Dio è il vuoto
(riflessioni a piede libero)
4 - Il rapporto
con gli altri |
4bis -
L'incarnazione |
5 - Vivere
come?... |
6 - Venerdì
Santo. |
7 - Io Figlio di
Dio |
8 - Al figlio mai
nato. |
9 - Il figlio
prodigo. |
10 - Genesi 1 |
|
|
14 - Ancora sulla
Resurrezione |
|
15 - Quale Gesù? |
16 - La morte per
il laico |
17 - La morte
dell'amico. |
18 - Utopia |
20 - Quesivi ed non
inveni. |
|
21 - Dove era
Dio? |
21bis - Dio è il
vuoto |
22 - Parabola |
23 - Parabola 2 |
24 - Fissato con
la morte! |
25 - L'Umanità come
un libro. |
26 - Il silenzio
di Dio |
27
Esistere? |
28 - Esistere per
l'eternità |
29 - Amare |
30 - Questione
ultima |
31 - A Severino |
32 - Jonas |
33 - Io Amo |
34 - La nave
dell'umanità |
35 - Dio ad
Auschwitz |
35 - Emozioni |
|
Era stata
una giornata molto calda. Per gustarmi il fresco della brezza della sera, mi ero messa
sulla sedia a sdraio a guardare il tramonto. Nel mio quadro visivo campeggiava in primo
piano sulla destra il grande abete, quasi a dare profondità al quadro del rincorrersi
delle montagne sulle quali si scioglievano gli ultimi giochi di luce. Mentre laria
attorno a me veniva penetrata dalle ombre della sera, lultimo orizzonte era ancora
bordato dun filo di luce. Lo guardavo fissamente cercando di cogliere il momento nel
quale si sarebbe spento. Si spense invece nel sonno la mia coscienza, e allora vidi il
grande abete agitarsi come allarrivo del temporale.
Laria
sinsinuava tra i pesanti rami e li agitava, luno più veloce laltro
meno, e nella diversità di movimento delle singole parti lalbero sembrava percorso
da uno spasimo, preso da un fremito. Non era più un albero ma una massa informe di
schiuma verde che qualcuno stava plasmando, come fosse argilla. Dalle mani del misterioso
artista prese corpo una forma appena abbozzata, che poi andò definendosi in dettagli
sempre più precisi. Alla fine, un enorme Cristo in croce incombeva su di me, come prima
avvertivo lincombere del grande abete quando mera andato a sedere al suo
riparo.
Lalbero
mi riparava con la sua ombra e mi rassicurava con la solidità della sua mole imponente,
il Cristo invece mi sovrastava come un gigantesca minaccia. Era esageratamente grande.
Enorme. Immenso. Non un uomo, ma un gigante smisurato. Era forse questo il Dio del quale
avevano avuto paura Adamo ed Eva nellEden, al solo sentire il rumore dei passi?
Mentre pensavo
così, si definì ulteriormente e venne a fuoco il volto. Il gigante in croce, in
contrasto con la dimensione del suo corpo, aveva i lineamenti del volto delicati, come
quelli duna giovane donna, e unespressione
che ispirava fiducia. Aveva il sorriso rassicurante del Cristo che parla ai fanciulli, e
mi parve naturale mi dovesse parlare. Mi sentii subito a mio agio e non provai nessun
imbarazzo nel parlare per quella evidente sproporzione: lui così alto come lalto
abete, io così insignificante e impreparato a quel colloquio, distesa come ero sulla
sedia a sdraio, a prendere il sole in due pezzi.
Perchè
tarrovelli? Nessuno sera mai rivolto a me usando termini così ricercati. Gli
avrei voluto dire che maveva colpito la proprietà del linguaggio. Ma oltre che per
la forma ero rimasta sorpresa dalla domanda in sé.
Proprio tu
mi fai una domanda del genere. Dovresti sapere che in qualche modo se sono qui, sono qui
per cercarti.
Veramente,
se tu fossi sincero diresti che sei qui, come si suol dire, per cercare te stesso.
Spero
almeno tu mia dia conferma che cercarti e cercare me stessa sono la medesima cosa.
Non
rispose alla mia domanda implicita. Continuò invece a rimproverarmi per la mancanza di
sincerità.
Se tu
fossi onesta con te stessa dovresti dire che mi vai cercando sperando di trovarmi senza la
croce. In questo modo la tua non è una ricerca per trovare, ma piuttosto per fuggire, e
sia da me che da te stessa, perchè la croce è ciò che mi caratterizza, come
caratterizza anche te.
Non è che
ti voglio cercare senza la croce. So che non ti si può nascondere nulla. Ma certamente,
lo ammetto, non vorrei neppure cercarti per la croce.
Eppure è
questa che ci avvicina! Hai passato la vita a pensare a te stessa come individuo, come ho
fatto io per trentanni. Poi ti ha preso langoscia per linutilità
dun impegno a favore dun individuo troppo limitato e caduco. Allora hai
pensato di andare oltre te stessa dandoti agli altri. Ma anche attraverso gli altri, non
riesci a superare la paura per lannullamento che ti aspetta come individuo.
Non puoi fuggire! Anche tu sei arrivata ai piedi
del calvario, non ti resta che prendere la croce della tua vecchiaia e cominciare a salire. Come me, devi prendere lo
strumento della tua morte, della tua fine, e cominciare a salire. Sai qualè lo
strumento, ma non sai quale sarà la causa della morte. Anche nel mio caso, si discute
ancora sulla causa scientifica. Così anche per te sarà ci sarà un referto scientifico,
linfarto, il cancro o qualche altra accidente, ma non ha importanza. Al momento del
consumatum est non fa alcuna differenza. Vedi se non è vero che la mia esperienza della
croce è anche la tua?
Aveva
ragione. Ci avevo pensato più volte a questa analogia:.il mito della genesi e il mito
della croce, allinterno dei quali si sviluppa la vita delluomo
Con una
aggravante, obiettai. Fra la mia e la tua
esperienza ce infatti una differenza di fondo. Tu sapevi che per te erano le
ultime sofferenze di uomo, prima di riprendere completamente la natura divina, per me sono
le sofferenze attraverso le quali devo rinunciare al mio esistere per lasciarmi perdere
nel nulla.
Se la
pensi così allora è stato tempo perso. Tutte le volte che ti ho parlato... Chi crede nel
mondo soffrirà per dovere abbandonare il mondo, chi crede in me, non morirà ma avrà la
vita eterna. Come io sapevo di tornare al padre, così chi crede in me si libererà del
suo corpo per poter vivere con me senza i limiti dei sensi, lintensità della vita
dello spirito per leternità.
Con la
differenza che tu sapevi che così sarebbe avvenuto, perchè avendo coscienza di essere
esistito prima del corpo, avevi la certezza di poter esistere senza il corpo. Io invece,
nato alla conoscenza con il corpo, come posso essere certo che ci sarà una conoscenza,
quando la morte avrà annullato il corpo?
Ma, lo
sai, te lho fatto capire tante volte. E questa la verità che sono venuto a
rivelare: che anche voi uomini siete figli di Dio, e come tali destinati a vivere in Dio
leternità.
Certo! Ma
è la tua verità. Non è così automatico farla diventare la mia verità. Non e
facile introdurre questa convinzione in me, per viverla come parte integrante del mio
essere. Sarebbe oltretutto conveniente! Sai che differenza tra il sapere di portare la
croce con la quale sarai annientato, o invece quella che ti innalzerà alla vita, che ti
consentirà di raggiungere leterna felicità. In questa prospettiva la croce, per quanto pesante, sarà
sempre sopportabile.
Appunto, ma allora perché non vuoi convincerti che sei figlio di Dio?
Evidentemente
lo vorrei. Ma più ci penso e più mi pare un paradosso. Già che tu sia stato figlio di
Dio non è un dato sul quale sia facile restare convinti. Credere poi che io stesso sono
figlio di Dio, per quanto grande possa essere la mia ambizione, mi pare un dato che
oltrepassa i limiti del concepibile..
Eppure
proprio nella convinzione che ogni uomo è figlio di Dio, ti risulterebbe facile capire e
spiegarti come io sia figlio di Dio...
Forse! Ma
hai lidea di quale paradosso assurdo e inconcepibile, si racchiude nellidea
dun uomo figlio di Dio ?
Certo! Ma
solo perchè, parlando di Dio non puoi non
pensare al concetto di figlio come il
risultato del concepimento tra un uomo e una donna. Così ritorni ad una visione
antropomorfa della divinità. Costringi lintelligenza a salti mortali, ad autentiche
capriole per definire il generato ma non creato il concepimento
virginale. Se tu invece pensassi che il figlio delluomo nasce come ogni figlio
delluomo, ma che nellattimo stesso in cui esiste, per il solo fatto di
esistere viene a partecipare della stessa
sostanza dellEsistenza-Dio, ti risulterebbe chiaro che ad ogni effetto, e con tutta
evidenza, può essere chiamato figlio dellEsistenza. Per le conoscenze che hai non
ti dovrebbe essere difficile immaginare un uomo con il dna di suo padre, e in quanto
esistente con il dna dellEsistenza. Non ti dovrebbe quindi risultare difficile
pensare che mentre si perde con il corpo il dna che ha generato il corpo, non e
detto si debba perdere anche il dna che ha generato lesistere, e che, sviluppatosi dallEsistenza, torna
nellesistenza, mantenendo la coscienza del proprio esistere e quindi della propria
individualità...
La massa
nera del grande abete si stagliava dun nero più intenso, contro il nero del cielo.
Infreddolita mi alzai dalla sedia a sdraio, sulla quale mi ero addormentata. Mi guardai
mentre cercavo di riscaldare le membra intirizzite e mi misi a ridere.
Come posso
pensare, dissi alla massa scura dellabete, che il mio gracile intrico di carne e di
ossa, possa nascondere un figlio di Dio?...
Un figlio di
Dio in due pezzi! esclamai, e mi misi a ridere, sperando che non ci fosse nessuno a
guardare un vecchia sola che scoppiava a ridere senza motivo.
Ero finita di nuovo
sul nodo attorno al quale aveva ruotato tutta la mia precedente ricerca! Se mi lasciavo
prendere dal tema, sarei finita a fare lo stesso percorso, con altre parole, sarei finita
per riprendere gli stessi concetti.
Per non sprecare il
mio tempo avrei dovuto darmi un metodo, pormi dei nuovi obiettivi.
Decisi quindi di
ripartire dalla lettura dei quattro Vangeli e di farne un commento sintetico, da
utilizzare come primo punto di riferimento.
Per
ricostruire la vita di Cristo disponiamo di quattro biografie ufficiali senza contare le
numerose altre, non riconosciute. Biografie molto diverse, scritte da persone che, si
vorrebbe far credere, hanno vissuto con lui e
quindi attendibili. E invece accertato che i racconti sono stati scritti molto tempo
dopo rispetto ai fatti riportati. Su come e quando siano stati scritti, anche alla luce
delle recenti scoperte archeologiche, si sono pubblicate intere biblioteche, si sono
sviluppati fiumi di dotte disquisizioni. Ma non è questo che mi interessa. I problemi
dellesegesi biblica credo comunque si possano superare pensando che questi racconti sono stati scritti, non tanto
per la preoccupazione di riportare con
fedeltà cronachistica i fatti, quanto di trasmettere il messaggio che si ricava dalle parole, dagli atteggiamenti e dai
comportamenti.
Anche adesso se quattro discepoli di un filosofo si
mettessero e scriverne la biografia, potremmo trovarci davanti a testi molto diversi,
dovuti al diverso carattere e alla diversa cultura dei biografi. Luno potrebbe
essere più attento ai particolari della vita familiare, laltro potrebbe trattarli
più sommariamente perche più
interessato ai comportamenti da filosofo che a quelli da uomo, un
altro infine potrebbe trascurali completamente, perchè interessato al pensiero del
maestro più che ai fatti della sua vita. Questo puo spiegare benissimo le notevoli
differenze che si riscontrano nei quattro vangeli.
Cio che, a mio avviso, diventa inspiegabile e invece il fatto che si
riportino con tale diversita i particolari dello stesso fatto di vita, da far
emergere figure diverse e contrastanti del Cristo.
Emblematico
in questa ottica, mi pare il racconto della notte passata nellorto degli Ulivi,
prima dellarresto. Il fatto viene riportato da tutti quattro, come e logico,
trattandosi dun momento cruciale della storia terrena del Cristo. La versione di
Giovanni, anche ad un confronto superficiale, risulta profondamente ed inspiegabilmente
diversa. E non tanto per i particolari diversi riportati, quanto perchè, come dicevo, il Cristo di Giovanni nei Getsemani non ha nulla a
che vedere con il Cristo degli altri tre.
In Matteo, ed in Marco che duplica il testo di Matteo quasi alla lettera, Cristo
e in preda allangoscia, affranto da una tristezza mortale. Gia in
Luca che pure riporta la scena di Cristo che
si allontana per pregare, latteggiamento e diverso. Se così si puo
dire, piu dignitoso. Il Cristo non prega con la faccia a terra, ma in ginocchio, non
dice se e possibile allontana questo calice ma se vuoi e la
differenza non e da poco.
Non ha infatti senso chiedere a Dio di fare qualcosa se gli e
possibile perche in quanto Dio, gli e ovviamente possibile. Piu logico
equindi, evidentemente, il se vuoi di Luca.
Giovanni
pero, che pure, secondo il racconto dei primi due, era fra i tre discepoli
prediletti, dai quali Cristo si era fatto accompagnare e che quindi era stato testimone
diretto di quei momenti di sofferenza, non parla di tristezza, di angoscia, del sudore che
cadeva a terra come gocce di sangue, ma ci presenta un Cristo che ha in se,
indipendentemente dal Padre. la capacita di salvarsi, di opporsi agli eventi al
punto che al solo presentarsi con il perentorio Sono
io le guardie sono come fulminate e cadono a terra.
Diversita
così evidenti sono spiegabili soltanto con le tre diverse immagini di Cristo che gli
evangelisti vogliono tramandarci, con la scena dellarresto. Diversita che
vengono stigmatizzate nelle tre diverse frasi con cui Cristo giustifica il fatto di essere
arrestato:
Questo
eavvenuto perche si compia quello che hanno detto i profeti nella Bibbia
(Marco?)
Questa
e lora vostra, ora si scatena il potere delle tenebre (Luca)
Bisogna che
io beva il calice di dolore che il Padre mi ha preparato. (Giovanni)
In Matteo
e Marco, Cristo e un uomo con la paura delluomo di fronte alla morte che
comunque accetta di immolarsi in sacrificio per la salvezza dellumanita.
In Luca Cristo e leroe della tragedia greca, figlio della Luce, che viene assistito da un angelo. E ancora capace di miracoli e potrebbe quindi salvarsi, ma alla fine si lascia travolgere dal destino e soccombe infine al potere delle tenebre. Il conflitto tra le tenebre e la luce si e sviluppato in lui fino a farlo sudare sangue
In
Giovanni invece Cristo e il figlio di Dio, che come tale accetta serenamente di
affrontare la prova che il padre gli ha preparato.
Tre
racconti diversi quindi, per tre immagini diverse del Cristo di fronte alla prova suprema
della morte. Ma come è andata veramente? Per rispondere si dovrebbe verificare quale è
lo sviluppo più verosimile. Si finirebbe come ho detto in mille congetture, in mille
ipotesi suffragate o meno da documenti, da conferme o smentite nele opere dei padri della
chiesa.
Il dato
sul quale si può convenire a priori, (ed è lunico che ci interessa ai fini dela
nostra riflessione), e che Cristo non
si e opposto allarresto, accettando quindi la condanna a morte. Che senso ha
questo per la storia della umanita e per la mia storia individuale?. Se questo è il
dato storico, qualè il messaggio che se ne ricava?
E il Verbo si fece
carne, perchè luomo riconoscesse che non è lessere carne la sua essenza di
uomo, ma lessere figlio di Dio.
La dimensione
quindi delluomo è qella dellimmortalità dei figli di Dio, preceduta da un
periodo più o meno breve vissuto nella carne.
Con Maritain si
può parlare di Umanesimo dellIncarnazione perchè lintuizione di Cristo
riporta luomo alla pienezza della sua umanità. Ma è linutizione, o
lincarnazione come fatto salvifico che riporta luomo alla pienezza della sua
umanità? E la verità, cioè la conoscenza della propria essenza immortale che
salva luomo, o è la grazia come fatto esterno, entrata nella storia con
lincarnazione in Palestina durante il regno di Erode, e che entra in ognuno di noi
con la stessa casualità, in un momento qualsiasi della nostra storia?
Per Maritain
lumanesimo è trascendente luomo non raggiunte la sua perfezione che
soprannaturalmente, egli non cresce se non sulla croce, lumanità del mediatore
rende possibile per luomo un umanesimo che abbia per fine Dio.
Ma la rivelazione
di Cristo riguarda il padre mio e padre vostro, il Dio mio e Dio vostro. Cristo è il
primogenito che parla a questo modo ai suo fratelli, nelle sue parole cè la
scoperta alla quale è giunto (per intuizione propria o rivleazione del Padre non fa
differenza). Il primogenito non ha compiuto qualcosa che ha reso possibile la rivelazione,
lha solo evidenziata.
I fratelli gli sono
grati perchè ha rivelato loro chi sia veramente il loro padre. Ma ora che lo sanno, il
rapporto che instaurano con il padre è un rapporto individuale, dognuno per conto
proprio. Non cè più alcun bisogno di passare attraverso il primogenito.
Concludendo la sua
prima lettera Giovanni scrive noi sappiamo che il Figlio di Dio è venuto e ci ha
inseganto a conoscere il vero Dio. Noi siamo uniti a lui e a Gesù Cristo suo figlio.
E lui il vero Dio, è lui la vita eterna. Lelemento nuovo del nostro
modo di essere, è quello di essere uniti al Dio della vita eterna (ed anche al figlio, ma
non tramite il figlio, che ci è invece servito per la conoscenza!).
Alla luce di queste
interpretazione appaiono chiari anche i concetti espressi precedentemente nella lettera, e
che sembrano in contrasto con questa affermaczione conclusiva. Il contrasto, a mio avviso
deriva dal fatto che si è voluto inserire la precisazione che Il Figlio di Dio è
quel Gesù che è stato battezzato in acqua ed ha versato il sangue sulla croce e
poi riferire al Gesù-figlio di Dio tutto quello che Giovanni riferiva
alluomo-figlio di Dio.
Allora
laffermazione che chi è unito al Figlio ha la vita, chi non è unito al
figlio di Dio non ha neppure la vita, che contrasterebbe con laffermazione è
il vero Dio che ha la vita eterna, dovrebbe essere letta nel senso che chi è
unito come Figlio ha la vita, chi non si sente unito come Figlio di Dio non ha neppure la
vita.
Ora so, perchè il
primogenito me lha rivelato. Pensavo di essere soltanto un animale della specie
degli uomini, polvere per la polvere come ogni animale, ho scoperto invece, perchè mi è
stato rivelato che sono figlio di Dio, ed in quanto tale immortale. Ho scoperto, direbbe
ancora Maritain lumanesimo soprannaturale, ma non in quanto luomo sia doppio,
di carne mortale e di spirito immaortale, ma perchè luomo è uno spirito immortale
incarnato in un corpo mortale.
Cerano
nellEden lalbero della conoscenza e lalbero dellimmortalità. Eva
ha colto per luomo il frutto della conoscenza, Cristo ha colto il frutto
dellimmortalità.
Attraverso la donna
nellatto della procreazione luomo scopre la sua corporalità la sua
individualità e quindi la mortalità del proprio corpo, nellintuizione
dellincarnazione dello Spirito in lui, luomo scopre la propria spiritualità e
quindi la propria immortalità.
Cap. 4 - La resurrezione.
Storico? Ma cosa cè veramente di storico nella vita di
Cristo? Abbiamo elementi sufficienti per dire che è morto in croce? E soprattutto abbiamo
elementi per dire che è veramente risorto?
Lanalisi dei
Vangeli a proposito della Resurrezione porta in effetti a risultati sconcertanti.
Vi hanno insegnato
prima di tutto, scrive Paolo ai Corinzi (1.15.3) che Cristo è morto per i nostri peccati,
come è scritto nella Bibbia, che fu sepolto ed è resuscitato, come è scritto nella
Bibbia, che apparve a Pietro e quindi ai dodici.
In questa citazione
è evidente, quasi assillante, la volontà di ricostruire il racconto della vita di Cristo
in conformità a quanto già anticipato nella Bibbia.
Ciò che più
interessa a Paolo è la ricostruzione della resurrezione perché questa è per lui la
chiave di volta del cristianesimo: se Cristo non è resuscitato la vostra fede è
unillusione, perché sul fondamento della risurrezione di Cristo si può costruire la verità della risurrezione
dei corpi nella quale credono i farisei, e Paolo era uno di loro. Ma ben altro è il
fondamento del cristianesimo che la possibilità della resurrezione dei corpi. Per
affermare la verità della vita eterna, predicata da Cristo, non era necessario costruire
levento della sua risurrezione.
Che la resurrezione
sia un evento costruito è dimostrato se non altro da come è stato mal costruito. È
forse lepisodio nel quale gli evangelisti sono più discordanti tra loro, mentre
invece avrebbe dovuto essere di tale rilevanza da restare impresso in maniera indelebile
nella loro memoria, fin nei minimi particolari e invece...
Lunico
elemento su cui concordano è che si era nel giorno dopo il sabato o comunque il primo
giorno della settimana. Per Giovanni, è la sola Maria Maddalena che di buon mattino, quando era ancora buio, si
reca al sepolcro e vede che la pietra era stata ribaltata. Per Luca cerano più
donne e non solo la Maddalena. Matteo infatti precisa che si trattava della Maddalena e
dellaltra Maria. Marco infine ricorda che erano tre le donne che al
levar del sole si recarono al sepolcro: Maria Maddalena, Maria madre di Giacono e Maria
Salomè.
Queste tre donne,
prosegue Marco, mentre andavano dicevano tra loro: Chi ci farà rotolar via la
pietra che è davanti alla porta? Ma quando arrivarono, guardarono e videro che la
grossa pietra molto pesante era già stata spostata. Anche per Giovanni e per Luca la
pietra era già stata spostata.
Per Matteo invece,
mentre la Maddalena e laltra Maria si avvicinavano improvvisamente ci fu un
terremoto, un angelo del Signore scese dal cielo, fece rotolare la grossa pietra e si
sedette sopra. Come mai gli altri tre si dimenticano di un particolare così
importante e ad effetto?
La Maddalena di
Giovanni che era sola, al vedere la pietra rimossa, ebbe paura e tornò indietro di corsa
a dare la notizia a Pietro e Giovanni. Le donne di Luca invece entrarono nel
sepolcro ma non trovarono il corpo del Signore Gesù e allora se ne stavano lì
senza sapere che cosa fare, quando apparvero loro due uomini con vesti splendenti che
dissero loro: Perché cercate tra i morti colui che è vivo.
Per Matteo al contrario è langelo (uno solo)
che ha fatto rotolare la pietra e vi si è
seduto sopra a dire: Non è qui è risorto, come aveva detto. Per Marco infine
lannuncio della resurrezione alle tre donne è stato fatto da un giovane vestito
duna veste bianca, dentro al sepolcro, ed è talmente sicuro del
particolare da poter precisare che il giovane era
seduto a destra.
Matteo conclude il
racconto dicendo che le tre donne, spaventate ma piene di gioia, andarono di corsa a
portare la notizia ai discepoli. Così fecero anche le donne di Luca.
Le donne del
racconto di Marco invece non dissero niente a nessuno perché avevano paura.
Poi però anche Marco aggiunge che in
mattinata Gesù si fece vedere a Maria Maddalena la quale andò dai discepoli e portò la
notizia che Gesù era vivo e lei laveva visto. Ma essi non le credettero.
Anche la Maddalena
di Matteo (non da sola però ma assieme allaltra Maria), mentre tornava a dire ai discepoli della tomba vuota, si incontrò con
Gesù che disse loro: Salve.
Mentre i discepoli
di Marco non credettero alla Maddalena, e Matteo non riporta nessuna particolare reazione
immediata, Luca precisa che Pietro si alzò e corse al sepolcro e vide solo le bende usate
per la sepoltura. Più complesso il racconto di Giovanni per il quale la Maddalena era
tornata indietro appena aveva visto il sepolcro aperto. Alla notizia avevano preso a
correre verso il sepolcro sia Pietro che Giovanni. Questultimo, che era il più
giovane, correva di più, lo seguiva Pietro e infine veniva la Maddalena. Giovanni appena
arrivato vide le bende per terra ma non entrò. Arrivò anche Pietro che entrò vide le
bende per terra e il sudario che gli era stato posto sul capo, non per terra con le
bende, ma piegato in un luogo a parte. Quando arrivò infine anche la Maddalena, si chinò
soltanto in lacrime verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti seduti luno
dalla parte del capo e laltro dei piedi dove era stato posto il corpo di Gesù.
Poi anche lei si voltò indietro e vide che Gesù
stava lì in piedi, ma non sapeva che era Gesù, laveva preso anzi per il custode del giardino e lo riconobbe
soltanto quando lui la chiamo: Maria!
Dopo questa
ricostruzione sinottica e difficile non pensare che si tratta di ricostruzioni di
fantasia.
Gli Ebrei ed in particolare la setta dei Farisei
(e quindi Paolo che era un Fariseo) credeva nella resurrezione e nel giudizio finale. È
logico supporre quindi che gli avvenimenti della vita di Cristo siano stati forzati, con una appendice dopo la morte, per
diffondere la credenza nella resurrezione. E non è un caso che Cristo sia stato sepolto
proprio nel sepolcro di Giuseppe dArimatea uno dei più influenti dei Farisei e
quindi uno dei più convinti assertori della resurrezione dei corpi.
Ma è possibile che
sia stato tutto inventato? A mio avviso direi di no, penso che ci siano due elementi di
verità, sui quali è stato costruito il racconto.
Si può dire sia
vero che non si è trovato il corpo, e in secondo luogo che Cristo è stato sentito e
visto da morto.
Per la scomparsa
del cadavere si potrebbe pensare sia stato lo
stesso Giuseppe dArimatea a trafugarlo, utilizzando il fatto per fare proseliti alla
sua idea della resurrezione. Oppure si può credere sia stato un miracolo come quello della resurrezione di
Lazzaro. Mi pare tuttavia secondario il sapere come sia potuto avvenire che non si trovò
il corpo i Cristo. Il fatto significativo e importante, fu che Cristo fu visto e sentito
dopo morto. Perchè era risorto? No, direi più semplicemtne perché, come tutti gli
uomini, non era morto ma era in una altra dimensione dalla quale non ci si può
normalmente mettere in contatto con chi è nella dimensione della vita del corpo.
Normalmente! Ma non
è impossibile pensare che la cosa sia riuscita, eccezionalmente o miracolosamente, a chi aveva dedicato tutta la vita a convincere
gli altri che cera veramente la dimensione della vita eterna.
Il fatto avrebbe
contribuito a confermare il messaggio sulla possibilità per luomo duna vita
eterna che Cristo sera impegnato a predicare da vivo.
Ma
nellinterpretazione di Paolo, il messaggio sulla vita eterna si è trasformato nella conferma della sua credenza sulla resurrezione dei
corpi. Da qui la necessità di adattare il racconto perchè nella resurrezione di Cristo
trovasse conferma lidea della resurrezione dei corpi.
Continuando a
pensare alla veridicità del racconto della resurrezione mi sono ritrovato a considerare
che ci sono due paradossi di fondo che ci accompagnano nellapproccio al Vangelo dai quali deriva la serie di conseguenti
forzature nellinterpretazione. Il primo, come ho già avuto modo di dire, è quello
di considerare il Vangelo lultimo dei libri della Bibbia, mentre invece la
rivelazione di Cristo si stacca nettamente da quanto era stato detto precedentemente. La
novella è rivoluzionaria, e come ogni rivoluzione anche
quella introdotto dal Vangelo rompe con tutto ciò che precedentemente era stato detto e
scoperto.
Il messaggio
rivoluzionario è che il senso della vita dellindividuo è nelleternità.
Il secondo
paradosso è che gli evangelisti, questa novità rivoluzionaria cercano in ogni modo di
annacquarla sforzandosi di costruire un sistema di pensiero che spieghi il mondo,
piuttosto che leternità.
Nellesistenza delleternità si cerca
una giustificazione per un particolare modo di vivere il tempo, invece di pensare che il
tempo si annulla di fronte alleternità.
Questi due
paradossi sono particolarmente evidenti nella ricostruzione della resurrezione, sulla
quale sento la necessità di tornare.
Pietro, Giovanni e
la Maddalena sono al sepolcro a constatare che è vuoto e il cronista commenta non
conoscevano infatti ancora la scrittura che egli doveva risuscitare di morti. Nel
Vangelo si deve compiere la scrittura, e secondo la scrittura Cristo avrebbe dovuto
tornare dal mondo dei morti a quello dei vivi. Ma la rivelazione è proprio che non
cè nessun ritorno perché non cè nessuna morte dalla quale ritornare.
Cè soltanto che, per tutti gli uomini, come per Lazzaro, il fatto che chi è
morto vive.
Se chi è morto
vive la vera vita, ricongiunto al Padre, perché dovresti distoglierlo per
farlo tornare alla vita del corpo? Se la rivelazione di Cristo è che per ogni individuo
la vita vera è quella eterna oltre il corpo, senza il corpo, dopo il breve momento
passato con il corpo, perché inventare, contro ogni logica che ci sarà un ritorno al
corpo?
Perché, come dice
Paolo, se Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra fede. Certo! Se per la fede
intendiamo il fondamento della comunità cristiana. Una chiesa per esistere ha bisogno dei
corpi sul quali esercitare il proprio potere. Una rivelazione per la quale i corpi non
hanno senso se non come involucri momentanei dun contenuto che senza alcuna
mediazione è già in rapporto con lEsistenza e con lEternità, non può
costituire il fondamento duna chiesa come gerarchia di intermediari.
E allora la
rivelazione viene adattare ai propri fini facendo in modo che da un lato confermi quanto
anticipato dalla Bibbia, dallaltro facendo sì
che giustifichi la struttura della chiesa.
Si ha così
limpressione che Cristo sia risorto
quasi si fosse dimenticato di dire qualcosa di importante ed abbia ottenuto di tornare un
momento tra i suoi per finire il discorso e per proclamare che: a quelli ai quali
rimettete i peccati sono rimessi, a quelli ai quali li ritenete sono ritenuti.
Tutto inventato
allora il racconto della resurrezione? Credo di no, a mio parere forse è possibile
risalire ad una ricostruzione credibile dei fatti. La tomba viene ritrovata vuota, come
vuota resta quella di Lazzaro dopo il miracolo della sua resurrezione. Ma il miracolo
della resurrezione di Lazzaro, come ho già detto, si spiega solo come dimostrazione e
rappresentazione della verità che chi è morto vive. La morte non cè,
e infatti Lazzaro vive. La morte non
cè e infatti il cadavere di Cristo non cè, perché Lazzaro morto è come se
fosse vivo, e quindi il cadavere è come se non ci fosse.
Chi è morto
infatti vive in una nuova dimensione senza corpo e per confermare questa verità Cristo
appare nella nuova dimensione. Non è la dimensione del corpo, e infatti nessuno lo
riconosce. La Maddalena si rende conto che si tratta di Cristo solo quando questi la
chiama per nome. Vede Gesù che stava lì ma non sapeva che era Gesù.
Quello che si
rivela ai discepoli è un Gesù che non ha il volto di Gesù, riconoscibile soltanto
perché ha le ferite nelle mani e nel costato. Ma la cosa appare normale tantè che
Tommaso che non crede ai suoi colleghi non dice crederò quando lo vedo di
persona, ma crederò quando vedrò nelle sue mani il segno dei chiodi.
E come se
andassi ad annunciare a qualcuno che un amico creduto morto perchè ucciso con un colpo di pistola, è invece ancora vivo.
Quello, incredulo, non mi dice che crederà soltanto alla vista dellamico ancora in
vita, ma soltanto quando potrà constatare il foro della pallottola! Cosa centrano i
fori dei chiodi, rispetto al riconoscimento del Cristo da parte duna persona in
familiarità con lui, dun suo discepolo?
Tutto questo ha un
senso soltanto se la rappresentazione mira a spiegare lidea della vita eterna. Colui
che è nella nuova dimensione senza corpo non può essere riconosciuto evidentemente
attraverso i segni fisionomici del corpo, ma solo attraverso i segni che la vita con il
corpo ha lasciato e che restano a caratterizzare lindividualità della vita senza il
corpo.
Questa potrebbe
essere la spiegazione e in questa prospettiva anche unaltra frase dello stesso
contesto, che è stata interpretata in tanti modi potrebbe trovare un senso compiuto.
La Maddalena
vorrebbe toccare il risorto ma questi la ferma e le dice non mi toccare, perché
sono asceso al Padre, ma va dai miei fratelli e di loro che sono asceso al Padre mio e
Padre nostro, Dio mio e Dio vostro.
Nella mia
interpretazione ho tolto un non. per cui il non sono asceso al cielo
della versione canonica diventa sono asceso al cielo. Forse loperazione
non è legittima, va comunque ricordato che la frase è riportata con molte varianti nei
diversi codici e che il non serve soltanto a confermare la verità della
scrittura per la quale è salito al cielo il terzo giorno. Il che evidentemente è un
assurdo non fosse altro perché parlare di tre giorni in una dimensione teologica è un
nonsenso che si giustifica solo con il paradosso di voler dimostrare ad ogni costo il
compiersi delle Scritture.
Senza il
non mi pare invece che tutto diventi chiaro, come chiaro è il messaggio che
Cristo morto vuole lasciare a Maddalena. Ho fatto ancora un miracolo, sembra voler dire,
quello di far scomparire il mio corpo, perché vi rendiate conto che non sono io quel
corpo, come il corpo di un defunto non è il defunto. Io, come ognuno che muore, sono
salito al padre. E allora va, dì agli altri uomini che anche loro, come miei fratelli
seguiranno la mia stessa sorte, la sorte dei figli di Dio, e dopo morti saliranno al
Padre.
E qui il Cristo che
riappare da morto fa una sottolineatura per la quale valeva la pena veramente fosse
riapparso. Il Padre mio e Padre vostro, il Dio mio e Dio nostro. Più chiaro
di così! Tutto quello che ha detto riferito al Padre suo, si riferisce al Padre di ognuno
degli uomini, del quale quindi lui è figlio alla stessa stregua di ognuno degli uomini.
Quando parla quindi
dellascesa al Padre parla dellascesa sua come di quella di ogni uomo, che
muore in un corpo destinato a sparire ma che vive nellEternità del Padre. Un corpo
che finisce come esistente per restare nellEsistenza.
Stano il fatto che
non tutti raccontino le stesse parabole e che le parabole non siano raccontate da tutti? O
strano quelluomo nel deserto che camminava lesto e non avanzava dun passo? Lo
vedevo muovere
la bocca come se stesso parlando ma non mi arrivava nessun suono, nessuna parola.
Sentivo una gran pena per lui che camminava senza muoversi che parlava senza farsi udire,
e mi svegliai con langoscia di quella pena.
Era da poco passata
la mezzanotte. Mi risultava sempre difficile dormire la prima notte in un letto nuovo. Con
la speranza di riprendere sonno mi ritrovai a pensare alle parabole.
Perchè tante parabole? La spiegazione
lavrebbe data Gesù e viene riportata, con qualche variante significativa, dai tre
evangelisti. "Parlo a loro in parabole, perchè loro non vedono e non sentono. Voi
invece vedete e sentite. E venuta infatti la luce. Nessuno accende una lampada per
poi metterla sotto il letto
Cè la verità
e ci sono le parabole, dice Gesù, ma la storia del cristianesimo sembra sia la storia di
un impegno costante e continuo per nascondere in parabole, anche la verità che era stata
rivelata. Ciò che non velano le parabole, viene velato dalla loro interpretazione.
Si è assunto infatti
a priori ed arbitrariamente che la
rivelazione riguardi un uomo sempre in procinto di peccare, che tuttavia ha la fortuna
davere un padre, sempre disponibile al perdono. Così profondamente buono da essere
profondamente ingiusto, come appunto nella
parabola del figliol prodigo.
A chi infatti,
ascoltanto il racconto della parabola, non è capitato di sentirsi, offeso e stizzito, nei
panni del figlio ubbidiente, al quale non viene concesso neppure un capretto per fare
festa, mentre per festeggiare il ritorno di quello prodigo, viene sacrificato il vitello
migliore?
Ma il senso della
parabola può essere un altro.
Cerano due
fratelli, luno che aveva deciso di vivere nel solco della tradizione, laltro
che aveva deciso di mettersi in gioco, di rischiare, di fare una vita diversa. Gli era
andata male. Nel rischio, era fallito. Aveva dovuto rassegnarsi a tornare dal padre: al
punto di partenza. Ma il padre, giustamente, non lo sta neppure a sentire, quando gli dice
che riconosce davere sbagliato.
Linseguire un sogno,pare voglia dire quel
padre, non è stato uno sbaglio, ma un
comportamento valido in sè, indipendentemente dai risultati, che va premiato,
indipendentemente dagli esiti.
La parabola riguarda
il rapporto con la vita, non con il peccato. E in questa ottica il comportamento del padre
è tuttaltro che ingiusto.
Come dice Pessoa:
"Alcuni hanno un grande sogno nella vita e mancano a quel sogno. Altri non hanno
nella vita nessun sogno, e mancano anche a quel sogno"
Per il Vangelo la
discriminante è il sogno, non il peccato!
Anche il mio
ritirarmi a riflettere da sola in montagna era in qualche modo il tentativo di rincorrere
un sogno.
Ci sono parabole
nel Vangelo che hanno dellassurdo. Come quella del padrone che aveva piantato una vigna e vi aveva messo dei fattori che non lo
volevano pagare.
Un uomo piantò una vigna, racconta Luca, poi
laffittò ad alcuni contadini e se ne andò lontano per lungo tempo. Secondo Marco e
Matteo non laveva piantata soltanto, ma laveva circondata con una siepe, vi
aveva scavata una buca per il torchio delluva e vi aveva costruito una torretta di
guardia.
Quando fu vicino il
tempo della vendemmia, mandò dai contadini il suo servo per ritirare la sua parte di
raccolto. Per Matteo di servi ne aveva mandato più duno, e contadini li presero e
uno lo bastonarono, un altro lo uccisero e un terzo lo colpirono con le pietre. Per gli
altri evangelisti lunico servo fu bastonato e mandato indietro senza dargli niente.
Allora il padrone mandò un altro servo, che i contadini accolsero a parolacce, lo
bastonarono, (Marco precisa che gli diedero botte in testa), e lo rimandarono indietro
senza dargli niente. Per Matteo anche la
seconda volta i servi erano più duno anzi erano più numerosi che la prima volta ma
furono trattati allo stesso modo.
