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Dio è il vuoto (riflessioni a piede libero)

1 - L'Abete.

2 - I quattro Vangeli

3 - Il senso della Croce.

4 - Il rapporto con gli altri

4bis - L'incarnazione

5 - Vivere come?...

6 - Venerdì Santo.

7 - Io Figlio di Dio

8 - Al figlio mai nato.

9 - Il figlio prodigo.

10 - Genesi 1

11 - In principio

 

13 - Resurrezione.

14 - Ancora sulla Resurrezione

15 - Quale Gesù?

16 - La morte per il laico

17 - La morte dell'amico.

18 - Utopia

19 - Il peccato

20 - Quesivi ed non inveni.

21 - Dove era Dio?

21bis - Dio è il vuoto

22 - Parabola

23 - Parabola 2

24 - Fissato con la morte!

25 - L'Umanità come un libro.

26 - Il silenzio di Dio

27 – Esistere?

28 - Esistere per l'eternità

29 - Amare

30 - Questione ultima

31 - A Severino

32 - Jonas

33 - Io Amo

34 - La nave dell'umanità

35 - Dio ad Auschwitz

35 - Emozioni

 

 

CAP. 1 - L'Abete.

 

         Era stata una giornata molto calda. Per gustarmi il fresco della brezza della sera, mi ero messa sulla sedia a sdraio a guardare il tramonto. Nel mio quadro visivo campeggiava in primo piano sulla destra il grande abete, quasi a dare profondità al quadro del rincorrersi delle montagne sulle quali si scioglievano gli ultimi giochi di luce. Mentre l’aria attorno a me veniva penetrata dalle ombre della sera, l’ultimo orizzonte era ancora bordato d’un filo di luce. Lo guardavo fissamente cercando di cogliere il momento nel quale si sarebbe spento. Si spense invece nel sonno la mia coscienza, e allora vidi il grande abete agitarsi come all’arrivo del temporale.

L’aria s’insinuava tra i pesanti rami e li agitava, l’uno più veloce l’altro meno, e nella diversità di movimento delle singole parti l’albero sembrava percorso da uno spasimo, preso da un fremito. Non era più un albero ma una massa informe di schiuma verde che qualcuno stava plasmando, come fosse argilla. Dalle mani del misterioso artista prese corpo una forma appena abbozzata, che poi andò definendosi in dettagli sempre più precisi. Alla fine, un enorme Cristo in croce incombeva su di me, come prima avvertivo l’incombere del grande abete quando m’era andato a sedere al suo riparo.

         L’albero mi riparava con la sua ombra e mi rassicurava con la solidità della sua mole imponente, il Cristo invece mi sovrastava come un gigantesca minaccia. Era esageratamente grande. Enorme. Immenso. Non un uomo, ma un gigante smisurato. Era forse questo il Dio del quale avevano avuto paura Adamo ed Eva nell’Eden, al solo sentire il rumore dei passi?

Mentre pensavo così, si definì ulteriormente e venne a fuoco il volto. Il gigante in croce, in contrasto con la dimensione del suo corpo, aveva i lineamenti del volto delicati, come quelli d’una giovane donna, e  un’espressione che ispirava fiducia. Aveva il sorriso rassicurante del Cristo che parla ai fanciulli, e mi parve naturale mi dovesse parlare. Mi sentii subito a mio agio e non provai nessun imbarazzo nel parlare per quella evidente sproporzione: lui così alto come l’alto abete, io così insignificante e impreparato a quel colloquio, distesa come ero sulla sedia a sdraio, a prendere il sole in due pezzi.

         Perchè t’arrovelli? Nessuno s’era mai rivolto a me usando termini così ricercati. Gli avrei voluto dire che m’aveva colpito la proprietà del linguaggio. Ma oltre che per la forma ero rimasta sorpresa dalla domanda in sé.

         Proprio tu mi fai una domanda del genere. Dovresti sapere che in qualche modo se sono qui, sono qui per cercarti.

         Veramente, se tu fossi sincero diresti che sei qui, come si suol dire, per cercare te stesso.

         Spero almeno tu mia dia conferma che cercarti e cercare me stessa sono la medesima cosa.

         Non rispose alla mia domanda implicita. Continuò invece a rimproverarmi per la mancanza di sincerità.

         Se tu fossi onesta con te stessa dovresti dire che mi vai cercando sperando di trovarmi senza la croce. In questo modo la tua non è una ricerca per trovare, ma piuttosto per fuggire, e sia da me che da te stessa, perchè la croce è ciò che mi caratterizza, come caratterizza anche te.

         Non è che ti voglio cercare senza la croce. So che non ti si può nascondere nulla. Ma certamente, lo ammetto, non vorrei neppure cercarti per la croce.

         Eppure è questa che ci avvicina! Hai passato la vita a pensare a te stessa come individuo, come ho fatto io per trent’anni. Poi ti ha preso l’angoscia per l’inutilità d’un impegno a favore d’un individuo troppo limitato e caduco. Allora hai pensato di andare oltre te stessa dandoti agli altri. Ma anche attraverso gli altri, non riesci a superare la paura per l’annullamento che ti aspetta come individuo.

 Non puoi fuggire! Anche tu sei arrivata ai piedi del calvario, non ti resta che prendere la croce della tua vecchiaia  e cominciare a salire. Come me, devi prendere lo strumento della tua morte, della tua fine, e cominciare a salire. Sai qual’è lo strumento, ma non sai quale sarà la causa della morte. Anche nel mio caso, si discute ancora sulla causa scientifica. Così anche per te sarà ci sarà un referto scientifico, l’infarto, il cancro o qualche altra accidente, ma non ha importanza. Al momento del consumatum est non fa alcuna differenza. Vedi se non è vero che la mia esperienza della croce è anche la tua?

         Aveva ragione. Ci avevo pensato più volte a questa analogia:.il mito della genesi e il mito della croce, all’interno dei quali si sviluppa la vita dell’uomo

         Con una aggravante,  obiettai. Fra la mia e la tua esperienza c’e’ infatti una differenza di fondo. Tu sapevi che per te erano le ultime sofferenze di uomo, prima di riprendere completamente la natura divina, per me sono le sofferenze attraverso le quali devo rinunciare al mio esistere per lasciarmi perdere nel nulla.

         Se la pensi così allora è stato tempo perso. Tutte le volte che ti ho parlato... Chi crede nel mondo soffrirà per dovere abbandonare il mondo, chi crede in me, non morirà ma avrà la vita eterna. Come io sapevo di tornare al padre, così chi crede in me si libererà del suo corpo per poter vivere con me senza i limiti dei sensi, l’intensità della vita dello spirito per l’eternità.

         Con la differenza che tu sapevi che così sarebbe avvenuto, perchè avendo coscienza di essere esistito prima del corpo, avevi la certezza di poter esistere senza il corpo. Io invece, nato alla conoscenza con il corpo, come posso essere certo che ci sarà una conoscenza, quando   la morte avrà annullato  il corpo?

         Ma, lo sai, te l’ho fatto capire tante volte. E’ questa la verità che sono venuto a rivelare: che anche voi uomini siete figli di Dio, e come tali destinati a vivere in Dio l’eternità.

         Certo! Ma è la tua verità. Non è così automatico farla diventare la mia verità. Non e’ facile introdurre questa convinzione in me, per viverla come parte integrante del mio essere. Sarebbe oltretutto conveniente! Sai che differenza tra il sapere di portare la croce con la quale sarai annientato, o invece quella che ti innalzerà alla vita, che ti consentirà di raggiungere l’eterna felicità. In questa  prospettiva la croce, per quanto pesante, sarà sempre sopportabile.

         Appunto, ma allora perché non vuoi convincerti che sei figlio di Dio?

         Evidentemente lo vorrei. Ma più ci penso e più mi pare un paradosso. Già che tu sia stato figlio di Dio non è un dato sul quale sia facile restare convinti. Credere poi che io stesso sono figlio di Dio, per quanto grande possa essere la mia ambizione, mi pare un dato che oltrepassa i limiti del concepibile..

         Eppure proprio nella convinzione che ogni uomo è figlio di Dio, ti risulterebbe facile capire e spiegarti come io sia figlio di Dio...

         Forse! Ma hai l’idea di quale paradosso assurdo e inconcepibile, si racchiude nell’idea d’un uomo figlio di Dio ?

         Certo! Ma solo perchè,  parlando di Dio non puoi non pensare al concetto di figlio  come il risultato del concepimento tra un uomo e una donna. Così ritorni ad una visione antropomorfa della divinità. Costringi l’intelligenza a salti mortali, ad autentiche capriole per definire il “generato ma non creato” il “concepimento virginale”. Se tu invece pensassi che il figlio dell’uomo nasce come ogni figlio dell’uomo, ma che nell’attimo stesso in cui esiste, per il solo fatto di esistere viene a  partecipare della stessa sostanza dell’Esistenza-Dio, ti risulterebbe chiaro che ad ogni effetto, e con tutta evidenza, può essere chiamato figlio dell’Esistenza. Per le conoscenze che hai non ti dovrebbe essere difficile immaginare un uomo con il dna di suo padre, e in quanto esistente con il dna dell’Esistenza. Non ti dovrebbe quindi risultare difficile pensare che mentre si perde con il corpo il dna che ha generato il corpo, non e’ detto si debba perdere anche il dna che ha generato l’esistere,  e che, sviluppatosi dall’Esistenza, torna nell’esistenza, mantenendo la coscienza del proprio esistere e quindi della propria individualità...

         La massa nera del grande abete si stagliava d’un nero più intenso, contro il nero del cielo. Infreddolita mi alzai dalla sedia a sdraio, sulla quale mi ero addormentata. Mi guardai mentre cercavo di riscaldare le membra intirizzite e mi misi a ridere.

         Come posso pensare, dissi alla massa scura dell’abete, che il mio gracile intrico di carne e di ossa, possa nascondere un figlio di Dio?...

“Un figlio di Dio in due pezzi!” esclamai, e mi misi a ridere, sperando che non ci fosse nessuno a guardare un vecchia sola che scoppiava a ridere senza motivo.

 

 

 

 

 

 

CAP. 2  - I quattro vangeli.

 

Ero finita di nuovo sul nodo attorno al quale aveva ruotato tutta la mia precedente ricerca! Se mi lasciavo prendere dal tema, sarei finita a fare lo stesso percorso, con altre parole, sarei finita per riprendere gli stessi concetti.

Per non sprecare il mio tempo avrei dovuto darmi un metodo, pormi dei nuovi obiettivi.

Decisi quindi di ripartire dalla lettura dei quattro Vangeli e di farne un commento sintetico, da utilizzare come primo punto di riferimento.

 Per ricostruire la vita di Cristo disponiamo di quattro biografie ufficiali senza contare le numerose altre, non riconosciute. Biografie molto diverse, scritte da persone che, si vorrebbe far credere,  hanno vissuto con lui e quindi attendibili. E’ invece accertato che i racconti sono stati scritti molto tempo dopo rispetto ai fatti riportati. Su come e quando siano stati scritti, anche alla luce delle recenti scoperte archeologiche, si sono pubblicate intere biblioteche, si sono sviluppati fiumi di dotte disquisizioni. Ma non è questo che mi interessa. I problemi dell’esegesi biblica credo comunque si possano superare pensando  che questi racconti sono stati scritti, non tanto per la preoccupazione di  riportare con fedeltà cronachistica i fatti, quanto di trasmettere il messaggio che si ricava  dalle parole, dagli atteggiamenti e dai comportamenti.

 Anche adesso se quattro discepoli di un filosofo si mettessero e scriverne la biografia, potremmo trovarci davanti a testi molto diversi, dovuti al diverso carattere e alla diversa cultura dei biografi. L’uno potrebbe essere più attento ai particolari della vita familiare, l’altro potrebbe trattarli più’ sommariamente  perche’ più interessato ai comportamenti “da filosofo” che a quelli “da uomo”, un altro infine potrebbe trascurali completamente, perchè interessato al pensiero del maestro più che ai fatti della sua vita. Questo puo’ spiegare benissimo le notevoli differenze che si riscontrano nei quattro vangeli.               Cio’ che, a mio avviso, diventa inspiegabile e’ invece il fatto che si riportino con tale diversita’ i particolari dello stesso fatto di vita, da far emergere figure diverse e contrastanti del Cristo.

         Emblematico in questa ottica, mi pare il racconto della notte passata nell’orto degli Ulivi, prima dell’arresto. Il fatto viene riportato da tutti quattro, come e’ logico, trattandosi d’un momento cruciale della storia terrena del Cristo. La versione di Giovanni, anche ad un confronto superficiale, risulta profondamente ed inspiegabilmente diversa. E non tanto per i particolari diversi riportati, quanto perchè, come dicevo,  il Cristo di Giovanni nei Getsemani non ha nulla a che vedere con il Cristo degli altri tre.

         In Matteo, ed in Marco che duplica il testo di Matteo quasi alla lettera, Cristo e’ in preda all’angoscia, affranto da una “tristezza mortale”. Gia in Luca che pure riporta  la scena di Cristo che si allontana per pregare, l’atteggiamento e’ diverso. Se così si puo’ dire, piu’ dignitoso. Il Cristo non prega con la faccia a terra, ma in ginocchio, non dice “se e’ possibile allontana questo calice” ma “se vuoi” e la differenza non e’ da poco.

         Non ha infatti senso chiedere a Dio di fare qualcosa “se gli e’ possibile” perche’ in quanto Dio, gli e’ ovviamente possibile. Piu logico e’quindi, evidentemente, il “se vuoi” di Luca.

         Giovanni pero’, che pure, secondo il racconto dei primi due, era fra i tre discepoli prediletti, dai quali Cristo si era fatto accompagnare e che quindi era stato testimone diretto di quei momenti di sofferenza, non parla di tristezza, di angoscia, del sudore che cadeva a terra come gocce di sangue, ma ci presenta un Cristo che ha in se’, indipendentemente dal Padre. la capacita’ di salvarsi, di opporsi agli eventi al punto che al solo presentarsi con il perentorio  “Sono io” le guardie sono come fulminate e cadono a terra.

         Diversita’ così evidenti sono spiegabili soltanto con le tre diverse immagini di Cristo che gli evangelisti vogliono tramandarci, con la scena dell’arresto. Diversita’ che vengono stigmatizzate nelle tre diverse frasi con cui Cristo giustifica il fatto di essere arrestato:

“Questo e’avvenuto perche’ si compia quello che hanno detto i profeti nella Bibbia” (Marco?)

“Questa e’ l’ora vostra, ora si scatena il potere delle tenebre” (Luca)

“Bisogna che io beva il calice di dolore che il Padre mi ha preparato”. (Giovanni)

         In Matteo e Marco, Cristo e’ un uomo con la paura dell’uomo di fronte alla morte che comunque accetta di immolarsi in sacrificio per la salvezza dell’umanita’.

         In Luca Cristo e’ l’eroe della tragedia greca, figlio della Luce, che viene assistito da un angelo. E’ ancora capace di miracoli e potrebbe quindi salvarsi, ma alla fine si lascia travolgere dal destino e soccombe infine al potere delle tenebre. Il conflitto tra le tenebre e la luce si e’ sviluppato in lui fino a farlo sudare sangue

         In Giovanni invece Cristo e’ il figlio di Dio, che come tale accetta serenamente di affrontare la prova che il padre gli ha preparato.

         Tre racconti diversi quindi, per tre immagini diverse del Cristo di fronte alla prova suprema della morte. Ma come è andata veramente? Per rispondere si dovrebbe verificare quale è lo sviluppo più verosimile. Si finirebbe come ho detto in mille congetture, in mille ipotesi suffragate o meno da documenti, da conferme o smentite nele opere dei padri della chiesa.

         Il dato sul quale si può convenire a priori, (ed è l’unico che ci interessa ai fini dela nostra riflessione),  e’ che Cristo non si e’ opposto all’arresto, accettando quindi la condanna a morte. Che senso ha questo per la storia della umanita’ e per la mia storia individuale?. Se questo è il dato storico, qual’è il messaggio che se ne ricava?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Cap. 3 L'Incarnazione.

 

E il Verbo si fece carne, perchè l’uomo riconoscesse che non è l’essere carne la sua essenza di uomo, ma l’essere figlio di Dio.

La dimensione quindi dell’uomo è qella dell’immortalità dei figli di Dio, preceduta da un periodo più o meno breve vissuto nella carne.

Con Maritain si può parlare di Umanesimo dell’Incarnazione perchè l’intuizione di Cristo riporta l’uomo alla pienezza della sua umanità. Ma è l’inutizione, o l’incarnazione come fatto salvifico che riporta l’uomo alla pienezza della sua umanità? E’ la verità, cioè la conoscenza della propria essenza immortale che salva l’uomo, o è la grazia come fatto esterno, entrata nella storia con l’incarnazione in Palestina durante il regno di Erode, e che entra in ognuno di noi con la stessa casualità, in un momento qualsiasi della nostra storia?

Per Maritain l’umanesimo è trascendente “l’uomo non raggiunte la sua perfezione che soprannaturalmente, egli non cresce se non sulla croce, l’umanità del mediatore rende possibile per l’uomo un umanesimo che abbia per fine Dio”.

Ma la rivelazione di Cristo riguarda il padre mio e padre vostro, il Dio mio e Dio vostro. Cristo è il primogenito che parla a questo modo ai suo fratelli, nelle sue parole c’è la scoperta alla quale è giunto (per intuizione propria o rivleazione del Padre non fa differenza). Il primogenito non ha compiuto qualcosa che ha reso possibile la rivelazione, l’ha solo evidenziata.

I fratelli gli sono grati perchè ha rivelato loro chi sia veramente il loro padre. Ma ora che lo sanno, il rapporto che instaurano con il padre è un rapporto individuale, d’ognuno per conto proprio. Non c’è più alcun bisogno di passare attraverso il primogenito.

Concludendo la sua prima lettera Giovanni scrive “noi sappiamo che il Figlio di Dio è venuto e ci ha inseganto a conoscere il vero Dio. Noi siamo uniti a lui e a Gesù Cristo suo figlio. E’ lui il vero Dio, è lui la vita eterna”. L’elemento nuovo del nostro modo di essere, è quello di essere uniti al Dio della vita eterna (ed anche al figlio, ma non tramite il figlio, che ci è invece servito per la conoscenza!).

Alla luce di queste interpretazione appaiono chiari anche i concetti espressi precedentemente nella lettera, e che sembrano in contrasto con questa affermaczione conclusiva. Il contrasto, a mio avviso deriva dal fatto che si è voluto inserire la precisazione che “Il Figlio di Dio è quel Gesù che è stato battezzato in acqua ed ha versato il sangue sulla croce” e poi riferire al Gesù-figlio di Dio tutto quello che Giovanni riferiva all’uomo-figlio di Dio.

Allora l’affermazione che “chi è unito al Figlio ha la vita, chi non è unito al figlio di Dio non ha neppure la vita, che contrasterebbe con l’affermazione “è il vero Dio che ha la vita eterna”, dovrebbe essere letta nel senso che “chi è unito come Figlio ha la vita, chi non si sente unito come Figlio di Dio non ha neppure la vita”.

Ora so, perchè il primogenito me l’ha rivelato. Pensavo di essere soltanto un animale della specie degli uomini, polvere per la polvere come ogni animale, ho scoperto invece, perchè mi è stato rivelato che sono figlio di Dio, ed in quanto tale immortale. Ho scoperto, direbbe ancora Maritain l’umanesimo soprannaturale, ma non in quanto l’uomo sia doppio, di carne mortale e di spirito immaortale, ma perchè l’uomo è uno spirito immortale incarnato in un corpo mortale.

C’erano nell’Eden l’albero della conoscenza e l’albero dell’immortalità. Eva ha colto per l’uomo il frutto della conoscenza, Cristo ha colto il frutto dell’immortalità.

Attraverso la donna nell’atto della procreazione l’uomo scopre la sua corporalità la sua individualità e quindi la mortalità del proprio corpo, nell’intuizione dell’incarnazione dello Spirito in lui, l’uomo scopre la propria spiritualità e quindi la propria immortalità. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cap. 4 - La  resurrezione.

Storico? Ma  cosa c’è veramente di storico nella vita di Cristo? Abbiamo elementi sufficienti per dire che è morto in croce? E soprattutto abbiamo elementi per dire che è veramente risorto?

L’analisi dei Vangeli a proposito della Resurrezione porta in effetti a risultati sconcertanti.

Vi hanno insegnato prima di tutto, scrive Paolo ai Corinzi (1.15.3) che Cristo è morto per i nostri peccati, come è scritto nella Bibbia, che fu sepolto ed è resuscitato, come è scritto nella Bibbia, che apparve a Pietro e quindi ai dodici.

In questa citazione è evidente, quasi assillante, la volontà di ricostruire il racconto della vita di Cristo in conformità a quanto già anticipato nella Bibbia.

Ciò che più interessa a Paolo è la ricostruzione della resurrezione perché questa è per lui la chiave di volta del cristianesimo: “se Cristo non è resuscitato la vostra fede è un’illusione”, perché sul fondamento della risurrezione di Cristo  si può costruire la verità della risurrezione dei corpi nella quale credono i farisei, e Paolo era uno di loro. Ma ben altro è il fondamento del cristianesimo che la possibilità della resurrezione dei corpi. Per affermare la verità della vita eterna, predicata da Cristo, non era necessario costruire l’evento della sua risurrezione.

Che la resurrezione sia un evento costruito è dimostrato se non altro da come è stato mal costruito. È forse l’episodio nel quale gli evangelisti sono più discordanti tra loro, mentre invece avrebbe dovuto essere di tale rilevanza da restare impresso in maniera indelebile nella loro memoria, fin nei minimi particolari e invece...

L’unico elemento su cui concordano è che si era nel giorno dopo il sabato o comunque il primo giorno della settimana. Per Giovanni, è la sola Maria Maddalena  che di buon mattino, quando era ancora buio, si reca al sepolcro e vede che la pietra era stata ribaltata. Per Luca c’erano più donne e non solo la Maddalena. Matteo infatti precisa che si trattava della Maddalena e dell’”altra Maria”. Marco infine ricorda che erano tre le donne che al levar del sole si recarono al sepolcro: Maria Maddalena, Maria madre di Giacono e Maria Salomè.

Queste tre donne, prosegue Marco, mentre andavano dicevano tra loro: “Chi ci farà rotolar via la pietra che è davanti alla porta?” Ma quando arrivarono, guardarono e videro che la grossa pietra molto pesante era già stata spostata. Anche per Giovanni e per Luca la pietra era già stata spostata.

Per Matteo invece, mentre la Maddalena e l’altra Maria si avvicinavano “improvvisamente ci fu un terremoto, un angelo del Signore scese dal cielo, fece rotolare la grossa pietra e si sedette sopra”. Come mai gli altri tre si dimenticano di un particolare così importante e ad effetto?

La Maddalena di Giovanni che era sola, al vedere la pietra rimossa, ebbe paura e tornò indietro di corsa a dare la notizia a Pietro e Giovanni. Le donne di Luca invece “entrarono nel sepolcro ma non trovarono il corpo del Signore Gesù” e allora se ne stavano lì senza sapere che cosa fare, quando apparvero loro due uomini con vesti splendenti che dissero loro: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo”.

 Per Matteo al contrario è l’angelo (uno solo) che ha fatto rotolare la pietra e  vi si è seduto sopra a dire: “Non è qui è risorto, come aveva detto”. Per Marco infine l’annuncio della resurrezione alle tre donne è stato fatto da un giovane vestito d’una veste bianca, “dentro al sepolcro”, ed è talmente sicuro del particolare da poter precisare che il giovane  era “seduto a destra”.

Matteo conclude il racconto dicendo che le tre donne, spaventate ma piene di gioia, andarono di corsa a portare la notizia ai discepoli. Così fecero anche le donne di Luca.

Le donne del racconto di Marco invece “non dissero niente a nessuno perché avevano paura”. Poi però anche Marco aggiunge  che in mattinata Gesù si fece vedere a Maria Maddalena la quale andò dai discepoli e portò la notizia che Gesù era vivo e lei l’aveva visto. Ma essi non le credettero.

Anche la Maddalena di Matteo (non da sola però ma assieme all’altra Maria), mentre tornava a dire  ai discepoli della tomba vuota, si incontrò con Gesù che disse loro: “Salve”.

Mentre i discepoli di Marco non credettero alla Maddalena, e Matteo non riporta nessuna particolare reazione immediata, Luca precisa che Pietro si alzò e corse al sepolcro e vide solo le bende usate per la sepoltura. Più complesso il racconto di Giovanni per il quale la Maddalena era tornata indietro appena aveva visto il sepolcro aperto. Alla notizia avevano preso a correre verso il sepolcro sia Pietro che Giovanni. Quest’ultimo, che era il più giovane, correva di più, lo seguiva Pietro e infine veniva la Maddalena. Giovanni appena arrivato vide le bende per terra ma non entrò. Arrivò anche Pietro che entrò vide le bende per terra “e il sudario che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. Quando arrivò infine anche la Maddalena, si chinò soltanto in lacrime verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi dove era stato posto il corpo di Gesù.

 Poi anche lei si voltò indietro e vide che Gesù stava lì in piedi, ma non sapeva che era Gesù, l’aveva preso  anzi per il custode del giardino e lo riconobbe soltanto quando lui la chiamo: “Maria!”

Dopo questa ricostruzione sinottica e difficile non pensare che si tratta di ricostruzioni di fantasia.

  Gli Ebrei ed in particolare la setta dei Farisei (e quindi Paolo che era un Fariseo) credeva nella resurrezione e nel giudizio finale. È logico supporre quindi che gli avvenimenti della vita di Cristo siano stati  forzati, con una appendice dopo la morte, per diffondere la credenza nella resurrezione. E non è un caso che Cristo sia stato sepolto proprio nel sepolcro di Giuseppe d’Arimatea uno dei più influenti dei Farisei e quindi uno dei più convinti assertori della resurrezione dei corpi.

Ma è possibile che sia stato tutto inventato? A mio avviso direi di no, penso che ci siano due elementi di verità, sui quali è stato costruito il racconto.

Si può dire sia vero che non si è trovato il corpo, e in secondo luogo che Cristo è stato sentito e visto da morto.

Per la scomparsa del cadavere si potrebbe pensare sia  stato lo stesso Giuseppe d’Arimatea a trafugarlo, utilizzando il fatto per fare proseliti alla sua idea della resurrezione. Oppure si può credere sia stato  un miracolo come quello della resurrezione di Lazzaro. Mi pare tuttavia secondario il sapere come sia potuto avvenire che non si trovò il corpo i Cristo. Il fatto significativo e importante, fu che Cristo fu visto e sentito dopo morto. Perchè era risorto? No, direi più semplicemtne perché, come tutti gli uomini, non era morto ma era in una altra dimensione dalla quale non ci si può normalmente mettere in contatto con chi è nella dimensione della vita del corpo.

Normalmente! Ma non è impossibile pensare che la cosa sia riuscita, eccezionalmente o miracolosamente,  a chi aveva dedicato tutta la vita a convincere gli altri che c’era veramente la dimensione della vita eterna.

Il fatto avrebbe contribuito a confermare il messaggio sulla possibilità per l’uomo d’una vita eterna che Cristo s’era impegnato a predicare da vivo.

Ma nell’interpretazione di Paolo, il messaggio sulla vita eterna si è trasformato nella  conferma della sua credenza sulla resurrezione dei corpi. Da qui la necessità di adattare il racconto perchè nella resurrezione di Cristo trovasse conferma l’idea della resurrezione dei corpi.

 

 

 

 

 

 

Cap. 4 - Il risorto.

Continuando a pensare alla veridicità del racconto della resurrezione mi sono ritrovato a considerare che ci sono due paradossi di fondo che ci accompagnano nell’approccio al  Vangelo dai quali deriva la serie di conseguenti forzature nell’interpretazione. Il primo, come ho già avuto modo di dire, è quello di considerare il Vangelo l’ultimo dei libri della Bibbia, mentre invece la rivelazione di Cristo si stacca nettamente da quanto era stato detto precedentemente. La novella è rivoluzionaria, e come ogni rivoluzione  anche quella introdotto dal Vangelo rompe con tutto ciò che precedentemente era stato detto e scoperto.

Il messaggio rivoluzionario è che il senso della vita dell’individuo è nell’eternità.

Il secondo paradosso è che gli evangelisti, questa novità rivoluzionaria cercano in ogni modo di annacquarla sforzandosi di costruire un sistema di pensiero che spieghi il mondo, piuttosto che l’eternità.

 Nell’esistenza dell’eternità si cerca una giustificazione per un particolare modo di vivere il tempo, invece di pensare che il tempo si annulla di fronte all’eternità.

Questi due paradossi sono particolarmente evidenti nella ricostruzione della resurrezione, sulla quale sento la necessità di tornare.

Pietro, Giovanni e la Maddalena sono al sepolcro a constatare che è vuoto e il cronista commenta “non conoscevano infatti ancora la scrittura che egli doveva risuscitare di morti”. Nel Vangelo si deve compiere la scrittura, e secondo la scrittura Cristo avrebbe dovuto tornare dal mondo dei morti a quello dei vivi. Ma la rivelazione è proprio che non c’è nessun ritorno perché non c’è nessuna morte dalla quale ritornare. C’è soltanto che, per tutti gli uomini, come per Lazzaro, il fatto che “chi è morto vive”.

Se chi è morto “vive la vera vita, ricongiunto al Padre”, perché dovresti distoglierlo per farlo tornare alla vita del corpo? Se la rivelazione di Cristo è che per ogni individuo la vita vera è quella eterna oltre il corpo, senza il corpo, dopo il breve momento passato con il corpo, perché inventare, contro ogni logica che ci sarà un ritorno al corpo?

Perché, come dice Paolo, se Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra fede. Certo! Se per la fede intendiamo il fondamento della comunità cristiana. Una chiesa per esistere ha bisogno dei corpi sul quali esercitare il proprio potere. Una rivelazione per la quale i corpi non hanno senso se non come involucri momentanei d’un contenuto che senza alcuna mediazione è già in rapporto con l’Esistenza e con l’Eternità, non può costituire il fondamento d’una chiesa come gerarchia di intermediari.

E allora la rivelazione viene adattare ai propri fini facendo in modo che da un lato confermi quanto anticipato dalla Bibbia, dall’altro facendo sì  che giustifichi la struttura della chiesa.

Si ha così l’impressione  che Cristo sia risorto quasi si fosse dimenticato di dire qualcosa di importante ed abbia ottenuto di tornare un momento tra i suoi per finire il discorso e per proclamare che: “a quelli ai quali rimettete i peccati sono rimessi, a quelli ai quali li ritenete sono ritenuti”.

Tutto inventato allora il racconto della resurrezione? Credo di no, a mio parere forse è possibile risalire ad una ricostruzione credibile dei fatti. La tomba viene ritrovata vuota, come vuota resta quella di Lazzaro dopo il miracolo della sua resurrezione. Ma il miracolo della resurrezione di Lazzaro, come ho già detto, si spiega solo come dimostrazione e rappresentazione della verità che “chi è morto vive”. La morte non c’è, e infatti  Lazzaro vive. La morte non c’è e infatti il cadavere di Cristo non c’è, perché Lazzaro morto è come se fosse vivo, e quindi il cadavere è come se non ci fosse.

Chi è morto infatti vive in una nuova dimensione senza corpo e per confermare questa verità Cristo appare nella nuova dimensione. Non è la dimensione del corpo, e infatti nessuno lo riconosce. La Maddalena si rende conto che si tratta di Cristo solo quando questi la chiama per nome. “Vede Gesù che stava lì ma non sapeva che era Gesù”.

 

Quello che si rivela ai discepoli è un Gesù che non ha il volto di Gesù, riconoscibile soltanto perché ha le ferite nelle mani e nel costato. Ma la cosa appare normale tant’è che Tommaso che non crede ai suoi colleghi non dice “crederò quando lo vedo di persona”, ma crederò quando vedrò nelle sue mani il segno dei chiodi”.

E’ come se andassi ad annunciare a qualcuno che un amico creduto morto perchè ucciso  con un colpo di pistola, è invece ancora vivo. Quello, incredulo, non mi dice che crederà soltanto alla vista dell’amico ancora in vita, ma soltanto quando potrà constatare il foro della pallottola! Cosa c’entrano i fori dei chiodi, rispetto al riconoscimento del Cristo da parte d’una persona in familiarità con lui, d’un suo discepolo?

Tutto questo ha un senso soltanto se la rappresentazione mira a spiegare l’idea della vita eterna. Colui che è nella nuova dimensione senza corpo non può essere riconosciuto evidentemente attraverso i segni fisionomici del corpo, ma solo attraverso i segni che la vita con il corpo ha lasciato e che restano a caratterizzare l’individualità della vita senza il corpo.

Questa potrebbe essere la spiegazione e in questa prospettiva anche un’altra frase dello stesso contesto, che è stata interpretata in tanti modi potrebbe trovare un senso compiuto.

La Maddalena vorrebbe toccare il risorto ma questi la ferma e le dice “non mi toccare, perché sono asceso al Padre, ma va dai miei fratelli e di loro che sono asceso al Padre mio e Padre nostro, Dio mio e Dio vostro”.

Nella mia interpretazione ho tolto un “non”. per cui il “non sono asceso al cielo della versione canonica diventa “sono asceso al cielo”. Forse l’operazione non è legittima, va comunque ricordato che la frase è riportata con molte varianti nei diversi codici e che il “non” serve soltanto a confermare la verità della scrittura per la quale è salito al cielo il terzo giorno. Il che evidentemente è un assurdo non fosse altro perché parlare di tre giorni in una dimensione teologica è un nonsenso che si giustifica solo con il paradosso di voler dimostrare ad ogni costo il compiersi delle Scritture.

Senza il “non” mi pare invece che tutto diventi chiaro, come chiaro è il messaggio che Cristo morto vuole lasciare a Maddalena. Ho fatto ancora un miracolo, sembra voler dire, quello di far scomparire il mio corpo, perché vi rendiate conto che non sono io quel corpo, come il corpo di un defunto non è il defunto. Io, come ognuno che muore, sono salito al padre. E allora va, dì agli altri uomini che anche loro, come miei fratelli seguiranno la mia stessa sorte, la sorte dei figli di Dio, e dopo morti saliranno al Padre.

E qui il Cristo che riappare da morto fa una sottolineatura per la quale valeva la pena veramente fosse riapparso. “Il Padre mio e Padre vostro, il Dio mio e Dio nostro”. Più chiaro di così! Tutto quello che ha detto riferito al Padre suo, si riferisce al Padre di ognuno degli uomini, del quale quindi lui è figlio alla stessa stregua di ognuno degli uomini.

Quando parla quindi dell’ascesa al Padre parla dell’ascesa sua come di quella di ogni uomo, che muore in un corpo destinato a sparire ma che vive nell’Eternità del Padre. Un corpo che finisce come esistente per restare nell’Esistenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

        

Cap. 5 - La parabola del figliol prodigo.

Avevo passato il primo giorno all’eremo a contestare il testo del Vangelo. Le considerazioni che ne avevo tratte potevano essere orginali o meno, ma non erano comunque risposte. Avrei potuto passare tutti i quindici giorni a disquisire sul testo riprendendo una serie di osservazioni che ritrovavo negli appunti, frutto di precedenti studi. Ma era evidente che su questa strada avrei trovato soltanto nuovi dubbi e nessuna risposta.

Mi addormentai pensando che sul Vangelo stavo perdendo il mio tempo e che il giorno dopo avrei ripreso da alcune considerazioni che avevo già in parte sviluppato a proposito della Genesi. In mancanza d’un metodo, forse era il caso usassi quello cronologico cercando nell’origine dell’uomo le tracce per il percorso sul senso della vita dell’uomo.

O forse anche questa idea del risalire alle origini era solo un alibi per dare un criterio ad una impresa che già all’inizio si rivelava un fallimento.

Non c’era nessun senso in quello che stavo facendo, nell’essermi ritirato a far l’eremita con la pretesa di scoprire qualcosa di nuovo sull’uomo, o quantomeno qualcosa di nuovo sul mio personale essere uomo.

Sognai d’un uomo, un eremita, che veniva verso di me nel deserto, Camminava  con un passo deciso e spedito. Camminava ma non avanzava. Non riusciva ad avvicinarsi a me. Mi ricordava Mosè che scendeva nel deserto con le tavole della legge, perchè come in alcune raffigurazioni di Mosè, portava con la sinistra un grande libro aperto. Le parabole, era scritto in alto, come titolo. E c’era il riferimento ad una nota, che richiamava un appunto che forse m’era passato sotto gli occhi durante il giorno.

Il Vangelo  riporta trentasei parabole. Diciassette le riporta solo Luca, otto solo Matteo e una solo Marco. Altre sei le riportano assieme Matteo e Luca, due Marco e Luca, e quattro Marco Matteo e Luca. Giovanni non ne riporta alcuna. Che strano!

Stano il fatto che non tutti raccontino le stesse parabole e che le parabole non siano raccontate da tutti? O strano quell’uomo nel deserto che camminava lesto e non avanzava d’un passo? Lo vedevo  muovere  la bocca come se stesso parlando ma non mi arrivava nessun suono, nessuna parola. Sentivo una gran pena per lui che camminava senza muoversi che parlava senza farsi udire, e mi svegliai con l’angoscia di quella pena.

Era da poco passata la mezzanotte. Mi risultava sempre difficile dormire la prima notte in un letto nuovo. Con la speranza di riprendere sonno mi ritrovai a pensare alle parabole.

 Perchè tante parabole? La spiegazione l’avrebbe data Gesù e viene riportata, con qualche variante significativa, dai tre evangelisti. "Parlo a loro in parabole, perchè loro non vedono e non sentono. Voi invece vedete e sentite. E’ venuta infatti la luce. Nessuno accende una lampada per poi metterla sotto il letto

C’è la verità e ci sono le parabole, dice Gesù, ma la storia del cristianesimo sembra sia la storia di un impegno costante e continuo per nascondere in parabole, anche la verità che era stata rivelata. Ciò che non velano le parabole, viene velato dalla loro interpretazione.

Si è assunto infatti a priori ed  arbitrariamente che la rivelazione riguardi un uomo sempre in procinto di peccare, che tuttavia ha la fortuna d’avere un padre, sempre disponibile al perdono. Così profondamente buono da essere profondamente ingiusto, come appunto  nella parabola del figliol prodigo.

A chi infatti, ascoltanto il racconto della parabola, non è capitato di sentirsi, offeso e stizzito, nei panni del figlio ubbidiente, al quale non viene concesso neppure un capretto per fare festa, mentre per festeggiare il ritorno di quello prodigo, viene sacrificato il vitello migliore?

Ma il senso della parabola può essere un altro.

C’erano due fratelli, l’uno che aveva deciso di vivere nel solco della tradizione, l’altro che aveva deciso di mettersi in gioco, di rischiare, di fare una vita diversa. Gli era andata male. Nel rischio, era fallito. Aveva dovuto rassegnarsi a tornare dal padre: al punto di partenza. Ma il padre, giustamente, non lo sta neppure a sentire, quando gli dice che riconosce d’avere sbagliato.

 L’inseguire un sogno,pare voglia dire quel padre,  non è stato uno sbaglio, ma un comportamento valido in sè, indipendentemente dai risultati, che va premiato, indipendentemente dagli esiti.

La parabola riguarda il rapporto con la vita, non con il peccato. E in questa ottica il comportamento del padre è tutt’altro che ingiusto.

Come dice Pessoa: "Alcuni hanno un grande sogno nella vita e mancano a quel sogno. Altri non hanno nella vita nessun sogno, e mancano anche a quel sogno"

Per il Vangelo la discriminante è il sogno, non il peccato!

