Bangl@news

Newsletter settimanale sul Bangladesh, pace, mondialità e diritti umani  

Anno XVII

N°  811b

 6/12/17

Questo numero è inviato a 7.896 lettori e a 392 lettori nella versione inglese

   

EDIZIONE SPECIALE PER LA VISITA APOSTOLICA DI PAPA FRANCESCO IN MYANMAR E BANGLADESH

    

                            

 Sommario

                   

MYANMAR

»»  I profughi Kachin donano a Papa Francesco un pastorale in legno: un auspicio di pace

»»  Papa in Myanmar: per un futuro di pace serve il contributo di tutti, ‘nessuno escluso’

»»  Yangon, monaci buddisti: ‘Felici per l’arrivo del papa’ di Paolo Fossati

»»  Papa in Myanmar. «Darà voce a un territorio per troppo tempo isolato» di Stefano Vecchia 

»»  La benedizione del Papa per la riconciliazione del popolo birmano di Paolo Fossati

»»  Papa in Myanmar: vescovi stiano col loro gregge per portare riconciliazione e pace

»»  Papa in Myanmar: Gesù insegna che la risposta all’odio è il perdono, non la violenza

»»  I giovani cattolici ‘rinvigoriti’ dall’incontro con papa Francesco di Paolo Fossati

»»  Il Papa in Myanmar: che cosa resta di queste giornate? di Stefano Vecchia

»»  Portavoce dei vescovi: ‘Un successo la visita del papa. L’unità dei cattolici un esempio per il Paese’ di Paolo Fossati

       

     

BANGLADESH

»»  Papa Francesco scoprirà i bengalesi: “semplici, poveri, ma forti” 

»»  Il Bangladesh povero e la nostra responsabilità di Francesco Gesualdi

»»  Antonio e Papa Francesco in Bangladesh di p. Alessandro Ratti
»»  Rohingya e periferie, i temi caldi in attesa di papa Francesco a Dhaka di Anna Chiara Filice

»»  Josim Murmu, da un villaggio al 100% tribale: papa Francesco mi farà sacerdote

»»  Leader indù e buddisti: papa Francesco, messaggero di pace e amore in Bangladesh

»»  Il viaggio di papa Francesco, immerso nella storia del Bangladesh e dei suoi cristiani di Sumon Corraya

»»  Papa in Bangladesh: Paese di armonia religiosa e generosità per i Rohingya

»»  Papa in Bangladesh: Il grazie ai 90mila fedeli; la preghiera per i 16 neo-ordinati

»»  Il Bangladesh pellegrino alla messa con papa Francesco (video) di Anna Chiara Filice

»»  Papa in Bangladesh: una Chiesa costruttrice di armonia e ‘ponte’ verso le altre fedi

»»  Papa Francesco: «Chiedo perdono ai Rohingya, oggi Dio si chiama anche così» di Mimmo Muolo

»»  Papa in Bangladesh: la diversità tra religioni sia fonte di arricchimento e crescita

»»  Il Papa in Bangladesh: «Coltivate l’apertura del cuore» di Emanuela Citterio   

»»  Tejgaon, suore di Madre Teresa: la compassione di Dio a disabili e poveri di strada di Anna Chiara Filice    

»»  Missionario in Bangladesh: siamo un ‘piccolo resto’ guidati dallo Spirito Santo

»»  Rohingya dal papa: Papa Francesco mi ha mostrato compassione (video) di Sumon Corraya

»»  Papa a Dhaka: Chiesa del Bangladesh, granellino di senape, che cresce nella gioia

»»  Giovani del Bangladesh: siamo il futuro del mondo, in libertà e armonia (video) di Anna Chiara Filice

»»  Papa: Giovani del Bangladesh, impavidi, la sapienza di Dio rafforza la speranza

»»  Papa Francesco: "Ho pianto per i rohingya. Volevano cacciarli dal palco, ma mi sono arrabbiato" di Paolo Rodari

 

»»  Edizione inglese

        

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MYANMAR

I profughi Kachin donano a Papa Francesco un pastorale in legno: un auspicio di pace 
Agenzia Fides - Yangon - 27 novembre 2017

        
Papa Francesco durante la sua visita apostolica in Myanmar userà un pastorale di legno realizzato artigianalmente e donatogli dai rifugiati cattolici della minoranza etnica Kachin, che ora si trovano nel campo profughi della città di Winemaw, nello stato Kachin, con popolazione a maggioranza cristiana, nella parte settentrionale del Myanmar. Lo rivela a Fides Joseph Myat Soe, laico cattolico attivo dalla regione di Kachin, spiegando che i fedeli Kachin si trovano ora nel campo profughi di Winemaw a causa della guerra civile tra l'esercito birmano e i gruppi armati Kachin, in uno dei diversi conflitti a sfondo etnico che si registrano nel paese, composto, a livello sociale, dalla maggioranza bamar (birmani) e da 135 minoranze etnico linguistiche. 
Come informa Myat Soe, i profughi Kachin offrono questo pastorale di legno al Santo Padre "come auspicio per riportare la pace nello stato Kachin, dato che non sarà possibile per loro partecipare alla Messa a Yangon, a causa dello stato di indigenza in cui versano". 
Il Vescovo ausiliare di Yangon, Mons. John Saw Han, conferma a Fides che “nonostante la guerra civile in corso, e nonostante i problemi economici, circa cinquemila cattolici Kachin saranno a Yangon per incontrare e pregare con il Santo Padre per la pace nella loro regione”. I giovani Kachin, in particolare faranno di tutto perché "considerano questa un'opportunità irripetibile per vedere il Papa e pregare con lui", nota il Vescovo 
La guerra civile tra il Kachin Independent Army (KIA) e le truppe governative dura dal 1965; nel 2010 è stato negoziato un cessate il fuoco, violato nel 2015. La guerra ha costretto centinaia di migliaia di Kachin (tra i 7 principali gruppi etnici del Myanmar), a fuggire e trovare riparo nei campi profughi. 
La Chiesa cattolica locale li sta sostenendo: nella diocesi di Myitkyina vi sono oltre 8mila sfollati che non possono rientrare nei loro villaggi per la violenza che prosegue. La Caritas li assiste, cercando di predisporre per loro anche la possibilità di coltivare la terra, perché essi stessi possano contribuire al loro sostentamento.
I Vescovi birmani lo scorso anno denunciarono che “più di 150.000 persone languono nei campi profughi, ridotte alla condizione di sfollati e in attesa di aiuti internazionali”, deplorando che “una guerra cronica ha prodotto solo perdenti, cioè le persone innocenti abbandonate nei campi, mentre le loro terre sono disseminate di ordigni, il traffico di esseri umani imperversa, la droga è una condanna a morte per i giovani kachin, le risorse naturali come le miniere di giada sono saccheggiate. Questa è la causa principale del conflitto”, osservarono.
Nell’area si nutrivano speranze di pace dopo la conferenza sulla riconciliazione con le minoranze etniche, organizzata dal governo birmano a settembre 2016, ma quella conferenza non ha avuto un reale impatto sulla realtà dei Kachin, mentre la presenza militare nello stato resta invasiva
Ci sono quattro Vescovi cattolici della regione dei Kachin, conosciuta come "terra dei gioielli" per il sottosuolo ricco di oro e giada. Due sono le diocesi cattoliche dello stato (Myitkyina e Banmaw), mentre circa 70 sono i sacerdoti che assistono 70.000 fedeli cattolici nel complesso.
Il Santo Padre arriva a Yangon, ex capitale del Myanmar il 27 novembre, e volerà a Nay Pyi Taw, capitale amministrativa del Myanmar, dove il 28 incontra le autorità politiche e la società civile. 

    

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Papa in Myanmar: per un futuro di pace serve il contributo di tutti, ‘nessuno escluso’
AsiaNews - Yangon - 28 novembre 2018
Incontrando le autorità del Paese, Francesco non ha nominato espressamente i Rohingya - fatto che sarebbe stato “sgradito” alle autorità del Paese - ma larga parte del suo discorso ha toccato temi che riguardano la loro vicenda. “Il futuro del Myanmar dev’essere la pace, una pace fondata sul rispetto della dignità e dei diritti di ogni membro della società, sul rispetto di ogni gruppo etnico e della sua identità”.
           
    

  Il Myanmar costruisca il suo futuro nella pace, fondata sul pace fondata sul rispetto della dignità e dei diritti di ogni gruppo etnico, “nessuno escluso”, sulla convivenza tra fedi diverse, sulla formazione tecnica, ma anche etica, dei giovani. E’ l’auspicio di papa Francesco per il futuro di questo Paese, espresso nel discorso pronunciato nel corso dell’incontro con le autorità, la società civile e il corpo diplomatico, nel Myanmar International Convention Center di Nay Pyi Taw, seguito a quello con il presidente Htin Kyaw .
Nel suo intervento il Papa non ha nominato espressamente i Rohingya - fatto che sarebbe stato “sgradito” alle autorità del Paese - ma larga parte del suo discorso ha toccato temi che riguardano la loro vicenda. Né li ha nominati Aung San Suu Kyi, che ha accolto Francesco nel suo ruolo di Consigliere di Stato e ministro degli Affari esteri. Nel suo saluto la “Signora”, pur senza nominare i Rohingya, ha fatto riferimento alla “situazione nel Rakhine”, parlando di “questioni di lunga data, sociali, economiche e politiche, che hanno eroso la fiducia e la comprensione, l'armonia e la cooperazione, tra le diverse comunità”. “Lo scopo del nostro governo – ha aggiunto - è di far emergere la bellezza della nostra diversità e di renderla la nostra forza, proteggendo i diritti, promuovendo la tolleranza, garantendo la sicurezza per tutti”.
Da parte sua il Papa, salutato da alcuni bambini in abito tradizionale, appartenenti a diverse etnie, ha innanzi tutto ricordato l’istituzione delle relazioni diplomatiche tra Myanmar e Santa Sede. “Vorrei – ha detto in proposito - vedere questa decisione come segno dell’impegno della nazione a perseguire il dialogo e la cooperazione costruttiva all’interno della più grande comunità internazionale, come anche a rinnovare il tessuto della società civile”.

     
“Vorrei anche – ha proseguito - che la mia visita potesse abbracciare l’intera popolazione del Myanmar e offrire una parola di incoraggiamento a tutti coloro che stanno lavorando per costruire un ordine sociale giusto, riconciliato e inclusivo. Il Myanmar è stato benedetto con il dono di una straordinaria bellezza e di numerose risorse naturali, ma il suo tesoro più grande è certamente il suo popolo, che ha molto sofferto e tuttora soffre, a causa di conflitti interni e di ostilità che sono durate troppo a lungo e hanno creato profonde divisioni. Poiché la nazione è ora impegnata per ripristinare la pace, la guarigione di queste ferite si impone come una priorità politica e spirituale fondamentale. Posso solo esprimere apprezzamento per gli sforzi del Governo nell’affrontare questa sfida, in particolare attraverso la Conferenza di pace di Panglong, che riunisce i rappresentanti dei vari gruppi nel tentativo di porre fine alla violenza, di costruire fiducia e garantire il rispetto dei diritti di tutti quelli che considerano questa terra la loro casa”.
“In effetti, l’arduo processo di costruzione della pace e della riconciliazione nazionale può avanzare solo attraverso l’impegno per la giustizia e il rispetto dei diritti umani”.
“Il futuro del Myanmar dev’essere la pace, una pace fondata sul rispetto della dignità e dei diritti di ogni membro della società, sul rispetto di ogni gruppo etnico e della sua identità, sul rispetto dello stato di diritto e di un ordine democratico che consenta a ciascun individuo e ad ogni gruppo – nessuno escluso – di offrire il suo legittimo contributo al bene comune”.
Nel grande lavoro della riconciliazione e dell’integrazione nazionale, le comunità religiose “hanno un ruolo privilegiato da svolgere. Le differenze religiose non devono essere fonte di divisione e di diffidenza, ma piuttosto una forza per l’unità, per il perdono, per la tolleranza e la saggia costruzione del Paese. Le religioni possono svolgere un ruolo significativo nella guarigione delle ferite emotive, spirituali e psicologiche di quanti hanno sofferto negli anni di conflitto. Attingendo ai valori profondamente radicati, esse possono aiutare ad estirpare le cause del conflitto, costruire ponti di dialogo, ricercare la giustizia ed essere voce profetica per quanti soffrono. È un grande segno di speranza che i leader delle varie tradizioni religiose di questo Paese si stiano impegnando a lavorare insieme, con spirito di armonia e rispetto reciproco, per la pace, per soccorrere i poveri e per educare agli autentici valori religiosi e umani. Nel cercare di costruire una cultura dell’incontro e della solidarietà, essi contribuiscono al bene comune e pongono le indispensabili basi morali per un futuro di speranza e prosperità per le generazioni a venire”.
“I giovani sono un dono da amare e incoraggiare, un investimento che produrrà una ricca rendita solo a fronte di reali opportunità di lavoro e di una buona istruzione”. Ma la formazione dei giovani, ha affermato Francesco, non deve mirare solo ai “settori tecnici”, ma soprattutto ai “valori etici di onestà, integrità e solidarietà umana, che possono garantire il consolidamento della democrazia e della crescita dell’unità e della pace a tutti i livelli della società. La giustizia intergenerazionale richiede altresì che le generazioni future possano ereditare un ambiente naturale incontaminato dall’avidità e dalla razzia umana. È indispensabile che i nostri giovani non siano derubati della speranza e della possibilità di impiegare il loro idealismo e i loro talenti nella progettazione del futuro del loro Paese, anzi, dell’intera famiglia umana”.
Il Papa ha concluso tornando alla “piccola ma fervente comunità cattolica della nazione”, primo destinatario della sua visita, che egli vuole incoraggiare “a perseverare nella loro fede e a continuare a esprimere il proprio messaggio di riconciliazione e fraternità attraverso opere caritative e umanitarie, di cui tutta la società possa beneficiare. È mia speranza che, nella cooperazione rispettosa con i seguaci di altre religioni e con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, essi contribuiscano ad aprire una nuova era di concordia e di progresso per i popoli di questa amata nazione”.

     

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Yangon, monaci buddisti: ‘Felici per l’arrivo del papa’ di Paolo Fossati
AsiaNews - Yangon - 28 novembre 2017
Amore, gentilezza, comprensione e carità sono i valori condivisi tra cristianesimo e buddismo. La delegazione della Santa Sede in visita ieri alla Shwedagon Pagoda, luogo di culto più sacro per i buddisti birmani. Domani lo storico incontro del pontefice con il Consiglio supremo della Sangha, il massimo organo del buddismo nazionale.

       
“La visita del papa in Myanmar è un evento straordinario”. È quanto dichiara ad AsiaNews il rev. Gandhasara, monaco superiore presso la State Pariyatti Sasana University di Yangon, rinomata istituzione buddista amministrata da un dipartimento del ministero per gli Affari religiosi birmano. “Al di là del significato politico e religioso del suo viaggio, papa Francesco è qui per la pace. Il dialogo tra le religioni è fondamentale, per il Paese e non solo. Cristianesimo e buddismo condividono alcuni importanti valori, insegnatici sia da Gesù Cristo che dal Budda. Essi sono l’amore, la gentilezza, la comprensione e la carità. Un confronto basato su questi valori comuni è la chiave per migliori rapporti tra le due religioni”, conclude il monaco.
L’università si trova a pochi metri dal Kaba Aye Center, dove domani il pontefice terrà uno storico incontro con il Consiglio supremo della Sangha, il massimo organo del buddismo birmano. Pochi chilometri a sud si trova la Shwedagon Pagoda, luogo di culto più sacro per i birmani e simbolo di Yangon. È qui che secondo la tradizione vengono conservate le reliquie dei quattro precedenti Budda dell’attuale ciclo cosmico. Ieri sera, una delegazione guidata dal card. Pietro Parolin, segretario di Stato della Santa Sede, ha visitato l’importante luogo di culto. Questa mattina, la pagoda è come al solito affollata da numerosi turisti, fedeli e monaci raccolti in preghiera (foto). Tra essi vi è Ah Nam Da (foto), che afferma: “Noi monaci siamo felici della presenza del papa qui in Myanmar. Egli è un messaggero di pace, non può che essere ben accetto”.
Il buddismo nel Paese è in prevalenza di tradizione Theravada ed è praticato da circa l’89% dei birmani. Il Myanmar è la nazione buddista più religiosa in termini di percentuale di monaci nella popolazione e reddito speso per la religione. I monaci, venerati membri della società birmana, sono circa 500mila, mentre le monache 75mila. I fedeli appartengono soprattutto alla maggioranza etnica Bamar, ma sono anche Shan, Rakhine, Mon, Karen, Zo e cinesi. Ogni giorno il monaco birmano, o bhikkhu (mendicante) si dedica alle elemosine. La raccolta di cibo ed offerte è una pratica disciplinare, sia dei monaci che delle monache. Questo è un mezzo per ottenere merito, sviluppando la generosità, il buddismo laico ed il sostegno materiale della Sangha. I monaci partono ogni giorno alle prime luci con le loro ciotole e vagano attraverso villaggi e città per raccogliere le offerte della giornata. Ritornati al monastero, essi condividono quanto raccolto e di solito mangiano tutti insieme finendo il pasto, solo per alcuni l’unico, prima di mezzogiorno.

     

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Papa in Myanmar. «Darà voce a un territorio per troppo tempo isolato» di Stefano Vecchia 
Avvenire - 28 novembre 2017
Il portavoce dell’episcopato locale Soe Naing: la priorità è la lotta alla povertà. Anche i non cristiani comprendono il valore del viaggio papale

       
Quella del Papa in Myanmar è una visita dai contenuti importanti e dalle grandi attese. Generalmente la popolazione sa dell’illustre ospite e a grandi linee conosce anche le ragioni e appuntamenti del suo primo pellegrinaggio in terra birmana, ma il Paese è lontano da una coscienza di che cosa questo significhi, non solo per i 650mila cattolici su quasi 52 milioni di abitanti, ma per il Myanmar nel suo complesso. «Anzitutto, ci aspettiamo che il Santo Padre lanci dal nostro Paese un messaggio contro la povertà, che è anche nostra – spiega Mariano Soe Naing, por- tavoce della Conferenza episcopale birmana –. Allo stesso tempo, ci aspettiamo che il Papa possa dare voce a questo Paese per troppo tempo chiuso al mondo. Noi che siamo parte della Chiesa comprendiamo i valori evangelici e cerchiamo di propagarli, tuttavia se a parlarne sarà lo stesso Papa, l’impatto sarà maggiore. Noi abbiamo poche possibilità di trasmettere il nostro messaggio, lui darà sicuramente un contributo. L’annuncio ufficiale del viaggio il 28 agosto ci ha reso tutti felici - e estremamente impegnati - per qualcosa che nessuno pensava possibile, ancor più dopo che l’invito nel 2014, in occasione dei 500 anni della presenza cattolica in Myanmar non aveva dato risultati. Uno slancio significativo, ovviamente, è stato dato dall’avvio delle relazioni diplomatiche lo scorso maggio e dagli incontri di papa Francesco con Aung San Suu Kyi.
      
Come viene percepita la visita dai non cattolici? 
In modo sostanzialmente positivo. Io ho avuto vari colloqui con musulmani, buddisti, altri. Tutti sono coscienti dell’importanza di questo evento e che del rilievo unico che esso darà a questo Paese che molti all’estero non conoscono. Sul un piano che unisce religione e politica, vi è anche attesa data la crisi in corso nello Stato Rakhine, al centro dell’esodo dei mesi scorsi della popolazione musulmana verso il Bangladesh..
         
Inevitabilmente, la 'questione Rohingya' peserà sulle giornate birmane del Santo Padre. In che modo? 
Speriamo nel senso di rendere un’immagine migliore della nazione. Il viaggio asiatico si situa in tempo particolare e riguarderà due Paesi (Myanmar e Bangladesh) che condividono lo stesso problema dei profughi. Questo, al di là di quello che il Papa dirà o farà, potrebbe portare a varie interpretazioni. La maggioranza della popolazione conosce che cosa sta succedendo. Alcuni vogliono profittare delle situazioni di conflitto, altri cercano di comprenderle e altri ancora di agire per porvi fine. Per questo, la visita papale potrebbe migliorare la situazione, dando maggior coraggio alle forze positive, oppure peggiorarla, alimentando ulteriore discriminazione. Dipenderà da come come sarà percepita e forse strumentalizzata da alcuni. Per comprendere meglio, occorre tenere presente un più ampio quadro birmano, delle situazioni di conflitto ancora aperte, non solo nel Rakhine.
     
In che senso? 
Il Paese ha bisogna di pace ma teniamo conto che da mezzo secolo abbiamo conflitti etnici da risolvere. Questo sfida il Paese ma anche la comunità internazionale. Noi come i governanti, non possiamo parlare solo dei problemi che riguardano una minoranza musulmana e non tenere conto, ad esempio, di quelli di etnie come Kachin e Kayah con una maggioranza o una consistente minoranza cristiana. Il rischio di accrescere i problemi è reale e va compreso. Occorre tenere presente che, nonostante le tornate di colloqui di pace incentivate da Aung San Suu Kyi e dal suo governo, restano attivi diversi focolai di conflitto. Occorre vedere tutto nella complessità del nostro Paese. Ad esempio, capire che chi guadagna dalle tensioni non sono solo le forze armate birmane ma anche le milizie etniche che a essi si oppongono, o alcune di esse.

       

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La benedizione del Papa per la riconciliazione del popolo birmano di Paolo Fossati
AsiaNews - Yangon - 29 novembre 2017
In 180 mila alla solenne messa celebrata al Kyaikkasan Ground di Yangon. Alla funzione anche musulmani, buddisti e tanti stranieri. La grande partecipazione dei pellegrini. Ieri sera tensioni per i divieti delle autorità. 


