidente il nichilismo che – alla fine – sta alla radice di queste ideologie fanatiche che continuano a seminare solo sangue e distruzione in Egitto.

   

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ETIOPIA 

La valle del fiume Omo in agonia di Bruna Sironi

Nigrizia - 1 dicembre 2017  

         

Un progetto di sviluppo fallimentare e distruttivo sta portando alla progressiva scomparsa di un ecosistema millenario e delle antiche popolazioni che lo abitano. Una devastazione che era stata ampiamente prevista, ma ignorata.

La valle del fiume Omo, in Etiopia, e in particolare la sua parte finale, conosciuta come bassa valle, è una delle pochissime parti dell’Africa, e del mondo, in cui si trovano ancora popoli nativi che vivono seguendo costumi e tradizioni ancestrali. E’ stata abitata fin dagli albori dell’umanità. Vi sono stati trovati resti di un australopiteco, uno dei nostri lontani antenati, risalenti a 2 milioni e mezzo di anni fa. La valle è stata una culla dell’evoluzione umana. Vi sono stati scoperti anche resti di altri ominidi e segni della permanenza dell’homo sapiens, cioè il nostro diretto progenitore, quali quarzi scheggiati, risalenti a circa 190.000 anni fa.

La valle, dicono gli studiosi del settore, è stata sempre un crocevia di popoli migranti portatori di diverse culture, provenienti da diverse zone del continente. Questa è la ragione della diversità dei popoli nativi che vi sono ancora oggi stanziati: circa 200.000 persone appartenenti ai gruppi Mursi, Suri, Karo e numerosi altri. La valle è anche l’habitat di flora e fauna indigene, talvolta in via di estinzione in altre aree della regione. Per questo è il paradiso di archeologi, antropologi, botanici e altri scienziati, ed è stata dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco. E’ un territorio dal delicato equilibrio ecologico che si estende per centinaia di chilometri nel sud dell’Etiopia. Le acque, raccolte dal fiume Omo, finiscono nel lago Turkana, un grande bacino - 6.405 Kmq, profondità media 30 metri - che si estende per la maggior parte oltre il confine etiopico, in Kenya, nella Rift Valley. Delle sue risorse vivono centinaia di migliaia di persone.  

           

Dighe e land grabbing

In molti ormai si chiedono fino a quando questo patrimonio di tutti potrà sopravvivere. E’ infatti gravemente minacciato dai progetti del governo di Addis Abeba per produrre energia e prodotti agricoli per l’esportazione. Il basso corso dell’Omo e il lago Turkana sono infatti il teatro di trasformazioni rapidissime provocate dalla costruzione di una cascata di dighe sul maggior affluente dell’Omo, il fiume Gibe, che ha cambiato in modo radicale e permanente il regime delle acque, mettendo a serio rischio l’intero ecosistema e la vita stessa della popolazione e della fauna che vive delle sue risorse.

La situazione è aggravata dai progetti di sfruttamento dell’acqua, raccolta nei vasti bacini formati dalle dighe, per l’irrigazione di smisurati territori dati in concessione, per cifre risibili, a compagnie straniere dell’agribusiness per la coltivazione di prodotti come il cotone o la canna da zucchero. Sono prodotti destinati all’esportazione e dunque al sostegno del bilancio statale da impegnare in un programma di sviluppo economico rampante, secondo un modello industriale che ha già rivelato enormi limiti nei nostri paesi. Non sono certo intesi al rafforzamento della sicurezza alimentare del paese, che annualmente dichiara crisi che colpiscono milioni di persone nelle aree rurali più isolate, appellandosi ogni volta alla solidarietà internazionale per evitare vere e proprie carestie.

L’acqua e la terra che sono la base dell’economia, e della stessa sopravvivenza, dei popoli nativi e rivieraschi in genere, sono insomma oggetto di accaparramento - water and land grabbing - per uno sviluppo che non li prevede. La più grande delle dighe in programma - la Gilgel Gibe III, la più imponente dell’Africa fino alla costruzione della Gerd (Grand Ethiopian Renaissance Dam) in via di costruzione sul Nilo Blu, entrambe ad opera della ditta italiana Salini Impregilo - è entrata in funzione nel 2015, e ha già cambiato in modo radicale e permanente il regime delle acque del fiume Omo, determinando la riduzione drastica delle alluvioni stagionali che permettevano la coltivazione dei terreni lungo le rive per la produzione di ortaggi, cereali e legumi, base alimentare della popolazione della bassa valle.

Quasi desertificati anche i pascoli che non riescono più a sostenere l’allevamento del bestiame, altra risorsa della popolazione locale. Per non parlare del pesce, che costituiva un’importante fonte di cibo per le popolazioni della valle dell’Omo e di risorse anche monetarie per quelle che vivono attorno al lago Turkana, di cui si osserva già una notevole diminuzione del livello. Inoltre, organizzazioni internazionali come Survival International - ascolta, a destra della pagina, la nostra intervista alla direttrice, Francesca Casella - denunciano frequentemente abusi e violazioni gravissimi dei diritti delle popolazioni locali, allo scopo di cacciarli dalle proprie terre ancestrali per far posto ad attività di agricoltura meccanizzata.  

   

Un disastro annunciato

Per dire la verità, tutto era stato ampiamente previsto fin dall’inizio del progetto. Ma non sono bastate combattive e documentate campagne internazionali, con forti radici in loco e attività competenti e continuative in molti paesi europei - e in particolare in Italia per via della ditta costruttrice - a fermare il programma. I timori espressi dalla società civile, basati su studi di esperti riconosciuti a livello internazionale, non sono stati presi in considerazione. Ma, a soli due anni dall’inaugurazione della diga, i risultati già possono essere visti chiaramente. Il cambiamento drammatico dell’ambiente e l’assottigliarsi delle possibilità di sopravvivenza delle popolazioni interessate sono stati descritti nelle ultime settimane in ricerche sul campo, in numerosi reportage (Rai, New York Times, The East African) e in articoli di riviste autorevoli come il National Geographic.

La valle dell’Omo è ormai una regione sul precipizio, si legge nell’articolo del New York Times, mentre il lago Turkana sembra destinato a fare la fine del lago Ciad, di fatto quasi scomparso. Un impatto funesto sull’ambiente, sulle comunità locali e sul nostro patrimonio comune in nome di un modello di sviluppo economico già fallito nel nord del mondo e perfino in Etiopia. Il governo, infatti, dimostra di non essere in grado di assicurare condizioni minime di sopravvivenza a milioni di cittadini e a centinaia di comunità, nonostante la crescita vertiginosa del Pil, o più probabilmente proprio a causa del modo nel quale questa crescita è originata.

 

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FRANCIA     

Macron e la retorica della sicurezza di Paolo Romani

fulvioscaglione.com - 28 novembre 2017  

      

“Chi è pronto a sacrificare le proprie libertà essenziali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza, non merita né la libertà né la sicurezza”. L’aforisma di Benjamin Franklin è più attuale che mai ora che la bilancia, in Francia, tende a pesare pià dalla parte della sicurezza che non da quella della libertà. L’Assemblea Nazionale francese ha dato via libera alla nuova, controversa legge antiterrorismo, fortemente voluta dal presidente Macron. Approvata dalla Camera dei deputati con 415 voti a favore e 127 contrari, la legge è entrata in vigore il 1° novembre e la sua promulgazione ha automaticamente revocato lo “stato d’emergenza” che vigeva dalla notte del 13 novembre 2015 quando Parigi fu sconvolta da una serie di attacchi terroristici rivendicati dall’Isis. Quella notte morirono 130 persone uccise con raffiche di fucili mitragliatori e cariche di esplosivo: un centinaio all’interno del locale da ballo “Bataclan” dov’era in corso un concerto di musica rock, gli altri nei bar e ristoranti della medesima zona (il quartiere situato tra la piazza della Bastiglia e la piazza della République).

Buona parte dei provvedimenti che erano stati adottati con lo stato d’emergenza, e che avrebbero dovuto essere temporanei, diventano ora perenni: entrano nella nuova legge, sia pure limitati al contesto della lotta contro il terrorismo. La Francia è ancora “in stato di guerra” a causa della minaccia jihadista sempre forte, ha dichiarato il ministro degli Interni Gérard Collomb nel tentativo di giustificare una legge che comporta articoli pericolosi, se non addirittura liberticidi. E che comunque intacca alcune libertà individuali già seriamente malmenate dallo stato d’emergenza.

A tale proposito, le poche voci che si sono alzate per contestare la legge antiterrorismo fanno osservare che l’efficacia dei provvedimenti resta da dimostrare, visto che le medesime misure applicate nell’ambito dello stato d’emergenza (e ora diventate perenni) non hanno impedito gli attentati jihadisti. Dal 2015 a oggi, 240 persone sono morte in Francia in attacchi terroristici legati o ispirati allo Stato islamico. Basti pensare alla strage di Nizza, il 14 luglio 2016, quando lo stato di emergenza vigeva da più di sei mesi: 89 persone travolte e uccise sulla Promenade des Anglais dal camion guidato da un fanatico. Nell’attentato più recente, avvenuto alla stazione ferroviaria Saint Charles di Marsiglia il 1° ottobre scorso, un uomo armato di pugnale ha ucciso due ragazze di 17 e 20 anni.

Mentre la legge antiterroristica annunciata dal presidente Macron subito dopo la sua elezione era ancora in fase preparatoria, la cosa che più colpiva era l’apparente indifferenza, o meglio l’apatia, della stragrande maggioranza dei francesi. A cominciare dai politici, giù fino ai semplici cittadini e all’uomo della strada, senza dimenticare giornalisti e intellettuali, pochissimi sembravano consapevoli dei pericoli in gestazione nel disegno di legge.

Può sembrare paradossale ma i primi campanelli d’allarme sull’orientamento impresso da Macron sono squillati fuori dai confini della Francia. Tutto cominciato l’estate scorsa con un editoriale del prestigioso New York Times, il cui autore deplorava la messa in disparte del potere giudiziario, dimodochè il potere esecutivo può agire praticamente senza alcun controllo. “È allarmante l’idea che le disposizioni dello stato di emergenza possano essere trasferite pari pari nel diritto comune: in tal modo si porrà un freno permanente ai diritti costituzionali dei cittadini francesi”.

Dopo il New York Times sono scesi in campo gli attivisti dell’influente Ong Human Rights Watch i quali non hanno esitato a definire “liberticida” la legge voluta dal presidente Macron.: “La nuova legge antiterrorismo francese dà all’esecutivo un enorme potere nel limitare per i cittadini comuni le possibilità di pregare, incontrarsi, muoversi, esprimersi liberamente”.

L’opinione pubblica francese, come si è detto, è rimasta a lungo apatica e silenziosa. Addirittura, una parte dell’opposizione di destra ha giudicato insufficienti le misure votate dall’Assemblea nazionale. Le cose, però, cominciano a cambiare. Già sono stati 127 i deputati che hanno votato contro la legge. E anche diversi giornali hanno espresso serie riserve. “lo stato d’emergenza è morto, viva lo stato d’emergenza”, ha scritto sarcasticamente il settimanale Marianne. La Lega dei diritti dell’uomo si è detta preoccupata per le limitazioni ai diritti e alle libertà.