Anche il mio ritirarmi a riflettere da sola in montagna era in qualche modo il tentativo di rincorrere un sogno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cap. 6 - La vigna.

 

Ci sono parabole nel Vangelo che hanno dell’assurdo. Come quella del padrone che aveva piantato  una vigna e vi aveva messo dei fattori che non lo volevano pagare.

 Un uomo piantò una vigna, racconta Luca, poi l’affittò ad alcuni contadini e se ne andò lontano per lungo tempo. Secondo Marco e Matteo non l’aveva piantata soltanto, ma l’aveva circondata con una siepe, vi aveva scavata una buca per il torchio dell’uva e vi aveva costruito una torretta di guardia.

Quando fu vicino il tempo della vendemmia, mandò dai contadini il suo servo per ritirare la sua parte di raccolto. Per Matteo di servi ne aveva mandato più d’uno, e contadini li presero e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero e un terzo lo colpirono con le pietre. Per gli altri evangelisti l’unico servo fu bastonato e mandato indietro senza dargli niente. Allora il padrone mandò un altro servo, che i contadini accolsero a parolacce, lo bastonarono, (Marco precisa che gli diedero botte in testa), e lo rimandarono indietro senza dargli niente. Per  Matteo anche la seconda volta i servi erano più d’uno anzi erano più numerosi che la prima volta ma furono trattati allo stesso modo.

  Il padrone mandò un servo per la terza volta, ma i contadini ferirono anche lui e lo buttarono fuori. Secondo Marco invece lo uccisero e il padrone insistette ancora a mandare molti altri servi che furono ugualmente bastonati o uccisi.

  Alla fine al povero padrone era rimasto solo suo figlio. Pensò bene di mandare anche lui, confidando che i contadini avrebbero avuto  rispetto di suo figlio. Una decisione evidentemente senza senso. Infatti i contadini vedendo il figlio pensarono che eliminato lui, avrebbero eliminato l’erede della vigna, e che avrebbero quindi ereditato il podere. Non ci pensarono due volte ad ucciderlo ed a buttarlo fuori della vigna, come dice Marco, o a buttarlo fuori della vigna ed ucciderlo, come invece precisano gli altri due.

  A questo punto del racconto Gesù si fa una domanda retorica. Che cosa farà dunque il padrone della vigna con quei contadini? E si risponde, certamente egli verrà e ucciderà quei contadini e darà la vigna ad altre persone. Per Matteo furono i presenti a dare la risposta. Comunque a commento, come la morale nelle favole, per tutti e tre gli evangelisti Gesù aggiunse: “Non avete mai letto quel che dice la Bibbia? La pietra che i costruttori hanno rifiutato è diventata la pietra più importante” Per Marco e Matteo ha anche aggiunto “Questo è opera del Signore ed è una meraviglia per i nostri occhi”. Per Luca invece avrebbe aggiunto che “Chiunque cadrà su quella pietra si sfracellerà e colui sul quale essa cadrà rimarrà schiacciato”.

  A conclusione tutti e tre gli evangelisti concordano nell’affermare che i maestri della legge, i farisei e i capi dei sacerdoti, o più semplicemente i capi degli Ebrei come dice Marco, aveva raccontato questa parabola riferendosi a loro, e cercavano quindi un modo per arrestarlo.

  La conclusione dovrebbe servire a capire come è stata costruito il racconto della parabola. Quando fu scritta, nel corso della predicazione sulla morte di Cristo, si poteva pensare che gli Ebrei vi vedessero l’allusione all’uccisione del figlio del Padre. Ma nel contesto della predicazione, quando non si conoscevano quali sarebbero stati gli sviluppi della vita di Gesù, per quale motivo i capi degli Ebrei avrebbero potuto ritrovarsi in quei contadini omicidi? Mi pare invece impossibile che nessuno dalla folla si sia levato a segnalare l’imbecillità di quel padrone.

  Chi dopo aver perso tutti quei servi, avrebbe mandato anche il figlio? Ma la parabola viene interpretata come un allegoria di Dio che dopo aver mandato tanti profeti, manda anche il figlio. Nella parabola tuttavia il Padre, finalmente arrabbiato, uccide i contadini e dà la vigna ad altri. Nella realtà, invece della predicazione del Vangelo, il Padre, proprio attraverso il sacrificio del figlio si sarebbe riconciliato con i contadini.

  Una parabola assurda, per trasmettere un messaggio ancora più assurdo. A meno che la seconda parte non sia stata malamente ricostruita a fini didattici.

  La parabola viene riportata anche nel Vangelo di Tommaso. Dopo aver raccontato dei contadini che hanno ucciso il figlio, in questa versione, si aggiunge la frase “chi ha orecchie per intendere intenda”, che non spiega niente, ma aumenta l’idea di qualcosa di poco chiaro.

  Se non avesse dovuto in qualche modo spiegare la morte del figlio, la parabola avrebbe potuto avere un esito completamente diverso.

  I servi, o i sensali, come li chiama Tommaso, non erano riusciti a fare capire ai contadini la coincidenza d’interessi tra padrone e contadini sulla vigna. Solo quando è arrivato il figlio e invece che limitarsi a riscuotere la parte si è fermato a lavorare con i contadini, questi hanno capito il loro rapporto con il padre. Se con loro c’era il figlio del Padrone, in qualche modo anche per loro il padrone diventava Padre.

  L’uomo, la pietra, che dall’Eden era stata rifiutata da Dio, diventava ora la pietra più importante della creazione, la pietra nella quale si giustifica la costruzione del creato.

  Forse era questa la parabola nella versione originale, ma poi la si è dovuta piegare a spiegare che l’uomo ha ucciso anche il figlio (meritandosi con questo omicidio la salvezza!). È diventata così una parabola assurda per cercare di spiegare qualcosa di ancora più assurdo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Cap. 7 - In principio.

 

In principio Dio creò’ il cielo e la terra. Cosi comincia la Bibbia nel primo libro della Genesi. Ma in principio, prima di creare, Dio che cosa faceva? Che cosa c’era prima della creazione? Dio disse: “Sia la luce” E la luce fu. Ma prima della luce che cosa c’era? La notte nella quale non si vedono le cose ma le cose ci sono o la notte del nulla. E nella notte del nulla allora, Dio che cosa ci faceva? O forse era Dio lo stesso nulla!

         In effetti se creare e’ fare dal nulla, solo il nulla puo’ creare. Oppure qualcosa o qualcuno che conviveva con il vuoto del nulla e ad un certo punto ha deciso di riempirlo. Dio, appunto! Ma che cosa si deve intendere con la parola  “Dio”? Quando dico sasso, foglia, so a che cosa mi riferisco. Anche quando dico amore, odio, seppure con meno precisione, so a che cosa mi riferisco. Ma quando dico Dio, a che cosa mi riferisco? La Bibbia da per scontato che io lo sappia, e come se fosse tutto scontato quello che precede comincia  dicendo che in principio Dio creo’ il cielo e la terra.

         Ma non e’ affatto scontato!

         Lo capisce anche Giovanni l’Evangelista  che aprendo il suo Vangelo propone una risposta. In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio, tutto e’ stato fatto per mezzo di lui e senza di lui niente e’ stato fatto di tutto cio’ che esiste.

         La chiave del mistero iniziale e’ quindi il Verbo. Logos in greco, che era con Dio ed era Dio e per mezzo di quale Dio ha creato il cielo e la terra. Leggendo Giovanni si ha l’impressione che se fosse possibile capire che cosa si intende con il Verbo, sarebbe poi facile risalire a che cosa si intende con Dio.

         In Dio, dice Giovanni, c’era la parola per mezzo della quale e’ stato fatto tutto cio’ che esiste. C’erano quindi le parole delle cose, prima che lo cose esistessero, e queste parole erano raccolte e sintetizzate in una “La Parola” che era in Dio ed era Dio. Chiedendo una metafora all’informatica, si potrebbe dire che c’erano le parole del programma d’ogni cosa, in una costruzione ad albero che si sviluppava da una parola chiave, la Parola. Le parole-programma non erano scritte da nessuna parte, erano un pensiero, il pensiero di Dio. Posso immaginare che esista il mio pensiero senza di me? E’ possibile! Con la fantasia il pensiero si muove indipendentemente dal corpo. Nel sogno il pensiero mostra di muoversi indipendentemente dalla persona che sogna. E’ credibile quindi che il pensiero possa sopravvivere al corpo indipendentemente da questo. Allo stesso modo e’ possibile immaginare che il pensiero possa preesistere al corpo. Nel caso dell’uomo il dubbio su un pensiero preesistente al corpo puo’ venire dal fatto che il pensiero si sviluppa attraverso l’esperienza fatta con i sensi del corpo. Ma in assoluto che ci possa essere stato un pensiero, un’idea del mondo, prima che il mondo esistesse, mi pare accettabile. Sotto il profilo logico, e’ credibile. Dire che questo pensiero era in Dio ed era Dio, significa dare una spiegazione di che cos’e’ Dio.

         Con la necessita’ dell’uomo di dare contorni spaziotemporali ad un concetto, intuita la possibilita’ d’un Pensiero-Dio, cadiamo nell’equivoco di pensare che ci sia stato un prima del Pensiero e un dopo del Mondo e un dopo ancora di nuovo senza il mondo. Il Pensiero del mondo, che puo’ essere pensiero di mille altri mondi, coesiste invece con il mondo, ne costituisce l’anima. Il Pensiero della cosa e’ l’Esistenza della cosa, che consente a questa di esistere. Ogni esistente nello spazio e nel tempo, esiste come momento ed espressione d’una Esistemza al di fuori dello spazio e del tempo.

         Nel processo di creazione di questo mondo e’ avvenuto un fatto singolare (potrebbe essere avvenuto anche nel processo di creazione di altri mondi, o potrebbero essere avvenuti fatti ancora piu’ singolari): uno degli esseri creati in un primo momento ha preso coscienza di esistere, in un secondo momento ha intuito di essere un momento del Pensiero-Esistenza e quindi di potervisi ricongiungere conquistando l’immortalita’.

         Questa vicenda dell’uomo viene riportata nel riassunto della genesi sullo sviluppo dell’uomo.  In un primo momento Dio “plasmo’ l’uomo con polvere dal suolo e l’uomo divenne un essere vivente”. Poi l’uomo nello sviluppo della sua specie, conquisto’ la parola, Dio infatti nel racconto biblico volle vedere come l’uomo avrebbe dato un nome agli animali e alle cose. Ma l’uomo, pur capace di comunicare, non aveva ancora  coscienza di se’ del proprio esistere. “Erano nudi ma non ne provavano vergogna”, dice la Bibbia.. Solo piu’ avanti l’uomo arrivo’ alla ragione, cioe’ alla capacita’ di distinguere il bene dal male. E il passaggio viene riportato nell’immagine dell’uomo che mangia del frutto dell’albero del bene e del male, al quale gli era stato proibito di mangiare.

         L’uso della ragione lo porta alla coscienza di sè. “Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi”, Se vi siete accorti di essere nudi, allora avete mangiato dall’albero dal quale vi avevo comandato di non mangiare! Ribadira’ il Signore Dio, che per la prima volta viene sentito con paura, mentre passeggia nel giardino. Dalla coscienza di sè deriva infatti la coscienza della propria finitiezza e quindi la paura e l’angoscia esistenziale.

         Ma ora l’uomo e’ un essere che riesce a pensare! “Ecco”, infatti dice ancora il Signore-Dio-Idea -Pensiero, “l’uomo e’ diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male”. Con una differenza! Che e’ mortale! E Dio fara’ in modo che resti tale, che non “prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre”.

         L’uomo pero’, continuando nella sua evoluzione, ottiene infine da Dio di poter mangiare anche dell’albero della vita e diventare mortale. Il divieto imposto nel primo libro della Bibbia, viene tolto con l’ultimo, con il Vangelo

In questo infatti si racconta di come il Verbo-Pensiero-Dio si sia fatto uomo, dando a quelli che l’hanno accolto il potere di diventare figli di Dio e quindi in quanto tali, di diventare  immortali.

         Fuor di metafora, l’uomo e’ pervenuto alla coscienza del proprio esistere, come  momento dell’Esistenza, pensiero del Pensiero, In altri termini quindi si e’ scoperto e riconosciuto figlio dell’Esistenza e del Pensiero e quindi figlio di Dio.

          Riconoscendomi come tale, cio’ che io sono, come capacita’ di essere di sentire e di pensare, potra’ sopravvivere alla perdita del corpo per continuare a vivere nell’Esistenza e nel Pensiero, o (per usare un termine usuale che a questo punto del ragionamento, dovrebbe essere  chiaro a cosa si riferisce) in Dio. In questa prospettiva appare chiaro anche che cosa si debba intendere con il fatto che all’uomo e’ stato data la possibilita’ di diventare figlio di Dio. Non e’ una metafora! “Lo siamo veramente” aggiunge Giovanni nelle Epistole. L’esistente e’ una realizzazione spaziotemporale del dna (il termine improprio serve a chiarire i concetto) dell’Esistenza, destinato a ricongiungersi, integrato nelle implementazioni che gli deriveranno dall’aver vissuto  l’esperienza del mondo.

         S.Agostino per riuscire ad espimere l’idea d’un Dio infinito presente nel mondo finito ricorre ad una bellissima metafora. “Come se il mare si stendesse ovunque, solo mare per un immensa infinita’ di spazio, e tenesse immersa in se una spugna, grande quanto si vuole, ma finita, quella spugna sarebbe piena, senza dubbio, in ogni sua parte del mare infinito. Così pensavo la creazione, finita e imbevuta di Te infinito”.

         L’immagine che Agostino rapporta alla creazione puo’ essere riportata anche all’individuo, immaginando la spugna composta di tante spugne con una loro specifica individualita’. Quando l’Infinito si ritira da ognuna, questa, senza l’acqua del mare, muore. Ma l’infinito nel periodo che e’ vissuto nella spugna, ha consentito alla spugna di realizzare un rapporto con lui, e questo rapporto l’infinito lo porta con se’, nell’infinito e per l’infinito.

         Ma se nel periodo in cui la spugna ha vissuto dell’infiito, e’ rimasta imbevuta dell’oceano, non ha prodotto nulla che l’oceano possa portare con se, la sua esistenza si conclude definitivamente quando l’oceano l’abbandona.

 

 

Cap. 8 - Dall’universo all’umanità.

 

La storia dell’umanità, secondo la Bibbia, ha inizio quando “il Signore plasmo’ l’uomo con polvere del suolo e soffio’ nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. Il Signore poi prese l’uomo e lo pose nel giardino dell’Eden e gli diede questo comando: dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare perche’ quando ne mangiassi certamente moriresti. Disse anche il Signore, non e’ bene che l’uomo sia solo e gli plasmo’ ogni sorta di bestie selvatiche”.

     L’uomo dell’Eden, all’inizio dell’evoluzione della specie era come ogni bambino all’inizio della sua evoluzione individuale, Viveva felice un rapporto istintivo con la vita, e con tutto quello che lo circondava. In rapporto di fiducia, con gli altri esseri viventi,  come quella del bambino che non ha paura del leone, che gioca con il serpente. “E infatti impose nomi a tutti  ma non trovo’ un aiuto che gli fosse simile”.

     E non poteva essere diversamente. Come quella del bambino la sua conoscenza era oggettiva, si sentiva un oggetto in mezzo agli altri oggetti, tra se e gli altri non sentiva un rapporto tra soggetto ed oggetto. Avrebbe identificato se stesso solo quando avesse individuato un altro simile a se’, in un processo che anche per il bambino giunge in una fase successiva e che la Bibbia presenta nella immagine di Eva che nasce dalla costola di Adamo.

     “Allora Dio plasmò con la costola che aveva tolto all’uomo una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse “Questa volta essa e’ carne della mia carne”.

     Perchè la genesi avrebbe dovuto ricorrere alla bizzarra immagine della donna nata dalla costola dell’uomo? La bizzarria non e’ piu’ tale se pensiamo che con questa immagine si doveva riprodurre il passaggio dell’evoluzione per il quale nella storia dell’umanità come nella storia del bambino si scopre l’individualità. Il bambino avverte di essere un individuo, scoprendo la propria diversità dagli altri. Allo stesso modo l’uomo nella sua evoluzione scoprendo che “e’ carne della mia carne”, riconosce la propria carne, riconosce se stesso. Si ha quindi la scoperta del pensiero soggettivo. Ma nella sorpresa della diversità l’uomo non avverte ancora la diversità come limite e come problema.

     “Tutti e due erano nudi ma non ne provavano vergogna”. Ci dovrà essere ancora un passaggio importante: l’evoluzione verso la ragione ed il pensiero astratto. Dalla scoperta della propria individualità, e attraverso questa simboleggiata da Eva, l’uomo arriva alla conoscenza. “Dio sa che quando voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio”  Anche prima distingueva il bianco dal nero la notte dal giorno ma adesso sa attribuire una valore diverso alla notte ed al giorno al bene ed al male.

     “Appena mangiato pero’ si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi”

     Il serpente aveva promesso che aprendosi i loro occhi sarebbero diventati come Dio, ed in effetti con la conoscenza i loro occhi si aprirono ma l’unico risultato fu che si accorsero di essere nudi”.

     Erano nudi anche prima ma non provavano vergogna perchè non sapevano di esserlo adesso i loro occhi si sono aperti e si rendono conto di esserlo. Gli occhi invece di aprirsi nella coscienza di essere Dio, come aveva promesso il serpente si erano aperti  nella coscienza di se’ e quindi della propria nudità.

     Durante questa evoluzione cambia anche il rapporto dell’uomo con la divinità. Inizialmente nella felicità dell’Eden come il bambino nella felicità del rapporto istintivo con i genitori, il problema non si pone neppure. Il bambino si sente tutt’uno con i genitori e in questa unità e’ sicuro e felice. La morte per lui non esiste mancandogli la coscienza del suo esistere individuale non può avere la coscienza della sua fine.

     Solo dopo aver raggiunta la coscienza di sè (mangiando la mela), scoprendo di essere nudi, allo stesso tempo “udirono il signore Dio che passeggiava nel giardino” . La scoperta della propria soggettività, porta come conseguenza alla scoperta di Dio, e alla scoperta della propria limitatezza nel tempo (Nel pensiero oggettivo il tempo non esisteva e quindi non poteva esistere la fine) “polvere tu sei ed in polvere ritornerai.

     Ma c’e’ ancora un ultimo passaggio molto importante dice infatti Dio: l’uomo con la conoscenza del bene e del male o meglio nella scoperta della coscienza di se’ “e diventato come uno di noi”, con una differenza, che non vive per sempre. A meno che soggiunge non mangi anche dei frutti dell’albero della vita. E per impedire un tanto vengono messi di guardia i cherubini,

     Cosa si cela in quest’ultima allegoria? La scoperta della coscienza di se’ sarebbe stato un avanzamento importante nell’evoluzione dell’uomo, tale da avvicinarlo a Dio, se nello stesso tempo non avesse comportato la scoperta della morte. Dio si scopre con un nuovo volto: e’ colui che impedisce all’uomo di vivere per sempre.

     Come l’albero della conoscenza del bene e del male e’ in effetti l’albero della coscienza di se’, così l’albero della vita, e’ l’albero della coscienza del proprio essere figli di Dio. Dal primo libro del Testamento, la Genesi, all’ultimo, il Vangelo, Il Signore ci ha ripensato, ha tolto i cherubini dall’albero della vita, ma non solo,  si e’ anche  incarnato, per spiegare agli uomini come raggiungere questa coscienza.

     Questa e’ carne della mia carne ha detto Adamo di fronte ad Eva, riconoscendosi uomo. Questa e’ carne della mia carne puo’ ripetere ora di fronte a Cristo, riconoscendosi figlio di Dio. Il ciclo si chiude nella ritrovata intimita’ dell’Uomo con Dio, l’intimita’ che esisteva nell’Eden. Ma l’intimita’ sta nel fatto che il rapporto si istituisce sul sentimento e non sulla ragione, sull’intuizione e non sulla relazione.

     Attraverso la ragione l’evoluzione dell’uomo assume una impennata improvvisa, si inizia a misurare in migliaia di anni quello che prima si misurata in centinaia di migliaia. L’uomo era prima raccoglitore poi come Abele divenne pastore di greggi, con Caino imparo’ a lavorare la terra divenne agricoltore “lavoratore del suolo”. Abele viveva della terra, Caino invece fu  preso ad utilizzare la terra e fu preso dalla bramosia del possesso. La sua coscienza gli diceva che era giusto vivere come Abele, Dio gli rimproverava la sua bramosia. Caino tento’ di togliersi di mezzo la coscienza, sperando di togliersi di mezzo anche la voce di Dio, e alzò la mano contro Abele e lo uccise.

     Caino fuggiasco tenta di nascondersi da Dio. Ma il Signore disse “Chiunque uccidera’ Caino subira’ la vendetta sette volte”, e gli impose un segno perche’ fosse riconoscibile e non lo uccidesse chiunque. Dio difende quindi Caino perche’ questi continui a portare la sua nuova maledizione che consiste nel fatto che deve abbandonare il lavoro della terra per “diventare costruttore di città”.

     Nell’evoluzione l’uomo si aliena ulteriormente nei confronti della natura, non vive della terra ma neppure la utilizza. Dal settore economico primario e’ passato a quello secondario della trasformazione dei prodotti della terra e del terziario o dei servizi con la conseguente necessita’ di vivere in un rapporto più stretto nella logica della città’.

     Ma lo sfruttamento dissennato delle risorse e lo sviluppo demografico incontrollato, il “moltiplicarsi sulla terra”, portano l’umanità quasi all’estinzione, come viene provato anche dalle recenti scoperte sulla ricostruzione dell’evoluzione della specie attraverso lo studio del dna.

     Una grande carestia (bella l’immagine poetica della trasposizione della siccita’ nel suo opposto, il diluvio!), elimina uomini e animali e piante. Si salva solo chi ha scoperto le risorse naturali del mare. Noe’ il pescatore che sa costruire l’arca, ha trovato una nuova risorsa per il suo  sostentamento e si salva dalla carestia.

     Da Noe’ riprende una nuova fase dello sviluppo che raggiunge risultati notevoli. Prevale il concetto di unita’ e l’umanità unita riesce a sfidare Dio costruendo una torre che raggiunge il cielo. Ma un ultimo passaggio dell’evoluzione fa scoprire all’uomo la diversità come valore: ognuno sviluppa un codice di comunicazione valido soltanto all’interno del suo gruppo e questo porta allo scontro con i gruppi. Nascono diverse lingue, diversi popoli diverse nazioni in guerra tra loro.

     La storia della genesi dell’umanità ha così fine e comincia la storia dell’umanità che si sviluppa in uno scontro continuo tra gli uomini.

 

 

 

 

 

 

 

Cap. 9 - Ancora sulla genesi.

 

Dirai che e’ una ossessione! In effetti mi affascina l’idea di poter racchiudere tutta la storia dell’umanita’ nel rapporto dell’uomo con Dio e con la morte.

     La storia dell’uomo inizia nel comando iniziale: “Dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare perche’ quando tu ne mangiassi certamente moriresti”. Non e’ vero replica il serpente “Anzi Dio sa che quando ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male”.

     Il paradosso e’ che avevano ragione ambedue, o ambedue torto. La verita’ aveva due aspetti ed ambedue, Dio e il serpente ne tralasciavano uno, facendo in modo che l’uomo non capisse la relazione tra i due aspetti. La verità di Dio avrebbe dovuto essere: “perché quando tu ne mangiassi diventeresti simile a me ma moriresti”. Se il problema gli fosse stato posto in questi termini l’uomo avrebbe dovuto scegliere tra il vantaggio di diventare simile a Dio e lo svantaggio di dover morire. Ma non ha dovuto scegliere. Il serpente era implicito nella propria evoluzione e l’uomo ha scelto di diventare simile a Dio, indipendentemente dalle conseguenze che da questa scelta sarebbe derivata.

     “Ecco l’uomo e’ diventato come uno di noi per la conoscenza del bene e del male”, e’ costretto ad ammettere Dio. Ma perché non aveva anticipato prima all’uomo questa possibilita’?  E sull’uomo diventato simile a Dio ora si rovescia la maledizione iniziale: “Quando ne mangiassi certamente moriresti”

     “Ne hai mangiato e sei diventato simile a Dio” come ti aveva detto il serpente, ed ora sei “mortale” come ti aveva promesso Dio. Ne valeva la pena? Si perché il morire non e’ una conseguenza automatica. Sarebbe bastato andare oltre e dopo aver mangiato all’albero della conoscenza, mangiare anche all’albero della vita, e l’uomo sarebbe diventato simile a Dio ed immortale.

     Ma Dio si pone contro l’uomo. “Mi hai fregato una prima volta non mi lascio fregare la seconda, non ti permetto di stendere la mano a prendere anche dell’albero della vita “ne mangi e viva per sempre”, e pose i cherubini con la spada folgorante “per custodire la via all’albero della vita”.

     L’albero dell’eternità era a portata di mano. Sarebbe bastato stenderla e cogliere il frutto. Invece ora Dio s’e’ arrabbiato con l’uomo, ha posto gli angeli ad impedire l’accesso all’albero, e tutto diventa piu’ difficile.

     Ma perche’ s’e’ arrabbiato? Perche’ l’uomo e’ diventato simile a lui? Non sarebbe un motivo sufficiente. Anche perche’ la colpa semmai e’ di Dio per quella mezza verita’ iniziale quando aveva taciuto ad Adamo la possibilita’ di diventare simile a lui. Eppoi cosa gli sarebbe costato lasciare che l’uomo arrivasse anche all’albero della vita? Perche’ disturbare i cherubini, condannandoli a fare la guardia all’albero della vita solo per il gusto di impedire all’uomo di “stendere la mano di mangiarne e vivere per sempre”.

     L’unica spiegazione puo’ venire pensando che quel Dio che ce l’ha con l’uomo e’ in effetti una proiezione di se stesso fatta dall’uomo non e’ quello che “In principio Dio creo...” Quello aveva detto “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza” ed aveva creato l’uomo. Quello che aveva fatto l’uomo a sua somiglianza non aveva motivo di arrabbiarsi se l’uomo era addesso diventato “simile a lui” e d’altra parte se era gia’ a sua somiglianza che c’era di nuovo nel fatto che fosse diventato simile a lui?

     Credo che la spiegazione sia nel fatto che l’evoluzione a cui si riferisce la genesi non e’ l’evoluzione dell’essere dell’uomo, ma l’evoluzione del “sentirsi” dell’uomo. Anche prima moriva, anche prima somigliava a Dio. Ora, dopo aver mangiato all’albero della conoscenza, sa di essere simile a Dio, sa di dover morire. Ma tutto e’ conseguenza del fatto che ora sa di Dio.

     Nella storia dell’umanita’ come di ogni singolo uomo, c’e’ inizialmente la fase del mito. L’uomo mitizza se stesso e supera la finitudine nel senso che non si pone il problema della sua fine.

     E’ l’eta’ del’Eden, del sentimento. L’uomo si pasce del mondo e di Dio come si pasce dell’aria che respira a pieni polmoni. Non si chiede perche’ vive. Vive soltanto. Dio che crea e’ in lui creato. Dio sentiva che era solo e gli creava le bestie, sentiva che era ancora solo e gli creava Eva. Dio sentiva l’uomo e l’uomo non sentiva Dio perche’ l’uomo era in Dio. L’uomo non si sentiva simile a Dio perche’ era in Dio e non sentiva la propria finitezza perche’ era infinito in Dio. Il rapporto tra Dio e l’uomo e viceversa correva sul filo del sentimento, e’ nel sentimento e’ possibile l’identificazione tra soggetto ed oggetto, l’uomo si identificava in Dio, viveva della somiglianza di Dio dell’eternita’ di Dio.

     Poi ci fu il passaggio della conoscenza, della ragione, e l’uomo scopre ad un tempo Dio e la propria limitatezza.

     “Ho udito il tuo passo nel giardino, ho avuto paura perche’ sono nudo, e mi sono nascosto” Dio viene sentito come altro da se’, e nella scoperta dell’altro da se’, l’uomo scopre anche se stesso. Nell’altro da se’ trasferisce gli elementi di conoscenza che viene ad acquisire su di se’ e scopre l’essenza del suo dramma: da un lato si sente simile a Dio dall’altro si sente polvere che deve ritornare in polvere. Ora Dio diventa il secondo polo nella drammatizzazione della tragedia dell’uomo. Dio diventa l’elemento che pone i limiti e i vincoli che originano la sofferenza dell’uomo, e soprattutto della sofferenza di fondo che deriva dalla consapevolezza della propria finitudine.

     Il problema insuperabile della propria morte viene drammatizzato nell’immagine di Dio che allerta i cherubini per impedire si cambi la realtà. L’idea di non riuscire a superare l’assoluto della propria morte diventa la morte imposta dall’Assoluto.

     E si sviluppa quindi la storia dell’uomo che adora Dio sui monti ed in Gerusalemme. Ma ad un certo punto di questa storia un uomo rivela che “e’ giunto il momento in cui ne’ su questo monte ne’ in Gerusalemme adorerete il Padre... ma i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verita’” Dio non e’ qualcosa di esterno a cui si attinge nelle necessita’, come l’acqua che si attinge al pozzo ma che estingue la sete solo momentaneamente, Dio e’ l’acqua che  nell’uomo “diventa sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna”.

     L’uomo che inizialmente aveva  Dio in se’, attraverso la ragione scoprendo la propria individualita’, ha proiettato Dio al di fuori di se’. Ora torna a scoprire che Dio e’ in se, nella propria individualita’, l’acqua che non lascia piu’ sete e da’ la vita eterna.

     Sulla via dell’albero della vita l’uomo aveva immaginato i cherubini per ordine di Dio, ad impedire l’accesso ora scopre invece di essere egli stesso la via, di avere in se’ la “via la verita’ e la vita”.

 

 

 

 

 

Cap. 10 - Il Peccato.

 

Gesù, dice Renan, e’ colui che ha iniziato il mondo ad uno spirito nuovo non un fondatore di dogmi un fabbricatori di simboli. E invece il cattolicesimo, nei dogmi e nei simboli ha annegato tutta la grandezza dello spirito nuovo portato da Cristo.

Il simbolo ed il dogma piu forte nel quale a mio avviso si perde la novita’ del messaggio di Cristo e’ quello del peccato originale.

Dice Paolo ai Romani (5,18) che “uno solo e’ caduto, Adamo e ha causato la condanna di tutti gli uomini, così uno solo ha ubbidito, Gesù Cristo, e ci ha ristabiliti nella giusta relazione con Dio che e’ fonte di vita per tutti gli uomini. Per la dissubidienza di un solo, tutti sono risultati peccatori, per l’ubbidienza di uno solo, tutti sono accolti da Dio come suoi”.

     Se interpretiamo  Paolo attraverso lo schema dei dogmi e dei simboli dobbiamo pensare che il primo degli uomini ha commesso un peccato che sarebbe stato trasmesso a tutta la sua discendenza come un carattere ereditario. Ma come e’ possibile? La ragione non riesce ad accettarlo ed allora gli viene imposto come verita’ di fede. Ma che peccato? Non e’ chiaro per cui viene magari da pensare che sia stato peccato il rapporto con Eva, e che peccaminoso sia ogni rapporto sessuale se non  finalizzato alla  procreazione.

     E l’umanita’ come sarebbe stata purificata dal peccato originale? Con un sacrificio: attraverso la morte di Cristo. Una risposta da religione prmitiva che falsa tutta la carica innovativa del Vangelo.

     Senza i dogmi ed i simboli lo sviluppo diventa invece logico ed accettabile.

     - Che senso puo’ avere infatti l’ereditarieta’ d’un peccato?, e’ costretto a chiedersi la persona di buon senso.

     - Nessuna. A meno che la spiegazione non ci venga dalla comprensione di che cosa sia stato veramente il peccato di Adamo.

     La Genesi ci dice che il peccato e’ stato di aver mangiato dei frutti dell’albero della conoscenza.

     In effetti il primo uomo nell’evoluzione della specie e’ diventato uomo nel momento in cui ha  superato l’istinto degli animali, nella capacita’ di conoscere. Seguire l’istinto e’ seguire l’unica strada segnata, sempre la stessa. Conoscere invece e’ saper distinguere, il bene dal male, il bianco dal nero, lo zero dall’uno, la vita dalla morte.

     Conoscere e’ peccato perche’ e’ sofferenza e’ morte. E d’ora in poi tutti gli uomini soffriranno e moriranno.

     - Ma soffrivano e morivano anche prima, dira’ qualcuno.

     No. Perche’ e’ solo sapendo di soffrire che si soffre, sapendo di morire che si muore. Morivano anche prima, come muoiono gli animali, ma non potendo distinguere la vita dalla morte non sapevano che cos’e’ la morte e quindi non sapevano di morire.

     Quando la Bibbia dice che l’uomo e’ stato condannato a morire perche’ aveva scoperto la conoscenza, dice una cosa ovvia, perche’ l’uomo conosce la morte solo dal momento in cui scopre che cos’e la morte, cosa significa morire in alternativa al vivere. La scoperta della morte e’ conseguente alla scoperta della conoscenza.

     Continuando sulla stessa linea interpretativa, l’uomo si e’ liberato dal peccato-condanna  della morte,  nell’intuizione d’essere figlio  di Dio e in quanto tale destinato alla vita eterna. Cristo e’ stato il primo uomo a fare la scoperta da cui viene la salvezza come Adamo e’ stato il primo a fare la scoperta da cui e’ venuta la condanna.

     Se adottiamo lo schema interpretativo della genesi il peccato originale corrisponderebbe alla scoperta da parte dell’uomo della ragione. Se l’uomo pecca raggiungendo l’uso della ragione, e’ logica l’ereditarieta’ nel senso che tutti gli uomini che hanno l’uso della ragione sono in peccato.

     Ma perche’ sarebbe peccato la ragione? Perche’ allontana l’uomo dal contatto che aveva con Dio prima di diventare razionale. L’uomo della ragione e’ un uomo che non “sente” Dio, mentre prima lo sentiva.

     In questa prospettiva dire che Cristo ci ha liberati dal peccato originale significa che ci ha permesso di riscoprire Dio al di la della ragione. E in effetti nella intuizione che siamo figli di Dio emerge la possibilita’ di ritrovare Dio al di la’ e malgrado la ragione.

 

 

 

 

 

 

 

 

Cap. 11

Io, figlio di Dio.

 

Avevo intitolato la mia precedente riflessione “io, figlio di Dio” a sottolineare in modo se si vuole anche provocatorio che, a mio avviso, l’essenza della rivelazione evangelica è che l’uomo è figlio di Dio.

È una rivelazione sconvolgente e per certi versi assurda, della quale volevo evidenziare la portata e cercare il significato autentico. Ma evidentemente non ci sono riuscito. Un mio amico cattolico convinto infatti, dopo aver letto le mie riflessioni e dispiacendosi con cristiana compassione dei miei dubbi e delle mie perplessità, conclude un suo appunto a commento dicendo di non volersi lasciare impigliare in inutili sofismi.

La mia interpretazione, mi dice, di “figlio di Dio” è molto semplice e la ricavo proprio da Giovanni. “A quanti (hanno creduto) ha fatto un dono: di diventare figli di Dio. Allora se è un dono, come per ogni dono è necessario porsi in condizioni di riceverlo e porsi nell’atteggiamento di riconoscenza verso il donatore”.

Certo, è vero come si suol dire che a caval donato non si deve guardare in bocca, ma come si può fare di fronte ad un regalo così immenso ed eccezionale come quello di poter diventare figli di Dio, a non chiedersi che cosa in effetti significhi ciò che ci è stato dato? Cosa in realtà vuol dire essere figli di Dio?

Se provassi ad uscire nella folla e cominciassi a dichiararmi: “Guardate che sono figlio di Dio”, ve l’immaginate la reazione? E se mi mettessi davanti allo specchio dicendomi “Sono figlio di Dio” cosa potrebbe pensare il mio io, se non che il mio super io è uscito di senno?.

Eppure tutta l’essenza del Vangelo è in sostanza racchiusa in queste cinque parole: io sono figlio di Dio.

“La mia interpretazione è molto semplice”, dice il mio amico, ma in effetti non tenta neppure una interpretazione. Ringrazia d’aver avuto il dono di essere figlio di Dio, ma non tenta neppure di rendersi conto dell’enormità di quello che gli è stato rivelato.

La rivelazione infatti non è che saremo figli di Dio in un altro mondo o in una altra dimensione, ma qui, mentre viviamo la banalità del nostro quotidiano, del mangiare dell’andare al cesso del soffrire di stitichezza o di dissenteria.

“Ma veramente, potrebbe obiettare il mio amico, la rivelazione è un’altra, è che Dio ha fatto incarnare il suo figlio per sacrificarlo sulla croce e poter così perdonare agli uomini il peccato compiuto dal loro progenitore Adamo”. Da laico sono portato a rispettare le opinioni di tutti quelli che le condividono con onestà intellettuale, non posso tuttavia non rilevare l’assurdità d’una idea per la quale Dio sacrifica il figlio per poter esercitare un atto di liberalità nei confronti dell’uomo.

C’era una volta un re che aveva in odio un popolo perché il capostipite, nella notte dei tempi, aveva offeso la casa reale. Avrebbe anche voluto perdonare l’offesa,  il re che in fondo era buono, ma non sapeva come fare per giustificare la modifica del suo atteggiamento. Finalmente trovò la soluzione: mandò suo figlio tra il popolo nemico. E questi cosa fecero per ingraziarsi il re? Gli uccisero il figlio sulla croce. Il re questa volta, invece di aumentare a dismisura la sua ira contro quel popolo così crudele e incosciente, concluse che in qualche modo l’offesa fatta al figlio uccidendolo aveva compensato l’offesa che gli era stata fatta in passato…

È vero che le logiche dei regnanti non sempre sono comprensibili al popolo, ma questa volta il re della nostra parabola, ha ragionato in modo assurdo e non solo misterioso.  Come è possibile che l’offesa che è stata fatta a me padre, io la consideri lavata dal sangue di mio figlio, ucciso proprio da quelli che dovevano farsi perdonare da me? Non è assurdo questo modo di chiedere ed ottenere perdono?

Credo quia absurdum, direbbe Quintiliano. Credo perché è assurdo. Rinuncio a capire proprio perché riconosco il tutto come mistero. Così forse direbbe il mio amico. Allo stesso modo però se fosse nato in Arabia, crederebbe ai misteri della religione maomettana, e a quelli del buddismo o dell’induismo se fosse nato in India.

Ma c’è qualcosa al di sotto dei misteri che possa essere creduto anche da quelli che non riescono a credere ai misteri? C’è qualcosa che possa essere creduto su un piano filosofico, propedeutico a quello teologico, come diceva S.Tommaso? Si può immaginare la ragione al servizio della fede come la filosofia è ancilla theologiae? C’è qualcosa che, indipendentemente dal fatto di essere vero o no è almeno credibile?

E su questo piano del credibile è allora possibile che ci si incontri sia quelli che non sono capaci d’andare oltre sia quelli che hanno il coraggio di abbandonarsi, di lasciarsi andare nel vuoto del mistero? Io penso di se. Penso che  quelli che ritengono Cristo il figlio di Dio incarnato nel seno di Maria e quelli che lo ritengono uno o il più grande dei filosofi e dei teologi possano ritrovarsi per esaminare e discutere assieme, non tanto quanto ha fatto, ma cosa ha veramente detto il Cristo dei Vangeli.

