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Rivarol 2006

 
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Individuo

E’ quel numero che designa una coordinata funzionale nello spazio unidimensionale del nostro tempo. Se vi fosse realmente un’individualità ci troveremmo di fronte ad una scandalosa inutilità. Bataille parla della “spesa”, e questa autentica essenza dell’individuale appartiene a pieno titolo alla costellazione dell’osceno. L’individuo, infatti, non serve a nulla. Egli è la difesa dell’inutilizzabile laddove l’utile è una prescrizione ontologica. Spettrale.

 

Anima

Preparato chimico altamente volatile ed infiammabile.

Lasciare sul fondo e non agitare.

 

Lavoro

Un’idiozia organizzata. La nostra attuale competenza tecnica, che potrebbe finalmente liberare l’umanità dal giogo del lavoro, costituisce senz’altro la più grave minaccia sociale mai apparsa, poiché riempirebbe le strade di idioti sfaccendati. Così, tale preoccupante eventualità, è sistematicamente rimossa, e all’autonomia dello strumento tecnico non resta che disumanizzare il mondo privandoci della bellezza e del piacere di vivere. Il lavoro è dunque un impianto ideologico destinato a perpetuare se stesso e a diffondere il cretinismo, impiegandolo (non a caso la nostra repubblica è fondata sul lavoro). Il lavoratore non ha più quel fascino inquietante che emerge dalle pagine di Junger perché il sistema tecnico diventando onnipresente si è banalizzato come un campo di soia. La trasformazione dell’individuo in coordinata funzionale ha ormai reso impossibile circoscrivere il campo lavorativo separandolo dal resto delle possibili attività umane e, forse, non si lavora mai tanto come quando non si lavora. “Lavorare o non essere…”: questo è l’amletico dilemma dei moderni.

 

Psicoanalisi

Nata in un mondo, benché in crisi, ancora intriso di umanesimo, è diventata senza rendersene conto una tecnica funzionale di socializzazione, e perciò uno degli strumenti più efficaci e meritori di smantellamento del soggetto. Alla vulgata psicoanalitica dobbiamo poi l’accecante ipertrofia della dimensione privata, paradossalmente accompagnata al suo totale appiattimento, e infine distruzione, in virtù di meschine combinazioni di causa-effetto.

Il sapere psicoanalitico, certo suo malgrado, ha agito come un acido corrosivo sulle resistenze e le incongruenze del soggetto, rendendolo liscio come un ciottolo e pronto all’uso.

E’ l’ennesima dimostrazione di come un’invenzione geniale possa prendere derive raccapriccianti.

 

Danaro

Esiste il complesso del danaro, e pare abbia origine con la rimozione ed il rapporto irrisolto con le feci. I grandi capitalisti accumulano merda, in buona sostanza ( il piano qui è naturalmente simbolico) ed è il loro modo di negare la fragilità del corpo, di ottenere il riconoscimento o la stima di cui hanno assoluto bisogno, e di manipolare i loro simili. La cosa tragica (o buffa, se spostiamo l’angolazione) è che tutta questa faccenda scatologica ed escrementizia abbia finito per essere identificata con la razionalità. Nulla infatti sembra più razionale del calcolo economico… ma questa scimmia nevrotica ha un repertorio inesauribile di trovate.

 

Turista

Uno spettro si aggira per il mondo ed è il turista, aberrazione ormai vitale per la sopravvivenza di un esotico ridotto a sottoproletariato. Il turismo è una lodevole attività di ridistribuzione del capitale che può assumere molteplici forme: dall’avventura solitaria a scopo sessuale al viaggio organizzato dal circolo della cosiddetta terza età (generalmente un assalto impudico alle città d’arte). Vi è però un denominatore comune che permette di distillare l’essenza più pura del turismo, cioè uno spaesamento controllato. Si tratti di esaurire freneticamente il “pacchetto” delle attività previste o di coincidere con l’apparato neurovegetativo ( due cartoline del: “Noi eravamo qui”), qualsiasi intoppo all’oliato meccanismo è una perdita di tempo e qualsiasi evento ingestibile una sciagura. Il turista difatti deve poter ritrovare il proprio mondo simbolico nello scenario più inconsueto e ravvisare nella bizzarria esotica una pittoresca mancanza di buon senso. Egli si è mosso con la pretesa di trovare delle conferme all’ordine immutabile e naturale dei propri significati, facendo buona scorta di immagini e prodotti locali. La cosa tragica è che a lungo andare egli finirà per costruire un mondo a sua immagine e somiglianza trovandovi proprio ciò che cerca. Se siete turisti l’unica cosa augurabile è che il vostro bungalow sia travolto da un tifone e che siate costretti a riparare dall’abitante, oppure che la vostra nave da crociera sia impossibilitata ad attraccare per una quarantena a bordo... avrete forse allora la fortuna di fare un’esperienza.

 

Amicizia

Freud ne parla come uno dei travestimenti di Eros. E’, tale il suo omologo amore, un’etichetta che le persone applicano alle situazioni più svariate: amici sono i membri di un’associazione per delinquere o l’intimità quasi fraterna di due anime. Il mio suggerimento, come sempre, è quello di rimuovere l’etichetta, annusare, morderci dentro e vedere se è commestibile.

 

Televisione

Organismo parassitario dalla rapida evoluzione (pensate ai pochi decenni intercorsi dall’innocuo Televisor Pygmaeus Daltonico Bicanalis ai pericolosi discendenti ultrapiatti al plasma)  in grado di digerire, metabolizzare e assemblare “creativamente” qualsiasi cosa. Questo stomaco catodico possiede invisibili tentacoli fotonici che raggiungono senza fatica le più recondite e delicate aree cerebrali della sventurata preda, provocando soprattutto tra gli inermi e i deboli, devastazioni di imprecisabile gravità. Esiste ancora (per quanto tempo?) un interruttore per disattivarlo, ma per ciò farsi è necessario contrastare un fenomeno ipnotico di media intensità.

 

Dio

Il più geniale clown che io abbia la sensazione di non conoscere. Mi occupo di Dio facendone continuamente a meno. Nulla da spartire con l’ateismo, s’intende. Spinoza e Kierkegaard si danno felicemente la mano nel mio rutilante circo interiore.

 

Giustizia

Trabocchetto metafisico. Il vivente e la giustizia come potrebbero essere compatibili? Non a caso la legge porta fregiata sul suo corpo la massima: “Io sono uguale per tutti”, allo scopo di ricordarci che tutto il resto è disuguale.

 

Alienazione

Ha una lunga e prestigiosa tradizione filosofica. Un borghese tedesco, barbuto e scontento del mondo, recupera questo termine neutro dalle cartacce del servo di corte e buffone metafisico Hegel, connotandolo negativamente.

L’obliterazione della natura umana nel lavoro e nella merce è la denuncia ingenua e commovente di un umanista. Oggi l’alienazione è un’anticaglia concettuale che è molto dannoso riesumare perché può convincere gli sprovveduti che in noi si celi qualche buona natura da recuperare, una volta rimossa la fuliggine del tempo ed altre innominabili incrostazioni.

 

Impiegato

Forma deietta e umanoide di coscienza, ha un’anima e un’esistenza assolutamente gregarie. Gli impiegati si “riaggiornano”, si augurano un buon “week-end” e hanno orrore di tutto ciò che è oscuro ed enigmatico. E’ forse per questa ragione che, non ponendosi mai domande se non relative alla stretta utilità di ciò che fanno, possono essere appunto “impiegati” tanto in un servizio postale quanto in un apparato burocratico per lo sterminio di massa.

Purché non subisca le angherie di un superiore o non venga ignominiosamente isolato dai suoi simili, l’impiegato può godere una tiepida felicità (“una vogliuzza per il giorno, una per la notte”) e qualora riesca a convolare a nozze con un collega, anche un appagante e morbido rispecchiamento. Qualche volta l’impiegato incontra l’assurdo, ma allora metabolizzare questa tragedia sarà paradossalmente tanto più facile quanto più si tratta di un fatto spettacolare: del monoposto atterrato nell’ufficio decapitando il vicino di scrivania, o dell’onda anomala che ha inghiottito il turista del terzo piano si può parlare a lungo in mensa, dato che ne hanno diffusamente blaterato i giornali, soffermandosi su tutti i dettagli macabri. L’impiegato che dovesse nutrire il germoglio dell’assurdo nella terra della più prosaica e provinciale quotidianità, non sarebbe più un impiegato ma un Bernardo Soares.

 

Ragione

E se imporre la ragione fosse il modo più efficace per evocare i mostri?

 

Chat

Nella chat l’identità è segno, e quest’ultimo esiste solo in quanto codice riconosciuto, ripetizione di schemi linguistici o frasi fatte. La simbologia a cui lo pseudodialogo di questi slogan identitari rimanda, è tanto più “reale” quanto più è di pubblico dominio. La “non conoscenza” contenuta nella logorrea che disegna lo spazio dell’agorà virtuale trova qui un volano strabiliante e si riproduce come un tumore. L’idiozia linguistica è davvero l’unico soggetto della lavagna virtuale (mondo asfittico e tautologico dal quale è rimosso il corpo e con esso ogni scintilla di alterità) i nick povere appendici del discorso o, meglio, di quella proliferazione infetta di frammenti che ne è la parodia.

 

Morte

Vorrei incontrare solo persone per cui la morte non fosse un’idea (fissa o intermittente), ma il crogiolo in cui versano il metallo incandescente della loro vita.

 

Famiglia

Verrebbe da salmodiare: “Chi ricorda Cooper, Laing, l’antipsichiatria, Crosby Stills Nash & Young?”. Non basta dire che quest’istituzione è patogena, bisogna anche riconoscerle il merito di poter costituire un formidabile baluardo contro dimensioni sociali più malate e perniciose della propria (per esempio l’azienda). Nucleo basilare della convivenza, la famiglia mostra allo stadio embrionale i rapporti di potere e il disconoscimento reciproco.

 

Potere

Il potere è tutto ciò che parla.

Nessuno possiede il potere più di quanto possieda il linguaggio.  Posso accendere un fiammifero senz’altro scopo che osservarne esteticamente il bagliore o giocare con le parole quasi fossero cubi da costruzione, resta il fatto  che appena abbandono il solipsismo sono catapultato nella fitta rete dei rapporti di potere. In uno spazio esistenziale il potere definisce le innumerevoli coordinate alle quali finiremo per appartenere.

Se distinguiamo il potere dalla potenza, lo facciamo così come distingueremmo l’autorità dall’autorevolezza. Non è per nulla la vecchia solfa umanistica delle buone o cattive intenzioni, ma una questione fenomenologica. Quanto spazio rimanga alla potenza contro il potere non è affare di decisioni, ma dipende dallo stato di salute della nostra metafisica e della nostra prassi all’interno delle quali le decisioni nascono.

 

Civiltà

La proliferazione dei segni è la malattia del simbolo, ma nello scrigno sepolto del simbolo non c’è la verità: solo uno specchio che si limita a restituirci l’immagine che è la nostra (domanda sul senso, paura, disillusione…). Qui abbiamo la faccia che ci meritiamo.

Tu cosa vedi?

 

Arte

Accedere ai cosiddetti capolavori artistici dovrebbe implicare un lungo e faticoso percorso da iniziati. Le file interminabili all’ingresso dei musei, delle sale da concerto, le folle che si riversano nei teatri o nei cinema sono lo spettacolo patetico di un equivoco immondo. Si ritiene che chiunque possa contemplare un’opera d’arte e così facendo si dimentica che lo spettatore è uno dei creatori dell’opera in questione, e che più bruti concorreranno a crearla peggiore sarà il risultato.

Capolavori come la “Mona Lisa del Giocondo” o la “Nona di Beethoven” (se la spartirono l’Unione Sovietica e la Germania nazionalsocialista facendone la partitura più schizofrenica della storia, pronta per arancia meccanica) simili capolavori, dicevo, sono entrati nell’immaginario collettivo e hanno toccato dei vertici di mostruosità impensabili. A nulla servirebbe farli sparire dal mondo… il loro fantasma, sedimentato nella storia come un fossile nella roccia, ci perseguiterebbe ancora per generazioni. Sarebbe auspicabile che l’unico spettatore di un’opera d’arte fosse un artista, intendendo con questo termine un individuo che, anche se sprovvisto di tecnica o di uno specifico talento, avesse fatto l’apprendistato spirituale necessario a non confondere l’Essere con l’ente.

 

Essere

Tutto ciò che, benché possa generare qualcosa di limitato e misurabile (ente) non coincide mai con gli enti.

 

Tecnica

La catastrofe c’è già stata.

Non ci sono più fini di là dai mezzi. Solo un mezzo che aumenta a dismisura la sua potenza. Siamo tutti dei sopravvissuti, naufraghi su un atollo radioattivo.

 

Integrazione

Rifiutato l’essenzialismo astratto e idealistico ci accorgiamo che identità, diritti e doveri nascono da una specifica coordinata di riconoscimento sociale. Poiché farsi riconoscere è necessario ma non sufficiente ad essere “riconosciuti” ed, inoltre, il riconoscimento può benissimo risolversi in un equivoco ovvero rivelarsi parziale e strumentale, vuoi per incapacità vuoi per malafede dell’aspirante al riconoscimento o del riconoscente o di entrambi; e tenendo in debita considerazione il fatto non trascurabile che, anche ove si effettui un riconoscimento, in gioco vi sono pur sempre asimmetrie e squilibri di potere tali, che la dinamica dell’acculturazione non è mai scevra da componenti violente e cogenti… blablablà.

“Ma… chi sono questi?... Non capisco una parola di quello che dicono…”

 

Natura

La natura è ostile.

Non conosco nessuno che possa sopravvivere con le sole leggi di natura. Essa è indifferente all’individuo: lo getta, lo sfianca, lo macella.

 

Capitale

Vorrei alludere qui al “capitale d’immagine” poiché, con tutte le cartelle che ha riempito il barbuto (a cui si accenna in alienazione), ne abbiamo abbastanza. Eppure, un filo rosso ci sarebbe… se la semplice apparizione di un volto, di un quarto di carne scelta o di un’etichetta è sufficiente a produrre valore, allora la profetizzata smaterializzazione del capitale contenuta nella voluminosa opera di Marx (Karl non Groucho) si è rivelata corretta. Il valore d’uso è stato completamente assorbito nel valore di scambio, e si capisce che quest’ultimo, in quanto mero guscio simbolico, possa essere riempito con qualsiasi cosa.

Perciò, se la tua faccia è un packaging qualsiasi, potrà anche assomigliare ad un culo, ma da cui usciranno uova d’oro.

 

Critica

Parafrasando Breton, ed aggiornandolo: “La critica sarà totale o non sarà”.

 

Politico

Le sue nobili origini si perdono irrimediabilmente nella notte dei tempi, finendo per assomigliare ad un mostro mitologico. Occuparsi del bene pubblico è una lodevole intenzione che contrasta con tutte le conoscenze più acclarate che possediamo sull’umanità. Inoltre il bene di tutti in generale non è quello di nessuno in particolare e certamente non il mio bene, come direbbe Stirner. Era fatale che nello “spettacolare diffuso” la politica diventasse un prodotto e il politico una sorta di contenitore chiassoso di fumo, di vampiro buffonesco, di stomachevole saltimbanco del circo mediatico. Il professionista della politica è implicato (“Nessuno può governare senza colpe” notava St.-Just) nelle più sordide conseguenze dello sviluppo organico del potere, flirta con l’orrore, l’abisso e la feccia burocratica. Eppure nulla sembra essere più nauseabondo dell’attuale deriva antipolitica o apolitica dei politici. Ridatemi il parlamento grigio e composto, le tribune noiose e tecniche, le polveri di latinità che scivolano dalle bocche sabbiose come da clessidre rotte, le sagome anonime che sfiorano i muri dei lunghi e cupi corridoi di palazzo… tutto, ma non questo teatrino dei burattini isterico e invadente in cui, per di più, non si distingue nemmeno Pantalone da Pulcinella.

 

Informatica

Il trionfo di Aristotele (quante affinità avrebbe scoperto tra le sue categorie e il linguaggio java?). Questo stupefacente raddoppiamento del mondo in una forma tanto efficace e malleabile da simulare l’atto divino è già in grado di plasmare l’immaginario come creta, e di fare dei guru dell’informatica i prìncipi della profezia autoavverantesi. La convergenza digitale prepara miracolosi sviluppi e mutazioni antropologiche. Detto questo, e lasciando a Pierre H. Lévy il suo ottimismo, lo strumento in questione, ove non incontri un raffinato spirito critico imbevuto delle più elevate conquiste della riflessione umana, è in grado di affossare definitivamente l’intelligenza. Se a questa minaccia si combinano le teorie dell’emergenza del processo intellettivo nei sistemi artificiali ed i risultati stupefacenti del connubio tra silicio e materia organica, gli scenari più inquietanti prospettati dalla fantascienza (alla Philip Dick, tanto per intenderci) sono in procinto di piombarci addosso.

 

Verità

La verità non è una forma. La parola è una forma, e la parola veritiera allude all’informe. La verità è la vita.

 

Reale

Ho incontrato il reale in un’assenza.

Assenza non di ciò che potrebbe essere qui essendo altrove, ma di ciò che è irrimediabilmente presente come assenza. Tutto converge in questo punto che si fa sfondo per infinita indeterminatezza… né cosa, né concetto (immagine di Blanchot) ombra neppure, piuttosto raggio oscuro che incontrando l’oggetto non è accolto o proiettato ma è già perso in quanto perenne sottrazione, pura negatività.

Il reale, ovvero l’immobilità incessante del movimento.

 

Il pane e la Musa

Nell’uso il linguaggio non si pensa mai, non cura se stesso, per rassicurarsi nel mondo e permettere l’azione giustificata.

Il linguaggio poetico arriva a non designare nulla e, così sgravato dal peso dei referenti, il lirismo può sollevarlo alla realtà.

 

Artaudiana 1

La perimetralità difensiva dell’io cede sotto la pressione dell’esperienza mistica, ma la sua dissoluzione promette un Altro dovizioso e salvifico così come minaccia un’amputazione ed una perdita irrimediabili. Si trattava di distinguere l’immagine che accresce la consapevolezza e la ricchezza del soggetto dal simulacro spossessatore, gravido di morte e pronto all’annientamento dello stesso. Non potevi farcela Antonin.

 

Pigri

I lazzaroni, i pigri, gli oziosi, gli oppiomani e gli Oblomov d’ogni sorta sono i grandi e misconosciuti benefattori dell’umanità.

Refrattari ai fanatismi, insensibili alle vampate di bestiale furore religioso alla San Paolo, indifferenti al potere, alle conquiste, alla fondazione degli imperi e al possesso troppo faticoso di qualunque cosa, essi non si sono mai fatti arruolare dalla Storia per i Suoi fini sanguinosi e futili.

L’aristocrazia dello spirito è sopravvissuta ai furori nichilisti dei moderni, benché sia una manifestazione di sensibilità superiore molto rara ed avversata in quasi ogni tempo.

Oggi è praticamente estinta, invischiati come siamo nella repellente e micidiale melassa democratico-ugualitaria che secerne questo tempo mediocre: perfetto paravento ideologico che alimenta enormi disuguaglianze materiali.

 

Epitaffio

Un buon epitaffio?

Era perfetto per ciò che ignorava.

 

Sesso

Questo genere di appetito non può essere in nessun caso affrontato per ciò che è. La ragione è semplice: sulla sessualità e sul corpo la nostra sciagurata cultura ha imbastito una tale mole di sovrastrutture e di concrezioni fobiche da rendere impossibile la sua auspicata banalizzazione. Lungi da me, tuttavia, invocare una presunta naturalità o facilità nella suddetta sfera; ben al contrario si tratta di moltiplicare le perversioni e le contorsioni ludiche contro tutti gli imperativi della liberazione.

Non so perché ma quest’ultima frase ha qualcosa di gesuitico…

 

Sistema

Il sistema non esiste, ovvero la totalità degli accadimenti ne fa parte, è il periéchon, e dunque, direbbe Wittgenstein, esso non può essere oggetto del pensiero. I sistemi furono una deliziosa perdita di tempo che non possiamo più permetterci. Inutile accusare un qualsiasi maitre à (de)penser contemporaneo della mancanza di sistematicità: anche voi avete il respiro affannoso e l’aria persa nella metropolitana, mentre cercate invano di combinare in un disegno unitario i pezzi sparsi della vostra vita, no?

 

Errori

E’ un minuscolo quanto diffuso errore, dall’esito incalcolabile, il pensare che grandi avvenimenti debbano avere un’origine necessaria in grandi cause.

 

Crimini

E’ puerile ed insufficiente denunciare come la concentrazione e la proprietà privata di ingenti ricchezze siano già la testimonianza di un degrado etico. Questo non per la difficoltà obiettiva di separare necessario e superfluo, fortuna privata e ricaduta pubblica della stessa, ma piuttosto perché la ricchezza rappresenta un valore di riconoscimento astratto e generalizzato. Essa è forza anonima di attrazione e di consenso, ed espressione di una efficacia tanto attiva sul mondo quanto neutra riguardo al suo statuto nel mondo.

Il solo processo di astrazione del valore è un crimine.

 

Epistemologia

Lo sviluppo del metodo scientifico e la sua correlazione esclusiva con la “verità” è responsabile dell’annullamento delle esperienze extra-metodiche di verità e della creazione di una coscienza estetica parallela al reale, ma senza alcun legame con esso. Ecco l’arte trasformata da finissimo strumento d’indagine e rilevatore di senso in morfina, mentre la scienza abbandonata alla routine di quello che Kuhn chiamava il paradigma normale misconosce la genesi delle grandi teorie.

Nell’ “artefatto” risiede la verità possibile per noi. Ponte tra una materia inaccessibile e una trascendenza equivoca, l’azione che non rinnega la sua ombra, come la parola ambigua e la rivoluzione scientifica, richiedono un sapere artistico.

 

Ad un passante

Consideriamo gli sconosciuti in un modo curiosamente contraddittorio. Diamo loro troppa importanza e, al tempo stesso, nessuna: immagini sulla retina alle quali prestiamo con difficoltà una vita densa o reale quanto la nostra e idoli misteriosi, protetti da una terribile distanza che solo lo sforzo o l’occasione possono colmare.

 

Fascismo

Difesa estremitica del grande capitale.

 

Libertà

La capacità effettiva di mutare le regole del gioco sembra oggi inversamente proporzionale alla vastità di quello spazio illusorio che ci concediamo, e nel quale possiamo fare “ciò che ci pare”. Dove sono gli altri, la disciplina, la responsabilità?