Un professore universitario, Paul Cassia, titolare di una cattedra di Diritto pubblico, si è scagliato contro quella che ha definito “la legge più pericolosa per le libertà individuali in tutta la storia della Quinta Repubblica”. Jacques Toubon, ex ministro sotto la presidenza di Jacques Chirac e attuale “difensore dei diritti dei cittadini” (un incarico creato sotto la presidenza Mitterrand) ha parlato di “pillola avvelenata” e di “squilibrio tra sicurezza e libertà”. Insomma, dopo un lungo, imbarazzante silenzio, una parte della Francia si è svegliata, come constata compiaciuto il quotidiano cattolico La Croix, il quale aveva deplorato, citando il motto della Repubblica (Liberté, egalité, fraternité), che i francesi fossero più attaccati all’egalité che non alla liberté o alla fraternité.

Un elenco delle principali disposizioni contenute nella nuova legge aiuta a capire perché il testo sia controverso e potenzialmente pericoloso. Il ministero degli Interni non avrà bisogno dell’autorizzazione di un giudice per ordinare le zone di sicurezza in caso di minacce di attentati, e i prefetti avranno libertà di decisione per quanto riguarda blocchi e perquisizioni nell’area di loro competenza. La polizia avrà più poteri per procedere alle intercettazioni senza dover chiedere l’autorizzazione della magistratura. I controlli alle frontiere saranno mantenuti e rinforzati. L’area in cui potranno essere effettuati sarà allargata fino a un raggio di 20 chilometri al di là dei posti di confine e/o intorno alle stazioni ferroviarie, ai porti e agli aeroporti. Moschee e altri luoghi di culto potranno essere chiusi nel caso in cui le agenzie dio intelligence fornissero dati affidabili sulla presenza di personalità o predicatori che incitassero alla violenza o giustificassero attacchi terroristici di matrice jihadista.

La polizia avrà maggiori poteri nelle perquisizioni (che potranno essere effettuate anche nelle ore notturne) e nei controlli; e saranno introdotte nuove restrizioni di movimenti per gli individui più pericolosi. Sarà anche esteso, per i prefetti, il potere di decretare il domicilio coatto per questo o quell’individuo sospetto.

A chi teme che la Francia si trasformi in fretta, troppo in fretta, in uno Stato di polizia, il Governo risponde che la preoccupazione numero uno di chi ha la responsabilità di governare il Paese dev’essere la sicurezza dei cittadini. Le leggi che possono sembrare “speciali”, “eccezionali” o addirittura “extra legali” non sono affatto arbitrarie e non costituiscono un abuso di potere ma corrispondono alla volontà di proteggere i cittadini con tutti i mezzi.

Eppure a noi, a dispetto delle rassicurazioni di Macron e dei suoi, vengono in mente la parole del filosofo Jran-Francois Revel (scomparso una decina di anni fa) il quale, citando gli esempi di Paesi che erano riusciti a sconfiggere il terrorismo senza ricorrere a leggi speciali, diceva: “Ma che bisogno c’è di promulgare leggi speciali o di limitare le libertà individuali? Nell’arsenale legislativo e giuridico delle democrazie ci sono già tutti i mezzi che occorrono. Basterebbe applicarli”. A buon intenditore…

 

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INDIA

Simposio della Chiesa siro-malabarese per la dignità umana e la cultura della vita

AsiaNews - Panvel - 1 dicembre 2017 

Tre giorni di eventi su cruciali argomenti etici. Iniziato il 30 novembre, si concluderà domani. Partecipano 200 delegati da 22 diocesi, sia laici che religiosi. Esperto dell’Accademia pontificia per la vita: non bisogna tenere la persona viva a tutti i costi, ma neanche porre fine alla sua vita. Affidare il paziente a Dio, accompagnandolo con amore.

  

Leader religiosi, studiosi, dottori e legislatori da tutta l’India si riuniscono questi giorni in difesa della vita. Lo “Eva- Simposio sulla vita” del 2017 è organizzato dall’eparchia di Kaylan, con il sostegno della commissione sinodale siro-malabarese per famiglia, laicità e vita. L’evento dura tre giorni, e si concluderà domani, 2 dicembre.

Mons. Sebastian Vaniyapurackal, nuovo vescovo della Chiesa siro-malabarese, ha inaugurato il simposio alla presenza di mons. Thomas Elavanal, vescovo di Kalyan. All’iniziativa partecipano 200 delegati, fra cui vescovi, figure religiose e laiche provenienti da più di 22 diocesi cattoliche dell’India e estere.

Gli organizzatori del simposio sostengono che “la società in cui viviamo” affronta crescenti e nuove minacce alla dignità della vita e di individui e famiglie, “in special modo quando la vita è fragile e senza difesa”. Essi affermano di aver accolto le raccomandazioni della quarta assemblea arciepiscopale siro-malabarese, che incoraggiava le diocesi e le eparchie a “inventare modi più concreti per promuovere la vita e proteggere il matrimonio”.

Durante il simposio, il dott. Pascoal Carvalho, membro corrispondente della Pontificia accademia per la vita, ha presentato un’analisi intitolata: “Le preoccupazioni etiche e la questione del fine-vita”. Ricordando il messaggio di poche settimane fa di papa Francesco all’accademia, l’esperto affronta varie questioni mediche ed etiche: l’accanimento terapeutico che definisce l’”eccesso di zelo” in alcune cure che si dimostrano inefficaci; la morte, da non confondere con il coma, durante il quale il paziente può ancora mostrare funzioni vitali e attività cerebrali; e il concetto di sofferenza come bene prezioso. Per la Chiesa cattolica, il dolore trova il suo “vero significato in Gesù Cristo”, che attraverso i suoi patimenti ha redento l’uomo.

In conclusione, il dott. Carvalho ribadisce che “la posizione della Chiesa cattolica non è tenere la persona in vita a tutti i costi… ma neanche porre fine alla sua vita perché è sofferenza e dolore”. Piuttosto, afferma l’esperto, “quando arriva il momento” bisogna accettare “i propri limiti e affidare la persona a Dio”, accompagnandola con “amore” e trattamenti che limitino la sua sofferenza. (NC)

 

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IRAN 

Nuovo terremoto di magnitudo 6: soccorsi in azione

AsiaNews - Teheran - 1 dicembre 2017

Il sisma si è sviluppato 58km a nord-est di Kerman alle 6.32 ora locale. Dieci minuti più tardi si è registrata una seconda scossa di magnitudo 5. Nell’area vivono oltre 800mila persone. Al momento non si hanno notizie di gravi danni o di vittime. Fonti locali: Distruzioni in numerosi villaggi.

         

Una violenta scossa di terremoto ha colpito questa mattina alle 6.32 ora locale la zona orientale dell’Iran, nei pressi della città di Kerman, in un’area densamente popolata.

Secondo quanto riferiscono gli esperti dell’Istituto geologico americano (Usgs), la scossa di magnitudo 6 (stimata in un primo momento a 6,3) si è sviluppata 58 km a nord-est di Kerman, città a sud della capitale Teheran, a circa 10 km di profondità. Nella zona vi sono oltre 800mila abitanti.

Al momento non si hanno notizie di gravi danni o morti accertati; tuttavia, soccorritori e volontari stanno perlustrando l’area più colpita per un primo bilancio. La forte intensità della scossa fa temere possibili crolli e vittime.

Al primo terremoto, una decina di minuti più tardi è seguita una seconda scossa di assestamento di magnitudo 5. 

Hossein Ali Mehrabizadeh, un responsabile dell’unità di crisi a Kerman, sottolinea che “per il momento non abbiamo notizie di morti, ma si sono verificate distruzioni in numerosi villaggi”. Il collega M. Mehrabi, intervistato dalla tv di Stato iraniana, ha aggiunto che nella zona colpita dal sisma sono state inviate squadre di esperti per accelerare i soccorsi alla popolazione.

L’amministrazione locale di Kerman ha allestito una unità di crisi, per coordinare gli interventi della Croce rossa e dei volontari.

Il sisma di questa mattina giunge a sole due settimane di distanza dal devastante terremoto di magnitudo 7,3 che ha sconvolto l’area al confine fra Iran e Iraq, provocando oltre 500 morti nella provincia occidentale di Kermanshah.

L’Iran è teatro di frequenti scosse perché sorge in un’area in cui convergono due grandi zolle tettoniche. Il terremoto di oggi è avvenuto circa 200 km a nord-ovest di Bam, antica cittadina persiana devastata da un forte sisma nel 2003, che ha causato almeno 31mila vittime.

Nel 1990 un sisma di magnitudo 7,4 ha interessato il nord del Paese uccidendo 40mila persone, ferendone 300mila e lasciando mezzo milione di persone senza casa. La scossa ha ridotto in polvere e macerie decine di cittadine e almeno 2mila villaggi. La lunga striscia di sangue continua con altri due eventi maggiori: un terremoto nel 2005 che ha ucciso oltre 600 persone e un secondo nel 2012 che ha ucciso 300 persone.

 

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ITALIA 

Pordenone, i migranti dormono al gelo. E al sindaco va bene: "Già si fa più del dovuto" Di Federico Marconi

L'Espresso - 29 novembre 2017  

Amnesty International ha denunciato le "politiche disumane" in atto nella città friulana. La Croce Rossa però aveva offerto un dormitorio, a costo zero per le casse comunali. Ma il primo cittadino proprio non lo vuole: «Ci invaderebbero. Perché devono venire tutti qui?». Cittadini e artisti si mobilitano: «La solidarietà non è reato»

            

A Pordenone è polemica sui migranti. Un dibattito dai toni accesi, che coinvolge Prefettura, sindaco, Croce Rossa e associazioni di cittadini. Tutti la considerano una «situazione insostenibile», ma per motivi diversi. Il sindaco Alessandro Ciriani afferma che «la città sta facendo più del dovuto, accogliamo più di 400 persone, contro le 125 che ci spetterebbero» e quindi non deve spingersi oltre. Croce Rossa e associazioni invece ritengono «umanamente degradanti» le condizioni in cui vivono una sessantina di profughi, veri e propri senzatetto, che passano le nottate al freddo, per strada. E si lamentano per la mancata apertura di un dormitorio completamente finanziato dalla Croce Rossa – quindi a costo zero per il Comune – che avrebbe permesso di dare riparo a queste persone.

Una situazione a cui si è interessata anche Amnesty International, che ha denunciato le «politiche disumane e di sapore elettoralistico» portate avanti dal sindaco Ciriani. In un comunicato del 23 novembre scrive: «In questi giorni abbiamo letto e ascoltato frasi di sindaci e assessori secondo cui un’accoglienza degna e rispettosa dei diritti umani costituirebbe un fattore d’attrazione per altri migranti indesiderati. Da qui le misure di deterrenza: niente servizi igienici, niente dormitori e costanti minacce di sgombero». Una situazione insostenibile, che va avanti da mesi.  