“Il papa, il vicario di Cristo, è venuto nel nostro Paese per benedire il popolo, la nazione ed i leader. Questo è il contributo del Santo Padre al processo di riconciliazione del Myanmar”. È quanto dichiara ad AsiaNews mons. Philip Lasap Za Hawng, vescovo di Lashio, città settentrionale dello Stato birmano orientale dello Shan. “I nostri fedeli appartengono a gruppi etnici molto diversi tra loro, ma la sua visita ci unisce, ci invita a rispettarci e ad amarci. Come il papa ha ribadito questa mattina, la vendetta non porta mai a nulla di buono. Rispondere alle controversie con amore, rispetto e comprensione, anziché violenza, porterà il popolo birmano alla pace e all’armonia. I cattolici non possono sottrarsi a questa chiamata”.
A margine della solenne messa celebrata questa mattina dal pontefice presso il Kyaikkasan Ground di Yangon, il vescovo ribadisce che lo storico viaggio apostolico rappresenta per i fedeli della piccola Chiesa birmana uno sprone a farsi portatori di pace nel Paese, ancora ferito da anni di dittatura e conflitti etnici. Anche mons. Paul Zingtung Grawng, arcivescovo emerito di Mandalay, sottolinea l’importanza degli appelli di papa Francesco in favore della riconciliazione nazionale. “I pellegrini che sono accorsi qui stamane hanno ricevuto dalle parole del Santo Padre coraggio e speranza. Forse ci vorrà ancora tempo, ma anche grazie a questo evento storico il Paese saprà rialzarsi”, afferma il presule.
Alla solenne funzione, momento principale del primo viaggio di un papa in Myanmar, hanno preso parte circa 180mila persone, stando ai dati riportati dall’organizzazione. I pellegrini sono giunti da ogni parte della nazione, affrontando lunghi viaggi difficoltosi. Come ha ricordato papa Francesco durante l’omelia, vi è anche chi ha percorso tre giorni di cammino per poter prender parte allo storico incontro. Molti degli sfollati dei conflitti nel nord del Paese hanno perfino lavorato per tre settimane in Cina, nelle piantagioni di canna da zucchero, pur di poter pagare i costi del viaggio. Già dalle 22,00 di ieri sera, i pellegrini si sono riversati sul vasto prato del Kyaikkasan Ground, dove hanno passato la notte.
Essi hanno atteso le prime luci dell’alba recitando il rosario e cantando inni alla Vergine, stemperando la tensione che aveva caratterizzato le ore precedenti la messa. Le autorità hanno infatti impedito loro di esibirsi in canti e balli tradizionali. Secondo le forze armate, questi avrebbero potuto condurre la folla ad uno stato di euforia, che avrebbe costituito un pericolo per la pubblica sicurezza. Tra gli altri divieti, alle suore è stata vietata la deposizione di composizioni floreali sull’altare del palco allestito per la funzione.
Tuttavia, questa mattina il nervosismo ha lasciato spazio alla gioia. Decine di migliaia di bandiere del Vaticano e del Myanmar hanno accolto l’arrivo del pontefice, che a bordo della sua vettura ha effettuato numerosi passaggi tra i settori del prato per salutare tutti i pellegrini. Tra loro vi erano anche molti buddisti , musulmani  e cattolici provenienti da molti Paesi asiatici. Con ordine, i fedeli hanno poi seguito la messa con grande partecipazione, ascoltando le parole di papa Francesco in solenne silenzio. I canti in latino, cui i cattolici birmani sono molto affezionati, hanno suscitato grande commozione.

       

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Papa in Myanmar: vescovi stiano col loro gregge per portare riconciliazione e pace
AsiaNews -Yangon - 29 novembre 2017  
“Guarigione, accompagnamento e profezia”. Sono le tre “parole” che papa Francesco lascia ai vescovi del Myanmar. “Le vostre greggi portano i segni di questo conflitto e hanno generato valorosi testimoni della fede e delle antiche tradizioni; per voi dunque la predicazione del Vangelo non dev’essere soltanto una fonte di consolazione e di fortezza, ma anche una chiamata a favorire l’unità, la carità e il risanamento nella vita del popolo”.
       
“Guarigione, accompagnamento e profezia”. Sono le tre “parole” che papa Francesco lascia ai vescovi del Myanmar, l’incontro con i quali ha concluso la lunga giornata di papa Francesco.
Ai 22 vescovi del Paese, il Papa raccomandato in primo luogo la “guarigione”. “Il Vangelo che predichiamo – ha spiegato - è soprattutto un messaggio di guarigione, riconciliazione e pace. Mediante il sangue di Cristo sulla croce Dio ha riconciliato il mondo a sé, e ci ha inviati ad essere messaggeri di quella grazia risanante. Qui in Myanmar, tale messaggio ha una risonanza particolare, dato che il Paese è impegnato a superare divisioni profondamente radicate e costruire l’unità nazionale. Le vostre greggi portano i segni di questo conflitto e hanno generato valorosi testimoni della fede e delle antiche tradizioni; per voi dunque la predicazione del Vangelo non dev’essere soltanto una fonte di consolazione e di fortezza, ma anche una chiamata a favorire l’unità, la carità e il risanamento nella vita del popolo. L’unità che condividiamo e celebriamo nasce dalla diversità; valorizza le differenze tra le persone quale fonte di mutuo arricchimento e di crescita; le invita a ritrovarsi insieme, in una cultura dell’incontro e della solidarietà”.
“Che nel vostro ministero episcopale possiate fare costantemente esperienza della guida e dell’aiuto del Signore nell’impegno a favorire la guarigione e la comunione ad ogni livello della vita della Chiesa, così che il santo Popolo di Dio, mediante il suo esempio di perdono e di amore riconciliante, possa essere sale e luce per i cuori che aspirano a quella pace che il mondo non può dare. La comunità cattolica in Myanmar può essere orgogliosa della sua profetica testimonianza di amore a Dio e al prossimo, che si esprime nell’impegno per i poveri, per coloro che sono privi di diritti e soprattutto, in questi tempi, per i tanti sfollati che, per così dire, giacciono feriti ai bordi della strada”.
Nel “ministero di guarigione” Francesco colloca anche l’impegno per il dialogo ecumenico e per la collaborazione interreligiosa. “Prego affinché i vostri continui sforzi a costruire ponti di dialogo e ad unirvi ai seguaci di altre religioni nel tessere relazioni di pace producano frutti abbondanti per la riconciliazione nella vita del Paese”.
“La mia seconda parola per voi stasera è accompagnamento. Un buon Pastore è costantemente presente nei riguardi del suo gregge, conducendolo mentre cammina al suo fianco. Come mi piace dire, il Pastore dovrebbe avere l’odore delle pecore. Ai nostri giorni siamo chiamati a essere una “Chiesa in uscita” per portare la luce di Cristo ad ogni periferia (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 20). In quanto vescovi, le vostre vite e il vostro ministero sono chiamati a conformarsi a questo spirito di coinvolgimento missionario, soprattutto attraverso visite pastorali regolari alle parrocchie e alle comunità che formano le vostre Chiese locali. È questo un mezzo privilegiato per accompagnare, come padri amorevoli, i vostri sacerdoti nel loro impegno quotidiano a far crescere il gregge in santità, fedeltà e spirito di servizio”.
“Soprattutto, vorrei chiedervi un impegno speciale nell’accompagnare i giovani. Occupatevi della loro formazione ai sani principi morali che li guideranno nell’affrontare le sfide di un mondo in rapido cambiamento”.
“La mia terza parola per voi è profezia. La Chiesa in Myanmar testimonia quotidianamente il Vangelo mediante le sue opere educative e caritative, la sua difesa dei diritti umani, il suo sostegno ai principi democratici. Possiate mettere la comunità cattolica nelle condizioni di continuare ad avere un ruolo costruttivo nella vita della società, facendo sentire la vostra voce nelle questioni di interesse nazionale, particolarmente insistendo sul rispetto della dignità e dei diritti di tutti, in modo speciale dei più poveri e vulnerabili”.
Il Papa ha infine raccomandato la “necessità di proteggere l’ambiente e di assicurare un corretto utilizzo delle ricche risorse naturali del Paese a beneficio delle generazioni future. La custodia del dono divino della creazione non può essere separata da una sana ecologia umana e sociale. Infatti, «la cura autentica delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri» (Enc. Laudato si’, 70)”.

      

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Papa in Myanmar: Gesù insegna che la risposta all’odio è il perdono, non la violenza
AsiaNews - Yangon - 29 novembre 2017
Prima messa pubblica celebrata da Francesco in Myanmar. “La via della vendetta non è la via di Gesù. La via di Gesù è radicalmente differente. Quando l’odio e il rifiuto lo condussero alla passione e alla morte, Egli rispose con il perdono e la compassione”. “Anche con mezzi assai limitati, molte comunità proclamano il Vangelo ad altre minoranze tribali, senza mai forzare o costringere, ma sempre invitando e accogliendo”.
                  

  La “cura” alle ferite inferte dalla violenza non si trova nella rabbia e nella vendetta, ma nel perdono e nella compassione, sull’esempio di Gesù che così rispose all’odio che lo stava conducendo a morte. Prima messa pubblica di papa Francesco nel suo 41mo viaggio fuori d’Italia, celebrata oggi nel grande parco Kyaikkasan Ground di Yangon, in Myanmar.
“Gesù – ha detto il Papa - non ci ha insegnato la sua sapienza con lunghi discorsi o mediante grandi dimostrazioni di potere politico e terreno, ma dando la sua vita sulla croce. Qualche volta possiamo cadere nella trappola di fare affidamento sulla nostra stessa sapienza, ma la verità è che noi possiamo facilmente perdere il senso dell’orientamento. In quel momento è necessario ricordare che disponiamo di una sicura bussola davanti a noi, il Signore crocifisso. Nella croce, noi troviamo la sapienza, che può guidare la nostra vita con la luce che proviene da Dio”.
“Dalla croce viene anche la guarigione. Là Gesù ha offerto le sue ferite al Padre per noi, le ferite mediante le quali noi siamo guariti (cfr 1 Pt 2,24). Che non ci manchi mai la sapienza di trovare nelle ferite di Cristo la fonte di ogni cura! So che molti in Myanmar portano le ferite della violenza, sia visibili che invisibili. La tentazione è di rispondere a queste lesioni con una sapienza mondana che, come quella del re nella prima Lettura, è profondamente viziata. Pensiamo che la cura possa venire dalla rabbia e dalla vendetta. Tuttavia la via della vendetta non è la via di Gesù. La via di Gesù è radicalmente differente. Quando l’odio e il rifiuto lo condussero alla passione e alla morte, Egli rispose con il perdono e la compassione”. Anche noi, ha proseguito, possiamo incontrare “rifiuto e ostacoli”, ma “con il dono dello Spirito, Gesù rende capace ciascuno di noi di essere segno della sua sapienza, che trionfa sulla sapienza di questo mondo, e della sua misericordia, che dà sollievo anche alle ferite più dolorose”.

   
E la Chiesa in Myanmar “sta già facendo molto per portare il balsamo risanante della misericordia di Dio agli altri, specialmente ai più bisognosi. Vi sono chiari segni che, anche con mezzi assai limitati, molte comunità proclamano il Vangelo ad altre minoranze tribali, senza mai forzare o costringere, ma sempre invitando e accogliendo. In mezzo a tante povertà e difficoltà, molti di voi offrono concreta assistenza e solidarietà ai poveri e ai sofferenti. Attraverso le cure quotidiane dei suoi vescovi, preti, religiosi e catechisti, e particolarmente attraverso il lodevole lavoro del Catholic Karuna Myanmar e della generosa assistenza fornita dalle Pontificie Opere Missionarie, la Chiesa in questo Paese sta aiutando un gran numero di uomini, donne e bambini, senza distinzioni di religione o di provenienza etnica. Posso testimoniare che la Chiesa qui è viva, che Cristo è vivo ed è qui con voi e con i vostri fratelli e sorelle delle altre Comunità cristiane. Vi incoraggio a continuare a condividere con gli altri la sapienza inestimabile che avete ricevuto, l’amore di Dio che sgorga dal cuore di Gesù”.
“Gesù vuole donare questa sapienza in abbondanza. Certamente Egli premierà i vostri sforzi di seminare semi di guarigione e riconciliazione nelle vostre famiglie, comunità e nella più vasta società di questa nazione. Non ci ha forse detto che la sua sapienza è irresistibile (cfr Lc 21,15)? Il suo messaggio di perdono e misericordia si serve di una logica che non tutti vorranno comprendere, e che incontrerà ostacoli. Tuttavia il suo amore, rivelato sulla croce è, in definitiva, inarrestabile. È come un “GPS spirituale” che ci guida infallibilmente verso la vita intima di Dio e il cuore del nostro prossimo”.
“La Beata Vergine Maria ha seguito suo Figlio anche sull’oscura montagna del Calvario e ci accompagna in ogni passo del nostro cammino terreno. Possa Ella ottenerci sempre la grazia di essere messaggeri della vera sapienza, profondamente misericordiosi verso i bisognosi, con la gioia che deriva dal riposare nelle ferite di Gesù, che ci ha amati sino alla fine”.
       

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I giovani cattolici ‘rinvigoriti’ dall’incontro con papa Francesco di Paolo Fossati
AsiaNews - Yangon - 30 novembre 2017
Si chiude il viaggio apostolico del pontefice in Myanmar. Più di 6mila persone alla messa con i giovani. La gioia dei ragazzi appartenenti ai gruppi etnici.
 
         

  Dall’incontro con papa Francesco i giovani birmani escono “rinvigoriti, più forti nella fede”. È quanto dichiara ad AsiaNews Jiosep Porlwin (foto), 29 anni, a capo di un gruppo di ragazzi di Taunggyi, capitale dello Stato orientale dello Shan, che ha preso parte alla messa con i giovani che questa mattina ha chiuso lo storico viaggio del pontefice in Myanmar. “L’annuncio di questa visita è stato per tutti noi una meravigliosa sorpresa. Appena ne siamo venuti a conoscenza, abbiamo iniziato a prepararci per l’arrivo del papa. Per quattro mesi noi ragazzi della diocesi ci siamo riuniti ogni domenica per pregare insieme a cantare inni di ringraziamento”, racconta Jiosep. “La presenza di papa Francesco nel Paese, ci ha regalato momenti fantastici, che non dimenticheremo mai. La messa di ieri al Kyaikkasan Ground ha riunito tutti i gruppi etnici, per noi è stato un momento molto significativo. Sono molto felice che il papa abbia trovato il tempo da dedicare anche a noi giovani. Ancora non ci credo!”.
Alla funzione celebrata questa mattina presso la cattedrale di St. Mary erano presenti più di 6mila persone. Tuttavia, l’ingresso all’interno della chiesa è stato consentito solo a circa 1.200 ragazzi, che da giorni sapevano anche quale fosse il posto loro assegnato. All’esterno, altri più di 2mila giovani hanno trovato posto nel giardino del complesso ed hanno seguito la messa grazie ai maxischermi allestiti dalla Conferenza episcopale (Cbcm). Al di là delle mura della cattedrale, migliaia di persone hanno sostato lungo la strada pur di partecipare alla celebrazione. Al momento della comunione, alcuni sacerdoti sono usciti per distribuire l’eucarestia tra i fedeli, sotto gli occhi delle forze di sicurezza che cercavano a fatica di gestire il traffico.

     
Al termine della messa, usciti dalla cattedrale di St. Mary, i giovani hanno dato vita ad una colorata sfilata di vestiti tradizionali. Tutti indossavano con orgoglio gli indumenti caratteristici della propria regione di appartenenza, a testimonianza della varietà dei gruppi etnici che compongono la società birmana. Vestita in abiti Kachin, la 17enne Ja Seng Ra (foto), da Monsi (diocesi di Bhamo), condivide la sua gioia per l’incontro con papa Francesco: “La sua vicinanza ci incoraggia a superare le difficoltà che affliggono la nostra terra”. Avversità lei ne ha già superate, pur di partecipare agli eventi di Yangon: “Io provengo da una famiglia molto povera, siamo quattro fratelli. Per pagare il viaggio di tutti, ho lavorato duramente per settimane”, dichiara la giovane, che scoppia in un pianto di commozione quando racconta di aver stretto la mano al pontefice. Al fianco della ragazza vi è La Htaw zau Doi Aung, capo del villaggio che ha accompagnato i ragazzi di Bhamo a Yangon. “Questi ragazzi sono testimoni di un evento che cambierà il Paese. La benedizione del papa porterà benefici”, afferma.
“Aria di cambiamento” è quella che respira anche Tin Aung Myint, a capo della delegazione dei giovani della diocesi di Mandalay (foto). Egli dichiara: “L’impegno che come cattolici abbiamo mostrato per organizzare un evento così importante, in così poco tempo, lo dimostra. Il papa ci ha responsabilizzati, noi giovani siamo pronti a darci da fare per il bene del Paese”.

       

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Il Papa in Myanmar: che cosa resta di queste giornate? di Stefano Vecchia
Mondo e Missione - 30 novembre 2017
Mentre Francesco è arrivato a Dacca – seconda tappa del suo viaggio in Asia – il bilancio a caldo delle tre storiche giornate a Yangon: alla Chiesa cattolica va dato atto di averne fatto un’occasione di incontro per tutti in un Paese così segnato dalle divisioni
  

Sul fatto che questa visita di Francesco in Myanmar – la prima di un Papa nel Paese indipendente solo dal 1948 e sottoposto dal 1962 al 2010 a un feroce dittatura militare – lascerà un segno profondo è difficile avere dubbi.
La Messa celebrata sullo spiazzo erboso del Kyaikkasan la mattina del 29 è stato un grande evento per l’intero Paese e va dato atto alla Chiesa cattolica di averne fatto per quanto possibile un’occasione di incontro, partecipazione e condivisione estesa a ogni componente della società birmana. E che questo atteggiamento sia venuto da una Chiesa che è soprattutto radicata tra le minoranze in parte ancora in lotta armata contro il governo centrale, ha dato ancor più valore all’impegno che ha risentito anche del poco tempo concesso alla preparazione dopo l’annuncio della visita a fine agosto.
Solo alla distanza si potranno vedere risultati concreti nei rapporti interreligiosi e in quelli tra la comunità di 650mila cattolici e la società nel suo complesso che conta 55 milioni di persone. Sicuramente, il Santo Padre è riuscito a dare maggiore autorevolezza a un governo in difficoltà per le pressioni dei militari e a questi ultimi il ruolo e il rispetto che si attendevano. Addirittura imponendo a sorpresa a Francesco come primo incontro dopo l’arrivo quello con il capo delle forze armate, generale Min Aung Hlaing.
Nessuna tensione e nessun imprevisto hanno segnato i vari momenti della visita pontificia che se è culminata con la celebrazione pubblica di Kyaikkasan e la Messa per i giovani nella Cattedrale di Yangon, ha avuto nell’incontro interconfessionale e in quello con la leadership monastica buddhista momenti significativi. Come pure significativa, indispensabile è stata la visita il 28 del Papa alla capitale Naypyitaw per l’incontro con governo e parlamento birmani, con il presidente Htin Kyaw e, ancora una volta (la terza ufficiale dal maggio scorso), con Aung San Suu Kyi, passata da simbolo della lotto nonviolenta per la democrazia negli anni del regime a ministro degli Esteri e consigliere di Stato nella nuova democrazia birmana sotto tutela.
Una sorte condivisa in questa occasione, quella tra la signora Premio Nobel per la Pace – sottoposta a critiche pesanti dalla comunità internazionale per avere mancato di chiedere con forza la fine della repressione militare contro i Rohingya e di cercare una soluzione che passi attraverso un riconoscimento di cittadinanza – e il Pontefice che ha rinunciato a utilizzare il termine “rohingya” tabù in Myanmar e di chiedere ai militari di fermare rastrellamenti e violenze, pur parlando più volte della necessità di rispettare diritti e vite, di garantire giustizia, sicurezza e pace a chiunque senza esclusioni.
Durante l’omelia della Messa del 29 il Papa ha sintetizzato le caratteristiche della Chiesa in Myanmar e il suo apprezzamento: «Tra tanta povertà e difficoltà, molti tra voi offrono assistenza pratica e solidarietà ai poveri e ai sofferenti. Attraverso il ministero quotidiano dei vescovi, preti, religiosi e catechisti, e soprattutto attraverso la pregevole opera della Cattolica Karuna (Caritas) Myanmar e dalla generosa assistenza fornita dalle Pontificie opere missionarie, la Chiesa nel Paese sta sostenendo un gran numero di uomini, donne e bambini, indipendentemente dall’origine religiosa o etnica».
Condiviso e apprezzato dal consiglio che indirizza il mezzo milione di monaci e novizi in un Paese al 90 per cento di tradizione buddhista, il richiamo al Buddha e a san Francesco come ispirazione a cercare – in una terra segnata da conflitti armati, tensioni interetniche e interreligiose – i valori più alti delle rispettive tradizioni.
Oggi infine, a poche ore dal volo che l’avrebbe portato nella capitale del Bangladesh, Dacca, seconda tappa del suo terzo viaggio asiatico, papa Francesco ha indicato ai giovani la via nel contesto birmano: «Come messaggeri di queste buone notizie, siete pronti a portare una parola di speranza alla Chiesa, al vostro stesso paese e al più vasto mondo. Siete pronti a portare buone notizie per i vostri fratelli e sorelle soffrenti che hanno bisogno delle vostre preghiere e solidarietà, ma anche del vostro entusiasmo per i diritti umani, per la giustizia e per la crescita di quell’ ‘amore e pace’ che porta Gesù».

        

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Portavoce dei vescovi: ‘Un successo la visita del papa. L’unità dei cattolici un esempio per il Paese’ di Paolo Fossati
AsiaNews - Yangon - 1 dicembre 2017

La gioia di tutto il Paese per il successo del viaggio apostolico di papa Francesco. Le reazioni della piccola comunità cattolica alle sue parole. Le difficoltà affrontate ed i sacrifici dei fedeli. L’ammirazione dei monaci buddisti: Essere uniti come i cattolici. 
              