La “libertà”, intesa solo come orticciolo che arresta i suoi confini ove inizia la “proprietà” altrui, sospende e raggela la natura dinamica, relazionale, viva, dell’esercizio di libertà. La libertà è un atto non un decreto; un fare che incontra necessariamente l’altro e con l’altro si scontra, non una contemplazione del proprio angolino di pace; un esercizio perenne non una conquista infilata in una teca come un trofeo. E’ la radice vitale della libertà che il borghese liberale dissecca con la staticità delle sue metafore e il rivoluzionario cristallizza in un’escatologia o nel recupero mitico di un’età dell’oro. Lo spazio del “libero”, del rivoltoso, è spazio di movimento (si confonde con esso) non luogo di conservazione, in quanto relazione è dominio dell’incalcolabile e del non misurabile; dimensione di esercizio trascendentale, non certo deposito di preziosità per contabili.

 

Uomo

L'uomo è l'unico animale che per essere se stesso deve fornire una giustificazione.

 

Corpi oggi

Un corpo da sognare, plasmare, pulire, esibire, affinare, purificare, controllare, conquistare, fuggire, armonizzare, perfezionare, assecondare, scoprire, adorare, emendare: un corpo finalmente ad immagine e somiglianza di una... immagine.

 

Morale

La relatività dei valori morali è la necessaria conseguenza del loro carattere di compromesso, di negoziazione, e questo nel seno di una comunità particolare in un preciso frangente spazio-temporale. Al tempo stesso, questa intima natura di contingenza è ciò che bisogna occultare affinché l’autorità della morale possa esercitarsi. Generati nel tempo i valori pretendono all’eternità sottoforma di principi misconosciuti nell’oscurantismo del passato e di fulgide evidenze in un futuro salvifico. Se il contenuto morale fosse “essenziale” non vi sarebbe alcun bisogno di difenderlo né, tanto meno, di discuterlo ma l’inversione metafisica che ravvisa nell’eterno la fonte dell’autorità e del valore priva una morale siffatta di qualsiasi autorevolezza.

Una “scienza della morale” ne parlerebbe come di un organismo in perenne dialettica con il suo ecosistema culturale, ma l’arretratezza spirituale in cui viviamo è palese quando, ancora oggi, il sapere in materia di etica è demandato alla benevolenza patetica e un po’ nostalgica degli uomini di chiesa.

 

Azione

Introdursi al mistero dell’agire. C’è nell’azione un abbandono che non ha nulla della passività. Come un viaggio nella corrente di cui si debba avvertire la direzione, lavorando per comprenderne il flusso ed assecondarlo.

 

Redenzione

L’umanità redenta? La scomparsa del morbo di Alzheimer, trasformatosi in stato fisiologico dell’encefalo normale.

 

Spettacolo

Al centro dell’attività psichica vi è l’immagine. Pensare significa rappresentare, generare immagini e servirsene. La “società dello spettacolo”, strumento per la diffusione ideologica della totalità del parziale, è soprattutto un sistema di produzione di immagini nel duplice senso  che: da un lato, si rivolge direttamente al bagaglio di rappresentazioni dell’ inconscio (cioè è un fenomeno di suggestione di massa e di sfruttamento dell’automatismo psichico), dall’altro si comporta come un’inesauribile riserva di mitologie con cui alimenta continuamente l’immaginario collettivo, attraverso la seduzione di forme preconfezionate che sostituiscono una reale esperienza di vita (di necessità lunga, incerta, faticosa) inibendo la stessa facoltà creativa del pensiero. Suggestione e formule convivono nel delirio onirico dello spettatore con il risultato di  diffondere consenso e di smussare l’apparato critico che è l’ ostacolo maggiore allo sviluppo del folle sistema di produzione e consumo autoreferenziale in cui ci troviamo.

Intendiamoci, la suggestione spettacolare non ha nulla d'eclatante. Nessun fenomeno di invasamento poiché l’ignoranza media della natura dell’ontologico è più che sufficiente ad alimentarla. La naturalizzazione di alcune pratiche, mai indagate come formule discorsive e testimonianza di automatismi del pensiero, è fatalmente messa a profitto dal sistema spettacolo. Quest’ultimo, nella misura in cui coincide con lo stato della metafisica, non è in alcun modo un apparato esterno, codificato, psicologicamente connotato, di oppressione (con tali presupposti la sua scomparsa sarebbe immediata), bensì è il contesto ideologico a partire dal quale traggono senso i problemi, le risposte, le dialettiche contemporanee. Al di fuori di questo contesto vi è non-senso. Naturalmente un presupposto critico smaschera la natura ideologica di tale contesto, ravvisando in esso contenuti precisi e precisi meccanismi che lo caratterizzano in quanto pseudototalità auto-occultantesi. Lo spettacolo corrode come un acido le grandi ideologie del volontarismo e l’etica ottocentesca, crea un vuoto pneumatico che occupa in modo dittatoriale e plebiscitario, nel quale suggerisce che si possa vivere, pensare e gioire sradicati ed immemori.

 

Follia

La follia è la logica implacabile di un universo chiuso, l’epoché impossibile per una separatezza che persino un’intera cultura può alimentare.

 

Società

La nostra è una società “liquida”. Voglio dire che tutto quanto possiede densità e peso, un qualche coefficiente d’esistenza, tende fatalmente ad inabissarsi, a scomparire e a giacere, relitto invisibile, nel fondo oscuro di questa fossa culturale e simbolica. Al contrario ogni inezia e leggera inconsistenza galleggia oscena ed ammiccante sulla superficie: si mostra, si esibisce e dà prova di sé attraverso un’espansione incontrollata e fagocitante. Quanto più un fenomeno sociale appare quanto meno possiede densità ontologica: ecco un metro quasi infallibile di giudizio antropologico. Qui lo scarto, il minimo, l’invisibile sono gli ultimi ricettacoli del prezioso, della bellezza e del semplice. Tuttavia, non ne consegue alcuna idealizzazione del discreto e alcuna demonizzazione dell’appariscente. Ciò che si nasconde e ciò che si mostra sono i presupposti di un’indagine, non le sue conclusioni.

 

a.a.a.

L’attuale amministrazione americana è la prova dell’inesistenza di un “disegno intelligente” nella creazione.

 

Pudore

Un pudore squisito percorre la “infanzia berlinese” di Benjamin, e da quelle pagine si leva un’essenza... come il profumo di violette e fiori secchi da un vecchio baule pieno di pizzi e lenzuola ricamate.

Si direbbe che la sete di estraniazione e di fiaba sia oggi più viva che mai, seppure totalmente recuperata, avvilita e semplificata dall’industria dello spettacolo. Il bisogno si è mantenuto inalterato (o accresciuto dalla penuria) ma il pudore, materia troppo volatile, è evaporato per lasciare il posto ad una invadente e chiassosa volgarità, all’esibizione immonda e cadaverica del privato: creatura notturna che sotto una pioggia di luce perisce annichilita.

 

No answer

Tutta questa ragnatela di parole che gli uomini si tessono addosso: case o prigioni per l'anima, piccolo insediamento di fuochi nella Siberia del cosmo.

 

Sud

Aspettando la notte

con l’assedio paziente e schiumoso del mare,

l’effluvio aspro di piante aromatiche

abbarbicate alle rovine d’una civiltà estinta:

grandezza improbabile come un sogno d'Icaro,

architettura di gesso accoltellata di luce.

 

A Giordano Bruno

Immaginando il divino perfetto e conchiuso in sé, non si capisce come possa abbisognare di qualunque cosa e, tanto meno, di questa mortale insufficienza umana. Imperturbabile onniscienza, che tutto ignora del nostro batticuore, è l’Eterno che non concepisce il tempo perché in esso non vive.

Dio non è neppure “sparpagliato” ovunque, ma è coscienza dell’acqua perché acqua, dell’attesa perché attesa esso stesso, mutato in ditale come nella prosa di Rilke; non prigioniero di un filo d’inchiostro o di un alito di vento perché liquido, nero e vorticoso. Osceno come tutto ciò che sboccia al sole o rimane nell’ombra è lui medesimo questa luce e quell’ oscurità.

 

Democrazia

La democrazia non esiste perché non è compatibile con il diritto di proprietà illimitata. Esiste invece un trabocchetto metafisico con questa etichetta.

 

Corpo non mente

La realtà sconvolgente e sempre misteriosa del corpo con le sue certezze viscerali, le sue evidenze sanguigne, i suoi desideri assoluti, semplici e perentori che esigono soddisfazione o morte.

 

A Bachelard

Ragione assoluta e reale assoluto sono due concetti filosoficamente inutili” (Gaston Bachelard).

Saggia affermazione poiché, contrariamente a ciò che pensano gli empiristi, avvicinarsi alla realtà in modo neutro è un pernicioso autoinganno, che in nulla si differenzia dall’atteggiamento speculare della filosofia “idealista”. In Bachelard la conoscenza è storica, e l’opinione non è contrapposta alla verità per il suo contenuto ma per l’attitudine che le è propria di non consentire che si formi alcuna smentita possibile. Tuttavia, che: “La filosofia debba essere istruita dalla scienza” è accettabile purché gli ordini di problemi che affrontano rimangano separati ed esse, in quanto entrambe prodotto dell’uomo, abbiano in comune un atteggiamento di apertura, coessenziale alla posizione del soggetto che conosce.

La dialettica negativa di Adorno richiama da vicino l’impostazione filosofica di Bachelard, infatti se “il razionale non è il reale” allora il pensiero non può permettersi in alcun modo di violare il reale per farlo rientrare nei suoi schemi. La ragion critica (scoprire che ciò che è, è sempre più di se stesso) mi piace quanto più, allontanandosi dal concetto, si avvicina ad un’attitudine. 

 

Descartes e il pendolo

Il reale essendo incontrato, in ultima analisi, attraverso un atto di coscienza non potremmo negare a quest’ultimo uno statuto di realtà senza gravemente compromettere il reale stesso, ed anzi al cogito si dovrà conferire carattere di fondamento. Eppure la coscienza può conoscere solo attraverso un movimento, un’oscillazione, cioè solo a condizione di non replicarsi; parimenti essa necessita della permanenza e dell’insolubilità del suo oggetto, della possibilità di ritornarvi direttamente o attraverso il ricordo. Il movimento del cogito ed il permanere dell’oggetto, ovvero la dialettica di tempo ed essere, sono la condizione dell’atto del conoscere che si rivela, dunque, essenzialmente un esercizio di relazione temporalmente e affettivamente connotato. E’ l’intenzione husserliana.

La vita del pensiero è l’intenzione, non l’ “idea”, che ne è la versione metafisicamente corrotta. L’intenzione è, infatti, perenne movimento, trascendenza che si lega nel tempo ad oggetti finiti; essa si realizza nella storia ed attraverso la dialettica di ciò che permane e di ciò che muta, allorché l’idea è una dogmatica, arbitraria ed antistorica identificazione dell’atto creativo con la cosa, in una parola: irreale. Nel trionfo dell’idea si può misurare il grado di sonnolenza degli individui, la vastità delle scenografie oniriche in cui trascorrono l’intera loro esistenza, l’inganno di un attivismo che non muove nulla.

 

Tossine

Nichilismo ed astrazione sono i figli legittimi delle idee.

Qualsiasi contenuto simbolico a cui sia conferito un valore senza che si combini con una coscienza viva, senza che si trasformi attraverso un’assimilazione “organica” in una masticazione del pensato, in un gesto irripetibile, è una tossina per la vita.

 

Vendetta di Eros

Si sperimenta la sofferenza amorosa senza indagarne la natura. Le persone amano  a “condizione” e dunque, fatalmente, le condizioni entreranno in conflitto con l’Amore, che è ciò che opera incondizionatamente: poiché l’oggetto d’Amore è tale solo nella differenza assoluta.

Sempre l’amore condizionato entrerà in conflitto con le sue stesse condizioni.

 

Nostalgia medioevale o inquietudine anteica

La bellezza è minacciata d’estinzione. No, non proprio la bellezza… l’irraggiungibile. Più nulla possiede una lunare scostanza.

Più precisamente l’ineffabile, ecco: il senso dell’ineffabile è quasi scomparso. Può restare l’intuizione d’una perdita, come la vaga impressione che qualcosa manchi, nient’altro.

Spettatori di una minuscola apocalisse, o ruote nel meccanismo implacabile che annienta il mistero? Alcuni hanno la sensazione che il vuoto si allarghi... anzi, che lo spazio si restringa e che manchi l’ossigeno. Si direbbe che sia sempre più difficile muoversi, respirare, mentre si può fare quasi ogni cosa. Non ci sono limiti, eppure si soffoca. Insufficiente chiamarla noia, una nausea è già troppo.[1994]

 

Ritratto dell'artista da giovane

Sospesa tra il clamore della terra e la muta indifferenza del cielo è la mia nuvola ora insanguinata ora pallida, bizzarra creatura del caso che il tempo disfa e sfilaccia inesorabilmente. Artista senz’arte, mistico senza Dio, profeta senza folla, sono come un morto che si specchia o un pazzo che la coscienza matrigna perseguita, privato ancora del liquore della follia e del dolce oblio di sé.[1988]

Quanta fatica per smettere di guardarti l’ombelico, piccolo blasé che aspettavi la vita.

 

Esercizi

Osservare il flusso variopinto ed anonimo di una folla è un’ottima medicina contro la sovranità dispotica dell’io. Immaginare che la densa complessità delle vite che sfilano, come una processione di ombre cinesi, non è inferiore alla nostra ci richiede uno sforzo notevole, ed è la misura di quanto la coscienza resista a questa benefica dissoluzione.

L’ego: escrescenza solidificata, boriosa ed effimera di una molteplicità eternamente fluida.

 

Foucault

Ha il grande merito di averci svelato quanto coefficiente di sapere si nasconde lì dove non si sarebbe mai andati a cercarlo. Nell’indagine minuziosa dei segni e dei gesti che non entreranno mai a far parte dei testimoni di un’epoca si ritrova (come agli albori) il momento embrionale in cui il discorso istituisce le sue separazioni e le sue pratiche… dunque celebra il suo atto fondativo. Pagliuzze d’oro nella roccia monumentale della civiltà.

 

La logica crudele della sensazione

La sensazione è il residuo estremo della vita cosciente. Molecola autosufficiente e refrattaria alla combinazione narrativa, essa è la verità dell’esistere: assurda, autoritaria, ingiustificabile. Irretiti, ci difendiamo dalla sensazione con l’ultimo baluardo di una ragione sbandata. Sciagura all’uomo che figga gli occhi nel volto di questa Medusa e si voti al suo culto... perché, allora, egli s’aggirerà come uno straniero nella delicata architettura delle storie umane: tra il mito, il sogno e la scienza; estraneo ai suoi simili e all’universo intero come solo una catastrofe pensante può esserlo.

 

Quarto d'ora di celebrità

Potete sintonizzarvi con l’inconscio collettivo. Non smette mai di calcare la scena, di dare spettacolo e di convogliare nella sua pubblica corte dei miracoli fenomeni da baraccone, disquisizioni sul nulla, orrori imbellettati, tragedie del banale, pezzi di carne scelta... offritegli la vostra intimità prostituita: le sarà conferito lo statuto divino della merce. [1993] 

 

Dongiovannismo spirituale

La maggioranza conosce i propri bisogni sotto forma di risposte trovate o non ancora trovate (non ha alcuna importanza), ma ignora affatto la natura essenziale del desiderio. La trascendenza, questo nucleo intoccabile, e perciò permanente, che è così arduo difendere perché così arduo riconoscere, prende la forma volgare di idilli amorosi o di furori mondani. Vivere, allora, significa scongiurare una mancanza, riempire un vuoto e trovare soddisfazione un passo alla volta. L’atto giusto è quello che colma, non essendo nulla proprio ciò che lo rende possibile, vale a dire l’incolmabile. Non si vede che i passi sono anche stati già tutti compiuti, e non si scorge ciò che, essendo al riparo dalle insidie della risposta, permette il domandare. E’ questo nucleo di “vuota pienezza” il solo che possa costruire una scelta. Si deve necessariamente passare attraverso l’abisso del desiderio per realizzare la contingenza storica di una vita e per morire, alfine. Evitando il rischio dello sfondo  “innominabile” le scelte sono irriflesse, l’etica si degrada nella contingenza della morale comune, ricoprendo come uno smalto il nulla dell’ego.

 

Nausea

Sono incapace di esprimere la profonda ripugnanza e il disgusto quasi fisico che mi ispira lo spettacolo della Storia: trionfo della violenza e dell’imbecillità. Nulla autorizza a credere che il percorso sfociato nelle conquiste della “civiltà” e nell’affrancamento dalla miseria fosse l’unico possibile, anzi esso è probabilmente il peggior modo in cui l’umanità operosa potesse colonizzare il pianeta. La penuria che soggiace all’accumulo inarrestabile di beni non si palesa tanto nella progressiva proletarizzazione del mondo, nel saccheggio delle risorse, nella distruzione degli habitat, nell’estinzione delle culture, nella povertà materiale che affiora sempre più impudica in seno alla stessa società del benessere, ma risiede soprattutto nell’impoverimento metafisico dell’occidente: causa ed effetto di una storia totalizzante.

 

Plastic people

Il nostro tempo, apologia epocale dei divi e degli dei in vera plastica, corrisponde alla polluzione planetaria di uomini qualunque, di identità precarie con un passato banale in una scenografia anonima. Se essere persona significa creare un tempo proprio per dare forma al proprio tempo, allora tutto è favorito nel nostro paradiso di paccottiglia... fuorché essere persone.[1994]

 

Beckett, abbastanza

La matematica dell’assurdo, l’asintoto dell’insensato.

Amplessi come copulazioni di insetti, vite che imputridiscono ad infinitum, parole inutili vomitate nonostante tutto, un disfacimento banale e discreto in un mondo di polvere e di mucchi di sabbia. Ma cos’è l’assurdo? Forse tutto ciò che la nostra salutare prospettiva esclude, o meglio non concepisce, perché è l’ombra che le cose formano quando sono illuminate da un raggio di consapevolezza.

Sei una perla ruzzolata in un tombino. La minuscola e grigia distesa di relitti giace insabbiata nella semioscurità. L’insufficienza della luce tramuta la tua delicata sfera madreperlacea in una banalità lattescente. Accanto, una monetina corrosa dal verderame lampeggia istantanea mentre si consuma l’agonia di un fiammifero. Non accade nulla in questo purgatorio minore. Raramente qualche vischiosa corazza mulina nel limo le zampe e le antenne, allora piccoli solchi e spintoni vivaci sconvolgono la fragile geometria di questo luogo sotterraneo. Infine tutto si placa e la vita riprende immobile la sua degradante paralisi.

 

Detto e non detto

"Dire" non significa in alcun modo strappare una parola al silenzio.

Si tratta piuttosto di imporre, con assoluta precisione, lo spazio dei propri silenzi ad un mormorio incessante.

E dietro a tutto questo: l'urlo, il gemito, il rantolo.

 

Blog

Epidemia di pallido ceronettismo.

Molto, molto pallido.

Chi ha “scritto” che per scrivere si debba avere talento, perizia osservativa, un abbozzo di interiorità (senza il quale il resto del mondo è invisibile) ?

Ti invito nel mio bagno per un “cantando sotto la doccia”, per una petizione di principio, perché la diroccata fortezza del linguaggio che credo mio si affolli di fantasmini, fugando la solitudine. Potremmo, con l’ausilio di già moribondi neologismi (creature mostruose come bloggato o linkato) iniziare un furioso balletto di convenevoli (grazie per la visita, prego… tipo la famosa vignetta di Bonvicini) o principiare un’arroventata polemica che la polisemia incoraggia (con 2400 commenti, per scoprirci  affratellati dal pensiero unico). Dopo un’indigesta carrellata sui tuoi foruncoli o sui miei amletismi suggerirei a tutti, me compreso, una visita alle grotte di Lascaux.

 

Automobile

Essere privi di questa nefandezza dell’ingegneria non equivale semplicemente a mancare di un mezzo di mobilità privato (ricordiamo che la moltiplicazione inconsiderata delle mobilità può sfociare nella paralisi completa), ma coincide con una condanna senza appello all’esclusione dall’umano consorzio, poiché il motore a scoppio ha implicato prodigiose modifiche antropologiche, ridisegnando lividamente l’orizzonte di  “non senso” dell’uomo contemporaneo. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti, e si rivelano particolarmente intollerabili per quella sottospecie umana chiamata pedone. Come di un tale germoglio tecnico dell’orrore si sia riusciti a fare il simbolo della libertà, nonché un oggetto del desiderio, testimonia del numero sbalorditivo dei cretini.

Lo sfinimento interiore e la disillusione sulle sorti dello sviluppo che un Emil Cioran ha raggiunto in una vita, si possono ottenere rapidamente disponendosi lungo l’arteria trafficata di una grande città.

P.S. Questo scritto mi varrà la nomina a membro onorario a vita della minoranza perseguitata dell’Erinaceus Europaeus.

 

Heideggerism

Il filosofo ha impiegato una buona parte delle sue energie a disinnescare gli sviluppi soggettivistici che “Sein und Zeit” pareva contenere. Egli ci dice che il rapporto tra l’Essere e l’Esserci è quello per cui l’Essere necessita dell’uomo per manifestarsi ma, come giustamente nota Lowith, niente fa supporre che l’esistenziale che noi siamo debba essere il veicolo della eventualizzazione dello Spirito. Ancora meno lo è un linguaggio più di un altro: così nascono le grandi miserie della filosofia come la "centralità del destino del popolo tedesco" o aberranti similarità. L'Essere inteso come ventura è una storicizzazione aliena al pensiero greco. Questo “farsi custodi di qualcosa che verrà” dimentica che l’Essere non si è mai mosso.

 

Lacrime di coccodrillo

Le geremiadi sulla presunta scomparsa dei valori sono il falso problema che occulta la frammentarietà del vissuto e il soffocamento istituzionale della persona (entità folle perché refrattaria alla categoria dell’utile).

La morale comune è perfettamente compatibile con le esistenze corrotte dalla metafisica e dalla corsa al vano godimento di piaceri parziali, attraverso lo sfilacciamento del desiderio dietro al miraggio della merce. La stessa morale è frantumata in etiche specifiche, complice di un orrore sul quale scorre senza lasciare tracce, ma solo il gorgoglio dei suoi mulinelli di retorica.

 

Format brain.exe

Più cresce e si perfeziona il livello tecnologico più aumenta l’incompetenza, lo spettacolo pietoso della nostra nudità impotente e paurosa. L’esito sarà catastrofico: un accozzame di idioti circondati da macchine perfette.

 

Saggio

Saggio è colui che giunge a dubitare del dubbio, dopo un percorso più lungo e faticoso di quello che hanno fatto i suoi simili in cerca della certezza.