Se lo facessero, io credo appunto che non potrebbero non convenire che l’elemento centrale e fondamentale della scoperta-rivelazione è che l’uomo è figlio di Dio. Convenuto su questo, non potrebbero non impegnarsi a cercare di capire che cosa abbia veramente voluto dire con questa affermazione e quali implicazioni abbia questa verità nella storia di ogni uomo.

 

La lettera del mio amico ha sconvolto i miei piani di lavoro. Avrei voluto avvicinarmi al problema di fondo per gradi, ed invece sono entrato di nuovo nel cuore, nel fuoco centrale.

 

Capire per credere o credere per capire?

Per i greci la filosofia era ricerca, indagine razionale alla scoperta della verità. In quanto tale non poteva non porsi il problema del fine ultimo dell’uomo, trovando delle risposte come Platone o Aristotele o fermandosi alla consapevolezza del non sapere di Socrate. Comunque l’uomo ed il filosofo greco si ponevano sulla strada della ricerca.

Per Israele invece la Torah, la rivelazione, viene da Jahvè ed è consegnata all’uomo perché vi si adegui. Non ci deve essere alcuna ricerca ma accettazione. Non filosofia ma fede. Il mio amico si sente evidentemente nell’atteggiamento degli ebrei e crede perché così è stato rivelato. Non si pone neppure il problema di capire che cosa sia stato rivelato, l’atto di fede si giustifica in sé, come accettazione della rivelazione in quanto tale. Ma in questo modo, considerando il Vangelo l’ultimo libro della Torah ci si nega la possibilità di comprendere la “novella” in quella che è stata la grande originalità ed assoluta novità.

La Bibbia racconta (Esodo 19,21) che il “Signore disse a Mosè: scendi, scongiura il popolo di non irrompere verso il signore per vedere, altrimenti ne cadrà una moltitudine”. Avvicinarsi per vedere Dio è un sacrilegio. Dio va accettato attraverso la rivelazione che ne fa Mosè.

Per Cristo invece, Dio si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi perchè noi vedessimo la sua gloria. La novità è che Cristo ha rivelato Dio agli uomini e quindi Dio, seguendo l’interpretazione che ne da Cristo, può essere conosciuto dagli uomini.

Non c’è più l’alternativa tra fede e ragione che Pascal sintetizzava nell’affermazione: “la fede è differente dalla dimostrazione: l’una è umana, l’latra è un dono di Dio e fa dire non scio ma credo. Se la verità è venuta per mezzo di Cristo che ha rivelato Dio, ed è venuta attraverso il Verbo che si è fatto carne, tutto questo non può non voler significare se non che all’uomo è stata data la possibilità di pervenire alla verità su Dio.

Non più la fede alternativa alla conoscenza ma la fede che nasce dalla conoscenza.

Questo implica la necessità di rinunciare a considerare il Nuovo testamento come evoluzione del Vecchio e quindi impone una ricerca per depurare la rivelazione dal contesto culturale nel quale gli evangelisti e Paolo in particolare hanno voluto immergerla.

La fides ex auditu, la fede sulla parola (Romani 10,17) e quindi il sapere per fede (Ebrei 11,3) è il modo di essere del rapporto con Dio affermato da Mosè. Ma da Mosè a Cristo c’è un abisso che l’ebreo Paolo avverte quando ricorda che da “Mosè ci è venuta la legge, da Cristo la verità”, ma che poi cerca di superare ad ogni costo sottolineando che Cristo è il Messia annunciato nella Bibbia. L’abisso tra Cristo e Mosè e proprio l’abisso che separa la ragione dalla fede. Abisso che in qualche modo riuscirà a superare S.Agostino il quale dopo aver affermato: “se non puoi capire, credi per capire, la fede precede e segue l’intelletto”, giunge alla definizione d’un vero circolo virtuoso tra fede e ragione nel famoso “credendo cogitat e cogitando credit”.

La soluzione sta cioè nel coinvolgere la ragione nell’atto di fede, facendo alle stesso tempo un atto di fede sulle possibilità della ragione.

Facile a dirsi. Soprattutto tenendo presente che la fede cristiana è sempre più stata compressa e condizionata in schemi che l’hanno sempre più allontanata da una logica razionale. A forza di concili si è costruito un castello di dogmi sempre più incredibili che cozzano contro la ragione ed alle volte anche contro il semplice buon senso.

Per questo, anche nella precedente riflessione avevo proposto la strada del ritorno al Vangelo, anzi quella del ritorno al nucleo essenziale della rivelazione evangelica.

E’ la strada di Pascal. “Cercare Dio gemendo per trovarlo nelle vie insegnate del Vangelo.

Il logos

Aprendo la precedente riflessione sul vangelo di Giovanni che ho intitolato “Io, figlio di Dio”, dicevo dell’assoluta necessità di capire il prologo per ritrovare la chiave di interpretazione di tutto il Vangelo.

Resto della stessa opinione ed anche questa seconda riflessione parte da un tentativo di parafrasi del prologo, usando come riferimento di base lo studio del prof Fabris. E’ solo un tentativo, evidentemente, perché tanti teologici si sono cimentati in questa interpretazione, arrivando alle più disparate conlusioni. Fra tante ci può stare anche quella dell’”uomo della strada” che non ha la presunzione di sapere ma che è animato dal desiderio comunque di conoscere.

Come ricorda anche Fabris il prologo è stato diversamente interpretato non solo nei contenuti ma anche nella forma. Qualcuno l’ha ritenuto una sintesi, altri una ouverture che anticipa alcuni temi, qualcuno ha sostenuto che non poteva essere dello stesso autore dei capitoli successivi, altri invece che si, anche se poteva essere stato scritto in tempi diversi e successivi.

Per me è una specie di summa, quello che oggi è  il credo che si recita a Messa, sintesi delle verità che vengono successivamente rivelate nel racconto. Forse, proprio come il credo, una sorta di inno a se stante da cantare o recitare durante la preghiera comune.

Questo conferma l’importanza della sua comprensione: Secondo Giovanni  è la sintesi della rivelazione che Cristo avrebbe fatto agli uomini. E che cosa avrebbe dunque rivelato?

Che in principio c’era il logos, l’idea dell’esistente, senza che nulla esistesse. L’idea dell’esistere era con l’Esistenza, anzi l’idea dell’esistere era l’Esistenza. Tutto poi si realizzò per mezzo dell’idea dell’esistere e nulla evidentemente si realizzò al di fuori di questa idea. L’idea dell’esistere fu ciò che fece vivere il creato. Ma l’idea dell’esistere  che per il creato divenne la forza che lo fece vivere, e fece vivere ogni elemento vivente,  per l’elemento uomo, divenne anche  luce cioè capacità di conoscere, possibilità di illuminare e quindi di comprendere l’esistente.

La capacità di conoscere non si affermò mai pacificamente nella storia dell’uomo. Il desiderio di conoscere si sviluppò in contrasto con l’interesse a non conoscere. L’uomo esitò a capire se per lui era preferibile vivere da animale nella tenebra della non conoscenza o nella luce della conoscenza che diventa sofferenza per la scoperta della drammaticità della condizione umana.

Alla fine vinse la luce della conoscenza e la tenebra non l’ha sopraffatta.

Ci fu un uomo, circa un secolo prima del momento in cui io Giovanni mi sono messo a raccontare della vita di Cristo, anche lui di nome Giovanni, che per primo ha capito quali risposte sarebbero potute venire all’uomo dalla luce della conoscenza. Si è però soltanto avvicinato all’intuizione su che cosa significava veramente per l’uomo la luce della conoscenza. Ha continuato a pensare da Ebreo che aspetta il Messia che la luce della nuova conoscenza sarebbe dovuta venire dall’esterno, che la luce non era in lui, e che lui poteva soltanto farne testimonianza.

Dopo di lui, il suo discepolo Cristo, intuì invece che c’era già nel mondo la luce della conoscenza quella vera che illumina ogni uomo che viene al mondo. Era già nel mondo, era l’idea dell’esistere, e il mondo da questa idea si era sviluppato, ma non se ne rendeva conto. E non se ne rendeva conto neppure l’uomo che avrebbe dovuto sentire come propria questa idea, ed accoglierla e svilupparla in tutte le possibili determinazioni.

Quelli però che seguendo la rivelazione di Cristo, capirono la portata dell’intuizione secondo la quale l’idea dell’esistere che è in ogni uomo, deriva ed è in relazione con l’Esistenza, come un figlio è in relazione con il padre, ebbero la possibilità di riconoscersi come figli di Dio.

L’uomo allora, per la rivelazione di Cristo,  riconobbe quindi che la sua importanza non derivava dall’essere uno degli elementi del creato finito, generato dalla volontà di un uomo di sangue e carne, ma dall’essere generato da Dio, e quindi destinato ad essere figlio di Dio nell’eternità.

Cristo rivelò appunto che l’idea dell’esistente s’era incarnata nell’uomo entrando a far parte di lui e facendogli assumere un ruolo ed una prospettiva inusitata come quella di  unigenito del Dio padre, pieno di grazia e di verità, cioè capace di riconoscere la verità del proprio destino glorioso all’immortalità.

Giovanni il Battista era stato il primo a rendersi conto della portata rivoluzionaria dell’intuizione a cui era pervenuto il suo discepolo Cristo. Di lui infatti aveva detto: questi che ha seguito i miei insegnamenti, non è in verità un mio discepolo ma un mio maestro, non ha sviluppato soltanto una mia intuizione, dopo di me, al contrario  mi ha anticipato con una intuizione che è ben al di sopra delle conclusioni a cui ero pervenuto io.

Infatti dalla pienezza della rivelazione del Cristo noi abbiamo ricevuto una grazia immensa perché la legge ci fu data per mezzo di Mosè, ma la grazia e la verità ci sono state date per mezzo di Cristo.

E la rivelazione è appunto che Dio nessuno l’ha mai visto ma l’intuizione e la scoperta della sua Esistenza si realizza in quanto in ognuno di noi l’idea dell’esistere, (idea in un rapporto assoluto, unico ed originale con l’Esistenza), ci fa scoprire e sentire la sua esistenza e il nostro rapporto con Lui.

 

 

 

 

 

 

 

Cap. 12

Io e gli altri.

Erano già passati due giorni e Tobia, non s’era fatto vedere. Strano comportamento, pensavo. Sapeva che ero solo, che avrei potuto anche aver bisogno di aiuto. Come avesse letto nel mio pensiero, o come avesse programmato di presentarsi solo alla fine del secondo giorno, per mettermi alla prova, arrivò infine, mentre mi divertivo a guardare i giochi degli ultimi raggi del sole con le prime ombre della sera.

S’era seduto accanto a me e mi aveva chiesto se m’ero sentito solo. Su quella domanda eravamo finiti a parlare della solitudine

“Siamo noi ad avere bisogno degli altri, mentre non siamo mai necessari o indispensabili per gli altri”. Tobia se n’era uscito con questa massima.  Forse si può fare eccezione per qualche genio, per qualche illuminato, ma per la stragrande maggioranza degli uomini il fatto che esistano o che siano esistiti, per il loro simili è irrilevante.

Irrilevante proprio no, facevo osservare io, e forse neppure ininfluente, ma è certo che nessuno è indispensabile per gli altri mentre gli altri sono indispensabili per noi, le nostre azioni non possono prescindere dagli altri per realizzarsi.

Se a un bambino viene a mancare il padre, certo non si può dire che il fatto gli sia ininfluente. E’ certo comunque che in qualche modo il bambino riuscirà a crescere senza il padre. Se meglio o peggio non è dimostrabile perché non è possibile la controprova.

Spingendo ancora più avanti il paradosso si potrebbe anche rilevare che il figlio ha bisogno del padre per nascere, ma con la nascita non si realizza il desiderio del nuovo essere di venire al mondo, ma il desiderio del padre d’avere un figlio. E’ il padre che ha bisogno del figlio, non viceversa.

Gli altri possono vivere senza di me, ma io non posso vivere senza gli altri. Su questa verità di fondo dovrebbe svilupparsi il rapporto tra gli uomini, e invece si sviluppa sul presupposto completamente infondato per il quale ognuno si relaziona con gli altri sentendosi indispensabile. Sul sentirci necessari per gli altri fondiamo la nostra importanza, e cerchiamo di realizzarci come persone su questo equivoco di fondo.

Se provassimo invece a ricollocare le cose nel loro giusto rapporto, cambierebbe completamente il nostro modo di vivere. A mio avviso è questo il cambiamento radicale che ha cercato di introdurre Cristo, insistendo sul rapporto di amare-dare che ci deve legare agli altri.

Quando aiuto il mio amico in carrozzella mi sento importante perchè mi convinco che senza di me lui non potrebbe muoversi. In effetti, se non ci fossi io a spingere ci sarebbe un altro a farlo. Ma se non ci fosse lui, io non avrei la gratificazione personale che mi viene dal mio atto che considero di generosità. Potrei spingere un altro, ma avrei comunque sempre bisogno di un altro per realizzare il mio desiderio di generosità.

E’ l’altro, il fratello, che mi consente di realizzarmi, è l’altro che mi consente di sviluppare in me il sentimento dell’amore e di sentirmi appagato in questo sentimento.

L’alternativa è quella di realizzarmi attraverso le cose, nella soddisfazione di quello che ho fatto, accumulato o realizzato. Ma è evidente che se la prospettiva reale del mio esistere è la vita eterna dopo una breve premessa nella mortalità del corpo, nel dopo senza corpo e senza le cose, il rapporto che mi sono formato ad avere con le cose non può essere vissuto che come sofferenza, per il semplice fatto che mi mancano le cose. E’ solo il positivo rapporto che mi sono formato ad avere con gli altri nel tempo che può condizionare e caratterizzare il mio rapporto con gli altri per l’eternità.

 Chi ama gli altri ama se stesso. Amare gli altri è amare se stessi. Questo non significa che si debbano odiare le cose, ma invece che anche l’amore o l’interesse per le  cose deve passare attraverso l’amore degli altri per diventare amore verso se stessi.

Biagio evidentemente mi aveva perso, mi lasciava continuare mel mio sproloquio, senza interrompermi.

Chissà cosa pensava? Che ero pazzo? Certo, del tutto a posto non doveva considerarmi. Per recuperare in qualche modo credibilità ai suoi occhi, sfogliai il libro degli appunti cercando una riflessione di Ida Magli che mi pareva in relazione con quello che avevo detto.

“Gesù, avevo riportato afferma che siamo fratelli se ci amiamo in quanto uomini, e solo allora siamo figli di Dio, perchè è l’uomo che fa esistere Dio e non viceversa. Anche se questo esistere non va inteso in senso fondante in assoluto, come se Dio fosse un’invenzione dell’uomo, ma in quanto Dio si mostra, agisce, è presente nella storia dell’uomo soltanto se l’uomo lo riconosce, lo fa entrare nella sua vita”.

“Molto interessante!” commentò Tobia “mi pare però che abbia poco a vedere con il fatto che noi abbiamo bisogno degli altri, e non gli altri di noi.

“Eppure, se ci pensi. Sono io che faccio esistere gli altri e non gli altri che fanno esistere me. Io faccio esistere gli altri perchè ho bisogno degli altri, come faccio esistere Dio perchè ho bisogno di Dio”.

Tobia continuava a scuotere la testa. Non me lo diceva ma era certamente convinto che con il mio commento avevo rovinato la citazione.

 

 

Cap. 13

Lasciarsi vivere.

 

Soltanto ora che sono tornato al paese mi accorgo di quanto mi sia mancato il paese. Mi sono messo in viaggio ed ho viaggiato solo per viaggiare, trovando un senso nel viaggiare in sè. Una barca nell’immensità dell’oceano della vita che cercava di galleggiare, o era costretta a galleggiare, per andare, solo per andare.

Se hai una meta, avverti la differenza tra l’andare e l’arrivare, ma se la meta  ti manca l’andare diventa l’obiettivo. Qual’è la meta del vivere? Non c’è una meta, si vive per vivere, si vive perchè si è vivi, si esiste perchè si esiste.

Ma una meta veramente ci sarebbe. Si vive per morire. La meta del vivere è la fine del vivere, la meta dell’esistere è la fine dell’esistere. E’ assurdo? Non direi, è normale che la fine d’un viaggio sia la fine del viaggio: il fine del viaggiare è la fine del viaggiare. Ma ci si può mettere in viaggio sapendo che a sera si può rientrare nella sicurezza del porto della propria casa. Oppure ci si può affidare all’immensità dell’oceano sapendo che i giorni si susseguiranno all’infinito, uguali tra l’azzurro del mare e l’azzurro del cielo, su una barca che galleggia incerta, come un punto di colore anomalo, nel variare delle vibrazioni dell’azzurro del cielo e del mare.

Ora soltanto capisco che se mi fossi fermato al paese avrei viaggiato vicino a riva, e sarei rientrato a sera a riprendere fiato ed a riposarmi. Le immagini familiari degli oggetti della mia casa avrebbero riempito d’immagini anche il mare. E invece sono vissuto nel mare sempre ugualmente vuoto di riferimenti.

“Non è un problema di mare e di terra, di città o di paese”, mi aveva interrotto Tobia, “stai girando attorno al problema. In verità mi pare che ti sia lasciato prendere dal pensiero della morte, ed ora stai rivedendo tutta la vita alla luce di questo pensiero, ed ogni momento  ti appare diverso da come l’hai vissuto”.

“Certo che ci penso alla morte. Ma credo ci pensino tutti”

“Io non ci penso. Io mi lascio vivere”.

Mi aveva stupito per la perentorietà con la quale aveva affermato di non pensare alla morte, ma ancor più per quel “mi lascio vivere”. Non era la prima volta che Tobia mi stupiva con le sue battute. Se ne usciva alle volte con frasi che si capiva erano state costruite nel tempo, condensando in poche parole lunghe riflessioni. Un po’ come dei proverbi.

Ripensando al mi “lascio vivere”, mi pareva di capire la filosofia che c’era in quel lasciarsi vivere. “Come una foglia nel torrente”, diceva Tobia. Trasportati dalla corrente della vita, lasciandosi cullare dalla corrente, godendo nell’essere cullati, senza altro pensiero che quello di apprezzare la dolcezza del trasporto, la bellezza del panorama attorno.

Ma oggi non si vive così. Oggi si vive per obiettivi. Non ci si lascia trasportare dalla vita ma si vogliono imporre alla vita i propri ritmi, la si vuole piegare alle proprie esigenze. Il diploma, la laurea, il matrimonio, i figli, la carriera, ogni scena della vita ha un suo obiettivo. Poi le scene si chiudono, i figli se ne sono andati la carriera è finita nella pensione, s’apre l’ultima scena alla quale, come ci si è abituati, si vuole imporre un obiettivo. Ma l’ultima scena non può  avere altro obiettivo che la morte. Ci si ritrova così a vivere per la  morte!

Tobia è vissuto senza obiettivi, non ha la necessità di porsi adesso l’obiettivo della morte. Si lascerà morire, come s’è lasciato vivere.

 

 

 

 

 

 

Cap. 13

Il figlio mai nato-

Non so per quale strana associazione di idee, ripensando ai colloqui con Tobia, sono finito a pensare a quanto mi sarebbe piaciuto avere un figlio. 

Che non sia nato, indubbiamente è stata per lui una fortuna. A me invece dispiace. Ho sempre sentito la mancanza di qualcuno che fosse uguale a me. Qualcuno a cui parlare, a cui confidarmi come ci si confida con se stessi. Sicuri di trovare comprensione e conforto, sicuri soprattutto di essere capiti e condivisi.

In questo momento gli vorrei parlare della nostra montagna. Davanti è rocciosa, con le pareti scoscese, con una forma a triangolo isoscele, come appunto deve essere una montagna. Da dietro invece, si presenta come un volgare panettone, ricoperto di prati a di boschi.

Dietro vi lavorano i contadini. Per secoli, di generazione in generazione, passandosi il testimone da nonno a padre a figlio, l’hanno ripulita, raccogliendo un sasso alla volta per formare, i muri di divisione delle proprietà. Hanno falciato la poca erba che riusciva a crescere sulle pendici aride. Hanno condotto le capre a pascolare le pendici troppo impervie. Giorno dopo giorno, ora dopo ora, goccia di sudore su goccia di sudore, hanno lottato con la montagna per strapparle qualcosa, per avere qualcosa. Hanno lottato e sofferto per avere, e poi sono morti.

Davanti sono saliti e salgono ancora gli alpinisti. S’arrampicano con fatica, appiglio dopo appiglio, sperando che tenga, che il passaggio riesca. Goccia di sudore su goccia di sudore, giocandosi ad ogni istante la vita. Per avere che cosa? Nulla. La montagna davanti così bella, non ti può dare nulla. Anzi se non la sai dominare, può in ogni momento ingannarti e darti solo la morte. E allora perché quello sforzo al limite della resistenza umana, goccia di sudore dopo goccia di sudore, per salirla davanti la montagna, quando da dietro sarebbe così facile?

Per essere. Per misurare nel confronto con la roccia la propria volontà di esistere, per approfondire nel rischio estremo il sentimento della propria individualità, dell’unicità e dell’assolutezza del proprio esistere.

Per le coincidenze della vita sulla vetta si ritrovano assieme il contadino, salito imprecando per recuperare le capre fuggite a brucare anche l’ultima erba e l’alpinista che si lascia andare stremato ma felice sull’erba soffice. Due uomini soli sulla cima d’una montagna dovrebbero anche parlarsi. Ma di che cosa? L’essere uomini è sufficiente a stabilire tra loro una affinità? Ora, l’educazione, le convenienze li costringono a scendere assieme per lo stesso sentiero. Lo fanno in silenzio, l’uno dietro all’altro, ma infinitamente lontani tra loro l’uno tutto preso dalle preoccupazioni che gli derivano dal sentimento dell’avere, l’altro tutto intento a capire, come l’ape sul fiore, come si possa suggere la felicità dal il sentimento dell’esistere.

Forse con il figlio mai nato, identico a me ma altro da me, mi sarebbe stato più facile capire. Mi sarei potuto confrontare come in uno specchio, e come con lo specchio riesce più facile capire l’ aspetto fisico, così mi sarebbe stato più facile capire il mio aspetto interiore.

Ma perché ho dovuto pensare ad un figlio mai nato? La cosa più facile è trovare un altro alpinista con il quale parlare dei sentimenti che abbiamo provato. Ci sara?… È comunque una sofferenza estrema quella di sentirsi alpinisti in un villaggio di contadini…

 

 

 

 

 

Cap. 14

Venerdì santo.

Oggi mi sono alzato stanco. Fisicamente anche, ma soprattutto dentro. Sento che l’impresa che ho intrapreso è senza via d’uscita. Per quanto possa leggere, studiare, ragionare, sento che non arriverò ad alcun risultato. Vorrei arrendermi e non trovo infatti lo stimolo né per darmi alla lettura ne per scrivere qualcosa di nuovo.

Per passare il tempo mi sono messo a riordinare degli appunti e mi capita  tra le mani una riflessione di due anni fa.

Venerdì santo.

Guardo distrattamente la televisione. Su una rete privata danno in diretta la funzione religiosa da S.Pietro. Mi colpisce la scena, così poco compatibile con i tempi televisivi, d’una lenta processione di prelati d’ogni ordine e grado e di civili che si muove per baciare un crocefisso di legno posto davanti all’altare. Dal telegiornale mi arrivano le immagini di tanti poveri cristi costretti ad un calvario del quale non capiscono la ragione. La chiusura mi porta, con uno speciale di Biagi, in una missione in Sudan. Ed e’ un colpo allo stomaco. Sono forse le scene che si commentano da sole, o e’ l’abilita’ di Biagi a farle parlare! Sento la vergogna di essere uomo del duemila, di prepararmi alla festa, di fronte a quella gente che muore di fame. Gli sguardi profondi di quei bambini, profondi, come mi pare sia profonda la loro disperazione, mi scendono dentro. E dentro mi resta il vuoto degli occhi di quei vecchi, vuoti e spenti in una tragica rassegnazione.

     Con quelle immagini che ancora mi bruciano dentro, la televisione mi porta al colosseo a seguire la Via Crucis del Papa. Che senso puo’avere una recita, il ricordo di una via crucis di duemila anni fa,  mi chiedo, di fronte alla via Crucis del Sudan che e’ in essere? . E, come spesso m’accade, davanti alla televisione, mi addormento!

     E sogno d’entrare al Colosseo con la frusta, come quel giorno Cristo al tempio. Preso da una furia incontenibile, meno frustate rabbiose a destra e a manca, sulla gente, sui cardinali, sul Papa, gridando come un ossesso.

       “Fuori di qua!”, grido. “Non si puo’ perdere tempo a questo modo. Non e’ vero che e’ morto! E’ troppo comodo rifugiarci nella compassione. Non e’ morto! E come potrebbe morire Dio? Se la crisalide s’e’ persa nel fango perche’ la piangete? Non avete visto che s’e liberata la farfalla, che si muove nella luce del sole. Ci ha preceduto nella Galilea del Sudan, e’ lì che ci aspetta, nei lebbrosi ai quali pare si siano disfatte le mani, corrose dal male, nei bambini ischeletriti dalla fame. Cristo il figlio di Dio non e’ qualcosa di dato una volta nel tempo nella storia della Palestina, non e’ qualcosa che va rievocato, commemorato, e’ qualcosa che va vissuto, perche’ vive con noi, ogni nostro attimo. Perche’ siamo noi il figlio di Dio, che deve rivivere nell’originalita’ dell’esperienza di ogni uomo, il comandamento dell’amore per i fratelli! Non vedete che la Chiesa e’ un sepolcro vuoto, che un sepolcro vuoto e’ il tabernacolo? Perche’ Lui e’ vivo in chi soffre! Che senso ha commemorarlo? Pregarlo? Sa gia’ infatti  quello di cui abbiamo bisogno! E’ vivo in chi soffre non perche’ ha bisogno d’essere amato, ma perche’ noi abbiamo bisogno di amare”.

     Mi risveglio mentre la Via Crucis continua ancora. Provo a chiedermi il perche’ si sia costruita la mitologia del Cristo, unigenito figlio di Dio, sciupando nel mito, l’originalita’ del messaggio evangelico, del Cristo che vive in ognuno di noi, perche’ ognuno di noi e’ figlio di Dio. Ma non so trovare una risposta! Forse e’ che salendo sul palcoscenico, partecipando alla recita, evitiamo il rischio del contatto con le piaghe dei lebbrosi. Tutto sommato e’ piu’ poetico pregare per loro, che vivere con loro!

Sono passati due anni da quando scrivevo queste cose. Ma rileggendo mi rendo conto che la riflessione non è avanzata in alcun modo. Il tema è sempre lo stesso, ripreso in una variazione continua come il tema di una sinfonia. Ma la composizione musicale ha una sua struttura, c’è un disegno che la regge. La mia rischia di svilupparsi all’infinito e di restare all’infinito una incompiuta…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cap. 14

L’Unigenito.

Ieri sera è venuto a trovarmi mio nipote. Mia sorella, sua madre è evidentemente preoccupata e l’ha mandato a controllare. Abbiamo deciso assieme che il giorno dopo l’avrei condotto su una montagna sulla quale non  era ancora mai salito. Io invece avrei dovuto conoscerla, perché c’ero già stato  trent’anni prima.

 Ci si rende conto di quanto lunghi siano trent’anni solo provando a ripercorrere le strade già percorse trent’anni prima. Credevo di non farcela, ad ogni passo mi pareva che non sarei riuscito a spostare lo scarpone per il passo successivo. Eppure volevo riuscirci ad ogni costo. Mi sembrava importante (per me, non certo per lui) riuscire comunque in qualche modo a salire dove trent’anni prima ero già salito con estrema facilità e con grande scioltezza.  Mi sembrava importante non rinunciare al ruolo di padre che guida, che spiega, che insegna. A dir il vero non so perché mi sembrasse così importante, ma lo era.  Era evidente anche che lui stava al gioco con quel misto di commiserazione e di rispetto che si suole chiamare, con gli infioramenti  della retorica, amor filiale.

A me andava bene anche così: la sfida era con me, non con lui. I muscoli delle gambe si irrigidivano sempre più, tesi e doloranti, i polmoni non riuscivano ad assorbire l’aria che sarebbe stata necessaria per alimentare il corpo nello sforzo estremo che stava compiendo. L’aria mi sembrava  soprattutto insufficiente ad alimentare il cervello e dovevo fermarmi spesso preso da una sensazione di vuoto e di capogiro.

     Finalmente, con un ultimo sforzo, mi lasciai andare sdraiato sul piccolo spiazzo della cima. Lo vidi allora emergere dalla nebbia che mi aveva velato la vista nell’ultimo sforzo che era stato più intenso e definitivo,sapendo che era quello finale.

     Sorrideva. D’orgoglio? Di compassione? Di sollievo perché era finalmente finita la sua preoccupazione? Non so. In effetti non m’ero chiesto il motivo di quel sorriso, anche perché, forse in quell’ultimo sforzo che m’era parso sovrumano, avevo superato la soglia della mia resistenza fisica ed ero svenuto. In effetti, forse, seppure soltanto per un attimo, avevo proprio perso i sensi.  Non riuscirei altrimenti a spiegarmi come in quel momento, arrivando sfinito sulla cima dei Brentoni, mi sia potuto venire in testa il pensiero dell’Unigenito.

     E’ vero che eravamo soli sulla vetta del monte, contro l’immensità del cielo, circondati da un rincorrersi infinito di vette che sfumavano lontano nel velo dei vapori dell’estate. Ma questo non spiega un collegamento così strano, e forse fu proprio quell’ultimo vuoto d’ossigeno a farmi perdere l’ultimo rapporto con il mondo e con la sua logica e a fare il  vuoto nel quale lasciar entrare quel pensiero.

     E’ vero che eravamo soli: io un padre, e lui il figlio unico, di mia sorella ma da qui al pensiero teologico dell’Unigenito il salto era più grande di quegli strapiombi di roccia che ci circondavano da ogni parte.

     Se glielo avessi confessato, il pensiero che avevo avuto, mi avrebbe preso certo per pazzo. Ma a me stesso dovevo pur confessare d’aver avuto un pensiero così fuori luogo, una idea così balzana. Ero pazzo dunque? Mi stava già prendendo qualche forma di demenza senile? Non so, ma le cose non avvengono a caso, e se m’era venuto questo pensiero un qualche motivo ci doveva pur essere

 

Alla sera ero talmente stanco che non riuscivo a dormire ed alla fine a forza di rivoltarmi nel letto. ritrovai  di nuovo sulla vetta con quella parola in testa: l’Unigenito. In verità ci avevo pensato altre volte al concetto dell’Unigenito. Quella parola era tutt’altro che nuova nella mia testa. Tra le rivelazioni di cui non riuscivo a darmi ragione nel religione cristiana, una delle prime era proprio il fatto di poter credere che Dio l’Assoluto, possa aver avuto un figlio, uno solo, l’Unigenito appunto. 

     Nato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio. Generato, non creato dalla stessa sostanza del Padre. Per noi uomini e per la nostra salvezza, disceso dal cielo e per opera dello Spirito Santo incarnato nel seno della Vergine Maria e fattosi uomo.

     Dio nei cieli, e il figlio che ne discende per incarnarsi e farsi uomo. Come immagine, per diffondere la nuova religione nel mondo greco romano, in un contesto nel quale religione e mitologia si fondevano, è sicuramente una immagine ad effetto. Ma oggi, alle soglie del terzo millennio, che senso può avere l’idea dell’incarnarsi e farsi uomo dell’Unigenito figlio di Dio?

     Per cercare di darmi una risposta, provo a tornare a Giovanni, alla mia precedente riflessione sul suo Vangelo. La premessa, o prologo che dir si voglia  si apre con il perentorio “In principio era il Verbo” e si chiude con l’affermazione

 “Dio nessuno l’ha mai visto:

proprio il Figlio unigenito

che è nel seno del Padre,

lui lo ha rivelato.

E poco prima si legge che:

E il Verbo si fece carne

E venne ad abitare in mezzo a noi

E noi vedemmo la sua gloria,

gloria come di unigenito dal padre

pieno di grazia e di verità.

     So che biblioteche intere sono state scritte su questo argomento, che insigni teologi hanno messo a frutto le loro conoscenze e la loro intelligenza per arrivare alla definizione racchiusa nel “credo” apostolico-romano. Capisco che è assurda la pretesa di aggiungere qualcosa ai ragionamenti di tanti saggi. Tuttavia tanta saggezza non è sufficiente per consentirmi di capire o quantomeno di intuire che l’affermazione è possibile, che ha un senso logico, e quindi senza la pretesa di aggiungere qualcosa di nuovo, ma solo quella di darmi una interpretazione che mi soddisfi, cerco di capire qualcosa di più.

     Credo quia absurdum, potrei accontentarmi di dire. Credo proprio perché è assurdo, potrei concludere come tanti prima di me, ma sono io che mi sentirei assurdo di fronte ad una tale conclusione. C’è qualcuno che come Paolo viene fulminato sulla strada di Damasco, e nel bagliore di quella luce riesce a vedere tutto chiaro. Qualcuno invece non riesce a salire alla luce se non per i difficili sentieri della ragione. Io, purtroppo, sono tra questi.

E allora provo a ragionare sulla strada già intrapresa, dell’idea dell’uomo-figlio di Dio, pensando che anche queste parole non vadano riferite ad un unico uomo, il Cristo vissuto duemila anni fa, ma che secondo l’intuizione proprio di quel Cristo, riportate da Giovanni, vadano riferite all’uomo, a tutti gli uomini, come conseguenza appunto dell’intuizione che gli uomini sono figli di Dio.

     Dio nessuno lo ha mai visto. Le cose nascono e muoiono, gli animali nascono e muoiono, senza nessun contatto con Dio. Dio per loro non esiste. Ma nell’evoluzione della specie compare l’uomo. L’evoluzione fa un salto, l’uomo scopre e rivela l’esistenza di Dio.

 L’uomo, il figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato.

Mi era parsa rivoluzionaria e sconvolgente la rivelazione che l’uomo è figlio di Dio. Ma ancora più sconvolgente è la rivelazione che questo uomo-figlio di Dio è unigenito ed è nel seno del Padre. Sconvolgente e chiarificatrice ad un tempo.Comprendendo questa affermazione infatti, alla fine si capisce meglio anche il concetto dell’uomo-figlio di Dio.

Nella Genesi si legge che Dio creò l’uomo a sua immagine. E’ evidentemente da escludere che questo voglia dire che anche Dio, come l’uomo, ha gambe e braccia, testa e sensi. Il significato dell’affermazione deve essere invece ricercato nel fatto che c’è nell’uomo, qualcosa che non c’era in tutta la precedente creazione: qualcosa che non deriva per evoluzione del creato ma che si ricollega e deriva da Dio stesso. Questo qualcosa non può che essere l’intelligenza, o meglio l’intuizione, come capacità di pensare a qualcosa che non esiste, come capacità di creare qualcosa di completamente nuovo.

     Oggi si parla tanto di intelligenza artificiale. In questo campo ci potranno essere sviluppi fino a realizzare sistemi con capacità di calcolo e di ragionamento infinitamente superiori a quelle dell’uomo. Ma si tratterà sempre d’una intelligenza intesa come elaborazione di dati precedenti. L’uomo invece ha qualcosa in più: la capacità di intuire ciò che non esiste e di avere coscienza della propria esistenza. In questo l’esistente-uomo è simile a Dio-Esistenza, per la coscienza del proprio esistere e l’intuizione del proprio esistere in relazione con l’esistere degli altri uomini e del mondo.

Questo è appunto l’uomo figlio di Dio secondo la rivelazione fattaci da Cristo. Questo è l’uomo che rivela Dio come un figlio rivela l’esistenza del padre. Questo è il figlio, unigenito appunto, nella sensazione che ha l’uomo di essere l’unico, il tutto, il centro dell’Universo. Come esistente infatti porta in sé il modo di essere dell’Esistenza nel cui “seno”, come nel seno del padre, continua ad essere anche nel tempo in cui si è fatto carne ed è venuto ad abitare nell’esperienza del creato.

Io quindi, figlio di Dio. Ma non solo, io figlio unigenito. Può tuttavia avere un senso darmi l’attributo di unigenito, dato che gli uomini sono miliardi? Certo. Perché ogni uomo è in realtà in un rapporto assolutamente originale con l’esistenza, come se in effetti fosse l’unico. Non esiste l’uomo che viene ripetuto in miliardi di individui senza che nessuno sia  uguale all’altro. Nel rapporto diretto con Dio-Esistenza ogni uomo-esistente è un individuo unico, assolutamente originale, appunto come se fosse unigenito.

Il termine unigenito viene quindi a completare la definizione dell’uomo figlio di Dio. Alla luce di queste considerazioni mi pare assuma un significato nuovo anche la frase di Giovanni: “Dio nessuno lo ha mai visto, solo il figlio unigenito lo ha rivelato. È solo infatti considerandomi unico, in un rapporto biunivoco con l’Esistenza che posso riconoscermi e quindi rivelare l’Esistenza.

Mosè ha rivelato il Dio di Israele, i Greci avevano un intero panteon, ma è soltanto sentendosi l’unico figlio di Dio che l’uomo scopre il Dio Unico, l’Assoluto.

C’è qualcosa nell’uomo, (che poi è l’essenza dell’uomo), che è in relazione con Dio, come un figlio con il padre, e come attraverso il figlio si risale a scoprire il padre, così attraverso la comprensione dell’esistente si risale alla comprensione dell’Esistenza. Sviluppando la propria capacità d’intuizione, l’uomo arriva all’intuizione di Dio.

È quindi l’uomo, in quanto figlio di Dio, che rivela Dio. E la rivelazione avviene non solo in quanto l’uomo è figlio di Dio, ma soprattutto in quanto figlio unigenito cioè in un rapporto unico e assoluto con il Padre: non c’è una famiglia umana che si trasmette l’informazione sul Padre, c’è invece ogni essere umano che personalmente ed individualmente rivela Dio a se stesso riconoscendosi figlio di Dio.

Gli eremiti si ritiravano nella solitudine per scoprire in questa solitudine Dio. Non era però il silenzio che li avvicinava a Dio, ma il sentirsi soli, unici, unigeniti appunto. Per sentire però questa solitudine  non è necessario ritirasi nel deserto, ci si può sentire soli anche in mezzo alla folla. In effetti non siamo gli elementi costitutivi di una moltitudine, ma siamo degli unici che casualmente si incontrano a formale la folla.

L’essere assieme non annulla il nostro essere unici in una individualità insondabile anche per noi stessi. Nel profondo di questa individualità, nella vertigine di questa unicità, nell’abisso di questa solitudine c’è il mio Dio, il mio Assoluto che io posso ricercare e svelare a me stesso. Sentirsi unigeniti nei confronti dello spazio infinito e del tempo eterno significa appunto sentirsi assoluti in relazione con l’Assoluto. Come se tutto il mondo si riducesse a noi e con noi dovesse finire tutto l’universo che vive soltanto per il fatto di essere pensato da noi.

Sentirsi unigeniti significa avere con gli altri dei rapporti solo in quanto funzionali e quindi utili a noi stessi. Unigeniti, come ho già detto, come il frate che si ritira in clausura e non vuole essere toccato dalle cose del mondo, dal rapporto con gli altri. Unigeniti allo stesso modo nella folla non volendo sapere nulla di chi ci sta vicino, accettando in assoluto la diversità e l’originalità del prossimo, rapportandolo a sé stessi  così com’è, senza voler conoscere nulla della sua storia, della sua famiglia, dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti. Limitando il rapporto con lui all’atto del dare, senza voler ricevere nulla da lui.

Un atto d’amore assoluto, che non attende ringraziamenti e ricompense, e in fondo il più assoluto gesto di egoismo.

