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Alla ricerca del figlio.

 

La notte di Natale

La decisione.

Il Diario

Ricominciamo.

Se non ci riuscissi.

L’uomo figlio di Dio.

 

 Cap. 1 - La notte di Natale.

  Come è crudele la festa, per chi non può o non sa far festa! Come è crudele Natale per chi non sa  o non può vivere e sentire la gioia del Natale!

  Oggi, vigilia di Natale, sembra quasi si sia diffuso nell’aria, come qualcosa da cui non riesci a sfuggire, l’obbligo ad essere felici. Come quando in montagna sale la nebbia. Vorresti restarne fuori, ma non puoi ne vieni avvolto, ne resti intriso.

            Per i cristiani la liturgia è quella della gioia per la nascita del Salvatore, un cerimoniale quasi pervaso dalla speranza che anche la celebrazione dell’anniversario possa contribuire a far cambiare qualcosa, a infondere una nuova speranza.

            Hodie natus est puer. È nato un fanciullo ed anche noi dobbiamo rinascere fanciulli, buoni e generosi, ma soprattutto allegri e felici.                                       

            Anche per i non credenti  Natale è diventata la festa dei doni e quindi della solidarietà, la festa che impone di chiudere l’anno in un clima di serenità.            Se nulla dell’anno passato giustifica una chiusura gioiosa, non importa. È importante credere che può chiudersi bene per poter sperare che il nuovo sarà comunque un anno migliore .

            C’è qualcosa di crudele in questo dover subire l’obbligo ad essere felici e mostrarsi sereni, mentre il richiamo ripetuto alla felicità accentua la tua solitudine e approfondisce in un pozzo senza fine il vuoto che ti senti dentro. La felicità e la gioia che ostentano gli altri, sottolinea per contrasto  la tua infelicità e la tua sofferenza.

  Per non sentire questo contrasto. Per non subire l’offesa della felicità degli altri, non sono uscita questa sera.

  Gli anni precedenti era stata la forza della tradizione a farmi partecipare al rito collettivo della gioia della notte di Natale, al rito della Messa di mezzanotte.

  Non un sentimento religioso, ma forse il desiderio di provare a far rivivere dentro il ricordo di quando bambina, con i miei genitori, sentivo profondamente l’eccezionalità di quel momento, la poesia del Natale.

  Già l’emozione nasceva dal fatto di sapere che si doveva andare a letto ma che ci si sarebbe alzati nel cuore della notte.

  C’era la neve e nel viottolo segnato soltanto dal passaggio di altre persone , bisognava stare attenti a dove mettere i piedi per non cadere.

  Ma la preoccupazione di non finire nella neve non poteva impedire che mi prendesse en entrasse in me come l’aria fredda della notte, il fascino stupito del cielo stellato. Non ho più visto tante stelle in cielo come in quelle fredde notti di Natale della mia infanzia!

  E nel freddo della Chiesa, il nostro alito saliva come nuvole d’incenso e pareva fondersi con la nuvola che usciva dal turibolo con quel odore che rievocava l’atmosfera di  terre lontane, di storie di magi in un pellegrinaggio senza meta, inseguendo le stelle in un deserto fine. Era come se anche  qualcosa di te salisse e si purificasse. Ti dispiaceva di non essere pura e libera per poter seguire quelle volute e ti sentivi obbligata a fare buoni propositi, ad impegnarti ad essere migliore.

  Avevi l’impressione che qualcosa di te stesse cambiando, che qualcosa di quella atmosfera sarebbe rimasta in te anche fuori della chiesa, per farti diventare più generosa, più disponibile e più buona.

  Ma la chiesa dove tu hai vissuto le prime notti di Natale non era più quella del nostro paese, fredda ma intima e raccolta, capace di far vivere un’atmosfera, di suscitare emozioni.   Era la chiesa della città, tanto più grande, tanto più bella ma con tanta più gente. Troppa gente. C’era una calca di persone che si stringevano e si spingevano, forse, come me, nel vano tentativo di concentrarsi sui propri ricordi, per risentire e rivivere con struggente nostalgia le emozioni dell’infanzia.

  Invano!  Nella grande chiesa non riuscivi a sentire neppure l’odore d’incenso, non riuscivi a rivivere nessuna sensazione a riprovare nessuna emozione. Su quel mare di teste, non riusciva a muoversi l’onda dei ricordi. Ti tenevo in braccio perché tu guardassi, sentissi.

  C’era il presepe vivente. Ma quella finta capanna mi pareva in contrasto stridente nella grande Chiesa.

  Nel tentativo di trasmetterti emozioni che non provavo ti dicevo:

  - Guarda che c’e’ il bambino che piange! Riesci a vedere i pastori?...

   Ma dopo un po’ tu  reclinavi la testa sulla mia spalla e riprendevi il  sonno, che certamente non capivi per quale ragione ti avessi fatto interrompere.

  A proposito! Chissà come ricordi tu la notte di Natale. Forse ti è rimasto solo il ricordo di questa inspiegabile levataccia, con il disagio di riprendere a dormire prima sulla spalla della mamma e poi in macchina.  Forse ricordi più l’attesa del Babbo Natale che del Gesù Bambino…

 

  Oggi, qualcosa ancora è cambiato. Non vedo che senso avrebbe uscire. Non saprei ritrovarmi nella chiesa ove ti ho accompagnato bambino, ma non riuscirei a ritrovarmi neppure se volessi raggiungere la chiesa ove andavo bambina. Oggi sono troppo sola! Il ricordo delle emozioni della mia infanzia, le rivivo qui nella nostra casa, davanti alla televisione.

  Per giunta questo anno non è ancora venuta la neve! Natale sembra ancora più falso senza la neve.

  Non sono più i Natali d’un tempo, si ripete la gente per la strada, tanto per dire qualcosa. E la neve che manca, si prende le colpe di qualcosa che è cambiato dentro per ben altri motivi.

  Pensiamo che Natale abbia il potere magico di creare un’atmosfera. Ma la festa è il risultato di emozioni che ci portiamo dentro e che i segni esteriori aiutano ad enfatizzare. Se dentro c’e’ il vuoto la festa ti opprime.

  Guardo alla televisione la messa del Papa, dalla Basilica di S.Pietro.        Vedo, ma non seguo. Il mio sguardo corre piuttosto tra la folla per vedere se ti scorgo, perché immagino, come mi hai scritto, che tu sia tra la gente che segue la cerimonia.      E  il mio pensiero ritorna alla messa di Natale di tre anni fa.

  Ricordi? E come potresti non ricordare quella notte che ha sconvolto in maniera così radicale la nostra vita, i nostri rapporti!

  Ti avevo accompagnato alla Messa di Natale. Come ogni anno: ora che avevi diciassette anni, come allora che ti portavo in braccio perché tu sentissi l’atmosfera, provassi nuove sensazioni.  Lo facevo perché pensavo che il mio scetticismo, il mio agnostico disinteresse nei confronti della religione, non dovessero influenzare la tua formazione, e incidere sulle tue scelte.

  Ti portavo alla messa ogni domenica. Facevo in modo che tu frequentassi la parrocchia. Pensavo che anche la religione, indipendentemente da come l’avresti vissuta, avrebbe contribuito positivamente a completare la tua formazione. In fondo, è diventata un elemento della nostra cultura.

