Individuo
E’ quel numero che
designa una coordinata funzionale nello spazio unidimensionale del nostro
tempo. Se vi fosse realmente un’individualità ci troveremmo di fronte ad una
scandalosa inutilità. Bataille parla
della “spesa”, e questa autentica essenza dell’individuale appartiene a pieno
titolo alla costellazione dell’osceno. L’individuo, infatti, non serve a nulla.
Egli è la difesa dell’inutilizzabile laddove l’utile è una prescrizione
ontologica. Spettrale.
Anima
Preparato chimico
altamente volatile ed infiammabile.
Lasciare sul fondo e
non agitare.
Lavoro
Un’idiozia
organizzata. La nostra attuale competenza tecnica, che potrebbe finalmente
liberare l’umanità dal giogo del lavoro, costituisce senz’altro la più grave
minaccia sociale mai apparsa, poiché riempirebbe le strade di idioti
sfaccendati. Così, tale preoccupante eventualità, è sistematicamente rimossa, e
all’autonomia dello strumento tecnico non resta che disumanizzare il mondo
privandoci della bellezza e del piacere di vivere. Il lavoro è dunque un
impianto ideologico destinato a perpetuare se stesso e a diffondere il
cretinismo, impiegandolo (non a caso la nostra repubblica è fondata sul
lavoro). Il lavoratore non ha più quel fascino inquietante che emerge dalle
pagine di Junger perché il sistema tecnico
diventando onnipresente si è banalizzato come un campo di soia. La
trasformazione dell’individuo in coordinata funzionale ha ormai reso
impossibile circoscrivere il campo lavorativo separandolo dal resto delle
possibili attività umane e, forse, non si lavora mai tanto come quando non si
lavora. “Lavorare o non essere…”: questo è l’amletico dilemma dei
moderni.
Psicoanalisi
Nata in un mondo,
benché in crisi, ancora intriso di umanesimo, è diventata senza rendersene
conto una tecnica funzionale di socializzazione, e perciò uno degli strumenti
più efficaci e meritori di smantellamento del soggetto. Alla vulgata
psicoanalitica dobbiamo poi l’accecante ipertrofia della dimensione privata, paradossalmente
accompagnata al suo totale appiattimento, e infine distruzione, in virtù di
meschine combinazioni di causa-effetto.
Il sapere
psicoanalitico, certo suo malgrado, ha agito come un acido corrosivo sulle
resistenze e le incongruenze del soggetto, rendendolo liscio come un ciottolo e
pronto all’uso.
E’ l’ennesima
dimostrazione di come un’invenzione geniale possa prendere derive
raccapriccianti.
Danaro
Esiste il complesso
del danaro, e pare abbia origine con la rimozione ed il rapporto irrisolto con
le feci. I grandi capitalisti accumulano merda, in buona sostanza ( il piano
qui è naturalmente simbolico) ed è il loro modo di negare la fragilità del
corpo, di ottenere il riconoscimento o la stima di cui hanno assoluto
bisogno, e di manipolare i loro simili. La cosa tragica (o buffa, se
spostiamo l’angolazione) è che tutta questa faccenda scatologica ed
escrementizia abbia finito per essere identificata con la razionalità. Nulla
infatti sembra più razionale del calcolo economico… ma questa scimmia nevrotica
ha un repertorio inesauribile di trovate.
Turista
Uno spettro si aggira
per il mondo ed è il turista, aberrazione ormai vitale per la sopravvivenza di
un esotico ridotto a sottoproletariato. Il turismo è una lodevole attività di
ridistribuzione del capitale che può assumere molteplici forme: dall’avventura
solitaria a scopo sessuale al viaggio organizzato dal circolo della cosiddetta
terza età (generalmente un assalto impudico alle città d’arte). Vi è però un
denominatore comune che permette di distillare l’essenza più pura del turismo,
cioè uno spaesamento controllato. Si tratti di esaurire freneticamente il
“pacchetto” delle attività previste o di coincidere con l’apparato
neurovegetativo ( due cartoline del: “Noi eravamo qui”), qualsiasi intoppo all’oliato
meccanismo è una perdita di tempo e qualsiasi evento ingestibile una sciagura.
Il turista difatti deve poter ritrovare il proprio mondo simbolico nello
scenario più inconsueto e ravvisare nella bizzarria esotica una pittoresca
mancanza di buon senso. Egli si è mosso con la pretesa di trovare delle
conferme all’ordine immutabile e naturale dei propri significati, facendo buona
scorta di immagini e prodotti locali. La cosa tragica è che a lungo andare egli
finirà per costruire un mondo a sua immagine e somiglianza trovandovi proprio
ciò che cerca. Se siete turisti l’unica cosa augurabile è che il vostro
bungalow sia travolto da un tifone e che siate costretti a riparare
dall’abitante, oppure che la vostra nave da crociera sia impossibilitata ad attraccare
per una quarantena a bordo... avrete forse allora la fortuna di fare
un’esperienza.
Amicizia
Freud
ne parla come uno dei travestimenti di Eros. E’, tale il suo omologo amore,
un’etichetta che le persone applicano alle situazioni più svariate: amici sono
i membri di un’associazione per delinquere o l’intimità quasi fraterna di due
anime. Il mio suggerimento, come sempre, è quello di rimuovere l’etichetta,
annusare, morderci dentro e vedere se è commestibile.
Televisione
Organismo parassitario
dalla rapida evoluzione (pensate ai pochi decenni intercorsi dall’innocuo Televisor Pygmaeus Daltonico
Bicanalis ai pericolosi discendenti ultrapiatti
al plasma) in grado di digerire, metabolizzare e assemblare
“creativamente” qualsiasi cosa. Questo stomaco catodico possiede invisibili
tentacoli fotonici che raggiungono senza fatica le più recondite e delicate
aree cerebrali della sventurata preda, provocando soprattutto tra gli inermi e
i deboli, devastazioni di imprecisabile gravità. Esiste ancora (per quanto
tempo?) un interruttore per disattivarlo, ma per ciò farsi è necessario
contrastare un fenomeno ipnotico di media intensità.
Dio
Il più geniale clown
che io abbia la sensazione di non conoscere. Mi occupo di Dio facendone
continuamente a meno. Nulla da spartire con l’ateismo, s’intende. Spinoza
e Kierkegaard si danno felicemente la mano nel mio rutilante circo
interiore.
Giustizia
Trabocchetto
metafisico. Il vivente e la giustizia come potrebbero essere compatibili? Non a
caso la legge porta fregiata sul suo corpo la massima: “Io sono uguale per
tutti”, allo scopo di ricordarci che tutto il resto è disuguale.
Alienazione
Ha una lunga e
prestigiosa tradizione filosofica. Un borghese tedesco, barbuto e scontento del
mondo, recupera questo termine neutro dalle cartacce del servo di corte e
buffone metafisico Hegel, connotandolo
negativamente.
L’obliterazione della
natura umana nel lavoro e nella merce è la denuncia ingenua e commovente di un
umanista. Oggi l’alienazione è un’anticaglia concettuale che è molto dannoso
riesumare perché può convincere gli sprovveduti che in noi si celi qualche
buona natura da recuperare, una volta rimossa la fuliggine del tempo ed altre
innominabili incrostazioni.
Impiegato
Forma deietta e umanoide di coscienza, ha un’anima e un’esistenza
assolutamente gregarie. Gli impiegati si “riaggiornano”,
si augurano un buon “week-end” e hanno orrore di tutto ciò che è oscuro ed
enigmatico. E’ forse per questa ragione che, non ponendosi mai domande se non
relative alla stretta utilità di ciò che fanno, possono essere appunto
“impiegati” tanto in un servizio postale quanto in un apparato burocratico per
lo sterminio di massa.
Purché non subisca le
angherie di un superiore o non venga ignominiosamente isolato dai suoi simili,
l’impiegato può godere una tiepida felicità (“una vogliuzza
per il giorno, una per la notte”) e qualora riesca a convolare a
nozze con un collega, anche un appagante e morbido rispecchiamento. Qualche
volta l’impiegato incontra l’assurdo, ma allora metabolizzare questa tragedia
sarà paradossalmente tanto più facile quanto più si tratta di un fatto
spettacolare: del monoposto atterrato nell’ufficio decapitando il vicino di
scrivania, o dell’onda anomala che ha inghiottito il turista del terzo piano si
può parlare a lungo in mensa, dato che ne hanno diffusamente blaterato i
giornali, soffermandosi su tutti i dettagli macabri. L’impiegato che dovesse
nutrire il germoglio dell’assurdo nella terra della più prosaica e provinciale
quotidianità, non sarebbe più un impiegato ma un Bernardo Soares.
Ragione
E se imporre la
ragione fosse il modo più efficace per evocare i mostri?
Chat
Nella chat l’identità
è segno, e quest’ultimo esiste solo in quanto codice riconosciuto, ripetizione
di schemi linguistici o frasi fatte. La simbologia a cui lo pseudodialogo
di questi slogan identitari rimanda, è tanto più
“reale” quanto più è di pubblico dominio. La “non conoscenza” contenuta nella
logorrea che disegna lo spazio dell’agorà virtuale trova qui un volano
strabiliante e si riproduce come un tumore. L’idiozia linguistica è davvero
l’unico soggetto della lavagna virtuale (mondo asfittico e tautologico dal
quale è rimosso il corpo e con esso ogni scintilla di alterità) i nick povere appendici del discorso o, meglio, di
quella proliferazione infetta di frammenti che ne è la parodia.
Morte
Vorrei incontrare solo
persone per cui la morte non fosse un’idea (fissa o intermittente), ma il
crogiolo in cui versano il metallo incandescente della loro vita.
Famiglia
Verrebbe da
salmodiare: “Chi ricorda Cooper, Laing,
l’antipsichiatria, Crosby Stills Nash & Young?”.
Non basta dire che quest’istituzione è patogena, bisogna anche riconoscerle il
merito di poter costituire un formidabile baluardo contro dimensioni sociali
più malate e perniciose della propria (per esempio l’azienda). Nucleo basilare
della convivenza, la famiglia mostra allo stadio embrionale i rapporti di
potere e il disconoscimento reciproco.
Potere
Il potere è tutto ciò
che parla.
Nessuno possiede il
potere più di quanto possieda il linguaggio. Posso accendere un
fiammifero senz’altro scopo che osservarne esteticamente il bagliore o giocare
con le parole quasi fossero cubi da costruzione, resta il fatto che
appena abbandono il solipsismo sono catapultato nella fitta rete dei rapporti
di potere. In uno spazio esistenziale il potere definisce le innumerevoli
coordinate alle quali finiremo per appartenere.
Se distinguiamo il
potere dalla potenza, lo facciamo così come distingueremmo l’autorità
dall’autorevolezza. Non è per nulla la vecchia solfa umanistica delle
buone o cattive intenzioni, ma una questione fenomenologica. Quanto spazio
rimanga alla potenza contro il potere non è affare di decisioni, ma
dipende dallo stato di salute della nostra metafisica e della nostra prassi
all’interno delle quali le decisioni nascono.
Civiltà
La proliferazione dei
segni è la malattia del simbolo, ma nello scrigno sepolto del simbolo non c’è
la verità: solo uno specchio che si limita a restituirci l’immagine che è la
nostra (domanda sul senso, paura, disillusione…). Qui abbiamo la faccia che ci
meritiamo.
Tu cosa vedi?
Arte
Accedere ai cosiddetti
capolavori artistici dovrebbe implicare un lungo e faticoso percorso da
iniziati. Le file interminabili all’ingresso dei musei, delle sale da concerto,
le folle che si riversano nei teatri o nei cinema sono lo spettacolo patetico
di un equivoco immondo. Si ritiene che chiunque possa contemplare un’opera
d’arte e così facendo si dimentica che lo spettatore è uno dei creatori
dell’opera in questione, e che più bruti concorreranno a crearla peggiore sarà
il risultato.
Capolavori come la “Mona Lisa del Giocondo” o la “Nona di Beethoven” (se la
spartirono l’Unione Sovietica e la Germania nazionalsocialista facendone la
partitura più schizofrenica della storia, pronta per arancia meccanica) simili
capolavori, dicevo, sono entrati nell’immaginario collettivo e hanno toccato
dei vertici di mostruosità impensabili. A nulla servirebbe farli sparire dal
mondo… il loro fantasma, sedimentato nella storia come un fossile nella roccia,
ci perseguiterebbe ancora per generazioni. Sarebbe auspicabile che l’unico
spettatore di un’opera d’arte fosse un artista, intendendo con questo termine
un individuo che, anche se sprovvisto di tecnica o di uno specifico talento,
avesse fatto l’apprendistato spirituale necessario a non confondere l’Essere
con l’ente.
Essere
Tutto ciò che, benché
possa generare qualcosa di limitato e misurabile (ente) non coincide mai con
gli enti.
Tecnica
La catastrofe c’è già
stata.
Non ci sono più fini
di là dai mezzi. Solo un mezzo che aumenta a dismisura la sua potenza. Siamo
tutti dei sopravvissuti, naufraghi su un atollo radioattivo.
Integrazione
Rifiutato
l’essenzialismo astratto e idealistico ci accorgiamo che identità, diritti e
doveri nascono da una specifica coordinata di riconoscimento sociale. Poiché
farsi riconoscere è necessario ma non sufficiente ad essere “riconosciuti” ed,
inoltre, il riconoscimento può benissimo risolversi in un equivoco ovvero
rivelarsi parziale e strumentale, vuoi per incapacità vuoi per malafede dell’aspirante
al riconoscimento o del riconoscente o di entrambi; e tenendo in debita
considerazione il fatto non trascurabile che, anche ove si effettui un
riconoscimento, in gioco vi sono pur sempre asimmetrie e squilibri di potere
tali, che la dinamica dell’acculturazione non è mai scevra da componenti
violente e cogenti… blablablà.
“Ma… chi sono
questi?... Non capisco una parola
di quello che dicono…”
Natura
La natura è ostile.
Non conosco nessuno
che possa sopravvivere con le sole leggi di natura. Essa è indifferente
all’individuo: lo getta, lo sfianca, lo macella.
Capitale
Vorrei alludere qui al
“capitale d’immagine” poiché, con tutte le cartelle che ha riempito il barbuto
(a cui si accenna in alienazione), ne abbiamo abbastanza. Eppure, un filo rosso
ci sarebbe… se la semplice apparizione di un volto, di un quarto di carne
scelta o di un’etichetta è sufficiente a produrre valore, allora la
profetizzata smaterializzazione del capitale contenuta nella voluminosa opera di
Marx (Karl non Groucho)
si è rivelata corretta. Il valore d’uso è stato completamente assorbito nel
valore di scambio, e si capisce che quest’ultimo, in quanto mero guscio
simbolico, possa essere riempito con qualsiasi cosa.
Perciò, se la tua
faccia è un packaging qualsiasi, potrà anche assomigliare ad un culo, ma
da cui usciranno uova d’oro.
Critica
Parafrasando Breton,
ed aggiornandolo: “La critica sarà totale o non sarà”.
Politico
Le sue nobili origini
si perdono irrimediabilmente nella notte dei tempi, finendo per assomigliare ad
un mostro mitologico. Occuparsi del bene pubblico è una lodevole intenzione che
contrasta con tutte le conoscenze più acclarate che
possediamo sull’umanità. Inoltre il bene di tutti in generale non è quello di
nessuno in particolare e certamente non il mio bene, come direbbe Stirner. Era fatale che nello “spettacolare diffuso”
la politica diventasse un prodotto e il politico una sorta di contenitore
chiassoso di fumo, di vampiro buffonesco, di stomachevole saltimbanco del circo
mediatico. Il professionista della politica è implicato (“Nessuno può governare
senza colpe” notava St.-Just) nelle più
sordide conseguenze dello sviluppo organico del potere, flirta con l’orrore,
l’abisso e la feccia burocratica. Eppure nulla sembra essere più nauseabondo
dell’attuale deriva antipolitica o apolitica dei politici. Ridatemi il
parlamento grigio e composto, le tribune noiose e tecniche, le polveri di
latinità che scivolano dalle bocche sabbiose come da clessidre rotte, le sagome
anonime che sfiorano i muri dei lunghi e cupi corridoi di palazzo… tutto, ma
non questo teatrino dei burattini isterico e invadente in cui, per di più, non
si distingue nemmeno Pantalone da Pulcinella.
Informatica
Il trionfo di
Aristotele (quante affinità avrebbe scoperto tra le sue categorie e il
linguaggio java?). Questo stupefacente raddoppiamento del mondo in una forma
tanto efficace e malleabile da simulare l’atto divino è già in grado di
plasmare l’immaginario come creta, e di fare dei guru dell’informatica i prìncipi della profezia autoavverantesi.
La convergenza digitale prepara miracolosi sviluppi e mutazioni antropologiche.
Detto questo, e lasciando a Pierre H. Lévy il
suo ottimismo, lo strumento in questione, ove non incontri un raffinato spirito
critico imbevuto delle più elevate conquiste della riflessione umana, è in
grado di affossare definitivamente l’intelligenza. Se a questa minaccia si
combinano le teorie dell’emergenza del processo intellettivo nei sistemi
artificiali ed i risultati stupefacenti del connubio tra silicio e materia
organica, gli scenari più inquietanti prospettati dalla fantascienza (alla Philip
Dick, tanto per intenderci) sono in procinto di piombarci addosso.
Verità
La verità non è una
forma. La parola è una forma, e la parola veritiera allude all’informe. La
verità è la vita.
Reale
Ho incontrato il reale
in un’assenza.
Assenza non di ciò che
potrebbe essere qui essendo altrove, ma di ciò che è irrimediabilmente presente
come assenza. Tutto converge in questo punto che si fa sfondo per infinita
indeterminatezza… né cosa, né concetto (immagine di Blanchot)
ombra neppure, piuttosto raggio oscuro che incontrando l’oggetto non è accolto
o proiettato ma è già perso in quanto perenne sottrazione, pura negatività.
Il reale, ovvero l’immobilità
incessante del movimento.
Il
pane e la Musa
Nell’uso il linguaggio
non si pensa mai, non cura se stesso, per rassicurarsi nel mondo e permettere
l’azione giustificata.
Il linguaggio poetico
arriva a non designare nulla e, così sgravato dal peso dei referenti, il
lirismo può sollevarlo alla realtà.
Artaudiana 1
La perimetralità
difensiva dell’io cede sotto la pressione dell’esperienza mistica, ma la sua
dissoluzione promette un Altro dovizioso e salvifico così come minaccia
un’amputazione ed una perdita irrimediabili. Si trattava di distinguere
l’immagine che accresce la consapevolezza e la ricchezza del soggetto dal
simulacro spossessatore, gravido di morte e pronto
all’annientamento dello stesso. Non potevi farcela Antonin.
Pigri
I lazzaroni, i pigri,
gli oziosi, gli oppiomani e gli Oblomov d’ogni
sorta sono i grandi e misconosciuti benefattori dell’umanità.
Refrattari ai
fanatismi, insensibili alle vampate di bestiale furore religioso alla San
Paolo, indifferenti al potere, alle conquiste, alla fondazione degli imperi e
al possesso troppo faticoso di qualunque cosa, essi non si sono mai fatti
arruolare dalla Storia per i Suoi fini sanguinosi e futili.
L’aristocrazia dello
spirito è sopravvissuta ai furori nichilisti dei moderni, benché sia una
manifestazione di sensibilità superiore molto rara ed avversata in quasi ogni
tempo.
Oggi è praticamente
estinta, invischiati come siamo nella repellente e micidiale melassa democratico-ugualitaria che secerne questo tempo mediocre:
perfetto paravento ideologico che alimenta enormi disuguaglianze materiali.
Epitaffio
Un buon epitaffio?
Era perfetto per ciò
che ignorava.
Sesso
Questo genere di
appetito non può essere in nessun caso affrontato per ciò che è. La ragione è
semplice: sulla sessualità e sul corpo la nostra sciagurata cultura ha
imbastito una tale mole di sovrastrutture e di concrezioni fobiche da rendere
impossibile la sua auspicata banalizzazione. Lungi da me, tuttavia, invocare
una presunta naturalità o facilità nella suddetta sfera; ben al contrario si
tratta di moltiplicare le perversioni e le contorsioni ludiche contro tutti gli
imperativi della liberazione.
Non so perché ma
quest’ultima frase ha qualcosa di gesuitico…
Sistema
Il sistema non esiste,
ovvero la totalità degli accadimenti ne fa parte, è il periéchon, e
dunque, direbbe Wittgenstein, esso non può essere oggetto del pensiero.
I sistemi furono una deliziosa perdita di tempo che non possiamo più
permetterci. Inutile accusare un qualsiasi maitre à (de)penser
contemporaneo della mancanza di sistematicità: anche voi avete il respiro
affannoso e l’aria persa nella metropolitana, mentre cercate invano di
combinare in un disegno unitario i pezzi sparsi della vostra vita, no?
Errori
E’ un minuscolo
quanto diffuso errore, dall’esito incalcolabile, il pensare che grandi
avvenimenti debbano avere un’origine necessaria in grandi cause.
Crimini
E’ puerile ed
insufficiente denunciare come la concentrazione e la proprietà privata di
ingenti ricchezze siano già la testimonianza di un degrado etico. Questo non
per la difficoltà obiettiva di separare necessario e superfluo, fortuna privata
e ricaduta pubblica della stessa, ma piuttosto perché la ricchezza rappresenta
un valore di riconoscimento astratto e generalizzato. Essa è forza anonima di
attrazione e di consenso, ed espressione di una efficacia tanto attiva sul
mondo quanto neutra riguardo al suo statuto nel mondo.
Il solo processo di astrazione
del valore è un crimine.
Epistemologia
Lo sviluppo del metodo
scientifico e la sua correlazione esclusiva con la “verità” è responsabile
dell’annullamento delle esperienze extra-metodiche di verità e della creazione
di una coscienza estetica parallela al reale, ma senza alcun legame con esso.
Ecco l’arte trasformata da finissimo strumento d’indagine e rilevatore di senso
in morfina, mentre la scienza abbandonata alla routine di quello
che Kuhn chiamava il paradigma normale
misconosce la genesi delle grandi teorie.
Nell’ “artefatto”
risiede la verità possibile per noi. Ponte tra una materia inaccessibile e una
trascendenza equivoca, l’azione che non rinnega la sua ombra, come la parola
ambigua e la rivoluzione scientifica, richiedono un sapere artistico.
Ad
un passante
Consideriamo gli
sconosciuti in un modo curiosamente contraddittorio. Diamo loro troppa
importanza e, al tempo stesso, nessuna: immagini sulla retina alle quali
prestiamo con difficoltà una vita densa o reale quanto la nostra e idoli
misteriosi, protetti da una terribile distanza che solo lo sforzo o
l’occasione possono colmare.
Fascismo
Difesa estremitica del grande capitale.
Libertà
La capacità effettiva
di mutare le regole del gioco sembra oggi inversamente proporzionale alla
vastità di quello spazio illusorio che ci concediamo, e nel quale possiamo fare
“ciò che ci pare”. Dove sono gli altri, la disciplina, la responsabilità?