 

Morbidi confessionali 

Non si tratta di ricercare la causa di un comportamento e, una volta trovata, di offrirla al paziente affinché ne tragga giovamento (con tutte le precauzioni che il riaffiorare dell’abissale implica), quanto piuttosto di fornire gli strumenti per architettare un senso accettabile. L’aiuto analitico è una “dotazione di senso” (per me no, grazie) non una matematica delle cause e degli effetti, un’ermeneutica terapeutica, non un’operazione di congegni mentali. Ammesso che l’individuo venga tratto in salvo sulla barchetta del nosce te ipsum, che cosa ne farà del grande mare della follia che lo circonda? La nauseabonda psicologia dell’io ha già previsto la risposta: conoscere se stessi non è importante quanto sapersi adattare. Trovo di gran lunga più interessante la magia.

Penso alla psicoanalisi come ad una teologia laica che avrebbe sostituito a Dio la divina razionalità dell’inconscio. Il paziente è confrontato ad una grammatica che, lungi dall’ ammettere l’ineffabile, il casuale e l’insensato, è il dominio certo di uno specialista. Il terapeuta è il mediatore tra il luogo mondano in cui il paziente deietto si consuma e la divinità del suo vero essere, come il prete è il tramite tra il peccatore e lo spirito santo. 

 

Strutturalismo e ammoniti

Dissolvere l’uomo nelle determinanti strutturali è la solita spettrale procedura da larva filosofica. Se è vero che gli strutturalisti ridono della dialettica hegeliana, del marxismo hanno cooptato il materialismo storico (vedi Althusser) ma non certo l’indignazione di Marx per delle esistenze ridotte a merce.

Peccato, però, che indignarsi non significhi automaticamente ragionare. Quando il marxismo ha perso, e ciò è avvenuto subito, il suo impatto unitario per divenire critica di una specializzazione (ad esempio: l’economia politica) è finito tra le anticaglie del pensiero diviso, ovvero dell’unico pensiero consentito al cosiddetto soggetto alienato del capitalismo.

 

Heideggerism 2

Il linguaggio come opera creativa e stabile dimora è uno "Scilla e Cardiddi" del pensiero di Heidegger. Farsi interpellare dal linguaggio è una posizione ambigua nella misura in cui io uso anche ciò che si mostra. Lui, poi, maneggia il linguaggio con fine perizia che mal si concilia con l'evidenza apodittica dello stesso.

 

Maschi

Sono semplici e noiosi. Una donna stupida, quantomeno, possiede sempre un residuo di perversione che può renderla interessante.

 

Una buona minestra avrà una formula chimica elegante?

L’intuizione di Bergson non è affatto uno spiritualismo dittatoriale, come potrebbe essere quello di un Croce (una tragedia tutta italiana, responsabile della supponenza tipica di filosofi e umanisti nei riguardi del più dignitoso regno della misura esatta). L’indagine scientifica che matematizza e spazializza il reale crea la forma stessa di una peculiare serie di fatti tutt’altro che irrilevanti o fasulli. Quello che il filosofo dell’Evolution créatrice (non a caso un matematico) auspica è l’integrazione della dimensione non spaziale della coscienza con quell’attività costitutiva e necessaria dell’umano che è il conseguimento razionale di una teoretica e di una prassi sul reale. Una conoscenza e una manipolazione del mondo da parte dell’uomo che ne rivelano la sua natura essenzialmente tecnica.

 

La trappola

Aver accettato l’autonomia del valore della moneta e delle merci rispetto a quello dei segni e dei simboli umani (una grande impresa della modernità) è stato, né più né meno, la fine del nostro valore.

 

"Je est un autre"

Che equivoco è diventata la conoscenza di sé: piccola metastasi platonica  dell’autenticità interiore. Non c’è alcun segreto da custodire, da svelare o nascondere nel piccolo forziere dell’io, e nessun santuario dell’interiorità da arredare con le idee di proprio gusto. Io sono la mia apertura, la mia necessaria e brutale esposizione al mondo che non cessa di costruirmi e di costituirmi in maniera multiforme, ambigua, casuale, assurda. Potendo sostare quieto tra silenziose dune o dovendo muovermi agile in un’intricata foresta di occhi e lamiere io avrò due anime.

 

Il segreto della Fenice

Non si è vivi dopo una nascita ma dopo una rinascita.

Questo presuppone una morte.

 

Visionario mitteleuropeo

Nella “Persuasione e la RettoricaMichaelstaeder denuncia l’illusoria codificazione borghese del mondo per restituire all’uomo la sua natura di viva potenzialità. Quest’ultimo trova il suo compimento proprio in ciò che lo cancellerebbe (la metafora del peso che, cadendo nello spazio come l’uomo nel tempo, tende infinitamente verso il basso ed in tale irresolutezza si definisce). L’angoscia che caratterizza la ricerca della persuasione, la varietà intesa come penuria (omologo della “distrazione” heideggeriana), sono accompagnate da una stupefacente polemica epistemologica in cui la verità è spuria perché sempre contaminata dalla posizione dell’osservatore e si traduce in movimento, rilettura, ricreazione del mondo. Con l’offensiva alla pretesa neutralità del metalinguaggio scientifico, il giovane poeta abbandona senza equivoci la piccola Italia della speculazione filosofica. [1995]

 

Le temps d'une madeleine

Malgrado alcuni fugaci attimi di piacere possano germogliare ai margini e nelle crepe della nostra seria esistenza di adulti, mai potremmo rivivere il dolce ed incosciente abbandono dell’infanzia, la sua straordinaria capacità di rendere assoluto ogni istante, la gioia che ignora il tempo ed il malinconico labirinto delle sue illusioni. Dove trovare intatte le infinite sere d’estate, i mondi immaginari e le giravolte sui pendii erbosi? Quello era un mondo in cui qualche tardivo figlio dei fiori girava ancora l’Europa in “maggiolino”, mentre un cinico figlio della rivoluzione armava la sua mano. Noi, con la saggezza e la furia dei nostri pochi anni, facevamo a meno della storia e conoscevamo ancora l’arte leggera di inventare un gioco.

 

Lungo o ristretto, è il solito veleno

Quanta ingenuità nella critica che attacca il capitale come sistema produttivo, quando è invece una metafisica: l’annullamento della dialettica in uno spazio unidimensionale, uno spettacolo totale con un potere inaudito di riciclaggio e metabolizzazione delle contraddizioni che esso stesso genera.

Al di là del suo lato grottesco e fanfarone, l’attuale situazione politica italiana è il paradigma dell’onnipresenza del codice e del simulacro [Baudrillard], in cui lo spazio alternativo è un fantasma per l’occupazione totalitaria di tutti i settori del sociale (informazione, divertimento, consumo, gestione della cosa pubblica…).

La dottrina del socialismo reale, in quanto critica localizzata, codificata, storicamente determinata, è stata di fatto un sistema di segni totalmente recuperato dal capitale. Questo capitalismo “concentrato” (così lo chiama Debord, già nel 1967), che non ha potuto evitare la bancarotta e il soffocamento sistematico delle libertà individuali, è stato preda di quello “diffuso” cioè del nostro, che se ne è servito come di uno spauracchio per simulare una dialettica e uno scontro di forze sulla cosiddetta scena politica. Nero di seppia, prodotto allo scopo di occultare le mille metamorfosi dell’idra capitalista, oggi attualizzata nella teoria della minaccia diffusa e permanente (per la mobilitazione assoluta) in cui, dietro le forze pseudocompetitive del terrorismo e dell’ antiterrorismo, si profilano già la completa intercambiabilità dei segni e l’onnipresenza del finanziario.

 

Ideologia in salsa mimetica

Il nostro universo simbolico “globale” è intimamente violento e disumano perché fondato sulla separazione, mentre il processo del discriminare dovrebbe avvenire sullo sfondo di un’unità, di un olismo impronunciabile e necessario (fratellanza di uomini nel mistero del mondo). Il totalitarismo è il nome del progetto politico riferito all’unità, è la legge umana con i parametri del sacro; ma esso è anche, soprattutto, il dominio occulto del parziale o la riproduzione ideologica e automatica della scissione.

Questa forma del totalitarismo è quella che oggi, paradossalmente, si chiama “liberalismo”.

 

"Albero centenario si abbatte su comitiva di sordomuti..."

Se proprio volete riconoscere una personalità al Divino, come può sfuggirvi il Suo talento sadico?

 

L'anti-Rousseau [a Paolina]

Quanti si appellano alla bontà dello "stato di natura" mostrano quanto rozza sia la trama della loro anima. Che cosa, infatti, vi è di giusto nella vita organica, nella sua misura inumana, nella fecondità idiota e crudele di cui ci fornisce continuamente prova?

 

Ammirazione di Giotto

L'arte che mi commuove scompare quando l’umano divinizzato compare.

 

The show must go on

L’attuale livello di crescita del capitale è assicurato dalla disparità fisiologica dei regimi di vita sul pianeta. A fronte di un’élite che partecipa al processo produttivo anche attraverso il lavoro del consumo e della fruizione contemplativa degli spettacoli, si crea una riserva immensa di sottoproletariato terzomondista che incarna una manodopera ideale (bassi costi, nessuna copertura sociale) essendo, al contempo, una terra vergine per le future colonizzazioni del mercato. Così assistiamo a scenari apocalittici, in cui l’autoctona modalità di sopravvivenza di un’area, già depressa dalla trionfale marcia dello sviluppo e della sua razionalità irragionevole, è interamente cancellata ed una economia di sfruttamento intensivo delle risorse viene totalmente a sostituirla come un corpo estraneo. L’area in questione passa, ad esempio, da un sistema complesso di pluricolture, con il suo indotto di ricchezze simboliche (rapporto inscindibile tra la prassi esistenziale e i significati condivisi da una collettività), ad una monocoltura oppure ad una produzione industriale: regime dapprima imposto e poi, con l’oblio delle antiche tecniche e dei valori di un mondo scomparso, divenuto necessario. Nel tessuto sociale completamente distrutto gli attori si trovano isolati; la trascorsa diversificazione dei ruoli lascia il posto alla moderna dialettica di disoccupato e lavoratore; i nuovi emarginati lambiscono un proletariato miserabile ma non pertanto esonerato dal consumo delle inutilità mercificate, accorse come livide iene sulle rovine di un mondo. [1995]

 

"I frutti puri impazziscono"

Una spaventosa debolezza partorisce i “valori” della maggior parte degli uomini; che senso di smarrimento e di solitudine si cela dietro il fronte compatto di un'associazione qualunque. Per librarsi nella purezza, il pensiero annega il mondo nel liquame mentre la metafisica aleggia, velenosa espirazione dell’animale inetto per natura ed ostinatamente nemico della sua stessa essenza. Una malattia verga il copione nauseabondo della Storia, al solo fine di negare all’uomo la salute nell’imperfezione.

 

Artaudiana 2

Non è più il tempo di una magia aleatoria, di una poesia che non è sostenuta dalla scienza.” Artaud ha scritto così, in un tempo titanico, il manifesto estetico del presente.

 

"La sposa meccanica"

E’ in atto una totale ricostruzione del mondo: una sua traduzione in numero, alfine di manipolarlo. Una gigantesca pitagorizzazione che ha perso di vista l’interrogativo sul bisogno e sul senso. Un immenso cantiere ci difende dall’angoscia del silenzio e dalla nostra essenza di parassiti della creazione.

 

Genesi

Per ogni insufficienza vitale nasce una legge, per ogni paura nasce un credo.

 

Genesi 2

Il pudore ha incontrato la morte, non la morale.

 

Terrorismo

Il terrore che alimenta la paranoia, l’accecante scompiglio spettacolare, la già rivoltante smania di sicurezza è la forma moderna, capillare ed inafferrabile dello stato di guerra. Al vecchio ed ingenuo epiteto di “nemico” si è sostituito quello di “terrorista” con tutto il suo corredo giustificatorio, buono per qualsiasi aggressione imperialista.

L’orrore, come sempre, appare in filigrana nelle parole; mentre alla stessa violenta idiozia linguistica appartiene la cosiddetta “guerra preventiva”.

 

Crisi alchemica

La mia passione per l’estremo è, mi rendo conto, paradossalmente una sollecitudine per la forma. Senza la ricerca di percorsi estremi, con la protezione di Artemide, non è possibile indagare il limite e, attraverso questo ritaglio “in negativo”, compiere l’opera della propria vita.

Lungo sentieri battuti non si trovano regole che ci appartengano.

 

Da un finto frammento del IV secolo A.C.

Le parole si contraddicono, ma non vi è una cosa che contraddica un’altra.

 

Particelle elementari di narrazione

La scrittura della modernità: elaborazione particolareggiata di una nevrosi eccellente. Percezione, esiziale per l’atto, di un costitutivo vuoto dell’essere. Denuncia impudica di una mancanza ontologica. Piccolo onanismo da calamaio. Lutto perpetuamente esibito e mai concluso. Passatempo estremo dei refusi dell’esistenza, inetti al vivere, commedianti con ipertrofia di coscienza ed altri fallimenti.

 

Arte, uomini e topi

Nel racconto “Josephine la cantanteKafka dipinge magistralmente tutta l’ambiguità dell’opera d’arte, tutta la fragile potenza che il mistero artistico sprigiona, il suo carattere di aperta finzione, di gioco, d’artificio separato dallo scherzo o dall’espressione casuale ed irragionata da una sottilissima frontiera. E' l’abisso che, in virtù dell’intelligenza e della creazione di un senso forse un giorno condiviso da una moltitudine, separa definitivamente l’arte dalla natura e dalla sua impersonale, cieca grandezza.

 

Piccola storia ignobile del libero arbitrio

Ai tempi in cui il divino era davvero onnipotente non esisteva il libero arbitrio. L’individualità, come siamo stati educati a pensarla, è nata rosicchiando lo strapotere della divinità. Un bel giorno, l’uomo possiede la sorprendente facoltà di creare ex nihilo ma, per salvare capra e cavoli, la sua è una libertà condizionata, e il dio fa finta di non vedere le carte che il mortale ha in mano. Le cose si complicano quando la casta sacerdotale inventa il concetto di colpa (e implicitamente anche quello di merito) legandolo a doppio filo all’individualità. Il risultato è strabiliante: “La colpa è il cattivo uso della libertà (sic!) che hai avuto in gentile concessione dal divino”.

Così immaginiamo Caino prima del crimine, ad un bivio, domandarsi: “Lo faccio o non lo faccio?”. Ridicolo. E se Caino non avesse potuto fare a meno di uccidere Abele? Non è più assurdo della nostra incapacità di accettare la responsabilità senza i concetti di libero arbitrio e di colpa.

 

Sondaggi

Non sa. Non risponde.

I sondaggi, anche se inutili, non sono mai innocenti. Un certo modo di porre la domanda può pilotare la vostra risposta, e di quest’ultima ignorate l’uso che ne verrà fatto.

Non sa. Non risponde.

 

Q:Are we not men?

La massa non è la comunità. Per costruire una massa è necessaria la creazione dell’idiota (derivazione irrelata di egualitarismi moderni), cioè del soggetto mistificato che, potendosi pensare estraneo  alle relazioni, semplicemente si annulla in un improbabile spazio  di libertà e di scelta totali. Come ha mostrato efficacemente Louis Dumont, la massa non rappresenta forme risorgenti di olismo sociale ma, al contrario, un esempio del delirio individualista e solitario che si afferma con la costruzione coatta di pseudocollettività.

La comunità degli idioti, formata da sradicati e smemoratezze varie, è essenzialmente servile:  gregge consacrato da una religione storica, oppure moltitudine complementare al delirio di onnipotenza del più solo e spregiudicato fra tutti, del profeta di turno.

Aggiungete a questo l’efficacia tecnica ed avrete il nostro ventesimo secolo.

 

Femme fatale

Non siamo realmente in grado di assumere la finitezza della nostra stessa esistenza. Per verificarlo è appena sufficiente osservare la curiosa facilità con la quale ammettiamo l’ecatombe quotidiana di un’umanità sconosciuta; il nostro stupore e la nostra incredulità di fronte alla scomparsa di una conoscenza occasionale; lo sdegno e la rabbia per quel intollerabile tradimento che è la perdita di un affetto. Affinché la morte si conquisti uno spazio reale nella nostra mente dovremmo aver già capitolato al suo freddo ed invincibile assedio con tutta la nostra carne.

 

Elogio del nomadismo

Non siamo tenuti ad essere folli, surrealisti o bizzarri ma ad essere perennemente in cammino tra la normalità e la follia; a confondere e mescolare le posizioni: nomadi del senso. Non saremo i pazzi di oggi e i potenti di domani; stanchi di profeti e profezie non abbiamo alcun interesse per l’escatologia. Non siamo “contro” e non siamo disillusi, non siamo una mina pronta ad esplodere e non siamo presentabili. Al di là della simulazione, coscienti sino all’incoscienza, inafferrabili come le particelle della fisica quantistica, siamo un movimento in un sistema di condizioni, o forse invece un nodo di stasi in un flusso incondizionato.

 

La perfida assenza

Foucault ci mostra magistralmente che la sessualità nella nostra cultura non è mai stata rimossa, ben al contrario è stata detta, prodotta e resa produttiva; ma egli non spinge il suo discorso sino a (d)enunciare il potere, il suo carattere di simulacro. Il potere si fraziona (è un passo avanti rispetto alla teoria ingenua della dominazione) ma non perde pertanto la sua pienezza, la sua presenza, la sua oscurità lineare e densa. Il micropotere chiama alla microguerriglia, e la “realtà” del primo (la seduzione, il vuoto con il quale si presenta) rimane inspiegata. Riconoscere che il re è nudo non si fa tentando di svestirlo. Il potere gioca a far credere che c’è, conduce a sé tramite il suo quoziente di assenza, e a nulla serve diluirlo giusto un po’.

 

Polemos, mon amour

Nulla di più pericoloso che crescere nel cono d’ombra protettivo e malsano del diritto garantito. Il diritto come norma è più evanescente di un’illusione ottica, e quando d’improvviso la sua ariosa presenza si dilegua, un popolo di bianche larve è, per la prima volta, esposto pavido e indifeso alla violenza della luce. Nulla è più facile allora che calpestare queste molli animucce o vederle morire spontaneamente sotto la crudele intemperie degli elementi. Il diritto non può che essere partecipazione quotidiana, esercizio di singolarità forgiate nella vitale officina dello scontro… questa è la sua unica garanzia di efficacia e di sopravvivenza.

 

Parole d'ombra

Quello che chiamiamo controllo è un mito. L’incontro con la “forma” è l’apparizione del daimon. Compiendo l’atto sacrilego nel tentativo di ingabbiare il demone cadiamo preda dei miraggi della forma (i soli che si lascino imprigionare) mentre il potenziale di creatività e sapere di cui disporremmo amando il dio terribile, si tramuta per noi in distruzione. Il controllo autentico è la disciplina che ci permette di volere il demone libero, di vincere la paura della sua vicinanza, di lasciare a lui la guida riservandoci la tranquilla padronanza del nostro respiro.

Il controllo non è ciò che vince l’Oscuro mettendolo in fuga ma ciò che, non sospendendo mai il riconoscimento della sua presenza, dialoga con lui.[2001]

 

La mia foto dei fratelli Wright

Volare, per i pionieri del volo, era inscindibile dal rischio di sfracellarsi al suolo. Ora si possono compiere le più audaci traversate aeree senza la minima trepidazione. Il tentativo di far scomparire persino il senso del rischio pare il suggello dei tempi moderni.

E così il rischio aumenta... discretamente.

 

Pena capitale

Sono senz’altro favorevole alla pena capitale per crimini efferati.

A due condizioni.

La prima è che l’esecuzione avvenga entro e non oltre dodici ore dalla sentenza.

La seconda è che venga materialmente eseguita da un affetto prossimo della vittima, mediante un coltellaccio da cucina, sul colpevole immobilizzato. E’ il peso capitale della responsabilità (nessun posto in prima fila per assistere, da spettatori ben ripagati, al laido numero della morte di Stato).

Ove si dimostri che il condannato era innocente il medesimo meccanismo si può ripetere contro il giudice e l’esecutore materiale della sentenza. 

 

Segreto

Finché siamo ben disposti a sopportare un’altra dose di insopportabile, la nostra vita non è in pericolo.

 

Un sorso di Lete

L’ignoranza e l’oblio sono necessari alla nostra esistenza quanto l’ossigeno. In che modo potremmo infatti tollerare le sole sofferenze dell’umanità, o l’immane peso delle umiliazioni e delle disillusioni di una vita?

Da un Cristo mi aspetterei almeno il segreto della smemoratezza, una sorta di oppio spirituale.

 

Vuoto a perdere

Oggi, per sfuggire all’omologazione e alla scomparsa dell’ intimità con se stessi ci vuole un talento non comune. Questa è la condizione necessaria ma non sufficiente, poiché il talento è utilizzabile e “previsto” bisogna perseverare anche nella follia di mantenersi individui, di non essere cioè utili a nulla.
Il mio talento coinciderà con l’arte di restare inutile.

 

Parole

L'eccessiva ed invadente insufficienza delle parole...

 

La tara

L’idealismo, la malattia costitutiva del nostro linguaggio, è per noi quasi una tara genetica.[1991]

 

L'intellettuale

Patetica vestale dell’idea, ineffabile adoratore del potere di turno, onorevole figlio del simulacro.

Il mio intelletto sanguina: è un intelletto osceno. [1991]

 

L'ideologia invisibile

L’irrealismo delle notizie che i telegiornali propinano non risiede assolutamente nella scelta parziale, nel montaggio furbo, in un presunto taglio ideologico di sorta... bensì nella maniera, assai meno plateale, in cui la tragedia farsesca della realtà è presentata: sotto forma di “servizi”; il reale è in pezzetti scelti, a volte succulenti a volte nauseabondi, ma assolutamente identici in quanto frammenti che sembrano non rinviare l’uno all’altro. La follia globale dello spettacolo è occultata in questo carosello di universi minuscoli e mutilati; il senso di inesplicabile e fazioso autismo dei colpi d’occhio sull’attualità si accentua ancora quando una storia patetica è intercalata ad un incubo sanguinoso oppure ad una chicca frivola, senza soluzione di continuità. Questa disciplina quotidiana alla rinuncia del senso e del pensiero offre allo sguardo ipnotizzato e alla sensibilità drogata di spettatori passivi il caos multicolore degli avvenimenti, “gadgets” disposti alla rinfusa sugli scaffali della terra per essere rapidamente consumati e i resti gettati nell’immondezzaio delle chiacchiere d’ieri. Sarebbe un errore ritenere che un trattamento simile delle notizie sia semplicemente un adeguamento delle immagini al mondo contemporaneo, in cui l’ordito narrativo delle grandi ideologie è scomparso per lasciare il posto ad un presente variegato, discontinuo e fruibile.