     

IL DORMITORIO

«A Pordenone arrivano moltissimi migranti. Quasi tutti vengono qui dopo essere stati respinti dai Paesi del Nord Europa e provano a fare una nuova richiesta d’asilo. Non tutti trovano accoglienza nelle strutture predisposte dalla Prefettura e sono costretti a vivere per strada. Una quindicina di loro avevano trovato rifugio in un parcheggio sotterraneo, che lo scorso 20 aprile è stato fatto sgomberare» racconta all’Espresso Giovanni Antonaglia, presidente della Croce Rossa di Pordenone. «La Croce Rossa, insieme alle associazioni cittadine, prestava assistenza a questi migranti che dormivano per strada, anche se la Polizia locale e l’amministrazione comunale ci hanno più volte ribadito la “non opportunità” di portargli del cibo e delle coperte» continua Antonaglia.

Così in primavera nasce l’idea del dormitorio. «Tra maggio e giugno abbiamo presentato al Comune e in Prefettura un progetto per la creazione di un dormitorio-refettorio con 24 posti letto per togliere dalla strada queste persone. Proposta che non è stata accettata» ricorda il presidente «ci abbiamo riprovato a inizio novembre, ma si è sollevata una marea di polemiche». E pensare che il progetto non avrebbe gravato sulle casse comunali: «Avevamo trovato uno stabile, in periferia, verso la zona industriale. L’affitto sarebbe stato completamente a carico nostro, senza nessun onere per il Comune».

«Il sindaco Ciriani considera l’apertura di un dormitorio come una “calamita” che può attirare l’arrivo di nuovi migranti» continua Antonaglia. Da aprile però l’arrivo dei migranti non si è arrestato, nonostante continuino a vivere per strada: erano 40 a luglio, oggi sono quasi 60. «Noi vogliamo mettere un tetto sulla testa a queste persone che dormono per strada, al freddo, in attesa che le commissioni territoriali decidano sul loro destino» sottolinea Antonaglia «il centro permetterebbe poi di fornirgli una serie di informazioni sulle strade che possono percorrere. Come quella del rimpatrio volontario».

In questi giorni, dato l’avvicinarsi dell’“Emergenza freddo” prevista per il prossimo 1 dicembre, le istituzioni stanno cercando una soluzione. Dopo il rifiuto della proposta della Croce Rossa, «perché non percorribile», è stato chiesto alla diocesi di accogliere i profughi nelle parrocchie. «Non abbiamo spazio, ma daremo ugualmente una mano» ha dichiarato il vescovo, monsignor Pellegrini. E adesso in Prefettura cercano un’altra soluzione, «un capannone fuori città» come riportano fonti di stampa. Intanto già due profughi hanno dovuto far ricorso alle cure mediche dell’ospedale, entrambi con un principio di polmonite.  

      

IL CLIMA IN CITTÀ

In questi mesi il braccio di ferro tra favorevoli e contrari al dormitorio per i migranti ha inasprito il clima in città. Le associazioni, come Rete Solidale e Il ballo della scrivania, che si sono interessate alla questione dei migranti senzatetto denunciano una vera e propria campagna denigratoria nei loro confronti. «Dallo scorso luglio è in corso una campagna di comunicazione dei partiti di destra che sostengono la giunta comunale contro chi appoggia l’iniziativa dell’apertura del dormitorio» afferma Flavia de Il ballo della scrivania. «Inoltre è stata perpetrata una vera e propria denigrazione della Croce Rossa» dichiara mentre fa vedere un volantino di CasaPound. Il movimento della tartaruga frecciata ha tappezzato Pordenone con volantini che ritraggono Anir Amri (l’attentatore che il 19 dicembre 2016 ha ucciso 12 persone a Berlino, ndr) e la scritta “Grazie Croce Rossa”.

«Da aprile è cominciata una campagna stampa massiccia contro i rifugiati. Sono considerati unicamente come un problema di ordine pubblico e decoro. C’è poi un continuo tentativo di criminalizzazione dei volontari e della Rete Solidale indicati come “scafisti di terra”» afferma Elisabetta, componente dell'associazione, «veniamo additati come interessati a far confluire i rifugiati a Pordenone. Siamo dileggiati quotidianamente da una rete televisiva locale, Telepordenone. Su Facebook poi il sindaco interviene ogni giorno aizzando l’opinione pubblica e sostenendo che, se Pordenone ha un numero di rifugiati superiore a quello previsto dalla legge, è colpa di chi li richiama. Ma e` ovvio che essendo Pordenone sede dei servizi essenziali per i richiedenti asilo, questi preferiscono stare in citta`».

Ma si fa di tutto per rendergli la vita impossibile. Non solo i migranti sono costretti a vivere per strada, come a Comina, nella zona nord di Pordenone, senza servizi igienici e sanitari. Quando si recano alle mense organizzate dai volontari, la Polizia locale porta via tutti i loro effetti personali, dai sacchi a pelo alle tende in cui dormono.  

     

IL SINDACO

Le Ong non lavorano per i profitti. Anzi, finanziamo i salvataggi con i soldi della nostra azienda

«Il Friuli Venezia Giulia, e Pordenone in particolare, sono ormai la Lampedusa del Nord» afferma all’Espresso, con toni allarmistici, il sindaco Alessandro Ciriani. «Abbiamo superato ogni limite tollerabile e gestibile: la quota di migranti che spetterebbe alla città è di 125 persone. Ne abbiamo più di 400, esclusi i minori. Noi abbiamo fatto il nostro, anzi di più»  prosegue il primo cittadino eletto nel giugno 2016 sostenuto dalla lista Civica Pordenone Cambia, Lega Nord, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Autonomia responsabile. Nonostante l’emergenza freddo ormai alle porte, il sindaco non lo vuole nemmeno sentire nominare il dormitorio: «Garantirò il diritto alla salute di tutti, nessuno morirà per il freddo. La decisione poi l’ha presa il Prefetto, che vuole alleggerire il nostro comune dal già eccessivo numero di migranti. Ma perché il dormitorio non lo aprono in un’altra città? Visto che la Croce Rossa ha così tanti soldi da investire, perché non lo fa da un’altra parte? Pordenone non vuole questa struttura protoanarchica». Ciriani critica duramente i comuni limitrofi, che non hanno nessun profugo: «E molti politici se ne sono addirittura vantati in campagna elettorale. Perché invece di scrivere che Pordenone non vuole un dormitorio, non andate a chiedere agli altri sindaci perché non accolgono?».

Il sindaco Ciriani se la prende anche con le «associazioni di estrema sinistra che strumentalizzano» la questione migranti a Pordenone. E con lui, ex missino che ha iniziato a fare politica perché “ispirato dal carisma di Giorgio Almirante” (come scriveva su Facebook il 22 aprile 2017, ndr), il dialogo non può che essere difficile. Anche perché con l’estrema destra non ha mai tagliato i ponti: ad esempio, il 27 gennaio 2017 in occasione del giorno della memoria delle vittime dell’Olocausto, il primo cittadino ha ricevuto una delegazione di CasaPound in Municipio. «Perché tutte queste belle persone invece di protestare per le mie decisioni non vanno nei comuni che non hanno nemmeno un profugo? Perché devono stare solo a Pordenone? Io non lo capisco, già ne abbiamo più del dovuto. E la gente si lamenta: non li vogliono nei parchi, gli procurano disagio». Il dormitorio però, secondo Ciriani, non avrebbe alleggerito la situazione della città: «Sarebbe stato solo una calamita. Pordenone sarebbe stata invasa».

C’è chi però ancora spera in un ripensamento del sindaco e del prefetto. «Non capita tutti i giorni di vedere un’iniziativa umanitaria di questo tipo, organizzata dai cittadini e dalla Croce Rossa in maniera autonoma» afferma all’Espresso Teho Teardo . Il compositore pordenonese è «preoccupato» per quello che sta succedendo: «In città non c’è mai stato motivo per un conflitto con gli stranieri. L’aria pesante che si respira è un’invenzione della stampa e della televisione, con proclami che anche Libero si sognerebbe. Così non si fanno che alimentare le paure della gente». E gli stranieri non hanno mai creato problemi: «A Pordenone rubavano solo gli eroinomani. C’è una comunità ghanese numerosissima in città, e tutti sono più che integrati. Nessuno ha mai avuto da ridire qualcosa. In moltissimi poi ospitano in casa i migranti».

Per sensibilizzare l’opinione pubblica, Teardo ha partecipato alla produzione del video dell'associazione Pordenone Solidale. «Ho riunito alcuni colleghi per sostenere le donne additate a “scafiste da strada” e alle persone incolpate di “richiamare i clandestini” a Pordenone».

Registi, attori, musicisti, scrittori. E tanti, tanti cittadini. Tutti a sostegno di chi, nella città friulana, aiuta i migranti che vivono in condizioni di degrado ma sono additati come “scafisti di strada” e “richiamo per i clandestini”. Da Elio Germano a Michele Riondino, da Mario Martone a Vasco Brondi, nel video dell’associazione Pordenone Solidale sono in molti a metterci la faccia per evitare che la città diventi nota come luogo “in cui si rubano le coperte ai senzatetto ed è reato fare l’elemosina”

Nel video insieme a 153 pordenonesi, compaiono i registi Liliana Cavani, Mario Martone, Daniele Vicari e Andrea Molaioli, gli attori Elio Germano e Michele Riondino, la danzatrice Marta Bevilacqua. E poi scrittori come Christian Raimo e Andrea Maggi, intellettuali come Alessandro Portelli e moltissimi musicisti. Tutti a sostegno di un’iniziativa portata avanti da chi vede nei migranti delle persone prima che dei numeri.

    

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«A Natale state con i figli, non venite nel nostro centro commerciale» di Alberto Laggia

Famiglia Cristiana - 22 novembre 2017

“Non venite nel nostro centro commerciale a Natale e non andate neanche negli altri centri che tengono aperto il 25 dicembre”: l’accorato e inusuale appello rivolto ai clienti attraverso le pagine online di “Bergamonews” è di un dipendente di Oriocenter, il grande centro commerciale di Orio al Serio, nel Bergamasco  

         

L’appello è la risposta alla decisione del Consorzio Operatori Oriocenter che nei giorni scorsi ha ufficializzato le aperture di dicembre e dell’inizio dell’anno 2018: tutte le domeniche, più venerdì 8, l’Immacolata, e il 26 dicembre, Santo Stefano; ma anche a Natale e Capodanno (ristoranti, bar e cinema). Alla notizia molti dipendenti del centro hanno deciso di effettuare una raccolta di firme che sottoscrivano la richiesta all’azienda di soprassedere alla decisione e di chiudere il centro. A sostegno della protesta si sono schierati tutti i sindacati  di categoria (FILCAMS CGIL, FISASCAT CISL e UILTUCS UIL) di Bergamo.