La “libertà”, intesa
solo come orticciolo che arresta i suoi confini ove
inizia la “proprietà” altrui, sospende e raggela la natura dinamica,
relazionale, viva, dell’esercizio di libertà. La libertà è un atto non un
decreto; un fare che incontra necessariamente l’altro e con l’altro si scontra,
non una contemplazione del proprio angolino di pace; un esercizio perenne non
una conquista infilata in una teca come un trofeo. E’ la radice vitale della
libertà che il borghese liberale dissecca con la staticità delle sue metafore e
il rivoluzionario cristallizza in un’escatologia o nel recupero mitico di
un’età dell’oro. Lo spazio del “libero”, del rivoltoso, è spazio di movimento
(si confonde con esso) non luogo di conservazione, in quanto relazione è
dominio dell’incalcolabile e del non misurabile; dimensione di esercizio
trascendentale, non certo deposito di preziosità per contabili.
Uomo
L'uomo è l'unico
animale che per essere se stesso deve fornire una giustificazione.
Corpi
oggi
Un corpo da sognare,
plasmare, pulire, esibire, affinare, purificare, controllare, conquistare,
fuggire, armonizzare, perfezionare, assecondare, scoprire, adorare, emendare:
un corpo finalmente ad immagine e somiglianza di una... immagine.
Morale
La relatività dei
valori morali è la necessaria conseguenza del loro carattere di compromesso, di
negoziazione, e questo nel seno di una comunità particolare in un preciso
frangente spazio-temporale. Al tempo stesso, questa intima natura di
contingenza è ciò che bisogna occultare affinché l’autorità della morale possa
esercitarsi. Generati nel tempo i valori pretendono all’eternità sottoforma di
principi misconosciuti nell’oscurantismo del passato e di fulgide evidenze in
un futuro salvifico. Se il contenuto morale fosse “essenziale” non vi sarebbe
alcun bisogno di difenderlo né, tanto meno, di discuterlo ma l’inversione
metafisica che ravvisa nell’eterno la fonte dell’autorità e del valore priva
una morale siffatta di qualsiasi autorevolezza.
Una “scienza della
morale” ne parlerebbe come di un organismo in perenne dialettica con il suo
ecosistema culturale, ma l’arretratezza spirituale in cui viviamo è palese
quando, ancora oggi, il sapere in materia di etica è demandato alla benevolenza
patetica e un po’ nostalgica degli uomini di chiesa.
Azione
Introdursi al mistero
dell’agire. C’è nell’azione un abbandono che non ha nulla della passività. Come
un viaggio nella corrente di cui si debba avvertire la direzione, lavorando per
comprenderne il flusso ed assecondarlo.
Redenzione
L’umanità redenta? La
scomparsa del morbo di Alzheimer, trasformatosi in stato fisiologico
dell’encefalo normale.
Spettacolo
Al centro
dell’attività psichica vi è l’immagine. Pensare significa rappresentare,
generare immagini e servirsene. La “società dello spettacolo”, strumento per la
diffusione ideologica della totalità del parziale, è soprattutto un sistema di
produzione di immagini nel duplice senso che: da un lato, si rivolge
direttamente al bagaglio di rappresentazioni dell’ inconscio (cioè è un
fenomeno di suggestione di massa e di sfruttamento dell’automatismo psichico),
dall’altro si comporta come un’inesauribile riserva di mitologie con cui
alimenta continuamente l’immaginario collettivo, attraverso la seduzione di
forme preconfezionate che sostituiscono una reale esperienza di vita (di
necessità lunga, incerta, faticosa) inibendo la stessa facoltà creativa del
pensiero. Suggestione e formule convivono nel delirio onirico dello spettatore
con il risultato di diffondere consenso e di smussare l’apparato critico
che è l’ ostacolo maggiore allo sviluppo del folle sistema di produzione e
consumo autoreferenziale in cui ci troviamo.
Intendiamoci, la
suggestione spettacolare non ha nulla d'eclatante. Nessun fenomeno di
invasamento poiché l’ignoranza media della natura dell’ontologico è più che
sufficiente ad alimentarla. La naturalizzazione di alcune pratiche, mai
indagate come formule discorsive e testimonianza di automatismi del pensiero, è
fatalmente messa a profitto dal sistema spettacolo. Quest’ultimo, nella misura
in cui coincide con lo stato della metafisica, non è in alcun modo un apparato
esterno, codificato, psicologicamente connotato, di oppressione (con tali
presupposti la sua scomparsa sarebbe immediata), bensì è il contesto ideologico
a partire dal quale traggono senso i problemi, le risposte, le dialettiche
contemporanee. Al di fuori di questo contesto vi è non-senso. Naturalmente un
presupposto critico smaschera la natura ideologica di tale contesto, ravvisando
in esso contenuti precisi e precisi meccanismi che lo caratterizzano in quanto pseudototalità auto-occultantesi.
Lo spettacolo corrode come un acido le grandi ideologie del volontarismo e
l’etica ottocentesca, crea un vuoto pneumatico che occupa in modo dittatoriale
e plebiscitario, nel quale suggerisce che si possa vivere, pensare e gioire
sradicati ed immemori.
Follia
La follia è la logica
implacabile di un universo chiuso, l’epoché
impossibile per una separatezza che persino un’intera cultura può
alimentare.
Società
La nostra è una
società “liquida”. Voglio dire che tutto quanto possiede densità e peso, un
qualche coefficiente d’esistenza, tende fatalmente ad inabissarsi, a scomparire
e a giacere, relitto invisibile, nel fondo oscuro di questa fossa culturale e
simbolica. Al contrario ogni inezia e leggera inconsistenza galleggia
oscena ed ammiccante sulla superficie: si mostra, si esibisce e dà prova di sé
attraverso un’espansione incontrollata e fagocitante. Quanto più un fenomeno
sociale appare quanto meno possiede densità ontologica: ecco un metro quasi
infallibile di giudizio antropologico. Qui lo scarto, il minimo, l’invisibile
sono gli ultimi ricettacoli del prezioso, della bellezza e del semplice.
Tuttavia, non ne consegue alcuna idealizzazione del discreto e alcuna
demonizzazione dell’appariscente. Ciò che si nasconde e ciò che si mostra sono
i presupposti di un’indagine, non le sue conclusioni.
a.a.a.
L’attuale
amministrazione americana è la prova dell’inesistenza di un “disegno intelligente”
nella creazione.
Pudore
Un pudore squisito
percorre la “infanzia berlinese” di Benjamin, e da quelle pagine
si leva un’essenza... come il profumo di violette e fiori secchi da un vecchio
baule pieno di pizzi e lenzuola ricamate.
Si direbbe che la sete
di estraniazione e di fiaba sia oggi più viva che mai, seppure totalmente
recuperata, avvilita e semplificata dall’industria dello spettacolo. Il bisogno
si è mantenuto inalterato (o accresciuto dalla penuria) ma il pudore, materia
troppo volatile, è evaporato per lasciare il posto ad una invadente e chiassosa
volgarità, all’esibizione immonda e cadaverica del privato: creatura notturna
che sotto una pioggia di luce perisce annichilita.
No
answer
Tutta questa ragnatela
di parole che gli uomini si tessono addosso: case o prigioni per l'anima,
piccolo insediamento di fuochi nella Siberia del cosmo.
Sud
Aspettando la notte
con l’assedio paziente
e schiumoso del mare,
l’effluvio aspro di
piante aromatiche
abbarbicate alle
rovine d’una civiltà estinta:
grandezza improbabile
come un sogno d'Icaro,
architettura di gesso
accoltellata di luce.
A
Giordano Bruno
Immaginando il divino
perfetto e conchiuso in sé, non si capisce come possa abbisognare di qualunque
cosa e, tanto meno, di questa mortale insufficienza umana. Imperturbabile
onniscienza, che tutto ignora del nostro batticuore, è l’Eterno che non
concepisce il tempo perché in esso non vive.
Dio non è neppure
“sparpagliato” ovunque, ma è coscienza dell’acqua perché acqua, dell’attesa
perché attesa esso stesso, mutato in ditale come nella prosa di Rilke; non prigioniero di un filo d’inchiostro o di
un alito di vento perché liquido, nero e vorticoso. Osceno come tutto ciò che
sboccia al sole o rimane nell’ombra è lui medesimo questa luce e quell’ oscurità.
Democrazia
La democrazia non
esiste perché non è compatibile con il diritto di proprietà illimitata. Esiste
invece un trabocchetto metafisico con questa etichetta.
Corpo
non mente
La realtà sconvolgente
e sempre misteriosa del corpo con le sue certezze viscerali, le sue evidenze
sanguigne, i suoi desideri assoluti, semplici e perentori che esigono
soddisfazione o morte.
A
Bachelard
“Ragione assoluta e
reale assoluto sono due concetti filosoficamente inutili” (Gaston Bachelard).
Saggia affermazione
poiché, contrariamente a ciò che pensano gli empiristi, avvicinarsi alla realtà
in modo neutro è un pernicioso autoinganno, che in nulla si differenzia
dall’atteggiamento speculare della filosofia “idealista”. In Bachelard la conoscenza è storica, e l’opinione non
è contrapposta alla verità per il suo contenuto ma per l’attitudine che le è
propria di non consentire che si formi alcuna smentita possibile. Tuttavia,
che: “La filosofia debba essere istruita dalla scienza” è
accettabile purché gli ordini di problemi che affrontano rimangano separati ed
esse, in quanto entrambe prodotto dell’uomo, abbiano in comune un atteggiamento
di apertura, coessenziale alla posizione del soggetto che conosce.
La dialettica negativa
di Adorno richiama da vicino l’impostazione filosofica di Bachelard, infatti se “il razionale non è il
reale” allora il pensiero non può permettersi in alcun modo di violare il
reale per farlo rientrare nei suoi schemi. La ragion critica (scoprire che ciò
che è, è sempre più di se stesso) mi piace quanto più, allontanandosi dal
concetto, si avvicina ad un’attitudine.
Descartes
e il pendolo
Il reale essendo
incontrato, in ultima analisi, attraverso un atto di coscienza non potremmo
negare a quest’ultimo uno statuto di realtà senza gravemente compromettere il
reale stesso, ed anzi al cogito si dovrà conferire carattere di
fondamento. Eppure la coscienza può conoscere solo attraverso un movimento,
un’oscillazione, cioè solo a condizione di non replicarsi; parimenti essa
necessita della permanenza e dell’insolubilità del suo oggetto, della
possibilità di ritornarvi direttamente o attraverso il ricordo. Il movimento
del cogito ed il permanere dell’oggetto, ovvero la dialettica di tempo
ed essere, sono la condizione dell’atto del conoscere che si rivela, dunque,
essenzialmente un esercizio di relazione temporalmente e affettivamente
connotato. E’ l’intenzione husserliana.
La vita del pensiero è
l’intenzione, non l’ “idea”, che ne è la versione metafisicamente corrotta.
L’intenzione è, infatti, perenne movimento, trascendenza che si lega nel tempo
ad oggetti finiti; essa si realizza nella storia ed attraverso la dialettica di
ciò che permane e di ciò che muta, allorché l’idea è una dogmatica, arbitraria
ed antistorica identificazione dell’atto creativo con la cosa, in una parola: irreale.
Nel trionfo dell’idea si può misurare il grado di sonnolenza degli individui,
la vastità delle scenografie oniriche in cui trascorrono l’intera loro
esistenza, l’inganno di un attivismo che non muove nulla.
Tossine
Nichilismo ed
astrazione sono i figli legittimi delle idee.
Qualsiasi
contenuto simbolico a cui sia conferito un valore senza che si combini
con una coscienza viva, senza che si trasformi attraverso un’assimilazione
“organica” in una masticazione del pensato, in un gesto irripetibile, è
una tossina per la vita.
Vendetta
di Eros
Si sperimenta la
sofferenza amorosa senza indagarne la natura. Le persone amano a
“condizione” e dunque, fatalmente, le condizioni entreranno in conflitto con
l’Amore, che è ciò che opera incondizionatamente: poiché l’oggetto
d’Amore è tale solo nella differenza assoluta.
Sempre l’amore
condizionato entrerà in conflitto con le sue stesse condizioni.
Nostalgia
medioevale o inquietudine anteica
La bellezza è
minacciata d’estinzione. No, non proprio la bellezza… l’irraggiungibile. Più
nulla possiede una lunare scostanza.
Più precisamente
l’ineffabile, ecco: il senso dell’ineffabile è quasi scomparso. Può restare
l’intuizione d’una perdita, come la vaga impressione che qualcosa manchi, nient’altro.
Spettatori di una
minuscola apocalisse, o ruote nel meccanismo implacabile che annienta il
mistero? Alcuni hanno la sensazione che il vuoto si allarghi... anzi,
che lo spazio si restringa e che manchi l’ossigeno. Si direbbe che
sia sempre più difficile muoversi, respirare, mentre si può fare quasi ogni
cosa. Non ci sono limiti, eppure si soffoca. Insufficiente chiamarla noia, una
nausea è già troppo.[1994]
Ritratto
dell'artista da giovane
Sospesa tra il clamore
della terra e la muta indifferenza del cielo è la mia nuvola ora insanguinata
ora pallida, bizzarra creatura del caso che il tempo disfa e sfilaccia
inesorabilmente. Artista senz’arte, mistico senza Dio, profeta senza folla,
sono come un morto che si specchia o un pazzo che la coscienza matrigna
perseguita, privato ancora del liquore della follia e del dolce oblio di
sé.[1988]
Quanta fatica per
smettere di guardarti l’ombelico, piccolo blasé che
aspettavi la vita.
Esercizi
Osservare il flusso
variopinto ed anonimo di una folla è un’ottima medicina contro la sovranità
dispotica dell’io. Immaginare che la densa complessità delle vite che sfilano,
come una processione di ombre cinesi, non è inferiore alla nostra ci richiede
uno sforzo notevole, ed è la misura di quanto la coscienza resista a questa
benefica dissoluzione.
L’ego: escrescenza
solidificata, boriosa ed effimera di una molteplicità eternamente fluida.
Foucault
Ha il grande merito di
averci svelato quanto coefficiente di sapere si nasconde lì dove non si sarebbe
mai andati a cercarlo. Nell’indagine minuziosa dei segni e dei gesti che non
entreranno mai a far parte dei testimoni di un’epoca si ritrova (come agli
albori) il momento embrionale in cui il discorso istituisce le sue separazioni
e le sue pratiche… dunque celebra il suo atto fondativo.
Pagliuzze d’oro nella roccia monumentale della civiltà.
La
logica crudele della sensazione
La sensazione è il
residuo estremo della vita cosciente. Molecola autosufficiente e refrattaria
alla combinazione narrativa, essa è la verità dell’esistere: assurda,
autoritaria, ingiustificabile. Irretiti, ci difendiamo dalla sensazione con
l’ultimo baluardo di una ragione sbandata. Sciagura all’uomo che figga gli
occhi nel volto di questa Medusa e si voti al suo culto... perché, allora,
egli s’aggirerà come uno straniero nella delicata architettura delle
storie umane: tra il mito, il sogno e la scienza; estraneo ai suoi simili e
all’universo intero come solo una catastrofe pensante può esserlo.
Quarto
d'ora di celebrità
Potete sintonizzarvi
con l’inconscio collettivo. Non smette mai di calcare la scena, di dare
spettacolo e di convogliare nella sua pubblica corte dei miracoli fenomeni da
baraccone, disquisizioni sul nulla, orrori imbellettati, tragedie del banale,
pezzi di carne scelta... offritegli la vostra
intimità prostituita: le sarà conferito lo statuto divino della merce.
[1993]
Dongiovannismo
spirituale
La maggioranza conosce
i propri bisogni sotto forma di risposte trovate o non ancora trovate (non ha
alcuna importanza), ma ignora affatto la natura essenziale del
desiderio. La trascendenza, questo nucleo intoccabile, e perciò permanente, che
è così arduo difendere perché così arduo riconoscere, prende la forma volgare
di idilli amorosi o di furori mondani. Vivere, allora, significa scongiurare
una mancanza, riempire un vuoto e trovare soddisfazione un passo alla volta.
L’atto giusto è quello che colma, non essendo nulla proprio ciò che lo
rende possibile, vale a dire l’incolmabile. Non si vede che i passi sono
anche stati già tutti compiuti, e non si scorge ciò che, essendo al riparo
dalle insidie della risposta, permette il domandare. E’ questo nucleo di “vuota
pienezza” il solo che possa costruire una scelta. Si deve necessariamente
passare attraverso l’abisso del desiderio per realizzare la contingenza storica
di una vita e per morire, alfine. Evitando il rischio dello
sfondo “innominabile” le scelte sono irriflesse,
l’etica si degrada nella contingenza della morale comune, ricoprendo come uno
smalto il nulla dell’ego.
Nausea
Sono incapace di
esprimere la profonda ripugnanza e il disgusto quasi fisico che mi ispira lo
spettacolo della Storia: trionfo della violenza e dell’imbecillità. Nulla
autorizza a credere che il percorso sfociato nelle conquiste della “civiltà” e
nell’affrancamento dalla miseria fosse l’unico possibile, anzi esso è
probabilmente il peggior modo in cui l’umanità operosa potesse colonizzare
il pianeta. La penuria che soggiace all’accumulo inarrestabile di beni non si
palesa tanto nella progressiva proletarizzazione del mondo, nel saccheggio
delle risorse, nella distruzione degli habitat, nell’estinzione delle culture,
nella povertà materiale che affiora sempre più impudica in seno alla stessa
società del benessere, ma risiede soprattutto nell’impoverimento metafisico dell’occidente:
causa ed effetto di una storia totalizzante.
Plastic
people
Il nostro tempo,
apologia epocale dei divi e degli dei in vera plastica, corrisponde alla
polluzione planetaria di uomini qualunque, di identità precarie con un passato
banale in una scenografia anonima. Se essere persona significa creare
un tempo proprio per dare forma al proprio tempo, allora tutto è
favorito nel nostro paradiso di paccottiglia... fuorché essere persone.[1994]
Beckett,
abbastanza
La matematica
dell’assurdo, l’asintoto dell’insensato.
Amplessi come
copulazioni di insetti, vite che imputridiscono ad infinitum,
parole inutili vomitate nonostante tutto, un disfacimento banale e discreto in
un mondo di polvere e di mucchi di sabbia. Ma cos’è l’assurdo? Forse tutto ciò
che la nostra salutare prospettiva esclude, o meglio non concepisce, perché è
l’ombra che le cose formano quando sono illuminate da un raggio di
consapevolezza.
Sei una perla
ruzzolata in un tombino. La minuscola e grigia distesa di relitti giace insabbiata
nella semioscurità. L’insufficienza della luce tramuta la tua delicata sfera
madreperlacea in una banalità lattescente. Accanto, una monetina corrosa dal
verderame lampeggia istantanea mentre si consuma l’agonia di un fiammifero. Non
accade nulla in questo purgatorio minore. Raramente qualche vischiosa corazza
mulina nel limo le zampe e le antenne, allora piccoli solchi e spintoni vivaci
sconvolgono la fragile geometria di questo luogo sotterraneo. Infine tutto si
placa e la vita riprende immobile la sua degradante paralisi.
Detto
e non detto
"Dire" non
significa in alcun modo strappare una parola al silenzio.
Si tratta piuttosto di
imporre, con assoluta precisione, lo spazio dei propri silenzi ad un mormorio
incessante.
E dietro a tutto
questo: l'urlo, il gemito, il rantolo.
Blog
Epidemia di pallido ceronettismo.
Molto, molto pallido.
Chi ha “scritto” che
per scrivere si debba avere talento, perizia osservativa, un abbozzo di
interiorità (senza il quale il resto del mondo è invisibile) ?
Ti invito nel mio
bagno per un “cantando sotto la doccia”, per una petizione di principio, perché
la diroccata fortezza del linguaggio che credo mio si affolli di fantasmini, fugando la solitudine. Potremmo, con l’ausilio
di già moribondi neologismi (creature mostruose come bloggato
o linkato) iniziare un furioso balletto di convenevoli (grazie per la
visita, prego… tipo la famosa vignetta di Bonvicini) o principiare
un’arroventata polemica che la polisemia incoraggia (con 2400 commenti, per
scoprirci affratellati dal pensiero unico). Dopo un’indigesta carrellata
sui tuoi foruncoli o sui miei amletismi suggerirei a tutti, me compreso, una
visita alle grotte di Lascaux.
Automobile
Essere privi di questa
nefandezza dell’ingegneria non equivale semplicemente a mancare di un mezzo di
mobilità privato (ricordiamo che la moltiplicazione inconsiderata delle
mobilità può sfociare nella paralisi completa), ma coincide con una condanna
senza appello all’esclusione dall’umano consorzio, poiché il motore a scoppio
ha implicato prodigiose modifiche antropologiche, ridisegnando lividamente l’orizzonte di “non senso” dell’uomo
contemporaneo. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti, e si rivelano
particolarmente intollerabili per quella sottospecie umana chiamata pedone.
Come di un tale germoglio tecnico dell’orrore si sia riusciti a fare il simbolo
della libertà, nonché un oggetto del desiderio, testimonia del numero
sbalorditivo dei cretini.
Lo sfinimento
interiore e la disillusione sulle sorti dello sviluppo che un Emil Cioran ha raggiunto in una vita, si
possono ottenere rapidamente disponendosi lungo l’arteria trafficata di una
grande città.
P.S. Questo scritto mi
varrà la nomina a membro onorario a vita della minoranza perseguitata dell’Erinaceus Europaeus.
Heideggerism
Il filosofo ha
impiegato una buona parte delle sue energie a disinnescare gli sviluppi
soggettivistici che “Sein und Zeit” pareva contenere. Egli ci dice che il rapporto
tra l’Essere e l’Esserci è quello per cui l’Essere necessita dell’uomo per
manifestarsi ma, come giustamente nota Lowith,
niente fa supporre che l’esistenziale che noi siamo debba essere il veicolo
della eventualizzazione dello Spirito. Ancora meno lo
è un linguaggio più di un altro: così nascono le grandi miserie della filosofia
come la "centralità del destino del popolo tedesco" o
aberranti similarità. L'Essere inteso come ventura è una storicizzazione
aliena al pensiero greco. Questo “farsi custodi di qualcosa che verrà”
dimentica che l’Essere non si è mai mosso.
Lacrime
di coccodrillo
Le geremiadi sulla
presunta scomparsa dei valori sono il falso problema che occulta la
frammentarietà del vissuto e il soffocamento istituzionale della persona
(entità folle perché refrattaria alla categoria dell’utile).
La morale comune è
perfettamente compatibile con le esistenze corrotte dalla metafisica
e dalla corsa al vano godimento di piaceri parziali, attraverso lo
sfilacciamento del desiderio dietro al miraggio della merce. La stessa morale è
frantumata in etiche specifiche, complice di un orrore sul quale scorre senza
lasciare tracce, ma solo il gorgoglio dei suoi mulinelli di retorica.
Format
brain.exe
Più cresce e si
perfeziona il livello tecnologico più aumenta l’incompetenza, lo spettacolo
pietoso della nostra nudità impotente e paurosa. L’esito sarà catastrofico: un accozzame di idioti circondati da macchine perfette.
Saggio
Saggio è colui che
giunge a dubitare del dubbio, dopo un percorso più lungo e faticoso di quello
che hanno fatto i suoi simili in cerca della certezza.