Proprio la parcellizzazione è una copertura ideologica che impedisce di percepire l’unificazione “spettacolare” delle pratiche a scala planetaria, allo stesso modo che ne è una conseguenza. Solo un discorso unitario può denunciare una violenza così strutturata, pervasiva e consequenziale. Tale violenza non è altro che il trionfo della metafisica dell’ occidente, il suo debordare su tutte le latitudini, con la tecnologia in prima linea. Ma se lo spettacolo è la forma dominante della metafisica (“il mondo divenuto favola” di cui parla Nietzsche) allora la responsabilità ha un grado di diffusione estremo che rende inefficace qualsiasi attacco diretto al sistema spettacolare. La più banale delle relazioni chiama in causa i presupposti della metafisica (il giudizio, la volontà, la libertà, l’identità...) ed, in quanto rimettere in causa tutto ciò non sembra possibile, la partecipazione al potere mitologico risulta tanto effettiva e massificata da realizzare di fatto l’unica forma di democrazia perfetta. Reintegrare il “senso” nel contesto della modernità, operazione intesa a contrastare l’eterno presente dello spettacolo, non può che risolversi in un debole e difensivo anacronismo se non interiorizza un’idea di temporalità totalmente svincolata dai principi escatologici del cristianesimo. Questo è “l’eterno racchiuso nell’istante” vaticinato da Zarathustra, il cui senso non si trova in un compimento futuro ma nel godimento autentico dell’attimo. Il pericolo di questa posizione è di condurre ad un’amoralità estetica, assai vicina al gusto postmoderno. Si deve assumerla con la consapevolezza che il presente porta in sé la sua ombra, che il superamento dei valori è già un confronto con la tradizione, che non cancella l’irriducibile mistero e la pesantezza dei corpi, infine che l’appropriazione dell’Essere richiede (unico rimedio all’ inconsistenza spettacolare) la tenace intimità di un lavoro infinito. La costruzione interiore, êthos aperto per eccellenza, non è mai un fatto concluso né contempla una modificazione immediata della società, benché si riveli profondamente relazionale. Sarebbe insensato tradurre un percorso del genere in una teorica: questa infatti è l’arte e la fatica di vivere da cui scaturisce un tipo di sensibilità logica, creazione e ricreazione continua nell’esercizio del limite. [1995] 

 

Il mostro

Nulla mi sembra più effimero di un motivo concreto.

 

"I pugni in tasca"

La mia strana “disperazione”. Non perché non riesca a trovare un senso, ma perché non posso eliminarlo del tutto.[1989]

 

L'esule ignoto

Voi credete che questa società abbia bandito lo spirito per esaltare la materia? Non fatevi ingannare: questo corpo opaco, meschino, volgare, esibito, invadente è il prodotto di una metafisica più vigorosa che mai; questa carne morta è figlia di un’idea asfittica che pervade ogni cosa.

 

Metastasi

Semplicemente, il Dio del “dovere” di Kant cede sotto la pressione della schiera innumerevole delle divinità che ci prospetta Max Scheler. Un’etica delle essenze “valoriali” contro un’etica dell’ essenza “formale” non mi par altro che un immane contenzioso fra spettri. La sua “intuizione sentimentale” ha la stessa universalità e necessità dei valori che crede di cogliere, ma un valore non esiste né astraendolo dagli oggetti né come essenza poiché è frutto unicamente dell’interrogativo di un’esistenza.

Quanto all’intuizione è evidentemente un esistenziale e dunque, se ha un valore, esso risiede proprio nel carattere di coerente particolarità e finitezza che lo contraddistingue. Il fatto che Scheler capovolga l’ordine gerarchico della morale classica non impedisce per nulla che egli consideri ad esempio l’Utilità come “valida in se stessa”, allorché l’Utilità non è nulla al di fuori di un contesto che stabilisca nel medesimo tempo per chi e in che modo l’utile si realizza. Abbiamo moltiplicato l’ipostasi, dato corpo ai valori affinché le idee vivessero di vita propria incuranti dei mortali, senza riflettere che affrancarci dalla determinazione vitale (pur di non assumere la responsabilità che la nostra autonomia esistenziale avrebbe comportato) è equivalso a capitolare di fronte agli imperativi dello spirito.

 

Esercizi di Simulazione del Ricordo

Sono stato pellegrino con Pierre Loti a Gerusalemme al tramonto del diciannovesimo secolo, appoggiato al parapetto ho visto comparire New York nel 1940 dalla stessa affollata imbarcazione su cui era Man Ray, ed eccomi sulla spiaggia dove si arena la dolce vita…

L’esistenza nel ricordare è una materia omogenea: leggera, variopinta, ineffabile come la stoffa dei sogni… solo l’attimo presente ha un’incomparabile vividezza che trascorre tuttavia, rapida come un battito d’ali. Ciò che ho realmente vissuto è una convenzione stipulata con me stesso, così potrei simulare il   brivido della vita autentica in qualsiasi ricordo, confondere vissuto ed immaginario poiché sono essenzialmente indistinguibili e solo la perenne agonia del presente è reale.

 

"Lire 26.900"

Il marketing come tecnica di lavaggio delle menti? Non scherziamo, non facciamo di un topo un elefante… Un degrado metafisico è come una guerra mondiale, come una tragedia planetaria in cui ci sono ottime possibilità di farsi un piccolo gruzzolo o un’immane fortuna. Vogliamo accusare la pratica dello sciacallaggio di essere l’origine del male? Come se la “società dello spettacolo” potesse essere pianificata da qualche ingegno allo scopo di trarne vantaggio, ovvero potesse essere rovesciata nel suo contrario alla ricerca di qualche purezza primordiale: è assurdo. Non ha senso denunciare una cattiva rappresentazione in nome di una presunta realtà dei rapporti sociali o della interazione soggetto-mondo: per noi infatti esistono solo rappresentazioni. Sono lontani i tempi d’oro in cui, all’inizio del secolo scorso, si pianificò a tavolino la trasformazione del popolo americano, puritano e quindi aduso al risparmio e al riciclaggio degli oggetti d’uso comune, nel paradigma del consumatore.
I persuasori occulti sono dei tecnici dello sfruttamento di una perversione metafisica, di una ignoranza della natura del desiderio e dei bisogni che si presta alla manipolazione e che genera necessariamente il sapere tecnico di cui sopra. Questa ignoranza dell’Essere non è nuova ma è nuovamente fatta fruttificare, con i modi e i risultati adeguati al tempo presente. Lo spettacolo è un’invenzione vecchia come il mondo e la sola alternativa ad una messa in scena mediocre è una buona messa in scena.

 

Religione

La perfezione del Divino è manifesta, a cominciare dalla Sua non ingerenza negli affari umani. Neppure una volta Egli si è abbassato ad essere giusto, tanto meno di ingiustizia lo si può rimproverare. La sua perfetta assenza è il marchio costante della sollecitudine con cui irrora la Sua creazione, e dunque Se stesso.

La religione è invece il segno osceno del degrado divino: volgare chimera preoccupata dei destini del nostro mondo e dei miserabili intrighi individuali, ovvero trampolino per le stelle d’una scimmia tronfia e vanitosa.

 

Memento mori

La vita è una freccia che punta dritta verso la morte.

 

La schiavitù perfetta

Il dramma è che la dialettica servo-padrone si è mutata in un sistema di condizioni interiori.

 

I barocchi

“Consapevole dell’essenza assolutista di ogni forma di potere – compresa quella che nega l’idea stessa del potere – poco m’importa il modo in cui gli uomini organizzano la loro commedia sociale. Suonare la carica contro i mulini a vento dello “spettacolo”? Un senso barocco dell’esistenza me ne dissuade." Frédéric Schiffter / Contro Debord, puf 2004.Traduzione:Bouvard

 

Il "grande" filosofo

Il grande filosofo è quello che riesce ad imporre le sue ossessioni, i suoi deliri, i tormenti e le estasi del suo mondo interiore, ad un’intera epoca.

 

Il misantropo

Le sensibilità estetiche e, più in generale, coloro che Robert Musil definiva “uomini del possibile” sono gli unici esseri per i quali la sottile corda della mia anima sempre vibra e risuona, essendomi del tutto indifferente la petulante arroganza del resto dell’umanità.

Il mio simile, nella sua paurosa imbecillità, non è neppure una specie di natura come uno stagno o una collinetta erbosa. E’ solo uno spettacolo ripugnante e penoso: non possedendo né il gradevole artificio di uno spirito coltivato dal dubbio, né il disperato furore di chi sia crocefisso in un nodo di lacerazione, né la schietta evidenza di ciò che è naturale.

 

Fame and fortune

Ciò che viene acquisito con il danaro subisce il destino del mezzo anonimo con cui è stato misurato: tende all’indifferenza. “Io voglio ciò che posso” è una disciplina che si impone quanto più dispongo di mezzi, perché il rischio che io non sappia ciò che “posso” è comunque elevato. Potenza è conoscenza di sé e soprattutto intuizione dello sconosciuto di sé. Poter acquisire subito ciò che si vuole significa prendere il rischio di allontanarsi inesorabilmente dalla potenza, dal riconoscimento della natura del desiderio e dalla cogenza che deriva da una biografia fatta propria. La celebrità costituisce il medesimo impaccio: la moltiplicazione della propria immagine, il suo uso imprevedibile, la dilatazione dell’io minacciano il celebrato di oscuramento, di spossessamento, di cancellazione. Così, fama e danaro promettono aumento delle possibilità e si risolvono invece in distrazioni letali.

 

Paradossi

La libertà, frutto del relativismo e dell'età dei lumi, va difesa in modo assoluto, non relativo.

 

Il buffone sovversivo

La follia è la cristallizzazione negativa della normalità. Non sono i pazzi ad inquietare (prigionieri del loro cerchio chiuso e buio) ma chi è tangenziale al senso comune, chi lo minaccia senza cadere nello stereotipo, non la sofferenza implosa e solitaria da nosocomio. La “sregolatezza controllata dei sensi”, cioè l’attitudine poetica per eccellenza, che attraversa senza sosta la frontiera del normale (con i documenti truccati) per ritornarvi oscura, minacciosa e seducente: ecco ciò che teme il mondo ordinato, micidiale e povero degli uomini del reale.

 

Innamoramento

Il realmente osceno, nel trionfo del futile e del dettaglio. La sentimentalità ingestibile (vedi R.Barthes)

 

La noia

Come giustamente sosteneva Moravia, la noia non è un banale stato psicologico ma una disposizione metafisica. Chi si annoia penzola letteralmente dal tempo, in un presente vacuo e sconfinato è incapace di collegare passato e futuro. L’annoiato sprofonda in se stesso, infinitamente.

Solo i fanatici, gli imbecilli e i santi non si annoiano mai.

 

Trionfo della doxa 

Chiunque conosca a fondo una questione acquisisce la pratica della sottigliezza e la sensibilità per la sfumatura, incomprensibile a quelli che vogliano fare rapido uso di un sapere.

Ecco perché una campagna di persuasione (o solo divulgativa) non potrà mai essere, nel migliore dei casi, altro che schematica, superficiale, rozza... ma divulgativo e persuasivo è tutto il nostro tempo.

 

Helter Skelter

L'incompatibilità tra l'uomo e il "lavoro" è essenziale. Nati per dispiegare liberamente le nostre possibilità, in modo ludico e quindi necessario, non siamo fatti né per l'occupazione né per l'ozio, bensì per la disciplina. Oggi il lavoro è soprattutto un accaparramento idiota di energie e di tempo per scopi futili, e ove le relazioni che lì nascono ci portino qualche gioia questo avviene per puro caso. La forma attuale del lavoro è in rapporto logico con la frantumazione schizoide dell'individuo: una sorta di personalità dispotica e lassista al tempo stesso.

 

Sulla percezione

La percezione non esaurisce la realtà, neppure la più evidente. La problematizzazione del fenomeno percettivo indica che esso è pre-organizzazione e, innanzi tutto, selezione. Siamo ben distanti dal livello ingenuo della percezione di cui fa uso Berkeley. Infatti se la percezione, e di conseguenza l’ideazione, sono organizzazioni selettive che dipendono dalla natura dei mezzi sensoriali e dalla strutturazione (già organizzata ed in parte codificata) dei sensa, ciò significa che la realtà mantiene una dose inespugnabile di essere in sé e dunque di alterità. Tale posizione non cade semplicemente nel realismo, poiché la materia non è data nella sua realtà se non come tappa sempre incompleta dell’incontro del soggetto con essa; viceversa non ammette un idealismo che si rivela incapace di rendere conto della posizione pregiudiziale del soggetto della conoscenza e che si arroga il diritto di dissolvere il mondo nella coscienza (Berkeley) ovvero la coscienza medesima (Hume).

 

Genesi 3

Siamo educati a votare un vero e proprio culto alle idee.

La trasmissione del sapere nella nostra società tiene in altissima considerazione i prodotti della mente, oscurando la genesi di tali ideazioni. Un’idea è la secrezione di un corpo, di una biologia in “situazione” (cioè in un rapporto con il mondo incluso quello delle idee, naturalmente).

Perciò: tanto un’attitudine spirituale può generare una prassi quanto più, soprattutto, una prassi genera attitudini spirituali.

Trovo meravigliosa, ad esempio, la maniera in cui Nietzsche riesce a smorzare le pretese idealistiche del pensiero rintracciandone la radice in qualche disposizione corporea o variazione climatica. Sarebbe pericoloso se un pensiero si facesse corrispondere però esattamente ad uno di questi agenti fisici e, dunque, fosse possibile una teorica delle determinazioni organiche (sarebbe infatti ancora un pensiero e, quel che è peggio, assai pretenzioso).

 

Abbozzo di un'opera irrealizzabile e mostruosa sull'ideologia

L’unica ideologia perfetta è quella che tende ad occupare l’intero spettro del pensabile. La sua sopravvivenza richiede che essa non debba mai manifestarsi come un’entità totalizzante, come assoluto. L’ideologia attuale, risultato di una lunga selezione speculativa ed operativa, finalizzata al dominio del campo del dicibile e dunque dell’esperienziale, aspira alla realizzazione di una forma perfetta: l’impronunciabile (poiché universale) dispotismo della parzialità.

Diversamente dalle ideologie ingenue, la forma vincente non si accontenta di identificare in elementi separati e finiti una pseudo-totalità, bensì assolutizza il movimento della presentazione e della riproduzione di ciò che è parziale.

L’operazione analitica, che si attua nello scomponimento base della cibernetica, permea a tal punto ogni settore di attività del pensiero da sostituire il suo stesso polo dialettico per farsi totalità dell’atomistico. In questo modo l’unidimensionalità si nasconde dietro l’offerta sempre rinnovata di elementi di senso autosufficienti, eppure assolutamente dipendenti dal movimento alienante ed alienato che li ha prodotti. Sono gli stessi attori sociali a proiettare il loro bisogno di relazione (nuovo Tantalo che può trovare salvezza solo nella costruzione condivisa di un’unità del senso) sui miti di cartapesta rinvenuti al mercato dell’ontologia spettacolare. Non si può certo affermare che le mitologie di massa siano imposte con la violenza di una forza “esterna” al corpo sociale (l’ideologia si mostrerebbe in tal modo assai vulnerabile), piuttosto esse sono scelte da una comunità che normalizza costantemente il pensiero parziale, cioè che crea essa stessa le condizioni della sua dipendenza dall’atomistico.

Il movimento storico che, nell’ambito completo del senso, indirizzerebbe la vita di ciascuno verso una spendibilità gratuita e creativa dell’esistenza, è ingessato nella coazione a ripetere e nella riproduzione statica dell’offerta ideologica di parziali. Prevale la capitalizzazione della pseudo-storia degli individui a discapito del movimento irreversibile della vita: si accumulano le prebende, i punti fermi e le certezze patrimoniali che finiscono per arrogare alle merci un’ immortalità dinamica e visibile opposta alla mortalità impaludata ed indecente dei viventi. La negazione del tempo umano (direzionato e sensato), la moltiplicazione delle operazioni analitiche con la loro totale occupazione della scena, acuiscono il bisogno immaginario di appartenenza ad uno sfondo comune. Poiché tale appartenenza non può essere riconosciuta per quello che è (il riattivarsi del movimento storico che coinvolge e chiama a raccolta l’integralità nell’impostazione del pensiero) essa vaga disperata, facile preda dei mercenari dell’inganno totalitario.

L’atomismo universale non è a suo agio nelle situazioni plateali e macroscopiche: esso trae la sua immensa forza dall’attivazione minimale di meccanismi che occultano la sua pervasività ideologica. In effetti, ogni riproduzione del parziale crea una difficoltà aggiuntiva nel possibile riconoscimento delle pretese universalistiche da cui prende avvio. Sul piano del dibattito culturale (oramai solo una messa in scena di dialettiche e contrasti fasulli) ciò è evidente nella costante lamentela per la scomparsa delle grandi meta-narrazioni e della verità nel senso forte del termine. Le geremiadi sul crollo delle ideologie non fanno che constatare l’inevitabile estinzione dei modelli ideologici ingenui, e piangono sull’inerzia dei fossili. Così facendo contribuiscono ad alimentare il silenzio essenziale di cui si nutre il dominio evoluto, lasciando il campo libero ad una sovrapproduzione mitizzata, reboante e distruttiva. Nessun livello della rappresentazione è oggi esente dalla riproduzione ideologica attuale. Le “mitologie” si diffondono come metastasi nel corpo del discorso ed è a livello cellulare, microscopico, che la loro dinamica è maggiormente attiva.

Eppure, focalizzare lo strumento della critica sulle parzialità degenerate rischia di condurre ad una frantumazione illimitata della stessa, ad un suo facile riassorbimento nella totalità imperativa del movimento ideologico. Ciò è innanzi tutto reso possibile dalla capacità dello “spettacolo” di metabolizzare tutte quelle micro-opposizioni che potrebbero nuocergli se fossero coordinate. Esso ne lascia sopravvivere l’involucro dopo averne vampirizzato il contenuto, trasformando con la sua “mano nera” il libero flusso della vita in cliché, mode ed altre cristallizzazioni manipolabili. Il palcoscenico spettacolare si popola allora di figure spettrali, di resti d’umanità che mimano un passato di mutilazione ed assassinio, di ologrammi autorevoli che lavorano con tanto più zelo per l'ideologia quanto più, con le loro critiche da specialisti, mostrano che ogni spazio al di fuori di essa è impraticabile o inesistente. La tensione ideologica alla rappresentazione universale (disposta a rilevare, sotto pressione, qui e là qualche difetto o mal funzionamento) non è mai individuata nella sua natura globale. E’ invece contro una totalità abusiva che la critica deve essere lanciata in blocco. Nulla si può salvare, nulla è accettabile anche quando le apparenze farebbero credere il contrario. Così, ogni più piccolo elemento è realmente se stesso solo in quanto rinvia ad uno sfondo che, per essere tale, deve coincidere necessariamente con l’ irrappresentabile, con la manifestazione ingestibile dell’anti-icona, cioè l’assolutamente altro del complesso totalitario.

Dietro l’apparente novità della panoplia spettacolare si nasconde la corrotta metafisica occidentale. Le divinità si sono moltiplicate nella proliferazione inconsistente delle merci e delle immagini; dal valore equivoco di un capitale sempre più immateriale emana una religiosità di paccottiglia, il simulacro nauseabondo di una sorta di trascendenza.

Abbiamo bisogno di un contesto di senso quanto di un ambiente bio-compatibile. Il senso è essenzialmente relazionale, apertura ai significati collettivi come l’organismo è apertura al mondo. La frammentazione dell’ecocultura e l’isolamento competitivo delle sue parti sono il motore principe della nevrosi spettacolare e della metafisica della merce. Così, i significati mobilitati parzialmente distruggono la relazionalità gratuita e ludica del senso poiché ne occultano lo sfondo unitario: il non impugnabile e il non usabile per eccellenza. Il desiderio, che rinvia a questo sfondo ineffabile, è perennemente nascosto a sé, non si conosce, ed è sollecitato a mettere la sua inesauribile spinta al servizio di oggetti alienanti, scopi irrisori e sogni preconfezionati. Il sistema ideologico dello spettacolo è perfetto nel modo in cui sfrutta l’energia che potrebbe distruggerlo convincendola a pensare a se stessa in termini non realistici.[1998]

 

L'oracolo parla

“…l’antica distinzione tra forze meccaniche e forze organiche si vanifica.” E’ stupefacente il modo in cui Junger fornisce il linguaggio per rappresentare la nostra epoca: è sufficiente sostituire a “meccanico” il termine informatico o cibernetico.

Il reale, fuso in coppie di informazioni numeriche (uno e zero), in tessere di pieno e vuoto, è pronto a subire velocissime metamorfosi attraverso suoni, luci, colori, in una fioritura incessante di simboli ed a palesare la sua essenza di “movimento” (Bewegung). “…la cifra compare qui a un grado del tutto diverso, cioè in rapporto immediato con la metafisica. E’ chiaro, ora, come mai nello stesso istante la fisica sia costretta a mutare natura, ad assumere un carattere magico? ”. La cifra, dunque, non si limita ad essere una minaccia al valore “romantico” e borghese dell’individualità (di cui Junger mostra perfettamente la complementarietà con la massa amorfa e passiva) ma è segno di una nuova posizione esistenziale, con una gerarchia di valori propria ed incommensurabile alla precedente. La nuova cifra infatti non si somma, ma si analizza in un contesto totale ed organico. Ecco, più avanti, nel "Lavoratore", il paesaggio della modernità dipinto con una precisione millimetrica: “Si fa strada la sensibilità per le alte temperature, per la gelida geometria della luce, per l’incandescenza del metallo arroventato. Il paesaggio si fa più costruttivo e più pericoloso, più freddo e più ardente; in esso svaniscono gli ultimi residui di confortevole familiarità. Esistono tratti di territorio che si possono attraversare come se fossero zone vulcaniche o morti paesaggi lunari; li controlla un occhio vigile, invisibile eppure presente”.

Che profonda coscienza della necessità intima del senso e dell’unità, che forza spirituale è richiesta agli uomini oggi in simili condizioni per non soccombere.

 

Platonismi

Per vedere bisogna già aver visto, per arrivare già essere giunti.

 

Vita insolubile

Ogni cosa deve resistere per non scomparire.

Le domande inevitabili sono sempre quelle insolubili, così la loro inevitabilità è la conseguenza della loro battaglia vittoriosa contro le risposte.