  “L’unità mostrata dai cattolici birmani durante i giorni della visita del Santo Padre sono un esempio per tutta la nazione”. È quanto dichiara p. Mariano Soe Naing (foto), portavoce della Conferenza episcopale del Myanmar (Cbcm) e direttore dell’Ufficio per la comunicazione sociale (Cbcm Osc). Il sacerdote traccia in esclusiva con AsiaNews un primo bilancio dello storico viaggio apostolico di papa Francesco in Myanmar, a meno di 24 ore dalla sua conclusione.
“La visita di papa Francesco è stata senza dubbio un vero successo – afferma p. Mariano – Tante persone, provenienti da luoghi e contesti diversi, hanno partecipato insieme a tutti gli eventi in programma. In particolare, alla messa con i giovani celebrata dal Santo Padre nella cattedrale di St. Mary erano presenti tutti i gruppi etnici. Ciò è la dimostrazione dell’unità della Chiesa. Anche i buddisti hanno ammirato come in occasione di questo viaggio apostolico i cattolici siano riusciti ad essere un corpo solo, come in occasione della solenne funzione presso il Kyaikkasan Ground (foto), dove hanno sfoggiato della loro disciplina e devozione. Siamo felici del modo in cui i fedeli hanno partecipato, dei sacrifici che hanno fatto per non mancare. Ero presente la notte del 28 novembre, quando i pellegrini sono entrati sul prato, dove sono rimasti con ordine per più di 12 ore”.
P. Mariano sottolinea che tutto il Myanmar, dove circa l’89% della popolazione è buddista ed i cattolici sono solo 700mila, esprime soddisfazione per le parole pronunciate da papa Francesco in questi giorni. “Anche il Paese è contento della visita del Santo Padre. I risvolti di questo storico avvenimento sono molto positivi. Il primo frutto lo abbiamo colto nel momento in cui il papa è giunto in Bangladesh: non ha più fatto uso del termine ‘Rohingya’ [ride, ndr]. Piuttosto, egli ha ringraziato Dhaka per l’assistenza prestata alle ‘persone provenienti dal Rakhine’. 

         

Questa è la prima cosa di cui il Paese ha beneficiato dal viaggio di papa Francesco”, afferma il portavoce della Cbcm.
La presenza del papa ha suscitato nei cattolici birmani, la maggior parte dei quali appartenente alle minoranze etniche, un profondo sentimento di orgoglio nell’appartenere alla Chiesa universale e la responsabilità di assumere un ruolo di primo piano nel processo di riconciliazione nazionale. “Il desiderio del pontefice di confermarci nella nostra fede, di invitarci a seguire il Vangelo ha avuto un grande impatto sul cuore dei fedeli, ne sono sicuro – dichiara p. Mariano – Altro aspetto importante è la sfida lanciata dal Santo Padre ai nostri giovani, quella di farsi ‘messaggeri tra coloro che soffrono’. Sta a noi costruire sulle fondamenta del suo messaggio”.
Le parole del papa hanno colpito cattolici e non per la loro precisione e per l’approccio fermo ma delicato con cui hanno trattato le problematiche del Paese. A tal proposito, p. Mariano afferma: “L’omelia pronunciata lo scorso 29 novembre è in linea con la realtà che viviamo in Myanmar. I fedeli che sedevano di fronte a lui sono tutte persone che soffrono i dolori della guerra civile. Il papa li ha invitati al perdono e questo è un bene per la nazione intera. Ripeto, ora sta ai leader della Chiesa birmana costruire su quanto detto dal Santo Padre. ‘Love and Peace’, il tema della visita, non è qualcosa di astratto bensì di concreto, che questo Paese può ottenere. Leggevo oggi i commenti di importanti monaci buddisti sui social media, che mostravano le immagini di questi giorni ed invitavano ad ‘essere uniti come i cattolici’. Alcuni hanno dichiarato: ‘Guardate come si aiutano tra loro, come sono ordinati. Comportiamoci come loro!”.
Gli avvenimenti di questi giorni hanno consentito al popolo birmano comprender meglio la realtà della piccola comunità cattolica e la sua disponibilità ad un maggiore impegno per il progresso della nazione. “Con la visita del Santo Padre – prosegue il sacerdote – in un certo senso il governo e la nazione hanno riconosciuto la nostra credibilità come Chiesa. Abbiamo dimostrato chi sono i cattolici, abbiamo reso chiara la nostra identità. Ora è evidente che possiamo offrire un sostanziale contributo al processo di costruzione del nostro Paese, nel contesto di una diversità e pluralità molto forti. Anche i cristiani di altre nazioni, dove quelle cristiane sono piccole comunità minoritarie, possono prendere spunto dalle parole del papa e farsi ‘messaggeri’. Gli altri Paesi possono imparare da noi, dalla nostra unità. Abbiamo affrontato molte difficoltà, prima dell’arrivo del Santo Padre. Anzitutto la poca conoscenza del popolo birmano circa la figura del papa. Tuttavia, l’inizio del viaggio ha spazzato via tutti i dubbi dei non cattolici sull’importanza di questo evento. Possiamo essere orgogliosi di aver superato molte sfide, grazie anche al contributo finanziario di molti cristiani ed all’assistenza ricevuta dallo Stato”.
“La nostra maggiore preoccupazione prima dell’arrivo del Santo Padre era rappresentata dall’utilizzo da parte sua di quel termine [Rohingya, ndr], cosa che non sarebbe stata accettata dalla gente del Myanmar. Inoltre, alcuni media avevano sparso la voce su possibili dimostrazioni contro la visita. Tuttavia, io ero convinto che ciò non sarebbe successo. Per questo motivo non eravamo preparati a questa evenienza, perché non ci credevamo”. P. Mariano ricorda il momento di questi giorni che più ricorderà: “Ad esser sincero, il momento che più mi ha commosso durante il viaggio apostolico è stato quando il Santo Padre ha salutato i giovani presso la cattedrale, chiedendo al personale di sicurezza di non intervenire. Papa Francesco era solo a raccogliere la loro gioia ed il loro calore. I ragazzi hanno davvero provato l’amore e l’affetto del pontefice. È stato come vedere un padre che mostra la propria dolcezza ai figli”. 

    

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BANGLADESH

Papa Francesco scoprirà i bengalesi: “semplici, poveri, ma forti” 
Agenzia Fides - Dacca - 25 novembre

   
“La visita del Santo Padre è l'occasione per mostrare al mondo la ricchezza del Bangladesh, dove comunità diverse per confessione religiosa e tradizioni sociali e culturali riescono a convivere”. È quanto sostiene in un colloquio con l'Agenzia Fides p. Kamal Corraya, incaricato dai vescovi come responsabile del Comitato per i mass-media allestito per la visita di Papa Bergoglio, che arriverà nella capitale Dacca giovedì 30 novembre nel primo pomeriggio, dopo il viaggio in Myanmar. Originario della città di Gazipur, dove è particolarmente significativa la presenza dei cattolici, p. Corraya sta nella struttura che ospita la Chiesa del Santo Rosario di Dacca, “la prima cattedrale istituita in Bangladesh”, nota, un edificio risalente al 1677, più volte restaurato, che ospita anche le lapidi dei missionari portoghesi. La mattina di sabato 2 dicembre, dopo aver visitato l'adiacente Casa Madre Teresa di Tejgon, in questa cattedrale Papa Bergoglio incontrerà “circa duemila tra sacerdoti, religiosi, consacrati, seminaristi e novizie", prima della visita al cimitero parrocchiale e dell'incontro con i giovani al Collegio Notre Dame. “Al Collegio ci saranno diecimila studenti provenienti da ogni angolo del paese, di ogni cultura e religione: è questa la ricchezza del Bangladesh – osserva il sacerdote – la sua diversità, la capacità di saper convivere nonostante le difficoltà”. 
“Il Santo Padre, con il suo messaggio di pace e armonia, ci aiuterà a far conoscere meglio il ricchissimo patrimonio culturale del nostro paese, di cui siamo orgogliosi, ma che viene spesso offuscato dagli stereotipi su povertà, estremismo, disastri ambientali", spiega p. Corraya mentre alcuni operai finiscono di sistemare la pavimentazione e altri curano le aiuole. “Sono lavori che facciamo per accoglierlo nel modo migliore. La Chiesa ne finanzia solo una parte. Il resto viene da tante donazioni private. Tra i sostenitori ci sono anche diversi musulmani: nella comunità islamica sono tanti a riconoscere il ruolo della Chiesa, soprattutto nel campo dell'istruzione. E ancora di più quelli che apprezzano il messaggio del Papa". In Bangladesh, i cattolici rappresentano una esigua minoranza: sono circa 370.000 secondo le stime governative, su una popolazione di quasi 170 milioni di persone. 
“Il Santo Padre ha cominciato a farsi conoscere e apprezzare di più dopo la strage al Rana Plaza”, l'edificio che ospitava aziende tessili crollato nel 2013, causando la morte di più di mille persone. In quell'occasione, ricorda p. Corraya, “Papa Francesco ha condannato chi sfrutta i 'nuovi schiavi', riferendosi ai lavoratori, e questo ha colpito molto la gente, che l'ha sentito vicino”. Anche in un paese a maggioranza islamica, c’è consonanza tra le parole del Papa e i sentimenti della popolazione: “Il messaggio del Papa è un messaggio accessibile a tutti. Semplice, ma forte. Noi bengalesi siamo così. Semplici, poveri, ma forti. Perché sappiamo gioire con il poco che abbiamo. È una felicità spesso incomprensibile a chi viene dai paesi ricchi. Ma c'è, è nostra. E con la visita di Papa Francesco riusciremo a consolidarla e a farla conoscere al mondo”. (GB)  

 

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Il Bangladesh povero e la nostra responsabilità di Francesco Gesualdi
Avvenire - 25 novembre 2017

In ossequio alla scelta preferenziale per gli ultimi che papa Francesco non si stanca di sollecitare, non poteva mancare la sua visita in Bangladesh. E non importa se il 90% della popolazione è di religione musulmana: i diseredati non si distinguono per appartenenza religiosa. Grande metà dell’Italia, ma con una popolazione quasi tripla, il Bangladesh fa parte dei Paesi meno sviluppati. In tutto 47, così definiti dalle Nazioni Unite per la loro fragilità economica, un reddito pro capite inferiore ai 1.200 dollari all’anno, gravi carenze sul piano sanitario, educativo, nutrizionale. In Bangladesh si contano 50 milioni di poveri, il 32% della popolazione, persone che nel linguaggio arido del denaro sopravvivono con meno di 2 dollari al giorno: non mangiano abbastanza, vivono in baracche fatiscenti, non riescono a curare neanche una dissenteria, non dispongono di corrente elettrica, non possono mandare i propri figli a scuola.
Una condizione che non può essere attribuita solo all’eredità coloniale, ma anche alle ingiustizie interne che si sono perpetuate nel tempo. Il 65% dei bengalesi vive nelle campagne, la loro esistenza dipende dalla disponibilità di terra che però è terribilmente maldistribuita. A causa dell’ignoranza che li rende facili prede di truffe e raggiri e a causa di un apparato giudiziario corrotto, molti piccoli contadini si vedono spogliare dei loro appezzamenti e trasformati in nullatenenti.
A vantaggio dei grandi proprietari terrieri, non più del 10% delle famiglie che possiedono il 50% di tutta la terra. Per contro il 60% delle famiglie rurali è senza terra e ha come unica possibilità di sopravvivenza una simil-mezzadria a condizioni di rapina: in cambio di non più del 40% del raccolto devono partecipare alle spese e non avendo i soldi per sostenerle si indebitano con gli usurai, che infliggono il colpo mortale. Non di rado l’esistenza è ulteriormente aggravata da uragani e tifoni che distruggono tutto ciò che trovano sul loro cammino lasciando dietro di sé intere regioni sott’acqua. Eventi sempre più frequenti come conseguenza dei cambiamenti climatici. Quando la vita nelle campagne si fa impossibile, si cerca rifugio nelle città ed ecco crescere le baraccopoli attorno alle grandi metropoli. Solo a Dacca, la capitale, se ne contano più di 5mila, inferni umani in cui sono ammassate 4 milioni di persone, un quarto della popolazione dell’intera città.
Una di queste è Begunbari, 'Casa delle melanzane', così detta perché sorge lungo i binari che portano al grande mercato ortofrutticolo di Dacca: 25mila persone accampate fra treni in corsa, fogne a cielo aperto, ogni tipo di rifiuti e lordure ammassati ovunque. E nonostante le condizioni disumane, si paga tutto: per insediarsi, per andare alla latrina, per buttarsi addosso un secchio d’acqua a mo’ di doccia. Soldi che ognuno guadagna come può: scaricando un camion, tirando un risciò, accattonando, perfino vendendo il proprio sangue se non c’è nessuna altra possibilità. Ma qualcuno lavora anche presso le fabbriche di abbigliamento che a Dacca sono sorte come funghi negli ultimi decenni. Il governo ha puntato molto sull’industria tessile, in particolare il settore delle confezioni, che oggi rappresenta la spina dorsale dello sviluppo industriale bengalese.
Con 4 milioni di occupati l’abbigliamento contribuisce all’80% delle esportazioni e pone il Bangladesh al secondo posto, dopo la Cina, nella classifica dell’export mondiale. Fra i suoi clienti, ai primi posti compaiono H&M, Walmart, Zara, che si riforniscono in Bangladesh unicamente per i prezzi che spuntano. Talmente bassi da avere potuto lanciare la fast fashion, un nuovo trend consumistico che potremmo riassumere come moda usa-egetta. In realtà a essere usati e gettati non sono i pantaloni, le felpe o le t-shirt, ma le vite dei lavoratori, anzi delle lavoratrici considerato che l’80% delle persone impiegate nei laboratori di cucito sono donne, non di rado accompagnate dai loro bambini. Le loro testimonianze parlano di condizioni di lavoro schiavistiche: 12-15 ore al giorno senza contributi sociali, senza ferie, talvolta senza riposo settimanale.
Il tutto per 60 euro al mese, 65 quando va bene. È il salario minimo legale che a detta dell’Asia Wage Floor Alliance rappresenta appena il 15% del 'salario vivibile' necessario per una famiglia di quattro persone. Nel dicembre 2016, a Dacca venne organizzata una vasta iniziativa sindacale per ottenere salariali più alti, ma gli unici risultati furono 35 arresti, un migliaio di lavoratrici sotto processo e 1.600 licenziamenti. L’esperienza dimostra, però, che dove non arrivano i lavoratori possono i consumatori.
Lo testimonia l’istituzione del fondo per il risarcimento delle vittime del Rana Plaza, il palazzo crollato nel 2013 che provocò la morte di 1.100 lavoratrici e l’invalidità di altrettante. Su pressione dei consumatori, numerose imprese, fra cui Benetton, che intrattenevano rapporti commerciali con i laboratori presenti nel palazzo, hanno accettato di partecipare al fondo, fino a raggiungere l’obiettivo fissato di 30 milioni di dollari necessari a indennizzare le vittime e le loro famiglie. È la dimostrazione che la cultura della responsabilità, assunta da parte di ognuno, è l’unica che può ripristinare giustizia e dignità.

    

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Antonio e Papa Francesco in Bangladesh di p. Alessandro Ratti
messaggerosantantonio.it - 26 novembre 2017
Come sant’Antonio, Papa Francesco reca un messaggio di pace e riconciliazione che guarda oltre la politica, l’ideologia e la religione. Un appello alla convivenza e al rispetto che sono un antidoto contro chi usa la diversità per incitare all’odio

         
Quasi precursore del viaggio papale in programma in Bangladesh dal 30 novembre al 2 dicembre – dopo la tappa in Myanmar dal 27 al 30 novembre – sant’Antonio ha voluto precedere Papa Francesco, facendo visita al Paese asiatico. Ideatore e anima del Pellegrinaggio delle reliquie di sant’Antonio in Bangladesh è stato l’arcivescovo di Dacca, cardinale Patrick D’Rozario, che ha desiderato e programmato questo evento, recandosi più volte personalmente a Padova per parlare con il Rettore della Basilica e per invitare i frati.
Il cardinale intervistato in vista della visita antoniana ha tenuto a ribadire che l’attaccamento al Santo è stato e continua ad essere molto forte: «Il Bangladesh ha ereditato questa devozione dai portoghesi, venuti nel XVI secolo. Fino ad oggi tra i cristiani di tutte le tradizioni rimane una notevole devozione e rispetto per la figura di Sant’Antonio, e non solamente perché attraverso di lui la gente riceve tanti benefici da parte di Dio. L’amore per sant’Antonio è davvero un affetto autentico».
            
In viaggio con il Santo
La prima settimana di febbraio, insieme con padre Paolo Floretta, in servizio con me alla Basilica, sono partito con il prezioso busto dorato, contenente le reliquie del Santo, alla volta del Bangladesh. Il viaggio ha portato sant’Antonio, e noi suoi accompagnatori, a visitare, in nove giorni, la capitale Dacca, e le città di Chittagong, Barisal, Mymensingh, Rajshahi, e alcuni centri più piccoli, raggiunti con ogni mezzo di trasporto: lunghe ore in auto su strade non proprio scorrevoli e piuttosto accidentate, salendo e scendendo da aerei locali, viaggiando con i traghetti sul maestoso fiume Gange, e perfino a bordo di «risciò processionali» nei villaggi della foresta del Bengala.
Dovunque i vescovi e i fedeli hanno accolto il Santo con ogni onore, e con incontenibile gioia. Un aiuto essenziale all’organizzazione e realizzazione della visita è stato offerto dal Nunzio apostolico, monsignor George Kocherry, e dal segretario della Nunziatura, don Luca Marabese. La presenza dell’ambasciatore della Santa Sede, fin dall’arrivo in aeroporto e in diverse occasioni, è stata determinante nelle questioni burocratiche, e per favorire i contatti con le autorità civili e di pubblica sicurezza.
     
L’incontro con l’amico
In questo Paese soggetto ai monsoni asiatici, i festeggiamenti antoniani che altrove si tengono a giugno, sono rinviati a un mese meno piovoso per permettere ai pellegrini di spostarsi e confluire al Santuario nazionale eretto in onore del Santo dei Miracoli, in località Panjora, non lontano dalla capitale. Qui si trova la prima chiesetta costruita dai missionari portoghesi, nel 1500, dedicata a sant’Antonio. Ospita una minuscola statuetta antica del Taumaturgo, immagine veneratissima dalla popolazione.
Nei giorni della festa, 2 e 3 febbraio, sono accorse a venerare le reliquie del Santo più di 70 mila persone. Donne drappeggiate nei loro sari multicolori, numerose religiose, uomini e giovani. Devoti cattolici certo, ma anche di fede indù e musulmana, accomunati dall’aver sperimentato la vicinanza di Antonio e il favore di Dio per mezzo della sua intercessione: per una guarigione insperata o il dono di un figlio tanto atteso.
Monsignor Francis Gomes, vescovo ausiliare di Dacca, in prima linea nella gestione pratica del pellegrinaggio, ha comunicato ai giornalisti di AsiaNews il suo stupore per le dimensioni dell’evento religioso: «Siamo sbalorditi nel vedere il rispetto che la gente nutre per sant’Antonio. In migliaia stanno arrivando per vedere le reliquie. Aspettano in fila anche per un’ora, e nel momento in cui giungono al suo cospetto scoppiano in lacrime di devozione, e pregano per l’intercessione del Santo». 

            
La povertà non frena l’accoglienza
Dopo la sosta al santuario e nella capitale, la «corsa a tappe» delle reliquie è continuata tra cattedrali affollate all’inverosimile di devoti, monasteri di Clarisse trepidanti di gioia, parrocchie di città attorno alle quali il traffico andava in tilt all’arrivo del Santo, fino a piccoli villaggi di campagna, incastonati tra risaie e grandi fiumi, dove la preghiera poteva protrarsi per tutta la notte. Nonostante la visibile povertà della popolazione, l’ospitalità orientale, unita alla sincera devozione dei cristiani, ha saputo compiere miracoli di accoglienza per le folle che affluivano in ogni chiesa dove facevano sosta le reliquie.
Molti pellegrini dovevano percorrere anche decine di chilometri, a piedi o con mezzi di fortuna, e i parrocchiani, con estrema generosità, non facevano mancare loro ombra per riposare, riso per rifocillarsi e acqua potabile (nient’affatto scontata a queste latitudini): si preoccupavano non solo dello spirito, ma anche delle esigenze del corpo di quanti il buon Santo attirava nelle loro chiese.
Noi frati abbiamo avuto il privilegio di accompagnare sant’Antonio nell’incontro con tantissime persone ricche di religiosità, che mai – vista la loro indigenza materiale – avrebbero potuto realizzare il sogno di recarsi a Padova e pregare sulla tomba del loro patrono e amico. Antonio continua ad evangelizzare e a diffondere, intorno a sé, il desiderio di conoscere Cristo: vero missionario che non ha mai smesso di percorrere i sentieri delle periferie del mondo, facendosi vicino ai quanti lo invocano con affetto e umile pietà.
           
La gioia di essere cristiani
La Chiesa cattolica in Bangladesh rappresenta un’esigua minoranza, una frazione dell’uno per cento eppure per il cardinal D’Rozario la situazione minoritaria della chiesa nel suo Paese è, in realtà, una sorgente di forza. È convinto che anche Papa Francesco condivida questo sentire: «Direi che la Chiesa sarà sempre minoranza, un piccolo gregge – diceva Gesù» – e spiega: «Quando diventiamo maggioranza siamo a rischio di perdere i valori del Vangelo. I cristiani devono essere il sale della terra. Ma in una ciotola di riso non c’è bisogno di un’intera ciotola di sale per renderlo saporito, ne bastano pochi granelli. La Chiesa in Bangladesh è proprio così. Il Papa è qui per tutti noi, non soltanto per i cristiani. È considerato come la voce della coscienza del mondo e la gente lo rispetta. La sua personalità supera i confini delle nazioni, delle culture, delle religioni».
L’arcivescovo D’Rozario è il primo cardinale d’origine bengalese nella storia. Proprio Papa Francesco ha voluto conferirgli la porpora per segnalare il suo desiderio di vedere avanzare in primo piano le chiese più lontane dai centri di potere e di prestigio.
          