  Avresti potuto finire con il credere o con il non credere. Da adulto avresti potuto trovarti tra quelli che bambino guardavi mettersi in fila per la Comunione. Insistevi perché avresti voluto seguirli, forse chiedendoti perché anch’io non lo facessi. Oppure avresti potuto scegliere di essere tra quelli che non frequentavano più la Chiesa, o fra quelli che, come me, lo facevano un po’ per convenienza un po’ per rispetto alla tradizione, senza nessuna convinzione. Io volevo che la scelta potesse dipendere solo da te, senza influenze esterne.

  Comunque, crescere sentendo parlare della religione, d’una vita che non si esaurisce sul piano materiale, sentendo sottolineare l’importanza  di credere nei  valori che fanno la vita dell’uomo degna di essere vissuta, pensavo, ti avrebbe aiutato a vivere meglio.

  Ma quel che è poi successo e che mi fa restare qui a guardare alla televisione la S.Messa trasmessa dalla Basilica di S.Pietro, cercando di riconoscerti tra i tanti visi che vengono proposti nelle rapide carrellate sulla folla, non l’avevo certo previsto. Non lo potevo prevedere.

 

  Ti avevo accompagnato alla messa di Natale come ogni anno. Mi avevi lasciata per andare a cantare in coro con i tuoi amici, e ci eravamo dati appuntamento sul sagrato, appena finita la cerimonia, per tornare a casa assieme.

  Tu in coro attorno all’altare, io in fondo alla Chiesa, in mezzo a tanti altri giovani come te, che parlavano e scherzavano. Presenti solo per un debito d’obbedienza nei confronti dei genitori.

  Come tu, nei miei confronti, in fondo, pensavo.

  Non certo convinti e quindi coinvolti nell’azione liturgica e nella preghiera. Un po’ come me, che stavo sì in silenzio, ma che, come loro, ero presente nella calca della chiesa solo fisicamente, mentre con il pensiero mi trovavo altrove.

  Quando mi hai raggiunta, all’uscita di chiesa, ho notato che c’era qualcosa di diverso in te. Eri felice. Non solo, con una parola che non mi piace, ma che esprime bene quel che si vedeva sul tuo volto, dovrei dire che eri raggiante.

  Non mi sorpresi, sapevo che il fatto di andare a cantare era soprattutto un modo per stare assieme. Ci sarà stato, pensai, qualche incontro particolare, qualche messaggio da tanto tempo atteso, l’incrociarsi d’una sguardo da tanto tempo desiderato..

  Sorrisi anch’io. Un sorriso d’intesa, per dirti che avevo capito, forse anche un sorriso di compiacimento. Salvo verifica, evidentemente! Perché se è vero che volevo comportarmi nei tuoi confronti da un’amica, quando le cose  fossero diventate importanti, avrebbe ripreso il sopravvento  la madre.

  Allegro ed espansivo come al solito mi hai preso il braccio e ci siamo incamminati verso casa. Scherzavo, ricordo, sul fatto che diventavi sempre più grande, che ormai dovevi piegarti per tenermi il braccio.

  Tu mi lasciavi dire senza stare allo scherzo. D’un tratto t’eri fatto serio e pensieroso. Pensavi, lo capii dopo, a quali parole avresti potuto trovare per comunicarmi ciò che in chiesa avevi finalmente deciso di dirmi. Felice per la decisione presa, ma ora in difficoltà nel trovare le parole giuste per passarmi il messaggio. Pensavi a come avresti  potuto cominciare il discorso che t’eri costruito nella mente, così diverso dalle battute con le quali m’aspettavo saresti entrato nel mio discorso.

  Poi d’un tratto, o che tu non riuscissi a trovare un adeguato giro di parole o che comunque avessi concluso che dovendo arrivare alla verità, era irrilevante la circonlocuzione con cui avresti potuto introdurre l’argomento, mi dicesti:

  - Sai!. Ho deciso di farmi prete!

  Mi fermai di scatto. Ho ancora l’immagine negli occhi. Al mio arresto improvviso ti sei sfilato dal braccio per fermarti più avanti di me.  Hai potuto quindi girare  la testa per guardare nei miei occhi, l’impressione che aveva fatto quella notizia.

  Non so che cosa hai visto nel mio volto, dolore, terrore o solo stupore e perplessità. Ricordo che nel tuo viso c’era una luce nuova, ti brillavano gli occhi, eri troppo vero nella tua espressione piena di gioia, perché potessi pensare ad uno scherzo, ad una battuta.

  Non so quanto siamo rimasti fermi a guardarci, senza parlare. Tu nella serenità di chi e’ riuscito a liberarsi d’un segreto molto importante che da tempo si portava dentro. Io, sconvolta per  una notizia tanto strana quanto inaspettata ed imprevista.

  Mi pareva tu fossi d’un tratto diventato un altro, tanto era il non senso che quelle parole avevano per me, sulla bocca di mio figlio

  Dovevo dire qualcosa, ma ero io ora a non trovare le parole. Stavo per chiederti “quando hai deciso?” ma poi mi sono trattenuta, con un sospiro di sollievo, forse scrollando la testa, per aiutarmi a scacciare un cattivo pensiero.

  Avevo preso troppo sul serio la tua affermazione! Quasi ci avevo creduto! Ma no! La tua non era certo una decisione. Se non era uno scherzo era comunque una idea nata così, nella suggestione dell’atmosfera della notte di Natale.

  Forse il parroco nella predica aveva accennato al problema delle vocazioni? I giovani si lasciano spesso suggestionare dall’idea di fare i missionari…Non so, non avevo seguito. Ma non poteva essere diversamente!

  O forse era proprio soltanto  una battuta di spirito, recitata così bene da farla sembrare vera!

  Mi diedi della stupida perché ti avevo preso sul serio e mi sentii come liberata da un peso nella acquisita convinzione che non si dovesse dare peso alla tua uscita. Quando uno se ne esce con uno sproposito, non vale la pena interloquire, così pensai fosse meglio cambiare discorso, e ti chiesi con quali compagni t’eri visto durante la messa.

  Certamente sarai rimasto perplesso e stupito per la mia reazione, ma anche tu accettasti di stare al gioco. Continuammo verso casa, come si suole dire, parlando del più e del meno. Continuammo cioè a dirci parole per evitare di dirci i pensieri, forse nella segreta speranza che la notte avrebbe potuto cambiarli.

  Nessuno dei due voleva accettare il pensiero dell’altro. Io non potevo accettare la decisione che tu mi avevi comunicato. Tu non potevi accettare che mi sentissi offesa e profondamente contrariata da una notizia che, pensavi, riguardava solo te, la tua vita.            

 

 

Cap. 2 – La decisione.

 

  Non ho chiuso occhio quella notte. E come avrei potuto, nel dubbio che quella tua affermazione non fosse una battuta?

  A momenti mi convincevo che non aveva voluto essere nulla di più d’una uscita spiritosa, un gioco al quale non avevo saputo stare.

  A momenti invece rivedevo la tua espressione, quando dopo le tue parole si sono incrociati i nostri sguardi, e mi persuadevo che, purtroppo, non era uno scherzo e allora mi tormentavo alla ricerca di quando aveva potuto nascere in te una idea così peregrina. Mi prendeva allo stesso tempo la rabbia e l’angoscia, di fronte al dubbio strisciante tra i miei pensieri, che in qualche modo, inavvertitamente, fossi stata anch’io a far nascere ed a nutrire in te una tale decisione.

  Sarebbe il colmo, mi dicevo, che fossi proprio io la causa involontaria! A meno che, poi aggiungevo, non si tratti, com’è più probabile e spero, di una battuta.

  Alla mattina nevicava.

