Diver Dalce
Quid est veritas?
Cosa e’ la
verità?
I DUE GESU’
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Presentazione.
Se il titolo non fosse
già stato utilizzato, avrei voluto intitolare il romanzo “Ipotesi su
Gesù”. Presentando una versione, se non
inedita almeno inusuale delle vita di Gesù, il mio intento non è stato infatti
quello di ricercare una nuova verità, sulla vita del personaggio storico e
ancora meno di affermare che è sbagliato tutto quanto si è detto e scritto in
questi duemila anni sul personaggio. La mia è solo una ipotesi, per immaginare
quali potrebbero essere le conclusioni alle quali si potrebbe giungere, sulla
base della simulazione proposta.
Un romanzo storico?
No. Piuttosto un romanzo antistorico, che reinventa liberamente la storia e
quindi in un certo senso un romanzo di fantascienza. Il romanzo di Cristo che
non muore, come risulterebbe storicamente provato, che non viene crocefisso da
Pilato, ma che non per questo ha un minore rilievo nella storia dell’umanità.
Il romanzo della vita di un filosofo, che ha avuto le intuizioni capaci di dare
ad ogni uomo le vere risposte sul senso della sua vita.
Se Cristo non fosse
morto, cosa ne sarebbe del cristianesimo? Oppure quale sarebbe il
cristianesimo, se il suo fondatore non fosse stato crocefisso? Avremmo una
religione non fondata sull’idea d’un Dio che redime l’umanità dal peccato
originale, con il sacrificio in croce del figlio fattosi uomo, ma soltanto
sulle idee che Cristo ha predicato.
Idee che comunque
fanno già parte della dottrina cristiana, si potrebbe obiettare. Ma l’ipotesi
serve a verificare (o meglio a suggerire di verificare) se l’enfasi posta su
ciò che Gesù ha fatto, sulla sua vicenda personale, non abbia portato in
secondo piano, ciò che ha detto ed insegnato.
L’ipotesi consente in
secondo luogo di verificare se l’attenzione su ciò che ha fatto, non abbia
portato anche a stravolgere o quantomeno a forzare la trascrizione di ciò che
ha detto, per far coincidere le parole con l’immagine del personaggio che si
voleva rendere.
Una ipotesi come
questa, si potrebbe obiettare ancora, avrebbe dovuto portare a sviluppare un
saggio, non un romanzo.
Il saggio tuttavia si
sarebbe proposto di dimostrare. Io invece voglio soltanto suggerire che ci
potrebbe essere una lettura diversa, sia dei fatti che delle parole. Il mio
suggerimento diventa quindi un invito ad una rilettura personale dei testi che
ci sono stati tramandati sulla vita di Gesù, sia quelli canonici che quelli
definiti apocrifi, per arrivare ad una propria ricostruzione del personaggio
che, anche a prescindere dagli occhi della fede cristiana, è stato quello che
ha determinato e condizionato tutta la storia e la cultura occidentale.
Ma perché immaginare
che non sia morto in croce? Perché l’idea del sacrificio in generale, ed a
maggior ragione l’idea del sacrifico del figlio di Dio, attiene alla sfera del
sacro, ed il sacro non si discute, ma si deve accettare per fede. Perché di
fronte all’evento di Dio che sacrifica il figlio, per redimerci dal peccato
originale, non ci può essere discussione ma soltanto devota e totale
gratitudine.
Invece al di qua del
sacrificio, siamo al di fuori del sacro, siamo quindi sul piano delle parole,
che possono essere interpretate e discusse. Al di qua, si può anche immaginare
di poter ricostruire le parole che non sono state tramandate, perché qualcuno
le ha ritenute non coerenti con l’idea del sacro.
Più che un romanzo una
provocazione!
Forse sì. Tuttavia nel
senso più positivo del termine. Tra chi accetta senza discutere e chi rinuncia
a discutere a priori, considerando l’argomento senza interesse, la provocazione
a partecipare ad una discussione, sull’origine del pensiero dal quale si è
sviluppata la cultura cristiana, nella quale siamo nati e che, ci piaccia o no,
è la nostra cultura di occidentali.
Una provocazione sulla
strada che ogni individuo percorre alla ricerca di un Dio che non è costretto
all’assurdo di sacrificare il figlio per realizzare il proprio impegno di
salvare l’umanità. Di un Dio non così limitato, da non essere riuscito a
salvare l’umanità, pur essendo ricorso ad un gesto così inaudito come quello di
sacrificare il figlio.
La ricerca invece di
un Dio che ha salvato e salva ogni individuo che in qualsiasi parte del mondo
in qualsiasi modo, sente nel suo cuore il bisogno di Infinito. Lo stesso Dio di
cui siamo servi, secondo Maometto, figli secondo Jeshù, ma comunque fratelli.
Il Dio in nome del quale tutti gli uomini dovrebbero sentirsi uguali, come
tante gocce apparentemente diverse tra loro, ma fondamentalmente uguali,
accomunate nel destino di raggiungere lo stesso oceano.
Cap. 1 – PILATO
“Che cosa è la
verità?” Con la mano destra appoggiata al petto in corrispondenza del cuore,
come era solito fare, Pilato misurava avanti e indietro lo spazio della
biblioteca del Palazzo, ripetendosi questa domanda, alla quale non riusciva a
dare una risposta. Quella sua abitudine di tenere la mano destra all’altezza
del cuore era diventato un suo modo di essere, e costituiva ormai l’aspetto
caratterizzante delle caricature che si facevano sul suo conto. Si riprometteva
sempre di smettere, si imponeva di impedire al braccio di prendere quella
posizione, ma poi quando non ci pensava, il braccio destro istintivamente
invece di penzolare al fianco come il sinistro, si piegava al gomito, e la mano
si appoggiava al petto come a controllare continuamente il battito cardiaco.