Morbidi
confessionali
Non si tratta di
ricercare la causa di un comportamento e, una volta trovata, di offrirla al
paziente affinché ne tragga giovamento (con tutte le precauzioni che il
riaffiorare dell’abissale implica), quanto piuttosto di fornire gli strumenti
per architettare un senso accettabile. L’aiuto analitico è una “dotazione di
senso” (per me no, grazie) non una matematica delle cause e degli
effetti, un’ermeneutica terapeutica, non un’operazione di congegni mentali.
Ammesso che l’individuo venga tratto in salvo sulla barchetta del nosce te ipsum, che
cosa ne farà del grande mare della follia che lo circonda? La nauseabonda
psicologia dell’io ha già previsto la risposta: conoscere se stessi non è
importante quanto sapersi adattare. Trovo di gran lunga più interessante la
magia.
Penso alla
psicoanalisi come ad una teologia laica che avrebbe sostituito a Dio la divina
razionalità dell’inconscio. Il paziente è confrontato ad una grammatica che,
lungi dall’ ammettere l’ineffabile, il casuale e l’insensato, è il dominio
certo di uno specialista. Il terapeuta è il mediatore tra il luogo mondano in
cui il paziente deietto si consuma e la divinità del
suo vero essere, come il prete è il tramite tra il peccatore e lo spirito
santo.
Strutturalismo
e ammoniti
Dissolvere l’uomo
nelle determinanti strutturali è la solita spettrale
procedura da larva filosofica. Se è vero che gli strutturalisti ridono
della dialettica hegeliana, del marxismo hanno cooptato il materialismo storico
(vedi Althusser) ma non certo l’indignazione
di Marx per delle esistenze ridotte a merce.
Peccato, però, che
indignarsi non significhi automaticamente ragionare. Quando il marxismo ha
perso, e ciò è avvenuto subito, il suo impatto unitario per divenire critica di
una specializzazione (ad esempio: l’economia politica) è finito tra le
anticaglie del pensiero diviso, ovvero dell’unico pensiero consentito al
cosiddetto soggetto alienato del capitalismo.
Heideggerism 2
Il linguaggio come
opera creativa e stabile dimora è uno "Scilla e Cardiddi"
del pensiero di Heidegger. Farsi interpellare
dal linguaggio è una posizione ambigua nella misura in cui io uso anche ciò che
si mostra. Lui, poi, maneggia il linguaggio con fine perizia che mal si
concilia con l'evidenza apodittica dello stesso.
Maschi
Sono semplici e
noiosi. Una donna stupida, quantomeno, possiede sempre un residuo di
perversione che può renderla interessante.
Una
buona minestra avrà una formula chimica elegante?
L’intuizione di Bergson non è affatto uno spiritualismo
dittatoriale, come potrebbe essere quello di un Croce (una tragedia
tutta italiana, responsabile della supponenza tipica di filosofi e umanisti nei
riguardi del più dignitoso regno della misura esatta). L’indagine scientifica
che matematizza e spazializza il reale crea la forma stessa di una peculiare
serie di fatti tutt’altro che irrilevanti o fasulli. Quello che il filosofo
dell’Evolution créatrice (non a caso un
matematico) auspica è l’integrazione della dimensione non spaziale della
coscienza con quell’attività costitutiva e necessaria dell’umano che è il
conseguimento razionale di una teoretica e di una prassi sul reale. Una
conoscenza e una manipolazione del mondo da parte dell’uomo che ne rivelano la
sua natura essenzialmente tecnica.
La
trappola
Aver accettato
l’autonomia del valore della moneta e delle merci rispetto a quello dei segni e
dei simboli umani (una grande impresa della modernità) è stato, né più né meno,
la fine del nostro valore.
"Je est un autre"
Che equivoco è
diventata la conoscenza di sé: piccola metastasi platonica
dell’autenticità interiore. Non c’è alcun segreto da custodire, da svelare o
nascondere nel piccolo forziere dell’io, e nessun santuario dell’interiorità da
arredare con le idee di proprio gusto. Io sono la mia apertura, la mia
necessaria e brutale esposizione al mondo che non cessa di costruirmi e di
costituirmi in maniera multiforme, ambigua, casuale, assurda. Potendo
sostare quieto tra silenziose dune o dovendo muovermi agile in un’intricata
foresta di occhi e lamiere io avrò due anime.
Il
segreto della Fenice
Non si è vivi dopo una
nascita ma dopo una rinascita.
Questo presuppone una
morte.
Visionario
mitteleuropeo
Nella “Persuasione e
la Rettorica” Michaelstaeder
denuncia l’illusoria codificazione borghese del mondo per restituire all’uomo
la sua natura di viva potenzialità. Quest’ultimo trova il suo compimento
proprio in ciò che lo cancellerebbe (la metafora del peso che, cadendo nello
spazio come l’uomo nel tempo, tende infinitamente verso il basso ed in tale
irresolutezza si definisce). L’angoscia che caratterizza la ricerca della
persuasione, la varietà intesa come penuria (omologo della “distrazione” heideggeriana), sono accompagnate da una stupefacente
polemica epistemologica in cui la verità è spuria perché sempre contaminata
dalla posizione dell’osservatore e si traduce in movimento, rilettura,
ricreazione del mondo. Con l’offensiva alla pretesa neutralità del
metalinguaggio scientifico, il giovane poeta abbandona senza equivoci la
piccola Italia della speculazione filosofica. [1995]
Le temps d'une madeleine
Malgrado alcuni fugaci
attimi di piacere possano germogliare ai margini e nelle crepe della
nostra seria esistenza di adulti, mai potremmo rivivere il dolce ed
incosciente abbandono dell’infanzia, la sua straordinaria capacità di rendere
assoluto ogni istante, la gioia che ignora il tempo ed il malinconico labirinto
delle sue illusioni. Dove trovare intatte le infinite sere d’estate, i mondi
immaginari e le giravolte sui pendii erbosi? Quello era un mondo in cui qualche
tardivo figlio dei fiori girava ancora l’Europa in “maggiolino”, mentre un
cinico figlio della rivoluzione armava la sua mano. Noi, con la saggezza e la
furia dei nostri pochi anni, facevamo a meno della storia e conoscevamo ancora
l’arte leggera di inventare un gioco.
Lungo
o ristretto, è il solito veleno
Quanta ingenuità nella
critica che attacca il capitale come sistema produttivo, quando è invece
una metafisica: l’annullamento della dialettica in uno spazio unidimensionale,
uno spettacolo totale con un potere inaudito di riciclaggio e
metabolizzazione delle contraddizioni che esso stesso genera.
Al di là del suo lato
grottesco e fanfarone, l’attuale situazione politica italiana è il paradigma
dell’onnipresenza del codice e del simulacro [Baudrillard],
in cui lo spazio alternativo è un fantasma per l’occupazione totalitaria di
tutti i settori del sociale (informazione, divertimento, consumo, gestione
della cosa pubblica…).
La dottrina del
socialismo reale, in quanto critica localizzata, codificata, storicamente determinata,
è stata di fatto un sistema di segni totalmente recuperato dal capitale. Questo
capitalismo “concentrato” (così lo chiama Debord,
già nel 1967), che non ha potuto evitare la bancarotta e il soffocamento
sistematico delle libertà individuali, è stato preda di quello “diffuso” cioè
del nostro, che se ne è servito come di uno spauracchio per simulare una
dialettica e uno scontro di forze sulla cosiddetta scena politica. Nero di
seppia, prodotto allo scopo di occultare le mille metamorfosi dell’idra
capitalista, oggi attualizzata nella teoria della minaccia diffusa e permanente
(per la mobilitazione assoluta) in cui, dietro le forze pseudocompetitive
del terrorismo e dell’ antiterrorismo, si profilano già la completa
intercambiabilità dei segni e l’onnipresenza del finanziario.
Ideologia
in salsa mimetica
Il nostro universo
simbolico “globale” è intimamente violento e disumano perché fondato sulla
separazione, mentre il processo del discriminare dovrebbe avvenire sullo sfondo
di un’unità, di un olismo impronunciabile e necessario (fratellanza di uomini
nel mistero del mondo). Il totalitarismo è il nome del progetto politico
riferito all’unità, è la legge umana con i parametri del sacro; ma esso è
anche, soprattutto, il dominio occulto del parziale o la riproduzione ideologica
e automatica della scissione.
Questa forma del
totalitarismo è quella che oggi, paradossalmente, si chiama “liberalismo”.
"Albero centenario si abbatte su comitiva di
sordomuti..."
Se proprio volete
riconoscere una personalità al Divino, come può sfuggirvi il Suo talento
sadico?
L'anti-Rousseau [a Paolina]
Quanti si appellano
alla bontà dello "stato di natura" mostrano quanto rozza sia la trama
della loro anima. Che cosa, infatti, vi è di giusto nella vita organica,
nella sua misura inumana, nella fecondità idiota e crudele di cui ci fornisce
continuamente prova?
Ammirazione
di Giotto
L'arte che mi
commuove scompare quando l’umano divinizzato compare.
The
show must go on
L’attuale livello di
crescita del capitale è assicurato dalla disparità fisiologica dei regimi di
vita sul pianeta. A fronte di un’élite che partecipa al processo
produttivo anche attraverso il lavoro del consumo e della fruizione
contemplativa degli spettacoli, si crea una riserva immensa di sottoproletariato
terzomondista che incarna una manodopera ideale (bassi costi, nessuna copertura
sociale) essendo, al contempo, una terra vergine per le future colonizzazioni
del mercato. Così assistiamo a scenari apocalittici, in cui l’autoctona
modalità di sopravvivenza di un’area, già depressa dalla trionfale marcia dello
sviluppo e della sua razionalità irragionevole, è interamente cancellata
ed una economia di sfruttamento intensivo delle risorse viene totalmente a
sostituirla come un corpo estraneo. L’area in questione passa, ad esempio, da
un sistema complesso di pluricolture, con il suo indotto di ricchezze
simboliche (rapporto inscindibile tra la prassi esistenziale e i significati
condivisi da una collettività), ad una monocoltura oppure ad una produzione
industriale: regime dapprima imposto e poi, con l’oblio delle antiche tecniche
e dei valori di un mondo scomparso, divenuto necessario. Nel tessuto sociale
completamente distrutto gli attori si trovano isolati; la trascorsa
diversificazione dei ruoli lascia il posto alla moderna dialettica di
disoccupato e lavoratore; i nuovi emarginati lambiscono un proletariato
miserabile ma non pertanto esonerato dal consumo delle inutilità mercificate,
accorse come livide iene sulle rovine di un mondo. [1995]
"I
frutti puri impazziscono"
Una spaventosa
debolezza partorisce i “valori” della maggior parte degli uomini; che senso di
smarrimento e di solitudine si cela dietro il fronte compatto di
un'associazione qualunque. Per librarsi nella purezza, il pensiero annega il
mondo nel liquame mentre la metafisica aleggia, velenosa espirazione
dell’animale inetto per natura ed ostinatamente nemico della sua stessa
essenza. Una malattia verga il copione nauseabondo della Storia, al solo fine
di negare all’uomo la salute nell’imperfezione.
Artaudiana 2
“Non è più il tempo
di una magia aleatoria, di una poesia che non è sostenuta dalla scienza.” Artaud ha scritto così, in un tempo titanico, il
manifesto estetico del presente.
"La
sposa meccanica"
E’ in atto una totale
ricostruzione del mondo: una sua traduzione in numero, alfine di manipolarlo.
Una gigantesca pitagorizzazione che ha perso
di vista l’interrogativo sul bisogno e sul senso. Un immenso cantiere ci
difende dall’angoscia del silenzio e dalla nostra essenza di parassiti della
creazione.
Genesi
Per ogni insufficienza
vitale nasce una legge, per ogni paura nasce un credo.
Genesi
2
Il pudore ha
incontrato la morte, non la morale.
Terrorismo
Il terrore che
alimenta la paranoia, l’accecante scompiglio spettacolare, la già rivoltante
smania di sicurezza è la forma moderna, capillare ed inafferrabile dello stato
di guerra. Al vecchio ed ingenuo epiteto di “nemico” si è sostituito quello di
“terrorista” con tutto il suo corredo giustificatorio, buono per qualsiasi
aggressione imperialista.
L’orrore, come sempre,
appare in filigrana nelle parole; mentre alla stessa violenta idiozia
linguistica appartiene la cosiddetta “guerra preventiva”.
Crisi
alchemica
La mia passione per
l’estremo è, mi rendo conto, paradossalmente una sollecitudine per la forma.
Senza la ricerca di percorsi estremi, con la protezione di Artemide, non è
possibile indagare il limite e, attraverso questo ritaglio “in negativo”,
compiere l’opera della propria vita.
Lungo sentieri battuti
non si trovano regole che ci appartengano.
Da
un finto frammento del IV secolo A.C.
Le parole si
contraddicono, ma non vi è una cosa che contraddica un’altra.
Particelle
elementari di narrazione
La scrittura della
modernità: elaborazione particolareggiata di una nevrosi eccellente.
Percezione, esiziale per l’atto, di un costitutivo vuoto dell’essere. Denuncia
impudica di una mancanza ontologica. Piccolo onanismo da calamaio. Lutto
perpetuamente esibito e mai concluso. Passatempo estremo dei refusi dell’esistenza,
inetti al vivere, commedianti con ipertrofia di coscienza ed altri fallimenti.
Arte,
uomini e topi
Nel racconto “Josephine la cantante” Kafka dipinge
magistralmente tutta l’ambiguità dell’opera d’arte, tutta la fragile potenza
che il mistero artistico sprigiona, il suo carattere di aperta finzione, di
gioco, d’artificio separato dallo scherzo o dall’espressione casuale ed irragionata da una sottilissima frontiera. E' l’abisso
che, in virtù dell’intelligenza e della creazione di un senso forse un giorno
condiviso da una moltitudine, separa definitivamente l’arte dalla natura e
dalla sua impersonale, cieca grandezza.
Piccola
storia ignobile del libero arbitrio
Ai tempi in cui il
divino era davvero onnipotente non esisteva il libero arbitrio.
L’individualità, come siamo stati educati a pensarla, è nata rosicchiando lo
strapotere della divinità. Un bel giorno, l’uomo possiede la sorprendente
facoltà di creare ex nihilo ma, per salvare capra e cavoli, la sua è una
libertà condizionata, e il dio fa finta di non vedere le carte che il mortale
ha in mano. Le cose si complicano quando la casta sacerdotale inventa il
concetto di colpa (e implicitamente anche quello di merito) legandolo a doppio
filo all’individualità. Il risultato è strabiliante: “La colpa è il cattivo uso
della libertà (sic!) che hai avuto in gentile concessione dal divino”.
Così immaginiamo Caino
prima del crimine, ad un bivio, domandarsi: “Lo faccio o non lo faccio?”.
Ridicolo. E se Caino non avesse potuto fare a meno di uccidere Abele? Non
è più assurdo della nostra incapacità di accettare la responsabilità senza
i concetti di libero arbitrio e di colpa.
Sondaggi
Non sa. Non risponde.
I sondaggi, anche se
inutili, non sono mai innocenti. Un certo modo di porre la domanda può pilotare
la vostra risposta, e di quest’ultima ignorate l’uso che ne verrà fatto.
Non sa. Non risponde.
Q:Are we not men?
La massa non è la
comunità. Per costruire una massa è necessaria la creazione dell’idiota
(derivazione irrelata di egualitarismi moderni), cioè del soggetto mistificato
che, potendosi pensare estraneo alle relazioni, semplicemente si annulla
in un improbabile spazio di libertà e di scelta totali. Come ha
mostrato efficacemente Louis Dumont, la massa
non rappresenta forme risorgenti di olismo sociale ma, al contrario, un esempio
del delirio individualista e solitario che si afferma con la costruzione coatta
di pseudocollettività.
La comunità degli
idioti, formata da sradicati e smemoratezze varie, è essenzialmente
servile: gregge consacrato da una religione storica, oppure moltitudine
complementare al delirio di onnipotenza del più solo e spregiudicato fra tutti,
del profeta di turno.
Aggiungete a questo
l’efficacia tecnica ed avrete il nostro ventesimo secolo.
Femme fatale
Non siamo realmente in
grado di assumere la finitezza della nostra stessa esistenza. Per verificarlo è
appena sufficiente osservare la curiosa facilità con la quale ammettiamo
l’ecatombe quotidiana di un’umanità sconosciuta; il nostro stupore e la nostra
incredulità di fronte alla scomparsa di una conoscenza occasionale; lo sdegno e
la rabbia per quel intollerabile tradimento che è la perdita di un affetto.
Affinché la morte si conquisti uno spazio reale nella nostra mente dovremmo
aver già capitolato al suo freddo ed invincibile assedio con tutta la nostra
carne.
Elogio
del nomadismo
Non siamo tenuti ad
essere folli, surrealisti o bizzarri ma ad essere perennemente in cammino tra
la normalità e la follia; a confondere e mescolare le posizioni: nomadi del
senso. Non saremo i pazzi di oggi e i potenti di domani; stanchi di profeti e
profezie non abbiamo alcun interesse per l’escatologia. Non siamo “contro” e
non siamo disillusi, non siamo una mina pronta ad esplodere e non siamo
presentabili. Al di là della simulazione, coscienti sino all’incoscienza,
inafferrabili come le particelle della fisica quantistica, siamo un movimento
in un sistema di condizioni, o forse invece un nodo di stasi in un flusso
incondizionato.
La
perfida assenza
Foucault
ci mostra magistralmente che la sessualità nella nostra cultura non è mai stata
rimossa, ben al contrario è stata detta, prodotta e resa produttiva; ma egli
non spinge il suo discorso sino a (d)enunciare il potere, il suo carattere di
simulacro. Il potere si fraziona (è un passo avanti rispetto alla teoria ingenua
della dominazione) ma non perde pertanto la sua pienezza, la sua presenza, la
sua oscurità lineare e densa. Il micropotere chiama
alla microguerriglia, e la “realtà” del primo (la
seduzione, il vuoto con il quale si presenta) rimane inspiegata. Riconoscere
che il re è nudo non si fa tentando di svestirlo. Il potere gioca a far credere
che c’è, conduce a sé tramite il suo quoziente di assenza, e a nulla serve
diluirlo giusto un po’.
Polemos, mon amour
Nulla di più
pericoloso che crescere nel cono d’ombra protettivo e malsano del diritto
garantito. Il diritto come norma è più evanescente di un’illusione ottica, e
quando d’improvviso la sua ariosa presenza si dilegua, un popolo di bianche
larve è, per la prima volta, esposto pavido e indifeso alla violenza della
luce. Nulla è più facile allora che calpestare queste molli animucce
o vederle morire spontaneamente sotto la crudele intemperie degli elementi. Il
diritto non può che essere partecipazione quotidiana, esercizio di singolarità
forgiate nella vitale officina dello scontro… questa è la sua unica garanzia di
efficacia e di sopravvivenza.
Parole
d'ombra
Quello che chiamiamo
controllo è un mito. L’incontro con la “forma” è l’apparizione del daimon. Compiendo l’atto sacrilego nel tentativo di
ingabbiare il demone cadiamo preda dei miraggi della forma (i soli che si
lascino imprigionare) mentre il potenziale di creatività e sapere di cui
disporremmo amando il dio terribile, si tramuta per noi in distruzione. Il
controllo autentico è la disciplina che ci permette di volere il demone libero,
di vincere la paura della sua vicinanza, di lasciare a lui la guida
riservandoci la tranquilla padronanza del nostro respiro.
Il controllo non è ciò
che vince l’Oscuro mettendolo in fuga ma ciò che, non sospendendo mai il
riconoscimento della sua presenza, dialoga con lui.[2001]
La
mia foto dei fratelli Wright
Volare, per i pionieri
del volo, era inscindibile dal rischio di sfracellarsi al suolo. Ora si possono
compiere le più audaci traversate aeree senza la minima trepidazione. Il
tentativo di far scomparire persino il senso del rischio pare
il suggello dei tempi moderni.
E così il rischio
aumenta... discretamente.
Pena
capitale
Sono senz’altro
favorevole alla pena capitale per crimini efferati.
A due condizioni.
La prima è che
l’esecuzione avvenga entro e non oltre dodici ore dalla sentenza.
La seconda è che venga
materialmente eseguita da un affetto prossimo della vittima, mediante un
coltellaccio da cucina, sul colpevole immobilizzato. E’ il peso capitale della
responsabilità (nessun posto in prima fila per assistere, da spettatori ben
ripagati, al laido numero della morte di Stato).
Ove si dimostri che il
condannato era innocente il medesimo meccanismo si può ripetere contro il giudice
e l’esecutore materiale della sentenza.
Segreto
Finché siamo ben
disposti a sopportare un’altra dose di insopportabile, la nostra vita
non è in pericolo.
Un
sorso di Lete
L’ignoranza e l’oblio
sono necessari alla nostra esistenza quanto l’ossigeno. In che modo potremmo
infatti tollerare le sole sofferenze dell’umanità, o l’immane peso delle
umiliazioni e delle disillusioni di una vita?
Da un Cristo mi
aspetterei almeno il segreto della smemoratezza, una sorta di oppio
spirituale.
Vuoto
a perdere
Oggi, per sfuggire
all’omologazione e alla scomparsa dell’ intimità con se stessi ci vuole un
talento non comune. Questa è la condizione necessaria ma non sufficiente,
poiché il talento è utilizzabile e “previsto” bisogna perseverare anche nella
follia di mantenersi individui, di non essere cioè utili a nulla.
Il mio
talento coinciderà con l’arte di restare inutile.
Parole
L'eccessiva ed
invadente insufficienza delle parole...
La
tara
L’idealismo, la
malattia costitutiva del nostro linguaggio, è per noi quasi una tara
genetica.[1991]
L'intellettuale
Patetica vestale
dell’idea, ineffabile adoratore del potere di turno, onorevole figlio del
simulacro.
Il mio intelletto
sanguina: è un intelletto osceno. [1991]
L'ideologia
invisibile
L’irrealismo
delle notizie che i telegiornali propinano non risiede assolutamente nella
scelta parziale, nel montaggio furbo, in un presunto taglio ideologico di
sorta... bensì nella maniera, assai meno plateale, in cui la tragedia farsesca
della realtà è presentata: sotto forma di “servizi”; il reale è in pezzetti
scelti, a volte succulenti a volte nauseabondi, ma assolutamente identici in
quanto frammenti che sembrano non rinviare l’uno all’altro. La follia globale
dello spettacolo è occultata in questo carosello di universi minuscoli e
mutilati; il senso di inesplicabile e fazioso autismo dei colpi d’occhio
sull’attualità si accentua ancora quando una storia patetica è intercalata ad
un incubo sanguinoso oppure ad una chicca frivola, senza soluzione di
continuità. Questa disciplina quotidiana alla rinuncia del senso e del pensiero
offre allo sguardo ipnotizzato e alla sensibilità drogata di spettatori passivi
il caos multicolore degli avvenimenti, “gadgets”
disposti alla rinfusa sugli scaffali della terra per essere rapidamente
consumati e i resti gettati nell’immondezzaio delle chiacchiere d’ieri. Sarebbe
un errore ritenere che un trattamento simile delle notizie sia semplicemente un
adeguamento delle immagini al mondo contemporaneo, in cui l’ordito narrativo
delle grandi ideologie è scomparso per lasciare il posto ad un presente
variegato, discontinuo e fruibile.