  Cosa puoi immaginare di meglio di un Natale sotto la neve! La coltre bianca aveva già ricoperto ogni cosa e continuava a nevicare fitto. I fiocchi erano grandi e leggeri. Volteggiavano nell’aria prima di  confondersi con il bianco del terreno.

  Li seguivo nel loro percorso mentre cadevano, accompagnandoli con il corso dei miei pensieri. Ne seguivo uno, accompagnandolo sino al suolo, poi risalivo con lo sguardo e ne prendevo un altro, per scendere con lui…

  Perché tardava tanto ad alzarsi? Continuavo a chiedermi.

  Avrei voluto svegliarti. Ma, trattandosi del  giorno di Natale, mi sembrava eccessivo. E se poi era veramente tutto uno scherzo, avrei così ammesso troppo apertamente di esserci caduta. Chissà quanto mi avresti presa in giro?…

  Ti alzasti finalmente quando erano quasi le dieci. Reprimendo il desiderio di sapere, cominciai a prepararti la colazione e finalmente, nel modo più normale possibile, come se volessi stare al tuo gioco, riuscii a chiederti.

  Cosa hai voluto dirmi ieri sera, dopo la Messa? Avevo evitato, non a caso, di ripetere la tua frase, un po’ per scaramanzia, un po’ perché, così m’immaginavo, avresti replicato, cadendo dalle nuvole: a proposito di che cosa?

  Invece ti fermasti, come a voler sottolineare con i gesti, l’importanza di quanto volevi comunicare, poggiasti sul tavolo quello che avevi in mano, e mi parlasti con un tono ed una gravità che non lasciava più equivoci. Sono state per me parole così importanti, che credo di poterle ripetere a memoria.

  Mamma, mi dicesti, io non so se è stato il luogo giusto e il momento giusto. Del resto non saprei quale possa essere il momento e il posto giusto. Probabilmente ho atteso troppo per dirtelo. Questo sì, dovevo parlarti prima. Ma ci ho provato più volte, e non ci sono riuscito. Immaginavo che la mia decisione non ti avrebbe fatto piacere, e non volevo darti un dispiacere. Ieri sera, da come l’hai presa, ne ho avuto purtroppo la conferma, ma io non posso più rimandare, non posso più tacere. Non riesco a trovare la forma per parlare senza farti dispiacere, e comunque non posso non parlare.

  Scusami per come te lo detto. Scusami per come te lo dico. Ma è vero,  io ho deciso di farmi prete.

  Ma allora era tutto vero! Terribilmente vero! Non solo non si trattava di uno scherzo, ma non era neppure una decisione nata così in preda all’emozione, qualcosa su cui si poteva ancora discutere. Era invece e purtroppo qualcosa che stavi maturando da tempo.

  L’idea non ti era venuta quella sera. Te la portavi dentro chissà da quando. Da anni andava maturando in te, senza che tu me ne facessi cenno, senza che io mi accorgessi di nulla.

  E mi chiedevi scusa di come me l’avevi detto? Non so cosa tu abbia letto sul mio volto, in quei momenti in cui parole e pensieri si infittivano dentro di me e non riuscivano a trovare il modo di uscire e di esprimersi. Un folla che vuole uscire da una sala affollata si blocca sulla porta stretta finché in qualche modo non si stabilisce un ordine di precedenza per il passaggio. Così i miei tanti pensieri, non trovando un ordine di priorità, non trovavano il modo di di uscire e prendere forma.

  Avrei voluto inveire, rinfacciarti l’ingratitudine. Avrei voluto dirti che il tuo era proprio un comportamento da prete. Come avevi potuto prendermi in giro per tanto tempo? Che senso poteva avere chiedermi scusa di come me l’avevi detto, vista l’assurdità madornale di quello che mi avevi detto, della scorrettezza assoluta nei miei confronti?

  Ero convinta di averti seguito fin troppo da vicino in questi ultimi anni. Soprattutto da quando ci aveva lasciato tuo padre.

  Avevo a volte paura d’aver esagerato nel volerti essere più amica e confidente che madre, ed ero sicura di conoscere ogni tuo moto dell’animo, ogni sentimento.

  E invece... Bella confidente! Stavi maturando una scelta così importante, così radicale e la maturavi a mia insaputa!

  Avevo paura d’esserti troppo vicina, alle volte troppo invadente, d’averti quasi costretto a prendere il posto di tuo padre nei miei confronti, e invece i tuoi pensieri più profondi erano tanto lontani dai nostri discorsi, erano nati e si erano sviluppati, a mia insaputa, tanto lontani da me.

  Ma anche lasciando perdere  il fatto di non essere stata informata. Come per dio poteva esserti venuta un idea del genere?

  Infine mi aggrappai alla speranza che comunque la decisione fosse un’idea nata da poco, ancora in maturazione, che avresti potuto cambiare, che avrei potuto aiutarti a cambiare.

  Ne hai già parlato con qualcuno? finalmente riuscii a chiederti. Non so quanto  più preoccupata di sapere se comunque fossi la prima ad avere parte alla tua confidenza, o di avere la conferma che si trattasse di una decisione non sufficientemente approfondita, da cui sarebbe stato possibile distoglierti.

  Sono quasi due anni che ne parlo con don Ivan, mi hai risposto, scusami non volevo offenderti, hai aggiunto.

  Ma non ero soltanto offesa. Non era soltanto il fatto che mi avessi nascosto per tanto tempo un segreto così importante. In quel momento mi sentii disperata, come se tutto mi crollasse addosso. Tutto quel che avevo pensato, progettato, per cui avevo lavorato. Le tue parole mi comunicavano che era  intervenuto qualcosa di irreparabile e di catastrofico, che avrebbe cambiato radicalmente la mia vita, la nostra vita…

  In un lampo un groviglio inestricabile di pensieri mi attraversò la mente. Non so quale intrico di sentimenti contrastanti mi travolse.

  Ricordo solo che ti sentii perso, mi sentii persa, e non riuscii a trattenere le lacrime.

  Anche tu forse non ti saresti aspettato una reazione così. Ti aspettavi forse la reazione della mia gelosia di madre, perché avevi preferito don Ivan a me, ma, davanti alle mie lacrime, capivi che il mio non era solo uno sfogo di gelosia ed allora hai aggiunto: scusami, ma si tratta della mia vita.

  Appunto, si trattava della tua vita. Non era un problema di gelosia, si trattava invece d’una catastrofe che investiva la tua vita, che poi, dopo la morte di tuo padre, era diventata l’unico scopo della mia vita.

  Ma questo ultimo aspetto non ti riguardava. E forse era giusto così…

 

 

 

Cap. 3 – Il diario.

 

  Sono passati ormai tre anni da quel Natale. Nel frattempo tanti avvenimenti hanno cambiato la nostra vita. Sei entrato in Seminario. Prima qui in provincia poi al Lateranense a Roma per approfondire gli studi di teologia.

  Ora sono qui, la notte di Natale, davanti alla televisione a vedere la Messa del Papa, per vedere se riesco a riconoscerti. Non so neppure se devo cercarti tra la folla, o tra gli accoliti che servono Messa.

  Delle tue cose, di quello che fai, mi hai scritto poco in questi anni. D’altra parte non so come potrei rimproverarti, dal momento che sai di rivolgerti ad una persona che non ha ancora accettato la tua decisione.

  Durante le tue vacanze  ne abbiamo parlato più volte, ma forse sempre in modo troppo superficiale. Quel groviglio di pensieri che da tre anni mi si è infiltrato nella mente, come qualcosa di estraneo e di opprimente, non sono riuscito a scioglierlo.