Segretamente aborriamo le soluzioni come la morte.

 

La nuova ontologia

Oggi, per esistere, è necessario avere un congruo numero di spettatori.

La “percentuale d’ascolto” è una funzione di densità dell’ essere, un concetto ontologico. 

 

Proprietà

La grande proprietà è un furto “riuscito”.

Qualora, per i motivi più vari, il crimine di appropriazione non sia pubblicamente sanzionato, vi sono fondate speranze che con il tempo la suddetta rapina si trasformi magicamente in proprietà, e persino in fonte di prestigio. Naturalmente nessun “impiegato” si sognerebbe mai di ricostruire la genealogia del capitale a chi gli versa uno stipendio.

La diffusione della mentalità impiegatizia è perciò la garanzia della pace sociale.

 

Capolavoro

Non esistono capolavori, e se esistessero non sono mai stati mostrati.

 

Cellulare

Poco ci manca che smarrire il proprio cellulare equivalga alla distruzione quasi completa dell’identità. I più timorosi ne hanno due, le personalità multiple anche tre.

E’ scandaloso che si tardi ancora ad innestarlo nel corpo del nascituro (ach, si potrebbe così tatuaren sull’avambraccien il numero personalen!).

 

Naturismo

Termine buffo ed ingenuo. L’unica spiaggia “naturista” è una spiaggia vuota, poiché lo sguardo umano è sempre culturale. Solo Robinson Crusoé pratica il naturismo prima dell’arrivo di Venerdì, e quando riflette su di sé cerca subito un abito per non essere letteralmente inghiottito dalla natura (proprio come scrive Michel Tournier).

 

I dannati

Così Hegel: “La storia è ciò che l’uomo fa della propria morte”.

Non possiamo dubitarne. L'incapacità dell’uomo di integrare la morte nella propria vita ha fatto della storia un incubo che non smette di grondare sangue.

 

Il genio della lampada

Non desidero l’improbabile, neppure l’impossibile… ma certamente l’impensabile.

 

De senectute

Che mai sarà la presunta saggezza della vecchiaia se non l’ impotente disperazione per il tarlo del tempo che frantuma ogni progetto, l’amara consapevolezza della vanità di tutte le cose, la stanca rassegnazione per un oblio infinito dopo l’implacabile tirannia della memoria? Che altro se non l’incombere sui sopravvissuti, e dunque sui più corrotti, di una fine che hanno occultato ai loro stessi occhi durante tutta una vita?

 

L'ala del turbine idiota

Oggi non è sufficiente vendere un prodotto ad un consumatore, bisogna costruirgli un sogno: il cavallo di Troia nel cui ventre si nasconde il superfluo che l’attuale sistema di produzione ha bisogno di ammannirgli per sopravvivere. Più precisamente il transitorio, il banale, il pleonastico devono occupare il territorio di un’insoddisfazione sapientemente coltivata ed alimentata, che mantenga l’instabilità con la perenne mobilitazione del desiderio.

Ecco che le tattiche del consumatore di cui parla De Certeau, la dimensione attiva dell’uomo della strada nello sviare le strategie del mercato, non fanno che confermare lo status quo. La piccola attività furbesca delle masse lascia intatta la folle ideologia della produzione e del consumo, che non solo non teme questa libertà ma la incoraggia: piccola ora d’aria tra le pareti di un carcere da tutti edificato. L’unico crimine è la pratica (ormai suicidaria) che consegue alla denuncia ideologica; la dichiarazione di ozio e di piena, definitiva soddisfazione che accompagna la scoperta della natura dell’ Essere.

 

One size fits all

Il Wittgenstein dei “Giochi Linguistici” non è il capovolgimento del pensiero logico del “Tractatus”. La logica del primo Wittgenstein non sostiene l’armatura positivista più di quanto non sfoci nell’irrazionalismo, bensì prepara la parola-limite. Trovandosi quest’ultima proprio dentro al mondo essa accenna all’impronunziabile fuori: è trascendentale ed immanente al punto da costituire il margine stesso del mondo. La sua forma non è dicibile in modo diretto; solo per quest’aspetto la parola rinvia al silenzio mistico e apre così lo spazio infinito della rappresentazione creativa. Pensare che i Giochi non siano l’esito necessario di questo percorso, ma addirittura rappresentino un elemento di discontinuità, significa fare un torto grossolano all’intelligenza di quest’uomo. Ecco perché la svolta linguistica di Wittgenstein non ha nulla a che spartire con i prodromi del pensiero “debole”. La poiesis, che il limite garantisce, non ha niente di arbitrario o di essenzialmente contingente, semplicemente non è essa stessa raffigurabile.

 

Illusione

Tutto è illusione.

Solo il corpo è un'illusione inevitabile.

Nel silenzio c'è ogni musica, nel vuoto ogni cosa.

 

Normalità

Le persone “normali” mi fanno paura. Cinquant'anni di ricerche di psicologia sperimentale e due guerre mondiali hanno dimostrato che gli atti più efferati ed estremi sono commessi da persone con un profilo psicologico “normale”.

In ogni individuo assolutamente normale c'è un seme di orrore e mostruosità che aspetta solo le condizioni ideali per germogliare.

 

Tempi moderni

Una delle conseguenze più irritanti dell’attuale ideologia democratico/mercantile è quella per cui il peggior cafone si sente autorizzato a trattare il mondo con la presunzione di un aristocratico. Alcuni bruti arricchiti mostrano ad una sterminata folla di meschini e di mediocri (da cui loro stessi provengono) che il diritto è il medesimo alimento per tutti;  e che se esiste un'aristocrazia è solamente quella del capitale, ben sapendo che accumulare danaro è tanto più facile quanto più si è gretti e incolti.

 

Trappole

La frase: "Non posso vivere senza di te"  o è idiota o è pericolosa.

Non è una parola d'amore, ma una parola d’odio.

 

Mille modi per accendere un fuoco

E’ la causa “immanente” che ha arrostito Giordano Bruno!

 

9/11

La menzogna non è un attributo del potere, come se quest'ultimo avesse la facoltà di farvi ricorso oppure no: la menzogna è la trama stessa del potere. Senza falsità il potere non può esistere né sopravvivere. Mentire è la priorità di ogni potente, la sua missione e lo strumento principe quando la violenza e la brutalità non siano sufficienti o, come nelle moderne democrazie, non siano praticabili apertamente. Insabbiare, occultare, deformare i fatti sono per il potere il suo stesso ossigeno, la sua ragion d'essere.

Lo stupore dell'uomo della strada di fronte alle orrende ed inimmaginabili macchinazioni dei potenti è la prova dell’ immaturità e dell'infantile condizione spirituale in cui le masse sono democraticamente tenute.

 

Dopo una lettura di Simmel...

Il conflitto tra la vita e la forma che il culturale produce è originario e persistente; ma il prodotto culturale per eccellenza (la tecnica) ha oggi un’autonomia di sviluppo e una potenza tali che la sua opposizione alla vita è senza precedenti. Questa è la tragica novità, per cui le analisi che privilegiano il culturale senza comprendere la fondamentale opposizione e operatività della forma che l’uomo produce rispetto a se stesso sono ingenue quanto quelle che essenzializzano l’umano ponendolo fuori dalla costituzione uomo-tecnica. Ogni volta che il vitale non è in grado di reggere la forma tecnica che ha prodotto c’è uno scacco, una sconfitta. Mantenere la spinoziana felicità  oggi è ancora possibile? Sembrerebbe più difficile di quanto fosse ieri… o è una deformazione ideologica? Non sono domande legittime: dimmi di quanta “gioia” e di quanto “sdegno” sei capace e saprai quanta vitalità rimane in te.

 

Facili fraintendimenti

Hai ragione tu, Teo.

Tutte le ragioni.

Sì: crepare è difficile!

Ma io mi riferivo agli spiriti eccelsi, non alle persone come noi. Sono certo che il Budda, Lao-tze o Socrate ad esempio, per non parlare dei ben più numerosi grandi uomini di cui non si è mai saputo nulla e mai si saprà, sono morti con estrema facilità. Il loro vasto animo era già tutto impregnato d’infinito, e la morte per loro è stata come la carezza del sole sulla neve fresca: un lento, facile e fatale sgocciolare…

 

"Future is murder"

Che la fine dell’umanità sia certa non è l’emotività a suggerirlo ma la logica.  Se non la drammatica scomparsa della vita nella Siberia radioattiva, quantomeno la sparizione del mondo quale lo conosciamo.

"Né apocalittici, né integrati", ma segnali. Sono decine di migliaia di anni che il cervello di quest’animale distruttivo e suicidario non ha subito evoluzioni di sorta e che, le conquiste spirituali dell’antichità non essendo mai state sorpassate, si verifica tuttavia un accumulo del sapere con l’aiuto della razionalità tecnica e dell’attitudine scientifica, per cui le armi più segrete dell’apocalisse sono oggi in mano alla suddetta “scimmia nuda”. E’ logico che un bel giorno uno strumento di sterminio di massa finisca per essere impiegato da qualche piccolo fanatico di turno. Quel giorno le lacrime saranno gelate dallo spettacolo orrendo che si mostrerà al nostro cuore corrotto e alla nostra mente sconvolta.

In verità siamo seduti su parecchi ordigni esplosivi: la bomba climatica, quella batteriologica, quella ecologica, quella demografica e quella che la distribuzione sempre più intollerabile della ricchezza mondiale ci prepara con drammatica fatalità. Se la follia rapinosa dell’odierna economia, fondata sul consumo e lo spreco, non si mutasse immediatamente in una pratica del dono e del rispetto con un arresto sensibile dello “sviluppo a tutti i costi”, se il capitalismo non negasse la sua essenza (e forse l’uomo la propria), non avremo alcuna possibilità di salvezza. Forse è bene che questo deleterio esperimento della natura scompaia improvvisamente e radicalmente. Il caos minaccia il mondo della forma che è tanto degradato, e la barbarie che ha già invaso il linguaggio e l’etica è soltanto il prodromo della catastrofe.

Ciò che la logica mostra potrebbe non realizzarsi… saremmo allora di fronte a ciò che si definisce un “miracolo di sopravvivenza e adattamento”. Persino nei lager  o nei gulag l’uomo non è scomparso del tutto, ma le nuove frontiere della sopportazione sarebbero ancora una volta spostate in avanti. In questo scenario di miracoloso persistere dell’umano io non vorrei vivere, più di quanto non aspiri a trascorrere la mia esistenza in un bunker antiatomico.

 

"Simpaty for the devil"

Nei miei peggiori incubi almeno una delle grandi religioni rivelate aveva ragione: Dio è proprio come lo annunciava.

Portato al Suo cospetto io, miserabile agnostico, fingo costrizione e pentimento. Cerco tuttavia di essergli alle spalle... per assassinarLo a tradimento.

 

Testi sacri

Non ho nulla contro la lettura dei cosiddetti "testi sacri".

Anzi.
Quello che mi fa orrore è la loro applicazione.

 

Un romantico adolescente

Quando a sedici anni lessi il Werther, giunto agli ultimi capitoli, non facevo che pensare: "Allora, stupido e irritante fanatico ti decidi o no?"

Tutta colpa dei Sex Pistols.

 

La strage silenziosa

Per una mente che cresce la proliferazione delle immagini e la loro imposizione dittatoriale costituiscono una minaccia gravissima alla facoltà dell’immaginario.

La fantasia e l’immaginazione sono potenzialità del cervello umano che, al pari del linguaggio o dell’affettività, ove non incontrino stimoli adatti in un periodo cruciale della storia dell’individuo, sono irrimediabilmente compromesse.

L’immaginario si nutre di vaghezza, di approssimazione, di partecipazione, di attiva sollecitazione del soggetto a cui spetta un compito di complemento, di ampliamento, così fornendo le basi della creatività; ed è tutta questa “fatica” che l’immagine non permette. Sostituire ad un racconto un’ immagine corrisponderebbe, per lo sviluppo della mente, più o meno, a piazzare definitivamente quattro ruote ed un motore sotto al sedere di un bambino aspettandosi poi che impari a camminare. L’immagine sostituto o scorciatoia del pensiero sta producendo un’intera generazione di minorati. Povere vittime a cui sarà preclusa per sempre la possibilità di attivare raffinati processi creativi e di astrazione, dunque immagini alternative a quelle che il mondo ha loro imposto. Mi convinco sempre più che questa deriva non sia casuale. La distruzione sistematica dell’immaginario risponde ad un preciso disegno ideologico: costruire uno pseudoindividuo acquiescente, docile e incapace di mettere in discussione la realtà monolitica in cui “sopravvive” senza neppure saperlo.

Ciò che una parte consistente dell’intrattenimento rivolto ai più giovani sta facendo è un capolavoro che non è mai riuscito a nessuna dittatura: creare un consenso per fisiologica incapacità di pensare un’alternativa.

 

Un chiodo fisso

Vi siete mai chiesti quante viti, con relativi bulloni, esistano al mondo? Saranno più le viti o le formiche? Questo è il mio attuale chiodo fisso.

 

Daltonico

Assiri e Babilonesi, Israeliani e Palestinesi… non se ne può più. Sono quarant’anni che rompono i coglioni, tanto diversi ma tanto simili con la loro deleteria e ripugnante equivalenza tra religione e nazione. Se vedessi un israeliano lo chiamerei palestinese e viceversa. A reazione interrogativa ma cortese, rispondo: “Siamo tutti uomini”.

Se la reazione è aggressiva: “Sono daltonico. Non distinguo un fanatico dall’altro. Per me hanno tutti lo stesso colore”.

 

Le grand Jacques

“E’ stato difficile conquistare la celebrità?”

“Difficile? Oh no, niente affatto. Vedi… diventare celebri oggi non è per nulla difficile. Se qualcuno vuole davvero diventare famoso e non ci riesce…beh, vuol dire che è un po’…”

“Un po’?...”

“Beh, un po’ deficiente”

 

Intervista a Jacques Brel, 1966

 

Il vivo e gli zombi

Per conoscere cosa sia un “oggetto” non rivolgetevi alla sua essenza, ma mettetelo alla prova per sapere di cosa sia capace, cosa possa “sopportare”. Questa, in sintesi, la raccomandazione di Spinoza che cancella d’un sol colpo duemila anni di idealismo platonico e di errata metafisica. Questa disposizione al “fare”, alla speculazione attiva, mostra, con un’evidenza che ancora oggi pare intollerabile, la sterilità e la dannosa inutilità di quasi tutta la riflessione (dotta o ignorante) nella quale l’umanità pensante si è invischiata.

Il cosmo (fisico e dunque, in quanto modo di una stessa sostanza, metafisico) si apre, grazie a questa mente geniale, nuovamente a noi sottoforma di inaudito e meraviglioso esperimento, di possibilità inesplorata. E’ come ritrovarsi bambini curiosi, senza pregiudizi e pieni di stupore di fronte al mondo. Per fare questo dobbiamo disimparare o correggere un automatismo, un’attitudine che ci è stata più o meno fortemente inculcata, e cioè sostituire al confronto e alla corrispondenza adeguata delle cose del mondo con le idee della mente, un “fare” relazionale che mantenga soggetto e oggetto in costante rapporto.

L’essenza si mostra allora essere il risultato di un’idea, nella sua genesi, indissolubilmente legata alla vita e non il punto di partenza da cui un giudizio sul mondo deriverebbe.

Vivere allora potrà essere un incontro gioioso o terribile, anche fatale, ma non sarà mai una cosa triste e tanto distante dal vero come ciò che è putrefatto.

 

La solitudine

La maggior parte delle persone teme la solitudine… dunque una cosa di cui non sa nulla. Si comincia ad essere soli nel momento in cui ci si accinge a ripensare l’ovvio. [1993]

 

Al danese triste

Egregio signor K., forse noi siamo geneticamente predisposti a pensare per opposizioni, ma la nostra cultura rafforza fino all’esasperazione questa deplorevole tendenza. Ci mostrano come attraverso l’uso delle dicotomie si possa tollerare il dramma dell’esistenza e persino trarne vantaggio. Quello che non ci dicono è che proprio la pratica del pensiero dicotomico trasforma la riflessione in veleno.

Non appena la coscienza albeggia in noi, avvertiamo d’essere un paradosso vivente poiché, attraverso la nostra esistenza, si realizza l’unione dell’assoluto e del finito, ovvero il massimamente incompatibile è reale.

Ci mancano le parole, e con esse il modo di rendere pienamente effettivo il riconoscimento della nostra situazio-ne esistenziale. Vedere ed accettare questo paradosso implica che noi possiamo aprirci alle possibilità della vita (il suo uomo estetico) senza mai identificarci e disperderci totalmente in esse (il suo uomo etico). I successi non ci realizzano più di quanto gli insuccessi non ci travolgano per annullarci. Etica ed estetica così non si contrappongono, ma sono le naturali dinamiche soggettive che genera l’accettazione di sé.

Il rifiuto o l'impossibilità del riconoscimento della nostra essenza partorisce di necessità due terribili gemelli, i quali sanno ben dissimulare ai nostri occhi la loro complicità. Perdersi ineticamente nel particolare conferisce l’illusione di possedere il mondo, ma votarsi all’universale, disprezzando ciò che è finito ed imperfetto, ci illude di assurgere alla verità e alla santità dello spirito. Di fatto, separando ed opponendo, perdiamo con noi stessi la possibilità del senso e di una vita significativa, autentica.

Egregio signore, lei usa termini dalla eco assai pericolosa identificando la nostra situazione esistenziale con la colpa, ed esortando di conseguenza i suoi lettori ad assumerla totalmente. Lei può dare l’impressione di separare etica ed esistenza, a meno che non si concepisca comunemente la colpa come l’inqualificabile e l’inesprimibile, come ciò che è posto indipendentemente da noi ma ci fonda. Un’etica che si svolga a partire dall’incontrovertibile riconoscimento della forma paradossale dell’essenza umana è adeguata alla realtà degli uomini e del mondo. Dunque, forti di questa consapevolezza, noi ci apriremo senza dissiparci poiché sappiamo che è impossibile che questo accada, mentre l’ignoranza di ciò ci procura angoscia e paura. Ritenere che la spinta verso l’infinito non sia compatibile con un corpo e viceversa, ci mette proprio nella condizione di non permettere a ciò che siamo di essere visto da noi stessi e dal mondo, ci convince che la dolorosa realtà della storia sia il nostro perpetuo destino e non il frutto della nostra insensata debolezza.[1995]

 

La macchina irreale

Nessun tempo della storia mostra nella filigrana del reale la necessità dell’immaginario, come questo nostro tempo. Non vi è transazione economica, mossa politica, attivazione di risorse, mobilitazione delle masse che non chiami in causa il desiderio e le sue rappresentazioni. Ciò che è nomade, inestimabile, gratuito ed incontrollabile per eccellenza è suscitato, chiuso, prezzato ed infine estinto momentaneamente in un oggetto, in una forma mercificata ed innocua nel suo anonimato e nel suo valore. L’economia funziona come il reattore che contiene e guida la reazione atomica del desiderio, pilotandolo verso la produttività; essa denuncia la frammentazione dei desiderata (e, a partire da qui, del senso e del valore tutto) nel momento stesso in cui incrementa, fattore tra gli altri, la parcellizzazione. Infatti la costruzione economica è paradossalmente interna al desiderio deviato, come se il prodotto di una lavorazione alimentasse la struttura stessa della macchina che lo lavora.

 

Il tutto è falso

(...) Io

Che non riesco più a ritrovare

Qualche cosa per farmi uscire

Dalla mia solitudine

Cerco

Di afferrare un po’ il presente

Ma se tolgo ciò che è falso

Non resta più niente (…)

 

Gaber, da “Io non mi sento italiano” 2003

 

Il testamento amaro e lucidissimo di Gaber.

Il detto: “Nessuno è profeta in patria” sembrava fatto apposta per lui. E’ andato via in tempi difficili, tempi in cui per non essere una vittima bisogna essere eroi.

 

L’immaginario malato

Come la nevrosi fu la forma patologica dell’inizio del secolo, la scissione e la schizoidia caratterizzano la fine del millennio (oggi vi aggiungerei la paranoia). Il fiume delle vite scheggiate si apre in un delta di esistenze parallele ed apparentemente incompatibili; l’identità si rende fluida nei contesti e nelle scenografie nelle quali si muove; il ruolo diviene un crocevia temporaneo di scambi ed il referente di un discorso mobile; il potere, pura inaccessibilità incontrollabile e ingestibile, attraversa i corpi e moltiplica all’infinito le immagini nel suo vorticoso movimento intorno ad una materia che avvampa, dallo statuto progressivamente ambiguo. [1998]

 

90°

Nulla nel nostro corpo, nulla in natura che somigli ad una linea retta, nulla di uniforme o che esibisca una simmetria perfetta. Eppure non vi è dittatura più universale nel nostro mondo “civile” che questi novanta gradi, queste copie infinite, queste metà che si duplicano con una crudele esattezza.

Ma ecco, alcuni prodotti della tecnologia hanno magicamente assunto forme bombate e linee curve che suonano come dichiarazioni di amicizia e rassicuranti ammiccamenti; oggetti inutili e brutti si sono vestiti di colori sgargianti ed esibiscono piccole differenze come patronimici e carte da visita personalizzate. Le strategie di mercato non si sono lasciate sfuggire neppure il disagio più inespresso. Esse hanno ottenuto con una sola mossa un vantaggio duplice: quello di indirizzare fruttuosamente verso l’oggetto il bisogno e, così facendo, d’impedire la sua estinzione senza contemporaneamente permettergli di elaborarsi oltre uno stadio embrionale, inconscio. [1998]

 

L’umanesimo e Nostra Signora la Morte

Riuscite ad immaginare cosa sarebbe la terra se la medicina, l’economia e un’improbabile considerazione per la sacralità della vita umana potessero assicurare almeno cent’anni di esistenza ad ogni singolo abitante del pianeta?

In tempi brevissimi, la sovrappopolazione porterebbe ad una catastrofe planetaria e all’estinzione del vivente.

 

L’opulenza mutilata

La privazione del vissuto è la condizione fondamentale per attivare la mercificazione totale dell’esistenza. Un prodotto, meglio ancora nella dimensione di servizio, può trovare un posto esclusivamente nel vuoto lasciato da una mancanza. L’oggetto si presenta sotto forma di valido sostituto mitico di tale privazione; il suo mandatario e il suo ruffiano sono la stessa entità: lo spettacolo, ovvero l’insieme derealizzato delle pseudo-relazioni della società dei consumi.

 

Il tarlo

Per quale ragione il Sofismo non ha immediatamente dato esito al Nichilismo? La ragione potrebbe trovarsi nel significato del termine “essere” che, per l’antichità greca, è sempre un “essere di”.

