Bangl@news

Newsletter settimanale sul Bangladesh, pace, mondialità e diritti umani  

Anno XVII

N°  811

 6/12/17

Questo numero è inviato a 7.896 lettori e a 392 lettori nella versione inglese

       

                            

 Sommario

                   

Missione

»»  La “conversione missionaria” della Famiglia Orionina secondo Evangelii gaudium

»»  Lectio et virtus in Cambogia di p. Alberto Caccaro

»»  Leonella e Mohammad, cos’hanno da dire al nostro tempo

»»  Povero vescovo di tutti i poveri di Silvano Zoccarato

»»  Santi da Antropologa di sr Stefania Raspo

»»  Le Cartoline di p. Silvano - 211 di p. Silvano Zoccarato

Chiesa

»»  Per la I Giornata dei poveri, in 1.500 a pranzo con papa Francesco

»»  Quelle parole che cambiano il mondo di Francesco Anfossi

»»  Se muore la pietà la fede è pura ipocrisia  

Mondialità

»»  A debita distanza di Michele Luppi

»»  Cina e Africa, matrimonio in crisi di Marco Cochi

»»  I movimenti sociali rurali criticano l'Accordo di Parigi di Paula Bonfatti

»»  Il dialogo con i musulmani parte dal dialogo tra di noi di Angelo Scola

»»  Libertà di stampa mai così in declino (anche nelle democrazie) di Anna Toro

»»  Quest’anno siamo tornati indietro sulla parità tra uomini e donne

»»  Trenta governi manipolano l'informazione su Internet di Gigio Rancilio 

Africa

»»  Aumentano nel Sub-sahara le persone che soffrono di sotto nutrizione cronica

»»  Summit con l'Africa, partnership più equa? Di Laura Stopponi

»»  Migranti e land-grabbing, spia delle ingiustizie; contro le fake news l’impegno di tutti

»»  Quella frontiera europea nel cuore del Sahara di Luca Raineri e Francesco Strazzari  

Asia

»»  Cina e Thailandia: è contrasto sul Mekong di Stefano Vecchia

»»  Manila, l’impegno dell’Asean per la tutela dei lavoratori migranti

Europa

»»  Abiti puliti, quando la schiavitù è Made in Europe di Chiara Nardinocchi

»»  Inaccettabile è il calcolo. Noi tutti e gli aguzzini dei migranti di Paolo Lambruschi

»»  L'Onu ora accusa l'Unione Europea: «Inumano l'accordo con la Libia»

Medio Oriente

»»  Il califfato è sconfitto ma non finito di Mostafa El Ayoubi

Arabia Saudita

»»  Si aprirà (forse) il primo centro di dialogo interreligioso in territorio saudita

Bangladesh

»»  Di corsa, come saette... di p. Adolfo L'Imperio

»»  In attesa di papa Francesco più di 8mila poliziotti per la sicurezza di Sumon Corraya

»»  Mymensingh, le clarisse preparano le ostie per la visita del papa di Sumon Corraya  

Brasile

»»  #VidasNegras: contro le violenze sugli afrodiscendenti di Sara Milanese

Eritrea

»»  Una “Corea del Nord africana” di Enrico Casale

Filippine

»»  Giustizia più vicina per l'omicidio del missionario Fausto Tentorio

India

»»  Vescovo di Sagar: I radicali indù vogliono eliminarci. Aiutateci

Iran

»»  Solidarietà alle vittime del terremoto. I sospetti sulla qualità delle costruzioni

Iraq

»»  La tenaglia irachena. Cristiani dopo il Daesh di Fulvio Scaglione

»»  Sacerdote irakeno: per cristiani di Mosul va peggio di quando arrivò l’Isis

Italia

»»  Il bene a specchio di Massimo Gramellini

»»  La Caritas: Roma capitale dei nuovi poveri, ecco chi soffre di più di Alessia Guerrieri

»»  Proviamo a immedesimarci in Anthony, 5 anni, intirizzito su un treno di Marina Corradi

»»  Sfuggire ai marinai libici o morire: l'orribile lotteria dei salvataggi di Nello Scavo 

Libano

»»  Aoun: Il sequestro di Hariri è un’aggressione saudita contro il Libano di Pierre Balanian

Libia

»»  Troppi attori e pochi mezzi per uscire dal caos di Rolla Scolari

»»  «Aste di migranti in Libia». Il video della Cnn

Myanmar

»»  Minoranze reiette, l'odio è un tifone di Martina Dominici  

Pakistan

»»  Lahore, un convegno interreligioso di giovani per l’armonia e la pace di Shafique Khokhar

»»  Manifestanti radicali islamici in strada: “Giustiziate Asia Bibi” 

Stati Uniti

»»  Cooperazione? Sì, se comandiamo noi... di Alberto Bobbio

»»  Quel ranch esclusivo dove si spara agli animali di Licia Colò

»»  Temono il terrore, ma danno armi a tutti di Elisa Chiari

Sud Sudan

»»  Il collasso del paese neonato di Nicoletta Sabbetti

Taiwan

»»  Taipei, migranti del sud-est asiatico per soddisfare il bisogno di manodopera

Venezuela

»»  L'ultima frontiera del Venezuela: il contrabbando di Lucia Capuzzi

Zimbabwe

»»  Chi è Mugabe: un brillante riformista accecato dalla sete di potere di Giulio Albanese

 

»»  Edizione inglese

        

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MISSIONE

La “conversione missionaria” della Famiglia Orionina secondo Evangelii gaudium

Agenzia Fides - Montebello - 11 novembre 2017       

     

Si apre domani, 12 novembre, a Montebello della Battaglia, in provincia di Pavia, il VI Convegno Missionario Orionino, al quale prenderanno parte oltre 90 delegati di tutto il mondo in rappresentanza della Famiglia Orionina, maschile e femminile, religiosa e laicale. Questo appuntamento, che si concluderà il 15 novembre, ha come slogan "Tutti siamo discepoli missionari (EG 119). La conversione missionaria dell'Orionino" e si realizzerà tenendo presenti gli orientamenti della Evangelii gaudium.

“L'incontro di Montebello - spiega all’Agenzia Fides padre Pierre Assamouan Kouassi, consigliere generale degli Orionini incaricato delle Missioni, organizzatore del Convegno insieme a suor M. Irma Rabasa - è un'occasione importante per fare il punto sul percorso missionario della nostra Famiglia religiosa. Sono passati sei anni dall'ultimo Convegno missionario orionino che si tenne a Roma e in questo arco di tempo le nostre frontiere missionarie si sono ampliate con un particolare sguardo all'Asia, prima con le Filippine e poi con l'India, quindi all'Africa con la recentissima apertura di una missione in Benin, infine all'Europa dell'Est con le missioni in Ucraina e Bielorussia".

Il programma del Convegno prevede momenti di confronto plenario e il lavoro di otto commissioni composte da religiosi, religiose e laici. Centrali saranno gli interventi programmatici dei due Superiori generali: dei Figli della Divina Provvidenza (FDP), don Tarcisio Vieira, e delle Piccole Suore Missionarie della Carità (PSMdC), suor Mabel Spagnuolo. P. Teresino Serra, ex Superiore generale dei Comboniani (MCCJ), presenterà l'esperienza missionaria legata al carisma di san Daniele Comboni. Sono previste inoltre diverse testimonianze di missionari e missionarie.

“Sarà un momento di condivisione e di confronto - aggiunge a Fides padre Pierre Assamouan Kouassi - anche per fare il punto sul mondo missionario orionino a tutto tondo, a partire dalle aree del mondo dove la nostra Famiglia religiosa è presente già da diversi decenni. Sono particolarmente soddisfatto anche della presenza al Convegno dei laici che, a diverso titolo, collaborano con i religiosi e le religiose orionini in ogni parte del globo".

Nella lettera di convocazione firmata dai due Superiori generali, si sottolinea che il Convegno Missionario "si realizzerà sotto l'impulso dell'Evangelii Gaudium, l'Esortazione apostolica di Papa Francesco sull'annuncio del Vangelo nel mondo attuale, tenendo presente anche gli orientamenti dei due recenti Capitoli generali”. Vengono quindi indicati i seguenti obiettivi: “Presentare la prospettiva della missionarietà come il modo di intendere tutto l'agire della Chiesa per stimolare, alla luce dell'Evangelii Gaudium, un vero rinnovamento nella Famiglia Orionina. Discernere quali iniziative sono opportune affinché la missionarietà ci aiuti a rileggere le scelte dei Capitoli Generali delle due Congregazioni, secondo lo spirito di Don Orione, infine verificare e elaborare gli orientamenti missionari per la Famiglia Carismatica Orionina e condividere, al massimo livello, le linee di animazione e i progetti di sviluppi missionari delle Congregazioni".

I Figli della Divina Provvidenza (FDP) sono attualmente 1.100 operanti in 29 nazioni del mondo. In particolare nelle missioni di Africa (Benin, Burkina Faso, Costa d'Avorio, Kenya, Madagascar, Mozambico, Togo); America Latina (Cile, Messico, Paraguay e Venezuela); Asia (Filippine, Giordania, India); Europa (Albania, Bielorussia, Romania, Ucraina).

Le Piccole Suore Missionarie della Carità (PSMdC) sono in totale 650 e lavorano in 15 nazioni del mondo. Nelle missioni di Africa (Capo Verde, Costa D'Avorio, Kenya, Togo, Burkina Faso, Madagascar); America Latina (Paraguay e Perù); Asia (Filippine) ed Europa (Romania, Ucraina).

L’Istituto Secolare Orionino (ISO) è un ramo della famiglia di Don Orione nato recentemente che comprende circa 150 laiche consacrate sparse per il mondo che collaboraono con le opere orionine.

Al Movimento Laicale Orionino (MLO) aderiscono quei laici che, nelle loro particolari situazioni e stati di vita, vogliono vivere e trasmettere il carisma di Don Orione nel mondo, in comunione con la Famiglia Orionina.

   

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Lectio et virtus in Cambogia di p. Alberto Caccaro

Mondo e Missione - 16 novembre 2017

L’impegno educativo fa letteralmente perdere la testa. E «quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro poche decine di creature – scriveva don Milani in una lettera a Nadia Neri – troverai Dio come un premio»  

         

 

Da alcune settimane ormai, quarantatrè nuovi studenti stanno frequentando la prima media presso la nostra scuola. Costruita nei mesi scorsi (da maggio a novembre 2017) grazie all’aiuto di molti benefattori attraverso la Fondazione Pime Onlus (progetto K 595), la scuola è ora agibile e i ragazzi/e possono frequentarla. Il villaggio dove sorge è alquanto remoto, per questo rappresenta una possibilità di studio a chi altrimenti non avrebbe scelta. Tra gli alunni infatti abbiamo riscontrato qualche significativo “ritorno a scuola”. Penso a Roeun Long, nato nel 2000, che a diciassette anni si trova ancora in prima media! Molto probabilmente ha iniziato le scuole elementari tardi, ha forse ripetuto qualche anno o si è perso per strada e quest’anno è ritornato. Per ricominciare!

Il motto della prima scuola, costruita a Prey Veng nella prima fase della mia esperienza missionaria in Cambogia, suonava piu o meno così: la lettura produce un comportamento virtuoso. Si trattava allora di una scuola superiore. Ora, per la nuova scuola media, vorremmo adottare lo stesso motto perché siamo convinti che la lettura intensa, prolungata, consapevole di un testo, tanto piu di un’opera letteraria ma anche di un testo di scienza, aiuti a crescere e a capire – direbbe Giacomo Leopardi – “Il perchè delle cose, (…) Del mattin, della sera, / Del tacito, infinito andar del tempo”.

         

Questa volta però il motto comparirà sul timbro della scuola nella sua versione latina: Lectio et Virtus! Perché la lettura affina l’anima, apre mondi e “leggere – scrive Giuseppe Montesano nel suo libro Lettori selvaggi – vuol dire evocare apparizioni che ci mostrano tutte le vite che potremmo avere, e tutti i mondi che ci sono dentro il mondo”. La lettura è per coloro che “vogliono vivere più vita” e scoprire “mondi in cui giacciono piccole e grandi estasi, capaci di moltiplicare la personalità infinitamente più di qualsiasi droga”. Tra l’altro la nostra scuola sorge in un villaggio dove ancora non hanno portato l’energia elettrica. Lo consideriamo un “privilegio” perché questo non ci obbliga ad allestire una sala computer, come in tutte le scuole che vogliono essere moderne. Qui a Pka Doong, così si chiama il villaggio, almeno per ora, niente schermi, niente video! Sappiamo comunque che sarà per poco. Prima o poi tireranno i fili e avremo l’energia elettrica. Ben venga! Ma nel frattempo – ci siamo detti – approfittiamone per leggere, “per rubare tempo vivo agli schermi menzogneri e alle relazioni fasulle”- scrive ancora Giuseppe Montesano.

Sono della classe 1968, ho quasi cinquant’anni, eppure la mia insegnante delle scuole elementari, la maestra Franca, come un tempo e più di un tempo, continua ad incoraggiarmi. Un mese fa mi ha inviato una bellissima foto che vi propongo. Si tratta di uno scatto del 1959 che ritrae alcuni piccoli studenti mentre, appesi ad una carrucola, attraversano il fiume Panaro, nell’Appennino modenese, per andare a scuola al di là del fiume. Esprime molto bene la tenacia dei ragazzi, la loro prontezza a superare qualsiasi difficoltà e la loro consuetudine a non temere la fatica. Suona ridicola la polemica di qualche settimana fa in Italia sull’obbligo per i genitori di accompagnare a scuola i figli minori di quattordici anni. L’educazione dovrebbe piuttosto essere questo: camminare senza temere la fatica, senza scorciatoie o sotterfugi, compromessi o scale mobili che ci portano in alto troppo in fretta senza attrezzarci a gestire quelle emozioni che, rimaste in basso, si risolvono solo con gli ansiolitici. Ciò che oggi mi sembra decisivo nell’avventura educativa è il fatto di saper abbracciare la fatica in tutti i campi: nello studio, nel lavoro, nell’amore. Alludo qui anche alla fatica dei legami e alla fatica di amare. Nella vita e dunque nella scuola, patire e capire vanno insieme.

La foto della maestra Franca mi ha commosso e incoraggiato. Conclude il suo messaggio con una citazione di Victor Hugo: “Chi apre la porta di una scuola, chiude quella di una prigione” e poi augura anche a me qui in Cambogia “Buon anno scolastico!”. Tra gli studenti che abbiamo ci sono sei ragazzi/e di religione musulmana. Le ragazze sono ben visibili nelle foto di classe o mentre si allontanano dalla scuola dopo le lezioni. Abbiamo constatato che si assentano regolarmente e in gruppo, tutti e sei. Chiedendo informazioni, ci hanno spiegato che frequentano una scuola coranica. Sono molte nell’area le moschee e le scuole coraniche. Quando gli orari si sovrappongono con quelli della nostra scuola, la religione ha il sopravvento e i ragazzi si assentano. Nulla da eccepire, ma allo stesso tempo e a lungo andare, potrebbero crearsi delle difficoltà soprattutto se le assenze dovessero superare il numero consentito. Accanto alla fatica, dunque, un altro ingrediente imprescindibile dell’educazione è la libertà. Interpreto cosi la speranza di Victor Hugo che auspicava l’apertura delle scuole e la chiusura delle prigioni. Delle prigioni di ogni tipo: interiori, religiose, commerciali, idolatriche, ideologiche, digitali. Con la scuola e attraverso la scuola. Con la lettura e attraverso la lettura: “leggere per vivere vuol dire attingere quell’energia che fa essere la realtà diversa da una prigione”. Per questo dobbiamo diventare “Lettori selvaggi”! Ma non solo: vorrei concludere con alcune parole del solito don Lorenzo Milani che tanto mi ha ispirato in questi anni. L’impegno educativo fa letteralmente perdere la testa. E “quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro poche decine di creature, – ha scritto don Lorenzo in una lettera a Nadia Neri –  troverai Dio come un premio. Ti toccherà trovarlo per forza perché non si può far scuola senza una fede sicura”.  Ringrazio ancora una volta Fondazione Pime Onlus e tutti coloro senza i quali l’apertura della scuola non sarebbe stata possibile. Grazie!

 

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Leonella e Mohammad, cos’hanno da dire al nostro tempo

Mondo e Missione - 10 novembre 2017  

      

Suor Leonella Sgorbati, uccisa nel 2006 a Mogadiscio sarà beata. Ma non morì da sola. Nel tentativo di difenderla morì un musulmano, padre di quattro figli.

«La morte di una italiana e la morte di un somalo. La morte di una europea, la morte di un africano. Una bianca, un nero. La morte di una cristiana e la morte di un musulmano. La morte di una donna e la morte di un uomo. Questo ci dice che è possibile vivere insieme, se insieme è anche possibile morire. Vivere insieme nella speranza di un mondo migliore».

Le notizie significative spesso si nascondono nei dettagli. È di ieri la notizia che suor Leonella Sgorbati, assassinata a Mogadiscio nel 2006 in un attentato di stampo fondamentalista, sarà beata. Papa Francesco ha firmato il decreto che ne riconosce il martirio.

Missionaria della Consolata prima in Kenya poi a Mogadiscio, nel 2006 era una delle ultime quattro religiose rimaste in tutta la Somalia. Fu uccisa il  17 settembre, a 65 anni, da due uomini armati, che la colpirono alle spalle mentre stava facendo rientro dalla vicina scuola all’ospedale per l’infanzia dove lavorava, il Sos Kinderhof, nella periferia di Mogadiscio.

Una consorella, Marzia Ferra, raccontò così i suoi ultimi istanti: «Era ancora viva, sudava freddo, ci siamo prese per mano, ci siamo guardate e prima di spegnersi come una candelina, per tre volte mi ha detto: “perdono, perdono, perdono”».

Ma suor Leonella non morì da sola: la guardia somala che accompagnava la religiosa, Mohammad Mahmmud, padre di quattro bambini, musulmano, morì anch’egli nel tentativo di difenderla. A ricordarlo, durante le esequie celebrate a Nairobi fu monsignor Giorgio Bertin, vescovo a Gibuti e amministratore apostolico di Mogadiscio, che usò le parole che abbiamo citato sopra: «La morte di una italiana e la morte di un somalo. La morte di una europea, la morte di un africano. Una bianca, un nero. La morte di una cristiana e la morte di un musulmano. La morte di una donna e la morte di un uomo. Questo ci dice che è possibile vivere insieme, se insieme è anche possibile morire. Vivere insieme nella speranza di un mondo migliore».

Il martirio di suor Leonella e il sacrificio di Mohammad hanno, entrambi, una parola da dire a un mondo diviso, preso nella trappola della contrapposizione e dell’intolleranza.

Con la sua vita e la sua morte suor Leonella ha indicato una via, quella del perdono e dell’amore.

Tempo prima aveva scritto così:

Dobbiamo renderci disponibili al processo dell’incarnazione del Figlio in noi per poter essere la Consolazione del Padre. Significa accogliere che il Figlio sia libero in ciascuna di noi, in me,

libero di perdonare attraverso la mia persona a chi mi reca offesa,

libero di spezzare il pane della bontà, della comprensione nella mia comunità,

libero di fare in me il cammino che il Padre ha fatto fare a Lui, con le scelte che il Padre indica.

Libero di farmi percorrere il cammino della pazienza, della mansuetudine, dell’umiltà che passa attraverso l’umiliazione…

Libero di poter dire attraverso di me: Lo Spirito del Signore è su di me… mi ha consacrato, mi manda a portare la Buona notizia ai poveri, la libertà ai prigionieri… ad annunciare l’anno della Consolazione… a ricostruire le antiche rovine…

Libero di amare attraverso di me con l’Amore più grande, l’Amore che va fino alla fine, che è più forte dell’odio e dell’inferno… nella verità, nella pratica di ogni giorno e di ogni momento».

   

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Povero vescovo di tutti i poveri di Silvano Zoccarato

Mondo e Missione - 18 novembre 2017

Domenica per volontà di papa Francesco la Chiesa celebrerà per la prima volta la Giornata mondiale dei poveri. Un’occasione per riscoprire come già nell’Ottocento si era lasciato evangelizzare dalla povertà il fondatore del Pime, mons. Angelo Ramazzotti  

        

 Papa Francesco istituendo la giornata dei poveri che si celebra domenica 19 novembre scrive: “È nostro compito prenderci cura della vera ricchezza che sono i poveri”. Colgo quest’occasione per far conoscere il fondatore del mio Istituto, mons. Angelo Ramazzotti definito Vescovo della carità, modello dei vescovi, come ci è stato descritto dal suo segretario Pietro Cagliaroli.

Nato il 3 agosto 1800 a Milano, avvocato nel 1823, ordinato sacerdote nel 1829 e Superiore degli Oblati di Rho, vescovo a Pavia il 30 giugno 1850, fondatore del Seminario per le Missioni Estere (ora PIME) il 30 luglio 1850, patriarca di Venezia nel 1858, organizza la prima spedizione delle Suore della carità (Suore di Maria Bambina) in Bengala e delle suore Figlie della Carità (Canossiane) a Hong Kong. Muore il 24 settembre 1861, tre giorni prima di poter ricevere la berretta cardinalizia dalle mani del beato Pio IX.

Quello che leggeremo proviene da alcune sue lettere e dal libro Vita di Sua Eccellenza Reverendissima Monsignore Angelo Ramazzotti Patriarca di Venezia scritto dal Sacerdote Pietro Cagliaroli, suo segretario. Padre Costanzo Donegana, Pime, e Paolo Labate curatori del Libro, dicono che è stato scritto con conoscenza d’amore e come una riconoscenza per quello che ha significato il vivere accanto al suo vescovo.

Ho voluto cercare nel libro del Carderoli il suo essere Vescovo dei poveri, il suo vissuto, la parola al suo clero e al suo popolo, la stessa parola di Gesù che amava ripetere a tutti : «Chiunque riceverà uno solo di questi piccoli in mo nome, riceve me». La frase finale del libro: «E si videro lagrime, e s’udirono sospiri, massime di poveri che s’accoravano su di lui il quale, come visibile provvidenza, li aveva sovveuti le tante volte non che di roba e danari, sì anche di parole buone e paterni conforti», mi ha fatto rileggere il libro con una attenzione particolare e mi accorsi di alcune particolarità. Angelo Ramazzotti amò tutte le categorie di persone che incontrava. Tutti, ricchi e poveri, santi e peccatori. E tutti si sono sentiti amati con dignità. Restava nobile di comportamento, sempre, con nobili e non nobili, anche coi poveri. «Non dava solo pane ma anche paterni conforti». La sua preoccupazione sulla catechesi da insegnare e sulla necessità di portare il Vangelo a tutti gli uomini, completa la figura di un padre che nutre i figli bisognosi del pane della Parola di Dio. Nel vissuto del nostro Angelo, avendo amato ogni categoria di persone, il senso di ‘povero’ è allargato e arriva a comprendere ogni genere di persone. In realtà siamo tutti dei poveri. Anche la persona del donatore assume una dimensione più ampia. Diventa segno del grande donatore che è Dio. Quanti riconoscono l’amore di Dio nell’amore del donatore. E così sentendoci amati da Dio come figli, anche l’umiliazione della povertà scompare e godiamo della vera dignità. Meraviglioso questo vescovo che manteneva unita la sua diocesi col suo amore verso tutti. Vescovo che dava dignità ai poveri con la sua povertà vissuta e col suo amore di padre.

Donegana nel libro : “Rivivendo il carisma del Fondatore ” riassume la sua carità così: La carità del Ramazzotti è innestata sulla carità di Cristo. – Ama ogni persona. – Mette la carità al di sopra di tutto. – Sua priorità sono i poveri e i peccatori, ama il corpo e lo spirito dell’uomo.

E in una lettera ‘Ai ricchi‘ riportata da Donegana nel suo libro, leggiamo che la carità è iniziativa di Dio : “La Provvidenza stessa si incarica molte volte di radunare intorno a noi la famiglia dei poveri da adottare nella nostra carità, offrendoci in essi quegli amici che ci devono introdurre negli eterni tabernacoli del cielo. Ogni povero pertanto, che Iddio metta sui nostri passi, gardiamolo come un inviato della Provvidenza, anzi in lui rispettiamo, amiamo Gesù Cristo”.

Ripresentando alcuni testi del Cagliaroli, ho rispettato l’italiano’ dell’Ottocento e il suo modo di esprimere le realtà secondo la mentalità del suo tempo. I testi mostrano alcune categorie di poveri dei quali era il Padre: I poveri della strada, i poveri di Parola di Dio, i poveri ‘Infedeli’, i poveri in prigione, compresi alcuni preti, i poveri dei patronati e i poveri in preghiera.  

    

Primo anno di episcopato

Mi confidò che negli anni di studio alla Università, avealo preso un sì vivo amore della mortificazione, che assaissime volte si teneva contento alla sola refezione di pane ammollato nell’acqua; ed i risparmi fatti con queste astinenze, erano ordinati a soccorrere i poveri.

Nella sua prima lettera pastorale si rivolge agli operatori della carità e ai poveri stessi: “Quanti adunque desiderate davvero che tanti orfani abbandonati trovino un padre, che tanti poveri genitori possano dire ogni giorno ai propri figli: Eccovi anche per oggi un po’ di pane; voi principalmente, o poveri di Gesù Cristo, o cari poveri, che tanto potete sul cuore di Dio, pregate il Padre comune…che non lasci giammai venir meno tra noi lo spirito della cristiana Religione, alla quale sola dobbiamo grazie se trionfa tra noi la Beneficienza e la carità”.

Raccolse le schede de’ poveri, che con saviezza avea fatte preparare dai parrochi, e secondo i bisogni provvide.

Visitò uno per uno i pii istituti, e a tutti recò sovvenimenti; maggiormente abbondando verso la casa di industria per le speciali strettezze in cui versava; tanto che in una sola volta le donò per ben quattromila lire. Nè si contenne tra gl’indigenti della città, ma estese le sue larghezze a quelli eziandio degli altri paesi della. diocesi: onde avvenne che in capo a pochi mesi avesse dispendiate in limosine sessantamila lire.

E a me dicea il caritatevole Pastore, ricordando quel primo anno del suo episcopato: oh! quanto mi gioiva l’a-nimo, allora che poteva consolare i miei parrochi con buone manate d’oro pei loro poverelli. Nè si creda perciò che a quell’anno si confinassero queste sue generose elargizioni; chè come si vedrà nel seguito di questa storia, anche appresso non ebbero mai misura.

      

Zelo per l’incremento della Dottrina Cristiana

Per una popolazione cristiana la Dottrina è tutto; e ben sapeva Mons. Ramazzotti, che nulla meglio promuove il bene morale e religioso di una diocesi, quanto una diligente e scelta istituzione della prima gioventù nella scienza della religione. E a questo intendimento non tardò visitarne noi giorni festivi le Scuole. Nè lasciava trascorrere una sola domenica, senza che si portasse all’una o all’altra delle Chiese, avesse anche pontificato nella sua Cattedrale e letta l’omelia. E per avviare ognor più al meglio l’opera grande della Dottrina, ordinò una generale adunanza nel suo Palazzo patriarcale, non che dei Parrochi e dei Cooperatori della città, sì ancora dei maestri; ed ivi, con caldo discorso, animò tutti a coadiuvare dal canto loro con ogni zelo possibile all’incremento della santa impresa.

Ma spettacolo più d’ogni altro edificante fu vedere il Patriarca, che, con nuovo esempio, ognidì al mezzogiorno, nella sua basilica di s. Marco, faceva la meditazione ad un numerosissimo uditorio. Da tutte le parti della città, di ogni ceto e condizione, ricchi e poveri, sacerdoti e regolari, magistrati ed artigiani, stupiti a questo affatto nuovo esempio di zelo pastorale, immobili pendevano dalle sue labbra. E a tutti era dolce ricevere da lui ammaestramenti ed indirizzi sulle eternali verità, ch’egli veniva svolgendo con robustezza di concetti, con forme dignitose e semplici, con chiarezza e popolarità di esposizione. Ciò poi che vinceva Lutti i cuori e li commoveva fino alle lagrime, era quella riboccante unzione di carità, che s’accompagnava ad ogni suo detto, direi quasi, ad ogni suo gesto. Allorché questo fatto di tanta edificazione venne conosciuto anche in Lombardia, uno dei più dotti e zelanti Vescovi di quelle provincie ne scrisse al Patriarca congratulandosi seco lui; e conchiudeva: ah! un tale esempio non potrà che produrre un gran bene!  

        

Carità per la propagazione della fede

Lettera al clero e al popolo: “Vogliamo raccomandarvi l’Opera Pia della Propagazione della fede, opera che abbraccia nella beneficenza assai più estesi confini. Oltre all’interesse  per l’Istituto aperto in Milano da tutto l’episcopato lombardo, che prepara sacerdoti per portare il Vangelo fra gli infedeli, qui parliamo di un’altra istituzione già conosciuta d’altronde in qualche parte di questa diocesi, la quale ha per scopo di concorrere a quel santo apostolato col doppio sussidio della preghiera e dell’elemosina”.

Lettera al Consiglio della propagazione della fede. Chiede aiuti per le Canossiane di Hong Kong e ringrazia il Consiglio per quanto fece per i Missionari di S. Calocero giacché devo considerare fatto a me stesso quanto è stato fatto in loro favore.

Lettera a Mons. L. Besi: Progetto di inviare le canossiane in india. “Ora, Mons. Rev. giacché Ella ha tanta bontà per me e per il mio seminario di San Calocero, io mi prendo la libertà d’interessarLa in un affare che riguarda le missioni. I missionari di san Calocero che abbiamo nell’India mostrarono il bisogno ed il desiderio che una congregzione religiosa femminile si assumesse colà l’educazione delle fanciulle, come i missionari dei fanciulli”.  

        

Carità verso i poveri preti in prigione

Solo aggiungerò che in Venezia il suo zelo si rivolse a procacciare il pieno ravvedimento di que’ poveri preti estradiocesani, che colpiti dal rigore della giustizia, scontavano la pena dei loro falli nella Casa di forza alla Giudecca. Ogni qual volta si recasse a quelle carceri, confortavali con parole di gran carità a sostenere con cristiana rassegnazione la loro reclusione. E così fattamente avea saputo schiudere i loro animi alla confidenza, che alcuni al tempo degli spirituali Esercizii, di cui toccammo più su, si confessarono a lui con grande loro consolazione e profitto.

 

Visite ai preti, ai patronati della S. Vincenzo, a opere pie e a comunità religiose

Il giorno dell’entrata a Venezia. avendo richiesto qual fosse lo stato di salute de’ suoi preti, e specialmente dei Pievani, gli fu detto, che due fra essi si trovavano gravemente infermi. Non ci volle più, perché l’amoroso Pastore muovesse tosto a visitarli e confortarli della sua pastorale benedizione. La notizia del fatto si diffuse in un baleno per tutta Venezia, che anche da questo s’augurò ogni maggior bene dal cuore veramente paterno del suo Patriarca.

In una di queste visite parve al Patriarca di avere speso una mezz’ora più che non facesse d’uopo. Accortosene, se ne attristò così, che più volte con un accento di dolore mi disse: quella mezzora impiegata senza scopo mi grava troppo all’animo; me ne guadagnerò bene per l’avvenire. Di questa maniera apprezzava il tempo Mons. Ramazzotti. E a non perderne briciola, negli ultimi due anni della sua vita, faceva sempre capo, nelle sue brevi passeggiate dopo pranzo, a qualche monastero o casa religiosa, perché, come me ne rese inteso, anche il tempo del passeggio non fosse senza qualche vantaggio delle anime.  

   

Sua profusissima carità

Volli riservarmi quì sulle ultime a far cenno di quella virtù che, esercitata dal Ramazzotti sin dalla primissima gioventù, come le acque del fiume che cammin facendo s’ingrossano, crebbe mano mano a tal dismisura da accorciargli forse la vita. Onde pochi dì prima che scoppiasse la terribile malattia, che in breve tempo lo trascinò al sepolcro, fu udito a dire quasi piangendo: «Ah! tanti poveri che io vorrei ajutare e non posso! son questi poveri, credetelo a me, che mi affannano il respiro, mi struggono la salute.»

L’atrio, le scale, l’anticamera, a volte, si può dire che ne formicolassero. Né, come s’usa comunemente, erano incaricati i domestici di far la limosina. No; voleva egli vederli, ascoltarli uno ad uno ed ajutarli a tenore dei rispettivi loro bisogni, consolarli, esortarli a portar di buon animo la gran croce della povertà. E a chi gli fece osservare che così andavano perdute delle ore, a lui tanto preziose, rispose sorridendo che anzi ci guadagnava e di buono. Onde non gli tardava punto di porgere paziente orecchio a querimonie, a storie di patimenti e di dolori, a domande replicate di provvedimenti. Però, a non beneficare alla cieca, voleva che ognuno fosse munito del certificato parrocchiale; e quelli più largamente sovveniva, a cui si fosse rilasciato munito d’un certo tal quale contrassegno, di cui erasi convenuto tra il Patriarca e i pievani.

Negli ultimi tempi, sopracrescendo i bisogni de’ poveri e venendogli meno a tanto dispendiare i redditi della mensa, ordinò che si vendessero le argenterie della casa, non ritenendo che quanto serviva all’uso giornaliero della tavola, e per pochi. E v’ebbe un dì, nel quale trovandosi sprovveduto affatto di moneta, nè sapendo come o dove cercarne, uscì dalla stanza e a’ poveri raccolti nell’anticamera, mal frenando il pianto: «non ho più nulla, esclamò, son senza nulla. Non mi resta a vendere che questa povera veste, e la croce che mi pende dal collo.»

Il pochissimo che quì accennai, verso il moltissimo che potrebbe dirsene, basti al lettore; che dovrà certo con-chiudere con noi, la carità di Monsignore essere stata grande come il suo cuore, cioè senza confine o misura.

Onde vivo e morto fu acclamato il vero servo di Dio, il modello dei Vescovi, l’Uomo della carità. E il bene egli lo volle e lo fece sempre; da laico, da sacerdote, da Missionario, da Vescovo, da Patriarca. (…)

Alla sua morte il popolo che accorse numeroso, e in riverente atto s’accostava a quel feretro, non facea fine dal lodare e benedire il suo Patriarca, dolendosi che troppo presto fosse stato rapito all’affetto di lutti. E si videro lagrime, e s’udirono sospiri, massime di poveri che s’accoravano su lui il quale, come visibile provvidenza, li avea sovvenuti le tante volte non che di roba e danari, sì anche di parole buone e paterni conforti.  

Sul suo feretro le lacrime dei poveri.

  

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Santi da Antropologa di sr Stefania Raspo

missioneintuttiisensi.blogspot.com - Vilacaya, Bolivia - 15 novembre 2017  

       

 

Credo che più o meno tutti gli anni scrivo un articolo sulla festa dei Santi e dei Defunti, che per la nostra gente è una delle feste più grandi, se non la maggiore. Ma in questo 2017 l’ho sentita molto più intensamente, forse per vari motivi, uno dei quali è che ho scelto questo momento celebrativo come oggetto di studio per una piccola monografia di un lavoro di campo antropologico. 