Chi dà agli altri, dà a sé stesso, figlio di Dio. “Chi conosce Dio infatti (Mt.5.43) ama anche i suoi nemici e così è perfetto come Dio”. Il senso della frase mi pare evidente: Dio è perfetto perché ama, l’uomo figlio di Dio, sarà come Dio quando amerà come Dio, senza ritorni e riscontri. Luca (6.35) è ancora più esplicito: “voi amate anche i vostri nemici allora la ricompensa sarà grande, sarete veramente figli di Dio”

Qui la relazione tra l’amare i nemici e l’essere figli di Dio è ancora più esplicita, anzi l’essere figli di Dio è conseguenza diretta dell’amore per i nemici. Ma non è un problema di generosità, di disponibilità o di umiltà. E’ al contrario un problema di superiorità. Il porgere l’altra guancia a chi ti ha dato uno schiaffo non è un gesto di umiltà e di arrendevolezza ma un gesto di superiorità. Il superuomo figlio di Dio non si lascia coinvolgere nella rissa provocata dagli uomini. Come un cavaliere medievale non si abbasserebbe mai fino a venire alle mani con uno del popolo, non può scendere al livello di colui dal quale si sente superiore, non fosse altro perché diverso, unigenito.

Le armi richiamano armi, la forza richiama nuova forza. Del sorriso si dice invece che è “disarmante”.

Il Dio di Israele era il Dio degli Eserciti, Cristo invece (ed anche qui non si vede quale sia la continuità con l’Antico Testamento) sostiene che la vittoria si ottiene non con la forza ma con la desistenza, che non è segno di debolezza ma di forza e di superiorità

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cap. 15

Rimetti a noi i nostri debiti

come noi li rimettiamo ai nostri debitori.

 

“Fra le riflessioni estreme a cui ti sei lasciato andare  in “Io figlio di Dio”, la più paradossale è senz’altro la parafrasi che fai della preghiera del Padre nostro. Solo tu potevi pensare che il senso della frase “rimetti a noi i nostri debiti”, potesse diventare: vorrei che nessuno si sentisse in colpa nei miei confronti per non vivere sensi di colpa nei confronti degli altri.”

Così mi scrive l’amico. Certo. La mia interpretazione può essere stata superficiale, ed anche banale.  Ma altrettanto banale è anche l’interpretazione ufficiale

Che sia possibile una interpretazione più pertinente?.

Quando si prega le parole vanno ripetute, come le formule d’un rito, ed acquistano peso per il loro suono, per la suggestione che sanno ricreare non per il significato logico. Tante volte ho ripetuto la preghiera, da quando bambino me l’ha insegnata mia madre, ma appunto era una preghiera, in qualche modo una formula magica per un mio rapporto con la divinità. L’obiezione dell’amico mi hanno portato per la  prima volta ad analizzare veramente le parole della preghiera che sarebbe stata insegnata direttamente da Cristo.

E per la prima volta mi suona così diversa, così strana. Mi ritorna in mente il commento di Ida Magli: forse la preghiera non è stata veramente suggerita da Cristo. Si richiama infatti integralmente a quel  contesto culturale  ebraico, che nella sua predicazione Cristo ha cercato di superare. Non c’è nulla nella preghiera della novità del Vangelo. Il Dio Padre che Cristo è venuto a farci conoscere non è nei cieli, non ha bisogno che gli uomini preghino perchè sia fatta la sua volontà, e tantomeno perchè venga il regno di Dio sulla terra.

Ma non volendo arrivare alle conclusioni estreme della Magli, penso comunque che se la preghiera  invece fosse stata veramente suggerita da Cristo, allora, proprio per questo non può certo essere interpretata alla luce degli schemi della cultura ebraica. Va letta e capita come sintesi dei contenuti innovativi sui quali si fonda la  nuova visione del mondo e della vita presentata  da Cristo.

Se la preghiera viene vista in uno scenario di colpe e di peccati che discendono dal peccato del primo uomo, allora è logica l’interpretazione che ne fa la Chiesa: perdona Dio a noi le offese che facciamo nei tuoi confronti, come noi perdoniamo le offese che ci fanno gli altri. Cristo avrebbe ribadito il concetto di fondo dell’ebraismo richiamato nella “legge del taglione”, quello che fai ti sarà fatto, quello che dai ti sarà dato.

Sii generoso con noi, tanto quanto noi saremo generosi con gli altri.

Ma se riportiamo la frase, con questa interpretazione, nello scenario nuovo della rivelazione d’un mondo che si regge sull’amore, ci rendiamo conto che la preghiera così interpretata ha  un respiro meschino, e si regge su un presupposto assurdo.

Che senso ha un Assoluto che perdona a condizione che…E poi perchè Dio possa rimettere il debito dell’uomo, si deve supporre che ci sia un credito di Dio nei confronti dell’uomo. Se Dio deve perdonare l’offesa dell’uomo allora si deve ammettere che Dio sia stato veramente offeso dall’uomo? Ma il finito non può offendere l’Infinito, non fosse altro perchè il rapporto si sviluppa su  due piani diversi. Qualsiasi cosa possa fare il finito, l’Infinito non può sentirsi offeso. Sentirsi offeso è sentire la ferita, il danno, e l’Infinito evidentemente, non può subire una limitazione portata nei suoi confronti dal finito.

Se non può sentire l’offesa, per lo stesso motivo non può perdonarla. Non può scontare un credito  che non riconosce.

Nel nuovo scenario invece della società dell’amore introdotto da Cristo  il rapporto dell’uomo nell’esistenza del mondo si sviluppa su due assi: il rapporto d’amore dell’essere con l’Esistenza, e il rapporto d’amore degli esseri tra loro.

Cosa significa rapporto d’amore? Cosa significa amare? In parole povere e senza perifrasi poetiche, significa dare. L’essere si dà all’Esistenza, gli esseri si danno tra loro: è questo il principio dell’armonia della società dell’amore.

Questo dovrebbe essere. Ma l’uomo invece di amarsi come momento dell’Esistenza, si ama come esistente, come individuo, come se dovesse realizzarsi nel mondo invece che nell’Esistenza, nel tempo invece che nell’eternità. L’uomo invece che darsi, abbandonandosi e riconoscendosi nella dimensione dell’Esistenza, si ripiega egoisticamente e narcisisticamente nel proprio esistere. Da qui la sofferenza dell’angoscia esistenziale nella scoperta della propria finitudine del divario abissale tra ciò che sente di poter essere e ciò che invece avverte di essere in effetti.

Sono in debito quando non do quello che sarei tenuto a dare. Sono in debito con l’Esistenza quando non tengo il rapporto nei termini nei quali dovrebbe restare, quando investo sull’esistere quello che dovrei investire sull’Esistenza, quando impegno sul mio essere finito quello che dovrei impegnare sul mio essere infinito, quando scommetto sul mio essere uomo quello che dovrei scommettere sul mio essere figlio di Dio.

D’altra parte sul piano del rapporto d’amore che dovrebbe legare gli uomini tra loro, gli altri sono in debito verso di me quando non mi danno quello che dovrebbero darmi.

L’insufficiente mio darmi verso l’Esistenza diventa il mio debito dal quale si sviluppa il sentimento della mia angoscia esistenziale. L’insufficiente darsi degli altri verso di me diventa il credito sul quale si alimenta la mia sofferenza per l’ingratitudine degli altri, la mia solitudine per l’indifferenza degli altri.

Ma come posso superare la mia condizione di difficoltà dovuta all’ingratitudine ed alla solitudine? Perdonando. Cioè sentendomi superiore e quindi continuando a  dare, malgrado l’ingratitudine.

Se saprò perdonare in questo modo l’insufficienza del  rapporto degli altri nei miei confronti, sarò perdonato per l’insufficienza del mio rapporto con l’Esistenza. Sarò perdonato perchè saprò perdonarmi, sentendomi superiore rispetto a quello che veramente sono.

Il senso della preghiera potrebbe essere quindi: che io possa sempre sentirmi superiore di quello che sono e sono stato, malgrado quello che sono e sono stato, allo stesso modo in cui riesco a sentirmi superiore agli altri malgrado la loro indifferenza nei miei confronti.

Ma così la preghiera al Padre finisce per essere una preghiera verso me stesso! Certo. Perchè appunto come rivela Cristo, Io e il Padre siamo una cosa sola perchè l’esistere è nell’Esistenza. E questa è la chiave di volta di tutto il sistema, introdotto da Cristo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cap 16

L’ultima cena.

 

Alzandomi questa mattina sono rimasto sorpreso dal fatto che in camera, sul tavolo di lavoro, era aperto il Vangelo di Giovanni del Fabris.

Ricordavo bene d’aver rimesso a posto i libri ieri sera e d’aver anche pulito il tavolo. Eppure il libro era aperto come se qualcuno si fosse soffermato a leggere durante la notte.

Un brivido mi percorse la schiena al pensiero di non essere solo nella camera. Era un’idea alla quale mi stavo abituando, quella di non essere solo ma di essere sempre assieme a delle presenze che mi vedono senza che io le possa vedere, che mi parlano senza che io le possa sentire. Forse sono i Lari dei miei ricordi di letteratura latina, o soltanto i morti della mia cultura contadina che vengono a bere l’acqua alla sera dei morti, o erano le presenze eterne ed immortali della cui esistenza m’andavo convincendo nelle mie riflessioni? Non so. Forse più semplicemente era il fatto che m’ero anche messo a fare il sonnambulo alzandomi di notte. Anche se in effetti non m’era mai capitato prima. Ma non c’è nulla di quello che non si è mai verificato che non possa verificarsi.

Sta di fatto che il libro era aperto. Mi sono quindi avvicinato al tavolo curioso di sapere a che punto qualcuno dimenticato aperto il libro o l’aveva invece lasciato aperto a posta  per me. Gli occhi mi sono caduti sulle parole: “da questo tutti riconosceranno che siete miei discepoli, se vi amate gli uni gli altri”.

Era aperto sul discorso di Cristo nell’ultima cena. Mi sono messo a sedere e ho preso a rileggere il brano con attenzione. L’avevo già letto più volte e lo conoscevo molto bene ma una frase mi si è fermata nella mente come se fosse nuova e diversa:

“Nella casa del Padre mio c’è molto posto: Altrimenti ve lo avrei detto. Io vado a prepararvi un posto”.

La frase mi ha fatto tornare in mente la scena del parroco che al funerale di un amico cercava di consolare i presenti assicurandoli che ci sarebbe stato posto per tutti. Anche allora mi era parsa assurda l’idea del figlio di Dio che all’approssimarsi dell’estate se ne va nella casa al mare a prepararla perchè ci sia posto per tutti. Poi torna a chiamare il resto della famiglia dicendo: “Venite che c’è posto”. Ma in effetti nessuno quell’anno aveva voglia veramente di andare al mare...

Partendo dall’assurdità di quella frase, ora, nella tranquillità del mio eremo, mi pareva di riuscire a spiegarmi tutto il discorso. Chi lo rilegge con attenzione ha in effetti l’idea che sia un po’ sconclusionato e che si passi spesso, come si suol dire, di palo in frasca. Anche una frase di capitale importanza come quella del comandamento dell’amore sulla quale m’erano caduti gli occhi in effetti è messa là casualmente, come per inciso.

In effetti si ha l’impressione che il discorso sia ricostruito da qualcuno che aveva interesse a documentare che Cristo aveva in qualche modo fatto capire che sarebbe morto ma che sarebbe risorto. Ripete infatti, ad ogni piè sospinto, che sarebbe andato al Padre.

Ma in questo discorso sul viaggio al Padre restano come impigliate delle affermazioni, così nuove ed originali delle quali anche l’evangelista non afferra il significato, ma delle quali resta colpito al punto che non può fare a meno di riportarle.

Dopo aver ripetuto più volte che stava per andare al Padre, a Filippo che gli chiede impaziente: “E allora mostraci questo Padre!”, risponde:

“Io vivo nel Padre e il Padre in me.. il Padre abita in me... io sono con il padre e il padre è in me”.

Se così stanno le cose che senso ha tutto il discorso sull’andare al Padre? La risposta a Filippo smentisce evidentemente che potesse aver parlato d’una sua andata al Padre, attraverso la morte, perchè il Padre era già in lui, non aveva bisogno d’andare da nessuna parte a cercarlo.

Non solo. Più avanti c’è un’altra rivelazione, dice: “conoscerete che io sono nel Padre mio e voi siete in me ed io in voi”.

Riconoscerete allora, che già oggi siete in me, e siccome già io sono nel Padre, anche voi lo siete. E infatti il concetto viene ribadito più avanti: “Se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo da lui e faremo dimora presso di lui”

Non c’è quindi nessun andare ad un Padre che sta nel Regno dei cieli ma c’è un vivere con il Padre che è già in te.

E infatti il concetto conclusivo del discorso e:

“Questa è la vita eterna, che conoscano te il solo vero Dio e colui che hai mandato Gesù Cristo”.

E’ evidente allora che nella ricostruzione dell’ultima cena Giovanni interpola due discorsi: l’uno quello del Cristo che per consentire il compiersi delle scritture ebraiche deve morire e risorgere. L’altro quello del figlio di Dio che ha rivelato qualcosa di completamente nuovo rispetto alla cultura ebraica: che l’uomo è nel Figlio e attraverso il Figlio è nel Padre.

Tornando allo schema di interpretazione per il quale la rivelazione sarebbe che ogni uomo è figlio di Dio perchè ogni esistente è figlio dell’Esistenza, la rivelazione nel discorso dell’ultima cena assume una logica che mi pare comprensibile.

Se ogni uomo è allo stesso tempo figlio dell’uomo in quanto individualità fatta d’un corpo con caratteristiche specifiche ed uniche, e figlio di Dio per la coscienza che ha del proprio esistere come momento dell’Esistenza, la coscienza dell’Esistere (l’essere figlio di Dio) è il nesso che mette in relazione l’individuo con l’Esistenza.

L’esistente è nell’Esistenza, dal momento che l’individuo in quanto esistente e attraverso la coscienza del suo esistere, può mettersi in relazione con l’Esistenza, per vivere, eterno e immortale, nell’eternità e nell’immortalità dell’Esistenza.

Relazione che si realizza e si sviluppa attraverso l’amore.

L’individuo ama il suo esistere in quanto momento dell’Esistenza e riconoscendosi nell’immensità di questo rapporto con l’Esistenza, ama gli altri suoi simili che vivono come lui e con lui questo rapporto esaltante con l’Esistenza.

Mescolata quindi con l’idea banale di Cristo che deve andare al Padre e preparare i posti e poi tornare, c’è l’idea forte rivoluzionaria e radicale, che racchiude tutto il senso della rivelazione.

Io sono nel Padre e il Padre è in me.

Io sono nel Padre, voi siete in me ed io in voi.

Se uno mi ama io e il Padre faremo dimora in lui.

Amatevi come io ho amato voi.

Nelle prime due proposizioni viene definito il rapporto, nelle altre due la modalità per costruirlo in un rapporto biunivoco d’amore tra l’esistere e l’Esistenza, che si riflette e ricade su tutti gli esistenti, fratelli tra loro in quanto tutti figli di Dio.

Certo. Esistente ed Esistenza sono termini che non prendono che non suscitano emozioni. Per questo Cristo giustamente li traduce in Padre e Figlio, ma evidentemente i termini usati non stanno a definire un rapporto biologico, ma un rapporto di discendenza e interazione allo stesso tempo, per questo devo dire Padre e Figlio e pensare a Esistenza ed esistente.

In paradiso ti conducano gli angeli. Mi torna in mente ancora il funerale dell’amico. Ma non credo ci sia un posto dove andare, un luogo dove è stato preparato un posto per il mio corpo. Non riesco ad immaginare una schiera di angeli che scende apposta per me e mi si schiera ai lati quasi a rendermi l’onore delle armi.

Quando bambino sentivo le parole in latino, quelle parole avevano la forza numinale delle parole magiche.

“In paradisum”, non era un luogo ma un’atmosfera, un modo di essere, il sole che riempiva il prato ma non era nel prato, la luce che illuminava l’aria ma non era nell’aria.

Deducano te angeli. Ed era l’angelo mio che al di fuori del significato etimologico che non conoscevo, nell’onomatopea cullante di quel “deducant” riusciva a farmi credere si potesse salire nell’infinito dell’aria, come un refolo di nebbia che dopo il temporale s’è attardato nel bosco e si scioglie nell’azzurro, assorbito dalla luce del sole riapparso nel cielo.

Le parole non dicevano, ma evocavano quel poter essere assieme gli uni con il corpo nella dimensione dello spazio e del tempo, gli altri senza, nella dimensione dell’infinito e dell’eternità.

Sarà possibile fondere assieme la carica evocativa di parole come Padre e Figlio, con il senso logico di parole come Esistenza ed Esistere, per tornare bambini e sentire ed essere convinti  che la speranza non è utopia?…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cap. 17

La morte.

“Sei ossessionato dall’idea della morte!”. Così mi ha apostrofato Tobia, invitandomi a cambiare argomento, perchè lo volevo portare a riflettere sulla possibilità di ammettere sul piano razionale la possibilità per l’uomo di una esistenza al di là dell’esistenza corporea.

Ossessionato? Direi di no, non sento il problema come qualcosa di incalzante di incombente che non mi lascia dormire. Preoccupato? Direi, neppure, perchè si può essere preoccupati nell’incertezza se qualcosa possa capitare o meno. Non c’e invece cosa di cui stare più certi della morte. C’è tuttavia l’incertezza del quando. E questa potrebbe essere la fonte della preoccupazione. Ma quando hai la sensazione d’aver finito, che quel che potevi fare bene o male l’hai fatto, che nella stanza ora sei solo d’impiccio, non fa differenza uscire qualche attimo prima o qualche attimo dopo. Ed è così che mi sento da quando sono in pensione, e non ho quindi motivo d’essere preoccupato.

Interessato al problema invece, sì, e molto. Lo ammetto. Ma come potrebbe essere diversamente?

Mi trovo su una barca. Sto remando verso riva. Non so quando ci arriverò, ma è certo che ci arriverò, e dovrei  continuare a remare senza pensare alla riva, alla terra?

Ma non c’è nessuna terra! Non c’è nessuna riva. Ad un certo punto la barca s’affonderà ed io mi perderò nel nulla dell’oceano!

E se anche così fosse, nel frattempo che cosa dovrei fare? Continuare a remare, preoccuparmi della barca, dei remi, del mio rapporto con queste cose, come dovessi continuare a vivere in barca all’infinito?

Ma se l’unica cosa certa è che un giorno finirò di remare e di stare sulla barca?…

Comunque  non si riesce a sapere  se tutto finirà perchè la barca affonderà nel mare del nulla o perchè approderà a riva e si dovrà proseguire a piedi o comunque in un’altra modalità e non più remando!

Bene! Ma dato per scontato che finirò di andare in barca, l’unica cosa che non ha senso è che me ne preoccupi più del necessario. Due solo sono le ipotesi possibili: che la barca mi porti a fondo o mi porti ad una qualche riva, da qualche parte. Sulla prima non val la pena di perdere tempo, perchè se dovesse verificarsi, se questo fosse il destino di tutte le barche, a nulla gioverebbe pensarci.

 Sulla seconda invece che, (non avendo mai nessuno saputo qualcosa con certezza sul destino delle barche), ha la stessa probabilità della prima, val la pena che ci si rifletta, perchè presuppone che il viaggio continui e quindi ci potrebbe essere qualcosa da poter fare per attrezzarsi per proseguire.

Attrezzarci di che se nessuno sa cosa si troverà su una riva che potrebbe anche non esserci?

E dai, con questa idea che tutto debba finire! Stando in barca è più ragionevole pensare che in qualche modo il viaggio potrà proseguire, seppure in una modalità diversa, o che invece la barca debba per forza affondare. Mi pare più ragionevole la prima ipotesi, e non per un atto di fede (necessario anche per credere che la barca affonderà) ma per una deduzione logica: se la barca c’è, se è noto che ad un certo punto non ci sarà, non è né impossibile né improbabile che possa giungere da qualche parte, consentendo a chi sta sopra di proseguire in altro modo.

Il problema è che il rematore si è a tal punto identificato con la barca da essere portato a pensare di non poter che finire con la fine della barca. Paradossalmente nella storia dei rematori, tanto più questi hanno preso coscienza della loro grandezza, nella loro individualità, tanto più si è rafforzata in loro la convinzione dell’ineluttabilità del loro annientamento con la fine della barca.

Il paradosso è che alla conclusione non si arriva per un libero pensiero ma come reazione condizionata al fatto che nel frattempo qualcuno ha costruito la mitologia del dopo-barca e che questa mitologia è diventata fonte di potere per condizionare i rematori. Per liberarsi della mitologia e dei suoi condizionamenti, il rematore esaspera la sua reazione fino a negare non solo la mitologia, ma la stessa possibilità che il viaggio possa proseguire senza la barca.

La scelta più logica e razionale (la scelta più libera!) è invece quella di ammettere che esista una prosecuzione, cercando di capire allo stesso tempo se c’è qualcosa che si possa fare che possa servire anche nel dopo barca.

Non sono un conoscitore delle varie religioni per poter fare una analisi comparata delle varie mitologie. Mi fermerò all’analisi di quella nella quale sono stato educato, quella cattolica.

Per chi è in barca dovrebbe essere naturale pensare che il viaggio finisce. Altrettanto naturale potrebbe essere immaginare che finisce lo stress del remare in mezzo ai vortici ed alla tormenta e che lo aspettano condizioni migliori.

 Non è vero che è naturale, dice S.Paolo, è la conseguenza del peccato!

Da dove ricavi questa intuizione non è dato a sapere, ma è evidente che in questa prospettiva tutto diventa tragico. Se la barca si rompe per effetto del peccato, d’una qualche maledizione, è plausibile che il prosieguo sia condizionato dalla stessa maledizione “tra pianti e stridor di denti”. A meno che, continua Paolo, non si segua la sua legge e i suoi insegnamenti (che lui attribuisce a Cristo), perché in tal caso si potrebbe anche riuscire a trovare una via d’uscita.

Il trucco è evidente. Paolo vuol far passare una sua legge, un suo sistema di potere, e lo presenta come l’unico mezzo per potersi salvare dalla disgrazia della morte. Per poter enfatizzare la salvezza, che deriva dalla corda che egli lancia in soccorso, deve prima enfatizzare il baratro della morte, che non è più un fatto naturale, ma una condanna, l’ultima e la più tragica a cui è condannato l’uomo, come conseguenza del suo peccato.

Se guardiamo invece alla naturalità del fatto, senza lasciarci prendere dalla giustificata reazione verso la mitologia che vi è stata costruita sopra, non è possibile escludere, lasciando la metafora della barca, che l’individuo possa mantenere una coscienza di sé, di ciò che è ed è stato, indipendentemente dal corpo, e quindi dai sensi che gli sono serviti per acquisire questa coscienza. Perché escludere che questa coscienza della propria individualità possa vivere eterna, oltre il corpo?

Se lo ammettessimo che cosa ne deriverebbe, che cosa comporterebbe questa ammissione? Evidentemente, che non ha senso ciò che si ha, che si perde con il corpo, ma ciò che si è (sotto il profilo dei valori, della sensibilità dei  sentimenti), che resta oltre il corpo.

Sono i valori che, anche per un laico, fanno la vita degna di essere vissuta!

Ma se sono gli stessi valori per i quali val la pena di vivere in funzione dell’eternità, perché alla fine  non ammettere la possibilità dell’eternità, se da questa ammissione deriva soltanto una ulteriore giustificazione  di quei valori per cui “vale la pena di vivere”?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cap. 18

La morte di Tobia.

In fondo m’era preso quindici giorni per riflettere sull’uomo. Un nonsenso, stavo dicendomi. Perchè per capire l’uomo non basta una vita, ed è già un problema capire che cosa significa “capire l’uomo”. Capire perchè si vive, perchè si muore, perchè ci si agita come se non si dovesse mai morire...

Forse, piuttosto che rimettermi a tavolino, senza un tema preciso di riflessione, avrei fatto meglio a prendermi una giornata di libertà per una bella passeggiata in montagna.

Stavo pensando a queste cose mentre attendevo Tobia. Eravamo rimasti d’accordo che sarebbe venuto di buon mattino, e invece stava già sorgendo il sole e non s’era fatto vedere. Strano. Era sempre così preciso.

In città, con il mio carattere apprensivo,  avrei già preso a pensare che forse gli era capitato qualcosa. Ma lì, nella pace di quella distesa di verde, sembrava impossibile potesse capitare qualcosa di non previsto.

E invece ad un tratto vidi salire sul sentiero una ragazzina. Cercava di correre ancora, per quel che la salita glielo consentiva, ed aveva già corso molto: era tutta  trafelata. Quando mi vide, si fermò di botto, e dopo un grande respiro per riprendere fiato:

“Signore, mi gridò, Tobia è morto.”

Se mi avesse detto, guardi che oggi non s’alzerà il sole, sarei rimasto meno sorpreso. Tobia, il sole, il rustico, l’erba il bosco mi sembravano gli elementi di una natura che doveva restare immutabile proprio perchè potessi misurare il mio mutare, e riflettere sul mio divenire. Quella ragazzina che a mezza costa stava riprendendosi dello sforzo della corsa, piegata su se stessa per respirare meglio, era invece arrivata per dirmi che Biagio non sarebbe venuto.

Che Biagio era morto.

S’attendeva evidentemente che le dicessi qualcosa. Quantomeno se avessi capito il messaggio per il quale aveva tanto corso.

Morto come? Chiesi.

Non so, l’hanno trovato morto nel letto.

Ti ringrazio.

Forse s’attendeva qualcosa di più d’un grazie dopo quella corsa, ma non le dissi altro. Rientrai e mi lasciai cadere in una delle poltrone davanti al focolare. Mi resi conto soltanto dopo seduto che era la stessa sulla quale la sera prima s’era accomodato Biagio, e, d’istinto, pensai di cambiare posto.

Paura? Rispetto? Scaramanzia? Ero al posto di Biagio che era morto. Mi pareva di poter sentire  ancora  sulla stoffa l’odore dei suoi vestiti, della sua persona. Ed era morto...

No. Era vivo. Era senz’altro lì nella stanza. Ma non aveva più bisogno della sua poltrona.

Ne avevamo parlato tante volte. Biagio non aveva fatto studi di filosofia. Frequentava la canonica per giocare a scopone con il parroco, ma non frequentava la chiesa. Non aveva studiato teologia ma aveva delle certezze. Convinzioni come verità di fede. Non imparate e subite, ma fatte proprie con il ragionamento. Prima fra queste, aveva  la convinzione dell’immortalità, la certezza che attorno a lui vivessero ancora quelli che aveva conosciuto ed erano morti e tanti altri, vissuti prima di lui, che non aveva potuto conoscere.

Ma loro mi conoscono e mi parlano. Ed io parlo a loro, era solito ripetere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cap. 19

La predica di Tobia.

Le prediche di don Silvio erano sempre state una sorpresa anche quand’era giovane. Ora che la vecchiaia gli consentiva di dire delle “stramberie” che potevano passare come conseguenza d’una arteriosclerosi anticipata, si divertiva a dirle più grosse. Se ne usciva spesso con provocazioni che a volte parevano quasi  bestemmie.

Chissà cosa avrebbe detto nella predica per la morte del suo migliore amico? Avrebbe raccontato di come si imbrogliavano giocando a scopone? Mi sarebbe dispiaciuto si fosse lasciato andare a raccontare le cose che Biagio gli aveva detto in segreto, come faceva il mio parroco in città, quando rivelava in pubblico le confidenze nella debolezza estrema degli ultimi momenti di fronte alla morte.

Pensavo a queste cose, mentre don Silvio finiva di leggere il Vangelo di Giovanni. E in effetti, finito il Vangelo si capì subito che aveva in testa una “stramberia” più grande del solito. Le prediche le teneva come è normale dall’ambone sul quale aveva letto il Vangelo. Ma, quel giorno, invece di cominciare a parlare sparì dietro alla lesena che separava la navata dal coro. C’era lì dietro la scala a chiocciola che portava al pulpito appeso al centro della lesena. E riapparve infatti, aprendo la porta del pulpito, ed entrando in quella sorta di cesto, collocato a un tre metri di altezza sulla lesena che chiudeva una parte della navata.

Mi ricordavo d’averlo visto parlare da lassù una volta soltanto, da bambino un venerdì santo. Ma ora cosa aveva in testa?

Aveva dei fogli in mano, lui che non aveva mai letto una predica, e si vedeva che era molto  imbarazzato. Per la stramberia che stava per fare? O soltanto emozionato, perchè comunque Biagio era stato il suo migliore amico, e anche Cristo s’era lasciato prendere dal pianto sulla tomba dell’amico Lazzaro?

Prese finalmente a dire.

Quando ieri mattina, sua sorella è venuta a dirmi che Biagio era morto, potete immaginare come ci sono rimasto. Sapete tutti quanto eravamo amici. E’ vero che un prete deve essere preparato alla morte. Ma è come con le campane, sai che dovranno suonare ma il primo rintocco di rintrona nella testa, fuori luogo, come il latrare d’un cane nel silenzio d’una chiesa. Mi sono precipitato subito a casa sua. La scena che mi si è presentata è purtroppo una scena alla quale come prete in tanti anni mi sono abituato. Ma un amico è sempre un amico. E vederlo sul letto come se si fosse addormentato per sempre, mi ha fatto impressione. E ho pianto anch’io, perchè possono piangere  anche i preti. Perchè ha pianto anche la Madonna per la morte del figlio. Quando mi sono ripreso, guardandomi attorno, sono rimasto colpito da una grande busta, di quelle rosse d’una volta, per documenti, posta sull’armadio. Mi sono avvicinato incuriosito e ho visto che c’era scritto in grande “Per don Silvio”.

L’ho fatta vedere alla sorella ed ho chiesto il permesso di prenderla.

Chissà cosa avrai pensato..., disse rivolto alla sorella di Biagio che con la sua famiglia occupava il primo banco. I preti sono famosi per gettarsi come sciacalli sulle eredità. Non credo sia molto quello che Biagio ha lasciato…, o meglio, quello che ha lasciato a me, è stato veramente molto, ma non si può racchiudere in una busta.

Non so perché ho pensato subito che quello fosse il testamento di Biagio. E sono rimasto sorpreso per quel testamento messo lì in mostra, da parte d’una persona che non era ammalata, che non poteva prevedere di dover morire. Era come, se avesse sostituito le preghiere della buona morte, con quel rito di esporre la busta, ogni sera, prima di andare a letto, pensando alla morte.

C’era un biglietto nella busta ed una sorta di relazione scritta in bella grafia su fogli protocollo. Sul biglietto c’era scritto: “don Silvio, il giorno del mio funerale, si risparmi la predica, mi faccia la cortesia di leggere quella che io mi sono preparato da solo…”.

Non so se faccio bene o faccio male, non so se è giusto o sbagliato. Tutti voi che siete qui perchè avete conosciuto Biagio, sapete che persona era. Sarà anche contro qualche disposizione canonica ma io non mi sento di non rispettare le sue ultime volontà…

E prese a leggere.

Amici, la voce è evidentemente  quella del nostro parroco, ma sono io Biagio che o che vi parlo. No. Non è uno scherzo.  Non guardate alla bara, lì c’è il mio corpo. Ma io sono qui, vivo in mezzo a voi. Quelli che mi hanno conosciuto meglio sanno come la penso. Don Silvio lo sa, perchè ne abbiamo parlato tante volte. Lì c’è il Biagio che avete incontrato, non quello che avete conosciuto.

Quello che avete visto e incontrato è racchiuso nel contenitore apposito per essere portato a discarica, ma quello che avete conosciuto è più vivo che mai, senza l’ingombro del corpo, che mi costringeva  di fianco  a voi, ora sono vivo in voi, dentro al vostro pensiero.

Voi non mi vedete ma io ci sono, invisibile ma vivo, qui nella Chiesa, attorno a voi. Come l’aria entra in voi con il respiro, così io entro e vivo in voi nel respiro del vostro pensiero. Come dice S.Paolo io non sono morto, sono solo trasformato, sono in una dimensione diversa che gli occhi del corpo non possono vedere.

Qui, don Silvio fece una pausa. Dalla porta aperta perché anche la gente che aveva dovuto rimanere fuori sul sagrato potesse seguire la funzione, era entrato a un leggero refolo di vento che si era disperso nella navata come una fredda carezza sulle persone, per spegnersi facendo muovere appena la tela degli stendardi. Anche lui da lassù era stato percorso nella schiena da quel brivido, che aveva percorso me, e forse tutti gli altri presenti? Era per il fresco della brezza che entrava dalla porta? Era per quelle parole?…

Io ho creduto e credo, riprese, che Cristo sia il figlio di Dio e come dice Giovanni nel suo vangelo, chi crede che Gesù è il Cristo egli pure è diventato figlio di Dio, e come tale eterno, immortale. Ieri, o ieri l’altro, (dipende da come sono morto e da cosa ha deciso mia sorella per i miei funerali), con la morte del mio corpo è finita la mia esistenza, non è però finita la mia vita che continua ora libera dai condizionamenti dell’esistenza.

Amici miei, perché sprecate il vostro tempo nel “pietoso rito della sepoltura”? Non è questo un giorno di pianti e di addii. Nel gioco della vita e della morte, del visibile e dell’invisibile, io mi sono solo nascosto ai vostri occhi. Vi ho lasciato il vestito di pelle e ossa con il quale ho vissuto la mia esperienza visibile. Ma un vestito non ha bisogno di tante cerimonie: Non si può sprecare dell’incenso per un vestito. E non fingete neppure di credere che comunque è un vestito che si può conservare come ricordo. No, è un vestito che le tarme distruggeranno rapidamente, appena l’avrete riposto nell’armadio. E allora perché perdere tempo in quella mostra di armadi vuoti, per vestiti che non ci sono più, che chiamate cimitero?

Lasciate che il vestito lo porti al suo posto da solo il carro funebre, e fermatevi qui con me. Sono qui con me anche gli altri che mi hanno preceduto, i genitori,  i figli, i fratelli, i parenti e gli amici di ognuno di voi.

Con me anche loro chiedono di essere pensati, o pregati, che è la stessa cosa, perché il pensiero mantiene il rapporto dei visibili con gli invisibili, di quelli che hanno il corpo con quelli che non ce l’hanno.

Con me anche loro chiedono che vi convinciate dell’evidenza che il corpo, le cose, i beni materiali, sono come vestiti che si indossano per il breve momento dell’esperienza terrena. Può essere giusto che a qualcuno piaccia più che ad altri andare ben vestito, ma è sciocco fare del vestito il fine per il quale si vive, è sciocca la guerra per dei vestiti che si devono lasciare.

Io sono vivo, don Silvio,  e tu dovresti essere il primo a credermi, perché se io fossi morto, tu avresti  sprecato la sua vita di prete a spiegarci che non moriremo ma saremo trasformati. Al di là dei misteri più o meno interessanti che ci hai raccontato, noi uomini siamo come le farfalle. Nati per essere farfalle, destinati a vivere un breve momento iniziale come bruchi, per poi potersi librare nella luce del sole, nella leggerezza e nella bellezza del volo delle farfalle, per l’eternità.

Alla fine del rito dovreste cantare: Io credo risorgerò, questo mio corpo vedrà il Salvatore. No. Non lo cantate vi prego. Lasciatemi nella certezza di poter vivere come farfalla, non rovinatemi nella prospettiva di dover tornare ad essere un bruco. Perché con la vostra falsa pietà e il vostro falso dolore vorreste che restassi nella notte eterna fino all’ultimo giorno?

No. Io sono nella luce eterna. Anche il bruco tutto intento a pascersi delle foglie degli alberi, pensava che la luce fosse in quelle macchie che filtravano nel bosco. Ma la farfalla è uscita dal  bosco ed  ha scoperto che oltre non c’è il vuoto del cielo, ma l’immensità della luce.

Pensatemi ancora in mezzo a voi

Come la luce che c’è ma non si vede

Come l’aria che ci sfiora e non si vede

Come il pensiero che ti penetra e non si vede

Come il sentimento che ti prende e non si vede

Pensatemi così, perché noi siamo così, come un rincorrersi d’ombre dentro ai vostri pensieri.

 

 

 

 

 

 

 

Cap. 20

L’utopia.

Il sole era già scomparso dietro il Daverdalce. L’ultima lama di luce filtrava ancora dalla cresta della montagna. Nel bosco alle falde s’alternavano fasci di luce e d’ombra. E la luce si ritirava. Impercettibilmente, incapace di resistere all’ombra della sera.

Guardando a quella che mi pareva una lotta senza via di scampo tra l’ombra e la luce, ripensavo alla morte di Biagio e alla predica di don Silvio. Era inevitabile. Avrebbe perso la luce. Come alla mattina dopo nella stessa lotta disegnata dal sorgere del sole dietro l’Amarianna, avrebbe perso l’ombra. C’è un tempo per vivere ed uno per morire, così c’è un tempo per vincere ed uno per perdere. La vita dell’uomo è una successione di momenti sospesi sul baratro della morte…

Ecco. Anch’io pensavo alla morte come al baratro, Eppure la mia educazione era stata quella cristiana, della speranza della vita eterna. Perché siamo stati indotti e formati  a pensare alla morte come alla fine invece che come all’inizio? Perché istintivamente pensiamo alla notte eterna, mentre il concetto della luce eterna non resta  molto più che un modo di dire, una figura poetica o una preghiera, lux aeterna luceat eis Domine?

Perchè anche don Silvio dopo la sua predica provocatoria, è passato a compiere secondo la fede “il pietoso rito della sepoltura” e si è adattato ed ha parlato della resurrezione nell’ultimo giorno. Fra quanti millenni sarà quell’ultimo giorno? Quanti millenni di notte prima che le trombe annuncino il nuovo sole?

 Eppure la rivelazione del Vangelo e tutt’altra: la vita non ci è tolta ma trasformata.

Il paradosso che ho già rilevato, è che ci è stato rivelato che la vita dell’uomo va interpretata nella prospettiva della vita eterna. È dalla vita eterna che devo guardare allo sviluppo della vita dell’uomo, non dal breve momento che passa all’interno di un corpo. Certo, come faceva rilevare anche don Silvio, la morte è separazione è distacco e quindi sofferenza e dolore: Ma diverso è il dirsi addio di quelli che sanno di rivedersi domani  rispetto a quelli che dubitano di potersi mai più rivedere.

Nella nostra immaginazione, quantomeno a livello subconscio, c’è una nave che parte per una destinazione ignota. Si, ci è stato detto che alla fine dopo una traversata non si sa quanto lunga, la nave toccherà una terra. Ma l’approdo ci pare incerto  mentre la traversata si svolgerà in chissà quali condizioni, in un oceano nero e senza fine. E in fondo in fondo, resta anche il dubbio che l’idea della traversata sia una pietosa bugia per non dover ammettere  che la nave colerà a picco negli abissi senza fine nel baratro senza luce. E noi con essa. Che la terra per l’approdo sia la terra di utopia (ou topòs la terra che non c’è).

Nella rivelazione del Vangelo invece la nave è già al porto, dopo una brevissima traversata. C’è finalmente la terra, bella e piena di luce dove abiteremo per sempre e stiamo scendendo uno alla volta. C’è una logica molto casuale nell’ordine con il quale si scende, e questo in effetti crea qualche problema. Deve scendere il padre lasciando sulla nave i figli ancora piccoli, o deve scendere il figlio ancora giovane lasciando sulla nave la famiglia preoccupata sapendo che se ne è dovuto andare da  solo. Ma è comunque una questione di poco tempo. Prima o dopo si scenderà tutti per rincontrarsi. Il saluto non è un addio, ma un arrivederci a presto.