  Lo sento ancora come un tarlo, come un tumore, un corpo estraneo del quale non riesco a darmi ragione, che non riesco ad accettare.

  E questa sera, mentre ti cerco tra i tanti visi che scorrono davanti alle telecamere, mi é venuta l’idea di cercarti in modo diverso, di cercarti provando appunto a districare quel groviglio di pensieri e sentimenti che da tre anni mi porto dentro.

  Forse ancora non ci sono riuscita perché, da madre, ho sempre pensato che avresti dovuto essere tu a seguire le mie indicazioni e i miei consigli. Dovevi essere tu a  seguirmi, e non mettermi nelle condizioni di doverti seguire.

  Stasera ho capito che se voglio ritrovarti, devo provare a ripercorrere la tua strada, e per chiarirmi le idee, per trovare più facilmente le indicazioni del percorso, ho pensato anche di scrivere questo mio diario di viaggio.

  Non è certo un’idea originale, anzi è un vezzo che va molto alla moda. Ma per me il problema non è di originalità o di moda. La mia ricerca non è un passatempo, il tema che mi pongo è un tema di fondo, esistenziale. Importante è anche saper individuare gli strumenti che mi possono aiutare nel percorso. Il diario può essere uno di questi.

Sono come l’alpinista che si accinge ad una spedizione e deve impegnarsi nel raccogliere l’attrezzatura più idonea. Anche se può sembrare meno importante della piccozza cui afferrarsi, l’agenda per gli appunti su quel che si è fatto e si intende fare, è altrettanto indispensabile. Per questo ho deciso di tenere un diario.

  Sarà il diario d’una madre che ricerca il figlio che s’e’ perso perché ha voluto intraprendere una strada per la quale la madre non è in grado di andare.

  L’idea me l’hai data tu con le tue tante lettere nelle quali mi dici poco o niente di quello che fai ma scrivi tanto di quello che pensi.

  Sono lettere con le quali forse cerchi di convincermi della bontà della tua scelta, per ricostruire quel rapporto che si e’ interrotta la mattina di Natale di tre anni fa. Ma io penso che allo stesso tempo siano lettere scritte anche per te, per aiutarti a chiarire i tuoi pensieri e i tuoi sentimenti, per confermare la tua convinzione mentre cerchi di convincere me.

  Le mie riflessioni possono non avere nulla a che fare con quelle che hai fatto tu. Tanto meno hanno la presunzione di avere qualche base di scientificità. Stasera mi sono solo convinto della opportunità di provare a fare un percorso, per vedere se alla fine, per una mia strada, posso arrivare dove sei arrivato tu. O almeno da quelle parti.

  Leggendo le tue lettere ho come la sensazione che tu sia arrivato sulla cima della montagna e viva già nell’ebbrezza della cima conquistata. Io sta invece cercando di salire per un sentiero che mi piace immaginare sia quello che hai percorso anche tu. E quando  s’apriranno squarci di panorama da guardare con meravigliato stupore, mi piacerà pensare che e’ lo stupore che hai già provato tu passando di lì. E quando troverò delle difficoltà o il percorso diventerà troppo faticoso, penserò che anche tu hai resistito, sei riuscito a superare il passaggio difficile, e questo mi aiuterà a trovare la forza per vincere e superare l’ostacolo.

  Quando arriverò, (se arriverò!) come te alla vetta, forse scoprirò, parlando con te, che tu hai percorso un sentiero completamente diverso. Ma non ha importanza, se ci dovessimo trovare assieme in vetta, non avrà più importanza sapere da che parte siamo arrivati.

  In questo mio diario, che ho cominciato a scrivere, racconterò gli sviluppi di questo mio percorso verso di te. Non mi è facile scrivere, lo vedi anche dalle mie lettere, credo però di dovermi  impegnare a farlo per avere qualcosa che mi consenta in ogni momento di fare il punto della situazione. Voglio in ogni momento poter rileggere quel che ho fatto per capire ed impostare meglio quel che mi resta da fare.

  Sarà un diario scritto per me, ma anche pensando a te, pensando al fatto che un giorno anche tu lo leggerai.

   Non so se sarà dopo la mia morte. Quando rovistando tra le mie carte, troverai qualcosa che ti farà conoscere qualcosa di tua madre che ancora non conoscevi.

  O se invece  troverò il modo o valuterò l’opportunità di fartelo leggere. Dipende anche da come si svilupperà, da che cosa registrerà, da quali risultati raggiungerò e riporterò.

  Dipende soprattutto se raggiungerò il traguardo ritrovandoti e quindi ritrovandomi, o se invece sarò costretta ad ammettere l’impossibilità di seguirti per la strada che hai intrapreso. Dipende  se sarà il diario di una serie di fallimenti o se invece registrerà un avanzare faticoso ma costante.

Con questi pensieri, con questi propositi, mi sono addormentata sulla poltrona, mentre la televisione continuava a trasmettere la cerimonia dalla basilica S.Pietro.

La gente non era più in file ordinate nei banchi della navata, era tanto più numerosa, ed era dispersa nel deserto. C’erano uomini e donne, chi a piedi, chi su un asino chi su un cammello, come se il presepe di fosse animato e le statue si fossero moltiplicate all’infinito. Tutti si muovevano, tutti andavano, ma in ordine sparso senza sapere dove. Non c’era una capanna che facesse da punto di riferimento, attorno alla quale poter ordinare tutti quei personaggi.

Senza che nessuno me l’avesse detto, intuii che tutti si muovevano cercando l’orizzonte, ma l’orizzonte era da ogni parte, per cui la gente si incrociava e si scontrava individuandolo  in direzioni opposte.

Non c’era un albero, un cespuglio o soltanto un sasso da potersi prendere come riferimento, anzi la polvere del deserto sollevata dal continuo calpestìo, stendeva come uno strato di nebbia sulla folla e rendeva ancor più difficile capire quale fosse la direzione da prendere.

Presi a seguire tre uomini che si muovevano assieme a dorso di cammello. Avanzavano sicuri come se veramente avessero saputo dove andare. Dall’alto del cammello, fuori dalla coltre di nebbia che copriva l’immensa distesa del deserto, come quella che nelle mattine d’inverno si forma ai primi raggi del sole sui prati coperti di brina, dicevano tra loro d’aver visto una stella.

Io non vedevo niente, la polvere che mi avvolgeva mi impediva di vedere il cielo. Ma la loro sicurezza mi dava sicurezza. Il fatto che dessero l’impressione di sapere dove andare, dava anche a me l’idea d’aver trovato la strada, di sapere quale fosse il percorso ed il motivo del viaggio.

Andavano in fretta i cammelli, ed io facevo fatica a seguirli. Disperata li vedevo allontanare sempre più. Per quanto mi sforzassi non riuscivo a mantenere il loro passo, anzi più mi sforzavo di camminare in fetta e più mi sembrava che i miei passi diventassero lenti e pesanti.

Ad un certo punto non li vidi più. Mi fermai esausta a riprendere fiato, e sollevando di nuovo lo sguardo nella direzione verso cui avevo seguito i cammelli, mi accorsi d’essere arrivata di fronte ad una grande duna. Pensai ad un miraggio, per come mi era comparsa all’improvviso. Mi trovavo ai  piedi e pensai che avrei potuto salirla, per vedere se dall’alto mi sarebbe stato possibile individuare la direzione per la quale uscire da quella folla e dal deserto.