In attesa di abbracciare Francesco
La visita del Papa in Bangladesh darà modo di sottolineare alcuni temi che stanno a cuore al Pontefice, autore nel 2015 dell’Enciclica Laudato si’ sulla cura del creato. I temi ecologici sono drammaticamente all’ordine del giorno nei Paesi del Sud dell’Asia. Il Bangladesh è un Paese ferito dai cambiamenti climatici che provocano annualmente gravi inondazioni con centinaia di vittime, e dall’inquinamento delle acque: «La visita papale porterà speranza per i Paesi colpiti dagli sconvolgimenti climatici – dice il Cardinale –. Certamente il Papa userà pure la sua parola a favore dei lavoratori più poveri, come gli operai delle fabbriche tessili di cui, pochi anni fa, ha rimarcato le condizioni di “moderna schiavitù”; e ciò è stato ampiamente diffuso e apprezzato sui mezzi di comunicazione del Bangladesh».
«Anche il dialogo interreligioso sarà stimolato», prevede il cardinale D’Rozario, e sottolinea lo slogan della visita papale: Armonia e Pace. «Il Santo Padre gode di grande considerazione tra persone di ogni religione. Potranno vedere un leader religioso parlare con loro e stare con loro». Pur riconoscendo che in Bangladesh l’armonia tra le diverse religioni è piuttosto buona, il cardinale vede comunque degli ostacoli per i cristiani che non hanno una «piena libertà di predicare la Parola di Dio, di annunciare Cristo», e non nasconde i pericoli e l’esclusione sociale a cui vanno incontro i musulmani che desiderano entrare nella famiglia della Chiesa.
Papa Francesco, nel corso del suo viaggio, incontrerà anche il presidente e il primo ministro del Bangladesh, e vari leader religiosi. In programma anche una visita al Memoriale dei Martiri della Nazione a Savar, e al Museo Bangabandhu di Dacca che ricorda il Primo presidente del Bangladesh, Sheikh Mujibur Rahman, che qui, nel 1975, fu assassinato con moglie, figli e il personale del suo staff da un commando di militari.

     

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Rohingya e periferie, i temi caldi in attesa di papa Francesco a Dhaka di Anna Chiara Filice
AsiaNews - Dhaka - 28 novembre 2017
Dhaka ancora spoglia di simboli per l’accoglienza del pontefice. Al centro della visita: profughi, migranti e persone rifiutate. Nei campi di Cox’s Bazar la diocesi di Chittagong pensa all’educazione dei bambini Rohingya. I rischi di un trasferimento degli sfollati a Hill Tracts, dove non esistono diritti e sviluppo. Dalla nostra inviata.
          

  Rohingya e periferie: sono i temi all’ordine del giorno tra i cattolici di Dhaka, mentre attendono papa Francesco che qui arriverà tra due giorni. La questione dei profughi musulmani fuggiti dalle violenze nel Myanmar è stata ribadita ancora dal card. Patrick D’Rozario, arcivescovo della capitale. Ieri egli è intervenuto alla conferenza di presentazione della visita ai giornalisti, che si è svolta nella sede dell’arcivescovado. A tutti i presenti, circa 60, ha chiesto di “collaborare per la buona riuscita della visita”.
Secondo il cardinale, il punto focale di tutto il viaggio pastorale sarà “il dialogo: con le religioni, con le culture che compongono il Bangladesh, con i poveri. La Chiesa è povera e lavora per i poveri”.       
Intanto in vista dell’arrivo del pontefice quello dei Rohingya continua ad essere l’argomento più dibattuto. Incontriamo mons. Moses M. Costa, arcivescovo di Chittagong, sotto la cui diocesi rientra la giurisdizione di Cox’s Bazar, l’area dove sono rifugiati in accampamenti di fortuna circa 620mila persone. “La Conferenza episcopale – dichiara – ha dato il mandato alla Caritas, che opera con il consenso del governo”. Egli spiega che il braccio sociale della Chiesa cattolica “fornisce ogni giorno cibo a 10mila famiglie. I generi alimentari sono stati la nostra risposta immediata all’emergenza. Inoltre l’inverno è arrivato e stiamo distribuendo vestiti caldi. Ma non basta solo questo. Oltre al cibo, la nostra missione è prenderci cura delle persone, degli esseri umani. Per questo stiamo pensando ad un progetto di educazione dei bambini che vivono nei campi profughi”.

   
Il vescovo riporta: “Le persone sono distrutte, arrabbiate, e tra di esse è presente disagio fisico e psicologico. Il pericolo è che tra gli sfollati cresca sempre di più un sentimento di depressione da una parte, e frustrazione dall’altra, che può tramutarsi in aggressività. Sono persone che hanno perso tutto, tra cui malattie e sfruttamento sono molto diffusi. Forse ad altri gruppi non interessa, ma noi abbiamo a cuore queste persone”. Poi riporta la storia di una bambina incontrata nel campo profughi: “Sarà stata alta all’incirca un metro, avrà avuto sui dieci anni. Era da sola, la sua famiglia era stata sterminata. E lei non parlava, si era chiusa nel mutismo e nel dolore”.
Un’altra questione che lo preoccupa “è che nessuno sa come tutto questo si potrà risolvere. Quel che è peggio, è che nel passato a queste persone è stato concesso di essere ricollocate in altre aree, a discapito di coloro che avevano già bisogno di aiuto. La mia paura è che se il governo dovesse dare il permesso ai Rohingya di trasferirsi nella zona di Hill Tracts, dove vivono 30 gruppi di minoranza, e di occupare la loro terra, ci troveremo di fronte ad un altro disastro. Qui vige già la disperazione, non esistono diritti, nessuna proprietà terriera, manca l’educazione e programmi di sviluppo. Dolore si aggiungerà a dolore”.
Altro argomento all’ordine del giorno, quello delle periferie. Per primo è stato Francesco a ribadire la volontà di portare Cristo “fino alle periferie del mondo”. Ed è proprio ciò che ora si aspettano i cattolici. P. Bulbul Augustine Rebeiro, responsabile per i media del comitato papale, afferma: “Papa Francesco parla di periferie, di Chiese piccole. Ci aspettiamo che egli diventi uno di noi, che mostri solidarietà alle persone di questo Paese così lontano”. Per il card. D’Rozario, “non si tratta tanto di fare distinzione tra periferie e Chiesa universale. Facciamo tutti parte dello stesso corpo della Chiesa. Ogni organo concorre al buon funzionamento del corpo. Così la Chiesa può essere universale solo diventando locale. Papa Francesco vedrà la Chiesa locale, ma allo stesso tempo egli parlerà a quella universale”.
Il pontefice, aggiunge p. Rebeiro, “è uno dei più grandi leader del mondo, e per questo motivo tutti sono interessati a sapere cosa dirà su tre questioni: Rohingya, migranti e persone perseguitate o rifiutate. E il tema dei migranti si addice in maniera perfetta a quello delle periferie. Anche qui in Bangladesh abbiamo tante persone che migrano in cerca di lavoro all’estero. Per l’occasione invece torneranno nel Paese d’origine”.
Nella capitale le giornate sembrano scorrere nella norma, ancora per le strade non c’è alcun segnale che suggerisca l’imminente arrivo, come i cartelloni di benvenuto al papa. Il motivo, spiega p. Rebeiro, è che il governo deve dare il consenso suoi luoghi in cui verranno esposti. “Ma sono già stati stampati”, assicura. Secondo un altro cattolico, “i cartelloni non sono stati ancora affissi perché il partito al potere è molto autocelebrativo. Perciò gli striscioni verranno posizionati solo in alcune zone ben specifiche della città”.
Sulla sicurezza per il viaggio, mons. Gervas Rozario, presidente di Caritas Bangladesh, vescovo di Rajshahi e responsabile del sistema che garantirà l’incolumità al papa e ai pellegrini, afferma: “Prima ancora che i Rohingya fossero sotto i riflettori, l’obiettivo del governo era mostrarsi alla comunità internazionale come un Paese responsabile e affidabile per il commercio. Il Bangladesh è in rapida espansione e ha bisogno di finanziamenti. Inoltre è uno dei Paesi musulmani più pacifici, che crede fermamente nel valore dell’armonia. La credibilità delle autorità si gioca ora sulla sicurezza del papa. È interesse del governo far sì che tutto vada per il meglio, così riuscirà ad attrarre i crediti sperati”.

    

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Josim Murmu, da un villaggio al 100% tribale: papa Francesco mi farà sacerdote
AsiaNews - Dhaka - 29 novembre 2017
Il diacono verrà ordinato il primo dicembre, insieme ad altri 15. La sua conversione ha spinto al battesimo la famiglia e tutto il villaggio abitato da animisti con influenze indù. “Dentro di me arde la fiamma di Cristo”. “Amerò la mia gente, poveri e disabili, cristiani e musulmani”. 
       

 Sarà il primo sacerdote del suo villaggio situato nel nord del Bangladesh, composto al 100% da tribali. Non solo, il suo esempio di testimonianza cristiana ha portato alla conversione prima della famiglia, e poi dell’intera comunità di 800 abitanti. È la storia di Josim Murmu, raccolta da AsiaNews, che lo ha incontrato all’Holy Spirit Major Seminary, nel quartiere di Banani. Egli è uno dei 16 diaconi che verranno ordinati da papa Francesco il prossimo primo dicembre, durante la visita pastorale che si appresta a compiere. La messa si svolgerà al Suhrawardy Udyan Park e per l’occasione sono attese circa 100mila persone. Per Josim quelle più importanti sono la sua famiglia e soprattutto il padre malato. “Egli fa fatica a camminare, ma verrà. Non può mancare il giorno più importante della mia vita”, racconta.
Il diacono, 30 anni, proviene dal villaggio di Pollibut, nella diocesi di Dinajpur. La sua è una famiglia povera, il padre contadino e la mamma bada alla casa e ai sette figli (4 maschi e 3 femmine). Il villaggio in cui vive è popolato solo da tribali animisti con influenze della religione indù.
Parlando della sua vocazione sacerdotale, riferisce che l’incontro con Cristo avviene quando era piccolo, attraverso l’incontro con p. Gerome, un sacerdote francescano. “Un giorno egli viene da me – racconta – e mi dice: ‘Josim, andiamo ad insegnare a quelle persone’. E io sono andato con lui. Dopo un po’ di tempo che lo seguivo, è nato un desiderio: essere come lui”. Il ragazzo chiede al sacerdote come fare a diventare cristiano, ma la risposta lo stupisce: “Per prima cosa devi imparare”.
Dopo un periodo di preparazione e preghiere, Josim confessa alla famiglia che vuole essere battezzato. E la famiglia lo stupisce ancora: “Loro erano d’accordo con me, accettavano la mia decisione. E mi hanno detto che anche loro volevano diventare cristiani. Quindi tutta la mia famiglia si è convertita”.
Un altro episodio cardine dalla sua vocazione è stato un dialogo con un altro prete. “Egli mi prende da parte e dice: ‘Josim, tu hai un fuoco che arde dentro di te. Non spegnerlo’. Il fuoco che ardeva era Cristo”.
Nel frattempo il giovane completa gli studi universitari di primo livello (Bachelor of Arts) e decide di entrare nel seminario di Dinajpur. “Il mio desiderio era diventare sacerdote, insegnare alle persone, lavorare per loro, predicare la Buona Novella che è Dio”.
Il suo esempio di vita è così potente, il suo atteggiamento così affascinante che nel giro quattro anni tutto il villaggio di tribali si converte e viene battezzato. “Ma all’inizio non ci accettavano – ricorda – erano contro di noi e non volevano aiutarci. Eravano diversi, avevano tante tradizioni della religione indù, come l’adorazione degli dei e le offerte alle divinità. Nonostante fossero poveri, donavano ciò che avevano. Io non sapevo che fare, così mi sono confrontato con la mia guida spirituale. E lui mi ha detto: ‘Non te ne preoccupare. Vivi la tua vita, segui la tua decisione fino in fondo. Essi capiranno e a poco a poco cambierà anche la loro vita”.
“Gesù Cristo è venuto per me – continua il diacono –. Egli è mio amico, il mio Dio, il mio Creatore. Quando egli è venuto in questo mondo, ha insegnato alla gente, predicato alle persone. Egli ha dato la sua vita per me. È venuto sulla terra e mi ha salvato dai peccati, è morto per salvarmi dal peccato”. E dopo l’ordinazione, Josim seguirà il suo esempio. “Andrò a testimoniare Cristo, a predicare il Vangelo”. Non lo farà in maniera urlata. “Nel rispetto della fede di ognuno, sia esso buddista o musulmano, porterò la Buona Novella e seguirò l’esempio di papa Francesco di lavorare per gli esseri umani. Servirò il mio popolo nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù a Suihari, dove sarò assistente del parroco p. Gian Battista Zanchi [del Pime, ndr]. Amerò la mia gente, poveri e disabili, cristiani e musulmani”. (ACF)

 

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Leader indù e buddisti: papa Francesco, messaggero di pace e amore in Bangladesh
AsiaNews - Dhaka - 30 novembre 2017
I rappresentanti delle minoranze parlano di convivenza nella società, progresso e “verità che porta allo sviluppo”. Il sostegno tra le religioni in episodi di violenza. La visione della “non-guerra” contro un mondo “dove si combatte ovunque”. 
       
“Papa Francesco è il benvenuto a Dhaka, non vediamo l’ora di incontrarlo. Tutte le persone del Bangladesh si sentiranno benedette dalla sua presenza”. Lo dice ad AsiaNews un leader buddista. Dello stesso pare uno swami indù che aggiunge: “Siamo fortunati, noi gli siamo grati. Egli è un messaggero di pace e amore. E’ un simbolo di speranza, onestà e semplicità. Dobbiamo mostrargli rispetto dal profondo del cuore”. A poche ore dall’inizio del viaggio pastorale a Dhaka, chiediamo loro come vivono le minoranze in un Paese a maggioranza musulmana e come costruire l’armonia in una società tanto complessa, dove la rampante crescita economica non si traduce in eguaglianza sociale e diritti per tutti.
In Bangladesh i buddisti sono otto milioni (l’1% della popolazione). Nel Paese vivono circa 6mila monaci e ci sono 6mila seminari; le donne non sono ammesse alla vita religiosa. Gli indù invece sono quasi 20 milioni, cioè tra l’8 e il 10% degli abitanti.
Il ven. Bhikkhu Sunandapriya, segretario generale della Bangladesh Budddhist Federation, afferma: “Il nostro obiettivo è dare voce a chi non ne ha. Sosteniamo l’armonia, la non violenza. Pratichiamo la nostra religione in modo libero e non abbiamo preoccupazioni per la nostra sicurezza”. Lo incontriamo all’International Buddhist Monastery di Merul Badda, un quartiere di Dhaka. “Vogliamo che questo Paese viva in modo pacifico. Il nostro Paese è laico, la Costituzione dice che siamo tutti uguali”. Allo stesso tempo, non nega l’esistenza di “frange estremiste che perpetrano violenze. Come l’attacco compiuto dai musulmani nel 2012, quando nella divisione di Chittagong hanno dato alle fiamme 22 templi buddisti. Per noi è stato un immenso dolore, ma nonostante tutto proviamo sempre a costruire un processo di pacificazione”. Prova ne è “la celebrazione delle feste religiose, in cui invitiamo i leader delle altre confessioni e siamo invitati a partecipare alle loro. O il sostegno che abbiamo dato lo scorso anno alla comunità indù di Nasirnagar, vittima di un assalto da parte di fondamentalisti per una falsa foto che insultava l’islam. Più di 300mila persone di ogni fede hanno manifestato insieme”.
Anche lo swami Gurusevananda, assistente segretario della Ramakrishna Mission situata nel quartiere Gopibag della capitale, parla di convivenza armoniosa tra le comunità religiose del Paese, anche se non vuole raccontare come vivono i fedeli indù in Bangladesh. “Noi partecipiamo a programmi interreligiosi, incontriamo i leader per stimolare il dialogo”. “La cosa più importante – sottolinea – è dire la verità. Invece spesso si raccontano bugie. Dio è verità e se noi diciamo la verità, questo è già sufficiente per lo sviluppo della società. Il nostro signore Shiva non dice mai bugie. Se noi predichiamo con verità, tutto verrà di conseguenza, come lo sviluppo spirituale, dell’educazione, delle istituzioni”. Parlando di rapporti tra le religioni, sostiene: “Crediamo nella convivenza pacifica, ma oggi essa è in pericolo. Noi rispettiamo la comunità cristiana, Gesù Cristo ma anche Buddha e Krishna. Tutte le religioni dicono la verità, perciò perché dovrei dire che la mia religione è meglio di quella degli altri? Le persone combattono in tutto il mondo l’uno contro l’altro. Noi invece insegniamo la non-guerra, il non-scontro. Non c’è città sicura, le persone sono spaventate, vivono nella minaccia di aggressioni. Noi vogliamo sostenere la libertà”.
Papa Francesco, aggiunge il ven. Sunandapriya, “predica la pace, che tutti possano vivere in fratellanza. Per noi è lo stesso. Noi crediamo che tutti gli esseri viventi di questo pianeta – umani, piante, animali – hanno la stessa dignità e meritano rispetto. Anche i Rohingya, per i quali raccogliamo offerte che doniamo per il loro sostegno nei campi di Cox’s Bazar. La questione però deve essere risolta dal governo, perché è di interesse nazionale”. (ACF)

  

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Il viaggio di papa Francesco, immerso nella storia del Bangladesh e dei suoi cristiani di Sumon Corraya
AsiaNews - Dhaka - 30 novembre 2017
La visita al memoriale per i martiri della Guerra di liberazione contro il Pakistan occidentale nel 1971: fra di essi numerosi cristiani, sostenuti da suore e sacerdoti. Il museo dedicato al fondatore del Paese, Sheikh Mujibur Rahman, a cui il papa renderà omaggio. La visita alla nunziatura apostolica e poi al complesso dove si trova la chiesa del Holy Rosary, fra le più antiche del Paese.
       

  Non solo la visita, ma anche i luoghi che papa Francesco visiterà in Bangladesh hanno un forte valore storico. Oggi, il pontefice visiterà il Memoriale nazionale dei martiri (foto 1) a Savar, 35 km a nord-ovest della capitale. Qui, egli renderà omaggio ai martiri che hanno sacrificato la loro vita durante la guerra di liberazione del Bangladesh nel 1971, quando il Paese si è reso indipendente dal Pakistan.
Il conflitto ebbe inizio quando la giunta militare pakistana “occidentale” lanciò la “Searchlight operation” contro il popolo del Pakistan “orientale”, la notte del 25 marzo 1971. Le forze armate attuarono una sistematica eliminazione di bengalesi nazionalisti fra civili, studenti, intellettuali, minoranze religiose e forze armate. Essi annullarono inoltre il risultato delle elezioni del 1970, arrestando il primo ministro designato Sheikh Mujibur Rahman. La guerra finì il 16 dicembre del 1971, quando il Pakistan occidentale si arrese. Le forze armate indiane e sovietiche sostennero il Bangladesh, e 1.661 soldati indiani persero la vita nel conflitto. Il Pakistan occidentale aveva contato invece sul supporto di Cina, Stati Uniti, Regno Unito, Indonesia e Arabia Saudita. Molti combattenti per la libertà cristiani furono uccisi negli scontri e diversi preti e suore li aiutarono a ottenere una diversa bandiera.
Dopo aver reso omaggio ai martiri, il pontefice andrà al museo memoriale “Bangubandhu” per firmare il libro d’onore. Il museo è situato in quella che era la residenza del fondatore e presidente del Bangladesh, Sheikh Mujibur Rahman. Egli fu ucciso insieme alla maggior parte della sua famiglia proprio nel palazzo, ora museo. “Bangubandhu” in bengalese significa “amico”. Rahman fu il primo presidente del Paese, per poi ricoprire la carica di premier dal marzo del 1971 fino alla sua morte, l’agosto del 1975. 

      

Grazie al suo sacrificio e alla sua capace guida, la guerra di liberazione del Bangladesh portò alla creazione di un nuovo Paese, separato dal Pakistan occidentale. Sua figlia, Sheikh Hasina è l’attuale leader della Lega awami e l’attuale primo ministro del Bangladesh. Il pontefice visiterà il museo, rendendo omaggio a Rahman.
Nella stessa giornata, durante la sera, renderà visita di cortesia presso la residenza del presidente, il cui edificio occupa questo ruolo sin dall’indipendenza ed è ora teatro di importanti incontri e seminari. Più tardi, il pontefice incontrerà la società civile e il personale diplomatico.
Il primo dicembre, papa Francesco celebrerà la messa al parco Suhrawardy Udyan (foto 2), al centro di Dhaka, e ordinerà 16 diaconi. Qui, il 16 dicembre del 1971, il tenente generale pakistano A. A. K. Niazi si arrese dopo essere stato sconfitto dall’armata indiana guidata da Jagjit Singh Aurora. Il giorno della sigla della resa è celebrato in Bangladesh come il Giorno della vittoria. Quel giorno, Sheikh Mujibur Rahman fece lo storico discorso “Questa volta, la battaglia è per la nostra libertà” con cui incoraggiò i bengalesi a prepararsi a combattere per la liberazione.
Dopo, papa Francesco si recherà alla nunziatura apostolica per la visita della primo ministro Sheikh Hasina. Ella sta lavorando contro gli estremisti e sotto la sua guida la crescita del Paese ha avuto uno slancio. La nunziatura apostolica si trova nel quartiere diplomatico Barihdara, ed è qui che il papa soggiornerà nei tre giorni di visita. Dal 1972, il Vaticano ha solidi rapporti diplomatici con il Bangladesh. Il card. Patrick D’Rozario, arcivescovo di Dhaka, commenta che questa relazione “unica” sarà celebrata con gioia in questa visita. 