Il padrone mandò un servo per la terza volta, ma i
contadini ferirono anche lui e lo buttarono fuori. Secondo Marco invece lo uccisero e il
padrone insistette ancora a mandare molti altri servi che furono ugualmente bastonati o
uccisi.
Alla fine al povero padrone era rimasto solo suo
figlio. Pensò bene di mandare anche lui, confidando che i contadini avrebbero avuto rispetto di suo figlio. Una decisione
evidentemente senza senso. Infatti i contadini vedendo il figlio pensarono che eliminato
lui, avrebbero eliminato lerede della vigna, e che avrebbero quindi ereditato il
podere. Non ci pensarono due volte ad ucciderlo ed a buttarlo fuori della vigna, come dice
Marco, o a buttarlo fuori della vigna ed ucciderlo, come invece precisano gli altri due.
A questo punto del racconto Gesù si fa una domanda
retorica. Che cosa farà dunque il padrone della vigna con quei contadini? E si risponde,
certamente egli verrà e ucciderà quei contadini e darà la vigna ad altre persone. Per
Matteo furono i presenti a dare la risposta. Comunque a commento, come la morale nelle
favole, per tutti e tre gli evangelisti Gesù aggiunse: Non avete mai letto quel che
dice la Bibbia? La pietra che i costruttori hanno rifiutato è diventata la pietra più
importante Per Marco e Matteo ha anche aggiunto Questo è opera del Signore ed
è una meraviglia per i nostri occhi. Per Luca invece avrebbe aggiunto che
Chiunque cadrà su quella pietra si sfracellerà e colui sul quale essa cadrà
rimarrà schiacciato.
A conclusione tutti e tre gli evangelisti concordano
nellaffermare che i maestri della legge, i farisei e i capi dei sacerdoti, o più
semplicemente i capi degli Ebrei come dice Marco, aveva raccontato questa parabola
riferendosi a loro, e cercavano quindi un modo per arrestarlo.
La conclusione dovrebbe servire a capire come è
stata costruito il racconto della parabola. Quando fu scritta, nel corso della
predicazione sulla morte di Cristo, si poteva pensare che gli Ebrei vi vedessero
lallusione alluccisione del figlio del Padre. Ma nel contesto della
predicazione, quando non si conoscevano quali sarebbero stati gli sviluppi della vita di
Gesù, per quale motivo i capi degli Ebrei avrebbero potuto ritrovarsi in quei contadini
omicidi? Mi pare invece impossibile che nessuno dalla folla si sia levato a segnalare
limbecillità di quel padrone.
Chi dopo aver perso tutti quei servi, avrebbe
mandato anche il figlio? Ma la parabola viene interpretata come un allegoria di Dio che
dopo aver mandato tanti profeti, manda anche il figlio. Nella parabola tuttavia il Padre,
finalmente arrabbiato, uccide i contadini e dà la vigna ad altri. Nella realtà, invece
della predicazione del Vangelo, il Padre, proprio attraverso il sacrificio del figlio si
sarebbe riconciliato con i contadini.
Una parabola assurda, per trasmettere un messaggio
ancora più assurdo. A meno che la seconda parte non sia stata malamente ricostruita a
fini didattici.
La parabola viene riportata anche nel Vangelo di
Tommaso. Dopo aver raccontato dei contadini che hanno ucciso il figlio, in questa
versione, si aggiunge la frase chi ha orecchie per intendere intenda, che non
spiega niente, ma aumenta lidea di qualcosa di poco chiaro.
Se non avesse dovuto in qualche modo spiegare la
morte del figlio, la parabola avrebbe potuto avere un esito completamente diverso.
I servi, o i sensali, come li chiama Tommaso, non
erano riusciti a fare capire ai contadini la coincidenza dinteressi tra padrone e
contadini sulla vigna. Solo quando è arrivato il figlio e invece che limitarsi a
riscuotere la parte si è fermato a lavorare con i contadini, questi hanno capito il loro
rapporto con il padre. Se con loro cera il figlio del Padrone, in qualche modo anche
per loro il padrone diventava Padre.
Luomo, la pietra, che dallEden era stata
rifiutata da Dio, diventava ora la pietra più importante della creazione, la pietra nella
quale si giustifica la costruzione del creato.
Forse era questa la parabola nella versione
originale, ma poi la si è dovuta piegare a spiegare che luomo ha ucciso anche il
figlio (meritandosi con questo omicidio la salvezza!). È diventata così una parabola
assurda per cercare di spiegare qualcosa di ancora più assurdo.
In principio Dio
creò il cielo e la terra. Cosi comincia la Bibbia nel primo libro della Genesi. Ma
in principio, prima di creare, Dio che cosa faceva? Che cosa cera prima della
creazione? Dio disse: Sia la luce E la luce fu. Ma prima della luce che cosa
cera? La notte nella quale non si vedono le cose ma le cose ci sono o la notte del
nulla. E nella notte del nulla allora, Dio che cosa ci faceva? O forse era Dio lo stesso
nulla!
In effetti
se creare e fare dal nulla, solo il nulla puo creare. Oppure qualcosa o
qualcuno che conviveva con il vuoto del nulla e ad un certo punto ha deciso di riempirlo.
Dio, appunto! Ma che cosa si deve intendere con la parola
Dio? Quando dico sasso, foglia, so a che cosa mi riferisco. Anche
quando dico amore, odio, seppure con meno precisione, so a che cosa mi riferisco. Ma
quando dico Dio, a che cosa mi riferisco? La Bibbia da per scontato che io lo sappia, e
come se fosse tutto scontato quello che precede comincia
dicendo che in principio Dio creo il cielo e la terra.
Ma non
e affatto scontato!
Lo capisce
anche Giovanni lEvangelista che aprendo
il suo Vangelo propone una risposta. In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e
il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio, tutto e stato fatto per mezzo di
lui e senza di lui niente e stato fatto di tutto cio che esiste.
La chiave
del mistero iniziale e quindi il Verbo. Logos in greco, che era con Dio ed era Dio e
per mezzo di quale Dio ha creato il cielo e la terra. Leggendo Giovanni si ha
limpressione che se fosse possibile capire che cosa si intende con il Verbo, sarebbe
poi facile risalire a che cosa si intende con Dio.
In Dio,
dice Giovanni, cera la parola per mezzo della quale e stato fatto tutto
cio che esiste. Cerano quindi le parole delle cose, prima che lo cose
esistessero, e queste parole erano raccolte e sintetizzate in una La Parola
che era in Dio ed era Dio. Chiedendo una metafora allinformatica, si potrebbe dire
che cerano le parole del programma dogni cosa, in una costruzione ad albero
che si sviluppava da una parola chiave, la Parola. Le parole-programma non erano scritte
da nessuna parte, erano un pensiero, il pensiero di Dio. Posso immaginare che esista il
mio pensiero senza di me? E possibile! Con la fantasia il pensiero si muove
indipendentemente dal corpo. Nel sogno il pensiero mostra di muoversi indipendentemente
dalla persona che sogna. E credibile quindi che il pensiero possa sopravvivere al
corpo indipendentemente da questo. Allo stesso modo e possibile immaginare che il
pensiero possa preesistere al corpo. Nel caso delluomo il dubbio su un pensiero
preesistente al corpo puo venire dal fatto che il pensiero si sviluppa attraverso
lesperienza fatta con i sensi del corpo. Ma in assoluto che ci possa essere stato un
pensiero, unidea del mondo, prima che il mondo esistesse, mi pare accettabile. Sotto
il profilo logico, e credibile. Dire che questo pensiero era in Dio ed era Dio,
significa dare una spiegazione di che cose Dio.
Con la necessita delluomo di dare contorni spaziotemporali ad un
concetto, intuita la possibilita dun Pensiero-Dio, cadiamo nellequivoco
di pensare che ci sia stato un prima del Pensiero e un dopo del Mondo e un dopo ancora di
nuovo senza il mondo. Il Pensiero del mondo, che puo essere pensiero di mille altri
mondi, coesiste invece con il mondo, ne costituisce lanima. Il Pensiero della cosa
e lEsistenza della cosa, che consente a questa di esistere. Ogni esistente
nello spazio e nel tempo, esiste come momento ed espressione duna Esistemza al di
fuori dello spazio e del tempo.
Nel
processo di creazione di questo mondo e avvenuto un fatto singolare (potrebbe essere
avvenuto anche nel processo di creazione di altri mondi, o potrebbero essere avvenuti
fatti ancora piu singolari): uno degli esseri creati in un primo momento ha preso
coscienza di esistere, in un secondo momento ha intuito di essere un momento del
Pensiero-Esistenza e quindi di potervisi ricongiungere conquistando
limmortalita.
Questa
vicenda delluomo viene riportata nel riassunto della genesi sullo sviluppo
delluomo. In un primo momento Dio
plasmo luomo con polvere dal suolo e luomo divenne un essere
vivente. Poi luomo nello sviluppo della sua specie, conquisto la parola,
Dio infatti nel racconto biblico volle vedere come luomo avrebbe dato un nome agli
animali e alle cose. Ma luomo, pur capace di comunicare, non aveva ancora coscienza di se del proprio esistere.
Erano nudi ma non ne provavano vergogna, dice la Bibbia.. Solo piu
avanti luomo arrivo alla ragione, cioe alla capacita di
distinguere il bene dal male. E il passaggio viene riportato nellimmagine
delluomo che mangia del frutto dellalbero del bene e del male, al quale gli
era stato proibito di mangiare.
Luso
della ragione lo porta alla coscienza di sè. Allora si aprirono gli occhi di tutti
e due e si accorsero di essere nudi, Se vi siete accorti di essere nudi, allora
avete mangiato dallalbero dal quale vi avevo comandato di non mangiare!
Ribadira il Signore Dio, che per la prima volta viene sentito con paura, mentre
passeggia nel giardino. Dalla coscienza di sè deriva infatti la coscienza della propria
finitiezza e quindi la paura e langoscia esistenziale.
Ma ora
luomo e un essere che riesce a pensare! Ecco, infatti dice ancora
il Signore-Dio-Idea -Pensiero, luomo e diventato come uno di noi, per la
conoscenza del bene e del male. Con una differenza! Che e mortale! E Dio
fara in modo che resti tale, che non prenda anche dellalbero della vita,
ne mangi e viva sempre.
Luomo pero, continuando nella sua evoluzione, ottiene infine da Dio di poter mangiare anche dellalbero della vita e diventare mortale. Il divieto imposto nel primo libro della Bibbia, viene tolto con lultimo, con il Vangelo
In questo infatti
si racconta di come il Verbo-Pensiero-Dio si sia fatto uomo, dando a quelli che
lhanno accolto il potere di diventare figli di Dio e quindi in quanto tali, di
diventare immortali.
Fuor di
metafora, luomo e pervenuto alla coscienza del proprio esistere, come momento dellEsistenza, pensiero del
Pensiero, In altri termini quindi si e scoperto e riconosciuto figlio
dellEsistenza e del Pensiero e quindi figlio di Dio.
Riconoscendomi come tale, cio che io sono,
come capacita di essere di sentire e di pensare, potra sopravvivere alla
perdita del corpo per continuare a vivere nellEsistenza e nel Pensiero, o (per usare
un termine usuale che a questo punto del ragionamento, dovrebbe essere chiaro a cosa si riferisce) in Dio. In questa
prospettiva appare chiaro anche che cosa si debba intendere con il fatto che alluomo
e stato data la possibilita di diventare figlio di Dio. Non e una
metafora! Lo siamo veramente aggiunge Giovanni nelle Epistole.
Lesistente e una realizzazione spaziotemporale del dna (il termine improprio
serve a chiarire i concetto) dellEsistenza, destinato a ricongiungersi, integrato
nelle implementazioni che gli deriveranno dallaver vissuto lesperienza del mondo.
S.Agostino
per riuscire ad espimere lidea dun Dio infinito presente nel mondo finito
ricorre ad una bellissima metafora. Come se il mare si stendesse ovunque, solo mare
per un immensa infinita di spazio, e tenesse immersa in se una spugna, grande quanto
si vuole, ma finita, quella spugna sarebbe piena, senza dubbio, in ogni sua parte del mare
infinito. Così pensavo la creazione, finita e imbevuta di Te infinito.
Limmagine
che Agostino rapporta alla creazione puo essere riportata anche allindividuo,
immaginando la spugna composta di tante spugne con una loro specifica individualita.
Quando lInfinito si ritira da ognuna, questa, senza lacqua del mare, muore. Ma
linfinito nel periodo che e vissuto nella spugna, ha consentito alla spugna di
realizzare un rapporto con lui, e questo rapporto linfinito lo porta con se,
nellinfinito e per linfinito.
Ma se nel
periodo in cui la spugna ha vissuto dellinfiito, e rimasta imbevuta
delloceano, non ha prodotto nulla che loceano possa portare con se, la sua
esistenza si conclude definitivamente quando loceano labbandona.
Cap. 8
La storia
dellumanità, secondo la Bibbia, ha inizio quando il Signore plasmo
luomo con polvere del suolo e soffio nelle sue narici un alito di vita e
luomo divenne un essere vivente. Il Signore poi prese luomo e lo pose nel
giardino dellEden e gli diede questo comando: dellalbero della conoscenza del
bene e del male non devi mangiare perche quando ne mangiassi certamente moriresti.
Disse anche il Signore, non e bene che luomo sia solo e gli plasmo ogni
sorta di bestie selvatiche.
Luomo dellEden,
allinizio dellevoluzione della specie era come ogni bambino allinizio
della sua evoluzione individuale, Viveva felice un rapporto istintivo con la vita, e con
tutto quello che lo circondava. In rapporto di fiducia, con gli altri esseri viventi, come quella del bambino che non ha paura del
leone, che gioca con il serpente. E infatti impose nomi a tutti ma non trovo un aiuto che gli fosse
simile.
E non poteva essere diversamente.
Come quella del bambino la sua conoscenza era oggettiva, si sentiva un oggetto in mezzo
agli altri oggetti, tra se e gli altri non sentiva un rapporto tra soggetto ed oggetto.
Avrebbe identificato se stesso solo quando avesse individuato un altro simile a se,
in un processo che anche per il bambino giunge in una fase successiva e che la Bibbia
presenta nella immagine di Eva che nasce dalla costola di Adamo.
Allora Dio plasmò con la
costola che aveva tolto alluomo una donna e la condusse alluomo. Allora
luomo disse Questa volta essa e carne della mia carne.
Perchè la genesi avrebbe dovuto
ricorrere alla bizzarra immagine della donna nata dalla costola delluomo? La
bizzarria non e piu tale se pensiamo che con questa immagine si doveva
riprodurre il passaggio dellevoluzione per il quale nella storia dellumanità
come nella storia del bambino si scopre lindividualità. Il bambino avverte di
essere un individuo, scoprendo la propria diversità dagli altri. Allo stesso modo
luomo nella sua evoluzione scoprendo che e carne della mia carne,
riconosce la propria carne, riconosce se stesso. Si ha quindi la scoperta del pensiero
soggettivo. Ma nella sorpresa della diversità luomo non avverte ancora la
diversità come limite e come problema.
Tutti e due erano nudi ma
non ne provavano vergogna. Ci dovrà essere ancora un passaggio importante:
levoluzione verso la ragione ed il pensiero astratto. Dalla scoperta della propria
individualità, e attraverso questa simboleggiata da Eva, luomo arriva alla
conoscenza. Dio sa che quando voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e
diventereste come Dio Anche prima
distingueva il bianco dal nero la notte dal giorno ma adesso sa attribuire una valore
diverso alla notte ed al giorno al bene ed al male.
Appena mangiato pero
si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi
Il serpente aveva promesso che
aprendosi i loro occhi sarebbero diventati come Dio, ed in effetti con la conoscenza i
loro occhi si aprirono ma lunico risultato fu che si accorsero di essere nudi.
Erano nudi anche prima ma non
provavano vergogna perchè non sapevano di esserlo adesso i loro occhi si sono aperti e si
rendono conto di esserlo. Gli occhi invece di aprirsi nella coscienza di essere Dio, come
aveva promesso il serpente si erano aperti nella
coscienza di se e quindi della propria nudità.
Durante questa evoluzione cambia
anche il rapporto delluomo con la divinità. Inizialmente nella felicità
dellEden come il bambino nella felicità del rapporto istintivo con i genitori, il
problema non si pone neppure. Il bambino si sente tuttuno con i genitori e in questa
unità e sicuro e felice. La morte per lui non esiste mancandogli la coscienza del
suo esistere individuale non può avere la coscienza della sua fine.
Solo dopo aver raggiunta la
coscienza di sè (mangiando la mela), scoprendo di essere nudi, allo stesso tempo
udirono il signore Dio che passeggiava nel giardino . La scoperta della
propria soggettività, porta come conseguenza alla scoperta di Dio, e alla scoperta della
propria limitatezza nel tempo (Nel pensiero oggettivo il tempo non esisteva e quindi non
poteva esistere la fine) polvere tu sei ed in polvere ritornerai.
Ma ce ancora un ultimo
passaggio molto importante dice infatti Dio: luomo con la conoscenza del bene e del
male o meglio nella scoperta della coscienza di se e diventato come uno di
noi, con una differenza, che non vive per sempre. A meno che soggiunge non mangi
anche dei frutti dellalbero della vita. E per impedire un tanto vengono messi di
guardia i cherubini,
Cosa si cela in questultima
allegoria? La scoperta della coscienza di se sarebbe stato un avanzamento importante
nellevoluzione delluomo, tale da avvicinarlo a Dio, se nello stesso tempo non
avesse comportato la scoperta della morte. Dio si scopre con un nuovo volto: e colui
che impedisce alluomo di vivere per sempre.
Come lalbero della
conoscenza del bene e del male e in effetti lalbero della coscienza di
se, così lalbero della vita, e lalbero della coscienza del
proprio essere figli di Dio. Dal primo libro del Testamento, la Genesi, allultimo,
il Vangelo, Il Signore ci ha ripensato, ha tolto i cherubini dallalbero della vita,
ma non solo, si e anche incarnato, per spiegare agli uomini come
raggiungere questa coscienza.
Questa e carne della mia
carne ha detto Adamo di fronte ad Eva, riconoscendosi uomo. Questa e carne della mia
carne puo ripetere ora di fronte a Cristo, riconoscendosi figlio di Dio. Il ciclo si
chiude nella ritrovata intimita dellUomo con Dio, lintimita che
esisteva nellEden. Ma lintimita sta nel fatto che il rapporto si
istituisce sul sentimento e non sulla ragione, sullintuizione e non sulla relazione.
Attraverso la ragione
levoluzione delluomo assume una impennata improvvisa, si inizia a misurare in
migliaia di anni quello che prima si misurata in centinaia di migliaia. Luomo era
prima raccoglitore poi come Abele divenne pastore di greggi, con Caino imparo a
lavorare la terra divenne agricoltore lavoratore del suolo. Abele viveva della
terra, Caino invece fu preso ad utilizzare la
terra e fu preso dalla bramosia del possesso. La sua coscienza gli diceva che era giusto
vivere come Abele, Dio gli rimproverava la sua bramosia. Caino tento di togliersi di
mezzo la coscienza, sperando di togliersi di mezzo anche la voce di Dio, e alzò la mano
contro Abele e lo uccise.
Caino fuggiasco tenta di
nascondersi da Dio. Ma il Signore disse Chiunque uccidera Caino subira
la vendetta sette volte, e gli impose un segno perche fosse riconoscibile e
non lo uccidesse chiunque. Dio difende quindi Caino perche questi continui a portare
la sua nuova maledizione che consiste nel fatto che deve abbandonare il lavoro della terra
per diventare costruttore di città.
Nellevoluzione luomo
si aliena ulteriormente nei confronti della natura, non vive della terra ma neppure la
utilizza. Dal settore economico primario e passato a quello secondario della
trasformazione dei prodotti della terra e del terziario o dei servizi con la conseguente
necessita di vivere in un rapporto più stretto nella logica della città.
Ma lo sfruttamento dissennato
delle risorse e lo sviluppo demografico incontrollato, il moltiplicarsi sulla
terra, portano lumanità quasi allestinzione, come viene provato anche
dalle recenti scoperte sulla ricostruzione dellevoluzione della specie attraverso lo
studio del dna.
Una grande carestia (bella
limmagine poetica della trasposizione della siccita nel suo opposto, il
diluvio!), elimina uomini e animali e piante. Si salva solo chi ha scoperto le risorse
naturali del mare. Noe il pescatore che sa costruire larca, ha trovato una
nuova risorsa per il suo sostentamento e si
salva dalla carestia.
Da Noe riprende una nuova
fase dello sviluppo che raggiunge risultati notevoli. Prevale il concetto di unita e
lumanità unita riesce a sfidare Dio costruendo una torre che raggiunge il cielo. Ma
un ultimo passaggio dellevoluzione fa scoprire alluomo la diversità come
valore: ognuno sviluppa un codice di comunicazione valido soltanto allinterno del
suo gruppo e questo porta allo scontro con i gruppi. Nascono diverse lingue, diversi
popoli diverse nazioni in guerra tra loro.
La storia della genesi
dellumanità ha così fine e comincia la storia dellumanità che si sviluppa
in uno scontro continuo tra gli uomini.
Dirai che
e una ossessione! In effetti mi affascina lidea di poter racchiudere tutta la
storia dellumanita nel rapporto delluomo con Dio e con la morte.
La storia delluomo inizia
nel comando iniziale: Dellalbero della conoscenza del bene e del male non devi
mangiare perche quando tu ne mangiassi certamente moriresti. Non e vero
replica il serpente Anzi Dio sa che quando ne mangiaste si aprirebbero i vostri
occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male.
Il paradosso e che avevano
ragione ambedue, o ambedue torto. La verita aveva due aspetti ed ambedue, Dio e il
serpente ne tralasciavano uno, facendo in modo che luomo non capisse la relazione
tra i due aspetti. La verità di Dio avrebbe dovuto essere: perché quando tu ne
mangiassi diventeresti simile a me ma moriresti. Se il problema gli fosse stato
posto in questi termini luomo avrebbe dovuto scegliere tra il vantaggio di diventare
simile a Dio e lo svantaggio di dover morire. Ma non ha dovuto scegliere. Il serpente era
implicito nella propria evoluzione e luomo ha scelto di diventare simile a Dio,
indipendentemente dalle conseguenze che da questa scelta sarebbe derivata.
Ecco luomo e
diventato come uno di noi per la conoscenza del bene e del male, e costretto
ad ammettere Dio. Ma perché non aveva anticipato prima alluomo questa
possibilita? E sulluomo diventato
simile a Dio ora si rovescia la maledizione iniziale: Quando ne mangiassi certamente
moriresti
Ne hai mangiato e sei
diventato simile a Dio come ti aveva detto il serpente, ed ora sei
mortale come ti aveva promesso Dio. Ne valeva la pena? Si perché il morire
non e una conseguenza automatica. Sarebbe bastato andare oltre e dopo aver mangiato
allalbero della conoscenza, mangiare anche allalbero della vita, e luomo
sarebbe diventato simile a Dio ed immortale.
Ma Dio si pone contro luomo.
Mi hai fregato una prima volta non mi lascio fregare la seconda, non ti permetto di
stendere la mano a prendere anche dellalbero della vita ne mangi e viva per
sempre, e pose i cherubini con la spada folgorante per custodire la via
allalbero della vita.
Lalbero delleternità
era a portata di mano. Sarebbe bastato stenderla e cogliere il frutto. Invece ora Dio
se arrabbiato con luomo, ha posto gli angeli ad impedire laccesso
allalbero, e tutto diventa piu difficile.
Ma perche se
arrabbiato? Perche luomo e diventato simile a lui? Non sarebbe un motivo
sufficiente. Anche perche la colpa semmai e di Dio per quella mezza
verita iniziale quando aveva taciuto ad Adamo la possibilita di diventare
simile a lui. Eppoi cosa gli sarebbe costato lasciare che luomo arrivasse anche
allalbero della vita? Perche disturbare i cherubini, condannandoli a fare la
guardia allalbero della vita solo per il gusto di impedire alluomo di
stendere la mano di mangiarne e vivere per sempre.
Lunica spiegazione puo
venire pensando che quel Dio che ce lha con luomo e in effetti una
proiezione di se stesso fatta dalluomo non e quello che In principio Dio
creo... Quello aveva detto Facciamo luomo a nostra immagine e
somiglianza ed aveva creato luomo. Quello che aveva fatto luomo a sua
somiglianza non aveva motivo di arrabbiarsi se luomo era addesso diventato
simile a lui e daltra parte se era gia a sua somiglianza che
cera di nuovo nel fatto che fosse diventato simile a lui?
Credo che la spiegazione sia nel
fatto che levoluzione a cui si riferisce la genesi non e levoluzione
dellessere delluomo, ma levoluzione del sentirsi
delluomo. Anche prima moriva, anche prima somigliava a Dio. Ora, dopo aver mangiato
allalbero della conoscenza, sa di essere simile a Dio, sa di dover morire. Ma tutto
e conseguenza del fatto che ora sa di Dio.
Nella storia
dellumanita come di ogni singolo uomo, ce inizialmente la fase del
mito. Luomo mitizza se stesso e supera la finitudine nel senso che non si pone il
problema della sua fine.
E leta
delEden, del sentimento. Luomo si pasce del mondo e di Dio come si pasce
dellaria che respira a pieni polmoni. Non si chiede perche vive. Vive
soltanto. Dio che crea e in lui creato. Dio sentiva che era solo e gli creava le
bestie, sentiva che era ancora solo e gli creava Eva. Dio sentiva luomo e
luomo non sentiva Dio perche luomo era in Dio. Luomo non si
sentiva simile a Dio perche era in Dio e non sentiva la propria finitezza
perche era infinito in Dio. Il rapporto tra Dio e luomo e viceversa correva
sul filo del sentimento, e nel sentimento e possibile lidentificazione
tra soggetto ed oggetto, luomo si identificava in Dio, viveva della somiglianza di
Dio delleternita di Dio.
Poi ci fu il passaggio della
conoscenza, della ragione, e luomo scopre ad un tempo Dio e la propria limitatezza.
Ho udito il tuo passo nel
giardino, ho avuto paura perche sono nudo, e mi sono nascosto Dio viene
sentito come altro da se, e nella scoperta dellaltro da se, luomo
scopre anche se stesso. Nellaltro da se trasferisce gli elementi di conoscenza
che viene ad acquisire su di se e scopre lessenza del suo dramma: da un lato
si sente simile a Dio dallaltro si sente polvere che deve ritornare in polvere. Ora
Dio diventa il secondo polo nella drammatizzazione della tragedia delluomo. Dio
diventa lelemento che pone i limiti e i vincoli che originano la sofferenza
delluomo, e soprattutto della sofferenza di fondo che deriva dalla consapevolezza
della propria finitudine.
Il problema insuperabile della
propria morte viene drammatizzato nellimmagine di Dio che allerta i cherubini per
impedire si cambi la realtà. Lidea di non riuscire a superare lassoluto della
propria morte diventa la morte imposta dallAssoluto.
E si sviluppa quindi la storia
delluomo che adora Dio sui monti ed in Gerusalemme. Ma ad un certo punto di questa
storia un uomo rivela che e giunto il momento in cui ne su questo monte
ne in Gerusalemme adorerete il Padre... ma i veri adoratori adoreranno il Padre in
spirito e verita Dio non e qualcosa di esterno a cui si attinge nelle
necessita, come lacqua che si attinge al pozzo ma che estingue la sete solo
momentaneamente, Dio e lacqua che nelluomo
diventa sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna.
Luomo che inizialmente aveva Dio in se, attraverso la ragione scoprendo
la propria individualita, ha proiettato Dio al di fuori di se. Ora torna a
scoprire che Dio e in se, nella propria individualita, lacqua che non
lascia piu sete e da la vita eterna.
Sulla via dellalbero della
vita luomo aveva immaginato i cherubini per ordine di Dio, ad impedire
laccesso ora scopre invece di essere egli stesso la via, di avere in se la
via la verita e la vita.
Gesù, dice Renan,
e colui che ha iniziato il mondo ad uno spirito nuovo non un fondatore di dogmi un
fabbricatori di simboli. E invece il cattolicesimo, nei dogmi e nei simboli ha annegato
tutta la grandezza dello spirito nuovo portato da Cristo.
Il simbolo ed il
dogma piu forte nel quale a mio avviso si perde la novita del messaggio di Cristo
e quello del peccato originale.
Dice Paolo ai Romani
(5,18) che uno solo e caduto, Adamo e ha causato la condanna di tutti gli
uomini, così uno solo ha ubbidito, Gesù Cristo, e ci ha ristabiliti nella giusta
relazione con Dio che e fonte di vita per tutti gli uomini. Per la dissubidienza di
un solo, tutti sono risultati peccatori, per lubbidienza di uno solo, tutti sono
accolti da Dio come suoi.
Se interpretiamo Paolo attraverso lo schema dei dogmi e dei
simboli dobbiamo pensare che il primo degli uomini ha commesso un peccato che sarebbe
stato trasmesso a tutta la sua discendenza come un carattere ereditario. Ma come e
possibile? La ragione non riesce ad accettarlo ed allora gli viene imposto come
verita di fede. Ma che peccato? Non e chiaro per cui viene magari da pensare
che sia stato peccato il rapporto con Eva, e che peccaminoso sia ogni rapporto sessuale se
non finalizzato alla procreazione.
E lumanita come
sarebbe stata purificata dal peccato originale? Con un sacrificio: attraverso la morte di
Cristo. Una risposta da religione prmitiva che falsa tutta la carica innovativa del
Vangelo.
Senza i dogmi ed i simboli lo
sviluppo diventa invece logico ed accettabile.
- Che senso puo avere
infatti lereditarieta dun peccato?, e costretto a chiedersi la
persona di buon senso.
- Nessuna. A meno che la
spiegazione non ci venga dalla comprensione di che cosa sia stato veramente il peccato di
Adamo.
La Genesi ci dice che il peccato
e stato di aver mangiato dei frutti dellalbero della conoscenza.
In effetti il primo uomo
nellevoluzione della specie e diventato uomo nel momento in cui ha superato listinto degli animali, nella
capacita di conoscere. Seguire listinto e seguire lunica strada
segnata, sempre la stessa. Conoscere invece e saper distinguere, il bene dal male,
il bianco dal nero, lo zero dalluno, la vita dalla morte.
Conoscere e peccato
perche e sofferenza e morte. E dora in poi tutti gli uomini
soffriranno e moriranno.
- Ma soffrivano e morivano anche
prima, dira qualcuno.
No. Perche e solo
sapendo di soffrire che si soffre, sapendo di morire che si muore. Morivano anche prima,
come muoiono gli animali, ma non potendo distinguere la vita dalla morte non sapevano che
cose la morte e quindi non sapevano di morire.
Quando la Bibbia dice che
luomo e stato condannato a morire perche aveva scoperto la conoscenza,
dice una cosa ovvia, perche luomo conosce la morte solo dal momento in cui
scopre che cose la morte, cosa significa morire in alternativa al vivere. La
scoperta della morte e conseguente alla scoperta della conoscenza.
Continuando sulla stessa linea
interpretativa, luomo si e liberato dal peccato-condanna della morte,
nellintuizione dessere figlio di
Dio e in quanto tale destinato alla vita eterna. Cristo e stato il primo uomo a fare
la scoperta da cui viene la salvezza come Adamo e stato il primo a fare la scoperta
da cui e venuta la condanna.
Se adottiamo lo schema
interpretativo della genesi il peccato originale corrisponderebbe alla scoperta da parte
delluomo della ragione. Se luomo pecca raggiungendo luso della ragione,
e logica lereditarieta nel senso che tutti gli uomini che hanno
luso della ragione sono in peccato.
Ma perche sarebbe peccato la
ragione? Perche allontana luomo dal contatto che aveva con Dio prima di
diventare razionale. Luomo della ragione e un uomo che non sente
Dio, mentre prima lo sentiva.
In questa prospettiva dire che
Cristo ci ha liberati dal peccato originale significa che ci ha permesso di riscoprire Dio
al di la della ragione. E in effetti nella intuizione che siamo figli di Dio emerge la
possibilita di ritrovare Dio al di la e malgrado la ragione.
Cap. 11
Io, figlio di Dio.
Avevo intitolato la
mia precedente riflessione io, figlio di Dio a sottolineare in modo se si
vuole anche provocatorio che, a mio avviso, lessenza della rivelazione evangelica è
che luomo è figlio di Dio.
È una rivelazione
sconvolgente e per certi versi assurda, della quale volevo evidenziare la portata e
cercare il significato autentico. Ma evidentemente non ci sono riuscito. Un mio amico
cattolico convinto infatti, dopo aver letto le mie riflessioni e dispiacendosi con
cristiana compassione dei miei dubbi e delle mie perplessità, conclude un suo appunto a
commento dicendo di non volersi lasciare impigliare in inutili sofismi.
La mia
interpretazione, mi dice, di figlio di Dio è molto semplice e la ricavo
proprio da Giovanni. A quanti (hanno creduto) ha fatto un dono: di diventare figli
di Dio. Allora se è un dono, come per ogni dono è necessario porsi in condizioni di
riceverlo e porsi nellatteggiamento di riconoscenza verso il donatore.
Certo, è vero come
si suol dire che a caval donato non si deve guardare in bocca, ma come si può fare di
fronte ad un regalo così immenso ed eccezionale come quello di poter diventare figli di
Dio, a non chiedersi che cosa in effetti significhi ciò che ci è stato dato? Cosa in
realtà vuol dire essere figli di Dio?
Se provassi ad uscire
nella folla e cominciassi a dichiararmi: Guardate che sono figlio di Dio, ve
limmaginate la reazione? E se mi mettessi davanti allo specchio dicendomi Sono
figlio di Dio cosa potrebbe pensare il mio io, se non che il mio super io è uscito
di senno?.
Eppure tutta
lessenza del Vangelo è in sostanza racchiusa in queste cinque parole: io sono
figlio di Dio.
La mia
interpretazione è molto semplice, dice il mio amico, ma in effetti non tenta
neppure una interpretazione. Ringrazia daver avuto il dono di essere figlio di Dio,
ma non tenta neppure di rendersi conto dellenormità di quello che gli è stato
rivelato.
La rivelazione
infatti non è che saremo figli di Dio in un altro mondo o in una altra dimensione, ma
qui, mentre viviamo la banalità del nostro quotidiano, del mangiare dellandare al
cesso del soffrire di stitichezza o di dissenteria.
Ma veramente,
potrebbe obiettare il mio amico, la rivelazione è unaltra, è che Dio ha fatto
incarnare il suo figlio per sacrificarlo sulla croce e poter così perdonare agli uomini
il peccato compiuto dal loro progenitore Adamo. Da laico sono portato a rispettare
le opinioni di tutti quelli che le condividono con onestà intellettuale, non posso
tuttavia non rilevare lassurdità duna idea per la quale Dio sacrifica il
figlio per poter esercitare un atto di liberalità nei confronti delluomo.
Cera una volta
un re che aveva in odio un popolo perché il capostipite, nella notte dei tempi, aveva
offeso la casa reale. Avrebbe anche voluto perdonare loffesa, il re che in fondo era buono, ma non sapeva come
fare per giustificare la modifica del suo atteggiamento. Finalmente trovò la soluzione:
mandò suo figlio tra il popolo nemico. E questi cosa fecero per ingraziarsi il re? Gli
uccisero il figlio sulla croce. Il re questa volta, invece di aumentare a dismisura la sua
ira contro quel popolo così crudele e incosciente, concluse che in qualche modo
loffesa fatta al figlio uccidendolo aveva compensato loffesa che gli era stata
fatta in passato
È vero che le
logiche dei regnanti non sempre sono comprensibili al popolo, ma questa volta il re della
nostra parabola, ha ragionato in modo assurdo e non solo misterioso. Come è possibile che loffesa che è stata
fatta a me padre, io la consideri lavata dal sangue di mio figlio, ucciso proprio da
quelli che dovevano farsi perdonare da me? Non è assurdo questo modo di chiedere ed
ottenere perdono?
Credo quia absurdum,
direbbe Quintiliano. Credo perché è assurdo. Rinuncio a capire proprio perché riconosco
il tutto come mistero. Così forse direbbe il mio amico. Allo stesso modo però se fosse
nato in Arabia, crederebbe ai misteri della religione maomettana, e a quelli del buddismo
o dellinduismo se fosse nato in India.
Ma cè qualcosa
al di sotto dei misteri che possa essere creduto anche da quelli che non riescono a
credere ai misteri? Cè qualcosa che possa essere creduto su un piano filosofico,
propedeutico a quello teologico, come diceva S.Tommaso? Si può immaginare la ragione al
servizio della fede come la filosofia è ancilla theologiae? Cè qualcosa che,
indipendentemente dal fatto di essere vero o no è almeno credibile?
E su questo piano del
credibile è allora possibile che ci si incontri sia quelli che non sono capaci
dandare oltre sia quelli che hanno il coraggio di abbandonarsi, di lasciarsi andare
nel vuoto del mistero? Io penso di se. Penso che quelli
che ritengono Cristo il figlio di Dio incarnato nel seno di Maria e quelli che lo
ritengono uno o il più grande dei filosofi e dei teologi possano ritrovarsi per esaminare
e discutere assieme, non tanto quanto ha fatto, ma cosa ha veramente detto il Cristo dei
Vangeli.
Se lo facessero, io
credo appunto che non potrebbero non convenire che lelemento centrale e fondamentale
della scoperta-rivelazione è che luomo è figlio di Dio. Convenuto su questo, non
potrebbero non impegnarsi a cercare di capire che cosa abbia veramente voluto dire con
questa affermazione e quali implicazioni abbia questa verità nella storia di ogni uomo.
La lettera del mio
amico ha sconvolto i miei piani di lavoro. Avrei voluto avvicinarmi al problema di fondo
per gradi, ed invece sono entrato di nuovo nel cuore, nel fuoco centrale.
Capire per credere o
credere per capire?
Per i greci la
filosofia era ricerca, indagine razionale alla scoperta della verità. In quanto tale non
poteva non porsi il problema del fine ultimo delluomo, trovando delle risposte come
Platone o Aristotele o fermandosi alla consapevolezza del non sapere di Socrate. Comunque
luomo ed il filosofo greco si ponevano sulla strada della ricerca.
Per Israele invece la
Torah, la rivelazione, viene da Jahvè ed è consegnata alluomo perché vi si
adegui. Non ci deve essere alcuna ricerca ma accettazione. Non filosofia ma fede. Il mio
amico si sente evidentemente nellatteggiamento degli ebrei e crede perché così è
stato rivelato. Non si pone neppure il problema di capire che cosa sia stato rivelato,
latto di fede si giustifica in sé, come accettazione della rivelazione in quanto
tale. Ma in questo modo, considerando il Vangelo lultimo libro della Torah ci si
nega la possibilità di comprendere la novella in quella che è stata la
grande originalità ed assoluta novità.
La Bibbia racconta
(Esodo 19,21) che il Signore disse a Mosè: scendi, scongiura il popolo di non
irrompere verso il signore per vedere, altrimenti ne cadrà una moltitudine.