Ho fatto alcune interviste, anche se con scarsi risultati. Quindi ho osservato e scritto secondo uno stile e metodo che mi ha attratto fin dall’inizio: la descrizione densa. Mi piace questo nome, in fondo rispecchia un poco la filosofia di questo blog: descrivere la missione con i cinque sensi più uno, in maniera densa. Non ho ancora finito il mio lavoro, il tempo vola ed io rimango indietro... Ma alle volte cambiare il punto di vista non è male. Guardare la realtà con occhi da antropologa (novellina) fa vedere aspetti che forse prima non erano percepiti, o semplicemente non considerati.

Ed è così che ho “tumbeado”, cioè ho visitato gli altari dei morti recenti, preparati nelle case, che la gente chiama “tombe”: ho messo al lavoro tutti i sensi, la vista, l’udito, l’olfatto, il gusto, il tatto. Ho registrato le espressioni della gente. La descrizione è densa perché l’esperienza è densa.  

      

 

La prof di etnologia ci ha fatto fare un esercizio di osservazione, il mese precedente: consegnando il lavoro corretto, mi ha scritto: “Questo esercizio sia il primo di una serie che le permetta di diventare ogni volta più sensibile all’altro e al suo dolore”. Mi ha toccato molto: quando ho studiato antropologia in Italia non mi hanno mai sottolineato, come fanno qui in Bolivia, il peso etico e sociale del lavoro. Parlano di una Antropologia al servizio della vita, di un’osservazione e studio che servano alla gente per uscire dai propri problemi e poter vivere pienamente.

Ed è così, che forse per questa prospettiva, mi ritrovo ad essere un po’ più sensibile alla mia gente. In Antropologia si parla di empatia, di assumere il punto di vista dell’altro. Insomma, è un bell’esercizio per decentrarsi un poco e mettersi nei panni dell’ altro. Ed mettermi un po’ più al suo servizio...

Per la prima volta in cinque anni abbiamo oltrepassato i limiti di Vilacaya e il giorno 2 siamo state a Vera Cruz al cimitero e il 3 a Tocla, dove una famiglia aveva preparato l’altare per il figlio di 17 anni che era morto in marzo. La gente è stata sommamente riconoscente per questa vicinanza, sia i nostri vicini di Vera Cruz, sia la gente di Tocla. Le due visite sono state frutto di un invito di famiglie che avevano preparato l’altare/tomba. Questo mi fa pensare a quanto bene fa la nostra presenza

http://missioneintuttiisensi.blogspot.com     

          

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Le Cartoline di p. Silvano -211 di p. Silvano Zoccarato

Yaounde, Camerun - 25 novembre

        

250 camerunesi rimpatriati      

Da qualche giorno mi trovo in Camerun per dare un corso di Storia delle missioni ai nostri seminaristi di Yaounde. I giornali in questi giorni hanno molto scritto sulla schiavitù nella Libia e sulla situazione dei 1700 camerunesi, ivi imprigionati. Leggo nel giornale Le Messager di mercoledì, 23 novembre, un articolo di Blaise Pascal Dassié.

Uomini, donne e bambini che erano fuggiti da situazioni difficili, dalle bande di trafficanti e da gruppi islamisti, sono stati rimandati in Camerun con un aereo speciale organizzato dal governo algerino e dall'Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim). Secondo la Crtv, un canale televisivo del Camerun, i migranti bloccati in Algeria sono ritornati volontariamente. In Camerun sono assistiti sotto l'aspetto medico-sociale e riceveranno dallo stato una somma di 65.000 Fcfa per il ritorno in famiglia.  

Dalla guerra in Libia del 2011, il Sahara è diventato un territorio di passaggio. Il deserto è il luogo ideale per il traffico di droga, di sigarette, di armi e di carburante. E' pure la strada dell'immigrazione illegale. Nonostante la mancanza di sicurezza, molti ripassano per la Libia. Agadez resta il punto più centrale di partenza.

Si calcola che in Algeria i migranti, venuti da differenti paesi, sarebbero oggi 100.000, vivendo di piccoli lavori nella clandestinità, rassegnati ormai a lasciare il sogno dell'eldorado europeo. Ma alcuni sperano ancora di raggiungere l'Europa, superando i rischi e i pericoli, attraversando il Mediterraneo verso la Spagna. Oppure, nonostante tutto, riprendere la strada della Libia.

      

Arrivo a Yaounde

Due notizie si sono succedute a distanza di poche ore nei giornali del Cameroun. La prima, data dal giornalista Pascal Dassiè, che ho riportato e che annuncia la partenza dei migranti camerunesi dall'Algeria, la seconda che trascrivo ora e che racconta l'arrivo di un aereo dalla Libia e poi le testimonianze dei rimpatriati.

Una quarantina di medici, infermieri e psicologi erano pronti all'accoglienza. I migranti sono passati a ricevere il vaccino contro la febbre gialla, dovettero sottomettersi ad esami e a inchieste e a riempire schede di identità personale. Non tutti accettarono di essere fotografati. Questa operazione è voluta dal governo del Cameroun col sostegno delle Organizzazioni Internazionali, soprattutto dell'OIM, per i Migranti, dopo la scoperta dei campi di concentramento della Libia. Il progetto di due anni vuole ricondurre a casa 1700 camerunesi.

      

Testimonianze dei rientrati

Ndong : A nessun mio nemico auguro quanto ho sofferto. Avevo tutto investito per raggiungere l'Europa. Fui separato da mia moglie e non so se è viva. Avevamo guadagnato insieme tre milioni di CFA ( un euro : 600 cfa). Non ho più niente. Vorrei dire a tutti di partire per un altro paese solo dopo un VISA e non passare per la Libia o il Marocco.

Adeline : Un popolo, quello libico, che pretende di essere civile, ma odia gli africani. Non c'è niente di buono in Libia. Non volevo restare in Libia, ma passare solamente per arrivare in Europa. Sono contenta di essere ritornata in Camerun.

Salomé : Partita da Douala con mia cugina, arrivai in Algeria dopo aver speso 300 000 F pagando controlli e tasse lungo la strada. In Algeria vivevo di un piccolo commercio. Passata in Libia trovai l'inferno. In prigione si mangiava male. Nessuno sa che sono ritornata. Avevo lasciato un figlio di nove anni e la mia famiglia non mi può aiutare. Vorrei completare i miei studi.

Frank : Raggiunsi l'Algeria con un piccolo progetto di commercio. Per strada in Niger fummo dichiarati ostaggi e dovetti chiedere a mia madre di versare 300 000 F in una banca per la mia liberazione. Son finito in prigione in Libia e trattato come una bestia, battuto notte e giorno. Ritorno e non so dove andare.

     

Avventura da sconsigliare

La giornalista Yvette Mbassi Bikele scrive : "Marcati con le stimmate di una avventura ambigua... i salvati dalla tratta dei Neri in Libia, assicurano che non vi ritorneranno. Si credevano ospitati come avviene in questo caro e bel paese del Camerun, ora pensano a quelli che son rimasti e consigliano ad altri di non tentare una simile avventura. Purtroppo, nonostante i drammi, il mercato di schiavi, e le migliaia di morti nel deserto e nel mare che non cessano di alimentare le informazioni internazionali, niente sembra fermare l'immigrazione verso le coste europee, che continua ad arricchire i trafficanti. E' vero che si può criticare il sistema di governo di alcuni paesi africani, ma come può oggi un giovane indebitare e impoverire la sua famiglia col sogno dell'arrivo in un paese più ricco? Una realtà curiosa : mentre alcuni figli e figlie del paese cercano l'erba migliore del vicino, alcuni stranieri trovano nel nostro un'ospitalità leggendaria e si arricchiscono di pesca, agricoltura, abbigliamento e altri mestieri e non sognano affatto di ripartire. Forse è vero quello che diceva Voltaire : "Ognuno dovrebbe interessarsi a coltivare bene il proprio giardino e ne ricaverà un benessere e un futuro migliore, invece di restare ad attendere e ricevere tutto dagli altri". 

      

Un commercio ben organizzato  

Parecchi migranti camerunesi, di ritorno in Camerun, confermano che la schiavitù è un ricco commercio in Libia. Considerato come un commercio risalente a un epoca lontana, oggi nel paese di Mouhammar Kadhafi è una attività ben organizzata e sviluppata. Alcuni giovani migranti in transito verso l'Europa o fissatisi in Libia, sono ora la preda privilegiata di gruppi e di associazioni. Vulnerabili per la loro debole situazione e il loro statuto, queste persone sono una facile preda. In questo mercato di schiavi, la pelle nera è preferita perché più resistente alle crisi e alle intemperie. Per questo i subsahariani sono i più numerosi. La maggior parte delle persone rapite sono generalmente messe in prigione dai loro rapitori. Secondo le dichiarazioni degli ex migranti, le vittime sono oggetto di violenze e di umiliazioni di ogni genere. Molti vi perdono la vita quando non ne escono coperti di segni di sevizie corporali. Secondo loro il mercato di schiavi in Libia non ha prezzo standard. Come in un mercato di bestiame, i prezzi sono fissati secondo l'età, l'apparenza e il sesso della persona venduta. Può essere di 120.000, 200.000, o 300.000 F., se la persona comprata è destinata ai lavori domestici, o agricoli, o di infrastrutture secondo il progetto dell'acquirente. Gli uomini robusti e i giovani sono comprati per i lavori d'Hercole perché più resistenti, secondo le testimonianze degli ex-ostaggi. Le donne generalmente sono destinate ai lavori domestici quando non sono semplicemente messe a servizio dei prosseneti. Una madre con figli costa più cara di una donna senza figli. I migranti più ricalcitranti sono uccisi o gettati nel deserto. (Sainclair Mezinc, Cameroun tribune, 24 novembre 2017)

          

Non c'è Eldorado fuori dell'Africa

Il professore in scienze politiche Jean Emmanuel Pondi interrogato da Sainclair Mezing afferma:

"L'ossessione della partenza è un errore fatale degli africani. L'Africa possiede ricchezze non ancora esplorate. E' necessario riorganizzarci e credere di più in noi stessi. Nostra enorme deficienza è non avere fiducia in noi e non voler organizzarci. La maggior parte degli africani è estroversa. Pensano che il benessere venga dal di fuori dell'Africa. Illusione fatale e suicida. Nessun continente si è sviluppato contando sugli altri o contando sull'aiuto internazionale. Sono d'accordo sulla cooperazione internazionale ma deve avvenire coi nostri sforzi. Noi dobbiamo essere al centro del nostro processo di cambiamento e progresso. Restiamo noi il motore dello sviluppo. Non è l'immigrazione che ci svilupperà. Non c'è un continente come l'Africa dove esiste la maggior parte delle ricchezze del mondo. I giovani africani lasciano questa terra e le sue ricchezze per rendersi a rischio e pericolo là dove sono trasformati. Dobbiamo rivedere e riprecisare la nostra cooperazione internazionale per il nostro avvenire. In Libia c'è la negazione dell'Humanité africaine".

    

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CHIESA

Per la I Giornata dei poveri, in 1.500 a pranzo con papa Francesco

AsiaNews - Città del Vaticano - 14 novembre 2017

Più di quattromila bisognosi parteciperanno alla messa. Verranno oltre che da Roma e dal Lazio, da diocesi tra le quali Parigi, Lione, Nantes, Varsavia, Cracovia, Malines-Bruxelles e Lussemburgo. Tra le iniziative, un Presidio sanitario solidale che effettuerà  gratuitamente analisi cliniche, visite mediche specialistiche di cardiologia, di dermatologia, di infettivologia, di ginecologia e di andrologia.

             

Più di quattromila bisognosi e in genere persone non abbienti parteciperanno domenica prossima, 19 novembre, alla messa che papa Francesco celebrerà nella basilica di san Pietro e poi ad un pranzo festivo. Ne dà notizia il Pontificio consiglio per la promozione della Nuova evangelizzazione che organizza la celebrazione della I Giornata mondiale dei poveri.

La Giornata, voluta da Francesco affinché tutta la comunità cristiana fosse chiamata a tendere la propria mano ai poveri, ai deboli, agli uomini e alle donne cui viene calpestata la dignità, vedrà la presenza, in san Pietro, di persone provenienti, oltre che da Roma e dal Lazio, da diocesi tra le quali Parigi, Lione, Nantes, Varsavia, Cracovia, Malines-Bruxelles e Lussemburgo.

Accompagnati da volontari, essi, dopo la messa celebrata dal Papa alle 10, in 1.500 prenderanno parte ad un pranzo insieme al Papa nell’Aula Paolo VI. Animeranno questo momento la Banda della Gendarmeria Vaticana e il coro “Le Dolci Note”, composto da bambini dai 5 ai 14 anni. Gli altri 2.500 saranno accolti in mense, seminari e collegi cattolici di Roma (Pontificio Collegio Americano del Nord, Collegio Apostolico Leoniano, Mense del Circolo San Pietro, Mensa Caritas Roma, Comunità di Sant'Egidio, Pontificio Seminario Romano Minore, Pontificio Ateneo Regina Apostolorum) per partecipare anche loro ad un pranzo festivo.

I poveri saranno serviti da 40 Diaconi della diocesi di Roma e da circa 150 volontari provenienti dalle parrocchie di altre diocesi.

Tra le iniziative in preparazione alla Giornata, il Pontificio consiglio sottolinea il Presidio sanitario solidale, attivo – da lunedì 13 a domenica 19 novembre, dalle 9:00 alle 16:00 - in piazza Pio XII, accanto a piazza san Pietro. In questa area medica saranno effettuate gratuitamente, per tutti coloro che lo richiederanno, analisi cliniche, visite mediche specialistiche di cardiologia, di dermatologia, di infettivologia, di ginecologia e di andrologia.

Sabato 18 novembre, alle ore 20:00, nella basilica di San Lorenzo fuori le Mura, - scelta per il richiamo al santo diacono di Roma che all’imperatore che gli chiedeva le ricchezze della Chiesa, presentò i poveri dicendo: “Questi sono il vero tesoro della Chiesa” - sarà celebrata una veglia di preghiera per il mondo del volontariato che ogni giorno nel silenzio del loro impegno offrono sollievo e gioia a tanti poveri.

Nella preparazione della I Giornata dei poveri è stato realizzato un sussidio pastorale, dal titolo “Non amiamo a parole ma con i fatti”, tradotto in 6 lingue, pubblicato in Italia dall’Editrice San Paolo.

        

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Quelle parole che cambiano il mondo di Francesco Anfossi

Famiglia Cristiana - 12 novembre 2017

«La riforma della Chiesa con Francesco comincia subito, quasi un capovolgimento tra la gerarchia ecclesiastica e il popolo di Dio che lascerà un segno per sempre»  

  

«Per capire cosa è cambiato nella Chiesa con papa Francesco bisogna andare a quella sera del 13 marzo del 2013», spiega padre Ermes Ronchi. Quella sera la tenue luce rosea somigliava a quella che avvolge oggi, nell'ora di compieta, il convento di Isola Vicentina, dove vive il frate dell'Ordine dei Servi di Maria, discepolo di padre Turoldo, dopo aver lasciato la parrocchia milanese di San Carlo al Corso (per lo sconforto dei milanesi, che gremivano la chiesa per ascoltare le sue omelie).  

         

La riforma della Chiesa di Francesco è iniziata con il suo primo gesto di Pontefice    

     

«Il nuovo Pontefice argentino venuto dalla fine del mondo», continua padre Ronchi, che durante la Quaresima del 2016 tenne la meditazione degli esercizi spirituali della Curia vaticana nella Casa Divin Maestro della Società San Paolo, ad Ariccia, «si inchina davanti alla folla gremita in San Pietro e chiede la benedizione. La riforma della Chiesa comincia da quel gesto e dal nome scelto: Francesco, come il poverello di Assisi».  

    

Perché la riforma inizia in quel momento?

«Francesco abbassa la testa e implora la benedizione su di sé da parte di tutti, in un silenzio impressionante, poi chiede la preghiera del popolo di Dio. Sono i fedeli a benedire lui e non viceversa. Un capovolgimento di ruoli, la fine del clericalismo, che tracciava una linea tra il pastore e il popolo di Dio. Il sipario su tutto questo, il tramonto del clericalismo, è straordinario, la fine di una separazione, una separazione che si era incrostata e non si riusciva a scardinare».  

   

Francesco colpisce subito tutti per la sua semplicità...

«Il Papa vuole portare avanti la totale collaborazione tra i pastori e gli altri fedeli. Lo si vede anche dalla semplicità della sua persona, dalla semplificazione assoluta del suo vestito, dalle sue scarpe nere, dalla sua borsa, dalla sua Ford Focus. Tutto questo per certi versi serve anche a portarsi sullo stesso piano del popolo di Dio».

  

La collaborazione tra sacerdoti e fedeli non è nuova: la si legge nei documenti del Vaticano II...

«È vero, tutto questo è nel Concilio. Ma ci faccia caso: Francesco è quello che cita meno il Concilio e quello che lo applica di più».  

  

Come definirebbe Bergoglio?

«Come persona lo vedo davvero unico. Un uomo felice, lo noti proprio, anche in televisione: una persona realizzata, e questo è bellissimo. Io lo invidio da morire: non perché è Papa, ma perché è così compiuto, felice».

    

Questo Pontefice esorta sempre a non aver paura di sbagliare    

         

Come interpreta il suo ruolo?

«Il Papa lo fa volentieri, e anche bene. Ha la capacità di rendere leggera qualsiasi cosa. La sua leggerezza e il suo coraggio vanno insieme. Perché il coraggio è quello di arrivare alle cose nuove, di cambiarle, di inventare nuovi segni, nuovi linguaggi. Francesco esorta a non aver paura di tentare. Il coraggio della creatività.

      

Il suo invito alla creatività in campo ecclesiale è una novità assoluta         

       

Questa parola è presente 14 volte nella Evangelii gaudium: Francesco invita ogni credente a essere creativo, nessun Pontefice prima di lui lo aveva fatto». Certo questa cosa è da sempre nella Chiesa: ne parla san Paolo nella prima lettera ai Corinzi, c'è la parabola dei talenti, ma l'aver sottolineato che ogni cristiano ha un magistero nella Chiesa è una novità assoluta, quasi un capovolgimento dei ruoli tra sacerdoti e fedeli».

    

L'amore è la riserva di gioia nella vita         

    

La parola gioia compare spesso nel suo magistero...

«Basterebbe citare i suoi documenti: Evangelii gaudium, Amoris laetitia... Francesco ha posto la gioia come indicatore principale della Chiesa. Dio regala gioia a chi produce amore. Ma vi sono altre parole. La pazienza, che vedo nella sua capacità di avviare percorsi senza l'ansia del risultato, come la semina del contadino. Del resto Francesco è un uomo dal pensiero aperto, non fa braccio di ferro col pensiero, perché non trovi più il braccio: lui è già andato avanti. Sulla famiglia, con i due grandi sinodi, ha fatto un mezzo concilio e ha dato ai vescovi il potere di discernere. È la prima volta che un Papa restituisce un potere anziché avocarlo a sé».  

     

Questo Papa parla pochissimo di Concilio. Ma è quello che lo applica di più     

           

Un'altra parola chiave del suo magistero è il perdono...

«Si sono fatti tanti giubilei nella Chiesa. Ma quello sulla misericordia è stato veramente il giubileo che ha toccato tutti, ha davvero mostrato al mondo un Dio carico di passione e di dolcezza, ed era ciò di cui avevamo bisogno. Era una grandissima urgenza da parte della Chiesa: rivelare a tutti l'esistenza di quel Dio che ti perdona quasi prima ancora che tu chieda perdono».  

     

Altre due parole: fedeltà e amore...

«Fedeli. Ma a che cosa? Al Vangelo, senz'altro, alla radicalità del suo annuncio. Quanto all'amore, è quello delì'Amoris laetitia, la riserva di gioia della vita. Quando il Papa dice che l'amore tra moglie e marito è un'esperienza di risurrezione, dice qualcosa di straordinariamente nuovo. E non dimentichiamo la tenerezza, che è una dimensione della misericordia, un segno di attenzione, di cura, di accoglienza, di interesse per la storia dell'altro. Noi preti in confessione dovremmo sempre manifestare questa tenerezza, far capire che la storia che stai raccontando dietro la grata mi interessa».

  

Francesco parla spesso di sogni.

«I sogni accendono il fuoco della passione. Ricordo che alla fine degli esercizi spirituali di Ariccia esortò i presenti ad avere il coraggio di sognare e aggiunse: "Se noi tutti in Vaticano sognassimo un pochino di più dovremmo chiamare i pompieri"». 

  

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Se muore la pietà la fede è pura ipocrisia

Famiglia Cristiana - 12 novembre 2017

«È importante riflettere sulle reazioni negative, a volte discriminatorie e xenofobe, che l'accoglienza suscita in Paesi di antica tradizione cristiana», ha affermato Bergoglio  

   

Cresce anche nel nostro Paese. La sempre più diffusa intolleranza verso il diverso, l'odio e la discriminazione verso chi viene visto come «invasore», il linguaggio sempre più violento che chiede la cancellazione dell'altro, che mette poveri contro poveri, che vorrebbe difendere i nostri "presunti valori" negando il valore di altri essere umani. Una barbarie che non si ferma neppure davanti ai corpi senza vita di 26 donne portati a Salerno la scorsa settimana da una nave della Marina spagnola che ha soccorso in mare centinaia di migranti.

Per questo papa Francesco saluta con favore il tema scelto dalle Università cattoliche per la loro conferenza internazionale: "Rifugiati e migranti in un mondo globalizzato, responsabilità e risposte delle università". Un incontro, dice loro ricevendoli in udienza il 4 novembre, importante per «dare "ragioni" alla cura pastorale dei migranti e dei rifugiati», per cercare «di superare i pregiudizi e i timori legati a una scarsa conoscenza del fenomeno migratorio» e per «approfondire la riflessione teologica sulle migrazioni come segno dei tempi».

Jorge Mario Bergoglio vede la sofferenza di quanti partono e invita le università ad «avviare ulteriori studi sulle cause remote delle migrazioni forzate, con il proposito di individuare soluzioni praticabili, anche se a lungo termine, perché occorre dapprima assicurare alle persone il diritto a non essere costrette a emigrare».

Sull'altro fronte, però, «è altrettanto importante riflettere sulle reazioni negative di principio, a volte anche discriminatorie e xenofobe, che l'accoglienza dei migranti sta suscitando in Paesi di antica tradizione cristiana, per proporre itinerari di formazione delle coscienze».

Alle università, ma anche a tutti i cristiani, il Papa ricorda, e ce n'è davvero bisogno, che «la Chiesa ha sempre contemplato nei migranti l'immagine di Cristo, che disse: "Ero straniero e mi avete ospitato" (Mt 25,35). La loro vicenda, per essa, è cioè una provocazione alla fede e all'amore dei credenti, sollecitati così a sanare i mali derivanti dalle migrazioni e a scoprire il disegno che Dio attua in esse».

Va nel concreto il Papa, chiedendo alle università di adoperarsi sia per la formazione dei migranti, attraverso borse di studio, insegnamento a distanza, corsi specifici, sia per valorizzare le loro competenze favorendo il riconoscimento dei loro titoli di studio a beneficio loro e della società che li ospita. E sprona a incoraggiare forme di volontariato dei propri studenti così da educarli, non solo in via teorica, «a una lettura attenta del fenomeno migratorio, in una prospettiva di giustizia, di corresponsabilità globale e di comunione nella diversità culturale».

 

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MONDIALITÀ 

A debita distanza di Michele Luppi

Nigrizia – novembre 2017  

Migranti: l'immagine di Cristo: accogliere, proteggere, promuovere e integrare"  

Nonostante le coste europee e africane siano molto vicine, i rapporti tra i due continenti sono ancora oggi contraddittori e in evoluzione. Ma a dieci anni dal lancio della “Joint Africa-Eu Strategy” del 2007, è giunto il momento di voltare pagina nei rapporti tra i due continenti, segnati dallo stesso futuro  

     

  

Quattordici chilometri. È questa la distanza che separa l’Africa dall’Europa, tra Spagna e Marocco. Praticamente nulla. Eppure nel corso dei secoli la distanza sociale, politica ed economica tra i due continenti ha subìto continue variazioni e ancora oggi la situazione appare contraddittoria e in evoluzione. Perché se da un lato stiamo assistendo – come sottolineano sia Carlos Lopes sia Stefano Manservisi nelle pagine seguenti – a un ritorno deciso dell’Unione europea sulla scena africana dopo anni di indifferenza, dall’altro crescono sentimenti di reciproca insofferenza, tanto in Europa quanto in Africa.             

Basti pensare ai rigurgiti razzisti presenti in tanti paesi europei, alimentati dall’incapacità dei governi di far fronte ai crescenti flussi migratori e alla strumentalizzazione politica di alcuni politici, ma anche alle contestazioni che si stanno diffondendo, soprattutto nell’Africa francofona nei confronti del franco Cfa, o alle critiche della società civile africana per il paternalismo che, ancora troppo spesso, contraddistingue l’approccio europeo all’Africa (come nel caso degli Accordi di partenariato economico).

Ma a oltre mezzo secolo dalle indipendenze africane, cosa possiamo dire oggi della relazione Africa-Europa?  È questa una delle domande a cui proviamo a rispondere in questo dossier che Nigrizia pubblica in occasione del 5° Eu-Au Summit, in programma il 29 e 30 novembre ad Abidjan. I capi di stato e di governo dei 28 paesi dell’Unione europea e dei 54 dell’Africa si ritroveranno in Costa d’Avorio, insieme ai rappresentanti delle istituzioni continentali, come già fatto al Cairo (2000), Lisbona (2007), Tripoli (2010) e Bruxelles (2014).

       

L’incontro avrà un valore significativo perché permetterà di fare il punto a dieci anni dal lancio della “Joint Africa-Eu Strategy” adottata nel 2007.

Il tema scelto per il vertice è quello dei giovani, ma il rischio – o, forse, la certezza – è che le discussioni vengano monopolizzate dalle tematiche migratorie e dal perseguimento della strategia europea di cercare collaborazione nel contenimento dei flussi.

Sarebbe un vero peccato, un’occasione persa per provare a voltare pagina, perché come scriveva negli anni Settanta lo storico senegalese Cheikh Anta Diop: «Non abbiamo avuto lo stesso passato, voi e noi, ma avremo necessariamente lo stesso futuro».  

   

I dati

E per capirlo è sufficiente guardare alcuni dati. Benché la Cina abbia, ormai da tempo, superato gli stati europei sia per quanto riguarda la bilancia commerciale (137 miliardi di dollari di interscambio con l’Africa nel solo 2016) sia per gli investimenti (36 miliardi di dollari nello stesso anno), l’Ue nel suo insieme resta un partner economico e politico chiave per il continente africano così come l’Africa lo è per l’Europa.

Nel 2015 dall’Africa proveniva il 9% dei beni importati in Europa, per un totale di 132 miliardi di euro (61,6 miliardi di euro di soli prodotti energetici), mentre a sud del Mediterraneo erano dirette l’8% delle esportazioni europee (per lo più veicoli e macchinari) per un valore di 154 miliardi di euro.  

  

 Numeri importanti che sono destinati ad aumentare se davvero verrà avviato quel processo di industrializzazione del continente che i leader africani auspicano per dare un futuro ai loro giovani. Molto dipenderà dalle decisioni politiche che verranno prese nei prossimi anni per cercare di costruire quella partnership tra eguali che appare, però, ancora molto lontana.

Ma dove non arriverà la politica – volenti o nolenti – arriverà la demografia. Secondo i dati Eurostat la popolazione europea è destinata a restare pressoché invariata da qui al 2050, mentre quella africana continuerà a crescere. A metà del secolo la popolazione mondiale vivrà per oltre il 50% in Asia e per il 25% in Africa (era il 13% nel 1995 e il 16% nel 2015), mentre la percentuale di popolazione europea a livello globale scenderà dall’8% del 1995 al 5% del 2050. Dati che fanno riflettere se consideriamo come, nel 1980, le popolazioni dei due continenti erano pressoché le stesse. Senza dimenticare come il 31% delle 727 mila persone che hanno ottenuto la cittadinanza in uno dei paesi dell’Ue nel 2015 era nato in Africa. Perché, in fondo, il futuro è già arrivato. Forse è ora di rendersene conto. 

 

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Cina e Africa, matrimonio in crisi di Marco Cochi

Nigrizia - 14 novembre 2017

«C’è ancora molto lavoro da fare per trasformare la relazione tra Cina e Africa in una cooperazione vincente». Lo sostengono gli analisti finanziari di Coface, gruppo francese specializzato in assicurazione dei crediti all’export, che ha vagliato i legami tra i due blocchi, mettendo in guardia alcuni paesi sul "rischio dipendenza" da Pechino.  

   

«Le nazioni dell’Africa subsahariana stanno diventando sempre più dipendenti dall’esportazione verso la Cina con un conseguente aumento del rischio di pesanti ricadute legate al rallentamento dell’economia cinese».

Lo rileva un nuovo studio dal titolo “Cina-Africa: durerà il matrimonio di convenienza? pubblicato da Coface, gruppo francese specializzato in materia di assicurazione dei crediti all’esportazione, che ha realizzato un interessante disamina dei legami tra i due blocchi, a diciotto anni dal primo Forum per la cooperazione Cina-Africa (Focac).

Secondo gli analisti finanziari di Coface, il rallentamento dell’economia cinese ha sacrificato i consumi interni. Per questo, il gigante asiatico ha intrapreso un nuovo corso per rilanciare il consumo privato rispetto agli investimenti e dunque anche alla produzione industriale. Penalizzando così le esportazioni della regione sub-sahariana verso la Cina, concentrate per oltre l’80% in minerali, metalli e idrocarburi.

Una tendenza che negli ultimi due anni ha trovato conferme nel tangibile calo degli scambi commerciali tra il continente africano e l’ex Impero di Mezzo, nonché nel decremento del flusso di Investimenti diretti esteri (IDE) della Cina verso i paesi africani.

Due elementi, che oltre a tradursi in una domanda inferiore per le risorse minerarie ed energetiche africane, hanno prodotto una notevole diminuzione dei prezzi delle materie prime rispetto ai picchi del 2014, a partire da quello del greggio. Un calo che ha dimezzato il valore delle esportazioni africane, che nel 2014 registrarono un record di 111,7 miliardi di dollari (95,80 miliardi di euro) contro i 54,8 miliardi di dollari (47 miliardi di euro) del 2016.

       

Dieci i paesi più a rischio

Il report osserva anche che il calo della domanda avrà il suo impatto più forte soprattutto in quei paesi sub-sahariani che hanno maggiormente beneficiato dell’espansione economica cinese. Lo studio li classifica con l’ausilio di un Indice di dipendenza dalle esportazioni verso la Cina, strutturato con punteggio che va da 0 (nessuna dipendenza) a 1 (assoluta dipendenza).

Tra i 54 paesi africani, sono dieci quelli che l’Indice ritiene maggiormente esposti alla diminuzione degli scambi commerciali con il Dragone asiatico. Da notare che questi paesi sono anche quelli che hanno beneficiato maggiormente di finanziamenti e flussi di IDE cinesi.

I due paesi in assoluto più vulnerabili ai potenziali cambiamenti della domanda cinese sono il Sud Sudan seguito dall’Angola, ambedue caratterizzati da economie basate principalmente sulla produzione di petrolio. Terzo nella graduatoria è il Gambia, grande produttore di legname, mentre il Congo è penalizzato per la forte dipendenza dall’export di petrolio ricavato dalle sabbie bituminose. Anche Eritrea, Guinea e Mauritania sono tra i paesi più dipendenti, a causa delle esportazioni di minerali di metallo.  

     

Moderato ottimismo

Tuttavia, il rapporto riconosce che nonostante il generale peggioramento della dipendenza dall’export verso la Cina, gli ultimi sviluppi lasciano spazio a un velato ottimismo, dettato dalla graduale diversificazione del paniere di esportazioni dell’Africa, che ha integrato le materie prime trasformate a più forte valore aggiunto. Tra queste materie prime, potenziali beneficiarie del riequilibrio del modello di crescita cinese, spicca il legname grezzo e, in misura minore, alcuni prodotti agricoli come le arance sudafricane, il sesamo etiopico, le noci di cola senegalesi e il tabacco mozambicano.

Inoltre, i finanziamenti e gli IDE cinesi hanno cominciato a diversificarsi dai settori estrattivi, concentrandosi maggiormente sulla produzione, sulle utility e sui servizi. Tuttavia, per parafrasare il titolo dello studio, in ogni buon matrimonio è sempre obbligatoria una sana dose di scetticismo. In questo caso, derivata dal fatto che i paesi africani fortemente dipendenti dalla Cina restano ampiamente esposti ad una domanda debole o a un possibile nuovo crollo dei prezzi delle materie prime.

Senza dimenticare che gli interessi cinesi per la regione si basano in via prioritaria su una rete complessa di obiettivi politici ed economici. Un fattore che per i governi africani implica il rischio di accentuare la vulnerabilità oltre che alla domanda, anche ai mutamenti della politica estera cinese.

Tutto questo porta gli economisti di Coface alla considerazione finale che «c’è ancora molto lavoro da fare per trasformare la relazione tra Cina e Africa in una cooperazione vincente».

 

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I movimenti sociali rurali criticano l'Accordo di Parigi di Paula Bonfatti

unimondo.org - 13 novembre 2017  

      

Anche questo anno un gruppo di giovani studenti trentini dell'Agenzia di Stampa Giovanile nell'ambito del progetto "Giochiamoci il Pianeta", accompagnato da alcuni ricercatori e insegnanti, parteciperà e racconterà la Conferenza Internazionale dei giovani sul Clima (COY13)   e la Conferenza ONU sul Clima (COP23) dal 2 al 17 novembre a Bonn in Germania. Dal loro lavoro di inviati è nato questo articolo.

Dal 6 al 17 novembre la COP23 radunerà nella vecchia capitale tedesca circa 20 mila persone da più di 200 Paesi del mondo. Oltre ai negoziati la conferenza offre spazio anche a numerosi eventi paralleli per promuovere l’agenda della società civile e dei movimenti popolari normalmente esclusi dai negoziati ufficiali.  Uno dei principali obiettivi della COP23 è stabilire meccanismi e processi di valutazione e di controllo per i Paesi che si sono impegnati nell’Accordo Globale sul Clima (2015) per ridurre le emissioni di gas serra e contrastare gli effetti del riscaldamento globale.