     

“Pensate ai vostri figli, chiedetevi se vi può far piacere che durante il pomeriggio di Natale si alzino e  abbandonino la tavola con tutti i familiari presenti. Pensate che qualcuno quel giorno non potrà nemmeno essere presente perché obbligato a lavorare per non rimanere senza posto di lavoro. Non dimenticate che per molti queste feste possono essere una delle poche occasioni per ritrovarsi e stare con le proprie famiglie, con i propri amici, con i propri parenti. Non venite a far spese  o a mangiare al centro il 25 e 26 dicembre. O il 1° gennaio. Nei centri commerciali non vendiamo beni di prima necessità, potete venire il 24 o il 27 dicembre. È vero, nessuno ci guadagna, ma così ci perdiamo tutti. E la situazione può solo peggiorare”, questo è quanto dichiara a commento dell’appello, il dipendente a Bergamonews.  E i sindacati precisano: “Per la prima volta nella nostra provincia si tenta di passare sopra anche al Natale ed al primo dell’anno che sono le Feste più sentite per la famiglia e gli affetti delle Persone: questo è troppo! …Eppure, per noi rimane prioritario che si possa lavorare per un commercio che faccia convivere servizi, sviluppo, crescita e corretta concorrenza in una dimensione meno frenetica, più umana, più rispettosa delle esigenze delle lavoratrici e dei lavoratori. Sostenere questo obiettivo significa anche rispettare e valorizzare il significato ed il valore sociale delle festività”. I dipendenti temono che questo sia l’anticamera per l’apertura totale, 365 giorni l’anno.

      

Insomma, non bastano più le aperture domenicali, non bastano quelle delle altre festività durante l’anno. Ora è la volta del giorno di Natale, del 26 dicembre e il Capodanno. D’altra parte, ciò è possibile grazie al provvedimento col quale il governo Monti,  nel 2011, in nome di quella ‘liberalizzazione’  che avrebbe  dovuto risollevare i consumi del nostro Paese, stabiliva l’apertura degli esercizi commerciali 24 ore su 24, sette giorni su sette. Ma non stiamo parlando di un ospedale o di una stazione ferroviaria. Stiamo parlando di centri commerciali, di negozi. Risultati del provvedimento? A distanza di sei anni, tangibili effetti economici non ci sono stati. Unico effetto certo: l’aumento delle chiusure dei piccoli esercizi, strozzati dalla concorrenza della grande distribuzione. A ciò si deve aggiungere l’impatto devastante che la deregulation ha provocato sulla vita di tantissime famiglie italiane con lavoratori e lavoratrici del settore. Per questo, accanto ai sindacati, alla Confcommercio e ai tanti comitati e gruppi di cittadini, come quelli che si incontrano in rete con “Domenica, no grazie”, s’è schierata anche la Chiesa italiana.     

Qualcuno sostiene ancora che si tratti di difendere un’idea ormai antiquata del commercio e del rapporto tra consumatore e offerta. Una vertenza anacronistica, dicono,  tutta di retroguardia contro l’ineluttabile affermazione di nuovi stili di vita e di sistemi di mercato. Una lettura questa che piace molto alle lobby della grande distribuzione. Ma non è così. E in Europa le restrizioni sugli orari e i giorni festivi sono generalizzate, a partire dalla Germania e dalla Francia.

Gli appelli contro le liberalizzazioni selvagge, contro gli “open 24h” nascono dalla difesa dei diritti dei lavoratori, dall’attenzione e la cura per il bene prezioso dei tempi del riposo e della festa, dentro i quali si rigenerano i rapporti in famiglia e nella società. Anacronistici, nel senso letterale del termine, cioè “confusi sui tempi” semmai sono proprio coloro che vogliono cancellare i “giorni rossi” dai calendari e trasformare tutto il tempo in  un indistinta ferialità lavorativa. E, d’altra parte,  l’omologazione del tempo, ha la stessa radice e scopo dell’altra grande omologazione: quella delle persone, che vorrebbe cancellare famiglie, figli, genitori, lavoratori, cittadini, stranieri e derubricarli a soli, puri e perfetti “consumatori”. Sempre a tirare il carrello della spesa… Natale compreso.

 

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OPAL: cala l'export italiano di armi, ma non ai regimi del Medio Oriente di Giorgio Beretta

opalbrescia.org - 27 novembre 2017  

      

 

Diminuisce, seppur di poco, l’export italiano di armi e munizioni, ma toccano record storici le forniture al Medio Oriente di munizionamento militare e di armi leggere, soprattutto di pistole. E’ questo, in estrema sintesi, ciò che emerge dal “Rapporto sulle esportazioni nel 2016 di armi e munizioni dall’Italia e dalla provincia di Brescia” che gli analisti dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e di Difesa (OPAL) hanno presentato in anteprima nazionale durante una conferenza stampa venerdì scorso a Brescia.

I dati rivelano diverse cose interessanti e sollevano più di un interrogativo sul rispetto delle normative vigenti da parte dell’ormai decaduto governo Renzi (in carica fino al 12 dicembre 2016), ma anche sull’attuale governo Gentiloni, responsabile della continuazione di diverse esportazioni di materiali bellici. Meritano pertanto di essere considerati con attenzione.  

 

Diminuisce l’export, un’incoerenza?

Il primo dato del Rapporto di OPAL è all’apparenza anomalo rispetto a quanto si era appreso dalla Relazione sulle esportazioni di materiali militari inviata dal governo alle Camere lo scorso aprile. Quella Relazione, che riguarda le esportazioni del 2016, cioè lo stesso anno preso in considerazione da OPAL sulla base dei dati forniti da Istat e Eurostat, rivelava infatti una vera e propria esplosione delle autorizzazioni all’export di sistemi militari: “l’esecutivo Renzi ha portato le licenze per esportazioni di sistemi militari da poco più di 2,1 miliardi ad oltre 14,6 miliardi di euro”, scrivevo in un ampio e dettagliato articolo lo scorso giugno.  

   

Un errore quindi rispetto a quanto evidenzia il rapporto di OPAL? Nient’affatto. Perché il record raggiunto dall’esecutivo Renzi riguarda le licenze all’esportazione, cioè come scrivevo, le autorizzazioni rilasciate e non le consegne effettive che invece, come documentavo fornendo anche un preciso grafico, erano in calo rispetto al 2015. La differenza tra autorizzazioni e consegne è nota agli esperti, ma è bene spiegarla. Innanzitutto va considerato che, trattandosi in gran parte di sistemi complessi, vi è necessariamente uno sfasamento temporale tra il rilascio delle autorizzazioni e il momento delle consegne: cioè, in parole semplici, ci vuole del tempo per fabbricare gli armamenti e quindi ciò che è stato autorizzato lo scorso anno solo in parte verrà esportato nello stesso anno. Ma occorre anche ricordare che le autorizzazioni comprendono una fetta, a volte consistente, di licenze di fabbricazione all’estero che l’Agenzia delle Dogane, che è quella che certifica appunto i passaggi doganali e le consegne, non può riportare nella relazione di sua competenza perché non si tratta di beni tangibili ma, appunto, di licenze di fabbricazione.

I dati esaminati da OPAL, si riferiscono propriamente alle esportazioni, cioè ai materiali esportati (e non quindi alle autorizzazioni o licenze) e soprattutto non considerano tutti i materiali militari complessi (aeromobili, navi, mezzi terrestri, sistemi elettronici e di radaristica, ecc.) ma solo le “armi e munizioni”, cioè tutto (e solo) quanto riguarda le armi propriamente dette (mitragliatrici, fucili, carabine, pistole, revolver, ecc.) sia di tipo militare che cosiddetto “comune” e il munizionamento sia pesante (come bombe e altri ordigni) che “leggero” (munizioni, pallottole, cartucce ecc.).

            

Cala l’export, ma fa il botto in Medio Oriente

Le esportazioni effettive dall’Italia di armi e munizioni, di tipo militare e comune, mostrano anche nel 2016 un leggero calo (-2,4%): dai 1.252.573.023 euro del 2015 – che avevo esaminato in questo articolo – si passa ai 1.222.438.632 euro dello scorso anno in contrazione anche rispetto ai 1.302.319.271 euro del 2014. Fanno il botto invece le forniture, soprattutto di munizionamento militare, ai paesi del Medio Oriente: si tratta di oltre 161 milioni di euro con un incremento del 63,0% rispetto al 2015. In particolare aumentano le esportazioni all’Arabia Saudita (40 milioni di euro), ma soprattutto verso la Giordania (52 milioni di euro).

E qui troviamo una conferma e una vera e propria anomalia. Innanzitutto i dati Istat esaminati da OPAL confermano il protrarsi nel 2016 di spedizioni di munizionamento dalla Sardegna alle Forze armate dell’Arabia Saudita. Si tratta, di fatto, delle bombe aeree prodotte nella fabbrica della RWM Italia di Domusnovas in Sardegna che – come ha documentato un rapporto delle Nazioni Unite – sono utilizzate dall’aeronautica militare saudita per effettuare bombardamenti in Yemen, anche sulle zone civili, in un intervento militare mai legittimato dall’Onu che in tre anni ha causato più della metà degli oltre diecimila morti tra la popolazione inerme. Le esportazioni di queste micidiali bombe sono proseguite anche durante quest’anno con il beneplacito del governo Gentiloni: nei primi sei mesi ne sono state spedite dalla Sardegna per oltre 28,4 milioni di euro che significa che le forniture sono sestuplicate rispetto ai 4,7 milioni del primo semestre del 2015. Si tratta di esportazioni che il Parlamento europeo ha chiesto, per ben tre volte, di fermare perché, in considerazione del coinvolgimento dell’Arabia Saudita “nelle gravi violazioni del diritto umanitario accertato dalle autorità competenti delle Nazioni Unite” nel conflitto in Yemen, sono in violazione dei criteri stabiliti dalla Posizione Comune dell’UE. Violazioni sulle quali la maggioranza del nostro parlamento ha deciso di sorvolare, non sospendendo le forniture di bombe ai militari sauditi.

       

Armi e munizioni alla Giordania: chi le ha autorizzate?

Ma c’è un altro dato, particolarmente strano, sul quale gli analisti di OPAL hanno posto l’attenzione. Nel 2016 sono state esportate alla Giordania armi e munizioni per oltre 52 milioni di euro, per l’esattezza 52.213.637 euro. Se una piccola parte riguarda armi leggere esportate dalle aziende della provincia di Brescia (1.832.709 euro) e di munizioni dalla provincia di Lecco (986.134 euro), la parte più consistente riguarda esportazioni dalla provincia di Roma (49.331.855 euro). L’anomalia sta nel fatto che, dato l’ammontare, è impensabile che si tratti di “armi comuni”, cioè di armi destinate alla popolazione civile e quindi non soggette alle prescrizioni della legge n. 185 del 1990. E’ logico quindi pensare che si tratti di materiali militari, ma – ed è qui il punto – nelle Relazioni governative inviate negli anni recenti al Parlamento le autorizzazioni all’esportazione di armamenti alla Giordania non raggiungono i 28 milioni di euro. E perciò all’appello mancano due dozzine di milioni di euro. Per capirci: chi e quando ha autorizzato l’esportazione alla Giordania di oltre 49 milioni di euro di “armi e munizioni”? E di che tipo di materiali si tratta? Due domande semplici che i parlamentari – e anche qualche organo di informazione nazionale – farebbero bene a porre al governo. Vedremo nei prossimi giorni se vi saranno riscontri.