Chi non avesse saputo
del suo vizio, e l’avesse conosciuto soltanto in quel momento, avrebbe pensato
che stesse premendo sul cuore per
contenere la sofferenza che gli dava il peso di quella domanda, che andava
ripetendosi, ora mormorandola tra sé e sé, ora pronunciandola a voce alta, come
se veramente fosse rivolta verso un interlocutore. Anche i quadrotti di marmo bianchi e neri del pavimento della
biblioteca, alternandosi nella contrapposizione dei colori, pareva volessero
prendersi gioco di lui,
rappresentandogli la possibilità di due risposte opposte.
“Che cosa è la
verità?” la domanda gli era quasi scoppiata nella sua testa, come un fulmine in
una notte di tempesta, la notte precedente, mentre interrogava il predicatore
Jeshù detto Bar Abba.
Erano tre anni ormai
che sentiva parlare di quello strano predicatore che girava per le strade della
Palestina facendosi chiamare con il soprannome di Bar Abba che in aramaico
significa Figlio del Padre. Uno dei
personaggi più autorevoli del Sinedrio, Giovanni d’Arimatea con il quale da un
po’ di tempo era entrato in amicizia, gliene faceva spesso gli elogi,
riferendogli i contenuti più originali
della sua predicazione.
“Dice di essere figlio
del Padre celeste che è nei cieli, perché tutti noi uomini lo siamo, figli
dello stesso Padre, figli di Dio”, gli ripeteva Giovanni.
Pilato da giovane, a
Roma, si era appassionato agli studi di filosofia. Aveva frequentato la scuola
degli stoici, si era anche innamorato di Seneca un ragazzo che aveva quasi
dieci anni meno di lui, ma che dimostrava una intelligenza ed una sensibilità
eccezionale. Se avesse potuto scegliere, sarebbe rimasto per tutta la vita con
l’amico, avrebbe voluto fare anche lui il filosofo. Ma per lui, come spesso
accade, avevano scelto i genitori. Gli avevano trovato una sistemazione
adeguata, anzi molto importante, facendolo sposare con Procla una nipote
dell’imperatore Tiberio.
Non si poteva dire che
fosse bella, ma non era questo un problema, perché neppure lui era un Adone, e
d’altra parte la scelta dei suoi genitori non si era basata sul criterio della
bellezza. Il vantaggio di imparentarsi con l’imperatore poteva ben valere il
prezzo di doversi adattare a convivere
con una donna con la quale aveva ben poco da condividere, che lo prendeva in
giro per la sua passione per la filosofia. Ma ciò che gliela aveva resa subito
insopportabile, era quel suo comportamento da zitella bisbetica, voleva dir la
sua su tutto, più a sproposito che a proposito, e non riusciva ad aprir bocca
se non per dire qualcosa di negativo, come se fosse stata per natura incapace
di fare degli apprezzamenti. Non le si poteva obiettare nulla, perché alla
fine, per amor di pace, ci si doveva ridurre a
darle sempre ragione. Ma anche questo alla fine un marito avrebbe potuto accettare! Ciò che Pilato non
riusciva a sopportare era la sua ambizione e la sua conseguente decisione di
fare carriera all’ombra del marito, e quindi alla sua ombra. Si sentiva a volte
come l’ulivo a cui la moglie aveva legato il suo asino: costretto a fargli
ombra senza aver nulla da condividere.
Era comunque andata
così! Lei, come regalo di nozze, aveva
ottenuto per lui dallo zio imperatore, l’incarico di Procuratore della Giudea.
Così il filosofo mancato, governatore suo malgrado, s’era trovato a 30 anni a
navigare verso le spiagge della Palestina.
Si era nell’anno 777
dalla fondazione dell’Urbe, in quello che poi sarà chiamato l’anno 30 della
nuova era, a Roma già da 15 anni, regnava l’imperatore Tiberio, appunto lo zio
della moglie Procla. Pilato che era superstizioso e credeva alla cabala, era
sicuro che quel anno con tre sette,
sarebbe stato un anno di sventure, ma ciò che gli stava capitando, e si era
soltanto ai primi di aprile, superava ogni sua pessimistica previsione.
Erano già passati tre
anni da quando si era insediato nel palazzo del procuratore della Giudea a
Cesarea di Filippi, ma da qualche mese aveva dovuto decidere di trasferirsi a
Gerusalemme per controllare meglio la situazione, a seguito di alcuni tumulti
che erano scoppiati nella capitale, ed aveva occupato uno dei palazzi che si
era fatto costruire Erode il Grande, l’ultimo
re di Israele, in una Palestina già conquistata dai Romani.
Era un Palazzo
imponente, aveva la forma di un grande cubo di marmo bianco incastonato nelle
pendici di una collina. Le pareti laterali erano tagliate dal profilo del
terreno in pendenza, e s’allungavano poi, sul davanti, con due colonnati che
facevano pensare alle tenaglie d’uno scorpione. La successione delle colonne
proseguiva anche sulla parete frontale, formando una specie di “u” che
costituiva l’ultimo livello d’una sorta di anfiteatro realizzato nel cortile
del palazzo.
Entrando nel complesso
edilizio dalla città, si arrivava ad un ampio cortile dal quale si dipartiva
una gradinata disposta su tre lati, che serviva da scala d’accesso al palazzo,
e che si trasformava nei gradoni d’uno stadio, quando il cortile veniva
utilizzato per parate, spettacoli teatrali e manifestazioni d’ogni genere. Il
porticato in alto, diventava appunto in queste occasioni, il palco per gli invitati importanti.
L’architetto che aveva
immaginato il palazzo si era chiaramente ispirato a qualche edificio romano, ed
il procuratore romano Pilato avrebbe dovuto trovarsi a suo agio, in un palazzo
che gli ricordava la sua città, invece il nostro l’aveva sentito subito come
freddo e ostile, come se quel marmo bianco fosse in effetti di ghiaccio. “Un
loculo funerario” era solito dire scherzando quando si trovava con gli amici.