Guardando meglio per valutare la difficoltà della salita, mi resi conto che non si trattava di una duna di sabbia ma di una roccia. Forse per il colore o forse perché perfettamente levigata pensai alla nuca di un enorme teschio e l’idea mi fece abbandonare l’intenzione di salirla. Continuando a guardare alla roccia pur avendo già  abbandonato l’idea di salirvi, mi resi conto che comunque qualcuno mi aveva preceduto, qualcuno stava già salendo.

C’era un uomo davanti, che trascinava una pesante croce appoggiata alla spalla, e dietro lo seguiva una donna. Pensai che avrei voluto sapere chi fossero, vederli in volto. E nel sogno il mio desiderio fece sì che potessi zummare sulla scena.

Eri tu davanti che portavi la croce, ed io che ti seguivo piangendo. Stavi incespicando e cadendo sotto il peso della croce enorme ed io accorrevo per sorreggerti.

Mi svegliai sullo slancio per soccorrerti…

 

 

 

 

 

Cap. 4 – Ricominciamo assieme.

 

È ancora mattina presto. Il sole si è appena alzato. L’aria   è ancora  troppo  fresca,  per poterla respirare  a   pieni polmoni. L’ultima neve sulla cima delle montagne ricorda che è ancora inverno, anche se il canto con suoni e modulazioni diverse  di tanti uccelli assieme, fa pensare ad una orchestra che sta accordando gli strumenti prima di dar inizio alla sinfonia. Sembra facciano a gara a cantare l’uno più forte dell’altro, per riuscire a sentirsi in quel frastuono di trilli, come se ognuno di loro dovesse rifarsi del silenzio dell’inverno, avvertendo dentro di sé che sta per scoppiare la primavera.

  Nel  prato l’erba e ancora secca, ma  già qualche bucaneve, qualche primula, segnala che la natura, ancora una volta, sta riprendendo il suo ciclo.

  Mi avvio verso il bosco dietro casa, come quand’eri piccolo. Sul sentiero sconnesso rischiavi di cadere ad ogni passo, ma volevi camminare da solo. Non volevi la mia mano.

  E sulla panchina sotto il vecchio abete, io leggevo e ogni tanto ti guardavo giocare con le pigne. Impegnato ad inventare i tuoi giochi, commentavi con te stesso il tuo lavoro, parlavi alle pigne, al cespuglio, alle formiche che invadevano il campo del tuo gioco.

  Eravamo vicini, ma già tanto lontani. Ognuno in un suo mondo.

  Anche adesso ho raggiunto la panchina e ti sento presente come allora.

  Forse più vicino perché mi pare quasi di sentire qualcosa di te nell’aria, se non il tuo respiro, confuso nello stormire delle fronde, il tuo pensiero che sento in me e con il quale mi confronto per iniziare un colloquio.

  Che tu sia fisicamente a Roma non ha alcuna importanza. O forse a Roma è un altro, perché quello che io penso mio figlio, che so che pensa come mio figlio, che ha i sentimenti di mio figlio è qui con me.

  Allora io leggevo e tu giocavi, ora leggiamo assieme.

  Mi hai scritto che la tua scelta è dipesa dalla lettura del Vangelo, che in quelle pagine hai trovato le indicazioni per la tua nuova strada e poi i suggerimenti e gli incoraggiamenti per poterla affrontare e seguire.

  Ho quindi pensato anch’io di partire da quella lettura. Immagino di rileggere con te quelle pagine, insieme, per vedere se riesco a ripercorrere la tua strada. Per vedere se da qualche parte riusciamo a ritrovarci, se riusciamo a colmare quella distanza che oggi ci separa, per ritrovare un nuovo modo d’intenderci, una nuova sintonia.

  Da che parte cominciamo? Io avrei una idea o una provocazione nei tuoi confronti… Cominciamo là dove si parla della chiamata. Dove si dice che dal momento che hai scelto di seguire Cristo, non dovresti neanche venire al mio funerale.

  Lascia che i morti seppelliscano i morti!

  Sorridi?… Certo, ho cercato la frase più ad effetto. Forse anche sinceramente preoccupata  del mio futuro, sola nella mia vecchiaia. Come si suole dire, senza neppure un cane al mio funerale, se neppure mio figlio troverà il tempo, o sentirà il dovere di esserci, perché impegnato chissà dove a seguire Cristo.

  Per correttezza o completezza, immagino tu mi voglia dire, dovrei citare altre frasi, dovrei ricordare il discorso molto più articolato e complesso nel quale si sostiene che seguire il Vangelo é l’unico modo per salvare la propria vita.

  Lo so, e ci ho pensato molto, con intensità, al punto che ora mi sembra di vederlo Cristo, lì dove eri tu bambino, al tuo posto, in un raggio di luce che s’è fatto strada tra il fitto intreccio dei rami degli abeti, e mi pare di sentirlo ripetere:

  Chi pensa soltanto a salvare la propria vita la perderà, chi invece è pronto a sacrificare la propria vita per me la salverà. Se un uomo riesce a guadagnare anche il mondo intero, ma poi perde la sua vita, o rovina se stesso, che vantaggio ne ricava?.

  Certo, la risposta sembra facile, evidente. Ma su questa evidenza, tanti hanno sacrificato la loro vita, missionari o martiri. Tanti hanno rinunciato a vivere, per chiudersi in un convento ad aspettare la fine della vita.

  Tanti, come vuoi fare anche tu, hanno rinunciato ad una vita normale, per dedicarsi a una vita diversa. In questa diversità vorrebbero ricordare agli altri, (quelli che vogliono vivere nella normalità), che il senso vero della vita, dovrebbe essere ritrovato nel rinunciare a vivere, con la speranza aleatoria di guadagnarsi un’altra vita.

  Che paradosso! E se poi questa altra non ci dovesse essere?

  Va bene. Tu ci credi, ne sei profondamente convinto e quindi non accetti nemmeno che si possa impostare come ipotesi un ragionamento su questo dubbio.

  Ma io non ti voglio certo dire o insegnare che devi affannarti a conquistare il mondo, comportandoti in maniera scorretta e spregiudicata sì da perdere il diritto all’altra vita... Si può vivere con gioia e serenità questa vita pur pensando all’altra. Ci si può comportare in modo da meritare l’altra, senza dovere per forza  sacrificare e perdere questa.

  Sarà un ragionamento opportunistico, ma a me, anche nelle piccole cose, non sono mai piaciuti quelli che giocano il tutto per tutto, tanto meno quando si tratta di giocare il  bene maggiore che abbiamo in assoluto, cioè la vita stessa.

  Sapere che proprio mio figlio vuole fare questa scommessa assoluta, credo tu lo possa immaginare, mi dà un indicibile senso d’angoscia.

  Del resto l’invito a riflettere prima di fare una scelta così assoluta  viene proprio dal Vangelo. Infatti Cristo dopo aver ripetuto che per diventare suoi discepoli bisogna lasciar tutto e seguirlo, invita anche  a riflettere per verificare se ci si sente all’altezza d’una scelta così totale.

  Il comandante d’un esercito prima di iniziare la battaglia valuta le sue forze, le confronta con quelle del nemico, e se vede che la battaglia è persa in partenza, saggiamente rinuncia alla battaglia. La stessa cosa fa l’uomo che deve costruire una casa: valuta se ha le disponibilità per completarla, per evitare d’essere costretto a lasciare i lavori a metà, sprecando soldi ed energie per un bene che poi non può essere utilizzato, finendo per esser preso in giro da tutti.