Proprio la
parcellizzazione è una copertura ideologica che impedisce di percepire
l’unificazione “spettacolare” delle pratiche a scala planetaria, allo stesso
modo che ne è una conseguenza. Solo un discorso unitario può denunciare una
violenza così strutturata, pervasiva e consequenziale. Tale violenza non è
altro che il trionfo della metafisica dell’ occidente, il suo debordare
su tutte le latitudini, con la tecnologia in prima linea. Ma se lo spettacolo è
la forma dominante della metafisica (“il mondo divenuto favola” di cui parla
Nietzsche) allora la responsabilità ha un grado di diffusione estremo che rende
inefficace qualsiasi attacco diretto al sistema spettacolare. La più banale
delle relazioni chiama in causa i presupposti della metafisica (il giudizio, la
volontà, la libertà, l’identità...) ed, in quanto rimettere in causa tutto ciò
non sembra possibile, la partecipazione al potere mitologico risulta tanto
effettiva e massificata da realizzare di fatto l’unica forma di democrazia
perfetta. Reintegrare il “senso” nel contesto della modernità, operazione
intesa a contrastare l’eterno presente dello spettacolo, non può che risolversi
in un debole e difensivo anacronismo se non interiorizza un’idea di temporalità
totalmente svincolata dai principi escatologici del cristianesimo. Questo è
“l’eterno racchiuso nell’istante” vaticinato da Zarathustra, il cui senso non si
trova in un compimento futuro ma nel godimento autentico dell’attimo. Il
pericolo di questa posizione è di condurre ad un’amoralità estetica, assai
vicina al gusto postmoderno. Si deve assumerla con la consapevolezza che il
presente porta in sé la sua ombra, che il superamento dei valori è già un
confronto con la tradizione, che non cancella l’irriducibile mistero e la
pesantezza dei corpi, infine che l’appropriazione dell’Essere richiede (unico
rimedio all’ inconsistenza spettacolare) la tenace intimità di un lavoro
infinito. La costruzione interiore, êthos
aperto per eccellenza, non è mai un fatto concluso né contempla una
modificazione immediata della società, benché si riveli profondamente
relazionale. Sarebbe insensato tradurre un percorso del genere in una teorica:
questa infatti è l’arte e la fatica di vivere da cui scaturisce un tipo di
sensibilità logica, creazione e ricreazione continua nell’esercizio del limite.
[1995]
Il
mostro
Nulla mi sembra più
effimero di un motivo concreto.
"I
pugni in tasca"
La mia strana
“disperazione”. Non perché non riesca a trovare un senso, ma perché non posso
eliminarlo del tutto.[1989]
L'esule
ignoto
Voi credete che questa
società abbia bandito lo spirito per esaltare la materia? Non fatevi ingannare:
questo corpo opaco, meschino, volgare, esibito, invadente è il prodotto di una
metafisica più vigorosa che mai; questa carne morta è figlia di un’idea
asfittica che pervade ogni cosa.
Metastasi
Semplicemente, il Dio
del “dovere” di Kant cede sotto la pressione della
schiera innumerevole delle divinità che ci prospetta Max Scheler.
Un’etica delle essenze “valoriali” contro un’etica dell’ essenza “formale” non
mi par altro che un immane contenzioso fra spettri. La sua “intuizione
sentimentale” ha la stessa universalità e necessità dei valori che crede di
cogliere, ma un valore non esiste né astraendolo dagli oggetti né come essenza
poiché è frutto unicamente dell’interrogativo di un’esistenza.
Quanto all’intuizione
è evidentemente un esistenziale e dunque, se ha un valore, esso risiede proprio
nel carattere di coerente particolarità e finitezza che lo contraddistingue. Il
fatto che Scheler capovolga l’ordine
gerarchico della morale classica non impedisce per nulla che egli consideri ad
esempio l’Utilità come “valida in se stessa”, allorché l’Utilità non è nulla al
di fuori di un contesto che stabilisca nel medesimo tempo per chi e in che modo
l’utile si realizza. Abbiamo moltiplicato l’ipostasi, dato corpo ai valori
affinché le idee vivessero di vita propria incuranti dei mortali, senza
riflettere che affrancarci dalla determinazione vitale (pur di non assumere la
responsabilità che la nostra autonomia esistenziale avrebbe comportato) è
equivalso a capitolare di fronte agli imperativi dello spirito.
Esercizi
di Simulazione del Ricordo
Sono stato pellegrino
con Pierre Loti a Gerusalemme al tramonto del diciannovesimo secolo,
appoggiato al parapetto ho visto comparire New York nel 1940 dalla stessa
affollata imbarcazione su cui era Man Ray, ed eccomi sulla
spiaggia dove si arena la dolce vita…
L’esistenza nel
ricordare è una materia omogenea: leggera, variopinta, ineffabile come la
stoffa dei sogni… solo l’attimo presente ha un’incomparabile vividezza che trascorre tuttavia, rapida come un battito
d’ali. Ciò che ho realmente vissuto è una convenzione stipulata con me stesso,
così potrei simulare il brivido della vita autentica in qualsiasi
ricordo, confondere vissuto ed immaginario poiché sono essenzialmente
indistinguibili e solo la perenne agonia del presente è reale.
"Lire
26.900"
Il marketing come
tecnica di lavaggio delle menti? Non scherziamo, non facciamo di un topo un
elefante… Un degrado metafisico è come una guerra mondiale, come una tragedia
planetaria in cui ci sono ottime possibilità di farsi un piccolo gruzzolo o
un’immane fortuna. Vogliamo accusare la pratica dello sciacallaggio di essere
l’origine del male? Come se la “società dello spettacolo” potesse essere
pianificata da qualche ingegno allo scopo di trarne vantaggio, ovvero potesse
essere rovesciata nel suo contrario alla ricerca di qualche purezza
primordiale: è assurdo. Non ha senso denunciare una cattiva rappresentazione in
nome di una presunta realtà dei rapporti sociali o della interazione
soggetto-mondo: per noi infatti esistono solo rappresentazioni. Sono lontani i
tempi d’oro in cui, all’inizio del secolo scorso, si pianificò a tavolino la
trasformazione del popolo americano, puritano e quindi aduso al risparmio e al
riciclaggio degli oggetti d’uso comune, nel paradigma del consumatore.
I persuasori occulti
sono dei tecnici dello sfruttamento di una perversione metafisica, di una
ignoranza della natura del desiderio e dei bisogni che si presta alla
manipolazione e che genera necessariamente il sapere tecnico di cui sopra.
Questa ignoranza dell’Essere non è nuova ma è nuovamente fatta fruttificare,
con i modi e i risultati adeguati al tempo presente. Lo spettacolo è
un’invenzione vecchia come il mondo e la sola alternativa ad una messa in scena
mediocre è una buona messa in scena.
Religione
La perfezione del
Divino è manifesta, a cominciare dalla Sua non ingerenza negli affari umani.
Neppure una volta Egli si è abbassato ad essere giusto, tanto meno di
ingiustizia lo si può rimproverare. La sua perfetta assenza è il marchio
costante della sollecitudine con cui irrora la Sua creazione, e dunque Se
stesso.
La religione è invece
il segno osceno del degrado divino: volgare chimera preoccupata dei destini del
nostro mondo e dei miserabili intrighi individuali, ovvero trampolino per le
stelle d’una scimmia tronfia e vanitosa.
Memento
mori
La vita è una freccia
che punta dritta verso la morte.
La
schiavitù perfetta
Il dramma è che la
dialettica servo-padrone si è mutata in un sistema di condizioni interiori.
I
barocchi
“Consapevole dell’essenza
assolutista di ogni forma di potere – compresa quella che nega l’idea
stessa del potere – poco m’importa il modo in cui gli uomini organizzano
la loro commedia sociale. Suonare la carica contro i mulini a vento dello
“spettacolo”? Un senso barocco dell’esistenza me ne dissuade."
Frédéric Schiffter / Contro Debord, puf 2004.Traduzione:Bouvard
Il
"grande" filosofo
Il grande filosofo è
quello che riesce ad imporre le sue ossessioni, i suoi deliri, i tormenti e le
estasi del suo mondo interiore, ad un’intera epoca.
Il
misantropo
Le sensibilità
estetiche e, più in generale, coloro che Robert
Musil definiva “uomini del possibile”
sono gli unici esseri per i quali la sottile corda della mia anima sempre vibra
e risuona, essendomi del tutto indifferente la petulante arroganza del resto
dell’umanità.
Il mio simile, nella
sua paurosa imbecillità, non è neppure una specie di natura come uno
stagno o una collinetta erbosa. E’ solo uno spettacolo ripugnante e penoso: non
possedendo né il gradevole artificio di uno spirito coltivato dal dubbio, né il
disperato furore di chi sia crocefisso in un nodo di lacerazione, né la
schietta evidenza di ciò che è naturale.
Fame and fortune
Ciò che viene
acquisito con il danaro subisce il destino del mezzo anonimo con cui è stato
misurato: tende all’indifferenza. “Io voglio ciò che posso” è una disciplina
che si impone quanto più dispongo di mezzi, perché il rischio che io non sappia
ciò che “posso” è comunque elevato. Potenza è conoscenza di sé e soprattutto
intuizione dello sconosciuto di sé. Poter acquisire subito ciò che si vuole
significa prendere il rischio di allontanarsi inesorabilmente dalla potenza,
dal riconoscimento della natura del desiderio e dalla cogenza che deriva da una
biografia fatta propria. La celebrità costituisce il medesimo impaccio: la
moltiplicazione della propria immagine, il suo uso imprevedibile, la
dilatazione dell’io minacciano il celebrato di oscuramento, di spossessamento,
di cancellazione. Così, fama e danaro promettono aumento delle possibilità e si
risolvono invece in distrazioni letali.
Paradossi
La libertà, frutto del
relativismo e dell'età dei lumi, va difesa in modo assoluto, non relativo.
Il
buffone sovversivo
La follia è la
cristallizzazione negativa della normalità. Non sono i pazzi ad inquietare
(prigionieri del loro cerchio chiuso e buio) ma chi è tangenziale al senso
comune, chi lo minaccia senza cadere nello stereotipo, non la sofferenza
implosa e solitaria da nosocomio. La “sregolatezza controllata dei sensi”, cioè
l’attitudine poetica per eccellenza, che attraversa senza sosta la frontiera
del normale (con i documenti truccati) per ritornarvi oscura, minacciosa e
seducente: ecco ciò che teme il mondo ordinato, micidiale e povero degli uomini
del reale.
Innamoramento
Il realmente osceno,
nel trionfo del futile e del dettaglio. La sentimentalità ingestibile (vedi R.Barthes)
La
noia
Come giustamente
sosteneva Moravia, la noia non è un banale stato psicologico ma una
disposizione metafisica. Chi si annoia penzola letteralmente dal tempo, in un
presente vacuo e sconfinato è incapace di collegare passato e futuro.
L’annoiato sprofonda in se stesso, infinitamente.
Solo i fanatici, gli
imbecilli e i santi non si annoiano mai.
Trionfo
della doxa
Chiunque conosca a
fondo una questione acquisisce la pratica della sottigliezza e la sensibilità
per la sfumatura, incomprensibile a quelli che vogliano fare rapido uso
di un sapere.
Ecco perché una
campagna di persuasione (o solo divulgativa) non potrà mai essere, nel migliore
dei casi, altro che schematica, superficiale, rozza... ma divulgativo e
persuasivo è tutto il nostro tempo.
Helter Skelter
L'incompatibilità tra
l'uomo e il "lavoro" è essenziale. Nati per dispiegare liberamente le
nostre possibilità, in modo ludico e quindi necessario, non siamo fatti né per
l'occupazione né per l'ozio, bensì per la disciplina. Oggi il lavoro è
soprattutto un accaparramento idiota di energie e di tempo per scopi futili, e
ove le relazioni che lì nascono ci portino qualche gioia questo avviene per puro
caso. La forma attuale del lavoro è in rapporto logico con la frantumazione
schizoide dell'individuo: una sorta di personalità dispotica e lassista al
tempo stesso.
Sulla
percezione
La percezione non
esaurisce la realtà, neppure la più evidente. La problematizzazione
del fenomeno percettivo indica che esso è pre-organizzazione
e, innanzi tutto, selezione. Siamo ben distanti dal livello ingenuo della
percezione di cui fa uso Berkeley. Infatti se
la percezione, e di conseguenza l’ideazione, sono organizzazioni selettive che
dipendono dalla natura dei mezzi sensoriali e dalla strutturazione (già
organizzata ed in parte codificata) dei sensa,
ciò significa che la realtà mantiene una dose inespugnabile di essere in sé
e dunque di alterità. Tale posizione non cade semplicemente nel realismo,
poiché la materia non è data nella sua realtà se non come tappa sempre
incompleta dell’incontro del soggetto con essa; viceversa non ammette un
idealismo che si rivela incapace di rendere conto della posizione pregiudiziale
del soggetto della conoscenza e che si arroga il diritto di dissolvere il mondo
nella coscienza (Berkeley) ovvero la coscienza
medesima (Hume).
Genesi
3
Siamo educati a votare
un vero e proprio culto alle idee.
La trasmissione del
sapere nella nostra società tiene in altissima considerazione i prodotti della
mente, oscurando la genesi di tali ideazioni. Un’idea è la secrezione di un
corpo, di una biologia in “situazione” (cioè in un rapporto con il mondo
incluso quello delle idee, naturalmente).
Perciò: tanto
un’attitudine spirituale può generare una prassi quanto più, soprattutto,
una prassi genera attitudini spirituali.
Trovo meravigliosa, ad
esempio, la maniera in cui Nietzsche riesce a smorzare le pretese
idealistiche del pensiero rintracciandone la radice in qualche disposizione
corporea o variazione climatica. Sarebbe pericoloso se un pensiero si facesse
corrispondere però esattamente ad uno di questi agenti fisici e, dunque, fosse
possibile una teorica delle determinazioni organiche (sarebbe infatti ancora un
pensiero e, quel che è peggio, assai pretenzioso).
Abbozzo
di un'opera irrealizzabile e mostruosa sull'ideologia
L’unica ideologia
perfetta è quella che tende ad occupare l’intero spettro del pensabile. La sua
sopravvivenza richiede che essa non debba mai manifestarsi come un’entità
totalizzante, come assoluto. L’ideologia attuale, risultato di una lunga
selezione speculativa ed operativa, finalizzata al dominio del campo del
dicibile e dunque dell’esperienziale, aspira alla realizzazione di una forma
perfetta: l’impronunciabile (poiché universale) dispotismo della parzialità.
Diversamente dalle
ideologie ingenue, la forma vincente non si accontenta di identificare in
elementi separati e finiti una pseudo-totalità, bensì
assolutizza il movimento della presentazione e della riproduzione di ciò che è
parziale.
L’operazione
analitica, che si attua nello scomponimento base della cibernetica, permea a
tal punto ogni settore di attività del pensiero da sostituire il suo stesso
polo dialettico per farsi totalità dell’atomistico. In questo modo l’unidimensionalità si nasconde dietro l’offerta sempre
rinnovata di elementi di senso autosufficienti, eppure assolutamente dipendenti
dal movimento alienante ed alienato che li ha prodotti. Sono gli stessi attori
sociali a proiettare il loro bisogno di relazione (nuovo Tantalo che può
trovare salvezza solo nella costruzione condivisa di un’unità del senso) sui
miti di cartapesta rinvenuti al mercato dell’ontologia spettacolare. Non si può
certo affermare che le mitologie di massa siano imposte con la violenza di una
forza “esterna” al corpo sociale (l’ideologia si mostrerebbe in tal modo assai
vulnerabile), piuttosto esse sono scelte da una comunità che normalizza
costantemente il pensiero parziale, cioè che crea essa stessa le condizioni
della sua dipendenza dall’atomistico.
Il movimento storico
che, nell’ambito completo del senso, indirizzerebbe la vita di ciascuno verso
una spendibilità gratuita e creativa dell’esistenza, è ingessato nella coazione
a ripetere e nella riproduzione statica dell’offerta ideologica di parziali.
Prevale la capitalizzazione della pseudo-storia degli
individui a discapito del movimento irreversibile della vita: si accumulano le
prebende, i punti fermi e le certezze patrimoniali che finiscono per arrogare
alle merci un’ immortalità dinamica e visibile opposta alla mortalità
impaludata ed indecente dei viventi. La negazione del tempo umano (direzionato
e sensato), la moltiplicazione delle operazioni analitiche con la loro totale
occupazione della scena, acuiscono il bisogno immaginario di appartenenza ad
uno sfondo comune. Poiché tale appartenenza non può essere riconosciuta per
quello che è (il riattivarsi del movimento storico che coinvolge e chiama a
raccolta l’integralità nell’impostazione del pensiero) essa vaga disperata,
facile preda dei mercenari dell’inganno totalitario.
L’atomismo universale
non è a suo agio nelle situazioni plateali e macroscopiche: esso trae la sua
immensa forza dall’attivazione minimale di meccanismi che occultano la sua pervasività ideologica. In effetti, ogni riproduzione del
parziale crea una difficoltà aggiuntiva nel possibile riconoscimento delle
pretese universalistiche da cui prende avvio. Sul piano del dibattito culturale
(oramai solo una messa in scena di dialettiche e contrasti fasulli) ciò è
evidente nella costante lamentela per la scomparsa delle grandi meta-narrazioni
e della verità nel senso forte del termine. Le geremiadi sul crollo delle
ideologie non fanno che constatare l’inevitabile estinzione dei modelli
ideologici ingenui, e piangono sull’inerzia dei fossili. Così facendo
contribuiscono ad alimentare il silenzio essenziale di cui si nutre il dominio
evoluto, lasciando il campo libero ad una sovrapproduzione mitizzata, reboante
e distruttiva. Nessun livello della rappresentazione è oggi esente dalla
riproduzione ideologica attuale. Le “mitologie” si diffondono come metastasi
nel corpo del discorso ed è a livello cellulare, microscopico, che la loro
dinamica è maggiormente attiva.
Eppure, focalizzare lo
strumento della critica sulle parzialità degenerate rischia di condurre ad una
frantumazione illimitata della stessa, ad un suo facile riassorbimento nella
totalità imperativa del movimento ideologico. Ciò è innanzi tutto reso
possibile dalla capacità dello “spettacolo” di metabolizzare tutte quelle micro-opposizioni che potrebbero nuocergli se fossero
coordinate. Esso ne lascia sopravvivere l’involucro dopo averne vampirizzato il
contenuto, trasformando con la sua “mano nera” il libero flusso della vita in
cliché, mode ed altre cristallizzazioni manipolabili. Il palcoscenico
spettacolare si popola allora di figure spettrali, di resti d’umanità che
mimano un passato di mutilazione ed assassinio, di ologrammi autorevoli che
lavorano con tanto più zelo per l'ideologia quanto più, con le loro critiche da
specialisti, mostrano che ogni spazio al di fuori di essa è impraticabile o
inesistente. La tensione ideologica alla rappresentazione universale (disposta
a rilevare, sotto pressione, qui e là qualche difetto o mal funzionamento) non
è mai individuata nella sua natura globale. E’ invece contro una totalità
abusiva che la critica deve essere lanciata in blocco. Nulla si può salvare,
nulla è accettabile anche quando le apparenze farebbero credere il contrario. Così,
ogni più piccolo elemento è realmente se stesso solo in quanto rinvia ad uno
sfondo che, per essere tale, deve coincidere necessariamente con l’
irrappresentabile, con la manifestazione ingestibile dell’anti-icona, cioè
l’assolutamente altro del complesso totalitario.
Dietro l’apparente
novità della panoplia spettacolare si nasconde la corrotta metafisica
occidentale. Le divinità si sono moltiplicate nella proliferazione
inconsistente delle merci e delle immagini; dal valore equivoco di un capitale
sempre più immateriale emana una religiosità di paccottiglia, il simulacro
nauseabondo di una sorta di trascendenza.
Abbiamo bisogno di un
contesto di senso quanto di un ambiente bio-compatibile. Il senso è
essenzialmente relazionale, apertura ai significati collettivi come l’organismo
è apertura al mondo. La frammentazione dell’ecocultura
e l’isolamento competitivo delle sue parti sono il motore principe della
nevrosi spettacolare e della metafisica della merce. Così, i significati
mobilitati parzialmente distruggono la relazionalità gratuita e ludica del
senso poiché ne occultano lo sfondo unitario: il non impugnabile e il non
usabile per eccellenza. Il desiderio, che rinvia a questo sfondo ineffabile, è
perennemente nascosto a sé, non si conosce, ed è sollecitato a mettere la sua
inesauribile spinta al servizio di oggetti alienanti, scopi irrisori e sogni
preconfezionati. Il sistema ideologico dello spettacolo è perfetto nel modo in
cui sfrutta l’energia che potrebbe distruggerlo convincendola a pensare a se
stessa in termini non realistici.[1998]
L'oracolo
parla
“…l’antica
distinzione tra forze meccaniche e forze organiche si vanifica.” E’
stupefacente il modo in cui Junger fornisce il
linguaggio per rappresentare la nostra epoca: è sufficiente sostituire a
“meccanico” il termine informatico o cibernetico.
Il reale, fuso in
coppie di informazioni numeriche (uno e zero), in tessere di pieno e vuoto, è
pronto a subire velocissime metamorfosi attraverso suoni, luci, colori, in una
fioritura incessante di simboli ed a palesare la sua essenza di “movimento” (Bewegung). “…la cifra compare qui a un grado del tutto
diverso, cioè in rapporto immediato con la metafisica. E’ chiaro, ora, come mai
nello stesso istante la fisica sia costretta a mutare natura, ad assumere un
carattere magico? ”. La cifra, dunque, non si limita ad essere una minaccia
al valore “romantico” e borghese dell’individualità (di cui Junger
mostra perfettamente la complementarietà con la massa amorfa e passiva) ma è
segno di una nuova posizione esistenziale, con una gerarchia di valori propria
ed incommensurabile alla precedente. La nuova cifra infatti non si somma, ma si
analizza in un contesto totale ed organico. Ecco, più avanti, nel "Lavoratore", il
paesaggio della modernità dipinto con una precisione millimetrica: “Si fa
strada la sensibilità per le alte temperature, per la gelida geometria della
luce, per l’incandescenza del metallo arroventato. Il paesaggio si fa più
costruttivo e più pericoloso, più freddo e più ardente; in esso svaniscono gli
ultimi residui di confortevole familiarità. Esistono tratti di territorio che
si possono attraversare come se fossero zone vulcaniche o morti paesaggi
lunari; li controlla un occhio vigile, invisibile eppure presente”.
Che profonda coscienza
della necessità intima del senso e dell’unità, che forza spirituale è
richiesta agli uomini oggi in simili condizioni per non soccombere.
Platonismi
Per vedere bisogna già
aver visto, per arrivare già essere giunti.
Vita
insolubile
Ogni cosa deve
resistere per non scomparire.
Le domande inevitabili
sono sempre quelle insolubili, così la loro inevitabilità è la conseguenza
della loro battaglia vittoriosa contro le risposte.
Segretamente aborriamo
le soluzioni come la morte.
La
nuova ontologia
Oggi, per esistere, è
necessario avere un congruo numero di spettatori.