Quando era solo, a volte aveva proprio l’impressione di essere rinchiuso in un
loculo, ed il pensiero gli faceva veramente accapponare la pelle
Non gli era piaciuta
l’idea di lasciare Roma per finire a governare la Giudea. Ma almeno i primi tre
anni li aveva passati nel palazzo di Cesarea di Filippi, in una oasi di verde,
con ampi giardini, tanti alberi ed ampi viali nei quali era bello passeggiare,
atteggiandosi a filosofi peripatetici. Ma poi, a seguito di alcuni segnali di rivolta, quando gli era venuta
l’idea di utilizzare il tesoro del tempio per costruire un acquedotto, aveva
dovuto trasferirsi nella capitale sia per un controllo più diretto ed immediato
della situazione, sia per marcare meglio, con la sua presenza, il segno della
dominazione di Roma su un popolo che non si era ancora adattato ad essere parte
dell’impero romano.
L’idea di risolvere il
problema della carenza d’acqua in città, facendo ricorso ai denari che
giacevano inutilizzati nel tempio, gli era parsa una idea originale. Era forse
l’unica che aveva avuto, senza dipendere dalla moglie ed anche per questo
avrebbe voluto realizzarla, anche a dispetto della moglie che, come al solito,
gli ripeteva che era una idea sbagliata. La priorità dell’acqua gli pareva
incontestabile, ma non si era resto conto invece che, il popolo della Palestina aveva una religiosità ben diversa da
quella dei latini. La divinità per loro non era un elemento della mitologia ma
il principio, ed il fine di ogni cosa. Era l’Io sono da cui dipende tutto ciò
che è. Per questo, per nessuna ragione, si sarebbe potuto mescolare il sacro con il profano, per
nessun motivo si sarebbe potuto rendere agli uomini, neppure a fin di bene, ciò
che era stato affidato a Dio. Alla fine l’avrebbe capito anche lui, ma in quel
momento l’idea di proporre la dominazione romana come un mezzo per risolvere i
problemi della gente e migliorare il modo di vivere, gli era parsa una idea
geniale.
“Li avrai contro
tutti!”, gli ripeteva la moglie. E così infatti era puntualmente avvenuto,
costringendolo per l’ennesima volta ad ammettere che aveva ragione lei. Le
proteste erano finite in tumulti e c’era il rischio concreto d’una sommossa,
d’una vera ribellione contro Roma. Il Sinedrio, cioè il collegio dei sacerdoti
del Tempio, l’organizzazione più influente in Palestina sia sotto il profilo
religioso che sotto quello politico, aveva giurato di fargli pagare l’idea
blasfema di utilizzare i denari affidati alla sua amministrazione, per scopi
diversi rispetto alle esigenze del culto. Per questo, seppure a malavoglia, aveva dovuto decidersi a trasferirsi in città, occupando quel brutto
palazzo freddo come un sorta di loculo bianco incastonato nel verde della
collina.
Al centro
dell’edificio, al primo piano sopra il colonnato, c’era la biblioteca. Un ampio
salone le cui finestre davano sull’anfiteatro d’ingresso. Era la stanza che s’era scelto come studio privato, ma
anche come luogo d’incontro con i suoi collaboratori, e persino come tribunale.
Nei momenti di pausa di affacciava alla finestra centrale e guardando a quella
fredda cascata di gradini, che scendeva su tre lati del cortile, gli pareva di
poter misurare nella conta di quei gradini, l’infinita distanza che lo separava
da quella città che lo odiava, sinceramente ricambiata, e che s’apriva in basso
come il fondale di quel suo vuoto teatro.
Il matrimonio con
Procla l’aveva portato a fare l’amministratore, ma da filosofo continuava a
chiedersi senza sapersi dare una risposta, che senso ha per un uomo
amministrare gli altri uomini, che senso ha amministrare la giustizia. E
quale giustizia poteva poi essere
quella che lui, venuto da Roma, doveva imporre ad un popolo con una storia, una
tradizione, una cultura ed un religione così distanti e diverse dalla sua?
Ma perché ci possa
essere una giustizia, a monte ci doveva essere una verità. Appunto! “Che cosa è
la verità?” continuava a ripetersi, misurando a passi lunghi e veloci il
pavimento della biblioteca.
Discutendo con
Giovanni d’Arimatea, s’era più volte ripromesso di incontrare il predicatore
del quale l’amico continuava a fargli gli elogi, ma non si sarebbe aspettato
di trovarselo davanti, incatenato come prigioniero, come invece gli era
capitato la notte precedente.
Gli aveva parlato da
governatore a prigioniero, l’aveva
interrogato, ed alla fine s’era lasciato uscire quella domanda, forse anche
senza senso e comunque fuori luogo nel contesto d’un interrogatorio dal quale
avrebbe dovuto capire che cosa si stava tramando contro Roma. La domanda
era rimasta purtroppo senza risposta,
come sospesa nell’interminabile silenzio di una vana attesa, ed ora gli tornava
nel pensiero, come il rumore d’un tarlo
nel silenzio d’una notte insonne.
“Io sono nato e venuto al mondo per essere un
testimone della verità. Chi appartiene alla verità ascolta la mia voce”, aveva
affermato il predicatore, ed a lui era venuto spontaneo di chiedergli appunto:
“che cosa è la verità?”.
Jeshù Bar Abba non gli
aveva risposto, ed ora il peso di quella domanda lo opprimeva. Gli ritornava
nella mente moltiplicata e resa strana dall’eco. Sono quelle domande alle quali
non si può dare risposta. “Che cosa è la verità?, è come dire “che cosa è
l’uomo?” Dovresti sapere la risposta, perché dovrebbe essere evidente che se
sei un uomo, sarebbe logico sapessi che
cosa è un uomo. E invece non lo sai, perché la risposta ha infinite
implicazioni e quindi infinite possibilità! E cosa voleva dire allora quello strano predicatore affermando di essere un
testimone della verità?...
Era appena il primo
pomeriggio ma s’era fatto buio, come se quel giorno così carico di avvenimenti
avesse voluto anticipare la notte. Su Gerusalemme s’era abbattuto un temporale
d’una violenza inaudita. Dalla finestra della sua biblioteca Pilato vedeva i
nuvolosi rincorrersi bassi, infiltrarsi tra le case e salire come a voler
inghiottire il palazzo, rovesciando scrosci di pioggia. I fulmini squarciavano
l’oscurità facendo riemergere le cose in una luce irreale, ed ogni lampo
sembrava volesse scolpirgli nel cuore e nella mente quella domanda:
“Ma che cos’è la
verità?” E ripensava ciò che gli era capitato nelle ultime ventiquattro ore.