La frattura inesorabile tra fatti e valori, sistematizzata da Kant ed esacerbata da Fichte, ha lasciato all’uomo moderno una terribile eredità: il peso insostenibile dei possibili. Il tentativo di assumere in un’improbabile soggettività (isolata ed onnipotente), il dono delle potenzialità offerte alla coscienza è stato il rovescio necessario e complementare dei sistemi di pensiero idealisti.

Gli innumerevoli seguaci di Hegel, sollevati nell’orgia dello Spirito alle vette supreme della comprensione, hanno denunciato e contrastato il pericolo del particolare e dell’ arbitrario, negando l’individuale al di fuori di una sintesi unitaria che, tuttavia, avrebbe dovuto rimanere impronunciabile per essere tale. Le velleità mistiche degli spiriti invasati e vaporosi erano fraternamente abbracciate alle solitudini disincantate del cinismo realista. Un matrimonio funesto poteva così essere celebrato: il nichilismo, congiungendosi alla potenza della tecnica, partoriva una duplice e sanguinosa catastrofe.

 

Cloroformio artistico

L’oggetto artistico è diventato la più perfetta incarnazione del valore di scambio. E’ la funzione autore, la firma, che rende il prodotto artistico permutabile con il danaro e in proporzione alla notorietà dell’autore stesso, o del pedegree delle valutazioni di mercato che l’opera d’arte ha collezionato… oggetto perfettamente inserito nella nostra mortuaria economia e in corso di smaterializzazione.

 

Critica sociale in salsa junghiana

La società intera si femminilizza, nella misura in cui il soggetto è educato a coltivare una mancanza, una aspirazione alla sicurezza e alla tranquillità, sino a ridursi ad una vacuità passiva che deve essere bulimicamente riempita.

Il produttore tipico non produce più nulla, poiché tutto è delegato alla mascolinità tecnologica delle macchine e la sua disposizione è quella assorbente e passiva del consumo.

 

Nota Bene: Qui il femminile è “negativo” solo per assenza o ipotrofia della controparte maschile , e non certo per una negatività intrinseca o essenziale.

 

Mystery time 1

La domanda sul tempo è paradigmatica, al pari di quelle relative ad esempio al linguaggio o alla molteplicità.

Il suo statuto speciale, e complesso, deriva dal fatto che un quesito filosofico, oggettivato in quanto tale dal soggetto indagante, è al tempo stesso la dimensione imprescindibile del soggetto medesimo. Si può dunque investigare il tempo esclusivamente a partire dal tempo e nel tempo.

Il tradizionale approccio dicotomico che fissa a priori una rigorosa separazione tra soggetto e oggetto come presupposto necessario all’esercizio della conoscenza, si rivela perciò inapplicabile al (e nel) caso specifico.

Il tempo, infatti, nella sua dimensione “oggettiva” di successione uniforme ed infinita di istanti, quale sfondo convenzionale per lo svolgersi dei fenomeni della fisica classica, può essere funzionale all’indagine scientifica della realtà ma, in tal modo, l’interrogativo sulla sua natura più intima e peculiare rimane inevaso: presentando il tempo quantitativo delle aporie che il pensiero filosofico ha rilevato sin dall’antichità. D’altra parte, sul versante strettamente speculativo, sia esso di origine laica o teologica, il problema del tempo ha trovato spesso un tentativo di soluzione attraverso il riassorbimento della temporalità nella dinamica puramente soggettiva ed autocosciente. Purtroppo, questa prospettiva mette in correlazione pensiero e tempo, senza che al secondo fattore sia riconosciuta un’autonomia al di fuori della coscienza.

In tal modo si verifica una doppia radicalizzazione. Da un lato la dittatura di una forma temporale che, mentre è generata da una specifica visione del mondo, pure contribuisce al sostegno della medesima, legittimandola quale unica possibile. Dall’altro, una reazione fisiologica di rivolta a tale stato delle cose che porta ad una relativizzazione estrema della natura del tempo, frantumato in temporalità innumerevoli e fra loro non comunicanti. Il tempo delle opinioni fa, allora, da contraltare al tempo imposto dalla cultura dominante.

Entrambe le impostazioni, sia quella scientifico funzionale sia quella più filosofica, mi sembrano sfuggire la natura profonda dell’oggetto di cui si limitano a fare uso. Questa natura, per essere evidenziata, richiede perciò una diversa metodologia di indagine che tenga conto delle ineludibili implicazioni dell’agente nella ricerca, senza che tuttavia l’oggetto della stessa venga dissolto nel soggettivismo.

 

Mystery time 2

Il circolo virtuoso dell’ermeneutica filosofica consente di includere i preconcetti del soggetto nel processo di indagine: questi ultimi, lungi dall’essere considerati semplici scarti della conoscenza, quando non addirittura ostacoli, assurgono alla dignità di “fattori di oggettivazione”. Tuttavia la stessa critica avanzata da Martin Heidegger al tempo inautentico della quantità e al tempo escatologico della metafisica, non riesce ad evitare di smorzarne tutta l’inquietante alterità. Come ha mostrato in maniera esemplare Gadamer, l’anticipazione heideggeriana della morte, la sola che permetta all’essere dell’uomo di raccogliersi nell’unità autentica della sua essenza storica e di mantenere così l’apertura originaria che lo contraddistingue, è pur sempre un’operazione della coscienza, e per di più omologa alla tanto contestata dialettica hegeliana. L’impegnativo dialogo con il tempo, che per l’uomo rappresenta una sfida inesauribile e pressante, è abbandonato proprio in seguito alla decisione anticipatrice.

Perché il confronto sia possibile è necessario che il fattore tempo sia tollerato in tutta la sua enigmaticità; meglio ancora che la sua essenziale irragionevolezza sia integrata alla vita del singolo senza che ciò comporti pertanto una fuga nel misticismo della temporalità propria, o una svalutazione dell’intelletto.

Gadamer ritrova in una riveduta interpretazione del Timeo di Platone la compresenza di tempo dell’anima e di tempo come durata sovraindividuale.

Cronos non è pensato in opposizione ad Aion, come vorrebbe l’esegesi ortodossa del testo antico, poiché il tempo della quantità è comunque un tempo organico, non astratto o puro; è quello del sistema mondo in cui tutto ciò che si individualizza possiede automaticamente un tempo, mentre per tutto l’insieme la temporalità ha uno statuto ciclico in cui si succedono ad infinitum le fasi di estinzione e rinnovamento. In tale prospettiva il molteplice in quanto individualizzato è sottoposto al limite del tempo che è la cifra, non deietta quanto piuttosto indicativa e necessaria, di ciò che è generale e sovraindividuale.

Si stabilisce così una corrispondenza tra micro e macrocosmo (secondo il rapporto pitagorico tra la successione e l’unità) che la dimensione puramente quantitativa del tempo ha poi spezzato. Il tempo della vita è dunque un dono, qualcosa che non può essere scelto, una traccia che rimanda l’uomo al suo limite nel momento stesso in cui lo accomuna al sistema del molteplice intorno a lui.

 

Mystery time 3

Eppure, nel movimento di trascendenza il pensiero è perennemente in conflitto con il limite imposto dal tempo, e la drammaticità di questa lacerazione è direttamente proporzionale al progressivo isolamento che ha colpito l’individuo disincantato di cui parla Weber. Un certo margine di rischio si cela nella critica di Heidegger ad un percorso del pensiero responsabile di una parcellizzazione del vissuto umano singolarmente omologa a quella operata sul tempo, sbriciolato in una somma infinita e neutra di istanti. Comunque stiano le cose, non possiamo prescindere dalla realtà della tecnologia e dal suo peso forse costitutivo nella nostra attuale visione del mondo. Invece di una pericolosa frattura con il nostro presente Gadamer propone di sviluppare la capacità di un recupero del passato attraverso la riattualizzazione della tradizione. L’uomo ritroverebbe dunque un’unità globale con la sua storia grazie al lavoro ermeneutico che, postulando il nostro limite e la nostra storicità, si rivela essere un compito infinito. La trascendenza non è più opposta al limite, ma è anzi attivata proprio grazie alla consapevolezza di quest’ultimo.

Il principale ostacolo all’indagine sul tempo è la sua impensabilità, risultato della banalizzazione del vissuto temporale. Il tempo quantitativo, strumentale e convenzionale (oggi noi diremmo: newtoniano) fatto di secondi, minuti, ore con i multipli e i sottomultipli, si è separato dalla dimensione ontologica per farsi concetto introiettato in modo acritico e superficialmente elaborato. Tuttavia, mi pare che questo tempo “scontato” sia denso di implicazioni sotterranee (come ogni luogo comune), e la sua analisi conduca necessariamente ad una critica sociale. Il tempo inteso banalmente è, infatti, il risultato di un lungo processo storico che vede strettamente interrelati fattori tecnici, economici, politici e culturali.

La tendenza contemporanea verso un’omologazione planetaria del rapporto al tempo è certo inscindibile dai vertiginosi progressi della scienza e delle tecnologie, ma è anche l’espressione di un discorso potente che mira a costituire un mercato mondiale in cui, simulando il mito della contemporaneità e della scomparsa della distanza, si possano trarre immensi benefici dagli scarti minimi di tempo che accompagnano le transazioni finanziarie e la circolazione delle informazioni, complice la coesistenza di dislivelli di vita drammatici.

D’altra parte, la pressione enorme di questo tempo catalizzato, come direbbe Debord, intorno allo “spettacolo onnipresente della merce” (e con merce si intende anche un pacchetto di informazioni oppure un servizio), ha generato nella nostra società il bisogno di rivendicare un tempo individuale o personale. Quest'ultimo non deve essere confuso con il cosiddetto tempo libero, che è stato in gran parte recuperato alla dimensione della produzione come tempo del consumo e dello svago organizzato.

E’ in realtà proprio la minaccia al tempo privato, al tempo necessario della solitudine e del raccoglimento, a quello biologico del recupero e dell’adeguamento ai ritmi naturali, una ragione fondamentale del malessere nella civiltà. [2000]

 

Essere con Nulla

Se due corpi fossero sempre stati assolutamente uniti, a tal punto da non avvertire la separatezza essi, non solo non potrebbero toccarsi, ma di fatto non conoscerebbero neppure il significato del “tocco”, che nasce nella sospensione momentanea del contatto.

In questo caso lo spazio (ciò che separa) è la garanzia della possibilità che un toccare abbia luogo, esattamente come il silenzio è lo sfondo imprescindibile di qualsiasi determinazione di suono.

La pervasività assoluta di uno stato, paradossalmente, ne cancella l’esistenza.

 

Mourir pour des idées…”

Uno spirito temprato non difende un’idea, non l’abbatte, e tanto meno vi si sacrifica… se può la usa.

 

Onore ai fondatori

Il limite del discorso strutturalista emerge con chiarezza dall’imbarazzo palesato da Foucault nell’inevitabile incontro con una figura tanto complessa quale quella di Freud.

Quest’ultimo, figlio del soggetto mistificato e mistificatore prodotto del cogito cartesiano, ha tuttavia ridato voce al folle e alle sue manifestazioni, riconoscendo in esse un sistema di senso del tutto peculiare che paradossalmente riallaccia i rapporti con la normalità insinuando nel cuore di essa, ovvero nella coscienza, la maledizione del non senso, richiamandola dall’esilio secolare che, a parere di Foucault, segna il passaggio dal pensiero medievale a quello moderno.

Deridda, oltre a contestare il semplicismo con il quale Foucault riduce il cogito di Descartes a pura solarità, evidenzia come lo strutturalista non possa sminuire il pensiero di Freud senza restringere lo spazio del proprio discorso, spazio che quello stesso pensiero consente ed autorizza.

 

Wittgensteiniana

Un ragno “oggettivamente” brutto?

Quello che, potendo, non riuscisse proprio ad accettare il suo aspetto.

 

Il mio Stirner

Il soggetto di cui parla Stirner è un autentico nucleo di problematiche che precorre la filosofia dell’esistenza. Questo soggetto, antimetafisico per eccellenza, è un nulla d’oggetto (in senso lato), una mera possibilità fattuale che, proprietaria di tutto in particolare, si definisce tautologicamente e non deriva da alcunché.

L’io ha per Stirner (Callicle moderno) uno statuto speciale, dal momento che non si esaurisce in nessun contenuto reale o ideale; è un “in sé”, il “sempre prima” e dunque l’assolutamente indeterminabile (“Ho fondato la mia causa su nulla”) determinato assolutamente dai fatti.

 

La quintessenza del male

La tristezza che alberga negli insoddisfatti, nei rancorosi e nei miserabili è quella stessa che amministrano e propagano i tiranni, i potenti e i fanatici d’ogni tempo e latitudine.

La tristezza dell’animo è la fonte a cui si abbeverano i vampiri e i moralisti, mentre la turba delle loro vittime ingrossa essi gioiscono d’una gioia malsana e glauca. I tristi muoiono del loro contagioso veleno, a cui mai rinuncerebbero perché ha preso il posto del loro stesso sangue. La quintessenza del male. Diffidare dei tristi.

 

Il trionfo dell’imbecillità

In ogni droga c’è un danno e un rischio, ma anche (cosa ormai dimenticata o rimossa) una scoperta possibile.

La dimensione iniziatica e rivelatoria degli stupefacenti è scomparsa del tutto nella nostra cultura: dapprima a favore dell’edonismo autodistruttivo del “sempre più”, e oggi del potenziamento dell’efficienza e dell’adeguatezza (forse un grado di atrocità superiore). In ogni caso, come faceva notare Artaud acutamente negli scritti sui Tarahumara: “Superare il necessario è saccheggiare l’azione”.

Tutto quello che si è riusciti a fare in questo povero paese è stato demonizzare alcune droghe, equiparare ipocritamente rischi e danni, spargere semi d’ignoranza ed oscurantismo tra quelli di marijuana e papavero. Non esiste modo per rendere più attraente qualcosa, soprattutto a quella malattia del cervello che si chiama adolescenza, che farne un demonio. Il proibizionismo ha completato l’opera, consegnando ai malavitosi un mercato lucrosissimo e, finalmente, alcuni intelletti “superiori” hanno proposto la carcerazione dei tossicodipendenti.

Sul carro della droga sfila il trionfo dell’imbecillità.

 

Putrefazione perpetua

Cristo, il magnifico idiota come lo chiama Nietzsche, il visionario severo con l’infinita dolcezza dei pazzi: capelli scuri, probabilmente crespi, carnagione bruna e occhi d’ebano (lo immagino tanto lontano dalla sdolcinata ed anemica iconografia cattolica), circondato dai suoi fratelli di sangue, battagliero e alla deriva. Parole nuove, parole di fuoco, scandalose ancora oggi, insopportabili al punto che ammazzarlo non basta, al punto che anzi l’uccisione dell’ uomo si rivolta contro i suoi giudici. Bisogna estinguere il verbo rivoluzionario, la spinta oscena che denuncia per sempre il potere. Si deve far nascere una pianta velenosa proprio dall’odioso cadavere: saranno la chiesa e i dogmi.

Cristo: malattia postuma, necrofilia metafisica, putrefazione perpetua, maledizione della vita.

 

Solo noi due?

La mitologia di coppia vincola i componenti a rafforzare il loro ego, a pensare se stessi unici ed insostituibili (nella diade come proiezione narcisistica o simbiosi).

Viceversa, il desiderio di individualizzarsi spinge fatalmente alla formazione della complicità a due.

Tuttavia la coppia, nelle sue dinamiche, è il luogo più sociale che esista, e tale realtà si rivela totale depredamento quand’è camuffata come il massimo del personale e dell’intimità. Il discorso del corpo è allora quello del potere. Quanto più individualizzo questo discorso tanto più nascondo a me stesso il fatto che questa parola (la parola del corpo) mi è stata sottratta da sempre.

Non metto in gioco il mio corpo, ma ne faccio una proprietà, una “cosa seria”, un capitale, e ne sono perciò totalmente spossessato. La maggiore intimità è una possibilità aperta (e non chiusa come nella coppia tradizionale), il modo autentico di essere se stessi deriva dalla rinuncia al possesso di sé e al possesso dell’altro.

Ci fanno credere alla necessità di difendere la nostra unicità e i nostri sentimenti, ma accettando questa individuazione mitica perdiamo la sola nostra determinazione, rinunciamo spontaneamente alla libertà relativa dei corpi, alla responsabilità invitando l’altro, l’idea o la società a decidere per noi.

In cambio di una fasulla libertà “metafisica” assoluta e totale ci consegniamo ad una prigionia, questa sì ben reale.

 

Musica per aeroporti

La musica è una messa in forma del tempo.

La musica di questo tempo ha ricevuto dall’istante crudele, anonimo ed invadente la sua forma.

 

Mafia

Il nostro “migliore” prodotto d’esportazione.

E’ un’etichetta che ha perso tutte le sue connotazioni arcaiche e localistiche. Cosa mai può essere oggi, infatti, un “codice d’onore” se non un fossile simbolico e sociale? La modernità internazionale della mafia è il connubio ineffabile di politica, tecnologia avanzata, altissima finanza e malaffare. E’ il miracoloso meccanismo per cui istituzioni ad alta visibilità così come piccoli, insignificanti, commerci umani “funzionano” purché alimentati da una trama di violenza, omertà e cattiva coscienza.

La mafia è il vicino come strumento ed ostacolo, il famigliare come risorsa, e il tutto al di là dell’ideologico… la mafia tende all’universale.

 

Eclisse (A te)

Eros contrariato è un aguzzino feroce. Lui che conosce ogni percorso del piacere lo ripercorre ora, lentamente, con la dolce mano mutata in artiglio, e con l’altra, aperta clessidra di sale, semina nella piaga il velenoso cristallo.

Il ricordo mi soffoca, l’oblio è una sentinella appoggiata con il mento alla lama del pugnale. Mi sento come una marionetta slogata, impotente, trascinata al supplizio per lo sgarro al padrone, un dio dalla faccia decomposta sotto l’oro della maschera infantile.

Se almeno fossi io parte lesa… l’urlo non mi morirebbe in gola incapace di farsi, come dovrebbe, parola gentile e conforto. Ma il caso maligno, l’oscura insignificanza che ha mutilato anche te, tu lo hai già tanto spesso incontrato nella tua vita da scambiarlo per un famigliare.

 

Il sabotatore del quotidiano

Fatta eccezione per le catastrofi mentali o fisiche (lì, dove si nascondono), viviamo in uno stato perenne di ipnosi.

La lucidità del pensiero è a tal punto messa sotto assedio che deve mobilitare tutto il suo potenziale di energia creativa per resistere ad oltranza.

Ammesso che fosse possibile raggiungere una consapevolezza stabile essa non produrrebbe altro che surriscaldamento, poiché sarebbe proprio una resistenza in senso elettrico.

Lo stato ipnotico nel quale ci troviamo non è solo il risultato di una congiura di forze e di mezzi molto sofisticati che hanno totalmente preso possesso della vita quotidiana e delle fibre più nascoste della psiche, ma è anche, e soprattutto, il segno di una capitolazione profonda del soggetto.

Quest’ultimo, dopo la “crisi delle metanarrazioni” (per riprendere un gergo alla Lyotard), ha rinunciato a pensare il reale in termini di costruzione ideologica, limitandosi a constatare che le cose “stanno come stanno”. Ma non ci troviamo qui di fronte al vecchio manifesto del realismo borghese, bensì alla forma più banale ed ubiquitaria di riflessione contemporanea. Lascio da parte la categoria degli “intellettuali”, da sempre i mammiferi più rapidi nel reperire ed affollare l’angolino più tranquillo di mondo, compatibilmente con quello che l’epoca offre. Frequentare a lungo un ambiente accademico, e le pallide ombre che lì si aggirano, è il modo più efficace per lasciare questo pianeta verso il vuoto cosmico ed interstellare dei concetti. Mi domando invece perché tutti gli altri, quelli che nel mondo ci stanno, dovrebbero affrontare la fatica e il rischio di difendere una scintilla di soggettività quando farlo è diventato palesemente “irrazionale” ed è, al contrario, possibile godere di tutti i vantaggi del “benessere” purché si fissino abbastanza intensamente uno, cento, mille pendoli? E’ come gridare nel deserto sostenere che questo sogno è una patina sull’incubo, che questa sicurezza molle e vischiosa è un mito con una carica esplosiva nel cuore, che l'odore di marcio non si può più occultare ed ha già invaso gli scaffali del nostro grande supermarket.

La disposizione e direi, addirittura, il desiderio di essere suggestionati, è una potenzialità dell’umano che le velleità rivoluzionarie dei critici e dei sacerdoti del “senso della Storia” hanno semplicemente ignorato. Quante volte il crimine si è accompagnato da raccomandazioni del genere: “Sappiamo cosa è bene per voi, è atroce ma la causa lo impone, un giorno tutto vi sarà chiaro, il regno dei cieli sulla terra è prossimo, eccetera” ?

Convinti erroneamente che tutti desiderassero diventare soggetti e liberi pensatori (proprio nell’unico spazio e nell’ unico modo in cui questo secondo loro era possibile), questi apologeti della “liberazione” hanno praticato un’antropologia al rovescio: la maggior parte degli uomini vuole infatti stare solo tranquilla, e chiede le catene più discrete e comode possibili.

Io stesso non esiterei a passare la mia vita in un centro commerciale, piuttosto che incontrare sulla mia strada uno di questi fanatici dell’ideologia rivoluzionaria.

Chi è allora il resistente, il sabotatore del quotidiano?

Semplicemente uno che non può fare a meno di essere ciò che è, e che ci cava pure un discreto piacere. Pratica di vita e scelta elitaria, la sua è una ginnastica buffa e tragica al tempo stesso: gli tocca dire di no proprio lì dove il contrario sarebbe scontato. Non è affatto la sua una missione salvifica, una triste crociata che la rivelazione del suo significato storico gli impone… no, no… è piuttosto il godimento continuamente rinnovato che provoca in lui l’esercizio impossibile d’essere soggetti oggi. In pratica, è un perverso.

 

The pale blue dot

Il percorso della scienza moderna è disseminato di rovine sempre più imponenti, di modi e mondi in frantumi tra cui spicca, per vastità del danno, il povero e diroccato edificio antropocentrico. Nel patetico tentativo di negare l’evidenza, di stornare lo sguardo da questo insostenibile e pietoso scenario, ci siamo condannati ad una schizofrenia per civiltà tecnologicamente avanzata.