       

  Un rapporto fondato “su valori umani e spirituali”, in particolare “l’amore per l’umanità, per la vita umana, per i diritti umani”, ma anche i poveri, donne e bambini; la carità, salute e istruzione; l’ambiente e il dialogo interreligioso.
Lo stesso giorno, il pontefice farà visita alla casa dei sacerdoti anziani che si trova nella casa dell’arcivescovo, nel quartiere Ramna di Dhaka. Nel giardino, si terrà un incontro interreligioso ed ecumenico per la pace. Nel complesso vi è anche l’ufficio del arcivescovo e la cattedrale St. Mary.
Il 2 dicembre, ultimo giorno del viaggio, il papa terrà un incontro privato alla casa di Madre Teresa di Tejgaon, all’interno del complesso della chiesa del Holy Rosary (foto 3). Qui egli incontrerà preti, religiosi e donne e uomini consacrati; in seguito, farà visita al cimitero della chiesa. Il complesso è stato fondato dai missionari portoghesi agostiniani, nel 1677. 
 

      

È una delle più antiche chiese del Paese, dove furono i missionari portoghesi a seminare la fede cristiana.
L’ultimo programma di papa Francesco avrà luogo al Notre Dame College (foto 4) della capitale. L’istituto cattolico è uno dei migliori del Paese, e molti legislatori, avvocati, educatori e giornalisti si sono formati qui, il 90% di loro di un’altra religione. Ora, molti di loro ricoprono un importante ruolo di guida in Bangladesh.

   

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Papa in Bangladesh: Paese di armonia religiosa e generosità per i Rohingya
AsiaNews -
Dhaka - 30 novembre 2017

La comunità internazionale “attui misure efficaci” per la crisi dei Rohingya, sia sul piano politico che offrendo “immediata assistenza materiale” al Bangladesh. “Eloquente nella comune reazione di indignazione che ha seguito il brutale attacco terroristico dell’anno scorso qui a Dhaka, e nel chiaro messaggio inviato dalle autorità religiose della nazione per cui il santissimo nome di Dio non può mai essere invocato per giustificare l’odio e la violenza contro altri esseri umani nostri simili”
       
“È necessario” che la comunità internazionale “attui misure efficaci” per la crisi dei Rohingya, sia sul piano politico che offrendo “immediata assistenza materiale” al Bangladesh - “noto per l’armonia che tradizionalmente è esistita tra i seguaci di varie religioni”- che sta generosamente aiutando centinaia di migliaia di profughi. Nel suo primo discorso in Bangladesh, dove è giunto alle 10, ora locale, papa Francesco ha affrontato quello che è attualmente il problema più grave del Paese, del quale ha anche lodato “l’armonia tra le religioni” evidenziata anche dalla “comune reazione di indignazione che ha seguito il brutale attacco terroristico dell’anno scorso qui a Dhaka, e nel chiaro messaggio inviato dalle autorità religiose della nazione per cui il santissimo nome di Dio non può mai essere invocato per giustificare l’odio e la violenza contro altri esseri umani nostri simili”.
Francesco ha espresso le sue considerazioni nell’incontro nel Palazzo presidenziale a Dhaka con le autorità politiche e religiose, i membri del corpo diplomatico e i rappresentanti della società civile.
In precedenza, al suo arrivo, Francesco era stato accolto dal presidente della Repubblica Abdul Hamid (nella foto) – col quale nel pomeriggio ha avuto un incontro - presenti anche gruppi che hanno eseguito danze tradizionali e una quarantina di bambini. Dopo la cerimonia di benvenuto, il Papa ha visitato il National Martyr’s Memorial di Savar e ha reso omaggio al Padre della nazione nel Bangabandhu Memorial Museum.
Nel successivo saluto alle autorità, Francesco ha innanzi tutto ricordato di essere il terzo papa che visita il Paese, dopo Paolo VI e Giovanni Paolo II, il che mostra come il Bangladesh “ha sempre avuto un posto speciale nel cuore dei Papi, che fin dal principio hanno espresso solidarietà con il suo popolo, intesa ad accompagnarlo nel superare le difficoltà iniziali, e lo hanno sostenuto nell’esigente compito di costruire la nazione e il suo sviluppo”.
Il “Golden Bengal”, ha detto ancora, “è una nazione che si sforza di raggiungere un’unità di linguaggio e di cultura nel rispetto per le diverse tradizioni e comunità, che fluiscono come tanti rivoli e ritornano ad arricchire il grande corso della vita politica e sociale del Paese”.
Il presidente Sheikh Mujibur Rahman (primo ministro dopo l’indipendenza, ndr) “ha immaginato una società moderna, pluralistica e inclusiva, in cui ogni persona e ogni comunità potesse vivere in libertà, pace e sicurezza, nel rispetto dell’innata dignità e uguaglianza di diritti di tutti. Il futuro di questa giovane democrazia e la salute della sua vita politica sono essenzialmente connessi alla fedeltà a questa visione fondativa. Infatti, solo attraverso un dialogo sincero e il rispetto della legittima diversità un popolo può riconciliare le divisioni, superare prospettive unilaterali e riconoscere la validità di punti di vista differenti. Perché il vero dialogo guarda al futuro, costruisce unità nel servizio del bene comune ed è attento ai bisogni di tutti i cittadini, specialmente dei poveri, degli svantaggiati e di coloro che non hanno voce”.
“Nei mesi scorsi, lo spirito di generosità e di solidarietà che caratterizza la società del Bangladesh si è manifestato molto chiaramente nel suo slancio umanitario a favore dei rifugiati affluiti in massa dallo Stato di Rakhine, provvedendoli di un riparo temporaneo e delle necessità primarie per la vita. Questo è stato fatto con non poco sacrificio. Ed è stato fatto sotto gli occhi del mondo intero. Nessuno di noi può mancare di essere consapevole della gravità della situazione, dell’immenso costo richiesto di umane sofferenze e delle precarie condizioni di vita di così tanti nostri fratelli e sorelle, la maggioranza dei quali sono donne e bambini, ammassati nei campi-profughi. È necessario che la comunità internazionale attui misure efficaci nei confronti di questa grave crisi, non solo lavorando per risolvere le questioni politiche che hanno condotto allo spostamento massivo di persone, ma anche offrendo immediata assistenza materiale al Bangladesh nel suo sforzo di rispondere fattivamente agli urgenti bisogni umani”.
            
Domani la preghiera di tutte le religioni
Francesco ha poi definito “un momento privilegiato” della sua visita nel Paese l’incontro che avrà domani a Ramna con i responsabili ecumenici e interreligiosi. “Insieme pregheremo per la pace e riaffermeremo il nostro impegno a lavorare per la pace. Il Bangladesh è noto per l’armonia che tradizionalmente è esistita tra i seguaci di varie religioni. Questa atmosfera di mutuo rispetto e un crescente clima di dialogo interreligioso consentono ai credenti di esprimere liberamente le loro più profonde convinzioni sul significato e sullo scopo della vita. Così essi possono contribuire a promuovere i valori spirituali che sono la base sicura per una società giusta e pacifica. In un mondo dove la religione è spesso – scandalosamente – mal utilizzata al fine di fomentare divisione, questa testimonianza della sua forza di riconciliazione e di unione è quanto mai necessaria. Ciò si è manifestato in modo particolarmente eloquente nella comune reazione di indignazione che ha seguito il brutale attacco terroristico dell’anno scorso qui a Dhaka, e nel chiaro messaggio inviato dalle autorità religiose della nazione per cui il santissimo nome di Dio non può mai essere invocato per giustificare l’odio e la violenza contro altri esseri umani nostri simili”.
“I cattolici del Bangladesh, anche se relativamente pochi di numero, tuttavia cercano di svolgere un ruolo costruttivo nello sviluppo del Paese, specialmente attraverso le loro scuole, le cliniche e i dispensari. La Chiesa apprezza la libertà, di cui beneficia l’intera nazione, di praticare la propria fede e di realizzare le proprie opere caritative, tra cui quella di offrire ai giovani, che rappresentano il futuro della società, un’educazione di qualità e un esercizio di sani valori etici e umani. Nelle sue scuole la Chiesa cerca di promuovere una cultura dell’incontro che renderà gli studenti capaci di assumersi le proprie responsabilità nella vita della società. In effetti, la grande maggioranza degli studenti e molti degli insegnanti in queste scuole non sono cristiani, ma provengono da altre tradizioni religiose. Sono certo che, in accordo con la lettera e lo spirito della Costituzione nazionale, la Comunità cattolica continuerà a godere la libertà di portare avanti queste buone opere come espressione del suo impegno per il bene comune”.
   

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Papa in Bangladesh: Il grazie ai 90mila fedeli; la preghiera per i 16 neo-ordinati (video)
AsiaNews - Dhaka - 1 dicembre 2017
Alla sua prima messa a Dhaka, papa Francesco ringrazia i cattolici, venuti anche ““da lontano, in un viaggio di più di due giorni”. La celebrazione nel luogo dove Mujibur Rahman ha proclamato la nascita del Bangladesh.     
      

 

Oltre 90mila fedeli da tutto il Paese hanno preso parte stamane alle 10 (ora locale) alla messa che papa Francesco ha celebrato al Suhrawardy Udyan Park di Dhaka, durante la quale ha ordinato 16 nuovi sacerdoti.
Parlando a braccio davanti alla folla, il pontefice ha ringraziato tutti loro per la loro “generosità” perché giunti così numerosi “a questa grande festa di Dio” venendo anche “da lontano, in un viaggio di più di due giorni”.
“Grazie tante per la vostra generosità - ha ripetuto - grazie tante per la vostra fedeltà. Continuate avanti, con lo spirito delle Beatitudini”. Egli ha poi esortato a pregare per i sacerdoti: “Il popolo di Dio sostiene i sacerdoti con la preghiera. È la vostra responsabilità sostenere i sacerdoti. Qualcuno di voi potrà domandarmi: ‘Ma, padre, come si fa per sostenere un sacerdote?’. Fidatevi della vostra generosità. Il cuore generoso che voi avete vi dirà come sostenere i sacerdoti. Ma il primo sostegno del sacerdote è la preghiera. Il popolo di Dio, cioè tutti, tutti, sostiene il sacerdote con la preghiera. Non stancatevi mai di pregare per i vostri sacerdoti. Io so che lo farete. Grazie tante!”. L'entusiasmo dei fedeli era palpabile: applausi, canti, danze, slogan in bengali, inglese e perfino in italiano (v. video)!

Sebbene papa Francesco sia il terzo papa a visitare il Bangladesh (Paolo VI nel 1970; Giovanni Paolo nel1986), la piccola comunità del Paese (lo 0,2% della popolazione non ha molte possibilità di radunarsi in una maniera così evidente, attraendo l’attenzione del resto della popolazione.

   
Ringraziando Francesco per la sua visita, il card. Patrick D’Rozario di Dhaka ha detto che tutta quella folla “è stata attratta” dall’amore manifestato da papa Francesco verso di loro.
Egli ha anche sottolineato il valore del luogo in cui i cattolici, oggi per la prima volta, hanno celebrato la messa. Il parco è infatti il luogo in cui il padre della patria, Sheikh Mujibur Rahman ha proclamato l’indipendenza del Bangladesh, come un luogo capace di accogliere e far convivere insieme religioni ed etnie. La celebrazione in questo spazio – ha espresso il cardinale – è un simbolo per “il ruolo speciale della Chiesa in questa nazione”.
Prima dell’ordinazione dei 16 giovani, Francesco ha ripercorso i segni dell’ordinazione sacerdotale, con un’omelia tratta dal Rituale, in cui ha spiegato che essi sono chiamati “al servizio di Cristo maestro, sacerdote e pastore [perché] cooperino a edificare il corpo di Cristo, che è la Chiesa, in popolo di Dio e tempio santo dello Spirito”.
Anzitutto vi è il dono dell’insegnamento: “Leggete e meditate assiduamente la parola del Signore per credere ciò che avete letto, insegnare ciò che avete appreso nella fede, vivere ciò che avete insegnato. Sia dunque nutrimento al popolo di Dio la vostra dottrina, gioia e sostegno ai fedeli di Cristo il profumo della vostra vita, perché con la parola e l'esempio edifichiate la casa di Dio, che è la Chiesa”.
Poi il ministero della santificazione dei fedeli attraverso i sacramenti: “Voi continuerete l'opera santificatrice di Cristo. Mediante il vostro ministero il sacrificio spirituale dei fedeli viene reso perfetto, perché congiunto al sacrificio di Cristo, che per le vostre mani in nome di tutta la Chiesa viene offerto in modo incruento sull'altare nella celebrazione dei santi misteri.
Riconoscete dunque ciò che fate, imitate ciò che celebrate, perché partecipando al mistero della morte e risurrezione del Signore, portiate la morte di Cristo nelle vostre membra e camminiate con lui in novità di vita”.
Infine, il ministero pastorale: “partecipando alla missione di Cristo, capo e pastore, in comunione filiale con il vostro vescovo, impegnatevi a unire i fedeli in un'unica famiglia, per condurli a Dio Padre per mezzo di Cristo nello Spirito Santo. Abbiate sempre davanti agli occhi l'esempio del Buon Pastore, che non è venuto per essere servito, ma per servire, e per cercare e salvare ciò che era perduto”.
Più tardi, alla nunziatura, Francesco avrà un incontro personale con la premier Sheikh Hasina. Nel pomeriggio egli incontrerà i vescovi del Bangladesh e quindi i rappresentanti delle diverse religioni del Paese.

   

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Il Bangladesh pellegrino alla messa con papa Francesco (video) di Anna Chiara Filice
AsiaNews - Dhaka - 1 dicembre 2017
Stamattina la messa al Suhrawardi Udyan Park di Dhaka. Ordinati 16 sacerdoti. Presenti più di 70mila persone. Tra i partecipanti, anche alcuni lebbrosi di Khulna. Un gruppo dalla parrocchia di Mohespur ha trascorso 15 ore in viaggio. Le speranze delle giovani lavoratrici. L’impegno di un neo-consacrato. Dalla nostra inviata.

          

  È un Bangladesh pellegrino quello che stamattina ha incontrato il papa. Migliaia di cattolici sono arrivati da ogni angolo del Paese per partecipare alla grande messa al Suhrawardi Udyan Park di Dhaka, durante la quale il pontefice ha ordinato 16 sacerdoti. Alcuni partecipanti hanno impiegato fino a due giorni di viaggio per raggiungere la capitale. A tutti i presenti papa Francesco ha detto: “Grazie per la vostra fede”. 
P. Gregory Natale, assistente locale per la sala stampa della Santa Sede, riferisce ad AsiaNews: “Si sono registrati circa 110mila fedeli, ma oggi i partecipanti sono certo più di 70mila”.
Fin dalle prime luci dell’alba i cattolici si sono messi in fila ai cancelli di ingresso: in tutto cinque, divisi per colore, a cui corrisponde una specifica appartenenza territoriale. I controlli si sono svolti in maniera ordinata e rispettando le file, cosa molto rara per una città dove regna la confusione più assoluta.
A garantire la sicurezza dei pellegrini, circa 8mila poliziotti e 500 volontari cattolici. Tra di loro anche le unità di assistenza medica. Shanti Corraya, la responsabile, riporta che 50 medici e infermiere sono dislocati in 11 punti della città, per assistere coloro che vengono dai villaggi. Oggi alla messa ci sono 8 gruppi di primo soccorso, per un sostegno immediato in caso di piccoli infortuni e colpi di calore”. Alcune volontarie, tra i 17 e i 34 anni, sostengono: “Non siamo medici, ma abbiamo ricevuto una preparazione di base. Siamo sicure che basterà”.
Tra i partecipanti, anche un gruppo di lebbrosi venuti dal Centro per lebbrosi Damien Hospital Khulna, nel sud del Bangladesh. Sr. Roberta Pignone, delle Missionarie dell’Immacolata che li accompagna, afferma: “Abbiamo avuto il permesso di portare nove persone”. Una di loro dice di “provare una grande gioia nel cuore. Sono contenta di essere qui”.

       
Alla messa sono presenti anche 1500 giovani lavoratori, attuali ed ex ospiti dell’ostello “Gesù lavoratore” di Girani, periferia della capitale nota per le aziende tessili. Incontriamo quattro ragazze: Carolina, Kolpona, Angela e Rogina. “Non avremmo mai immaginato di poter incontrare il papa – sostengono – e ora speriamo che la visita del Santo Padre porti anche qualche cambiamento nel mondo del lavoro. Per esempio, migliori condizioni contrattuali per le donne”.
La maggior parte dei pellegrini è arrivata ieri, e ha trovato ospitalità nelle tante case religiose e scuole cattoliche. Incontriamo un gruppo di 23 persone alla scuola saveriana Green Herald School and College, nel quartiere di Mohammadpur. Raccontano che dalla loro parrocchia nella diocesi di Dinajpur sono 85 quelli che hanno potuto partecipare. “Tanti altri volevano venire – riporta un fedele – ma il viaggio era costoso e non tutti se lo potevano permettere”. Un sacerdote che li accompagna riferisce: “Il prezzo del biglietto, 1500 taka (15 euro), corrisponde a circa due settimane di lavoro nei campi, e tanti non sono riuscito a raccogliere i soldi necessari”. Tra quelli che ce l’hanno fatta, una signora di 40 anni. “Per me – dichiara – è una doppia gioia, perché vedrò papa Francesco e sono a Dhaka, una città che non avevo mai avuto l’occasione di visitare”.
Adajri proviene dallo stesso villaggio, ma ha studiato a Dhaka in uno dei migliori Medical College e ora lavora allo Square Hospital. Ribadisce la gioia di incontrare il papa e aggiunge: “Testimonio Cristo tra i nostri pazienti mostrando loro il suo volto compassionevole. Essi sanno che sono cattolica e mi dicono che sono brava”. La giovane di 23 anni è impiegata da 11 mesi. Per lei, la misericordia di Dio verso gli ammalati passa anche attraverso la rinuncia del salario. “Se so che sono molto poveri, diminuisco la parcella”, riferisce.
Al termine della messa incontriamo p. Robert Nokrek, uno dei sacerdoti appena consacrati. “Sono contento, avverto su di me e attorno a me l’amore di Dio. Egli mi manda a sostenere il mio popolo. Andrò in una parrocchia del distretto di Jamalpur, nella diocesi di Mymensingh. Il mio motto è: ‘La grazia di Dio è tutto per me. Senza la sua grazia non posso fare nulla. Lo ricevo tutti i giorni nell’eucaristia. Compirò il suo disegno nella mia vita”.
A conclusione della cerimonia, il card. Patrick D’Rozario, arcivescovo della capitale, ringraziando il pontefice afferma: “Santità, la sua visita porterà una moltitudine di benedizioni al Bangladesh”.

   

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Papa in Bangladesh: una Chiesa costruttrice di armonia e ‘ponte’ verso le altre fedi
AsiaNews - Dhaka - 1 dicembre 2017
Incontrando i vescovi del Paese, Francesco ha raccomandato in particolare la cura dei sacerdoti e dei laici, specialmente famiglie e giovani. I catechisti “sono veri missionari e guide di preghiera, specie nelle zone più remote. Siate attenti ai loro bisogni spirituali e alla loro costante formazione nella fede”.
       