Tutto era iniziato al
pomeriggio del giorno prima, quando il responsabile della sicurezza era venuto
a dirgli che stava venendo a
Gerusalemme l’altro Jeshù quello soprannominato il Nazireno, il capo delle
brigate armate degli Zeloti, accompagnato soltanto da un piccolo gruppo di
seguaci. Erano mesi che i suoi uomini
stavano cercando quel terrorista per arrestarlo, ma era sempre riuscito
a fuggire. Ora, inspiegabilmente, era lui stesso a consegnarsi in città, con
una scorta ridicola di soli pochi
uomini…
Non riusciva a credere
alle proprie orecchie. Del resto sin dall’inizio, quando Tiberio l’aveva
mandato a governare la Palestina, aveva rinunciato a capire il modo di pensare
di quel popolo. Non era finito nell’ultima Tule, ma soltanto ad un altro capo
del Mare Nostrum, eppure gli pareva d’essere finito in un altro mondo, tra
gente, gli ebrei, con una visione della vita sotto ogni aspetto opposta alla sua. Non riuscendo a capire
come ragionavano, risultava difficile capire anche come agivano, e quindi cosa
fare per controllarli!
Il Jeshù che si faceva
chiamare Bar Abba, Figlio del Padre, e che l’aveva messo in crisi la sera prima
sul problema della verità, era entrato a Gerusalemme la settimana prima a
cavallo d’un asina, accompagnato da una folla enorme che lo acclamava come re
dei Giudei. Ora invece gli venivano a riferire che Jeshù il Nazireno, che da
anni a capo di una vera organizzazione
armata, stava tramando per sollevare il popolo contro Roma, e farsi proclamare re dei Giudei, aveva il
coraggio e la sfrontatezza di entrare
in città con una scorta di appena una ventina di uomini!
C’era un nesso tra i
due eventi? Probabilmente sì. Ma quale
nesso si può trovare tra due fatti altrettanto incomprensibili? O c’era
qualcosa che gli sfuggiva sotto a
questa illogica connessione di fatti per i quali non riusciva a stabilire
nessuna relazione? C’erano dei tranelli di cui non riusciva ad accorgersi? Gli
venne in mente anche il cavallo di Troia per trovare una spiegazione a quel
gruppo di ribelli che aveva il coraggio di entrare in città, sfidando l’impero
romano… O era soltanto spacconeria, stupida spavalderia!...
Qualsiasi cosa fosse
non si sarebbe lasciato perdere l’occasione per poter riferire a Roma che aveva
posto fine alla ribellione, mettendo a morte il capo dei ribelli. Aveva posto
in allerta tutta la guarnigione della città ed aveva deciso che una intera coorte con seicento uomini, si
sarebbe occupata dell’arresto della banda.
La sera era stato in grande apprensione ad attendere
il ritorno dei soldati. Non riuscendo a capire
dove potesse essere il tranello, s’aspettava qualche brutta sorpresa.
Invece dopo poco tempo il centurione s’era precipitato a riferirgli che tutto
era andato secondo le previsioni. C’era stato un solo ferito, e neppure tra i
soldati, ma tra i giudei che avevano fatto da guida alla coorte.
“E Jeshù il Nazireno”
“Sta arrivando in
catene. Anzi di Jeshù ne abbiamo presi due”
“Come due?”
“Si. I Giudei che ci
hanno fatto da guida ci hanno spiegato che assieme al Nazireno c’era anche
Jeshù Bar Abba”.
“E che ci facevano
assieme?”
“Immagino che lo
dovranno dire a te. Li abbiamo presi ambedue”, precisò il centurione.
“Certo, che lo
dovranno dire!” aveva concluso Pilato, per il quale il mistero si era andato
ulteriormente infittendo, moltiplicando a dismisura la sua preoccupazione.
Che ci facevano
assieme quell’originale predicatore a cui si era appassionato anche il suo amico Giovanni d’Arimatea, che
andava proclamandosi figlio di Dio Padre, e
che qualche giorno prima era entrato in città a dorso d’asina, con
l’altro, che stava cercando di organizzare una ribellione contro la
dominazione romana?
Evidentemente aveva
già da tempo acquisito ogni genere di informazioni sui due personaggi. Sapeva
tutto di loro, ma proprio per questo non riusciva a capire perché si fossero
fatti trovare assieme nell’orto degli ulivi.
Entrambi di nome
Jeshù, erano anche cugini, nati ambedue in Galilea nella stesso piccolo paese
di Gamala. Sapeva che erano vissuti assieme, ma poi si erano lasciati,
prendendo strade diametralmente opposte. L’uno andava predicando che tutti gli
uomini sono fratelli e come tali si devono amare, anche fra nemici, anche tra
israeliti e romani, senza mai e per nessun motivo portare odio, o ricorrere
alle armi. “Siamo tutti figli dello stesso padre”, continuava a ripetere e per
questo era stato soprannominato Bar Abba, che in aramaico significa appunto
“figlio del padre”. L’altro invece s’era convinto d’essere stato prescelto per
la missione di liberare Israele dalla dominazione romana, attraverso la lotta
armata, e stava organizzando su tutto il territorio bande di terroristi
soprannominati zeloti o nazireni, per questo anche lui veniva chiamato Jeshù il
Nazireno.
“Che ci facevano
assieme uno che predica la pace con uno che organizza la guerra?”
Avrebbe dovuto
scoprirlo! Comunque sul Nazireno ed i suoi seguaci non aveva dubbi. Avrebbe
decretato la condanna a morte la notte stessa, e l’indomani ci sarebbe stato
l’esecuzione. Non poteva fare a meno del processo, anche se solo come parvenza,
ma non sarebbe andato a letto prima di aver deciso la condanna.