Sarebbe tutto molto semplice, se per qualche strano motivo, non ragionassimo invece come se la nave fosse il nostro vero mondo il luogo definitivo della nostra residenza e non  un mezzo per la traversata. Il perché? Forse perché se tutti fossero convinti che le cose stanno a questo modo, chi comanda sulla nave in effetti non avrebbe nessun potere, e quindi il ragionamento e stato indotto nell’interesse di chi comanda. Ma chi comanda è anche un abile sofista e quindi riesce a spiegare che in effetti tutto è nell’interesse dei viaggiatori. Se così non fosse infatti, se questa non fosse la convinzione di tutti, o almeno della maggioranza,  sulla nave ci sarebbe una anarchia molto pericolosa.

Che abbiano ragione? Io penso invece che se tutti fossero convinti che le cose stano a questo modo sulla nave non ci sarebbe alcuna tensione. Tutti sarebbero portati a pensare con speranza al momento dello sbarco e si vivrebbe con serenità e solidarietà il tempo della traversata.

Vi do la pace, la mia pace, non è quindi un regalo ma una conseguenza. Io dice Cristo, vi ho rivelato che siete sulla nave, che il porto è vicino, che da come imparerete a vivere sulla nave deriverà il vostro modo di vivere per sempre sulla terra. Sapendo queste cose non potete che vivere in pace tra voi, aiutandovi come fratelli.

Pensavo ancora una volta a come era tutto così semplice e lineare, ed a come invece era stato tutto stravolto e reso complicato e mi appisolai mentre il fresco della sera faceva rapprendere l’aria nel grigio che prepara la notte. E sognai

 

 

 

 

 

 

Cap. 21

Quaesivi et non inveni.

Mi sono sognato anche stanotte. Strano. In città non sognavo più. Ora che ci penso, gli ultimi miei sogni lo ho lasciati in questi posti. È come se andandomene da qui abbia scordato tra queste montagne la capacità di sognare.

Ma forse non è stato veramente un sogno, è stato piuttosto un modo diverso di continuare a vivere la realtà, e in questo momento quindi, di continuare nella mia riflessione. Prima di addormentarmi infatti m’ero riletto gli appunti che avevo preso leggendo “Quaesivi et non inveni” di Augusto Guerriero

Ero nel fiume e nuotavo verso l’altra sponda. Senza fretta, tranquillo. Ma poi (mi capitava così anche nei sogni da bambino) il sogno si agitava come una tragedia che si avvicina al momento culminante. Volevo accostarmi a riva e la folla che già c’era voleva respingermi: non mi volevano tra di loro. Avevano raggiunto l’altra riva con la barca e non volevano accettare chi s’era messo in testa di fare la traversata a nuoto.

Mi svegliai nel trambusto, con l’affanno di non riuscire a prendere la riva tra tutta quella gente che inveiva che mi insultava cercando di respingermi nella corrente. Alcuni teologi hanno visto la vita di Cristo come un mito, una costruzione fantastica per spiegare e rendere credibile una nuova religione. Anche il mio sogno poteva essere in un certo modo la mitizzazione della realtà che stavo vivendo.

La ricerca nel campo della religione, una ricerca alla quale dovrebbe sentirsi obbligato ogni individuo, perché è la ricerca di base sul significato della propria esistenza, non viene apprezzata da nessuno. O sei su una sponda o sull’altra. Di là quelli che credono, di qua quelli che non credono. La maggior parte di quelli che credono non si sono neppure chiesto se ha senso la mitologia nella quale credono. La maggior parte di quelli che credono non si è posto mai la domanda di Augusto Guerriero: “Ho il diritto di essere ateo senza aver dedicato una parte della mia vita allo studio del problema supremo?”

Ma sia agli uni che agli altri sta bene così: gli uni non devono discutere gli altri, ognuno sulla sua riva. Ciò che importa è che a nessuno venga in testa di attraversare il fiume a nuoto. Il fiume si attraversa in barca. Ci sono sempre meno attracchi, ma sono comunque sufficienti perché c’è sempre meno gente che manifesti il desiderio di passare all’altra riva.

Comunque per la traversata di deve ricorrere ai barcaioli. Sono loro che sulla barca devono farti imparare a memoria quello che serve per vivere sull’altra riva. Nulla può essere discusso, tutto deve essere accettato, nella forma e nella lettera, come viene trasmesso.

“Ma scribi e farisei ipocriti, direbbe Cristo, non vedete che non c’è differenza tra chi vive da una parte e dall’altra del fiume? Certo da una parte ci si genuflette, si fa il segno della croce, si è aspersi con l’acqua benedetta, si acquisisce il diritto ad essere incensati (solo quando si è ridotti a cadaveri in putrefazione). Dall’altra parte invece no, non ci sono cerimonie e riti.

È però una differenza limitata al comportamento esteriore. Dentro sono rimasti gli stessi anche se hanno attraversato il fiume. Dicono che quella è la riva dei figli dell’amore, degli uomini fratelli, questa invece quella di tutti i vizi capitali, dei figli di Caino. Ma al di là dei proclami e delle insegne, non c’è di fatto alcuna differenza.

E non potrebbe essere diversamente! Perché diverso può essere soltanto chi ha guadagnato l’altra riva a nuoto. E vincendo la corrente, lottando contro i flutti che è cambiato. È cambiato perchè è tutto bagnato, intriso d’acqua. È cambiato perchè ha dovuto anche bere di quell’acqua, dell’acqua dela conoscenza…

Il corpo ci è dato per nuotare nella corrente della conoscenza. Ognuno a suo modo, secondo le proprie capacità, per raggiungere la riva in punti diversi, più a monte o più a valle. Dall’altra parte si deve arrivare con il corpo sfinito che si accascia sulla riva e muore, liberando lo spirito che vive della conoscenza acquisita nel fiume.

Chi va di là sulla barca perde l’opportunità di purificarsi nello sforzo della ricerca, nell’acqua della conoscenza, di bere dell’acqua della quale Cristo parla alla samaritana, l’acqua della vita eterna. Di là si pensa di avere la verità su Dio. Ma Dio non può essere una verità ricompresa nella mente d’un mortale. Gli uomini, quando vivono nel corpo, percorrono la via verso la verità e la vita, perché il loro corpo è la via verso la verità e la vita, ma la verità e la vita possono essere raggiunte soltanto nella dimensione senza il corpo.

Durante il percorso la meta può essere solo immaginate e intuita. Per l’uomo Dio è il bisogno d’infinito che si porta dentro;

Dio è il vuoto della propria solitudine;

Dio è l’ansia insoddisfatta per il futuro;

Dio è la paura per la propria finitudine;

Dio è l’inquietudine per l’incertezza del proprio destino;

Dio è l’angoscia sul baratro del nulla;

Dio è la speranza che vince la ragione;

Dio è la fede nella propria immortalità.

Tu non mi cercheresti se non mi avessi già trovato, dice il Dio di Pascal. No, io sono sicuro che ci sei. Ma non ti ho incontrato, perché non è venuta la mia alba. Cammino nella via della notte sapendo che ci sarà il giorno, verso la verità e la vita del sole. Ma è difficile capire dai segni della notte come sarà il giorno. Per chi ha vissuto soltanto la notte del corpo  è difficile intuire come sarà il giorno senza il corpo.

Dice la samaritana: “So che deve venire il Cristo, e quando verrà, ci spiegherà ogni cosa.

Ma se è venuto e ci ha spiegato, perché non sappiamo ancora?… 

 

 

 

 

 

 

 

Cap. 22

Dove era Dio?

La domanda sorge spontanea, come una provocazione ed una ribellione interna, ogni volta che ci troviamo di fronte ad atti e situazioni per i quali non riusciamo a trovare alcuna spiegazione, per i quali non riusciamo a darci alcuna giustificazione. Dove era Dio quando i bambini di S.Giuliano morivano schiacciati dalla loro scuola? Dove era Dio durante l’olocausto. Dov’è Dio quando una giovane vita viene stroncata dal cancro, dov’è mentre ogni giorno migliaia di bambini muoiono di fame?

     La domanda potrebbe venir riproposta purtroppo infinite volte, di fronte ad infinite incomprensibili ingiustizie. Se c’è un Dio che in quanto tale non può non essere giusto, perchè il mondo gronda d’ingiustizia? Come si può ammettere esista Dio in un mondo nel quale  l’ingiusto prospera e il giusto soffre, nel quale viene premiato chi dovrebbe essere punito?

     La risposta per coloro che si riconoscono nel Dio morto in croce è evidente. Paradossale come è paradossale l’idea d’un Dio che muore in croce tra due ladroni. Dio era proprio lì. Dio è proprio lì, dove si compie ciò che secondo noi è ingiusto. Anzi, a mio avviso il paradosso è ancora più assurdo. Dio era ed è lì, ma non come spettatore, Dio è proprio quel vuoto di giustizia che ci fa gridare allo scandalo.

     Perchè Dio è il vuoto o, se si vuole, il nulla rispetto all’umanità, rispetto a tutto ciò che costituisce il mondo dell’uomo.

     Dio è il vuoto che in ognuno di noi e per ognuno di noi si determina con quella che consideriamo l’ingiustizia più grande, la più totale: la morte del nostro corpo. Allo stesso modo Dio è la serie di vuoti che in vita avvertiamo ogni volta che ci confrontiamo con una ingiustizia. Dio è il vuoto del disabile, del povero, dell’ammalato, del vecchio, dell’umiliato, dell’offeso, dell’ucciso.

     Sembrano affermazioni paradossali, ma il paradosso sta solo nel fatto che siamo abituati a cercare Dio come valore infinito sulla scala dei valori umani.  No, non è vero! Dio non può essere che l’infinito sulla scala della negazione di questi valori. Il metro di misura dell’uomo è l’avere. Io ho un corpo e quindi ho un Dio. E su questa strada arrivo fino ad immaginare, nel mistero dell’Eucarestia, che il mio corpo possa avere Dio in sè.

     Ma su questa strada come posso immaginare che avendo Dio in sè, un uomo possa ordinare lo sterminio di altri uomini?

     Dio invece non si trova sul piano dell’avere ma su quello dell’essere. Dio si rivela proprio nel vuoto dell’avere. Dio è quel vuoto perchè riempie quel vuoto. Dio è il vuoto che riempie il vuoto del mio avere quando non posso più dire di avere il corpo. Quando non ho più il mio corpo lì c’è Dio. Allo stesso modo ogni volta che constato vuoti di avere lì c’è Dio. Dove non ho ricchezza, dove non ho salute, dove non ho bellezza, lì c’è Dio.

     L’equivoco nasce dall’idea di immaginare  Dio come l’infinitamente perfetto sul piano umano dell’avere. Dio invece è l’infinitamente perfetto sul piano dell’essere. Le manifestazioni dell’avere non possono essere che manifestazioni imperfette dell’essere. Tanto più sono perfette sul piano dell’avere tanto più sono imperfette sul piano dell’essere.

     Una bottiglia con dell’acqua è tanto più piena d’aria, quanto più è priva d’acqua. Più si riduce l’acqua e più aumenta l’aria. Quando si arriverà al vuoto d’acqua, al nulla rispetto all’acqua, in quel momento si determinerà la pienezza rispetto all’aria.

       Dal punto di vista delle gocce che costituiscono l’acqua, l’aria è inconcepibile, proprio perchè è la negazione dell’acqua. Le gocce immaginano l’aria come una perfezione dell’acqua, mentre invece ne è la completa negazione.

     Fuor di metafora in una affermazione che potrebbe sembrare paradossale o tautologica:  Dio è l’assenza di umanità perchè è la pienezza dell’assenza di umanità. Così come la pienezza d’aria e l’assoluta assenza d’acqua. Dio è l’assenza assoluta di ciò che vorrei avere perchè è la pienezza di ciò che vorrei essere.

     Ma allora è vana per l’uomo la ricerca di Dio nel mondo? No, l’uomo ritrova Dio in sè ogni volta che determina un vuoto nel proprio avere. Ogni volta che si determina il vuoto nell’avere, l’uomo sente Dio che riempie il vuoto. E’ il Vangelo di S.Francesco o di Tolstoj!...

     L’azione del dare, l’azione dell’amare sono azioni nelle quali l’uomo, rinuncia a qualcosa del suo avere a favore degli altri. Non a caso già San Paolo diceva che ubi caritas et amor ibi deus est.

     Se pregare è cercare di sentire Dio, trovare delle risposte alla domanda dov’è Dio, l’unico modo di pregare è dare ed amare che è il suo sinonimo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cap. 23

Il vuoto è Dio.

La paura di finire si radica nella convinzione dell’uomo d’essere finito. La sensazione d’essere un tutto, ma proprio per questo, finito, concluso in un determinato limite spaziale e temporale, determina nell’uomo la sensazione della propria finitudine, e quindi la paura della propria fine.

Come una goccia che potesse liberamente librarsi sospesa nell’aria, l’uomo avverte che attorno a sè, d’ogni parte ove finisce il suo tutto, c’è il vuoto. E’ sospeso in balia di quel vuoto che lo sostiene, senza nessuna influenza e nessun rapporto con la forza che lo sostiene.

 Dove finisco io c’è il vuoto di me. Il vuoto nello spazio, che avverto come solitudine, il vuoto nel tempo, che avverto come finitudine.

Ma proprio lo spazio, o meglio il vuoto da me, che mi circonda, è Dio. Un Dio che posso incontrare nello spazio attraverso il rapporto con gli altri e con la natura. Un Dio che posso incontrare nel tempo, attraverso l’anullamento del mio corpo con l’anullamento della sensazione della mia finitudine.

Dio è l’altro da me, tutto ciò che è fuori di me, tutto ciò che è, che io non sono, tutto ciò che definisce la mia finitezza, tutto ciò che mi fa avvertire la sensazione della  mia finitezza.

Cercare Dio è cercare il rapporto con ciò che è oltre di me, fuori di me, diverso da me. Trovare Dio, sentire Dio, è sentire il ritorno che viene a me nell’incontro con ciò che è fuori di me. Dio è lo stupore che mi riempie di fronte alla bellezza della natura.  Dio è quella  “soddisfazione remunerativa” che mi coglie quando sono riuscito ad andare oltre di me, oltre la mia individualità, realizzando qualcosa o dando qualcosa di me.

Pregare Dio è cercare di sentirlo e quindi cercare il rapporto con l’altro da mè che può darmi, come ritorno, la sensazione di Dio.

Se invece di chiamarlo Dio, (un termine che nella mia cultura evoca troppe altre cose), lo chiamassi l’Infinito, forse l’idea mi risulterebbe più chiara. L’infinito nel quale si libra la goccia della mia individualità e, in quanto finito, della mia diversità dall’infinito. L’infinito nel quale si muove una innumerevole varietà di finiti, con i quali io posso istituire delle relazioni tra finiti, in attesa che la mia goccia si sciolga, per poter istituire una relazione definitiva con l’infinito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cap. 24

La Parabola dell’acqua.

La parabola dell’acqua e dell’aria nella stessa bottiglia rende bene l’idea del valore positivo che ha il vuoto d’acqua come condizione indispensabile perchè ci possa essere un riempimento d’aria. Tanto più c’è il vuoto d’acqua, tanto più c’è la pienezza d’aria. Deve venir meno la goccia d’acqua, perché al suo posto possa formarsi una “goccia d’aria”.

Se nella parabola, all’immagine della goccia sostituiamo quella della molecola intesa come la goccia d’acqua più piccola possibile, l’esempio può avere un ulteriore sviluppo e può darci l’idea di come possa avvenire il trasformarsi dell’uomo da elemento fisico a elemento spirituale.

La molecola d’acqua è formata da due atomi di idrogeno ed uno di ossigeno. In questa composizione è una goccia. Infinitesimale certo, ma comunque con tutte le caratteristiche fisiche della goccia: ha un peso, è bagnata, forma una massa ben definita è percepita dai sensi come acqua.

Se alla molecola aggiungiamo un atomo di ossigeno oppure togliamo un atomo di idrogeno, la molecola d’acqua si trasforma in una molecola d’aria, cioè in un elemento con caratteristiche completamente diverso.

Quello che era un tangibile elemento acqua del visibile, è diventata un elemento dell’invisibile mancanza d’acqua che è però pienezza d’aria.

Dall’ottica dell’acqua la modificazione ha portato alla fine ed alla scomparsa definitiva della goccia, guardando dall’ottica dell’aria s’è invece formata una nuova molecola.

Se Cristo avesse saputo delle molecole e degli atomi, l’avrebbe raccontata così la parabola del chicco di grano che se non muore non da frutto. Sarebbe riuscito così a rendere meglio l’idea sintetizzata poi da Paolo nell’affermazione che nulla muore ma tutto si trasforma.

 

 

 

Dio è più vero del mondo e ci ama. Ho trovato tra gli appunti questa frase senza il riferimento dell’autore e del testo da cui l’ho tratta. Non è una considerazione nuova e originale, a me comunque è servita perché mi ha portato a sviluppare due diverse riflessioni.

     Che Dio sia più vero del mondo è ovvio, ma l’affermazione riportata nel contesto del mio ragionamento diventa: il vuoto è più reale del pieno, il nulla è più vero della realtà. Potrebbe sembrare un paradosso, ma lo è solo in apparenza.

     Nella parabola sulla molecola d’acqua s’è visto il passaggio dal visibile all’invisibile, dall’acqua all’aria. Ma l’acqua visibile, fatta di due atomi di idrogeno ed uno di ossigeno è una composizione instabile, provvisoria, che tende a riportarsi allo stato originario della parità tra idrogeno e ossigeno.

     La posizione iniziale e finale quindi, la posizione vera e definitiva è quella dell’aria. Anche se vista attraverso i sensi, partendo dalla percezione dei sensi, sembra che l’acqua sia un dato positivo e l’aria invece un dato negativo, la mancanza d’acqua.

     C’è una tensione del reale ad annullarsi in quello che per i sensi sembra l’irreale del nulla. Per opporsi a questa tensione verso l’essere l’uomo è portato a rafforzare la sua posizione nell’avere. Si confronta con la realtà da mortale invece che da immortale. Prevale in lui la prospettiva che sente con i sensi, una visione del mondo antropomorfa, centrata sul corpo.

     Antropomorfa è così anche l’idea di Dio. Se ci ama, ha sentimenti umani, è quindi un uomo. Ma Dio, si è detto, è il vuoto. Dire che il vuoto ci ama significa soltanto dire che il vuoto ci attrae a sé. L’aria attrae la molecola d’acqua perché si trasformi in molecola d’aria. Il vuoto ci attira affinché noi ci abbandoniamo al vuoto in un atto d’amore, oggi nello spazio, domani nel tempo.

 

 

 

 

 

 

 

Cap. 25

Dio ci ama!

 

Dio ci ama! Con questa affermazione attribuiamo a Dio un sentimento umano e quindi immaginiamo Dio come un uomo. Il più uomo di tutti, l’uomo perfetto. E così non capiamo niente di Dio. Dio è l’antiuomo è tutto ciò che non è l’uomo, è il nulla di uomo, il vuoto di uomo.

Rimessi i rapporti tra Dio e l’uomo in questi termini, nei termini corretti, ha ancora un senso comunque dire che Dio ci ama. Attribuendo a Dio il massimo dei suoi sentimenti positivi, l’uomo ha indirettamente scoperto il modo di essere di Dio. Dio ci ama perchè ci attira a sè ci vuole in se.

Il vuoto di Dio ci attira nel tempo a realizzarci oltre l’esistenza umana. Nello spazio a realizzarci al di fuori della nostra esistenza individuale, nel rapporto con il mondo e con gli altri.

Ma il vuoto ci ispira istintivamente paura. La paura del vuoto è la paura di Dio, paura della dimensione in negativo e quindi della negazione dell’essere uomo. L’individuo si ritira in sè, concentrato sulla realizzazione di se stesso, per paura del vuoto. E per trovare una giustificazione di questo comportamento nega anche l’esistenza del vuoto.

Come un acrobata vive in un precario equilibrio sulla corda sospesa nel vuoto. Resiste con sofferenza invece che lasciarsi andare nel vuoto che lo attira. Lasciarsi attrarre dall’amore di Dio e quindi uscire da sè per abbandonarsi al vuoto che esiste oltre di noi, intorno a noi.

 

 

 

 

 

Cap. 26

Amare Dio.

Un amico con il quale ho discusso il concetto  sviluppato nella precedente riflessione su Dio ci ama, mi ha obiettato che:

“Alla mia modesta intelligenza pare che il problema fondamentale dell'uomo, costretto per intanto a vivere su questa terra, sia quello di amare l'uomo”. Come a dire che può interessarci sapere quale può essere il rapporto che Dio intrattiene con l’uomo, ma molto di più interessa quale è il rapporto che deve tenere l’uomo una volta che si è convinto che Dio e il vuoto.

Dire che Dio mi ama significa dire che l’Essere mi attira a sé, e quindi mi porta a impegnarmi maggiormente sul piano dell’essere che su quello dell’avere. L’Essere mi induce a uscire dall’io ho, per ritrovarmi nell’io sono.

Lo posso fare da mistico. Ma non è semplice. Lo posso fare più facilmente entrando nel vuoto degli altri. Dicevo nella precedente riflessione che “Lasciarsi attrarre dall’amore di Dio è uscire da sè per abbandonarsi al vuoto che esiste oltre di noi, intorno a noi. In quello spazio c’è il vuoto dei fratelli.

 Da lì, guardando al mio io lo vedo sul piano dell’essere e non su quello dell’avere, e quindi mi abituo a vedermi nella prospettiva corretta.

Ma soprattutto, entrando in quel vuoto entro

 nel vuoto in cui c’è Dio. E lo dovrei quindi incontrare…Lo incontro infatti. E’ la sensazione che mi cresce dentro d’essere più grande, e l’emozione che si suol dire “mi gonfia il cuore”.

Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli l’avete fatto a me, rivela Dio per bocca di Jeshù. Non ha detto “è come se l’aveste fatto a me” ma “l’avete fatto a me” nel senso letterale del termine. Quel vuoto che abbiamo visto nei fratelli e infatti il vuoto di Dio. Quando siamo usciti da noi per riempire quel vuoto, siamo usciti da noi per incontrare Dio. Ritorniamo in noi con il piacere che ci ha arrecato quell’incontro, con la grandezza che ci viene.

Cap. 27

Fissato di che?

Ma tu sei fissato con la morte! No, io veramente riconosco di essere fissato con l’idea di capire chi sono, perché sono. Tanti non si pongono neppure la domanda. Io invece la sento come una necessità. Sento la risposta come un bisogno. Devo capire chi sono. Non certamente sotto il profilo umano e sociale. So evidentemente chi sono che cosa ho fatto e cosa sto facendo. Vorrei più al fondo capire chi sono sotto il profilo esistenziale.

Perché ho la coscienza di esistere e di seguito cosa significa veramente esistere? La prima vera risposta è che esistere significa morire. E da questa considerazione nasce subito l’altra domanda: che senso ha che io esista per un momento per poi non esistere più, per morire.

Esisto perché uno spermatozoo di mio padre è riuscito ad entrare in un ovulo di mia madre ed a fecondarlo. Tutto qui. Da quel incontro tanto banale quanto casuale si è sviluppata una catena di dna che ha determinato tutto il mio essere e tutta la mia vita. La catena si è sviluppata è diventata un animale a due zampe, ha incrociato con tante altre catene, è entrata in contatto con un particolare ambiente in un particolare momento storico, e ciò che non era predeterminato nella catena originaria si è andato determinando attraverso questi  incontri. A un certo punto la catena si bloccherà e sarà come se non fosse mai esistita.

     Non ci sarebbe nulla da eccepire se non fosse che quella catena di dna ha la percezione della propria esistenza e quindi della propria fine. Percependo di esistere è logico si chieda perché esiste e in fondo cosa significa esistere. Sono domande alle quali hanno tentato invano di darsi delle risposte le catene di dna che si sono succedute a milioni in migliaia di anni. Per questo di norma ormai le catene di dna non si pongono neppure la domanda. Il fatto di non trovare la riposta li ha convinti che è meglio non porsi neppure la domanda e vivere come se domanda e risposta fossero fatti irrilevanti e secondari.

     Ecco io mi sono fissato a pensare che non sono affatto ne irrilevanti né secondari. Mi sono posto il problema della ricerca. Implicitamente è un atto di presunzione senza limiti. Cercare dove nessuno è mai riuscito a trovare, significa pensare d’avere qualcosa in più rispetto a tutti gli altri che hanno cercato. Più modestamente per me significa soltanto pensare che ci può essere una risposta personale.

     Se trovassi una verità che mi appaga, mi basterebbe, anche se questa per altri non dovesse risultare la verità. E così mi torna in mente il mito della Genesi.

     L’uomo viveva felice finchè non mangiò del frutto dell’albero della conoscenza. La conoscenza del proprio esistere lo condannò alla conoscenza della propria condanna a morte. La via d’uscita sarebbe stata quella di poter mangiare i frutti dell’albero della vita. Ma Dio di cui l’uomo conoscendo se stesso per la prima volta “sentì i passi” pose i cherubini e la fiamma della spada folgorante per custodire la via dell’albero della vita.

     Forse non è soltanto un mito, forse tra i passaggi del racconto si nasconde la chiave per la risposta madre di tutte le risposte.

     Prendendo coscienza di sé l’uomo prese coscienza del vuoto che lo circondava. La paura del vuoto lo portò a sentire in quel vuoto riecheggiare dei passi. Non una persona, solo dei passi ed una voce di condanna. Nel vuoto della notte si ha sempre l’impressione di sentire dei rumori, si ha sempre l’impressione di essere seguiti da passi nemici. E l’uomo ha preso ad esorcizzare quei passi, costruendo complesse sovrastrutture che gli consentissero di vincere l’incubo di quei passi.

     Ma non ci sono passi, amico è il vuoto della notte. La spada folgorante dell’aurora che squarcia il velo della notte per far sorgere il giorno, non divide la morte dalla vita, ma apre un modo diverso di vedere la stessa realtà. Nel brivido della notte o al riflesso dei raggi del sole, la goccia è sempre la stessa.

 

 

 

 

 

 

 

Cap. 28

Il silenzio di Dio.

Dice il Papa che Dio non si rivela più, sembra nascondersi nel suo cielo, in silenzio, quasi disgustato dalle azioni dell’umanità.

Io non riesco a capire come possa Dio essere disgustato di ciò che fa la “sua” umanità. L’editore non può essere disgustato del suo libro. Tanto più se è un editore perfetto. La preoccupazione del Papa sul silenzio di Dio, a mio avviso andrebbe rovesciata. Io vorrei dire che finalmente l’umanità comincia a sentire il silenzio di Dio.

Finalmente non sente più i “passi di Dio” che hanno turbato le notti di Adamo e di tutti i suoi figli. I passi che hanno risuonato invano nel freddo delle chiese. I passi di tanti presunti ministri di Dio bardati in mille fogge, tra strane coreografie e spettacolari scenografie. Non si sentono più i passi di quel Dio antropomorfo che se la prende con Adamo. I passi di quel Dio nascosto che non vuole parlare con il suo popolo, ma chiama Mosè sul Sinai per affidargli degli ordini impersonali, scolpiti su fredde tavole di pietra.

Non si sentono più i passi del Dio di Abramo e di Isacco che sono diversi dai passi del Dio di Maometto o di Budda.

Finalmente l’uomo riesce a sentire il silenzio di Dio. Non più i passi, ma il respiro del vuoto di Dio che ti attira perchè tu lo riempia di te. Non più la voce dei ministri con le tavole della legge, ma Dio stesso che parla con il silenzio del suo vuoto, e pretende che l’uomo agisca per riempirlo. Una pretesa assoluta che facendo attenzione a non ricadere in una terminologia antropomorfica potremmo chiamare l’amore di Dio.

Il termine non ha alcun senso se riferito a Dio, al Vuoto. Ha un senso soltanto perchè quel vuoto postula d’essere riempito dall’amore degli uomini. Un amore che non si esprime in strane ritualità o inutili giaculatorie, ma nel darsi, nell’uscire da noi per darsi fuori di noi rapportandoci quindi con gli altri e con la natura.

Nel silenzio dei passi di Dio si sete il respiro di Dio, il vuoto di Dio che vuole e pretende d’essere riempito dal darsi dell’uomo.

L’allarme del Papa sul silenzio di Dio, preoccupa perchè è l’allarme del capo d’una Chiesa, d’una religione.

Da Caino in poi la guerra è stata il motore della storia dell’umanità. Le guerre per l’occupazione dei territori necessari alla sopravvivenza, le guerre dei principi e dei re, le guerre nazionalistiche e quelle imperialistiche e infine le guerre per le ideologie. All’aprirsi del terzo millennio nella parte più evoluta del mondo tutti questi motivi sono ormai caduti, sembrerebbe quindi possa aprirsi finalmente un’era di pace.

     Sembrerebbe... e invece si apre un nuovo scenario di guerra. S’afferma la nuova stagione del fondamentalismo religioso, e quindi s’apre lo scenario delle guerre di religione o, peggio, delle guerre delle fedi religiose.

     Auschwitz può essere considerato il prodromo e quindi ci può dare l’idea d’uno scenario di barbarie e crudeltà in nome della fede che la storia non ha ancora conosciuto.

     La speranza è nel silenzio di Dio. Nella capacità dell’uomo di sentirlo, nell’acquista convinzione d’un proprio dovere nel riempirlo  con il proprio amore, con il proprio darsi.

 

 

 

 

 

Cap. 29

La coscienza di esistere.

Ho già detto che considero il mito di Adamo ed Eva in qualche modo la chiave per riuscire a leggere la storia dell’umanità e quindi di ogni singolo uomo. C’erano due alberi nell’Eden di Adamo quello della conoscenza del bene e del male e quello della vita. Cogliendo dei frutti del primo Adamo si escluse la possibilità di cogliere quelli del secondo e quindi di ottenere l’immortalità.

Ho più volte cercato di darmi una spiegazione del mito. Invano. Ora penso di non esserci arrivato perché  nel mito, come ci è stato tramandato c’è una prima falsa interpolazione, una prima falsificazione.  L’albero non era quello della conoscenza del bene e del male, ma semplicemente l’albero della conoscenza. Come ho già scritto nella precedente riflessione, la supponenza dell’uomo ha portato alla presunzione di conoscere tutto attraverso la ragione, e invece ha scoperto i passi di Dio e la morte.

 Ma, per tornare alla nostra metafora dell’acqua, dall’interno della goccia, si può riuscire a capire soltanto la goccia ed il suo destino. Ciò che c’è oltre la pellicola della goccia, viene avvertito come negazione, come mancanza d’acqua, come vuoto. Non è qualcosa di interno alla goccia che può spiegarci la goccia, ma qualcosa che è interno ed esterno allo stesso tempo. E’ la coscienza di esistere della goccia, che è dentro e fuori alla goccia, che può esistere anche quando non ci sarà più la goccia. E’ questa coscienza che è stata chiamata anima.

Dal piccolo al grande, è la coscienza di esistere dell’universo, che può esistere indipendentemente dall’universo. E’ sempre esistita. Forse sì. Non è dato di sapere, ma non è questo il problema. Se non è eterna è immortale, come la coscienza di esistere d’ogni singolo esistente.

Questa è la rivelazione chiave del Vangelo. Quando si parla del figlio di Dio, la goccia è portata ad immaginare Dio-Padre, come una goccia infinita, invece è l’infinita assenza d’acqua che vede le gocce d’acqua dall’esterno e ne ha coscienza.

Ma le gocce esistono perché c’è una Entità che ne ha coscienza? Anche questo in fondo è un problema che non ci riguarda, come non ci riguarda sapere se è esistita la coscienza del mondo prima del mondo, la coscienza della nostra individuale esistenza prima del nostro personale esistere.

Ciò che ci interessa non è l’eternità ma l’immortalità. L’eternità riguarda anche il passato, l’immortalità si riferisce concretamente al nostro futuro.

A ripensarci non è che non ci interessi. La coscienza dell’esistere e solo una presa ci conoscenza del dato dell’esistere, o invece ha a che fare con le ragioni dell’esistenza? Nel vuoto di atomi di idrogeno e di ossigeno, tutti gli atomi sono potenzialmente destinati a diventare gocce d’acqua a condizione che si accoppino a tre con due di idrogeno. Ma l’accoppiarsi è un fatto casuale e la coscienza si realizza a fatto avvenuto, o invece la coscienza della goccia precede il formarsi della goccia, si sviluppa nel tempo assieme alla goccia, e si mantiene eterna fuori dal tempo, al dissolversi della goccia?

Quest’ultima sembra l’interpretazione più esauriente, ed è l’interpretazione di Jeshù. In principio c’era il Vuoto, e il vuoto divenne acqua, divenne natura, carne, una realtà “figlia” del Vuoto, derivata da esso e destinata a tornare ad esso.

 

 

 

 

 

Cap. 29

La dimensione della coscienza.

Sulla base delle precedenti riflessioni ci sarebbe quindi nell’universo, come nel singolo individuo, una coscienza dell’esistere, indipendente dall’esistente. Ma come posso almeno rendermene conto, se non dimostrarlo? Dovrei scoprire che c’è in me qualcosa che si muove indipendentemente dal mio essere, dal mio esistere.

Ma c’è o non c’è? Credo di si, credo possa trattarsi dei sentimenti. L’amore, ad esempio. Esiste in potenza, come qualcosa che cerca di realizzarsi, di essere. Ad un certo punto, (come se i due atomi di idrogeno finalmente si fossero sovrapposti), esiste perché si realizza in un oggetto. Ma anche se l’oggetto scompare e muore, l’amore resta, più vivo e più forte. Nel ricordo l’esperienza si sovrappone e rafforza l’idea.

     Il percorso del sentimento è lo stesso della coscienza di sé, perché i sentimenti non derivano dai sensi (anche se attraverso i sensi possono svilupparsi) ma dalla coscienza di sé.

     Esiste quindi in noi una dimensione che va oltre quella fisica. Una dimensione che esisteva prima, che si sviluppa nel rapporto con la dimensione fisica, che resta oltre la morte della dimensione fisica: è la coscienza del nostro esistere che noi viviamo attraverso i nostri sentimenti

 

 

 

 

Cap. 30

La questione ultima.

Tuttavia per l’uomo la questione ultima, quella che da un senso, o viceversa non dà alcun senso alla sua esistenza, è la morte. E dai, direbbe il mio amico, con l’ossessione della morte! Non è un problema di ossessione. E’ che da qualsiasi parte tu la voglia girare alla fine arrivi là. Se la morte è la fine d’ogni cosa, se la vita dell’uomo finisce nel nulla, non ha alcun senso vivere in un certo modo piuttosto che in un altro, non ha alcun senso parlare di valori, di etica. Essere buono o cattivo, un delinquente o un generoso, essere qualcuno o nessuno, lasciare un segno o non lasciarlo, è la stessa cosa. Il fatto d’essere ricordato non ha alcuna importanza dal momento che tu non potrai avere coscienza né d’essere dimenticato né d’essere ricordato.

Che senso ha parlare di leggi da rispettare, di doveri da compiere a uno che sta per morire? E quindi in generale che senso ha per l’uomo che vive per morire?

Tra uomini che vivono per morire non è possibile nessuna convivenza perché non ha senso nessuna regola di convivenza. Non c’è alcun motivo che impedisca all’uomo di essere Caino, di vivere sfogando in assoluta libertà i propri istinti.

Interviene allora la religione a definire giusti e positivi i comportamenti che permettono la convivenza. Attribuisce dei premi e dei castighi e valuta i comportamenti in funzione di questi premi e di questi castighi.

Ma è una invenzione! Uno schema logico che l’uomo s’è dato per dare una logica ad una esistenza che non ha alcuna logica, per superare la drammatica coscienza di questa mancanza di senso logico.

A meno che non ci sia una terza soluzione: l’immortalità dell’uomo non è una invenzione delle religioni, ma è il modo di essere della natura umana, immortale dopo una permanenza momentanea in un corpo mortale. Le religioni non hanno inventato questo dato dell’immortalità. Al contrario l’hanno strumentalizzato come mezzo di potere, strumento in mano ad alcuni uomini per avere il controllo ed il dominio su altri.

E’ questa la tesi che vorrei poter dimostrare. Almeno a me stesso.

Nell’Eden l’uomo appena avverte la presenza di Dio, si rende conto della sua condizione mortale. Il primo atto di Dio nei confronti dell’uomo è infatti la pronuncia della sua condanna a morte. Non tocchi dell’albero della vita! Perché? Perché l’uomo ha disubbidito a Dio mangiando dall’albero delle conoscenza del bene e del male. Dalla disubbidienza a Dio deriva la morte.

Se così fosse, non deriverebbe certo dal fatto che Dio s’è arrabbiato con l’uomo. Dio non può arrabbiarsi e tanto meno avere una reazione vendicativa nei confronti dell’uomo.

La disubbidienza è in relazione con l’uomo, è nella pretesa di poter ricondurre tutto sul piano della conoscenza legata alla ragione umana. L’uomo sa. Sa che cosa è bene e che cosa è male. L’uomo sa, o crede di sapere, tutto. Ma se assume come metro e strumento del suo sapere la sua ragione, questa non riesce a darsi risposte proprio sulla questione ultima. La pretesa di saper tutto, diventa scoperta della propria finitezza e quindi della propria nullità.

Nel mito dell’Eden forse c’è la chiave. La ragione porta a sentire i passi di Dio e ad avvertire il non senso dell’esistenza. Non poteva essere diversamente! Ciò che esiste non può afferrare il senso del proprio esistere, può solo avvertirne i limiti e quindi la finitezza. La ragione dell’uomo mortale non può evidentemente concepire l’immortalità.

L’uomo può concepire l’immortalità solo se in lui c’è qualcosa di immortale, allo stesso modo l’uomo può concepire l’esistenza di Dio solo se in lui c’è qualcosa che attiene a questa esistenza.

Per questo la intuizione del filosofo Jeshù è stata appunto che l’uomo ha in sé una relazione con Dio (con una immagine, ne è figlio), per questa relazione si pone nella dimensione dell’immortalità.

 

 

 

 

 

Cap. 31

La resurrezione non è la prova di Dio.

Non sono un esperto per immaginare di poter entrare nel dibattito aperto da Emanuele Severino con l’Elzeviro del 30 luglio scorso intitolato "la resurrezione non è la prova di Dio", sono soltanto uno che s’interessa dei temi affrontati nell’elzeviro perché tra di essi si dovrebbero trovare le risposte alle domande sul senso della vita e della morte. Risposte che, evidentemente, dovrebbero interessare a tutti gli uomini e non solo ai filosofi.

Da ricercatore quindi, vorrei dire che non mi piace il tema venga posto nei termini dell’economia della salvezza. Non mi va di pensare ci sia un dare dovuto ad Adamo pareggiato con l’avere legato alla morte di Cristo e quindi esterno e comunque estraneo al mio essere. Dovrei credere proprio perché è assurdo, credo quia absurdum, ma se accettassi questa impostazione tanto varrebbe che rinunciassi a cercare. Potrei fermarmi ed attendere la fede, ma la fede, si sa, non dipende da me: è il risultato d’un Dio che cerca l’uomo non d’un uomo che cerca Dio. Ma in attesa d’essere cercato e trovato da Dio l’uomo cosa può fare? Credo sia un dovere esistenziale quello di cercare, pur con il rischio di non trovare, di dovere ammettere alla fine che quaesivi et non inveni.

Ma certamente non partendo dalla resurrezione, perché questa è connessa con la fede. Come dice Paolo se Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra fede. Se non dovesse essere un atto di fede ci si potrebbe anche chiedere: risorto come? Cosa significa il termine risorto se i due discepoli di Emmaus non lo riconoscono, e Tommaso per credere vuol toccare la ferita nel costato. Come se trovandomi davanti a mio padre redivivo, per riconoscerlo, gli chiedessi di mostrarmi le cicatrici delle ferite di guerra.