Tuttavia, durante il side event dal titolo "L’agro-ecologia contadina alimenta le persone e raffredda il pianeta", i rappresentanti delle organizzazioni contadine provenienti da diverse regioni del mondo hanno messo in dubbio l’efficacia dell’Accordo e hanno condiviso le esperienze di resistenza e resilienza vissute con il sistema dell’agro-ecologia . "Siamo consapevoli che l’agro-ecologia è una vera e concreta risposta ai problemi dei cambiamenti climatici, così come ai modelli agricoli convenzionali, industriali e sfruttatori", ha affermato Jesus Vázquez, rappresentante dell’Organizzazione Boricuá di Agricoltura Ecologica in Porto Rico e membro della Via Campesina dei Caraibi. Nel mese di settembre Porto Rico è stato colpito dall’uragano Maria che ha lasciato l’80% della popolazione senza elettricità per un mese, circa 1.5 milioni di persone senza l’accesso all’acqua potabile e 5.300 senza tetto. " Occupare spazi come la COP è molto importante per denunciare, resistere e dare visibilità agli effetti climatici ", ha affermato Jesus. Il cambiamento climatico, causato dalle attività umane, ha infatti grande influenza sul potenziale devastante delle catastrofi ambientali.

      

Accordo di Parigi: gli obiettivi volontari non saranno sufficienti

Entro il 2015 l’Accordo di Parigi ha fissato una soglia massima di 2°C di aumento delle temperature medie rispetto ai valori preindustriali che impone pertanto un limite massimo alle concentrazioni dei gas serra presenti in atmosfera. Pertanto l’Accordo ha come grande sfida quella di monitorare l’evoluzione delle emissioni di gas a effetto serra in ciascun Paese. Tuttavia, anche se ben intenzionato, il documento non indica quali settori produttivi ed economici dovrebbero essere più regolati, ossia, quelli con una maggior responsabilità nelle emissioni di gas a effetto serra. Inoltre, ogni azione a favore della tutela dell’ambiente mette dei limiti sui settori industriali e aziendali. La regolamentazione internazionale delle attività di settori specifici ridurrebbe il fatturato e il prodotto interno lordo (PIL) di quasi tutti i Paesi. Il Brasile, ad esempio, dovrebbe limitare la produzione del settore agroalimentare e dell’industria petrolifera, entrambi di grande influenza e potere politico nel Paese.

     

L’Agro-ecologia come risposta ai cambiamenti climatici

D’altra parte, i movimenti sociali rurali affermano che i cambiamenti strutturali nel settore alimentare sono la risposta più rapida e concreta per affrontare i cambiamenti climatici e garantire uno sviluppo sostenibile. Il settore agricolo emette tra 5,2 e 5,8 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente l’anno - la terza più importante fonte di emissioni dopo il settore energetico e i trasporti - secondo l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC). Il Brasile è il secondo più grande emettitore nel settore agricolo dopo la Cina (circa 12%delle emissioni) con quasi il 10% del totale delle emissioni globali.  "Il sistema alimentare industriale, compresa la produzione, l’imballaggio e la distribuzione, è responsabile di circa il 50% delle emissioni globali di gas a effetto serra. Ciò significa che il sistema ha un grande potenziale di riduzione delle emissioni, ma non se lo facciamo in una logica commerciale ", ha detto il rappresentante della Confederazione dei Contadini di Francia nel suo intervento.Come soluzione i movimenti sociali rurali propongono l’implementazione dell’agro-ecologia e della produzione biologica, che, oltre al già comprovato contributo nel soddisfare le sfide della sostenibilità agricola, costituiscono anche una forma di organizzazione e resistenza.  "Il nostro modello di agro-ecologia è un modello di politica pubblica", afferma il rappresentante della Confederazione dei Contadini di Francia. Il modello aumenta in modo sostenibile i redditi agricoli, rafforza la resilienza dei prodotti ai cambiamenti climatici e può ridurre le emissioni di CO2. " Abbiamo un’esperienza concreta con l’agro-ecologia e sappiamo che può funzionare. Possiamo farlo, perché questa è la parte pratica, più che tecnica o di negoziazione".

        

Diversità nella partecipazione negli ambiti negoziali

Una delle principali critiche della società civile rispetto ai trattati internazionali sull’ambiente è l’esclusione degli attori emarginati dai negoziati ufficiali, come i Paesi del sud, le comunità indigene e tradizionali, le donne ed i movimenti di base. " Nell’ambito dei negoziati le nostre voci non vengono ascoltate, per questo abbiamo bisogno di stabilire partnership con la società civile", ha dichiarato il rappresentante della Confederazione dei Contadini di Francia. I rappresentanti dei movimenti sociali rurali presenti hanno affermato che la mancanza di consapevolezza della situazione globale rende difficile affrontare i cambiamenti climatici. È necessario portare le persone che vivono e lavorano in campagna più vicine alla discussione sulle politiche pubbliche per lo sviluppo sostenibile e l’ambiente. "Stiamo combattendo, ma l’agricoltura è il bersaglio più frequentemente colpito negli accordi internazionali in materia di ambiente", ha concluso il rappresentante della Confederazione. La COP23 può non fermare i cambiamenti climatici e il riscaldamento globale, ma è una grande opportunità affinché i movimenti sociali si possano organizzare e possano promuovere le proprie idee al di fuori dalle sale dei negoziati. Oltre a combattere per lo sviluppo sostenibile del pianeta, è necessario anche combattere per le opportunità di partecipazione della società civile sempre più scarse nell’attuale situazione politica internazionale.

Paula Bonfatti dell'Agenzia di Stampa Giovanile

Progetto di educazione alla cittadinanza globale "Giochiamoci il Pianeta" è promosso dall'Associazione Viração&Jangada con il finanziamento della Provincia Autonoma di Trento e la collaborazione di Fondazione Fontana e Unimondo.

  

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Il dialogo con i musulmani parte dal dialogo tra di noi di Angelo Scola

oasiscenter.eu/ - 13 novembre 2017

Una conoscenza reciproca e amante che sappia narrare la bellezza del vivere insieme è l’unico antidoto a ogni forma di terrorismo  

     

Sconfiggere il jihadismo e le altre forme di terrorismo è una possibilità reale? La domanda si è fatta ancor più acuta dopo gli ultimi attentati in Spagna e in Inghilterra. Non basta la paura, la decisa condanna, la rabbia di fronte a tali efferatezze. Né il necessario lavoro per mettere in atto adeguate misure di sicurezza: in ogni caso non sarebbero mai sufficienti a evitare l’azione letale degli uomini bomba.

Spesso la risposta che viene da noi europei – “Non cambieremo i nostri stili di vita” – ha il sapore di un proclama di fermezza più che dell’indicazione di una strada. È una risposta che non manca di coraggio. A patto che si sia consapevoli che essa pone un interrogativo ancor più radicale. “Quali sono, di fatto, i nostri stili di vita?”. È bastato forse a suo tempo asserire: “Torneremo al Bataclan o allo stadio o a passeggiare sul lungomare di Nizza”?

Noi uomini del Terzo Millennio per affrontare il frangente storico attuale che Papa Francesco ha definito come un «un cambiamento d’epoca, non un’epoca di cambiamento» non possiamo evitare di paragonarci con una questione decisamente più impegnativa: “Chi vuole essere l’uomo del Terzo Millennio?”. È la questione del senso, cioè del significato e della direzione da dare alla nostra vita personale e sociale. Indipendentemente dalla mondovisione cui ci ispiriamo, credenti, diversamente credenti, non credenti non possiamo più sfuggire a questo provocante interrogativo.

Il lavoro di Oasis da una quindicina di anni documenta analiticamente, tra l’altro, la sfida lanciataci da una parte del mondo musulmano: «Siete una “non civiltà”. Avete perso ogni fede, parlate di diritti e poi spesso li calpestate. Soprattutto non avete cessato di percorrere, con modalità sempre più subdole, la strada del dominio». Non possiamo qui addentrarci nell’analisi delle problematiche che a livello religioso, civile, politico, economico ed ecologico ci affliggono. Né dar conto di una civiltà che produce povertà ed esclusione, qui da noi e in varie parti del mondo. Per non parlare della nostra facilità a dimenticare la storia mondiale nella sua interezza. Essa non registra solo violenze nei nostri rapporti con i musulmani e dovrebbe perciò farci smettere di parlare di “noi” e “loro”.

Cercare il senso adeguato del vivere e condividerlo in un confronto appassionato teso al riconoscimento reciproco: per farlo con i musulmani occorre ricominciare a farlo tra noi, qui da noi.

       

APERTO A TUTTI

Il poeta T.S. Eliot ha parlato a suo tempo di uomini “impagliati”. Potrebbe essere un aggettivo calzante per noi occidentali del terzo millennio perduti in un narcisismo autistico che ci impedisce di amare l’altro perché non ci lasciamo amare da Dio. Forse da questo umile riconoscimento dovremmo ripartire nel dialogo con ogni nostro “fratello uomo”, per usare l’espressione di Karl Barth. Anche con i musulmani. Una conoscenza reciproca e amante che sappia narrare la bellezza del vivere insieme è l’unico antidoto a ogni forma di terrorismo.

La Fondazione Internazionale Oasis intende essere uno strumento aperto a tutti, soprattutto a quelli che vogliono costruire una «civiltà della verità e dell’amore», secondo l’espressione di San Giovanni Paolo II.

  

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Libertà di stampa mai così in declino (anche nelle democrazie) di Anna Toro

unimondo.org - 11 novembre 2017  

      

Il 16 ottobre a Bidnija, nell'isola di Malta, una bomba ha fatto saltare in aria l’auto della giornalista e blogger Daphne Caruana Galizia, uccidendola sul colpo. Ancora sconosciuti i mandanti e gli autori del delitto, ma la reporter aveva lavorato ai MaltaFiles, l'inchiesta internazionale generata dai Panama Papers, che indicava Malta come “lo Stato nel Mediterraneo che fa da base pirata per l'evasione fiscale nell'Unione europea”. Il 2 novembre, Giornata internazionale per porre fine all'impunità per i crimini contro i giornalisti, diverse organizzazioni impegnate sul tema si sono riunite a Londra, fuori dall’Ufficio dell'Alto Commissariato di Malta per chiedere con forza all'Unione europea che faccia pressioni sul governo maltese nella ricerca della verità, così in tanti altri Paesi, Italia compresa, si è invocata la scorta mediatica per le sue inchieste. Perché si sa che, quando potrebbero esserci impelagati i governi o personaggi potenti, la verità è spesso la prima che viene sacrificata e insabbiata. Ma Daphne Caruana Galizia è solo l’ultima di una lunga serie: giornalisti e giornaliste uccisi soltanto perché fanno il loro mestiere, o minacciati, intimiditi, messi a tacere attraverso minacce fisiche e non solo. Anche in democrazie ormai ben avviate come Malta, appunto, o come l’Italia (si pensi all’aggressione del giornalista di Nemo a Ostia da parte di un membro del clan Spada, solo per restare nei tempi recentissimi). Non è un caso che, secondo il Freedom of Press report 2017 della prestigiosa organizzazione Freedom House, la libertà di stampa in tutto il mondo stia andando via via deteriorandosi, registrando nel 2016 il punto più basso in 13 anni (e la situazione generale non fa presagire miglioramenti nel 2017).

“Brasile, Colombia, Honduras e Messico rimangono tra i luoghi più pericolosi al mondo per i giornalisti – si legge nel report – mentre le indagini e il perseguimento dei crimini perpetrati contro di loro vengono continuamente ostacolati”. Basti pensare al Messico, dove i giornalisti che indagano su abusi di polizia, traffico di droga e corruzione governativa sono in costante pericolo di vita: l’anno scorso ne sono stati uccisi nove, e ben dieci solo nei primi otto mesi di quest’anno. Per quanto riguarda i Paesi virtuosi, il report sottolinea che la quota della popolazione mondiale che gode di una stampa libera è pari ad appena il 13 per cento: questo significa che meno di una persona su sette vive in paesi in cui c’è una forte copertura delle notizie politiche, la sicurezza dei giornalisti è più o meno garantita, le intrusioni statali nei media sono minime e la stampa non è soggetta a onerose pressioni legali o economiche. Vi figura buona parte dell’Europa (ma non l’Italia), o anche gli Stati Uniti (seppure in peggioramento). Eppure, come la vicenda maltese ci ha dimostrato, democrazia non è sempre sinonimo di una situazione salubre in ambito di media e libertà di stampa. Succede così che gli Stati Uniti, ma anche la Polonia, le Filippine, o il Sudafrica, durante tutto lo scorso anno avrebbero “attaccato la credibilità dei media indipendenti e mainstream attraverso una retorica allarmante ostile, abusi personalizzati online e una pressione editoriale indiretta”. Freedom House parla di delegittimazione delle fonti critiche o imparziali di informazione, con diversi tentativi di ricreare la copertura delle notizie a loro vantaggio, “rifiutando apparentemente il ruolo di guardia tradizionale di una stampa libera nelle società democratiche”.

E l’Italia? Freedom House la definisce “parzialmente libera”, confermando così le criticità strutturali che valgono al nostro Paese un punteggio di 31 su 100: dai conflitti di interessi irrisolti, al perdurante controllo politico sulla Rai, la debolezza delle normative antitrust, le minacce continuate e ripetute da parte della politica, ma anche della criminalità organizzata, nei confronti dei cronisti e del diritto di cronaca. Si parla di minacce fisiche, verbali e anche di quelle sotto forma di “querele temerarie” che continuano a intimidire e imbavagliare molti cronisti, soprattutto quelli non tutelati. Negli Stati Uniti, invece, dove la libertà di stampa è ancora forte, sono i ripetuti attacchi di Donald Trump, prima come candidato alla Casa Bianca e ora come presidente, a far prevedere tempi bui: “Nessun presidente Usa nella storia recente ha mostrato un maggior disprezzo per la stampa di Trump nei suoi primi mesi in carica nazionale – commenta il presidente di Freedom House, Michael J. Abramowitz –. Ha ripetutamente ridicolizzato i giornalisti definendoli degli impostori, diffusori di ‘false notizie’ e corrotti traditori dell'interesse. Prendendo in prestito un termine diffuso dal leader sovietico Joseph Stalin, Trump ha etichettato i media come ‘nemici del popolo’”. Tra le altre democrazie in cui i leader democratici hanno mostrato disprezzo per la stampa, il report cita l’Ungheria, la Polonia, la Serbia, Israele, il Sudafrica e le Filippine.

Nel frattempo, la pressione nei regimi più autoritari continua senza sosta. “I governi della Russia e della Cina, avendo stabilito un controllo quasi completo sui media nazionali, hanno intensificato gli sforzi per interferire e disturbare anche gli ambienti mediatici nei paesi limitrofi e in quelli più lontani” si legge nel report. Così come le autorità in Turchia, Etiopia e Venezuela avrebbero usato disordini politici o sociali come pretesto per reprimere ulteriormente le testate indipendenti e di opposizione. Si pensi ad esempio alla situazione turca, al cosiddetto golpe fallito e agli oltre 170 giornalisti dietro le sbarre (il numero più alto del mondo). E poi ci sono i paesi dell'Africa sub-sahariana al Medio Oriente fino dell'Asia in cui i governi non mancano di utilizzare anche altre modalità per reprimere la stampa, come le leggi restrittive Internet e l’online, e l’interruzione dei servizi di telecomunicazione in momenti cruciali come proteste o elezioni. Certo, il report di Freedom House non manca di segnalare anche i miglioramenti: in Afghanistan, Argentina, Panama e Sri Lanka, ad esempio, durante il 2016 i governi si sarebbero sforzati di stabilire rapporti migliori con la stampa e i media rispetto agli anni precedenti. “Tuttavia – si legge – gli effetti pratici di molti di questi miglioramenti rimangono ancora da vedere”. E i conflitti e le situazioni di instabilità spesso rischiano di vanificare gli sforzi. E’ di appena pochi giorni fa, ad esempio, l’attacco all’emittente satellitare di Kabul, Shamshad, da parte dell’Isis, che ha provocato almeno quattro morti e una ventina di feriti.

 

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Quest’anno siamo tornati indietro sulla parità tra uomini e donne

unimondo.org - 14 novembre 2017  

     

Negli ultimi 11 anni tutte le regioni del pianeta hanno ridotto la disparità di genere nel tema salariale. Tuttavia, l’ultimo rapporto presentato quest’anno ,”The global Gender Gap Report“,   mostra una stasi nel progresso globale.

Dietro questo ritorno indietro, vi è una stasi nella parità di genere nei quattro pilastri analizzati dal rapporto: conquiste nel campo dell’istruzione, sanità e speranza di vita, opportunità economica e potere politico, sebbene le due ultime aree rappresentino un maggior motivo di preoccupazione. Erano queste due categorie quelle che registravano le maggiori differenze di parità, ma fino al 2017 erano anche le due aree che miglioravano rapidamente.

“Stando agli attuali livelli di progresso, ci vorranno 10 anni per eliminare la disparità globale tra uomini e donne”, segnalano gli esperti del Forum Economico Mondiale. Il salto qualitativo vissuto nel 2017 fa ritardare di 17 anni l’eliminazione della disparità, in quanto nel 2016 si calcolava che fossero necessari 83 anni per raggiungere l’uguaglianza, una meta che si allontana. Nelle aziende le prospettive sono persino peggiori: il forum calcola che l’uguaglianza tra lavoratrici e lavoratori non giungerà fino a 217 anni- vale a dire nel 2234, quando lo scorso anno era previsto che arrivasse nel 2186. In ogni caso, il panorama a tinte fosche riguarda la metà del pianeta, in quanto la metà dei 144 paesi analizzati hanno dato segni di miglioramento.

Il rapporto ripropone l’Islanda come il paese con minore disuguaglianza, seguito dalla Norvegia e dalla Finlandia. Al quarto posto si trova il Ruanda, uno stato a forte presenza femminile, derivata dalle guerre e dai genocidi che ha subito il paese. Tra i primi dieci posti, l’unico paese latinoamericano è il Nicaragua, al sesto, nono e decimo posto non troviamo paesi europei, bensì la Nuova Zelanda e le Filippine. Mantenendo l’attuale livello di progresso nell’America Latina e nei Caraibi, la disuguaglianza dovrebbe sparire tra 79 anni, migliorando in più di due decenni la media planetaria. L’Islanda quest’anno ha proposta una riforma legislativa che vuole eliminare la disuguaglianza salariale tra uomini e donne per il 2022, continuando ad essere il primo della lista di paesi che più si avvicina all’eliminazione della discriminazione verso le donne.

Mariano Quiroga da: Pressenza.com

 

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Trenta governi manipolano l'informazione su Internet di Gigio Rancilio

Avvenire - 15 novembre 2017

l dossier è stato realizzato da «Freedom House», Ong internazionale con sede a Washington, finanziata da soggetti privati e per il 30% dal Governo americano  

          

 

«Molti governi nel mondo hanno aumentato drammaticamente gli sforzi per manipolare le informazioni attraverso i social network». A leggere il rapporto Freedom on the Net, sulla libertà nella Rete, c’è di che preoccuparsi. Si scopre, per esempio, che le manipolazioni emerse durante le ultime elezioni americane sono molto più diffuse di quanto si credeva. «La manipolazione e la disinformazione online, nell’ultimo anno, hanno avuto un ruolo importante nelle elezioni di almeno 18 Nazioni, inclusi gli Stati Uniti». Nella lista ci sono Gambia, Bahrein e Zambia ma anche Francia, Russia, Iran, Filippine, Turchia e Messico. Non solo. «Un numero record di governi nell’ultimo anno ha manipolato i servizi di telefonia mobile per motivi politici o di “sicurezza”, spesso nelle aree popolate da minoranze etniche o religiose». Il Paese che ha maggiormente limitato la libertà di Internet è stato, per il terzo anno consecutivo, la Cina, seguito dalla Siria e dall’Etiopia. Il rapporto ha preso in esame 65 Paesi in tutto il mondo, che rappresentano l’87 per cento degli utenti mondiali connessi alla Rete.  

È il settimo anno che viene redatto. A realizzarlo è Freedom House, una organizzazione non governativa internazionale, con sede a Washington e finanziata in larga parte da soggetti privati e per il 30% dal Governo americano. Il rapporto ha preso in esame il periodo giugno 2016-maggio 2017 ed è stato redatto da 70 ricercatori sparsi nei 65 Paesi analizzati.

      

 «Ben 32 Nazioni hanno registrato un calo della libertà durante il periodo analizzato. I Paesi dove si è registrata la più alta manipolazione- censura sono Ucraina, Egitto e Turchia. Ma nella lista spiccano anche Russia, Francia, Inghilterra, Giappone, Stati Uniti, Germania, Messico, Brasile, Filippine, Pakistan, Arabia Saudita, Tailandia, Venezuela, Marocco, Ucraina, Ecuador, Ungheria e Filippine».

Se Cina e Russia sono stati i primi (già anni fa) a usare Internet per manipolare gli utenti, distorcere le discussioni online e sopprimere il dissenso, ora l’insopportabile fenomeno appare generalizzato. Venezuela, Filippine e Turchia sono tra i 30 paesi in cui i governi hanno impiegato nel periodo preso in esame eserciti di “formatori di opinione” per manipolare l’opinione pubblica sui social e attaccare le voci critiche. Come sottolinea il rapporto Freedom on the Net «il numero di governi che tenta di controllare e manipolare le discussioni online è in costante aumento». Negli ultimi anni la pratica è diventata molto più diffusa e tecnicamente sofisticata, sia impiegando siti di fake news e agitatori (i cosiddetti «troll») sia utilizzando mezzi informatici (come Bot e Botnet) capaci tra l’altro di simulare consensi per questa o quella idea, per questo o quel candidato attraverso profili di utenti falsi. Il rapporto fa degli esempi precisi.

Nelle Filippine sono state «arruolate» migliaia di persone per difendere e lodare sui social il presidente Rodrigo Duterte in cambio di 10 dollari al giorno. In Turchia 6.000 «troll» sono stati impiegati dal partito AK per manipolare le discussioni online prima delle elezioni. In Francia, invece, durante il periodo elettorale sono stati scoperti e rimossi 30.000 account falsi aperti su Facebook. In Messico invece sono stati usati per manipolare le elezioni 75.000 profili falsi su Twitter. In Tailandia ben 120mila studenti sono stati utilizzati per monitorare e segnalare comportamenti online antigovernativi. Per non parlare della Russia che, secondo Freedom on the Net, impiega 400mila dollari al mese per manipolare la Rete. E l’Italia? Già, come è messa in quanto a libertà su Internet? Secondo il rapporto, né bene né male. Anche da noi ci sono «bot», profili falsi e fake news ma rispetto agli anni precedenti siamo« stabili».

Nel mondo, invece, le cose stanno peggiorando. Anche perché «di pari passo, sono aumentate le aggressioni fisiche e le censure tecnologiche nei confronti dei media indipendenti e dei difensori dei diritti umani». Ciò che rende il tutto ancor più complicato e pericoloso per le democrazie è il fatto che la manipolazione dei contenuti online è difficile da individuare e molto difficile da combattere.

«Gli effetti di queste tecniche in rapido aumento e diffusione – si legge nel rapporto – sono potenzialmente devastanti per la democrazia». Possibile che non si possa fare niente per arginare questa deriva? «Per contrastare questi fenomeni – spiega Freedom House – occorre insegnare ai cittadini come individuare fake news , commenti falsi o fuorvianti. Mentre i governi democratici devono legiferare in modo che le campagne elettorali siano trasparenti anche online. Le aziende tecnologiche dovrebbero fare la loro parte per rivedere gli algoritmi usati per diffondere certe notizie e non altre, disattivare i bot e bloccare sui social i falsi profili».

 

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AFRICA

Aumentano nel Sub-sahara le persone che soffrono di sotto nutrizione cronica

Repubblica - 16 novembre 2017

Il dossier della FAO. Condizioni climatiche avverse, un’economia globale lenta e i conflitti sono i fattori chiave che producono insicurezza alimentare nella regione  

        

E' aumentato in Africa Sub-sahariana il numero di persone sottonutrite, soprattutto a causa dell'impatto dei conflitti e del cambiamento climatico. La situazione indica un'urgente necessità di costruire la capacità di ripresa delle comunità colpite e di trovare soluzioni pacifiche che rafforzino la sicurezza alimentare, ha reso noto oggi la FAO. Secondo il rapporto della FAO

Africa Regional Overview of Food Security and Nutrition (2017),   la prevalenza della malnutrizione cronica è aumentata, passando tra il l 2015 e il 2016 dal 20,8% al 22,7%.

Un dramma che riguarda 224 milioni di persone. "Il numero delle persone sottonutrite è aumentato, passando da 200 a 224 milioni, pari al 25% del totale degli 815 milioni di persone sottonutrite al mondo nel 2016", ha detto Bukar Tijani, direttore generale aggiunto della FAO e rappresentante regionale per l'Africa. "Molti fattori hanno causato questa situazione: l'aumento della percentuale di quanti hanno subito una grave insicurezza alimentare a causa dell'impossibilità di avere accesso al cibo; condizioni climatiche avverse e conflitti - che spesso si verificano contemporaneamente - sono fattori chiave che hanno determinano questo incremento dell'insicurezza alimentare nella regione ", ha spiegato Tijani.

Il rapporto. Il rapporto di quest'anno, dal tema: "La sicurezza alimentare e la nutrizione - Il nesso con i conflitti: costruire la resilienza per la sicurezza alimentare, la nutrizione e la pace" è stato lanciato oggi al simposio congiunto FAO-OMS sui sistemi alimentari sostenibili per diete sane e una migliore Nutrizione, che si svolge a Abidjan dal 16 al 17 novembre 2017. Lo studio indica che durante il primo decennio del millennio, l'Africa subsahariana ha fatto passi avanti nella lotta contro la fame con la prevalenza della malnutrizione calata dal 29,1% al 20,6%. Tuttavia, a questo tra il 2015 e il 2016 in molti paesi ha fatto seguito un periodo di peggioramento delle condizioni. Ciò è dipeso principalmente all'impatto dei conflitti e di condizioni climatiche avverse, come ricorrente siccità - spesso legate al fenomeno El Niño - con conseguenti cattivi raccolti e la perdita di bestiame.

Il nesso tra conflitti-fame. Nell'Africa sub-sahariana, la maggioranza della popolazione malnutrita nel 2016 viveva in paesi colpiti da conflitti. La prevalenza della malnutrizione è circa il doppio nei paesi devastati da guerre con crisi prolungate rispetto ai paesi non colpiti da conflitti, ed anche i livelli nutrizionali sono generalmente peggiori in questi paesi. La maggioranza, vale a dire 489 milioni degli 815 milioni di persone al mondo che erano sottonutrite nel 2016, vive in paesi che devono fare i conti con conflitti, violenze e fragilità. Anche se la frequenza delle guerre è diminuita nei decenni, di recente vi è stato un aumento del numero di conflitti violenti e delle morti a causa di essi. Più di un terzo dei conflitti molto violenti del mondo si è verificato nell'Africa subsahariana e dei 19 paesi colpiti da conflitti con crisi prolungate, 13 sono in Africa subsahariana.

Costruire la capacità di risposta delle famiglie. Il rapporto FAO identifica una serie di percorsi attraverso i quali il sostegno alla sicurezza alimentare e ai mezzi di sussistenza può anche contribuire a creare resilienza contro i conflitti e sostenere la pace. In considerazione della complessità delle guerre e del nesso conflitti-cibo, che il cambiamento climatico può amplificare, è più probabile che gli interventi sulla sicurezza alimentare abbiano un impatto sulla pace quando vengono attuati nell'ambito di un più ampio insieme di interventi multisettoriali prima, durante e dopo i conflitti. Il rapporto fa notare che molti paesi hanno sviluppato o stanno sviluppando quadri politici e piani d'investimento in linea con gli obiettivi della dichiarazione Malabo e dell'SDG 2. E questo richiede finanziamenti adeguati, stabilendo corrette priorità e rafforzando le capacità istituzionali.

La Dichiarazione di Malabo. Con la Dichiarazione di Malabo del 2014 i leader africani hanno riaffermato i principi e i valori del Comprehensive Africa Agriculture Development Programme (CAADP) e raccomandato ai propri paesi di porre fine alla fame e dimezzare la povertà entro il 2025, di incrementare il commercio intra-africano e di migliorare la capacità di ripresa dei mezzi di sussistenza e dei sistemi produttivi al cambiamento climatico e ad altri shock.

 

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Summit con l'Africa, partnership più equa? Di Laura Stopponi

Italia Caritas - Novembre 2017  

        

Un nuovo incontro tra capi di stato e di governo di Africa e Unione europea. Si terrà il 29 e 30 novembre ad Abidjan (Costa d’Avorio). L’Eu-Africa Summit, il quinto, verterà sul tema “Investire nella gioventù”, priorità per entrambi i continenti. E permetterà di fare il punto sulle relazioni a dieci anni dal lancio della Joint Africa – Eu Strategy. Strategia che ha dovuto fare i conti con il terremoto anche politico-istituzionale scatenato dai flussi migratori degli ultimi due anni. «Il 2017 è l’anno scelto per un nuovo impeto nel partenariato tra Europa e Africa», ha dichiarato l’Alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza comune, Federica Mogherini. Ciò è confermato da recenti documenti approvati dagli organismi Ue in materia di partenariato con l’Africa e cooperazione internazionale; sullo sfondo, l’Agenda 2063 dell’Unione africana, l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile e l’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Molti i temi nell’agenda del summit: commercio, cooperazione allo sviluppo e di sicurezza, ambiente, relazioni diplomatiche, gestione delle migrazioni. L’Ue è per l’Africa il principale investitore straniero, partner commerciale, fonte di rimesse dall’estero. Ed è anche origine del 50% degli aiuti pubblici allo sviluppo. Ma quali sono potenzialità e punti critici del rinnovato interesse dell’Europa per l’Africa? Può l’Ue conciliare i propri obiettivi strategici con il sostegno allo sviluppo in Africa?  

     

Scommettere sulla gioventù

L’avvicinamento all’Africa è mosso da un duplice obiettivo: l’urgenza di trovare soluzione alla gestione dei flussi migratori; la volontà di trarre giovamento dalle prospettive di crescita demografica e dalle opportunità economiche del continente “nero”. Due obiettivi che rischiano di continuare ad alimentare dinamiche di sfruttamento postcoloniale. La rete Concord (networkdelle ong in Europa, cui partecipa anche Caritas Europa), pur apprezzando il nuovo Consenso europeo per lo sviluppo, ha espresso preoccupazione per l’incoerenza delle politiche per lo sviluppo sostenibile proposte dalla Ue: «Il rischio è che le buone intenzioni vengano influenzate da altri interessi», in particolare «il ruolo del settore privato, non adeguatamente regolato e monitorato, e i temi della sicurezza e della gestione dei flussi migratori». Le organizzazioni della società civile richiamano dunque a definire un concreto piano con l’Africa, centrato su questioni rispetto alle quali non c’è ancora condivisione: guerre e commercio delle armi, crescente emergenza ambientale e impegni per il cambiamento climatico, fuga dei capitali ed evasione ed elusione delle tasse da parte delle multinazionali, lotta (tramite una tassa sulle transazioni finanziare ad alta frequenza) alla speculazione che provoca le “guerre del pane”, politiche commerciali che favoriscano l’industrializzazione dei paesi africani e l’occupazione locale, un piano per gli investimenti in Africa che sostenga le comunità locali e non gli interessi delle grandi imprese europee. Secondo Concorde, sarà inoltre necessario che si affidino i costi per la gestione delle migrazioni a fondi ad hoc, distinti da quelli per lo sviluppo umano, lo stato di diritto, i servizi essenziali. Le norme adottate per la sicurezza e il controllo alle frontiere non devono poi ridurre la mobilità umana intra-africana (oltre il 60% dei migranti non si dirigono verso l’Europa, ma si spostano tra stati africani). «L’Africa – ha dichiarato Dlamini Zuma, ex presidente della Commissione dell’Unione africana – è un continente di enormi opportunità. Ma da sole non bastano, devono essere trasformate in ricchezza». È dunque forte l’esigenza di un investimento coraggioso per sostenere i giovani e migliorarne le prospettive investendo sul futuro: l’età media dell’Africa si aggira, nei vari paesi, tra 16 e 28 anni; nei cinque paesi più giovani si aggira intorno ai 15. Un dato impressionante, se lo si confronta con quello di stati come Germania e Giappone (46,1 anni) o Italia (44,5 anni): l’Africa è giovane, e per questo vuole, può e deve correre.

 

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Migranti e land-grabbing, spia delle ingiustizie; contro le fake news l’impegno di tutti

Agenzia Fides - Roma - 14 novembre 2017      

   

I migranti provenienti dall’Africa sono la spia di una serie di ingiustizie economiche e sociali originate a livello globale che interpellano tutti a operare per una vera giustizia fondata sulla solidarietà: è questo il senso della serie di interventi all'incontro "L'Africa non è una fake news", promosso dai missionari comboniani, tenutosi il 14 novembre a Roma.

Il dato principale da sottolineare è che il fenomeno delle migrazioni riguarda in primo luogo l’Africa: l’Uganda da sola, ad esempio, accoglie più di un milione di rifugiati sud-sudanesi. Il numero di migranti e di persone in ricerca di asilo che giunge in Europa è una percentuale minima rispetto agli africani che si spostano all’interno del loro continente. Persone spesso in fuga da guerre, cambiamenti climatici e dalla spogliazione delle loro terre per far posto alle multinazionali agricole straniere.

“Il fenomeno dei migranti che tanto spaventa le opinioni pubbliche europee è un fenomeno che noi stessi produciamo”, ha sottolineato padre Domenico Guarino, missionario comboniano che, dopo aver operato in America Latina, in particolare in Perù, opera presso la comunità di Palermo a favore dei migranti.

Un solo dato può dare un’idea di quanto affermato da p. Guarino: sui 30 milioni di ettari di terra fertile accaparrata in tutto il mondo dal cosiddetto "land grabbing", circa la metà sta in Africa. Luciano Ardesi, sociologo ed esperto del land grabbing, ovvero dell’accaparramento di terreni agricoli per interessi economici e finanziari stranieri, spiega che i processi di land grabbing si sono accelerati negli ultimi 10 anni, a causa della crisi finanziaria del 2007-2008, che ha spinto gli investitori internazionali a diversificare i loro investimenti, ea causa della richiesta crescente di derrate alimentare e per l’aumento della produzione di biocarburanti. Il fenomeno è difficile da monitorare con precisione perché la maggior parte dei contratti tra i governi interessati e gli investitori sono coperti dal segreto. Alcuni dati però sono noti. Il Mozambico guida la classifica dei paesi africani interessati dal fenomeno: ben 3 milioni di ettari (il 10% del suo suolo) sono stati concessi in affitto a lungo termine a multinazionali e a Stati esteri. Un singolo contratto con una società degli Emirati Arabi Uniti relativo alla concessione di 600.000 ettari di terre coltivabili ha provocato lo spostamento di ben 500.000 contadini che hanno perso così i loro mezzi di sostentamento.