Con l’altro avrebbe
voluto invece approfittare dell’occasione per parlargli, come s’era ripromesso
con Giovanni d’Arimatea. Fra l’altro si diceva che andasse predicando d’essere
figlio di Dio, ed anche lui, per la sua passione per la filosofia, avrebbe
voluto capire come fosse potuta nascere in un uomo l’idea paradossale di
chiamarsi figlio di Dio, e che cosa veramente voleva intendere con questa
espressione.
Anche Giovanni gliene
aveva sempre parlato come di un predicatore di pace, e allora cosa ci faceva la
notte, nell’orto degli ultivi, chiamato anche dei Getzemani, assieme al
sovversivo del Nazareno? Non riusciva in alcun modo a darsi una risposta, pensò
comunque che la casualità di quel
arresto, gli avrebbe consentito anche di prendersi gioco dei sommi sacerdoti
del Tempio e di tutto il Sinedrio.
Gli era stato infatti riferito che più volte
i farisei a capo del Sinedrio, avevano minacciato di morte quello strano
predicatore che metteva in discussione
la loro autorità, minando le basi della religione ebraica, sulle quali si
fondava il loro potere. Se avesse voluto far loro un piacere, avrebbe avuto
l’opportunità di far da carnefice per loro conto, mettendo a morte anche il
secondo Jeshù. Non gli sarebbe costato granché, ora che per caso l’aveva già agli arresti nei
sotterranei del palazzo.
Non sarebbe stato difficile trovare un motivo
per metterlo a morte. In effetti anche il pacifico predicatore, a suo modo,
aveva sfidato e s’era fatto beffe delle
guarnigioni romane, entrando a Gerusalemme la settimana prima a cavallo
d’un asina. E poi comunque il fatto di farsi trovare con il Nazireno, il capo
dei terroristi, senza riuscire a
fornire una spiegazione plausibile, poteva essere sufficiente per concludere
che anche lui faceva parte del complotto, che era in qualche modo un
complice...
Ci avrebbe pensato!...
Nel frattempo aveva la possibilità di divertirsi alle spalle del Sinedrio. Era
una opportunità che non voleva perdersi!
Si fece portare Jeshù
il Nazireno per rispettare la formalità dell’interrogatorio, prima di
pronunciare la condanna a morte che aveva già deciso e ordinò invece che
portassero Jeshù Bar Abba dal sacerdote del tempio Anna, suocero di Caifa sommo
sacerdote in quel anno. Al centurione che comandava la scorta comandò di
riferire che voleva un loro espresso parere formale su che cosa avrebbe dovuto
decidere, a proposito di quel prigioniero finito casualmente nelle sue mani.
Gli avevano poi
riferito che il sommo sacerdote aveva cominciato a far domande a Jeshù, sui
suoi discepoli e sul suo insegnamento, cercando un motivo per chiederne la
condanna a morte. Ma Jeshù aveva risposto: “Io ho parlato chiaramente al mondo.
Ho sempre insegnato nelle sinagoghe e nel tempio, non ho mai parlato di
nascosto, ma sempre in pubblico, in mezzo alla gente”.
Allora uno dei
presenti gli aveva dato uno schiaffo dicendogli:
“Così si parla al
sommo sacerdote?”
“Se ho detto qualcosa
di male”, aveva ribattuto Jeshù, “dimostralo, ma se ho detto la verità perchè
mi dai uno schiaffo?”
Non riuscendo a venire
a capo di nulla, Anna l’aveva mandato poi, legato com’era, dal sommo sacerdote
Caifa. Si erano intanto riuniti tutti i capi dei sacerdoti, i maestri della
legge e le altre autorità per cercare un’accusa che consentisse di motivare la
richiesta di condanna a morte che avrebbero voluto decidesse Pilato.
Si erano presentati
in molti pronti a formulare delle
accuse, ma avevano anche preso subito a contraddirsi, ed era evidente che con
quelle testimonianze non sarebbe stato facile sostenere una imputazione che
comportasse la condanna a morte. Qualcuno aveva riferito d’averlo sentito dire
che avrebbe distrutto il tempio di Dio e che l’avrebbe ricostruirlo in tre
giorni. Qualcun altro però aveva obiettato che in effetti l’affermazione era
stata ben diversa. Aveva detto che avrebbe distrutto il tempio fatto dagli uomini
e ne avrebbe costruito un’altro non fatto dagli uomini. C’era quindi
un’allusione a un non ben precisato tempio, non fatto da mano d’uomo, e quindi
non riferibile al tempio di Gerusalemme. E comunque era evidente che a Pilato
non importava nulla del tempio, e certamente non avrebbe emesso una condanna a
morte per questi motivi.
Allora il sommo sacerdote aveva spostato
l’interrogatorio su un altro tema. Si poteva accusare quel uomo di essersi proclamato il Messia. Dato che le sacre
scritture avevano previsto che il Messia sarebbe stato il liberatore di
Israele, dichiararsi Messia era come dichiarare guerra ai romani
“Sei tu il Messia?”
gli aveva chiesto il sacerdote.
“Anche se lo dico voi
non mi credete,” aveva risposto Jeshù. “Se invece vi facessi io delle domande
non mi rispondereste”.
Risposte difficili da
capire e comunque insufficienti come testimonianze per condannare a morte un
uomo. Per riuscire ad incastrarlo allora il sommo sacerdote l’aveva portato sul
tema che, sapeva, costituiva l’elemento centrale della sua predicazione.
“Ma insomma”, gli
aveva chiesto seccato, “sei proprio il figlio di Dio?”
“Voi stessi lo dite.
Io lo sono” aveva risposto Jeshù.
Allora i sacerdoti avevano concluso: “Ormai non
abbiamo più bisogno di prove. Noi stessi lo abbiamo udito direttamente dalla
sua bocca”.
A quelle parole il
sommo sacerdote, si era anche strappato il mantello, scandalizzato, dicendo:
“Ha bestemmiato! Non
c’è più bisogno di testimoni, ormai adesso avete sentito le sue bestemmie.
Quale è il vostro parere?”
“Deve essere
condannato a morte”, avevano risposto
in coro i presenti ed alcuni lo avevano anche preso a pugni e a schiaffi
e gli avevano sputato addosso.