La Chiesa del Bangladesh continui a costruire “ponti” e promuovere il dialogo con le altre religioni presenti nel Paese per promuovere “armonia”. E “quando i capi religiosi si pronunciano pubblicamente con una sola voce contro la violenza ammantata di religiosità e cercano di sostituire la cultura del conflitto con la cultura dell’incontro, essi attingono alle più profonde radici spirituali delle loro varie tradizioni”. E’ uno dei compiti che papa Francesco ha affidato ai vescovi del Paese, incontrati nella cattedrale di Dhaka, che fa parte del complesso dell’arcivescovado, dove è giunto alle 16, ora locale, dopo aver ricevuto in nunziatura il Primo ministro del Bangladesh Shekh Hasina.
Nella casa per sacerdoti anziani che fa parte del complesso della Cattedrale, ai 10 vescovi del Bangladesh Francesco ha raccomandato in particolare la cura dei sacerdoti e dei laici, specialmente famiglie e giovani.
Nel suo discorso, il Papa ha innanzi tutto lodato lo spirito di comunione esistente tra vescovi e sacerdoti del Paese. “La vostra stessa guida episcopale – le sue parole - è stata tradizionalmente segnata dallo spirito di collegialità e di mutuo sostegno. Questo spirito di affetto collegiale viene condiviso dai vostri sacerdoti e, tramite loro, si è propagato alle parrocchie, alle comunità e alle diverse forme di apostolato delle vostre Chiese locali. Esso trova espressione nella serietà con cui, nelle vostre diocesi, vi dedicate alle visite pastorali e dimostrate concreto interesse per il bene della vostra gente. Vi chiedo di perseverare in questo ministero di presenza, che solo può stringere legami di comunione unendovi ai vostri sacerdoti, che sono vostri fratelli, figli e collaboratori nella vigna del Signore, e ai religiosi e alle religiose che rendono un così fondamentale contributo alla vita cattolica in questo Paese”.
“Nello stesso tempo, vi chiederei di mostrare una vicinanza anche più grande verso i fedeli laici. Bisogna promuovere la loro effettiva partecipazione nella vita delle vostre Chiese particolari, non da ultimo tramite le strutture canoniche che fanno sì che le loro voci vengano ascoltate e le loro esperienze apprezzate. Riconoscete e valorizzate i carismi dei laici, uomini e donne, e incoraggiateli a mettere i loro doni al servizio della Chiesa e della società nel suo complesso. Penso qui ai numerosi zelanti catechisti di questa nazione, il cui apostolato è essenziale alla crescita della fede e alla formazione cristiana delle nuove generazioni. Essi sono veri missionari e guide di preghiera, specie nelle zone più remote. Siate attenti ai loro bisogni spirituali e alla loro costante formazione nella fede”.
“In questi mesi di preparazione per la prossima assemblea del Sinodo dei Vescovi, siamo tutti sollecitati a riflettere su come rendere meglio partecipi i nostri giovani della gioia, della verità e della bellezza della nostra fede”.
Il Papa ha poi ricordato l’impegno della Chiesa del Bangladesh per l’assistenza delle famiglie e, specificamente, all’impegno per la promozione delle donne. “La gente di questo Paese è nota per il suo amore alla famiglia, per il suo senso di ospitalità, per il rispetto che mostra verso i genitori e i nonni e la cura verso gli anziani, gli infermi e i più indifesi. Questi valori sono confermati ed elevati dal Vangelo di Gesù Cristo”.
“Significativo” anche l’obiettivo indicato nel Piano pastorale del 1985 - “e che si è davvero dimostrato profetico” - dell’opzione per i poveri. “La Comunità cattolica in Bangladesh può essere fiera della sua storia di servizio ai poveri, specialmente nelle zone più remote e nelle comunità tribali; continua questo servizio quotidianamente attraverso il suo apostolato educativo, i suoi ospedali, le cliniche e i centri di salute, e la varietà delle sue opere caritative. Eppure, specie alla luce della presente crisi dei rifugiati, vediamo quanto ancora maggiori siano le necessità da raggiungere! L’ispirazione per le vostre opere di assistenza ai bisognosi sia sempre la carità pastorale, che è sollecita nel riconoscere le umane ferite e rispondere con generosità, a ciascuno personalmente. Nel lavorare per creare una ‘cultura di misericordia’ (cfr Lett. ap. Misericordia et misera, 20), le vostre Chiese locali dimostrano la loro opzione per i poveri, rafforzano la proclamazione dell’infinita misericordia del Padre e contribuiscono in non piccola misura allo sviluppo integrale della loro patria”.
“Un importante momento della mia visita pastorale in Bangladesh è l’incontro interreligioso ed ecumenico che avrà luogo immediatamente dopo il nostro incontro. La vostra è una nazione dove la diversità etnica rispecchia la diversità delle tradizioni religiose. L’impegno della Chiesa di portare avanti la comprensione interreligiosa tramite seminari e programmi didattici, come anche attraverso contatti e inviti personali, contribuisce al diffondersi della buona volontà e dell’armonia. Adoperatevi incessantemente a costruire ponti e a promuovere il dialogo, non solo perché questi sforzi facilitano la comunicazione tra diversi gruppi religiosi, ma anche perché risvegliano le energie spirituali necessarie per l’opera di costruzione della nazione nell’unità, nella giustizia e nella pace”.
    

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Papa Francesco: «Chiedo perdono ai Rohingya, oggi Dio si chiama anche così» di Mimmo Muolo
Avvenire - Dacca - 1 dicembre 2017
Il discorso integrale, a braccio, a 16 membri dell'etnia cacciata dal Myanmar. In mattinata il Papa aveva incontrato i vescovi e presieduto la celebrazione della Messa in un grande parco
        

 

Il Papa chiede perdono a nome del mondo ai Rohingya per la loro tragedia. «Ogni uomo è stato creato - dice - a immagine e somiglianza di Dio, anche questi nostri fratelli e sorelle». Francesco ha pronunciato un breve discorso a braccio, usando espressamente la parola Rohingya, al termine dell'incontro interreligioso sulla pace al quale era presente un drappello di 16 persone dell'etnia cacciata dal Myanmar. Subito dopo la fine del suo discorso, che trascriviamo integralmente, tra i giornalisti al seguito è scoppiato un piccolo giallo in merito all'uso della parola Rohingya che alcuni dicevano di non avere ascoltato. In realtà il traduttore in inglese del discorso pronunciato in italiano non ha usato la parola Rohingya, ma quando il Papa ha detto «la presenza di Dio oggi si chiama anche Rohingya» ha tradotto «oggi si chiama anche così». Subito dopo è arrivata la conferma ufficiale della Sala Stampa Vaticana: il Papa ha pronunciato la parola Rohingya.
Trascriviamo qui di seguito il discorso integrale pronunciato a braccio da Francesco.

           

«A nome di tutti quelli che vi hanno perseguitato, chiedo perdono»

«Noi tutti vi siamo vicini. È poco quello che possiamo fare perché la vostra tragedia è molto dura e grande, ma vi diamo spazio nel cuore. A nome di tutti quelli che vi hanno perseguitato, che vi hanno fatto del male, chiedo perdono.

   
Tanti di voi mi avete detto del cuore grande del Bangladesh che vi ha accolto. Mi appello al vostro cuore grande perché sia capace di accordarci il perdono che chiediamo. Nella tradizione giudaico-cristiana Dio ha creato l'uomo a Sua immagine e somiglianza. Tutti noi siamo questa immagine. Anche questi fratelli e sorelle sono l'immagine del Dio vivente. Una tradizione della vostra religione dice che Dio ha preso dell'acqua e vi ha versato del sale, l'anima degli uomini. Noi tutti portiamo il sale di Dio dentro. Anche questi fratelli e sorelle. Facciamo vedere al mondo cosa fa l'egoismo con l'immagine di Dio. Continuiamo a stare vicino a loro perché siano riconosciuti i loro diritti. Non chiudiamo il cuore, non guardiamo da un'altra parte. La presenza di Dio oggi si chiama anche Rohingya. Ognuno ha la sua risposta».
I profughi Rohingya, 12 uomini e 4 donne, incluse due bambine, erano accompagnati da due traduttori della Caritas. Dopo la preghiera del vescovo anglicano, sono saliti sul palco. Il Papa li ha salutati uno per uno, ha ascoltato le loro storie, ha stretto le mani. Si è chinato su un bimbo molto piccolo e lo ha baciato. Due donne erano vestite con un lungo chador che lasciava scoperti solo occhi e bocca.
      
Le precedenti tappe della giornata
Nel secondo giorno della sua visita apostolica in Bangladesh, papa Francesco stamani (nella notte italiana) ha celebrato la Messa e presieduto al rito di ordinazione di 16 nuovi sacerdoti. Successivamente ha visitato la Cattedrale e invitato gli operatori pastorali che erano presenti a evangelizzare, specificando che questo non significa fare proselitismo. Ha poi incontrato i vescovi in arcivescovado.       
Infine ha raggiunto in risciò, il tradizionale taxi a pedali asiatico, il padiglione dell'incontro interreligioso dove era atteso da 5mila persone. Islamici, hindu, buddisti e cattolici oltre a diverse confessioni cristiane. Qui, prima di incontrare i profughi Rohingya, ha pronunciato un discorso sulla necessità che i credenti di tutte le fedi collaborino per portare pace e armonia nel mondo.

      
Il discorso del Papa: «Il mondo ha bisogno di cooperazione tra i credenti»
«Le parole che abbiamo ascoltato - ha detto Francesco, con riferimento ai discorsi degli altri capi religiosi - ma anche i canti e le danze che hanno animato la nostra assemblea, ci hanno parlato in modo eloquente del desiderio di armonia, fraternità e pace contenuto negli insegnamento delle religioni del mondo. Possa il nostro incontro essere un chiaro segno degli sforzi dei leader e dei seguaci delle religioni presenti in questo Paese a vivere insieme nel rispetto reciproco e nella buona volontà. In Bangladesh, dove il diritto alla libertà religiosa è un principio fondamentale, questo impegno sia un richiamo rispettoso ma fermo a chi cercherà di fomentare divisione, odio e violenza nel nome della religione».
Richiamando quindi a una «apertura del cuore», che è «simile a una scala che raggiunge l'Assoluto», Francesco ha ricordato la necessità di «purificare i nostri cuori, in modo da poter vedere tutte le cose nella loro prospettiva più vera». L'apertura del cuore, ha spiegato, «è anche un cammino che conduce a ricercare la bontà, la giustizia e al solidarietà. Conduce a cercare il bene del nostro prossimo». «Uno spirito di apertura, accettazione e cooperazione tra i credenti - ha proseguito - non solo contribuisce a una cultura di armonia e di pace; esso ne è il cuore pulsante. Quanto ha bisogno il mondo di questo cuore che batte con forza, per contrastare il virus della corruzione politica, le ideologie religiose distruttive, la tentazione di chiudere gli occhi di fronte alle necessità dei poveri, dei rifugiati, delle minoranze perseguitate e dei più vulnerabili!».
         
Il discorso ai vescovi: una voce sola contro la violenza
«Quando i capi religiosi si pronunciano pubblicamente con una sola voce contro la violenza ammantata di religiosità e cercano di sostituire la cultura del conflitto con la cultura dell'incontro, essi attingono alle più profonde radici spirituali delle loro varie tradizioni. Essi provvedono anche un inestimabile servizio per il futuro dei loro Paesi e del nostro mondo insegnando ai giovani la via della giustizia». Lo ha detto papa Francesco ai vescovi del Bangladesh, citando il proprio discorso ai partecipanti alla conferenza di al Azhar al Cairo, dello scorso aprile: «Occorre accompagnare e far maturare generazioni che rispondano alla logica incendiaria del male con la paziente ricerca del bene».
Con i vescovi incontrati in arcivescovado papa Bergoglio ha apprezzato la consonanza tra il piano pastorale del Paese e la conferenza di Aparecida; ha lodato lo «spirito di collegialità e di mutuo sostegno», ha invitato a curare la formazione dei laici e a dare loro spazio; ha chiesto «uno speciale impegno per la promozione delle donne» e apprezzato l'impegno della Chiesa del Paese nella «crisi dei rifugiati»; ha invitato a curare la formazione dei catechisti e dei sacerdoti.

Il colloquio con la premier, figlia del padre della patria
Subito prima di incontrare i vescovi, papa Francesco, nella nunziatura apostolica, ha incontrato la signora Shekh Hasina, primo ministro e figlia del padre della patria, Mujibur Rahman. La premier ha donato al Papa una barca in argento.
Circa il ruolo della piccola Chiesa del Bangladesh nel Paese, la giornata di oggi registra anche l'osservazione fatta dall'arcivescovo di Dacca e primo cardinale della storia del Bangladesh, Patrick D'Rozario, sul fatto che la messa di questa mattina sia stata celebrata nel luogo dove Mujibur Rahman pronunciò il suo discorso alla nazione il 7 marzo 1971, dichiarando l'indipendenza del Bangladesh dal Pakistan. Con questa messa, ha detto l'arcivescovo, noi cristiani abbiamo contribuito «a rendere questo luogo ancora più significativo e abbiamo simbolizzato, in tal modo, il ruolo speciale della Chiesa in questa nazione».

La Messa con l'ordinazione di 16 nuovi sacerdoti
Questa mattina il Papa ha ordinato a Dacca, per la prima volta in un suo viaggio pastorale, 16 nuovi sacerdoti e ha chiesto al popolo di Dio di sostenere tutti i presbiteri con la preghiera. Alla Messa che ha aperto la seconda giornata della visita in Bangladesh erano presenti, secondo le autorità, 100mila fedeli, in pratica un terzo di tutti i cattolici del Paese, che sono l'0,24 per cento dei 150 milioni di bengalesi.
Francesco, con una significativa aggiunta a braccio all'omelia scritta li ha ringraziati per la loro presenza nel Suharawardy Udyan Park, luogo simbolo del Bangladesh, perché qui il padre della Patria, Sheikh Mujibur Rahman, tenne nel 1971 il discorso dell'indipendenza e sempre qui si arrese l'esercito pakistano alla fine della guerra di indipendenza. “So che tanti di voi – ha detto il Pontefice – sono venuti da lontano in un viaggio di più di due giorni.
Grazie per la vostra generosità. Questo rivela il vostro amore per la Chiesa, il vostro amore per gesù Cristo. Grazie per la vostra fedeltà”. Il Papa li ha poi esortati “ad andare avanti con lo spirito delle Beatitudini. Pregate sempre per i vostri sacerdoti – ha aggiunto – Specialmente per quelli che oggi ricevono l'ordinazione. Il popolo di Dio sostiene i sacerdoti con la preghiera. E' una vostra responsabilità sostenere i sacerdoti. Qualcuno potrebbe chiedermi: 'Padre, come si fa?'. Fidatevi della vostra generosità, il vostro cuore generoso, vi dirà come fare, ma la prima cosa è pregare. Non stancatevi mai di pregare per i sacerdoti”.
La Messa, iniziata alle 10, ora locale, mentre in Italia erano le cinque del mattino, è stata celebrata in latino, inglese e bengali, la lingua locale. L'omelia, come di consueto in questo viaggio è stata tenuta in italiano, con traduzione successiva. Suggestivo lo scenario della folta assemblea, con molti fedeli che sfoggiavano per l'occasione i colorati vestiti tipici.
Nell'omelia scritta il Papa ha ricordato ai sacerdoti novelli i loro doveri. Leggere e meditare assiduamente la Parola di Dio, continuare l'opera santificatrice di Cristo, aggregare con il battesimo nuovi fedeli al popolo di Dio, rimettere i peccati con la confessione, dare sollievo agli infermi, essere voce del popolo di Dio e dell'umanità intera. “Abbiate sempre davanti agli occhi l'esempio del Buon Pastore – ha concluso -, che non è venuto per essere servito, ma per servire, e per cercare e salvare ciò che era perduto”.
    
Il grazie dell'arcivescovo di Dacca
Nel suo grazie al Papa, il cardinale Patrick d'Rozario, arcivescovo di Dacca, ha detto: "Santo Padre, lei ama il Bangladesh e ce lo ha dimostrato in vari modi”. Poi ha rimarcato la straordinarietà del luogo in cui si è celebrata l'Eucaristia. È la prima volta, ha fatto notare, e ciò contribuisce “a rendere questo parco ancora più significativo, simbolizzando il ruolo speciale della Chiesa in questa nazione”. Ricordando la precedente visita di Paolo VI nel 1970, che manifestò la sua compassione per la grande alluvione che causò tre milioni di morti, il cardinale ha augurato che la visita “riversi copiose benedizioni sulla Chiesa e sull'intero Paese”.

    

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Papa in Bangladesh: la diversità tra religioni sia fonte di arricchimento e crescita
AsiaNews - Dhaka - 1 dicembre 2017
Il saluto con un gruppo di profughi Rohingya al termine di un incontro interreligioso ed ecumenico per la pace con cinque rappresentanti di comunità religiose. E’ “confortante” che “i credenti e le persone di buona volontà si sentano sempre più chiamati a cooperare alla formazione di una cultura dell’incontro, del dialogo e della collaborazione al servizio della famiglia umana. Ciò richiede più che una mera tolleranza. Ci stimola a tendere la mano all’altro in atteggiamento di reciproca fiducia e comprensione”.
   

La libertà religiosa, più ancora “uno spirito di apertura, accettazione e cooperazione tra i credenti”, e l’incontro con un gruppo di 18 Rohingya, appartenenti a tre famiglie di profughi fuggiti dal Myanmar, hanno segnato l’incontro interreligioso ed ecumenico per la pace che ha concluso la lunga giornata del Papa a Dhaka.
Un incontro aperto con inni e danze tradizionali, seguito dall’indirizzo di saluto dell’arcivescovo di Dhaka, card. Patrick D’Rozario, C.S.C., e da quelli di cinque rappresentanti di comunità religiose (musulmana, hindu, buddista e cattolica) e della società civile. E Allamma Majharul Islam, Grand Khatib (grande custode) della Amber Shah Shahi Jami Mosque ha anche consegnato a Francesco una lettera che contiene una fatwa contro l’estremismo firmata da 100mila imam.
“Le parole che abbiamo ascoltato – ha detto il Papa - ma anche i canti e le danze che hanno animato la nostra assemblea, ci hanno parlato in modo eloquente del desiderio di armonia, fraternità e pace contenuto negli insegnamenti delle religioni del mondo. Possa il nostro incontro di questo pomeriggio essere un chiaro segno degli sforzi dei leader e dei seguaci delle religioni presenti in questo Paese a vivere insieme nel rispetto reciproco e nella buona volontà. In Bangladesh, dove il diritto alla libertà religiosa è un principio fondamentale, questo impegno sia un richiamo rispettoso ma fermo a chi cercherà di fomentare divisione, odio e violenza in nome della religione”.
“È un segno particolarmente confortante dei nostri tempi che i credenti e le persone di buona volontà si sentano sempre più chiamati a cooperare alla formazione di una cultura dell’incontro, del dialogo e della collaborazione al servizio della famiglia umana. Ciò richiede più che una mera tolleranza. Ci stimola a tendere la mano all’altro in atteggiamento di reciproca fiducia e comprensione, per costruire un’unità che comprenda la diversità non come minaccia, ma come potenziale fonte di arricchimento e crescita. Ci esorta a coltivare una apertura del cuore, in modo da vedere gli altri come una via, non come un ostacolo”.
“Permettetemi di esplorare brevemente alcune caratteristiche essenziali di questa ‘apertura del cuore’ che è la condizione per una cultura dell’incontro. In primo luogo, essa è una porta. Non è una teoria astratta, ma un’esperienza vissuta. Ci permette di intraprendere un dialogo di vita, non un semplice scambio di idee. Richiede buona volontà e accoglienza, ma non deve essere confusa con l’indifferenza o la reticenza nell’esprimere le nostre convinzioni più profonde. Impegnarsi fruttuosamente con l’altro significa condividere le nostre diverse identità religiose e culturali, ma sempre con umiltà, onestà e rispetto”.
“L’apertura del cuore è anche simile ad una scala che raggiunge l’Assoluto. Ricordando questa dimensione trascendente della nostra attività, ci rendiamo conto della necessità di purificare i nostri cuori, in modo da poter vedere tutte le cose nella loro prospettiva più vera. Ad ogni passo la nostra visuale diventerà più chiara e riceveremo la forza per perseverare nell’impegno di comprendere e valorizzare gli altri e il loro punto di vista. In questo modo, troveremo la saggezza e la forza necessari per tendere a tutti la mano dell’amicizia”.
“L’apertura del cuore è anche un cammino che conduce a ricercare la bontà, la giustizia e la solidarietà. Conduce a cercare il bene del nostro prossimo. Nella sua Lettera ai cristiani di Roma, San Paolo ha così esortato: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene» (12,21). Questo è un atteggiamento che tutti noi possiamo imitare. La sollecitudine religiosa per il bene del nostro prossimo, che scaturisce da un cuore aperto, scorre come un grande fiume, irrigando le terre aride e deserte dell’odio, della corruzione, della povertà e della violenza che tanto danneggiano la vita umane, dividono le famiglie e sfigurano il dono della creazione”.
“Le diverse comunità religiose del Bangladesh hanno abbracciato questa strada in modo particolare nell’impegno per la cura della terra, nostra casa comune, e nella risposta ai disastri naturali che hanno afflitto la nazione negli ultimi anni. Penso anche alla comune manifestazione di dolore, preghiera e solidarietà che ha accompagnato il tragico crollo del Rana Plaza, che rimane impresso nella mente di tutti. In queste diverse espressioni, vediamo quanto il cammino della bontà conduce alla cooperazione al servizio degli altri. Uno spirito di apertura, accettazione e cooperazione tra i credenti non solo contribuisce a una cultura di armonia e di pace; esso ne è il cuore pulsante. Quanto ha bisogno il mondo di questo cuore che batte con forza, per contrastare il virus della corruzione politica, le ideologie religiose distruttive, la tentazione di chiudere gli occhi di fronte alle necessità dei poveri, dei rifugiati, delle minoranze perseguitate e dei più vulnerabili! Quanta apertura è necessaria per accogliere le persone del nostro mondo, specialmente i giovani, che a volte si sentono soli e sconcertati nel ricercare il senso della vita!”.
E’ al termine dell’incontro che il gruppo di Rohingya, accompagnati da due interpreti della Caritas, hanno salutato Francesco. La loro vicenda è stata spesso evocata dal Papa, a partire dall’Angelus del 27 agosto quando parlò i “tristi notizie sulla persecuzione della minoranza religiosa, i nostri fratelli Rohingya. Vorrei esprimere – aggiunse -tutta la mia vicinanza a loro, e tutti noi chiediamo al Signore di salvarli e suscitare uomini e donne di buona volontà in loro aiuto, che diano loro i pieni diritti”.
E durante questo viaggio, anche se le autorità del Myanmar hanno chiesto che non fossero nominati, la loro vicenda è stata evocata a più riprese da Francesco fin dal suo arrivo nella ex-Birmania, quando affermò che il futuro del Paese deve essere “la pace, una pace fondata sul rispetto della dignità e dei diritti di ogni membro della società, sul rispetto di ogni gruppo etnico e della sua identità”.

    

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Il Papa in Bangladesh: «Coltivate l’apertura del cuore» di Emanuela Citterio
Mondo e Missione - 1 dicembre 2017
Durante l’incontro interreligioso oggi a Dacca, papa Francesco ha incoraggiato a coltivare la cultura del dialogo e dell’incontro, nel rispetto di ogni persona e del suo credo religioso. L’arcivescovo Rozario ha citato i profughi Rohingya.
    