Sono le donne le principali vittime della distruzione dell’agricoltura tradizionale, causate dal land grabbing, perché le donne sono la principale forza lavoro dell’agricoltura africana. Le donne sono, a loro volta, le principali vittime del traffico di esseri umani, ha ricordato suor Gabriella Bottani, comboniana, coordinatrice di Talitha Kum, rete mondiale della vita consacrata contro la tratta delle persone. La religiosa ha ricordato che vi sono persone trafficate all’interno del loro stesso paese, altre verso paesi limitrofi e poi ci sono quelle inviate verso altri continenti. Secondo alcune stime, si sono riscontrati africani trafficati in 69 nazioni di tutto il mondo, Americhe comprese. È chiaro quindi che vi sono organizzazioni criminali in grado di gestire traffici così complessi.

Uso di organi umani, (sia a fini medici, sia per compiere riti “magici”), sfruttamento della prostituzione e altro sono la motivazione di questi traffici.

L’Africa viene quindi depredata delle sue persone, delle sue terre e delle sue ricchezze naturali. Il paese per antonomasia vittima questa depredazione è la Repubblica Democratica del Congo, vera cassaforte di legname, minerali strategici (rame, cobalto, coltan, stagno, oro), di diamanti e di petrolio. Ma per la popolazione congolese queste ricchezze non sono una benedizione ma una maledizione, perché interessi interni e stranieri hanno fatto sì che il paese sperimentasse i 32 anni di dittatura di Mobutu e poi un periodo di instabilità che persiste tuttora, al fine di potere depredare illegalmente le sue risorse. P. Elias Sindjalim (comboniano togolese che opera nella RDC) ha sottolineato che, a causa di questa situazione, l’86% della popolazione congolese è disoccupata e che chi ha un lavoro ha un salario insufficiente, che negli ultimi due anni è stato dimezzato dal deprezzamento della valuta nazionale. La speranza, osserva a Fides p. Elias “verrà dal risveglio delle popolazioni africane. Soluzioni africane a problemi africani”.

 

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Quella frontiera europea nel cuore del Sahara  di Luca Raineri e Francesco Strazzari

oasiscenter.eu - 13 novembre 2017

Libia, Niger, Mali, Ciad sono al centro delle attenzioni di un’Europa preoccupata da minacce terroristiche e flussi migratori. Che cosa accade lungo quei confini?  

 

Lo spazio sahariano, che fino al decennio scorso era solitamente derubricato come zona di limitate interazioni geopolitiche tanto da farne un cuscinetto di sicurezza, è oggi al centro delle preoccupazioni delle cancellerie europee, e non soltanto. È quindi urgente capire che cosa ha contribuito a trasformare una vasta regione desertica in una caldera magmatica di insopite tensioni da cui si propagano onde telluriche capaci di destabilizzare Africa, Europa e Medio Oriente.

Tanto più che le principali ipotesi sul tavolo appaiono contraddirsi platealmente: il Sahara è un vasto spazio largamente spopolato e non-governato che offre nascondigli remoti e inaccessibili al terrorismo transnazionale, come suggerivano i documenti strategici statunitensi all’apice dell’hybris della Global War on Terror, oppure è la frontiera contesa di un’area soggetta a esplosione demografica incontrollabile, dove la guerra per le poche risorse naturali si fa sempre più accanita e violenta, come paventano gli osservatori dei flussi migratori contemporanei? In altre parole, il problema del Sahara è l’eccesso di vuoto o l’eccesso di pieno?

L’indecidibilità delle opzioni nasconde una dicotomia soltanto apparente. Entrambe le ipotesi infatti condividono una fondamentale solidarietà di vedute che imposta il ragionamento a partire dalle peculiarità ambientali della regione sahariana per spiegarne le dinamiche politiche in termini naturalistici, abusando di metafore meccaniche o addirittura idrauliche (push and pull factors) dai forti echi coloniali (ungoverned spaces vel terra nullius).

Una tale impostazione del problema è fuorviante. Fra il piano delle scienze naturali e quello delle scienze sociali esiste uno iato epistemologico che ci impone di spiegare la politica con la politica. L’osservatore europeo si trova infatti facilmente irretito in un’illusione prospettica che impedisce di guardare da vicino alle specificità politiche del continente africano, e di apprezzare le sue più importanti variabili.

Non si tratta neppure di cadere nell’eccesso opposto, e di abbracciare acriticamente una (malintesa) prospettiva culturalista che vorrebbe “l’Africa” irriducibile ai nostri modelli esplicativi, dominio di studio esclusivo dell’antropologo, tanto meglio se gone native in cerca di archetipi mitici.

Il Sahara è rimasto ai margini della riconfigurazione territoriale coloniale e post-coloniale. Guardando al grande deserto come a un oceano disseccato, come suggeriva Hegel, notiamo che le capitali degli Stati costieri si trovano tutte lungo le linee del litorale, sia settentrionale – nell’area mediterranea del Nordafrica – sia meridionali – lungo la fascia detta Sahel, che in arabo significa appunto costa, sponda.[1] Le regioni sahariane sono quindi rimaste a lungo ai margini, tanto territoriali quanto politici, dello sviluppo degli Stati di marca weberiana importati dalla colonizzazione europea e sanciti dalle indipendenze della seconda metà del ‘900.

Tale assetto ha ulteriormente alimentato la reciproca diffidenza fra le popolazioni “metropolitane” e quelle sahariane, risultante del combinato disposto di tradizioni distinte, sistemi produttivi alternativi, e percezioni di divergenze etniche rimarcate dalla pigmentazione cutanea variabile in funzione della latitudine: presi nel mezzo, i sahariani sono spesso visti come neri in Nordafrica, e come bianchi nel Sahel: comunque come estranei.

Non a caso, la toponomastica regionale è un elenco di sineddochi, dove l’assunzione della parte per il tutto traduce in maniera eloquente lo straniamento e lo spaesamento, in senso letterale, delle entità sahariane, che pure spesso coprono la maggior parte della superficie degli Stati regionali: Algeri è più vicina a Londra che al confine Sud dello Stato che ne porta il nome, come se ne fosse banalmente il retroterra; il fiume Niger attraversa solo l’estrema periferia Sud-ovest dell’omonimo Stato; il nome Mali allude a un regno pre-coloniale imperniato nell’estremo meridione dello Stato odierno; e il Nord del Ciad dista diversi giorni di jeep dal lago che dà il nome all’intero Paese.

In regioni in cui lo Stato moderno arriva a portare strutture e servizi solo un secolo fa, imponendo la propria legge ma venendo a patti con la tradizione in ragione di esigenze di stabilità, i tentativi assimilazionisti portati avanti dai regimi autoritari della prima ondata di indipendenze, a colpi di sedentarizzazione forzata e deportazioni, hanno ottenuto l’unico risultato di scatenare spinte centrifughe in tutto il bacino sahariano, dal Mali al Ciad, dal Sahara Occidentale al Niger.

In tal modo, la constatazione della debole coesione dei nuovi Stati, e la carenza di risorse materiali e simboliche in grado di assicurare la proiezione delle prerogative vestfaliane sulla totalità di territori tanto estesi, hanno imposto nel corso degli anni la progressiva sostituzione del progetto statuale indipendentista e centralizzato – elaborato da élite concentrate nelle capitali – con un contratto sociale informale in grado di accomodare le diverse sensibilità regionali e i relativi centri di potere. Sebbene sia possibile ravvisare una tendenza regionale comune in questo senso, le specificità politiche ed economiche maturate nel frattempo hanno prodotto risultati ed assetti diversi e peculiari in ogni Stato affacciato sul Sahara, a partire da quelli più esposti alle dinamiche di in/sicurezza che investono oggi la regione: il Mali, il Niger e la Libia.  

        

IL MALI

In Mali, il regime autoritario di Moussa Traoré, al potere dal 1968, è travolto nel 1991 da un’insurrezione popolare, a cui dà un contributo sostanziale la rivolta dei Tuareg nel Nord del Paese. Con la fine della Guerra Fredda, nel pieno di quella che verrà globalmente chiamata la ‘terza ondata di democratizzazione’, la nuova costituzione del Mali del 1992 si propone di ricostruire la stabilità del Paese a partire dalla partecipazione e dal decentramento amministrativo.

Il nuovo assetto istituzionale, tuttavia, ha finito per perpetuare e consacrare il ruolo dominante delle autorità tradizionali, nella misura in cui i leader delle tribù settentrionali – come Tuareg, Arabi e Peul – sono stati di fatto cooptati nella gestione del potere statuale. Il riconoscimento politico ottenuto in cambio della loro docilità ha garantito ai notabili locali una sostanziale impunità a dispetto del coinvolgimento sempre più evidente in attività extra-legali, fra cui la gestione personalistica dei fondi di aiuto allo sviluppo, il contrabbando, il land-grabbing e l’imposizione di tasse “tradizionali”, di fatto una forma di racket. Una sorta di contratto sociale informale ha quindi cementato l’alleanza fra autorità pubbliche e chefferies tradizionali nell’ambito di reti clientelari capillarmente diffuse, determinando l’ibridazione del neonato regime democratico.  

      

IL NIGER

Il Niger esibisce una traiettoria simile. Anche qui il regime militare al potere è stato costretto a capitolare nel 1991 di fronte alla pressione della società civile e alle rivolte dei Tuareg del Nord. Analogamente, anche in Niger il processo di pacificazione e democratizzazione non è stato esente da pratiche redistributive che includono la cooptazione, sebbene – a differenza che in Mali – a beneficiarne siano più spesso gli ex-ribelli che non i leader tribali. A ciò va aggiunta un’allocazione meno squilibrata dei proventi dell’estrazione dell’uranio dalle importanti miniere del Nord, che rappresenta evidentemente una caratteristica peculiare del caso nigerino.  

     

LA LIBIA

Il 1991 costituisce uno spartiacque anche in Libia, sebbene in modo meno vistoso che per il Mali e il Niger. Proprio in quell’anno vengono infatti avanzate le prime accuse di terrorismo internazionale da parte degli Stati Uniti, che porteranno le Nazioni Unite a decretare l’embargo nei confronti del regime di Mu’ammar Gheddafi dall’anno successivo. Il colonnello libico cerca allora sponda presso i vicini africani, facendo leva sui petrodollari accumulati, e ne approfitta per smussare la politica pan-arabista, perseguita con fervore non solo su scala regionale ma anche all’interno della Libia, per favorire l’integrazione delle minoranze etniche berbere e soprattutto tuareg ospitate in Libia, a cui agevola il riconoscimento della cittadinanza.

Al di là degli atti simbolici e dei proclami retorici, Gheddafi si assicura la fedeltà delle tribù situate nelle aree periferiche del Paese cooptandole nel dispositivo di difesa, e patrocinando (leggi: controllando) il loro coinvolgimento nei traffici trans-sahariani di benzina, tabacco, droga e migranti. In questo contesto, le ramificazioni tribali diffuse su scala regionale consentono alle comunità protette dal Colonnello di prosperare, e ne garantiranno la fedeltà.

  

Questi esempi illustrano una tendenza più ampia: nei due decenni a cavallo del cambio di secolo, mano a mano che la diffusione di GPS e 4x4 rendono le propaggini desertiche facilmente raggiungibili, l’intera regione sahariana si trova coinvolta in una fitta rete di relazioni clientelari, contemporaneamente politiche e commerciali, che connettono le capitali, poste lungo il ‘litorale sahariano’, alle regioni periferiche del deserto centrale. Queste ultime, a loro volta, si riconnettono alle capitali degli altri Stati regionali al di là del deserto in ragione del differenziale economico fra la fascia mediterranea, cui le rendite petrolifere garantiscono potere d’acquisto e attrattività commerciale, e la fascia saheliana, dove confluiscono i prodotti nord-africani sovvenzionati attraverso un sistema di frontiere deliberatamente permeabili alle reti di scambio tribali e clientelari.

In altre parole, la notevole ricchezza pro-capite della Libia (ma un simile ragionamento potrebbe estendersi ragionevolmente a Algeria e Marocco) e la drammatica povertà degli Stati saheliani ‘fanno sistema’, creano un intenso meccanismo di offerta e domanda, ed entrano in risonanza con l’economia mondo lungo le direttrici del traffico regionale e internazionale. A dispetto dell’apparenza di marginalità e inerzia politica, quindi, è proprio nelle regioni sahariane che si estraggono le risorse necessarie a consolidare i contratti sociali informali in grado di assicurare il consenso agli ordini politici ibridi locali: la produzione uranifera, la protezione degli asset petroliferi, la diversione degli aiuti allo sviluppo, e soprattutto l’economia del contrabbando. Si tratta di una soluzione originale al problema della costruzione e dell’integrazione degli stati post-coloniali, che per alcuni anni garantisce una relativa stabilizzazione della regione. Pigramente, gli analisti finiranno per considerare il Sahara una regione geopoliticamente pacific(at)a.  

    

LO SHOCK DEL 2011

Tuttavia, nel 2011 una serie concomitante di shock fondamentalmente esogeni determinerà il crollo di questo equilibrio precario. I contratti sociali informali che avevano cementato i blocchi storici nei diversi Stati della regione saranno spazzati via, portando a esasperazioni le contraddizioni inerenti al sistema di governance dello spazio sahariano, e catalizzando una reazione di cui l’instabilità contemporanea è il precipitato ancora instabile.

Il regime di Gheddafi è travolto dall’ondata delle rivolte arabe originatesi nei Paesi confinanti, non senza il fondamentale contributo militare delle petromonarchie del Golfo e della Nato. Il crollo della Jamahiriya si ripercuote sul Mali: uomini e armi in rotta dalla Libia – fra cui spiccano i Tuareg rimasti orfani della protezione politica di Tripoli – intercettano le istanze del malcontento locale nei confronti di un regime in cui la pervasività della corruzione in ogni settore della vita pubblica svuota di senso la facciata democratica.

Nel corso dei due decenni precedenti, infatti, l’alleanza fra autorità tradizionali e autorità pubbliche maliane ha mortificato l’iniziativa economica e la rappresentanza politica dei nuovi ceti emergenti, determinando una nuova polarizzazione sociale che contrappone le élite ai cosiddetti cadetti sociali, ovvero i segmenti del medesimo gruppo che restano al margine dei meccanismi della distribuzione e della protezione clientelari. È in questa prospettiva che conviene interpretare tanto l’ennesima rivolta dei Tuareg maliani, quanto il golpe a Bamako del 2012, quanto infine – e soprattutto – la progressiva radicalizzazione di segmenti sempre più vasti della popolazione, al Nord come al centro del Paese, esasperati dalla corruzione dei ceti di governo e disillusi delle capacità di rinnovamento del regime sedicente democratico.

In questo contesto Il Niger anticipa, riproducendola specularmente, la traiettoria del Mali. Tuttavia, sono soprattutto le oscillazioni spettacolari del prezzo dell’uranio che contribuiscono a corrodere il patto sociale sancito nel 1991-92. Da una parte, il notevole incremento di valore della materia prima negli anni 2000 acuisce gli appetiti degli attori locali, regionali e internazionali, alimentando tanto l’ennesima insurrezione dei Tuareg, quanto il golpe militare che nel 2010 porterà alla deposizione del presidente Mamadou Tandja, reo di aver rimesso in discussione il sostanziale monopolio francese sulle risorse della ex-colonia.

D’altra parte, quando il nuovo presidente Mahamadou Issoufou prende il potere nel 2011, sulla base di una nuova costituzione e di una nuova legge elettorale, il disastro di Fukushima fa precipitare il corso mondiale dell’uranio. Issoufou è così costretto a diversificare l’economia del Paese e il cocktail politico alla base del suo consenso, e decide di appoggiarsi alle classi mercantili (e trafficanti) in ascesa. Ne consegue la consacrazione di un inedito blocco storico, e anche in virtù della solidità di questa alleanza il Niger riesce ad assorbire l’onda d’urto della conflagrazione del vicino libico. D’altra parte, la stabilità del regime di Niamey si trova a dipendere sempre più esplicitamente dai desiderata dell’economia del contrabbando trans-sahariano. Negli ultimi anni in effetti il Niger è diventato lo snodo fondamentale del traffico regionale di droghe, armi, oro, medicinali contraffatti e migranti, che connette l’Africa all’Europa e al Medio Oriente.

 Ciò palesa le contraddizioni dell’ambizione di Bruxelles di allineare gli Stati locali alla costruzione di un modello di sicurezza regionale che spinge l’esternalizzazione del confine europeo fin nel cuore del Sahara per isolare il vecchio continente dalle minacce del terrorismo e della migrazione, presuntamente sovrapponibili. In Niger, arginare il traffico di migranti rischia di rimettere in discussione lo status quo, e di minare le fondamenta dell’alleanza sociale che ha consentito al Paese di conseguire una precaria stabilità in una regione in profondo sommovimento.

Il Niger è in effetti circondato da ogni lato da Paesi in preda a conflitti interni (non solo Libia e Mali, ma anche Nigeria e Ciad), nei quali l’instabilità favorisce il radicamento di gruppi jihadisti. Per questi ultimi, paradossalmente, la guerra europea al traffico di migranti, portata avanti per il tramite di forze di sicurezza locali tutt’altro che irreprensibili, potrebbe fornire un’ulteriore opportunità di radicamento sociale.

L’onda lunga degli sconvolgimenti del 2011, in larga parte importati dalle regioni limitrofe, ha destabilizzato il patto sociale che ha garantito l’ordine ibrido dello spazio sahariano negli ultimi due decenni. Le aspirazioni democratiche di fasce di popolazione sempre più ampie, in senso sia relativo che assoluto, sono entrate in rotta di collisione con le limitate capacità di assorbimento e allocazione delle reti clientelari al potere, la cui legittimità è stata nel frattempo erosa dai profondi mutamenti socio-economici e dalla rapida urbanizzazione (la nascita delle Saharatown).

D’altra parte, la proliferazione di armi scatenata dalla crisi libica ha favorito la paramilitarizzazione dello scontro politico e l’ulteriore frammentazione dei centri di potere. In questo contesto, l’intrusione pervasiva di attori esterni alle dinamiche regionali (l’Europa in primis) rischia di promuovere modelli di governance poco coerenti con le esigenze locali, affidandosi a istituzioni delegittimate che potrebbero finire per aggravare, anziché risolvere, le tensioni esistenti.  

   

LE MINACCE ALLA STABILITÀ

In prospettiva, al di là delle contingenze di cronaca, è possibile identificare almeno tre fattori che minacciano l’assestamento di equilibri alternativi nel medio periodo: in primo luogo, le popolazioni Tuareg escono grandi sconfitte – ma grandemente armate – dalle ridefinizioni politiche in corso, e rappresentano oggi una tessera particolarmente difficile da incastrare nel mosaico di una soluzione di pace duratura.

In secondo luogo, l’incapacità del regime algerino a esprimere un rinnovamento politico desta fondate inquietudini. Il patto sociale forgiato nel sangue della guerra civile degli anni ’90 ha resistito ai venti di cambiamento della primavera araba. E tuttavia la rielezione di Abdelaziz Bouteflika, al quarto mandato dal 1999, è l’eloquente illustrazione di un equilibrio politico congelato di cui la precaria salute del presidente e il crollo dei prezzi del petrolio esibiscono le limitate speranze di vita. Una crisi di transizione nel Paese più grande, più armato e più popoloso della regione potrebbe determinare uno scenario ben peggiore di quello libico odierno. D’altro canto, se una transizione indolore fosse possibile, probabilmente sarebbe già avvenuta.

In terzo luogo, la ridefinizione degli assetti politici domestici e regionali apre uno spazio d’azione senza precedenti per l’islamismo politico di marca jihadista, soprattutto al-Qaeda, che nel Sahel è in fase espansiva mentre nel Maghreb è in fase di riorganizzazione, protezione delle proprie forze e attesa dell’opportunità. In questo contesto, le declinazioni più o meno rivoluzionarie di discorsi e pratiche dell’Islam “riformista” (come spesso è designato localmente ciò che in Europa – significativamente – è tacciato di radicalismo) offrono un linguaggio in grado di delegittimare l’autorità delle classi dominanti, e si presentano a tutti gli effetti come una risposta alla domanda locale di porre fine a corruzione e impunità.

Il rispetto dei diritti umani fondamentali e la promozione della good governance, insomma, non sono un lusso trascurabile, ma l’essenza di politiche oculate per il contrasto alla cosiddetta radicalizzazione. L’azione esterna dell’Unione europea, tuttavia, sembra orientarsi verso ben altre e meno ambiziose priorità, mostrando una miopia politica di cui rischiamo di pentirci, al di là e al di qua del Sahara.  

    

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

 [1] Il Sudan unitario rappresenta ovviamente un’eccezione. Tuttavia, la sua appartenenza alla regione sahariana è controversa, in ragione della collocazione del Paese nel cuore del sistema nilotico orientato longitudinalmente.

 

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ASIA      

Cina e Thailandia: è contrasto sul Mekong di Stefano Vecchia

Mondo e Missione - 14 novembre 2017

Il Mekong è l’arteria vitale del Sudest asiatico. La Cina sta portando avanti un progetto per migliorarne la navigabilità e sfruttarne le acque, che però ha contraccolpi ambientali e che allarma Bangkok.        

               

 

Il progetto di miglioramento del trasporto fluviale che interessa da anni l’alto corso del Mekong in territorio cinese, è ormai alle porte della Thailandia e le intenzioni cinesi di eliminare con la dinamite isolotti e banchi di sabbia in settori del fiume che attraversano aree protette per il loro interesse paesaggistico e ambientale allarma Bangkok.

Il grande fiume indocinese, che nel suo tratto più meridionale è sottoposto a un utilizzo intensivo anche per i trasporti, nei tratti centrale e settentrionale resta di difficile navigazione, possibile con imbarcazioni di non più di 60 tonnellate di stazza e solo se condotte da abili piloti.

Il Mekong è l’arteria vitale del Sudest asiatico continentale. Dodicesimo per lunghezza tra i fiumi del mondo (decimo se si tiene conto dell’ampiezza del suo bacino, 796mila chilometri quadrati), scorre per 4.425 chilometri dall’altopiano tibetano al Mar cinese meridionale, interessando sei paesi. La vita di oltre 60 milioni di persone in Cina meridionale, Myanmar, Laos, Thailandia, Cambogia e Vietnam dipende direttamente dal fiume e dai suoi affluenti che danno vita a un ecosistema secondo solo a quello del Rio delle Amazzoni quanto a varietà. Sempre più minacciato. Nell’ultimo decennio sono stati un centinaio gli sbarramenti progettati e in parte già avviati o completati con lo scopo primario di incrementare la produzione di energia idroelettrica e accrescere la disponibilità d’acqua per l’agricoltura, con una forte opposizione da parte delle popolazioni rivierasche e, in alcuni casi anche di governi che subiscono decisioni prese altrove ma che hanno anche un forte impatto sul loro territorio.  

Una realtà, ma anche un rischio crescente, che è evidente soprattutto nelle iniziative, in maggioranza di parte cinese per rendere possibile la navigazione su tratti sempre più ampi di questo fiume che ha un flusso irregolare, a maggior ragioni in anni recenti a causa dei cambiamenti climatici in atto.

      

 C’è chi contesta questi timori, evidenziando che gli invasi non utilizzati per generare energia non consumano o inquinano l’acqua, ma hanno un effetto stabilizzatore sugli estremi stagionali di portata. Da parte cinese, poi, si evidenzia un approccio di sviluppo integrato e sostenibile per l’intero bacino. In sostanza, si pone in primo piano la cooperazione sui benefici economici e sociali, ma si sfumano i danni ambientali e culturali.

Complessivamente, nella maggior parte dei casi gli scrupoli ambientali e i livelli di mantenimento dell’ambiente fluviale sono stati di gran lunga superati dalla crescita demografica e dalle necessità dello sviluppo economico. La Commissione per il fiume Mekong (Mekong River Commission, Mrc) è organo di gestione sovrannazionale. Questo organismo condiviso tra Cambogia, Laos, Thailandia e Vietnam, ha come scopo di facilitare la cooperazione nello sviluppo sostenibile, l’utilizzo, conservazione e gestione delle acque e delle risorse collegate al maestoso fiume, ma sempre più negli ultimi tempi è diventata assise di contrasti anche aspri e bersaglio di critiche sempre più pesanti per quello che viene percepito come un suo asservimento agli interessi cinesi e a un ascolto sempre più limitato di chi vive sulle sue rive.

      

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Manila, l’impegno dell’Asean per la tutela dei lavoratori migranti

AsiaNews - Manila - 14 novembre 2017

Trattamento equo, diritti familiari e documenti al centro di un accordo siglato. Mons. Ruperto Cruz Santos: “Iniziativa amorevole ed utile”. L’intesa “fulcro” della presidenza filippina al blocco Asean. Malesia, Singapore e Thailandia i centri migratori con 6,5 milioni di immigrati, il 96% del totale. Nel 2015, circa 52,8 miliardi di euro inviati dai lavoratori verso i Paesi di appartenenza.

          

L’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (Asean) si impegna a tutelare e promuovere i diritti dei lavoratori migranti nella regione. I leader dei 10 Stati membri dell’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (Asean), riuniti a Manila per il 31mo vertice Asean (foto), hanno sottoscritto oggi l’Asean Consensus on the Protection and Promotion of the Rights of Migrant Workers.

Tra le disposizioni dello storico documento vi sono: il sostegno ad un trattamento equo dei lavoratori migranti; il riconoscimento dei diritti di visita da parte dei membri della famiglia; il divieto del sequestro dei passaporti. L’accordo inoltre bandisce gli oneri di sovrapprezzo delle tasse di collocamento e di assunzione, la regolamentazione delle agenzie per l’impiego ed il rispetto del diritto dei lavoratori ad un equo salario e benefici, nonché ad aderire a sindacati ed organizzazioni.

“È un’iniziativa amorevole ed utile”. Mons. Ruperto Cruz Santos, vescovo di Balanga e presidente della Commissione episcopale per i migranti e gli itineranti (Cbcp-Ecmi), plaude l’impegno dell’Asean nel tutelare e promuovere i diritti dei lavoratori migranti nella regione. “L’accordo manifesta la preoccupazione e la compassione dei leader dell’Asean per la situazione dei nostri lavoratori migranti”, afferma mons. Santos. “Con la loro presa di posizione condivisa, i diritti ed i privilegi di tutti i lavoratori migranti saranno protetti, promossi e rispettati. Questa decisione sarà un beneficio per chiunque, a prescindere dalla nazionalità”. 

Il governo di Manila ha dichiarato che la firma dell’accordo è il “fulcro” della presidenza filippina al blocco Asean. Il portavoce del ministero degli Affari esteri Robespierre Bolivar ha affermato che una delle caratteristiche fondamentali dell'intesa è che il Paese ospitante possa offrire ai lavoratori migranti lo stesso livello di protezione dei propri cittadini.

La migrazione intra-regionale è aumentata in maniera notevole tra il 1995 e il 2015, trasformando Malesia, Singapore e Thailandia in centri migratori con 6,5 milioni di immigrati, il 96% del numero totale di lavoratori migranti nel blocco Asean. È quanto riporta uno studio della Banca mondiale pubblicato lo scorso ottobre dal titolo “Migrare verso le opportunità”. Nel 2015, circa 52,8 miliardi di euro in stipendi sono stati inviati dai lavoratori verso i Paesi di appartenenza. I compensi rappresentano il 10% del Pil nelle Filippine, il 7% in Vietnam, il 5% in Myanmar ed il 3% in Cambogia.

 

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EUROPA

Abiti puliti, quando la schiavitù è Made in Europe di Chiara Nardinocchi  

Repubblica - 15 novembre 2017  

Abbigliamento e scarpe sulla pelle dei lavoratori dell’Est       

Salari al di sotto della soglia di povertà, trattamento disumano e ricatti. Questo è quello che accade in molte aziende che producono calzature e vestiti all’interno del confine europeo per confezionare quello che poi arriva anche nel mercato italiano  

      

Indossare una maglia, comprare un paio di scarpe. Gesti quotidiani che possono, in modo del tutto inconsapevole, alimentare schiavitù e abusi. E questo nonostante si faccia attenzione alla provenienza dei capi. Anche il Made in Europe infatti non sfugge alla logica dello sfruttamento dei lavoratori, quasi esclusivamente donne. È questo quanto emerge dal rapporto annuale intitolato non a caso ‘L’Europa dello sfruttamento’ della Campagna abiti puliti, la più grande alleanza di sindacati e ong nata per migliorare le condizioni lavorative nel settore dell'abbigliamento.

Quel buco nel cuore. Dall’Albania, alla Polonia. Dalla Georgia, passando per la Romania e l’Ungheria. La piaga dello sfruttamento colpisce il cuore dell’Europa. Ed è proprio per poter sfoggiare il marchio Made in Europe o in Eu che molte aziende, anche italiane, producono in questi paesi per garantire al cliente una provenienza di qualità. Ma l’inganno è facile da scoprire, basta chiedere ai lavoratori testimonianze sulla loro condizione per scoperchiare il vaso di pandora dello sfruttamento.

Il pane quotidiano. La ricerca svolta dalla Campagna abiti puliti delinea uno scenario disastroso. In tutti i paesi dell’Europa orientale e meridionale, gli stipendi nel settore dell’abbigliamento e del calzaturiero sono al di sotto dei livelli di sussistenza ufficiali e sotto le soglie di povertà, neanche lontanamente avvicinabili al salario ‘dignitoso’ necessario per vivere. Questi stipendi possono variare dagli 89 euro in Ucraina ai 374 euro in Slovacchia. Ma per provvedere ai bisogni primari di una famiglia, dovrebbero essere quattro o cinque volte superiore.

Il ricatto. I ricercatori hanno intervistato 110 lavoratori in Ungheria, Ucraina e Serbia raccogliendo testimonianze di sfruttamento, orari di lavoro massacranti e salari da fame. Molti hanno parlato anche di condizioni di lavoro pericolose, abusi da parte dei capi e ricatti di licenziamenti o trasferimenti.

Gli abiti sulla pelle delle donne. Si stima che nei paesi dell’Europa orientale e sud-orientale circa 1,7 milioni di persone siano impiegate nelle aziende di abbigliamento o calzaturiero con una percentuale femminile che varia dal 79% al 92% in base al paese. Ciò nonostante il divario salariale è allarmante. Sebbene sia difficile fare una stima esatta, si calcola che in media le donne guadagnino tra il 18 e il 27% in meno rispetto alla controparte maschile impiegata nello stesso settore. Particolarmente grave la situazione in Repubblica Slovacca dove le lavoratrici nel settore calzaturiero e della pelletteria arrivano a guadagnare circa la metà degli uomini facenti stesse mansioni. Questo comporta un peso enorme sulle spalle delle donne che oltre alla cura della famiglia socialmente a loro carico, devono spesso fare più di un lavoro per contribuire al bisogno familiare.

I responsabili. La maggior parte dell’export di questi paesi, del quale abbigliamento e calzaturiero rimangono due dei settori più importanti per le economie statali, è diretto verso Germania e Italia.  Secondo il report le aziende protagoniste della ricerca producono anche per marchi globali come Benetton, Esprit, GEOX, Triumph e Vera Moda. “Ci pare evidente che i marchi internazionali – ha detto Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign - stiano approfittando in maniera sostanziosa di un sistema foraggiato da bassi salari e importanti incentivi governativi”.

Figli degli anni ‘70. Il sistema di produzione europeo è figlio degli anni Settanta, quando alcuni governi europei, con in testa Germania e Italia, per esternalizzare la produzione intensiva di abbigliamento, salvaguardando il tessile a casa propria ha dato vita al regime di Traffico di Perfezionamento Passivo in Europa (TPP) verso l’Europa centrale, orientale e sudorientale. Questo con conseguenze disastrose sia nei paesi attuatori che hanno visto crollare l’occupazione nel settore dell’abbigliamento, che in quelli di riferimento dove invece è esploso lo sfruttamento e i salari si sono abbassati. Oggi la situazione non sembra migliorare dato che i paesi più poveri come la Serbia continuano ad attrarre le aziende straniere garantendo manodopera a basso prezzo, tassazioni agevolate e una forte limitazione delle attività sindacali.

 “In Serbia – conclude Lucchetta - oltre ad ingenti sovvenzioni, le imprese estere ricevono aiuti indiretti come esenzione fiscale fino a per dieci anni, terreni a titolo quasi gratuito, infrastrutture e servizi. E nelle zone franche sono pure esentate dal pagamento delle utenze mentre i lavoratori fanno fatica a pagare le bollette della luce e dell’acqua, in continuo vertiginoso aumento”.

Cosa fare. Affinché questa ferita si rimargini c’è bisogno di un’azione congiunta tra stati produttori, Unione Europea marchi/rivenditori. I primi dovrebbero rafforzare le leggi sul lavoro, fissare un salario minimo in linea con il costo della vita, mentre l'Unione Europea dovrebbe impegnarsi affinché i paesi produttori si allineino nel rispetto dei diritti umani con le carte internazionali. Mentre i marchi dovrebbero far in modo che vengano garantiti salari dignitosi e collaborare affinché cessino le violazioni sulla pelle dei lavoratori

 

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Inaccettabile è il calcolo. Noi tutti e gli aguzzini dei migranti di Paolo Lambruschi

Avvenire - 15 novembre 2017  

        

Accordo disumano. Sono accuse pesanti quelle dell’Onu all’Europa. Forse un’eco destinata a perdersi nel vuoto e nell’incattivimento generale alimentato anche da errori nella gestione dei flussi migratori, ma soprattutto dalle parole d’odio e dalle troppe bufale xenofobe e persino razziste messe in circolo sulla rete e sui media tradizionali da arruffapopolo e politicanti. Eppure le parole pronunciate ieri dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, il giordano Zeid Ra’ad al-Hussein, mettono tutti davanti a una realtà che da mesi su queste colonne abbiamo instancabilmente e incessantemente denunciato. Per credersi sicura l’Europa comunitaria e anche l’Italia hanno pagato un prezzo inaccettabile in forza di calcoli altrettanto inaccettabili. La Ue, accordandosi con diverse “autorità” libiche per esternalizzare il controllo delle proprie frontiere nel disarticolato Paese nordafricano e per ridurre gli arrivi di profughi e migranti che stanno inquietando settori dell’opinione pubblica, ha acconsentito a un’operazione disumana e la sta sostenendo.

Anzitutto ha accettato che un numero imprecisato di vite umane – prime vittime donne, bambini e neonati, spesso figli di stupri di massa, come è appena stato denunciato dal vescovo Giancarlo Perego al convegno nazionale dei Centri di aiuto alla vita – venisse sacrificato in mare. Perché la Guardia costiera libica pare decisa a mostrare e dimostrare che sta riducendo a ogni costo le partenze piuttosto che a salvare vite umane. Inoltre a Bruxelles – e a Roma – si sapeva bene che, una volta riportati a terra, quegli “irregolari” sarebbero stati precipitati di nuovo in odissee inenarrabili nei famigerati “centri di detenzione” fuori controllo dove, denuncia l’Alto commissario, «la sofferenza dei migranti è un’offesa alla coscienza dell’umanità».