La “percentuale
d’ascolto” è una funzione di densità dell’ essere, un concetto
ontologico.
Proprietà
La grande proprietà è
un furto “riuscito”.
Qualora, per i motivi
più vari, il crimine di appropriazione non sia pubblicamente sanzionato, vi
sono fondate speranze che con il tempo la suddetta rapina si trasformi
magicamente in proprietà, e persino in fonte di prestigio. Naturalmente nessun
“impiegato” si sognerebbe mai di ricostruire la genealogia del capitale a chi
gli versa uno stipendio.
La diffusione della
mentalità impiegatizia è perciò la garanzia della pace sociale.
Capolavoro
Non esistono
capolavori, e se esistessero non sono mai stati mostrati.
Cellulare
Poco ci manca che
smarrire il proprio cellulare equivalga alla distruzione quasi completa
dell’identità. I più timorosi ne hanno due, le personalità multiple anche tre.
E’ scandaloso che si
tardi ancora ad innestarlo nel corpo del nascituro (ach,
si potrebbe così tatuaren sull’avambraccien
il numero personalen!).
Naturismo
Termine buffo ed
ingenuo. L’unica spiaggia “naturista” è una spiaggia vuota, poiché lo sguardo
umano è sempre culturale. Solo Robinson Crusoé
pratica il naturismo prima dell’arrivo di Venerdì, e quando riflette su di sé
cerca subito un abito per non essere letteralmente inghiottito dalla natura
(proprio come scrive Michel Tournier).
I
dannati
Così Hegel: “La storia è ciò che l’uomo fa della propria morte”.
Non possiamo
dubitarne. L'incapacità dell’uomo di integrare la morte nella propria vita ha
fatto della storia un incubo che non smette di grondare sangue.
Il
genio della lampada
Non desidero
l’improbabile, neppure l’impossibile… ma certamente l’impensabile.
De
senectute
Che mai sarà la
presunta saggezza della vecchiaia se non l’ impotente disperazione per il tarlo
del tempo che frantuma ogni progetto, l’amara consapevolezza della vanità di
tutte le cose, la stanca rassegnazione per un oblio infinito dopo l’implacabile
tirannia della memoria? Che altro se non l’incombere sui sopravvissuti, e
dunque sui più corrotti, di una fine che hanno occultato ai loro stessi
occhi durante tutta una vita?
L'ala
del turbine idiota
Oggi non è sufficiente
vendere un prodotto ad un consumatore, bisogna costruirgli un sogno: il cavallo
di Troia nel cui ventre si nasconde il superfluo che l’attuale sistema di
produzione ha bisogno di ammannirgli per sopravvivere. Più precisamente il
transitorio, il banale, il pleonastico devono occupare il territorio di
un’insoddisfazione sapientemente coltivata ed alimentata, che mantenga
l’instabilità con la perenne mobilitazione del desiderio.
Ecco che le tattiche
del consumatore di cui parla De Certeau, la
dimensione attiva dell’uomo della strada nello sviare le strategie del mercato,
non fanno che confermare lo status quo. La piccola attività furbesca delle
masse lascia intatta la folle ideologia della produzione e del consumo, che non
solo non teme questa libertà ma la incoraggia: piccola ora d’aria tra le pareti
di un carcere da tutti edificato. L’unico crimine è la pratica (ormai suicidaria) che consegue alla denuncia ideologica; la
dichiarazione di ozio e di piena, definitiva soddisfazione che accompagna la
scoperta della natura dell’ Essere.
One
size fits all
Il Wittgenstein
dei “Giochi Linguistici” non è il capovolgimento del pensiero logico del “Tractatus”. La logica del primo Wittgenstein non
sostiene l’armatura positivista più di quanto non sfoci nell’irrazionalismo,
bensì prepara la parola-limite. Trovandosi quest’ultima proprio dentro al mondo
essa accenna all’impronunziabile fuori: è trascendentale ed immanente al punto
da costituire il margine stesso del mondo. La sua forma non è dicibile in modo
diretto; solo per quest’aspetto la parola rinvia al silenzio mistico e apre
così lo spazio infinito della rappresentazione creativa. Pensare che i Giochi
non siano l’esito necessario di questo percorso, ma addirittura rappresentino
un elemento di discontinuità, significa fare un torto grossolano
all’intelligenza di quest’uomo. Ecco perché la svolta linguistica di Wittgenstein
non ha nulla a che spartire con i prodromi del pensiero “debole”. La poiesis, che il limite garantisce, non ha niente di
arbitrario o di essenzialmente contingente, semplicemente non è essa stessa
raffigurabile.
Illusione
Tutto è illusione.
Solo il corpo è
un'illusione inevitabile.
Nel silenzio c'è ogni
musica, nel vuoto ogni cosa.
Normalità
Le persone “normali”
mi fanno paura. Cinquant'anni di ricerche di psicologia sperimentale e due
guerre mondiali hanno dimostrato che gli atti più efferati ed estremi sono
commessi da persone con un profilo psicologico “normale”.
In ogni individuo
assolutamente normale c'è un seme di orrore e mostruosità che aspetta solo le
condizioni ideali per germogliare.
Tempi
moderni
Una delle conseguenze
più irritanti dell’attuale ideologia democratico/mercantile è quella per cui il
peggior cafone si sente autorizzato a trattare il mondo con la presunzione di
un aristocratico. Alcuni bruti arricchiti mostrano ad una sterminata folla di
meschini e di mediocri (da cui loro stessi provengono) che il diritto è il
medesimo alimento per tutti; e che se esiste un'aristocrazia è solamente
quella del capitale, ben sapendo che accumulare danaro è tanto più facile
quanto più si è gretti e incolti.
Trappole
La frase: "Non
posso vivere senza di te" o è idiota o è pericolosa.
Non è una parola
d'amore, ma una parola d’odio.
Mille
modi per accendere un fuoco
E’ la causa
“immanente” che ha arrostito Giordano Bruno!
9/11
La menzogna non è un
attributo del potere, come se quest'ultimo avesse la facoltà di farvi
ricorso oppure no: la menzogna è la trama stessa del potere. Senza falsità il
potere non può esistere né sopravvivere. Mentire è la priorità di ogni potente,
la sua missione e lo strumento principe quando la violenza e la brutalità non
siano sufficienti o, come nelle moderne democrazie, non siano praticabili
apertamente. Insabbiare, occultare, deformare i fatti sono per il potere il suo
stesso ossigeno, la sua ragion d'essere.
Lo stupore dell'uomo
della strada di fronte alle orrende ed inimmaginabili macchinazioni dei potenti
è la prova dell’ immaturità e dell'infantile condizione spirituale in cui le
masse sono democraticamente tenute.
Dopo
una lettura di Simmel...
Il conflitto tra la
vita e la forma che il culturale produce è originario e persistente; ma il
prodotto culturale per eccellenza (la tecnica) ha oggi un’autonomia di sviluppo
e una potenza tali che la sua opposizione alla vita è senza precedenti. Questa
è la tragica novità, per cui le analisi che privilegiano il culturale senza
comprendere la fondamentale opposizione e operatività della forma che l’uomo
produce rispetto a se stesso sono ingenue quanto quelle che essenzializzano
l’umano ponendolo fuori dalla costituzione uomo-tecnica. Ogni volta che il
vitale non è in grado di reggere la forma tecnica che ha prodotto c’è uno
scacco, una sconfitta. Mantenere la spinoziana felicità oggi è ancora
possibile? Sembrerebbe più difficile di quanto fosse ieri… o è una deformazione
ideologica? Non sono domande legittime: dimmi di quanta “gioia” e di quanto
“sdegno” sei capace e saprai quanta vitalità
rimane in te.
Facili
fraintendimenti
Hai ragione tu, Teo.
Tutte le ragioni.
Sì: crepare è
difficile!
Ma io mi riferivo agli
spiriti eccelsi, non alle persone come noi. Sono certo che il Budda, Lao-tze o Socrate ad
esempio, per non parlare dei ben più numerosi grandi uomini di cui non si è mai
saputo nulla e mai si saprà, sono morti con estrema facilità. Il loro vasto
animo era già tutto impregnato d’infinito, e la morte per loro è stata come la
carezza del sole sulla neve fresca: un lento, facile e fatale sgocciolare…
"Future
is murder"
Che la fine
dell’umanità sia certa non è l’emotività a suggerirlo ma la
logica. Se non la drammatica scomparsa della vita nella Siberia
radioattiva, quantomeno la sparizione del mondo quale lo conosciamo.
"Né apocalittici,
né integrati", ma segnali. Sono decine di migliaia di anni che il cervello
di quest’animale distruttivo e suicidario non ha
subito evoluzioni di sorta e che, le conquiste spirituali dell’antichità non
essendo mai state sorpassate, si verifica tuttavia un accumulo del sapere con
l’aiuto della razionalità tecnica e dell’attitudine scientifica, per cui le
armi più segrete dell’apocalisse sono oggi in mano alla suddetta “scimmia
nuda”. E’ logico che un bel giorno uno strumento di sterminio di massa finisca
per essere impiegato da qualche piccolo fanatico di turno. Quel giorno le
lacrime saranno gelate dallo spettacolo orrendo che si mostrerà al nostro cuore
corrotto e alla nostra mente sconvolta.
In verità siamo seduti
su parecchi ordigni esplosivi: la bomba climatica, quella batteriologica,
quella ecologica, quella demografica e quella che la distribuzione sempre più
intollerabile della ricchezza mondiale ci prepara con drammatica fatalità. Se
la follia rapinosa dell’odierna economia, fondata sul consumo e lo spreco, non
si mutasse immediatamente in una pratica del dono e del rispetto con un arresto
sensibile dello “sviluppo a tutti i costi”, se il capitalismo non negasse la
sua essenza (e forse l’uomo la propria), non avremo alcuna possibilità di
salvezza. Forse è bene che questo deleterio esperimento della natura scompaia
improvvisamente e radicalmente. Il caos minaccia il mondo della forma che è
tanto degradato, e la barbarie che ha già invaso il linguaggio e l’etica è
soltanto il prodromo della catastrofe.
Ciò che la logica
mostra potrebbe non realizzarsi… saremmo allora di fronte a ciò che si
definisce un “miracolo di sopravvivenza e adattamento”. Persino nei lager
o nei gulag l’uomo non è scomparso del tutto, ma le nuove frontiere della
sopportazione sarebbero ancora una volta spostate in avanti. In questo scenario
di miracoloso persistere dell’umano io non vorrei vivere, più di quanto non
aspiri a trascorrere la mia esistenza in un bunker antiatomico.
"Simpaty for the devil"
Nei miei peggiori
incubi almeno una delle grandi religioni rivelate aveva ragione: Dio è
proprio come lo annunciava.
Portato al Suo
cospetto io, miserabile agnostico, fingo costrizione e pentimento. Cerco
tuttavia di essergli alle spalle... per assassinarLo
a tradimento.
Testi
sacri
Non ho nulla contro la
lettura dei cosiddetti "testi sacri".
Anzi.
Quello che
mi fa orrore è la loro applicazione.
Un
romantico adolescente
Quando a sedici anni lessi
il Werther, giunto agli ultimi capitoli, non facevo che pensare: "Allora,
stupido e irritante fanatico ti decidi o no?"
Tutta colpa dei Sex Pistols.
La
strage silenziosa
Per una mente che
cresce la proliferazione delle immagini e la loro imposizione dittatoriale
costituiscono una minaccia gravissima alla facoltà dell’immaginario.
La fantasia e
l’immaginazione sono potenzialità del cervello umano che, al pari del
linguaggio o dell’affettività, ove non incontrino stimoli adatti in un periodo
cruciale della storia dell’individuo, sono irrimediabilmente compromesse.
L’immaginario si nutre
di vaghezza, di approssimazione, di partecipazione, di attiva sollecitazione
del soggetto a cui spetta un compito di complemento, di ampliamento, così
fornendo le basi della creatività; ed è tutta questa “fatica” che l’immagine
non permette. Sostituire ad un racconto un’ immagine corrisponderebbe, per lo
sviluppo della mente, più o meno, a piazzare definitivamente quattro ruote ed
un motore sotto al sedere di un bambino aspettandosi poi che impari a
camminare. L’immagine sostituto o scorciatoia del pensiero sta producendo
un’intera generazione di minorati. Povere vittime a cui sarà preclusa per
sempre la possibilità di attivare raffinati processi creativi e di astrazione, dunque
immagini alternative a quelle che il mondo ha loro imposto. Mi convinco sempre
più che questa deriva non sia casuale. La distruzione sistematica
dell’immaginario risponde ad un preciso disegno ideologico: costruire uno pseudoindividuo acquiescente, docile e incapace di mettere
in discussione la realtà monolitica in cui “sopravvive” senza neppure saperlo.
Ciò che una parte
consistente dell’intrattenimento rivolto ai più giovani sta facendo è un
capolavoro che non è mai riuscito a nessuna dittatura: creare un consenso per
fisiologica incapacità di pensare un’alternativa.
Un
chiodo fisso
Vi siete mai chiesti
quante viti, con relativi bulloni, esistano al mondo? Saranno più le viti o le
formiche? Questo è il mio attuale chiodo fisso.
Daltonico
Assiri e
Babilonesi, Israeliani e Palestinesi… non se ne può più. Sono
quarant’anni che rompono i coglioni, tanto diversi ma tanto simili con la loro
deleteria e ripugnante equivalenza tra religione e nazione. Se vedessi un
israeliano lo chiamerei palestinese e viceversa. A reazione interrogativa ma
cortese, rispondo: “Siamo tutti uomini”.
Se la reazione è
aggressiva: “Sono daltonico. Non distinguo un fanatico dall’altro. Per me hanno
tutti lo stesso colore”.
Le
grand Jacques
“E’ stato difficile
conquistare la celebrità?”
“Difficile? Oh no,
niente affatto. Vedi… diventare celebri oggi non è per nulla difficile. Se
qualcuno vuole davvero diventare famoso e non ci riesce…beh, vuol dire che è un
po’…”
“Un po’?...”
“Beh, un po’
deficiente”
Intervista a Jacques Brel,
1966
Il
vivo e gli zombi
Per conoscere cosa sia
un “oggetto” non rivolgetevi alla sua essenza, ma mettetelo alla prova per
sapere di cosa sia capace, cosa possa “sopportare”. Questa, in sintesi, la
raccomandazione di Spinoza che cancella d’un sol colpo duemila anni di
idealismo platonico e di errata metafisica. Questa disposizione al “fare”, alla
speculazione attiva, mostra, con un’evidenza che ancora oggi pare
intollerabile, la sterilità e la dannosa inutilità di quasi tutta la
riflessione (dotta o ignorante) nella quale l’umanità pensante si è
invischiata.
Il cosmo (fisico e
dunque, in quanto modo di una stessa sostanza, metafisico) si apre, grazie a
questa mente geniale, nuovamente a noi sottoforma di inaudito e meraviglioso
esperimento, di possibilità inesplorata. E’ come ritrovarsi bambini curiosi,
senza pregiudizi e pieni di stupore di fronte al mondo. Per fare questo
dobbiamo disimparare o correggere un automatismo, un’attitudine che ci è stata
più o meno fortemente inculcata, e cioè sostituire al confronto e alla
corrispondenza adeguata delle cose del mondo con le idee della mente, un “fare”
relazionale che mantenga soggetto e oggetto in costante rapporto.
L’essenza si mostra
allora essere il risultato di un’idea, nella sua genesi, indissolubilmente
legata alla vita e non il punto di partenza da cui un giudizio sul mondo
deriverebbe.
Vivere allora potrà
essere un incontro gioioso o terribile, anche fatale, ma non sarà mai una cosa
triste e tanto distante dal vero come ciò che è putrefatto.
La
solitudine
La maggior parte delle
persone teme la solitudine… dunque una cosa di cui non sa nulla. Si comincia ad
essere soli nel momento in cui ci si accinge a ripensare l’ovvio. [1993]
Al
danese triste
Egregio signor K.,
forse noi siamo geneticamente predisposti a pensare per opposizioni, ma la
nostra cultura rafforza fino all’esasperazione questa deplorevole tendenza. Ci
mostrano come attraverso l’uso delle dicotomie si possa tollerare il dramma
dell’esistenza e persino trarne vantaggio. Quello che non ci dicono è che
proprio la pratica del pensiero dicotomico trasforma la riflessione in veleno.
Non appena la
coscienza albeggia in noi, avvertiamo d’essere un paradosso vivente poiché,
attraverso la nostra esistenza, si realizza l’unione dell’assoluto e del finito,
ovvero il massimamente incompatibile è reale.
Ci mancano le parole,
e con esse il modo di rendere pienamente effettivo il riconoscimento della
nostra situazio-ne esistenziale. Vedere ed accettare questo paradosso implica
che noi possiamo aprirci alle possibilità della vita (il suo uomo estetico)
senza mai identificarci e disperderci totalmente in esse (il suo uomo etico). I
successi non ci realizzano più di quanto gli insuccessi non ci travolgano per
annullarci. Etica ed estetica così non si contrappongono, ma sono le naturali
dinamiche soggettive che genera l’accettazione di sé.
Il rifiuto o
l'impossibilità del riconoscimento della nostra essenza partorisce di necessità
due terribili gemelli, i quali sanno ben dissimulare ai nostri occhi la loro
complicità. Perdersi ineticamente nel particolare
conferisce l’illusione di possedere il mondo, ma votarsi all’universale,
disprezzando ciò che è finito ed imperfetto, ci illude di assurgere alla verità
e alla santità dello spirito. Di fatto, separando ed opponendo, perdiamo con
noi stessi la possibilità del senso e di una vita significativa, autentica.
Egregio signore, lei
usa termini dalla eco assai pericolosa identificando la nostra situazione
esistenziale con la colpa, ed esortando di conseguenza i suoi lettori ad
assumerla totalmente. Lei può dare l’impressione di separare etica ed
esistenza, a meno che non si concepisca comunemente la colpa come
l’inqualificabile e l’inesprimibile, come ciò che è posto indipendentemente da
noi ma ci fonda. Un’etica che si svolga a partire dall’incontrovertibile
riconoscimento della forma paradossale dell’essenza umana è adeguata alla
realtà degli uomini e del mondo. Dunque, forti di questa consapevolezza, noi ci
apriremo senza dissiparci poiché sappiamo che è impossibile che questo accada,
mentre l’ignoranza di ciò ci procura angoscia e paura. Ritenere che la spinta
verso l’infinito non sia compatibile con un corpo e viceversa, ci mette proprio
nella condizione di non permettere a ciò che siamo di essere visto da noi stessi
e dal mondo, ci convince che la dolorosa realtà della storia sia il nostro
perpetuo destino e non il frutto della nostra insensata debolezza.[1995]
La
macchina irreale
Nessun tempo della
storia mostra nella filigrana del reale la necessità dell’immaginario, come
questo nostro tempo. Non vi è transazione economica, mossa politica,
attivazione di risorse, mobilitazione delle masse che non chiami in causa il
desiderio e le sue rappresentazioni. Ciò che è nomade, inestimabile, gratuito
ed incontrollabile per eccellenza è suscitato, chiuso, prezzato ed infine
estinto momentaneamente in un oggetto, in una forma mercificata ed innocua nel
suo anonimato e nel suo valore. L’economia funziona come il reattore che
contiene e guida la reazione atomica del desiderio, pilotandolo verso la
produttività; essa denuncia la frammentazione dei desiderata (e, a partire da
qui, del senso e del valore tutto) nel momento stesso in cui incrementa,
fattore tra gli altri, la parcellizzazione. Infatti la costruzione economica è
paradossalmente interna al desiderio deviato, come se il prodotto di una
lavorazione alimentasse la struttura stessa della macchina che lo lavora.
Il
tutto è falso
(...) Io
Che non riesco più a ritrovare
Qualche cosa per farmi uscire
Dalla mia solitudine
Cerco
Di afferrare un po’ il presente
Ma se tolgo ciò che è falso
Non resta più niente (…)
Gaber, da “Io non mi sento italiano” 2003
Il testamento amaro e
lucidissimo di Gaber.
Il detto: “Nessuno
è profeta in patria” sembrava fatto apposta per lui. E’ andato via in tempi
difficili, tempi in cui per non essere una vittima bisogna essere eroi.
L’immaginario
malato
Come la nevrosi fu la
forma patologica dell’inizio del secolo, la scissione e la schizoidia
caratterizzano la fine del millennio (oggi vi aggiungerei la paranoia).
Il fiume delle vite scheggiate si apre in un delta di esistenze parallele ed
apparentemente incompatibili; l’identità si rende fluida nei contesti e nelle
scenografie nelle quali si muove; il ruolo diviene un crocevia temporaneo di
scambi ed il referente di un discorso mobile; il potere, pura inaccessibilità
incontrollabile e ingestibile, attraversa i corpi e moltiplica all’infinito le
immagini nel suo vorticoso movimento intorno ad una materia che avvampa, dallo
statuto progressivamente ambiguo. [1998]
90°
Nulla nel nostro
corpo, nulla in natura che somigli ad una linea retta, nulla di uniforme o che
esibisca una simmetria perfetta. Eppure non vi è dittatura più universale nel
nostro mondo “civile” che questi novanta gradi, queste copie infinite, queste
metà che si duplicano con una crudele esattezza.
Ma ecco, alcuni
prodotti della tecnologia hanno magicamente assunto forme bombate e linee curve
che suonano come dichiarazioni di amicizia e rassicuranti ammiccamenti; oggetti
inutili e brutti si sono vestiti di colori sgargianti ed esibiscono piccole
differenze come patronimici e carte da visita personalizzate. Le strategie di
mercato non si sono lasciate sfuggire neppure il disagio più inespresso. Esse
hanno ottenuto con una sola mossa un vantaggio duplice: quello di indirizzare
fruttuosamente verso l’oggetto il bisogno e, così facendo, d’impedire la sua
estinzione senza contemporaneamente permettergli di elaborarsi oltre uno stadio
embrionale, inconscio. [1998]
L’umanesimo
e Nostra Signora la Morte
Riuscite ad immaginare
cosa sarebbe la terra se la medicina, l’economia e un’improbabile
considerazione per la sacralità della vita umana potessero assicurare almeno
cent’anni di esistenza ad ogni singolo abitante del pianeta?
In tempi brevissimi,
la sovrappopolazione porterebbe ad una catastrofe planetaria e all’estinzione
del vivente.
L’opulenza
mutilata
La privazione del
vissuto è la condizione fondamentale per attivare la mercificazione totale
dell’esistenza. Un prodotto, meglio ancora nella dimensione di servizio, può
trovare un posto esclusivamente nel vuoto lasciato da una mancanza. L’oggetto
si presenta sotto forma di valido sostituto mitico di tale privazione; il suo
mandatario e il suo ruffiano sono la stessa entità: lo spettacolo, ovvero
l’insieme derealizzato delle pseudo-relazioni
della società dei consumi.
Il
tarlo
Per quale ragione il Sofismo non ha immediatamente dato esito al Nichilismo? La
ragione potrebbe trovarsi nel significato del termine “essere” che, per
l’antichità greca, è sempre un “essere di”.