«L’apertura del cuore è la condizione per una cultura dell’incontro». Ed è «una porta, non una teoria astratta, ma esperienza vissuta». Lo ha detto oggi papa Francesco nel suo discorso a Dacca, in Bangladesh, durante l’incontro con i rappresentanti della comunità buddista, indu e musulmana, al quale hanno partecipato anche 18 profughi Rohingya.
Il Papa ha invitato a cooperare alla costruzione di una «cultura dell’incontro». «Ciò – ha spiegato – va al di là della mera tolleranza». È la spinta a «tendere una mano all’altro», per costruire l’unità nella diversità, vedendola come «potenziale fonte di arricchimento e crescita». Soprattutto il Papa ha incoraggiato a «coltivare l’apertura del cuore, in modo di vedere gli altri come via, e non come ostacolo».
Ha usato immagini concrete e significative, papa Francesco, dicendo che l’apertura del cuore, condizione per una cultura dell’incontro è «una porta, non è un’idea astratta, ma un’esperienza vissuta. Ci permette di intraprendere un dialogo di vita, non semplicemente un scambio di idee. Richiede buona volontà e accoglienza, ma non deve essere confusa con la reticenza ad esprimere le proprie convinzioni più profonde». Francesco ha invitato a «condividere le diversità religiose e culturali con umiltà, onestà e rispetto».
Il Papa ha paragonato questa apertura del cuore a «una scala che raggiunge l’assoluto», richiamando la dimensione trascendente di ogni fede religiosa e la «necessità di purificare il cuore per vedere le cose da una prospettiva più vera». A partire da una visuale più chiara, valorizzando «gli altri e il loro punto di vista, troveremo la saggezza per tendere a tutti la mano dell’amicizia».
Con un’altra immagine, ha parlato della «sollecitudine religiosa per il bene del nostro prossimo», come un «grande fiume» che scorre «contro l’odio, la corruzione, la povertà e la violenza che danneggiano la vita umana».
All’incontro interreligioso, che si è aperto alle 17 (le 12 in Italia) presso l’arcivescovado di Dacca, il Papa è arrivato in risciò, il mezzo di trasporto tradizionale e ancora usatissimo nella capitale del Bangladesh.
Dopo le danze tradizionali e gli inni, l’incontro si è aperto con il saluto del cardinale di Dacca Patrick D’Rozario e di cinque rappresentanti delle comunità religiose – musulmana, hindu, buddista, cattolica – e della società civile. Il vescovo D’Rozario ha citato esplicitamente la condizione dei profughi Rohingya chiedendo alla società bengalese di «aprire il cuore a coloro che hanno più bisogno e in particolare ai profughi Rohingya» e ricordando «la grande tradizione di armonia e rispetto reciproco fra persone di diverso credo religioso» del Bangladesh.

  

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Tejgaon, suore di Madre Teresa: la compassione di Dio a disabili e poveri di strada di Anna Chiara Filice
AsiaNews - Dhaka - 2 dicembre 2017
Nella casa di Tejgaon operano 6 missionarie. La struttura accoglie in maniera temporanea uomini e donne malate che vivono nelle baraccopoli. A Dhaka ci sono 8 suore, 99 in tutto il Bangladesh. Sono accolti poveri musulmani, indù, buddisti, cristiani. “Non ci interessa convertire i bisognosi, vogliamo solo servirli”
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Portare l’amore e la compassione di Dio a bambini, disabili e poveri di strada. È ciò che fanno le Missionarie della Carità, meglio note con il nome di suore di Madre Teresa, nella “Home of Compassion” di Dhaka, nel quartiere di Tejgaon. Sr. M. Avila Therese, la superiora della casa, racconta che tutto viene fatto per “i poveri, per coloro che hanno bisogno di aiuto”.
A Dhaka operano otto suore di Madre Teresa, mentre in tutto il Bangladesh vivono 99 suore e un missionario della Carità. I centri di accoglienza per malati, poveri, disabili, donne emarginate in tutto il Paese sono 12, oltre ad uno gestito dal ramo maschile della congregazione.
Al momento la struttura accoglie 12 bambini disabili e poveri di strada, “spesso orfani o abbandonati dalle famiglie che non vogliono più prendersi cura di loro”. Le suore si preoccupano di tutti i loro bisogni, dalle abluzioni quotidiane, al pasto, ai momenti ricreativi. Nella stanza a loro riservata, si notano giocattoli sparsi, cavallucci a dondolo, pennarelli. Tutto ciò che serve per un’infanzia serena, lontana dai pericoli della strada.
Altri bambini ruotano attorno alla struttura: “Sono quelli che qui vengono ogni giorno per studiare con un’insegnante. O coloro che tutti i sabati vengono per ricevere un pasto gratuito. In tutto 200-300 piccoli”.
Le suore accolgono anche uomini e donne che vivono in strada, per lo più poveri e malati. Qui ricevono trattamenti sanitari e cure amorevoli. “Una volta guariti – continua sr. M. Avila – vanno via e lasciano il posto a nuovi bisognosi. Non abbiamo molto spazio nella struttura, per questo sono solo di passaggio”. Ad oggi gli uomini ospitati sono 28 e le donne 49.
Il servizio per i bisognosi prescinde da ogni appartenenza di fede: “Ci sono ospiti di ogni religione. La maggior parte è musulmana, ma poi ci sono anche buddisti, indù e cristiani. Noi accettiamo ogni povero. E non ci interessa convertirli, vogliamo solo servirli. Rispettiamo ogni religione e crediamo che ognuno debba avere la libertà di professare la propria”. Il lavoro delle missionarie è svolto in modo gratuito, “non accettiamo soldi e non riceviamo uno stipendio per quello che facciamo”.
Il contributo delle suore “è riconosciuto da tutti, e non abbiamo mai ricevuto minacce [dai fondamentalisti islamici] o temuto per la nostra vita. Le persone ci rispettano, ci considerano uno di loro”.
Nonostante tutto il lavoro quotidiano, “i momenti di preghiera non mancano mai: quattro durante la mattina prima di pranzo, e altri tre nel pomeriggio e in serata”.
La visita di papa Francesco, che oggi è stato qui in forma privata e si è raccolto in preghiera nella vicina chiesa dell’Holy Rosary, “è una benedizione. Egli ha benedetto i nostri bambini”. 

     

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Missionario in Bangladesh: siamo un ‘piccolo resto’ guidati dallo Spirito Santo

AsiaNews - Dhaka - 2 dicembre 2017  

P. Franco Cagnasso, Pime, interviene di fronte a papa Francesco, che parla a braccio a sacerdoti, suore e religiosi. “Una Chiesa che rimane al chiuso è una Chiesa malata”. “Il bisogno interiore di scoprire che il mio carisma serve in qualche posto”.  

  

“I missionari stranieri in Bangladesh sono un piccolo resto, guidati dallo Spirito Santo ad annunciare il Vangelo”. Lo dice ad AsiaNews p. Franco Cagnasso, missionario del Pime (foto n. 2). Egli è tra i religiosi e consacrati che hanno appena incontrato papa Francesco a Dhaka, nella chiesa dell’Holy Rosary a Tejgaon. Con lui si sono raccolti in preghiera e hanno ascoltato il discorso a braccio del pontefice, che parla – tra le altre cose – di armonia e della divisione creata dal pettegolezzo, e paragona il parlar male degli altri ai “terroristi che lanciano le bombe”.  

Nel suo intervento, il missionario del Pime sottolinea che il “piccolo resto” della prima ondata missionaria oggi lascia in eredità una Chiesa ben formata, che riesce anche ad esprimere forze da inviare all’estero. A margine dell’incontro, riflette sul significato di fare missione: il “servizio totale” degli operatori pastorali, l’apertura ad accogliere nuovi evangelizzatori che possono arricchire le Chiese locali, la Chiesa pellegrina che segue il disegno dello Spirito Santo.

La testimonianza di Cristo, afferma, “in un Paese straniero avviene in maniera gratuita, senza aspettarsi ricompense in cambio”. L’aspetto che provoca più apprensione tra i pochi missionari “della prima ora” rimasti, è “non avere un ricambio con nuove leve, che possano portare dinamicità alla missione”. Allo stesso tempo “bisogna sottolineare un fatto rilevante: essere un piccolo gruppo di operatori pastorali ci aiuta molto ad un servizio totale, perché le decisioni sono prese dalla Chiesa locale. 

 

      

 

Questo ci ‘costringe’ ad avere una posizione di servizio non dominante. Mentre a volte, quando si è in maggioranza, si tende anche in maniera involontaria a far prevalere il proprio giudizio, il proprio modo di pensare e la propria cultura. Invece, rispettare le scelte di altri ci spinge ad un processo di inculturazione personale, di adattamento più efficace di quando eravamo noi ad avere in mano le leve del comando. Siamo immersi nei bisogni della comunità e più vicino a quelli che fanno le decisioni della Chiesa. Un processo simile porta ad adattarsi ai bisogni della gente e risponde meglio all’obiettivo di condivisione e stare insieme alla gente”.  

Sulle esigenze di nuovi evangelizzatori, p. Cagnasso spiega: “Una Chiesa matura è una Chiesa missionaria sul proprio territorio, ma anche lontano. Lo Spirito Santo ha le sue strade, e spinge anche ad andare dove nessuno ha mai sentito parlare di Cristo. Quando sono partito dall’Italia tante persone mi dicevano che c’era tanto da fare per i cattolici locali. E allora si può ben immaginare quanto bisogno ci sia qui, in Bangladesh”. “Capire che il Signore mi chiama ad andare fuori – continua – è un valore enorme per comprendere la natura della Chiesa, che non è un rullo compressore che vuole cristianizzare secondo programmi ben precisi, ma è la seminagione della Parola che poi cade in terreni diversi. Ci sono posti in cui il seme dà frutto e altri in cui non germoglia, ma noi tentiamo il più possibile di gettare i semi”. Come è arricchente andare fuori a predicare il messaggio cristiano, allo stesso tempo “è importante continuare ad accogliere, perché persone che vengono da fuori con una propria cultura e bagaglio personale portano modi di vedere le cose che possono essere d’aiuto”.

Il missionario riflette anche sul “valore della Chiesa pellegrina alla ricerca del Regno, cioè sul fatto di non legarsi ad una comunità locale, ma avvertire che bisogna andare lì dove la mia opera può dare più risultati”. Non si tratta di un patologico senso di irrequietudine “che ti porta a non rimanere mai fermo in un luogo. Semmai, risponde alla dimensione fondamentale dell’uomo, che non è mai sufficiente a se stesso. 

       

Il papa dice sempre che una Chiesa che rimane al chiuso è una Chiesa malata. Andare fuori invece, provoca l’incontro, l’arricchimento, la scoperta. E forse c’è anche un bisogno interiore di scoprire che il mio carisma, le mie capacità, servono in qualche posto”. (ACF)

       

Di seguito l’intervento di p. Cagnasso alla chiesa dell’Holy Rosary di Dhaka.

 

Santità,  

sono un missionario italiano, erede di tanti che – negli ultimi secoli – sono venuti da Europa e America per evangelizzare i popoli del Bengala e – spesso con grandissimi sacrifici – hanno fondato la piccola Chiesa che ora accoglie Lei con gioia.  

Fino a pochi decenni fa i missionari esteri, insieme ai catechisti locali, erano la “struttura portante” della Chiesa in Bangladesh, nel contesto della grande maggioranza di fedeli di altre religioni. Oggi siamo un “piccolo resto” che si mette al servizio di una Chiesa ben formata, in grado di gestirsi, articolata in ministeri, vari tipi di pastorale, e di impegni.  

La nostra presenza desidera essere il segno che la Chiesa è missione dal suo nascere: missione presso il popolo in cui si trova, e missione che ne supera confini, crea comunione con altri popoli per dare e per accogliere le ricchezze del Vangelo vissute in Chiese diverse.  

Vogliamo cercare, con pazienza e creatività, le “periferie” a cui Lei spesso fa riferimento, senza paura di sprecare energie anche per chi non dà speranza di risultati concreti e visibili. Vogliamo seminare in tutti i terreni possibili, ed essere la testimonianza umile della condizione cristiana su questa terra, la condizione di pellegrini alla ricerca del Regno.  

Siamo grati a Dio perché la Chiesa in Bangladesh ha iniziato a donare evangelizzatori ed evangelizzatrici anche oltre i propri confini; speriamo che questa dimensione cresca, e allo stesso tempo rimanga l’apertura a ricevere volti nuovi, anche dall’Africa, dall’America Latina e da altri Paesi asiatici.  

Siamo contenti di essere qui, e grati a questi popoli che ci accolgono, permettendoci di spendere la nostra vita in mezzo a loro per essere, con loro, partecipi del Vangelo di Gesù.

 

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Rohingya dal papa: Papa Francesco mi ha mostrato compassione (video) di Sumon Corraya
AsiaNews - Dhaka - 2 dicembre 2017
Al termine dell’incontro con rappresentanti delle religioni a Dhaka, papa Francesco ha incontato alcuni profughi Rohingya. Per la prima volta nel suo viaggio, Francesco ha usato la parola “Rohingya”. Egli ha chiesto perdono per l’indifferenza di tutto mondo nei loro riguardi. AsiaNews ha intervistato alcuni di loro. “È un uomo di pace. Spero che Allah ascolti le sue preghiere”.

      
Papa Francesco ha incontrato un gruppo di 16 profughi Rohingya ieri, al termine dell’incontro interreligioso ed ecumenico, tenutosi nel giardino dell’arcivescovado di Dhaka. Ad essi, il pontefice ha chiesto perdono per l’indifferenza del mondo verso di loro e ha espresso vicinanza per la loro tragedia “molto grande”. Per la prima volta durante il suo viaggio in Myanmar e Bangladesh, il pontefice ha usato la parola “Rohingya”. In Myanmar era stato consigliato di non utilizzarla per non creare più problemi a loro e alle comunità cristiane. Ecco quanto papa Francesco ha detto ai rifugiati del Rakhine: “Cari fratelli e sorelle, noi tutti vi siamo vicini. E’ poco quello che noi possiamo fare perché la vostra tragedia è molto grande. Ma facciamo spazio nel nostro cuore. A nome di tutti, di quelli che vi perseguitano, di quelli che hanno fatto del male, soprattutto per l’indifferenza del mondo, vi chiedo perdono. Perdono. Tanti di voi mi avete detto del cuore grande del Bangladesh che vi ha accolto. Adesso io mi appello al vostro cuore grande perché sia capace di darci il perdono che chiediamo. Cari fratelli e sorelle, il racconto ebreo-cristiano della creazione dice che il Signore che è Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. Tutti noi siamo questa immagine. Anche questi fratelli e sorelle. Anche loro sono immagine del Dio vivente. Una tradizione delle vostre religioni dice che Dio, all’inizio, ha preso un po’ di sale e l’ha buttato nell’acqua, che era l’anima di tutti gli uomini; e ognuno di noi porta dentro un po’ del sale divino. Questi fratelli e sorelle portano dentro il sale di Dio. Cari fratelli e sorelle, soltanto facciamo vedere al mondo cosa fa l’egoismo del mondo con l’immagine di Dio. Continuiamo a far loro del bene, ad aiutarli; continuiamo a muoverci perché siano riconosciuti i loro diritti. Non chiudiamo i cuori, non guardiamo dall’altra parte. La presenza di Dio, oggi, anche si chiama ‘Rohingya’. Ognuno di noi, dia la propria risposta”.
AsiaNews ha intervistato alcuni di questi profughi, commossi dall’incontro con il pontefice. Tutti hanno avuto l’occasione di parlare con il papa, la maggior parte in lacrime. Di fronte a loro erano sedute più di 5mila persone, fra musulmani, indù, buddisti e cristiani.
   
Sawkat Ara (v. foto 2) ha 12 anni. “Ho raccontato a papa Francesco che l’esercito del Myanmar ha ucciso mio padre e madre e i miei cinque fratelli. Ora sono sola. Il papa mi ha messo le mani sul capo, mi ha mostrato compassione”.
    
Mohmmon Nurulla conosce il Corano a memoria. “Il papa mi ha chiesto cosa mi sia successo, e io gli ho parlato del nostro popolo perseguitato in Myanmar. La prego, ci aiuti a fare pace nel nostro Paese”. Nurulla ha poi continuato, raccontando che papa Francesco gli ha mostrato comprensione. “Ha detto che pregherà Dio,” afferma, convinto che il pontefice possa aiutare i Rohingya. “È un uomo di pace. Spero che Allah ascolti le sue preghiere. Noi tutti invochiamo aiuto per la nostra situazione”. Nurulla ha poi guidato la preghiera, e si è commosso.
    
In lacrime, Shyada Khaton dice: “Mio marito è stato ucciso dall’esercito birmano. Sono senza speranze con i miei quattro figli. Ho mangiato foglie d’albero mentre scappavamo dal Myanmar. Non scorderemo mai le sofferenze”.

Il governo del Bangladesh ha organizzato l’incontro con l’aiuto di Caritas Bangladesh, impegnata ad aiutare i Rohingya: da due mesi nutre 70mila Rohingya e di recente ha avviato un programma di pulizia e riabilitazione.

  

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Papa a Dhaka: Chiesa del Bangladesh, granellino di senape, che cresce nella gioia
AsiaNews - Dhaka  - 2 dicembre 2017
All’incontro con i sacerdoti e le persone consacrate, papa Francesco parla a a braccio in lingua spagnola, ampliando temi presenti nel discorso scritto. Il Rosario mette in luce la sollecitudine di Maria, la compassione di Cristo, la gioia della Chiesa, i pilastri della dedizione religiosa. “Voi confermate me nella fede e mi date una grande gioia”.
        
“La Comunità cattolica in Bangladesh è piccola. Ma siete come il granello di senape che Dio porta a maturazione a suo tempo. Mi rallegro di vedere come questo granello stia crescendo e di essere testimone diretto della fede profonda che Dio vi ha dato”. È una delle espressioni che papa Francesco ha usato stamane nell’incontro con i sacerdoti e le persone consacrate nella chiesa dell’Holy Rosary (Santo Rosario) a Dhaka. Quella di “granello di senape” è una definizione calzante per una Chiesa che è lo 0,2% della popolazione, ma è ormai una comunità ben strutturata, ricca di vocazioni e di missionari che offrono il loro servizio al resto della Chiesa universale.
Francesco ha sottolineato che con questa esperienza “voi confermate me nella fede e mi date una grande gioia”.
Davanti ai 1500 presenti e al papa, un sacerdote, Abel D’Rozario di Dhaka; un missionario, p. Franco Cagnasso, Pime; una suora, suor Mary Chandra delle suore di Maria Regina degli Apostoli; un religioso, p. Lawrence Dias dell’Holy Cross; un seminarista, Marcelius Tirkey, hanno portato la loro testimonianza.
Al momento del discorso, papa Francesco ha consegnato quello scritto e ha parlato a braccio in lingua spagnola, ampliando temi presenti nel discorso scritto. Egli ha accennato al tema della vocazione, come un seme da far crescere e curare con tenerezza facendo attenzione al diavolo che semina zizzania e pregando per distinguere il seme buono da quello cattivo. E ha chiesto a vescovi, preti, religiosi e religiose, seminaristi di stare attenti alle divisioni create dalle chiacchiere, nemiche dell’armonia. Francesco ha concluso invitando a non avere “facce tristi, anche nel dolore e nelle difficoltà: "cercate la pace – ha detto - e trovate la gioia".
La scelta della chiesa dell’Holy Rosary non è casuale: la costruzione originale risale al 1600 ed è uno degli edifici più antichi nella storia del cristianesimo bangladeshi.
Il titolo della chiesa ha dato spunto al papa di organizzare il discorso consegnato sui misteri del Rosario: “Il Rosario è una magnifica meditazione sui misteri della fede che sono la linfa vitale della Chiesa, una preghiera che forgia la vita spirituale e il servizio apostolico. Che siamo sacerdoti, religiosi, consacrati, seminaristi o novizi, la preghiera del Rosario ci stimola a dare le nostre vite completamente a Cristo, in unione con Maria. Ci invita a partecipare alla sollecitudine di Maria nei riguardi di Dio al momento dell’Annunciazione, alla compassione di Cristo per tutta l’umanità quando è appeso alla croce e alla gioia della Chiesa quando riceve il dono dello Spirito Santo dal Signore risorto”.
Accennando alla “sollecitudine di Maria”, Francesco dice: “So che il lavoro pastorale e l’apostolato richiedono da voi molto, e che le vostre giornate sono spesso lunghe e vi lasciano stanchi. Ma non possiamo portare il nome di Cristo o partecipare alla sua missione senza essere anzitutto uomini e donne radicati nell’amore, accesi dall’amore, attraverso l’incontro personale con Gesù nell’Eucaristia e nelle parole della Sacra Scrittura… La sollecitudine per il Signore ci permette di vedere il mondo attraverso i suoi occhi e di diventare così più sensibili alle necessità di quanti serviamo”.
Sulla “compassione di Cristo”, nei misteri dolorosi del Rosario, il pontefice sottolinea che “Il sacerdozio e la vita religiosa non sono carriere. Non sono veicoli per avanzare. Sono un servizio, una partecipazione all’amore di Cristo che si sacrifica per il suo gregge”.
Citando la testimonianza di p. Cagnasso, egli aggiunge: “Ciascuno di noi è chiamato a essere un missionario, portando l’amore misericordioso di Cristo a tutti, specialmente a quanti si trovano alle periferie delle nostre società. Sono particolarmente grato perché in tanti modi molti di voi sono impegnati nei campi dell’impegno sociale, della sanità e dell’educazione, servendo alle necessità delle vostre comunità locali e dei tanti migranti e rifugiati che arrivano nel Paese. Il vostro servizio alla più ampia comunità umana, in particolare a coloro che si trovano maggiormente nel bisogno, è prezioso per edificare una cultura dell’incontro e della solidarietà”.
“Infine – conclude - il Rosario ci riempie di gioia per il trionfo di Cristo sulla morte, la sua ascensione alla destra del Padre e l’effusione dello Spirito Santo sul mondo. Tutto il nostro ministero è volto a proclamare la gioia del Vangelo. Nella vita e nell’apostolato, siamo tutti ben consapevoli dei problemi del mondo e delle sofferenze dell’umanità, ma non perdiamo mai la fiducia nel fatto che la forza dell’amore di Cristo prevale sul male e sul Principe della menzogna, che cerca di trarci in inganno. Non lasciatevi mai scoraggiare dalle vostre mancanze o dalle sfide del ministero. Se rimanete solleciti verso il Signore nella preghiera e perseverate nell’offrire la compassione di Cristo ai vostri fratelli e sorelle, allora il Signore riempirà certamente i vostri cuori della confortante gioia del suo Santo Spirito”.
Alla fine dell’incontro il papa ha recitato insieme ai presenti una preghiera alla Madonna composta per l’occasione. Prima dell'incontro, il pontefice aveva visitato la comunità delle suore di Madre Teresa, vicino alla chiesa dell'Holy Rosary.