  Appunto! Se non dovessi farcela e dovessi lasciare la casa a metà come potresti sopportare la derisione degli altri e soprattutto la ferita che ti si aprirebbe dentro, per la sensazione del tuo fallimento?

 

 

 

 

Cap. 5 – Se non dovessi riuscire!

 

  Se non dovessi farcela....     

  Rileggendo il diario su come ieri ho cominciato il percorso che avrebbe dovuto avvicinarmi a te, mi sono resa conto, d’aver già sbagliato strada. Sono partita da dove sei partito tu, dal Vangelo, ma più che per ritrovarti, mi sono incamminata con l’idea di dimostrarti che hai sbagliato strada, che hai dato un’interpretazione errata dei segnali che c’erano sul percorso.

  Ricordi  in montagna, quando finiva il sentiero e si saliva sulle rocce e le segnalazioni diventavano incerte, tu volevi passare avanti perchè dicevi che ti consideravi più bravo di me nell’individuare i segnali?  Ad ogni tratto si doveva trovare il successivo segnale dipinto sulla roccia, oppure il mucchietto di sassi costruito dagli alpinisti del Cai per integrare le indicazioni.

  Quante volte ci siamo trovati incerti a discutere se si doveva andare a destra o a sinistra, interpretando diversamente i segnali o quelli che si presumeva fossero segnali?

  Siamo anche questa volta a discutere, ed io a contendere, che la tua idea è sbagliata, che non si va di là ma dall’altra parte!...

  Guardo il quaderno del diario, e sento il desiderio di rinunciare, di lasciarmi andare e di adattarmi ad accettare le circostanze  della vita  così come si presentano, senza dover per forza voler capire, voler essere convinta.

  Guardo sul tavolo il Vangelo e mi viene voglia di imprecare contro il libro, od almeno contro di me per l’idea balzana che ho avuto di regalartelo.

  Sì, ho davanti a me il tuo vangelo. Un’edizione economica tutta sgualcita, che ho ritrovato tra i tuoi libri. È il libro che ti ho regalato quando ancora frequentavi le scuole medie.

  Ricordo che mi hai guardato con sufficienza e quasi con scherno quando ti ho detto che l’avresti trovata una lettura interessante.

  Io invece avevo pensato che, al di là di quello che ti veniva insegnato a catechismo, la lettura in originale della vita di Cristo, senza la mediazione di preti o catechisti, ti avrebbe aggiunto qualcosa di importante, portandoti a delle riflessioni che ti sarebbero servite per la vita.

  Che rispettassi i precetti di santificare le feste o di confessarti, non mi interessava granché, ritenevo molto più importante che facessi tuo come ideale di vita il comandamento cardine del cristianesimo. Quello che il Vangelo definisce il primo e il più importante: che ci amiamo l’un l’altro, come fratelli.

  Ma non mi sarei mai aspettata che il mio suggerimento portasse a delle conseguenze così radicali.

  Non riesco ancora a crederci! Mi piacerebbe sapere, quando e da dove ha preso inizio quella che chiami la tua strada. A parte l’averti involontariamente regalato la guida che avresti utilizzato per trovare il percorso, c’è qualcos’altro che ho fatto per indurti a leggere quella guida, ad iniziare quel cammino?

  Mi hai scritto anche che ti stupisci della mia meraviglia per la tua decisione. A tuo dire, avrei dovuto capirti ed apprezzarti perché la tua scelta era in un certo modo conseguente agli insegnamenti che avevo voluto trasmetterti.

  In quella lettera ricordi un ragionamento che abbiamo fatto assieme quando avevi quindici anni, precisando con dovizia di particolari, il luogo, il momento e le parole.

  Anch’io ricordo quel momento con la stessa vivezza, anche se il fatto nulla aveva di particolare e le parole che ci siamo dette non erano diverse da quelle che altre volte ci eravamo scambiate, quando cercavo di farti capire l’importanza di dare un senso profondo alla tua vita.

  Ho sempre pensato che ci sono dei momenti magici nella vita!

  Momenti apparentemente come tanti altri ma nei quali si crea magicamente un’atmosfera particolare, e tutto quel che fai, che dici o che senti, assume un rilievo particolare, una profonda originalità.

  Quello era forse un nostro momento magico.

  A quindici anni ti avevo trasmesso la passione di camminare in montagna. Ne ero felice perchè vedevo che la tua non era accondiscendenza, ma una passione che ero riuscita a far crescere in te e che si era sviluppata come qualcosa di assolutamente tuo.

  E quando parlavamo di questa nostra passione, da un lato mi compiacevo d’essere riuscita a trasmetterti qualcosa di mio, dall’altro mi sorprendevo a pensare che i sentimenti che esprimevi al riguardo, erano ormai cosa tua.

  Su questo tema ti sentivo già adulto, capivo che avevi elaborato un tuo modo di sentire e di pensare che si confrontava con il mio alla pari.

  Camminavamo non più come madre e figlio, ma come due compagni che si ritrovano volentieri assieme perché hanno gli stessi interessi.

  E come due amici che il luogo porta a riflessioni profonde, soli, sulla cima della nostra montagna, distesi al sole d’agosto, tra le rocce guardavamo le nubi rincorrersi e parlavamo:

  Vedi, ti dicevo, quelle nuvole sembrano un drago che si muove e sputa fuoco.

  Ma che dici?, ribattevi tu, non vedi che è il pifferaio magico, e dietro le nubi a pecorelle sono la miriade di topolini che lo seguono.

  E continuavi poi ricordando quando assieme in macchina sentivamo la cassetta con il racconto del pifferaio. Non provavi alcuna simpatia per l’uomo dal piffero magico. Non ti colpiva tanto la sua bravura, quanto la stupidità dei topi che lo seguivano come un fiume che si versa inarrestabile nel mare. Ti facevano tanta pena...

  Ed io ne approfittavo per trarre la morale, per dirti che nel mondo s’incontra una infinità di pifferai e che ci vuole poco per venir travolti dalla corrente di folla, e trovarsi poi ad affogare nel mare, senza rendersi conto da che parte ci si fosse arrivati.

  Ma lì, su quella che chiamavamo la nostra montagna, non sarei stata capace di ripetere le parole fredde d’un insegnamento, della morale. Non avrei potuto parlare da madre.  Lì, sulla montagna, mi ritrovai a pensare che ci raccontavamo le nuvole.

  Raccontarsi le nuvole è avere il coraggio e la confidenza di raccontarsi i più intimi moti dell’animo, quei pensieri in libertà che si formano,  si evolvono e si spengono, seguendo il  comporsi delle nuvole in figure stravaganti in continua trasformazione.

  I pensieri che si formano con la causalità del formarsi delle nubi, e che nella loro casualità sono rivelatori del nostro sentire più profondo, della verità del nostro essere.

  Ricordo che mi dicesti, da grande vorrei diventare anch’io un pifferaio magico. Non per portare i topi ad affogare nel mare, ma per insegnare ai pulcini a volare nell’aria.

  Proprio così! Ricordi? Insegnare a volare ai pulcini!...

  Ho riso come se avessi detto una battuta, senza capire che forse volevi aprirti per confidarmi un segreto, senza capire che avevi già scelto la strada dell’utopia.

 

 

Cap. 6 – L’uomo figlio di Dio.

 

  Non posso certo pensare di riuscire a farti cambiare idea con alcune battute o riflessioni di circostanza. Sia che voglia dimostrarti che hai sbagliato strada, sia che voglia ritrovarmi per la tua strada, devo comunque impegnarmi a individuare ed a seguire questa strada.