La frattura
inesorabile tra fatti e valori, sistematizzata da Kant
ed esacerbata da Fichte, ha lasciato all’uomo
moderno una terribile eredità: il peso insostenibile dei possibili. Il
tentativo di assumere in un’improbabile soggettività (isolata ed onnipotente),
il dono delle potenzialità offerte alla coscienza è stato il rovescio
necessario e complementare dei sistemi di pensiero idealisti.
Gli innumerevoli
seguaci di Hegel, sollevati nell’orgia dello Spirito
alle vette supreme della comprensione, hanno denunciato e contrastato il
pericolo del particolare e dell’ arbitrario, negando l’individuale al di fuori
di una sintesi unitaria che, tuttavia, avrebbe dovuto rimanere impronunciabile
per essere tale. Le velleità mistiche degli spiriti invasati e vaporosi erano
fraternamente abbracciate alle solitudini disincantate del cinismo realista. Un
matrimonio funesto poteva così essere celebrato: il nichilismo, congiungendosi
alla potenza della tecnica, partoriva una duplice e sanguinosa catastrofe.
Cloroformio
artistico
L’oggetto artistico è
diventato la più perfetta incarnazione del valore di scambio. E’ la funzione
autore, la firma, che rende il prodotto artistico permutabile con il danaro e
in proporzione alla notorietà dell’autore stesso, o del pedegree
delle valutazioni di mercato che l’opera d’arte ha collezionato… oggetto
perfettamente inserito nella nostra mortuaria economia e in corso di
smaterializzazione.
Critica
sociale in salsa junghiana
La società intera si
femminilizza, nella misura in cui il soggetto è educato a coltivare una
mancanza, una aspirazione alla sicurezza e alla tranquillità, sino a ridursi ad
una vacuità passiva che deve essere bulimicamente riempita.
Il produttore tipico
non produce più nulla, poiché tutto è delegato alla mascolinità tecnologica
delle macchine e la sua disposizione è quella assorbente e passiva del consumo.
Nota Bene: Qui il
femminile è “negativo” solo per assenza o ipotrofia della controparte maschile
, e non certo per una negatività intrinseca o essenziale.
Mystery
time 1
La domanda sul tempo è
paradigmatica, al pari di quelle relative ad esempio al linguaggio o alla
molteplicità.
Il suo statuto
speciale, e complesso, deriva dal fatto che un quesito filosofico, oggettivato
in quanto tale dal soggetto indagante, è al tempo stesso la dimensione
imprescindibile del soggetto medesimo. Si può dunque investigare il tempo
esclusivamente a partire dal tempo e nel tempo.
Il tradizionale
approccio dicotomico che fissa a priori una rigorosa separazione tra soggetto e
oggetto come presupposto necessario all’esercizio della conoscenza, si rivela
perciò inapplicabile al (e nel) caso specifico.
Il tempo, infatti,
nella sua dimensione “oggettiva” di successione uniforme ed infinita di
istanti, quale sfondo convenzionale per lo svolgersi dei fenomeni della fisica
classica, può essere funzionale all’indagine scientifica della realtà ma, in
tal modo, l’interrogativo sulla sua natura più intima e peculiare rimane
inevaso: presentando il tempo quantitativo delle aporie che il pensiero
filosofico ha rilevato sin dall’antichità. D’altra parte, sul versante
strettamente speculativo, sia esso di origine laica o teologica, il problema
del tempo ha trovato spesso un tentativo di soluzione attraverso il
riassorbimento della temporalità nella dinamica puramente soggettiva ed
autocosciente. Purtroppo, questa prospettiva mette in correlazione pensiero e
tempo, senza che al secondo fattore sia riconosciuta un’autonomia al di fuori
della coscienza.
In tal modo si
verifica una doppia radicalizzazione. Da un lato la dittatura di una forma
temporale che, mentre è generata da una specifica visione del mondo, pure
contribuisce al sostegno della medesima, legittimandola quale unica possibile.
Dall’altro, una reazione fisiologica di rivolta a tale stato delle cose che
porta ad una relativizzazione estrema della natura del tempo, frantumato in
temporalità innumerevoli e fra loro non comunicanti. Il tempo delle opinioni
fa, allora, da contraltare al tempo imposto dalla cultura dominante.
Entrambe le
impostazioni, sia quella scientifico funzionale sia quella più filosofica, mi
sembrano sfuggire la natura profonda dell’oggetto di cui si limitano a fare
uso. Questa natura, per essere evidenziata, richiede perciò una diversa
metodologia di indagine che tenga conto delle ineludibili implicazioni
dell’agente nella ricerca, senza che tuttavia l’oggetto della stessa venga
dissolto nel soggettivismo.
Mystery
time 2
Il circolo virtuoso
dell’ermeneutica filosofica consente di includere i preconcetti del soggetto
nel processo di indagine: questi ultimi, lungi dall’essere considerati semplici
scarti della conoscenza, quando non addirittura ostacoli, assurgono alla
dignità di “fattori di oggettivazione”. Tuttavia la stessa critica avanzata da Martin
Heidegger al tempo inautentico
della quantità e al tempo escatologico della metafisica, non riesce ad evitare
di smorzarne tutta l’inquietante alterità. Come ha mostrato in maniera
esemplare Gadamer, l’anticipazione heideggeriana della morte, la sola che permetta all’essere
dell’uomo di raccogliersi nell’unità autentica della sua essenza storica e di
mantenere così l’apertura originaria che lo contraddistingue, è pur sempre
un’operazione della coscienza, e per di più omologa alla tanto contestata
dialettica hegeliana. L’impegnativo dialogo con il tempo, che per l’uomo
rappresenta una sfida inesauribile e pressante, è abbandonato proprio in
seguito alla decisione anticipatrice.
Perché il confronto
sia possibile è necessario che il fattore tempo sia tollerato in tutta la sua
enigmaticità; meglio ancora che la sua essenziale irragionevolezza sia
integrata alla vita del singolo senza che ciò comporti pertanto una fuga nel
misticismo della temporalità propria, o una svalutazione dell’intelletto.
Gadamer
ritrova in una riveduta interpretazione del Timeo di
Platone la compresenza di tempo dell’anima e di tempo come durata sovraindividuale.
Cronos
non è pensato in opposizione ad Aion, come vorrebbe
l’esegesi ortodossa del testo antico, poiché il tempo della quantità è comunque
un tempo organico, non astratto o puro; è quello del sistema mondo in cui tutto
ciò che si individualizza possiede automaticamente un tempo, mentre per tutto
l’insieme la temporalità ha uno statuto ciclico in cui si succedono ad infinitum le fasi di estinzione e rinnovamento. In tale
prospettiva il molteplice in quanto individualizzato è sottoposto al limite del
tempo che è la cifra, non deietta quanto piuttosto
indicativa e necessaria, di ciò che è generale e sovraindividuale.
Si stabilisce così una
corrispondenza tra micro e macrocosmo (secondo il rapporto pitagorico tra la
successione e l’unità) che la dimensione puramente quantitativa del tempo ha
poi spezzato. Il tempo della vita è dunque un dono, qualcosa che non può essere
scelto, una traccia che rimanda l’uomo al suo limite nel momento stesso in cui
lo accomuna al sistema del molteplice intorno a lui.
Mystery
time 3
Eppure, nel movimento
di trascendenza il pensiero è perennemente in conflitto con il limite imposto
dal tempo, e la drammaticità di questa lacerazione è direttamente proporzionale
al progressivo isolamento che ha colpito l’individuo disincantato di cui parla Weber.
Un certo margine di rischio si cela nella critica di Heidegger
ad un percorso del pensiero responsabile di una parcellizzazione del vissuto
umano singolarmente omologa a quella operata sul tempo, sbriciolato in una
somma infinita e neutra di istanti. Comunque stiano le cose, non possiamo
prescindere dalla realtà della tecnologia e dal suo peso forse costitutivo
nella nostra attuale visione del mondo. Invece di una pericolosa frattura con
il nostro presente Gadamer propone di
sviluppare la capacità di un recupero del passato attraverso la riattualizzazione della tradizione. L’uomo ritroverebbe
dunque un’unità globale con la sua storia grazie al lavoro ermeneutico che,
postulando il nostro limite e la nostra storicità, si rivela essere un compito
infinito. La trascendenza non è più opposta al limite, ma è anzi attivata
proprio grazie alla consapevolezza di quest’ultimo.
Il principale ostacolo
all’indagine sul tempo è la sua impensabilità,
risultato della banalizzazione del vissuto temporale. Il tempo quantitativo,
strumentale e convenzionale (oggi noi diremmo: newtoniano) fatto di secondi,
minuti, ore con i multipli e i sottomultipli, si è separato dalla dimensione
ontologica per farsi concetto introiettato in modo acritico e superficialmente
elaborato. Tuttavia, mi pare che questo tempo “scontato” sia denso di
implicazioni sotterranee (come ogni luogo comune), e la sua analisi conduca
necessariamente ad una critica sociale. Il tempo inteso banalmente è, infatti,
il risultato di un lungo processo storico che vede strettamente interrelati
fattori tecnici, economici, politici e culturali.
La tendenza
contemporanea verso un’omologazione planetaria del rapporto al tempo è certo
inscindibile dai vertiginosi progressi della scienza e delle tecnologie, ma è
anche l’espressione di un discorso potente che mira a costituire un mercato
mondiale in cui, simulando il mito della contemporaneità e della scomparsa
della distanza, si possano trarre immensi benefici dagli scarti minimi di tempo
che accompagnano le transazioni finanziarie e la circolazione delle
informazioni, complice la coesistenza di dislivelli di vita drammatici.
D’altra parte, la
pressione enorme di questo tempo catalizzato, come direbbe Debord,
intorno allo “spettacolo onnipresente della merce” (e con merce si intende
anche un pacchetto di informazioni oppure un servizio), ha generato nella
nostra società il bisogno di rivendicare un tempo individuale o personale.
Quest'ultimo non deve essere confuso con il cosiddetto
tempo libero, che è stato in gran parte recuperato alla dimensione della
produzione come tempo del consumo e dello svago organizzato.
E’ in realtà proprio
la minaccia al tempo privato, al tempo necessario della solitudine e del
raccoglimento, a quello biologico del recupero e dell’adeguamento ai ritmi
naturali, una ragione fondamentale del malessere nella civiltà. [2000]
Essere
con Nulla
Se due corpi fossero
sempre stati assolutamente uniti, a tal punto da non avvertire la separatezza
essi, non solo non potrebbero toccarsi, ma di fatto non conoscerebbero neppure
il significato del “tocco”, che nasce nella sospensione momentanea del
contatto.
In questo caso lo
spazio (ciò che separa) è la garanzia della possibilità che un toccare
abbia luogo, esattamente come il silenzio è lo sfondo imprescindibile di
qualsiasi determinazione di suono.
La pervasività
assoluta di uno stato, paradossalmente, ne cancella l’esistenza.
“Mourir pour des idées…”
Uno spirito temprato
non difende un’idea, non l’abbatte, e tanto meno vi si sacrifica… se può la usa.
Onore
ai fondatori
Il limite del discorso
strutturalista emerge con chiarezza dall’imbarazzo palesato da Foucault
nell’inevitabile incontro con una figura tanto complessa quale quella di Freud.
Quest’ultimo, figlio
del soggetto mistificato e mistificatore prodotto del cogito cartesiano, ha
tuttavia ridato voce al folle e alle sue manifestazioni, riconoscendo in esse
un sistema di senso del tutto peculiare che paradossalmente riallaccia i
rapporti con la normalità insinuando nel cuore di essa, ovvero nella coscienza,
la maledizione del non senso, richiamandola dall’esilio secolare che, a parere
di Foucault, segna il passaggio dal pensiero medievale a quello moderno.
Deridda,
oltre a contestare il semplicismo con il quale Foucault riduce il cogito
di Descartes a pura solarità, evidenzia come lo strutturalista non possa
sminuire il pensiero di Freud senza restringere lo spazio del proprio discorso,
spazio che quello stesso pensiero consente ed autorizza.
Wittgensteiniana
Un ragno
“oggettivamente” brutto?
Quello che, potendo,
non riuscisse proprio ad accettare il suo aspetto.
Il
mio Stirner
Il soggetto di cui
parla Stirner è un autentico nucleo di
problematiche che precorre la filosofia dell’esistenza. Questo soggetto,
antimetafisico per eccellenza, è un nulla d’oggetto (in senso lato), una mera
possibilità fattuale che, proprietaria di tutto in particolare, si definisce tautologicamente e non deriva da alcunché.
L’io ha per Stirner (Callicle moderno)
uno statuto speciale, dal momento che non si esaurisce in nessun contenuto
reale o ideale; è un “in sé”, il “sempre prima” e dunque l’assolutamente
indeterminabile (“Ho fondato la mia causa su nulla”) determinato
assolutamente dai fatti.
La
quintessenza del male
La tristezza che
alberga negli insoddisfatti, nei rancorosi e nei miserabili è quella stessa che
amministrano e propagano i tiranni, i potenti e i fanatici d’ogni tempo e
latitudine.
La tristezza
dell’animo è la fonte a cui si abbeverano i vampiri e i moralisti, mentre la
turba delle loro vittime ingrossa essi gioiscono d’una gioia malsana e glauca.
I tristi muoiono del loro contagioso veleno, a cui mai rinuncerebbero perché ha
preso il posto del loro stesso sangue. La quintessenza del male. Diffidare dei
tristi.
Il
trionfo dell’imbecillità
In ogni droga c’è un
danno e un rischio, ma anche (cosa ormai dimenticata o rimossa) una scoperta
possibile.
La dimensione
iniziatica e rivelatoria degli stupefacenti è
scomparsa del tutto nella nostra cultura: dapprima a favore dell’edonismo
autodistruttivo del “sempre più”, e oggi del potenziamento dell’efficienza e
dell’adeguatezza (forse un grado di atrocità superiore). In ogni caso, come faceva
notare Artaud acutamente negli scritti sui Tarahumara: “Superare il necessario è saccheggiare
l’azione”.
Tutto quello che si è
riusciti a fare in questo povero paese è stato demonizzare alcune droghe,
equiparare ipocritamente rischi e danni, spargere semi d’ignoranza ed
oscurantismo tra quelli di marijuana e papavero. Non esiste modo per rendere
più attraente qualcosa, soprattutto a quella malattia del cervello che si
chiama adolescenza, che farne un demonio. Il proibizionismo ha completato
l’opera, consegnando ai malavitosi un mercato lucrosissimo
e, finalmente, alcuni intelletti “superiori” hanno proposto la carcerazione dei
tossicodipendenti.
Sul carro della droga
sfila il trionfo dell’imbecillità.
Putrefazione
perpetua
Cristo, il magnifico
idiota come lo chiama Nietzsche, il visionario severo con l’infinita
dolcezza dei pazzi: capelli scuri, probabilmente crespi, carnagione bruna e
occhi d’ebano (lo immagino tanto lontano dalla sdolcinata ed anemica
iconografia cattolica), circondato dai suoi fratelli di sangue, battagliero e
alla deriva. Parole nuove, parole di fuoco, scandalose ancora oggi,
insopportabili al punto che ammazzarlo non basta, al punto che anzi l’uccisione
dell’ uomo si rivolta contro i suoi giudici. Bisogna estinguere il verbo rivoluzionario,
la spinta oscena che denuncia per sempre il potere. Si deve far nascere una
pianta velenosa proprio dall’odioso cadavere: saranno la chiesa e i dogmi.
Cristo: malattia
postuma, necrofilia metafisica, putrefazione perpetua, maledizione della vita.
Solo
noi due?
La mitologia di coppia
vincola i componenti a rafforzare il loro ego, a pensare se stessi unici ed
insostituibili (nella diade come proiezione narcisistica o simbiosi).
Viceversa, il
desiderio di individualizzarsi spinge fatalmente alla formazione della
complicità a due.
Tuttavia la coppia,
nelle sue dinamiche, è il luogo più sociale che esista, e tale realtà si rivela
totale depredamento quand’è camuffata come il massimo
del personale e dell’intimità. Il discorso del corpo è allora quello del
potere. Quanto più individualizzo questo discorso tanto più nascondo a me
stesso il fatto che questa parola (la parola del corpo) mi è stata sottratta da
sempre.
Non metto in gioco il
mio corpo, ma ne faccio una proprietà, una “cosa seria”, un capitale, e
ne sono perciò totalmente spossessato. La maggiore intimità è una possibilità
aperta (e non chiusa come nella coppia tradizionale), il modo autentico di
essere se stessi deriva dalla rinuncia al possesso di sé e al possesso
dell’altro.
Ci fanno credere alla
necessità di difendere la nostra unicità e i nostri sentimenti, ma accettando
questa individuazione mitica perdiamo la sola nostra determinazione, rinunciamo
spontaneamente alla libertà relativa dei corpi, alla responsabilità invitando
l’altro, l’idea o la società a decidere per noi.
In cambio di una
fasulla libertà “metafisica” assoluta e totale ci consegniamo ad una prigionia,
questa sì ben reale.
Musica
per aeroporti
La musica è una messa
in forma del tempo.
La musica di questo
tempo ha ricevuto dall’istante crudele, anonimo ed invadente la sua forma.
Mafia
Il nostro “migliore”
prodotto d’esportazione.
E’ un’etichetta che ha
perso tutte le sue connotazioni arcaiche e localistiche. Cosa mai può essere
oggi, infatti, un “codice d’onore” se non un fossile simbolico e sociale? La
modernità internazionale della mafia è il connubio ineffabile di politica,
tecnologia avanzata, altissima finanza e malaffare. E’ il miracoloso meccanismo
per cui istituzioni ad alta visibilità così come piccoli, insignificanti,
commerci umani “funzionano” purché alimentati da una trama di violenza, omertà
e cattiva coscienza.
La mafia è il vicino
come strumento ed ostacolo, il famigliare come risorsa, e il tutto al di là
dell’ideologico… la mafia tende all’universale.
Eclisse
(A te)
Eros contrariato è un
aguzzino feroce. Lui che conosce ogni percorso del piacere lo ripercorre ora,
lentamente, con la dolce mano mutata in artiglio, e con l’altra, aperta
clessidra di sale, semina nella piaga il velenoso cristallo.
Il ricordo mi soffoca,
l’oblio è una sentinella appoggiata con il mento alla lama del pugnale. Mi
sento come una marionetta slogata, impotente, trascinata al supplizio per lo
sgarro al padrone, un dio dalla faccia decomposta sotto l’oro della maschera
infantile.
Se almeno fossi io
parte lesa… l’urlo non mi morirebbe in gola incapace di farsi, come dovrebbe,
parola gentile e conforto. Ma il caso maligno, l’oscura insignificanza che ha
mutilato anche te, tu lo hai già tanto spesso incontrato nella tua vita da
scambiarlo per un famigliare.
Il
sabotatore del quotidiano
Fatta eccezione per le
catastrofi mentali o fisiche (lì, dove si nascondono), viviamo in uno stato
perenne di ipnosi.
La lucidità del
pensiero è a tal punto messa sotto assedio che deve mobilitare tutto il suo
potenziale di energia creativa per resistere ad oltranza.
Ammesso che fosse
possibile raggiungere una consapevolezza stabile essa non produrrebbe altro che
surriscaldamento, poiché sarebbe proprio una resistenza in senso elettrico.
Lo stato ipnotico nel
quale ci troviamo non è solo il risultato di una congiura di forze e di mezzi
molto sofisticati che hanno totalmente preso possesso della vita quotidiana e
delle fibre più nascoste della psiche, ma è anche, e soprattutto, il segno di
una capitolazione profonda del soggetto.
Quest’ultimo, dopo la
“crisi delle metanarrazioni” (per riprendere un gergo
alla Lyotard), ha rinunciato a pensare il
reale in termini di costruzione ideologica, limitandosi a constatare che le
cose “stanno come stanno”. Ma non ci troviamo qui di fronte al vecchio
manifesto del realismo borghese, bensì alla forma più banale ed ubiquitaria di
riflessione contemporanea. Lascio da parte la categoria degli “intellettuali”,
da sempre i mammiferi più rapidi nel reperire ed affollare l’angolino più
tranquillo di mondo, compatibilmente con quello che l’epoca offre. Frequentare
a lungo un ambiente accademico, e le pallide ombre che lì si aggirano, è il
modo più efficace per lasciare questo pianeta verso il vuoto cosmico ed
interstellare dei concetti. Mi domando invece perché tutti gli altri, quelli
che nel mondo ci stanno, dovrebbero affrontare la fatica e il rischio di
difendere una scintilla di soggettività quando farlo è diventato palesemente
“irrazionale” ed è, al contrario, possibile godere di tutti i vantaggi del
“benessere” purché si fissino abbastanza intensamente uno, cento, mille
pendoli? E’ come gridare nel deserto sostenere che questo sogno è una patina
sull’incubo, che questa sicurezza molle e vischiosa è un mito con una carica
esplosiva nel cuore, che l'odore di marcio non si può più occultare ed ha già
invaso gli scaffali del nostro grande supermarket.
La disposizione e
direi, addirittura, il desiderio di essere suggestionati, è una potenzialità
dell’umano che le velleità rivoluzionarie dei critici e dei sacerdoti del
“senso della Storia” hanno semplicemente ignorato. Quante volte il crimine si è
accompagnato da raccomandazioni del genere: “Sappiamo cosa è bene per voi, è
atroce ma la causa lo impone, un giorno tutto vi sarà chiaro, il regno dei
cieli sulla terra è prossimo, eccetera” ?
Convinti erroneamente
che tutti desiderassero diventare soggetti e liberi pensatori (proprio
nell’unico spazio e nell’ unico modo in cui questo secondo loro era possibile),
questi apologeti della “liberazione” hanno praticato un’antropologia al
rovescio: la maggior parte degli uomini vuole infatti stare solo tranquilla,
e chiede le catene più discrete e comode possibili.
Io stesso non esiterei
a passare la mia vita in un centro commerciale, piuttosto che incontrare sulla
mia strada uno di questi fanatici dell’ideologia rivoluzionaria.
Chi è allora il
resistente, il sabotatore del quotidiano?
Semplicemente uno che
non può fare a meno di essere ciò che è, e che ci cava pure un discreto
piacere. Pratica di vita e scelta elitaria, la sua è una ginnastica buffa e
tragica al tempo stesso: gli tocca dire di no proprio lì dove il contrario
sarebbe scontato. Non è affatto la sua una missione salvifica, una triste
crociata che la rivelazione del suo significato storico gli impone… no, no… è
piuttosto il godimento continuamente rinnovato che provoca in lui l’esercizio
impossibile d’essere soggetti oggi. In pratica, è un perverso.
The
pale blue dot
Il percorso della
scienza moderna è disseminato di rovine sempre più imponenti, di modi e mondi
in frantumi tra cui spicca, per vastità del danno, il povero e diroccato
edificio antropocentrico. Nel patetico tentativo di negare l’evidenza, di
stornare lo sguardo da questo insostenibile e pietoso scenario, ci siamo condannati
ad una schizofrenia per civiltà tecnologicamente avanzata.
L’antropocentrismo è
la chiave delle religioni, al punto che il divino vi gioca quasi il ruolo di
comparsa, ridotto a formidabile smacchiatore, indaffarato com’è a magnificare
l’umano, a dar maggiore lustro e purezza alla creazione e, in particolar modo,
al suo vertice. Di questo vezzo è permeato il pensiero laico, al punto che
nella scienza stessa si ravvisano facilmente tracce di presupposti teleologici.