Avvicinarsi per vedere Dio è un sacrilegio. Dio va accettato attraverso la rivelazione
che ne fa Mosè.
Per Cristo invece,
Dio si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi perchè noi vedessimo la sua
gloria. La novità è che Cristo ha rivelato Dio agli uomini e quindi Dio, seguendo
linterpretazione che ne da Cristo, può essere conosciuto dagli uomini.
Non cè più
lalternativa tra fede e ragione che Pascal sintetizzava nellaffermazione:
la fede è differente dalla dimostrazione: luna è umana, llatra è un
dono di Dio e fa dire non scio ma credo. Se la verità è venuta per mezzo di Cristo
che ha rivelato Dio, ed è venuta attraverso il Verbo che si è fatto carne, tutto questo
non può non voler significare se non che alluomo è stata data la possibilità di
pervenire alla verità su Dio.
Non più la fede
alternativa alla conoscenza ma la fede che nasce dalla conoscenza.
Questo implica la
necessità di rinunciare a considerare il Nuovo testamento come evoluzione del Vecchio e
quindi impone una ricerca per depurare la rivelazione dal contesto culturale nel quale gli
evangelisti e Paolo in particolare hanno voluto immergerla.
La fides ex auditu,
la fede sulla parola (Romani 10,17) e quindi il sapere per fede (Ebrei 11,3) è il modo di
essere del rapporto con Dio affermato da Mosè. Ma da Mosè a Cristo cè un abisso
che lebreo Paolo avverte quando ricorda che da Mosè ci è venuta la legge, da
Cristo la verità, ma che poi cerca di superare ad ogni costo sottolineando che
Cristo è il Messia annunciato nella Bibbia. Labisso tra Cristo e Mosè e proprio
labisso che separa la ragione dalla fede. Abisso che in qualche modo riuscirà a
superare S.Agostino il quale dopo aver affermato: se non puoi capire, credi per
capire, la fede precede e segue lintelletto, giunge alla definizione dun
vero circolo virtuoso tra fede e ragione nel famoso credendo cogitat e cogitando
credit.
La soluzione sta
cioè nel coinvolgere la ragione nellatto di fede, facendo alle stesso tempo un atto
di fede sulle possibilità della ragione.
Facile a dirsi.
Soprattutto tenendo presente che la fede cristiana è sempre più stata compressa e
condizionata in schemi che lhanno sempre più allontanata da una logica razionale. A
forza di concili si è costruito un castello di dogmi sempre più incredibili che cozzano
contro la ragione ed alle volte anche contro il semplice buon senso.
Per questo, anche
nella precedente riflessione avevo proposto la strada del ritorno al Vangelo, anzi quella
del ritorno al nucleo essenziale della rivelazione evangelica.
E la strada di
Pascal. Cercare Dio gemendo per trovarlo nelle vie insegnate del Vangelo.
Il logos
Aprendo la
precedente riflessione sul vangelo di Giovanni che ho intitolato Io, figlio di
Dio, dicevo dellassoluta necessità di capire il prologo per ritrovare la
chiave di interpretazione di tutto il Vangelo.
Resto della stessa
opinione ed anche questa seconda riflessione parte da un tentativo di parafrasi del
prologo, usando come riferimento di base lo studio del prof Fabris. E solo un
tentativo, evidentemente, perché tanti teologici si sono cimentati in questa
interpretazione, arrivando alle più disparate conlusioni. Fra tante ci può stare anche
quella delluomo della strada che non ha la presunzione di sapere ma che
è animato dal desiderio comunque di conoscere.
Come ricorda anche
Fabris il prologo è stato diversamente interpretato non solo nei contenuti ma anche nella
forma. Qualcuno lha ritenuto una sintesi, altri una ouverture che anticipa alcuni
temi, qualcuno ha sostenuto che non poteva essere dello stesso autore dei capitoli
successivi, altri invece che si, anche se poteva essere stato scritto in tempi diversi e
successivi.
Per me è una
specie di summa, quello che oggi è il credo
che si recita a Messa, sintesi delle verità che vengono successivamente rivelate nel
racconto. Forse, proprio come il credo, una sorta di inno a se stante da cantare o
recitare durante la preghiera comune.
Questo conferma
limportanza della sua comprensione: Secondo Giovanni
è la sintesi della rivelazione che Cristo avrebbe fatto agli uomini. E che cosa
avrebbe dunque rivelato?
Che in principio
cera il logos, lidea dellesistente, senza che nulla esistesse.
Lidea dellesistere era con lEsistenza, anzi lidea
dellesistere era lEsistenza. Tutto poi si realizzò per mezzo dellidea
dellesistere e nulla evidentemente si realizzò al di fuori di questa idea.
Lidea dellesistere fu ciò che fece vivere il creato. Ma lidea
dellesistere che per il creato divenne
la forza che lo fece vivere, e fece vivere ogni elemento vivente, per lelemento uomo, divenne anche luce cioè capacità di conoscere, possibilità
di illuminare e quindi di comprendere lesistente.
La capacità di
conoscere non si affermò mai pacificamente nella storia delluomo. Il desiderio di
conoscere si sviluppò in contrasto con linteresse a non conoscere. Luomo
esitò a capire se per lui era preferibile vivere da animale nella tenebra della non
conoscenza o nella luce della conoscenza che diventa sofferenza per la scoperta della
drammaticità della condizione umana.
Alla fine vinse la
luce della conoscenza e la tenebra non lha sopraffatta.
Ci fu un uomo,
circa un secolo prima del momento in cui io Giovanni mi sono messo a raccontare della vita
di Cristo, anche lui di nome Giovanni, che per primo ha capito quali risposte sarebbero
potute venire alluomo dalla luce della conoscenza. Si è però soltanto avvicinato
allintuizione su che cosa significava veramente per luomo la luce della
conoscenza. Ha continuato a pensare da Ebreo che aspetta il Messia che la luce della nuova
conoscenza sarebbe dovuta venire dallesterno, che la luce non era in lui, e che lui
poteva soltanto farne testimonianza.
Dopo di lui, il suo
discepolo Cristo, intuì invece che cera già nel mondo la luce della conoscenza
quella vera che illumina ogni uomo che viene al mondo. Era già nel mondo, era lidea
dellesistere, e il mondo da questa idea si era sviluppato, ma non se ne rendeva
conto. E non se ne rendeva conto neppure luomo che avrebbe dovuto sentire come
propria questa idea, ed accoglierla e svilupparla in tutte le possibili determinazioni.
Quelli però che
seguendo la rivelazione di Cristo, capirono la portata dellintuizione secondo la
quale lidea dellesistere che è in ogni uomo, deriva ed è in relazione con
lEsistenza, come un figlio è in relazione con il padre, ebbero la possibilità di
riconoscersi come figli di Dio.
Luomo allora,
per la rivelazione di Cristo, riconobbe
quindi che la sua importanza non derivava dallessere uno degli elementi del creato
finito, generato dalla volontà di un uomo di sangue e carne, ma dallessere generato
da Dio, e quindi destinato ad essere figlio di Dio nelleternità.
Cristo rivelò
appunto che lidea dellesistente sera incarnata nelluomo entrando a
far parte di lui e facendogli assumere un ruolo ed una prospettiva inusitata come quella
di unigenito del Dio padre, pieno di grazia e
di verità, cioè capace di riconoscere la verità del proprio destino glorioso
allimmortalità.
Giovanni il
Battista era stato il primo a rendersi conto della portata rivoluzionaria
dellintuizione a cui era pervenuto il suo discepolo Cristo. Di lui infatti aveva
detto: questi che ha seguito i miei insegnamenti, non è in verità un mio discepolo ma un
mio maestro, non ha sviluppato soltanto una mia intuizione, dopo di me, al contrario mi ha anticipato con una intuizione che è ben al
di sopra delle conclusioni a cui ero pervenuto io.
Infatti dalla
pienezza della rivelazione del Cristo noi abbiamo ricevuto una grazia immensa perché la
legge ci fu data per mezzo di Mosè, ma la grazia e la verità ci sono state date per
mezzo di Cristo.
E la rivelazione è
appunto che Dio nessuno lha mai visto ma lintuizione e la scoperta della sua
Esistenza si realizza in quanto in ognuno di noi lidea dellesistere, (idea in
un rapporto assoluto, unico ed originale con lEsistenza), ci fa scoprire e sentire
la sua esistenza e il nostro rapporto con Lui.
Cap. 12
Io e gli altri.
Erano già passati
due giorni e Tobia, non sera fatto vedere. Strano comportamento, pensavo. Sapeva che
ero solo, che avrei potuto anche aver bisogno di aiuto. Come avesse letto nel mio
pensiero, o come avesse programmato di presentarsi solo alla fine del secondo giorno, per
mettermi alla prova, arrivò infine, mentre mi divertivo a guardare i giochi degli ultimi
raggi del sole con le prime ombre della sera.
Sera seduto
accanto a me e mi aveva chiesto se mero sentito solo. Su quella domanda eravamo
finiti a parlare della solitudine
Siamo noi ad
avere bisogno degli altri, mentre non siamo mai necessari o indispensabili per gli
altri. Tobia se nera uscito con questa massima.
Forse si può fare eccezione per qualche genio, per qualche illuminato, ma per la
stragrande maggioranza degli uomini il fatto che esistano o che siano esistiti, per il
loro simili è irrilevante.
Irrilevante proprio
no, facevo osservare io, e forse neppure ininfluente, ma è certo che nessuno è
indispensabile per gli altri mentre gli altri sono indispensabili per noi, le nostre
azioni non possono prescindere dagli altri per realizzarsi.
Se a un bambino viene
a mancare il padre, certo non si può dire che il fatto gli sia ininfluente. E certo
comunque che in qualche modo il bambino riuscirà a crescere senza il padre. Se meglio o
peggio non è dimostrabile perché non è possibile la controprova.
Spingendo ancora più
avanti il paradosso si potrebbe anche rilevare che il figlio ha bisogno del padre per
nascere, ma con la nascita non si realizza il desiderio del nuovo essere di venire al
mondo, ma il desiderio del padre davere un figlio. E il padre che ha bisogno
del figlio, non viceversa.
Gli altri possono
vivere senza di me, ma io non posso vivere senza gli altri. Su questa verità di fondo
dovrebbe svilupparsi il rapporto tra gli uomini, e invece si sviluppa sul presupposto
completamente infondato per il quale ognuno si relaziona con gli altri sentendosi
indispensabile. Sul sentirci necessari per gli altri fondiamo la nostra importanza, e
cerchiamo di realizzarci come persone su questo equivoco di fondo.
Se provassimo invece
a ricollocare le cose nel loro giusto rapporto, cambierebbe completamente il nostro modo
di vivere. A mio avviso è questo il cambiamento radicale che ha cercato di introdurre
Cristo, insistendo sul rapporto di amare-dare che ci deve legare agli altri.
Quando aiuto il mio
amico in carrozzella mi sento importante perchè mi convinco che senza di me lui non
potrebbe muoversi. In effetti, se non ci fossi io a spingere ci sarebbe un altro a farlo.
Ma se non ci fosse lui, io non avrei la gratificazione personale che mi viene dal mio atto
che considero di generosità. Potrei spingere un altro, ma avrei comunque sempre bisogno
di un altro per realizzare il mio desiderio di generosità.
E laltro,
il fratello, che mi consente di realizzarmi, è laltro che mi consente di sviluppare
in me il sentimento dellamore e di sentirmi appagato in questo sentimento.
Lalternativa è
quella di realizzarmi attraverso le cose, nella soddisfazione di quello che ho fatto,
accumulato o realizzato. Ma è evidente che se la prospettiva reale del mio esistere è la
vita eterna dopo una breve premessa nella mortalità del corpo, nel dopo senza corpo e
senza le cose, il rapporto che mi sono formato ad avere con le cose non può essere
vissuto che come sofferenza, per il semplice fatto che mi mancano le cose. E solo il
positivo rapporto che mi sono formato ad avere con gli altri nel tempo che può
condizionare e caratterizzare il mio rapporto con gli altri per leternità.
Chi ama gli altri ama se stesso. Amare gli altri è
amare se stessi. Questo non significa che si debbano odiare le cose, ma invece che anche
lamore o linteresse per le cose
deve passare attraverso lamore degli altri per diventare amore verso se stessi.
Biagio evidentemente
mi aveva perso, mi lasciava continuare mel mio sproloquio, senza interrompermi.
Chissà cosa pensava?
Che ero pazzo? Certo, del tutto a posto non doveva considerarmi. Per recuperare in qualche
modo credibilità ai suoi occhi, sfogliai il libro degli appunti cercando una riflessione
di Ida Magli che mi pareva in relazione con quello che avevo detto.
Gesù, avevo
riportato afferma che siamo fratelli se ci amiamo in quanto uomini, e solo allora siamo
figli di Dio, perchè è luomo che fa esistere Dio e non viceversa. Anche se questo
esistere non va inteso in senso fondante in assoluto, come se Dio fosse uninvenzione
delluomo, ma in quanto Dio si mostra, agisce, è presente nella storia
delluomo soltanto se luomo lo riconosce, lo fa entrare nella sua vita.
Molto
interessante! commentò Tobia mi pare però che abbia poco a vedere con il
fatto che noi abbiamo bisogno degli altri, e non gli altri di noi.
Eppure, se ci
pensi. Sono io che faccio esistere gli altri e non gli altri che fanno esistere me. Io
faccio esistere gli altri perchè ho bisogno degli altri, come faccio esistere Dio perchè
ho bisogno di Dio.
Tobia continuava a
scuotere la testa. Non me lo diceva ma era certamente convinto che con il mio commento
avevo rovinato la citazione.
Cap. 13
Lasciarsi vivere.
Soltanto ora che sono
tornato al paese mi accorgo di quanto mi sia mancato il paese. Mi sono messo in viaggio ed
ho viaggiato solo per viaggiare, trovando un senso nel viaggiare in sè. Una barca
nellimmensità delloceano della vita che cercava di galleggiare, o era
costretta a galleggiare, per andare, solo per andare.
Se hai una meta,
avverti la differenza tra landare e larrivare, ma se la meta ti manca landare diventa lobiettivo.
Qualè la meta del vivere? Non cè una meta, si vive per vivere, si vive
perchè si è vivi, si esiste perchè si esiste.
Ma una meta veramente
ci sarebbe. Si vive per morire. La meta del vivere è la fine del vivere, la meta
dellesistere è la fine dellesistere. E assurdo? Non direi, è normale
che la fine dun viaggio sia la fine del viaggio: il fine del viaggiare è la fine
del viaggiare. Ma ci si può mettere in viaggio sapendo che a sera si può rientrare nella
sicurezza del porto della propria casa. Oppure ci si può affidare allimmensità
delloceano sapendo che i giorni si susseguiranno allinfinito, uguali tra
lazzurro del mare e lazzurro del cielo, su una barca che galleggia incerta,
come un punto di colore anomalo, nel variare delle vibrazioni dellazzurro del cielo
e del mare.
Ora soltanto capisco
che se mi fossi fermato al paese avrei viaggiato vicino a riva, e sarei rientrato a sera a
riprendere fiato ed a riposarmi. Le immagini familiari degli oggetti della mia casa
avrebbero riempito dimmagini anche il mare. E invece sono vissuto nel mare sempre
ugualmente vuoto di riferimenti.
Non è un
problema di mare e di terra, di città o di paese, mi aveva interrotto Tobia,
stai girando attorno al problema. In verità mi pare che ti sia lasciato prendere
dal pensiero della morte, ed ora stai rivedendo tutta la vita alla luce di questo
pensiero, ed ogni momento ti appare diverso
da come lhai vissuto.
Certo che ci
penso alla morte. Ma credo ci pensino tutti
Io non ci
penso. Io mi lascio vivere.
Mi aveva stupito per
la perentorietà con la quale aveva affermato di non pensare alla morte, ma ancor più per
quel mi lascio vivere. Non era la prima volta che Tobia mi stupiva con le sue
battute. Se ne usciva alle volte con frasi che si capiva erano state costruite nel tempo,
condensando in poche parole lunghe riflessioni. Un po come dei proverbi.
Ripensando al mi
lascio vivere, mi pareva di capire la filosofia che cera in quel
lasciarsi vivere. Come una foglia nel torrente, diceva Tobia. Trasportati
dalla corrente della vita, lasciandosi cullare dalla corrente, godendo nellessere
cullati, senza altro pensiero che quello di apprezzare la dolcezza del trasporto, la
bellezza del panorama attorno.
Ma oggi non si vive
così. Oggi si vive per obiettivi. Non ci si lascia trasportare dalla vita ma si vogliono
imporre alla vita i propri ritmi, la si vuole piegare alle proprie esigenze. Il diploma,
la laurea, il matrimonio, i figli, la carriera, ogni scena della vita ha un suo obiettivo.
Poi le scene si chiudono, i figli se ne sono andati la carriera è finita nella pensione,
sapre lultima scena alla quale, come ci si è abituati, si vuole imporre un
obiettivo. Ma lultima scena non può avere
altro obiettivo che la morte. Ci si ritrova così a vivere per la morte!
Tobia è vissuto
senza obiettivi, non ha la necessità di porsi adesso lobiettivo della morte. Si
lascerà morire, come sè lasciato vivere.
Cap. 13
Il figlio mai nato-
Non so per quale
strana associazione di idee, ripensando ai colloqui con Tobia, sono finito a pensare a
quanto mi sarebbe piaciuto avere un figlio.
Che non sia nato,
indubbiamente è stata per lui una fortuna. A me invece dispiace. Ho sempre sentito la
mancanza di qualcuno che fosse uguale a me. Qualcuno a cui parlare, a cui confidarmi come
ci si confida con se stessi. Sicuri di trovare comprensione e conforto, sicuri soprattutto
di essere capiti e condivisi.
In questo momento gli
vorrei parlare della nostra montagna. Davanti è rocciosa, con le pareti scoscese, con una
forma a triangolo isoscele, come appunto deve essere una montagna. Da dietro invece, si
presenta come un volgare panettone, ricoperto di prati a di boschi.
Dietro vi lavorano i
contadini. Per secoli, di generazione in generazione, passandosi il testimone da nonno a
padre a figlio, lhanno ripulita, raccogliendo un sasso alla volta per formare, i
muri di divisione delle proprietà. Hanno falciato la poca erba che riusciva a crescere
sulle pendici aride. Hanno condotto le capre a pascolare le pendici troppo impervie.
Giorno dopo giorno, ora dopo ora, goccia di sudore su goccia di sudore, hanno lottato con
la montagna per strapparle qualcosa, per avere qualcosa. Hanno lottato e sofferto per
avere, e poi sono morti.
Davanti sono saliti e
salgono ancora gli alpinisti. Sarrampicano con fatica, appiglio dopo appiglio,
sperando che tenga, che il passaggio riesca. Goccia di sudore su goccia di sudore,
giocandosi ad ogni istante la vita. Per avere che cosa? Nulla. La montagna davanti così
bella, non ti può dare nulla. Anzi se non la sai dominare, può in ogni momento
ingannarti e darti solo la morte. E allora perché quello sforzo al limite della
resistenza umana, goccia di sudore dopo goccia di sudore, per salirla davanti la montagna,
quando da dietro sarebbe così facile?
Per essere. Per
misurare nel confronto con la roccia la propria volontà di esistere, per approfondire nel
rischio estremo il sentimento della propria individualità, dellunicità e
dellassolutezza del proprio esistere.
Per le coincidenze
della vita sulla vetta si ritrovano assieme il contadino, salito imprecando per recuperare
le capre fuggite a brucare anche lultima erba e lalpinista che si lascia
andare stremato ma felice sullerba soffice. Due uomini soli sulla cima duna
montagna dovrebbero anche parlarsi. Ma di che cosa? Lessere uomini è sufficiente a
stabilire tra loro una affinità? Ora, leducazione, le convenienze li costringono a
scendere assieme per lo stesso sentiero. Lo fanno in silenzio, luno dietro
allaltro, ma infinitamente lontani tra loro luno tutto preso dalle
preoccupazioni che gli derivano dal sentimento dellavere, laltro tutto intento
a capire, come lape sul fiore, come si possa suggere la felicità dal il sentimento
dellesistere.
Forse con il figlio
mai nato, identico a me ma altro da me, mi sarebbe stato più facile capire. Mi sarei
potuto confrontare come in uno specchio, e come con lo specchio riesce più facile capire
l aspetto fisico, così mi sarebbe stato più facile capire il mio aspetto
interiore.
Ma perché ho dovuto
pensare ad un figlio mai nato? La cosa più facile è trovare un altro alpinista con il
quale parlare dei sentimenti che abbiamo provato. Ci sara?
È comunque una
sofferenza estrema quella di sentirsi alpinisti in un villaggio di contadini
Cap. 14
Venerdì santo.
Oggi mi sono alzato
stanco. Fisicamente anche, ma soprattutto dentro. Sento che limpresa che ho
intrapreso è senza via duscita. Per quanto possa leggere, studiare, ragionare,
sento che non arriverò ad alcun risultato. Vorrei arrendermi e non trovo infatti lo
stimolo né per darmi alla lettura ne per scrivere qualcosa di nuovo.
Per passare il
tempo mi sono messo a riordinare degli appunti e mi capita
tra le mani una riflessione di due anni fa.
Venerdì santo.
Guardo
distrattamente la televisione. Su una rete privata danno in diretta la funzione religiosa
da S.Pietro. Mi colpisce la scena, così poco compatibile con i tempi televisivi,
duna lenta processione di prelati dogni ordine e grado e di civili che si
muove per baciare un crocefisso di legno posto davanti allaltare. Dal telegiornale
mi arrivano le immagini di tanti poveri cristi costretti ad un calvario del quale non
capiscono la ragione. La chiusura mi porta, con uno speciale di Biagi, in una missione in
Sudan. Ed e un colpo allo stomaco. Sono forse le scene che si commentano da sole, o
e labilita di Biagi a farle parlare! Sento la vergogna di essere uomo
del duemila, di prepararmi alla festa, di fronte a quella gente che muore di fame. Gli
sguardi profondi di quei bambini, profondi, come mi pare sia profonda la loro
disperazione, mi scendono dentro. E dentro mi resta il vuoto degli occhi di quei vecchi,
vuoti e spenti in una tragica rassegnazione.
Con quelle immagini che ancora mi
bruciano dentro, la televisione mi porta al colosseo a seguire la Via Crucis del Papa. Che
senso puoavere una recita, il ricordo di una via crucis di duemila anni fa, mi chiedo, di fronte alla via Crucis del Sudan che
e in essere? . E, come spesso maccade, davanti alla televisione, mi
addormento!
E sogno dentrare al Colosseo
con la frusta, come quel giorno Cristo al tempio. Preso da una furia incontenibile, meno
frustate rabbiose a destra e a manca, sulla gente, sui cardinali, sul Papa, gridando come
un ossesso.
Fuori di
qua!, grido. Non si puo perdere tempo a questo modo. Non e vero
che e morto! E troppo comodo rifugiarci nella compassione. Non e morto!
E come potrebbe morire Dio? Se la crisalide se persa nel fango perche la
piangete? Non avete visto che se liberata la farfalla, che si muove nella luce del
sole. Ci ha preceduto nella Galilea del Sudan, e lì che ci aspetta, nei lebbrosi ai
quali pare si siano disfatte le mani, corrose dal male, nei bambini ischeletriti dalla
fame. Cristo il figlio di Dio non e qualcosa di dato una volta nel tempo nella
storia della Palestina, non e qualcosa che va rievocato, commemorato, e
qualcosa che va vissuto, perche vive con noi, ogni nostro attimo. Perche siamo
noi il figlio di Dio, che deve rivivere nelloriginalita dellesperienza
di ogni uomo, il comandamento dellamore per i fratelli! Non vedete che la Chiesa
e un sepolcro vuoto, che un sepolcro vuoto e il tabernacolo? Perche Lui
e vivo in chi soffre! Che senso ha commemorarlo? Pregarlo? Sa gia infatti quello di cui abbiamo bisogno! E vivo in chi
soffre non perche ha bisogno dessere amato, ma perche noi abbiamo
bisogno di amare.
Mi
risveglio mentre la Via Crucis continua ancora. Provo a chiedermi il perche si sia
costruita la mitologia del Cristo, unigenito figlio di Dio, sciupando nel mito,
loriginalita del messaggio evangelico, del Cristo che vive in ognuno di noi,
perche ognuno di noi e figlio di Dio. Ma non so trovare una risposta! Forse
e che salendo sul palcoscenico, partecipando alla recita, evitiamo il rischio del
contatto con le piaghe dei lebbrosi. Tutto sommato e piu poetico pregare per
loro, che vivere con loro!
Sono passati due
anni da quando scrivevo queste cose. Ma rileggendo mi rendo conto che la riflessione non
è avanzata in alcun modo. Il tema è sempre lo stesso, ripreso in una variazione continua
come il tema di una sinfonia. Ma la composizione musicale ha una sua struttura, cè
un disegno che la regge. La mia rischia di svilupparsi allinfinito e di restare
allinfinito una incompiuta
Cap. 14
LUnigenito.
Ieri sera è venuto a
trovarmi mio nipote. Mia sorella, sua madre è evidentemente preoccupata e lha
mandato a controllare. Abbiamo deciso assieme che il giorno dopo lavrei condotto su
una montagna sulla quale non era ancora mai
salito. Io invece avrei dovuto conoscerla, perché cero già stato trentanni prima.
Ci si rende conto di quanto lunghi siano
trentanni solo provando a ripercorrere le strade già percorse trentanni
prima. Credevo di non farcela, ad ogni passo mi pareva che non sarei riuscito a spostare
lo scarpone per il passo successivo. Eppure volevo riuscirci ad ogni costo. Mi sembrava
importante (per me, non certo per lui) riuscire comunque in qualche modo a salire dove
trentanni prima ero già salito con estrema facilità e con grande scioltezza. Mi sembrava importante non rinunciare al ruolo di
padre che guida, che spiega, che insegna. A dir il vero non so perché mi sembrasse così
importante, ma lo era. Era evidente anche che
lui stava al gioco con quel misto di commiserazione e di rispetto che si suole chiamare,
con gli infioramenti della retorica, amor
filiale.
A me andava bene
anche così: la sfida era con me, non con lui. I muscoli delle gambe si irrigidivano
sempre più, tesi e doloranti, i polmoni non riuscivano ad assorbire laria che
sarebbe stata necessaria per alimentare il corpo nello sforzo estremo che stava compiendo.
Laria mi sembrava soprattutto
insufficiente ad alimentare il cervello e dovevo fermarmi spesso preso da una sensazione
di vuoto e di capogiro.
Finalmente, con un ultimo sforzo,
mi lasciai andare sdraiato sul piccolo spiazzo della cima. Lo vidi allora emergere dalla
nebbia che mi aveva velato la vista nellultimo sforzo che era stato più intenso e
definitivo,sapendo che era quello finale.
Sorrideva. Dorgoglio? Di
compassione? Di sollievo perché era finalmente finita la sua preoccupazione? Non so. In
effetti non mero chiesto il motivo di quel sorriso, anche perché, forse in
quellultimo sforzo che mera parso sovrumano, avevo superato la soglia della
mia resistenza fisica ed ero svenuto. In effetti, forse, seppure soltanto per un attimo,
avevo proprio perso i sensi. Non riuscirei
altrimenti a spiegarmi come in quel momento, arrivando sfinito sulla cima dei Brentoni, mi
sia potuto venire in testa il pensiero dellUnigenito.
E vero che eravamo soli
sulla vetta del monte, contro limmensità del cielo, circondati da un rincorrersi
infinito di vette che sfumavano lontano nel velo dei vapori dellestate. Ma questo
non spiega un collegamento così strano, e forse fu proprio quellultimo vuoto
dossigeno a farmi perdere lultimo rapporto con il mondo e con la sua logica e
a fare il vuoto nel quale lasciar entrare
quel pensiero.
E vero che eravamo soli: io
un padre, e lui il figlio unico, di mia sorella ma da qui al pensiero teologico
dellUnigenito il salto era più grande di quegli strapiombi di roccia che ci
circondavano da ogni parte.
Se glielo avessi confessato, il
pensiero che avevo avuto, mi avrebbe preso certo per pazzo. Ma a me stesso dovevo pur
confessare daver avuto un pensiero così fuori luogo, una idea così balzana. Ero
pazzo dunque? Mi stava già prendendo qualche forma di demenza senile? Non so, ma le cose
non avvengono a caso, e se mera venuto questo pensiero un qualche motivo ci doveva
pur essere
Alla sera ero
talmente stanco che non riuscivo a dormire ed alla fine a forza di rivoltarmi nel letto.
ritrovai di nuovo sulla vetta con quella
parola in testa: lUnigenito. In verità ci avevo pensato altre volte al concetto
dellUnigenito. Quella parola era tuttaltro che nuova nella mia testa. Tra le
rivelazioni di cui non riuscivo a darmi ragione nel religione cristiana, una delle prime
era proprio il fatto di poter credere che Dio lAssoluto, possa aver avuto un figlio,
uno solo, lUnigenito appunto.
Nato dal Padre prima di tutti i
secoli: Dio da Dio. Generato, non creato dalla stessa sostanza del Padre. Per noi uomini e
per la nostra salvezza, disceso dal cielo e per opera dello Spirito Santo incarnato nel
seno della Vergine Maria e fattosi uomo.
Dio nei cieli, e il figlio che ne
discende per incarnarsi e farsi uomo. Come immagine, per diffondere la nuova religione nel
mondo greco romano, in un contesto nel quale religione e mitologia si fondevano, è
sicuramente una immagine ad effetto. Ma oggi, alle soglie del terzo millennio, che senso
può avere lidea dellincarnarsi e farsi uomo dellUnigenito figlio di
Dio?
Per cercare di darmi una risposta,
provo a tornare a Giovanni, alla mia precedente riflessione sul suo Vangelo. La premessa,
o prologo che dir si voglia si apre con il
perentorio In principio era il Verbo e si chiude con laffermazione
Dio
nessuno lha mai visto:
proprio il Figlio
unigenito
che è nel seno del
Padre,
lui lo ha rivelato.
E poco prima si
legge che:
E venne ad abitare
in mezzo a noi
E noi vedemmo la
sua gloria,
gloria come di
unigenito dal padre
pieno di grazia e
di verità.
So che biblioteche intere sono state scritte su questo argomento, che insigni
teologi hanno messo a frutto le loro conoscenze e la loro intelligenza per arrivare alla
definizione racchiusa nel credo apostolico-romano. Capisco che è assurda la
pretesa di aggiungere qualcosa ai ragionamenti di tanti saggi. Tuttavia tanta saggezza non
è sufficiente per consentirmi di capire o quantomeno di intuire che laffermazione
è possibile, che ha un senso logico, e quindi senza la pretesa di aggiungere qualcosa di
nuovo, ma solo quella di darmi una interpretazione che mi soddisfi, cerco di capire
qualcosa di più.
Credo quia absurdum, potrei
accontentarmi di dire. Credo proprio perché è assurdo, potrei concludere come tanti
prima di me, ma sono io che mi sentirei assurdo di fronte ad una tale conclusione.
Cè qualcuno che come Paolo viene fulminato sulla strada di Damasco, e nel bagliore
di quella luce riesce a vedere tutto chiaro. Qualcuno invece non riesce a salire alla luce
se non per i difficili sentieri della ragione. Io, purtroppo, sono tra questi.
E allora provo a
ragionare sulla strada già intrapresa, dellidea delluomo-figlio di Dio,
pensando che anche queste parole non vadano riferite ad un unico uomo, il Cristo vissuto
duemila anni fa, ma che secondo lintuizione proprio di quel Cristo, riportate da
Giovanni, vadano riferite alluomo, a tutti gli uomini, come conseguenza appunto
dellintuizione che gli uomini sono figli di Dio.
Dio nessuno lo ha mai visto. Le
cose nascono e muoiono, gli animali nascono e muoiono, senza nessun contatto con Dio. Dio
per loro non esiste. Ma nellevoluzione della specie compare luomo.
Levoluzione fa un salto, luomo scopre e rivela lesistenza di Dio.
Luomo,
il figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato.
Mi era parsa
rivoluzionaria e sconvolgente la rivelazione che luomo è figlio di Dio. Ma ancora
più sconvolgente è la rivelazione che questo uomo-figlio di Dio è unigenito ed è nel
seno del Padre. Sconvolgente e chiarificatrice ad un tempo.Comprendendo questa
affermazione infatti, alla fine si capisce meglio anche il concetto delluomo-figlio
di Dio.
Nella Genesi
si legge che Dio creò luomo a sua immagine. E evidentemente da escludere che
questo voglia dire che anche Dio, come luomo, ha gambe e braccia, testa e sensi. Il
significato dellaffermazione deve essere invece ricercato nel fatto che cè
nelluomo, qualcosa che non cera in tutta la precedente creazione: qualcosa che
non deriva per evoluzione del creato ma che si ricollega e deriva da Dio stesso. Questo
qualcosa non può che essere lintelligenza, o meglio lintuizione, come
capacità di pensare a qualcosa che non esiste, come capacità di creare qualcosa di
completamente nuovo.
Oggi si parla tanto di
intelligenza artificiale. In questo campo ci potranno essere sviluppi fino a realizzare
sistemi con capacità di calcolo e di ragionamento infinitamente superiori a quelle
delluomo. Ma si tratterà sempre duna intelligenza intesa come elaborazione di
dati precedenti. Luomo invece ha qualcosa in più: la capacità di intuire ciò che
non esiste e di avere coscienza della propria esistenza. In questo lesistente-uomo
è simile a Dio-Esistenza, per la coscienza del proprio esistere e lintuizione del
proprio esistere in relazione con lesistere degli altri uomini e del mondo.
Questo è
appunto luomo figlio di Dio secondo la rivelazione fattaci da Cristo. Questo è
luomo che rivela Dio come un figlio rivela lesistenza del padre. Questo è il
figlio, unigenito appunto, nella sensazione che ha luomo di essere lunico, il
tutto, il centro dellUniverso. Come esistente infatti porta in sé il modo di essere
dellEsistenza nel cui seno, come nel seno del padre, continua ad essere
anche nel tempo in cui si è fatto carne ed è venuto ad abitare nellesperienza del
creato.
Io quindi,
figlio di Dio. Ma non solo, io figlio unigenito. Può tuttavia avere un senso darmi
lattributo di unigenito, dato che gli uomini sono miliardi? Certo. Perché ogni uomo
è in realtà in un rapporto assolutamente originale con lesistenza, come se in
effetti fosse lunico. Non esiste luomo che viene ripetuto in miliardi di
individui senza che nessuno sia uguale
allaltro. Nel rapporto diretto con Dio-Esistenza ogni uomo-esistente è un individuo
unico, assolutamente originale, appunto come se fosse unigenito.
Il termine
unigenito viene quindi a completare la definizione delluomo figlio di Dio. Alla luce
di queste considerazioni mi pare assuma un significato nuovo anche la frase di Giovanni:
Dio nessuno lo ha mai visto, solo il figlio unigenito lo ha rivelato. È solo
infatti considerandomi unico, in un rapporto biunivoco con lEsistenza che posso
riconoscermi e quindi rivelare lEsistenza.
Mosè ha
rivelato il Dio di Israele, i Greci avevano un intero panteon, ma è soltanto sentendosi
lunico figlio di Dio che luomo scopre il Dio Unico, lAssoluto.
Cè qualcosa
nelluomo, (che poi è lessenza delluomo), che è in relazione con Dio,
come un figlio con il padre, e come attraverso il figlio si risale a scoprire il padre,
così attraverso la comprensione dellesistente si risale alla comprensione
dellEsistenza. Sviluppando la propria capacità dintuizione, luomo
arriva allintuizione di Dio.
È quindi
luomo, in quanto figlio di Dio, che rivela Dio. E la rivelazione avviene non solo in
quanto luomo è figlio di Dio, ma soprattutto in quanto figlio unigenito cioè in un
rapporto unico e assoluto con il Padre: non cè una famiglia umana che si trasmette
linformazione sul Padre, cè invece ogni essere umano che personalmente ed
individualmente rivela Dio a se stesso riconoscendosi figlio di Dio.
Gli eremiti si
ritiravano nella solitudine per scoprire in questa solitudine Dio. Non era però il
silenzio che li avvicinava a Dio, ma il sentirsi soli, unici, unigeniti appunto. Per
sentire però questa solitudine non è
necessario ritirasi nel deserto, ci si può sentire soli anche in mezzo alla folla. In
effetti non siamo gli elementi costitutivi di una moltitudine, ma siamo degli unici che
casualmente si incontrano a formale la folla.
Lessere
assieme non annulla il nostro essere unici in una individualità insondabile anche per noi
stessi. Nel profondo di questa individualità, nella vertigine di questa unicità,
nellabisso di questa solitudine cè il mio Dio, il mio Assoluto che io posso
ricercare e svelare a me stesso. Sentirsi unigeniti nei confronti dello spazio infinito e
del tempo eterno significa appunto sentirsi assoluti in relazione con lAssoluto.
Come se tutto il mondo si riducesse a noi e con noi dovesse finire tutto luniverso
che vive soltanto per il fatto di essere pensato da noi.
Sentirsi unigeniti
significa avere con gli altri dei rapporti solo in quanto funzionali e quindi utili a noi
stessi. Unigeniti, come ho già detto, come il frate che si ritira in clausura e non vuole
essere toccato dalle cose del mondo, dal rapporto con gli altri. Unigeniti allo stesso
modo nella folla non volendo sapere nulla di chi ci sta vicino, accettando in assoluto la
diversità e loriginalità del prossimo, rapportandolo a sé stessi così comè, senza voler conoscere nulla
della sua storia, della sua famiglia, dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti. Limitando
il rapporto con lui allatto del dare, senza voler ricevere nulla da lui.
Un atto
damore assoluto, che non attende ringraziamenti e ricompense, e in fondo il più
assoluto gesto di egoismo.
Chi dà agli altri,
dà a sé stesso, figlio di Dio. Chi conosce Dio infatti (Mt.5.43) ama anche i suoi
nemici e così è perfetto come Dio. Il senso della frase mi pare evidente: Dio è
perfetto perché ama, luomo figlio di Dio, sarà come Dio quando amerà come Dio,
senza ritorni e riscontri. Luca (6.35) è ancora più esplicito: voi amate anche i
vostri nemici allora la ricompensa sarà grande, sarete veramente figli di Dio
Qui la
relazione tra lamare i nemici e lessere figli di Dio è ancora più esplicita,
anzi lessere figli di Dio è conseguenza diretta dellamore per i nemici. Ma
non è un problema di generosità, di disponibilità o di umiltà. E al contrario un
problema di superiorità. Il porgere laltra guancia a chi ti ha dato uno schiaffo
non è un gesto di umiltà e di arrendevolezza ma un gesto di superiorità. Il superuomo
figlio di Dio non si lascia coinvolgere nella rissa provocata dagli uomini. Come un
cavaliere medievale non si abbasserebbe mai fino a venire alle mani con uno del popolo,
non può scendere al livello di colui dal quale si sente superiore, non fosse altro
perché diverso, unigenito.