L’antropocentrismo è la chiave delle religioni, al punto che il divino vi gioca quasi il ruolo di comparsa, ridotto a formidabile smacchiatore, indaffarato com’è a magnificare l’umano, a dar maggiore lustro e purezza alla creazione e, in particolar modo, al suo vertice. Di questo vezzo è permeato il pensiero laico, al punto che nella scienza stessa si ravvisano facilmente tracce di presupposti teleologici. Eppure l’uomo è condannato a ridimensionare l’umano, il suo lavoro consiste nel portare alla luce una cattedrale tanto vasta e magnificamente mostruosa da rimpicciolirlo sempre di più, sino a minacciarne la consistenza. Oggi la nostra visione richiede un continuo aggiustamento, uno sforzo minimo ma costante per strappare la nostra immagine ad una scala smisurata, lì dove l’uomo e la terra appaiono un dettaglio, una particella insignificante. La conoscenza è allora una vertigine che il mondo s’incarica di dissipare con tutta la cacofonia e gli strombazzamenti che ci riguardano.

Le manie di protagonismo di questo bipede petulante e geniale ormai non lo proteggono più dallo specchio che ha lui stesso silenziosamente costruito, nell’umile operosità dei centri di ricerca e dei laboratori.

Specchio terribile, in grado di rimandargli un’immagine di sé dal fondo dell’abisso.

 

In. Sin. Tota. Comple.

Diversamente dai moralisti non abbiamo la pretesa di sapere di che materia siamo fatti, o quali conseguenze sul sentimento e sugli atti avrebbe l’immersione della nostra persona in un ambiente sconosciuto. L’infinita conoscenza di sé prevede, appunto, infinite combinazioni di umori e contesto, di memoria e attualità, di struttura e campi di forza.

Soggetto e mondo sono tanto compenetrati che il loro statuto è essenzialmente un divenire, un’interdipendenza magmatica ed imprevedibile. Non che si riveli impossibile abbozzare un disegno generale, qualcosa che somigli ad una legge del comportamento individuale, ma questa astrazione è posteriore all’esperienza e all’insondabile esercizio del vivere.

Tuttavia, se si ottenesse una discreta verità sperimentale essa non sarebbe altro che empirica, e di nessuno potremmo essere certi che non si tratti di un criminale prolungando anche di un’ora l’esperimento dell’esistenza.

Molto più affidabile, ma di tutt’altra natura rispetto al monitoraggio e all’elenco dello spettro delle reazioni umane in contesti estremi, si rivela l’intuizione della forma del soggetto nel mondo, il suo ethos con tutta la carica emotiva, intellettuale, simbolica e sensuale che implica.

L’ethos potrebbe essere addirittura l’espressione di un intero sistema culturale, così come lo pensa Gregory Bateson (concetto troppo poco scientifico per non suscitare il sospetto e l’ostracismo accademici). Allora, il più piccolo gesto, la parola banale, la reazione anodina in un contesto quotidiano, intercettati da questa intuizione sintetica di una totalità complessa, sembrano svelare d’un tratto la natura più intima dell’individuo, la sua propensione al crimine, alla sopraffazione, alla schiavitù del potere o, al contrario, alla libertà.

Sapere quasi organico, di sconvolgente precisione e previsione, è quanto di più lontano da uno schema, da un meccanismo di cause ed effetti. Visione della forma della vita da parte di se stessa, nucleo d’indubitabile certezza ma alla cui approssimazione si giunge asintoticamente per metafore, l’arte misteriosa di conoscere gli uomini è più difficile da descrivere di un odore ma più esatta di mille trattati di psicologia.

 

L’insopportabile filastrocca del nemico

La radicalizzazione dello scontro tra Islam ed Occidente, oltre a cancellare le sfumature e la complessità degli enti culturali in questione, ha per essi un medesimo e reciproco vantaggio: l’uno può usare l’altro per nascondere a se stesso le proprie magagne, deficienze e nodi di crisi.

Il relativismo assoluto, la debolezza esangue del diritto, la crudele reificazione della natura e dell’uomo che la cultura occidentale ha sviluppato e diffuso non sono creazioni del suo presunto antagonista, dell’Islam. L’impero romano non è stato in grado di resistere all’aggressione barbarica perché era internamente minato dalle sue contraddizioni, e non certo perché la minaccia esterna fosse invincibile.

Quando una società come la nostra, non essendo in grado di difendere, nel suo stesso seno, le conquiste e le responsabilità dell’illuminismo e dell’individualità laica (penso ai criminali italico-sinistroidi per cui la farsa della protezione della diversità si risolve sistematicamente in uno smantellamento del diritto) invece di interrogarsi sull’effettiva consistenza di tale eredità si accanisce nella patetica denuncia di un aggressore esterno sul quale riversare la propria incompetenza etica ed educativa, tale società, dicevo, si mostra in tutta la sua vulnerabilità e debolezza.

La controparte, la società islamica (in un’altrettanto ipotetica unità di modi e di intenti), partecipa allo stesso giochetto a nascondino con se stessa, per non vedere che trascina nella storia degli orridi fossili simbolici e sociali responsabili del suo secolare immobilismo. Poiché l’avanzamento tecnico e scientifico richiede un’apertura alla contemporaneità culturale senza la quale si sarà perennemente dipendenti da un sapere esterno al proprio mondo, mi sembra di ravvisare, in certe frange dell’estremismo radicale islamico, la rancorosa aggressività dei sottomessi e dei vinti.

Fino a quando i due mondi continueranno ad evitare il processo di autocritica e di necessaria rivoluzione culturale interna essi avranno da dare solo il peggio di se stessi, e questo basta per mandarci definitivamente in rovina.

 

Più raro del panda

Fare esperienza del mondo: ecco l’evento sempre più improbabile. Sperimentare un incontro che non sia preventivamente mediato, ideologicamente costruito o predigerito da un mezzo qualsiasi, oggi rasenta l’eccezionalità.

I nostri stomaci reali, mentali ed emozionali hanno subito una metamorfosi, un’involuzione, come quelle bizzarre derive degli animali in cattività di cui parla Lorenz, al punto da poter (as)sorbire solo dei papponi manipolati, possibilmente con l’aggiunta di qualche correttore di acidità o dolcificante.

Le menti ruminano e biascicano materia devitalizzata, insapore ed inodore, ma soprattutto uniformemente trattata (nonostante la confezione abbia colori accesi e forme vistose).

Il vero scandalo sarebbe fare a meno di tutto questo impacchettamento ad uso dei minorati, e mostrare che proprio l’ investimento di energie e di attenzione sull’abito e sull’ apparenza è tanto più necessario quanto meno un contenuto è distinguibile dall’altro, ma tutto deriva da una manna oppiacea e stupida. Ogni cosa è merce, ed ogni merce è trattata come il “commestibile” da McDonald. Il gusto si è a tal punto atrofizzato che qualsiasi cosa abbia sapore produrrebbe solo ripugnanza e rigetto.

Non è dunque questo universo variopinto di sbobba pre-digerita a costituire la vera catastrofe contemporanea, ma è l’estinzione progressiva, ed apparentemente inarrestabile, della facoltà di distinguere i sapori e del desiderio che qualcosa che abbia gusto esista.

 

La peste dell’anima

La cosa desolante è che non si esce dalla chiacchiera moralistica, dalla ridda nebulosa delle essenze e del giudizio sui valori.

Eppure, la buona vecchia morale è sempre stata un camaleonte, una maschera pronta a nobilitare, con dolcezza e decoro, le più meschine attitudini degli uomini, la fedele compagna degli incubi sanguinari.

Sospetto che ogni moralismo nutra e protegga la disposizione contraria che finge di minacciare, vera e propria attitudine schizo-paranoica che condanna l’esterno per autoassolversi.

Dovunque e sempre, questo accanimento a perseguire l’ imperativo categorico del “dover essere”, in special modo se riguarda gli affari dell’altro. Un mondo di schiavi, di rancorosi e di boia spettrali nel cuore stesso della vita.

L’essenza presuppone una gerarchia metafisica (il valore al di sopra dell’essere) che trovo semplicemente ripugnante. Se decidiamo realmente che l’altro si adegui per principio e per dovere alle aspettative personali o, più comunemente, a quelle socialmente condivise, allora assumiamoci almeno la responsabilità di vivere nella finzione violenta e nel ricatto.

Sono incapace di far parte di un mondo del genere.

 

Fuga in sé minore

L’identità è nel flusso del tempo invece che coincidere con esso, nutrita dal siero avvelenato della memoria e circuita da una puttana che si chiama “speranza”.

Per sopravvivere deve dare corpo a due inesistenze: il “c’è stato” e il “ci sarà”, ma ogniqualvolta questo facile trucco non le riesca sopraggiunge la noia, e la sua coorte di inquietanti comparse (la morte, il non senso, l’angoscia).

La noia è un grumo nella fluida ambrosia della metafisica, un’occasione perennemente persa di recuperare tutto l’attimo presente, e con esso la vita.

 

L’uomo e la Sostanza

Tutto ciò che accade è l’espressione di una Logica sconfinata, la declinazione di un’impensabile totalità. Spinoza dà a tale Logica il nome di sostanza. Detta sostanza produce pure, necessariamente, la contingenza (poiché coinvolge delle finitudini) che è l’incontro di un soggetto con un fatto.

Quanto più il soggetto proietta inconsapevolmente un mondo interiore costituito da aspettative, timori e credenze sul fatto tanto meno egli sussiste autonomamente.

L’accadimento ingloba così il soggetto di modo che fra i due non c’è distanza, tuttavia la fusione non si opera legittimamente a livello concettuale e metafisico, ove ogni molteplicità è ricondotta all’unica origine, ma si risolve in una mistica superstiziosa e fantastica, in un mondo magico. L’anima mundi non trova alcuna limitazione per opera di uno spirito ancora immaturo, embrionale. Il fatto divenuto evento per il soggetto è nondimeno un prodotto che offre una certa resistenza. Quando l’evento mostra un’autonomia irriducibile all’individuo, lì nasce forse realmente una soggettività: poiché allora si instaura una tensione che, con un duplice movimento, costituisce ed alimenta i poli del conosciuto e del conoscente. Mondo e soggetto si separano per esistere. Il divorzio è destinato a perdurare.

Iniziando il faticoso cammino dello spirito l’uomo perde la facilità del contatto e l’immediatezza dell’adesione affettiva al mondo. Lentamente il soggetto comincia a ritirare il suo investimento affettivo dall’evento, a lasciare che emerga il meccanismo peculiare del fatto. La sospensione del giudizio non permette solo l’autonomia dell’accadimento, il suo essere per sé, ma rafforza di rimando la soggettività indagatrice. L’intelligenza che scompone e ricompone il mondo, forte allora della sua presunta oggettività, si fa cinica e disincantata, spinta dalla presunzione di poter ritirare ogni parzialità dallo sguardo sulle cose. Tuttavia, la natura finita del soggetto è quello che garantisce ad un meccanismo di essere pensabile quindi mai assoluto; se l’indeterminato si manifesta non è perché appartenga essenzialmente al fatto, ma perché l’indeterminato è consustanziale al comprendere e alla relazione ermeneutica di mondo e coscienza. L’incontro tra soggetto e fatto è dunque sempre indeterminato, e mentre il primo si avvicina asintoticamente al secondo, quest’ultimo viene divorato; ma quand’anche il fatto fosse raggiunto e dunque del tutto fatto a pezzi resterebbe pur sempre un residuo di indeterminatezza, e ciò non perché vi sia ancora un piccolo sforzo di oggettivazione da fare, ma perché l’ indeterminato è sempre stato contenuto nel percorso che ha portato dall’evento al meccanismo.

E’ proprio la compresenza di molti meccanismi, e quindi di molte logiche, a testimoniare come il soggetto non possa mai trovarsi a contemplare la Logica a cui tutto appartiene. E’ necessario infatti considerare che la pluralità degli accadimenti prevedibili rimanda ad una totalità, per cui detti accadimenti sono in definitiva uno soltanto che accade necessariamente e per il quale il termine “accadere” rinvia solo a modi della sostanza, e non certo ad un prima o ad un dopo di essa, poiché l’origine contiene già tutti gli avvenimenti che dovranno accadere ed è quindi in quanto tale sottratta al divenire. I suoi attributi sono l’esistenza, la perennità, l’infinità, l’indipendenza, l’immobilità e la potenza assoluta, come detto nel libro primo dell’Etica.

Ogni meccanismo particolare trova la sua garanzia, la sua ragion d’essere, deriva la sua prevedibilità ed il suo carattere di fenomeno scientificamente indagabile non mai in se stesso, come fosse un piccolo assoluto, ma solo in quanto modo della Logica, espressione della Necessità come di una garanzia metafisica assoluta che nulla possa emergere caoticamente, al di fuori della Legge che regola il Cosmo, o la pluralità delle leggi e dei universi.

Questa sicurezza metafisica totale, questa terribile cogenza, permette all’uomo la disposizione scientifica evitando il nichilismo. Quest’ultimo è il prodotto di un equivoco, di un abuso del metodo, per cui se “Dio non gioca a dadi” allora l’uomo gioca a fare il dio: la faustiana esuberanza del soggetto che, davanti alla rinnovata e stupefacente scoperta dell’ordine del mondo, finisce per ravvisare solo in se stesso il fondamento metafisico di cui la sua potenza e la forza predittiva sarebbero espressione. Ecco allora che il soggetto si divinizza, è l’idealismo romantico, è Fichte.

Nel nichilismo i poli della relazione soggetto e fatto, a partire dalla loro separazione, tendono a scomparire: il primo dissolve il mondo, lo fagocita e così facendo mina la sua stessa esistenza, che dipende essenzialmente dalla relazione. Il soggetto non trovando più la garanzia di una fondazione fuori di sé, avendo cioè perso la fiducia che la realtà emani dalla sollecitudine divina, così come è costruita dalle sue stesse proiezioni, invece di ravvisare la sua dipendenza da una Logica impensabile nega semplicemente ogni dipendenza. Il libero arbitrio che costituiva il germe metafisico di questo delirio di incondizionato porta necessariamente la sua essenziale aberrazione a manifestarsi senza freno. In questo modo la soggettività occupa abusivamente tutto lo spazio del reale e si vanifica nell’impossibilità di riconoscere la resistenza del fatto, dunque il fatto medesimo, la loro relazione e se stessa.

La soggettività si costruisce sempre nell’intenzionalità conoscitiva che proietta su un mondo al quale riconosce una resistenza. Questa intenzionalità è carica di affettività, e nella relazione soggetto-fatto il soggetto prende cura di sé prendendo cura del mondo. Cosa significa? In sostanza si tratta della cura di un rapporto. Ove il soggetto giunga a screditare totalmente il fatto, immaginando di potergli togliere ogni resistenza (insensatezza che misconosce la natura indeterminata del comprendere) la relazione tra soggetto e fatto scompare. Poiché la soggettività ha bisogno di questa relazione, e che tale relazione definisce ontologicamente la soggettività medesima, la metabolizzazione del fatto senza residui non rappresenta per il soggetto una conquista ma una perdita e una minaccia alla sua stessa realtà. In questa eventuale perdita possiamo riconoscere una scena etica, dato che il soggetto si è pensato al di sopra della relazione con il mondo e ha pagato tale reificazione della conoscenza e deificazione dell’ego con l’appiattimento nichilista e la vanificazione di sé.

La prospettiva ermeneutica cui ho accennato informa, dunque, sostanzialmente il rapporto soggetto-oggetto nella misura in cui ogni sapere è interpretativo, ma non per questo soggettivo (cioè creato dal soggetto). La trasparenza e la facilità sono i sintomi più evidenti del nichilismo a cui porta l’ermeneutica intesa come idealistico dissolvimento dell’ oggetto nel processo di lettura e rilettura storica.

L’appartenenza del soggetto alla Logica è la garanzia metafisica della presenza di un ineliminabile residuo interpretativo, di una fatica e (meglio ancora) di una impossibilità nella “lettura” del mondo.

Osservando la pratica tecnologica resto colpito dalla sua natura di atto manipolatorio, di creatività intesa come combinazione di forze autonome ed emergenti, il cui senso non è mai problematizzato in termini metafisici, poiché non tocca in alcun modo la dimensione dell’efficacia e della spendibilità di queste “trovate”. Naturalmente l’innovazione della tecnica non è un processo guidato da qualche autocrate seduto sul suo scranno o nascosto dietro di esso, e sarebbe tanto puerile sostenere una cosa simile quanto ritenere che questo gioco inventivo e pratico si faccia in un topos neutro, nella incontaminata terra della ricerca scientifica. Quanto alle determinanti politiche ed economiche non hanno nulla di strutturale. E’ infatti ancora il nichilismo l’origine, lo spazio e la scena dell’avventura tecnologica. Essa porta impresso il marchio dello spirito che duplica il mondo e ignora l’appartenenza, la finitudine e la sua stessa natura di derivato dell’Essere. La ricerca non è libera proprio perché si finge incondizionata, si allea così volentieri alle pretese degli Stati, agli appetiti delle nazioni, ma le condizioni dalle quali realmente dipende sono quasi impensabili. Proprio il carattere nichilista della tecnica fomenta le separazioni e alimenta il presente perpetuo col nuovo gadget di cui non si può fare a meno, contro la sostanziale tendenza all’interconnessione nella dinamica delle scoperte scientifiche e la natura sempre più palesemente globale dei problemi generati dallo sviluppo. Aumentano gli specialisti, ma sono sempre più impotenti a decifrare la realtà di un fenomeno complesso e, “scambiando un ammiccamento per un tic”, mostrano l’inutilità o la pesantezza ingombrante della potenza tecnica di fronte alla sottile trama dei significati culturali e dei bisogni umani.

La garanzia metafisica assoluta, senza la quale il mondo diventa soggettivo per l’opera nullificante dello spirito e il soggetto stesso si vanifica, trasforma soggetto e mondo in un rapporto, in una relazione. Un rapporto è qualcosa in cui i due termini mantengono una sostanziale irriducibilità l’uno all’altro, incommensurabilità che è il segno della loro comune appartenenza all’impensabile Logica. L’opera del soggetto è dunque questo perenne moto intenzionale verso l’irriducibile mondo, ciò che lo affratella agli altri soggetti in questo sforzo e in questo godimento infinito che è la garanzia della loro comune esistenza.

La coscienza non è libera perché incondizionata ma perché, al contrario, appartiene alla relazione e proprio perché condizionata in modo assoluto e necessario. I termini esprimibili di questo condizionamento non possono che essere relativi e parziali (come ogni meccanismo di nesso causale che gli uomini mettono in luce) e la scienza ha svelato la necessità di molti stati che un tempo rientravano nel dominio insignificante del caso o nella forma del mistero, senza che nulla si possa dire della necessità metafisica in toto. Fingere di poter rimuovere l’appartenenza assoluta reificando il mondo o antropomorfizzando il divino sono i due escamotages attraverso i quali la coscienza misconosce il condizionamento assoluto per ammettere solo quello relativo e così alimentare il mito pernicioso del libero arbitrio, del deuccio in miniatura; ovvero l’individuo nomina la Logica come fosse un oggetto dello spirito e non il suo indicibile orizzonte. In tutti i casi la coscienza abbandona il lavoro della relazione con il mondo, si sottrae nell’assolutismo del soggetto o nel soggettivismo assoluto, diserta la sua posizione, il suo compito e la fatica dell’esercizio della libertà che è continua restituzione all’Essere (cioè al nulla dell’ente) delle condizioni che determinano l’ente e il loro rapporto.

Proprio perché la totale appartenenza alla Logica è sperimentata da una coscienza (cioè da un’entità finita) essa si può risolvere nella contingenza di un pensiero che prenda una direzione etica o inversamente moralista (anti-etica). Il libero arbitrio, il nichilismo, il degrado metafisico delle religioni sono possibilità della coscienza (tristemente sono realtà di violenza effettiva, il volto sanguinoso della storia) ma in termini metafisici sono mitologie, impossibilità di soggetti che, nel tentativo di negare la Logica, negano se stessi e l’altro. Il soggetto, nell’impossibile, e quindi violento tentativo di sfuggire al suo statuto ontologico di rapporto totalmente condizionato e necessario con il mondo (determinante assoluta che, va ribadito, è solo in quanto assoluta la cifra della libertà della coscienza) perde “potenza” e offre alla Storia il suo volto triste e dispotico. Perdiamo potenza ogniqualvolta cristallizziamo in noi stessi e quindi nel mondo (nel mondo e quindi in noi stessi), l’Essere in ente. Ogniqualvolta tentiamo invano di fermare ciò che scorre e neghiamo di rimando l’immobilità impensabile di ciò che è immobile. Perdiamo potenza quando la nostra finitudine si sintonizza sulla frequenza morale e abbandona la pratica del “vivere” per la retorica del dover essere.

Vivere, morire, scegliere, amare sono espressioni etiche: pensare di vivere, pensare di morire, di scegliere e d’amare sono già compiacenze, amletismi, tristezze.

I due miti contemporanei della “libertà” e della “sicurezza” sono devastanti sul piano dell’integrità metafisica degli individui. L’irragionevolezza di una pseudo-libertà che è un esercizio velleitario del possibile senza i mezzi e senza i rischi sconfina nell’infantilismo, così come la sicurezza si palesa come rimozione costante della finitudine e della transitorietà assoluta del nunc, dell’ora che sola è effettivamente presente, e come erosione dello spazio simbolico.

Il nichilismo produce delle pratiche di vita che alimentano le false disposizioni di cui sopra e dunque, quasi heideggerianamente, l’oblio dell’Essere sembra si configuri come un destino. Ma ecco ancora profilarsi il rischio di nominare la Necessità, di darle un volto nella forma di una eventualità storica e di una direzione. Una storia dell’Essere, come ha ben argomentato Lowith, è davvero un controsenso poiché la dimensione storica riguarda solo gli enti e la storia degli enti ha una necessità impensabile. L’Essere non si è mai mosso, non ha avuto alcuna evoluzione, ma non è mai stato neppure più o meno vicino agli uomini secondo un disegno formulabile da qualche nostalgico della fuga degli dei, perciò non azzarderemo mai espressioni come “avvento dell’Essere” o necessaria evoluzione della metafisica in tal senso o in tal altro. Rifiutiamo come delirante la hegeliana deriva dello spirito assoluto nelle faccende umane.

Non possiamo scorgere la totalità di ciò in cui siamo immersi, come non potremmo immaginare nulla che la nostra forma di vita non ci permetta di immaginare. Senza profeti, senza inquietanti pastori di verità, senza un senso che porti il marchio della trascendenza nel caos informe della vita, senza consolazioni extramondane ci resta la nostra libertà: necessità di un rapporto necessario con il mondo nella fratellanza tra uomini, e degli uomini con una natura finalmente affrancata dalla condizione di puro mezzo, restituita a viva e stupefacente manifestazione del Mistero, della Necessità.