Eppure l’uomo è condannato a ridimensionare l’umano, il suo lavoro consiste nel
portare alla luce una cattedrale tanto vasta e magnificamente mostruosa da
rimpicciolirlo sempre di più, sino a minacciarne la consistenza. Oggi la nostra
visione richiede un continuo aggiustamento, uno sforzo minimo ma costante per
strappare la nostra immagine ad una scala smisurata, lì dove l’uomo e la terra
appaiono un dettaglio, una particella insignificante. La conoscenza è allora
una vertigine che il mondo s’incarica di dissipare con tutta la cacofonia e gli
strombazzamenti che ci riguardano.
Le manie di
protagonismo di questo bipede petulante e geniale ormai non lo proteggono più
dallo specchio che ha lui stesso silenziosamente costruito, nell’umile
operosità dei centri di ricerca e dei laboratori.
Specchio terribile, in
grado di rimandargli un’immagine di sé dal fondo dell’abisso.
In.
Sin. Tota. Comple.
Diversamente dai
moralisti non abbiamo la pretesa di sapere di che materia siamo fatti, o quali
conseguenze sul sentimento e sugli atti avrebbe l’immersione della nostra
persona in un ambiente sconosciuto. L’infinita conoscenza di sé prevede,
appunto, infinite combinazioni di umori e contesto, di memoria e attualità, di
struttura e campi di forza.
Soggetto e mondo sono
tanto compenetrati che il loro statuto è essenzialmente un divenire,
un’interdipendenza magmatica ed imprevedibile. Non che si riveli impossibile
abbozzare un disegno generale, qualcosa che somigli ad una legge del
comportamento individuale, ma questa astrazione è posteriore all’esperienza e
all’insondabile esercizio del vivere.
Tuttavia, se si
ottenesse una discreta verità sperimentale essa non sarebbe altro che empirica,
e di nessuno potremmo essere certi che non si tratti di un criminale
prolungando anche di un’ora l’esperimento dell’esistenza.
Molto più affidabile,
ma di tutt’altra natura rispetto al monitoraggio e all’elenco dello spettro
delle reazioni umane in contesti estremi, si rivela l’intuizione della forma
del soggetto nel mondo, il suo ethos con tutta la carica emotiva,
intellettuale, simbolica e sensuale che implica.
L’ethos potrebbe
essere addirittura l’espressione di un intero sistema culturale, così come lo
pensa Gregory Bateson (concetto troppo poco
scientifico per non suscitare il sospetto e l’ostracismo accademici). Allora,
il più piccolo gesto, la parola banale, la reazione anodina in un contesto
quotidiano, intercettati da questa intuizione sintetica di una totalità
complessa, sembrano svelare d’un tratto la natura più intima dell’individuo, la
sua propensione al crimine, alla sopraffazione, alla schiavitù del potere o, al
contrario, alla libertà.
Sapere quasi organico,
di sconvolgente precisione e previsione, è quanto di più lontano da uno schema,
da un meccanismo di cause ed effetti. Visione della forma della vita da parte
di se stessa, nucleo d’indubitabile certezza ma alla cui approssimazione si
giunge asintoticamente per metafore, l’arte misteriosa di conoscere gli uomini
è più difficile da descrivere di un odore ma più esatta di mille trattati di
psicologia.
L’insopportabile
filastrocca del nemico
La radicalizzazione
dello scontro tra Islam ed Occidente, oltre a cancellare le sfumature e la
complessità degli enti culturali in questione, ha per essi un medesimo e
reciproco vantaggio: l’uno può usare l’altro per nascondere a se stesso le
proprie magagne, deficienze e nodi di crisi.
Il relativismo
assoluto, la debolezza esangue del diritto, la crudele reificazione della
natura e dell’uomo che la cultura occidentale ha sviluppato e diffuso non sono
creazioni del suo presunto antagonista, dell’Islam. L’impero romano non è stato
in grado di resistere all’aggressione barbarica perché era internamente minato
dalle sue contraddizioni, e non certo perché la minaccia esterna fosse
invincibile.
Quando una società
come la nostra, non essendo in grado di difendere, nel suo stesso seno, le
conquiste e le responsabilità dell’illuminismo e dell’individualità laica
(penso ai criminali italico-sinistroidi per cui la
farsa della protezione della diversità si risolve sistematicamente in uno
smantellamento del diritto) invece di interrogarsi sull’effettiva consistenza
di tale eredità si accanisce nella patetica denuncia di un aggressore esterno
sul quale riversare la propria incompetenza etica ed educativa, tale società,
dicevo, si mostra in tutta la sua vulnerabilità e debolezza.
La controparte, la
società islamica (in un’altrettanto ipotetica unità di modi e di intenti),
partecipa allo stesso giochetto a nascondino con se stessa, per non vedere che
trascina nella storia degli orridi fossili simbolici e sociali responsabili del
suo secolare immobilismo. Poiché l’avanzamento tecnico e scientifico richiede
un’apertura alla contemporaneità culturale senza la quale si sarà perennemente
dipendenti da un sapere esterno al proprio mondo, mi sembra di ravvisare, in
certe frange dell’estremismo radicale islamico, la rancorosa aggressività dei
sottomessi e dei vinti.
Fino a quando i due
mondi continueranno ad evitare il processo di autocritica e di necessaria
rivoluzione culturale interna essi avranno da dare solo il peggio di se stessi,
e questo basta per mandarci definitivamente in rovina.
Più
raro del panda
Fare esperienza del
mondo: ecco l’evento sempre più improbabile. Sperimentare un incontro che non
sia preventivamente mediato, ideologicamente costruito o predigerito da un
mezzo qualsiasi, oggi rasenta l’eccezionalità.
I nostri stomaci
reali, mentali ed emozionali hanno subito una metamorfosi, un’involuzione, come
quelle bizzarre derive degli animali in cattività di cui parla Lorenz, al punto da poter (as)sorbire
solo dei papponi manipolati, possibilmente con
l’aggiunta di qualche correttore di acidità o dolcificante.
Le menti ruminano e
biascicano materia devitalizzata, insapore ed inodore, ma soprattutto
uniformemente trattata (nonostante la confezione abbia colori accesi e forme
vistose).
Il vero scandalo
sarebbe fare a meno di tutto questo impacchettamento ad uso dei minorati, e
mostrare che proprio l’ investimento di energie e di attenzione sull’abito e
sull’ apparenza è tanto più necessario quanto meno un contenuto è distinguibile
dall’altro, ma tutto deriva da una manna oppiacea e stupida. Ogni cosa è merce,
ed ogni merce è trattata come il “commestibile” da McDonald. Il gusto si è a
tal punto atrofizzato che qualsiasi cosa abbia sapore produrrebbe solo
ripugnanza e rigetto.
Non è dunque questo
universo variopinto di sbobba pre-digerita a costituire la vera catastrofe
contemporanea, ma è l’estinzione progressiva, ed apparentemente inarrestabile,
della facoltà di distinguere i sapori e del desiderio che qualcosa che abbia
gusto esista.
La
peste dell’anima
La cosa desolante è
che non si esce dalla chiacchiera moralistica, dalla ridda nebulosa delle
essenze e del giudizio sui valori.
Eppure, la buona
vecchia morale è sempre stata un camaleonte, una maschera pronta a nobilitare, con
dolcezza e decoro, le più meschine attitudini degli uomini, la
fedele compagna degli incubi sanguinari.
Sospetto che ogni
moralismo nutra e protegga la disposizione contraria che finge di minacciare,
vera e propria attitudine schizo-paranoica che
condanna l’esterno per autoassolversi.
Dovunque e sempre,
questo accanimento a perseguire l’ imperativo categorico del “dover essere”,
in special modo se riguarda gli affari dell’altro. Un
mondo di schiavi, di rancorosi e di boia spettrali nel cuore stesso della vita.
L’essenza presuppone
una gerarchia metafisica (il valore al di sopra dell’essere) che trovo
semplicemente ripugnante. Se decidiamo realmente che l’altro si adegui per
principio e per dovere alle aspettative personali o, più comunemente, a quelle
socialmente condivise, allora assumiamoci almeno la responsabilità di vivere
nella finzione violenta e nel ricatto.
Sono incapace di far
parte di un mondo del genere.
Fuga
in sé minore
L’identità è nel
flusso del tempo invece che coincidere con esso, nutrita dal siero avvelenato
della memoria e circuita da una puttana che si chiama “speranza”.
Per sopravvivere deve
dare corpo a due inesistenze: il “c’è stato” e il “ci sarà”, ma
ogniqualvolta questo facile trucco non le riesca sopraggiunge la noia, e la sua
coorte di inquietanti comparse (la morte, il non senso, l’angoscia).
La noia è un grumo
nella fluida ambrosia della metafisica, un’occasione perennemente persa di
recuperare tutto l’attimo presente, e con esso la vita.
L’uomo
e la Sostanza
Tutto ciò che accade è
l’espressione di una Logica sconfinata, la declinazione di un’impensabile
totalità. Spinoza dà a tale Logica il nome di sostanza. Detta sostanza produce
pure, necessariamente, la contingenza (poiché coinvolge delle finitudini) che è
l’incontro di un soggetto con un fatto.
Quanto più il soggetto
proietta inconsapevolmente un mondo interiore costituito da aspettative, timori
e credenze sul fatto tanto meno egli sussiste autonomamente.
L’accadimento ingloba
così il soggetto di modo che fra i due non c’è distanza, tuttavia la fusione
non si opera legittimamente a livello concettuale e metafisico, ove ogni
molteplicità è ricondotta all’unica origine, ma si risolve in una mistica
superstiziosa e fantastica, in un mondo magico. L’anima mundi non trova
alcuna limitazione per opera di uno spirito ancora immaturo, embrionale. Il
fatto divenuto evento per il soggetto è nondimeno un prodotto che offre una
certa resistenza. Quando l’evento mostra un’autonomia irriducibile
all’individuo, lì nasce forse realmente una soggettività: poiché allora si
instaura una tensione che, con un duplice movimento, costituisce ed alimenta i
poli del conosciuto e del conoscente. Mondo e soggetto si separano per
esistere. Il divorzio è destinato a perdurare.
Iniziando il faticoso
cammino dello spirito l’uomo perde la facilità del contatto e l’immediatezza
dell’adesione affettiva al mondo. Lentamente il soggetto comincia a ritirare il
suo investimento affettivo dall’evento, a lasciare che emerga il meccanismo peculiare
del fatto. La sospensione del giudizio non permette solo l’autonomia
dell’accadimento, il suo essere per sé, ma rafforza di rimando la soggettività
indagatrice. L’intelligenza che scompone e ricompone il mondo, forte allora
della sua presunta oggettività, si fa cinica e disincantata, spinta dalla
presunzione di poter ritirare ogni parzialità dallo sguardo sulle cose.
Tuttavia, la natura finita del soggetto è quello che garantisce ad un
meccanismo di essere pensabile quindi mai assoluto; se l’indeterminato si
manifesta non è perché appartenga essenzialmente al fatto, ma perché
l’indeterminato è consustanziale al comprendere e alla relazione ermeneutica di
mondo e coscienza. L’incontro tra soggetto e fatto è dunque sempre
indeterminato, e mentre il primo si avvicina asintoticamente al secondo,
quest’ultimo viene divorato; ma quand’anche il fatto fosse raggiunto e dunque
del tutto fatto a pezzi resterebbe pur sempre un residuo di
indeterminatezza, e ciò non perché vi sia ancora un piccolo sforzo di oggettivazione
da fare, ma perché l’ indeterminato è sempre stato contenuto nel percorso che
ha portato dall’evento al meccanismo.
E’ proprio la
compresenza di molti meccanismi, e quindi di molte logiche, a testimoniare come
il soggetto non possa mai trovarsi a contemplare la Logica a cui tutto
appartiene. E’ necessario infatti considerare che la pluralità degli
accadimenti prevedibili rimanda ad una totalità, per cui detti accadimenti sono
in definitiva uno soltanto che accade necessariamente e per il quale il termine
“accadere” rinvia solo a modi della sostanza, e non certo ad un prima o ad un
dopo di essa, poiché l’origine contiene già tutti gli avvenimenti che dovranno
accadere ed è quindi in quanto tale sottratta al divenire. I suoi attributi
sono l’esistenza, la perennità, l’infinità, l’indipendenza, l’immobilità e la
potenza assoluta, come detto nel libro primo dell’Etica.
Ogni meccanismo
particolare trova la sua garanzia, la sua ragion d’essere, deriva la sua
prevedibilità ed il suo carattere di fenomeno scientificamente indagabile non
mai in se stesso, come fosse un piccolo assoluto, ma solo in quanto modo della
Logica, espressione della Necessità come di una garanzia metafisica assoluta
che nulla possa emergere caoticamente, al di fuori della Legge che regola il
Cosmo, o la pluralità delle leggi e dei universi.
Questa sicurezza
metafisica totale, questa terribile cogenza, permette all’uomo la disposizione
scientifica evitando il nichilismo. Quest’ultimo è il prodotto di un equivoco,
di un abuso del metodo, per cui se “Dio non gioca a dadi” allora l’uomo gioca a
fare il dio: la faustiana esuberanza del soggetto che, davanti alla rinnovata e
stupefacente scoperta dell’ordine del mondo, finisce per ravvisare solo in se
stesso il fondamento metafisico di cui la sua potenza e la forza predittiva
sarebbero espressione. Ecco allora che il soggetto si divinizza, è l’idealismo
romantico, è Fichte.
Nel nichilismo i poli
della relazione soggetto e fatto, a partire dalla loro separazione, tendono a
scomparire: il primo dissolve il mondo, lo fagocita e così facendo mina la sua
stessa esistenza, che dipende essenzialmente dalla relazione. Il soggetto non
trovando più la garanzia di una fondazione fuori di sé, avendo cioè perso la
fiducia che la realtà emani dalla sollecitudine divina, così come è costruita
dalle sue stesse proiezioni, invece di ravvisare la sua dipendenza da una
Logica impensabile nega semplicemente ogni dipendenza. Il libero arbitrio che
costituiva il germe metafisico di questo delirio di incondizionato porta
necessariamente la sua essenziale aberrazione a manifestarsi senza freno. In
questo modo la soggettività occupa abusivamente tutto lo spazio del reale e si
vanifica nell’impossibilità di riconoscere la resistenza del fatto, dunque il
fatto medesimo, la loro relazione e se stessa.
La soggettività si
costruisce sempre nell’intenzionalità conoscitiva che proietta su un mondo al
quale riconosce una resistenza. Questa intenzionalità è carica di affettività,
e nella relazione soggetto-fatto il soggetto prende cura di sé prendendo cura
del mondo. Cosa significa? In sostanza si tratta della cura di un rapporto. Ove
il soggetto giunga a screditare totalmente il fatto, immaginando di potergli
togliere ogni resistenza (insensatezza che misconosce la natura indeterminata
del comprendere) la relazione tra soggetto e fatto scompare. Poiché la
soggettività ha bisogno di questa relazione, e che tale relazione definisce
ontologicamente la soggettività medesima, la metabolizzazione del fatto senza
residui non rappresenta per il soggetto una conquista ma una perdita e una
minaccia alla sua stessa realtà. In questa eventuale perdita possiamo
riconoscere una scena etica, dato che il soggetto si è pensato al di sopra
della relazione con il mondo e ha pagato tale reificazione della conoscenza e
deificazione dell’ego con l’appiattimento nichilista e la vanificazione di sé.
La prospettiva
ermeneutica cui ho accennato informa, dunque, sostanzialmente il rapporto
soggetto-oggetto nella misura in cui ogni sapere è interpretativo, ma non per
questo soggettivo (cioè creato dal soggetto). La trasparenza e la facilità sono
i sintomi più evidenti del nichilismo a cui porta l’ermeneutica intesa come
idealistico dissolvimento dell’ oggetto nel processo di lettura e rilettura
storica.
L’appartenenza del
soggetto alla Logica è la garanzia metafisica della presenza di un
ineliminabile residuo interpretativo, di una fatica e (meglio ancora) di una
impossibilità nella “lettura” del mondo.
Osservando la pratica
tecnologica resto colpito dalla sua natura di atto manipolatorio, di creatività
intesa come combinazione di forze autonome ed emergenti, il cui senso non è mai
problematizzato in termini metafisici, poiché non tocca in alcun modo la
dimensione dell’efficacia e della spendibilità di queste “trovate”.
Naturalmente l’innovazione della tecnica non è un processo guidato da qualche
autocrate seduto sul suo scranno o nascosto dietro di esso, e sarebbe tanto
puerile sostenere una cosa simile quanto ritenere che questo gioco inventivo e
pratico si faccia in un topos neutro, nella incontaminata terra della
ricerca scientifica. Quanto alle determinanti politiche ed economiche non hanno
nulla di strutturale. E’ infatti ancora il nichilismo l’origine, lo spazio e la
scena dell’avventura tecnologica. Essa porta impresso il marchio dello spirito
che duplica il mondo e ignora l’appartenenza, la finitudine e la sua stessa
natura di derivato dell’Essere. La ricerca non è libera proprio perché si finge
incondizionata, si allea così volentieri alle pretese degli Stati, agli
appetiti delle nazioni, ma le condizioni dalle quali realmente dipende sono
quasi impensabili. Proprio il carattere nichilista della tecnica fomenta le
separazioni e alimenta il presente perpetuo col nuovo gadget di cui non si può
fare a meno, contro la sostanziale tendenza all’interconnessione nella dinamica
delle scoperte scientifiche e la natura sempre più palesemente globale dei
problemi generati dallo sviluppo. Aumentano gli specialisti, ma sono sempre più
impotenti a decifrare la realtà di un fenomeno complesso e, “scambiando un
ammiccamento per un tic”, mostrano l’inutilità o la pesantezza ingombrante
della potenza tecnica di fronte alla sottile trama dei significati culturali e
dei bisogni umani.
La garanzia metafisica
assoluta, senza la quale il mondo diventa soggettivo per l’opera nullificante
dello spirito e il soggetto stesso si vanifica, trasforma soggetto e mondo in
un rapporto, in una relazione. Un rapporto è qualcosa in cui i due termini
mantengono una sostanziale irriducibilità l’uno all’altro, incommensurabilità
che è il segno della loro comune appartenenza all’impensabile Logica. L’opera
del soggetto è dunque questo perenne moto intenzionale verso l’irriducibile
mondo, ciò che lo affratella agli altri soggetti in questo sforzo e in questo
godimento infinito che è la garanzia della loro comune esistenza.
La coscienza non è
libera perché incondizionata ma perché, al contrario, appartiene alla relazione
e proprio perché condizionata in modo assoluto e necessario. I termini
esprimibili di questo condizionamento non possono che essere relativi e
parziali (come ogni meccanismo di nesso causale che gli uomini mettono in luce)
e la scienza ha svelato la necessità di molti stati che un tempo rientravano
nel dominio insignificante del caso o nella forma del mistero, senza che nulla
si possa dire della necessità metafisica in toto. Fingere di
poter rimuovere l’appartenenza assoluta reificando il mondo o antropomorfizzando il divino sono i due escamotages
attraverso i quali la coscienza misconosce il condizionamento assoluto per
ammettere solo quello relativo e così alimentare il mito pernicioso del libero
arbitrio, del deuccio in miniatura; ovvero
l’individuo nomina la Logica come fosse un oggetto dello spirito e non il suo
indicibile orizzonte. In tutti i casi la coscienza abbandona il lavoro della
relazione con il mondo, si sottrae nell’assolutismo del soggetto o nel
soggettivismo assoluto, diserta la sua posizione, il suo compito e la fatica
dell’esercizio della libertà che è continua restituzione all’Essere (cioè al
nulla dell’ente) delle condizioni che determinano l’ente e il loro rapporto.
Proprio perché la
totale appartenenza alla Logica è sperimentata da una coscienza (cioè da
un’entità finita) essa si può risolvere nella contingenza di un pensiero che
prenda una direzione etica o inversamente moralista (anti-etica). Il libero
arbitrio, il nichilismo, il degrado metafisico delle religioni sono possibilità
della coscienza (tristemente sono realtà di violenza effettiva, il volto
sanguinoso della storia) ma in termini metafisici sono mitologie, impossibilità
di soggetti che, nel tentativo di negare la Logica, negano se stessi e l’altro.
Il soggetto, nell’impossibile, e quindi violento tentativo di sfuggire al suo
statuto ontologico di rapporto totalmente condizionato e necessario con il
mondo (determinante assoluta che, va ribadito, è solo in quanto assoluta la
cifra della libertà della coscienza) perde “potenza” e offre alla Storia il suo
volto triste e dispotico. Perdiamo potenza ogniqualvolta cristallizziamo in noi
stessi e quindi nel mondo (nel mondo e quindi in noi stessi), l’Essere in ente.
Ogniqualvolta tentiamo invano di fermare ciò che scorre e neghiamo di rimando
l’immobilità impensabile di ciò che è immobile. Perdiamo potenza quando la nostra
finitudine si sintonizza sulla frequenza morale e abbandona la pratica del
“vivere” per la retorica del dover essere.
Vivere, morire,
scegliere, amare sono espressioni etiche: pensare di vivere, pensare di morire,
di scegliere e d’amare sono già compiacenze, amletismi, tristezze.
I due miti
contemporanei della “libertà” e della “sicurezza” sono devastanti sul piano
dell’integrità metafisica degli individui. L’irragionevolezza di una pseudo-libertà che è un esercizio velleitario del possibile
senza i mezzi e senza i rischi sconfina nell’infantilismo, così come la
sicurezza si palesa come rimozione costante della finitudine e della
transitorietà assoluta del nunc, dell’ora che
sola è effettivamente presente, e come erosione dello spazio simbolico.
Il nichilismo produce
delle pratiche di vita che alimentano le false disposizioni di cui sopra e
dunque, quasi heideggerianamente, l’oblio
dell’Essere sembra si configuri come un destino. Ma ecco ancora profilarsi il
rischio di nominare la Necessità, di darle un volto nella forma di una
eventualità storica e di una direzione. Una storia dell’Essere, come ha ben
argomentato Lowith, è davvero un controsenso
poiché la dimensione storica riguarda solo gli enti e la storia degli enti ha
una necessità impensabile. L’Essere non si è mai mosso, non ha avuto alcuna
evoluzione, ma non è mai stato neppure più o meno vicino agli uomini secondo un
disegno formulabile da qualche nostalgico della fuga degli dei, perciò non
azzarderemo mai espressioni come “avvento dell’Essere” o necessaria evoluzione
della metafisica in tal senso o in tal altro. Rifiutiamo come delirante la
hegeliana deriva dello spirito assoluto nelle faccende umane.
Non possiamo scorgere
la totalità di ciò in cui siamo immersi, come non potremmo immaginare nulla che
la nostra forma di vita non ci permetta di immaginare. Senza profeti, senza
inquietanti pastori di verità, senza un senso che porti il marchio della
trascendenza nel caos informe della vita, senza consolazioni extramondane ci
resta la nostra libertà: necessità di un rapporto necessario con il mondo nella
fratellanza tra uomini, e degli uomini con una natura finalmente affrancata
dalla condizione di puro mezzo, restituita a viva e stupefacente manifestazione
del Mistero, della Necessità.