L’accordo con la Libia, siglato a Roma a febbraio dal governo italiano, non poteva avere effetti diversi perché è stato stipulato con uno Stato fallito e riguarda in sostanza il traffico di esseri umani, il business più lucrativo per i signori della guerra in un Paese privato dei proventi del petrolio e dove si cerca in tutti i modi di sostituirli. Anche se quell’intesa ha portato al dimezzamento degli arrivi e a un’impennata nel numero dei rimpatri volontari dalla Libia (sarebbero 8.000 anche se sulla loro effettiva volontarietà è lecito più di un dubbio), è ormai in tutta evidenza un “patto con il diavolo” perché ha legittimato anche sequestratori e torturatori di persone inermi e in fuga.

Ma tutto questo non era purtroppo previsto e prevedibile? Quello che succede in Libia, è norma anche sulle rotte africane occidentali che portano in Marocco. Accadeva pure nel deserto del Sinai, almeno fino al 2013. Accade in America Latina sulla rotta verso il confine americano o, in Asia, nel deserto dimenticato tra Afghanistan e Iran. Quale governante ignora davvero che i trafficanti trattano ovunque le persone come merci utili a massimizzare sporchi profitti? Chi può dire, in coscienza, di non sapere che i parenti di migranti e profughi devono pagare non solo per far proseguire i viaggi della speranza, ma anche per non far torturare i propri congiunti che, come dimostrano le immagini della Cnn, si arriva senza pudore a mettere all’asta come “schiavi” costretti a lavorare per pagarsi la libertà (mentre tutte le donne sono trattate come bambole da usare e abusare).

Questo è il vero prezzo della sicurezza in Italia e in Europa, come dimostrano anche i tanti report dell’Onu e di centri di ricerca indipendenti raccolti, in una recente ricerca del War&peace studies della Link University di Roma. Tardive, ma necessarie le repliche della Ue e del Parlamento di Strasburgo.

L’organo esecutivo, la Commissione, si dice d’accordo sulla necessità di chiudere i “centri di detenzione” nordafricani, salvo poi eccepire che in Libia la Ue collabora anche con le agenzie umanitarie dell’Onu. Quello parlamentare, attraverso il presidente Antonio Tajani, mette insieme le immagini choc della Cnn e la denuncia partita da Ginevra accomunandole in un unico aggettivo, secco e senza appello: inaccettabile. Nessuno si illude che sia facile cambiare teste e quadro, eppure un sussulto di dignità europeo non guasterebbe, ad esempio implementando i corridoi umanitari e chiudendo i centri di detenzione in Libia. Bisogna smetterla di coprire di fango e di ostacolare nella loro azione umanitaria le Ong e personalità come don Mosè Zerai, colpiti da accuse infamanti finora rimaste senza prova. E bisogna iniziare ad arrestare i “cattivi” veri, ovvero quel diabolico e inafferrabile network di trafficanti (libici, sudanesi, eritrei, egiziani, etiopi) che continua a lucrare su un fenomeno epocale che nessuno vuole affrontare come merita: con chiarezza nei valori, giusta fermezza nelle scelte, e pura e semplice umanità.

 

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L'Onu ora accusa l'Unione Europea: «Inumano l'accordo con la Libia»

Avvenire - 14 novembre 2017

Durissima presa di posizione dell'Alto commissario Onu per i Diritti umani Zeid Ràad Al-Hussein: «Non si può continuare a chiudere gli occhi davanti a orrori inimmaginabili»  

         

 

La politica dell'Unione europea di assistere la guardia costiera libica per intercettare nel Mediterraneo e riportare indietro i migranti «è disumana». È quanto afferma l'Alto commissario delle Nazioni unite per i diritti umani, Zeid Ra'ad Al Hussein, esprimendo sgomento per l'aumento del numero di migranti trattenuti in condizioni orribili nei centri di detenzione in Libia. «La sofferenza dei migranti in detenzione in Libia è un'offesa alla coscienza dell'umanità», ha dichiarato il responsabile Onu per i diritti umani, aggiungendo che «quella che era già una situazione disperata è diventata adesso catastrofica». Zeid Ra'ad Al Hussein parla inoltre di «orrori inimmaginabili sopportati dai migranti in Libia».

«Solo alternative alla detenzione possono salvare le vite dei migranti e garantirne la sicurezza fisica, preservare la loro dignità e proteggerli da ulteriori atrocità», continua il responsabile Onu per i diritti umani. Che ha lanciato inoltre un appello a creare apposite misure di legge nazionali e a decriminalizzare l'immigrazione irregolare, in modo da garantire la protezione dei diritti umani dei migranti. Ue e Italia, invece, stanno fornendo assistenza alla Guardia costiera libica per intercettare le imbarcazioni di migranti nel Mediterraneo, anche in acque internazionali, «nonostante i timori, sollevati da gruppi per la tutela dei diritti umani, che questo condanni più migranti a una detenzione arbitraria e illimitata, esponendoli a tortura, stupro, lavori forzati, sfruttamento ed estorsione». I fermati «non hanno possibilità di impugnare la legalità della loro detenzione e non hanno accesso ad alcun supporto legale».  

               

I racconti degli osservatori dell'Onu: botte e stupri

Gli osservatori Onu per i diritti umani sono rimasti scioccati da ciò di cui sono stati testimoni in Libia, dove dall'1 al 6 novembre hanno visitato a Tripoli quattro centri di detenzione per migranti, strutture del dipartimento per la lotta all'immigrazione illegale (Dcim) che dipende dal ministero dell'Interno libico.

«Quello che hanno visto - ha raccontato il commissario - sono «migliaia di uomini, donne e bambini emaciati e traumatizzati, ammucchiati gli uni sugli altri, imprigionati in hangar senza accesso ai beni di prima necessità più basilari e privati della loro dignità umana». Zeid Ra'ad Al Hussein riferisce inoltre dei racconti dei migranti raccolti dagli osservatori, in cui si denunciano violenze e stupri subiti anche dal personale dei centri di detenzione. Una donna subsahariana ha raccontato al personale Onu: «Sono stata portata via dal centro Dcim e stuprata in una casa da tre uomini, compresa una guardia del Dcim».

E donne, uomini e bambini trattenuti nei centri Dcim raccontano anche di essere stati picchiati dalle guardie. Il capo Onu per i diritti umani, peraltro, ricorda che molti dei migranti «sono già stati esposti a traffico di esseri umani, rapimenti, tortura, stupri e altre violenze sessuali, lavori forzati, sfruttamento, gravi violenze fisiche, fame e altre atrocità nel corso dei loro viaggi attraverso la Libia, spesso nelle mani di trafficanti e contrabbandieri». Molte donne hanno raccontato infatti di stupri e violenze sessuali nelle mani di trafficanti e guardie.  

     

Viaggio nell'inferno libico

Nelle ultime settimane Avvenire ha più volte raccontato l'inferno libico, col suo carico di orrori e disumanità. Stando a fonti locali dell’Organizzazione internazionale dei migranti, sono circa 400mila i profughi "contabilizzati" dalle autorità di Tripoli, ma quelli rimasti imprigionati nel Paese, secondo stime ufficiose confermate anche da fonti di intelligence italiane, sarebbero tra gli 800mila e il milione. Dall’Oim segnalano però che i centri di detenzione sotto il controllo del governo e dei 14 sindaci che si sono accordati con l’Italia per fermare le partenze sono una trentina, e al momento vi sarebbero rinchiuse non più di 15mila persone. Dove sono stati inghiottiti gli altri?

Impegnato sul campo, in Libia, per conto dell'Onu c'è Roberto Mignone, il rappresentante dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati. Col suo team ha scoperto diverse prigioni clandestine dove erano rinchiusi migliaia di rifugiati e migranti, almeno 10mila persone per stare a una stima prudenziale, che si trovano in attesa di poter attraversare il Mediterraneo «e che oggi stiamo assistendo».  

      

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MEDIO ORIENTE

Il califfato è sconfitto ma non finito di Mostafa El Ayoubi

Nigrizia - 13 novembre 2017  

           

Che fine ha fatto l’autoproclamato gruppo Stato islamico (Is)? Nato nel 2014, dopo aver occupato una parte di Siria e Iraq, quel movimento salafita estremista sembrava destinato a esportare il suo “califfato” verso l’Africa, l’Asia e persino l’Europa. Diversi governi, istituzioni internazionali e in seguito molti grandi media hanno a lungo suonato l’allarme di un pericolo globale imminente rappresentato dall’Is, chiamando a una mobilitazione politica e soprattutto militare per salvare il mondo.

Oggi l’Is è alla canna del gas. Ha perso le sue roccaforti di Raqqa e Deir ez-Zor in Siria e di Mosul in Iraq, che erano il nucleo del suo “stato islamico”. Ma i dubbi sulla nascita e la proliferazione del movimento rimangono. Chi l’ha creato, finanziato, sostenuto? Ha avuto rapporti con i servizi segreti di paesi sovrani?

Gli analisti geopolitici hanno fornito risposte documentate a questi dubbi, rimarcando la responsabilità delle monarchie del Golfo, della Turchia e di governi di Usa, Regno Unito e Francia; per questo motivo sono stati – a torto – tacciati di essere dei complottisti. In realtà i paesi indicati avevano un interesse comune: contrastare l’emergente Iran, considerato un intralcio alle loro strategie geopolitiche/militari e geo-economiche nel mondo arabo.

La storia ha dimostrato il connubio tra gli Usa (attraverso la Cia) e al-Qaida negli anni ’80 contro i sovietici in Afghanistan. I terroristi di Bin Laden riuscirono insieme ai talebani a “liberare” Kabul. Oggi, ironia della sorte, sono stati i russi a impedire all’Is e ad altre organizzazioni terroristiche – tutte figliastre di al-Qaida – di conquistare Damasco.

La Russia, entrata in scena nel 2015 in difesa dei suoi interessi in Medioriente (insieme al suo alleato Iran), è stata l’autrice principale della sconfitta dell’Is, di al-Nusra e altri gruppi della stessa famiglia. La liberazione di Aleppo nel dicembre 2016 ha segnato l’inizio del declino dei gruppi terroristici in Siria e di conseguenza anche in Iraq. Gli Usa avevano capito che l’Is stava fallendo nella sua missione e quindi non serviva più. Perciò gli americani e i loro alleati si sono affrettati a partecipare alla liberazione di Mosul, il luglio scorso: per segnalare all’opinione pubblica internazionale di avere contribuito alla sconfitta del terrorismo.

L’Is è sconfitto, ma non sparirà del tutto. I suoi militanti sono sparsi a macchia di leopardo in Siria, Iraq e altre parti del Medioriente e dell’Africa, compresa quella subsahariana dove si parla sempre di più della presenza di cellule terroristiche legate a questo movimento.

L’Is ha perso la sua potenza militare ed è destinato ormai a entrare in clandestinità (fino a una nuova mutazione!). I suoi combattenti – meno numerosi di prima – stanno adottando altre forme di terrore, in particolare gli attentati. L’Europa purtroppo lo sta scoprendo a sue spese. I jihadisti, compresi i foreign fighters europei, stanno intensificando le loro operazioni terroristiche in diverse città del vecchio continente.

Anni fa, i tanto criticati “complottisti” avevano avvisato, invano, i governi occidentali del boomerang del terrorismo. Questi governi sono oggi i responsabili morali della morte di donne, bambini e uomini innocenti, in Europa come in Medioriente e in Africa.

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Mosul

È il nome che diedero gli arabi musulmani all’antica Ninive. La città è stata strappata all’Is nel luglio 2017 dopo otto mesi di battaglia. Le Nazioni Unite stimano che per rimettere in funzione le principali infrastrutture sarà necessario più di un miliardo di dollari.

 

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ARABIA SAUDITA 

Si aprirà (forse) il primo centro di dialogo interreligioso in territorio saudita

Agenzia Fides - Riyad - 15 novembre 2017    

      

Uno dei frutti concreti della breve ma importante visita compiuta in Arabia Saudita dal Patriarca Bechara Boutros Rai potrebbe essere il via libera della monarchia saudita alla creazione nel Regno di un Centro internazionale permanente per il dialogo inter-religioso. Il nuovo organismo – riferiscono a Fides fonti libanesi, che non hanno ancora trovato conferma ufficiale – potrebbe essere ospitato presso la sede di una antica chiesa di 900 anni fa, riportata alla luce, e che proprio a tale scopo verrebbe restaurata a fondo.

Le fonti ufficiali del Regno saudita non confermano le indiscrezioni sul futuro centro di dialogo interreligioso, ma hanno dato ampia copertura alla visita in Arabia del Patriarca Rai, enfatizzando tale evento e presentandolo proprio come una conferma dell'intenzione della monarchia saudita di aprirsi al dialogo con altre realtà e comunità religiose.

Martedì 14 novembre, nella sua breve visita a Riyad, il Patriarca Rai ha incontrato tra gli altri Re Salman Bin Abdulaziz e il Principe ereditario Mohammed Bin Salman, attuale “uomo forte” della leadership saudita. Nei comunicati diffusi dalle agenzie ufficiali, la visita del Patriarca è stata rappresentata come un segno delle “relazioni fraterne tra il Regno e il Libano” e come una conferma “del ruolo rilevante delle diverse religioni e culture per promuovere la tolleranza e arginare la violenza”.

Durante la sua breve visita, il Patriarca Rai ha incontrato anche il Premier libanese Saad Hariri, che lo scorso 4 novembre ha annunciato a sorpresa da Riyad le proprie dimissioni. Il Patriarca maronita ha dichiarato di essere “convinto” delle ragioni che hanno spinto Hariri alle dimissioni. Lo stesso Hariri ha dichiarato l'intenzione di rientrare in Libano nei prossimi giorni, mentre la sua famiglia resterà a Riyad. Hariri possiede la doppia cittadinanza libanese e saudita. Intanto il Presidente libanese Michel Aoun ha affermato di ritenere che Hariri sia di fatto prigioniero dei sauditi.”Niente giustifica che Hariri non ritorni da 12 giorni. Noi lo consideriamo dunque come in cattività e detenuto, cosa che è contraria alla Convenzione di Vienna” si legge in un tweet fatto diffondere dallo stesso Aoun oggi mercoledì 15 novembre.

 

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BANGLADESH 

Di corsa, come saette... 
Dinajpur - 27 Novembre 2017
          
Amici rimasti a leggere, il tempo vola, occorre fare subito... non ho tempo... sono impegnato... non mi chiamare sul telefonino... e cose simili riempiono la vita di questo Novembre.
Notizie da Dhanjuri: siamo agli esami di fine anno; tutti i nostri ragazzi/e sono chini sui libri per essere promossi. Dalla sesta alla nona tutti cercano di superare con buoni voti colmando le lacune dei mesi scorsi. Nessuno dei nostri pupilli potrà andare a Dhaka ed incontrare papa Francesco che sarà in visita in Bangladesh dal 30 Novembre al 2 Dicembre. Andranno alcuni dei genitori secondo il numero fissato per ogni parrocchia.
Nel mentre domenica abbiamo celebrato che “Cristo è il Re dell’Universo” dono del Padre all’umanità. In questa giornata qui in Bangladesh si celebra anche la festa del “ringraziamento per il nuovo raccolto”.
In questo giorno del Noanna nelle comunità cristiane è usanza di portare in chiesa parte del nuovo raccolto o dolci o altre pietanze fatte con il nuovo riso. A Dhanjuri è usanza anche di dare una parte da distribuire ai poveri. Andando nei villaggi per celebrare si deve accettare qualcosa da ogni famiglia. 
Nell’eucarestia si offre “ il frutto della terra e del lavoro dell’uomo” presentato per ottenere “cibo di vita eterna”.
Ho avuto la gioia di battezzare in cattedrale a Dinajpur un giovane di 15 anni orfano di padre: Daniele. Inizia una vita nuova in Cristo che non ha termine. Auguri! 
Scrivo mentre Papa Francesco inizia il suo viaggio da Roma in Myamnar e Bangladesh, periferie del mondo di oggi.

 
“Vengo come ministro del Vangelo di Gesù Cristo, per proclamare il suo messaggio di riconciliazione, di perdono e di pace.”

 
Saranno migliaia le persone che andranno a Dhaka dalla diocese di Dinajpur. In autobus mattina presto sperando di giungere a sera a Dhaka. Oggi su queste strade la velocità media è di 30 Km ora... Per cui 390 Km. sono tanti... Anche dalle altre diocesi convergeranno su Dhaka per tre giorni che resteranno nel cuore e nella mente di tutti.
Cari amici unitevi nella preghiera a questa Chiesa alla periferia del mondo geografico ed economico perchè accolga il Vescovo di Roma e da lui riceva la conferma nella fede e nella carità.
Rivolgiamoci a Maria che ci aiuti.

      
Madre del silenzio, che custodisce il mistero di Dio, liberaci dall’idolatria del presente, a cui si condanna chi dimentica.
Purifica gli occhi dei responsabili con il collirio della memoria : torneremo alla freschezza delle origini, per una Chiesa orante e penitente.
Madre della tenerezza, che avvolge di pazienza e di misericordia, aiutaci a bruciare le tristezze, impazienze e rigidità di chi non conosce appartenenza.
Intercedi presso il tuo Figlio, perchè siano ligi le nostre mani, i nostri piedi, i nostri cuori : edificheremo la Chiesa con la verità e la carità.
(papa Francesco)

      
Vostro inviato poco speciale. Fr.Adolfo

    

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In attesa di papa Francesco più di 8mila poliziotti per la sicurezza di Sumon Corraya

AsiaNews - Dhaka - 17 novembre 2017 

Il pontefice arriverà nella capitale il 30 novembre. Almeno 550 cattolici volontari fanno corsi di formazione per supportare gli agenti. Installate telecamere di video-sorveglianza. Tutti gli eventi saranno presidiati e ogni partecipante controllato.

     

Più di 8mila poliziotti garantiranno la sicurezza di papa Francesco, durante l’imminente visita che egli si appresta a compiere in Bangladesh dal 30 novembre al 2 dicembre. Gli agenti statali saranno aiutati da altri 550 volontari cattolici, che stanno facendo corsi di formazione per apprendere le tecniche di sorveglianza. L’ispettore cattolico Amol Aldo Lucas Gomes, membro della Rab (la polizia bengalese) e del Comitato per la visita del papa incaricato della sicurezza e dei volontari, afferma ad AsiaNews: “Non ci sono minacce e il governo sta affrontando la questione della sicurezza come aspetto prioritario”.

Il Bangladesh è un Paese a maggioranza islamica. Negli ultimi due anni si sono registrati diversi episodi di terrorismo nei confronti di cristiani e occidentali. Per questo motivo il tema della sicurezza è una delle massime priorità sia per il governo che per le gerarchie ecclesiastiche.

Il poliziotto cattolico riferisce che le autorità di Dhaka “concederanno a papa Francesco lo stesso livello di allerta previsto per i presidenti degli Stati Uniti. Stiamo vagliando tutti i possibili incidenti che potrebbero avvenire. I poliziotti saranno dislocati ogni 10 metri e ci saranno controlli all’entrata di ogni programma”.

Jhumur Gomes, volontario cattolico che sta facendo il corso di formazione, sostiene: “È mio compito fare tutto ciò che posso per l’incolumità del Santo Padre e di coloro che parteciperanno agli eventi. Il tirocinio mi ha reso più consapevole e dedicato. Siamo pronti per far sì che la visita sia fruttuosa e abbia successo”.

Nirmol Rozario, coordinatore del Comitato per la sicurezza, aggiunge: “La visita del papa è la nostra visita. Garantiremo la sicurezza ad ogni costo. Anche il governo ce lo ha assicurato”. Egli presiede anche la Bangladesh Christian Association e sostiene che i cattolici stanno lavorando “in maniera congiunta. In tutti i luoghi sono state installate telecamere di video-sorveglianza. Ad ogni partecipante sarà assegnato un codice segreto. Tutti coloro che non sono registrati, non potranno entrare”.

In tutto, 500 leader musulmani, 250 indù, 130 buddisti e 200 protestanti prenderanno parte all’incontro interreligioso ed ecumenico per la pace nel giardino dell’arcivescovado. “I fanatici non saranno ammessi”, conclude Rozario.

 

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Mymensingh, le clarisse preparano le ostie per la visita del papa di Sumon Corraya

AsiaNews - Mymensingh - 13 novembre 2017

Le suore hanno confezionato 150mila ostie, di cui 50mila a titolo gratuito. La congregazione sta preparando i paramenti per i 16 diaconi che verranno ordinati da papa Francesco.

       

Le suore clarisse dell’adorazione perpetua [note anche come clarisse sacramentarie, ndr] stanno preparando le ostie per la celebrazione eucaristica che papa Francesco presiederà a Dhaka, il prossimo primo dicembre. Ad AsiaNews sr Mary Julina riporta: “Abbiamo già fatto circa 150mila ostie. La nostra occupazione principale è l’adorazione eucaristica di 24 ore di fronte al Santissimo sacramento. Ma per l’occasione, abbiamo dedicato tutto il nostro lavoro, preghiera e sacrificio all’imminente visita del papa”.

Le suore risiedono nella diocesi di Mymensingh, nel convento delle Sorelle Monastiche situato a Bhatikashor, a circa 120 km di distanza dalla capitale. La religiosa spiega che i membri della congregazione di solito non escono dal convento, ma per la visita di papa Francesco faranno un’eccezione e “ci recheremo a Dhaka per partecipare alla messa”.

Suor Mary Julina riferisce che le Clarisse stanno anche cucendo le casule (abito talare del celebrante), le tuniche bianche, i cordoni e tutto il necessario per la cerimonia di ordinazione sacerdotale dei 16 diaconi, che verranno consacrati dal pontefice. Suor Mary Rose, superiora del convento, aggiunge che “su 150mila ostie, circa 50mila le abbiamo donate al comitato organizzativo a titolo gratuito. Abbiamo dedicato il nostro lavoro al papa”.

Sr Mary Theresita, 78 anni, ex madre superiora, ritiene che “la visita del papa porterà benedizioni immense e pace al Bangladesh. I giovani rimarranno ispirati dalla vista del papa, così come le novizie. Anche le vocazioni religiose cresceranno. Oggi invece i giovani non pregano. Sono sicura che il papa darà nuova vita ai cristiani del Paese”.

Il Bangladesh è un Paese a maggioranza islamica. Su quasi 163 milioni di abitanti, circa 600mila sono cristiani, di cui 380mila cattolici (appena lo 0,2% della popolazione). La congregazione delle clarisse sacramentarie ha due conventi di vita monastica, uno a Mymensingh e un altro a Dinajpur. Le suore sono addette ai rosari, al vino per la messa, ai biglietti di ringraziamento. In tutto il territorio vivono 36 monache.

        

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BRASILE 

#VidasNegras: contro le violenze sugli afrodiscendenti di Sara Milanese

Mondo e Missione - 13 novembre 2017  

     

Gli afrodiscendenti brasiliani sono vittime di pregiudizi e di discriminazioni: ogni anni vengono uccisi 23mila giovani neri. L’Onu lancia una campagna di sensibilizzazione contro il razzismo a tutti i livelli.

In Brasile, su dieci persone assassinate sette hanno la pelle nera. Gli afrodiscendenti hanno 12 volte più probabilità di essere uccisi rispetto agli altri brasiliani. Tra i giovani di età compresa tra 15 e 29 anni, ogni 23 minuti viene uccisa una persona dalla pelle nera; questo vuol dire che in un anno perdono la vita 23 mila giovani.

Il tasso di omicidi di cittadini neri del Brasile, dove più della metà della popolazione è di discendenza africana, è aumentato del 18% dal 2005 al 2015, mentre tra i bianchi è diminuito del 12%.

Questi dati sono stati presentati dall’ufficio brasiliano dell’Onu in occasione del lancio, lo scorso 7 novembre della campagna #VidasNegras (“vite nere”), un’iniziativa che rientra tra quelle della decade internazionale che le Nazioni Unite stanno dedicando agli afrodiscendenti in tutto il mondo (2015-2024). E in vista del 20 novembre, la giornata della “Consciência Negra”.

La campagna brasiliana chiede la fine delle violenze contro i giovani di origine africana, e combatte apertamente il razzismo; si rivolge a tutta la società, dalla politica al sistema giudiziario, dal settore privato ai movimenti sociali. Tra i suoi obiettivi c’è la prevenzione del razzismo e la lotta alle discriminazioni razziali, che, come ha detto il coordinatore ONU in Brasile Niky Fabiancic, sono “una delle principali cause storiche della situazione di violenza a cui è sottoposta la popolazione nera” nel paese.

I movimenti neri brasiliani da anni affermano che quello in atto contro i giovani afrodiscendenti è un vero e proprio genocidio, che mira a cancellare anche la cultura di origine africana. Per capire questa denuncia, alle uccisioni sommarie per mano della polizia di giovani neri si devono sommare gli ostacoli che la popolazione afro deve affrontare per avere accesso all’istruzione universitaria e ai servizi sanitari; si deve aggiungere il fatto che, con poche eccezioni, i neri occupano soprattutto le fasce più povere della società, e sono impiegati nei lavori meno retribuiti. Le carceri sono piene di giovani afrodiscendenti, che la società non considera vittime, ma potenziali criminali. Secondo un sondaggio del governo federale brasiliano, il 56% dei brasiliani concorda sul fatto che “la morte violenta di un giovane nero colpisce la società meno della morte di un giovane bianco”, mentre più dell’80% è favorevole ad abbassare l’età della responsabilità penale da 18 a 16 anni. La criminalizzazione dei minori poveri e neri è parte integrante del piano di controllo sociale della polizia; un piano che nel 2016 si è reso responsabile di 4.224 decessi, il 6.9% del totale di morti violente in Brasile e il 21% in più rispetto all’anno precedente.

La repressione è l’unica arma messa in campo da polizia e istituzioni per contenere la criminalità; l’idea che per cambiare veramente le cose si debbano migliorare le condizioni di vita delle classi più povere (le quali sono in prevalenza di origine africana) non viene presa in considerazione. Anzi: nel 2016 un emendamento costituzionale ha posto un limite alla spesa pubblica, già in calo di anno in anno. Questa decisione, legata anche alla recessione e alla crisi politica e istituzionale, influisce direttamente sul peggioramento degli indicatori sociali, e sta aumentando disuguaglianze e divario sociale. L’aumento della criminalità è una diretta conseguenza.

 

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ERITREA   

Una “Corea del Nord africana” di Enrico Casale

omnisterra.fides.org - novembre 2017

Le Nazioni Unite dipingono un paese in crisi, in cui non esistono istituzioni e processi democratici, la libertà di stampa è inesistente, il servizio militare è a tempo indeterminato e i rapporti con tutte le nazioni vicine sono pessimi. Anche le comunità religiose soffrono  

          

«L’Eritrea è il paese con meno libertà al mondo». Ad affermarlo non è un oppositore del presidente Isayas Afeworki e neanche una dichiarazione dell’odiato governo etiope, bensì un documento ufficiale delle Nazioni Unite. Il rapporto, frutto del lavoro di una Commissione d’inchiesta sui diritti umani che ha preso in esame le testimonianze di 550 eritrei e ha visionato 160 scritti (ma alla quale è stato impedito di entrare nello Stato), accusa il governo eritreo di «sistematiche, diffuse e gravi violazioni dei diritti umani», tra le quali torture, violenze sessuali, sparizioni e lavori forzati. L’Eritrea è dipinta come una «Corea del Nord africana» nella quale non esistono istituzioni e processi democratici, la libertà di stampa è inesistente, il servizio militare è a tempo indeterminato e i rapporti con tutte le nazioni vicine sono pessimi.  

 

Alle radici della crisi

Ma come si è arrivati a questa situazione? La situazione attuale affonda le radici nella storia del Paese. Ex colonia italiana, l’Eritrea, dopo il periodo di protettorato britannico (1941-1952), viene prima federata e poi annessa alla vicina Etiopia (allora retta dal negus Hailè Selassiè). A partire dagli anni Sessanta, gli eritrei, sempre più insofferenti al controllo etiope, danno il via a una trentennale guerra di indipendenza. Lo spirito nazionale si forgia in questa lotta. Lo sforzo dei miliziani che combattono sul campo si unisce a quello degli eritrei della diaspora che raccolgono i fondi e lavorano per trovare il sostegno internazionale. Tra i vari movimenti, negli anni Settanta emerge il Fronte di liberazione del popolo eritreo (Eplf). Il suo leader, Isayas Afeworki, assume una linea marxista, ma indipendente dal blocco sovietico che, in quegli anni, sostiene l’Etiopia (nel frattempo l’impero negussita è caduto e, al suo posto, è nata una repubblica popolare). La guerra continua fino al 1991 quando Mengistu Hailè Mariam, il leader etiope, si dimette e fugge. L’Eplf, alleato con una frangia della resistenza etiope, prende il controllo del territorio e nel 1993, grazie a un referendum, svoltosi sotto l’egida dell’Onu, l’Eritrea diventa indipendente.

«Quando l’Eritrea è diventata indipendente - ricorda un italiano che dagli anni Sessanta ha sostenuto i ribelli eritrei - pensavamo si trasformasse in un nuovo Sudafrica e che Isayas Afeworki diventasse il suo Nelson Mandela. Mai ci siamo sbagliati di tanto». Nei primi anni, l’Eritrea è pervasa da grande entusiasmo. Molti eritrei della diaspora tornano in patria per investire in attività e vivere nel loro Paese. L’Eplf, movimento guerrigliero, si trasforma in Fronte popolare per la democrazia e la giustizia (Pfdj) e si istituzionalizza. Si inizia a parlare di democrazia e di una nuova Costituzione. In effetti, una Carta costituzionale vede la luce nel 1997, ma non entra in vigore. Anche perché sul Paese soffiano i venti di guerra. Etiopia ed Eritrea, riappacificate dopo l’indipendenza di Asmara e la salita al potere ad Addis Abeba di un governo a maggioranza tigrina, tornano a guardarsi in cagnesco.

   

Nuove tensioni

Le tensioni nascono per un mancato accordo commerciale. Basta poi una disputa di confine per accendere il conflitto. Lo scontro dura dal 1998 al 2000. Rimangono sul terreno 150mila soldati eritrei ed etiopi. La soluzione della disputa di confine è assegnata a una commissione indipendente dell’Onu. La Eritrea-Ethiopia Boundary Commission termina la sua indagine nel 2002, stabilendo che la città contesa di Badme appartiene all’Eritrea. Tuttavia il governo etiope non ha mai ritirato il suo esercito dalla città. La tensione tra i due Paesi rimane quindi alta e non scema neanche negli anni successivi.

Il clima pesante con l’Etiopia è funzionale al potere di Isayas. Il presidente, invocando l’accerchiamento da parte di potenze ostili e l’impossibilità di introdurre un sistema democratico, stringe sempre di più le maglie della repressione nei confronti di chi critica il regime. Nel 2001 un gruppo di 15 membri del Pfdj gli invia una lettera nella quale chiede riforme democratiche, l’applicazione della Costituzione ed elezioni. La lettera ha eco sui media nazionali e internazionali. Isayas risponde duramente. Undici dei 15 vengono arrestati, tre si mettono in salvo all’estero e uno ritratta. Degli undici arrestati non si saprà più nulla. In assenza di una Costituzione, il sistema istituzionale si frantuma. Il potere giudiziario viene affidato a giudici militari nella sua branca penale e a corti comunitarie nel suo ramo civile. Entrambi però rimangono sotto il rigido controllo governativo. I nuovi codici penale e civile non vengono applicati. Il parlamento, monopolizzato dal Pfdj, non funziona. I media, pilastro di qualsiasi democrazia, sono chiusi. Oggi non esistono media privati in Eritrea e gli unici mezzi di comunicazione esistenti sono sotto il controllo del partito politico dominante. La repressione si fa durissima.  

    

I problemi per le comunità religiose

Anche le diverse confessioni religiose subiscono una crescente interferenza nelle proprie attività da parte dell’autorità politica. Ufficialmente, l’Eritrea è uno Stato laico nel quale la pratica religiosa è una questione lasciata alla coscienza individuale. In realtà, fin dalla fondazione, l’Eplf e poi il Pfdj sono dominati da leader cristiani ortodossi che hanno sempre rapporti poco cordiali con la componente musulmana. Così, fin dai primi giorni dopo l’indipendenza, molti musulmani sono arrestati con l’accusa di essere jihadisti che mettono in pericolo la sicurezza del Paese. Negli anni, sono poi incarcerati anche numerosi imam e leader delle comunità islamiche, colpevoli di aver criticato il governo. La stessa sorte tocca ai Testimoni di Geova e alle comunità pentecostali. Nel 2002, tutte le confessioni religiose sono bandite a eccezione dell’Islam sunnita, della Chiesa cattolica, di quella ortodossa e quella luterana. Ma anche la Chiesa ortodossa subisce dure pressioni. Nel 2007 il patriarca abuna Antonios è costretto a dimettersi ed è posto agli arresti domiciliari per le sue critiche al regime.

Solo la Chiesa cattolica riesce a mantenere un ruolo di autonomia. Nel 2014 i quattro vescovi pubblicano una Lettera pastorale nella quale denunciano lo stato critico della società, causa prima della fuga dei giovani dal Paese. Nel documento, i vescovi elencano i gravi problemi che devono affrontare gli eritrei, in primo luogo la frammentazione delle famiglie, i cui membri sono dispersi a causa del lungo servizio militare, o perché rinchiusi in prigione. Di conseguenza le persone anziane sono abbandonate a loro stesse. «Tutto questo crea un paese desolato», denuncia la lettera pastorale.

         

Un paese isolato

Il servizio militare di leva è il tributo che il paese deve pagare alla politica estera aggressiva del governo di Asmara. Dagli anni Duemila, tutti i giovani a 17 anni interrompono gli studi e sono arruolati per una ferma «a tempo indeterminato». Nei centri di addestramento domina la violenza da parte degli ufficiali. La maggior parte dei giovani viene costretta a lavori di corvée nelle tenute dei generali o di manutenzione delle strutture pubbliche. Di fronte a questa situazione, i ragazzi cercano di fuggire. Molti di essi, si affidano alle reti di trafficanti in combutta con ufficiali (specie i generali) corrotti. Statistiche delle organizzazioni internazionali parlano di 2-3mila ragazzi che lasciano l’Eritrea ogni mese. Forse sono dati sovrastimati, ma è certo che il flusso di ragazzi è continuo.

L’Eritrea è un Paese isolato. Dal 2006, gli Stati Uniti impongono sanzioni su Asmara per l’appoggio che questa avrebbe fornito alle milizie somale al Shabaab. Con l’Etiopia continuano le tensioni che, sporadicamente, sfociano in scontri armati. La breve guerra con Gibuti nel 2013 crea tensione anche con il piccolo Stato. Tensione che non è ancora svanita. Per uscire da questo isolamento, l’Eritrea aderisce alla coalizione saudita che combatte in Yemen contro i ribelli houti. Asmara concede i propri porti come basi logistiche per le navi dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti. Nel 2014 accetta poi di partecipare agli incontri di Karthoum nei quali l’Unione europea chiede ai paesi dell’Africa orientale di contenere i flussi dei migranti in cambio di aiuti finanziari. Nonostante ciò il Paese rimane chiuso a ogni influenza esterna. Tanto da negare l’accesso agli aiuti internazionali in occasione della recente siccità. Quale sarà il suo futuro? Difficile dirlo. Il rischio è che lo Stato imploda, lasciando ai propri cittadini solo le macerie di un sogno.