Le armi richiamano
armi, la forza richiama nuova forza. Del sorriso si dice invece che è
disarmante.
Il Dio di Israele
era il Dio degli Eserciti, Cristo invece (ed anche qui non si vede quale sia la
continuità con lAntico Testamento) sostiene che la vittoria si ottiene non con la
forza ma con la desistenza, che non è segno di debolezza ma di forza e di superiorità
Cap. 15
Rimetti a noi i
nostri debiti
come noi li
rimettiamo ai nostri debitori.
Fra le
riflessioni estreme a cui ti sei lasciato andare in
Io figlio di Dio, la più paradossale è senzaltro la parafrasi che fai
della preghiera del Padre nostro. Solo tu potevi pensare che il senso della frase
rimetti a noi i nostri debiti, potesse diventare: vorrei che nessuno si
sentisse in colpa nei miei confronti per non vivere sensi di colpa nei confronti degli
altri.
Così mi scrive
lamico. Certo. La mia interpretazione può essere stata superficiale, ed anche
banale. Ma altrettanto banale è anche
linterpretazione ufficiale
Che sia possibile una
interpretazione più pertinente?.
Quando si prega le
parole vanno ripetute, come le formule dun rito, ed acquistano peso per il loro
suono, per la suggestione che sanno ricreare non per il significato logico. Tante volte ho
ripetuto la preghiera, da quando bambino me lha insegnata mia madre, ma appunto era
una preghiera, in qualche modo una formula magica per un mio rapporto con la divinità.
Lobiezione dellamico mi hanno portato per la
prima volta ad analizzare veramente le parole della preghiera che sarebbe stata
insegnata direttamente da Cristo.
E per la prima volta
mi suona così diversa, così strana. Mi ritorna in mente il commento di Ida Magli: forse
la preghiera non è stata veramente suggerita da Cristo. Si richiama infatti integralmente
a quel contesto culturale ebraico, che nella sua predicazione Cristo ha
cercato di superare. Non cè nulla nella preghiera della novità del Vangelo. Il Dio
Padre che Cristo è venuto a farci conoscere non è nei cieli, non ha bisogno che gli
uomini preghino perchè sia fatta la sua volontà, e tantomeno perchè venga il regno di
Dio sulla terra.
Ma non volendo
arrivare alle conclusioni estreme della Magli, penso comunque che se la preghiera invece fosse stata veramente suggerita da Cristo,
allora, proprio per questo non può certo essere interpretata alla luce degli schemi della
cultura ebraica. Va letta e capita come sintesi dei contenuti innovativi sui quali si
fonda la nuova visione del mondo e della vita
presentata da Cristo.
Se la preghiera viene
vista in uno scenario di colpe e di peccati che discendono dal peccato del primo uomo,
allora è logica linterpretazione che ne fa la Chiesa: perdona Dio a noi le offese
che facciamo nei tuoi confronti, come noi perdoniamo le offese che ci fanno gli altri.
Cristo avrebbe ribadito il concetto di fondo dellebraismo richiamato nella
legge del taglione, quello che fai ti sarà fatto, quello che dai ti sarà
dato.
Sii generoso con noi,
tanto quanto noi saremo generosi con gli altri.
Ma se riportiamo la
frase, con questa interpretazione, nello scenario nuovo della rivelazione dun mondo
che si regge sullamore, ci rendiamo conto che la preghiera così interpretata ha un respiro meschino, e si regge su un presupposto
assurdo.
Che senso ha un
Assoluto che perdona a condizione che
E poi perchè Dio possa rimettere il debito
delluomo, si deve supporre che ci sia un credito di Dio nei confronti
delluomo. Se Dio deve perdonare loffesa delluomo allora si deve
ammettere che Dio sia stato veramente offeso dalluomo? Ma il finito non può
offendere lInfinito, non fosse altro perchè il rapporto si sviluppa su due piani diversi. Qualsiasi cosa possa fare il
finito, lInfinito non può sentirsi offeso. Sentirsi offeso è sentire la ferita, il
danno, e lInfinito evidentemente, non può subire una limitazione portata nei suoi
confronti dal finito.
Se non può sentire
loffesa, per lo stesso motivo non può perdonarla. Non può scontare un credito che non riconosce.
Nel nuovo scenario
invece della società dellamore introdotto da Cristo
il rapporto delluomo nellesistenza del mondo si sviluppa su due assi:
il rapporto damore dellessere con lEsistenza, e il rapporto damore
degli esseri tra loro.
Cosa significa
rapporto damore? Cosa significa amare? In parole povere e senza perifrasi poetiche,
significa dare. Lessere si dà allEsistenza, gli esseri si danno tra loro: è
questo il principio dellarmonia della società dellamore.
Questo dovrebbe
essere. Ma luomo invece di amarsi come momento dellEsistenza, si ama come
esistente, come individuo, come se dovesse realizzarsi nel mondo invece che
nellEsistenza, nel tempo invece che nelleternità. Luomo invece che
darsi, abbandonandosi e riconoscendosi nella dimensione dellEsistenza, si ripiega
egoisticamente e narcisisticamente nel proprio esistere. Da qui la sofferenza
dellangoscia esistenziale nella scoperta della propria finitudine del divario
abissale tra ciò che sente di poter essere e ciò che invece avverte di essere in
effetti.
Sono in debito quando
non do quello che sarei tenuto a dare. Sono in debito con lEsistenza quando non
tengo il rapporto nei termini nei quali dovrebbe restare, quando investo
sullesistere quello che dovrei investire sullEsistenza, quando impegno sul mio
essere finito quello che dovrei impegnare sul mio essere infinito, quando scommetto sul
mio essere uomo quello che dovrei scommettere sul mio essere figlio di Dio.
Daltra parte
sul piano del rapporto damore che dovrebbe legare gli uomini tra loro, gli altri
sono in debito verso di me quando non mi danno quello che dovrebbero darmi.
Linsufficiente
mio darmi verso lEsistenza diventa il mio debito dal quale si sviluppa il sentimento
della mia angoscia esistenziale. Linsufficiente darsi degli altri verso di me
diventa il credito sul quale si alimenta la mia sofferenza per lingratitudine degli
altri, la mia solitudine per lindifferenza degli altri.
Ma come posso
superare la mia condizione di difficoltà dovuta allingratitudine ed alla
solitudine? Perdonando. Cioè sentendomi superiore e quindi continuando a dare, malgrado lingratitudine.
Se saprò perdonare
in questo modo linsufficienza del rapporto
degli altri nei miei confronti, sarò perdonato per linsufficienza del mio rapporto
con lEsistenza. Sarò perdonato perchè saprò perdonarmi, sentendomi superiore
rispetto a quello che veramente sono.
Il senso della
preghiera potrebbe essere quindi: che io possa sempre sentirmi superiore di quello che
sono e sono stato, malgrado quello che sono e sono stato, allo stesso modo in cui riesco a
sentirmi superiore agli altri malgrado la loro indifferenza nei miei confronti.
Ma così la preghiera
al Padre finisce per essere una preghiera verso me stesso! Certo. Perchè appunto come
rivela Cristo, Io e il Padre siamo una cosa sola perchè lesistere è
nellEsistenza. E questa è la chiave di volta di tutto il sistema, introdotto da
Cristo.
Cap 16
Lultima cena.
Alzandomi questa
mattina sono rimasto sorpreso dal fatto che in camera, sul tavolo di lavoro, era aperto il
Vangelo di Giovanni del Fabris.
Ricordavo bene
daver rimesso a posto i libri ieri sera e daver anche pulito il tavolo. Eppure
il libro era aperto come se qualcuno si fosse soffermato a leggere durante la notte.
Un brivido mi
percorse la schiena al pensiero di non essere solo nella camera. Era unidea alla
quale mi stavo abituando, quella di non essere solo ma di essere sempre assieme a delle
presenze che mi vedono senza che io le possa vedere, che mi parlano senza che io le possa
sentire. Forse sono i Lari dei miei ricordi di letteratura latina, o soltanto i morti
della mia cultura contadina che vengono a bere lacqua alla sera dei morti, o erano
le presenze eterne ed immortali della cui esistenza mandavo convincendo nelle mie
riflessioni? Non so. Forse più semplicemente era il fatto che mero anche messo a
fare il sonnambulo alzandomi di notte. Anche se in effetti non mera mai capitato
prima. Ma non cè nulla di quello che non si è mai verificato che non possa
verificarsi.
Sta di fatto che il
libro era aperto. Mi sono quindi avvicinato al tavolo curioso di sapere a che punto
qualcuno dimenticato aperto il libro o laveva invece lasciato aperto a posta per me. Gli occhi mi sono caduti sulle parole:
da questo tutti riconosceranno che siete miei discepoli, se vi amate gli uni gli
altri.
Era aperto sul
discorso di Cristo nellultima cena. Mi sono messo a sedere e ho preso a rileggere il
brano con attenzione. Lavevo già letto più volte e lo conoscevo molto bene ma una
frase mi si è fermata nella mente come se fosse nuova e diversa:
Nella casa del
Padre mio cè molto posto: Altrimenti ve lo avrei detto. Io vado a prepararvi un
posto.
La frase mi ha fatto
tornare in mente la scena del parroco che al funerale di un amico cercava di consolare i
presenti assicurandoli che ci sarebbe stato posto per tutti. Anche allora mi era parsa
assurda lidea del figlio di Dio che allapprossimarsi dellestate se ne va
nella casa al mare a prepararla perchè ci sia posto per tutti. Poi torna a chiamare il
resto della famiglia dicendo: Venite che cè posto. Ma in effetti
nessuno quellanno aveva voglia veramente di andare al mare...
Partendo
dallassurdità di quella frase, ora, nella tranquillità del mio eremo, mi pareva di
riuscire a spiegarmi tutto il discorso. Chi lo rilegge con attenzione ha in effetti
lidea che sia un po sconclusionato e che si passi spesso, come si suol dire,
di palo in frasca. Anche una frase di capitale importanza come quella del comandamento
dellamore sulla quale merano caduti gli occhi in effetti è messa là
casualmente, come per inciso.
In effetti si ha
limpressione che il discorso sia ricostruito da qualcuno che aveva interesse a
documentare che Cristo aveva in qualche modo fatto capire che sarebbe morto ma che sarebbe
risorto. Ripete infatti, ad ogni piè sospinto, che sarebbe andato al Padre.
Ma in questo discorso
sul viaggio al Padre restano come impigliate delle affermazioni, così nuove ed originali
delle quali anche levangelista non afferra il significato, ma delle quali resta
colpito al punto che non può fare a meno di riportarle.
Dopo aver ripetuto
più volte che stava per andare al Padre, a Filippo che gli chiede impaziente: E
allora mostraci questo Padre!, risponde:
Io vivo nel
Padre e il Padre in me.. il Padre abita in me... io sono con il padre e il padre è in
me.
Se così stanno le
cose che senso ha tutto il discorso sullandare al Padre? La risposta a Filippo
smentisce evidentemente che potesse aver parlato duna sua andata al Padre,
attraverso la morte, perchè il Padre era già in lui, non aveva bisogno dandare da
nessuna parte a cercarlo.
Non solo. Più avanti
cè unaltra rivelazione, dice: conoscerete che io sono nel Padre mio e
voi siete in me ed io in voi.
Riconoscerete allora,
che già oggi siete in me, e siccome già io sono nel Padre, anche voi lo siete. E infatti
il concetto viene ribadito più avanti: Se uno mi ama osserverà la mia parola e il
Padre mio lo amerà e noi verremo da lui e faremo dimora presso di lui
Non cè quindi
nessun andare ad un Padre che sta nel Regno dei cieli ma cè un vivere con il Padre
che è già in te.
E infatti il concetto
conclusivo del discorso e:
Questa è la
vita eterna, che conoscano te il solo vero Dio e colui che hai mandato Gesù Cristo.
E evidente
allora che nella ricostruzione dellultima cena Giovanni interpola due discorsi:
luno quello del Cristo che per consentire il compiersi delle scritture ebraiche deve
morire e risorgere. Laltro quello del figlio di Dio che ha rivelato qualcosa di
completamente nuovo rispetto alla cultura ebraica: che luomo è nel Figlio e
attraverso il Figlio è nel Padre.
Tornando allo schema
di interpretazione per il quale la rivelazione sarebbe che ogni uomo è figlio di Dio
perchè ogni esistente è figlio dellEsistenza, la rivelazione nel discorso
dellultima cena assume una logica che mi pare comprensibile.
Se ogni uomo è allo
stesso tempo figlio delluomo in quanto individualità fatta dun corpo con
caratteristiche specifiche ed uniche, e figlio di Dio per la coscienza che ha del proprio
esistere come momento dellEsistenza, la coscienza dellEsistere (lessere
figlio di Dio) è il nesso che mette in relazione lindividuo con lEsistenza.
Lesistente è
nellEsistenza, dal momento che lindividuo in quanto esistente e attraverso la
coscienza del suo esistere, può mettersi in relazione con lEsistenza, per vivere,
eterno e immortale, nelleternità e nellimmortalità dellEsistenza.
Relazione che si
realizza e si sviluppa attraverso lamore.
Lindividuo ama
il suo esistere in quanto momento dellEsistenza e riconoscendosi
nellimmensità di questo rapporto con lEsistenza, ama gli altri suoi simili
che vivono come lui e con lui questo rapporto esaltante con lEsistenza.
Mescolata quindi con
lidea banale di Cristo che deve andare al Padre e preparare i posti e poi tornare,
cè lidea forte rivoluzionaria e radicale, che racchiude tutto il senso della
rivelazione.
Io sono nel Padre e
il Padre è in me.
Io sono nel Padre,
voi siete in me ed io in voi.
Se uno mi ama io e
il Padre faremo dimora in lui.
Amatevi come io ho
amato voi.
Nelle prime
due proposizioni viene definito il rapporto, nelle altre due la modalità per costruirlo
in un rapporto biunivoco damore tra lesistere e lEsistenza, che si
riflette e ricade su tutti gli esistenti, fratelli tra loro in quanto tutti figli di Dio.
Certo. Esistente ed
Esistenza sono termini che non prendono che non suscitano emozioni. Per questo Cristo
giustamente li traduce in Padre e Figlio, ma evidentemente i termini usati non stanno a
definire un rapporto biologico, ma un rapporto di discendenza e interazione allo stesso
tempo, per questo devo dire Padre e Figlio e pensare a Esistenza ed esistente.
In paradiso ti
conducano gli angeli. Mi torna in mente ancora il funerale dellamico. Ma non credo
ci sia un posto dove andare, un luogo dove è stato preparato un posto per il mio corpo.
Non riesco ad immaginare una schiera di angeli che scende apposta per me e mi si schiera
ai lati quasi a rendermi lonore delle armi.
Quando bambino
sentivo le parole in latino, quelle parole avevano la forza numinale delle parole magiche.
In
paradisum, non era un luogo ma unatmosfera, un modo di essere, il sole che
riempiva il prato ma non era nel prato, la luce che illuminava laria ma non era
nellaria.
Deducano te angeli.
Ed era langelo mio che al di fuori del significato etimologico che non conoscevo,
nellonomatopea cullante di quel deducant riusciva a farmi credere si
potesse salire nellinfinito dellaria, come un refolo di nebbia che dopo il
temporale sè attardato nel bosco e si scioglie nellazzurro, assorbito dalla
luce del sole riapparso nel cielo.
Le parole non
dicevano, ma evocavano quel poter essere assieme gli uni con il corpo nella dimensione
dello spazio e del tempo, gli altri senza, nella dimensione dellinfinito e
delleternità.
Sarà possibile
fondere assieme la carica evocativa di parole come Padre e Figlio, con il senso logico di
parole come Esistenza ed Esistere, per tornare bambini e sentire ed essere convinti che la speranza non è utopia?
Cap. 17
La morte.
Sei
ossessionato dallidea della morte!. Così mi ha apostrofato Tobia, invitandomi
a cambiare argomento, perchè lo volevo portare a riflettere sulla possibilità di
ammettere sul piano razionale la possibilità per luomo di una esistenza al di là
dellesistenza corporea.
Ossessionato? Direi
di no, non sento il problema come qualcosa di incalzante di incombente che non mi lascia
dormire. Preoccupato? Direi, neppure, perchè si può essere preoccupati
nellincertezza se qualcosa possa capitare o meno. Non ce invece cosa di cui
stare più certi della morte. Cè tuttavia lincertezza del quando. E questa
potrebbe essere la fonte della preoccupazione. Ma quando hai la sensazione daver
finito, che quel che potevi fare bene o male lhai fatto, che nella stanza ora sei
solo dimpiccio, non fa differenza uscire qualche attimo prima o qualche attimo dopo.
Ed è così che mi sento da quando sono in pensione, e non ho quindi motivo dessere
preoccupato.
Interessato al
problema invece, sì, e molto. Lo ammetto. Ma come potrebbe essere diversamente?
Mi trovo su una
barca. Sto remando verso riva. Non so quando ci arriverò, ma è certo che ci arriverò, e
dovrei continuare a remare senza pensare alla
riva, alla terra?
Ma non cè
nessuna terra! Non cè nessuna riva. Ad un certo punto la barca saffonderà ed
io mi perderò nel nulla delloceano!
E se anche così
fosse, nel frattempo che cosa dovrei fare? Continuare a remare, preoccuparmi della barca,
dei remi, del mio rapporto con queste cose, come dovessi continuare a vivere in barca
allinfinito?
Ma se lunica
cosa certa è che un giorno finirò di remare e di stare sulla barca?
Comunque non si riesce a sapere se tutto finirà perchè la barca affonderà nel
mare del nulla o perchè approderà a riva e si dovrà proseguire a piedi o comunque in
unaltra modalità e non più remando!
Bene! Ma dato per
scontato che finirò di andare in barca, lunica cosa che non ha senso è che me ne
preoccupi più del necessario. Due solo sono le ipotesi possibili: che la barca mi porti a
fondo o mi porti ad una qualche riva, da qualche parte. Sulla prima non val la pena di
perdere tempo, perchè se dovesse verificarsi, se questo fosse il destino di tutte le
barche, a nulla gioverebbe pensarci.
Sulla seconda invece che, (non avendo mai nessuno
saputo qualcosa con certezza sul destino delle barche), ha la stessa probabilità della
prima, val la pena che ci si rifletta, perchè presuppone che il viaggio continui e quindi
ci potrebbe essere qualcosa da poter fare per attrezzarsi per proseguire.
Attrezzarci di che
se nessuno sa cosa si troverà su una riva che potrebbe anche non esserci?
E dai, con questa
idea che tutto debba finire! Stando in barca è più ragionevole pensare che in qualche
modo il viaggio potrà proseguire, seppure in una modalità diversa, o che invece la barca
debba per forza affondare. Mi pare più ragionevole la prima ipotesi, e non per un atto di
fede (necessario anche per credere che la barca affonderà) ma per una deduzione logica:
se la barca cè, se è noto che ad un certo punto non ci sarà, non è né
impossibile né improbabile che possa giungere da qualche parte, consentendo a chi sta
sopra di proseguire in altro modo.
Il problema è che
il rematore si è a tal punto identificato con la barca da essere portato a pensare di non
poter che finire con la fine della barca. Paradossalmente nella storia dei rematori, tanto
più questi hanno preso coscienza della loro grandezza, nella loro individualità, tanto
più si è rafforzata in loro la convinzione dellineluttabilità del loro
annientamento con la fine della barca.
Il paradosso
è che alla conclusione non si arriva per un libero pensiero ma come reazione condizionata
al fatto che nel frattempo qualcuno ha costruito la mitologia del dopo-barca e che questa
mitologia è diventata fonte di potere per condizionare i rematori. Per liberarsi della
mitologia e dei suoi condizionamenti, il rematore esaspera la sua reazione fino a negare
non solo la mitologia, ma la stessa possibilità che il viaggio possa proseguire senza la
barca.
La scelta più
logica e razionale (la scelta più libera!) è invece quella di ammettere che esista una
prosecuzione, cercando di capire allo stesso tempo se cè qualcosa che si possa fare
che possa servire anche nel dopo barca.
Non sono un
conoscitore delle varie religioni per poter fare una analisi comparata delle varie
mitologie. Mi fermerò allanalisi di quella nella quale sono stato educato, quella
cattolica.
Per chi è in barca
dovrebbe essere naturale pensare che il viaggio finisce. Altrettanto naturale potrebbe
essere immaginare che finisce lo stress del remare in mezzo ai vortici ed alla tormenta e
che lo aspettano condizioni migliori.
Non è vero che è naturale, dice S.Paolo, è la
conseguenza del peccato!
Da dove ricavi
questa intuizione non è dato a sapere, ma è evidente che in questa prospettiva tutto
diventa tragico. Se la barca si rompe per effetto del peccato, duna qualche
maledizione, è plausibile che il prosieguo sia condizionato dalla stessa maledizione
tra pianti e stridor di denti. A meno che, continua Paolo, non si segua la sua
legge e i suoi insegnamenti (che lui attribuisce a Cristo), perché in tal caso si
potrebbe anche riuscire a trovare una via duscita.
Il trucco è
evidente. Paolo vuol far passare una sua legge, un suo sistema di potere, e lo presenta
come lunico mezzo per potersi salvare dalla disgrazia della morte. Per poter
enfatizzare la salvezza, che deriva dalla corda che egli lancia in soccorso, deve prima
enfatizzare il baratro della morte, che non è più un fatto naturale, ma una condanna,
lultima e la più tragica a cui è condannato luomo, come conseguenza del suo
peccato.
Se guardiamo invece
alla naturalità del fatto, senza lasciarci prendere dalla giustificata reazione verso la
mitologia che vi è stata costruita sopra, non è possibile escludere, lasciando la
metafora della barca, che lindividuo possa mantenere una coscienza di sé, di ciò
che è ed è stato, indipendentemente dal corpo, e quindi dai sensi che gli sono serviti
per acquisire questa coscienza. Perché escludere che questa coscienza della propria
individualità possa vivere eterna, oltre il corpo?
Se lo ammettessimo
che cosa ne deriverebbe, che cosa comporterebbe questa ammissione? Evidentemente, che non
ha senso ciò che si ha, che si perde con il corpo, ma ciò che si è (sotto il profilo
dei valori, della sensibilità dei sentimenti),
che resta oltre il corpo.
Sono i valori che,
anche per un laico, fanno la vita degna di essere vissuta!
Ma se sono gli
stessi valori per i quali val la pena di vivere in funzione delleternità, perché
alla fine non ammettere la possibilità
delleternità, se da questa ammissione deriva soltanto una ulteriore giustificazione di quei valori per cui vale la pena di
vivere?
Cap. 18
La morte di Tobia.
In fondo mera
preso quindici giorni per riflettere sulluomo. Un nonsenso, stavo dicendomi. Perchè
per capire luomo non basta una vita, ed è già un problema capire che cosa
significa capire luomo. Capire perchè si vive, perchè si muore,
perchè ci si agita come se non si dovesse mai morire...
Forse, piuttosto che
rimettermi a tavolino, senza un tema preciso di riflessione, avrei fatto meglio a
prendermi una giornata di libertà per una bella passeggiata in montagna.
Stavo pensando a
queste cose mentre attendevo Tobia. Eravamo rimasti daccordo che sarebbe venuto di
buon mattino, e invece stava già sorgendo il sole e non sera fatto vedere. Strano.
Era sempre così preciso.
In città, con il mio
carattere apprensivo, avrei già preso a
pensare che forse gli era capitato qualcosa. Ma lì, nella pace di quella distesa di
verde, sembrava impossibile potesse capitare qualcosa di non previsto.
E invece ad un tratto
vidi salire sul sentiero una ragazzina. Cercava di correre ancora, per quel che la salita
glielo consentiva, ed aveva già corso molto: era tutta
trafelata. Quando mi vide, si fermò di botto, e dopo un grande respiro per
riprendere fiato:
Signore, mi
gridò, Tobia è morto.
Se mi avesse detto,
guardi che oggi non salzerà il sole, sarei rimasto meno sorpreso. Tobia, il sole,
il rustico, lerba il bosco mi sembravano gli elementi di una natura che doveva
restare immutabile proprio perchè potessi misurare il mio mutare, e riflettere sul mio
divenire. Quella ragazzina che a mezza costa stava riprendendosi dello sforzo della corsa,
piegata su se stessa per respirare meglio, era invece arrivata per dirmi che Biagio non
sarebbe venuto.
Che Biagio era morto.
Sattendeva
evidentemente che le dicessi qualcosa. Quantomeno se avessi capito il messaggio per il
quale aveva tanto corso.
Morto come? Chiesi.
Non so, lhanno
trovato morto nel letto.
Ti ringrazio.
Forse
sattendeva qualcosa di più dun grazie dopo quella corsa, ma non le dissi
altro. Rientrai e mi lasciai cadere in una delle poltrone davanti al focolare. Mi resi
conto soltanto dopo seduto che era la stessa sulla quale la sera prima sera
accomodato Biagio, e, distinto, pensai di cambiare posto.
Paura? Rispetto?
Scaramanzia? Ero al posto di Biagio che era morto. Mi pareva di poter sentire ancora sulla
stoffa lodore dei suoi vestiti, della sua persona. Ed era morto...
No. Era vivo. Era
senzaltro lì nella stanza. Ma non aveva più bisogno della sua poltrona.
Ne avevamo parlato
tante volte. Biagio non aveva fatto studi di filosofia. Frequentava la canonica per
giocare a scopone con il parroco, ma non frequentava la chiesa. Non aveva studiato
teologia ma aveva delle certezze. Convinzioni come verità di fede. Non imparate e subite,
ma fatte proprie con il ragionamento. Prima fra queste, aveva la convinzione dellimmortalità, la certezza
che attorno a lui vivessero ancora quelli che aveva conosciuto ed erano morti e tanti
altri, vissuti prima di lui, che non aveva potuto conoscere.
Ma loro mi conoscono
e mi parlano. Ed io parlo a loro, era solito ripetere.
Cap. 19
La predica di Tobia.
Le prediche di don
Silvio erano sempre state una sorpresa anche quandera giovane. Ora che la vecchiaia
gli consentiva di dire delle stramberie che potevano passare come conseguenza
duna arteriosclerosi anticipata, si divertiva a dirle più grosse. Se ne usciva
spesso con provocazioni che a volte parevano quasi bestemmie.
Chissà cosa avrebbe
detto nella predica per la morte del suo migliore amico? Avrebbe raccontato di come si
imbrogliavano giocando a scopone? Mi sarebbe dispiaciuto si fosse lasciato andare a
raccontare le cose che Biagio gli aveva detto in segreto, come faceva il mio parroco in
città, quando rivelava in pubblico le confidenze nella debolezza estrema degli ultimi
momenti di fronte alla morte.
Pensavo a queste
cose, mentre don Silvio finiva di leggere il Vangelo di Giovanni. E in effetti, finito il
Vangelo si capì subito che aveva in testa una stramberia più grande del
solito. Le prediche le teneva come è normale dallambone sul quale aveva letto il
Vangelo. Ma, quel giorno, invece di cominciare a parlare sparì dietro alla lesena che
separava la navata dal coro. Cera lì dietro la scala a chiocciola che portava al
pulpito appeso al centro della lesena. E riapparve infatti, aprendo la porta del pulpito,
ed entrando in quella sorta di cesto, collocato a un tre metri di altezza sulla lesena che
chiudeva una parte della navata.
Mi ricordavo
daverlo visto parlare da lassù una volta soltanto, da bambino un venerdì santo. Ma
ora cosa aveva in testa?
Aveva dei fogli in
mano, lui che non aveva mai letto una predica, e si vedeva che era molto imbarazzato. Per la stramberia che stava per fare?
O soltanto emozionato, perchè comunque Biagio era stato il suo migliore amico, e anche
Cristo sera lasciato prendere dal pianto sulla tomba dellamico Lazzaro?
Prese finalmente a
dire.
Quando ieri mattina,
sua sorella è venuta a dirmi che Biagio era morto, potete immaginare come ci sono
rimasto. Sapete tutti quanto eravamo amici. E vero che un prete deve essere
preparato alla morte. Ma è come con le campane, sai che dovranno suonare ma il primo
rintocco di rintrona nella testa, fuori luogo, come il latrare dun cane nel silenzio
duna chiesa. Mi sono precipitato subito a casa sua. La scena che mi si è presentata
è purtroppo una scena alla quale come prete in tanti anni mi sono abituato. Ma un amico
è sempre un amico. E vederlo sul letto come se si fosse addormentato per sempre, mi ha
fatto impressione. E ho pianto anchio, perchè possono piangere anche i preti. Perchè ha pianto anche la Madonna
per la morte del figlio. Quando mi sono ripreso, guardandomi attorno, sono rimasto colpito
da una grande busta, di quelle rosse duna volta, per documenti, posta
sullarmadio. Mi sono avvicinato incuriosito e ho visto che cera scritto in
grande Per don Silvio.
Lho fatta
vedere alla sorella ed ho chiesto il permesso di prenderla.
Chissà cosa avrai
pensato..., disse rivolto alla sorella di Biagio che con la sua famiglia occupava il primo
banco. I preti sono famosi per gettarsi come sciacalli sulle eredità. Non credo sia molto
quello che Biagio ha lasciato
, o meglio, quello che ha lasciato a me, è stato
veramente molto, ma non si può racchiudere in una busta.
Non so perché ho
pensato subito che quello fosse il testamento di Biagio. E sono rimasto sorpreso per quel
testamento messo lì in mostra, da parte duna persona che non era ammalata, che non
poteva prevedere di dover morire. Era come, se avesse sostituito le preghiere della buona
morte, con quel rito di esporre la busta, ogni sera, prima di andare a letto, pensando
alla morte.
Cera un
biglietto nella busta ed una sorta di relazione scritta in bella grafia su fogli
protocollo. Sul biglietto cera scritto: don Silvio, il giorno del mio
funerale, si risparmi la predica, mi faccia la cortesia di leggere quella che io mi sono
preparato da solo
.
Non so se faccio bene
o faccio male, non so se è giusto o sbagliato. Tutti voi che siete qui perchè avete
conosciuto Biagio, sapete che persona era. Sarà anche contro qualche disposizione
canonica ma io non mi sento di non rispettare le sue ultime volontà
E prese a leggere.
Amici, la voce è
evidentemente quella del nostro parroco, ma
sono io Biagio che o che vi parlo. No. Non è uno scherzo.
Non guardate alla bara, lì cè il mio corpo. Ma io sono qui, vivo in mezzo a
voi. Quelli che mi hanno conosciuto meglio sanno come la penso. Don Silvio lo sa, perchè
ne abbiamo parlato tante volte. Lì cè il Biagio che avete incontrato, non quello
che avete conosciuto.
Quello che avete
visto e incontrato è racchiuso nel contenitore apposito per essere portato a discarica,
ma quello che avete conosciuto è più vivo che mai, senza lingombro del corpo, che
mi costringeva di fianco a voi, ora sono vivo in voi, dentro al vostro
pensiero.
Voi non mi vedete ma
io ci sono, invisibile ma vivo, qui nella Chiesa, attorno a voi. Come laria entra in
voi con il respiro, così io entro e vivo in voi nel respiro del vostro pensiero. Come
dice S.Paolo io non sono morto, sono solo trasformato, sono in una dimensione diversa che
gli occhi del corpo non possono vedere.
Qui, don Silvio fece
una pausa. Dalla porta aperta perché anche la gente che aveva dovuto rimanere fuori sul
sagrato potesse seguire la funzione, era entrato a un leggero refolo di vento che si era
disperso nella navata come una fredda carezza sulle persone, per spegnersi facendo muovere
appena la tela degli stendardi. Anche lui da lassù era stato percorso nella schiena da
quel brivido, che aveva percorso me, e forse tutti gli altri presenti? Era per il fresco
della brezza che entrava dalla porta? Era per quelle parole?
Io ho creduto e
credo, riprese, che Cristo sia il figlio di Dio e come dice Giovanni nel suo vangelo, chi
crede che Gesù è il Cristo egli pure è diventato figlio di Dio, e come tale eterno,
immortale. Ieri, o ieri laltro, (dipende da come sono morto e da cosa ha deciso mia
sorella per i miei funerali), con la morte del mio corpo è finita la mia esistenza, non
è però finita la mia vita che continua ora libera dai condizionamenti
dellesistenza.
Amici miei, perché
sprecate il vostro tempo nel pietoso rito della sepoltura? Non è questo un
giorno di pianti e di addii. Nel gioco della vita e della morte, del visibile e
dellinvisibile, io mi sono solo nascosto ai vostri occhi. Vi ho lasciato il vestito
di pelle e ossa con il quale ho vissuto la mia esperienza visibile. Ma un vestito non ha
bisogno di tante cerimonie: Non si può sprecare dellincenso per un vestito. E non
fingete neppure di credere che comunque è un vestito che si può conservare come ricordo.
No, è un vestito che le tarme distruggeranno rapidamente, appena lavrete riposto
nellarmadio. E allora perché perdere tempo in quella mostra di armadi vuoti, per
vestiti che non ci sono più, che chiamate cimitero?
Lasciate che il
vestito lo porti al suo posto da solo il carro funebre, e fermatevi qui con me. Sono qui
con me anche gli altri che mi hanno preceduto, i genitori,
i figli, i fratelli, i parenti e gli amici di ognuno di voi.
Con me anche loro
chiedono di essere pensati, o pregati, che è la stessa cosa, perché il pensiero mantiene
il rapporto dei visibili con gli invisibili, di quelli che hanno il corpo con quelli che
non ce lhanno.
Con me anche loro
chiedono che vi convinciate dellevidenza che il corpo, le cose, i beni materiali,
sono come vestiti che si indossano per il breve momento dellesperienza terrena. Può
essere giusto che a qualcuno piaccia più che ad altri andare ben vestito, ma è sciocco
fare del vestito il fine per il quale si vive, è sciocca la guerra per dei vestiti che si
devono lasciare.
Io sono vivo, don
Silvio, e tu dovresti essere il primo a
credermi, perché se io fossi morto, tu avresti sprecato
la sua vita di prete a spiegarci che non moriremo ma saremo trasformati. Al di là dei
misteri più o meno interessanti che ci hai raccontato, noi uomini siamo come le farfalle.
Nati per essere farfalle, destinati a vivere un breve momento iniziale come bruchi, per
poi potersi librare nella luce del sole, nella leggerezza e nella bellezza del volo delle
farfalle, per leternità.
Alla fine del rito
dovreste cantare: Io credo risorgerò, questo mio corpo vedrà il Salvatore. No. Non lo
cantate vi prego. Lasciatemi nella certezza di poter vivere come farfalla, non rovinatemi
nella prospettiva di dover tornare ad essere un bruco. Perché con la vostra falsa pietà
e il vostro falso dolore vorreste che restassi nella notte eterna fino allultimo
giorno?
No. Io sono nella
luce eterna. Anche il bruco tutto intento a pascersi delle foglie degli alberi, pensava
che la luce fosse in quelle macchie che filtravano nel bosco. Ma la farfalla è uscita dal bosco ed ha
scoperto che oltre non cè il vuoto del cielo, ma limmensità della luce.
Pensatemi ancora in
mezzo a voi
Come la luce che
cè ma non si vede
Come laria che
ci sfiora e non si vede
Come il pensiero che
ti penetra e non si vede
Come il sentimento
che ti prende e non si vede
Pensatemi così,
perché noi siamo così, come un rincorrersi dombre dentro ai vostri pensieri.
Cap. 20
Lutopia.
Il sole era già
scomparso dietro il Daverdalce. Lultima lama di luce filtrava ancora dalla cresta
della montagna. Nel bosco alle falde salternavano fasci di luce e dombra. E la
luce si ritirava. Impercettibilmente, incapace di resistere allombra della sera.
Guardando a quella
che mi pareva una lotta senza via di scampo tra lombra e la luce, ripensavo alla
morte di Biagio e alla predica di don Silvio. Era inevitabile. Avrebbe perso la luce. Come
alla mattina dopo nella stessa lotta disegnata dal sorgere del sole dietro
lAmarianna, avrebbe perso lombra. Cè un tempo per vivere ed uno per
morire, così cè un tempo per vincere ed uno per perdere. La vita delluomo è
una successione di momenti sospesi sul baratro della morte
Ecco. Anchio
pensavo alla morte come al baratro, Eppure la mia educazione era stata quella cristiana,
della speranza della vita eterna. Perché siamo stati indotti e formati a pensare alla morte come alla fine invece che
come allinizio? Perché istintivamente pensiamo alla notte eterna, mentre il
concetto della luce eterna non resta molto
più che un modo di dire, una figura poetica o una preghiera, lux aeterna luceat eis
Domine?
Perchè anche don
Silvio dopo la sua predica provocatoria, è passato a compiere secondo la fede il
pietoso rito della sepoltura e si è adattato ed ha parlato della resurrezione
nellultimo giorno. Fra quanti millenni sarà quellultimo giorno? Quanti
millenni di notte prima che le trombe annuncino il nuovo sole?
Eppure la rivelazione del Vangelo e
tuttaltra: la vita non ci è tolta ma trasformata.
Il paradosso che ho
già rilevato, è che ci è stato rivelato che la vita delluomo va interpretata
nella prospettiva della vita eterna. È dalla vita eterna che devo guardare allo sviluppo
della vita delluomo, non dal breve momento che passa allinterno di un corpo.
Certo, come faceva rilevare anche don Silvio, la morte è separazione è distacco e quindi
sofferenza e dolore: Ma diverso è il dirsi addio di quelli che sanno di rivedersi domani rispetto a quelli che dubitano di potersi mai
più rivedere.
Nella nostra
immaginazione, quantomeno a livello subconscio, cè una nave che parte per una
destinazione ignota. Si, ci è stato detto che alla fine dopo una traversata non si sa
quanto lunga, la nave toccherà una terra. Ma lapprodo ci pare incerto mentre la traversata si svolgerà in chissà quali
condizioni, in un oceano nero e senza fine. E in fondo in fondo, resta anche il dubbio che
lidea della traversata sia una pietosa bugia per non dover ammettere che la nave colerà a picco negli abissi senza
fine nel baratro senza luce. E noi con essa. Che la terra per lapprodo sia la terra
di utopia (ou topòs la terra che non cè).
Nella rivelazione del
Vangelo invece la nave è già al porto, dopo una brevissima traversata. Cè
finalmente la terra, bella e piena di luce dove abiteremo per sempre e stiamo scendendo
uno alla volta. Cè una logica molto casuale nellordine con il quale si
scende, e questo in effetti crea qualche problema. Deve scendere il padre lasciando sulla
nave i figli ancora piccoli, o deve scendere il figlio ancora giovane lasciando sulla nave
la famiglia preoccupata sapendo che se ne è dovuto andare da solo. Ma è comunque una questione di poco tempo.
Prima o dopo si scenderà tutti per rincontrarsi. Il saluto non è un addio, ma un
arrivederci a presto.