Le petit Sade
Non vorrei che la mia
vita sentimentale fosse letteratura, bensì pornografia. La mia vita tout
court.
Ai
vampiri filosofici
Non provo alcun
interesse per le concettualizzazioni, a meno che esse non abbiano un esito
paradossale. Un buon pensiero è quello che implode su se stesso, che nutre
intimamente la propria catastrofe. Ciò che più mi riguarda è una “pratica” del
pensare, tanto aliena alla speculazione dotta quanto all’agire comune, con il
suo nocciolo intoccabile di metafisica.
Pensare contro
il vivente, pensare il “pensabile”, distillando il fondamento e il generale, è
un lusso pericoloso.
Un po’ come
trascorrere il proprio tempo libero a scavarsi la fossa per cominciare poi a
trovarla confortevole. [2001]
Galassia
Junger
1. Junger
è l’Arbeiter: il lavoratore non può che essere
aristocratico.
2. L’incontro con la
forma si svolge nel tempo, ma non può essere un incontro storicamente connotato
perché la forma è antistorica. “…una forma storica è, nel suo nucleo
profondo, indipendente dal tempo e dalle circostanze da cui sembra scaturire”. La
“sua” guerra nelle tempeste d’acciaio, dunque, ha un rapporto certo
misterioso ed indicibile con la carneficina idiota (profondamente borghese) del
’14 – ‘18.
3. La germanità che invoca (come pure la sua presenza nello
Stato) è una tentazione molto forte per spiriti non temprati a ravvisare la
forma negli avvenimenti meno significativi dal punto di vista gnoseologico
(proprio perché eclatanti), e più pericolosi sul versante della strumentalità
politica. La lezione del travisamento di Nietzsche è esemplare. Questa
non è una notazione “morale”. La realtà della forma non è meglio espressa da
fenomeni storici “positivi”. In un caso (la forma) siamo nella filosofia,
nell’arte, nella mistica ma nell’altro (quella forma è buona o cattiva) siamo
nella politica, nella morale, nella religione. La forma è qualcosa che ha
stretti rapporti con la crudeltà quotidiana del minimo.
Sisifo invisibile
La pratica non
violenta è, anzitutto, un’attività della coscienza. Il pacifico non gode di
uno stato, ma pratica un esercizio inteso ad interrogare le origini e la natura
della violenza: ricerca perenne che lo porterà a disinnescare le dinamiche
violente nei contesti più vari della sua esistenza. Si tratta sempre di
dinamiche interiori, non avendo il pacifico alcuna velleità di esercitare un
potere diretto sul mondo, poiché proprio questa gli si rivela essere una genesi
prioritaria della disposizione aggressiva.
Egli modifica
indirettamente lo stato delle cose, attraverso il potere che esercita su se
stesso. Non è la volontà a realizzare quest’opera, ma la logica che l’energia
segue una volta sganciata dai diversivi esterni. Tale coscienza può persino
ravvisare il grado di violenza che si nasconde nel pacifismo.
Rivoluzione
del linguaggio
Per semplicità,
immaginiamo che il male ed il crimine coincidano con l’omicidio. Perciò non
dire: “Quest’uomo ha commesso un assassinio” ma: “Quest’uomo è l’assassinio”.
Non esiste alcuna
separazione tra soggetto ed azione (ed in special
modo negli eventi tragici e cruciali di una vita) tale per cui il soggetto si
trovi davanti all’agire come un ipotetico viandante alla biforcazione neutra di
due strade. La configurazione necessaria ed inintenzionale
che produce un incidente fatale è l’unica alternativa alla configurazione essa
pure necessaria che lega in un rapporto di senso il carnefice alla
sua vittima.
Quest’uomo, questa
configurazione di senso, è esattamente il crimine; lo è da sempre nella misura
in cui il suo vissuto è il prodotto necessario di questa forma “criminale”.
Poiché la vita e la durata (come la chiama Bergson)
non sono riducibili alla catena sequenziale di cause ed effetti che l’indagine
razionale può svelare, nessuno potrà mai ricostruire lo sviluppo del “male” e
scalfire il suo mistero, ma è insostenibile la posizione di chi nega la
necessità di questo sviluppo quando esso appare clamorosamente nell’agire.
Dobbiamo trarre le
conseguenze ultime di questa visione.
Poiché l’azione non è
altro che la manifestazione dell’avvenuto incontro tra la condizione di senso
“criminale” e i fattori del suo innesco, potremmo anche immaginare che il
crimine possa non incontrare mai tali fattori e restare sepolto nell’uomo come
una possibilità inespressa. Quanti potenziali assassini, allora, intorno a noi e,
cosa inquietante, in noi stessi?… l’autodeterminazione di cui parla ancora Bergson non è altro che questo svelamento
progressivo, necessario eppure definitivamente insondabile, di ciò di cui sono
capace, nel mondo in cui sono stato gettato. E’ la scoperta del male che io
sono e l’intuizione del male che sarei potuto essere.
C’è un rapporto
stretto tra la configurazione di senso che accompagna la nascita del soggetto e
la sua distanza dal crimine. Infatti, quanto meno il soggetto è emerso, quanto
più il suo stadio è embrionale, tanto più è facile che l’evento criminoso si
produca in un mondo qualsiasi, se pensiamo alla natura criminosa innanzitutto
come ad un peculiare rapporto di oggettivazione dell’altro, di costruzione
strumentale e manipolatoria dell’alterità che sfocia nell’estremo
disconoscimento e nella negazione.
Solo il soggetto
compiuto può prendersi cura delle garanzie che fanno dell’altro una
soggettività a sua volta, e fornire quindi uno spazio sufficientemente ampio al
riconoscimento e all’emersione della persona. Conosciamo le condizioni che
sembrano favorire la nascita del soggetto maturo (quelle che gli portano grave
pregiudizio sono oggi di natura epocale), ma le renderemo autenticamente
efficaci solo il giorno in cui cesseremo di rifugiarci nei concetti dannosi di
merito e di colpa. Questa rivoluzione avverrà necessariamente o non avverrà.
Sublime
decadenza
Immagino il giorno in
cui gli uomini, alfine stanchi della Storia, coltiveranno l’arte dell’ozio e
l’apologia della smemoratezza.
Pro
destra hegeliana?
Mi è sempre stata
invisa la teoria che fa di una classe, di un gruppo sociale, o di una specifica
cultura la vittima della storia. La divisione manichea
tra sfruttatori e sfruttati rimuove la complicità insita nel loro rapporto, e
sfuma le implicazioni individuali nella trama indifferenziata della massa. Il
marxismo, oltre ad essere un’aberrante “scienza” del senso storico, possiede
questa retorica (tutta cristiana) degli umili e degli offesi che amnistia d’un
colpo imbecilli e deboli di spirito. Caspar
Schmidt così si esprimeva: “Il comunismo sarà la società degli straccioni”.
Era il
milleottocentoquarantotto. [1996]
Tecnoworld
Il dislivello e
l’umiliazione prometeica, di cui scriveva Anders
sessant’anni fa, ora sono un’esperienza banale: è sufficiente entrare in un
negozio di elettrodomestici. Le macchine ti circondano come misteriose ed
inspiegabili apparizioni sfingee, ci sono oggetti di cui ignori la natura e, a
meno di essere ingegneri, di tutti ti sfugge il nocciolo segreto del funzionamento.
Gli umani sono patetici mentre si aggirano perplessi tra la grafite e il
silicio, elemosinando un ragguaglio od una spiegazione al “tecnico”, di solito
un piccolo e capriccioso dio bambino. Alle volte ho l’impressione che tutta
questa umanità, accorsa ad acquistare l’ultimo prodotto della tecnologia, non
si sia recata lì se non ubbidendo ad un sottile ed imperioso richiamo e che,
ben lungi dal diventare i proprietari di un mezzo, sia proprio l’oggetto a
scegliere il suo destinatario, la vittima alla quale imporrà una schiavitù
dolce ed implacabile.
Lucciole
per lanterne
Oggi, solo la
visibilità mediatica di un evento è in grado di costruire una “volontà comune”
che riunisca le singolarità in un gruppo, sostituendosi ai defunti codici
sociali.
L’unità mediatizzata
è, però, una partecipazione di stampo particolare: non catalizza delle densità
verso un progetto… piuttosto testimonia lo sciamare delle insufficienze
ontologiche verso il bagliore salvifico della rappresentazione.
La finalità del “partecipare”
si rivela essere il bisogno di esistenza, più che la soluzione di un
contenzioso qualunque.
Patimento,
corpo, politica
Quello che vediamo
all’opera nel “sistema dello spettacolo” è un desiderio che si espande
orizzontalmente, in superficie, come una rete bidimensionale. Chi desidera è
condannato all’ impazienza e alla dispersione, preso nelle stesse fila del
desiderabile è passivo (nonostante l’apparenza suggerisca tutto il contrario).
L’attività è un desiderare che scende in profondità, verticalmente, alle radici
della sua energia e lì, necessariamente, incontra il corpo, la sua opacità
compatta, ribollente e magmatica di materia.
Un corpo di donna può
conoscere la pazienza attraverso la sua stessa carne (nove mesi sono, oggi,
un’eternità), dalla materia all’idea: ecco il suo percorso. Il corpo maschile
deve fare il tragitto inverso: è escluso dai cicli naturali, reietto ed inutile
deve sviluppare una pazienza che sopporti questa condizione di esule
elementare. L’incontro di queste forze è l’incontro di un desiderio adulto che
sfugge alla dissipazione spettacolare, avendo preso la direzione della
verticalità essenziale.
Pazienza, desiderio,
metafisica sono tre elementi della medesima costellazione di senso. Ecco perché
gli odierni appelli alla lentezza e ai tempi organici possono, di per sé, non
significare nulla se non è evidente la necessità che informa questo
rallentamento dei ritmi. Infatti, non si tratta assolutamente di diminuire la
carica energetica o, peggio ancora, di tirarla fuori dal gioco, ma di
potenziarla nella concentrazione verso il profondo. Ancora una volta la guerra
allo spettacolare non si vince scimmiottando una romantica età dell’oro, né
capovolgendo superficialmente le sue manifestazioni ma attraverso un giro
lontano che è tanto più “politico” quanto più è intimo, tanto più universale
quanto più appare privato. Ogni attacco frontale alla metafisica dello
spettacolo è destinato a riprodurre quella lotta mitica in cui l’avversario,
toccando terra, acquisisce rinnovate forze. Solo la discrezione perfida; il
lavoro alacre e segretamente condotto; l’aggressione fatta ad arte e
l’artificio velenoso; l’abbandono del velleitarismo alla “sincerità” e alla
“trasparenza”; la familiarità con l’abissale e il gusto inebriante per il
rischio possono nuocere un po’ a questa odiosa degenerazione del senso e della
sensibilità che è la forma attuale della metafisica.
Miseria
della psicologia
Oggi, l’io e la sua
relativa psicologia ingenua non aiutano più a capire un accidente.
Presuppongono un gruppo di individualità divinizzate che sostituirono a tempo
debito gli antichi miti universali. L’io è gonfio di buona o cattiva volontà,
di propositi, di egoismo o di altruismo, di interessi personali, di una morale
di paccottiglia e di una panoplia d’altre amenità che la nuova configurazione
tecnico-spettacolare del mondo rende sempre più patetica e ridicola.
Non si tratta di
difendere la libertà di scelta, ma di capire che la scelta è una necessità
legata alla forma inesprimibile del tempo, ovvero che la storia personale è una
piccola mitologia costruita ad hoc per giustificare, spiegare, e tentare
un controllo sulla deriva inarrestabile delle forme umane.
“Blows against the empire”
La produzione oggi,
creazione di miseria all’esterno del suo raggio e di spreco all’interno, tende
asintoticamente al dispendio infelice. Le condizioni della produzione
richiedono un aumento costante della deperibilità dei prodotti che i sistemi
ideologici della moda e dello spettacolo legittimano, e che la tecnica rende possibile.
Il parziale camuffato
da totalità è il generatore del superfluo, il motore della rapinosa condotta
della nostra “civile” barbarie. La violenza endemica che serpeggia nell’impero
tecnocratico diventa indice di un’inconsistenza spirituale: criterio omologante
della deformazione individuale. [1998]
Le
buone intenzioni…
Marx
si avvicina al problema quando considera credenze e simbologie come
assolutamente determinate, espungendo di fatto (come fa Freud) il libero
pensiero e il volontarismo ingenuo dalle dinamiche umane scientificamente
trattate. Tuttavia, ricondurre a cause materiali le visioni del mondo
cancellando le ipostatizzazioni della metafisica, da un lato ignora l’autonomia
fattiva del simbolico (uno dei pochi argomenti che mi convincono in Habermas) e dall’altro ha senso esclusivamente
qualora la materialità non significhi risoluzione della causa nel pensabile,
nello spiegabile, nel misurabile. La materia e la logica sono misteriose
soprattutto perché alla prima non si applica semplicemente la seconda, ma le
due dimensioni sono implicate in maniera inestricabile. La materia esprime e
contiene una logica, mentre quest’ultima si manifesta e si determina nella
materia.
Macelleria
e righello
Il caso, in un pittore
come Francis Bacon, non è affatto spontaneismo. Come per Artaud si tratta di evocare il pre-formale
per poi manipolarlo. Deve esistere una scienza della caduta abissale, pena la
confusione e la sterilità. Lo stesso Antonin
Artaud, ben lungi dall’emulare le facilità
surrealiste alla Breton, ha insistito sulla necessità del controllo
durante lo scatenamento delle potenze negative e postulato l’arte come
“tecnica” del dominio dell’oscuro, del caos, dell’informe, del lato sinistro
che è tanto necessario evocare quanto padroneggiare per non restarne vittima.
Genealogia
di un’illusione
Il marketing nato per
rispondere ad una domanda del consumatore è una favoletta.
Questa tecnica è apparsa negli Stati Uniti, all’inizio del secolo scorso, con
il preciso scopo di trasformare un popolo di puritani, dediti dunque al
risparmio e al riciclo degli oggetti, in una folla di consumisti. I risultati
raggiunti dai “fabbricanti di domanda” superarono ogni previsione. Eppure lo
smercio di oggetti appartiene alla preistoria della società dei consumi. Si è
andati molto più lontano facendo coincidere desiderio e merce. Oggi sono i
sogni ad essere in vendita.
Wasa
Wasa
Se l’astro del giorno
dominasse troppo a lungo il vasto cielo tutto annichilirebbe accartocciandosi
nel vento infuocato, ma se troppo a lungo la notte visitasse il mondo con il
suo pallido disco, allora il gelo trasformerebbe in macabre statue i cadaveri.
Al contrario, luce e
buio si alternano armoniosi; la perfetta sincronia del cosmo si offre superbo
scenario all’uomo incurante e cieco, vanaglorioso demente incapace di liberare
lo sguardo dal piccolo incantesimo del suo riflesso e di pensarsi parte del
tutto.
Il
rischio necessario
La libertà, con il suo
fardello, è un mendicante che chiede invano agli uomini un po’ di ospitalità. Dostoevskij
l’aveva capito e, per bocca del Grande Inquisitore, prega affinché non siano
tolte le catene al pavido assembramento dei deboli. Egli, contrariamente a Nietzsche,
non teme che al gregge spuntino denti velenosi da carnivoro, sotto la ferula di
qualche emarginato in cui da tempo covano il risentimento e il delirio di
onnipotenza. Ogni capo della rivoluzione nulla potrebbe senza il timoroso, poi
entusiasta ed infine fanatico sostegno delle masse: la potenza anonima alla
quale il despota deve tutto. Non vi è un uomo che possa perciò praticare
l’errore e la verità senza aver frequentato incessantemente il limite del
pensiero; senza aver costruito nella vertigine il sottile e vitale diaframma
che separa il caos dal cosmo.
Il
soggetto aureo
La maggioranza scopre,
suo malgrado, il segreto di una certa immortalità: è il conformismo. Solo
l’unico, l’individuo, il diverso ha infatti il triste privilegio di scomparire
definitivamente… gli altri sono tanto più sostituibili ed intercambiabili
quanto meno la loro personalità presenta elementi di aspra anomalia e
difformità dal tipo ideale. Il soggetto aureo, quello di riferimento, è
caratterizzato dalla totale impiegabilità a cui
corrisponde un “privato” assolutamente trasparente, poroso e comprensibile. Il
mondo di tutti, nel sentire come nell’agire, è auspicato sia quello del singolo
in modo che la lampadina rotta sia immediatamente rimpiazzata, e il brutale
(perché definitivo) accadimento della morte scongiurato.
Hybris
Ciò che soprattutto
non amo è la compiacenza, quell’indugiare alla contemplazione del proprio
malessere o del proprio valore, quel sostare dell’io in se stesso che non è in
nulla una cattiva volontà ma un fatto, una particolare conformazione
dell’esistere. Eppure anche la compiacenza non la trovo fastidiosa in sé:
ancora dipende dal modo, dallo stile, da chi si compiace e con quale tono.
Forse non amo in alcun caso chi supera i suoi mezzi e abusa di sé, chi inscena
il grandioso nel tragico o nel sublime senza avere la forza di farsi tragico o
sublime.
La
macchina del tempo fenomenologica
Il telos di cui parla Husserl
si impone al riconoscimento personale e si manifesta attraverso l’esperienza
sempre rinnovata di un limite e di una trascendenza. Non è mai acquisito ed è,
per tanto, sempre attivo e possibile. Resta tale anche nell’errore massimo:
cioè nella stessa naturalizzazione dello spirito (Geist)
che ha il suo paradigma nella spiegazione psicologica.
Si prende possesso
quando si acconsente ad essere presi. Nessun movimento sfugge alla relazione,
cioè a quella catena di azioni e reazioni nella quale siamo da sempre immersi.
Attraverso di essa è tutta la trama del passato che compare via via sempre meno fitta e però più indistinta; scivolando
nell’abisso del tempo non sono tanto le cose a mancarci quanto i corpi, le
menti e lo stato dei fatti. Ciò che potrebbe ridare vita alle rovine di Pompei
è effimero, complesso e potente come una sensibilità da Roma antica, come un
passatempo insensato o un motteggio di parole in disuso… ma anche lo sguardo
più immediato è carico del pregiudizio del tempo e legge come ha imparato a
fare. Nel futuro la nostra stessa facilità sarà misteriosa ed irrecuperabile
per altri uomini; e non mancheranno certo immagini di noi o artefatti, ma solo
infiniti e minuscoli significati.
Senza
titolo
Il profondo squallore
dei rapporti umani nella società dell’opulenza non è per nulla questione di
degrado psicologico.
Com’è possibile amare
senza avere né tempo né energie? Com’è possibile dare all’altro e a se stessi
un valore intrinseco quando la categoria dell’utile permea ogni più piccola
transazione tra soggetto e mondo? Come sfuggire alla violenza immanente ad ogni
atto e sentimento nella fogna della totalità quantificabile? Céline denunciava l’impossibilità di amare nella
macelleria della grande guerra, ma è forse più facile farlo in quest’incubo
plastificato e sterile per sopravvissuti cronici?
La
pelle delle parole
[… perché mai un gesto
ha potuto esser fatto senza un corpo, né un pensiero esistere senza un corpo,
e più ci sono corpi più
ci sono pensieri,
e più ci sono pensieri
meno ci sono corpi,
allora bisogna
uccidere il pensiero per il corpo… ]
Antonin Artaud,
1947
da Suppots et Supplicitations Trad. Bouvard
Non è sufficiente
ripetere a noi stessi quanto siamo limitati, fragili e transitori. E’
necessario praticare il limite. Questo significa poter scorgere l’abisso
dietro la curva della più piccola azione e della parola modesta. Il realismo si
conquista nello sforzo sempre rinnovato di sostenere la vista dell’infinito che
si profila oltre ogni scelta. Potremo aderire alla nostra dimensione temporale
e storica solo con la forza necessaria a sopportare il brivido dell’informe e
della morte. La conquista della morte, del poter morire, ci può essa
sola strappare al cattivo sogno e all’infame parodia del pensiero che ha
rifiutato il corpo.
Vertigine
Dà un brivido curioso
pensare ai fenomeni della natura come lo sfondo perenne e quasi immutabile
delle vicende umane… ecco una giornata piovosa identica ad un’altra che si è
potuta svolgere agli albori della civiltà, quando il mondo che diamo per
scontato era inimmaginabile. Lo abitavano ancora dei e demoni, gioie e timori a
noi sconosciuti… ma le stagioni, la luce, la natura, il pigro attardarsi delle
nuvole… sono fondali che il teatro del cosmo ha in riserva, e neppure tutta la
storia di una specie vivente conoscerà la conclusione di un atto, il cambio
della scena.
Genio
Poiché rivela nessi
inauditi e bizzarri, pure se non arbitrari, il genio è confortato dall’intimo e
durevole disprezzo di una maggioranza tenacemente aggrappata alle sue
sicurezze, a quei rimedi contro l’Abisso, contro la “pars de l’impossible”, che generano i costumi, le usanze e i
luoghi comuni.
Sarà un’umanità
lentamente al traino a riservargli un tributo postumo.
Forma
e struttura
Un giovane arbusto si
piega, e docilmente risponde alla pressione del vento. Per la violenza delle
raffiche può curvarsi sino a toccare il suolo ma, così facendo, resiste. La
rigidità è delle cose morte e fragili mentre una struttura forte è versatile ed
elastica: accoglie l’energia e muta la sua forma. Quando però cessa il furore
del vento una pianta sana non resta curva.
Husserliana
Husserl
nega la logica proprio nel momento in cui ne prende le difese. Affermare che
l’uomo conosce l’assoluto delle leggi logiche significa dire che il particolare
contiene il generale, e ciò è illogico. D’altra parte se la logica fosse
assolutamente vera essa sarebbe assolutamente necessaria, e non vi sarebbe
alcun bisogno di difenderla. La posizione antipsicologica di Husserl è fatalmente intenzionale. Se dico “q = p
allora p = q” questo è un enunciato logico, ma il suo essere assolutamente vero
si paga con il prezzo di renderlo vuoto. Inoltre si cade nell’idealismo che
pensa q e p come oggetti puri, ovvero extramondani.
La logica “diventa
vera” nel momento in cui è utile e rinuncia alle sue pretese di essere assolutamente
vera. Viceversa, quando è apodittica, entra nel dominio del non senso.
Husserl,
dietro la pretesa di difendere la scienza e tutta la cultura occidentale dalla
falsità e dalle calunnie degli scettici e dei relativisti, è preoccupato
soprattutto per l’autorità della filosofia. Ma egli rassicura la scienza
proprio là dove la scienza non abbisogna di nessuna rassicurazione. La scienza
usa la logica senza preoccuparsi proprio di fondarla epistemologicamente.
I risultati della tecnologia le danno tutta la sicurezza di cui ha bisogno. Il
problema è invece di sapere fino a che punto noi abbiamo bisogno di questa
scienza, se la logica scientifica può rivoltarsi contro gli uomini e impedire
il loro benessere, se ha senso predicare la verità indipendentemente dal mondo.
L’atteggiamento di Husserl si rivela in
fin dei conti paradossalmente non pragmatico, e dunque in potenza critico nei
confronti di un certo modo di concepire il lavoro scientifico. Così il filosofo
ha difeso l’autorità filosofica là dove non pensava di farlo.