 

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FILIPPINE

Giustizia più vicina per l'omicidio del missionario Fausto Tentorio

Agenzia Fides - Kidapawan - 16 novembre 2017     

       

"Ci sono dei segnali positivi e indubbi passi avanti per fare giustizia nell'omicidio di p. Fausto Tentorio. Il nuovo gruppo di investigazione nominato dal governo del presidente Duterte ha dato i primi frutti. Avevamo scritto una petizione al Presidente, chiedendo di dare una scossa alle indagini. Ora investigazioni più accurate, condotte e l'ascolto di nuovi tesitmoni in Arakan, hanno portato alla denuncia di una dozzina di persone, tra i possibili esecutori materiali del delitto e i mandanti. E, tra gli indagati, figurano due comandanti dell’esercito regolare e diversi membri di gruppi paramilitari. Siamo contenti perchè il processo per fare giustizia, da troppo tempo dormiente, si è risvegliato": lo dichara all'Agenzia Fides p. Peter Geremia, missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime) nelle Filippine del Sud, e confratello di p. Fausto Tentorio, il 59enne missionario ucciso la mattina del 17 ottobre 2011 da due killer nella regione di Arakan a Mindanao, dove p. Tentorio svolgeva il suo servizio pastorale dal 1979.

Nel colloquio con Fides, p. Peter elogia l'opera del procuratore di stato aggiunto Peter Ong, nominato dal Dipartimento di Giustizia di Manila, a capo del nuovo gruppo investigativo, che si è recato in Arakan per svolgere nuove indagini, ed esprime la speranza "che il pocesso arrivi a una sua finalizzazione, secondo principi di legalità che pongano fine all'impunità che dura da sei anni".

Il missionario ricorda che, "da sei anni, il 17 di ogni mese celebriamo una santa messa per ricordare p. Fausto. E Il 17 ottobre di ogni anno celebrazioni di preghiera e manifestazioni pacifiche riuniscono migliaia di persone presso la sua tomba a Kidapawan". Il movimento spontaneo, formato da molti leader indigeni, continua a chiedere giustizia e ha lanciato una nuova iniziativa, il "Peoples' Peace Summit", presentando al governo filippino una agenda di pace per la regione di Arakan, ancora attraversata da conflitti tra esercito, gruppi paramilitari e guerriglieri ribelli del gruppo comunista New People's Army.

Secondo le nuove informazioni emerse, padre Tentorio sarebbe stato ucciso proprio perchè ritenuto simpatizzante di questi gruppi ribelli. Nella sua opera di evangelizzazione e promozione umana, il missionario era impegnato per i diritti delle comunità indigene Manobo, specialmente quando si trattava di difenderle dalle mire di società multinazionali che puntano a sfruttare le risorse minerarie locali, agendo in connivenza con leader militari e politici.

      

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INDIA

Vescovo di Sagar: I radicali indù vogliono eliminarci. Aiutateci

AsiaNews - Sagar - 16 novembre 2017

Mons. Anthony Chirayath denuncia il clima di ostilità contro i cristiani della diocesi. Gli estremisti sono appoggiati dal gruppo nazionalista Rashtriya Swayamsevak Sangh. “Vogliono radunare tutta la popolazione sotto la stessa bandiera indù”. Le accuse di conversioni forzate sono “fabbricate per creare paura e isolare i cristiani”. L’obiettivo è politico, in vista delle elezioni del 2018.

       

I radicali indù “stanno cercando di eliminare i cristiani”. È la denuncia di mons. Anthony Chirayath, vescovo di Sagar in Madhya Pradesh. Ad AsiaNews afferma che i cristiani della sua diocesi sono accusati di conversioni forzate dai fanatici indù. “È tutto falso”, dichiara e aggiunge che i nazionalisti “stanno creando un clima di ostilità contro di noi, diffondono false notizie attraverso i giornali, i canali televisivi, facendo il lavaggio del cervello. Il loro obiettivo è creare paura tra i cristiani e soprattutto tra la gente che ci sta attorno, che frequenta le chiese e ha rapporti con i sacerdoti, in modo da impedire in ogni modo la nostra evangelizzazione”. Tramite AsiaNews lancia un appello: “Abbiamo paura, possiamo essere attaccati in qualsiasi momento. Le nostre scuole, istituzioni e orfanotrofi, possono essere danneggiati. Aiutateci”.

Il vescovo di Sagar riporta che “tutto è iniziato dalla chiusura del collegio cattolico di Mohanpur. Poi i radicali indù hanno dato vita ad una protesta a Sagar. È una tattica, chissà ora quale altra missione attaccheranno”. Egli riporta di aver “chiesto aiuto alle autorità civili. Chiediamo protezione e sicurezza per i nostri religiosi e le istituzioni”.

Di proprietà della Chiesa, il collegio di Mohanpur era stato inaugurato nel 1997 e dava vitto e alloggio gratuiti ai bambini tribali. La chiusura è stata disposta a fine settembre dalle autorità di Guna, “fomentate da radicali locali che lamentavano attività di conversioni forzate nei confronti dei minori. I radicali sono arrivati nel cuore della notte con quattro camionette, minacciando i bambini e il sacerdote e sgomberando l’area”. “Ma non c’è stata alcuna provocazione da parte nostra”, lamenta. Poi aggiunge che nel villaggio vivono in tutto 225 famiglie tribali, di cui solo cinque cattoliche. “Il collegio ha lavorato per anni al servizio dei poveri ed è ancora chiuso. L’accusa che i radicali ci rivolgono è di aver convertito 200 persone in quel villaggio, ma la polizia ha fatto le indagini e confermato che non c’è stata alcuna conversione. Siamo in attesa della sentenza della magistratura. Abbiamo anche chiesto protezione per le famiglie cristiane, che ricevono minacce e alle quali viene intimato di andar via”.

Dopo l’episodio dell’ostello, un altro avvenimento ha gettato nello sconforto i cristiani locali: una manifestazione con torce infuocate organizzata il 10 novembre scorso da un migliaio di radicali indù. La parata si è svolta nella città di Sagar. Il vescovo riporta che “nella cittadina vivono meno di 1000 cattolici, su un totale di 300mila abitanti. Inoltre nella zona in cui si è snodato il corteo non abita nessun cattolico. Qui sta il paradosso. Di fronte a questi piccoli numeri, tutto quello che è accaduto è assurdo”. “Ora siamo impauriti – aggiunge –. Abbiamo timore di essere attaccati la sera, quando andiamo a recitare il Rosario nelle case dei cattolici”. Egli tiene a sottolineare “case dei cattolici, non tra gli indù o fedeli di altre religioni. Siamo falsamente accusati, stanno creando un clima di ostilità contro di noi”.

Per mons. Chirayath, “il motivo di tutte queste manifestazioni d’intolleranza è da ricercare nel tentativo di identificare in noi un nemico comune e unificare tutta la popolazione sotto una bandiera indù. L’obiettivo è solo politico, non religioso, in vista delle prossime elezioni che si svolgeranno nel 2018. Dietro queste mosse c’è il Rashtriya Swayamsevak Sangh [gruppo nazionalista e paramilitare]”. Mons. Chirayath ricorda che “la comunità cristiana locale è presente sul posto da 150 anni. La nostra diocesi [di rito siro-malabarese] è stata eretta 49 anni fa. A quell’epoca c’erano solo tre chiese, oggi invece sono 56 missioni. Al momento della fondazione, nella diocesi vivevano 600 cattolici, ora sono 4mila. Non siamo tanti. Abbiamo circa 60 sacerdoti diocesani e 260 suore in 23 congregazioni. Entrambi sono tutti indiani”.

Il vescovo spiega che i religiosi “lavorano nei villaggi, e svolgono attività caritative nelle scuole, nei dispensari, per lo sviluppo e la promozione umana. Aiutano donne e bambini”. In buona sostanza, “essi sono presenti lì dove la macchina dello Stato non funziona o non esiste”. Per mezzo di loro, aggiunge, “portiamo avanti l’opera di evangelizzazione, ma non c’è alcuna conversione forzata. Noi predichiamo il Vangelo attraverso le nostre opere caritative”.

 

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IRAN 

Solidarietà alle vittime del terremoto. I sospetti sulla qualità delle costruzioni

AsiaNews - Teheran - 15 novembre 2017

In costante aumento il numero delle vittime: sono almeno 530. Rouhani promette intervento  immediato. Solidarietà da tutto il mondo. Dubbi sulle case costruite dal governo di Ahmadinejad. Dal 1990, 100mila iraniani sono morti a causa di un terremoto.

        

Continuano ad essere dure le condizioni di vita dei sopravvissuti al terremoto che il 12 novembre ha scosso il confine fra Iraq e Iran. Secondo fonti ufficiali, le morti potrebbero essere superiori a 530, di cui 432 già attestate, e più di 9,400 i feriti. Le vittime ricevono solidarietà dal resto del Paese, ma anche dalla comunità internazionale. Tuttavia, sorgono le prime domande sulle responsabilità della devastazione: alcune abitazioni erano state costruite da poco.

La provincia maggiormente è stata quella di Kermanshah. Mohammad-Ali Monshizadeh, funzionario locale, afferma che sono stati rilasciati già 430 certificati di morte, ma che esiste “un numero stimato da 100 fino a 150 di persone seppellite sotto le macerie”, portando il conto dei decessi fra i 530 e i 580. In 316 sono morti solo nella città di Sarpol-e Zob. È il terremoto più letale verificatosi quest’anno nel mondo.

Le autorità iraniane incontrano diverse difficoltà a fornire accoglienza e aiuto alle migliaia di persone costrette a dormire all’addiaccio. Ieri, il presidente Hassan Rouhani si è recato in visita a Kermanshah, promettendo l’intervento immediato del governo. Intanto, il leader supremo Khamenei ribadisce che “la compassione deve essere seguita da azioni”.

Le vittime del terremoto ricevono solidarietà sia dall’interno che al di fuori del Paese. Oltre al messaggio di papa Francesco, numerose nazioni hanno espresso la loro vicinanza, fra cui gli stessi Stati Uniti. In tutto il Paese, molti iraniani si sono mossi per raccogliere beni di prima necessità. Alcuni donano il sangue per aiutare i soccorsi e la città di Sanandaj ha offerto cibo, acqua e coperte.

Intanto, Fabrizio Cavalletti, responsabile dell'Ufficio Africa e Asia di Caritas Italia ha riferito a Radio Vaticana che la Caritas in Iran “ha espresso solidarietà e si è mostrata pronta a collaborare con le autorità”. Ieri, il Paese ha celebrato una giornata di lutto nazionale.

Oltre alle espressioni di cordoglio e vicinanza emergono domande per quanto riguarda il crollo di edifici di recente costruzione, facendo nascere sospetti sulla bassa qualità con cui sono stati costruiti. Il primo vicepresidente Eshaq Jahangiri ha detto che molti di essi erano stati edificati con il programma di alloggi popolari del governo di Mahmoud Ahmadinejad. Il quotidiano iraniano Hamdeli ha accusato l’ex-presidente della gravità della devastazioni, pubblicando in prima pagina una vignetta satirica in cui egli è ritratto mentre si fa un autoscatto di fronte ai detriti.

Non è la prima volta che l’Iran viene colpito da un grave terremoto. Nel 1990 una scossa nel nord del Paese aveva ucciso fra le 35 e 50mila persone. Nel 2003, nella provincia meridionale del Kerman un terremoto ha provocato 31mila morti. Dal 1990, in Iran si sono verificate più di 600 scosse con una magnitudo superiore ai 5 gradi, e quasi 100mila persone hanno perso la vita.

 

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IRAQ

La tenaglia irachena. Cristiani dopo il Daesh di Fulvio Scaglione

Avvenire - 12 novembre 2017  

        

Sembra un paradosso e non lo è: la situazione dei cristiani iracheni potrebbe peggiorare ora che, dopo oltre tre anni atroci, la sconfitta militare di Daesh è diventata realtà. Per rendersene conto bisogna ricordare alcune dinamiche degli ultimi anni. Dopo l’invasione anglo-americana del 2003, e a causa della successiva ondata di violenze terroristiche e settarie, i cristiani iracheni (poco meno di un milione per tre quarti cattolici caldei, dimezzati nei primi cinque anni dopo l’invasione) scelsero in sostanza due strade: l’emigrazione all’estero (allora andava bene anche la Siria) oppure il trasferimento nel Nord del Paese, verso Mosul e la Piana di Ninive, che erano la culla del cristianesimo iracheno e comunque erano meno tormentate da bombe, sparatorie e rapimenti.

Era l’epoca in cui molti, soprattutto tra i policy makers anglosassoni, ipotizzavano di creare non solo un Iraq federale con tre entità autonome per sunniti, curdi e sciiti, ma anche di costituire un safe haven (porto sicuro) per i cristiani proprio nella Piana di Ninive. Una specie di "riserva indiana" per una minoranza pacifica, disarmata e proprio per questo colpita da tutti.

Gli anni intanto trascorrevano e per i cristiani erano alle porte nuovi cambiamenti. Il Kurdistan, in perenne conflitto con il Governo centrale di Baghdad e sempre legato al sogno dell’indipendenza, estendeva pian piano la propria influenza politica verso Sud e verso Ovest, cioè verso la Piana. Il patto offerto ai cristiani era piuttosto esplicito: tolleranza e protezione in cambio di voti, quelli necessari a far prevalere la causa curda nel sempre annunciato (o minacciato?) referendum sullo status di Kirkuk, il grande centro petrolifero che, con le sue raffinerie e i giacimenti, avrebbe fatto da motore al Kurdistan indipendente.

Poi, nel 2014, è arrivato Daesh. L’atteggiamento dei curdi nei confronti dei cristiani è stato ambivalente. I famosi peshmerga non si sono battuti per Mosul né per la Piana, troppo lontane dai loro territori e dai loro interessi, ma il Kurdistan ha accolto decine di migliaia di profughi cristiani, salvando loro la vita.

E siamo all’oggi. Sembra impossibile che, come dicevamo all’inizio, possa andare peggio dopo un simile tormento. Ma la presenza di Daesh aveva surgelato ogni questione, mentre ora tutto si muove. E tra tanti vasi di ferro che si scontrano, il vaso di coccio dei cristiani, nel frattempo scesi ancora di numero, può finire davvero in frantumi.

Masoud Barzani, padre-padrone del Kurdistan, ha cercato di sfruttare la sconfitta di Daesh per arrivare subito all’indipendenza ma è stato abbandonato da tutti, anche dai tradizionali protettori Usa. Quindi, prima domanda: se i rapporti tra i curdi e il Governo di Baghdad erano già tesi prima, e non meno tesi erano quelli tra i potentati che si spartiscono il Kurdistan, il clan Barzani e il clan Talabani, che succederà ora? E che sarà delle masse di profughi cristiani che ancora sono ospitate tra Erbil, Dahuk e altre località del Kurdistan?

La regione curda non verrà certo invasa, ma rischia di pagare il boicottaggio contemporaneo di Turchia (che controlla il traffico di petrolio), Iran e Iraq (che da anni non versa quanto spetta alla provincia autonoma). Non c’è il rischio che decida di liberarsi di un "peso" come quello costituito dai profughi? E che fine faranno le opere per loro edificate con gli aiuti internazionali, primo fra tutti quello della Chiesa?

Seconda domanda. È chiaro che l’ipotesi di un Iraq federale non ha più corso e che, al contrario, il Governo centrale, dominato dai partiti sciiti e di stretta osservanza pro-Iran, opera per una ri-centralizzazione del Paese. Altrettanto chiaro è che oggi, negli equilibri di potere iracheni, gran peso hanno le Forze di mobilitazione popolare, le milizie a maggioranza sciita (con qualche reparto anche cristiano) che si sono battute contro Daesh e sempre più somigliano a una versione irachena dai pasdaran iraniani, custodi della rivoluzione islamica.

Ora che i curdi sono stati ricacciati nel Kurdistan propriamente detto, i cristiani possono fidarsi di queste milizie, spesso accusate di violenze contro civili inermi e sospettate di scarsa fedeltà alla causa? I cristiani della Piana di Ninive avevano già un grosso problema: come tornare ai villaggi e alle case e incontrare i vicini di casa musulmani sunniti, tra i quali non pochi che si erano scagliati per primi, come narrano diverse testimonianze, contro di loro alle avvisaglie dell’arrivo di Daesh? Forse ora, con le milizie sciite insediate nel territorio e pronte a nuove repressioni, il problema raddoppia? La Chiesa caldea del-l’Iraq, con grande coerenza, è sempre stata contraria sia alla spartizione federalista del Paese sia all’ipotesi di un safe haven per i cristiani.

L’idea era che solo uno Stato unitario e laico, cioè uno Stato in cui ogni cittadino gode di eguali diritti perché iracheno e non di diritti variabili in base all’appartenenza etnica e religiosa, potesse garantire anche i cristiani. Giusto così. Ma oggi è quella la prospettiva dell’Iraq finalmente libero da Daesh? O non sta invece spuntando all’orizzonte uno Stato confessionale come il vicino Iran?

 

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Sacerdote irakeno: per cristiani di Mosul va peggio di quando arrivò l’Isis

AsiaNews - Erbil - 14 novembre 2017

Gli scontri arabo-curdi e sunniti-sciiti ostacolano il rientro dei profughi. Alto il pericolo di nuove violenze, le famiglie trascorrono la notte in macchina e i bambini sono traumatizzati. P. Samir: gravi problemi economici, mancano cibo e kerosene, mentre governi e Ong hanno sospeso gli aiuti. Serve “un miracolo”.

        

La situazione dei cristiani “è peggiore rispetto all’arrivo dell’Isis” perché sono “coinvolti in questo scontro in atto fra arabi e curdi, fra sciiti e sunniti”, che “ha ostacolato” il rientro dei profughi a Mosul e nella piana di Ninive e “non vi sono più nemmeno gli aiuti”. È quanto spiega ad AsiaNews p. Samir Youssef, parroco della diocesi di Amadiya (Kurdistan), secondo cui parte delle famiglie cristiane “è tornata ad Alqosh e Dohuk” per il timore delle violenze nella piana di Ninive. “Altri ancora - prosegue - hanno trascorso due notti in macchina, o rimandato la partenza per il pericolo di nuovi scontri. Vi sono casi di bambini traumatizzati per le violenze avvenute a Teleskof”.

P. Samir, che cura in prima persona 3500 famiglie di profughi cristiani, musulmani, yazidi fuggiti dalle loro case nell’estate del 2014 con l’ascesa dello Stato islamico (SI, ex Isis) riferisce che “anche i cristiani cominciano ad avere paura”. Il timore è che vi sia una “reazione dei curdi” con “nuovi attacchi” che finiranno per colpire “anche cristiani e yazidi. “Noi non siamo pro o contro una parte - aggiunge il sacerdote - ma vogliamo vivere in pace con tutti”.

I cristiani sono da sempre uno strumento di dialogo, un ponte fra le varie culture ed etnie che caratterizzano l’Iraq. E sono state proprio personalità cristiane del tempo a ricoprire le prime cariche di ministro della Cultura o della Sanità nella storia recente del Paese. Pur essendo solo il 2/3% della popolazione, la minoranza ha giocato un ruolo essenziale “a livello culturale” ma “si trova sempre più invischiata nei conflitti”.

A testimoniarlo vi è la storia personale della famiglia di p. Samir, che ha dovuto cambiare numerose volte casa, città e regione per sfuggire alle violenze. “Prima in Kurdistan - ricorda il sacerdote - poi la rivoluzione curda per l’indipendenza ci ha spinti a Mosul. Con l’inizio della guerra siamo andati a Baghdad, per fare ritorno a Mosul e ancora nel Kurdistan irakeno, con l’arrivo dell’Isis”. “Dal 2006 a oggi - aggiunge - sono andate distrutte 40 chiese fra Mosul, Baghdad e Bassora; più di 1200 persone sono state uccise per il solo fatto di essere cristiane”.

P. Samir, fra i principali sostenitori della campagna di AsiaNews "Adotta un cristiano di Mosul", sottolinea che “in Kurdistan i cristiani avevano ricominciato a vivere” e la sconfitta dell’Isis aveva fatto sperare per un rientro a breve nelle terre di origine. “Adesso siamo ripiombati - confessa - in una condizione di paura, a vivere sotto la minaccia. Di fronte a una nuova instabilità, non sapremmo dove andare, cosa fare…”.

Intanto anche i cristiani - risparmiati dal devastante terremoto che ha colpito la regione - “devono affrontare, come gli altri, i problemi economici” che si fanno sempre più pressanti. “Mancano i salari - racconta p. Samir - e vi sono diverse famiglie di profughi che non hanno soldi per comprare i beni essenziali. Fino a qualche tempo fa i mini-market vendevano merce per 2mila dollari al giorno, oggi faticano ad arrivare a 200. Il personale viene licenziato, intere famiglie sono senza lavoro e diventa tutto più difficile”.

“Con i programmi di aiuto avviati - afferma il sacerdote - cerchiamo di contribuire al sostentamento delle famiglie, ma fatichiamo a trovare fondi. Adesso arriva l’inverno, incomincia a fare freddo; lo scorso anno, di questi tempi, avevamo già distribuito due o tre barili di kerosene, quest’anno ancora nulla. Anche la consegna dei cibi è sospesa, non abbiamo più niente”. Da un certo punto di vista, ammette, “la situazione è peggiore rispetto all’arrivo dell’Isis, perché allora governi e Ong ci hanno aiutato. La chiusura degli aeroporti nel Kurdistan complica la situazione e solo il 30% dei profughi hanno potuto sinora fare ritorno nelle loro case di un tempo”. Anche i salari sono diminuiti, passando dai mille dollari di prima “agli attuali 300” a causa “della stretta imposta da Baghdad sui fondi destinati alla regione curda. E poi ci sono gli affitti, la scuola… la Chiesa - conclude p. Samir - aiuta molti, ma qui serve davvero un miracolo”.(DS)

 

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ITALIA     

Il bene a specchio di Massimo Gramellini

Corriere.it - 16 novembre 2017  

           

Funziona così. Funziona che sei un costruttore di barche e leggi sul giornale che un operaio navale ha perso il lavoro e poi, un po’ alla volta, tutto il resto, fino a ritrovarsi sotto un ponte a 55 anni. Leggi e ti si risveglia dentro qualcosa. Come un ricordo. Non è sentimentalismo o la commozione di un istante. Di quell’uomo ti ha colpito la dignità con cui indossa la sofferenza: sceglie ponti poco illuminati per non farsi compatire da nessuno. Eppure non è soltanto questo che ti spinge a cercarlo e a proporgli un lavoro in darsena, un motorino per arrivarci e una stanza per riposarsi. Lui ha le lacrime agli occhi. Capisce che non gli stai dando un’elemosina, ma una seconda occasione. Nel ringraziarti ti chiede, come tutti, perché lo fai. E finalmente la risposta ti sale dal cuore: perché a vent’anni, quando vivevi in America e non sapevi da che parte girarti, una persona ti diede fiducia, aiutandoti a diventare quello che sei.

Funziona così. Funziona che chi riceve un gesto d’amore ne compirà uno simile, prima o poi. Appena si ritroverà in una situazione che gli risuona dentro, rammentandogli quella di cui beneficiò. Dall’etica di Socrate e Gesù ai neuroni a specchio di Rizzolatti, le anime illuminate hanno sempre cercato di rivelarci il segreto che l’imprenditore Michele Parini e l’operaio Giordano Piovesan stanno sperimentando in queste ore. Facciamo tutti parte di una stessa rete. L’egoismo, diceva Einstein, è un’illusione ottica della coscienza. 

      

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La Caritas: Roma capitale dei nuovi poveri, ecco chi soffre di più di Alessia Guerrieri

Avvenire - 11 novembre 2017  

        

Anziani, giovani e famiglie con disabili le vittime dell'indigenza, unite a giocatori d'azzardo e dipendenti da droghe. De Donatis: farsi prossimi, perché «la compassione non è istinto ma conquista

È un malessere che cresce. Che investe fette di popolazione fino a qualche tempo fa immuni, che scopre nervi e apre sfide a cui il volontariato non si è sottratto finora e deve continuare a dare risposte, «andando verso l'altro». Roma continua ad essere capitale anche della povertà, che colpisce per lo più anziani, giovani precari e famiglie con figli. Così è il ceto medio che si ritrova sempre più spesso in coda nelle mense della carità capitoline o in fila per un pacco alimentare. Un'utenza che è cambiata nel tempo, con quasi la metà dei "nuovi poveri" di origine italiana.

A tracciare un quadro del disagio a Roma è la Caritas diocesana nel Rapporto presentato oggi alla Pontificia Università Lateranense con il vicario di Roma, monsignor Angelo De Donatis. «Non è spontaneo fermarsi, non attendiamo che la carità sorga spontanea per farla, non attendiamo di essere attratti dai poveri per aiutarli», è il suo appello del commentando la parabola del Buon Samaritano e soffermandosi sul significato del termine compassione, cioè «soffrire insieme, farsi vicino» perché la compassione «non è istinto ma conquista». Una conquista, aggiunge monsignor De Donatis che si ottiene «col lasciarsi contagiare dallo stile di Dio, col mettere al centro non il nostro sentire ma l’altro». Da qui, l’invito ad avvicinarsi al prossimo, perché «da lontano possiamo esprimere giudizi che non corrispondono alla verità». «Non lasciamoli soli» è poi l'invito di Papa Francesco contenuto nel più vasto programma affidato alla sua diocesi. «La povertà ha il volto di donne, di uomini e di bambini sfruttati per vili interessi, calpestati dalle logiche perverse del potere e del denaro», queste le parole del pontefice riprese dal direttore della Caritas diocesana, monsignor Enrico Feroci, che si augura che i crudi dati sul disagio economico a Roma spingano ancora di più «i cittadini ad operare per la solidarietà, l'ascolto, la gratuità».  

     

Anziani, giovani senza lavoro, famiglie con bimbi disabili

Tre le categorie nella infelice classifica di chi è più rischio povertà in una città che deve fare i conti con una emergenza abitativa senza pari in Italia, con trentamila famiglie coinvolte, tra occupazioni abusive, sfratti, richieste di alloggi popolari che attendono anni. Di contro a una platea di case sfitte che si aggira intorno ai 130mila appartamenti. Gli over65, i ragazzi che si dividono tra precariato e disoccupazione, i genitori che scelgono di mettere al mondo figli con una percentuale elevata riservata a nuclei familiari in cui è presente un minore disabile. Eccola le nuova mappa del disagio sociale capitolina.

«Se l'Italia, soprattutto l'universo giovanile, ha accusato perduranti ferite a causa della lunga crisi, Roma è anche in questo capitale», sottolinea Caritas Roma riferendo che il popolo dei senza dimora e dunque «in povertà estrema» arriva secondo alcune stime fino a 16mila persone. «Ma la povertà può assumere anche sembianze imprevedibili: forme di vero e proprio barbonismo domestico, cioè persone in abbandono totale pur essendo proprietari di una casa». Si è creata «una classe di nuovi poveri, nelle periferie e nelle classi sociali meno abbienti, come pure nella classe media» a causa di servizi pubblici non sufficienti che scaricano sulla famiglia una spesa sociale sempre crescente.

Tra i dati più preoccupanti quello sugli anziani: uno su tre nella Capitale è a rischio povertà. Resta poi il dramma dei giovani senza lavoro o precari. I cosiddetti "nuovi poveri" sono anche nelle fasce del disagio più marcato: tra le persone che vivono in strada il 45% sono italiani e il 33,5% possiede un diploma di scuola superiore. Si tratta di «persone che fino a poco tempo fa - si legge nel rapporto - seppure in maniera borderline, risultavano inclusi, capaci di condurre un'esistenza economicamente dignitosa» e che all'improvviso (la crisi dell'azienda per cui lavoravano, un licenziamento, una mobilità, una malattia gravosa, una separazione) si trovano ai margini.

 

Migranti, dipendenti da alcol, droga o gioco d'azzardo

Nel Rapporto un capitolo è dedicato ai migranti e, dati alla mano, si sottolinea che «l'integrazione è possibile» mentre la cosiddetta invasione non è altro che un "fantasma"; un'immagine creata dalla paura del diverso che si somma alla già tante difficoltà economiche e sociali degli italiani per via della crisi. C'è poi il problema disabilità con politiche da rafforzare soprattutto nelle scuole dove si contano 18.274 ragazzi disabili su una popolazione di mezzo milione di studenti. E qui la Caritas mette in evidenza anche «una disuguaglianza che non ti aspetti», quella di chi può accedere alle ripetizioni private e sostenere il suo percorso di studi e chi invece no.

Restano infine anche le dipendenze, dove alla droga o l'alcol, si aggiunge sempre più con forza quella dal gioco d'azzardo, che nel Lazio «ha movimentato 7,9 miliardi di euro nel 2016», è la stima dell'ente pastorale della diocesi di Roma. Il profilo del giocatore, secondo la Caritas, è prevalente maschio, oltre 40 anni, con titolo di studio medio-basso. Il 44% degli studenti abita o frequenta una scuola a pochi passi da un luogo dove si può giocare, quasi il 50% degli studenti tra i 14 e i 19 anni ha giocato d`azzardo almeno una volta nel corso dell`anno scolastico 2015-2016.«Di fronte alle sfide attuali - è dunque la conclusione - il volontariato può favorire e sollecitare relazioni. La nuova sfida dunque è andare incontro all'altro».

 

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Proviamo a immedesimarci in Anthony, 5 anni, intirizzito su un treno di Marina Corradi

Avvenire - 15 novembre 2017  

    

Caro Avvenire,

il tunnel del Frejus da mesi è presidiato dall’esercito. Tredici chilometri pericolosissimi, se percorsi a piedi come fanno ora i migranti e faceva mio papà nell’immediato dopoguerra. La Francia era la sua America, come oggi per i disperati in cammino per il mondo irto di muri. Papà mi raccontò, prima di morire, come si stendeva prono a terra, al passaggio del treno, nel buio che sapeva di fumi e caligine. Una fuga terribile, ieri come oggi; un incubo per raggiungere un sogno legittimo: vivere e costruire un futuro.

T.A.  

    

Lunedì su un treno merci, al valico con il Brennero, gli agenti di frontiera hanno sentito un pianto disperato. Sul pianale di un vagone, solo, c’era un bambino sui cinque anni. Accanto aveva una valigia, forse abbandonata da chi lo accompagnava. L’altra mattina al Brennero c’erano cinque gradi, e il bambino era quasi assiderato. Lo hanno avvolto in una giacca, lo hanno portato all’ospedale. È riuscito a dire di chiamarsi Anthony, e che viene dalla Sierra Leone. Nient’altro. Quali circostanze hanno portato una madre a abbandonare un figlio così piccolo? O forse quella madre è fuggita ai controlli, oppure è morta, scivolando dal suo insicuro rifugio? Semplicemente, mentre tutta Italia parla della esclusione della Nazionale dai Mondiali, un bambino di cinque anni, solo, sul punto di morire di freddo, alla frontiera con un Paese sbarrato. Ma quanto somiglia il viaggio di questo Anthony a quello dei migranti a piedi nel tunnel del Frejus, e anche a quello del padre del nostro lettore: che raccontava come, quando si sentiva il treno avvicinarsi, ci si sdraiava sul marciapiede del tunnel, il volto a terra, il fumo e la polvere che toglievano il fiato. Quanti anni fa? Appena dopo la fine della guerra. Sessanta appena, i clandestini eravamo noi. Nel giorno in cui il commissario Onu per i diritti umani avverte la Ue che non si può continuare a chiudere gli occhi davanti agli orrori della detenzione di centinaia di migliaia di profughi in Libia, la storia di Anthony, arrivato chissà come e per quali travagliate strade dalla Sierra Leone, incarna questo dramma nelle fragili membra di un bambino. Chissà che viaggio, nel fracasso di acciaio del merci, chissà quando si è accorto di essere rimasto solo; e quel freddo che lo stringeva come una tenaglia, quel freddo che, lui nato in Africa, non aveva immaginato mai. E la paura, quanta. Paura, come quella negli occhi dei clandestini nel buio del tunnel del Frejus, dove nel nero cieco d’improvviso si accendono i fari lucenti di un treno, e ti incalzano, e già ti sono addosso. Paura, come quella che aveva il padre del nostro lettore in quella galleria, in un tempo non così lontano. Se almeno riuscissimo, oltre alle dispute, alle ideologie, a un crescente razzismo, a immedesimarci nei pensieri di Anthony e dei fuggiaschi sui treni, di quelli che camminano nei tunnel con il cuore in gola, di quelli che trattengono il respiro nei loro nascondigli per non essere trovati, ai controlli. Non risolveremmo il problema migratorio, ma intanto per un momento vedremmo il mondo con gli occhi loro. Almeno per un momento saremmo più fratelli, e più umani.

 

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Sfuggire ai marinai libici o morire: l'orribile lotteria dei salvataggi di Nello Scavo

Avvenire - 11 novembre 2017

Il centro Astalli: dopo i 50 morti, quanti ancora? Il viceministro degli Esteri,. Mario Giro: da Tripoli azioni deplorevoli, da loro pretendere di più.  

 

«Non era mai accaduto prima», assicurano fonti della Marina militare italiana impegnate nel Mediterraneo. Non era mai successo che i salvataggi diventassero una lotteria. Non solo tra il sopravvivere o l’affogare, ma tra il respingimento nell’inferno libico o la fuga verso l’Europa.

Il 6 novembre mentre la motovedetta libica si allontanava inspiegabilmente con i motori avanti tutta, come dovendo inseguire il fantasma di un vascello pirata, la scia della nave militare si lasciava dietro una mezza dozzina di cadaveri ripescati dai volontari a bordo della Sea Watch e almeno 45 dispersi. Una manovra ancora tutta da capire, mentre un elicottero militare italiano prima con il bon-ton che si deve nelle comunicazioni con militari di altri Paesi e poi con tono assertivo chiedeva: «Per favore, fermate i motori». Per poi gridare via radio: «Fermatevi adesso, adesso, adesso». Sul lato destro della motovedetta un migrante era rimasto impigliato alla scaletta. Le immagini girate da Sea Watch sono drammatiche. Con il pilota del velivolo italiano che d’improvviso punta in picchiata verso la prora della motovedetta, mentre via radio viene ripetutamente implorato uno «stop» che resta inascoltato. Appena i libici spingono di nuovo la manetta al massimo, del migrante non c’è più traccia, probabilmente annegato, trascinato sotto la chiglia e spinto giù dalle ondate. Poco prima un altro uomo, vedendo la moglie tra le braccia dei soccorritori di Sea Watch, ha cercato di sottrarsi ai libici per raggiungere la donna. Anche di lui l’ultima immagine che resta è quella di un corpo che non riemerge più.