  Ho quindi ripreso in mano il tuo Vangelo, non per ritrovare la conferma d’una mia tesi già predefinita, ma con impegno ed onestà intellettuale.

  Al Vangelo mi hai scritto, ci si può avvicinare con diverse chiavi di lettura, ognuno di noi deve trovare la sua, per riuscire a penetrare nell’essenza del messaggio.

  Sono d’ accordo con te. Si può leggere la storia d’uno che ha fatto miracoli e proprio per questo credere che il suo messaggio non può che essere veritiero e soprannaturale. Ma si può anche voler capire l’essenza del messaggio, indipendentemente dalla storia, che in parte potrebbe essere vera, in parte potrebbe essere stata inventata o trasformata nella trasmissione orale o comunque nell’interpretazione dei primi cristiani.

  Io ho sempre cercato d’ avvicinarmi con umiltà per cercare di capire l’essenza del messaggio, ma non sono mai riuscita ad andare oltre la premessa o meglio a quella che ho sempre ritenuto dovesse essere la chiave di lettura, cioè l’attacco del Vangelo di Giovanni.

  In principio erat Verbum. In principio c’era la parola, e la parola era Dio, con tutto quel che ne consegue.

  Ho voluto ritentare ancora una volta e ho passato una giornata con don Carlo, nel suo eremo, ragionando, cercando di capire assieme a lui.

  Lo so che a te don Carlo non  e’ mai piaciuto, non hai mai accettate le sue stravaganze. Io invece ho sempre avuto simpatia per questo prete, considerato da molti un matto, da altri più compassionevolmente  un originale. Mi e’ parso sempre autentico nella sua ricerca della verità, d’una verità che non può essere imparata, ma che deve essere trovata dentro a noi.

  In un mondo che non s’interessa della verità, nel quale l’apparenza diventa realtà, uno che vuole la verità ad ogni costo, non può che risultare fuori posto e quindi un matto. Io mi sono sempre sentita come lui, nel mio desiderio di capire, di non accontentarmi di quello in cui gli altri credevano, soltanto perchè era ciò in cui si riconosceva la maggioranza.

  Nella sua ricerca della verità, si è sempre trovato più solo. Forse non lo sai, ma ha abbandonato anche la parrocchia e si è ritirato in un suo eremo personale, sulla montagna ove sorge la pieve di S.Pietro.

  Apparentemente solo, ma in effetti, con tanta gente che va a trovarlo, che gli scrive, che sa di poter contare nell’originalità ed autenticità della sua riflessione per avere un consiglio o soltanto un commento, non standardizzato, o imparato, ma sentito e sofferto. Troppo spesso anche i preti ci hanno purtroppo abituato alle risposte con frasi fatte!

  La settimana scorsa ho passato un’intera giornata con lui. Sono salita fin lassù di buon mattino. Dalla valle saliva il suono di tante campane che suonavano la prima Ave Maria. Quando lo trovai, stava già lavorando nell’orto dietro il vecchio fienile riadattato a chalet, che aveva scelto come suo rifugio.

  Il mio saluto, il mio “mandi”, mi parve si perdesse in quel suono di campane e si confondesse con le vibrazioni di  quel suono.

  Rispose, quasi seccato d’essere stato disturbato, quasi presagendo che il programma che s’era prefissato per la giornata, sarebbe stato radicalmente modificato per colpa d’un intruso, non previsto nel programma. E a sottolineare il disappunto per la mia visita  dopo un fugace sguardo, continuò a lavorare con la sua vanga, dando l’impressione di essere più interessato a guardare la terra smossa dall’attrezzo che al nuovo venuto.

  Tu sai che fa sempre così! Al primo incontro sembra quasi voglia dare l’impressione d’essere un orso. Penso lo faccia  per difendersi perché si sente troppo scoperto e vulnerabile, proprio per la sua grande disponibilità e il suo grande interesse per gli altri, per il suo prossimo.

  Non ti piace proprio perché non sei mai riuscito ad accettare, questo suo voler essere originale ad ogni costo, questo suo atteggiamento apparentemente scontroso all’inizio di ogni incontro. Io, al contrario, ho dovuto imparare a diffidare piuttosto delle persone che si presentano con un atteggiamento iniziale troppo disponibile. Ma anche questo te lo insegnerà la vita!

  Suonarono anche le campane della Pieve vicina. Un suono che scendeva nel bosco, tra le piante, assordante facendo vibrare ogni cosa.

  Pensai a quel suono come al presagio di qualcosa di importante, al presagio che qualcosa di nuovo sarebbe entrato in me, come quel suono pareva penetrarmi per la sua intensità.

  Quando si perse nell’aria l’eco degli ultimi rintocchi,  don Carlo lasciò la vanga e venne verso di me, sorridente ed espansivo.

  Forse anche lui aveva seguito quel suono,  apparentemente concentrato sul suo lavoro, ma in effetti attento a seguire quei rintocchi, così evocativi, cosi capaci di trasmettere sensazioni profonde. Il suono riesce ad andare oltre le parole, sa dire cose che le parole non riescono a trasmettere.

  Sono venuta perchè vorrei parlarti, gli dissi.

  Certo, ribattè ridendo, fin quassù non sei certo venuta solo  per vedermi.

  Non mi aveva capito, o faceva finta di non avermi capito, io volevo dirgli che ero venuta non per una chiacchierata qualsiasi, ma per una riflessione importante.

  In effetti, ripresi e un po’ tutto da ridere. La verità è che non sono venuta come ho fatto altre volte, per fare qualcosa di diverso, per uscire dalla routine, per fare quattro chiacchiere interessanti. Non sono venuta neppure a chiederti consigli sul quotidiano come altri so che fanno. Sono venuta perchè vorrei che tu mi spiegassi il Vangelo.

  Non parve sorpreso. Ebbi la sensazione di non essere l’unica che gli si era rivolta con una domanda del genere. E ne fui contenta. Un po’ come quando vai dal medico e sei perplessa e diffidente nel esporre i sintomi del tuo male, perché ti pare di essere l’unica ad avere quei problemi e poi quando il medico ti interrompe per farti coraggio, dicendoti: se sapesse quanti hanno gli stessi sintomi, ti senti rincuorato, come per aver avuto la conferma d’essere sì malato, ma tutto sommato ancora normale.

  Don Carlo mi guardava in silenzio, con uno sguardo in cui leggevo tanta comprensione.

  Strano, ma non troppo,  pareva mi dicesse.

  Sai, aggiunsi, per dare un giustificazione logica a quella domanda, che, anche a un prete, poteva quantomeno sembrare originale. Da quando mio figlio ha deciso di entrare in seminario, per me il problema della fede non è più, come per tanti, un optional da tirar fuori la domenica, senza che però disturbi e incida sul vivere quotidiano.

       Vorrei capire mio figlio, per non sentirmi un’estranea come madre. Ma per farlo non posso non capire me stessa. E i temi che per altri possono essere rimandati a quando l’avvicinarsi della morte li fa sentire, più importanti ed impellenti, per me sono diventati essenziali.

 

  Abbiamo passato la giornata a discutere, a confrontarci. Alla fine non so se ho capito quel che voleva dirmi. So però che sono tornata a casa con la sensazione di aver capito. Con la soddisfazione di aver intuito qualcosa di nuovo e con la convinzione che su queste nuove conoscenze avrei potuto impostare e sviluppare un percorso di conoscenza completamente nuovo.

  L’introduzione di Giovanni, se non proprio chiara, almeno mi sembrava cominciasse a diventare comprensibile.