Mentre lo riportavano
a Pilato, per chiederne la condanna a morte, si erano resi conto tuttavia che per il governatore romano, anche la
bestemmia di proclamarsi figlio di Dio, non sarebbe stata certo un elemento
sufficiente per una sentenza capitale. Per un romano un dio in più o in meno
non faceva nessuna differenza. Davanti
a lui avevano preso allora ad accusarlo dicendo:
“Quest’uomo noi lo
abbiamo trovato mentre metteva in agitazione la nostra gente, non vuole che si
paghino le tasse all’imperatore romano e pretende di essere il Messia re
promesso da Dio”.
A Pilato il fatto che
quello fosse o meno il Messia, l’ultimo dei profeti atteso dal popolo ebraico,
non interessava proprio finchè restava sul piano religioso, mentre non poteva
sorvolare sul tema delle tasse, e infatti a Jeshù Bar Abba, aveva posto subito
la domanda cruciale che aveva fatto anche al Nazireno.
“Ti ritieni il re dei
Giudei?”
“Si, gli aveva
risposto il Nazireno, confermando quanto andava dicendo ai suoi seguaci, quando
faceva proseliti arruolando le bande armate, con le quali avrebbe voluto
affrontare i soldati romani.
Sai bene che con
questa risposta ti condanni a morte, aveva aggiunto Pilato, e poi solo per
capire come aveva potuto essere così facile il suo arresto, aveva chiesto
ancora:
“Ma allora perchè ti
sei fatto prendere?”
Il Nazireno
comportandosi veramente da re dei Giudei, aveva rivolto a Pilato uno sguardo di
sfida, e non aveva risposto. Quello sguardo aveva confermato il governatore
nelle sue preoccupazioni. C’era senza dubbio un piano! La facilità
dell’arresto, il fatto dei due Jeshù assieme… Doveva riuscire a capire il
disegno.
Aveva chiamato il
centurione e gli aveva ordinato di flagellare il prigioniero fino a fargli dire
la verità, sul motivo per cui si era fatto trovare quella sera nell’orto del
Getzemani. Ma pur flagellato a morte, al centurione che ad ogni colpo di frusta
gli continuava a ripetere “Che ci facevi?” il Nazireno continuava a ripetere
“Dio vuole che sia il re dei Giudei”
Alla medesima domanda,
“ti ritieni il re dei Giudei?”, Jeshù Bar Abba invece gli aveva risposto:
“Hai pensato tu questa
domanda, o qualcuno ti ha detto questo di me?”
“Non sono Ebreo, io”,
aveva risposto lui. Il tuo popolo e i capi dei sacerdoti ti hanno riportato a
me perchè ti condanni. Che cosa hai fatto?
“Il mio Regno, Jeshù
gli aveva risposto, non appartiene a questo mondo. Se il mio regno appartenesse
a questo mondo, i miei servi avrebbero combattuto per non farmi arrestare. Ma
il mio regno non appartiene a questo mondo.
“Ma quindi ti ritieni
un re?”
“Sei tu che dici che
sono un re. Io sono nato e venuto al mondo per essere un testimone della
verità. Chi appartiene alla verità ascolta la mia voce”.
Era a questo punto che
gli era uscita la domanda:
“Ma che cos’è la
verità?”
Uno che si proclama
testimone della verità e re d’un regno non di questo mondo, più che condannato a
morte, va ricoverato come pazzo, aveva pensato PIlato. Ma non era questo il
problema. Un giudeo, o galileo che fosse in più sulla croce, non avrebbe
cambiato la storia, il problema era capire perché i due si erano fatti trovare
assieme, nell’orto degli ulivi.
C’era evidentemente un
piano. Ma Pilato più ci pensava più aveva
la netta sensazione che questo secondo Jeshù vi fosse stato coinvolto
senza neppure rendersene conto. Era plausibile che il Sinedrio ne chiedesse la condanna
a morte. L’originale predicatore infatti quando la settimana prima era entrato
in città a dorso di una asina, aveva poi messo a soqquadro il loro tempio. Vi
era entrato e aveva buttato all’aria le bancarelle dei mercanti, e li aveva
accusati di aver trasformato in un covo di briganti quella che avrebbe dovuto
essere una casa di preghiera per tutti i popoli.
Era sospetto invece il comportamento della
folla. Una settimana prima avevano
seguito Jeshù Bar Abba osannandole, stendendo i loro mantelli come un tappeto
davanti ad un re ed ora, assiepati sulla gradinata antistante il palazzo, ne
chiedevano la condanna a morte.
“A morte! A morte!
Crocifiggilo!”
Pilato sentiva l’urlo
ritmato della folla salire dalla gradinata, e si chiedeva quale fosse il
bandolo di quella maledetta matassa della quale non riusciva a capire
l’intrico.
“Perché?” continuava a
chiedersi, E invece che trovare nella sua mente una risposta gli rimbalzava
quasi fosse un eco l’altra domanda “Che
cosa è la verità?”
Con l’amico Giovanni
d’Arimatea s’era ripromesso di approfondire i contenuti della predicazione di
quell’originale predicatore così inaudito da sembrare pazzo. Ma non era questo il momento più adatto per ragionare di
filosofia, con l’urgenza di dover capire cosa si stesse tramando, o sarebbe
finito per diventare pazzo anche lui.
“Riportatelo in cella”
ordinò ai soldati che lo accompagnavano, voleva provare a restar solo per
provare a far ordine nei suoi pensieri.
CAP. 2 - PILATO E SAULO.
Il Nazireno era stato
ridotto ad una maschera di sangue ma non aveva parlato. Jeshù Bar Abba, si
capiva che non ne sapeva niente! Era già quasi l’alba e Pilato non era riuscito
a venire a capo del mistero per il quale il ribelle s’era fatto arrestare, e la
folla chiedeva la morte del predicatore.
“E gli altri? Tutti
quelli che avete arrestato insieme ai due Jeshù li avete interrogati?” chiese
quando i soldati lasciarono la sala.