«Un episodio deplorevole, che non deve ripetersi e che è espressione di quello che non vogliamo», ha commentato il viceministro degli Esteri Mario Giro. «Contendersi i migranti per poi provocare la loro morte non va bene. I libici devono essere molto più umani coi migranti, che naturalmente tentano di andare in Europa, ma il coordinamento con le ong deve essere di tipo diverso». L’Italia ha scelto di sostenere la Guardia costiera libica, con equipaggiamento e addestramento. Con loro «abbiamo un dialogo permanente e continuo», dice Giro che assicura: «Parleremo di questi problemi. Per loro è una questione di sovranità. Ma sappiamo benissimo che abbiamo a che fare con uno Stato e un governo molto fragili».

La dinamica potrebbe venire accertata quando, dopo avere visionato le immagini, una procura italiana dovesse decidersi ad aprire un’inchiesta. Sul posto, infatti, si era recato un elicottero militare del nostro Paese e questo potrebbe consentire l’avvio di un’indagine.

«Per quanto tempo si potrà continuare a guardare con crescente indifferenza e assuefazione alla morte di innocenti?», domanda padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli. Il servizio dei Gesuiti per i rifugiati, esprime «profondo cordoglio e indignazione» per la morte dei 50 migranti «avvenuta incredibilmente durante le operazioni di salvataggio in mare. Ormai la morte di uomini, donne o persino bambini non scuote più le anestetizzate coscienze europee. L’ecatombe che si consuma ogni giorno nel Mediterraneo è di fatto derubricata a mero effetto collaterale di politiche di contenimento dei flussi».

Tanto più che la guardia costiera libica e le autorità libiche «non sono interlocutori affidabili, né tanto meno hanno la possibilità o la volontà di effettuare operazioni di ricerca e salvataggio con le attrezzature fornite dall’Italia», denuncia l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), secondo cui «occorre certamente ricordare le responsabilità della Libia in quanto occorso. Al contempo, tuttavia, occorre sottolineare la responsabilità dell’Italia e dell’Unione europea per quanto avvenuto il 6 novembre o in occasioni similari, perché tali eventi si generano solo grazie alla delega delle attività di respingimento da loro fornita alla Libia».

 

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LIBANO

Aoun: Il sequestro di Hariri è un’aggressione saudita contro il Libano di Pierre Balanian

AsiaNews - Beirut - 15 novembre 2017

Non mantenute le promesse di Hariri di ritornare in Libano. Il sequestro del premier è un attentato alla “sovranità e dignità” del Paese. Libanesi delusi per non aver visto nemmeno in foto i familiari di Hariri incontrare il patriarca Rai.  Rappresentanti del governo francese vanno a Riyadh. Il presidente Rouhani attacca l’Arabia saudita, che “supplica” Israele di “bombardare il popolo libanese”.

    

Per la prima volta nella storia, il presidente della Repubblica libanese Michel Aoun ha definito l’Arabia Saudita un aggressore alla “sovranità e dignità” del Paese.  E lo ha fatto stamane in un incontro avuto col Consiglio mediatico nazionale ed i proprietari delle principali emittenti radiofonici e televisivi libanesi . Un’anteprima ed un forte segnale di cambiamento radicale nei rapporti fra l’unica democrazia dei Paesi arabi mediorientali e l’unica monarchia al mondo che ha dato il nome della dinasta all’intero Paese.

“Non vi è alcuna giustificazione per il non rientro del Premier Saad Al Hariri dopo 12 giorni, per cui lo riteniamo sequestrato e tratto in arresto in Arabia saudita, in violazione agli Accordi di Vienna (circa l’immunità diplomatica) e la Carta dei diritti umani e lo consideriamo un atto di aggressione contro il Libano”, ha detto il presidente.

Ieri l’intero Paese è rimasto deluso nel non vedere, nemmeno in una foto di agenzie saudite, la moglie ed i figli del premier Hariri durante l’incontro avvenuto con il cardinale Bechara Rai della quale poco è trapelato oltre la litania di lodi “all’amicizia tradizionale fra ambo i Paesi”.

Il presidente libanese ha poi assicurato il Paese: “Non abbiate paura – ha detto - né sul livello economico né su quello di sicurezza, il mercato finanziario sta operando come si deve e l’unità nazionale è una valvola di sicurezza”.

Sulle dimissioni del premier libanese fatte dalla capitale saudita in “situazioni ambigue” Aoun ha ribadito ancora che “non si poteva procedere con le dimissioni date dall’estero, che egli (Hariri) ritorni in Libano a dare o ritirare le sue dimissioni o per analizzarne i motivi e le modalità di risolverle”. “Non possiamo allungare l’attesa e perdere tempo – ha aggiunto – e non possiamo mettere in standby gli affari dello Stato”.

Aoun ha affermato che il Libano farà tutto quanto spetta per chiedere “il rilascio del premier Hariri” e di essere in stretti contatti con i Paesi “arabi ed occidentali a quest’uopo” e ha detto che “quel che avviene in Arabia saudita circa il sequestro fella sua (di Hariri) libertà tocca la dignità di tutti i libanesi”.

Per la prima volta anche il Libano ha legato la sorte del premier a quella della sua famiglia ( la moglie siriana ed i tre figli) anch’essa trattenuta in Arabia Saudita, “soggetti a perquisizioni  sia all’uscita che all’ingresso di casa” ha fatto sapere il Palazzo Presidenziale.

Finalmente, dopo 12 giorni di silenzio, Hariri ha scritto su Twitter : “Vorrei ripetere e ribadire io sto mille volte bene ed inshallah (Dio volendo) ritornero’ al caro Libano come vi ho promesso e vedrete”.

Due giorni fa Il premier aveva assicurato di rientrare a Beirut “dopo due giorni”, stamane invece si apprendeva che questo non avverrà, dal momento che il governo francese ha fatto sapere che vi è in programma un incontro giovedi prossimo a Riyadh fra Hariri ed il ministro degli affari esteri francese che si dirige stamane in Arabia Saudita.

La stampa saudita ha alzato il tono aggressivo ed umiliante nei confronti del Libano. Il quotidiano saudita Ukaz oggi dichiara: “Che Baabda [dove si trova il palazzo presidenziale libanese] muoia con la sua ira” mentre il quotidiano Al Wattan  è arrivato a dubitare sulla appartenenza cristiana del presidente libanese definendolo un soldato della Wilaya del Fakih iraniana  mettendo in dubbio anche la “fede in Cristo del presidente”.

Per la prima volta ed in mezzo alle ondate di critiche internazionali contro il sequestro del premier libanese, vi è stato un altro fatto mai avvenuto nella storia della diplomazia internazionale:  stamane nel corso di una riunione al Consiglio dei ministri iraniani, il presidente Hassan Rouhani si è rivolto direttamente all’Arabia Saudita dicendo: “ La vostra flagrante  interferenza in un Paese libero come il Libano, insieme alla richiesta di dimissioni verso il Capo di governo libanese, sostituendolo con un altro, è un avvenimento senza precedenti nella storia. Chi vi credete di essere e su quale forza vi appoggiate per prendere provvedimenti del genere?”. Rohani ha poi aggiunto che considera “molto vergognoso che un Paese musulmano della regione chieda all’entità sionista e la supplichi di bombardare il popolo libanese”.

 

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LIBIA 

Troppi attori e pochi mezzi per uscire dal caos di Rolla Scolari

oasiscenter.eu - 13 novembre 2017

L’ex inviato dell’Onu a Tripoli Tarek Mitri ci spiega perché non ci sarà stabilità senza la costruzione di esercito e forze di polizia  

           

 Le Nazioni Unite hanno annunciato un reset, dopo la nomina del nuovo inviato per la Libia, Ghassan Salame. È stato presentato un nuovo piano per stabilizzare il Paese, per rivedere l’accordo siglato nel 2015 in Marocco tra fazioni rivali e avviare un processo che porti a elezioni. Nel Paese, diviso geograficamente, militarmente e politicamente, il caos ha rafforzato reti di contrabbando di migliaia di migranti verso l’Europa e l’instabilità ha permesso il radicamento di gruppi estremisti come lo Stato islamico. Un altro inviato delle Nazioni Unite in Libia, Tarek Mitri, membro del Comitato scientifico di Oasis, riflette sulla sfida della Libia e sulle difficoltà incontrare durante il suo mandato, tra il 2012 e il 2014. Hafez al-Sarraj, il premier sostenuto dall’Onu, manca di mezzi adeguati, dice, e fatica a riprendersi la scena rubatagli dal rivale dell’Est, il generale Khalifa Haftar, che da attore non frequentabile è diventato interlocutore: invitato a Roma poche settimane fa, e prima a Parigi. “La comunità internazionale, riconosce ora l’esistenza di un nuovo rapporto di forze tra Est e Ovest, tra Haftar e Sarraj: un rapporto però non simmetrico”.

  

L’Italia ha invitato a Roma Haftar, rivale politico del premier sostenuto dall’Onu Sarraj. Prima lo aveva fatto Parigi. L’equilibrio tra Est e Ovest della Libia sta cambiando?

“È un riconoscimento per la comunità internazionale di un nuovo rapporto di forze. Haftar godeva già del sostegno di Egitto, Russia, Emirati arabi. Si posiziona come una minaccia militare per Tripoli: è un attore imprescindibile. E la comunità internazionale ne prende atto. Attenzione però, è necessario riconoscerlo come un attore importante, ma la Libia non può essere governata da un generale. Haftar può essere parte della soluzione, non la soluzione. Il problema è che ci sono due politici: uno che vuole tutto e non può averlo, Haftar, e uno che è pronto a un compromesso ma non ha niente da offrire, Sarraj. Non c’è simmetria”.

  

La comunità internazionale ha puntato sul politico sbagliato affidandosi a Sarraj?

“No. Abbiamo puntato bene, ma non gli abbiamo dato i mezzi per operare. La debolezza di Sarraj è data dal fatto che non ha una forza militare. Ha avuto bisogno della protezione delle milizie, e l’ha ricevuta, ma le milizie non sono legate a lui. Haftar ha quello che lui chiama un esercito ma in realtà è una grande milizia”.

  

Che ruolo hanno le milizie in questa instabilità e come arginare la loro azione?

“Le milizie possono sabotare un accordo politico non gradito. Se la nuova road map delle Nazioni Unite porterà alla formazione di un nuovo Consiglio presidenziale, senza un esercito regolare o una forza di polizia, l’organismo potrebbe ancora una volta essere costretto a ricorrere alla protezione instabile delle milizie”.

 

L’Italia ha siglato accordi con sindaci per arginare il contrabbando di esseri umani e flussi migratori. Lavorare con la realtà locali significa ammettere la debolezza di quelle nazionali?

“Il problema è che finora nessuno è riuscito a fare il legame tra ciò che si può fare con realtà locali e sindaci e il processo politico nazionale. Nel lungo periodo, il lavoro con le amministrazioni locali è importante ma sul breve periodo deve sfociare in quello nazionale”.

 

Sono diminuite le partenze di migranti dalla Libia. L’Italia è al centro di controversie. Le organizzazioni per i diritti umani sottolineano come chi non riesce a partire per l’Europa sia destinato a abusi e torture nei centri di detenzione libici. Come si può gestire la questione migratoria nell’instabilità del Paese?

“Il problema è il trattamento dei migranti nei centri libici, perché manca il controllo del territorio e in Libia esiste il razzismo. C’è da sempre uno sfruttamento dei lavoratori africani. C’è un problema interno che non sarà risolto finché non ci sarà uno stato di diritto, quando il Paese sarà sottoposto alle pressioni della comunità internazionale per una politica nei confronti degli immigrati che rispetti i diritti dell’uomo. Questo è un problema più grande in sé dei flussi migratori: lasciare queste persone in condizioni disumane è un rischio maggiore rispetto a quello di farli partire verso Lampedusa, anche se l’Italia ha il diritto di bloccare i flussi migratori”.

 

Quali sono state le difficoltà incontrate in Libia come inviato delle Nazioni Unite?

“Le difficoltà sono state diverse, a cominciare dalle Nazioni Unite stesse. Il compito era quello di pacificare la Libia e costruire lo Stato libico. Eravamo una squadra di esperti, aiutavamo i libici a organizzare le elezioni, li consigliavamo, ma per prima cosa non avevamo abbastanza mezzi per stabilizzare la Libia e costruire uno Stato”.

 

Di che cosa parla quando parla di mancanza di mezzi?

“In un Paese che è stato teatro di un’operazione della Nato, senza un esercito e senza forze di polizia, interviene di solito una forza di stabilizzazione internazionale - che non c’era - e opera una missione molto più vasta, con consiglieri politici, militari, per la formazione di esercito e polizia.

Secondo problema che ho incontrato: i membri del Consiglio di Sicurezza avrebbero dovuto sostenere le Nazioni Unite, invece di avere ciascuno la propria idea per la Libia. Abbiamo fatto fatica a coordinarci con l’attività degli Stati.

Il terzo problema derivava dalla Libia stessa: è uno Stato dove le identità intra-nazionali sono molto forti. E dopo la caduta di Mu’ammar Gheddafi tutte queste identità, che siano tribali o locali, sono tornate in primo piano. Ogni tribù, famiglia, città si era creata la sua milizia: avevano costruito una forza centrifuga. Noi lavoravamo a costruire uno Stato centrale e loro lavoravano al recupero delle autorità locali de facto.

Il quarto punto problematico: dopo 40 anni di dittatura di Gheddafi, in Libia mancava un’élite politica capace di dirigere il Paese. Abbiamo lavorato con molte persone, politici e militari con buone intenzioni ma poca capacità di gestire uno Stato così complicato. Un esempio: i membri della Costituente non avevano abbastanza esperienza giuridica, altri erano facilmente influenzabili in un Paese dove prevalgono le milizie”.

 

In passato ha detto che le elezioni del 2012, le prime dopo la caduta di Gheddafi, sono state un errore. Ne è ancora convinto e se sì, perché?

“È stato un errore: la società non era preparata, non c’erano istituzioni, partiti politici. Le elezioni hanno esacerbato le divisioni. Chi ha vinto non ha voluto condividere il potere e chi ha perso si è sentito escluso e ha trovato una via alternativa nelle armi. Si sarebbe dovuto lavorare di più sulla ricostruzione nazionale, dare tempo per costruire partiti e istituzioni. Mancavano le istituzioni giuridiche. Mancava una polizia per garantire che le elezioni avessero luogo in una condizione di sicurezza”.

 

Ha detto poco fa che i membri dell’Onu si muovevano senza coordinamento sulla Libia. Il suo successore, Ghassan Salame, ha affermato che “troppi cuochi guastano la cucina”. Quanto pesano le divisioni della comunità internazionale e quanto quelle interne libiche sulla mancanza di stabilità?

“Contano entrambe. In una società come quella libica, frammentata, in cui era scomparso uno Stato forte, le divisioni interne hanno reso il nostro lavoro molto difficile. L’incoerenza e la mancanza di coordinamento dei politici internazionali erano già forti durante il mio mandato. Quando ero a Tripoli, c’erano nove inviati speciali oltre agli ambasciatori dei vari Paesi. Passavo il tempo a dire ai libici ‘Guardate quello che dice l’inviato britannico oppure europeo non c’entra con noi…’. I libici erano un po’ disorientati. Ancora oggi, sul piano internazionale ci sono interessi contradditori. Gli italiani hanno interessi economici in Libia, sono toccati dal flusso di migranti e conoscono meglio degli altri la Libia. Gli Stati Uniti sono interessati soltanto alla repressione del terrorismo islamista. I britannici a volte sono attivi, a volte no. I francesi, dopo l’intervento del 2013 in Mali, sono interessati dal punto di vista securitario alla regione del Niger, del Ciad, del Mali. I russi erano completamente disinteressati: la Libia per loro è il modo di dimostrare come Stati Uniti ed Europa abbiano sbagliato tutto, un monito per impedire qualsiasi velleità di intervento internazionale in Siria. Ai miei tempi, i più attivi erano gli egiziani, diventati ancora più protagonisti dopo il colpo di Stato di AbdelFattah al-Sisi. Il fattore dominante del suo governo è la lotta contro gli islamisti fuori e dentro l’Egitto”.

 

Quanto contano le divisioni tribali nel caos libico?

“È un po’ esagerata questa storia delle tribù. Nella maggior parte dei casi, l’insieme delle tribù è sparso sul territorio. Gheddafi ha urbanizzato le tribù. Ogni tribù aveva un suo santuario geografico, come per esempio i Warfalla a Beni Walid. Oggi, i Warfalla sono ovunque: sono a Bengasi, a Tripoli, a Sabrata… hanno perso la coesione sociale che avevano un tempo. I capi tribù tradizionali e i codici di funzionamento sono spariti, i leader tribali non hanno la stessa autorità che in passato. Membri della stessa tribù hanno assunto spesso posizioni diverse sui diversi casi politici, con Gheddafi o contro Gheddafi, con gli islamisti o contro gli islamisti. L’appartenenza tribale si è affievolita, ma rimangono una cultura e una certa mentalità, anche se la base del tribalismo è cambiata. All’Est, in Cirenaica, dove c’è stato meno mescolamento di popolazioni, le appartenenze tribali restano più pronunciate rispetto alla Tripolitania. Ci sono in Libia anche identità più recenti, legate alle città. Un esempio è Misurata, la cui popolazione ha origine turche – funzionari e commercianti dell’Impero ottomano. Gli incontri tra realtà locali sono a volte denominati ‘conferenze delle città e delle tribù’, riconoscendo così l’esistenza di un’identità cittadina. Spiegare i conflitti in Libia come semplici scontri tribali è molto riduttivo”.

 

Il futuro è quello di una Libia unificata, divisa o federata?

“I libici non vogliono dividere la Libia. E non vogliono una federazione: sarebbe per loro un passo indietro. I federalisti si sono presentati al voto e non hanno ricevuto molte adesioni. Molti in Libia, soprattutto all’Est, vorrebbero una riforma dello Stato nel senso di una decentralizzazione che garantisca più autonomia a livello locale. Il problema in Libia è la ridistribuzione delle rendite petrolifere. All’Est c’è risentimento, sempre. Dicono: ‘Il petrolio è da noi, ma la compagnia che lo gestisce sta a Tripoli’”.

 

Eppure, sembra che le uniche due istituzioni capaci di funzionare a livello nazionale sia a Est sia a Ovest siano la Banca Centrale e la NOC, la Compagnia nazionale del petrolio. A luglio la produzione di greggio ha toccato il miliardo di barili al giorno per la prima volta dopo quattro anni. Perché il loro modello non è applicabile alla politica?

“È vero, funzionano perché c’è stato un accordo tacito tra le parti libiche affinché la NOC lavori per aumentare la produzione. I dirigenti hanno dato prova di talento nel negoziare con le parti, ma ci sono riusciti proprio perché si sono allontanati dal processo politico, mantenendo la neutralità e avendo come unico obiettivo quello di aumentare la produzione di greggio. Anche se non hanno ancora affrontato il problema della redistribuzione delle rendite”.

 

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«Aste di migranti in Libia». Il video della Cnn

Avvenire - 14 novembre 2017

Un reportage della Cnn mostra in video in cui due ragazzi vengono venduti dai trafficanti di uomini. I filmati sono stati consegnati alle autorità libiche, che promettono un'indagine  

     

Aste di esseri umani, come all'epoca della tratta degli schiavi: avvengono in Libia. La Cnn, che in un reportage in esclusiva mostra un filmato in cui due ragazzi vengono venduti dai trafficanti. "800 dinari... 900, 1.100... venduto per 1.200 dinari (pari a 800 dollari)", recita la voce dell'uomo che mette all'asta un giovane, che dovrebbe essere un nigeriano, definito "un ragazzone forte, adatto al lavoro nei campi". Dopo aver ricevuto il filmato, la Cnn è andata a verificare, registrando in un video choc la vendita di una dozzina di persone in pochi minuti.

Grazie a telecamere nascoste, la Cnn ha ripreso una vendita a Tripoli, in cui si vende "uno scavatore, qui abbiamo uno scavatore, un omone forte, in grado di scavare", secondo quanto dice il "venditore". Dopo che l'agghiacciante transazione è conclusa, i giornalisti avvicinano due dei ragazzi "venduti", che appaiono "traumatizzati.. intimoriti da qualsiasi persona".

I filmati sono stati consegnati dalla Cnn alle autorità libiche, che hanno promesso un'indagine. Il tenente Naser Hazam, dell'agenzia governativa libica contro l'immigrazione illegale aTripoli, ha dichiarato di non aver mai assistito ad una venditadi schiavi, ma di essere a conoscenza di gang criminali che gestiscono il traffico di esseri umani. Mohammed Abdiker, direttore delle operazioni d'emergenza dell'Oim, in una dichiarazione rilasciata lo scorso aprile dopo un viaggio in Libia, aveva definito la situazione "terribile... le notizie di 'mercati degli schiavì si uniscono alla lungalista di orrori".

La troupe ha quindi parlato con Victory, un 21enne detenuto al Treeq Migrant Detention Center di Tripoli dove gli immigrati illegali vengono rinchiusi in attesa di espulsione: il ragazzo dice di essere stato venduto all'asta come schiavo "più volte", dopo che i suoi soldi - tutti usati per cercare di arrivare in Europa - erano finiti. "Pagai (ai trafficanti che lo tenevano in ostaggio affermando che doveva ripagare il debito verso di loro) più di un milione (oltre 2.700 dollari) - ha raccontato -. Mia madre è anche andata in un paio di villaggi a chiedere soldi in prestito per salvarmi la vita".

Questa situazione orribile, dei migranti ridotti in schiavitù, è già stata segnalata nei mesi scorsi da Avvenire, in particolare nell'articolo pubblicato on line l'11 aprile 2017: CLICCA QUI

       

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MYANMAR 

Minoranze reiette, l'odio è un tifone di Martina Dominici

Italia Caritas - novembre 2017  

        

Sul finire dell’estate, quasi 500 mila sfollati hanno lasciato il Myanmar, camminando per giorni attraverso la giungla, le montagne e – i più coraggiosi – via mare, per oltrepassare il Golfo del Bengala e raggiungere il confinante Bangladesh. La maggior parte di essi si riconosce membro della comunità Rohingya, minoranza di religione musulmana proveniente dallo stato Rakhine, una delle regioni più povere e isolate del Myanmar. Il nuovo afflusso in territorio bengalese, l’ultimo di una lunga serie di arrivi della minoranza Rohingya dalla fine degli anni Settanta, è scaturito dal riaccendersi degli scontri nello stato Rakhine e ha portato a un ulteriore aggravamento della situazione dei rifugiati Rohingya in Bangladesh, già definita dalla Direzione europea per la protezione civile e gli aiuti umanitari una “crisi dimenticata”. Mentre alcuni sfollati, in larga misura donne e bambini, sono confluiti nei due campi rifugiati a Nayapara e Kutupalong, costruiti all’inizio degli anni Novanta dalle Nazioni Unite (facendo salire da 33 a 77 mila il numero di rifugiati accolti), la stragrande maggioranza degli arrivi si è ammassata al di fuori dei campi, in insediamenti improvvisati e rifugi temporanei, costruiti con teloni di plastica tenuti in piedi da qualche palo di bambù.  

    

Nella morsa tra esercito e Rakhine

La triste condizione da reietti, sperimentata dai Rohingya, sconfina nell’intero sud-est asiatico. Negli ultimi anni un altro stato della regione a prevalenza musulmana, la Malesia, ha rappresentato una via di fuga per molti Rohingya, per i quali l’alternativa del passaggio via mare, o attraverso la Tailandia, significa spesso cadere vittima dei trafficanti di esseri umani. Dal 2013 le autorità tailandesi hanno arrestato e detenuto in apposite strutture recettive oltre 2 mila Rohingya. Gli uomini, una volta intercettati dalla polizia, vengono condotti in centri di detenzione per migranti, mentre le donne e i bambini ricevono aiuto in appositi centri di accoglienza governativi per vittime di tratta. Una donna Rohingya ospitata in un centro nella provincia di Phang-Nga, nel sud della Thailandia, ha raccontato la sua storia a un casco bianco di Caritas Italiana, ricordando che la condizione del suo popolo è peggiorata nel 2012, in seguito all’inasprimento degli scontri tra Rohingya e l’etnia Rakhine, di religione buddista. Nella sua città, le case e i negozi dei Rohingya sono stati presi di mira e bruciati da parte dei Rakhine, altra minoranza, e l’intervento di esercito e polizia, che partecipavano alle violenze, era spesso a favore di questi ultimi. La discriminazione era ormai divenuta costante nella sua quotidianità: priva di documenti, così come gli altri Rohingya, poiché non riconosciuti dal governo birmano cittadini del Myanmar, non aveva libertà di movimento se non entro i confini dello stato Rakhine, e ai suoi figli non era consentito l’accesso alle scuole. La testimonianza riportata è una tra le moltissime. Ma attesta alla perfezione la condizione degli oltre 800 mila musulmani che ancora vivono nello stato Rakhine, da tempo schiacciati nella morsa tra le persecuzioni dell’esercito regolare, che si assicura i mezzi di sostentamento attraverso la confisca di terre, il lavoro forzato e la riscossione di tasse arbitrarie, e le violenze scoppiate con la minoranza Rakhine. Gli scontri del 2012 avevano generato 140 mila sfollati interni, soprattutto Rohingya, la maggior parte dei quali erano stati spostati nei dintorni di Sittwe, capoluogo dello stato Rakhine, in campi precari e sovraffollati, con limitato accesso alle cure sanitarie, all’educazione e alle opportunità di sostentamento. L’accesso ai campi, tuttora altamente regolamentato, impedisce un’adeguata e tempestiva assistenza da parte delle organizzazioni internazionali e la distribuzione dei pochi aiuti umanitari è stata a lungo boicottata, poiché percepita da alcuni gruppi Rakhine solo a vantaggio della minoranza Rohingya.  

 

Presenti da secoli

La questione Rohingya, oltre che materia umanitaria, è in primo luogo un problema politico, dovuto al mancato riconoscimento e all’inesistente legittimazione di questo gruppo etnico minoritario in Myanmar, i cui membri sono considerati migranti provenienti dal vicino Bangladesh e, per tale ragione, privi di cittadinanza. Sebbene le minoranze di religione musulmana siano da secoli presenti nel territorio birmano, la loro condizione è drasticamente peggiorata quando i coloni inglesi, alla fine del XIX secolo, hanno “importato” manodopera da India e Bangladesh, la quale venne percepita come un’intrusa dalla popolazione indigena. Per tale ragione la popolazione locale ha iniziato a covare un forte risentimento verso questi nuovi arrivati dalla pelle scura, in maggioranza di religione musulmana, risentimento maturato col tempo in una xenofobia che perdura tuttora, sia in Myanmar sia tra coloro che in passato sono stati costretti a migrare al di fuori dei confini nazionali. «È particolarmente difficile guadagnare la fiducia dei migranti buddisti provenienti dal mio paese approcciandoli mentre indosso l’hijab (il velo musulmano, ndr)», ha raccontato un’interprete musulmana originaria del Myanmar che, tramite l’agenzia delle Nazioni Unite dedicata alle migrazioni, aiuta ogni giorno i migranti birmani in una città di confine della Tailandia.  

    

L’ultima frontiera

Eppure le persecuzioni odierne nei confronti dei Rohingya non rappresentano una novità per i gruppi minoritari del Myanmar, paese a maggioranza birmana (oltre il 60%), in cui fin dalla fondazione l’esercito regolare si è scontrato con le istanze indipendentiste dei gruppi etnici armati. Le forti misure repressive messe in atto per decenni dal regime militare, soprattutto lungo le zone di confine, dove si concentrano le etnie minoritarie, hanno portato allo sfaldamento del tessuto sociale nelle aree rurali e a un ulteriore aggravamento dei conflitti interetnici. Nonostante gli sforzi della ministra (ed ex prigioniera politica) Aung San Suu Kyi, che dopo la vittoria delle elezioni, alla fine del 2015, si è spesa per rilanciare il processo di pace con le minoranze, la conclusione della guerra civile, che perdura in Myanmar da oltre mezzo secolo, è ben lungi dall’essere alle porte; anzi, violenze e atrocità continuano ad essere documentate. Numerosi sono le testimonianze degli atti di violenza da parte dell’esercito birmano anche contro civili, come quello divulgato la scorsa primavera nello stato Shan, al confine tra Cina, Laos e Thailandia, oppure quelli nello stato Kachin, al confine tra Cina e India, dove migliaia di persone hanno dovuto lasciare i propri villaggi, per non essere minacciati dall’esercito di essere trattati come insorti. Ed è proprio lungo gli stati di confine che si infittisce il rapporto tra i conflitti interni e gli interessi delle grandi multinazionali straniere, che grazie alle risorse naturali inestimabili, una posizione geostrategica privilegiata e una popolazione giovane e numerosa, vedono nel Myanmar l’ultima frontiera della globalizzazione. In questo scenario spicca il ruolo della Cina, primo partner commerciale e prima fonte di investimenti per il Myanmar, che continua a giocare nel paese un ruolo controverso: storicamente accusata di intrattenere relazioni poco trasparenti con i gruppi etnici armati lungo il confino sino-birmano, dal 2011 ha più volte offerto il proprio sostegno al governo del presidente Thein Sein per portare avanti il difficoltoso processo di pace.  

   

Stagnante processo di pace

Così come nella gestione della crisi Rohingya, anche nello stagnante processo di pace con le altre minoranze Aung San Suu Kyi ancora fatica a giocare un ruolo determinante, poiché per costituzione ampia parte dei poteri politici continuano ad essere nelle mani della longeva leadership militare. In particolare, i militari detengono il controllo dei ministeri degli interni, della difesa e per gli affari di confine, cruciali nella gestione di ambo le questioni. Inoltre, al momento sono proprio i militari ad aver tratto maggior beneficio dalle recenti campagne d’odio generate dalle persecuzioni verso i Rohingya, di cui Aung San Suu Kyi sembra rappresentare a livello internazionale il principale capro espiatorio. Non solo si è presentata ai militari una nuova opportunità di apparire come l’unico organo in grado di difendere il popolo birmano, ma anche la prima occasione di delegittimare l’autorità morale di Aung San Suu Kyi, l’ingombrante premio Nobel per la pace con cui da 17 mesi si trovano a dover condividere il potere. In Myanmar, in seguito alle critiche internazionali (dovute al fatto che la ministra non ha condannato con sufficiente chiarezza la natura etnica delle persecuzioni inflitte ai Rohingya), la maggior parte della popolazione ha preso le difese di Aung San Suu Kyi, agli occhi di molti birmani un eroe nazionale e ancora l’unica speranza di cambiamento, valutando positivamente l’operato della propria leader dati i limitati poteri a disposizione. Purtroppo però, a causa della scarsa simpatia nutrita da generazioni verso le minoranze musulmane, e in particolare i Rohingya, la propaganda buddista più estremista incentiva il proliferare, sui social media, di pratiche di disinformazione, che fanno breccia soprattutto tra le nuove generazioni, istigando all’odio e alla violenza contro i Rohingya. A tali campagne d’odio non sono rimaste indifferenti persino alcune cellule del fondamentalismo islamico, schieratesi apertamente a favore dei Rohingya, che da tempo sono in cerca di uno spiraglio per poter sfruttare la situazione a proprio vantaggio. Appare dunque più che mai necessario interrompere la spirale d’odio, ormai non più a senso unico, che si è abbattuta come un tifone sul Myanmar. Un paese che sta muovendo i primi passi verso l’apertura, dopo un isolamento internazionale di oltre mezzo secolo. E nel quale è in gioco non solo qualsiasi possibilità di inclusione delle etnie minoritarie, ancora fortemente discriminate, ma l’intero processo di democratizzazione.

 

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PAKISTAN  

Lahore, un convegno interreligioso di giovani per l’armonia e la pace di Shafique Khokhar

AsiaNews - Lahore - 17 novembre 2017

L’evento si chiama “Aawaz Program”, cioè “voce e responsabilità”. Più di 100 giovani sono arrivati da 30 distretti. Giochi e programmi in comune per migliorare la socializzazione.

      

I giovani per promuovere la pace e la coesistenza in Pakistan: è lo scopo che ha radunato a Lahore più di 100 ragazzi cristiani, musulmani e sikh. L’evento si è svolto il 13 e 14 novembre presso l’Ambassador Hotel per promuovere un piano dal nome “Aawaz Program” (voce e responsabilità). Irfan Mufti, ex direttore del South Asia Partnership Pakistan (Sap-Pk), tra i promotori del convegno, ha esortato: “Anche se abbiamo differenti fedi, caste, culture, colori della pelle e lingue, siamo una sola nazione e dobbiamo alzare insieme la voce per i nostri diritti e far prevalere la giustizia in Pakistan”.

Irfan Mufti ha spiegato: “Vogliamo che i giovani del Pakistan lavorino in maniera entusiastica per promuovere pace, solidarietà, diritti umani ed uguaglianza. Così potremo essere una nazione sviluppata”. I ragazzi sono arrivati da 30 distretti del Punjab. In cinque anni di attività, l’Aawaz Program ha promosso la pace e l’armonia nel Paese attraverso l’educazione dei giovani nei 45 distretti della provincia.

Per il programma, il 13 novembre i ragazzi hanno fatto il “gioco dello scambio delle scarpe”, un modo per far sentire i partecipanti più vicini l’un con l’altro e far loro condividere esperienze di educazione. Al termine del gioco, i ragazzi hanno rappresentato i loro sentimenti attraverso dei disegni, che poi sono stati affissi al muro della sala.

Il giorno successivo sono intervenuti organizzatori e partecipanti. Mufti ha detto: “Non voglio parlare delle nostre mancanze, ma dei risultati raggiunti come nazione. Nonostante le limitate risorse, il Pakistan sta emergendo tra i Paesi in via di sviluppo. Il suo tasso di crescita annuale è del 4,5%, mentre quello del Punjab è dell’8%. Negli ultimi 70 anni la popolazione è aumentata in modo sensibile, il tasso di alfabetizzazione è passato dal 16,4% al 65%. Nel 1947 il giro d’affari era di 30 miliardi di dollari, oggi è di 350 miliardi di dollari”. Sulle condizioni dei giovani, ha aggiunto che “è un peccato che il nostro Stato non faccia nulla per le risorse umane. I nostri cittadini non potranno partecipare [allo sviluppo della] nazione fino a quando lo Stato non investirà sulle proprie risorse umane”.

Tra i giovani, ha preso la parola Sania Bibi. La ragazza ha raccontato di appartenere “ad una famiglia povera. A causa delle nostre condizioni, non potevo continuare a studiare e i miei genitori volevano che abbandonassi la scuola. Ma io ho detto loro che non avrebbero mai potuto uccidere il mio sogno di imparare”. Perciò ha iniziato a guidare un piccolo rickshaw nel suo villaggio: oggi con il suo guadagno riesce a mantenere la famiglia e a continuare gli studi.