  In parole povere, e senza rifarmi a concetti filosofici che non sai mai se sei riuscita a comprendere appieno, mi pare d’aver capito che in principio non c’era il mondo, dice Giovanni, ma c’era solo la parola, cioè l’idea, senza che alla parola ed all’idea corrispondesse qualcosa di reale, di fisicamente esistente.

  C’era l’idea del mondo, ma non c’era il mondo ancora.

  Come se uno scienziato avesse l’idea d’una macchina molto complessa, molto articolata e sofisticata nei suoi meccanismi, che tuttavia  non esiste ancora  se non nella sua mente. E nella sua mente a quella idea corrisponde una parola che identifica l’idea, al punto che la parola è l’idea e viceversa, che parola e idea sono sinonimi.

  Per mezzo di quella parola e di quella idea lo scienziato ad un certo punto realizza la macchina. Questa all’inizio e’ ancora approssimativa, come ogni prototipo, ma lo scienziato è riuscito ad inserire in ogni congegno dei meccanismi di autosviluppo, per cui la macchina è in continua evoluzione, si migliora e  perfeziona per rendersi sempre più conforme all’idea originaria che ne aveva lo scienziato.

  Allo stesso modo, si fa per dire, l’idea della macchina così complessa del mondo, dell’universo, era presso Dio ed era Dio, come l’idea dello scienziato è lo scienziato.

  Dio è l’idea dell’universo. L’universo è la materializzazione fisica dell’idea dell’universo e quindi la materializzazione di Dio.

  Per mezzo di lei, della parola-idea del mondo, Dio ha creato ogni cosa.

  Il mondo e’ stato fatto per mezzo di lei.

  Ma l’idea restava comunque esterna all’universo, come l’idea della macchina dello scienziato resta comunque esterna alla macchina, nata da quella idea.

  Ad un certo punto però, nel processo di sviluppo della sua idea, lo scienziato decise di entrare nella macchina da lui sviluppata, come un elemento della macchina stessa. L’elemento cardine, attorno al quale e per il quale si muove e si sviluppa  tutta la macchina.

  Allo stesso modo, si fa ancora per dire, ad un certo punto della storia, e quindi dell’evoluzione del mondo,  Dio ha voluto che la parola mondo, cioè l’idea stessa del mondo, diventasse un elemento del mondo, diventasse uomo.

  L’elemento principale, l’elemento che all’intero del mondo, come lo scienziato all’interno della  macchina da lui prodotta, continua a determinarne e a condizionarne lo sviluppo.

  Ma se l’idea che era in Dio e che era Dio, è diventata uomo, l’uomo è diventato Dio.

  Non proprio, perché comunque, per quanto lo scienziato sia dentro alla macchina, e dall’interno ne determini l’evoluzione, la sua idea supera i limiti fisici della macchina, e ne resta esterna. Allo stesso modo l’idea-uomo supera i condizionamenti fisici del mondo, per restare esterna, idea perfetta assoluta e quindi Dio.

  Il rapporto tra Dio e l’idea, tra Dio e l’uomo viene definito e chiarito nel concetto che l’uomo non e’ Dio, ma, figlio di Dio.

  Il messaggio nuovo e rivoluzionario che porta Cristo all’uomo è che lui, un uomo, il figlio di Giuseppe di Nazareth è figlio di Dio, e come lui ogni uomo, ognuno di noi, è figlio di Dio.

  In questo c’è il primo fondamentale elemento innovativo del Vangelo, l’altro connesso e derivato, e per certi versi ancora più importante per l’uomo è che chi crede di essere figlio di Dio, avrà la vita eterna. Alla morte del corpo, lo spirito che si è riconosciuto figlio di Dio si ricongiungerà con il Padre.

  E’ facile obiettare, l’ho fatto presente anch’io a don Carlo, che c’è qualcosa che non torna nel ragionamento, perchè se l’uomo si salva in quanto figlio di Dio, è irrilevante ai fini della salvezza che creda o meno di esserlo.

  E invece no! Non e’ irrazionale pensare, mi ha spiegato, che colui il quale crede nell’idea, sviluppa un rapporto con l’idea stessa, al punto da venir assorbito nell’idea nel momento in cui avrà perso i condizionamenti fisici del corpo, per vivere la propria identità senza limiti, nell’idea.

  Chi invece non avrà sviluppato questo rapporto con l’idea, anche al venir meno dei condizionamenti del corpo, vivrà la sofferenza per la propria incapacità a congiungersi con l’idea.

  In questo campo non puoi mai dire d’aver veramente capito, ma a me comunque  pareva sufficiente la sensazione che era entrata in me, che la cosa fosse possibile. Forse una parte era ragionamento, ed una parte era sentimento, ma la parte di ragionamento aveva reso possibile il sentimento, e nel complesso mi appagava la sensazione d’aver capito e quindi di poter credere.

  Ma i nostri ragionamenti si complicarono ulteriormente nel cercare di definire esattamente cosa legittima per l’uomo il diritto alla vita eterna.

  “Ve lo assicuro, riporta ad un certo punto Giovanni, chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane che da la vita”.

  Chiarita la necessità del credere,  la cosa si complicava con l’altra affermazione, fatta in successione immediata, per cui Cristo è il pane che dà la vita.

  Credo alla fine d’essermi data una spiegazione, pensando che la seconda affermazione, con quella immagine poetica del pane, in effetti voglia confermare e rafforzare la prima.

  Il messaggio nuovo che Cristo è figlio di Dio, non va creduto come la affermazione di un teorema, alla quale crediamo, senza che il fatto del credere influisca in nessun modo su di noi.

  Devo credere ed essere convinto che Cristo é figlio di Dio, al punto di credere ed essere convinto che io stesso sono figlio di Dio. E la convinzione d’essere figlio di Dio, deve diventare la mia vita.  E come per vivere ho bisogno del pane così per vivere la convinzione d’essere figlio di Dio ho bisogno del pane costituito dalla convinzione che Cristo è figlio di Dio. Ho  bisogno di far mia continuamente la convinzione che come Cristo, anch’io sono figlio di Dio..

  Mangiando di questo pane, e quindi vivendo di questa convinzione, realizzo la convinzione d’essere figlio di Dio, e sviluppo quindi quella relazione spirituale con Dio che mi consentirà di unirmi con lui alla morte del corpo.

  Il concetto mi pare venga confermato quando in altra parte, il Vangelo riporta le parole di Cristo, il quale dice che avrebbero potuto bastare i profeti e Giovanni, ma invece è stato necessario che il figlio di Dio diventasse figlio dell’uomo.

  In effetti Giovanni ed i profeti avrebbero potuto trasmettere una conoscenza, ma per identificarsi e vivere la realtà d’essere figli di Dio, non basta la conoscenza, l’identificazione deve essere profonda ed assoluta.

  I vostri antenati mangiarono il pane, e quindi ebbero la conoscenza, e morirono ugualmente, voi non dovete soltanto conoscere ma vivere la realtà di figli di Dio. L’idea-Dio che diventa carne, storicamente uno come noi, figlio di Dio e dell’uomo allo stesso tempo, non si limita a trasmettere un messaggio ma obbliga invece a vivere in noi una esperienza, l’esperienza del figlio di Dio, e quindi l’esperienza di figli di Dio.

  Solo chi mangia la mia carne, cioè fa sua, per riviverla la mia esperienza di uomo-Dio, diventerà uomo-figlio di Dio e potrà tornare al padre per la vita eterna.