“Certo!” rispose il
Centurione. “Hanno ammesso tutti di essere seguaci del Nazireno, e quindi penso
che debbano seguire la sua sorte. Uno solo, che dice di chiamarsi Simone,
sostiene invece di essere dei discepoli di Jeshù Bar Abba”
“Lo voglio sentire!”
disse Pilato. “Portatemelo subito”.
Simone detto Pietro
era stato l’unico fra i discepoli che avevano accompagnato Jeshù Bar Abba
nell’orto degli ulivi, che aveva tentato di difendere il maestro, e per questo
era finito per farsi arrestare. Fu portato davanti a Pilato.
“Sei anche tu con
Jeshù il Nazireno” gli chiese il governatore appena se lo vide davanti.
Simone in effetti era
vissuto per anni assieme al Nazireno, con lui aveva condiviso il sogno di
liberare Israele dalla dominazione romana. Con lui aveva studiato le scritture
per riconoscervi i segni della volontà e dell’aiuto di Dio, che li avrebbe
accompagnati ancora una volta a liberare il suo popolo. Poi un giorno mentre
pescava sul lago di Genezaret, aveva incontrato Jeshù il Bar Abba che gli aveva
chiesto di seguirlo. Come magicamente attratto dalle sue parole, aveva lasciato
le reti di pescatore e s’era messo al suo seguito abbandonando il Nazireno.
Seguendo Bar Abba
s’era sempre più allontanato dalle idee del Nazireno, aveva rinunciato all’idea
di far parte dell’esercito di
liberazione del popolo di Israele, ma con questo non era venuta meno la sua
stima e la sua ammirazione per un eroe disposto a mettere in gioco la propria
vita, per liberare Israele dal gioco della dominazione romana.
Erano rimasti amici. E
per lui il Nazireno restava ed era un grande israelita e sentiva che questo era
il momento di testimoniarlo. Avrebbe voluto rispondere a Pilato “Sì sono con
lui perché, tutto Israele è con lui, ogni uomo ogni donna, perché il Dio di
Israele è con lui. Avrebbe voluto dirgli che il Nazireno era il nuovo Mosè,
ricordandogli ciò che era capitato al Faraone, quando aveva voluto opporsi ai
disegni di Dio sul popolo di Israele, e invece:
“Non sono con lui. Non
condivido le sue idee, io sono con Jeshù Bar Abba”, mormorò a bassa voce e si
vergognò subito delle sue parole. Aveva detto soltanto la verità, ma alle volte
anche la verità è una vigliaccheria, e questa era una di quelle volte.
Pilato che pure era
tutto preso dal tema della verità, non avrebbe capito queste sfumature, e
comunque era con il maestro, non certo con il discepolo che avrebbe voluto
discutere del problema della verità. Da Simone, che vedeva così pieno di paura,
sperava invece di ricavare qualche elemento per capire cosa si stava
architettando nell’orto degli ulivi”.
“E cosa ci facevate
assieme nell’orto del Getzemani?”
“Giuda, uno che era
con noi e che prima era con il Nazireno” aveva fatto in modo che ci
incontrassimo” rispose Pietro, senza riuscire ancora a trovare il coraggio per
dire che anche lui, come Giuda, era stato per un periodo con il Nazireno, prima
di passare con il Bar Abba.
“Ho capito. E’ stato il tuo collega Giuda ad
organizzare l’incontro. Ma è stato il tuo maestro Jeshù a decidere di
parteciparvi. E’ mai possibile che non vi abbia detto niente, quando vi ha
chiesto di accompagnarlo.”
“No, ci ha detto
soltanto che voleva incontrarsi con il cugino. Penso anzi lo volesse dissuadere
dal fare inutili colpi di testa contro di voi, contro i romani. Jeshù Bar Abba
ha sempre sostenuto che si deve distinguere la religione dalla politica. Date a
Cesare quel che è di Cesare ed a Dio quel che è di Dio, era solito dire.”
“Come mai sei stato
arrestato solo tu tra i discepoli di Jeshù Bar Abba.
“Quando siamo arrivati
nell’orto ha detto agli altri di fermarsi. All’incontro l’abbiamo accompagnato
solo io e Giuda. Gli altri all’arrivo dei soldati sono evidentemente riusciti a
fuggire”.
“E l’altro, Giuda,
perché non è con te?”
“Non so, devi
chiederlo ai soldati. Forse anche lui nel trambusto è riuscito a fuggire”.
“Da dove siete partiti
per andare nell’orto?”
“Dal cenacolo degli
esseni, dove abbiamo cenato ieri sera. Per caso ne ho la prova. Come ricordo infatti mi sono preso la coppa
nella quale ha bevuto lui. “Eccola!” e come se fosse una ulteriore elemento a
sua discolpa, trasse da sotto il mantello la coppa che aveva sottratto nel
cenacolo e gliela porse.
“Perché volevi
conservare un ricordo della cena di ieri sera?”
“Perché è stata una
cena speciale. Lui il Bar Abba è stato molto strano. “
“Vi ha spiegato che
cosa è la verità?” gli chiese Pilato.
“Cosa intendi dire?”
balbettò Pietro preoccupato che in quella domanda strana, ci fosse un tranello.
“Nulla!” ribattè
spazientito Pilato. “Vai avanti nel tuo racconto. Strano perché?”
Solo allora Pietro
aveva notato la stranezza di quella mano all’altezza del cuore, che segnalava
la tensione del governatore, stringendo nervosamente il lembo del mantello. Non
era certo il caso di farlo innervosire ulteriormente, e prese quindi a
raccontargli della cena.
“All’inizio invece
della lavanda di purificazione delle mani che noi Ebrei facciamo prima di
metterci a mangiare, ha voluto lavarci
i piedi”.
“Perché?”
“L’ha anche spiegato,
ma a dir la verità, non l’ho capito. Non capivamo sempre quello che ci diceva o
il senso di ciò che faceva. Poi mentre
spezzava il pane secondo la tradizione e ce ne dava un pezzo ciascuno, ha detto
altre parole ancora più incomprensibili, affermando che quella era il suo
corpo. Infine ha voluto che tutti intingessimo un pezzo di pane nel vino della
sua coppa…”
“A questa coppa!”
soggiunse, ripetendo il gesto di
porgerla a Pilato. “Ci ha detto che nella coppa c’era il suo sangue, e
che lui non avrebbe bevuto più vino fino al giorno in cui avrebbe bevuto il
vino nuovo, nel regno di Dio. Ha anche detto che colui il quale beve alla mia
bocca diventa come me, ed io divento lui, e ciò che è nascosto gli è rivelato”.