Al di là dei dettagli della ricostruzione storica, fermandoci alla resurrezione mi sembra che ci facciamo fuorviare da Paolo che da fariseo credeva nelle resurrezione di corpi, e che alla luce di questa sua precedente convinzione reinterpreta il messaggio di Cristo. Ma Paolo è uno che resta folgorato sulla strada per Damasco e poi se ne va a predicare il suo cristianesimo e solo dopo tre anni sente le necessità di venire a Gerusalemme a confrontarsi con quelli che avevano vissuto con il Cristo e che quindi sapevano che cosa aveva veramente detto. A Paolo evidentemente non interessava che cosa aveva detto, ma soltanto il fatto che si potesse dire che era risorto, a conferma della sua fede nella resurrezione.

A me, a noi, prima del sapere se sia risorto a meno, pare logico comunque andare prima da quelli di Gerusalemme per capire se in quello che ha detto in vita c’è una chiave che serva ad aprire nuove risposte alle nostre domande, una chiave da potersi utilizzare indipendentemente dalla fede.

Scopriamo così che la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù (della sua venuta al mondo, non della sua morte!). Scopriamo che la verità che ci rende liberi è che Dio ha fatto un dono agli uomini "di diventare figli di Dio", che Dio ha mandato il figlio perché chi crede in lui, (in ciò che dice, non nella sua morte e resurrezione !), "non muoia ma abbia la vita eterna". L’intuizione dell’uomo storico Gesù, quale si ricava dai Vangeli, è quindi quella d’una divinità dell’uomo (figlio di Dio), presupposto perché sia credibile la possibilità per l’uomo della vita eterna. La rivelazione quindi d’una spiritualità dell’uomo che resta nell’eternità, dopo una esperienza momentanea nel tempo attraverso il corpo. Esseri immortali in un corpo mortale. Un concetto al quale si può credere o non credere, ma che ha comunque una sua logica, una sua razionalità. Non è assurdo!

Con questo, come dice anche Perangelo Sequeri, intervenendo nel dibattito, forse si mette a rischio ogni religione, ma non certo, a mio avviso, "ogni umanesimo", che anzi, al contrario, si giunge alla piena affermazione dell’uomo e della sua libertà. La messa a rischio delle religioni è d’altra parte un altro dei messaggi forti che riportano quelli di Gerusalemme (prima della rielaborazione di Paolo) quando ricordano le parole rivolte alla samaritana: viene un’ora, anzi è già venuta in cui l’adorazione di Dio non sarà più legata a questo monte o a Gerusalemme, l’ora in cui gli uomini adoreranno il Padre guidati dallo spirito e dalla verità di Dio.

C’è uno spazio quindi, al di qua della fede e al di qua delle religioni per un "uomo figlio di Dio" che meriterebbe di essere ancor più indagato ed approfondito. In termini volutamente forse troppo elementari, da catechesi, è ciò che anch’io ho cercato di fare nel libro che ho pubblicato, per le edizioni Segno con lo pseudonimo di Diver Dalce e che ho intitolato appunto "Io, figlio di Dio".

 

 

 

 

 

Cap. 32

Jonas

 

Anche una intuizione che crediamo assolutamente nostra, è sempre il risultato di ciò che abbiamo letto, delle esperienze che abbiamo vissuto. Alla ricerca dei terreni sui quali poteva essere spuntata l’idea che Dio è il vuoto, mi sono ripreso il saggio “Il Concetto di Dio dopo Auschwitz di Hans Jionas. In qualche modo l’idea mi era nata come risposta alla domanda  “Dove era Dio ad Auschwitz. La stessa domanda che si pone Jonas e quindi era logico pensare che quella lettura avesse influito sul mio pensiero.

Per darsi una spiegazione dell’ingiustizia in un universo voluto e guidato da un Dio giusto,  il filosofo ebreo introduce il concetto di una sorta di autolimitazione di Dio che si ritira dallo spazio lasciato all’uomo, consentendogli di esercitare la propria  libertà come autonomo potere di decisione anche nei confronti del proprio creatore.

La mia risposta si richiama alla sua ma credo sia più esauriente. Dio e il mondo coesistono, perché coesiste l’essere e il divenire. Il divenire non è un autolimitazione dell’essere,,ma un modo diverso di proporsi dell’essere. Severino afferma (27.12.02) che l’esistenza del divenire implica necessariamente l’inesistenza di ogni Dio eterno. Non vedo la consequenzialità. Nel mito dell’Eden l’Essere decise di realizzarsi anche nel Divenire. Che il Divenire sia coeterno con l’Essere o che abbia avuto una origine e che quindi possa avere una fine, è secondario, almeno ai fini del nostro ragionamento. In questo momento l’Essere e il divenire coesistono.

In quale rapporto tra loro? Il Divenire è una successione di momenti che tendono all’Essere. L’Essere quindi esercita una attrazione (amore?) sul divenire. L’equilibrio si ha con gli atomi di idrogeno ed ossigeno alla pari. La situazione squilibrata dei due atomi di idrogeno contro l’uno di ossigeno è per ciò stesso provvisoria, tende alla situazione di equilibrio. L’acqua tende a trasformarsi in aria.

Il problema è che il Divenire può esistere e reggersi soltanto su un principio diverso rispetto a quello dell’Essere  Il principio del Divenire è l’avere, il principio dell’essere è l’essere.

L’esistenza dei due principi ha sviluppato una discussione infinita sui due principi contrapposti del Bene e del Male. Ma non c’è contraddizione. Il Divenire si è potuto sviluppare soltanto sul principio che lo rende possibile, l’avere, che non è contrapposto ma soltanto diverso rispetto all’essere. Il principio del divenire è l’avere, l’essere non diviene ma è soltanto, mentre l’avere tende a tornare all’essere.

La necessità di avere è la molla che determina il divenire del mondo, l’evoluzione dell’umanità. Se Caino ed Abele avessero potuto immaginare una composizione pacifica della loro vertenza, Caino non avrebbe avuto lo stimolo a studiare come appuntire la selce per renderla più adatta ad uccidere Abele. Da qui tutta la storia dell’umanità si sviluppa in stretta connessione con la storia dell’evoluzione delle armi e dell’arte della guerra.

Già Eraclito aveva avuto questa intuizione ed aveva affermato che se la discordia sparisse dal mondo finirebbe il mondo perché la guerra di tutte le cose è madre, di tutte la regina.

Perché ci si dovrebbe scandalizzare se il divenire ha in sé il principio del divenire?

L’uomo sente la contraddizione perché partecipa allo stesso tempo del principio dell’Essere e di quello dell’Avere. L’uomo è drammaticamente teso tra l’essere e l’avere. Come animale sente il richiamo dell’avere e quindi è portato all’accumulazione e attraverso il potere all’affermazione della propria individualità. Dal giorno della mela nell’Eden, è riuscito ad ottenere anche la coscienza di esistere, ed avverte l’inutilità dell’avere in rapporto all’esistere.

 Io sono ed io ho un corpo. Io sono lo stesso a sei anni come a sessanta, il mio corpo  invece si è trasformato ed è diventato qualcosa di profondamente diverso. Io ho un corpo e quindi ho uno spazio ed un tempo, sono nella dimensione del divenire. Allo stesso tempo io sono, sento di esistere indipendentemente dal corpo e dalle sue caratteristiche.

L’uomo partecipa quindi come animale alla dimensione del divenire, in quanto cosciente della propria esistenza partecipa (figlio di Dio?) della dimensione dell’esistere, che è la dimensione dell’immortalità e di Dio.

Non può rinunciare ad essere uomo non può non proporsi di essere Dio.

 Non può non essere homo homini lupus, non può non sentirsi figlio di Dio. Come uomo non può non esercitare la ferocia insita nel suo divenire, come Dio non può non sentire il raccapriccio per tanta ferocia.

Alcuni uomini potranno far prevalere il senso dell’esistere su quello dell’avere, potranno predicare in questo senso, potranno immaginare un mondo nel quale l’uomo è riuscito a superare la stupidità dell’avere. Ma è utopia. Ha ragione Eraclito: finirebbe il mondo. Per l’umanità ci saranno ancora altre Auschwitz, ancora peggiori perché l’uomo perfeziona gli strumenti della propria crudeltà e perfeziona lo stesso sentimento della crudeltà. La via d’uscita è possibile soltanto sul piano individuale, ci potrà essere una umanità nella quale la maggioranza degli uomini si riconosce sul piano dell’avere oppure una nella quale si riconosce sul piano dell’essere. È  questo il risultato dello sviluppo della cultura, della civiltà.

È questa la missione degli uomini di cultura.

 

 

 

 

 

 

 

Cap. 33

La nave.

In una precedente riflessione ho paragonato l’umanità ad un treno i cui passeggeri non conoscono la destinazione. Mi torna ora lo stesso concetto nell’immagine di una nave. C’è una nave che va, in mezzo all’oceano. Attorno c’è solo acqua, ma nessuno è mai sceso dalla nave e nessuno sa neppure che cosa sia veramente l’acqua, cosa sia e dove finisca l’oceano. Sulla nave sono tutti impegnati in mille incombenze. Passano così il tempo senza doversi porre la domanda su dove stia andando la nave, sul perché vi siano saliti.  Dovrebbero porsi la domanda, perché c’è un ricambio continuo di passeggeri. Come ad un segnale, prima gli uni poi gli altri in un ordine assolutamente casuale si avvicinano al bordo della nave e si lasciano andare come attratti dall’acqua e sprofondano nell’oceano.

     Cosa ne è di loro? Diventano null’altro che pasto per i pesci, o in qualche modo si trasformano per continuare a vivere nella dimensione dell’acqua?

 

 

 

 

 

 

 

Cap. 34

Dove era Dio ad Auschwitz?

Mentre pensavo a Severino che nega la possibilità d’una coesistenza tra l’essere e il divenire, m’è venuto casualmente di leggere del pesce che non riconosce il mare. Ma che cosa è il mare? Chiede. "Una cosa bellissima" gli risponde il pescatore, "enorme e senza fine". "Ma dove è?". "Ci sei dentro , risponde il pescatore. "Ma dove? attorno a me non vedo altro che acqua.

Il pesce dell’aneddoto non riesce a pensare al mare pur vivendoci dentro. Così l’uomo che vive nel divenire non riesce (o non può) concepire l’essere che ricomprende il divenire.

Con l’affermazione Dio è il vuoto ho voluto riferirmi al fatto che lo dobbiamo pensare come la negazione (il vuoto) di tutto ciò che esiste per noi. Il nulla quindi? No, già Platone introduceva il concetto di diverso. Dio è la diversità rispetto a tutto ciò che io considero esistente. Per me infatti, nell’ottica di uomo, esiste ciò che diviene. Mi è impossibile pensare che possa esistere qualcosa che non diviene. Il fatto che non lo possa concepire non ne esclude l’esistenza. E come il pesce non riesco a concepirlo pur essendoci in mezzo, pur essendone parte.

Perché l’essere e il divenire coesistono. Dio non si è ritirato o autolimitato per lasciar posto al divenire come dice Jonas, l’Essere si realizza in infinite modalità del divenire.

Ma tutto questo cosa c’entra con la domanda che m’ero posta all’inizio, Questo ragionare come mi aiuta a rispondere alla domanda dove era Dio ad Auschwit?

Dio era lì nel divenire di Auschwitz.

Dio era lì impassibile rispetto alla barbarie, perché, come ho già scritto, la barbarie è il principio che consente l’evoluzione del divenire. Non è un principio né giusto né ingiusto, ma soltanto necessario perché ci possa essere l’evoluzione, il divenire dell’umanità.

Ma se un uomo sente la ripugnanza di fronte a questi massacri, come può restare indifferente Dio.

L’uomo sente la ripugnanza perché sente il contrasto con il desiderio di giustizia che porta in se come nostalgia della perfezione dell’essere. Nell’uomo, animale crudele che diviene, ed allo stesso tempo coscienza della perfezione dell’esistere, si ingenera il contrasto drammatico e la sofferenza. Dio è invece, evidentemente indifferente rispetto alle regole del divenire, ma questo non mette in discussione la Giustizia dell’Essere.

L’Essere è la bellezza dell’oceano, nel quale si muove maestosa una balena. Non c’è nulla di maestoso, direbbe il divenire del piccolo pesce, in un animale così feroce che vive dell’olocausto quotidiano di migliaia di pesci. Lo direbbe se avesse la coscienza di esistere che è propria dell’uomo. Coscienza di far parte dell’Esistenza, e quindi coscienza dei valori che sono propri dell’esistere, così diversi rispetto ai principi attraverso i quali si muove il divenire.

La sofferenza dell’uomo è legata all’utopia di pensare che nel divenire possano affermarsi i valori dell’essere. Ma il divenire non può coincidere con l’Essere. Ci può essere un divenire più o meno vicino ai principi dell’Essere. Far sì che ci si avvicini sempre più, ho già detto, dovrebbe essere il compito della cultura.

Mi è stato obiettato che anche questa è utopia. Non se pensiamo all’intellettuale come alla persona che sviluppa in se una sempre più profonda coscienza dell’esistere, evitando da un lato le fughe nelle mitologie delle religioni e dall’altro di fare il pesce che nega l’esistenza del mare.

 

 

 

 

 

 

 

 

Cap. 35

Emozioni.

Essere immortale è cosa da poco: tranne l’uomo, tutte le creature lo sono, giacchè ignorano la morte; la cosa divina, terribile, incomprensibile, è sapersi immortali. (Jorge Luis Borges).

     Con il suo paradosso Borges ci riporta ancora una volta nell’Eden. L’uomo nella sua evoluzione giunge alla conoscenza degli opposti: il bene il male, il positivo ed il negativo, bianco e nero, vivo e morto. Scopre la morte, scoprendosi vivo. Allo stesso tempo vorrebbe sapersi immortale ma Dio glielo impedisce. Si presenta per la prima volta Dio con i suoi passi e si qualifica come chi gli impedisce l’immortalità. Ma non può essere il vero Dio, è il Dio delle religioni.

     Continua Borges: nonostante le religioni la convinzione di essere immortali è rarissima, si professa l’immortalità ma la venerazione che si tributa al primo dei due secoli prova che si crede solo in esso, e infatti si destinano tutti gli altri, in numero infinito, a premiarlo o a punirlo.

     Il Dio delle religioni  è  quello della morte dell’uomo. Non potrebbe essere diversamente perché sul ricatto della morte, e sulla promessa del suo riscatto si fondano le religioni. Il Dio dell’immortalità non ha bisogno di mediatori, di Mosè che interpretino la legge, è già nella coscienza d’ogni uomo come nostalgia per un Padre dal quale si è perso il contatto con la nascita, che si ritroverà nell’immortalità della morte.

     Non è una mia interpretazione o una mia intuizione ma è quella del filosofo Jeshù, duemila anni orsono sulle strade della Palestina. Basta sfrondare il Vangelo di tutto quanto la religione vi ha ammassato nei secoli, per ritrovare questo concetto divino e terribile.

     Il fatto è che ogni nostro ragionamento, ha ragione Borges, si ferma all’orizzonte del secolo della mortalità e con ciò che esiste all’interno di questo orizzonte si vorrebbe immaginare e costruire l’orizzonte dell’immortalità. Ma è evidentemente una operazione impossibile. L’immortalità, come Dio, è il vuoto di umanità. Non può essere ricompresa da una ragione mortale. Il diverso dal mortale non può essere pensato dal mortale. Ma può essere intuito? E soprattutto in che rapporto si colloca il mortale con l’immortale? C’è comunque qualcosa che valga la pena di fare nel primo dei secoli perché se ne abbia vantaggio negli altri secoli?

     Forse sì. A me almeno pare di sì: possiamo sviluppare attraverso i sensi quel modo di essere che ci caratterizzerà anche quando non avremo più i sensi. Ma se non riusciamo ad immaginare come saremo negli altri secoli, come possiamo sapere cosa ci può risultare utile? Come possiamo sapere cosa è opportuno fare nel secolo dei viventi per migliorare il nostro modo di essere nell’eternità degli immortali?

     E’ evidente che nulla di ciò che riguarda l’avere del corpo, può interessare l’immortalità. Posso allora pensare di sviluppare la mia capacità di sentimento, pensando che questa capacità resti a caratterizzare la mia individualità oltre il corpo? Potrebbe essere una idea, se non fosse che anche i sentimenti umani hanno a che fare con l’avere. I sentimenti della bellezza, dell’amore, ed ogni altro sentimento non sono mai disgiunti dall’idea di possesso. Di fronte ad un fiore il sentimento della sua bellezza s’unisce sempre al desiderio di coglierlo.

     Ma ancor prima del sentimento c’è l’emozione della bellezza di quel fiore. Nell’emozione io esco da me e vivo la bellezza del fiore. Nel vuoto di me, l’idea della bellezza, s’incontra con la bellezza del fiore e diventa l’emozione della bellezza.

     Nell’eternità delle idee, persiste l’idea di me, in relazione con le altre idee in un rapporto puro di emozione. L’uscire da me, superando anche il sentimento per ritrovarmi nell’emozione, è forse il modo di vivere il secolo per affinare la capacità di vivere le emozioni  per prepararmi al modo di essere dell’immortalità.

     E’ evidentemente solo una ipotesi! Ma dal momento che su questa ipotesi migliora anche il mio modo di vivere il secolo, migliora la prospettiva dell’umanità nel secolo, perché non pensarci?

 

 

 

 

 

 

 

 

Cap. 36

ANCORA SULLE EMOZIONI.

“Ma tu attribuisci al termine “emozioni” un significato che non gli è proprio”.

     Forse non è il significato invalso ormai nella lingua italiana ma credo sia il vero significato secondo l’etimologia del termine.  Emozioni da e-movere, cioè muovere, portare fuori. L’emozione che proviamo quando superando la nostra individualità, usciamo da noi per entrare in sintonia con il vuoto che è oltre noi. Quando m’illumino d’immenso di fronte ad uno spettacolo della natura, o più semplicemente quando entro in empatia con una persona.

     Ma non è che voglio dimostrare in qualche modo d’aver ragione né sul significato di emozione né su altro. Dovrei immaginare che esista una verità, e dovrei convincermi d’averla raggiunta. Esiste la verità, come la giustizia, ma nella dimensione dell’esistere eterno, in quello che per noi oggi, elementi del divenire, è il vuoto. Riusciamo a volte a cogliere l’emozione della verità, della giustizia, ma poi viviamo il divenire verso la verità e la giustizia. Verità e giustizia che divengono e quindi che si trasformano, sì da farci ritenere che non esistano.

     Esistono invece e la nostra aspirazione ne è la conferma, ma esistono nella dimensione dell’eternità non in quella del divenire.

     Ho già detto di pensare che nel mito dell’Eden si nasconda la verità sull’uomo. Ma forse anche questo mito è stato stravolto, adattato da Mosè alle esigenze della  sua costruzione religiosa.

     Eva voleva prendere la mela dall’albero della conoscenza, ed il serpente le diceva “Non farlo! La felicità è nel tuo corpo, nel rapporto del tuo corpo con la terra. (Per questo, tra gli animali possibili il mito sceglie il serpente:  l’animale che striscia in un contatto continuo con la terra). Non illuderti guardando in alto, alla mela, all’albero, al cielo… Ma Eva non lo stava a sentire. Insisteva, si ripeteva nello sforzo di raggiungere la mela, di rapportarsi con quel qualcosa  al di fuori di sé che le avrebbe consentito di migliorare il suo essere, di divenire in un processo di miglioramento continuo.  Perché il mito dell’Eden ha posto l’accento su una semplice  e piccola mela, su un frutto da mangiare? Si sarebbe potuto pensare almeno alla mela d’oro che si ritrova in tanti altri miti. Ma il senso profondo del nostro mito è che  lo sforzo di Eva non era finalizzato all’avere. La mela d’oro si ha. Una mela naturale invece o la  si mangia e diventa parte di te, oppure marcisce. La mela d’oro avrebbe potuto meglio rappresentare l’idea del possedere, dell’avere, la mela invece rappresenta l’idea dell’acquisire qualcosa per essere.

     La storia dell’umanità è una storia determinata dal principio dell’avere, la storia d’ogni singolo uomo, dalla nascita all’individualità fino all’immortalità, dal principio della conoscenza dell’essere. Un percorso quello dell’uomo finalizzato ad imparare a vivere d’emozioni, per acquisire la capacità di vivere per l’eternità l’Emozione di Dio. Un percorso sofferto, come ho già avuto modo di dire, teso tra l’attrazione verso l’avere e il desiderio di essere, tra la speranza di essere per l’eternità e la prospettiva di perdersi nella realtà dell’avere.

     Ecco, l’ho detto! Dio è una emozione. L’emozione del finito che cammina sull’orlo dell’infinito, sull’orlo del Vuoto. Un vuoto che attira e che allo stesso tempo fa paura, nel quale il cuor si spaura come direbbe Leopardi di fronte al suo infinito. Dio non è un concetto, non è una idea. Dio nella realtà dell’infinito è il vuoto che non riusciamo ad immaginare e concepire. Dio nella realtà del divenire è l’emozione del Vuoto che l’uomo si porta  dentro, che riesce ad anticipare ogni volta che riesce ad uscire da sé ed immedesimarsi nel vuoto che lo circonda sentendosi grande di fronte allo spettacolo della natura, sentendosi grande nella capacità di darsi ai fratelli.

 

 

 

 

 

 

 

 

CONCLUSIONE.

Dalla reinterpretazione del mito dell’Eden con la mela che si mangia, all’affermazione di Jeshù per cui “chi non mangia la mia carne e beve il mio sangue, non avrà la vita eterna, il collegamento è automatico e d’obbligo.  Nel Vecchio testamento la mela era soltanto un simbolo della conoscenza dell’infinito, nel Vangelo il riferimento diventa esplicito. La vita eterna è subordinata all’acquisizione della capacità di sentirsi di Dio.

     E’ un concetto che ho già sviluppato in altra parte, ma che ora può essere ripreso alla luce delle riflessioni su Dio è il vuoto. Non potrà volare chi non acquisirà la convinzione di poter volare!

     A me pare sia questa l’intuizione di fondo di Jeshù. Non c’è una relazione tra il tuo comportamento nel tempo del divenire, e il tuo modo di essere nell’eternità dell’immortalità. E’ una relazione questa che è stata introdotta da tutte le religioni quando si sono costituite come strumento per condizionare l’uomo. L’unica relazione vera è quella che nasce dalla tua convinzione che esista il vuoto nel quale tu potrai volare e quella conseguente che è importante  tu impari a volare nel vuoto dei fratelli.

     Ama il Vuoto ed ama il vuoto nei tuoi fratelli.

       Si riassume in questa frase tutto il Vangelo. Tutto il resto può essere buttato. E’ assolutamente irrilevante e soprattutto è fuorviante perché ci fa perdere il focus della intuizione o della rivelazione di Jeshù.

     Che sia nato a Nazareth o a Betlemme, che sia morto in croce oppure no, che abbia o no raccontato tante parabole, che abbia o no fatto tanti miracoli è perfettamente irrilevante. E’ irrilevante addirittura che sia esistito. Sta di fatto che in quei tempi (cento anni prima o cento anni dopo non fa alcuna differenza), attraverso l’intuizione di una o più persone si è sviluppata nel mondo la convinzione che questo dovesse essere il rapporto tra il vuoto e il divenire.

     E’una intuizione che ci consente di rovesciare la prospettiva.

     Qualcuno obietterà che non è dimostrabile. Certo! Ma non è neppure falsificabile. Se il bruco avesse coscienza d’essere destinato a diventare farfalla ed a volare, non danneggerebbe per nulla il suo essere bruco. Se anche non fosse vero, gli converrebbe comunque pensare di poter diventare farfalla. Se invece fosse vero, come è, e non ci avesse mai pensato si sarebbe soltanto stupidamente precluso la opportunità di ravvivare la sua vita di bruco con la speranza di diventare farfalla.

    

Ero venuto a quello che ho chiamato il mio eremo, con pochi libri e tanta voglia di pensare. Sono arrivato a concludere che i libri erano comunque troppi perché la verità è rinchiusa in una frase soltanto. Ho infine concluso che l’unica riflessione che ha senso è quella di riflettersi su se stessi per vivere quella frase.

     Qualcuno obietterà che ho sprecato invano quindici giorni. Può essere…

     Dimenticavo. Nei quindici giorni ho scritto anche un epitaffio per la tomba di Biagio. Tutti quelli che andranno a leggere sulla sua tomba si sentiranno dire:

     “Sono nell’infinito del tuo pensiero”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Postfazione.

A questo punto penso che il lettore pretenda una spiegazione. Nell’introduzione ha letto dell’intenzione di costruire un romanzo in forma di epistolario a se stesso, avendo come traccia le Lettres de mon moulin di Alphonse Daudet. Ha potuto seguire con una dovizia di particolari inutili la costruzione della scena nella quale si sarebbe sviluppato il romanzo. Gli è stato anche anticipato il titolo del romanzo “Lettere a me stesso” che tuttavia non corrisponde al titolo del libro che ha tra le mani e che ha iniziato a leggere.

Non era mai capitato di leggere  l’introduzione ad un libro che non è quello che si sta leggendo! Eppure è andata proprio così. Avevo in testa di scrivere un libro ma in corso d’opera il libro ha preso il sopravvento sull’autore e si è, in un certo senso, scritto da sé.

Si perché un giorno mentre continuavo a cercare risposte, riflettendo sul Vangelo, m’è scoppiata dentro una idea.

 “Dio è il vuoto!”, mi sono detto. Non so come abbia potuto svilupparsi in me una idea del genere. Era senz’altro una idea balzana uscita dalla mente del super-io. Ed all’inizio ne risi anch’io. Ma più cercavo di convincermi che l’idea era balzana e più l’idea si radicava in me, si sviluppava costringendomi ad approfondire le implicazioni che derivavano da una idea così radicalmente nuova, almeno per me.

Ho dovuto quindi lasciar perdere l’impianto su cui m’ero messo a scrivere, lasciar perdere l’idea delle lettere a me stesso. Il super io a cui avrei voluto scrivere, con un colpo di mano, aveva preso in mano la situazione. Era lui ora che dettava, e l’io era costretto a scrivere, come un dattilografo obbligato a scrivere concetti che non condivide, a riportare idee delle quali non riesce neppure ad afferrare appieno il senso.

Così è nato questo libro. Doveva essere un gioco tra l’io e il super io, ma ad un certo punto qualcuno ha preso la mia mano ed ha cominciato a scrivere. Io gli ho solo prestato la mia capacità di battere i tasti del computer in modo da far uscire delle parole, delle frasi con una forma logica, senza poter controllare la logica del contenuto.

Alla fine sono andato anche a ricercare se qualcuno aveva già parlato di Dio come vuoto. Ho incontrato Blaise Pascal con l’affermazione che “nel cuore d’ogni uomo c’è un vuoto che ha la forma di Dio” ma soprattutto ho incontrato Meister Eckart, con il quale già altre volte avevo potuto verificare delle coincidenze con il mio pensiero: anche lui dice che essere vuoto di ogni creatura è essere pieno di Dio.

 

 

Introduzione

 

A volte mi succede di sentirmi sdoppiato. Non credo sia qualcosa che riguarda solo me stesso. Penso sia una sensazione che interessa un po’ tutti. Anche se non è qualcosa di originale, confesso che a volte la cosa mi impressiona. Mi sento sdoppiato tra ciò che sono, tra ciò che ho accettato di essere, e/o subìto di diventare, e ciò che avrei potuto essere e/o immaginato di poter diventare se avessi potuto, e potessi, vivere in modo assoluto secondo le mie aspirazioni, senza condizionamenti esterni.

Sdoppiato, ma non solo in senso metaforico, come modo di dire, ma proprio come modo di essere, in senso fisico, al punto di vedere e sentire quello che avrei voluto o potuto essere, come un altro da me. L’io delle mie aspirazioni quello che sarei potuto diventare se avessi potuto vivere secondo le mie inclinazioni, senza condizionamenti esterni, è ad ogni effetto una persona con la quale convivo, intrattengo dei rapporti, sviluppo dei confronti e dei ragionamenti.

O meglio, il più delle volte m’arrabbio. Si, perché non gli va mai bene niente. A suo dire io avrei potuto diventare uno scrittore, un poeta, uno scienziato, un filosofo e che so altro…Comunque qualcosa d’altro e di completamente diverso rispetto a ciò che sono. Che questo sia vero, che in teoria potrei essere stato nella vita una persona diversa da quella che oggi viene associata al mio nome, è quasi scontato, e quindi la cosa non dovrebbe disturbarmi.  Ciò che mi da fastidio di quell’altro è il fatto di averlo sempre d’attorno. Lo sento con il fiato sospeso sopra ogni cosa che decido di fare come un punto di riferimento che mi condiziona continuamente obbligandomi a  considerare l’insufficienza di quello che sto facendo.

 Lui mi ha sempre giudicato con sufficienza, lui si sarebbe in ogni circostanza comportato meglio, lui avrebbe saputo affrontare meglio ogni situazione.

Sui fatti d’ogni giorno  la cosa può anche dar fastidio. Che quando non ti riesce di piantare un chiodo ci sia qualcuno d’attorno che ti prende in giro perché non sai piantare un chiodo, non è cosa piacevole. Ma in fondo non c’è nulla di male se qualcuno constata che in effetti il chiodo non è piantato.

Ciò che mi dà più fastidio è la contestazione sulle scelte di fondo, sui principi. Avrei potuto vivere alla giornata, sorbendomi le sua risate di scherno per ogni chiodo non piantato. E invece ho voluto vivere secondo dei principi. E questi non accetto che vengano messi in discussione. Che non sappia appendere il quadro alla parete, posso accettarlo, ma non posso accettare si metta in discussione l’esistenza della parete che ho assunto come punto di riferimento.

Alla fine mi sono stancato e ho deciso di metterlo alla prova.

 Volevo riprendere i ragionamenti su ciò che sono, sul senso profondo della vita, e mi è parso intelligente affrontarli dal suo punto di vista. Sarei andato in vacanza con lui, lasciando a casa l’io condizionato dal quotidiano, e lo avrei sfidato a dimostrarmi di che cosa fosse capace, dove avrebbe saputo arrivare,  a quali conclusioni avrebbe saputo portarmi.

E’ facile dire che avrei potuto diventare un filosofo! Ecco, gli davo la possibilità di dimostrarmi, che razza di filosofo sarei potuto diventare.

Dovevo quindi trovare un posto fuori dal mondo, per consentirgli di liberarsi, per essere sé stesso senza condizionamenti. Un eremo avrebbe potuto fare al caso, o comunque una cella in un convento di clausura. Mentre cercavo in internet una offerta che facesse al mio caso, mi ricordai che in effetti ero proprietario d’un rustico che aveva tutte le caratteristiche d’un eremo. Sulla montagna, lontano dal paese,  prima di morire mio padre aveva voluto rendere abitabile un edificio che in passato era servito come ricovero per gli animali.

Non so perché l’avesse fatto. Sapeva che dopo di lui nessuno l’avrebbe utilizzato. Eppure ci si era messo con un impegno particolare. Quella costruzione era diventata l’obiettivo degli ultimi anni della sua vita. E l’obiettivo è valido in sé, mi diceva,  per noi stessi, non per l’uso o il non uso che si farà della cosa realizzata.

 

Erano almeno trent’anni che m’ero allontanato dalla montagna della mia infanzia. C’ero tornato alle volte in quegli anni, ma sempre in fretta finchè era vivo mio padre, impegnato appunto alla ristrutturazione del rustico

“Perché lo fai”, gli chiedevo.

“Per avere qualcosa da fare”.

Non era una risposta, o era una qualsiasi delle risposte che si danno quando non si vuole rispondere. In effetti con mio padre non aveva mai avuto grandi colloqui. Forse anche questo era una conseguenza dell’altro io che mi assillava con la sua presenza. In tre è sempre difficile parlare. Il terzo s’inserisce sempre nel colloquio degli altri due e lo impedisce: Io avevo già un partner per i miei colloqui, un terzo avrebbe soltanto costituito una inutile complicazione. Così, perché non ne sentivo il bisogno, m’ero allontanato dai miei genitori, poi dagli amici ed anche dal paese

C’ero tornato in eguito altre volte a vedere quella costruzione, come si torna al cimitero per uno sguardo ed un pensiero, incerti tra il nonsenso d’una visita ad un luogo morto, e la convinzione che anche le cose morte possono alimentare qualcosa di vivo in noi. C’ero tornato come se quello fosse veramente il cimitero con la tomba dei miei, come se quell’edificio fosse una tomba

Il rustico era destinato a ridursi ad un cumulo di macerie, come tanti altri sulla montagna. Erano cambiate le condizioni economiche che avevano portato a coltivare quei prati, che avevano portato a costruire quegli stavoli per raccogliere il fieno. Si vedeva che erano stati costruiti con una estrema perizia ed una grande passione. Nella maggior parte dei casi il tetto era crollato, perché era marcito i legno delle travi, ma i muri resistevano, soprattutto agli angoli. Le grandi pietre squadrate e scalpellate come se avessero dovuto diventare gli elementi di un monumento, si incrociavano agli angoli, come dita strette in uno sforzo supremo per resistere al tempo.

Forse mio padre sentiva proprio il fascino di questo tentativo di opporsi all’ineluttabilità del tempo. L’avevano sentito prima di lui quelli che a costo di tanti sforzi e sacrifici avevano realizzato la costruzione, ed egli si sentiva unito a loro, aveva preso da loro il testimone per la sfida contro il tempo.

“Non vale la pena. Non c’è ormai nessuno che possa utilizzarlo”, gli continuavo a ripetere.

“Non si sa. E poi le cose le dobbiamo far per noi, per il nostro piacere. Non per chi viene dopo di noi.”

Pareva volesse assolvermi in anticipo per quanto poco avrei saputo apprezzare ed utilizzare il frutto delle sue fatiche. Ma, a differenza di lui, io provavo fastidio proprio per le cose che sarebbero rimaste dopo di me. Avrei voluto essere ricordato per ciò che avevo detto e pensato, non per ciò che avevo fatto. L’idea che qualcosa di me sarebbe rimasta dopo di me, mi dava fastidio invece che piacere, come se nel subconscio fossi convinto che in quel qualcosa potesse restare impigliato qualcosa di me. Qualcosa che mi avrebbe lacerato e mi avrebbe provocato soltanto sofferenza. E infine mi sembrava un vero nonsenso fare una cosa sapendo che non sarebbe servita a nessuno.

E invece ecco che l’opera di mio padre alla fine finiva per venirmi utile. Certo!  Sarebbe stato  il posto ideale nel quale portare in vacanza il mio super io, quello dei sogni, delle fantasie senza condizionamenti, e lì in quell’angolo fuori dal tempo e dallo spazio, perché in uno spazio ed in un tempo assolutamente originali, l’avrei lasciato libero di portare a termine la ricerca su tutti i perché dai quali ero tormentato, a partire dal perché di tutti i perché, il perché della vita e della morte.

 

Tutto questo contorto giro di parole vorrebbe spiegare perché sono finito a passare quindici giorni da solo, in una sorta di casolare, lontano da ogni paese, sulla montagna ove ho vissuto la mia infanzia.

Ma la verità sui motivi della mia scelta forse è un’altra, e non ha nulla a che vedere con mio padre o con il rapporto tra il mio io ed il mio super io. Più semplicemente infatti, sentivo la necessità di riprendere la ricerca sul senso della vita, dove l’avevo lasciata con i miei primi appunti pubblicati con il titolo “Io, figlio di Dio”. Avevo chiuso quel lavoro dicendo che “avevo l’impressione di aver intravisto una strada nuova”, ora sentivo il dovere di provare a percorrerla.

L’idea che ho già anticipato, di incamminarmi soltanto con il proprio super io, lasciando a casa l’io del quotidiano potrebbe sembrare balzana e quantomeno necessita di una qualche spiegazione.

Quando dicevo all’inizio che mi sento sdoppiato, non mi riferivo tanto ad una contrapposizione di tipo freudiano tra io e super io e non intendo usare il termine super io in una accezione freudiana. Più che a Freud penso a S. Paolo quando scrivendo ai Corinzi distingue “un uomo esteriore che si va disfacendo mentre quello interiore si rinnova di giorno in giorno”.

L’uomo esteriore è l’io legato ai condizionamenti del corpo nella vita di ogni giorno, l’uomo interiore invece è il super-io che appunto si rinnova e cresce di giorno in giorno, assorbendo l’esperienza dell’io per poter vivere autonomamente quando nella morte del corpo si sarà “disfatto” completamente l’uomo esteriore.

L’uomo interiore cresce come un feto nel grembo della madre attraverso il sostegno sia fisico che psichico che gli viene dalla madre. Vivrà di vita autonoma solo quando la madre in uno sforzo estremo per partorirlo, morirà, liberandolo ad una nuova vita completamente diversa, rispetto a quella che aveva vissuto nel corpo della madre.

Io vorrei riuscire a liberarlo prima questo uomo interiore, o super io, per parlare con lui e farlo parlare senza la mediazione dell’io-madre. Vorrei, perchè sono convinto che sa, che conosce la vita a cui è chiamato fuori dal corpo della madre...

 

Tobia era il vecchio al quale avevo affidato le chiavi del rustico, alla morte di mio padre, perchè lo aprisse ogni tanto per farci passare un po’ d’aria. Presa la decisione lo chiamai al telefono chiedendogli  di farmelo trovare pulito e riempito di provviste.

“Ci avrei dovuto passare quindici giorni”, gli precisai.

“Ma che tipo di provviste?” insisteva preoccupato all’altro capo del  telefono.

“Fai tu. E’ per quindici giorni”, gli raccomandai di nuovo.

“Ma io non so i suoi gusti”.

“Fai tu. Mi adatterò”.

Con la preoccupazione della scelta delle provviste gli avevo di certo rovinato la gioia che avevo sentito nella sua voce alla notizia che finalmente sarei andato ad abitare per qualche giorno nel rustico.

“Ma veramente? Per quindici giorni?”

“Almeno!...”

 

Non so perchè m’ero prefissato in due settimane il tempo indispensabile e sufficiente, se non per arrivare a delle conclusioni, almeno per un avanzamento significativo nella mia ricerca.

Una vera ricerca tuttavia ha necessità di biblioteche, di confronti, ed io invece andavo a chiudermi da solo, portandomi al seguito soltanto quattro libri e dei quaderni di appunti. M’ero messo in borsa una edizione economica della Bibbia, il Vangelo di Giovanni commentato da Fabris, la mia precedente riflessione pubblicata con il titolo “Io figlio di Dio” e le “Lettres de mon moulin” di A. Daudet.

Era presunzione? No, era solo la convinzione che la ricerca dovevo farla dentro di me e non su quello che avevano detto gli altri, usando come traccia quello che aveva detto Cristo, che mi ripromettevo di estrapolare per intuizione, da quello che avevano scritto gli evangelisti, e soprattutto Giovanni.

Giovanni perchè come ho già detto mi pare dei quattro evangelisti quello più interessato a trasmettere il messaggio, piuttosto che i fatti e le azioni più o meno credibili della vita di Cristo.

E il libro di Alphonse Daudet?