         

Tante pistole per gli Usa, ma anche all’Iraq

Un altro forte incremento illustrato da OPAL consiste nell’export di rivoltelle e pistole: nel 2016 ammonta a 76.442.770 euro raggiungendo così la cifra record dal 1990. Un record ottenuto soprattutto all’aumento di esportazioni verso gli Stati Uniti (40.496.862 euro), ma anche verso diversi paesi del Medio Oriente (17.732.923 euro, cifra record dal 1990), tra cui principalmente l’Iraq (38.100 pistole per un ammontare di 14.820.131 euro), ma pure alla già citata Giordania (8.332 pistole per un valore di 1.732.839 euro), all’Oman (3.500 pistole per 977.364 euro) e finanche all’Egitto (1.233 pistole per 433.607 euro). A cui vanno aggiunte le esportazioni soprattutto al Messico (5.293 pistole per 1.645.377 euro) e al turbolento Venezuela (1.550 pistole per 762.061 euro) di cui ho già parlato in due precedenti miei articoli. In lieve calo (-1,6%) invece le esportazioni di carabine e fucili (258.465.526 euro) che però vedono una ripresa soprattutto nei paesi dell’UE (82.650.507 euro).  

      

Gli affari delle aziende di Brescia

La provincia di Brescia si conferma anche nel 2016 come la principale zona di esportazione di armi e munizioni sia di tipo militare che per armi comuni: con quasi 326 milioni di euro ricopre più di un quarto di tutte le esportazioni nazionali in questo settore e rispetto al 2015 il giro di affari nel 2016 è aumentato del 9,6%. In forte crescita sono soprattutto, anche in questo caso, le esportazioni di armi e munizioni verso il Medio Oriente che nel 2016, con oltre 31 milioni di euro, hanno raggiunto la cifra record degli ultimi venticinque anni. Gli Stati Uniti (131 milioni di euro) si confermano il principale acquirente di armi prodotte a Brescia, ma nel 2016 figurano consistenti spedizioni anche verso l’Iraq (16 milioni), la Turchia (12 milioni), gli Emirati Arabi Uniti (6 milioni), Singapore (5,6 milioni) e Messico (4,2 milioni).

E proprio a questo riguardo l’Osservatorio OPAL non ha mancato di notare che anche quest’anno le esportazioni di armi italiane e bresciane rivelano il “permanere di consistenti forniture di tipo militare a paesi in zone di conflitto” ed “il persistere di spedizioni di armi semiautomatiche alle forze dell’ordine e a corpi di sicurezza di regimi autoritari internazionalmente riconosciuti per le reiterate violazioni dei diritti umani”.

           

Un festival controcorrente

«Riteniamo importante – ha commentato Piergiulio Biatta, presidente di OPAL – portare all’attenzione nazionale queste informazioni per riaprire il confronto pubblico, anche nella città e nella provincia di Brescia, sulla produzione e soprattutto sulle esportazioni di materiali militari e di armi comuni. Il forte incremento di esportazioni verso le zone in cui sono in corso conflitti armati, verso paesi governati da regimi autoritari, a monarchie assolute islamiche e a paesi belligeranti pone gravi interrogativi a tutte le parti sociali ed in particolare alle rappresentanze politiche» – ha aggiunto Biatta.

Si tratta di questioni a cui sono particolarmente sensibili le associazioni che fanno parte dell’Osservatorio OPAL che, insieme a numerose altre associazioni locali e all’Amministrazione comunale di Brescia hanno promosso e celebrato nei giorni scorsi proprio nella città lombarda il primo “Festival della pace”. Un evento sul quale le realtà vicine al settore armiero hanno manifestato, nei modi che conoscono bene, più di qualche rimostranza. Ma che ha saputo sollevare, in alcuni dibattiti particolarmente partecipati dalla cittadinanza, questioni importanti che riguardano quei “beni comuni” che molti, in direzione ostinata e contraria ai venti di guerra, continuano a considerare preziosi: il disarmo e la pace.

     

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Povertà sanitaria: sempre più famiglie e bambini non accedono a farmaci e cure di Anna Toro

unimondo.org - 25 novembre 2017  

           

Disuguaglianze nell’accesso ai farmaci e un generale peggioramento delle condizioni di salute che affliggono le categorie della popolazione più vulnerabili, ovvero le famiglie indigenti e i bambini: sono le conseguenze della povertà sanitaria, che continua ad aumentare nel nostro Paese. Ad affermarlo, il nuovo rapporto “Donare per curare: povertà sanitaria e donazione farmaci”, realizzato dall'Osservatorio Donazione Farmaci (ODF) della Fondazione Banco Farmaceutico Onlus con il contributo incondizionato di IBSA, e presentato il 16 novembre a Roma presso la sede dell'Aifa, l'Agenzia italiana del farmaco. “Riscontriamo una fatica del paese a rispondere a quel bene fondamentale che è la salute – commenta Mario Melazzini, direttore generale di Aifa – Il Rapporto ODF 2017 ci conferma la necessità di compiere un ulteriore sforzo per sostenere quella straordinaria e complessa macchina che risponde al nome di Servizio sanitario nazionale, una risorsa che costituisce un unicum tutto italiano e che troppo spesso diamo per scontata”.

Sia all'interno che all'esterno del perimetro del Ssn, infatti, persistono sacche di cittadini italiani e stranieri che rinunciano alle cure o alle prestazioni mediche per ragioni che hanno a che fare con il proprio reddito, e che per questo si rivolgono agli enti assistenziali, ovvero organizzazioni senza scopo di lucro sostenute dal Banco Farmaceutico che sopperiscono ai vuoti dello Stato in materia di assistenza (un sistema che Luca Pesenti, direttore della ricerca Odf e coordinatore dell’incontro ha soprannominato “servizio sanitario solidale”). Il report conta 1.722 enti, la cui richiesta di medicinali quest’anno è cresciuta del 9,7% (contro l’8,3% del 2016 e l’1,3% del 2015). Complessivamente, gli enti aiutati hanno fornito farmaci a oltre 580 mila utenti. “Si tratta mediamente del 12% dei poveri assoluti italiani, percentuale che sale al 21% al Nord” si legge.

Per quanto riguarda l’identità dei poveri assistiti, oltre all’aumento degli stranieri (+6,3%), quest’anno il dato definito “più preoccupante” riguarda l’aumento dei minori (+3.2%): gli under 18, in particolare, rappresentano infatti il 21,6% degli utenti, con una crescita maggiore che si evidenzia tra i minorenni italiani (+4,5% in un anno, contro il +1,5% dei minori stranieri). “Esistono tanti minori in condizioni di salute critica: malnutrizione, infestazioni da scabbia e pidocchi, infezioni gastrointestinali acute. Per questo la donazione del farmaco pediatrico dovrebbe crescere, così come dovrebbe essere ripensata l’accoglienza di nuclei familiari in condizioni di disagio” commenta Lucia Ercoli, direttrice dell’associazione di medici volontari “Medicina solidale”, riferendosi in particolare a contesti di disagio abitativo quali occupazioni, insediamenti informali e baraccopoli in cui sono assiepate centinaia di persone tra migranti, rom ma anche nuclei famigliari italiani.  “Non si può risolvere tutto con gli sgomberi, senza organizzare un’alternativa – spiega – Non dimentichiamo che in condizioni di promiscuità e sovraffollamento, le patologie crescono, si riacutizzano e possono diventare un problema per la collettività”. Migliore invece la situazione degli anziani assistiti, che risultano essere diminuiti rispetto all’anno precedente, e sono quasi prevalentemente italiani, mentre gli adulti rappresentano la componente maggiore dei poveri assistiti: il 65,2% del totale.

“Un altro dato particolarmente preoccupante – sottolinea ancora Melazzini – è l’aumento del divario tra le famiglie povere e quelle che non lo sono: per quest’ultime la spesa sanitaria media annua si attesta a circa 695 euro all'anno, mentre quella delle persone indigenti è di circa 106 euro, in calo di 17 euro rispetto allo scorso anno”. C’è da dire, però, che anche chi non è povero spesso riscontra delle difficoltà nel curarsi: secondo un'indagine commissionata sempre da Banco Farmaceutico a Doxa, un individuo su tre è stato costretto a rinunciare almeno una volta ad acquistare farmaci o ad accedere a visite, terapie o esami. Il 16% ha cumulato tutte le tipologie di rinuncia. “Rinuncia soprattutto chi ha un titolo di studio basso, chi ha più figli e chi vive al Sud. Rinunciano casalinghe, pensionati e – più di tutti – i lavoratori atipici (51,2%)”. E se in questo caso si parla di medicinali e prestazioni non coperti dal Servizio sanitario nazionale, anche dentro il perimetro degli utenti coperti i problemi non mancano: più del 10% degli intervistati ha infatti rinunciato a visite ospedaliere o a esami del sangue, non potendosi permettere il ticket. Nel complesso, nel 2015 è cresciuto di un milione, arrivando a oltre 13 milioni, il numero di italiani che hanno limitato visite ed esami per motivi economici: sono 20 famiglie non povere e 42 famiglie povere su cento.

E’ qui che si inseriscono i già citati enti assistenziali, così come le iniziative di solidarietà come la Giornata di Raccolta del Farmaco, in cui ogni anno, nel mese di febbraio, migliaia di volontari di Banco Farmaceutico sono presenti nelle oltre 3.600 farmacie aderenti in tutta Italia, e invitano i cittadini a donare farmaci per gli enti assistenziali della propria città. Quest’anno, il raccolto generato dalla Giornata, pari a oltre 275 mila confezioni, ha permesso di coprire il 36,2% del fabbisogno degli enti. “Un aiuto ancora parziale, per questo dobbiamo aumentare le donazioni” commenta Giancarlo Rovati, ordinario di sociologia generale presso l’Università Cattolica. “Si tratta di medicinali senza ricetta ma non per questo sono meno utili, anzi, alleviano molti problemi e molte persone povere non possono permetterseli” aggiunge Silvano Cella, docente di farmacologia presso l’Università degli studi di Milano, che durante l’incontro romano ha approfondito il tema, presente nel Rapporto, delle cosiddette “malattie socialmente trasmesse” come il diabete mellito e le malattie psicotrope, studiate su un campione di 12 mila persone tra migranti irregolari e italiani poveri: “Si tratta di malattie almeno in parte trasmissibili attraverso comportamenti malsani che derivano da degrado sociale economico e culturale, a prescindere dall’etnia”.