 

Le petit Sade

Non vorrei che la mia vita sentimentale fosse letteratura, bensì pornografia. La mia vita tout court.

 

Ai vampiri filosofici

Non provo alcun interesse per le concettualizzazioni, a meno che esse non abbiano un esito paradossale. Un buon pensiero è quello che implode su se stesso, che nutre intimamente la propria catastrofe. Ciò che più mi riguarda è una “pratica” del pensare, tanto aliena alla speculazione dotta quanto all’agire comune, con il suo nocciolo intoccabile di metafisica.

Pensare contro il vivente, pensare il “pensabile”, distillando il fondamento e il generale, è un lusso pericoloso.

Un po’ come trascorrere il proprio tempo libero a scavarsi la fossa per cominciare poi a trovarla confortevole. [2001]

 

Galassia Junger

1. Junger è l’Arbeiter: il lavoratore non può che essere aristocratico.

2. L’incontro con la forma si svolge nel tempo, ma non può essere un incontro storicamente connotato perché la forma è antistorica. “…una forma storica è, nel suo nucleo profondo, indipendente dal tempo e dalle circostanze da cui sembra scaturire”. La “sua” guerra nelle tempeste d’acciaio, dunque, ha un rapporto certo misterioso ed indicibile con la carneficina idiota (profondamente borghese) del ’14 – ‘18.

3. La germanità che invoca (come pure la sua presenza nello Stato) è una tentazione molto forte per spiriti non temprati a ravvisare la forma negli avvenimenti meno significativi dal punto di vista gnoseologico (proprio perché eclatanti), e più pericolosi sul versante della strumentalità politica. La lezione del travisamento di Nietzsche è esemplare. Questa non è una notazione “morale”. La realtà della forma non è meglio espressa da fenomeni storici “positivi”. In un caso (la forma) siamo nella filosofia, nell’arte, nella mistica ma nell’altro (quella forma è buona o cattiva) siamo nella politica, nella morale, nella religione. La forma è qualcosa che ha stretti rapporti con la crudeltà quotidiana del minimo.

 

Sisifo invisibile

La pratica non violenta è, anzitutto, un’attività della coscienza. Il pacifico non gode di uno stato, ma pratica un esercizio inteso ad interrogare le origini e la natura della violenza: ricerca perenne che lo porterà a disinnescare le dinamiche violente nei contesti più vari della sua esistenza. Si tratta sempre di dinamiche interiori, non avendo il pacifico alcuna velleità di esercitare un potere diretto sul mondo, poiché proprio questa gli si rivela essere una genesi prioritaria della disposizione aggressiva.

Egli modifica indirettamente lo stato delle cose, attraverso il potere che esercita su se stesso. Non è la volontà a realizzare quest’opera, ma la logica che l’energia segue una volta sganciata dai diversivi esterni. Tale coscienza può persino ravvisare il grado di violenza che si nasconde nel pacifismo.

 

Rivoluzione del linguaggio

Per semplicità, immaginiamo che il male ed il crimine coincidano con l’omicidio. Perciò non dire: “Quest’uomo ha commesso un assassinio” ma: “Quest’uomo è l’assassinio”.

Non esiste alcuna separazione tra soggetto ed azione (ed in special modo negli eventi tragici e cruciali di una vita) tale per cui il soggetto si trovi davanti all’agire come un ipotetico viandante alla biforcazione neutra di due strade. La configurazione necessaria ed inintenzionale che produce un incidente fatale è l’unica alternativa alla configurazione essa pure necessaria che lega in un rapporto di senso il carnefice alla sua vittima.

Quest’uomo, questa configurazione di senso, è esattamente il crimine; lo è da sempre nella misura in cui il suo vissuto è il prodotto necessario di questa forma “criminale”. Poiché la vita e la durata (come la chiama Bergson) non sono riducibili alla catena sequenziale di cause ed effetti che l’indagine razionale può svelare, nessuno potrà mai ricostruire lo sviluppo del “male” e scalfire il suo mistero, ma è insostenibile la posizione di chi nega la necessità di questo sviluppo quando esso appare clamorosamente nell’agire.

Dobbiamo trarre le conseguenze ultime di questa visione.

Poiché l’azione non è altro che la manifestazione dell’avvenuto incontro tra la condizione di senso “criminale” e i fattori del suo innesco, potremmo anche immaginare che il crimine possa non incontrare mai tali fattori e restare sepolto nell’uomo come una possibilità inespressa. Quanti potenziali assassini, allora, intorno a noi e, cosa inquietante, in noi stessi?… l’autodeterminazione di cui parla ancora Bergson non è altro che questo svelamento progressivo, necessario eppure definitivamente insondabile, di ciò di cui sono capace, nel mondo in cui sono stato gettato. E’ la scoperta del male che io sono e l’intuizione del male che sarei potuto essere.

C’è un rapporto stretto tra la configurazione di senso che accompagna la nascita del soggetto e la sua distanza dal crimine. Infatti, quanto meno il soggetto è emerso, quanto più il suo stadio è embrionale, tanto più è facile che l’evento criminoso si produca in un mondo qualsiasi, se pensiamo alla natura criminosa innanzitutto come ad un peculiare rapporto di oggettivazione dell’altro, di costruzione strumentale e manipolatoria dell’alterità che sfocia nell’estremo disconoscimento e nella negazione.

Solo il soggetto compiuto può prendersi cura delle garanzie che fanno dell’altro una soggettività a sua volta, e fornire quindi uno spazio sufficientemente ampio al riconoscimento e all’emersione della persona. Conosciamo le condizioni che sembrano favorire la nascita del soggetto maturo (quelle che gli portano grave pregiudizio sono oggi di natura epocale), ma le renderemo autenticamente efficaci solo il giorno in cui cesseremo di rifugiarci nei concetti dannosi di merito e di colpa. Questa rivoluzione avverrà necessariamente o non avverrà.

 

Sublime decadenza

Immagino il giorno in cui gli uomini, alfine stanchi della Storia, coltiveranno l’arte dell’ozio e l’apologia della smemoratezza.

 

Pro destra hegeliana?

Mi è sempre stata invisa la teoria che fa di una classe, di un gruppo sociale, o di una specifica cultura la vittima della storia. La divisione manichea tra sfruttatori e sfruttati rimuove la complicità insita nel loro rapporto, e sfuma le implicazioni individuali nella trama indifferenziata della massa. Il marxismo, oltre ad essere un’aberrante “scienza” del senso storico, possiede questa retorica (tutta cristiana) degli umili e degli offesi che amnistia d’un colpo imbecilli e deboli di spirito. Caspar Schmidt così si esprimeva: “Il comunismo sarà la società degli straccioni”.

Era il milleottocentoquarantotto. [1996]

 

Tecnoworld

Il dislivello e l’umiliazione prometeica, di cui scriveva Anders sessant’anni fa, ora sono un’esperienza banale: è sufficiente entrare in un negozio di elettrodomestici. Le macchine ti circondano come misteriose ed inspiegabili apparizioni sfingee, ci sono oggetti di cui ignori la natura e, a meno di essere ingegneri, di tutti ti sfugge il nocciolo segreto del funzionamento. Gli umani sono patetici mentre si aggirano perplessi tra la grafite e il silicio, elemosinando un ragguaglio od una spiegazione al “tecnico”, di solito un piccolo e capriccioso dio bambino. Alle volte ho l’impressione che tutta questa umanità, accorsa ad acquistare l’ultimo prodotto della tecnologia, non si sia recata lì se non ubbidendo ad un sottile ed imperioso richiamo e che, ben lungi dal diventare i proprietari di un mezzo, sia proprio l’oggetto a scegliere il suo destinatario, la vittima alla quale imporrà una schiavitù dolce ed implacabile.

 

Lucciole per lanterne

Oggi, solo la visibilità mediatica di un evento è in grado di costruire una “volontà comune” che riunisca le singolarità in un gruppo, sostituendosi ai defunti codici sociali.

L’unità mediatizzata è, però, una partecipazione di stampo particolare: non catalizza delle densità verso un progetto… piuttosto testimonia lo sciamare delle insufficienze ontologiche verso il bagliore salvifico della rappresentazione.

La finalità del “partecipare” si rivela essere il bisogno di esistenza, più che la soluzione di un contenzioso qualunque.

 

Patimento, corpo, politica

Quello che vediamo all’opera nel “sistema dello spettacolo” è un desiderio che si espande orizzontalmente, in superficie, come una rete bidimensionale. Chi desidera è condannato all’ impazienza e alla dispersione, preso nelle stesse fila del desiderabile è passivo (nonostante l’apparenza suggerisca tutto il contrario). L’attività è un desiderare che scende in profondità, verticalmente, alle radici della sua energia e lì, necessariamente, incontra il corpo, la sua opacità compatta, ribollente e magmatica di materia.

Un corpo di donna può conoscere la pazienza attraverso la sua stessa carne (nove mesi sono, oggi, un’eternità), dalla materia all’idea: ecco il suo percorso. Il corpo maschile deve fare il tragitto inverso: è escluso dai cicli naturali, reietto ed inutile deve sviluppare una pazienza che sopporti questa condizione di esule elementare. L’incontro di queste forze è l’incontro di un desiderio adulto che sfugge alla dissipazione spettacolare, avendo preso la direzione della verticalità essenziale.

Pazienza, desiderio, metafisica sono tre elementi della medesima costellazione di senso. Ecco perché gli odierni appelli alla lentezza e ai tempi organici possono, di per sé, non significare nulla se non è evidente la necessità che informa questo rallentamento dei ritmi. Infatti, non si tratta assolutamente di diminuire la carica energetica o, peggio ancora, di tirarla fuori dal gioco, ma di potenziarla nella concentrazione verso il profondo. Ancora una volta la guerra allo spettacolare non si vince scimmiottando una romantica età dell’oro, né capovolgendo superficialmente le sue manifestazioni ma attraverso un giro lontano che è tanto più “politico” quanto più è intimo, tanto più universale quanto più appare privato. Ogni attacco frontale alla metafisica dello spettacolo è destinato a riprodurre quella lotta mitica in cui l’avversario, toccando terra, acquisisce rinnovate forze. Solo la discrezione perfida; il lavoro alacre e segretamente condotto; l’aggressione fatta ad arte e l’artificio velenoso; l’abbandono del velleitarismo alla “sincerità” e alla “trasparenza”; la familiarità con l’abissale e il gusto inebriante per il rischio possono nuocere un po’ a questa odiosa degenerazione del senso e della sensibilità che è la forma attuale della metafisica.

 

Miseria della psicologia

Oggi, l’io e la sua relativa psicologia ingenua non aiutano più a capire un accidente. Presuppongono un gruppo di individualità divinizzate che sostituirono a tempo debito gli antichi miti universali. L’io è gonfio di buona o cattiva volontà, di propositi, di egoismo o di altruismo, di interessi personali, di una morale di paccottiglia e di una panoplia d’altre amenità che la nuova configurazione tecnico-spettacolare del mondo rende sempre più patetica e ridicola.

Non si tratta di difendere la libertà di scelta, ma di capire che la scelta è una necessità legata alla forma inesprimibile del tempo, ovvero che la storia personale è una piccola mitologia costruita ad hoc per giustificare, spiegare, e tentare un controllo sulla deriva inarrestabile delle forme umane.

 

Blows against the empire”

La produzione oggi, creazione di miseria all’esterno del suo raggio e di spreco all’interno, tende asintoticamente al dispendio infelice. Le condizioni della produzione richiedono un aumento costante della deperibilità dei prodotti che i sistemi ideologici della moda e dello spettacolo legittimano, e che la tecnica rende possibile.

Il parziale camuffato da totalità è il generatore del superfluo, il motore della rapinosa condotta della nostra “civile” barbarie. La violenza endemica che serpeggia nell’impero tecnocratico diventa indice di un’inconsistenza spirituale: criterio omologante della deformazione individuale. [1998]

 

Le buone intenzioni…

Marx si avvicina al problema quando considera credenze e simbologie come assolutamente determinate, espungendo di fatto (come fa Freud) il libero pensiero e il volontarismo ingenuo dalle dinamiche umane scientificamente trattate. Tuttavia, ricondurre a cause materiali le visioni del mondo cancellando le ipostatizzazioni della metafisica, da un lato ignora l’autonomia fattiva del simbolico (uno dei pochi argomenti che mi convincono in Habermas) e dall’altro ha senso esclusivamente qualora la materialità non significhi risoluzione della causa nel pensabile, nello spiegabile, nel misurabile. La materia e la logica sono misteriose soprattutto perché alla prima non si applica semplicemente la seconda, ma le due dimensioni sono implicate in maniera inestricabile. La materia esprime e contiene una logica, mentre quest’ultima si manifesta e si determina nella materia.

 

Macelleria e righello

Il caso, in un pittore come Francis Bacon, non è affatto spontaneismo. Come per Artaud si tratta di evocare il pre-formale per poi manipolarlo. Deve esistere una scienza della caduta abissale, pena la confusione e la sterilità. Lo stesso Antonin Artaud, ben lungi dall’emulare le facilità surrealiste alla Breton, ha insistito sulla necessità del controllo durante lo scatenamento delle potenze negative e postulato l’arte come “tecnica” del dominio dell’oscuro, del caos, dell’informe, del lato sinistro che è tanto necessario evocare quanto padroneggiare per non restarne vittima.

 

Genealogia di un’illusione

Il marketing nato per rispondere ad una domanda del consumatore è una favoletta. Questa tecnica è apparsa negli Stati Uniti, all’inizio del secolo scorso, con il preciso scopo di trasformare un popolo di puritani, dediti dunque al risparmio e al riciclo degli oggetti, in una folla di consumisti. I risultati raggiunti dai “fabbricanti di domanda” superarono ogni previsione. Eppure lo smercio di oggetti appartiene alla preistoria della società dei consumi. Si è andati molto più lontano facendo coincidere desiderio e merce. Oggi sono i sogni ad essere in vendita.

 

Wasa Wasa

Se l’astro del giorno dominasse troppo a lungo il vasto cielo tutto annichilirebbe accartocciandosi nel vento infuocato, ma se troppo a lungo la notte visitasse il mondo con il suo pallido disco, allora il gelo trasformerebbe in macabre statue i cadaveri.

Al contrario, luce e buio si alternano armoniosi; la perfetta sincronia del cosmo si offre superbo scenario all’uomo incurante e cieco, vanaglorioso demente incapace di liberare lo sguardo dal piccolo incantesimo del suo riflesso e di pensarsi parte del tutto.

 

Il rischio necessario

La libertà, con il suo fardello, è un mendicante che chiede invano agli uomini un po’ di ospitalità. Dostoevskij l’aveva capito e, per bocca del Grande Inquisitore, prega affinché non siano tolte le catene al pavido assembramento dei deboli. Egli, contrariamente a Nietzsche, non teme che al gregge spuntino denti velenosi da carnivoro, sotto la ferula di qualche emarginato in cui da tempo covano il risentimento e il delirio di onnipotenza. Ogni capo della rivoluzione nulla potrebbe senza il timoroso, poi entusiasta ed infine fanatico sostegno delle masse: la potenza anonima alla quale il despota deve tutto. Non vi è un uomo che possa perciò praticare l’errore e la verità senza aver frequentato incessantemente il limite del pensiero; senza aver costruito nella vertigine il sottile e vitale diaframma che separa il caos dal cosmo.

 

Il soggetto aureo

La maggioranza scopre, suo malgrado, il segreto di una certa immortalità: è il conformismo. Solo l’unico, l’individuo, il diverso ha infatti il triste privilegio di scomparire definitivamente… gli altri sono tanto più sostituibili ed intercambiabili quanto meno la loro personalità presenta elementi di aspra anomalia e difformità dal tipo ideale. Il soggetto aureo, quello di riferimento, è caratterizzato dalla totale impiegabilità a cui corrisponde un “privato” assolutamente trasparente, poroso e comprensibile. Il mondo di tutti, nel sentire come nell’agire, è auspicato sia quello del singolo in modo che la lampadina rotta sia immediatamente rimpiazzata, e il brutale (perché definitivo) accadimento della morte scongiurato.

 

Hybris

Ciò che soprattutto non amo è la compiacenza, quell’indugiare alla contemplazione del proprio malessere o del proprio valore, quel sostare dell’io in se stesso che non è in nulla una cattiva volontà ma un fatto, una particolare conformazione dell’esistere. Eppure anche la compiacenza non la trovo fastidiosa in sé: ancora dipende dal modo, dallo stile, da chi si compiace e con quale tono. Forse non amo in alcun caso chi supera i suoi mezzi e abusa di sé, chi inscena il grandioso nel tragico o nel sublime senza avere la forza di farsi tragico o sublime.

 

La macchina del tempo fenomenologica

Il telos di cui parla Husserl si impone al riconoscimento personale e si manifesta attraverso l’esperienza sempre rinnovata di un limite e di una trascendenza. Non è mai acquisito ed è, per tanto, sempre attivo e possibile. Resta tale anche nell’errore massimo: cioè nella stessa naturalizzazione dello spirito (Geist) che ha il suo paradigma nella spiegazione psicologica.

Si prende possesso quando si acconsente ad essere presi. Nessun movimento sfugge alla relazione, cioè a quella catena di azioni e reazioni nella quale siamo da sempre immersi. Attraverso di essa è tutta la trama del passato che compare via via sempre meno fitta e però più indistinta; scivolando nell’abisso del tempo non sono tanto le cose a mancarci quanto i corpi, le menti e lo stato dei fatti. Ciò che potrebbe ridare vita alle rovine di Pompei è effimero, complesso e potente come una sensibilità da Roma antica, come un passatempo insensato o un motteggio di parole in disuso… ma anche lo sguardo più immediato è carico del pregiudizio del tempo e legge come ha imparato a fare. Nel futuro la nostra stessa facilità sarà misteriosa ed irrecuperabile per altri uomini; e non mancheranno certo immagini di noi o artefatti, ma solo infiniti e minuscoli significati.

 

Senza titolo

Il profondo squallore dei rapporti umani nella società dell’opulenza non è per nulla questione di degrado psicologico.

Com’è possibile amare senza avere né tempo né energie? Com’è possibile dare all’altro e a se stessi un valore intrinseco quando la categoria dell’utile permea ogni più piccola transazione tra soggetto e mondo? Come sfuggire alla violenza immanente ad ogni atto e sentimento nella fogna della totalità quantificabile? Céline denunciava l’impossibilità di amare nella macelleria della grande guerra, ma è forse più facile farlo in quest’incubo plastificato e sterile per sopravvissuti cronici?

 

La pelle delle parole

[… perché mai un gesto ha potuto esser fatto senza un corpo, né un pensiero esistere senza un corpo,

e più ci sono corpi più ci sono pensieri,

e più ci sono pensieri meno ci sono corpi,

allora bisogna uccidere il pensiero per il corpo… ]

 

Antonin Artaud, 1947

da Suppots et Supplicitations Trad. Bouvard

 

Non è sufficiente ripetere a noi stessi quanto siamo limitati, fragili e transitori. E’ necessario praticare il limite. Questo significa poter scorgere l’abisso dietro la curva della più piccola azione e della parola modesta. Il realismo si conquista nello sforzo sempre rinnovato di sostenere la vista dell’infinito che si profila oltre ogni scelta. Potremo aderire alla nostra dimensione temporale e storica solo con la forza necessaria a sopportare il brivido dell’informe e della morte. La conquista della morte, del poter morire, ci può essa sola strappare al cattivo sogno e all’infame parodia del pensiero che ha rifiutato il corpo.

 

Vertigine

Dà un brivido curioso pensare ai fenomeni della natura come lo sfondo perenne e quasi immutabile delle vicende umane… ecco una giornata piovosa identica ad un’altra che si è potuta svolgere agli albori della civiltà, quando il mondo che diamo per scontato era inimmaginabile. Lo abitavano ancora dei e demoni, gioie e timori a noi sconosciuti… ma le stagioni, la luce, la natura, il pigro attardarsi delle nuvole… sono fondali che il teatro del cosmo ha in riserva, e neppure tutta la storia di una specie vivente conoscerà la conclusione di un atto, il cambio della scena.

 

Genio

Poiché rivela nessi inauditi e bizzarri, pure se non arbitrari, il genio è confortato dall’intimo e durevole disprezzo di una maggioranza tenacemente aggrappata alle sue sicurezze, a quei rimedi contro l’Abisso, contro la “pars de l’impossible, che generano i costumi, le usanze e i luoghi comuni.

Sarà un’umanità lentamente al traino a riservargli un tributo postumo.

 

Forma e struttura

Un giovane arbusto si piega, e docilmente risponde alla pressione del vento. Per la violenza delle raffiche può curvarsi sino a toccare il suolo ma, così facendo, resiste. La rigidità è delle cose morte e fragili mentre una struttura forte è versatile ed elastica: accoglie l’energia e muta la sua forma. Quando però cessa il furore del vento una pianta sana non resta curva.

 

Husserliana

Husserl nega la logica proprio nel momento in cui ne prende le difese. Affermare che l’uomo conosce l’assoluto delle leggi logiche significa dire che il particolare contiene il generale, e ciò è illogico. D’altra parte se la logica fosse assolutamente vera essa sarebbe assolutamente necessaria, e non vi sarebbe alcun bisogno di difenderla. La posizione antipsicologica di Husserl è fatalmente intenzionale. Se dico “q = p allora p = q” questo è un enunciato logico, ma il suo essere assolutamente vero si paga con il prezzo di renderlo vuoto. Inoltre si cade nell’idealismo che pensa q e p come oggetti puri, ovvero extramondani.

La logica “diventa vera” nel momento in cui è utile e rinuncia alle sue pretese di essere assolutamente vera. Viceversa, quando è apodittica, entra nel dominio del non senso.

Husserl, dietro la pretesa di difendere la scienza e tutta la cultura occidentale dalla falsità e dalle calunnie degli scettici e dei relativisti, è preoccupato soprattutto per l’autorità della filosofia. Ma egli rassicura la scienza proprio là dove la scienza non abbisogna di nessuna rassicurazione. La scienza usa la logica senza preoccuparsi proprio di fondarla epistemologicamente. I risultati della tecnologia le danno tutta la sicurezza di cui ha bisogno. Il problema è invece di sapere fino a che punto noi abbiamo bisogno di questa scienza, se la logica scientifica può rivoltarsi contro gli uomini e impedire il loro benessere, se ha senso predicare la verità indipendentemente dal mondo. L’atteggiamento di Husserl si rivela in fin dei conti paradossalmente non pragmatico, e dunque in potenza critico nei confronti di un certo modo di concepire il lavoro scientifico. Così il filosofo ha difeso l’autorità filosofica là dove non pensava di farlo.


RIVAROL 2007