In effetti non aveva nulla a che vedere con quello che mi ripromettevo di fare. Ma anche le decisioni senza senso hanno una loro motivazione e forse la scelta di quel libro nel mio subconscio doveva essere messa in relazione con la situazione che mi accingevo a vivere, e in qualche modo forse aveva addirittura qualcosa a che fare con la decisione che avevo assunto. Da quando sui banchi delle medie avevo usato quel libro per imparare i primi rudimenti del francese, mi era rimasto il desiderio di vivere l’esperienza dell’autore. Da ragazzi tutti ci immaginiamo di poter vivere la vita avventurosa di Robinson Crosuè, io già allora mi ponevo controcorrente e più modestamente mi immedesimavo nella non avventura di Daudet.

L’autore racconta di essersi ritirato in un vecchio mulino disabitato in Provenza, e prende così a raccontare con grande immediatezza e in un modo semplice e brillante al tempo stesso  episodi della vita che si svolgeva attorno al suo mulino nella campagna provenzale, fingendo di scrivere delle lettere  a degli amici. Per quelle casualità che paiono inspiegabili, mentre progettavo il ritiro sulle mie montagne, un amico mi aveva regalato una copia rilegata delle Lettres de mon moulin. Mi era  parso in qualche modo un segno del destino ed anch’io avevo  pensato che avrei potuto immaginare di inviare delle lettere dal mio eremo, raccontando non tanto quello che avrei visto attorno a me, quanto quello che avrei visto svilupparsi in me.

Ma a chi rivolgere queste lettere? Daudet pensa di mandarle a Parigi, e questo gli consente di enfatizzare la bellezza della vita in campagna a confronto con quella di città. Ma io a chi avrei potuto inviare il mio racconto interiore, se non a me stesso? In un primo momento l’idea mi era para una banalità, poi ho pensato che in fondo non era sbagliato che il mio uomo interiore in vacanza, scrivesse al mio uomo esteriore rimasto a casa. Sarebbe stato anche un modo interessante di confronto e di verifica.

E’ così che è nata l’idea d’un libro che avrei intitolato “Lettere a me stesso”, come seconda tappa dell’itinerario all’interno del mio esistere, iniziato con gli appunti “io, figlio di Dio”, per cercare di capire quale sia la sorgente del fiume della mia vita, e quale sia il mare nel quale andrà a sfociare.

 

Il mio eremo, come ho già detto, è stato ricavato riutilizzando una stalla. Al piano terra c’è una sorta di salone lungo e stretto. Su un lato è stato costruito un focolare secondo la tradizione carnica, circondato su tre lati da una panca con lo schienale molto alto. Davanti un tavolino e alcune poltrone completano l’angolo salotto. Dalla parte opposta alcuni mobili in stile rustico addossati alle pareti fanno da corona a un grande tavolo in legno massiccio: è l’angolo cucina-sala da pranzo. In mezzo, di fronte alla porta che si apre appunto al centro di una delle parete lunghe dell’edificio, a segnare lo spazio dell’ingresso, la scala in legno massiccio che porta al piano superiore. Dietro alla scala, contro il muro, a ricordare le funzioni originarie dell’edificio, era stato mantenuto un pezzo di mangiatoia, trasformata in dispensa.

Il piano superiore era stato suddiviso ricavando due ampie camere con un bagno centrale. Mi sono sistemato in quella che guarda ed est. Mi piace l’idea d’essere svegliato dai primi raggi del sole.

Non ho dovuto far nulla. C’era un grande letto matrimoniale in legno massiccio che, (mi tornò nel ricordo),  era il letto del nonno, ed un tavolo accostato alla finestra. Vi posai i miei quattro libri e pensai che ero pronto per partire.

Sì, ma per andare dove?

Alle gambe si può anche dire: “andiamo!” e quelle si mettono in moto. Ma la testa è un’altra cosa, non puoi dirle “pensa!” e sperare che quella ubbidisca e si metta a pensare, e tanto meno a pensare quello che vorresti tu in quel momento. La testa è come un mulo testardo che quando vuole lavora sodo, anche più del necessario, ma se non vuole, non c’è briglia o frusta che tenga. Non si muove e basta.

D’altra parte non sapevo neppure ancora da dove iniziare. Avrei dovuto prima farmi un minimo piano di lavoro, almeno una traccia. Tobia consegnandomi la chiave, aveva detto che sarebbe passato prima di sera a controllare se ero soddisfatto di come aveva preparato l’alloggio e delle provviste che aveva sistemato nella dispensa. Forse era anche il caso pensassi a come organizzarmi per la sopravvivenza. In fondo era la prima volta che mi trovavo a vivere solo, per giunta in una casa fuori dal mondo, senza neppure la corrente elettrica. Avrei potuto almeno controllare se funzionavano le lampade a gas.

Pensavo a queste cose, mentre provavo a sedermi al tavolo che sarebbe stato il mio tavolo da lavoro per tutti quei giorni, e fui preso dalla bellezza del paesaggio che si godeva dalla finestra. La valle si apriva come un enorme cesto ricoperto di verde dalle mille sfumature. Sentii questa visione entrarmi dentro come l’aria fresca di montagna che respiravo a pieni polmoni, ma non trovavo nessuna immagine se non quella banale del cesto per descrivere quelle sensazioni.

Mentre mi dispiacevo della mia poca immaginazione, il panorama che avevo davanti si trasformò. Le forme erano le stesse, ma il verde si era sciolto sostituito dai colori bruciati dell’autunno. Era una immagine che m’ero portato dentro tutta la vita. Non ricordavo come e quando, ma ero bambino nello stesso posto, ed ero rimasto incantato, ora come allora dal perdersi del bosco in mille sfumature di colore, nel succedersi degli anfratti delle insenature delle gibbosità del terreno. Che contrappunto ironico di colori! Era verde il paesaggio che ora si presentava ai miei occhi, mentre era bruciato dalla vita il paesaggio che mi portavo dentro. Al contrario era bruciato il paesaggio del ricordo, ma rimandava al verde entusiasmo d'una vita tutta da scoprire, sentita nell'euforia della sorpresa, quando la speranza rende ancora tutto possibile.

Quel paesaggio dai colori bruciati che mi portavo dall'infanzia, era riuscito come il germe della peste a conquistarsi tutto il corpo, a infettare ogni mia cellula, a infiltrarsi in ogni angolo del mio sentire. Come ora. Era sempre riuscito a sovrapporsi al verde che entrava dagli occhi, per confonderlo nei colori smorti del pessimismo, della nostalgia e del rimpianto.

In quei quindici giorni nell'eremo mi ripromettevo di trovare la chiave per far sì che il verde ritornasse al suo posto, che il paesaggio risplendesse nei colori del mezzogiorno, in modo che fosse più facile ritrovare le tracce dei sentieri, individuare un possibile percorso.

Tanto per cominciare, la mia ricerca s’era subito interrotta. M’ero addormentato con la testa posata sul tavolo...

 

 

CAP. 1

 

            Era stata una giornata molto calda. Per gustarmi il fresco della brezza della sera, mi ero messo sulla sedia a sdraio a guardare il tramonto. Nel mio quadro visivo campeggiava in primo piano sulla destra il grande abete, quasi a dare profondità al quadro del rincorrersi delle montagne sulle quali si scioglievano gli ultimi giochi di luce. Mentre l’aria attorno a me veniva penetrata dalle ombre della sera, l’ultimo orizzonte era ancora bordato d’un filo di luce. Lo guardavo fissamente cercando di cogliere il momento nel quale si sarebbe spento. Si spense invece nel sonno la mia coscienza e allora vidi il grande abete agitarsi come all’arrivo del temporale.

L’aria s’insinuava tra i pesanti rami e li agitava, l’uno più veloce l’altro meno, e nella diversità di movimento delle singole parti l’albero sembrava percorso da uno spasimo, preso da un fremito. Non era più un albero ma una massa informe di schiuma verde che qualcuno stava plasmando, come fosse argilla. Dalle mani del misterioso artista prese corpo una forma appena abbozzata che poi andò definendosi in dettagli sempre più precisi. Alla fine, un enorme Cristo in croce incombeva su di me come prima avvertivo l’incombere del grande abete quando m’era andato a sedere al suo riparo.

     L’albero mi riparava con la sua ombra e mi rassicurava con la solidità della sua mole imponente, il Cristo invece mi sovrastava come un gigantesca minaccia. Era esageratamente grande. Enorme. Immenso. Non un uomo, ma un gigante smisurato. Era forse questo il Dio del quale avevano avuto paura Adamo ed Eva nell’Eden, al solo sentire il rumore dei passi?

Mentre pensavo così, si definì ulteriormente e venne a fuoco il volto. Il gigante in croce, in contrasto con la dimensione del suo corpo, aveva i lineamenti del volto delicati, come quelli d’una giovane donna, e  un’espressione che ispirava fiducia. Aveva il sorriso rassicurante del Cristo che parla ai fanciulli, e mi parve naturale mi dovesse parlare. Mi sentii subito a mio agio e non provai nessun imbarazzo nel parlare per quella evidente sproporzione: lui così alto come l’alto abete, io così insignificante e impreparato a quel colloquio, disteso come ero sulla sedia a sdraio, con i calzoncini corti e la camicia tutta sbottonata.

     Perchè t’arrovelli? Nessuno s’era mai rivolto a me usando termini così ricercati. Gli avrei voluto dire che m’aveva colpito la proprietà del linguaggio. Ma oltre che per la forma era rimasto sorpreso dalla domanda in sé.

     Proprio tu mi fai una domanda del genere. Dovresti sapere che in qualche modo se sono qui, sono qui per cercarti.

     Veramente, se tu fossi sincero diresti che sei qui, come si suol dire, per cercare te stesso.

     Spero almeno tu mia dia conferma che cercarti e cercare me stesso sono la stessa cosa.

     Non rispose alla mia domanda implicita. Continuò invece a rimproverarmi per la mancanza di sincerità.

     Se tu fossi onesto con te stesso dovresti dire che mi vai cercando sperando di trovarmi senza la croce. In questo modo la tua non è una ricerca per trovare, ma piuttosto per fuggire, e sia da me che da te stesso, perchè la croce è ciò che mi caratterizza, come caratterizza anche te.

     Non è che ti voglio cercare senza la croce. So che non ti si può nascondere nulla. Ma certamente, lo ammetto, non vorrei neppure cercarti per la croce.

     Eppure è questa che ci avvicina! Hai passato la vita a pensare a te stesso come individuo come ho fatto io per trent’anni. Poi ti ha preso l’angoscia per l’inutilità d’un impegno a favore d’un individuo troppo limitato e caduco. Allora hai pensato di andare oltre te stesso dandoti agli altri. Ma anche attraverso gli altri non riesci a superare la paura per l’annullamento che ti aspetta come individuo.

 Non puoi fuggire!

Anche tu sei arrivato ai piedi del calvario, non ti resta che prendere la croce della tua vecchiaia  e cominciare a salire. Come me, devi prendere lo strumento della tua morte, della tua fine, e cominciare a salire. Sai qual’è lo strumento ma non sai quale sarà la causa della morte. Anche nel mio caso si discute ancora sulla causa scientifica. Così anche per te sarà ci sarà un referto scientifico, l’infarto, il cancro o qualche altra accidente, ma non ha importanza. Al momento del consumatum est non fa alcuna differenza. Vedi se non è vero che la mia esperienza della croce è anche la tua?

     Aveva ragione. Ci avevo pensato più volte a questa analogia:.il mito della genesi e il mito della croce, all’interno dei quali si sviluppa la vita dell’uomo

     Con una aggravante,  obiettai. Fra la mia e la tua esperienza c’e’ infatti una differenza di fondo. Tu sapevi che per te erano le ultime sofferenze di uomo, prima di riprendere completamente la natura divina, per me sono le sofferenze attraverso le quali devo rinunciare al mio esistere per lasciarmi perdere nel nulla.

     Se la pensi così allora è stato tempo perso. Tutte le volte che ti ho parlato... Chi crede nel mondo soffrirà per dovere abbandonare il mondo, chi crede in me, non morirà ma avrà la vita eterna. Come io sapevo di tornare al padre così chi crede in me si libererà del suo corpo per poter vivere con me senza i limiti dei sensi, l’intensità della vita dello spirito per l’eternità.

     Con la differenza che tu sapevi che così sarebbe avvenuto perchè avendo coscienza di essere esistito prima del corpo, avevi la certezza di poter esistere senza il corpo. Io invece, nato alla conoscenza con il corpo, come posso essere certo che ci sarà una conoscenza, quando   la morte avrà annullato  il corpo?

     Ma, lo sai, te l’ho fatto capire tante volte. E’ questa la verità che sono venuto a rivelare: che anche voi uomini siete figli di Dio, e come tali destinati a vivere in Dio l’eternità.

     Certo! Ma è la tua verità. Non è così automatico farla diventare la mia verità. Non e’ facile introdurre questa convinzione in me per viverla come parte integrante del mio essere. Sarebbe oltretutto conveniente! Sai che differenza tra il sapere di portare la croce con la quale sarai annientato, o invece quella che ti innalzerà alla vita, che ti consentirà di raggiungere l’eterna felicità. In questa  prospettiva la croce per quanto pesante sarà sempre sopportabile.

     Appunto, ma allora perché non vuoi convincerti che sei figlio di Dio?

     Evidentemente lo vorrei. Ma più ci penso e più mi pare un paradosso. Già che tu sia stato figlio di Dio non è un dato sul quale sia facile restare convinti. Credere poi che io stesso sono figlio di Dio, per quanto grande possa essere la mia ambizione, mi pare un dato che oltrepassa i limiti del concepibile..

     Eppure proprio nella convinzione che ogni uomo è figlio di Dio, ti risulterebbe facile capire e spiegarti come io sia figlio di Dio...

     Forse ma hai l’idea di quale paradosso assurdo e inconcepibile, si racchiude nell’idea d’un uomo figlio di Dio ?

     Certo! Ma solo perchè,  parlando di Dio non puoi pensare al concetto di figlio  come il risultato del concepimento tra un uomo e una donna. Così ritorni ad una visione antropomorfa della divinità. Costringi l’intelligenza a salti mortali, ad autentiche capriole per definire il “generato ma non creato” il “concepimento virginale”. Se tu invece pensassi che il figlio dell’uomo nasce come ogni figlio dell’uomo, ma che nell’attimo stesso in cui esiste, per il solo fatto di esistere viene a  partecipare della stessa sostanza dell’Esistenza-Dio, ti risulterebbe chiaro che ad ogni effetto, e con tutta evidenza, può essere chiamato figlio dell’Esistenza. Per le conoscenze che hai non ti dovrebbe essere difficile immaginare un uomo con il dna di suo padre, e in quanto esistente con il dna dell’Esistenza. Non ti dovrebbe quindi risultare difficile pensare che mentre si perde con il corpo il dna che ha generato il corpo, non e’ detto si debba perdere anche il dna che ha generato l’esistere  e che, sviluppatosi dall’Esistenza, torna nell’esistenza, mantenendo la coscienza del proprio esistere e quindi della propria individualità...

     La massa nera del grande abete si stagliava d’un nero più intenso, contro il nero del cielo. Infreddolito mi alzai dalla sedia a sdraio, sulla quale mi ero addormentato. Mi guardai mentre cercavo di riscaldare le membra intirizzite e mi misi a ridere.

     Come posso pensare, dissi alla massa scura dell’abete, che il mio gracile intrico di carne e di ossa, possa nascondere un figlio di Dio?...

 

CAP. 2  - I quattro vangeli.

Ero finito di nuovo sul nodo attorno al quale aveva ruotato tutta la mia precedente ricerca! Se mi lasciavo prendere dal tema, sarei finito a fare lo stesso percorso, con altre parole, sarei finito per riprendere gli stessi concetti.

Per non sprecare il mio tempo avrei dovuto darmi un metodo, pormi dei nuovi obiettivi.

Decisi quindi di ripartire dalla lettura dei quattro Vangeli e di farne un commento sintetico, da utilizzare come primo punto di riferimento.

 

Per ricostruire la vita di Cristo disponiamo di quattro biografie ufficiali senza contare le numerose altre, non riconosciute. Biografie molto diverse, scritte da persone che, si vorrebbe far credere,  hanno vissuto con lui e quindi attendibili. E’ invece accertato che i racconti sono stati scritti molto tempo dopo rispetto ai fatti riportati. Su come e quando siano stati scritti, anche alla luce delle recenti scoperte archeologiche, si sono pubblicate intere bibblioteche, si sono sviluppati fiumi di dotte disqisizioni. Ma non è questo che mi interessa. I problemi dell’esegesi biblica credo comunque si possano superare pensando  che questi racconti sono stati scritti, non tanto per la preoccupazione di  riportare con fedelta’ cronachistica i fatti, quanto di trasmettere il messaggio che si ricava  dalle parole, dagli atteggiamenti e dai comportamenti.

 Anche adesso se quattro discepoli di un filosofo si mettessero e scriverne la biografia, potremmo trovarci davanti a testi molto diversi, dovuti al diverso carattere e alla diversa cultura dei biografi. L’uno potrebbe essere piu’ attento ai particolari della vita familiare, l’altro potrebbe trattarli piu’ sommariamente  perche’ piu’ interessato ai comportamenti “da filosofo” che a quelli “da uomo”, un altro infine potrebbe trascurali completamente perche’ interessato al pensiero del maestro piu’ che ai fatti della sua vita. Questo puo’ spiegare benissimo le notevoli differenze che si riscontrano nei quattro vangeli.         Cio’ che, a mio avviso, diventa inspiegabile e’ invece il fatto che si riportino con tale diversita’ i particolari dello stesso fatto di vita, da far emergere figure diverse e contrastanti del Cristo.

       Emblematico in questa ottica, mi pare il racconto della notte passata nell’orto degli Ulivi, prima dell’arresto. Il fatto viene riportato da tutti quattro, come e’ logico, trattandosi d’un momento cruciale della storia terrena del Cristo. La versione di Giovanni, anche ad un confronto superficiale, risulta profondamente ed inspiegabilmente diversa. E non tanto per i particolari diversi riportati, quanto perchè, come dicevo,  il Cristo di Giovanni nei Getsemani non ha nulla a che vedere con il Cristo degli altri tre.

       In Matteo, ed in Marco che duplica il testo di Matteo quasi alla lettera, Cristo e’ in preda all’angoscia, affranto da una “tristezza mortale”. Gia in Luca che pure riporta  la scena di Cristo che si allontana per pregare, l’atteggiamento e’ diverso. Se così si puo’ dire, piu’ dignitoso. Il Cristo non prega con la faccia a terra, ma in ginocchio, non dice “se e’ possibile allontana questo calice” ma “se vuoi” e la differenza non e’ da poco.

       Non ha infatti senso chiedere a Dio di fare qualcosa “se gli e’ possibile” perche’ in quanto Dio, gli e’ ovviamente possibile. Piu logico e’quindi, evidentemente, il “se vuoi” di Luca.

       Giovanni pero’, che pure, secondo il racconto dei primi due, era fra i tre discepoli prediletti, dai quali Cristo si era fatto accompagnare e che quindi era stato testimone diretto di quei momenti di sofferenza, non parla di tristezza, di angoscia, del sudore che cadeva a terra come gocce di sangue, ma ci presenta un Cristo che ha in se’, indipendentemente dal Padre. la capacita’ di salvarsi, di opporsi agli eventi al punto che al solo presentarsi con il perentorio  “Sono io” le guardie sono come fulminate e cadono a terra.

       Diversita’ così evidenti sono spiegabili soltanto con le tre diverse immagini di Cristo che gli evangelisti vogliono tramandarci, con la scena dell’arresto. Diversita’ che vengono stigmatizzate nelle tre diverse frasi con cui Cristo giustifica il fatto di essere arrestato:

“Questo e’avvenuto perche’ si compia quello che hanno detto i profeti nella Bibbia” (Marco?)

“Questa e’ l’ora vostra, ora si scatena il potere delle tenebre” (Luca)

“Bisogna che io beva il calice di dolore che il Padre mi ha preparato”. (Giovanni)

       In Matteo e Marco, Cristo e’ un uomo con la paura dell’uomo di fronte alla morte che comunque accetta di immolarsi in sacrificio per la salvezza dell’umanita’.

       In Luca Cristo e’ l’eroe della tragedia greca, figlio della Luce, che viene assistito da un angelo. E’ ancora capace di miracoli e potrebbe quindi salvarsi, ma alla fine si lascia travolgere dal destino e soccombe infine al potere delle tenebre. Il conflitto tra le tenebre e la luce si e’ sviluppato in lui fino a farlo sudare sangue

       In Giovanni invece Cristo e’ il figlio di Dio, che come tale accetta serenamente di affrontare la prova che il padre gli ha preparato.

       Tre racconti diversi quindi, per tre immagini diverse del Cristo di fronte alla prova suprema della morte. Ma come è andata veramente? Per rispondere si dovrebbe verificare quale è lo sviluppo più verosimile. Si finirebbe come ho detto in mille congetture, in mille ipotesi suffragate o meno da documenti, da conferme o smentite nele opere dei padri della chiesa.

       Il dato sul quale si può convenire a priori, (ed è l’unico che ci interessa ai fini dela nostra riflessione),  e’ che Cristo non si e’ opposto all’arresto, accettando quindi la condanna a morte. Che senso ha questo per la storia della umanita’ e per la mia storia individuale?. Se questo è il dato storico, qual’è il messaggio che se ne ricava?

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Cap. 3 - La  resurrezione.

Storico? Ma  cosa c’è veramente di storico nella vita di Cristo? Abbiamo elementi sufficienti per dire che è morto in croce? E soprattutto abbiamo elementi per dire che è veramente risorto?

L’analisi dei Vangeli a proposito della Resurrezione porta in effetti a risultati sconcertanti.

Vi hanno insegnato prima di tutto, scrive Paolo ai Corinzi (1.15.3) che Cristo è morto per i nostri peccati, come è scritto nella Bibbia, che fu sepolto ed è resuscitato, come è scritto nella Bibbia, che apparve a Pietro e quindi ai dodici.

In questa citazione è evidente, quasi assillante, la volontà di ricostruire il racconto della vita di Cristo in conformità a quanto già anticipato nella Bibbia.

Ciò che più interessa a Paolo è la ricostruzione della resurrezione perché questa è per lui la chiave di volta del cristianesimo: “se Cristo non è resuscitato la vostra fede è un’illusione”, perché sul fondamento della risurrezione di Cristo  si può costruire la verità della risurrezione dei corpi nella quale credono i farisei, e Paolo era uno di loro. Ma ben altro è il fondamento del cristianesimo che la possibilità della resurrezione dei corpi. Per affermare la verità della vita eterna, predicata da Cristo, non era necessario costruire l’evento della sua risurrezione.

Che la resurrezione sia un evento costruito è dimostrato se non altro da come è stato mal costruito. È forse l’episodio nel quale gli evangelisti sono più discordanti tra loro, mentre invece avrebbe dovuto essere di tale rilevanza da restare impresso in maniera indelebile nella loro memoria, fin nei minimi particolari e invece...

L’unico elemento su cui concordano è che si era nel giorno dopo il sabato o comunque il primo giorno della settimana. Per Giovanni, è la sola Maria Maddalena  che di buon mattino, quando era ancora buio, si reca al sepolcro e vede che la pietra era stata ribaltata. Per Luca c’erano più donne e non solo la Maddalena. Matteo infatti precisa che si trattava della Maddalena e dell’”altra Maria”. Marco infine ricorda che erano tre le donne che al levar del sole si recarono al sepolcro: Maria Maddalena, Maria madre di Giacono e Maria Salomè.

Queste tre donne, prosegue Marco, mentre andavano dicevano tra loro: “Chi ci farà rotolar via la pietra che è davanti alla porta?” Ma quando arrivarono, guardarono e videro che la grossa pietra molto pesante era già stata spostata. Anche per Giovanni e per Luca la pietra era già stata spostata.

Per Matteo invece, mentre la Maddalena e l’altra Maria si avvicinavano “improvvisamente ci fu un terremoto, un angelo del Signore scese dal cielo, fece rotolare la grossa pietra e si sedette sopra”. Come mai gli altri tre si dimenticano di un particolare così importante e ad effetto?

La Maddalena di Giovanni che era sola, al vedere la pietra rimossa, ebbe paura e tornò indietro di corsa a dare la notizia a Pietro e Giovanni. Le donne di Luca invece “entrarono nel sepolcro ma non trovarono il corpo del Signore Gesù” e allora se ne stavano lì senza sapere che cosa fare, quando apparvero loro due uomini con vesti splendenti che dissero loro: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo”.

 Per Matteo al contrario è l’angelo (uno solo) che ha fatto rotolare la pietra e  vi si è seduto sopra a dire: “Non è qui è risorto, come aveva detto”. Per Marco infine l’annuncio della resurrezione alle tre donne è stato fatto da un giovane vestito d’una veste bianca, “dentro al sepolcro”, ed è talmente sicuro del particolare da poter precisare che il giovane  era “seduto a destra”.

Matteo conclude il racconto dicendo che le tre donne, spaventate ma piene di gioia, andarono di corsa a portare la notizia ai discepoli. Così fecero anche le donne di Luca.

Le donne del racconto di Marco invece “non dissero niente a nessuno perché avevano paura”. Poi però anche Marco aggiunge  che in mattinata Gesù si fece vedere a Maria Maddalena la quale andò dai discepoli e portò la notizia che Gesù era vivo e lei l’aveva visto. Ma essi non le credettero.

Anche la Maddalena di Matteo (non da sola però ma assieme all’altra Maria), mentre tornava a dire  ai discepoli della tomba vuota, si incontrò con Gesù che disse loro: “Salve”.

Mentre i discepoli di Marco non credettero alla Maddalena, e Matteo non riporta nessuna particolare reazione immediata, Luca precisa che Pietro si alzò e corse al sepolcro e vide solo le bende usate per la sepoltura. Più complesso il racconto di Giovanni per il quale la Maddalena era tornata indietro appena aveva visto il sepolcro aperto. Alla notizia avevano preso a correre verso il sepolcro sia Pietro che Giovanni. Quest’ultimo, che era il più giovane, correva di più, lo seguiva Pietro e infine veniva la Maddalena. Giovanni appena arrivato vide le bende per terra ma non entrò. Arrivò anche Pietro che entrò vide le bende per terra “e il sudario che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. Quando arrivò infine anche la Maddalena, si chinò soltanto in lacrime verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi dove era stato posto il corpo di Gesù.

 Poi anche lei si voltò indietro e vide che Gesù stava lì in piedi, ma non sapeva che era Gesù, l’aveva preso  anzi per il custode del giardino e lo riconobbe soltanto quando lui la chiamo: “Maria!”

Dopo questa ricostruzione sinottica e difficile non pensare che si tratta di ricostruzioni di fantasia.

  Gli Ebrei ed in particolare la setta dei Farisei (e quindi Paolo che era un Fariseo) credeva nella resurrezione e nel giudizio finale. È logico supporre quindi che gli avvenimenti della vita di Cristo siano stati  forzati, con una appendice dopo la morte, per diffondere la credenza nella resurrezione. E non è un caso che Cristo sia stato sepolto proprio nel sepolcro di Giuseppe d’Arimatea uno dei più influenti dei Farisei e quindi uno dei più convinti assertori della resurrezione dei corpi.

Ma è possibile che sia stato tutto inventato? A mio avviso direi di no, penso che ci siano due elementi di verità, sui quali è stato costruito il racconto.

Si può dire sia vero che non si è trovato il corpo, e in secondo luogo che Cristo è stato sentito e visto da morto.

Per la scomparsa del cadavere si potrebbe pensare sia  stato lo stesso Giuseppe d’Arimatea a trafugarlo, utilizzando il fatto per fare proseliti alla sua idea della resurrezione. Oppure si può credere sia stato  un miracolo come quello della resurrezione di Lazzaro. Mi pare tuttavia secondario il sapere come sia potuto avvenire che non si trovò il corpo i Cristo. Il fatto significativo e importante, fu che Cristo fu visto e sentito dopo morto. Perchè era risorto? No, direi più semplicemtne perché, come tutti gli uomini, non era morto ma era in una altra dimensione dalla quale non ci si può normalmente mettere in contatto con chi è nella dimensione della vita del corpo.

Normalmente! Ma non è impossibile pensare che la cosa sia riuscita, eccezionalmente o miracolosamente,  a chi aveva dedicato tutta la vita a convincere gli altri che c’era veramente la dimensione della vita eterna.

Il fatto avrebbe contribuito a confermare il messaggio sulla possibilità per l’uomo d’una vita eterna che Cristo s’era impegnato a predicare da vivo.

Ma nell’interpretazione di Paolo, il messaggio sulla vita eterna si è trasformato nella  conferma della sua credenza sulla resurrezione dei corpi. Da qui la necessità di adattare il racconto perchè nella resurrezione di Cristo trovasse conferma l’idea della resurrezione dei corpi.

 

Cap. 4 - Il risorto.

Continuando a pensare alla veridicità del racconto della resurrezione mi sono ritrovato a considerare che ci sono due paradossi di fondo che ci accompagnano nell’approccio al  Vangelo dai quali deriva la serie di conseguenti forzature nell’interpretazione. Il primo, come ho già avuto modo di dire, è quello di considerare il Vangelo l’ultimo dei libri della Bibbia, mentre invece la rivelazione di Cristo si stacca nettamente da quanto era stato detto precedentemente. La novella è rivoluzionaria, e come ogni rivoluzione  anche quella introdotto dal Vangelo rompe con tutto ciò che precedentemente era stato detto e scoperto.

Il messaggio rivoluzionario è che il senso della vita dell’individuo è nell’eternità.

Il secondo paradosso è che gli evangelisti, questa novità rivoluzionaria cercano in ogni modo di annacquarla sforzandosi di costruire un sistema di pensiero che spieghi il mondo, piuttosto che l’eternità.

 Nell’esistenza dell’eternità si cerca una giustificazione per un particolare modo di vivere il tempo, invece di pensare che il tempo si annulla di fronte all’eternità.

Questi due paradossi sono particolarmente evidenti nella ricostruzione della resurrezione, sulla quale sento la necessità di tornare.

Pietro, Giovanni e la Maddalena sono al sepolcro a constatare che è vuoto e il cronista commenta “non conoscevano infatti ancora la scrittura che egli doveva risuscitare di morti”. Nel Vangelo si deve compiere la scrittura, e secondo la scrittura Cristo avrebbe dovuto tornare dal mondo dei morti a quello dei vivi. Ma la rivelazione è proprio che non c’è nessun ritorno perché non c’è nessuna morte dalla quale ritornare. C’è soltanto che, per tutti gli uomini, come per Lazzaro, il fatto che “chi è morto vive”.

Se chi è morto “vive la vera vita, ricongiunto al Padre”, perché dovresti distoglierlo per farlo tornare alla vita del corpo? Se la rivelazione di Cristo è che per ogni individuo la vita vera è quella eterna oltre il corpo, senza il corpo, dopo il breve momento passato con il corpo, perché inventare, contro ogni logica che ci sarà un ritorno al corpo?

Perché, come dice Paolo, se Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra fede. Certo! Se per la fede intendiamo il fondamento della comunità cristiana. Una chiesa per esistere ha bisogno dei corpi sul quali esercitare il proprio potere. Una rivelazione per la quale i corpi non hanno senso se non come involucri momentanei d’un contenuto che senza alcuna mediazione è già in rapporto con l’Esistenza e con l’Eternità, non può costituire il fondamento d’una chiesa come gerarchia di intermediari.

E allora la rivelazione viene adattare ai propri fini facendo in modo che da un lato confermi quanto anticipato dalla Bibbia, dall’altro facendo sì  che giustifichi la struttura della chiesa.

Si ha così l’impressione  che Cristo sia risorto quasi si fosse dimenticato di dire qualcosa di importante ed abbia ottenuto di tornare un momento tra i suoi per finire il discorso e per proclamare che: “a quelli ai quali rimettete i peccati sono rimessi, a quelli ai quali li ritenete sono ritenuti”.

Tutto inventato allora il racconto della resurrezione? Credo di no, a mio parere forse è possibile risalire ad una ricostruzione credibile dei fatti. La tomba viene ritrovata vuota, come vuota resta quella di Lazzaro dopo il miracolo della sua resurrezione. Ma il miracolo della resurrezione di Lazzaro, come ho già detto, si spiega solo come dimostrazione e rappresentazione della verità che “chi è morto vive”. La morte non c’è, e infatti  Lazzaro vive. La morte non c’è e infatti il cadavere di Cristo non c’è, perché Lazzaro morto è come se fosse vivo, e quindi il cadavere è come se non ci fosse.

Chi è morto infatti vive in una nuova dimensione senza corpo e per confermare questa verità Cristo appare nella nuova dimensione. Non è la dimensione del corpo, e infatti nessuno lo riconosce. La Maddalena si rende conto che si tratta di Cristo solo quando questi la chiama per nome. “Vede Gesù che stava lì ma non sapeva che era Gesù”.

 

Quello che si rivela ai discepoli è un Gesù che non ha il volto di Gesù, riconoscibile soltanto perché ha le ferite nelle mani e nel costato. Ma la cosa appare normale tant’è che Tommaso che non crede ai suoi colleghi non dice “crederò quando lo vedo di persona”, ma crederò quando vedrò nelle sue mani il segno dei chiodi”.

E’ come se andassi ad annunciare a qualcuno che un amico creduto morto perchè ucciso  con un colpo di pistola, è invece ancora vivo. Quello, incredulo, non mi dice che crederà soltanto alla vista dell’amico ancora in vita, ma soltanto quando potrà constatare il foro della pallottola! Cosa c’entrano i fori dei chiodi, rispetto al riconoscimento del Cristo da parte d’una persona in familiarità con lui, d’un suo discepolo?

Tutto questo ha un senso soltanto se la rappresentazione mira a spiegare l’idea della vita eterna. Colui che è nella nuova dimensione senza corpo non può essere riconosciuto evidentemente attraverso i segni fisionomici del corpo, ma solo attraverso i segni che la vita con il corpo ha lasciato e che restano a caratterizzare l’individualità della vita senza il corpo.

Questa potrebbe essere la spiegazione e in questa prospettiva anche un’altra frase dello stesso contesto, che è stata interpretata in tanti modi potrebbe trovare un senso compiuto.

La Maddalena vorrebbe toccare il risorto ma questi la ferma e le dice “non mi toccare, perché sono asceso al Padre, ma va dai miei fratelli e di loro che sono asceso al Padre mio e Padre nostro, Dio mio e Dio vostro”.

Nella mia interpretazione ho tolto un “non”. per cui il “non sono asceso al cielo della versione canonica diventa “sono asceso al cielo”. Forse l’operazione non è legittima, va comunque ricordato che la frase è riportata con molte varianti nei diversi codici e che il “non” serve soltanto a confermare la verità della scrittura per la quale è salito al cielo il terzo giorno. Il che evidentemente è un assurdo non fosse altro perché parlare di tre giorni in una dimensione teologica è un nonsenso che si giustifica solo con il paradosso di voler dimostrare ad ogni costo il compiersi delle Scritture.

Senza il “non” mi pare invece che tutto diventi chiaro, come chiaro è il messaggio che Cristo morto vuole lasciare a Maddalena. Ho fatto ancora un miracolo, sembra voler dire, quello di far scomparire il mio corpo, perché vi rendiate conto che non sono io quel corpo, come il corpo di un defunto non è il defunto. Io, come ognuno che muore, sono salito al padre. E allora va, dì agli altri uomini che anche loro, come miei fratelli seguiranno la mia stessa sorte, la sorte dei figli di Dio, e dopo morti saliranno al Padre.

E qui il Cristo che riappare da morto fa una sottolineatura per la quale valeva la pena veramente fosse riapparso. “Il Padre mio e Padre vostro, il Dio mio e Dio nostro”. Più chiaro di così! Tutto quello che ha detto riferito al Padre suo, si riferisce al Padre di ognuno degli uomini, del quale quindi lui è figlio alla stessa stregua di ognuno degli uomini.

Quando parla quindi dell’ascesa al Padre parla dell’ascesa sua come di quella di ogni uomo, che muore in un corpo destinato a sparire ma che vive nell’Eternità del Padre. Un corpo che finisce come esistente per restare nell’Esistenza.

    

Cap. 5 - La parabola del figliol prodigo.

Avevo passato il primo giorno all’eremo a contestare il testo del Vangelo. Le considerazioni che ne avevo tratte potevano essere orginali o meno, ma non erano comunque risposte. Avrei potuto passare tutti i quindici giorni a disquisire sul testo riprendendo una serie di osservazioni che ritrovavo negli appunti, frutto di precedenti studi. Ma era evidente che su questa strada avrei trovato soltanto nuovi dubbi e nessuna risposta.

     Mi addormentai pensando che sul Vangelo stavo perdendo il mio tempo e che il giorno dopo avrei ripreso da alcune considerazioni che avevo già in parte sviluppato a proposito della Genesi. In mancanza d’un metodo, forse era il caso usassi quello cronologico cercando nell’origine dell’uomo le tracce per il percorso sul senso della vita dell’uomo.

     O forse anche questa idea del risalire alle origini era solo un alibi per dare un criterio ad una impresa che già all’inizio si rivelava un fallimento.

Non c’era nessun senso in quello che stavo facendo, nell’essermi ritirato a far l’eremita con la pretesa di scoprire qualcosa di nuovo sull’uomo, o quantomeno qualcosa di nuovo sul mio personale essere uomo.

Sognai d’un uomo, un eremita, che veniva verso di me nel deserto, Camminava  con un passo deciso e spedito. Camminava ma non avanzava. Non riusciva ad avvicinarsi a me. Mi ricordava Mosè che scendeva nel deserto con le tavole della legge, perchè come in alcune raffigurazioni di Mosè, portava con la sinistra un grande libro aperto. Le parabole, era scritto in alto, come titolo. E c’era il riferimento ad una nota, che richiamava un appunto che forse m’era passato sotto gli occhi durante il giorno.

Il Vangelo  riporta trentasei parabole. Diciassette le riporta solo Luca, otto solo Matteo e una solo Marco. Altre sei le riportano assieme Matteo e Luca, due Marco e Luca, e quattro Marco Matteo e Luca. Giovanni non ne riporta alcuna. Che strano!

Stano il fatto che non tutti raccontino le stesse parabole e che le parabole non siano raccontate da tutti? O strano quell’uomo nel deserto che camminava lesto e non avanzava d’un passo? Lo vedevo  muovere  la bocca come se stesso parlando ma non mi arrivava nessun suono, nessuna parola. Sentivo una gran pena per lui che camminava senza muoversi che parlava senza farsi udire, e mi svegliai con l’angoscia di quella pena.

Era da poco passata la mezzanotte. Mi risultava sempre difficile dormire la prima notte in un letto nuovo. Con la speranza di riprendere sonno mi ritrovai a pensare alle parabole.

 Perchè tante parabole? La spiegazione l’avrebbe data Gesù e viene riportata, con qualche variante significativa, dai tre evangelisti. "Parlo a loro in parabole, perchè loro non vedono e non sentono. Voi invece vedete e sentite. E’ venuta infatti la luce. Nessuno accende una lampada per poi metterla sotto il letto

C’è la verità e ci sono le parabole, dice Gesù, ma la storia del cristianesimo sembra sia la storia di un impegno costante e continuo per nascondere in parabole, anche la verità che era stata rivelata. Ciò che non velano le parabole, viene velato dalla loro interpretazione.

Si è assunto infatti a priori ed  arbitrariamente che la rivelazione riguardi un uomo sempre in procinto di peccare, che tuttavia ha la fortuna d’avere un padre, sempre disponibile al perdono. Così profondamente buono da essere profondamente ingiusto, come appunto  nella parabola del figliol prodigo.

A chi infatti, ascoltanto il racconto della parabola, non è capitato di sentirsi, offeso e stizzito, nei panni del figlio ubbidiente, al quale non viene concesso neppure un capretto per fare festa, mentre per festeggiare il ritorno di quello prodigo, viene sacrificato il vitello migliore?