“L’accesso al farmaco è un diritto di tutti” affermano le organizzazioni coinvolte, che auspicano un rafforzamento del gioco di squadra e del dialogo con le istituzioni, la politica, gli stakeholder, senza mai dimenticare l’attenzione alla persona. “In una fase storica tanto complicata, caratterizzata dal persistere degli effetti della crisi, il Terzo Settore e il mondo della solidarietà hanno bisogno di strumenti e competenze sempre più affinati per poter assolvere alla propria vocazione – afferma Sergio Daniotti presidente della Fondazione Banco Farmaceutico onlus – Il nostro contributo è a disposizione delle istituzioni in termini di dati, analisi e previsioni”.

 

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LIBANO 

Rmeyleh: la scuola dei profughi siriani rinata dalle macerie di Luca Geronico

Avvenire - 27 novembre 2017

Sono oltre 300 ragazzi dai 4 ai 15 anni che - la maggior parte al mattino, un plotoncino al pomeriggio - riempiono di vita 10 classi e i campi di gioco. Sembra una scuola normale  

     

A fianco di una umanità ferita e sempre in fuga da una guerra o da un genocidio. Un viaggio nel Libano di 4 milioni di abitanti che accoglie quasi 2 milioni di profughi. Uno sguardo su chi ha dovuto ricominciare da zero avendo lasciato in Siria o in Iraq tutto e spesso anche il marito, o il padre o un fratello: per questo è una speranza soprattutto al femminile. Donne che sanno educare o che si inventano piccole imprenditrici per strappare un sorriso ai loro figli. Un viaggio per conoscere chi, dopo il clamore dell'emergenza, lavora con loro per "essere umani con gli esseri umani".

Sono oltre 300 ragazzi dai 4 ai 15 anni che - la maggior parte al mattino, un plotoncino al pomeriggio - riempiono di vita 10 classi e i campi di gioco. Sembra una scuola normale, solo un po' disastrata, questa del Centro socio-educativo "Fratelli" ma due anni fa a Rmeyleh, a pochi chilometri da Sidone, nemmeno esisteva.

"Non sono venuto in Libano per aprire un'altra scuola cattolica come quelle che abbiamo gia'", spiega frère Miquel Cubeles, marista che fino al 2015 dirigeva un centro sociale per immigrati maghrebini a Barcellona a due passi dalle Rambla. Decisivi l'incontro con un fratello delle scuole cristiane frère Andres Porras e l'invito di papa Francesco ad andare in periferia e alle congregazioni di lavorare insieme: "In fondo entrambi i nostri fondatori - conclude frère Miquel - hanno voluto educare i bambini con bisogni speciali per allora".

L'emergenza, adesso a Sidone, sono i profughi siriani; a decine di migliaia dal 2012 quando è iniziata la guerra civile. Così è nato il progetto "Fratelli" sostenuto dalla Fondazione marista per la solidarietà internazionale. Raccolti dalle strade davanti agli "shelter" dove vivono ora, i ragazzi hanno una istruzione e un luogo dove crescere.

Una rinascita di una comunità con scuola materna e corsi di recupero per i più grandi, che fa di "Fratelli" un punto di riferimento anche per le famiglie. Una rinascita pure della porzione di collina sul golfo di Sidone.

Fino a due anni fa la scuola Notre Dame de Fatima, enorme complesso a Rmeyleh, era un rudere per meta' abbandonato.

Dal 1985 prima l'esercito israeliano, poi le varie milizie, fino al 1992 si erano installate fra le aule e i refettori dei padri maristi. Qui, prima della guerra civile, studiavano fino a 2.500 alunni della buona borghesia libanese. "Anche Hariri ha studiato qua", narra la leggenda. Il filo spinato delimita la metà del parco che è ora una caserma dell'esercito libanese.

Nell'altra metà i ragazzi fuggiti da Damasco, Iblid e Daraa hanno ritrovato matite, libri, palloni. E sorrisi.

 

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LIBIA   

I numeri dell'orrore: nei campi 700mila migranti di Giovanni Maria Del Re

Avvenire - 1 dicembre 2017

Individuati 3.800 profughi da rimpatriare subito. Tusk: «Servono sanzioni Onu contro i trafficanti»  

        

Nei campi libici potrebbero essere rinchiusi tra i 400.000 e i 700.000 migranti. La stima choc – peraltro già avanzata nei mesi scorsi da altre fonti – è stata diffusa ieri dal presidente della Commissione Africana, il ciadiano Mahamat Moussa Faki, al termine del vertice Unione Africana-Ue ad Abidjan, in Costa d’Avorio. Un vertice segnato in massima parte proprio dal dramma libico, e che ha portato a un’accelerazione degli sforzi già in atto per svuotare i campi libici. Moussa Faki ieri ha spiegato che l’Unione Africana ha già individuato un campo in Libia con 3.800 migranti.

«E questo – ha detto il presidente – è solo uno, in Libia ci dicono ce ne sono 42». Occorre fare in fretta, «il mio inviato speciale – ha proseguito il ciadiano – è tornato ieri da Tripoli e ha riferito di aver trovato migranti soprattutto dell’Africa occidentale. Ci sono donne e bambini, e vivono in condizioni disumane vogliono tutti tornare a casa». Simbolicamente, il re del Marocco Mohammad VI – alla prima partecipazione del suo Paese a un vertice dell’Ua – ha annunciato di aver già messo a disposizione aerei per l’evacuazione in vari Stati dell’Africa subsahariana dei 3.800 profughi.

Un segnale, ha detto il presidente dell’Unione Africana, il capo di Stato della Guinea Alpha Condé, che «l’Africa è in grado di intervenire an- ch’essa su questo fronte». Un’accelerazione, grazie a un netto coinvolgimento dell’Unione Africana, delle operazioni già lanciate dall’Organizzazione mondiale dei migranti con il sostegno Ue che ha portato nel 2017 al rimpatrio volontari di 13.000 (10.000 dalla Libia) bloccati nei campi in Nordafrica, l’obiettivo è di arrivare a 17.000 entro fine anno. L’occhio è rivolto ovviamente anche alla lotta ai trafficanti. Il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk ha parlato di «abuso estremamente cinico di esseri umani», chiedendo di «imporre sanzioni Onu ai trafficanti.

Non saremo efficaci, inoltre, se non faremo in modo che le persone bloccate in Libia e altrove possano tornare in modo sicuro nelle loro case». Anche la Francia ieri ha chiesto «il ricorso alle sanzioni individuali e alla giustizia penale internazionale contro chi si macchia di tratta di esseri umani e passeurs di migranti». Intanto ieri è stato chiarito una volta per tutte che la task force per accelerare lo svuotamento dei campi concordata mercoledì sera tra Ue, Ua e Onu non avrà componenti militari.

In un’intervista rilasciata mercoledì sera (prima della riunione sulla task force) a France24 e Radio France Internationale, il presidente francese Emmanuel Macron aveva parlato di una «iniziativa per lanciare azioni militari e di polizia sul terreno per smantellare queste reti», suscitando qualche perplessità, tanto che qualche diplomatico europeo ha sostenuto che Macron abbia tentato una «fuga in avanti» fermata poi dagli europei.

Fatto sta che in realtà la Francia non ha mai proposto formalmente una componente militare per la “task force”, mentre si parla di una più stretta cooperazione tra servizi di intelligence e polizie. «Per fermare il fenomeno – ha detto ancora Moussa Faki – serve una cooperazione mondiale, per bloccare le fonti finanziarie dei trafficanti e tradurli alla giustizia». E infatti di azione militare non si parla né nella dichiarazione comune sulla situazione dei migranti in Libia, né nell’accordo per la task-force per accelerare lo svuotamento dei campi.

Lo stesso Macron ieri in visita ad Accra, la capitale del Ghana, ha precisato che «in questa fase la Francia non ha piani di inviare soldati o poliziotti in Libia». Forse il malinteso è nato dal fatto che in effetti la Francia è sì in impegnata in una missione militare, non però in Libia, bensì in Mali (qui coadiuvata dalla Germania), Niger e Ciad anzitutto per combattere i nuclei terroristici islamistici attivi nel Sahel. Sullo sfondo resta la questione dei fondi. Ieri ad Abidjan Tusk ha di nuovo chiesto che gli Stati membri Ue «mantengano gli impegni economici alimentando il Fondo fiduciario per l’Africa. Sono sicuro che ce la faremo».

 

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MESSICO    

Un cocktail contro la violenza di Ilaria Beretta

Mondo e Missione - 25 novembre 2017

Nella Giornata della lotta alla violenza contro le donne la storia di un bar di Tijuana, in Messico, che ha inventato un cocktail che le clienti possono ordinare per avvertire il personale del fatto che si sentono minacciate da un uomo. Un’iniziativa per mettere un freno a una piaga che nel Paese è arrivata a uccidere sette donne al giorno  

           

Se ti senti minacciata ordina un Medio Mundo. È il suggerimento che si trova nei bagni delle signore di uno dei locali più noti di Tijuana, nel nord del Messico. Un cartello affisso alla toilette, infatti, spiega alle avventrici il regolamento dello speciale «sistema d’allarme» che i gestori del pub «Dandy del sur» (in foto) hanno applicato al proprio locale.

Si tratta di un nuovo cocktail che le clienti possono ordinare per avvisare i barman che si trovano in pericolo. Scegliendo il Medio Mundo dalla lista, in particolare, le donne avvertono il personale di sentirsi esposte o di essere finite in una situazione che non si aspettavano oppure che qualcuno nel locale ha iniziato a infastidirle.

La decisione di creare un drink ad hoc per frenare le violenze sessiste è venuta un sabato al proprietario del pub che si è trovato a dover aiutare una ragazza minacciata dal proprio partner mentre l’intero locale seguiva un combattimento di box in tv. «In realtà – spiega a “El Pais” Juan Carlos Molina – l’idea me l’ha suggerita un’amica che ha visto sui social network il cartello di un bar di un altro Paese in cui si offriva aiuto alle donne in difficoltà; però aver aiutato quella ragazza mi ha fatto prendere la decisione definitiva».

Un’iniziativa che nasce da un problema – quello dei femminicidi e della violenza sulle donne – che il Messico conosce bene. I dati dell’Istituto nazionale di Statistica e Geografia (INEGI) svelano che l’anno scorso il 66,1 per cento delle messicane sono state vittime di almeno un’aggressione di tipo sessuale, emotivo, fisico o lavorativo; di queste il 32 per cento ha subito aggressioni da qualcuno di diverso dal proprio partner. Lo stesso istituto ha poi calcolato che tra il 2013 e il 2015 in Messico sono state uccise sette donne al giorno.

Tijuana non fa eccezione e solo da settembre ad oggi in quest’area si sono consumati 13 casi di delitti ai danni delle donne. Per questo motivo il locale «Dandy del sud» vuole trasformarsi in un luogo libero da molestie e dal maschilismo e con lui altri bar stanno formando un’associazione per installare nella zona telecamere e un’illuminazione stradale adeguata, soprattutto a tutela delle donne.