Sarebbe tutto molto
semplice, se per qualche strano motivo, non ragionassimo invece come se la nave fosse il
nostro vero mondo il luogo definitivo della nostra residenza e non un mezzo per la traversata. Il perché? Forse
perché se tutti fossero convinti che le cose stanno a questo modo, chi comanda sulla nave
in effetti non avrebbe nessun potere, e quindi il ragionamento e stato indotto
nellinteresse di chi comanda. Ma chi comanda è anche un abile sofista e quindi
riesce a spiegare che in effetti tutto è nellinteresse dei viaggiatori. Se così
non fosse infatti, se questa non fosse la convinzione di tutti, o almeno della
maggioranza, sulla nave ci sarebbe una
anarchia molto pericolosa.
Che abbiano ragione?
Io penso invece che se tutti fossero convinti che le cose stano a questo modo sulla nave
non ci sarebbe alcuna tensione. Tutti sarebbero portati a pensare con speranza al momento
dello sbarco e si vivrebbe con serenità e solidarietà il tempo della traversata.
Vi do la pace, la mia
pace, non è quindi un regalo ma una conseguenza. Io dice Cristo, vi ho rivelato che siete
sulla nave, che il porto è vicino, che da come imparerete a vivere sulla nave deriverà
il vostro modo di vivere per sempre sulla terra. Sapendo queste cose non potete che vivere
in pace tra voi, aiutandovi come fratelli.
Pensavo ancora una
volta a come era tutto così semplice e lineare, ed a come invece era stato tutto
stravolto e reso complicato e mi appisolai mentre il fresco della sera faceva rapprendere
laria nel grigio che prepara la notte. E sognai
Cap. 21
Quaesivi et non
inveni.
Mi sono sognato anche
stanotte. Strano. In città non sognavo più. Ora che ci penso, gli ultimi miei sogni lo
ho lasciati in questi posti. È come se andandomene da qui abbia scordato tra queste
montagne la capacità di sognare.
Ma forse non è stato
veramente un sogno, è stato piuttosto un modo diverso di continuare a vivere la realtà,
e in questo momento quindi, di continuare nella mia riflessione. Prima di addormentarmi
infatti mero riletto gli appunti che avevo preso leggendo Quaesivi et non
inveni di Augusto Guerriero
Ero nel fiume e
nuotavo verso laltra sponda. Senza fretta, tranquillo. Ma poi (mi capitava così
anche nei sogni da bambino) il sogno si agitava come una tragedia che si avvicina al
momento culminante. Volevo accostarmi a riva e la folla che già cera voleva
respingermi: non mi volevano tra di loro. Avevano raggiunto laltra riva con la barca
e non volevano accettare chi sera messo in testa di fare la traversata a nuoto.
Mi svegliai nel
trambusto, con laffanno di non riuscire a prendere la riva tra tutta quella gente
che inveiva che mi insultava cercando di respingermi nella corrente. Alcuni teologi hanno
visto la vita di Cristo come un mito, una costruzione fantastica per spiegare e rendere
credibile una nuova religione. Anche il mio sogno poteva essere in un certo modo la
mitizzazione della realtà che stavo vivendo.
La ricerca nel campo
della religione, una ricerca alla quale dovrebbe sentirsi obbligato ogni individuo,
perché è la ricerca di base sul significato della propria esistenza, non viene
apprezzata da nessuno. O sei su una sponda o sullaltra. Di là quelli che credono,
di qua quelli che non credono. La maggior parte di quelli che credono non si sono neppure
chiesto se ha senso la mitologia nella quale credono. La maggior parte di quelli che
credono non si è posto mai la domanda di Augusto Guerriero: Ho il diritto di essere
ateo senza aver dedicato una parte della mia vita allo studio del problema supremo?
Ma sia agli uni che
agli altri sta bene così: gli uni non devono discutere gli altri, ognuno sulla sua riva.
Ciò che importa è che a nessuno venga in testa di attraversare il fiume a nuoto. Il
fiume si attraversa in barca. Ci sono sempre meno attracchi, ma sono comunque sufficienti
perché cè sempre meno gente che manifesti il desiderio di passare allaltra
riva.
Comunque per la
traversata di deve ricorrere ai barcaioli. Sono loro che sulla barca devono farti imparare
a memoria quello che serve per vivere sullaltra riva. Nulla può essere discusso,
tutto deve essere accettato, nella forma e nella lettera, come viene trasmesso.
Ma scribi e
farisei ipocriti, direbbe Cristo, non vedete che non cè differenza tra chi vive da
una parte e dallaltra del fiume? Certo da una parte ci si genuflette, si fa il segno
della croce, si è aspersi con lacqua benedetta, si acquisisce il diritto ad essere
incensati (solo quando si è ridotti a cadaveri in putrefazione). Dallaltra parte
invece no, non ci sono cerimonie e riti.
È però una
differenza limitata al comportamento esteriore. Dentro sono rimasti gli stessi anche se
hanno attraversato il fiume. Dicono che quella è la riva dei figli dellamore, degli
uomini fratelli, questa invece quella di tutti i vizi capitali, dei figli di Caino. Ma al
di là dei proclami e delle insegne, non cè di fatto alcuna differenza.
E non potrebbe essere
diversamente! Perché diverso può essere soltanto chi ha guadagnato laltra riva a
nuoto. E vincendo la corrente, lottando contro i flutti che è cambiato. È cambiato
perchè è tutto bagnato, intriso dacqua. È cambiato perchè ha dovuto anche bere
di quellacqua, dellacqua dela conoscenza
Il corpo ci è dato
per nuotare nella corrente della conoscenza. Ognuno a suo modo, secondo le proprie
capacità, per raggiungere la riva in punti diversi, più a monte o più a valle.
Dallaltra parte si deve arrivare con il corpo sfinito che si accascia sulla riva e
muore, liberando lo spirito che vive della conoscenza acquisita nel fiume.
Chi va di là sulla
barca perde lopportunità di purificarsi nello sforzo della ricerca, nellacqua
della conoscenza, di bere dellacqua della quale Cristo parla alla samaritana,
lacqua della vita eterna. Di là si pensa di avere la verità su Dio. Ma Dio non
può essere una verità ricompresa nella mente dun mortale. Gli uomini, quando
vivono nel corpo, percorrono la via verso la verità e la vita, perché il loro corpo è
la via verso la verità e la vita, ma la verità e la vita possono essere raggiunte
soltanto nella dimensione senza il corpo.
Durante il percorso
la meta può essere solo immaginate e intuita. Per luomo Dio è il bisogno
dinfinito che si porta dentro;
Dio è il vuoto della
propria solitudine;
Dio è lansia
insoddisfatta per il futuro;
Dio è la paura per
la propria finitudine;
Dio è
linquietudine per lincertezza del proprio destino;
Dio è
langoscia sul baratro del nulla;
Dio è la speranza
che vince la ragione;
Dio è la fede nella
propria immortalità.
Tu non mi cercheresti
se non mi avessi già trovato, dice il Dio di Pascal. No, io sono sicuro che ci sei. Ma
non ti ho incontrato, perché non è venuta la mia alba. Cammino nella via della notte
sapendo che ci sarà il giorno, verso la verità e la vita del sole. Ma è difficile
capire dai segni della notte come sarà il giorno. Per chi ha vissuto soltanto la notte
del corpo è difficile intuire come sarà il
giorno senza il corpo.
Dice la samaritana:
So che deve venire il Cristo, e quando verrà, ci spiegherà ogni cosa.
Ma se è venuto e ci
ha spiegato, perché non sappiamo ancora?
Cap. 22
Dove era Dio?
La domanda sorge
spontanea, come una provocazione ed una ribellione interna, ogni volta che ci troviamo di
fronte ad atti e situazioni per i quali non riusciamo a trovare alcuna spiegazione, per i
quali non riusciamo a darci alcuna giustificazione. Dove era Dio quando i bambini di
S.Giuliano morivano schiacciati dalla loro scuola? Dove era Dio durante lolocausto.
Dovè Dio quando una giovane vita viene stroncata dal cancro, dovè mentre
ogni giorno migliaia di bambini muoiono di fame?
La domanda potrebbe venir
riproposta purtroppo infinite volte, di fronte ad infinite incomprensibili ingiustizie. Se
cè un Dio che in quanto tale non può non essere giusto, perchè il mondo gronda
dingiustizia? Come si può ammettere esista Dio in un mondo nel quale lingiusto prospera e il giusto soffre, nel
quale viene premiato chi dovrebbe essere punito?
La risposta per coloro che si
riconoscono nel Dio morto in croce è evidente. Paradossale come è paradossale
lidea dun Dio che muore in croce tra due ladroni. Dio era proprio lì. Dio è
proprio lì, dove si compie ciò che secondo noi è ingiusto. Anzi, a mio avviso il
paradosso è ancora più assurdo. Dio era ed è lì, ma non come spettatore, Dio è
proprio quel vuoto di giustizia che ci fa gridare allo scandalo.
Perchè Dio è il vuoto o, se si
vuole, il nulla rispetto allumanità, rispetto a tutto ciò che costituisce il mondo
delluomo.
Dio è il vuoto che in ognuno di
noi e per ognuno di noi si determina con quella che consideriamo lingiustizia più
grande, la più totale: la morte del nostro corpo. Allo stesso modo Dio è la serie di
vuoti che in vita avvertiamo ogni volta che ci confrontiamo con una ingiustizia. Dio è il
vuoto del disabile, del povero, dellammalato, del vecchio, dellumiliato,
delloffeso, dellucciso.
Sembrano affermazioni paradossali,
ma il paradosso sta solo nel fatto che siamo abituati a cercare Dio come valore infinito
sulla scala dei valori umani. No, non è
vero! Dio non può essere che linfinito sulla scala della negazione di questi
valori. Il metro di misura delluomo è lavere. Io ho un corpo e quindi ho un
Dio. E su questa strada arrivo fino ad immaginare, nel mistero dellEucarestia, che
il mio corpo possa avere Dio in sè.
Ma su questa strada come posso
immaginare che avendo Dio in sè, un uomo possa ordinare lo sterminio di altri uomini?
Dio invece non si trova sul piano
dellavere ma su quello dellessere. Dio si rivela proprio nel vuoto
dellavere. Dio è quel vuoto perchè riempie quel vuoto. Dio è il vuoto che riempie
il vuoto del mio avere quando non posso più dire di avere il corpo. Quando non ho più il
mio corpo lì cè Dio. Allo stesso modo ogni volta che constato vuoti di avere lì
cè Dio. Dove non ho ricchezza, dove non ho salute, dove non ho bellezza, lì
cè Dio.
Lequivoco nasce
dallidea di immaginare Dio come
linfinitamente perfetto sul piano umano dellavere. Dio invece è
linfinitamente perfetto sul piano dellessere. Le manifestazioni
dellavere non possono essere che manifestazioni imperfette dellessere. Tanto
più sono perfette sul piano dellavere tanto più sono imperfette sul piano
dellessere.
Una bottiglia con dellacqua
è tanto più piena daria, quanto più è priva dacqua. Più si riduce
lacqua e più aumenta laria. Quando si arriverà al vuoto dacqua, al
nulla rispetto allacqua, in quel momento si determinerà la pienezza rispetto
allaria.
Dal punto di vista
delle gocce che costituiscono lacqua, laria è inconcepibile, proprio perchè
è la negazione dellacqua. Le gocce immaginano laria come una perfezione
dellacqua, mentre invece ne è la completa negazione.
Fuor di metafora in una
affermazione che potrebbe sembrare paradossale o tautologica: Dio è lassenza di umanità perchè è la
pienezza dellassenza di umanità. Così come la pienezza daria e
lassoluta assenza dacqua. Dio è lassenza assoluta di ciò che vorrei
avere perchè è la pienezza di ciò che vorrei essere.
Ma allora è vana per luomo
la ricerca di Dio nel mondo? No, luomo ritrova Dio in sè ogni volta che determina
un vuoto nel proprio avere. Ogni volta che si determina il vuoto nellavere,
luomo sente Dio che riempie il vuoto. E il Vangelo di S.Francesco o di
Tolstoj!...
Lazione del dare,
lazione dellamare sono azioni nelle quali luomo, rinuncia a qualcosa del
suo avere a favore degli altri. Non a caso già San Paolo diceva che ubi caritas et amor
ibi deus est.
Se pregare è cercare di sentire
Dio, trovare delle risposte alla domanda dovè Dio, lunico modo di pregare è
dare ed amare che è il suo sinonimo.
Cap. 23
Il vuoto è Dio.
La paura di finire
si radica nella convinzione delluomo dessere finito. La sensazione
dessere un tutto, ma proprio per questo, finito, concluso in un determinato limite
spaziale e temporale, determina nelluomo la sensazione della propria finitudine, e
quindi la paura della propria fine.
Come una goccia che
potesse liberamente librarsi sospesa nellaria, luomo avverte che attorno a
sè, dogni parte ove finisce il suo tutto, cè il vuoto. E sospeso in
balia di quel vuoto che lo sostiene, senza nessuna influenza e nessun rapporto con la
forza che lo sostiene.
Dove finisco io cè il vuoto di me. Il vuoto
nello spazio, che avverto come solitudine, il vuoto nel tempo, che avverto come
finitudine.
Ma proprio lo
spazio, o meglio il vuoto da me, che mi circonda, è Dio. Un Dio che posso incontrare
nello spazio attraverso il rapporto con gli altri e con la natura. Un Dio che posso
incontrare nel tempo, attraverso lanullamento del mio corpo con lanullamento
della sensazione della mia finitudine.
Dio è laltro
da me, tutto ciò che è fuori di me, tutto ciò che è, che io non sono, tutto ciò che
definisce la mia finitezza, tutto ciò che mi fa avvertire la sensazione della mia finitezza.
Cercare Dio è
cercare il rapporto con ciò che è oltre di me, fuori di me, diverso da me. Trovare Dio,
sentire Dio, è sentire il ritorno che viene a me nellincontro con ciò che è fuori
di me. Dio è lo stupore che mi riempie di fronte alla bellezza della natura. Dio è quella
soddisfazione remunerativa che mi coglie quando sono riuscito ad andare
oltre di me, oltre la mia individualità, realizzando qualcosa o dando qualcosa di me.
Pregare Dio è
cercare di sentirlo e quindi cercare il rapporto con laltro da mè che può darmi,
come ritorno, la sensazione di Dio.
Se invece di
chiamarlo Dio, (un termine che nella mia cultura evoca troppe altre cose), lo chiamassi
lInfinito, forse lidea mi risulterebbe più chiara. Linfinito nel quale
si libra la goccia della mia individualità e, in quanto finito, della mia diversità
dallinfinito. Linfinito nel quale si muove una innumerevole varietà di
finiti, con i quali io posso istituire delle relazioni tra finiti, in attesa che la mia
goccia si sciolga, per poter istituire una relazione definitiva con linfinito.
Cap. 24
La Parabola
dellacqua.
La parabola
dellacqua e dellaria nella stessa bottiglia rende bene lidea del valore
positivo che ha il vuoto dacqua come condizione indispensabile perchè ci possa
essere un riempimento daria. Tanto più cè il vuoto dacqua, tanto più
cè la pienezza daria. Deve venir meno la goccia dacqua, perché al suo
posto possa formarsi una goccia daria.
Se nella parabola,
allimmagine della goccia sostituiamo quella della molecola intesa come la goccia
dacqua più piccola possibile, lesempio può avere un ulteriore sviluppo e
può darci lidea di come possa avvenire il trasformarsi delluomo da elemento
fisico a elemento spirituale.
La molecola
dacqua è formata da due atomi di idrogeno ed uno di ossigeno. In questa
composizione è una goccia. Infinitesimale certo, ma comunque con tutte le caratteristiche
fisiche della goccia: ha un peso, è bagnata, forma una massa ben definita è percepita
dai sensi come acqua.
Se alla molecola
aggiungiamo un atomo di ossigeno oppure togliamo un atomo di idrogeno, la molecola
dacqua si trasforma in una molecola daria, cioè in un elemento con
caratteristiche completamente diverso.
Quello che era un
tangibile elemento acqua del visibile, è diventata un elemento dellinvisibile
mancanza dacqua che è però pienezza daria.
Dallottica
dellacqua la modificazione ha portato alla fine ed alla scomparsa definitiva della
goccia, guardando dallottica dellaria sè invece formata una nuova
molecola.
Se Cristo avesse
saputo delle molecole e degli atomi, lavrebbe raccontata così la parabola del
chicco di grano che se non muore non da frutto. Sarebbe riuscito così a rendere meglio
lidea sintetizzata poi da Paolo nellaffermazione che nulla muore ma tutto si
trasforma.
Dio è più vero del
mondo e ci ama. Ho trovato tra gli appunti questa frase senza il riferimento
dellautore e del testo da cui lho tratta. Non è una considerazione nuova e
originale, a me comunque è servita perché mi ha portato a sviluppare due diverse
riflessioni.
Che Dio sia più vero del mondo è
ovvio, ma laffermazione riportata nel contesto del mio ragionamento diventa: il
vuoto è più reale del pieno, il nulla è più vero della realtà. Potrebbe sembrare un
paradosso, ma lo è solo in apparenza.
Nella parabola sulla molecola
dacqua sè visto il passaggio dal visibile allinvisibile,
dallacqua allaria. Ma lacqua visibile, fatta di due atomi di idrogeno ed
uno di ossigeno è una composizione instabile, provvisoria, che tende a riportarsi allo
stato originario della parità tra idrogeno e ossigeno.
La posizione iniziale e finale
quindi, la posizione vera e definitiva è quella dellaria. Anche se vista attraverso
i sensi, partendo dalla percezione dei sensi, sembra che lacqua sia un dato positivo
e laria invece un dato negativo, la mancanza dacqua.
Cè una tensione del reale
ad annullarsi in quello che per i sensi sembra lirreale del nulla. Per opporsi a
questa tensione verso lessere luomo è portato a rafforzare la sua posizione
nellavere. Si confronta con la realtà da mortale invece che da immortale. Prevale
in lui la prospettiva che sente con i sensi, una visione del mondo antropomorfa, centrata
sul corpo.
Antropomorfa è così anche
lidea di Dio. Se ci ama, ha sentimenti umani, è quindi un uomo. Ma Dio, si è
detto, è il vuoto. Dire che il vuoto ci ama significa soltanto dire che il vuoto ci
attrae a sé. Laria attrae la molecola dacqua perché si trasformi in molecola
daria. Il vuoto ci attira affinché noi ci abbandoniamo al vuoto in un atto
damore, oggi nello spazio, domani nel tempo.
Cap. 25
Dio ci ama!
Dio ci ama! Con
questa affermazione attribuiamo a Dio un sentimento umano e quindi immaginiamo Dio come un
uomo. Il più uomo di tutti, luomo perfetto. E così non capiamo niente di Dio. Dio
è lantiuomo è tutto ciò che non è luomo, è il nulla di uomo, il vuoto di
uomo.
Rimessi i rapporti
tra Dio e luomo in questi termini, nei termini corretti, ha ancora un senso comunque
dire che Dio ci ama. Attribuendo a Dio il massimo dei suoi sentimenti positivi,
luomo ha indirettamente scoperto il modo di essere di Dio. Dio ci ama perchè ci
attira a sè ci vuole in se.
Il vuoto di Dio ci
attira nel tempo a realizzarci oltre lesistenza umana. Nello spazio a realizzarci al
di fuori della nostra esistenza individuale, nel rapporto con il mondo e con gli altri.
Ma il vuoto ci
ispira istintivamente paura. La paura del vuoto è la paura di Dio, paura della dimensione
in negativo e quindi della negazione dellessere uomo. Lindividuo si ritira in
sè, concentrato sulla realizzazione di se stesso, per paura del vuoto. E per trovare una
giustificazione di questo comportamento nega anche lesistenza del vuoto.
Come un acrobata
vive in un precario equilibrio sulla corda sospesa nel vuoto. Resiste con sofferenza
invece che lasciarsi andare nel vuoto che lo attira. Lasciarsi attrarre dallamore di
Dio e quindi uscire da sè per abbandonarsi al vuoto che esiste oltre di noi, intorno a
noi.
Cap. 26
Amare
Dio.
Un amico
con il quale ho discusso il concetto sviluppato
nella precedente riflessione su Dio ci ama, mi ha obiettato che:
Alla
mia modesta intelligenza pare che il problema fondamentale dell'uomo, costretto per
intanto a vivere su questa terra, sia quello di amare l'uomo. Come a dire che può
interessarci sapere quale può essere il rapporto che Dio intrattiene con luomo, ma
molto di più interessa quale è il rapporto che deve tenere luomo una volta che si
è convinto che Dio e il vuoto.
Dire che
Dio mi ama significa dire che lEssere mi attira a sé, e quindi mi porta a
impegnarmi maggiormente sul piano dellessere che su quello dellavere.
LEssere mi induce a uscire dallio ho,
per ritrovarmi nellio sono.
Lo posso
fare da mistico. Ma non è semplice. Lo posso fare più facilmente entrando nel vuoto
degli altri. Dicevo nella precedente riflessione che Lasciarsi attrarre
dallamore di Dio è uscire da sè per abbandonarsi al vuoto che esiste oltre di noi,
intorno a noi. In quello spazio cè il vuoto dei fratelli.
Da lì, guardando al mio io lo vedo sul piano
dellessere e non su quello dellavere, e quindi mi abituo a vedermi nella
prospettiva corretta.
Ma
soprattutto, entrando in quel vuoto entro
nel vuoto in cui cè Dio. E lo dovrei quindi
incontrare
Lo incontro infatti. E la sensazione che mi cresce dentro
dessere più grande, e lemozione che si suol dire mi gonfia il
cuore.
Quello
che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli lavete fatto a me, rivela Dio per
bocca di Jeshù. Non ha detto è come se laveste fatto a me ma
lavete fatto a me nel senso letterale del termine. Quel vuoto che
abbiamo visto nei fratelli e infatti il vuoto di Dio. Quando siamo usciti da noi per
riempire quel vuoto, siamo usciti da noi per incontrare Dio. Ritorniamo in noi con il
piacere che ci ha arrecato quellincontro, con la grandezza che ci viene.
Cap. 27
Fissato di che?
Ma tu sei fissato con
la morte! No, io veramente riconosco di essere fissato con lidea di capire chi sono,
perché sono. Tanti non si pongono neppure la domanda. Io invece la sento come una
necessità. Sento la risposta come un bisogno. Devo capire chi sono. Non certamente sotto
il profilo umano e sociale. So evidentemente chi sono che cosa ho fatto e cosa sto
facendo. Vorrei più al fondo capire chi sono sotto il profilo esistenziale.
Perché ho la
coscienza di esistere e di seguito cosa significa veramente esistere? La prima vera
risposta è che esistere significa morire. E da questa considerazione nasce subito
laltra domanda: che senso ha che io esista per un momento per poi non esistere più,
per morire.
Esisto perché uno
spermatozoo di mio padre è riuscito ad entrare in un ovulo di mia madre ed a fecondarlo.
Tutto qui. Da quel incontro tanto banale quanto casuale si è sviluppata una catena di dna
che ha determinato tutto il mio essere e tutta la mia vita. La catena si è sviluppata è
diventata un animale a due zampe, ha incrociato con tante altre catene, è entrata in
contatto con un particolare ambiente in un particolare momento storico, e ciò che non era
predeterminato nella catena originaria si è andato determinando attraverso questi incontri. A un certo punto la catena si bloccherà
e sarà come se non fosse mai esistita.
Non ci sarebbe nulla da eccepire
se non fosse che quella catena di dna ha la percezione della propria esistenza e quindi
della propria fine. Percependo di esistere è logico si chieda perché esiste e in fondo
cosa significa esistere. Sono domande alle quali hanno tentato invano di darsi delle
risposte le catene di dna che si sono succedute a milioni in migliaia di anni. Per questo
di norma ormai le catene di dna non si pongono neppure la domanda. Il fatto di non trovare
la riposta li ha convinti che è meglio non porsi neppure la domanda e vivere come se
domanda e risposta fossero fatti irrilevanti e secondari.
Ecco io mi sono fissato a pensare
che non sono affatto ne irrilevanti né secondari. Mi sono posto il problema della
ricerca. Implicitamente è un atto di presunzione senza limiti. Cercare dove nessuno è
mai riuscito a trovare, significa pensare davere qualcosa in più rispetto a tutti
gli altri che hanno cercato. Più modestamente per me significa soltanto pensare che ci
può essere una risposta personale.
Se trovassi una verità che mi
appaga, mi basterebbe, anche se questa per altri non dovesse risultare la verità. E così
mi torna in mente il mito della Genesi.
Luomo viveva felice finchè
non mangiò del frutto dellalbero della conoscenza. La conoscenza del proprio
esistere lo condannò alla conoscenza della propria condanna a morte. La via duscita
sarebbe stata quella di poter mangiare i frutti dellalbero della vita. Ma Dio di cui
luomo conoscendo se stesso per la prima volta sentì i passi pose i
cherubini e la fiamma della spada folgorante per custodire la via dellalbero della
vita.
Forse non è soltanto un mito,
forse tra i passaggi del racconto si nasconde la chiave per la risposta madre di tutte le
risposte.
Prendendo coscienza di sé
luomo prese coscienza del vuoto che lo circondava. La paura del vuoto lo portò a
sentire in quel vuoto riecheggiare dei passi. Non una persona, solo dei passi ed una voce
di condanna. Nel vuoto della notte si ha sempre limpressione di sentire dei rumori,
si ha sempre limpressione di essere seguiti da passi nemici. E luomo ha preso
ad esorcizzare quei passi, costruendo complesse sovrastrutture che gli consentissero di
vincere lincubo di quei passi.
Ma non ci sono passi, amico è il
vuoto della notte. La spada folgorante dellaurora che squarcia il velo della notte
per far sorgere il giorno, non divide la morte dalla vita, ma apre un modo diverso di
vedere la stessa realtà. Nel brivido della notte o al riflesso dei raggi del sole, la
goccia è sempre la stessa.
Cap. 28
Il silenzio di Dio.
Dice il Papa che
Dio non si rivela più, sembra nascondersi nel suo cielo, in silenzio, quasi disgustato
dalle azioni dellumanità.
Io non riesco a
capire come possa Dio essere disgustato di ciò che fa la sua umanità.
Leditore non può essere disgustato del suo libro. Tanto più se è un editore
perfetto. La preoccupazione del Papa sul silenzio di Dio, a mio avviso andrebbe
rovesciata. Io vorrei dire che finalmente lumanità comincia a sentire il silenzio
di Dio.
Finalmente non
sente più i passi di Dio che hanno turbato le notti di Adamo e di tutti i
suoi figli. I passi che hanno risuonato invano nel freddo delle chiese. I passi di tanti
presunti ministri di Dio bardati in mille fogge, tra strane coreografie e spettacolari
scenografie. Non si sentono più i passi di quel Dio antropomorfo che se la prende con
Adamo. I passi di quel Dio nascosto che non vuole parlare con il suo popolo, ma chiama
Mosè sul Sinai per affidargli degli ordini impersonali, scolpiti su fredde tavole di
pietra.
Non si sentono più
i passi del Dio di Abramo e di Isacco che sono diversi dai passi del Dio di Maometto o di
Budda.
Finalmente
luomo riesce a sentire il silenzio di Dio. Non più i passi, ma il respiro del vuoto
di Dio che ti attira perchè tu lo riempia di te. Non più la voce dei ministri con le
tavole della legge, ma Dio stesso che parla con il silenzio del suo vuoto, e pretende che
luomo agisca per riempirlo. Una pretesa assoluta che facendo attenzione a non
ricadere in una terminologia antropomorfica potremmo chiamare lamore di Dio.
Il termine non ha
alcun senso se riferito a Dio, al Vuoto. Ha un senso soltanto perchè quel vuoto postula
dessere riempito dallamore degli uomini. Un amore che non si esprime in strane
ritualità o inutili giaculatorie, ma nel darsi, nelluscire da noi per darsi fuori
di noi rapportandoci quindi con gli altri e con la natura.
Nel silenzio dei
passi di Dio si sete il respiro di Dio, il vuoto di Dio che vuole e pretende dessere
riempito dal darsi delluomo.
Lallarme del
Papa sul silenzio di Dio, preoccupa perchè è lallarme del capo duna Chiesa,
duna religione.
Da Caino in poi la
guerra è stata il motore della storia dellumanità. Le guerre per
loccupazione dei territori necessari alla sopravvivenza, le guerre dei principi e
dei re, le guerre nazionalistiche e quelle imperialistiche e infine le guerre per le
ideologie. Allaprirsi del terzo millennio nella parte più evoluta del mondo tutti
questi motivi sono ormai caduti, sembrerebbe quindi possa aprirsi finalmente unera
di pace.
Sembrerebbe... e invece si apre un
nuovo scenario di guerra. Safferma la nuova stagione del fondamentalismo religioso,
e quindi sapre lo scenario delle guerre di religione o, peggio, delle guerre delle
fedi religiose.
Auschwitz può essere considerato
il prodromo e quindi ci può dare lidea duno scenario di barbarie e crudeltà
in nome della fede che la storia non ha ancora conosciuto.
La speranza è nel silenzio di
Dio. Nella capacità delluomo di sentirlo, nellacquista convinzione dun
proprio dovere nel riempirlo con il proprio
amore, con il proprio darsi.
Cap. 29
La coscienza di
esistere.
Ho già detto che
considero il mito di Adamo ed Eva in qualche modo la chiave per riuscire a leggere la
storia dellumanità e quindi di ogni singolo uomo. Cerano due alberi
nellEden di Adamo quello della conoscenza del bene e del male e quello della vita.
Cogliendo dei frutti del primo Adamo si escluse la possibilità di cogliere quelli del
secondo e quindi di ottenere limmortalità.
Ho più volte
cercato di darmi una spiegazione del mito. Invano. Ora penso di non esserci arrivato
perché nel mito, come ci è stato tramandato
cè una prima falsa interpolazione, una prima falsificazione. Lalbero non era quello della conoscenza del
bene e del male, ma semplicemente lalbero della conoscenza. Come ho già scritto
nella precedente riflessione, la supponenza delluomo ha portato alla presunzione di
conoscere tutto attraverso la ragione, e invece ha scoperto i passi di Dio e la morte.
Ma, per tornare alla nostra metafora
dellacqua, dallinterno della goccia, si può riuscire a capire soltanto la
goccia ed il suo destino. Ciò che cè oltre la pellicola della goccia, viene
avvertito come negazione, come mancanza dacqua, come vuoto. Non è qualcosa di
interno alla goccia che può spiegarci la goccia, ma qualcosa che è interno ed esterno
allo stesso tempo. E la coscienza di esistere della goccia, che è dentro e fuori
alla goccia, che può esistere anche quando non ci sarà più la goccia. E questa
coscienza che è stata chiamata anima.
Dal piccolo al
grande, è la coscienza di esistere delluniverso, che può esistere
indipendentemente dalluniverso. E sempre esistita. Forse sì. Non è dato di
sapere, ma non è questo il problema. Se non è eterna è immortale, come la coscienza di
esistere dogni singolo esistente.
Questa è la
rivelazione chiave del Vangelo. Quando si parla del figlio di Dio, la goccia è portata ad
immaginare Dio-Padre, come una goccia infinita, invece è linfinita assenza
dacqua che vede le gocce dacqua dallesterno e ne ha coscienza.
Ma le gocce
esistono perché cè una Entità che ne ha coscienza? Anche questo in fondo è un
problema che non ci riguarda, come non ci riguarda sapere se è esistita la coscienza del
mondo prima del mondo, la coscienza della nostra individuale esistenza prima del nostro
personale esistere.
Ciò che ci
interessa non è leternità ma limmortalità. Leternità riguarda anche
il passato, limmortalità si riferisce concretamente al nostro futuro.
A ripensarci non è
che non ci interessi. La coscienza dellesistere e solo una presa ci conoscenza del
dato dellesistere, o invece ha a che fare con le ragioni dellesistenza? Nel
vuoto di atomi di idrogeno e di ossigeno, tutti gli atomi sono potenzialmente destinati a
diventare gocce dacqua a condizione che si accoppino a tre con due di idrogeno. Ma
laccoppiarsi è un fatto casuale e la coscienza si realizza a fatto avvenuto, o
invece la coscienza della goccia precede il formarsi della goccia, si sviluppa nel tempo
assieme alla goccia, e si mantiene eterna fuori dal tempo, al dissolversi della goccia?
Questultima
sembra linterpretazione più esauriente, ed è linterpretazione di Jeshù. In
principio cera il Vuoto, e il vuoto divenne acqua, divenne natura, carne, una
realtà figlia del Vuoto, derivata da esso e destinata a tornare ad esso.
Cap. 29
La dimensione della
coscienza.
Sulla base delle
precedenti riflessioni ci sarebbe quindi nelluniverso, come nel singolo individuo,
una coscienza dellesistere, indipendente dallesistente. Ma come posso almeno
rendermene conto, se non dimostrarlo? Dovrei scoprire che cè in me qualcosa che si
muove indipendentemente dal mio essere, dal mio esistere.
Ma cè o non
cè? Credo di si, credo possa trattarsi dei sentimenti. Lamore, ad esempio.
Esiste in potenza, come qualcosa che cerca di realizzarsi, di essere. Ad un certo punto,
(come se i due atomi di idrogeno finalmente si fossero sovrapposti), esiste perché si
realizza in un oggetto. Ma anche se loggetto scompare e muore, lamore resta,
più vivo e più forte. Nel ricordo lesperienza si sovrappone e rafforza
lidea.
Il percorso del sentimento è lo
stesso della coscienza di sé, perché i sentimenti non derivano dai sensi (anche se
attraverso i sensi possono svilupparsi) ma dalla coscienza di sé.
Esiste quindi in noi una
dimensione che va oltre quella fisica. Una dimensione che esisteva prima, che si sviluppa
nel rapporto con la dimensione fisica, che resta oltre la morte della dimensione fisica:
è la coscienza del nostro esistere che noi viviamo attraverso i nostri sentimenti
Cap. 30
La questione ultima.
Tuttavia per
luomo la questione ultima, quella che da un senso, o viceversa non dà alcun senso
alla sua esistenza, è la morte. E dai, direbbe il mio amico, con lossessione della
morte! Non è un problema di ossessione. E che da qualsiasi parte tu la voglia
girare alla fine arrivi là. Se la morte è la fine dogni cosa, se la vita
delluomo finisce nel nulla, non ha alcun senso vivere in un certo modo piuttosto che
in un altro, non ha alcun senso parlare di valori, di etica. Essere buono o cattivo, un
delinquente o un generoso, essere qualcuno o nessuno, lasciare un segno o non lasciarlo,
è la stessa cosa. Il fatto dessere ricordato non ha alcuna importanza dal momento
che tu non potrai avere coscienza né dessere dimenticato né dessere
ricordato.
Che senso ha parlare
di leggi da rispettare, di doveri da compiere a uno che sta per morire? E quindi in
generale che senso ha per luomo che vive per morire?
Tra uomini che vivono
per morire non è possibile nessuna convivenza perché non ha senso nessuna regola di
convivenza. Non cè alcun motivo che impedisca alluomo di essere Caino, di
vivere sfogando in assoluta libertà i propri istinti.
Interviene allora la
religione a definire giusti e positivi i comportamenti che permettono la convivenza.
Attribuisce dei premi e dei castighi e valuta i comportamenti in funzione di questi premi
e di questi castighi.
Ma è una invenzione!
Uno schema logico che luomo sè dato per dare una logica ad una esistenza che
non ha alcuna logica, per superare la drammatica coscienza di questa mancanza di senso
logico.
A meno che non ci sia
una terza soluzione: limmortalità delluomo non è una invenzione delle
religioni, ma è il modo di essere della natura umana, immortale dopo una permanenza
momentanea in un corpo mortale. Le religioni non hanno inventato questo dato
dellimmortalità. Al contrario lhanno strumentalizzato come mezzo di potere,
strumento in mano ad alcuni uomini per avere il controllo ed il dominio su altri.
E questa la
tesi che vorrei poter dimostrare. Almeno a me stesso.
NellEden
luomo appena avverte la presenza di Dio, si rende conto della sua condizione
mortale. Il primo atto di Dio nei confronti delluomo è infatti la pronuncia della
sua condanna a morte. Non tocchi dellalbero della vita! Perché? Perché luomo
ha disubbidito a Dio mangiando dallalbero delle conoscenza del bene e del male.
Dalla disubbidienza a Dio deriva la morte.
Se così fosse, non
deriverebbe certo dal fatto che Dio sè arrabbiato con luomo. Dio non può
arrabbiarsi e tanto meno avere una reazione vendicativa nei confronti delluomo.
La disubbidienza è
in relazione con luomo, è nella pretesa di poter ricondurre tutto sul piano della
conoscenza legata alla ragione umana. Luomo sa. Sa che cosa è bene e che cosa è
male. Luomo sa, o crede di sapere, tutto. Ma se assume come metro e strumento del
suo sapere la sua ragione, questa non riesce a darsi risposte proprio sulla questione
ultima. La pretesa di saper tutto, diventa scoperta della propria finitezza e quindi della
propria nullità.
Nel mito
dellEden forse cè la chiave. La ragione porta a sentire i passi di Dio e ad
avvertire il non senso dellesistenza. Non poteva essere diversamente! Ciò che
esiste non può afferrare il senso del proprio esistere, può solo avvertirne i limiti e
quindi la finitezza. La ragione delluomo mortale non può evidentemente concepire
limmortalità.
Luomo può
concepire limmortalità solo se in lui cè qualcosa di immortale, allo stesso
modo luomo può concepire lesistenza di Dio solo se in lui cè qualcosa
che attiene a questa esistenza.
Per questo la
intuizione del filosofo Jeshù è stata appunto che luomo ha in sé una relazione
con Dio (con una immagine, ne è figlio), per questa relazione si pone nella dimensione
dellimmortalità.
Cap. 31
La resurrezione non
è la prova di Dio.
Non sono un esperto
per immaginare di poter entrare nel dibattito aperto da Emanuele Severino con
lElzeviro del 30 luglio scorso intitolato "la resurrezione non è la prova di
Dio", sono soltanto uno che sinteressa dei temi affrontati nellelzeviro
perché tra di essi si dovrebbero trovare le risposte alle domande sul senso della vita e
della morte. Risposte che, evidentemente, dovrebbero interessare a tutti gli uomini e non
solo ai filosofi.
Da ricercatore
quindi, vorrei dire che non mi piace il tema venga posto nei termini delleconomia
della salvezza. Non mi va di pensare ci sia un dare dovuto ad Adamo pareggiato con
lavere legato alla morte di Cristo e quindi esterno e comunque estraneo al mio
essere. Dovrei credere proprio perché è assurdo, credo quia absurdum, ma se accettassi
questa impostazione tanto varrebbe che rinunciassi a cercare. Potrei fermarmi ed attendere
la fede, ma la fede, si sa, non dipende da me: è il risultato dun Dio che cerca
luomo non dun uomo che cerca Dio. Ma in attesa dessere cercato e trovato
da Dio luomo cosa può fare? Credo sia un dovere esistenziale quello di cercare, pur
con il rischio di non trovare, di dovere ammettere alla fine che quaesivi et non inveni.