Ma il senso della parabola può essere un altro.

C’erano due fratelli, l’uno che aveva deciso di vivere nel solco della tradizione, l’altro che aveva deciso di mettersi in gioco, di rischiare, di fare una vita diversa. Gli era andata male. Nel rischio, era fallito. Aveva dovuto rassegnarsi a tornare dal padre: al punto di partenza. Ma il padre, giustamente, non lo sta neppure a sentire, quando gli dice che riconosce d’avere sbagliato.

 L’inseguire un sogno,pare voglia dire quel padre,  non è stato uno sbaglio, ma un comportamento valido in sè, indipendentemente dai risultati, che va premiato, indipendentemente dagli esiti.

La parabola riguarda il rapporto con la vita, non con il peccato. E in questa ottica il comportamento del padre è tutt’altro che ingiusto.

Come dice Pessoa: "Alcuni hanno un grande sogno nella vita e mancano a quel sogno. Altri non hanno nella vita nessun sogno, e mancano anche a quel sogno"

Per il Vangelo la discriminante è il sogno, non il peccato!

Anche il mio ritirarmi a riflettere da solo in montagna era in qualche modo il tentativo di rincorrere un sogno.

 

 

In principio.

In principio Dio creo’ il cielo e la terra. Cosi comincia la Bibbia nel primo libro della Genesi. Ma in principio, prima di creare, Dio che cosa faceva? Che cosa c’era prima della creazione? Dio disse: “Sia la luce” E la luce fu. Ma prima della luce che cosa c’era? La notte nella quale non si vedono le cose ma le cose ci sono o la notte del nulla. E nella notte del nulla allora, Dio che cosa ci faceva? O forse era Dio lo stesso nulla!

     In effetti se creare e’ fare dal nulla, solo il nulla puo’ creare. Oppure qualcosa o qualcuno che conviveva con il vuoto del nulla e ad un certo punto ha deciso di riempirlo. Dio, appunto! Ma che cosa si deve intendere con la parola  “Dio”? Quando dico sasso, foglia, so a che cosa mi riferisco. Anche quando dico amore, odio, seppure con meno precisione, so a che cosa mi riferisco. Ma quando dico Dio, a che cosa mi riferisco? La Bibbia da per scontato che io lo sappia, e come se fosse tutto scontato quello che precede comincia  dicendo che in principio Dio creo’ il cielo e la terra.

     Ma non e’ affatto scontato!

     Lo capisce anche Giovanni l’Evangelista  che aprendo il suo Vangelo propone una risposta. In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio, tutto e’ stato fatto per mezzo di lui e senza di lui niente e’ stato fatto di tutto cio’ che esiste.

     La chiave del mistero iniziale e’ quindi il Verbo. Logos in greco, che era con Dio ed era Dio e per mezzo di quale Dio ha creato il cielo e la terra. Leggendo Giovanni si ha l’impressione che se fosse possibile capire che cosa si intende con il Verbo, sarebbe poi facile risalire a che cosa si intende con Dio.

     In Dio, dice Giovanni, c’era la parola per mezzo della quale e’ stato fatto tutto cio’ che esiste. C’erano quindi le parole delle cose, prima che lo cose esistessero, e queste parole erano raccolte e sintetizzate in una “La Parola” che era in Dio ed era Dio. Chiedendo una metafora all’informatica, si potrebbe dire che c’erano le parole del programma d’ogni cosa, in una costruzione ad albero che si sviluppava da una parola chiave, la Parola. Le parole-programma non erano scritte da nessuna parte, erano un pensiero, il pensiero di Dio. Posso immaginare che esista il mio pensiero senza di me? E’ possibile! Con la fantasia il pensiero si muove indipendentemente dal corpo. Nel sogno il pensiero mostra di muoversi indipendentemente dalla persona che sogna. E’ credibile quindi che il pensiero possa sopravvivere al corpo indipendentemente da questo. Allo stesso modo e’ possibile immaginare che il pensiero possa preesistere al corpo. Nel caso dell’uomo il dubbio su un pensiero preesistente al corpo puo’ venire dal fatto che il pensiero si sviluppa attraverso l’esperienza fatta con i sensi del corpo. Ma in assoluto che ci possa essere stato un pensiero, un’idea del mondo, prima che il mondo esistesse, mi pare accettabile. Sotto il profilo logico, e’ credibile. Dire che questo pensiero era in Dio ed era Dio, significa dare una spiegazione di che cos’e’ Dio.

     Con la necessita’ dell’uomo di dare contorni spaziotemporali ad un concetto, intuita la possibilita’ d’un Pensiero-Dio, cadiamo nell’equivoco di pensare che ci sia stato un prima del Pensiero e un dopo del Mondo e un dopo ancora di nuovo senza il mondo. Il Pensiero del mondo, che puo’ essere pensiero di mille altri mondi, coesiste invece con il mondo, ne costituisce l’anima. Il Pensiero della cosa e’ l’Esistenza della cosa, che consente a questa di esistere. Ogni esistente nello spazio e nel tempo, esiste come momento ed espressione d’una Esistemza al di fuori dello spazio e del tempo.

     Nel processo di creazione di questo mondo e’ avvenuto un fatto singolare (potrebbe essere avvenuto anche nel processo di creazione di altri mondi, o potrebbero essere avvenuti fatti ancora piu’ singolari): uno degli esseri creati in un primo momento ha preso coscienza di esistere, in un secondo momento ha intuito di essere un momento del Pensiero-Esistenza e quindi di potervisi ricongiungere conquistando l’immortalita’.

     Questa vicenda dell’uomo viene riportata nel riassunto della genesi sullo sviluppo dell’uomo.  In un primo momento Dio “plasmo’ l’uomo con polvere dal suolo e l’uomo divenne un essere vivente”. Poi l’uomo nello sviluppo della sua specie, conquisto’ la parola, Dio infatti nel racconto biblico volle vedere come l’uomo avrebbe dato un nome agli animali e alle cose. Ma l’uomo, pur capace di comunicare, non aveva ancora  coscienza di se’ del proprio esistere. “Erano nudi ma non ne provavano vergogna”, dice la Bibbia.. Solo piu’ avanti l’uomo arrivo’ alla ragione, cioe’ alla capacita’ di distinguere il bene dal male. E il passaggio viene riportato nell’immagine dell’uomo che mangia del frutto dell’albero del bene e del male, al quale gli era stato proibito di mangiare.

     L’uso della ragione lo porta alla coscienza di sè. “Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi”, Se vi siete accorti di essere nudi, allora avete mangiato dall’albero dal quale vi avevo comandato di non mangiare! Ribadira’ il Signore Dio, che per la prima volta viene sentito con paura, mentre passeggia nel giardino. Dalla coscienza di sè deriva infatti la coscienza della propria finitiezza e quindi la paura e l’angoscia esistenziale.

     Ma ora l’uomo e’ un essere che riesce a pensare! “Ecco”, infatti dice ancora il Signore-Dio-Idea -Pensiero, “l’uomo e’ diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male”. Con una differenza! Che e’ mortale! E Dio fara’ in modo che resti tale, che non “prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre”.

     L’uomo pero’, continuando nella sua evoluzione, ottiene infine da Dio di poter mangiare anche dell’albero della vita e diventare mortale. Il divieto imposto nel primo libro della Bibbia, viene tolto con l’ultimo, con il Vangelo

In questo infatti si racconta di come il Verbo-Pensiero-Dio si sia fatto uomo, dando a quelli che l’hanno accolto il potere di diventare figli di Dio e quindi in quanto tali, di diventare  immortali.

     Fuor di metafora, l’uomo e’ pervenuto alla coscienza del proprio esistere, come  momento dell’Esistenza, pensiero del Pensiero, In altri termini quindi si e’ scoperto e riconosciuto figlio dell’Esistenza e del Pensiero e quindi figlio di Dio.

      Riconoscendomi come tale, cio’ che io sono, come capacita’ di essere di sentire e di pensare, potra’ sopravvivere alla perdita del corpo per continuare a vivere nell’Esistenza e nel Pensiero, o (per usare un termine usuale che a questo punto del ragionamento, dovrebbe essere  chiaro a cosa si riferisce) in Dio. In questa prospettiva appare chiaro anche che cosa si debba intendere con il fatto che all’uomo e’ stato data la possibilita’ di diventare figlio di Dio. Non e’ una metafora! “Lo siamo veramente” aggiunge Giovanni nelle Epistole. L’esistente e’ una realizzazione spaziotemporale del dna (il termine improprio serve a chiarire i concetto) dell’Esistenza, destinato a ricongiungersi, integrato nelle implementazioni che gli deriveranno dall’aver vissuto  l’esperienza del mondo.

     S.Agostino per riuscire ad espimere l’idea d’un Dio infinito presente nel mondo finito ricorre ad una bellissima metafora. “Come se il mare si stendesse ovunque, solo mare per un immensa infinita’ di spazio, e tenesse immersa in se una spugna, grande quanto si vuole, ma finita, quella spugna sarebbe piena, senza dubbio, in ogni sua parte del mare infinito. Così pensavo la creazione, finita e imbevuta di Te infinito”.

     L’immagine che Agostino rapporta alla creazione puo’ essere riportata anche all’individuo, immaginando la spugna composta di tante spugne con una loro specifica individualita’. Quando l’Infinito si ritira da ognuna, questa, senza l’acqua del mare, muore. Ma l’infinito nel periodo che e’ vissuto nella spugna, ha consentito alla spugna di realizzare un rapporto con lui, e questo rapporto l’infinito lo porta con se’, nell’infinito e per l’infinito.

     Ma se nel periodo in cui la spugna ha vissuto dell’infiito, e’ rimasta imbevuta dell’oceano, non ha prodotto nulla che l’oceano possa portare con se, la sua esistenza si conclude definitivamente quando l’oceano l’abbandona.

 

 

Dall’universo all’umanità.

 

La storia dell’umanità, secondo la Bibbia, ha inizio quando “il Signore plasmo’ l’uomo con polvere del suolo e soffio’ nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. Il Signore poi prese l’uomo e lo pose nel giardino dell’Eden e gli diede questo comando: dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare perche’ quando ne mangiassi certamente moriresti. Disse anche il Signore, non e’ bene che l’uomo sia solo e gli plasmo’ ogni sorta di bestie selvatiche”.

     L’uomo dell’Eden, all’inizio dell’evoluzione della specie era come ogni bambino all’inizio della sua evoluzione individuale, Viveva felice un rapporto istintivo con la vita, e con tutto quello che lo circondava. In rapporto di fiducia, con gli altri esseri viventi,  come quella del bambino che non ha paura del leone, che gioca con il serpente. “E infatti impose nomi a tutti  ma non trovo’ un aiuto che gli fosse simile”.

     E non poteva essere diversamente. Come quella del bambino la sua conoscenza era oggettiva, si sentiva un oggetto in mezzo agli altri oggetti, tra se e gli altri non sentiva un rapporto tra soggetto ed oggetto. Avrebbe identificato se stesso solo quando avesse individuato un altro simile a se’, in un processo che anche per il bambino giunge in una fase successiva e che la Bibbia presenta nella immagine di Eva che nasce dalla costola di Adamo.

     “Allora Dio plasmò con la costola che aveva tolto all’uomo una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse “Questa volta essa e’ carne della mia carne”.

     Perchè la genesi avrebbe dovuto ricorrere alla bizzarra immagine della donna nata dalla costola dell’uomo? La bizzarria non e’ piu’ tale se pensiamo che con questa immagine si doveva riprodurre il passaggio dell’evoluzione per il quale nella storia dell’umanità come nella storia del bambino si scopre l’individualità. Il bambino avverte di essere un individuo, scoprendo la propria diversità dagli altri. Allo stesso modo l’uomo nella sua evoluzione scoprendo che “e’ carne della mia carne”, riconosce la propria carne, riconosce se stesso. Si ha quindi la scoperta del pensiero soggettivo. Ma nella sorpresa della diversità l’uomo non avverte ancora la diversità come limite e come problema.

     “Tutti e due erano nudi ma non ne provavano vergogna”. Ci dovrà essere ancora un passaggio importante: l’evoluzione verso la ragione ed il pensiero astratto. Dalla scoperta della propria individualità, e attraverso questa simboleggiata da Eva, l’uomo arriva alla conoscenza. “Dio sa che quando voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio”  Anche prima distingueva il bianco dal nero la notte dal giorno ma adesso sa attribuire una valore diverso alla notte ed al giorno al bene ed al male.

     “Appena mangiato pero’ si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi”

     Il serpente aveva promesso che aprendosi i loro occhi sarebbero diventati come Dio, ed in effetti con la conoscenza i loro occhi si aprirono ma l’unico risultato fu che si accorsero di essere nudi”.

     Erano nudi anche prima ma non provavano vergogna perchè non sapevano di esserlo adesso i loro occhi si sono aperti e si rendono conto di esserlo. Gli occhi invece di aprirsi nella coscienza di essere Dio, come aveva promesso il serpente si erano aperti  nella coscienza di se’ e quindi della propria nudità.

     Durante questa evoluzione cambia anche il rapporto dell’uomo con la divinità. Inizialmente nella felicità dell’Eden come il bambino nella felicità del rapporto istintivo con i genitori, il problema non si pone neppure. Il bambino si sente tutt’uno con i genitori e in questa unità e’ sicuro e felice. La morte per lui non esiste mancandogli la coscienza del suo esistere individuale non può avere la coscienza della sua fine.

     Solo dopo aver raggiunta la coscienza di sè (mangiando la mela), scoprendo di essere nudi, allo stesso tempo “udirono il signore Dio che passeggiava nel giardino” . La scoperta della propria soggettività, porta come conseguenza alla scoperta di Dio, e alla scoperta della propria limitatezza nel tempo (Nel pensiero oggettivo il tempo non esisteva e quindi non poteva esistere la fine) “polvere tu sei ed in polvere ritornerai.

     Ma c’e’ ancora un ultimo passaggio molto importante dice infatti Dio: l’uomo con la conoscenza del bene e del male o meglio nella scoperta della coscienza di se’ “e diventato come uno di noi”, con una differenza, che non vive per sempre. A meno che soggiunge non mangi anche dei frutti dell’albero della vita. E per impedire un tanto vengono messi di guardia i cherubini,

     Cosa si cela in quest’ultima allegoria? La scoperta della coscienza di se’ sarebbe stato un avanzamento importante nell’evoluzione dell’uomo, tale da avvicinarlo a Dio, se nello stesso tempo non avesse comportato la scoperta della morte. Dio si scopre con un nuovo volto: e’ colui che impedisce all’uomo di vivere per sempre.

     Come l’albero della conoscenza del bene e del male e’ in effetti l’albero della coscienza di se’, così l’albero della vita, e’ l’albero della coscienza del proprio essere figli di Dio. Dal primo libro del Testamento, la Genesi, all’ultimo, il Vangelo, Il Signore ci ha ripensato, ha tolto i cherubini dall’albero della vita, ma non solo,  si e’ anche  incarnato, per spiegare agli uomini come raggiungere questa coscienza.

     Questa e’ carne della mia carne ha detto Adamo di fronte ad Eva, riconoscendosi uomo. Questa e’ carne della mia carne puo’ ripetere ora di fronte a Cristo, riconoscendosi figlio di Dio. Il ciclo si chiude nella ritrovata intimita’ dell’Uomo con Dio, l’intimita’ che esisteva nell’Eden. Ma l’intimita’ sta nel fatto che il rapporto si istituisce sul sentimento e non sulla ragione, sull’intuizione e non sulla relazione.

     Attraverso la ragione l’evoluzione dell’uomo assume una impennata improvvisa, si inizia a misurare in migliaia di anni quello che prima si misurata in centinaia di migliaia. L’uomo era prima raccoglitore poi come Abele divenne pastore di greggi, con Caino imparo’ a lavorare la terra divenne agricoltore “lavoratore del suolo”. Abele viveva della terra, Caino invece fu  preso ad utilizzare la terra e fu preso dalla bramosia del possesso. La sua coscienza gli diceva che era giusto vivere come Abele, Dio gli rimproverava la sua bramosia. Caino tento’ di togliersi di mezzo la coscienza, sperando di togliersi di mezzo anche la voce di Dio, e alzò la mano contro Abele e lo uccise.

     Caino fuggiasco tenta di nascondersi da Dio. Ma il Signore disse “Chiunque uccidera’ Caino subira’ la vendetta sette volte”, e gli impose un segno perche’ fosse riconoscibile e non lo uccidesse chiunque. Dio difende quindi Caino perche’ questi continui a portare la sua nuova maledizione che consiste nel fatto che deve abbandonare il lavoro della terra per “diventare costruttore di città”.

     Nell’evoluzione l’uomo si aliena ulteriormente nei confronti della natura, non vive della terra ma neppure la utilizza. Dal settore economico primario e’ passato a quello secondario della trasformazione dei prodotti della terra e del terziario o dei servizi con la conseguente necessita’ di vivere in un rapporto più stretto nella logica della città’.

     Ma lo sfruttamento dissennato delle risorse e lo sviluppo demografico incontrollato, il “moltiplicarsi sulla terra”, portano l’umanità quasi all’estinzione, come viene provato anche dalle recenti scoperte sulla ricostruzione dell’evoluzione della specie attraverso lo studio del dna.

     Una grande carestia (bella l’immagine poetica della trasposizione della siccita’ nel suo opposto, il diluvio!), elimina uomini e animali e piante. Si salva solo chi ha scoperto le risorse naturali del mare. Noe’ il pescatore che sa costruire l’arca, ha trovato una nuova risorsa per il suo  sostentamento e si salva dalla carestia.

     Da Noe’ riprende una nuova fase dello sviluppo che raggiunge risultati notevoli. Prevale il concetto di unita’ e l’umanità unita riesce a sfidare Dio costruendo una torre che raggiunge il cielo. Ma un ultimo passaggio dell’evoluzione fa scoprire all’uomo la diversità come valore: ognuno sviluppa un codice di comunicazione valido soltanto all’interno del suo gruppo e questo porta allo scontro con i gruppi. Nascono diverse lingue, diversi popoli diverse nazioni in guerra tra loro.

     La storia della genesi dell’umanità ha così fine e comincia la storia dell’umanità che si sviluppa in uno scontro continuo tra gli uomini.

 

Ancora sulla genesi.

 

Dirai che e’ una ossessione! In effetti mi affascina l’idea di poter racchiudere tutta la storia dell’umanita’ nel rapporto dell’uomo con Dio e con la morte.

     La storia dell’uomo inizia nel comando iniziale: “Dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare perche’ quando tu ne mangiassi certamente moriresti”. Non e’ vero replica il serpente “Anzi Dio sa che quando ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male”.

     Il paradosso e’ che avevano ragione ambedue, o ambedue torto. La verita’ aveva due aspetti ed ambedue, Dio e il serpente ne tralasciavano uno, facendo in modo che l’uomo non capisse la relazione tra i due aspetti. La verità di Dio avrebbe dovuto essere: “perché quando tu ne mangiassi diventeresti simile a me ma moriresti”. Se il problema gli fosse stato posto in questi termini l’uomo avrebbe dovuto scegliere tra il vantaggio di diventare simile a Dio e lo svantaggio di dover morire. Ma non ha dovuto scegliere. Il serpente era implicito nella propria evoluzione e l’uomo ha scelto di diventare simile a Dio, indipendentemente dalle conseguenze che da questa scelta sarebbe derivata.

     “Ecco l’uomo e’ diventato come uno di noi per la conoscenza del bene e del male”, e’ costretto ad ammettere Dio. Ma perché non aveva anticipato prima all’uomo questa possibilita’?  E sull’uomo diventato simile a Dio ora si rovescia la maledizione iniziale: “Quando ne mangiassi certamente moriresti”

     “Ne hai mangiato e sei diventato simile a Dio” come ti aveva detto il serpente, ed ora sei “mortale” come ti aveva promesso Dio. Ne valeva la pena? Si perché il morire non e’ una conseguenza automatica. Sarebbe bastato andare oltre e dopo aver mangiato all’albero della conoscenza, mangiare anche all’albero della vita, e l’uomo sarebbe diventato simile a Dio ed immortale.

     Ma Dio si pone contro l’uomo. “Mi hai fregato una prima volta non mi lascio fregare la seconda, non ti permetto di stendere la mano a prendere anche dell’albero della vita “ne mangi e viva per sempre”, e pose i cherubini con la spada folgorante “per custodire la via all’albero della vita”.

     L’albero dell’eternità era a portata di mano. Sarebbe bastato stenderla e cogliere il frutto. Invece ora Dio s’e’ arrabbiato con l’uomo, ha posto gli angeli ad impedire l’accesso all’albero, e tutto diventa piu’ difficile.

     Ma perche’ s’e’ arrabbiato? Perche’ l’uomo e’ diventato simile a lui? Non sarebbe un motivo sufficiente. Anche perche’ la colpa semmai e’ di Dio per quella mezza verita’ iniziale quando aveva taciuto ad Adamo la possibilita’ di diventare simile a lui. Eppoi cosa gli sarebbe costato lasciare che l’uomo arrivasse anche all’albero della vita? Perche’ disturbare i cherubini, condannandoli a fare la guardia all’albero della vita solo per il gusto di impedire all’uomo di “stendere la mano di mangiarne e vivere per sempre”.

     L’unica spiegazione puo’ venire pensando che quel Dio che ce l’ha con l’uomo e’ in effetti una proiezione di se stesso fatta dall’uomo non e’ quello che “In principio Dio creo...” Quello aveva detto “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza” ed aveva creato l’uomo. Quello che aveva fatto l’uomo a sua somiglianza non aveva motivo di arrabbiarsi se l’uomo era addesso diventato “simile a lui” e d’altra parte se era gia’ a sua somiglianza che c’era di nuovo nel fatto che fosse diventato simile a lui?

     Credo che la spiegazione sia nel fatto che l’evoluzione a cui si riferisce la genesi non e’ l’evoluzione dell’essere dell’uomo, ma l’evoluzione del “sentirsi” dell’uomo. Anche prima moriva, anche prima somigliava a Dio. Ora, dopo aver mangiato all’albero della conoscenza, sa di essere simile a Dio, sa di dover morire. Ma tutto e’ conseguenza del fatto che ora sa di Dio.

     Nella storia dell’umanita’ come di ogni singolo uomo, c’e’ inizialmente la fase del mito. L’uomo mitizza se stesso e supera la finitudine nel senso che non si pone il problema della sua fine.

     E’ l’eta’ del’Eden, del sentimento. L’uomo si pasce del mondo e di Dio come si pasce dell’aria che respira a pieni polmoni. Non si chiede perche’ vive. Vive soltanto. Dio che crea e’ in lui creato. Dio sentiva che era solo e gli creava le bestie, sentiva che era ancora solo e gli creava Eva. Dio sentiva l’uomo e l’uomo non sentiva Dio perche’ l’uomo era in Dio. L’uomo non si sentiva simile a Dio perche’ era in Dio e non sentiva la propria finitezza perche’ era infinito in Dio. Il rapporto tra Dio e l’uomo e viceversa correva sul filo del sentimento, e’ nel sentimento e’ possibile l’identificazione tra soggetto ed oggetto, l’uomo si identificava in Dio, viveva della somiglianza di Dio dell’eternita’ di Dio.

     Poi ci fu il passaggio della conoscenza, della ragione, e l’uomo scopre ad un tempo Dio e la propria limitatezza.

     “Ho udito il tuo passo nel giardino, ho avuto paura perche’ sono nudo, e mi sono nascosto” Dio viene sentito come altro da se’, e nella scoperta dell’altro da se’, l’uomo scopre anche se stesso. Nell’altro da se’ trasferisce gli elementi di conoscenza che viene ad acquisire su di se’ e scopre l’essenza del suo dramma: da un lato si sente simile a Dio dall’altro si sente polvere che deve ritornare in polvere. Ora Dio diventa il secondo polo nella drammatizzazione della tragedia dell’uomo. Dio diventa l’elemento che pone i limiti e i vincoli che originano la sofferenza dell’uomo, e soprattutto della sofferenza di fondo che deriva dalla consapevolezza della propria finitudine.

     Il problema insuperabile della propria morte viene drammatizzato nell’immagine di Dio che allerta i cherubini per impedire si cambi la realtà. L’idea di non riuscire a superare l’assoluto della propria morte diventa la morte imposta dall’Assoluto.

     E si sviluppa quindi la storia dell’uomo che adora Dio sui monti ed in Gerusalemme. Ma ad un certo punto di questa storia un uomo rivela che “e’ giunto il momento in cui ne’ su questo monte ne’ in Gerusalemme adorerete il Padre... ma i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verita’” Dio non e’ qualcosa di esterno a cui si attinge nelle necessita’, come l’acqua che si attinge al pozzo ma che estingue la sete solo momentaneamente, Dio e’ l’acqua che  nell’uomo “diventa sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna”.

     L’uomo che inizialmente aveva  Dio in se’, attraverso la ragione scoprendo la propria individualita’, ha proiettato Dio al di fuori di se’. Ora torna a scoprire che Dio e’ in se, nella propria individualita’, l’acqua che non lascia piu’ sete e da’ la vita eterna.

     Sulla via dell’albero della vita l’uomo aveva immaginato i cherubini per ordine di Dio, ad impedire l’accesso ora scopre invece di essere egli stesso la via, di avere in se’ la “via la verita’ e la vita”.

 

 

Io, figlio di Dio.

 

Avevo intitolato la mia precedente riflessione “io, figlio di Dio” a sottolineare in modo se si vuole anche provocatorio che, a mio avviso, l’essenza della rivelazione evangelica è che l’uomo è figlio di Dio.

È una rivelazione sconvolgente e per certi versi assurda, della quale volevo evidenziare la portata e cercare il significato autentico. Ma evidentemente non ci sono riuscito. Un mio amico cattolico convinto infatti, dopo aver letto le mie riflessioni e dispiacendosi con cristiana compassione dei miei dubbi e delle mie perplessità, conclude un suo appunto a commento dicendo di non volersi lasciare impigliare in inutili sofismi.

La mia interpretazione, mi dice, di “figlio di Dio” è molto semplice e la ricavo proprio da Giovanni. “A quanti (hanno creduto) ha fatto un dono: di diventare figli di Dio. Allora se è un dono, come per ogni dono è necessario porsi in condizioni di riceverlo e porsi nell’atteggiamento di riconoscenza verso il donatore”.

Certo, è vero come si suol dire che a caval donato non si deve guardare in bocca, ma come si può fare di fronte ad un regalo così immenso ed eccezionale come quello di poter diventare figli di Dio, a non chiedersi che cosa in effetti significhi ciò che ci è stato dato? Cosa in realtà vuol dire essere figli di Dio?

Se provassi ad uscire nella folla e cominciassi a dichiararmi: “Guardate che sono figlio di Dio”, ve l’immaginate la reazione? E se mi mettessi davanti allo specchio dicendomi “Sono figlio di Dio” cosa potrebbe pensare il mio io, se non che il mio super io è uscito di senno?.

Eppure tutta l’essenza del Vangelo è in sostanza racchiusa in queste cinque parole: io sono figlio di Dio.

“La mia interpretazione è molto semplice”, dice il mio amico, ma in effetti non tenta neppure una interpretazione. Ringrazia d’aver avuto il dono di essere figlio di Dio, ma non tenta neppure di rendersi conto dell’enormità di quello che gli è stato rivelato.

La rivelazione infatti non è che saremo figli di Dio in un altro mondo o in una altra dimensione, ma qui, mentre viviamo la banalità del nostro quotidiano, del mangiare dell’andare al cesso del soffrire di stitichezza o di dissenteria.

“Ma veramente, potrebbe obiettare il mio amico, la rivelazione è un’altra, è che Dio ha fatto incarnare il suo figlio per sacrificarlo sulla croce e poter così perdonare agli uomini il peccato compiuto dal loro progenitore Adamo”. Da laico sono portato a rispettare le opinioni di tutti quelli che le condividono con onestà intellettuale, non posso tuttavia non rilevare l’assurdità d’una idea per la quale Dio sacrifica il figlio per poter esercitare un atto di liberalità nei confronti dell’uomo.

C’era una volta un re che aveva in odio un popolo perché il capostipite, nella notte dei tempi, aveva offeso la casa reale. Avrebbe anche voluto perdonare l’offesa,  il re che in fondo era buono, ma non sapeva come fare per giustificare la modifica del suo atteggiamento. Finalmente trovò la soluzione: mandò suo figlio tra il popolo nemico. E questi cosa fecero per ingraziarsi il re? Gli uccisero il figlio sulla croce. Il re questa volta, invece di aumentare a dismisura la sua ira contro quel popolo così crudele e incosciente, concluse che in qualche modo l’offesa fatta al figlio uccidendolo aveva compensato l’offesa che gli era stata fatta in passato…

È vero che le logiche dei regnanti non sempre sono comprensibili al popolo, ma questa volta il re della nostra parabola, ha ragionato in modo assurdo e non solo misterioso.  Come è possibile che l’offesa che è stata fatta a me padre, io la consideri lavata dal sangue di mio figlio, ucciso proprio da quelli che dovevano farsi perdonare da me? Non è assurdo questo modo di chiedere ed ottenere perdono?

Credo quia absurdum, direbbe Quintiliano. Credo perché è assurdo. Rinuncio a capire proprio perché riconosco il tutto come mistero. Così forse direbbe il mio amico. Allo stesso modo però se fosse nato in Arabia, crederebbe ai misteri della religione maomettana, e a quelli del buddismo o dell’induismo se fosse nato in India.

Ma c’è qualcosa al di sotto dei misteri che possa essere creduto anche da quelli che non riescono a credere ai misteri? C’è qualcosa che possa essere creduto su un piano filosofico, propedeutico a quello teologico, come diceva S.Tommaso? Si può immaginare la ragione al servizio della fede come la filosofia è ancilla theologiae? C’è qualcosa che, indipendentemente dal fatto di essere vero o no è almeno credibile?

E su questo piano del credibile è allora possibile che ci si incontri sia quelli che non sono capaci d’andare oltre sia quelli che hanno il coraggio di abbandonarsi, di lasciarsi andare nel vuoto del mistero? Io penso di se. Penso che  quelli che ritengono Cristo il figlio di Dio incarnato nel seno di Maria e quelli che lo ritengono uno o il più grande dei filosofi e dei teologi possano ritrovarsi per esaminare e discutere assieme, non tanto quanto ha fatto, ma cosa ha veramente detto il Cristo dei Vangeli.

Se lo facessero, io credo appunto che non potrebbero non convenire che l’elemento centrale e fondamentale della scoperta-rivelazione è che l’uomo è figlio di Dio. Convenuto su questo, non potrebbero non impegnarsi a cercare di capire che cosa abbia veramente voluto dire con questa affermazione e quali implicazioni abbia questa verità nella storia di ogni uomo.

 

La lettera del mio amico ha sconvolto i miei piani di lavoro. Avrei voluto avvicinarmi al problema di fondo per gradi, ed invece sono entrato di nuovo nel cuore, nel fuoco centrale.

Capire per credere o credere per capire?

Per i greci la filosofia era ricerca, indagine razionale alla scoperta della verità. In quanto tale non poteva non porsi il problema del fine ultimo dell’uomo, trovando delle risposte come Platone o Aristotele o fermandosi alla consapevolezza del non sapere di Socrate. Comunque l’uomo ed il filosofo greco si ponevano sulla strada della ricerca.

Per Israele invece la Torah, la rivelazione, viene da Jahvè ed è consegnata all’uomo perché vi si adegui. Non ci deve essere alcuna ricerca ma accettazione. Non filosofia ma fede. Il mio amico si sente evidentemente nell’atteggiamento degli ebrei e crede perché così è stato rivelato. Non si pone neppure il problema di capire che cosa sia stato rivelato, l’atto di fede si giustifica in sé, come accettazione della rivelazione in quanto tale. Ma in questo modo, considerando il Vangelo l’ultimo libro della Torah ci si nega la possibilità di comprendere la “novella” in quella che è stata la grande originalità ed assoluta novità.

La Bibbia racconta (Esodo 19,21) che il “Signore disse a Mosè: scendi, scongiura il popolo di non irrompere verso il signore per vedere, altrimenti ne cadrà una moltitudine”. Avvicinarsi per vedere Dio è un sacrilegio. Dio va accettato attraverso la rivelazione che ne fa Mosè.

Per Cristo invece, Dio si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi perchè noi vedessimo la sua gloria. La novità è che Cristo ha rivelato Dio agli uomini e quindi Dio, seguendo l’interpretazione che ne da Cristo, può essere conosciuto dagli uomini.

Non c’è più l’alternativa tra fede e ragione che Pascal sintetizzava nell’affermazione: “la fede è differente dalla dimostrazione: l’una è umana, l’latra è un dono di Dio e fa dire non scio ma credo. Se la verità è venuta per mezzo di Cristo che ha rivelato Dio, ed è venuta attraverso il Verbo che si è fatto carne, tutto questo non può non voler significare se non che all’uomo è stata data la possibilità di pervenire alla verità su Dio.

Non più la fede alternativa alla conoscenza ma la fede che nasce dalla conoscenza.

Questo implica la necessità di rinunciare a considerare il Nuovo testamento come evoluzione del Vecchio e quindi impone una ricerca per depurare la rivelazione dal contesto culturale nel quale gli evangelisti e Paolo in particolare hanno voluto immergerla.

La fides ex auditu, la fede sulla parola (Romani 10,17) e quindi il sapere per fede (Ebrei 11,3) è il modo di essere del rapporto con Dio affermato da Mosè. Ma da Mosè a Cristo c’è un abisso che l’ebreo Paolo avverte quando ricorda che da “Mosè ci è venuta la legge, da Cristo la verità”, ma che poi cerca di superare ad ogni costo sottolineando che Cristo è il Messia annunciato nella Bibbia. L’abisso tra Cristo e Mosè e proprio l’abisso che separa la ragione dalla fede. Abisso che in qualche modo riuscirà a superare S.Agostino il quale dopo aver affermato: “se non puoi capire, credi per capire, la fede precede e segue l’intelletto”, giunge alla definizione d’un vero circolo virtuoso tra fede e ragione nel famoso “credendo cogitat e cogitando credit”.

La soluzioe sta cioè nel coinvolgere la ragione nell’atto di fede, facendo alle stesso tempo un atto di fede sulle possibilità della ragione.

Facile a dirsi. Soprattutto tenendo presente che la fede cristiana è sempre più stata compressa e condizionata in schemi che l’hanno sempre più allontanata da una logica razionale. A forza di concili si è costruito un castello di dogmi sempre più incredibili che cozzano contro la ragione ed alle volte anche contro il semplice buon senso.

Per questo, anche nella precedente riflessione avevo proposto la strada del ritorno al Vangelo, anzi quella del ritorno al nucleo essenziale della rivelazione evangelica.

E’ la strada di Pascal. “Cercare Dio gemendo per trovarlo nelle vie insegnate del Vangelo.

 

CAP. 3  -  Io e gli altri.

 

“Siamo noi ad avere bisogno degli altri, mentre non siamo mai necessari o indispensabili per gli altri”. Tobia se n’era uscito con questa massima, mentre stavamo ragionando sulla solitudine, Forse si può fare eccezione per qualche genio, per qualche illuminato, ma per la stragrande maggioranza degli uomini il fatto che esistano o che siano esistiti, per il loro simili è irrilevante.

Irrilevante proprio no, facevo oservare io, e forse neppure ininfluente, ma è certo che nessuno è indipensabile per gli altri mentre gli altri sono indispensabili per noi, le nostre azioni non possono prescindere dagli altri per realizzarsi.

Se a un bambino viene a mancare il padre, certo non si può dire che il fatto gli sia ininfluente. E’ certo comunque che in qualche modo il bambino riuscirà a crescere senza il padre. Se meglio o peggio non è dimostrabile perché non è possibile la controprova.

Spingendo ancora più avanti il paradosso si potrebbe anche rilevare che il figlio ha bisogno del padre per nascere, ma con la nascita non si realizza il desiderio del nuovo essere di venire al mondo, ma il desiderio del padre d’avere un figlio. E’ il padre che ha bisogno del figlio, non viceversa.

Gli altri possono vivere senza di me, ma io non posso vivere senza gli altri. Su questa verità di fondo dovrebbe svilupparsi il rapporto tra gli uomini, e invece si sviluppa sul presupposto completamente infondato per il quale ognuno si relaziona con gli altri sentendosi indispensabile. Sul sentirci necessari per gli altri fondiamo la nostra importanza, e cerchiamo di realizzarci come persone su questo equivoco di fondo.

Se provassimo invece a ricollocare le cose nel loro giusto rapporto, cambierebbe completamente il nostro modo di vivere. A mio avviso è questo il cambiamento radicale che ha cercato di introdurre Cristo, insistendo sul rapporto di amare-dare che ci deve legare agli altri.

Quando aiuto il mio amico in carrozzella mi sento importante perchè mi convinco che senza di me lui non potrebbe muoversi. In effetti, se non ci fossi io a spingere ci sarebbe un altro a farlo. Ma se non ci fosse lui, io non avrei la gratificazione personale che mi viene dal mio atto che considero di generosità. Potrei spingere un altro, ma avrei comunque sempre bisogno di un altro per realizzare il mio desiderio di generosità.

E’ l’altro, il fratello, che mi consente di realizzarmi, è l’altro che mi consente di sviluppare in me il sentimento dell’amore e di sentirmi appagato in questo sentimento.

L’alternativa è quella di realizzarmi attraverso le cose, nella soddisfazione di quello che ho fatto, accumulato o realizzato. Ma è evidente che se la prospettiva reale del mio esistere è la vita eterna dopo una breve premessa nella mortalità del corpo, nel dopo senza corpo e senza le cose, il rapporto che mi sono formato ad avere con le cose non può essere vissuto che come sofferenza, per il semplice fatto che mi mancano le cose. E’ solo il positivo rapporto che mi sono formato ad avere con gli altri nel tempo che può condizionare e caratterizzare il mio rapporto con gli altri per l’eternità.

 Chi ama gli altri ama se stesso. Amare gli altri è amare se stessi. Questo non significa che si debbano odiare le cose, ma invece che anche l’amore o l’interesse per le  cose deve passare attraverso l’amore degli altri per diventare amore verso se stessi.

Biagio evidentemente mi aveva perso, mi lasciava continuare mel mio sproloquio, senza interrompermi.

Chissà cosa pensava? Che ero pazzo? Certo, del tutto a posto non doveva considerarmi. Per recuperare in qualche modo credibilità ai suoi occhi, sfogliai il libro degli appunti cercando una riflessione di Ida Magli che mi pareva in relazione con quello che avevo detto.

“Gesù, avevo riportato afferma che siamo fratelli se ci amiamo in quanto uomini, e solo allora siamo figli di Dio, perchè è l’uomo che fa esistere Dio e non viceversa. Anche se questo esistere non va inteso in senso fondante in assoluto, come se Dio fosse un’invenzione dell’uomo, ma in quanto Dio si mostra, agisce, è presente nella storia dell’uomo soltanto se l’uomo lo riconosce, lo fa entrare nella sua vita”.

“Molto interessante!” commentò Tobia “mi pare però che abbia poco a vedere con il fatto che noi abbiamo bisogno degli altri, e non gli altri di noi.

“Eppure, se ci pensi. Sono io che faccio esistere gli altri e non gli altri che fanno esistere me. Io faccio esistere gli altri perchè ho bisogno degli altri, come faccio esistere Dio perchè ho bisogno di Dio”.

Tobia continuava a scuotere la testa. Non me lo diceva ma era certamente convinto che con il mio commento avevo rovinato la citazione.