Una scelta al alto potenziale simbolico visto che la città di Tijuana è collocata proprio sul confine con gli Stati Uniti e segna fisicamente l’uscita dalla parte settentrionale del continente americano. Nascendo proprio qui, sulla frontiera, il cocktail anti-violenza manda un doppio messaggio che vale sia per il Messico che conosce tassi di sessismo elevatissimi sia per gli Stati Uniti che proprio in questi ultimi mesi sembrano aver scoperto l’esistenza e l’entità delle molestie sulle donne, a qualsiasi livello.

   

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PALESTINA 

A 50 anni dall’occupazione continuano le violazioni dei diritti di Ottavia Spaggiari

vita.it - 29 novembre 2017

Nella Giornata Internazionale dell’Onu di Solidarietà con il Popolo Palestinese, l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite racconta una situazione ancora molto critica, in cui le barriere continuano ad avere un effetto deleterio sulle popolazioni dei territori occupati  

          

Era il 29 novembre 1947 quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite aveva adottato la Risoluzione della Partizione (181), che stabiliva appunto la divisione del territorio palestinese tra due stati, uno ebraico e l’altro arabo, ponendo invece Gerusalemme sotto un controllo internazionale.

A settant’anni di distanza da allora, la Risoluzione rimane ancora inapplicata e oggi, nella Giornata Internazionale di Solidarietà con il Popolo Palestinese, istituita nel 1977, si continuano a registrare violazioni dei diritti umani in un’occupazione che dura da cinquant’anni, da quella Guerra dei sei giorni in cui tra il 5 e il 10 giugno del 1967 Israele prese il controllo del Golan, del Sinai, di Gaza, di Gerusalemme est e della Cisgiordania.

Secondo il rapporto dell’Onu pubblicato dalle Nazioni Unite lo scorso giugno, dal 2009 sono state formulate «oltre 900 raccomandazioni per migliorare le condizioni dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati. La maggior parte delle raccomandazioni sono state rivolte a Israele».

Nel rapporto vengono poi menzionate nello specifico le restrizioni a cui è soggetta la popolazione palestinese: le barriere rappresentate dai checkpoint, dai permessi e dalle infrastrutture israeliane «che hanno un impatto negativo sulla vita quotidiana in Cisgiordania».

Lo Special Rapporteur sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati ha descritto così la situazione: «La Cisgiordania è stata divisa da Israele in un arcipelago di piccole isole densamente popolate ma disconnesse l’una dall’altra». Il rapporto ricorda inoltre come «dopo che Hamas ha preso il controllo di Gaza nel 2007, Israele ha imposto un blocco, violando il diritto internazionale umanitario. Questa misura limita notevolmente la libertà di movimento della merce e delle persone verso e da Gaza e viola un ampio spettro di altri diritti umani, tra cui l’accesso alla salute, all’acqua, alla sanità, al lavoro, al cibo e all’istruzione».

Nonostante l’oscillazione nell’entità delle restrizioni, le Nazioni Unite sottolineano nel report che il blocco è sempre rimasto attivo, ricordano poi che il Segretario Generale dell’Onu l’aveva definito come una vera e propria «punizione collettiva».

L’Alto Commissario Onu per i diritti umani nei Territori palestinesi occupati ha espresso inoltre «serie preoccupazioni riguardo la mancanza di responsabilità relativa ai cicli passati di violenza e all’escalation a Gaza e agli incidenti in Cisgiordania, compresi Gerusalemme est e le zone ad accesso ristretto nella Striscia di Gaza».

 

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Ebrei contro l'occupazione, "Il governo israeliano vuole abbattere 300 case di palestinesi" di Marco Ramazzotti Stockel*

Repubblica - 30 novembre 2017

Il governo italiano e l'Europa intervengano contro questi soprusi. Lettera aperta che condanna le decisioni della Corte Suprema Israeliana che aprono la strada alla espulsione di 750-1000 Beduini residenti nel nord della Valle del Giordano  

    

La Rete Italiana degli Ebrei Contro L’Occupazione chiede ai Governi dell’Unione Europea e, in particolare, al Governo italiano, di assumere una posizione forte contro la politica di Israele, che persegue una persecuzione etnica attraverso espulsioni pianificate dei Beduini che vivono nei villaggi di Ein el-Hilweh e Al Maleh, nel Nord della Valle del Giordano. Tutto questo per realizzare la costruzione di una città ebraica, su terra localizzata nella parte della West Bank, conosciuta come Area C, ora sotto completo controllo israeliano, sia amministrativo che di sicurezza.

Trecento case di palestinesi da abbattere. Israele progetta la complete demolizione di 300 case Palestinesi, spazzando via del tutto queste comunità. Si condannano anche le azioni che il Governo di Israele sta progettando di realizzare nella prossima settimana contro due scuole nella zona di Gerusalemme Est, costruite da una associazione senza scopo di lucro italiana, e dedicate alla istruzione elementare di bambini Beduini, che le autorità israeliane hanno deliberato di distruggere. Queste attività illegali e persecutorie dello Stato di Israele vanno chiaramente contro le leggi internazionali e numerose delibere delle Nazioni Unite rivolte specificamente alla regione palestinese. La richiesta dunque rivolta ai Governi Europei è di rispondere attivando sanzioni economiche contro Israele, che vietino ogni scambio commerciale e finanziario con quel Paese, fino a quando ponga fine alle sue politiche di espropriazione della terra e di persecuzione etnica del popolo Palestinese, sia nei Territori Palestinesi Occupati che in Israele.

* Marco Ramazzotti Stockel della Rete Ebrei Contro L’Occupazione

 

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PAPUA NUOVA GUINEA 

L’impegno delle suore per combattere l’analfabetismo

Agenzia Fides - Bereina - 29 novembre 2017     

       

In Papua Nuova Guinea l’analfabetismo è dilagante, la mortalità infantile è molto alta, così come l’incidenza dell’AIDS. Da quando, qualche anno fa, le suore della Fraternità Canavis Gesù Buon Pastore, una congregazione di consacrate laiche sorta nel 2000 proprio intorno al carisma di educare mente e cuore delle giovani generazioni, sono arrivate in questo remoto angolo di mondo hanno subito colto la grande necessità di educazione di questo popolo.

“Mi sembrava di essere stata catapultata indietro di qualche secolo” racconta suor Caterina Gasparotto in una nota pervenuta a Fides. “Nei villaggi la gente viveva ancora in maniera primitiva. La Papua è una terra abbandonata e povera. L'istruzione, i bisogni primari dell’igiene personale e la capacità di relazionarsi senza violenza, purtroppo sempre presente nella vita di tutti i giorni, sono state le nostre priorità” continua la suora.

E’ nel villaggio di Bereina, una missione nel cuore della foresta, che le suore hanno avviato alcune attività educative, riuscendo a costruire una scuola elementare che oggi accoglie numerosi bambini. Dopo aver costruito la scuola hanno avviato una tipografia per la produzione di testi.

Così racconta suor Caterina: “Quando abbiamo cominciato non avevamo nulla, facevamo lezione ai bimbi sotto gli alberi. Poi con l’aiuto di alcuni giovani abbiamo costruito una piccola scuola elementare. Ma qui le scuole non hanno libri né quaderni; i pochi testi disponibili sono importati dall’Australia e hanno costi altissimi, impossibili da sostenere per le famiglie degli studenti. Così abbiamo pensato di produrli e stamparli da noi. Abbiamo imparato come realizzare un libro e ci siamo procurate seghetti, presse, colla, cartoncini. Il lavoro è stato impegnativo e lungo, ma il risultato sorprendente”.

La diocesi di Bereina conta 17 parrocchie, 20 sacerdoti, 38 religiosi laici, 4 seminaristi e 2890 battezzati.

 

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PARAGUAY   

Istruzione e formazione dei giovani, scommessa per un paese migliore

Agenzia Fides - Caacupé - 30 novembre 2017    

       

“Vogliamo giovani felici, che suscitino felicità, quindi i nostri progetti personali, il nostro progetto di nazione, deve essere una scommessa per i giovani”: lo ha sottolineato ieri Sua Ecc. Mons. Gabriel Narciso Escobar Ayala, S.D.B., Vicario apostolico del Chaco Paraguayo, nel secondo giorno della novena alla Vergine dei Miracoli di Caacupé.

Sottolineando l'importanza di mettere la gioventù al centro di ogni progetto, e riferendosi alla situazione della realtà educativa del paese, nell'omelia della Messa celebrata sulla spianata della Basilica Minore, il Vescovo ha detto tra l’altro: "Non c'è dubbio che lo sviluppo dei popoli, delle nostre comunità, deve passare attraverso l'istruzione, attraverso la formazione. Quando scommetto sull'istruzione e sulla formazione ovviamente sto scommettendo su un paese migliore".

Secondo la nota pervenuta a Fides, il Vicario apostolico di una delle zone più povere del paese, ha esortato: "Dobbiamo impegnarci anche a lavorare per la salute, spirituale e materiale, come cristiani abbiamo molto da dire. Dobbiamo essere in grado di lavorare insieme per migliorare la salute pubblica e l'istruzione pubblica".

Infine Mons. Escobar Ayala ha lanciato un appello all’unità: "Come paese, dobbiamo essere persone che lavorano insieme, non separate. La gente di un paese diviso non può costruire un paese onesto e coerente, perché quando siamo divisi non possiamo andare avanti, altre persone vorranno soggiogarci, mentre combattiamo per piccoli problemi particolari". Queste parole sono state interpretate in riferimento alla tensione elettorale, che sta aumentando di tono mentre si avvicinano le elezioni interne dei partiti.

L’8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione di Maria, tutto il paese si ferma per celebrare questa festa Mariana, e sono sempre di più coloro che si recano in pellegrinaggio al Santuario della Madonna di Caacupé, città del Paraguay fondata nel 1770. Caacupé è il capoluogo del dipartimento di Cordillera, sede della diocesi di Caacupé, ed è considerata la capitale spirituale del Paraguay, oltre ad essere famosa per la sua festa religiosa che si tiene annualmente l'8 dicembre.

 

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RWANDA

«Il mio Rwanda è stato salvato dalle donne» di Giulia Cerqueti

Famiglia Cristiana - 26 novembre 2017

Di etnia tutsi, nel 1994 fu l'unica della sua famiglia a non essere uccisa, salvata da un'amica hutu, oggi collabora all'opera di riconciliazione»   

       

Rwanda 1994: in un inferno durato cento giorni, il piccolo Paese dell'Africa centrale è stato teatro di un feroce conflitto tra etnie. Nel silenzio complice del resto del mondo, da aprile a luglio di quell'anno si è consumato un genocidio. Almeno 500 mila persone, in prevalenza di etnia tutsi, sono state sistematicamente massacrate dagli hutu. Ma si calcola che le vittime siano arrivate a un milione.

Yolande Mukagasana, infermiera di etnia tutsi, ha visto la sua famiglia - marito e tre figli - sterminata a colpi di machete. Solo lei si è salvata, grazie anche all'aiuto di una donna hutu che l'ha protetta: un barlume di compassione nel baratro della disumanità, dell'odio e della violenza interetnica.  