Ma certamente non
partendo dalla resurrezione, perché questa è connessa con la fede. Come dice Paolo se
Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra fede. Se non dovesse essere un atto di
fede ci si potrebbe anche chiedere: risorto come? Cosa significa il termine risorto se i
due discepoli di Emmaus non lo riconoscono, e Tommaso per credere vuol toccare la ferita
nel costato. Come se trovandomi davanti a mio padre redivivo, per riconoscerlo, gli
chiedessi di mostrarmi le cicatrici delle ferite di guerra.
Al di là dei
dettagli della ricostruzione storica, fermandoci alla resurrezione mi sembra che ci
facciamo fuorviare da Paolo che da fariseo credeva nelle resurrezione di corpi, e che alla
luce di questa sua precedente convinzione reinterpreta il messaggio di Cristo. Ma Paolo è
uno che resta folgorato sulla strada per Damasco e poi se ne va a predicare il suo
cristianesimo e solo dopo tre anni sente le necessità di venire a Gerusalemme a
confrontarsi con quelli che avevano vissuto con il Cristo e che quindi sapevano che cosa
aveva veramente detto. A Paolo evidentemente non interessava che cosa aveva detto, ma
soltanto il fatto che si potesse dire che era risorto, a conferma della sua fede nella
resurrezione.
A me, a noi, prima
del sapere se sia risorto a meno, pare logico comunque andare prima da quelli di
Gerusalemme per capire se in quello che ha detto in vita cè una chiave che serva ad
aprire nuove risposte alle nostre domande, una chiave da potersi utilizzare
indipendentemente dalla fede.
Scopriamo così che
la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù (della sua venuta al mondo, non
della sua morte!). Scopriamo che la verità che ci rende liberi è che Dio ha fatto un
dono agli uomini "di diventare figli di Dio", che Dio ha mandato il figlio
perché chi crede in lui, (in ciò che dice, non nella sua morte e resurrezione !),
"non muoia ma abbia la vita eterna". Lintuizione delluomo storico
Gesù, quale si ricava dai Vangeli, è quindi quella duna divinità delluomo
(figlio di Dio), presupposto perché sia credibile la possibilità per luomo della
vita eterna. La rivelazione quindi duna spiritualità delluomo che resta
nelleternità, dopo una esperienza momentanea nel tempo attraverso il corpo. Esseri
immortali in un corpo mortale. Un concetto al quale si può credere o non credere, ma che
ha comunque una sua logica, una sua razionalità. Non è assurdo!
Con questo, come dice
anche Perangelo Sequeri, intervenendo nel dibattito, forse si mette a rischio ogni
religione, ma non certo, a mio avviso, "ogni umanesimo", che anzi, al contrario,
si giunge alla piena affermazione delluomo e della sua libertà. La messa a rischio
delle religioni è daltra parte un altro dei messaggi forti che riportano quelli di
Gerusalemme (prima della rielaborazione di Paolo) quando ricordano le parole rivolte alla
samaritana: viene unora, anzi è già venuta in cui ladorazione di Dio non
sarà più legata a questo monte o a Gerusalemme, lora in cui gli uomini adoreranno
il Padre guidati dallo spirito e dalla verità di Dio.
Cè uno spazio
quindi, al di qua della fede e al di qua delle religioni per un "uomo figlio di
Dio" che meriterebbe di essere ancor più indagato ed approfondito. In termini
volutamente forse troppo elementari, da catechesi, è ciò che anchio ho cercato di
fare nel libro che ho pubblicato, per le edizioni Segno con lo pseudonimo di Diver Dalce e
che ho intitolato appunto "Io, figlio di Dio".
Cap. 32
Jonas
Anche una intuizione
che crediamo assolutamente nostra, è sempre il risultato di ciò che abbiamo letto, delle
esperienze che abbiamo vissuto. Alla ricerca dei terreni sui quali poteva essere spuntata
lidea che Dio è il vuoto, mi sono ripreso il saggio Il Concetto di Dio dopo
Auschwitz di Hans Jionas. In qualche modo lidea mi era nata come risposta alla
domanda Dove era Dio ad Auschwitz. La
stessa domanda che si pone Jonas e quindi era logico pensare che quella lettura avesse
influito sul mio pensiero.
Per darsi
una spiegazione dellingiustizia in un universo voluto e guidato da un Dio giusto, il filosofo ebreo introduce il concetto di una
sorta di autolimitazione di Dio che si ritira dallo spazio lasciato alluomo,
consentendogli di esercitare la propria libertà
come autonomo potere di decisione anche nei confronti del proprio creatore.
La mia risposta si
richiama alla sua ma credo sia più esauriente. Dio e il mondo coesistono, perché
coesiste lessere e il divenire. Il divenire non è un autolimitazione
dellessere,,ma un modo diverso di proporsi dellessere. Severino afferma
(27.12.02) che lesistenza del divenire implica necessariamente linesistenza di
ogni Dio eterno. Non vedo la consequenzialità. Nel mito dellEden lEssere
decise di realizzarsi anche nel Divenire. Che il Divenire sia coeterno con lEssere o
che abbia avuto una origine e che quindi possa avere una fine, è secondario, almeno ai
fini del nostro ragionamento. In questo momento lEssere e il divenire coesistono.
In quale rapporto tra
loro? Il Divenire è una successione di momenti che tendono allEssere. LEssere
quindi esercita una attrazione (amore?) sul divenire. Lequilibrio si ha con gli
atomi di idrogeno ed ossigeno alla pari. La situazione squilibrata dei due atomi di
idrogeno contro luno di ossigeno è per ciò stesso provvisoria, tende alla
situazione di equilibrio. Lacqua tende a trasformarsi in aria.
Il problema è che il
Divenire può esistere e reggersi soltanto su un principio diverso rispetto a quello
dellEssere Il principio del Divenire è
lavere, il principio dellessere è lessere.
Lesistenza dei
due principi ha sviluppato una discussione infinita sui due principi contrapposti del Bene
e del Male. Ma non cè contraddizione. Il Divenire si è potuto sviluppare soltanto
sul principio che lo rende possibile, lavere, che non è contrapposto ma soltanto
diverso rispetto allessere. Il principio del divenire è lavere, lessere
non diviene ma è soltanto, mentre lavere tende a tornare allessere.
La necessità di
avere è la molla che determina il divenire del mondo, levoluzione
dellumanità. Se Caino ed Abele avessero potuto immaginare una composizione pacifica
della loro vertenza, Caino non avrebbe avuto lo stimolo a studiare come appuntire la selce
per renderla più adatta ad uccidere Abele. Da qui tutta la storia dellumanità si
sviluppa in stretta connessione con la storia dellevoluzione delle armi e
dellarte della guerra.
Già Eraclito aveva
avuto questa intuizione ed aveva affermato che se la discordia sparisse dal mondo
finirebbe il mondo perché la guerra di tutte le cose è madre, di tutte la regina.
Perché ci si
dovrebbe scandalizzare se il divenire ha in sé il principio del divenire?
Luomo sente la
contraddizione perché partecipa allo stesso tempo del principio dellEssere e di
quello dellAvere. Luomo è drammaticamente teso tra lessere e
lavere. Come animale sente il richiamo dellavere e quindi è portato
allaccumulazione e attraverso il potere allaffermazione della propria
individualità. Dal giorno della mela nellEden, è riuscito ad ottenere anche la
coscienza di esistere, ed avverte linutilità dellavere in rapporto
allesistere.
Io sono ed io ho un corpo. Io sono lo stesso a sei
anni come a sessanta, il mio corpo invece si
è trasformato ed è diventato qualcosa di profondamente diverso. Io ho un corpo e quindi
ho uno spazio ed un tempo, sono nella dimensione del divenire. Allo stesso tempo io sono,
sento di esistere indipendentemente dal corpo e dalle sue caratteristiche.
Luomo partecipa
quindi come animale alla dimensione del divenire, in quanto cosciente della propria
esistenza partecipa (figlio di Dio?) della dimensione dellesistere, che è la
dimensione dellimmortalità e di Dio.
Non può rinunciare
ad essere uomo non può non proporsi di essere Dio.
Non può non essere homo homini lupus, non può non
sentirsi figlio di Dio. Come uomo non può non esercitare la ferocia insita nel suo
divenire, come Dio non può non sentire il raccapriccio per tanta ferocia.
Alcuni uomini
potranno far prevalere il senso dellesistere su quello dellavere, potranno
predicare in questo senso, potranno immaginare un mondo nel quale luomo è riuscito
a superare la stupidità dellavere. Ma è utopia. Ha ragione Eraclito: finirebbe il
mondo. Per lumanità ci saranno ancora altre Auschwitz, ancora peggiori perché
luomo perfeziona gli strumenti della propria crudeltà e perfeziona lo stesso
sentimento della crudeltà. La via duscita è possibile soltanto sul piano
individuale, ci potrà essere una umanità nella quale la maggioranza degli uomini si
riconosce sul piano dellavere oppure una nella quale si riconosce sul piano
dellessere. È questo il risultato
dello sviluppo della cultura, della civiltà.
È questa la missione
degli uomini di cultura.
Cap. 33
La nave.
In una precedente
riflessione ho paragonato lumanità ad un treno i cui passeggeri non conoscono la
destinazione. Mi torna ora lo stesso concetto nellimmagine di una nave. Cè
una nave che va, in mezzo alloceano. Attorno cè solo acqua, ma nessuno è mai
sceso dalla nave e nessuno sa neppure che cosa sia veramente lacqua, cosa sia e dove
finisca loceano. Sulla nave sono tutti impegnati in mille incombenze. Passano così
il tempo senza doversi porre la domanda su dove stia andando la nave, sul perché vi siano
saliti. Dovrebbero porsi la domanda, perché
cè un ricambio continuo di passeggeri. Come ad un segnale, prima gli uni poi gli
altri in un ordine assolutamente casuale si avvicinano al bordo della nave e si lasciano
andare come attratti dallacqua e sprofondano nelloceano.
Cosa ne è di loro? Diventano
nullaltro che pasto per i pesci, o in qualche modo si trasformano per continuare a
vivere nella dimensione dellacqua?
Cap. 34
Dove era Dio ad
Auschwitz?
Mentre pensavo a
Severino che nega la possibilità duna coesistenza tra lessere e il divenire,
mè venuto casualmente di leggere del pesce che non riconosce il mare. Ma che cosa
è il mare? Chiede. "Una cosa bellissima" gli risponde il pescatore,
"enorme e senza fine". "Ma dove è?". "Ci sei dentro , risponde
il pescatore. "Ma dove? attorno a me non vedo altro che acqua.
Il pesce
dellaneddoto non riesce a pensare al mare pur vivendoci dentro. Così luomo
che vive nel divenire non riesce (o non può) concepire lessere che ricomprende il
divenire.
Con
laffermazione Dio è il vuoto ho voluto riferirmi al fatto che lo dobbiamo pensare
come la negazione (il vuoto) di tutto ciò che esiste per noi. Il nulla quindi? No, già
Platone introduceva il concetto di diverso. Dio è la diversità rispetto a tutto ciò che
io considero esistente. Per me infatti, nellottica di uomo, esiste ciò che diviene.
Mi è impossibile pensare che possa esistere qualcosa che non diviene. Il fatto che non lo
possa concepire non ne esclude lesistenza. E come il pesce non riesco a concepirlo
pur essendoci in mezzo, pur essendone parte.
Perché lessere
e il divenire coesistono. Dio non si è ritirato o autolimitato per lasciar posto al
divenire come dice Jonas, lEssere si realizza in infinite modalità del divenire.
Ma tutto questo cosa
centra con la domanda che mero posta allinizio, Questo ragionare come mi
aiuta a rispondere alla domanda dove era Dio ad Auschwit?
Dio era lì nel
divenire di Auschwitz.
Dio era lì
impassibile rispetto alla barbarie, perché, come ho già scritto, la barbarie è il
principio che consente levoluzione del divenire. Non è un principio né giusto né
ingiusto, ma soltanto necessario perché ci possa essere levoluzione, il divenire
dellumanità.
Ma se un uomo sente
la ripugnanza di fronte a questi massacri, come può restare indifferente Dio.
Luomo sente la
ripugnanza perché sente il contrasto con il desiderio di giustizia che porta in se come
nostalgia della perfezione dellessere. Nelluomo, animale crudele che diviene,
ed allo stesso tempo coscienza della perfezione dellesistere, si ingenera il
contrasto drammatico e la sofferenza. Dio è invece, evidentemente indifferente rispetto
alle regole del divenire, ma questo non mette in discussione la Giustizia
dellEssere.
LEssere è la
bellezza delloceano, nel quale si muove maestosa una balena. Non cè nulla di
maestoso, direbbe il divenire del piccolo pesce, in un animale così feroce che vive
dellolocausto quotidiano di migliaia di pesci. Lo direbbe se avesse la coscienza di
esistere che è propria delluomo. Coscienza di far parte dellEsistenza, e
quindi coscienza dei valori che sono propri dellesistere, così diversi rispetto ai
principi attraverso i quali si muove il divenire.
La sofferenza
delluomo è legata allutopia di pensare che nel divenire possano affermarsi i
valori dellessere. Ma il divenire non può coincidere con lEssere. Ci può
essere un divenire più o meno vicino ai principi dellEssere. Far sì che ci si
avvicini sempre più, ho già detto, dovrebbe essere il compito della cultura.
Mi è stato obiettato
che anche questa è utopia. Non se pensiamo allintellettuale come alla persona che
sviluppa in se una sempre più profonda coscienza dellesistere, evitando da un lato
le fughe nelle mitologie delle religioni e dallaltro di fare il pesce che nega
lesistenza del mare.
Cap. 35
Emozioni.
Essere immortale è
cosa da poco: tranne luomo, tutte le creature lo sono, giacchè ignorano la morte;
la cosa divina, terribile, incomprensibile, è sapersi immortali. (Jorge
Luis Borges).
Con il suo
paradosso Borges ci riporta ancora una volta nellEden. Luomo nella sua
evoluzione giunge alla conoscenza degli opposti: il bene il male, il positivo ed il
negativo, bianco e nero, vivo e morto. Scopre la morte, scoprendosi vivo. Allo stesso
tempo vorrebbe sapersi immortale ma Dio glielo impedisce. Si presenta per la prima volta
Dio con i suoi passi e si qualifica come chi gli impedisce limmortalità. Ma non
può essere il vero Dio, è il Dio delle religioni.
Continua Borges: nonostante le
religioni la convinzione di essere immortali è rarissima, si professa limmortalità
ma la venerazione che si tributa al primo dei due secoli prova che si crede solo in esso,
e infatti si destinano tutti gli altri, in numero infinito, a premiarlo o a punirlo.
Il Dio delle religioni è quello
della morte delluomo. Non potrebbe essere diversamente perché sul ricatto della
morte, e sulla promessa del suo riscatto si fondano le religioni. Il Dio
dellimmortalità non ha bisogno di mediatori, di Mosè che interpretino la legge, è
già nella coscienza dogni uomo come nostalgia per un Padre dal quale si è perso il
contatto con la nascita, che si ritroverà nellimmortalità della morte.
Non è una mia interpretazione o
una mia intuizione ma è quella del filosofo Jeshù, duemila anni orsono sulle strade
della Palestina. Basta sfrondare il Vangelo di tutto quanto la religione vi ha ammassato
nei secoli, per ritrovare questo concetto divino e terribile.
Il fatto è che ogni nostro
ragionamento, ha ragione Borges, si ferma allorizzonte del secolo della mortalità e
con ciò che esiste allinterno di questo orizzonte si vorrebbe immaginare e
costruire lorizzonte dellimmortalità. Ma è evidentemente una operazione
impossibile. Limmortalità, come Dio, è il vuoto di umanità. Non può essere
ricompresa da una ragione mortale. Il diverso dal mortale non può essere pensato dal
mortale. Ma può essere intuito? E soprattutto in che rapporto si colloca il mortale con
limmortale? Cè comunque qualcosa che valga la pena di fare nel primo dei
secoli perché se ne abbia vantaggio negli altri secoli?
Forse sì. A me almeno pare di
sì: possiamo sviluppare attraverso i sensi quel modo di essere che ci caratterizzerà
anche quando non avremo più i sensi. Ma se non riusciamo ad immaginare come saremo negli
altri secoli, come possiamo sapere cosa ci può risultare utile? Come possiamo sapere cosa
è opportuno fare nel secolo dei viventi per migliorare il nostro modo di essere
nelleternità degli immortali?
E evidente che nulla di ciò
che riguarda lavere del corpo, può interessare limmortalità. Posso allora
pensare di sviluppare la mia capacità di sentimento, pensando che questa capacità resti
a caratterizzare la mia individualità oltre il corpo? Potrebbe essere una idea, se non
fosse che anche i sentimenti umani hanno a che fare con lavere. I sentimenti della
bellezza, dellamore, ed ogni altro sentimento non sono mai disgiunti dallidea
di possesso. Di fronte ad un fiore il sentimento della sua bellezza sunisce sempre
al desiderio di coglierlo.
Ma ancor prima del sentimento
cè lemozione della bellezza di quel fiore. Nellemozione io esco da me e
vivo la bellezza del fiore. Nel vuoto di me, lidea della bellezza, sincontra
con la bellezza del fiore e diventa lemozione della bellezza.
Nelleternità delle idee,
persiste lidea di me, in relazione con le altre idee in un rapporto puro di
emozione. Luscire da me, superando anche il sentimento per ritrovarmi
nellemozione, è forse il modo di vivere il secolo per affinare la capacità di
vivere le emozioni per prepararmi al modo di
essere dellimmortalità.
E evidentemente solo una
ipotesi! Ma dal momento che su questa ipotesi migliora anche il mio modo di vivere il
secolo, migliora la prospettiva dellumanità nel secolo, perché non pensarci?
Cap. 36
ANCORA SULLE
EMOZIONI.
Ma tu
attribuisci al termine emozioni un significato che non gli è proprio.
Forse non è il significato
invalso ormai nella lingua italiana ma credo sia il vero significato secondo
letimologia del termine. Emozioni da
e-movere, cioè muovere, portare fuori. Lemozione che proviamo quando superando la
nostra individualità, usciamo da noi per entrare in sintonia con il vuoto che è oltre
noi. Quando millumino dimmenso di fronte ad uno spettacolo della natura, o
più semplicemente quando entro in empatia con una persona.
Ma non è che voglio dimostrare in
qualche modo daver ragione né sul significato di emozione né su altro. Dovrei
immaginare che esista una verità, e dovrei convincermi daverla raggiunta. Esiste la
verità, come la giustizia, ma nella dimensione dellesistere eterno, in quello che
per noi oggi, elementi del divenire, è il vuoto. Riusciamo a volte a cogliere
lemozione della verità, della giustizia, ma poi viviamo il divenire verso la
verità e la giustizia. Verità e giustizia che divengono e quindi che si trasformano, sì
da farci ritenere che non esistano.
Esistono invece e la nostra
aspirazione ne è la conferma, ma esistono nella dimensione delleternità non in
quella del divenire.
Ho già detto di pensare che nel
mito dellEden si nasconda la verità sulluomo. Ma forse anche questo mito è
stato stravolto, adattato da Mosè alle esigenze della
sua costruzione religiosa.
Eva voleva prendere la mela
dallalbero della conoscenza, ed il serpente le diceva Non farlo! La felicità
è nel tuo corpo, nel rapporto del tuo corpo con la terra. (Per questo, tra gli animali
possibili il mito sceglie il serpente: lanimale
che striscia in un contatto continuo con la terra). Non illuderti guardando in alto, alla
mela, allalbero, al cielo
Ma Eva non lo stava a sentire. Insisteva, si
ripeteva nello sforzo di raggiungere la mela, di rapportarsi con quel qualcosa al di fuori di sé che le avrebbe consentito di
migliorare il suo essere, di divenire in un processo di miglioramento continuo. Perché il mito dellEden ha posto
laccento su una semplice e piccola
mela, su un frutto da mangiare? Si sarebbe potuto pensare almeno alla mela doro che
si ritrova in tanti altri miti. Ma il senso profondo del nostro mito è che lo sforzo di Eva non era finalizzato
allavere. La mela doro si ha. Una mela naturale invece o la si mangia e diventa parte di te, oppure marcisce.
La mela doro avrebbe potuto meglio rappresentare lidea del possedere,
dellavere, la mela invece rappresenta lidea dellacquisire qualcosa per
essere.
La storia dellumanità è
una storia determinata dal principio dellavere, la storia dogni singolo uomo,
dalla nascita allindividualità fino allimmortalità, dal principio della
conoscenza dellessere. Un percorso quello delluomo finalizzato ad imparare a
vivere demozioni, per acquisire la capacità di vivere per leternità
lEmozione di Dio. Un percorso sofferto, come ho già avuto modo di dire, teso tra
lattrazione verso lavere e il desiderio di essere, tra la speranza di essere
per leternità e la prospettiva di perdersi nella realtà dellavere.
Ecco, lho detto! Dio è una
emozione. Lemozione del finito che cammina sullorlo dellinfinito,
sullorlo del Vuoto. Un vuoto che attira e che allo stesso tempo fa paura, nel quale
il cuor si spaura come direbbe Leopardi di fronte al suo infinito. Dio non è un concetto,
non è una idea. Dio nella realtà dellinfinito è il vuoto che non riusciamo ad
immaginare e concepire. Dio nella realtà del divenire è lemozione del Vuoto che
luomo si porta dentro, che riesce ad
anticipare ogni volta che riesce ad uscire da sé ed immedesimarsi nel vuoto che lo
circonda sentendosi grande di fronte allo spettacolo della natura, sentendosi grande nella
capacità di darsi ai fratelli.
CONCLUSIONE.
Dalla
reinterpretazione del mito dellEden con la mela che si mangia, allaffermazione
di Jeshù per cui chi non mangia la mia carne e beve il mio sangue, non avrà la
vita eterna, il collegamento è automatico e dobbligo. Nel Vecchio testamento la mela era soltanto un
simbolo della conoscenza dellinfinito, nel Vangelo il riferimento diventa esplicito.
La vita eterna è subordinata allacquisizione della capacità di sentirsi di Dio.
E un concetto che ho già
sviluppato in altra parte, ma che ora può essere ripreso alla luce delle riflessioni su
Dio è il vuoto. Non potrà volare chi non acquisirà la convinzione di poter volare!
A me pare sia questa
lintuizione di fondo di Jeshù. Non cè una relazione tra il tuo comportamento
nel tempo del divenire, e il tuo modo di essere nelleternità
dellimmortalità. E una relazione questa che è stata introdotta da tutte le
religioni quando si sono costituite come strumento per condizionare luomo.
Lunica relazione vera è quella che nasce dalla tua convinzione che esista il vuoto
nel quale tu potrai volare e quella conseguente che è importante tu impari a volare nel vuoto dei fratelli.
Ama il Vuoto ed ama il vuoto nei
tuoi fratelli.
Si riassume in questa
frase tutto il Vangelo. Tutto il resto può essere buttato. E assolutamente
irrilevante e soprattutto è fuorviante perché ci fa perdere il focus della intuizione o
della rivelazione di Jeshù.
Che sia nato a Nazareth o a
Betlemme, che sia morto in croce oppure no, che abbia o no raccontato tante parabole, che
abbia o no fatto tanti miracoli è perfettamente irrilevante. E irrilevante
addirittura che sia esistito. Sta di fatto che in quei tempi (cento anni prima o cento
anni dopo non fa alcuna differenza), attraverso lintuizione di una o più persone si
è sviluppata nel mondo la convinzione che questo dovesse essere il rapporto tra il vuoto
e il divenire.
Euna intuizione che ci
consente di rovesciare la prospettiva.
Qualcuno obietterà che non è
dimostrabile. Certo! Ma non è neppure falsificabile. Se il bruco avesse coscienza
dessere destinato a diventare farfalla ed a volare, non danneggerebbe per nulla il
suo essere bruco. Se anche non fosse vero, gli converrebbe comunque pensare di poter
diventare farfalla. Se invece fosse vero, come è, e non ci avesse mai pensato si sarebbe
soltanto stupidamente precluso la opportunità di ravvivare la sua vita di bruco con la
speranza di diventare farfalla.
Ero venuto a quello
che ho chiamato il mio eremo, con pochi libri e tanta voglia di pensare. Sono arrivato a
concludere che i libri erano comunque troppi perché la verità è rinchiusa in una frase
soltanto. Ho infine concluso che lunica riflessione che ha senso è quella di
riflettersi su se stessi per vivere quella frase.
Qualcuno obietterà che ho
sprecato invano quindici giorni. Può essere
Dimenticavo. Nei quindici giorni
ho scritto anche un epitaffio per la tomba di Biagio. Tutti quelli che andranno a leggere
sulla sua tomba si sentiranno dire:
Sono nellinfinito del
tuo pensiero.
Postfazione.
A questo punto penso
che il lettore pretenda una spiegazione. Nellintroduzione ha letto
dellintenzione di costruire un romanzo in forma di epistolario a se stesso, avendo
come traccia le Lettres de mon moulin di Alphonse Daudet. Ha potuto seguire con una
dovizia di particolari inutili la costruzione della scena nella quale si sarebbe
sviluppato il romanzo. Gli è stato anche anticipato il titolo del romanzo Lettere a
me stesso che tuttavia non corrisponde al titolo del libro che ha tra le mani e che
ha iniziato a leggere.
Non era mai capitato
di leggere lintroduzione ad un libro
che non è quello che si sta leggendo! Eppure è andata proprio così. Avevo in testa di
scrivere un libro ma in corso dopera il libro ha preso il sopravvento
sullautore e si è, in un certo senso, scritto da sé.
Si perché un giorno
mentre continuavo a cercare risposte, riflettendo sul Vangelo, mè scoppiata dentro
una idea.
Dio è il vuoto!, mi sono detto. Non so
come abbia potuto svilupparsi in me una idea del genere. Era senzaltro una idea
balzana uscita dalla mente del super-io. Ed allinizio ne risi anchio. Ma più
cercavo di convincermi che lidea era balzana e più lidea si radicava in me,
si sviluppava costringendomi ad approfondire le implicazioni che derivavano da una idea
così radicalmente nuova, almeno per me.
Ho dovuto quindi
lasciar perdere limpianto su cui mero messo a scrivere, lasciar perdere
lidea delle lettere a me stesso. Il super io a cui avrei voluto scrivere, con un
colpo di mano, aveva preso in mano la situazione. Era lui ora che dettava, e lio era
costretto a scrivere, come un dattilografo obbligato a scrivere concetti che non
condivide, a riportare idee delle quali non riesce neppure ad afferrare appieno il senso.
Così è nato questo
libro. Doveva essere un gioco tra lio e il super io, ma ad un certo punto qualcuno
ha preso la mia mano ed ha cominciato a scrivere. Io gli ho solo prestato la mia capacità
di battere i tasti del computer in modo da far uscire delle parole, delle frasi con una
forma logica, senza poter controllare la logica del contenuto.
Alla fine sono andato
anche a ricercare se qualcuno aveva già parlato di Dio come vuoto. Ho incontrato Blaise
Pascal con laffermazione che nel cuore dogni uomo cè un vuoto che
ha la forma di Dio ma soprattutto ho incontrato Meister Eckart, con il quale già
altre volte avevo potuto verificare delle coincidenze con il mio pensiero: anche lui dice
che essere vuoto di ogni creatura è essere pieno di Dio.
A volte mi succede di
sentirmi sdoppiato. Non credo sia qualcosa che riguarda solo me stesso. Penso sia una
sensazione che interessa un po tutti. Anche se non è qualcosa di originale,
confesso che a volte la cosa mi impressiona. Mi sento sdoppiato tra ciò che sono, tra
ciò che ho accettato di essere, e/o subìto di diventare, e ciò che avrei potuto essere
e/o immaginato di poter diventare se avessi potuto, e potessi, vivere in modo assoluto
secondo le mie aspirazioni, senza condizionamenti esterni.
Sdoppiato, ma non
solo in senso metaforico, come modo di dire, ma proprio come modo di essere, in senso
fisico, al punto di vedere e sentire quello che avrei voluto o potuto essere, come un
altro da me. Lio delle mie aspirazioni quello che sarei potuto diventare se avessi
potuto vivere secondo le mie inclinazioni, senza condizionamenti esterni, è ad ogni
effetto una persona con la quale convivo, intrattengo dei rapporti, sviluppo dei confronti
e dei ragionamenti.
O meglio, il più
delle volte marrabbio. Si, perché non gli va mai bene niente. A suo dire io avrei
potuto diventare uno scrittore, un poeta, uno scienziato, un filosofo e che so
altro
Comunque qualcosa daltro e di completamente diverso rispetto a ciò che
sono. Che questo sia vero, che in teoria potrei essere stato nella vita una persona
diversa da quella che oggi viene associata al mio nome, è quasi scontato, e quindi la
cosa non dovrebbe disturbarmi. Ciò che mi da
fastidio di quellaltro è il fatto di averlo sempre dattorno. Lo sento con il
fiato sospeso sopra ogni cosa che decido di fare come un punto di riferimento che mi
condiziona continuamente obbligandomi a considerare
linsufficienza di quello che sto facendo.
Lui mi ha sempre giudicato con sufficienza, lui si
sarebbe in ogni circostanza comportato meglio, lui avrebbe saputo affrontare meglio ogni
situazione.
Sui fatti dogni
giorno la cosa può anche dar fastidio. Che
quando non ti riesce di piantare un chiodo ci sia qualcuno dattorno che ti prende in
giro perché non sai piantare un chiodo, non è cosa piacevole. Ma in fondo non cè
nulla di male se qualcuno constata che in effetti il chiodo non è piantato.
Ciò che mi dà più
fastidio è la contestazione sulle scelte di fondo, sui principi. Avrei potuto vivere alla
giornata, sorbendomi le sua risate di scherno per ogni chiodo non piantato. E invece ho
voluto vivere secondo dei principi. E questi non accetto che vengano messi in discussione.
Che non sappia appendere il quadro alla parete, posso accettarlo, ma non posso accettare
si metta in discussione lesistenza della parete che ho assunto come punto di
riferimento.
Alla fine mi sono
stancato e ho deciso di metterlo alla prova.
Volevo riprendere i ragionamenti su ciò che sono,
sul senso profondo della vita, e mi è parso intelligente affrontarli dal suo punto di
vista. Sarei andato in vacanza con lui, lasciando a casa lio condizionato dal
quotidiano, e lo avrei sfidato a dimostrarmi di che cosa fosse capace, dove avrebbe saputo
arrivare, a quali conclusioni avrebbe saputo
portarmi.
E facile dire
che avrei potuto diventare un filosofo! Ecco, gli davo la possibilità di dimostrarmi, che
razza di filosofo sarei potuto diventare.
Dovevo quindi trovare
un posto fuori dal mondo, per consentirgli di liberarsi, per essere sé stesso senza
condizionamenti. Un eremo avrebbe potuto fare al caso, o comunque una cella in un convento
di clausura. Mentre cercavo in internet una offerta che facesse al mio caso, mi ricordai
che in effetti ero proprietario dun rustico che aveva tutte le caratteristiche
dun eremo. Sulla montagna, lontano dal paese, prima
di morire mio padre aveva voluto rendere abitabile un edificio che in passato era servito
come ricovero per gli animali.
Non so perché
lavesse fatto. Sapeva che dopo di lui nessuno lavrebbe utilizzato. Eppure ci
si era messo con un impegno particolare. Quella costruzione era diventata lobiettivo
degli ultimi anni della sua vita. E lobiettivo è valido in sé, mi diceva, per noi stessi, non per luso o il non uso
che si farà della cosa realizzata.
Erano almeno
trentanni che mero allontanato dalla montagna della mia infanzia. Cero
tornato alle volte in quegli anni, ma sempre in fretta finchè era vivo mio padre,
impegnato appunto alla ristrutturazione del rustico
Perché lo
fai, gli chiedevo.
Per avere
qualcosa da fare.
Non era una risposta,
o era una qualsiasi delle risposte che si danno quando non si vuole rispondere. In effetti
con mio padre non aveva mai avuto grandi colloqui. Forse anche questo era una conseguenza
dellaltro io che mi assillava con la sua presenza. In tre è sempre difficile
parlare. Il terzo sinserisce sempre nel colloquio degli altri due e lo impedisce: Io
avevo già un partner per i miei colloqui, un terzo avrebbe soltanto costituito una
inutile complicazione. Così, perché non ne sentivo il bisogno, mero allontanato
dai miei genitori, poi dagli amici ed anche dal paese
Cero tornato in
eguito altre volte a vedere quella costruzione, come si torna al cimitero per uno sguardo
ed un pensiero, incerti tra il nonsenso duna visita ad un luogo morto, e la
convinzione che anche le cose morte possono alimentare qualcosa di vivo in noi. Cero
tornato come se quello fosse veramente il cimitero con la tomba dei miei, come se
quelledificio fosse una tomba
Il rustico era
destinato a ridursi ad un cumulo di macerie, come tanti altri sulla montagna. Erano
cambiate le condizioni economiche che avevano portato a coltivare quei prati, che avevano
portato a costruire quegli stavoli per raccogliere il fieno. Si vedeva che erano stati
costruiti con una estrema perizia ed una grande passione. Nella maggior parte dei casi il
tetto era crollato, perché era marcito i legno delle travi, ma i muri resistevano,
soprattutto agli angoli. Le grandi pietre squadrate e scalpellate come se avessero dovuto
diventare gli elementi di un monumento, si incrociavano agli angoli, come dita strette in
uno sforzo supremo per resistere al tempo.
Forse mio padre
sentiva proprio il fascino di questo tentativo di opporsi allineluttabilità del
tempo. Lavevano sentito prima di lui quelli che a costo di tanti sforzi e sacrifici
avevano realizzato la costruzione, ed egli si sentiva unito a loro, aveva preso da loro il
testimone per la sfida contro il tempo.
Non vale la
pena. Non cè ormai nessuno che possa utilizzarlo, gli continuavo a ripetere.
Non si sa. E
poi le cose le dobbiamo far per noi, per il nostro piacere. Non per chi viene dopo di
noi.
Pareva volesse
assolvermi in anticipo per quanto poco avrei saputo apprezzare ed utilizzare il frutto
delle sue fatiche. Ma, a differenza di lui, io provavo fastidio proprio per le cose che
sarebbero rimaste dopo di me. Avrei voluto essere ricordato per ciò che avevo detto e
pensato, non per ciò che avevo fatto. Lidea che qualcosa di me sarebbe rimasta dopo
di me, mi dava fastidio invece che piacere, come se nel subconscio fossi convinto che in
quel qualcosa potesse restare impigliato qualcosa di me. Qualcosa che mi avrebbe lacerato
e mi avrebbe provocato soltanto sofferenza. E infine mi sembrava un vero nonsenso fare una
cosa sapendo che non sarebbe servita a nessuno.
E invece ecco che
lopera di mio padre alla fine finiva per venirmi utile. Certo! Sarebbe stato
il posto ideale nel quale portare in vacanza il mio super io, quello dei sogni,
delle fantasie senza condizionamenti, e lì in quellangolo fuori dal tempo e dallo
spazio, perché in uno spazio ed in un tempo assolutamente originali, lavrei
lasciato libero di portare a termine la ricerca su tutti i perché dai quali ero
tormentato, a partire dal perché di tutti i perché, il perché della vita e della morte.
Tutto questo contorto
giro di parole vorrebbe spiegare perché sono finito a passare quindici giorni da solo, in
una sorta di casolare, lontano da ogni paese, sulla montagna ove ho vissuto la mia
infanzia.
Ma la verità sui
motivi della mia scelta forse è unaltra, e non ha nulla a che vedere con mio padre
o con il rapporto tra il mio io ed il mio super io. Più semplicemente infatti, sentivo la
necessità di riprendere la ricerca sul senso della vita, dove lavevo lasciata con i
miei primi appunti pubblicati con il titolo Io, figlio di Dio. Avevo chiuso
quel lavoro dicendo che avevo limpressione di aver intravisto una strada
nuova, ora sentivo il dovere di provare a percorrerla.
Lidea che ho
già anticipato, di incamminarmi soltanto con il proprio super io, lasciando a casa
lio del quotidiano potrebbe sembrare balzana e quantomeno necessita di una qualche
spiegazione.
Quando dicevo
allinizio che mi sento sdoppiato, non mi riferivo tanto ad una contrapposizione di
tipo freudiano tra io e super io e non intendo usare il termine super io in una accezione
freudiana. Più che a Freud penso a S. Paolo quando scrivendo ai Corinzi distingue
un uomo esteriore che si va disfacendo mentre quello interiore si rinnova di giorno
in giorno.
Luomo esteriore
è lio legato ai condizionamenti del corpo nella vita di ogni giorno, luomo
interiore invece è il super-io che appunto si rinnova e cresce di giorno in giorno,
assorbendo lesperienza dellio per poter vivere autonomamente quando nella
morte del corpo si sarà disfatto completamente luomo esteriore.
Luomo interiore
cresce come un feto nel grembo della madre attraverso il sostegno sia fisico che psichico
che gli viene dalla madre. Vivrà di vita autonoma solo quando la madre in uno sforzo
estremo per partorirlo, morirà, liberandolo ad una nuova vita completamente diversa,
rispetto a quella che aveva vissuto nel corpo della madre.
Io vorrei riuscire a
liberarlo prima questo uomo interiore, o super io, per parlare con lui e farlo parlare
senza la mediazione dellio-madre. Vorrei, perchè sono convinto che sa, che conosce
la vita a cui è chiamato fuori dal corpo della madre...
Tobia era il vecchio
al quale avevo affidato le chiavi del rustico, alla morte di mio padre, perchè lo aprisse
ogni tanto per farci passare un po daria. Presa la decisione lo chiamai al
telefono chiedendogli di farmelo trovare
pulito e riempito di provviste.
Ci avrei dovuto
passare quindici giorni, gli precisai.
Ma che tipo di
provviste? insisteva preoccupato allaltro capo del telefono.
Fai tu. E
per quindici giorni, gli raccomandai di nuovo.
Ma io non so i
suoi gusti.
Fai tu. Mi
adatterò.
Con la preoccupazione
della scelta delle provviste gli avevo di certo rovinato la gioia che avevo sentito nella
sua voce alla notizia che finalmente sarei andato ad abitare per qualche giorno nel
rustico.
Ma veramente?
Per quindici giorni?
Almeno!...
Non so perchè
mero prefissato in due settimane il tempo indispensabile e sufficiente, se non per
arrivare a delle conclusioni, almeno per un avanzamento significativo nella mia ricerca.
Una vera ricerca
tuttavia ha necessità di biblioteche, di confronti, ed io invece andavo a chiudermi da
solo, portandomi al seguito soltanto quattro libri e dei quaderni di appunti. Mero
messo in borsa una edizione economica della Bibbia, il Vangelo di Giovanni commentato da
Fabris, la mia precedente riflessione pubblicata con il titolo Io figlio di
Dio e le Lettres de mon moulin di A. Daudet.