 

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Manifestanti radicali islamici in strada: “Giustiziate Asia Bibi”

Agenzia Fides - Islamabad - 14 novembre 2017    

     

Esecuzione capitale di Asia Bibi, la donna cristiana condannata a morte per blasfemia e in attesa di giudizio davanti alla Corte Suprema; dimissioni del ministro della Giustizia Zahid Hamid; liberazione di leader religiosi islamici detenuti: sono alcune delle richieste avanzate dai gruppi islamici radicali “Tehreek-i-Labbaik Ya Rasool Allah Pakistan” e “Sunni Tehreek”, che da giorni hanno avviato una protesta pubblica contro il governo pakistano per le strade di Islamabad. Secondo quanto appreso dall’Agenzia Fides, nel sermone predicato venerdì scorso dagli imam vicini ai gruppi radicali, davanti a circa tremila manifestanti, si minacciava di compiere attacchi violenti, anche verso i familiari del ministro della Giustizia o verso quanti sono accusati di blasfemia. Anche l'anno scorso, ricorda a Fides l’avvocato cristiano Sardar Mushtaq Gill, anche’egli vittima di minacce, “circa 150 capi religiosi radicali, in occasione dell'udienza del caso di Asia Bibi avevano invitato il governo a giustiziarla. L’estremismo islamico si fa presente sulla scena pubblica”, rileva.

Nei giorni scorsi la polizia ha intimato agli attivisti di liberare immediatamente la “Jinnah Avenue”, arteria di Islamabad, dove i manifestanti avevano organizzato un sit-in di protesta non autorizzato.

In seguito agli attacchi terroristici registratisi negli ultimi anni, per disposizioni di legge sono vietate in Pakistan grandi assemblee pubbliche. I manifestanti si sono allora trasferiti in un 'altra area della città, un parco deputato ad accogliere proteste legittime e pacifiche. La protesta è scoppiata in seguito alla controversia nata a causa dell’approvazione della “Legge elettorale 2017”, che dispone di cambiare la formula del giuramento per i candidati alle cariche pubbliche: in una formula che cita il Profeta Maometto, l’espressione “io giuro solennemente” diventa “io credo”, per preservare la presenza e il credo di candidati non musulmani. La controversia, di carattere squisitamente politico, è stata subito assunta dai gruppi radicali come un’offesa alla religione islamica e al carattere islamico della Repubblica del Pakistan. Presentato un ricorso all’Alta Corte di Islamabad, il provvedimento di legge è stato sospeso dalla Corte.

 

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STATI UNITI

Cooperazione? Sì, se comandiamo noi... di Alberto Bobbio

Italia Caritas - novembre 2017  

       

Si è candidato a leader del populismo mondiale, sovranista massimo e perfetto. Donald Trump ha scelto in settembre la platea delle Nazioni Unite, il Palazzo di vetro di New York, per l’attacco più sistematico ai globalismi e al multilateralismo che tanto odia, perché esatto contrario della dottrina dell’America first. In realtà globalizzazione e multilateralismo gli andrebbero anche bene, a patto che la guida sia, per ogni analisi e ogni soluzione, sempre e comunque americana. Ciò che conta, insomma, è lo Stato-nazione. L’unica organizzazione globale ammessa è la sommatoria, niente affatto eguale all’Onu attuale, degli Stati-nazione, calata in una società globale dove ogni road map, dai diritti al clima, sia indicata dall’America, che stabilisce agende e tempi. Non deve meravigliare l’insistenza di Trump al Palazzo di vetro sul ruolo ancora vitale dello Stato-nazione. È un filo rosso dell’ideologia americana dai tempi di Truman, il quale sosteneva che «il successo delle Nazioni Unite dipende dalla forza indipendente e individuale dei suoi membri». I presidenti americani, sotto sotto, non si sono mai tanto scostati da questa concezione. Trump ha il pregio di dirlo chiaro nel più alto consesso globale, senza paura e senza timore delle critiche. Il presidente americano non fa altro che portare alle estreme conseguente l’elaborazione avviata, alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso da parte dei circoli repubblicani, della cosiddetta “pax Americana”, progetto strategico-culturale, prima ancora che politico e militare, da opporre alla retorica, secondo le approssimative analisi americane, della costruzione dell’identità europea. Quella della Pax americana è l’unica globalizzazione che piace a Donald e a essa vanno uniformati i diritti dei popoli, i quali solo abbracciandola potranno trovare stabilità, serenità, prosperità. Ci avevano provato i Bush, padre e figlio, avrebbe voluto provarci Reagan, ma c’era ancora la cortina di ferro e l’unica pace non poteva che essere sovieto-americana. Solo Donald non ha avuto timore a destinare a essa un alto tasso di politicità, non solo una strumentazione di ordine pratico.

            

Un’altra agenda

Il richiamo costante, quasi parossistico, all’America first come ideale, significa esattamente questo. Sarebbe sbagliato liquidare le parole di Trump come quelle di un pazzo. Lui crede che le identità si formino con le opere e su questo ha schierato l’America. È abile, sicuramente più dei Bush che s’inventavano nemici per sostenere la propria visione della pax americana e andavano all’Onu a sbandierare inesistenti pistole fumanti. Trump è più abile e scaltro. La pistola fumante c’è già e tutti la possono vedere appena oltre il 38° parallelo, in Estremo Oriente. Il compito che si è dato il presidente della nuova “pax americana” è coltivarla, coccolarla, costruirle intorno emozioni, e così proporsi alla guida di una prossima (chissà) coalizione di volonterosi della pace e dei diritti. Trump non inventa. Trump elogia. Elogia il nazionalismo e il protezionismo, l’alterità americana più che l’egoismo. Non è vero che ignora le grandi responsabilità americane per il mondo. Semplicemente detta per esse un’altra agenda, non conferme a quella europea. Non è facile discutere con uno che cambia la semantica. Non spazza via, come si dice, il mutuo desiderio di bene, né la mutua e concorde cooperazione tra i popoli, non batte in ritirata sul fronte del rispetto dei diritti. Pretende solo di dare la carte, stabilire le regole, naturalmente vincere la partita e decidere chi può sedersi al tavolo e chi deve abbandonare per lasciare il posto a qualcun altro, più gradito al mazziere. Ma è davvero così solo? Un mondo multipolare, considerato più giusto essendo calibrato dai rapporti di forza tra vari Stati-nazione, è scenario che in fondo piace ai sovranisti, molto più diffusi nelle pieghe geopolitiche globali di quanto non si creda. Piace a India e Cina, ma piace anche a Macron e Merkel, a Putin e Netanyahu, ai nuovi caudilliin America Latina. Insomma, a tutti coloro che al pluralismo preferiscono la poliarchia.

 

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Quel ranch esclusivo dove si spara agli animali di Licia Colò

Famiglia Cristiana - 12 novembre 2017  

        

Avete mai pensato di poter accettare il fatto che togliere la vita a qualcuno per gioco possa essere tollerato? Io no, in nessun modo. Nella nostra società si uccidono già molti animali per l'alimentazione o per una gestione dell'ambiente che risulta ogni giorno più difficile, ma mi sono sempre illusa che coloro che debbono compiere queste azioni ne farebbero volentieri a meno.

Rimango allibita quando, invece, leggo di una sorta di parco giochi negli Stati Uniti dove, pagando cifre anche molto elevate si può provare "l'ebbrezza" di sparare agli animali. Se poi si tratta di specie rare meglio ancora. È l'Ox Ranch, in Texas. Qui allegre famigliole, dopo aver sparato a un canguro, a una zebra o a un'antilope, si fanno fotografare fieri accanto alla propria preda. Che squallore. Che tristezza. Che rabbia.

Non basta uccidere nei parchi africani animali meravigliosi che molte persone possono vedere solo nei film o nei documentari. Adesso la caccia grossa te la portano pure a casa. Basta pagare, basta avere quel potere che ti fa sentire forte in quanto capace di togliere la vita a qualcuno. Gli animali sono creature di Dio. Siamo tutti creature di Dio e in quanto tali dobbiamo rispettare un'esistenza che ancora oggi non ci è dato capire. Molti protestano, altri sorridono, altri prendono l'indirizzo. Io mi indigno e continuerò a farlo fino a quando qualcuno continuerà a giocare con la vita.

 

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Temono il terrore, ma danno armi a tutti di Elisa Chiari

Famiglia Cristiana - 12 novembre 2017  

     

A un mese dalla strage al concerto di Las Vegas la storia si ripete: a Sutherland Springs, a 40 km da San Antonio, in Texas, un ex militare statunitense entra nella chiesa battista durante la funzione e spara. Ferisce e uccide. Non c'entra l'Isis, ma la passione dell'America per le armi, con la scusa della difesa: una scusa che non regge. A provarlo una ricerca pubblicata sull'American Journal of Medicine nel 2016: un monitoraggio riferito all'anno 2010 mostra che negli Usa la probabilità di morire per arma da fuoco (omicidio, errore, suicidio) è dieci volte maggiore che nei Paesi Ocse parimenti avanzati. Accade perché le armi sono accessibili, troppo, a troppi. Si assiste a un paradosso: le energie della paura si concentrano sul terrorismo internazionale e non si fa nulla per prevenire le stragi del vicinato armato, che nelle ultime settimane ha offeso dieci volte di più, come se poi un'arma a portata di mano non potesse far comodo anche a un eventuale terrorista.

 

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SUD SUDAN 

Il collasso del paese neonato di Nicoletta Sabbetti

Italia Caritas - Novembre 2017

        

E' il più giovane stato al mondo, e ancora non ha visto la pace. Il 9 luglio scorso il Sud Sudan (con prevalenza di popolazioni africane e cristiane) ha festeggiato il sesto anno dalla sua proclamazione, dopo l’indipendenza dal Sudan (arabo e musulmano), ottenuta grazie a un referendum, ultimo passo dopo anni di tensioni e conflitti. Sin dalla nascita del nuovo stato, fu subito chiaro che il processo di pace non sarebbe stato facile, data la disomogeneità di un paese nel quale nel quale convivono più di 60 etnie diverse, sul quale si appuntano grandi interessi che ruotano intorno a un sottosuolo ricco di risorse, anzitutto il petrolio, e che, quanto a posizione geografica, è collocato in una regione colpita da una perdurante crisi ambientale. Se per i primi due anni le tensioni interne sono rimaste latenti, dal 2013 sono sfociate in una guerra civile, tra le truppe del presidente Salva Kiir e quelle dell’ex vicepresidente Riek Machar, che ancora oggi comporta un prezzo altissimo, in termini di vite umane. Un accordo di pace è stato siglato nel 2015, ma mai veramente osservato, tanto che ancora oggi diversi attori nazionali e internazionali chiedono con forza che tutte le parti lo rispettino e il dialogo riprenda. Intanto, il presidente Salva Kiir ha già iniziato a fare lobby in vista delle elezioni che si dovrebbero tenere nel 2018. È tuttavia lampante che le condizioni per un processo elettorale non sono ancora favorevoli, data la totale insicurezza in cui vive il paese.  

   

Lo stupro, arma di massa

In questo scenario di per sé già tremendo, all’inizio dell’anno era stato lanciato un inquietante allarme-carestia. Per fortuna, molti interventi sono stati fatti in tempi rapidi, e a giugno le Nazioni Unite hanno dichiarato l’emergenza rientrata. La situazione, però, resta critica. La forte insicurezza alimentare in cui vive il paese non è imputabile alla sola siccità, dunque solo a cause naturali. L’instabilità creata dagli uomini esaspera la situazione. Secondo gli ultimi dati forniti dalle Nazioni Unite, circa 7,6 milioni di persone nel paese necessitano di aiuto umanitario, 1,7 milioni restano sull’orlo della carestia e circa 1 milione di bambini sotto i 5 anni vive in stato di grave malnutrizione. Così, più di 2 milioni di sud sudanesi sono scappati, oltrepassando i confini e rifugiandosi in Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana, Sudan, Etiopia, Kenya e Uganda, il paese che al momento accoglie la maggior parte dei profughi. Altri 2 milioni sono gli sfollati interni. Insieme alle agenzie umanitarie, anche le diocesi e Caritas Sud Sudan supportate da altre Caritas della rete internazionale, hanno aperto le porte alla popolazione in fuga. Anche perché le atrocità continuano e gli episodi di violenza e saccheggio sono all’ordine del giorno, costringendo famiglie intere, anziani, disabili, giovani e bambini, a spostarsi continuamente, senza trovare stabilità. Molti sudsudanesi raccontano di aver visto la loro casa bruciare, i familiari feriti o uccisi, terreni e bestiame perduti. Tantissimi gli orfani. In diversi luoghi sono state raccolte denunce di violenze sessuali su donne e giovani ragazze. La tv Al Jazeera ha raccolto diverse testimonianze nei campi profughi in Uganda e in giudice internazionale Ken Scott, con molta esperienza in crimini di guerra, ha dichiarato che in Sud Sudan si ricorre alla violenza sessuale come mai prima. Amnesty International ha fatto un appello al governo perché intervenga. Anche i vescovi cattolici hanno alzato la voce di fronte alle crescenti forme di violenza, denunciando gli abusi che la popolazione continua a subire da parte delle forze di sicurezza, anche quando trova rifugio in chiese o campi per sfollati delle Nazioni Unite. In una lettera pastorale hanno poi definito  “crimine di guerra” ogni tipo di violenza, omicidio, tortura e stupro di civili, esprimendo forte preoccupazione per la totale mancanza di rispetto per la vita umana.

 

Comunicazioni impossibili

La continua disputa tra governo e opposizione non ha ricadute solo sulla crisi alimentare, di cui è uno dei fattori determinanti, ma ha di fatto fermato ogni attività. L’inflazione è alle stelle nel paese e molti beni scarseggiano, la corruzione è dilagante, la lotta per il potere senza esclusione di colpi. Le scuole fanno fatica a riprendere in alcune zone, mentre in altre non hanno mai riaperto. Gli insegnanti difficilmente vengono pagati, le strade per raggiungere le scuole non sono sicure e le strutture o non sono più disponibili o mancano di servizi elementari come acqua e latrine. Le vie di comunicazione funzionano a singhiozzo, a causa dell’insicurezza militare e delle condizioni ambientali. Gli interventi umanitari affrontano così difficoltà diffuse nel garantire la consegna in tempi brevi e con cadenza regolare degli aiuti alimentari, abitativi e sanitari. Essendo il conflitto sempre in atto, mentre gli equilibri militari sul terreno cambiano costantemente, non ci sono zone in cui vi sia la certezza di un passaggio sicuro. I mezzi di trasporto scarseggiano, le strade sono in pessime condizioni. Le piogge aumentano le difficoltà nei trasporti: dopo una lunghissima siccità, vi sono zone dove i bacini si sono riempiti e ci si può spostare solo a piedi o in canoa. Qui gli interventi di aiuto sono più che mai difficili e il cibo scarseggia. La situazione sanitaria non è ovviamente migliore. A febbraio alcuni casi di colera hanno colpito la zona di Awerial (Lake State). Da giugno l’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato l’epidemia in Sud Sudan; essa è tuttora è in corso, e ha causato centinaia di vittime, soprattutto tra donne e bambini. La causa va quasi certamente ricondotta alla crisi prolungata che il paese vive da anni. Il conflitto e l’insicurezza generale hanno prodotto infatti un progressivo disinvestimento nelle tecniche di prevenzione e la diminuzione significativa di accessi sicuri ad acqua potabile e servizi sanitari. Molte organizzazioni umanitarie hanno prontamente reindirizzato parte dei propri interventi e del personale su questa epidemia, fornendo assistenza alla popolazione con cure mediche e prevenzione. Data l’importanza dell’uso di acqua pulita e dell’igiene personale in questi contesti, le comunità colpite stanno ricevendo una formazione specifica sulle tecniche di purificazione dell’acqua, sul mantenimento di adeguate condizioni igieniche per la persona, il cibo e il contesto abitativo. D’altronde, gli ospedali sono al collasso: mancano medicinali, strutture operatorie adeguate e personale. E addirittura spesso non riescono a garantirsi un accesso sicuro a fonti di energia, base per il funzionamento di strutture e servizi, e all’acqua.  

   

Una leva di speranza

La popolazione è impaurita e stremata, ma non smette di lottare. Caritas rimane al fianco dei sud sudanesi, con un programma di interventi che vede la rete internazionale supportare la Caritas locale. L’assistenza non prevede solo la fornitura di cibo, riparo e cure mediche, ma anche l’approvvigionamento di sementi e piccoli strumenti per coltivare. È ancora viva la speranza di tornare a essere autosufficienti e di poter provvedere autonomamente al mantenimento della famiglia. Non si allontanano dai centri di assistenza, perché vivono nella paura di un’immediata riacutizzazione del conflitto, ma molti cercano piccoli appezzamenti di terreno nelle vicinanze, per provare a coltivare, preparando i terreni e sperando di raccogliere presto buoni frutti. In ambito sanitario, gli interventi Caritas prevedono anche la formazione di personale locale e l’istituzione di gruppi mobili per cercare di raggiungere più comunità e persone possibili. Per realizzare tutto ciò, è importante tenere conto della composizione etnica del paese e delle singole comunità, ma soprattutto avere la capacità di dialogare con le autorità locali, che mutano con l’evolversi del conflitto. Ai leader locali si ribadisce di voler puntare, soprattutto, sull’educazione, autentica leva di speranza, anche in situazioni drammatiche. Bisogna infatti puntare a costruire una generazione futura capace di andare oltre il conflitto, le lotte di potere e le violenze, per vivere finalmente in pace.

 

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TAIWAN      

Taipei, migranti del sud-est asiatico per soddisfare il bisogno di manodopera

AsiaNews - Taipei - 13 novembre 2017

L’economia attraversa un periodo di stagnazione, con una crescita annua dello 0,6%. Sono 233mila i lavoratori richiesti dal settore industriale. Attirare giovani stranieri e forza lavoro qualificata per stare al passo con le economie sviluppate e aumentare la produttività. Isolamento diplomatico, basso tasso di natalità e invecchiamento della popolazione importanti sfide per l’economia nazionale.

         

Taiwan deve diventare un Paese più amichevole nei confronti dei lavoratori migranti del sud-est asiatico. È la soluzione del Primo ministro taiwanese William Lai Ching-te alla grave mancanza di manodopera denunciata dalle industrie nazionali, secondo cui sono oltre 200mila i lavoratori richiesti.

Lin Wan-i, accademico e ministro senza portafoglio dello Yuan esecutivo [ramo esecutivo del governo, ndr] afferma che l’amministrazione dovrebbe mirare ad attrarre e trattenere persone di talento dai Paesi che beneficiano della New Southbound Policy [iniziativa per lo scambio e la cooperazione, ndr], affinché diventino cittadini di Taiwan. Per stare al passo con altre economie sviluppate e aumentare la propria produttività, secondo Lin Taiwan dovrebbe attirare giovani stranieri e lavoratori competenti che risiedano nella nazione.

Il ministro invita il governo ad accogliere studenti provenienti dai Paesi del Sud-est asiatico che debbano conseguire un’istruzione tecnica o superiore, per soddisfare le competenze necessarie richieste dalle industrie. Formando i giovani, la speranza è che essi soggiornino e lavorino a Taiwan, diventando in seguito residenti. Lin suggerisce inoltre di accordare migliori diritti sul lavoro ai collaboratori domestici stranieri, divenuti sempre più importanti risorse umane per l’economia nazionale. Un gran numero di essi è disposto a lavorare e trascorrere nel Paese molto tempo, fino al limite massimo di 14 anni.

Secondo le statistiche del ministero del Lavoro rilasciate alla fine di febbraio 2017, sono 233mila i lavoratori richiesti dal settore industriale. I posti di lavoro disponibili nella produzione sono circa 88mila, di cui 18.706 negli stabilimenti per l’assemblaggio di componenti elettronici. Vi sono inoltre 43mila posizioni vacanti nelle imprese di vendita al dettaglio e all'ingrosso.

L'economia di Taiwan è la 19ma più grande al mondo in termini di potere d'acquisto. È considerata un'economia avanzata dal Fondo monetario internazionale e ha l'indice di imprenditoria globale più alto in Asia. Inoltre, si classifica come la quinta economia più grande del continente. Nonostante l’apparente stato di salute, Taiwan ha un'economia che al momento attraversa un periodo di stagnazione, con una crescita annua dello 0,6%. Le esportazioni, guidate dall’elettronica, produzione di macchinari e petrolchimica, nel recente passato hanno fornito l'impulso primario dello sviluppo economico. Tuttavia, questa pesante dipendenza dalle esportazioni espone l'economia alle fluttuazioni della domanda mondiale.

L'isolamento diplomatico di Taiwan, il basso tasso di natalità e la popolazione che invecchia rapidamente sono altre importanti sfide a lungo termine. Il tasso di fertilità totale, di poco più di un bambino per donna, è tra i più bassi del mondo. Ciò aggrava la prospettiva di future carenze, diminuzione della domanda interna e diminuzione delle entrate fiscali. La popolazione di Taiwan sta invecchiando con rapidità. Si prevede che il numero di persone sopra i 65 anni raggiungerà il 20% della popolazione totale entro il 2025.

 

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VENEZUELA 

L'ultima frontiera del Venezuela: il contrabbando di Lucia Capuzzi

Avvenire - 12 novembre 2017

Viaggio al confine con la Colombia, dove una vera e propria mafia aggira i valichi chiusi alle merci con un traffico di 100mila barili di benzina al giorno  

      

L’auto si ferma di scatto. La sbarra metallica è ad un centinaio di metri, nascosta dal groviglio di bancarelle dei cambia-moneta. Da qui si procede a piedi. Da ventisette mesi, la frontiera tra Colombia e Venezuela è chiusa per merci e relativi mezzi di trasporto. Solo il flusso pedonale è consentito. Il divieto non ha bloccato il via vai di veicoli. L’ha solo spostato sui viottoli sterrati che si aprono ai lati della strada principale, la Troncal Caribe. Mentre questa conduce dritta all’ufficio controllo passaporti, le trochas – come si chiamano le mulattiere – vi girano intorno. Le vetture le imboccano appena prima del gabbiotto doganale, arrivano dall’altra parte e si reimmettono sull’asfalto.

«Trochas» è una parola da memorizzare prima di attraversare i 130 chilometri di tierra de nadie (terra di nessuno) che separano Maicao-Paraguachón, l’ultima città occidentale della Guajira colombiana, da Maracaibo, seconda metropoli del Venezuela. La loro presenza è nota a tutti. A cominciare dalle autorità. Se ne contano almeno 250 lungo i 2.200 chilometri di frontiera. La maggior parte, però – 192 – è concentrata nella Guajira. «Perché non le chiudono? E perché dovrebbero farlo se ci guadagnano tutti?», afferma Yenis che attraversa il confine una volta alla settimana. «Per bachaquear, il solo modo per sopravvivere». Bachaqueo – contrabbando – è un altro dei termini da tenere a mente per decifrare il “codice” della frontiera colombo-venezuelana. Insieme ad «atracos», rapine a mano armata. Si ripetono in continuazione. Specie nei pressi delle trochas. Chi scrive ha potuto assistere a tre in meno di un’ora. La merce più richiesta, da ladri e compratori, è la gasolina, la benzina. Spesso le auto più malridotte vengono assaltate solo per svuotarne il serbatoio. E rivenderlo sulla Troncal, ormai un gigantesco mercato – nero – a cielo aperto di carburante. Difficile stroncare il business, dato che l’autostrada collega la nazione con il prezzo più alto della benzina – la Colombia – con quella con il prezzo più basso, il Venezuela. Dall’ultimo anno, con l’economia di Caracas in caduta libera, è diventato impossibile.

Banchetti improvvisati, disseminati lungo i lati, vendono la benzina in pimpinas, taniche da un gallone (3,7 litri). A un costo direttamente proporzionale alla distanza da Maracaibo. A Paraguachón, dal lato colombiano, una pimpina costa 3.700 pesos (circa un euro): meno della metà di quanto si paga al distributore. Appena varcato il confine si passa a 3.700 bolivares, stesso numero, un settimo del valore. A metà tragitto – all’altezza della suggestiva laguna di Sinamaina – si scende a 2.500 bolivares. Alla periferia della metropoli si arriva a 1.800. Cioè almeno 81 volte il valore ufficiale. In una qualunque pompa del colosso statale Pdvsa, la benzina costa da 1 a 6 bolivares al litro, in base alla qualità.

«Il problema è che la maggior parte delle volte non se ne trova una goccia. E quando c’è, si devono fare almeno tre ore di fila per poter rifornire. Chi lavora non può permetterselo», afferma Ramón, ex insegnante divenuto pimpinero (contrabbandiere di benzina). Mestiere diffuso. Con il 40 per cento delle raffinerie fuori uso per mancanza di pezzi di ricambio, la produzione di Pdvsa cala di un 5 per cento all’anno. Risultato: a Maracaibo – il cui lago è il cuore petrolifero del Venezuela –, dopo cibo e medicine, da qualche mese, anche la benzina scarseggia. Almeno nel circuito legale. Per chi può pagare, ci sono Ramón e soci. «In città, vendo benzina da pochissimo, da quando i distributori hanno iniziato ad andare in panne», racconta mentre si avvicina con discrezione a una trentina di auto in coda per rifornire. Non deve dire niente: gli basta mostrare il collo di una bottiglia di plastica perché gli eventuali clienti capiscano. «Cerco di essere onesto e di fare un prezzo giusto. Mica mi metto tutto in tasca. Devo pagare un sacco di gente per poter lavorare. La fetta più grossa va ai capi. Non penserai che si possa fare in proprio? Poi c’è la Guardia nacional bolivariana, fornitori di Tag…». La “targeta de abastecimiento de gasolina”, meglio nota come Tag o chip, è stata introdotta dal governo del presidente Nicolás Maduro, nel 2015, in chiave anticontrabbando: un cittadino delle città vicino alla frontiera non può comprare più di 32 litri al giorno per le auto private e 90 per il trasporto pubblico.

«Basta conoscere le persone giuste e puoi procurarti un bel po’ di tag», aggiunge Ramón. Lui, ad esempio, ne ha cinque. A Maracaibo smercia poche pimpinas. La maggior parte le tiene per la Troncal e Paraguachón, in Colombia. «Il prezzo cresce, ma anche quanto devi sborsare per arrivarci ». L’autostrada è disseminata di caselli informali a cui i pimpineros devono fermarsi. Il pedaggio varia. Il più alto lo impongono i militari e gli agenti di frontiera colombiani. Il più basso agli indigeni wayú che controllano le trochas: per cento bolivares tolgono il tecate, la fune con cui impediscono il passaggio delle auto. La mafia della benzina è la più strutturata: fa fluire verso la Colombia un fiume di 100mila barili di carburante al giorno, secondo le stime di Pdvsa. Circa la metà della produzione totale viene trafficata, con una perdita per la compagnia di 2,2 miliardi di dollari l’anno.

Non è, però, l’unico tipo di bachaqueo: sulla frontiera si contrabbanda ogni genere di prodotto. Le chivas – bus colorati e stracarichi – trasportano di continuo, a Paraguachón, venezuelani con qualcosa da vendere nascosto in valigia. Dopo aver ottenuto un po’ di pesos, ne reinvestono una parte in acquisti da piazzare in patria. Una parte di tale flusso parallelo finisce nell’economia “legale” venezuelana. Questo spiega perché, al contrario di quanto ripete un certo leitmotiv mediatico, i supermercati di Maracaibo non siano vuoti: si trovano perfino diversi modelli di ciotole per cani. A mancare sono le merci a prezzi controllati. I beni di importazione – a costo di mercato – ci sono tutti. Il punto è che nessuno può permetterseli, perché un litro d’olio vale un dodicesimo del salario medio. È il grande paradosso della Revolución bolivariana ai tempi di Maduro: nata per realizzare la giustizia sociale, ha creato, nella pratica, un sistema ferocemente diseguale. In cui una ristretta fascia sociale ha a disposizione bar di lusso con ogni tipo di caffè. E può scegliere tra McDonalds, Pizza Hut e Burger King, concentrati in 200 metri di Avenida Fuerzas Armadas. Il resto si arrangia. O se ne va.

«Non c’è famiglia che non abbia un parente all’estero», afferma Daniela Guerra, avvocato e coordinatrice della combattiva organizzazione per i diritti civili Codhez. «Prima emigrava soprattutto la classe media, insofferente alla restrizione delle libertà. Ora all’esodo si sono uniti poveri, rimasti senza cibo e medicine», spiega Jheimmy Naizzir Velázquez, direttrice del Centro migranti di Maicao, creato dalla Pastorale sociale di Riohacha. È l’unica struttura di questo tipo nella Guajira. La regione è divenuta, nell’ultimo anno, snodo emergente, dopo la saturazione del tradizionale corridoio del Santander. Nel 2016, l’ufficio migratorio ha registrato una media di 88 arrivi al giorno, ora sono 150. «E stiamo parlando solo di entrate legali. Dobbiamo triplicare tale cifra se includiamo le trochas». Purtroppo i «nuovi venuti» si ritrovano catapultati nella regione più povera della Colombia. A competere con i locali, in una furibonda lotta fra disperati, per i lavori più umili e malpagati. «Credono che noi stiamo meglio, perché il peso vale sette volte il bolivar. Ma qui i prezzi sono molto più alti e, a differenza loro, non abbiamo acqua e luce a prezzo politico – dice Karina, domestica a ore, marito disoccupato e cinque figli –. La mia famiglia, come tanti da queste parti, non sopravvivrebbe senza il bachaqueo . Le autorità dei due Paesi lo sanno e lasciano fare. È una valvola di sfogo. E conviene a tutti. Soprattutto alle mafie».

 

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ZIMBABWE    

Chi è Mugabe: un brillante riformista accecato dalla sete di potere di Giulio Albanese

Avvenire - 16 novembre 2017  

       

  

L’ultranovantenne Robert Mugabe è un personaggio, nel contesto del vasto areopago politico africano, sul quale necessariamente s’impone – per gli storici ma non solo – un sano discernimento. Come succede spesso quando la leadership del despota di turno viene rovesciata, sarebbe troppo facile stigmatizzarne i limiti, le omissioni, le mancanze, i peccati e ogni genere di vessazione perpetrati, nel suo caso, nello Zimbabwe post-apartheid.

Certamente, nella seconda parte della sua vita, egli è stato l’emblema del “presidente-padrone”, crudele e violento. Ma attenzione: non è sempre stato così, essendo stato capace d’incarnare, a modo suo, i più svariati ideali, ostentando peraltro un’indole carismatica fuori dal comune. Questo esponente di spicco dell’etnia bantu shona zezuru nacque ufficialmente (stando al registro dei battesimi) il 21 febbraio del 1924, nei pressi della missione cattolica di Kutama, allora affidata alla guida pastorale della Compagnia di Gesù. 

 

Pare certo che da giovanissimo si fosse distinto per il suo zelo nei confronti del cattolicesimo. Sta di fatto che la sua condotta di vita, per quanto concerne la vita coniugale, fu segnata da una fedeltà integerrima nei confronti della sua prima moglie, di nazionalità ivoriana, Sarah Francesca Hayfron Mugabe, benvoluta dal popolo dello Zimbabwe e scomparsa prematuramente nel 1992. Se è vero che egli fu un insegnante modello per un ventennio, nel tempo abbracciò diverse ideologie, dal marxismo al leninismo, combattendo contro il regime segregazionista di Ian Smith. Nel 1949, grazie a una borsa di studio frequentò l’università sudafricana di Fort-Hare, dove si laureò in scienze politiche, entrando in contatto con esponenti del comunismo afro-antisegregazionista e dell’indipendentismo indiano. Ne scaturì una militanza che costò a Mugabe dieci anni di prigione trascorsi fra il 1964 e il 1974 nelle patrie galere.

In questi anni di cattività ottenne due diplomi di laurea per corrispondenza, a cui se ne aggiunsero altri quattro. Nel 1994 venne nominato Knight Commander dell’Order of the British Empire, onorificenza successivamente revocata. Salito al potere il 18 aprile 1980, dopo 20 anni di lotta politica quasi sempre clandestina, quando cioè venne proclamata ufficialmente la Repubblica dello Zimbabwe sulle ceneri dell’ex Rhodesia, (prima come primo ministro e dal 1987 come presidente), Mugabe, inizialmente, fece bene dimostrando di possedere una visione politica, un pragmatismo e una prudenza non comuni.

Sebbene manifestasse grandi simpatie per Mao Zedong, riuscì a conquistare la simpatia degli ex coloni, auspicando una riconciliazione tra afro e bianchi dopo una sanguinosa guerra civile costata la vita ad oltre 30mila persone di cui il 90% autoctone. Nei primi anni di presidenza, dunque, si rivelò capace di affermare un governo all’insegna del buon senso, investendo energie nella scolarizzazione del popolazione e in generale nel welfare. Lo Zimbabwe – è bene rammentarlo – nei primi quindici anni della sua presidenza era il paese africano col più alto tasso di alfabetizzazione, 85 per cento circa degli adulti.

Purtroppo, alla fine degli anni ’90, la sete insaziabile di potere lo portò a mantenere il comando del Paese con ogni mezzo, fino a ridurre in povertà la stragrande maggioranza della popolazione, polverizzando il reddito nominale procapite, che ormai è un infinitesimo di quello che il Paese un tempo poteva vantare. Non è un caso che l’arcivescovo anglicano e Premio Nobel per la Pace Desmond Tutu, a proposito della sua determinazione nel non abdicare e soffocare ogni genere di dissidenza, abbia dichiarato in più circostanze che, «se si fosse ritirato negli anni ’90, oggi sarebbe molto rispettato. Ma pare proprio che non sia capace di andarsene dignitosamente ». Per non parlare, poi, del suo storico avversario, leader dell’opposizione ed ex sindacalista, Morgan Tsvangirai, più volte aggredito e minacciato di morte, il quale lo ha definito senza mezzi termini «squallido esempio del despota pazzoide che tiene in scacco un intero Paese».

Una cosa è certa, come dicono gli anziani della sua etnia di matrice bantu: «Non ha saputo invecchiare». Continuando a salutare i suoi sostenitori a pugno chiuso e chiamando Politburo il comitato centrale del suo partito unico, Mugabe ha fallito miseramente, come dimostra l’imposizione con la violenza di una disastrosa riforma agraria, che ha dato le terre ai reduci della guerra di liberazione quasi azzerando la produzione agricola. Mentre scriviamo, è giunta la notizia che la sua seconda moglie è fuggita in Namibia e lui si trova agli arresti domiciliari. La storia di Mugabe richiama alla mente una massima del poeta Walt Whitman, secondo cui la parola democrazia «è una grande parola, la cui storia non è ancora stata scritta, perché quella storia deve ancora essere messa in atto».  

 

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