Yolande si è rifugiata in Belgio, dove ha ottenuto la cittadinanza. Ha raccontato la sua storia in un libro, La morte non mi ha voluta (La Meridiana). Da oltre vent'anni è attivista per la pace, si batte per la riconciliazione del suo Paese, per mantenere viva la memoria del genocidio. Nel 2010 ha pubblicato un altro libro, Vivrò anch'io, e con la Onlus Bene Rwanda continua a portare la sua testimonianza in giro per il mondo. Candidata al Nobel per la pace alcuni anni fa, lo scorso ottobre è arrivata in Valpolicella, patria delle cantine venete, per ricevere il Premio internazionale Grosso d'oro veneziano, uno dei riconoscimenti conferiti dal Premio Masi, promosso dal 1981 dall'azienda Masi Agricola.  

 

Yolande, a che punto è il cammino della riconciliazione in Rwanda, a 23 anni dal genocidio? 

«Siamo sempre lungo la via della riconciliazione, non siamo arrivati alla fine, ma non siamo neppure all'inizio del cammino. Tanti passi sono stati compiuti: si è ricomposto un esercito nazionale, le famiglie di vittime e assassini convivono, si sposano anche tra di loro. Quello che importa è che il processo di riconciliazione attecchisca e si radichi nell'educazione dei nostri figli».

  

Pensa che l'Europa sia colpevole dì quanto accaduto nel suo Paese?

«Ritengo colpevoli alcuni Governi europei. Non nascondo che la Francia sia stata colpevole di aver partecipato al genocidio, così come sono state colpevoli le banche dell'Occidente che hanno finanziato l'acquisto di armi. Molti poi hanno partecipato al negazionismo del genocidio, così come ci sono colpevoli tra quelli che hanno fatto finta di non sapere nulla di quanto accadeva».

 

Com'è oggi la situazione del Rwanda dal punto di vista sociale?

«Un tempo per sposarsi non si badava se uno era hutu o tutsi. Ma dopo il genocidio l'assetto sociale era completamente devastato. La prima enorme difficoltà è stata ricucire questo tessuto sociale. Devo ammettere che ci sono state anche molte donne assassine. Ma le donne in generale sono pazienti, più capaci degli uomini di ricostruire una vita sociale. La donna durante il genocidio è stata presa di mira, ha sofferto enormemente, è stata la vittima principale. Però in seguito sono state le donne stesse ad assumersi il compito della ricostruzione, perché tante sono rimaste vedove, oppure i loro uomini sono andati in esilio. Adesso le donne sono ai vertici del Paese, sono il 64% in Parlamento, che è presieduto da una donna, così come sono donne i ministri degli Esteri, della Sanità, della Famiglia, della Cultura, fino a buona parte dell'entourage diretto del presidente. Il capo di Stato stesso, Paul Kagame, e sua moglie promuovono molto la figura femminile. Abbiamo tante donne nella polizia e nell'esercito. In Occidente è diffuso lo stereotipo della donna africana che si fa picchiare dal marito, con il cesto pesante sul capo o con il figlio attaccato alla schiena. La donna africana non è solo questo. In Rwanda la legge punisce qualunque violenza di genere. Ogni abuso in famiglia è vietato. Si sta attuando una serie di iniziative di valorizzazione e promozione delle donne. Il tasso di scolarizzazione dei giovani ruandesi oggi è di oltre il 95 per cento».

    

Pensa che ci sia troppo disinteresse da parte dell'Occidente e dell'Europa per le tragedie e i conflitti africani?

«Il Rwanda è il Paese più sicuro della regione. Ma io ho capito una cosa: le guerre degli occidentali vengono combattute da noi, sulle nostre terre, nei Paesi africani. Per questo nel libro La morte non mi ha voluta ho riportato un detto locale: "Dove ci sono due elefanti che combattono, è l'erba che muore". So che nel vicino Burundi, dove c'è il rischio di un genocidio, i russi e i cinesi sostengono il presidente attuale. E quest'ultimo cerca di alimentare un conflitto regionale coinvolgendo anche il Rwanda (per fortuna senza ri-uscirci). Nel nostro Paese abbiamo accolto tanti rifugiati dal Burundi e tanti profughi dal Congo. Quindi, direi che l'Occidente non si è affatto dimenticato dell'Africa: al contrario, esercita una presenza fin troppo ingombrante sulla scena africana».

 

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SUD SUDAN

Il grido di Francesco per il Sud Sudan martoriato di Luca Attanasio

Vatican Insider - 24 novembre 2017  

Le voci di un sacerdote e dell’ambasciatore dopo la veglia di preghiera presieduta dal Papa e alla luce delle ultime drammatiche notizie dal Paese africano

     

Papa Francesco è allarmato. Lo testimonia, al di là della ferma volontà di presiedere la Preghiera per il Sud Sudan e la Repubblica Democratica del Congo convocata lo scorso 23 novembre da Solidarity with South Sudan – rete che raccoglie una serie di congregazioni religiose presenti nel Paese – la voce con la quale ha pronunciato ieri sera l’omelia in una Basilica di San Pietro stracolma. Il tono sommesso, il volto affranto, sembravano sottolineare con il linguaggio del corpo, il profondo turbamento per le terribili notizie che giungono dai due Paesi ormai da anni contraddistinti da scontri e fughe bibliche. Se la situazione in Sud Sudan, come alcuni flebili segnali lasciavano sperare nei primi mesi di quest’anno, si fosse almeno parzialmente stabilizzata, lo scorso ottobre Francesco sarebbe giunto a Juba, capitale del Paese, accompagnato dall’arcivescovo di Canterbury Justin Welby (sono molti gli anglicani sud sudanesi). La recrudescenza degli scontri, invece, ha costretto la Santa Sede, nel maggio scorso, a rinviare il progetto. 

  

Staccatosi nel 2011 dal Sudan a seguito di un referendum che chiedeva l’indipendenza della zona meridionale a fortissima maggioranza cristiana, il Sud Sudan, il più giovane Stato africano, è entrato dal 2013 nel vortice della guerra civile e non riesce più a uscirne. Da quando le truppe leali al presidente, Salva Kiiri, e le milizie dell’ex vice-presidente Riech Machar hanno cominciato a fronteggiarsi senza risparmio di colpi, sono morte 300 mila persone mentre a milioni hanno lasciato il Paese o si sono spostati in altre zone interne per sfuggire agli scontri. A far da cornice a una situazione drammatica, una carestia spaventosa che, come ripetono da tempo molti osservatori, è in gran parte causata dall’impossibilità di coltivare i campi e occuparsi del bestiame a causa del conflitto. Secondo le statistiche più accreditate, oggi, circa 7 dei 12 milioni di abitanti, soffrono la fame. 

  

A margine della preghiera, Vatican Insider ha raccolto la voce di padre Alex Lodiong Sakor, un sacerdote della diocesi di Yei, membro di Solidarity with South Sudan. 

«Il Papa ovviamente era stato invitato ma non speravamo che addirittura potesse prendere parte a questo incontro. Sono quindi estremamente soddisfatto perché Francesco ha fortemente voluto essere qui e per la vicinanza che lui dimostra da sempre per il nostro Paese. Quando preghiamo non chiediamo al Signore di fare al posto nostro, ma di darci la forza per agire bene e con coraggio. La chiesa universale, oggi più che mai, è con noi. La situazione in Sud Sudan è drammatica perché una grande parte della popolazione è ora fuori dal Paese o dalle proprie regioni. Al momento sono 2 milioni i fuorusciti dal Sud Sudan mentre almeno altri 2 milioni sono sfollati internamente. Le famiglie non sono in grado di mandare i propri bambini a scuola, la gente mangia una volta sola al giorno. Purtroppo, quindi, non ci sono buone notizie al momento. Speriamo molto nelle iniziative che si stanno prendendo per rivitalizzare il dialogo di pace».

  

A quali fa riferimento? 

«Intanto quella di ieri in Vaticano: sono certo che il presidente e le opposizioni siano stati informati e ne trarranno, spero, le dovute conseguenze. Poi ci sono vari altri sforzi portati avanti da organismi dell’area. Al momento le principali istituzioni che stanno cercando di far incontrare i due leader e le due fazioni sono il Regional Block/Igad (Intergovernamental Authority for Development), la cosiddetta Trojka (Usa, Uk, Norvegia) e, costantemente, le Chiese. La conferenza episcopale sta facendo ogni sforzo perché i due leader si parlino (Riech Machar, l’ex vicepresidente ora leader dell’opposizione si trova in esilio in Sud Africa, ndr) e tornino a collaborare per il bene del popolo. La scorsa settimana i vescovi cattolici sono stati ricevuti dal presidente Salva Kiiri e hanno dichiarato che l’incontro è stato molto cordiale e positivo, il presidente si è detto disponibile a favorire una mediazione. Ciò lascia sperare che si possa aprire una nuova stagione di collaborazione e dialogo».

    

Nel 2011 l’indipendenza: c’è chi comincia a pentirsi di aver creato un nuovo Stato dopo tanti anni di guerra civile? 

«Direi proprio di no. La gente non si è mai pentita di essere indipendente. Certo, siamo molto addolorati di essere finiti noi stessi in una situazione simile a quella da cui provenivamo. Ma la divisione dal nord era ed è il desiderio della stragrande maggioranza. Ora dobbiamo trovare le forze per uscire da questa terribile situazione».

     

Il presidente ha convocato un dialogo nazionale… 

«Sì, il dialogo sta andando avanti. Il problema è che non ci sono i leader del fronte dell’opposizione. La Commissione per il dialogo ha chiesto più volte a Machar di rientrare ma lui sembra non volerne sapere. Se non dialogano le due fazioni in lotta, il rischio è che non si giunga a nulla di significativo. 

     

Vatican Insider ha anche incontrato l’ambasciatore del Sud Sudan presso lo Stato Italiano, Ajing Adiang Marik. Eccellenza, continuano ad arrivare brutte notizie dal Sud Sudan... 

«Io sono fiducioso, il dialogo nazionale sta andando avanti e stiamo coinvolgendo tutte le componenti della società per giungere a un accordo e discutere assieme le radici dei nostri problemi. Vi posso assicurare che la situazione è migliorata rispetto al 2015 o al 2016, la gente sta tornando a casa».

    

Sì, ma l’opposizione non partecipa... 

«In realtà molti esponenti delle opposizioni stanno prendendo parte ai lavori, la maggioranza sta rispondendo. Il problema resta Machar che, sebbene invitato a rientrare, non sembra interessato alla pace perché ha una sua agenda. La maggioranza del popolo ne ha abbastanza di guerra ma lui non si muove».

  

L’incontro di oggi ha anche una valenza politica? 

«Certo che sì, il Papa ha lanciato un grande messaggio e un richiamo a noi e alla comunità internazionale. Il ruolo della Chiesa è per noi fondamentale così come quello di altre religioni. Credo che questo evento e il discorso del Papa rappresentino un grandissimo incoraggiamento e una spinta a far ripartire il dialogo per il bene di tutti».

   

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