Era presunzione? No,
era solo la convinzione che la ricerca dovevo farla dentro di me e non su quello che
avevano detto gli altri, usando come traccia quello che aveva detto Cristo, che mi
ripromettevo di estrapolare per intuizione, da quello che avevano scritto gli evangelisti,
e soprattutto Giovanni.
Giovanni perchè come
ho già detto mi pare dei quattro evangelisti quello più interessato a trasmettere il
messaggio, piuttosto che i fatti e le azioni più o meno credibili della vita di Cristo.
E il libro di
Alphonse Daudet?
In effetti non aveva
nulla a che vedere con quello che mi ripromettevo di fare. Ma anche le decisioni senza
senso hanno una loro motivazione e forse la scelta di quel libro nel mio subconscio doveva
essere messa in relazione con la situazione che mi accingevo a vivere, e in qualche modo
forse aveva addirittura qualcosa a che fare con la decisione che avevo assunto. Da quando
sui banchi delle medie avevo usato quel libro per imparare i primi rudimenti del francese,
mi era rimasto il desiderio di vivere lesperienza dellautore. Da ragazzi tutti
ci immaginiamo di poter vivere la vita avventurosa di Robinson Crosuè, io già allora mi
ponevo controcorrente e più modestamente mi immedesimavo nella non avventura di Daudet.
Lautore
racconta di essersi ritirato in un vecchio mulino disabitato in Provenza, e prende così a
raccontare con grande immediatezza e in un modo semplice e brillante al tempo stesso episodi della vita che si svolgeva attorno al suo
mulino nella campagna provenzale, fingendo di scrivere delle lettere a degli amici. Per quelle casualità che paiono
inspiegabili, mentre progettavo il ritiro sulle mie montagne, un amico mi aveva regalato
una copia rilegata delle Lettres de mon moulin. Mi era
parso in qualche modo un segno del destino ed anchio avevo pensato che avrei potuto immaginare di inviare
delle lettere dal mio eremo, raccontando non tanto quello che avrei visto attorno a me,
quanto quello che avrei visto svilupparsi in me.
Ma a chi rivolgere
queste lettere? Daudet pensa di mandarle a Parigi, e questo gli consente di enfatizzare la
bellezza della vita in campagna a confronto con quella di città. Ma io a chi avrei potuto
inviare il mio racconto interiore, se non a me stesso? In un primo momento lidea mi
era para una banalità, poi ho pensato che in fondo non era sbagliato che il mio uomo
interiore in vacanza, scrivesse al mio uomo esteriore rimasto a casa. Sarebbe stato anche
un modo interessante di confronto e di verifica.
E così che è
nata lidea dun libro che avrei intitolato Lettere a me stesso,
come seconda tappa dellitinerario allinterno del mio esistere, iniziato con
gli appunti io, figlio di Dio, per cercare di capire quale sia la sorgente del
fiume della mia vita, e quale sia il mare nel quale andrà a sfociare.
Il mio eremo, come ho
già detto, è stato ricavato riutilizzando una stalla. Al piano terra cè una sorta
di salone lungo e stretto. Su un lato è stato costruito un focolare secondo la tradizione
carnica, circondato su tre lati da una panca con lo schienale molto alto. Davanti un
tavolino e alcune poltrone completano langolo salotto. Dalla parte opposta alcuni
mobili in stile rustico addossati alle pareti fanno da corona a un grande tavolo in legno
massiccio: è langolo cucina-sala da pranzo. In mezzo, di fronte alla porta che si
apre appunto al centro di una delle parete lunghe delledificio, a segnare lo spazio
dellingresso, la scala in legno massiccio che porta al piano superiore. Dietro alla
scala, contro il muro, a ricordare le funzioni originarie delledificio, era stato
mantenuto un pezzo di mangiatoia, trasformata in dispensa.
Il piano superiore
era stato suddiviso ricavando due ampie camere con un bagno centrale. Mi sono sistemato in
quella che guarda ed est. Mi piace lidea dessere svegliato dai primi raggi del
sole.
Non ho dovuto far
nulla. Cera un grande letto matrimoniale in legno massiccio che, (mi tornò nel
ricordo), era il letto del nonno, ed un
tavolo accostato alla finestra. Vi posai i miei quattro libri e pensai che ero pronto per
partire.
Sì, ma per andare
dove?
Alle gambe si può
anche dire: andiamo! e quelle si mettono in moto. Ma la testa è unaltra
cosa, non puoi dirle pensa! e sperare che quella ubbidisca e si metta a
pensare, e tanto meno a pensare quello che vorresti tu in quel momento. La testa è come
un mulo testardo che quando vuole lavora sodo, anche più del necessario, ma se non vuole,
non cè briglia o frusta che tenga. Non si muove e basta.
Daltra parte
non sapevo neppure ancora da dove iniziare. Avrei dovuto prima farmi un minimo piano di
lavoro, almeno una traccia. Tobia consegnandomi la chiave, aveva detto che sarebbe passato
prima di sera a controllare se ero soddisfatto di come aveva preparato lalloggio e
delle provviste che aveva sistemato nella dispensa. Forse era anche il caso pensassi a
come organizzarmi per la sopravvivenza. In fondo era la prima volta che mi trovavo a
vivere solo, per giunta in una casa fuori dal mondo, senza neppure la corrente elettrica.
Avrei potuto almeno controllare se funzionavano le lampade a gas.
Pensavo a queste
cose, mentre provavo a sedermi al tavolo che sarebbe stato il mio tavolo da lavoro per
tutti quei giorni, e fui preso dalla bellezza del paesaggio che si godeva dalla finestra.
La valle si apriva come un enorme cesto ricoperto di verde dalle mille sfumature. Sentii
questa visione entrarmi dentro come laria fresca di montagna che respiravo a pieni
polmoni, ma non trovavo nessuna immagine se non quella banale del cesto per descrivere
quelle sensazioni.
Mentre mi dispiacevo
della mia poca immaginazione, il panorama che avevo davanti si trasformò. Le forme erano
le stesse, ma il verde si era sciolto sostituito dai colori bruciati dellautunno.
Era una immagine che mero portato dentro tutta la vita. Non ricordavo come e quando,
ma ero bambino nello stesso posto, ed ero rimasto incantato, ora come allora dal perdersi
del bosco in mille sfumature di colore, nel succedersi degli anfratti delle insenature
delle gibbosità del terreno. Che contrappunto ironico di colori! Era verde il paesaggio
che ora si presentava ai miei occhi, mentre era bruciato dalla vita il paesaggio che mi
portavo dentro. Al contrario era bruciato il paesaggio del ricordo, ma rimandava al verde
entusiasmo d'una vita tutta da scoprire, sentita nell'euforia della sorpresa, quando la
speranza rende ancora tutto possibile.
Quel paesaggio dai
colori bruciati che mi portavo dall'infanzia, era riuscito come il germe della peste a
conquistarsi tutto il corpo, a infettare ogni mia cellula, a infiltrarsi in ogni angolo
del mio sentire. Come ora. Era sempre riuscito a sovrapporsi al verde che entrava dagli
occhi, per confonderlo nei colori smorti del pessimismo, della nostalgia e del rimpianto.
In quei quindici
giorni nell'eremo mi ripromettevo di trovare la chiave per far sì che il verde ritornasse
al suo posto, che il paesaggio risplendesse nei colori del mezzogiorno, in modo che fosse
più facile ritrovare le tracce dei sentieri, individuare un possibile percorso.
Tanto per cominciare,
la mia ricerca sera subito interrotta. Mero addormentato con la testa posata
sul tavolo...
CAP. 1
Era stata una giornata molto calda. Per gustarmi il fresco della brezza della sera,
mi ero messo sulla sedia a sdraio a guardare il tramonto. Nel mio quadro visivo
campeggiava in primo piano sulla destra il grande abete, quasi a dare profondità al
quadro del rincorrersi delle montagne sulle quali si scioglievano gli ultimi giochi di
luce. Mentre laria attorno a me veniva penetrata dalle ombre della sera,
lultimo orizzonte era ancora bordato dun filo di luce. Lo guardavo fissamente
cercando di cogliere il momento nel quale si sarebbe spento. Si spense invece nel sonno la
mia coscienza e allora vidi il grande abete agitarsi come allarrivo del temporale.
Laria
sinsinuava tra i pesanti rami e li agitava, luno più veloce laltro
meno, e nella diversità di movimento delle singole parti lalbero sembrava percorso
da uno spasimo, preso da un fremito. Non era più un albero ma una massa informe di
schiuma verde che qualcuno stava plasmando, come fosse argilla. Dalle mani del misterioso
artista prese corpo una forma appena abbozzata che poi andò definendosi in dettagli
sempre più precisi. Alla fine, un enorme Cristo in croce incombeva su di me come prima
avvertivo lincombere del grande abete quando mera andato a sedere al suo
riparo.
Lalbero mi riparava con la
sua ombra e mi rassicurava con la solidità della sua mole imponente, il Cristo invece mi
sovrastava come un gigantesca minaccia. Era esageratamente grande. Enorme. Immenso. Non un
uomo, ma un gigante smisurato. Era forse questo il Dio del quale avevano avuto paura Adamo
ed Eva nellEden, al solo sentire il rumore dei passi?
Mentre pensavo
così, si definì ulteriormente e venne a fuoco il volto. Il gigante in croce, in
contrasto con la dimensione del suo corpo, aveva i lineamenti del volto delicati, come
quelli duna giovane donna, e unespressione
che ispirava fiducia. Aveva il sorriso rassicurante del Cristo che parla ai fanciulli, e
mi parve naturale mi dovesse parlare. Mi sentii subito a mio agio e non provai nessun
imbarazzo nel parlare per quella evidente sproporzione: lui così alto come lalto
abete, io così insignificante e impreparato a quel colloquio, disteso come ero sulla
sedia a sdraio, con i calzoncini corti e la camicia tutta sbottonata.
Perchè tarrovelli? Nessuno
sera mai rivolto a me usando termini così ricercati. Gli avrei voluto dire che
maveva colpito la proprietà del linguaggio. Ma oltre che per la forma era rimasto
sorpreso dalla domanda in sé.
Proprio tu mi fai una domanda del
genere. Dovresti sapere che in qualche modo se sono qui, sono qui per cercarti.
Veramente, se tu fossi sincero
diresti che sei qui, come si suol dire, per cercare te stesso.
Spero almeno tu mia dia conferma
che cercarti e cercare me stesso sono la stessa cosa.
Non rispose alla mia domanda
implicita. Continuò invece a rimproverarmi per la mancanza di sincerità.
Se tu fossi onesto con te stesso
dovresti dire che mi vai cercando sperando di trovarmi senza la croce. In questo modo la
tua non è una ricerca per trovare, ma piuttosto per fuggire, e sia da me che da te
stesso, perchè la croce è ciò che mi caratterizza, come caratterizza anche te.
Non è che ti voglio cercare senza
la croce. So che non ti si può nascondere nulla. Ma certamente, lo ammetto, non vorrei
neppure cercarti per la croce.
Eppure è questa che ci avvicina!
Hai passato la vita a pensare a te stesso come individuo come ho fatto io per
trentanni. Poi ti ha preso langoscia per linutilità dun impegno a
favore dun individuo troppo limitato e caduco. Allora hai pensato di andare oltre te
stesso dandoti agli altri. Ma anche attraverso gli altri non riesci a superare la paura
per lannullamento che ti aspetta come individuo.
Non puoi fuggire!
Anche tu sei
arrivato ai piedi del calvario, non ti resta che prendere la croce della tua vecchiaia e cominciare a salire. Come me, devi prendere lo
strumento della tua morte, della tua fine, e cominciare a salire. Sai qualè lo
strumento ma non sai quale sarà la causa della morte. Anche nel mio caso si discute
ancora sulla causa scientifica. Così anche per te sarà ci sarà un referto scientifico,
linfarto, il cancro o qualche altra accidente, ma non ha importanza. Al momento del
consumatum est non fa alcuna differenza. Vedi se non è vero che la mia esperienza della
croce è anche la tua?
Aveva ragione. Ci avevo pensato
più volte a questa analogia:.il mito della genesi e il mito della croce, allinterno
dei quali si sviluppa la vita delluomo
Con una aggravante, obiettai. Fra la mia e la tua esperienza
ce infatti una differenza di fondo. Tu sapevi che per te erano le ultime
sofferenze di uomo, prima di riprendere completamente la natura divina, per me sono le
sofferenze attraverso le quali devo rinunciare al mio esistere per lasciarmi perdere nel
nulla.
Se la pensi così allora è stato
tempo perso. Tutte le volte che ti ho parlato... Chi crede nel mondo soffrirà per dovere
abbandonare il mondo, chi crede in me, non morirà ma avrà la vita eterna. Come io sapevo
di tornare al padre così chi crede in me si libererà del suo corpo per poter vivere con
me senza i limiti dei sensi, lintensità della vita dello spirito per
leternità.
Con la differenza che tu sapevi
che così sarebbe avvenuto perchè avendo coscienza di essere esistito prima del corpo,
avevi la certezza di poter esistere senza il corpo. Io invece, nato alla conoscenza con il
corpo, come posso essere certo che ci sarà una conoscenza, quando la morte avrà annullato il corpo?
Ma, lo sai, te lho fatto
capire tante volte. E questa la verità che sono venuto a rivelare: che anche voi
uomini siete figli di Dio, e come tali destinati a vivere in Dio leternità.
Certo! Ma è la tua verità. Non
è così automatico farla diventare la mia verità. Non e facile introdurre questa
convinzione in me per viverla come parte integrante del mio essere. Sarebbe oltretutto
conveniente! Sai che differenza tra il sapere di portare la croce con la quale sarai
annientato, o invece quella che ti innalzerà alla vita, che ti consentirà di raggiungere
leterna felicità. In questa prospettiva
la croce per quanto pesante sarà sempre sopportabile.
Appunto, ma allora perché non
vuoi convincerti che sei figlio di Dio?
Evidentemente lo vorrei. Ma più
ci penso e più mi pare un paradosso. Già che tu sia stato figlio di Dio non è un dato
sul quale sia facile restare convinti. Credere poi che io stesso sono figlio di Dio, per
quanto grande possa essere la mia ambizione, mi pare un dato che oltrepassa i limiti del
concepibile..
Eppure proprio nella convinzione
che ogni uomo è figlio di Dio, ti risulterebbe facile capire e spiegarti come io sia
figlio di Dio...
Forse ma hai lidea di quale
paradosso assurdo e inconcepibile, si racchiude nellidea dun uomo figlio di
Dio ?
Certo! Ma solo perchè, parlando di Dio non puoi pensare al concetto di
figlio come il risultato del concepimento tra
un uomo e una donna. Così ritorni ad una visione antropomorfa della divinità. Costringi
lintelligenza a salti mortali, ad autentiche capriole per definire il generato
ma non creato il concepimento virginale. Se tu invece pensassi che il
figlio delluomo nasce come ogni figlio delluomo, ma che nellattimo
stesso in cui esiste, per il solo fatto di esistere viene a
partecipare della stessa sostanza dellEsistenza-Dio, ti risulterebbe chiaro
che ad ogni effetto, e con tutta evidenza, può essere chiamato figlio
dellEsistenza. Per le conoscenze che hai non ti dovrebbe essere difficile immaginare
un uomo con il dna di suo padre, e in quanto esistente con il dna dellEsistenza. Non
ti dovrebbe quindi risultare difficile pensare che mentre si perde con il corpo il dna che
ha generato il corpo, non e detto si debba perdere anche il dna che ha generato
lesistere e che, sviluppatosi
dallEsistenza, torna nellesistenza, mantenendo la coscienza del proprio
esistere e quindi della propria individualità...
La massa nera del grande abete si
stagliava dun nero più intenso, contro il nero del cielo. Infreddolito mi alzai
dalla sedia a sdraio, sulla quale mi ero addormentato. Mi guardai mentre cercavo di
riscaldare le membra intirizzite e mi misi a ridere.
Come posso pensare, dissi alla
massa scura dellabete, che il mio gracile intrico di carne e di ossa, possa
nascondere un figlio di Dio?...
CAP. 2 - I quattro vangeli.
Ero finito di nuovo
sul nodo attorno al quale aveva ruotato tutta la mia precedente ricerca! Se mi lasciavo
prendere dal tema, sarei finito a fare lo stesso percorso, con altre parole, sarei finito
per riprendere gli stessi concetti.
Per non sprecare il
mio tempo avrei dovuto darmi un metodo, pormi dei nuovi obiettivi.
Decisi quindi di
ripartire dalla lettura dei quattro Vangeli e di farne un commento sintetico, da
utilizzare come primo punto di riferimento.
Per ricostruire la
vita di Cristo disponiamo di quattro biografie ufficiali senza contare le numerose altre,
non riconosciute. Biografie molto diverse, scritte da persone che, si vorrebbe far
credere, hanno vissuto con lui e quindi
attendibili. E invece accertato che i racconti sono stati scritti molto tempo dopo
rispetto ai fatti riportati. Su come e quando siano stati scritti, anche alla luce delle
recenti scoperte archeologiche, si sono pubblicate intere bibblioteche, si sono sviluppati
fiumi di dotte disqisizioni. Ma non è questo che mi interessa. I problemi
dellesegesi biblica credo comunque si possano superare pensando che questi racconti sono stati scritti, non tanto
per la preoccupazione di riportare con
fedelta cronachistica i fatti, quanto di trasmettere il messaggio che si ricava dalle parole, dagli atteggiamenti e dai
comportamenti.
Anche adesso se quattro discepoli di un filosofo
si mettessero e scriverne la biografia, potremmo trovarci davanti a testi molto diversi,
dovuti al diverso carattere e alla diversa cultura dei biografi. Luno potrebbe
essere piu attento ai particolari della vita familiare, laltro potrebbe
trattarli piu sommariamente perche
piu interessato ai comportamenti da filosofo che a quelli da
uomo, un altro infine potrebbe trascurali completamente perche interessato al
pensiero del maestro piu che ai fatti della sua vita. Questo puo spiegare
benissimo le notevoli differenze che si riscontrano nei quattro vangeli. Cio che, a
mio avviso, diventa inspiegabile e invece il fatto che si riportino con tale
diversita i particolari dello stesso fatto di vita, da far emergere figure diverse e
contrastanti del Cristo.
Emblematico in questa
ottica, mi pare il racconto della notte passata nellorto degli Ulivi, prima
dellarresto. Il fatto viene riportato da tutti quattro, come e logico,
trattandosi dun momento cruciale della storia terrena del Cristo. La versione di
Giovanni, anche ad un confronto superficiale, risulta profondamente ed inspiegabilmente
diversa. E non tanto per i particolari diversi riportati, quanto perchè, come dicevo, il Cristo di Giovanni nei Getsemani non ha nulla a
che vedere con il Cristo degli altri tre.
In Matteo, ed in Marco
che duplica il testo di Matteo quasi alla lettera, Cristo e in preda
allangoscia, affranto da una tristezza mortale. Gia in Luca che pure
riporta la scena di Cristo che si allontana
per pregare, latteggiamento e diverso. Se così si puo dire, piu
dignitoso. Il Cristo non prega con la faccia a terra, ma in ginocchio, non dice se
e possibile allontana questo calice ma se vuoi e la differenza non
e da poco.
Non ha infatti senso
chiedere a Dio di fare qualcosa se gli e possibile perche in
quanto Dio, gli e ovviamente possibile. Piu logico equindi, evidentemente, il
se vuoi di Luca.
Giovanni pero,
che pure, secondo il racconto dei primi due, era fra i tre discepoli prediletti, dai quali
Cristo si era fatto accompagnare e che quindi era stato testimone diretto di quei momenti
di sofferenza, non parla di tristezza, di angoscia, del sudore che cadeva a terra come
gocce di sangue, ma ci presenta un Cristo che ha in se, indipendentemente dal Padre.
la capacita di salvarsi, di opporsi agli eventi al punto che al solo presentarsi con
il perentorio Sono io le guardie
sono come fulminate e cadono a terra.
Diversita così
evidenti sono spiegabili soltanto con le tre diverse immagini di Cristo che gli
evangelisti vogliono tramandarci, con la scena dellarresto. Diversita che
vengono stigmatizzate nelle tre diverse frasi con cui Cristo giustifica il fatto di essere
arrestato:
Questo
eavvenuto perche si compia quello che hanno detto i profeti nella Bibbia
(Marco?)
Questa
e lora vostra, ora si scatena il potere delle tenebre (Luca)
Bisogna che
io beva il calice di dolore che il Padre mi ha preparato. (Giovanni)
In Matteo e Marco,
Cristo e un uomo con la paura delluomo di fronte alla morte che comunque
accetta di immolarsi in sacrificio per la salvezza dellumanita.
In Luca Cristo e
leroe della tragedia greca, figlio della Luce, che viene assistito da un angelo.
E ancora capace di miracoli e potrebbe quindi salvarsi, ma alla fine si lascia
travolgere dal destino e soccombe infine al potere delle tenebre. Il conflitto tra le
tenebre e la luce si e sviluppato in lui fino a farlo sudare sangue
In Giovanni invece
Cristo e il figlio di Dio, che come tale accetta serenamente di affrontare la prova
che il padre gli ha preparato.
Tre racconti diversi
quindi, per tre immagini diverse del Cristo di fronte alla prova suprema della morte. Ma
come è andata veramente? Per rispondere si dovrebbe verificare quale è lo sviluppo più
verosimile. Si finirebbe come ho detto in mille congetture, in mille ipotesi suffragate o
meno da documenti, da conferme o smentite nele opere dei padri della chiesa.
Il dato sul quale si
può convenire a priori, (ed è lunico che ci interessa ai fini dela nostra
riflessione), e che Cristo non si
e opposto allarresto, accettando quindi la condanna a morte. Che senso ha
questo per la storia della umanita e per la mia storia individuale?. Se questo è il
dato storico, qualè il messaggio che se ne ricava?
.
Cap. 3 - La resurrezione.
Storico? Ma cosa cè veramente di storico nella vita di
Cristo? Abbiamo elementi sufficienti per dire che è morto in croce? E soprattutto abbiamo
elementi per dire che è veramente risorto?
Lanalisi dei
Vangeli a proposito della Resurrezione porta in effetti a risultati sconcertanti.
Vi hanno insegnato
prima di tutto, scrive Paolo ai Corinzi (1.15.3) che Cristo è morto per i nostri peccati,
come è scritto nella Bibbia, che fu sepolto ed è resuscitato, come è scritto nella
Bibbia, che apparve a Pietro e quindi ai dodici.
In questa citazione
è evidente, quasi assillante, la volontà di ricostruire il racconto della vita di Cristo
in conformità a quanto già anticipato nella Bibbia.
Ciò che più
interessa a Paolo è la ricostruzione della resurrezione perché questa è per lui la
chiave di volta del cristianesimo: se Cristo non è resuscitato la vostra fede è
unillusione, perché sul fondamento della risurrezione di Cristo si può costruire la verità della risurrezione
dei corpi nella quale credono i farisei, e Paolo era uno di loro. Ma ben altro è il
fondamento del cristianesimo che la possibilità della resurrezione dei corpi. Per
affermare la verità della vita eterna, predicata da Cristo, non era necessario costruire
levento della sua risurrezione.
Che la resurrezione
sia un evento costruito è dimostrato se non altro da come è stato mal costruito. È
forse lepisodio nel quale gli evangelisti sono più discordanti tra loro, mentre
invece avrebbe dovuto essere di tale rilevanza da restare impresso in maniera indelebile
nella loro memoria, fin nei minimi particolari e invece...
Lunico elemento
su cui concordano è che si era nel giorno dopo il sabato o comunque il primo giorno della
settimana. Per Giovanni, è la sola Maria Maddalena che
di buon mattino, quando era ancora buio, si reca al sepolcro e vede che la pietra era
stata ribaltata. Per Luca cerano più donne e non solo la Maddalena. Matteo infatti
precisa che si trattava della Maddalena e dellaltra Maria. Marco infine
ricorda che erano tre le donne che al levar del sole si recarono al sepolcro: Maria
Maddalena, Maria madre di Giacono e Maria Salomè.
Queste tre donne,
prosegue Marco, mentre andavano dicevano tra loro: Chi ci farà rotolar via la
pietra che è davanti alla porta? Ma quando arrivarono, guardarono e videro che la
grossa pietra molto pesante era già stata spostata. Anche per Giovanni e per Luca la
pietra era già stata spostata.
Per Matteo invece,
mentre la Maddalena e laltra Maria si avvicinavano improvvisamente ci fu un
terremoto, un angelo del Signore scese dal cielo, fece rotolare la grossa pietra e si
sedette sopra. Come mai gli altri tre si dimenticano di un particolare così
importante e ad effetto?
La Maddalena di
Giovanni che era sola, al vedere la pietra rimossa, ebbe paura e tornò indietro di corsa
a dare la notizia a Pietro e Giovanni. Le donne di Luca invece entrarono nel
sepolcro ma non trovarono il corpo del Signore Gesù e allora se ne stavano lì
senza sapere che cosa fare, quando apparvero loro due uomini con vesti splendenti che
dissero loro: Perché cercate tra i morti colui che è vivo.
Per Matteo al contrario è langelo (uno solo)
che ha fatto rotolare la pietra e vi si è
seduto sopra a dire: Non è qui è risorto, come aveva detto. Per Marco infine
lannuncio della resurrezione alle tre donne è stato fatto da un giovane vestito
duna veste bianca, dentro al sepolcro, ed è talmente sicuro del
particolare da poter precisare che il giovane era
seduto a destra.
Matteo conclude il
racconto dicendo che le tre donne, spaventate ma piene di gioia, andarono di corsa a
portare la notizia ai discepoli. Così fecero anche le donne di Luca.
Le donne del racconto
di Marco invece non dissero niente a nessuno perché avevano paura. Poi però
anche Marco aggiunge che in mattinata Gesù
si fece vedere a Maria Maddalena la quale andò dai discepoli e portò la notizia che
Gesù era vivo e lei laveva visto. Ma essi non le credettero.
Anche la Maddalena di
Matteo (non da sola però ma assieme allaltra Maria), mentre tornava a dire ai discepoli della tomba vuota, si incontrò con
Gesù che disse loro: Salve.
Mentre i discepoli di
Marco non credettero alla Maddalena, e Matteo non riporta nessuna particolare reazione
immediata, Luca precisa che Pietro si alzò e corse al sepolcro e vide solo le bende usate
per la sepoltura. Più complesso il racconto di Giovanni per il quale la Maddalena era
tornata indietro appena aveva visto il sepolcro aperto. Alla notizia avevano preso a
correre verso il sepolcro sia Pietro che Giovanni. Questultimo, che era il più
giovane, correva di più, lo seguiva Pietro e infine veniva la Maddalena. Giovanni appena
arrivato vide le bende per terra ma non entrò. Arrivò anche Pietro che entrò vide le
bende per terra e il sudario che gli era stato posto sul capo, non per terra con le
bende, ma piegato in un luogo a parte. Quando arrivò infine anche la Maddalena, si chinò
soltanto in lacrime verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti seduti luno
dalla parte del capo e laltro dei piedi dove era stato posto il corpo di Gesù.
Poi anche lei si voltò indietro e vide che Gesù
stava lì in piedi, ma non sapeva che era Gesù, laveva preso anzi per il custode del giardino e lo riconobbe
soltanto quando lui la chiamo: Maria!
Dopo questa
ricostruzione sinottica e difficile non pensare che si tratta di ricostruzioni di
fantasia.
Gli Ebrei ed in particolare la setta dei Farisei
(e quindi Paolo che era un Fariseo) credeva nella resurrezione e nel giudizio finale. È
logico supporre quindi che gli avvenimenti della vita di Cristo siano stati forzati, con una appendice dopo la morte, per
diffondere la credenza nella resurrezione. E non è un caso che Cristo sia stato sepolto
proprio nel sepolcro di Giuseppe dArimatea uno dei più influenti dei Farisei e
quindi uno dei più convinti assertori della resurrezione dei corpi.
Ma è possibile che
sia stato tutto inventato? A mio avviso direi di no, penso che ci siano due elementi di
verità, sui quali è stato costruito il racconto.
Si può dire sia vero
che non si è trovato il corpo, e in secondo luogo che Cristo è stato sentito e visto da
morto.
Per la scomparsa del
cadavere si potrebbe pensare sia stato lo
stesso Giuseppe dArimatea a trafugarlo, utilizzando il fatto per fare proseliti alla
sua idea della resurrezione. Oppure si può credere sia stato un miracolo come quello della resurrezione di
Lazzaro. Mi pare tuttavia secondario il sapere come sia potuto avvenire che non si trovò
il corpo i Cristo. Il fatto significativo e importante, fu che Cristo fu visto e sentito
dopo morto. Perchè era risorto? No, direi più semplicemtne perché, come tutti gli
uomini, non era morto ma era in una altra dimensione dalla quale non ci si può
normalmente mettere in contatto con chi è nella dimensione della vita del corpo.
Normalmente! Ma non
è impossibile pensare che la cosa sia riuscita, eccezionalmente o miracolosamente, a chi aveva dedicato tutta la vita a convincere
gli altri che cera veramente la dimensione della vita eterna.
Il fatto avrebbe
contribuito a confermare il messaggio sulla possibilità per luomo duna vita
eterna che Cristo sera impegnato a predicare da vivo.
Ma
nellinterpretazione di Paolo, il messaggio sulla vita eterna si è trasformato nella conferma della sua credenza sulla resurrezione dei
corpi. Da qui la necessità di adattare il racconto perchè nella resurrezione di Cristo
trovasse conferma lidea della resurrezione dei corpi.
Cap. 4 - Il
risorto.
Continuando a
pensare alla veridicità del racconto della resurrezione mi sono ritrovato a considerare
che ci sono due paradossi di fondo che ci accompagnano nellapproccio al Vangelo dai quali deriva la serie di conseguenti
forzature nellinterpretazione. Il primo, come ho già avuto modo di dire, è quello
di considerare il Vangelo lultimo dei libri della Bibbia, mentre invece la
rivelazione di Cristo si stacca nettamente da quanto era stato detto precedentemente. La
novella è rivoluzionaria, e come ogni rivoluzione anche
quella introdotto dal Vangelo rompe con tutto ciò che precedentemente era stato detto e
scoperto.
Il messaggio
rivoluzionario è che il senso della vita dellindividuo è nelleternità.
Il secondo paradosso
è che gli evangelisti, questa novità rivoluzionaria cercano in ogni modo di annacquarla
sforzandosi di costruire un sistema di pensiero che spieghi il mondo, piuttosto che
leternità.
Nellesistenza delleternità si cerca
una giustificazione per un particolare modo di vivere il tempo, invece di pensare che il
tempo si annulla di fronte alleternità.
Questi due paradossi
sono particolarmente evidenti nella ricostruzione della resurrezione, sulla quale sento la
necessità di tornare.
Pietro, Giovanni e la
Maddalena sono al sepolcro a constatare che è vuoto e il cronista commenta non
conoscevano infatti ancora la scrittura che egli doveva risuscitare di morti. Nel
Vangelo si deve compiere la scrittura, e secondo la scrittura Cristo avrebbe dovuto
tornare dal mondo dei morti a quello dei vivi. Ma la rivelazione è proprio che non
cè nessun ritorno perché non cè nessuna morte dalla quale ritornare.
Cè soltanto che, per tutti gli uomini, come per Lazzaro, il fatto che chi è
morto vive.
Se chi è morto
vive la vera vita, ricongiunto al Padre, perché dovresti distoglierlo per
farlo tornare alla vita del corpo? Se la rivelazione di Cristo è che per ogni individuo
la vita vera è quella eterna oltre il corpo, senza il corpo, dopo il breve momento
passato con il corpo, perché inventare, contro ogni logica che ci sarà un ritorno al
corpo?
Perché, come dice
Paolo, se Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra fede. Certo! Se per la fede
intendiamo il fondamento della comunità cristiana. Una chiesa per esistere ha bisogno dei
corpi sul quali esercitare il proprio potere. Una rivelazione per la quale i corpi non
hanno senso se non come involucri momentanei dun contenuto che senza alcuna
mediazione è già in rapporto con lEsistenza e con lEternità, non può
costituire il fondamento duna chiesa come gerarchia di intermediari.
E allora la
rivelazione viene adattare ai propri fini facendo in modo che da un lato confermi quanto
anticipato dalla Bibbia, dallaltro facendo sì
che giustifichi la struttura della chiesa.
Si ha così
limpressione che Cristo sia risorto
quasi si fosse dimenticato di dire qualcosa di importante ed abbia ottenuto di tornare un
momento tra i suoi per finire il discorso e per proclamare che: a quelli ai quali
rimettete i peccati sono rimessi, a quelli ai quali li ritenete sono ritenuti.
Tutto inventato
allora il racconto della resurrezione? Credo di no, a mio parere forse è possibile
risalire ad una ricostruzione credibile dei fatti. La tomba viene ritrovata vuota, come
vuota resta quella di Lazzaro dopo il miracolo della sua resurrezione. Ma il miracolo
della resurrezione di Lazzaro, come ho già detto, si spiega solo come dimostrazione e
rappresentazione della verità che chi è morto vive. La morte non cè,
e infatti Lazzaro vive. La morte non
cè e infatti il cadavere di Cristo non cè, perché Lazzaro morto è come se
fosse vivo, e quindi il cadavere è come se non ci fosse.
Chi è morto
infatti vive in una nuova dimensione senza corpo e per confermare questa verità Cristo
appare nella nuova dimensione. Non è la dimensione del corpo, e infatti nessuno lo
riconosce. La Maddalena si rende conto che si tratta di Cristo solo quando questi la
chiama per nome. Vede Gesù che stava lì ma non sapeva che era Gesù.
Quello che si rivela
ai discepoli è un Gesù che non ha il volto di Gesù, riconoscibile soltanto perché ha
le ferite nelle mani e nel costato. Ma la cosa appare normale tantè che Tommaso che
non crede ai suoi colleghi non dice crederò quando lo vedo di persona, ma
crederò quando vedrò nelle sue mani il segno dei chiodi.
E come se
andassi ad annunciare a qualcuno che un amico creduto morto perchè ucciso con un colpo di pistola, è invece ancora vivo.
Quello, incredulo, non mi dice che crederà soltanto alla vista dellamico ancora in
vita, ma soltanto quando potrà constatare il foro della pallottola! Cosa centrano i
fori dei chiodi, rispetto al riconoscimento del Cristo da parte duna persona in
familiarità con lui, dun suo discepolo?
Tutto questo ha un
senso soltanto se la rappresentazione mira a spiegare lidea della vita eterna. Colui
che è nella nuova dimensione senza corpo non può essere riconosciuto evidentemente
attraverso i segni fisionomici del corpo, ma solo attraverso i segni che la vita con il
corpo ha lasciato e che restano a caratterizzare lindividualità della vita senza il
corpo.
Questa potrebbe
essere la spiegazione e in questa prospettiva anche unaltra frase dello stesso
contesto, che è stata interpretata in tanti modi potrebbe trovare un senso compiuto.
La Maddalena vorrebbe
toccare il risorto ma questi la ferma e le dice non mi toccare, perché sono asceso
al Padre, ma va dai miei fratelli e di loro che sono asceso al Padre mio e Padre nostro,
Dio mio e Dio vostro.
Nella mia
interpretazione ho tolto un non. per cui il non sono asceso al cielo
della versione canonica diventa sono asceso al cielo. Forse loperazione
non è legittima, va comunque ricordato che la frase è riportata con molte varianti nei
diversi codici e che il non serve soltanto a confermare la verità della
scrittura per la quale è salito al cielo il terzo giorno. Il che evidentemente è un
assurdo non fosse altro perché parlare di tre giorni in una dimensione teologica è un
nonsenso che si giustifica solo con il paradosso di voler dimostrare ad ogni costo il
compiersi delle Scritture.
Senza il
non mi pare invece che tutto diventi chiaro, come chiaro è il messaggio che
Cristo morto vuole lasciare a Maddalena. Ho fatto ancora un miracolo, sembra voler dire,
quello di far scomparire il mio corpo, perché vi rendiate conto che non sono io quel
corpo, come il corpo di un defunto non è il defunto. Io, come ognuno che muore, sono
salito al padre. E allora va, dì agli altri uomini che anche loro, come miei fratelli
seguiranno la mia stessa sorte, la sorte dei figli di Dio, e dopo morti saliranno al
Padre.
E qui il Cristo che
riappare da morto fa una sottolineatura per la quale valeva la pena veramente fosse
riapparso. Il Padre mio e Padre vostro, il Dio mio e Dio nostro. Più chiaro
di così! Tutto quello che ha detto riferito al Padre suo, si riferisce al Padre di ognuno
degli uomini, del quale quindi lui è figlio alla stessa stregua di ognuno degli uomini.
Quando parla quindi
dellascesa al Padre parla dellascesa sua come di quella di ogni uomo, che
muore in un corpo destinato a sparire ma che vive nellEternità del Padre. Un corpo
che finisce come esistente per restare nellEsistenza.
Stano il fatto che
non tutti raccontino le stesse parabole e che le parabole non siano raccontate da tutti? O
strano quelluomo nel deserto che camminava lesto e non avanzava dun passo? Lo
vedevo muovere
la bocca come se stesso parlando ma non mi arrivava nessun suono, nessuna parola.
Sentivo una gran pena per lui che camminava senza muoversi che parlava senza farsi udire,
e mi svegliai con langoscia di quella pena.
Era da poco passata
la mezzanotte. Mi risultava sempre difficile dormire la prima notte in un letto nuovo. Con
la speranza di riprendere sonno mi ritrovai a pensare alle parabole.
Perchè tante parabole? La spiegazione
lavrebbe data Gesù e viene riportata, con qualche variante significativa, dai tre
evangelisti. "Parlo a loro in parabole, perchè loro non vedono e non sentono. Voi
invece vedete e sentite. E venuta infatti la luce. Nessuno accende una lampada per
poi metterla sotto il letto
Cè la verità
e ci sono le parabole, dice Gesù, ma la storia del cristianesimo sembra sia la storia di
un impegno costante e continuo per nascondere in parabole, anche la verità che era stata
rivelata. Ciò che non velano le parabole, viene velato dalla loro interpretazione.
Si è assunto infatti
a priori ed arbitrariamente che la
rivelazione riguardi un uomo sempre in procinto di peccare, che tuttavia ha la fortuna
davere un padre, sempre disponibile al perdono. Così profondamente buono da essere
profondamente ingiusto, come appunto nella
parabola del figliol prodigo.
A chi infatti,
ascoltanto il racconto della parabola, non è capitato di sentirsi, offeso e stizzito, nei
panni del figlio ubbidiente, al quale non viene concesso neppure un capretto per fare
festa, mentre per festeggiare il ritorno di quello prodigo, viene sacrificato il vitello
migliore?
Ma il senso della
parabola può essere un altro.