  

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Giovani del Bangladesh: siamo il futuro del mondo, in libertà e armonia (video) di Anna Chiara Filice
AsiaNews - Dhaka - 2 dicembre 2017
Circa 9mila ragazzi all’incontro con papa Francesco al Notre Dame College di Dhaka. Studentesse cattoliche e musulmane: “Come donne, vogliamo vivere in un mondo sicuro, in cui sentirci libere”. Studenti musulmani: “I valori familiari sono la base della società. Il terroristi sono persone isolate, lontane dalla famiglia e subiscono il lavaggio del cervello”.
 
 

“Siamo il futuro del mondo e vogliamo vivere in libertà e armonia; non importa quale religione pratichiamo, siamo tutti esseri umani”. Lo dicono ad AsiaNews diversi giovani del Bangladesh, musulmani, cristiani e buddisti. Li incontriamo al Notre Dame College di Dhaka, durante l’incontro a loro riservato per l’ultima tappa del viaggio pastorale di papa Francesco. Tutti affermano di essere grati al papa che ha fatto loro visita. Si sentono onorati di avere avuto l’opportunità di partecipare ad un evento simile, cui ha avuto accesso un numero limitato di persone. Parlano delle speranze per la propria vita futura e dei problemi attuali, di terrorismo ed educazione. “Metteremo in pratica – promettono – il messaggio di armonia del pontefice e lo trasmetteremo ai nostri coetanei”.
All’incontro con i giovani hanno partecipato circa 9mila ragazzi delle scuole cattoliche della capitale. Il card. Oswald Gracias, arcivescovo di Mumbai (India), esorta loro: “Voi giovani cambierete il mondo, andate fuori e cambiate il mondo. Cambiate l’Asia!”. Ruby Imelda Gomes, professoressa assistente del Notre Dame College e membro del Consiglio della Notre Dame University Bangladesh, riporta: “Essi sono l’esempio pratico di convivenza tra giovani di fede diversa. Noi insegniamo loro che la principale caratteristica della vita non è l’appartenenza religiosa ma l’amore”.
Nel suo discorso, Francesco elogia la gioventù del Paese e la definisce “impavida”. Poi aggiunge: “Anche se diversi, lavorate per il bene comune, lavorate in armonia. Avete capito? Questa è l’armonia bella che si percepisce qui in Bangladesh”.
A proposito di armonia, due studentesse dell’Holy Cross College, Sadia Nishat, musulmana, e Diana Gomes, cattolica, sostengono: “Noi viviamo già in armonia, siamo amiche. L’unica cosa importante è che siamo esseri umani”. Come donne e ragazze, dichiara Diana, “speriamo di vivere in un mondo sicuro, in cui sentirci libere, poter esprimere noi stesse. Non vogliamo più essere vittime di schiavitù o sfruttamento. Dobbiamo sostenerci tutte insieme. Le donne sono esseri umani, non siamo oggetti e non vogliamo essere usate come tali. Abbiamo emozioni e vogliamo esprimerle. Non siamo diverse dagli uomini. Prego papa Francesco che mi dia la forza di poter andare a studiare all’estero in Russia per ricevere un’educazione di livello superiore”.
Un altro gruppo di una trentina di studenti cattolici, formati alla Novara Technical School di Dinajpur, riferiscono: “Sostenere l’armonia in questo Paese è un dovere. Noi siamo una minoranza in un Paese a maggioranza islamica”. Parlando del futuro, riferiscono che “la prima preoccupazione è trovare un lavoro dopo gli studi. Il sistema educativo non fornisce competenze pratiche. A parte le scuole tecniche, spesso si studia per anni e si finisce a fare un lavoro per cui non si è mai stati preparati”. “Poi la seconda speranza è trovare una bella ragazza, sposarla e vivere felici”, ammettono.
Sulle carenze del sistema educativo, concorda un altro gruppo di studenti musulmani del College che ospita l’evento. Vincendo l’imbarazzo, prendono la parola Musfigur Rakib Sohan e Mohammad Shahriar Hossain, che parlano anche di terrorismo e pace. Musfigur sottolinea: “Anche se musulmani, non siamo crudeli e siamo onorati di aver potuto incontrare il papa. Non esprimiamo una cultura grezza, che non ha rispetto delle altre fedi. Ciò che conta sono i valori trasmessi dalla famiglia e la mia mi ha sempre educato al rispetto degli altri. Io vado alle feste dei miei amici indù e cristiani e li invito ad unirsi a quelle islamiche”. Sulle difficoltà attuali, i ragazzi affermano di non avere “capacità lavorative e imprenditoriali. Dobbiamo essere più motivati per poter migliorare. Il sistema educativo ci limita, non ci sostiene nella crescita professionale. Per esempio, dovrebbero esserci più attività educative extracurriculari al di là delle lezioni regolari”. Sulle speranze per il proprio futuro, sono sicuri che “se un domani dovessimo ricoprire posizioni di potere, riusciremmo a risolvere queste mancanze, perché conosciamo i problemi”. Mohammad aggiunge: “Noi siamo il potenziale del futuro di tutto il mondo, sosteniamo l’armonia, la non corruzione, la lotta al terrorismo”. Su quest’ultimo punto, molto dibattuto in un Paese che di recente ha assistito ad una crescita del fondamentalismo soprattutto tra i giovani, non hanno dubbi: “I terroristi credono di essere migliori degli altri e vogliono sottometterci. I giovani che si coinvolgono nelle attività militanti sono lontani dalle famiglie, hanno perso i valori. Sono delle vittime, sono isolati. Quando una persona ha un problema, esso si risolve solo attraverso il dialogo e il confronto con altri. Invece il terrorista è solo, vive come in una prigione di solitudine, perciò in quel caso è più facile che egli rimanga attratto da cattive persone, che operano un lavaggio del cervello”.

     

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Papa: Giovani del Bangladesh, impavidi, la sapienza di Dio rafforza la speranza
AsiaNews - Dhaka - 2 dicembre 2017    
All’incontro coi giovani, sono presenti 7mila cattolici, oltre a membri di altre religioni. Canti e danze per l’accoglienza e le testimonianze di un ragazzo e una ragazza. “Siete sempre pieni di entusiasmo, e mi sento ringiovanire ogni volta che vi incontro”. Per “non girovagare senza meta”, occorre affidarsi alla sapienza di Dio, che “ci aiuta a riconoscere e respingere le false promesse di felicità”. Tale sapienza “apre agli altri”, fa apprezzare la cultura degli anziani, “ci aiuta ad affrontare il futuro con coraggio”.

 
L’entusiasmo dei giovani del Bangladesh, il loro essere “impavidi”, è rafforzato dalla “sapienza della fede” che li rende capaci di superare le “false promesse di felicità”, di dialogare coi membri delle altre religioni, di essere arricchiti dalla “sapienza degli anziani” e di “affrontare il futuro con coraggio”, grazie alla “sapienza di Dio [che] rafforza in noi la speranza”. Un papa entusiasmato anche lui ha incontrato oggi pomeriggio alle 15 (ora locale) 7mila giovani del Bangladesh nel campo sportivo del Notre Dame College di Dhaka, ultimo appuntamento della sua folta agenda, prima di lasciare il Paese.
Papa Francesco ha raggiunto il raduno in una golf-cart ed è stato accolto da canti e danze, seguite dalle testimonianze di due giovani, Upasana Ruth Gomes e Anthony Toranga Nokrek. Il pontefice ha subito confessato: “siete sempre pieni di entusiasmo, e mi sento ringiovanire ogni volta che vi incontro”.
“Uno dei vostri poeti nazionali – ha detto - Kazi Nazrul Islam, lo ha espresso, definendo la gioventù del Paese «impavida», «abituata a strappar fuori la luce dal ventre dell’oscurità». I giovani sono sempre pronti a proiettarsi in avanti, a far accadere le cose e a rischiare. Vi incoraggio ad andare avanti con questo entusiasmo nelle circostanze buone e in quelle cattive. Andare avanti, specialmente in quei momenti nei quali vi sentite oppressi dai problemi e dalla tristezza e, guardandovi intorno, sembra che Dio non appaia all’orizzonte. Ma, andando in avanti, assicuratevi di scegliere la strada giusta. Cosa vuol dire? Vuol dire saper viaggiare nella vita, non girovagare senza meta”.
“Quando si passa dal viaggiare al girovagare senza meta, tutta la sapienza è persa! La sola cosa che ci orienta e ci fa andare avanti sul giusto sentiero è la sapienza, la sapienza che nasce dalla fede. Non è la falsa sapienza di questo mondo. È la sapienza che si intravede negli occhi dei genitori e dei nonni, che hanno posto la loro fiducia in Dio”.
A proposito del rapporto con gli anziani, Francesco sottolinea. “La vostra cultura vi insegna a rispettare gli anziani. Come ho detto prima, gli anziani ci aiutano ad apprezzare la continuità delle generazioni. Portano con sé la memoria e la sapienza esperienziale, che ci aiuta ad evitare di ripetere gli errori del passato. Gli anziani hanno “il carisma di colmare le distanze”, in quanto assicurano che i valori più importanti vengano tramandati ai figli e ai nipoti”.
La sapienza della fede “è la stessa sapienza di Dio”. “Questa sapienza – ha continuato - ci aiuta a riconoscere e respingere le false promesse di felicità. Una cultura che fa false promesse non può liberare, porta solo a un egoismo che riempie il cuore di oscurità e amarezza. La sapienza di Dio, invece, ci aiuta a sapere come accogliere e accettare coloro che agiscono e pensano diversamente da noi. È triste quando cominciamo a chiuderci nel nostro piccolo mondo e ci ripieghiamo su noi stessi”.
All’incontro sono presenti anche giovani di altre religioni. Il papa commenta: “La sapienza di Dio ci apre agli altri. Ci aiuta a guardare oltre le nostre comodità personali e le false sicurezze che ci fanno diventare ciechi davanti ai grandi ideali che rendono la vita più bella e degna di esser vissuta.
Sono contento che, insieme ai cattolici, ci siano con noi molti giovani amici musulmani e di altre religioni. Col trovarvi insieme qui oggi mostrate la vostra determinazione nel promuovere un clima di armonia, dove si tende la mano agli altri, malgrado le vostre differenze religiose”.
“La sapienza di Dio – ha concluso - rafforza in noi la speranza e ci aiuta ad affrontare il futuro con coraggio. Noi cristiani troviamo questa speranza nell’incontro personale con Gesù nella preghiera e nei Sacramenti, e nell’incontro concreto con Lui nei poveri, nei malati, nei sofferenti e negli abbandonati. In Gesù scopriamo la solidarietà di Dio, che costantemente cammina al nostro fianco. Cari giovani, cari amici, guardando i vostri volti sono pieno di gioia e di speranza: gioia e speranza per voi, per il vostro Paese, per la Chiesa e per le vostre comunità. Che la sapienza di Dio possa continuare a ispirare il vostro impegno a crescere nell’amore, nella fraternità e nella bontà. Lasciando il vostro Paese oggi, vi assicuro la mia preghiera perché tutti possiate continuare a crescere nell’amore di Dio e del prossimo. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Dio benedica il Bangladesh! [Isshór Bangladeshké ashirbád korún]”.
Dopo aver lasciato i giovani, il pontefice si è preparato ad andare verso l’aeroporto di Dhaka, per il congedo ufficiale dal Bangladesh. Dopo i saluti, è partito alle 17.10.

  

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Papa Francesco: "Ho pianto per i rohingya. Volevano cacciarli dal palco, ma mi sono arrabbiato" di Paolo Rodari
Repubblica - 2 dicembre 2017
      
Dice che "con le armi nucleari non è lecito spingersi oltre. Siamo al limite. Il rischio è che l'umanità finisca". Sul volo di ritorno dal viaggio in Myanmar e Bangladesh il Papa risponde ad alcune domande dei giornalisti chiedendo che siano incentrate solo sulla sua permanenza nei due Paesi asiatici. Unica eccezione, una domanda sul tema degli armamenti nucleari. Sui Rohingya racconta come è arrivato a pronunciare il loro nome. "Volevano cacciarli dal palco" alla fine dell'incontro interreligioso di Dhaka "e anche che non parlassero con me", dice. "Non l'ho permesso. Ho pianto per loro cercando di non farlo vedere e, dopo averli ascoltati, ho sentito crescere cose dentro di me e ho pronunciato il loro nome". E spiega che nell'incontro col generale Ming Aung Hlaing di lunedì non ha "negoziato la verità".

Durante la Guerra fredda Giovanni Paolo II disse che la deterrenza nucleare era moralmente accettabile. Lei ha detto di recente che anche il possesso di armi nucleari è da condannare. Perché questo cambiamento? Hanno influito le tensioni tra il presidente Trump e Kim Jong-un?
"Cosa è cambiato? L'irrazionalità. Penso all'enciclica 'Laudato Si' sulla custodia del creato. Dal tempo in cui Giovanni Paolo II nel 1982 ha detto queste cose sono passati tanti anni. Oggi siamo al limite, è la mia opinione convinta, della liceità di avere e usare le armi nucleari. Perché oggi con un arsenale nucleare così sofisticato si rischia la distruzione dell'umanità o almeno di gran parte di essa. È cambiato questo: la crescita dell'armamento nucleare, le armi sono capaci di distruggere le persone senza toccare le strutture. Da Papa mi faccio questa domanda: è lecito mantenere gli arsenali nucleari così come stanno o per salvare il creato e l'umanità non è forse necessario tornare indietro? Pensiamo a Hiroshima e Nagasaki, settant'anni fa. E pensiamo a ciò che succede quando dell'energia atomica non si riesce ad avere tutto il controllo. Pensate all'incidente in Ucraina. Per questo, tornando alle armi che servono per vincere distruggendo dico che siamo al limite della liceità".
 
La crisi del Rohingya ha catturato l'attenzione del viaggio. L'altro ieri lei ha pronunciato il loro nome. Voleva parlarne anche in Myanmar?
"Non è la prima volta che ne ho parlato. Già in piazza di San Pietro lo feci. Per me la cosa più importante è che il messaggio arrivi. Se nel discorso ufficiale avessi detto quella parola, sarebbe stato come sbattere la porta in faccia ai miei interlocutori. Così a volte fanno certe denunce nei media: dette con aggressività chiudono il dialogo, chiudono la porta, e il messaggio non arriva. Allora ho descritto la situazione, ho parlato dei diritti delle minoranze, per permettermi poi nei colloqui privati di andare oltre. Sono rimasto soddisfatto dei colloqui: è vero, non ho avuto il piacere di sbattere la porta in faccia pubblicamente a nessuno, ma ho avuto la soddisfazione di dialogare, di dire la mia".
 
Cosa ha sentito quando ha chiesto perdono?
"Non era programmato. Sapevo che avrei incontrato i Rohingya, non sapevo dove e come. Dopo contatti col governo e con la Caritas, il governo ha permesso ai Rohingya di viaggiare: quello che fa il Bangladesh per loro è grande, è un esempio di accoglienza. Un Paese piccolo, povero, che ha ricevuto 700mila persone... Penso ai Paesi che chiudono le porte! Dobbiamo essere grati per l'esempio. Il momento del dialogo interreligioso ha preparato il cuore di tutti noi. Eravamo religiosamente aperti, io mi sentivo così. È arrivato il momento del saluto. Qualcuno ha detto loro che non potevano dirmi nulla. Volevano alla fine anche cacciarli via dal palco. Io mi sono arrabbiato e ho chiesto rispetto. Così sono rimasti lì. Dopo averli ascoltati uno a uno ho cominciato a sentire crescere cose dentro di me: 'Non posso farli andare senza dire una parola'. E ho chiesto il microfono. Non ricordo cosa ho detto, so che a un certo punto ho chiesto perdono, perdono due volte. Io piangevo, cercavo che non si vedesse. Loro piangevano pure".
 
Il primo giorno in Myanmar ha incontrato a sorpresa il generale Ming Aung Hlaing. Che incontro è stato?
"Ci sono incontri nei quali vado a trovare la gente e incontri nei quali ricevo gente. Il generale ha chiesto di parlare e l'ho ricevuto. Mai chiudo la porta. È stata una bella conversazione. Non dico il contenuto perché è stata privata. Non ho negoziato la verità. Ma ho fatto in modo che capisse perché una strada come quella dei brutti tempi passati oggi non è perseguibile. È stato un incontro civile".
 
Perché il generale ha chiesto di vederla prima del previsto? Si è sentito che voleva manipolarla?
"È arrivata la richiesta perché doveva poi partire per la Cina. Se posso spostare un appuntamento lo faccio. A me interessava il dialogo chiesto da loro. Il dialogo è più importante del sospetto che volessero dire: noi qui comandiamo. Io ho usato con lui le parole per arrivare al messaggio e quando ho visto che il messaggio veniva accettato ho osato dire tutto quello che volevo dire. Intelligenti pauca".
 
Le ha incontrato Aung San Suu Kyi e poi in Bangladesh il primo ministro. Cosa porta via da tutti questi incontri?
"Non sarà facile andare avanti in uno sviluppo costruttivo, non sarà facile per chi volesse tornare indietro. L'Onu ha detto che i Rohingya sono oggi la minoranza etnico-religiosa più perseguitata del mondo, è un punto che pesa per chi vuole tornare indietro. La speranza io non la perdo".

Aung San Suu Kyi è stata criticata per il silenzio sui Roihngya. Cosa pensa?
"Nel Myanmar è difficile valutare una critica senza prima chiedersi: è possibile fare questo? Sarà possibile farlo? Il Paese è in transizione e le possibilità sono da valutare in quest'ottica".
  
Perché non è andato nel campo profughi dei Rohingya?
"Mi sarebbe piaciuto ma non è stato possibile. Si sono studiate le cose e non è stato possibile per vari fattori, anche il tempo, la distanza".
    
Gruppi jihadisti volevano farsi tutori dei Rohingya?
"Ci sono gruppi di terroristi che cercano di approfittare dei Rohingya che è gente di pace. C'è sempre un gruppo fondamentalista, e anche noi cattolici ne abbiamo. I militari giustificano il loro intervento a motivo di questi gruppi. Io non ho scelto di parlare con questa gente, ma con le vittime di questa gente che è il popolo Rohingya che soffre per le discriminazione ed è difeso dall'altra parte dai terroristi. Il governo del Bangladesh fa una campagna molto forte di tolleranza zero al terrorismo anche per evitare altri punti".
     
C'è opposizione fra evangelizzare e dialogo interreligioso? Qual è la priorità, evangelizzare o dialogare per la pace?
"Prima distinzione. Evangelizzare non è fare proselitismo. La Chiesa cresce non per proselitismo ma per attrazione, cioè per testimonianza, lo ha detto Benedetto XVI. Evangelizzare è testimoniare come vivere il Vangelo e in questa testimonianza ci sono conversioni. Ma noi non siamo entusiasti di fare subito le conversioni. Se vengono, si parla, per cercare che sia la risposta a qualcosa che lo Spirito ha mosso nel cuore davanti alla testimonianza del cristiano. Nel pranzo coi giovani a Cracovia uno mi ha chiesto: cosa devo dire a un compagno di università amico bravo ma che è anche ateo? Cosa devo dirgli per cambiarlo, per convertirlo? La risposta è stata questa: l'ultima cosa che devi fare è dire qualcosa. Tu vivi il tuo Vangelo e se lui ti domanda perché gli puoi spiegare perché lo fai e lascia che lo Spirito Santo lo attiri. Questa è la forza: la mitezza dello Spirito Santo. Non è un convincere mentalmente con spiegazioni apologetiche. Noi siamo testimoni del Vangelo. Il proselitismo non è Vangelo".
     
È in preparazione un viaggio in Cina?
"Il viaggio in Cina non è in preparazione. Ma mi piacerebbe tanto visitarla. Non è una cosa nascosta. Le trattive con la Cina sono ad alti livelli, culturali, in questi giorni c'è una mostra dei musei in Cina e una dei musei cinesi in Vaticano. Ci sono i rapporti culturali e scientifici. Poi c'è il dialogo politico. Si deve andare avanti passo-passo con delicatezza, lentamente. Le porte del cuore sono aperte. E credo che farà bene a tutti un viaggio in Cina. A me piacerebbe farlo".
     
I preti che ha ordinato avevano paura di diventare sacerdoti in un Paese musulmano?
"Ho l'abitudine cinque minuti prima dell'ordinazione di parlare con loro in privato. Sono sembrati sereni, tranquilli, coscienti della missione, normali. "Giocate a calcio?", ho chiesto loro. Si, mi hanno detto, e questo è importante. La paura non l'ho percepita".
     
Sappiamo che vuole andare in India. Quando esattamente? Perché in questo viaggio non ha potuto?
"Il primo piano era di andare in India e Bangladesh. Ma poi le trattative per andare in India si sono ritardate, il tempo premeva e ho scelto questi due Paesi. È stato provvidenziale perché per visitare l'India ci vuole un solo viaggio. Devi andare al Sud, al Centro, all'Est, al Nord... per le diverse culture dell'India. Spero di farlo nel 2018 se vivo, ma l'idea era India e Bangladesh".
 

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