Cerano due
fratelli, luno che aveva deciso di vivere nel solco della tradizione, laltro
che aveva deciso di mettersi in gioco, di rischiare, di fare una vita diversa. Gli era
andata male. Nel rischio, era fallito. Aveva dovuto rassegnarsi a tornare dal padre: al
punto di partenza. Ma il padre, giustamente, non lo sta neppure a sentire, quando gli dice
che riconosce davere sbagliato.
Linseguire un sogno,pare voglia dire quel
padre, non è stato uno sbaglio, ma un
comportamento valido in sè, indipendentemente dai risultati, che va premiato,
indipendentemente dagli esiti.
La parabola riguarda
il rapporto con la vita, non con il peccato. E in questa ottica il comportamento del padre
è tuttaltro che ingiusto.
Come dice Pessoa:
"Alcuni hanno un grande sogno nella vita e mancano a quel sogno. Altri non hanno
nella vita nessun sogno, e mancano anche a quel sogno"
Per il Vangelo la
discriminante è il sogno, non il peccato!
Anche il mio
ritirarmi a riflettere da solo in montagna era in qualche modo il tentativo di rincorrere
un sogno.
In principio.
In principio Dio
creo il cielo e la terra. Cosi comincia la Bibbia nel primo libro della Genesi. Ma
in principio, prima di creare, Dio che cosa faceva? Che cosa cera prima della
creazione? Dio disse: Sia la luce E la luce fu. Ma prima della luce che cosa
cera? La notte nella quale non si vedono le cose ma le cose ci sono o la notte del
nulla. E nella notte del nulla allora, Dio che cosa ci faceva? O forse era Dio lo stesso
nulla!
In effetti se creare e fare
dal nulla, solo il nulla puo creare. Oppure qualcosa o qualcuno che conviveva con il
vuoto del nulla e ad un certo punto ha deciso di riempirlo. Dio, appunto! Ma che cosa si
deve intendere con la parola Dio?
Quando dico sasso, foglia, so a che cosa mi riferisco. Anche quando dico amore, odio,
seppure con meno precisione, so a che cosa mi riferisco. Ma quando dico Dio, a che cosa mi
riferisco? La Bibbia da per scontato che io lo sappia, e come se fosse tutto scontato
quello che precede comincia dicendo che in
principio Dio creo il cielo e la terra.
Ma non e affatto scontato!
Lo capisce anche Giovanni
lEvangelista che aprendo il suo Vangelo
propone una risposta. In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era
Dio. Egli era in principio presso Dio, tutto e stato fatto per mezzo di lui e senza
di lui niente e stato fatto di tutto cio che esiste.
La chiave del mistero iniziale
e quindi il Verbo. Logos in greco, che era con Dio ed era Dio e per mezzo di quale
Dio ha creato il cielo e la terra. Leggendo Giovanni si ha limpressione che se fosse
possibile capire che cosa si intende con il Verbo, sarebbe poi facile risalire a che cosa
si intende con Dio.
In Dio, dice Giovanni, cera
la parola per mezzo della quale e stato fatto tutto cio che esiste.
Cerano quindi le parole delle cose, prima che lo cose esistessero, e queste parole
erano raccolte e sintetizzate in una La Parola che era in Dio ed era Dio.
Chiedendo una metafora allinformatica, si potrebbe dire che cerano le parole
del programma dogni cosa, in una costruzione ad albero che si sviluppava da una
parola chiave, la Parola. Le parole-programma non erano scritte da nessuna parte, erano un
pensiero, il pensiero di Dio. Posso immaginare che esista il mio pensiero senza di me?
E possibile! Con la fantasia il pensiero si muove indipendentemente dal corpo. Nel
sogno il pensiero mostra di muoversi indipendentemente dalla persona che sogna. E
credibile quindi che il pensiero possa sopravvivere al corpo indipendentemente da questo.
Allo stesso modo e possibile immaginare che il pensiero possa preesistere al corpo.
Nel caso delluomo il dubbio su un pensiero preesistente al corpo puo venire
dal fatto che il pensiero si sviluppa attraverso lesperienza fatta con i sensi del
corpo. Ma in assoluto che ci possa essere stato un pensiero, unidea del mondo, prima
che il mondo esistesse, mi pare accettabile. Sotto il profilo logico, e credibile.
Dire che questo pensiero era in Dio ed era Dio, significa dare una spiegazione di che
cose Dio.
Con la necessita
delluomo di dare contorni spaziotemporali ad un concetto, intuita la
possibilita dun Pensiero-Dio, cadiamo nellequivoco di pensare che ci sia
stato un prima del Pensiero e un dopo del Mondo e un dopo ancora di nuovo senza il mondo.
Il Pensiero del mondo, che puo essere pensiero di mille altri mondi, coesiste invece
con il mondo, ne costituisce lanima. Il Pensiero della cosa e lEsistenza
della cosa, che consente a questa di esistere. Ogni esistente nello spazio e nel tempo,
esiste come momento ed espressione duna Esistemza al di fuori dello spazio e del
tempo.
Nel processo di creazione di
questo mondo e avvenuto un fatto singolare (potrebbe essere avvenuto anche nel
processo di creazione di altri mondi, o potrebbero essere avvenuti fatti ancora piu
singolari): uno degli esseri creati in un primo momento ha preso coscienza di esistere, in
un secondo momento ha intuito di essere un momento del Pensiero-Esistenza e quindi di
potervisi ricongiungere conquistando limmortalita.
Questa vicenda delluomo
viene riportata nel riassunto della genesi sullo sviluppo delluomo. In un primo momento Dio plasmo
luomo con polvere dal suolo e luomo divenne un essere vivente. Poi
luomo nello sviluppo della sua specie, conquisto la parola, Dio infatti nel
racconto biblico volle vedere come luomo avrebbe dato un nome agli animali e alle
cose. Ma luomo, pur capace di comunicare, non aveva ancora coscienza di se del proprio esistere.
Erano nudi ma non ne provavano vergogna, dice la Bibbia.. Solo piu
avanti luomo arrivo alla ragione, cioe alla capacita di
distinguere il bene dal male. E il passaggio viene riportato nellimmagine
delluomo che mangia del frutto dellalbero del bene e del male, al quale gli
era stato proibito di mangiare.
Luso della ragione lo porta
alla coscienza di sè. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di
essere nudi, Se vi siete accorti di essere nudi, allora avete mangiato
dallalbero dal quale vi avevo comandato di non mangiare! Ribadira il Signore
Dio, che per la prima volta viene sentito con paura, mentre passeggia nel giardino. Dalla
coscienza di sè deriva infatti la coscienza della propria finitiezza e quindi la paura e
langoscia esistenziale.
Ma ora luomo e un
essere che riesce a pensare! Ecco, infatti dice ancora il Signore-Dio-Idea
-Pensiero, luomo e diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene
e del male. Con una differenza! Che e mortale! E Dio fara in modo che
resti tale, che non prenda anche dellalbero della vita, ne mangi e viva
sempre.
Luomo pero,
continuando nella sua evoluzione, ottiene infine da Dio di poter mangiare anche
dellalbero della vita e diventare mortale. Il divieto imposto nel primo libro della
Bibbia, viene tolto con lultimo, con il Vangelo
In questo infatti
si racconta di come il Verbo-Pensiero-Dio si sia fatto uomo, dando a quelli che
lhanno accolto il potere di diventare figli di Dio e quindi in quanto tali, di
diventare immortali.
Fuor di metafora, luomo
e pervenuto alla coscienza del proprio esistere, come momento dellEsistenza, pensiero del
Pensiero, In altri termini quindi si e scoperto e riconosciuto figlio
dellEsistenza e del Pensiero e quindi figlio di Dio.
Riconoscendomi
come tale, cio che io sono, come capacita di essere di sentire e di pensare,
potra sopravvivere alla perdita del corpo per continuare a vivere
nellEsistenza e nel Pensiero, o (per usare un termine usuale che a questo punto del
ragionamento, dovrebbe essere chiaro a cosa
si riferisce) in Dio. In questa prospettiva appare chiaro anche che cosa si debba
intendere con il fatto che alluomo e stato data la possibilita di
diventare figlio di Dio. Non e una metafora! Lo siamo veramente aggiunge
Giovanni nelle Epistole. Lesistente e una realizzazione spaziotemporale del
dna (il termine improprio serve a chiarire i concetto) dellEsistenza, destinato a
ricongiungersi, integrato nelle implementazioni che gli deriveranno dallaver vissuto lesperienza del mondo.
S.Agostino per riuscire ad
espimere lidea dun Dio infinito presente nel mondo finito ricorre ad una
bellissima metafora. Come se il mare si stendesse ovunque, solo mare per un immensa
infinita di spazio, e tenesse immersa in se una spugna, grande quanto si vuole, ma
finita, quella spugna sarebbe piena, senza dubbio, in ogni sua parte del mare infinito.
Così pensavo la creazione, finita e imbevuta di Te infinito.
Limmagine che Agostino
rapporta alla creazione puo essere riportata anche allindividuo, immaginando
la spugna composta di tante spugne con una loro specifica individualita. Quando
lInfinito si ritira da ognuna, questa, senza lacqua del mare, muore. Ma
linfinito nel periodo che e vissuto nella spugna, ha consentito alla spugna di
realizzare un rapporto con lui, e questo rapporto linfinito lo porta con se,
nellinfinito e per linfinito.
Ma se nel periodo in cui la spugna
ha vissuto dellinfiito, e rimasta imbevuta delloceano, non ha prodotto
nulla che loceano possa portare con se, la sua esistenza si conclude definitivamente
quando loceano labbandona.
Dalluniverso
allumanità.
La storia
dellumanità, secondo la Bibbia, ha inizio quando il Signore plasmo
luomo con polvere del suolo e soffio nelle sue narici un alito di vita e
luomo divenne un essere vivente. Il Signore poi prese luomo e lo pose nel
giardino dellEden e gli diede questo comando: dellalbero della conoscenza del
bene e del male non devi mangiare perche quando ne mangiassi certamente moriresti.
Disse anche il Signore, non e bene che luomo sia solo e gli plasmo ogni
sorta di bestie selvatiche.
Luomo dellEden,
allinizio dellevoluzione della specie era come ogni bambino allinizio
della sua evoluzione individuale, Viveva felice un rapporto istintivo con la vita, e con
tutto quello che lo circondava. In rapporto di fiducia, con gli altri esseri viventi, come quella del bambino che non ha paura del
leone, che gioca con il serpente. E infatti impose nomi a tutti ma non trovo un aiuto che gli fosse
simile.
E non poteva essere diversamente.
Come quella del bambino la sua conoscenza era oggettiva, si sentiva un oggetto in mezzo
agli altri oggetti, tra se e gli altri non sentiva un rapporto tra soggetto ed oggetto.
Avrebbe identificato se stesso solo quando avesse individuato un altro simile a se,
in un processo che anche per il bambino giunge in una fase successiva e che la Bibbia
presenta nella immagine di Eva che nasce dalla costola di Adamo.
Allora Dio plasmò con la
costola che aveva tolto alluomo una donna e la condusse alluomo. Allora
luomo disse Questa volta essa e carne della mia carne.
Perchè la genesi avrebbe dovuto
ricorrere alla bizzarra immagine della donna nata dalla costola delluomo? La
bizzarria non e piu tale se pensiamo che con questa immagine si doveva
riprodurre il passaggio dellevoluzione per il quale nella storia dellumanità
come nella storia del bambino si scopre lindividualità. Il bambino avverte di
essere un individuo, scoprendo la propria diversità dagli altri. Allo stesso modo
luomo nella sua evoluzione scoprendo che e carne della mia carne,
riconosce la propria carne, riconosce se stesso. Si ha quindi la scoperta del pensiero
soggettivo. Ma nella sorpresa della diversità luomo non avverte ancora la
diversità come limite e come problema.
Tutti e due erano nudi ma
non ne provavano vergogna. Ci dovrà essere ancora un passaggio importante:
levoluzione verso la ragione ed il pensiero astratto. Dalla scoperta della propria
individualità, e attraverso questa simboleggiata da Eva, luomo arriva alla
conoscenza. Dio sa che quando voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e
diventereste come Dio Anche prima
distingueva il bianco dal nero la notte dal giorno ma adesso sa attribuire una valore
diverso alla notte ed al giorno al bene ed al male.
Appena mangiato pero
si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi
Il serpente aveva promesso che
aprendosi i loro occhi sarebbero diventati come Dio, ed in effetti con la conoscenza i
loro occhi si aprirono ma lunico risultato fu che si accorsero di essere nudi.
Erano nudi anche prima ma non
provavano vergogna perchè non sapevano di esserlo adesso i loro occhi si sono aperti e si
rendono conto di esserlo. Gli occhi invece di aprirsi nella coscienza di essere Dio, come
aveva promesso il serpente si erano aperti nella
coscienza di se e quindi della propria nudità.
Durante questa evoluzione cambia
anche il rapporto delluomo con la divinità. Inizialmente nella felicità
dellEden come il bambino nella felicità del rapporto istintivo con i genitori, il
problema non si pone neppure. Il bambino si sente tuttuno con i genitori e in questa
unità e sicuro e felice. La morte per lui non esiste mancandogli la coscienza del
suo esistere individuale non può avere la coscienza della sua fine.
Solo dopo aver raggiunta la
coscienza di sè (mangiando la mela), scoprendo di essere nudi, allo stesso tempo
udirono il signore Dio che passeggiava nel giardino . La scoperta della
propria soggettività, porta come conseguenza alla scoperta di Dio, e alla scoperta della
propria limitatezza nel tempo (Nel pensiero oggettivo il tempo non esisteva e quindi non
poteva esistere la fine) polvere tu sei ed in polvere ritornerai.
Ma ce ancora un ultimo
passaggio molto importante dice infatti Dio: luomo con la conoscenza del bene e del
male o meglio nella scoperta della coscienza di se e diventato come uno di
noi, con una differenza, che non vive per sempre. A meno che soggiunge non mangi
anche dei frutti dellalbero della vita. E per impedire un tanto vengono messi di
guardia i cherubini,
Cosa si cela in questultima
allegoria? La scoperta della coscienza di se sarebbe stato un avanzamento importante
nellevoluzione delluomo, tale da avvicinarlo a Dio, se nello stesso tempo non
avesse comportato la scoperta della morte. Dio si scopre con un nuovo volto: e colui
che impedisce alluomo di vivere per sempre.
Come lalbero della
conoscenza del bene e del male e in effetti lalbero della coscienza di
se, così lalbero della vita, e lalbero della coscienza del
proprio essere figli di Dio. Dal primo libro del Testamento, la Genesi, allultimo,
il Vangelo, Il Signore ci ha ripensato, ha tolto i cherubini dallalbero della vita,
ma non solo, si e anche incarnato, per spiegare agli uomini come
raggiungere questa coscienza.
Questa e carne della mia
carne ha detto Adamo di fronte ad Eva, riconoscendosi uomo. Questa e carne della mia
carne puo ripetere ora di fronte a Cristo, riconoscendosi figlio di Dio. Il ciclo si
chiude nella ritrovata intimita dellUomo con Dio, lintimita che
esisteva nellEden. Ma lintimita sta nel fatto che il rapporto si
istituisce sul sentimento e non sulla ragione, sullintuizione e non sulla relazione.
Attraverso la ragione
levoluzione delluomo assume una impennata improvvisa, si inizia a misurare in
migliaia di anni quello che prima si misurata in centinaia di migliaia. Luomo era
prima raccoglitore poi come Abele divenne pastore di greggi, con Caino imparo a
lavorare la terra divenne agricoltore lavoratore del suolo. Abele viveva della
terra, Caino invece fu preso ad utilizzare la
terra e fu preso dalla bramosia del possesso. La sua coscienza gli diceva che era giusto
vivere come Abele, Dio gli rimproverava la sua bramosia. Caino tento di togliersi di
mezzo la coscienza, sperando di togliersi di mezzo anche la voce di Dio, e alzò la mano
contro Abele e lo uccise.
Caino fuggiasco tenta di
nascondersi da Dio. Ma il Signore disse Chiunque uccidera Caino subira
la vendetta sette volte, e gli impose un segno perche fosse riconoscibile e
non lo uccidesse chiunque. Dio difende quindi Caino perche questi continui a portare
la sua nuova maledizione che consiste nel fatto che deve abbandonare il lavoro della terra
per diventare costruttore di città.
Nellevoluzione luomo
si aliena ulteriormente nei confronti della natura, non vive della terra ma neppure la
utilizza. Dal settore economico primario e passato a quello secondario della
trasformazione dei prodotti della terra e del terziario o dei servizi con la conseguente
necessita di vivere in un rapporto più stretto nella logica della città.
Ma lo sfruttamento dissennato
delle risorse e lo sviluppo demografico incontrollato, il moltiplicarsi sulla
terra, portano lumanità quasi allestinzione, come viene provato anche
dalle recenti scoperte sulla ricostruzione dellevoluzione della specie attraverso lo
studio del dna.
Una grande carestia (bella
limmagine poetica della trasposizione della siccita nel suo opposto, il
diluvio!), elimina uomini e animali e piante. Si salva solo chi ha scoperto le risorse
naturali del mare. Noe il pescatore che sa costruire larca, ha trovato una
nuova risorsa per il suo sostentamento e si
salva dalla carestia.
Da Noe riprende una nuova
fase dello sviluppo che raggiunge risultati notevoli. Prevale il concetto di unita e
lumanità unita riesce a sfidare Dio costruendo una torre che raggiunge il cielo. Ma
un ultimo passaggio dellevoluzione fa scoprire alluomo la diversità come
valore: ognuno sviluppa un codice di comunicazione valido soltanto allinterno del
suo gruppo e questo porta allo scontro con i gruppi. Nascono diverse lingue, diversi
popoli diverse nazioni in guerra tra loro.
La storia della genesi
dellumanità ha così fine e comincia la storia dellumanità che si sviluppa
in uno scontro continuo tra gli uomini.
Ancora
sulla genesi.
Dirai che
e una ossessione! In effetti mi affascina lidea di poter racchiudere tutta la
storia dellumanita nel rapporto delluomo con Dio e con la morte.
La storia delluomo inizia
nel comando iniziale: Dellalbero della conoscenza del bene e del male non devi
mangiare perche quando tu ne mangiassi certamente moriresti. Non e vero
replica il serpente Anzi Dio sa che quando ne mangiaste si aprirebbero i vostri
occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male.
Il paradosso e che avevano
ragione ambedue, o ambedue torto. La verita aveva due aspetti ed ambedue, Dio e il
serpente ne tralasciavano uno, facendo in modo che luomo non capisse la relazione
tra i due aspetti. La verità di Dio avrebbe dovuto essere: perché quando tu ne
mangiassi diventeresti simile a me ma moriresti. Se il problema gli fosse stato
posto in questi termini luomo avrebbe dovuto scegliere tra il vantaggio di diventare
simile a Dio e lo svantaggio di dover morire. Ma non ha dovuto scegliere. Il serpente era
implicito nella propria evoluzione e luomo ha scelto di diventare simile a Dio,
indipendentemente dalle conseguenze che da questa scelta sarebbe derivata.
Ecco luomo e
diventato come uno di noi per la conoscenza del bene e del male, e costretto
ad ammettere Dio. Ma perché non aveva anticipato prima alluomo questa
possibilita? E sulluomo diventato
simile a Dio ora si rovescia la maledizione iniziale: Quando ne mangiassi certamente
moriresti
Ne hai mangiato e sei
diventato simile a Dio come ti aveva detto il serpente, ed ora sei
mortale come ti aveva promesso Dio. Ne valeva la pena? Si perché il morire
non e una conseguenza automatica. Sarebbe bastato andare oltre e dopo aver mangiato
allalbero della conoscenza, mangiare anche allalbero della vita, e luomo
sarebbe diventato simile a Dio ed immortale.
Ma Dio si pone contro luomo.
Mi hai fregato una prima volta non mi lascio fregare la seconda, non ti permetto di
stendere la mano a prendere anche dellalbero della vita ne mangi e viva per
sempre, e pose i cherubini con la spada folgorante per custodire la via
allalbero della vita.
Lalbero delleternità
era a portata di mano. Sarebbe bastato stenderla e cogliere il frutto. Invece ora Dio
se arrabbiato con luomo, ha posto gli angeli ad impedire laccesso
allalbero, e tutto diventa piu difficile.
Ma perche se
arrabbiato? Perche luomo e diventato simile a lui? Non sarebbe un motivo
sufficiente. Anche perche la colpa semmai e di Dio per quella mezza
verita iniziale quando aveva taciuto ad Adamo la possibilita di diventare
simile a lui. Eppoi cosa gli sarebbe costato lasciare che luomo arrivasse anche
allalbero della vita? Perche disturbare i cherubini, condannandoli a fare la
guardia allalbero della vita solo per il gusto di impedire alluomo di
stendere la mano di mangiarne e vivere per sempre.
Lunica spiegazione puo
venire pensando che quel Dio che ce lha con luomo e in effetti una
proiezione di se stesso fatta dalluomo non e quello che In principio Dio
creo... Quello aveva detto Facciamo luomo a nostra immagine e
somiglianza ed aveva creato luomo. Quello che aveva fatto luomo a sua
somiglianza non aveva motivo di arrabbiarsi se luomo era addesso diventato
simile a lui e daltra parte se era gia a sua somiglianza che
cera di nuovo nel fatto che fosse diventato simile a lui?
Credo che la spiegazione sia nel
fatto che levoluzione a cui si riferisce la genesi non e levoluzione
dellessere delluomo, ma levoluzione del sentirsi
delluomo. Anche prima moriva, anche prima somigliava a Dio. Ora, dopo aver mangiato
allalbero della conoscenza, sa di essere simile a Dio, sa di dover morire. Ma tutto
e conseguenza del fatto che ora sa di Dio.
Nella storia
dellumanita come di ogni singolo uomo, ce inizialmente la fase del
mito. Luomo mitizza se stesso e supera la finitudine nel senso che non si pone il
problema della sua fine.
E leta
delEden, del sentimento. Luomo si pasce del mondo e di Dio come si pasce
dellaria che respira a pieni polmoni. Non si chiede perche vive. Vive
soltanto. Dio che crea e in lui creato. Dio sentiva che era solo e gli creava le
bestie, sentiva che era ancora solo e gli creava Eva. Dio sentiva luomo e
luomo non sentiva Dio perche luomo era in Dio. Luomo non si
sentiva simile a Dio perche era in Dio e non sentiva la propria finitezza
perche era infinito in Dio. Il rapporto tra Dio e luomo e viceversa correva
sul filo del sentimento, e nel sentimento e possibile lidentificazione
tra soggetto ed oggetto, luomo si identificava in Dio, viveva della somiglianza di
Dio delleternita di Dio.
Poi ci fu il passaggio della
conoscenza, della ragione, e luomo scopre ad un tempo Dio e la propria limitatezza.
Ho udito il tuo passo nel
giardino, ho avuto paura perche sono nudo, e mi sono nascosto Dio viene
sentito come altro da se, e nella scoperta dellaltro da se, luomo
scopre anche se stesso. Nellaltro da se trasferisce gli elementi di conoscenza
che viene ad acquisire su di se e scopre lessenza del suo dramma: da un lato
si sente simile a Dio dallaltro si sente polvere che deve ritornare in polvere. Ora
Dio diventa il secondo polo nella drammatizzazione della tragedia delluomo. Dio
diventa lelemento che pone i limiti e i vincoli che originano la sofferenza
delluomo, e soprattutto della sofferenza di fondo che deriva dalla consapevolezza
della propria finitudine.
Il problema insuperabile della
propria morte viene drammatizzato nellimmagine di Dio che allerta i cherubini per
impedire si cambi la realtà. Lidea di non riuscire a superare lassoluto della
propria morte diventa la morte imposta dallAssoluto.
E si sviluppa quindi la storia
delluomo che adora Dio sui monti ed in Gerusalemme. Ma ad un certo punto di questa
storia un uomo rivela che e giunto il momento in cui ne su questo monte
ne in Gerusalemme adorerete il Padre... ma i veri adoratori adoreranno il Padre in
spirito e verita Dio non e qualcosa di esterno a cui si attinge nelle
necessita, come lacqua che si attinge al pozzo ma che estingue la sete solo
momentaneamente, Dio e lacqua che nelluomo
diventa sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna.
Luomo che inizialmente aveva Dio in se, attraverso la ragione scoprendo
la propria individualita, ha proiettato Dio al di fuori di se. Ora torna a
scoprire che Dio e in se, nella propria individualita, lacqua che non
lascia piu sete e da la vita eterna.
Sulla via dellalbero della
vita luomo aveva immaginato i cherubini per ordine di Dio, ad impedire
laccesso ora scopre invece di essere egli stesso la via, di avere in se la
via la verita e la vita.
Io, figlio di Dio.
Avevo intitolato la
mia precedente riflessione io, figlio di Dio a sottolineare in modo se si
vuole anche provocatorio che, a mio avviso, lessenza della rivelazione evangelica è
che luomo è figlio di Dio.
È una rivelazione
sconvolgente e per certi versi assurda, della quale volevo evidenziare la portata e
cercare il significato autentico. Ma evidentemente non ci sono riuscito. Un mio amico
cattolico convinto infatti, dopo aver letto le mie riflessioni e dispiacendosi con
cristiana compassione dei miei dubbi e delle mie perplessità, conclude un suo appunto a
commento dicendo di non volersi lasciare impigliare in inutili sofismi.
La mia
interpretazione, mi dice, di figlio di Dio è molto semplice e la ricavo
proprio da Giovanni. A quanti (hanno creduto) ha fatto un dono: di diventare figli
di Dio. Allora se è un dono, come per ogni dono è necessario porsi in condizioni di
riceverlo e porsi nellatteggiamento di riconoscenza verso il donatore.
Certo, è vero come
si suol dire che a caval donato non si deve guardare in bocca, ma come si può fare di
fronte ad un regalo così immenso ed eccezionale come quello di poter diventare figli di
Dio, a non chiedersi che cosa in effetti significhi ciò che ci è stato dato? Cosa in
realtà vuol dire essere figli di Dio?
Se provassi ad uscire
nella folla e cominciassi a dichiararmi: Guardate che sono figlio di Dio, ve
limmaginate la reazione? E se mi mettessi davanti allo specchio dicendomi Sono
figlio di Dio cosa potrebbe pensare il mio io, se non che il mio super io è uscito
di senno?.
Eppure tutta
lessenza del Vangelo è in sostanza racchiusa in queste cinque parole: io sono
figlio di Dio.
La mia
interpretazione è molto semplice, dice il mio amico, ma in effetti non tenta
neppure una interpretazione. Ringrazia daver avuto il dono di essere figlio di Dio,
ma non tenta neppure di rendersi conto dellenormità di quello che gli è stato
rivelato.
La rivelazione
infatti non è che saremo figli di Dio in un altro mondo o in una altra dimensione, ma
qui, mentre viviamo la banalità del nostro quotidiano, del mangiare dellandare al
cesso del soffrire di stitichezza o di dissenteria.
Ma veramente,
potrebbe obiettare il mio amico, la rivelazione è unaltra, è che Dio ha fatto
incarnare il suo figlio per sacrificarlo sulla croce e poter così perdonare agli uomini
il peccato compiuto dal loro progenitore Adamo. Da laico sono portato a rispettare
le opinioni di tutti quelli che le condividono con onestà intellettuale, non posso
tuttavia non rilevare lassurdità duna idea per la quale Dio sacrifica il
figlio per poter esercitare un atto di liberalità nei confronti delluomo.
Cera una volta
un re che aveva in odio un popolo perché il capostipite, nella notte dei tempi, aveva
offeso la casa reale. Avrebbe anche voluto perdonare loffesa, il re che in fondo era buono, ma non sapeva come
fare per giustificare la modifica del suo atteggiamento. Finalmente trovò la soluzione:
mandò suo figlio tra il popolo nemico. E questi cosa fecero per ingraziarsi il re? Gli
uccisero il figlio sulla croce. Il re questa volta, invece di aumentare a dismisura la sua
ira contro quel popolo così crudele e incosciente, concluse che in qualche modo
loffesa fatta al figlio uccidendolo aveva compensato loffesa che gli era stata
fatta in passato
È vero che le
logiche dei regnanti non sempre sono comprensibili al popolo, ma questa volta il re della
nostra parabola, ha ragionato in modo assurdo e non solo misterioso. Come è possibile che loffesa che è stata
fatta a me padre, io la consideri lavata dal sangue di mio figlio, ucciso proprio da
quelli che dovevano farsi perdonare da me? Non è assurdo questo modo di chiedere ed
ottenere perdono?
Credo quia absurdum,
direbbe Quintiliano. Credo perché è assurdo. Rinuncio a capire proprio perché riconosco
il tutto come mistero. Così forse direbbe il mio amico. Allo stesso modo però se fosse
nato in Arabia, crederebbe ai misteri della religione maomettana, e a quelli del buddismo
o dellinduismo se fosse nato in India.
Ma cè qualcosa
al di sotto dei misteri che possa essere creduto anche da quelli che non riescono a
credere ai misteri? Cè qualcosa che possa essere creduto su un piano filosofico,
propedeutico a quello teologico, come diceva S.Tommaso? Si può immaginare la ragione al
servizio della fede come la filosofia è ancilla theologiae? Cè qualcosa che,
indipendentemente dal fatto di essere vero o no è almeno credibile?
E su questo piano del
credibile è allora possibile che ci si incontri sia quelli che non sono capaci
dandare oltre sia quelli che hanno il coraggio di abbandonarsi, di lasciarsi andare
nel vuoto del mistero? Io penso di se. Penso che quelli
che ritengono Cristo il figlio di Dio incarnato nel seno di Maria e quelli che lo
ritengono uno o il più grande dei filosofi e dei teologi possano ritrovarsi per esaminare
e discutere assieme, non tanto quanto ha fatto, ma cosa ha veramente detto il Cristo dei
Vangeli.
Se lo facessero, io
credo appunto che non potrebbero non convenire che lelemento centrale e fondamentale
della scoperta-rivelazione è che luomo è figlio di Dio. Convenuto su questo, non
potrebbero non impegnarsi a cercare di capire che cosa abbia veramente voluto dire con
questa affermazione e quali implicazioni abbia questa verità nella storia di ogni uomo.
La lettera del mio
amico ha sconvolto i miei piani di lavoro. Avrei voluto avvicinarmi al problema di fondo
per gradi, ed invece sono entrato di nuovo nel cuore, nel fuoco centrale.
Capire per credere o
credere per capire?
Per i greci la
filosofia era ricerca, indagine razionale alla scoperta della verità. In quanto tale non
poteva non porsi il problema del fine ultimo delluomo, trovando delle risposte come
Platone o Aristotele o fermandosi alla consapevolezza del non sapere di Socrate. Comunque
luomo ed il filosofo greco si ponevano sulla strada della ricerca.
Per Israele invece la
Torah, la rivelazione, viene da Jahvè ed è consegnata alluomo perché vi si
adegui. Non ci deve essere alcuna ricerca ma accettazione. Non filosofia ma fede. Il mio
amico si sente evidentemente nellatteggiamento degli ebrei e crede perché così è
stato rivelato. Non si pone neppure il problema di capire che cosa sia stato rivelato,
latto di fede si giustifica in sé, come accettazione della rivelazione in quanto
tale. Ma in questo modo, considerando il Vangelo lultimo libro della Torah ci si
nega la possibilità di comprendere la novella in quella che è stata la
grande originalità ed assoluta novità.
La Bibbia racconta
(Esodo 19,21) che il Signore disse a Mosè: scendi, scongiura il popolo di non
irrompere verso il signore per vedere, altrimenti ne cadrà una moltitudine.
Avvicinarsi per vedere Dio è un sacrilegio. Dio va accettato attraverso la rivelazione
che ne fa Mosè.
Per Cristo invece,
Dio si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi perchè noi vedessimo la sua
gloria. La novità è che Cristo ha rivelato Dio agli uomini e quindi Dio, seguendo
linterpretazione che ne da Cristo, può essere conosciuto dagli uomini.
Non cè più
lalternativa tra fede e ragione che Pascal sintetizzava nellaffermazione:
la fede è differente dalla dimostrazione: luna è umana, llatra è un
dono di Dio e fa dire non scio ma credo. Se la verità è venuta per mezzo di Cristo
che ha rivelato Dio, ed è venuta attraverso il Verbo che si è fatto carne, tutto questo
non può non voler significare se non che alluomo è stata data la possibilità di
pervenire alla verità su Dio.
Non più la fede
alternativa alla conoscenza ma la fede che nasce dalla conoscenza.
Questo implica la
necessità di rinunciare a considerare il Nuovo testamento come evoluzione del Vecchio e
quindi impone una ricerca per depurare la rivelazione dal contesto culturale nel quale gli
evangelisti e Paolo in particolare hanno voluto immergerla.
La fides ex auditu,
la fede sulla parola (Romani 10,17) e quindi il sapere per fede (Ebrei 11,3) è il modo di
essere del rapporto con Dio affermato da Mosè. Ma da Mosè a Cristo cè un abisso
che lebreo Paolo avverte quando ricorda che da Mosè ci è venuta la legge, da
Cristo la verità, ma che poi cerca di superare ad ogni costo sottolineando che
Cristo è il Messia annunciato nella Bibbia. Labisso tra Cristo e Mosè e proprio
labisso che separa la ragione dalla fede. Abisso che in qualche modo riuscirà a
superare S.Agostino il quale dopo aver affermato: se non puoi capire, credi per
capire, la fede precede e segue lintelletto, giunge alla definizione dun
vero circolo virtuoso tra fede e ragione nel famoso credendo cogitat e cogitando
credit.
La soluzioe sta cioè
nel coinvolgere la ragione nellatto di fede, facendo alle stesso tempo un atto di
fede sulle possibilità della ragione.
Facile a dirsi.
Soprattutto tenendo presente che la fede cristiana è sempre più stata compressa e
condizionata in schemi che lhanno sempre più allontanata da una logica razionale. A
forza di concili si è costruito un castello di dogmi sempre più incredibili che cozzano
contro la ragione ed alle volte anche contro il semplice buon senso.
Per questo, anche
nella precedente riflessione avevo proposto la strada del ritorno al Vangelo, anzi quella
del ritorno al nucleo essenziale della rivelazione evangelica.
E la strada di
Pascal. Cercare Dio gemendo per trovarlo nelle vie insegnate del Vangelo.
CAP. 3 - Io
e gli altri.
Siamo noi ad
avere bisogno degli altri, mentre non siamo mai necessari o indispensabili per gli
altri. Tobia se nera uscito con questa massima, mentre stavamo ragionando
sulla solitudine, Forse si può fare eccezione per qualche genio, per qualche illuminato,
ma per la stragrande maggioranza degli uomini il fatto che esistano o che siano esistiti,
per il loro simili è irrilevante.
Irrilevante proprio
no, facevo oservare io, e forse neppure ininfluente, ma è certo che nessuno è
indipensabile per gli altri mentre gli altri sono indispensabili per noi, le nostre azioni
non possono prescindere dagli altri per realizzarsi.
Se a un bambino viene
a mancare il padre, certo non si può dire che il fatto gli sia ininfluente. E certo
comunque che in qualche modo il bambino riuscirà a crescere senza il padre. Se meglio o
peggio non è dimostrabile perché non è possibile la controprova.
Spingendo ancora più
avanti il paradosso si potrebbe anche rilevare che il figlio ha bisogno del padre per
nascere, ma con la nascita non si realizza il desiderio del nuovo essere di venire al
mondo, ma il desiderio del padre davere un figlio. E il padre che ha bisogno
del figlio, non viceversa.
Gli altri possono
vivere senza di me, ma io non posso vivere senza gli altri. Su questa verità di fondo
dovrebbe svilupparsi il rapporto tra gli uomini, e invece si sviluppa sul presupposto
completamente infondato per il quale ognuno si relaziona con gli altri sentendosi
indispensabile. Sul sentirci necessari per gli altri fondiamo la nostra importanza, e
cerchiamo di realizzarci come persone su questo equivoco di fondo.
Se provassimo invece
a ricollocare le cose nel loro giusto rapporto, cambierebbe completamente il nostro modo
di vivere. A mio avviso è questo il cambiamento radicale che ha cercato di introdurre
Cristo, insistendo sul rapporto di amare-dare che ci deve legare agli altri.
Quando aiuto il mio
amico in carrozzella mi sento importante perchè mi convinco che senza di me lui non
potrebbe muoversi. In effetti, se non ci fossi io a spingere ci sarebbe un altro a farlo.
Ma se non ci fosse lui, io non avrei la gratificazione personale che mi viene dal mio atto
che considero di generosità. Potrei spingere un altro, ma avrei comunque sempre bisogno
di un altro per realizzare il mio desiderio di generosità.
E laltro,
il fratello, che mi consente di realizzarmi, è laltro che mi consente di sviluppare
in me il sentimento dellamore e di sentirmi appagato in questo sentimento.
Lalternativa è
quella di realizzarmi attraverso le cose, nella soddisfazione di quello che ho fatto,
accumulato o realizzato. Ma è evidente che se la prospettiva reale del mio esistere è la
vita eterna dopo una breve premessa nella mortalità del corpo, nel dopo senza corpo e
senza le cose, il rapporto che mi sono formato ad avere con le cose non può essere
vissuto che come sofferenza, per il semplice fatto che mi mancano le cose. E solo il
positivo rapporto che mi sono formato ad avere con gli altri nel tempo che può
condizionare e caratterizzare il mio rapporto con gli altri per leternità.
Chi ama gli altri ama se stesso. Amare gli altri è
amare se stessi. Questo non significa che si debbano odiare le cose, ma invece che anche
lamore o linteresse per le cose
deve passare attraverso lamore degli altri per diventare amore verso se stessi.
Biagio evidentemente
mi aveva perso, mi lasciava continuare mel mio sproloquio, senza interrompermi.
Chissà cosa pensava?
Che ero pazzo? Certo, del tutto a posto non doveva considerarmi. Per recuperare in qualche
modo credibilità ai suoi occhi, sfogliai il libro degli appunti cercando una riflessione
di Ida Magli che mi pareva in relazione con quello che avevo detto.
Gesù, avevo
riportato afferma che siamo fratelli se ci amiamo in quanto uomini, e solo allora siamo
figli di Dio, perchè è luomo che fa esistere Dio e non viceversa. Anche se questo
esistere non va inteso in senso fondante in assoluto, come se Dio fosse uninvenzione
delluomo, ma in quanto Dio si mostra, agisce, è presente nella storia
delluomo soltanto se luomo lo riconosce, lo fa entrare nella sua vita.
Molto
interessante! commentò Tobia mi pare però che abbia poco a vedere con il
fatto che noi abbiamo bisogno degli altri, e non gli altri di noi.
Eppure, se ci
pensi. Sono io che faccio esistere gli altri e non gli altri che fanno esistere me. Io
faccio esistere gli altri perchè ho bisogno degli altri, come faccio esistere Dio perchè
ho bisogno di Dio.
Tobia continuava a
scuotere la testa. Non me lo diceva ma era certamente convinto che con il mio commento
avevo rovinato la citazione.