“Beve alla mia bocca?
Ciò che è nascosto gli è rivelato?” ripeté Pilato tra sé.
“Sì, proprio perché
non le ho capite, le ricordo esattamente le parole che ci ha detto”.
Perché si circondava di
persone che non lo capivano? Chi beve alla mia bocca diventa come me ed io
divento lui! Forse una metafora per dire che se il discepolo si identifica nel
maestro, in qualche modo anche lui diventa maestro. Era evidente comunque che
non erano concetti da potersi approfondire con
quel povero diavolo di pescatore che si trovava davanti, tremante di
paura e disposto a vendersi l’anima per salvarsi.
Lo guardò con
disprezzo mentre tremante gli offriva la coppa, come pegno per la propria
salvezza. Stava per lasciargliela non sapendo che farsene di una coppa senza valore, quando gli venne in
mente che avrebbe potuto partire proprio da quella coppa e dalle parole del
pescatore legate a quella coppa, quando fosse
finalmente riuscito a parlare
con calma con Jeshù Bar Abba.
“Dammela,” gli disse. “E vai libero” aggiunse, persuaso ormai che
da quel povero pescatore non avrebbe potuto cavare nessuna ulteriore
spiegazione.
Era già l’alba e
doveva ancora decidere cosa fare. Doveva capire perché i due si erano incontrati,
che ci facevano assieme. Doveva capire cosa fare del secondo, arrestato per
caso. Non era certo il caso di mandarlo amorte, e c’era di mezzo anche il suo
desiderio di parlargli, che si era accentuato dopo il colloquio con il suo
discepolo.
Rigirava tra le mani
la coppa che si era fatto consegnare, e mormorava tra sè la frase che aveva
appena sentito: “ciò che è nascosto gli è rivelato”. Fuori d’ogni dubbio doveva
trovare il tempo ed il modo per una discussione con l’originale predicatore! Ma
nel cortile la folla continuava a reclamare lo spettacolo della crocifissione,
e, soprattutto, c’era anche la richiesta del Sinedrio, che voleva fosse
condannato a morte:
“Se liberi questo
uomo”, gli dicevano non sei fedele all’imperatore! Chi si proclama re è nemico
dell’imperatore”. Aveva già i suoi problemi con Tiberio per non essere stato
ancora in grado di costringere a sacrificare all’imperatore quel popolo di
poveri pastori e pescatori, invasati dall’idea di essere il popolo eletto da
Dio, ci mancava solo che gli riferissero che proteggeva i nemici
dell’imperatore!...
Ma alla domanda se si
riteneva un re Jeshù aveva risposto affermativamente, ma aveva anche poi
precisato che il suo regno non era di questo mondo. “Il mio regno non
appartiene a questo mondo,” aveva detto. “Se il mio regno appartenesse a questo
mondo i miei servi avrebbero combattuto per non farmi consegnare alle autorità.
Ma il mio regno non appartiene a questo mondo!”
E che fastidio poteva
dare all’imperatore Tiberio uno che, pur di farsi passare per re, immagina di
avere un regno in un altro mondo?! Che cosa altro gli si doveva far dire, prima
di concludere che era uno fuori di testa e non certo una minaccia per l’impero
romano?!
Era già l’alba e nel
cortile del palazzo la folla si andava ingrossando: Quella sorta d’anfiteatro
all’ingresso, non riusciva più a contenerla, e come l’acqua da un lago in
piena, la folla straripava in una striscia colorata su tutta la strada
d’accesso al palazzo, fino a tra gli edifici della città. Pensò che fra loro
forse ci potevano esserci delle persone armate… Forse era proprio in quella
folla che si nascondeva il disegno segreto del Nazireno...
Era già l’alba e per
complicare definitivamente le cose gli comparve anche la moglie Procla.
“Cosa fai qui a questa
ora? Non vedi che deve ancora sorgere il sole? E come ti salta in mente di
presentarti in mezzo a tutta questa gente, ancora in veste da camera?”. La
accolse così, sgarbatamente, per farle capire che quella sua intrusione
mattutina, era l’ultima cosa che si sarebbe aspettato. Già non riusciva a
capire che decisioni assumere!... Ci mancavano le critiche della moglie per
finire di confonderlo! Infatti, come al solito, l’avrebbe criticato. Gli
avrebbe detto che era un incapace, che per governare era necessario saper
decidere. Da quando si erano trasferiti a Gerusalemme era insopportabile! Gli
imputava ad ogni occasione la colpa di quel non voluto soggiorno in Palestina.
Come se l’avesse voluto lui!...
“Per forza che mio zio
non ci può assegnare una sede migliore! Un incapace come te, dove vuoi che lo
mandi. Non riesci a venire a capo neppure dei problemi d’un popolo di poveri
pastori beduini!” gli ripeteva.
Le aveva ribadito infinite volte che voleva
restassero distinti il piano della vita familiare, da quello del lavoro, che
l’aveva scelta come moglie, e non come consigliera. Ma per contravvenire a
tutte le regole e presentarsi in veste da camera, a quell’ora davanti a tutta
quella gente nella sala delle udienze, doveva essere capitato qualcosa di
veramente eccezionale.
“Per Giove! Sei
impazzita?” imprecò mentre si avvicinava. “Scusami”, disse invece lei
attraversando in fretta la grande sala della biblioteca. “Ma credo sia
importante!”
Pilato trasalì a
sentire quelle parole. Non l’aveva mai sentita scusarsi. “Che cosa doveva
riservargli ancora quella terribile
notte, prima che il sole la sciogliesse nella sua luce?”, mormorò tra sé,
cercando di ricordarsi la tragedia greca dalla quale gli era venuta in mente
quella citazione.
Guardò Procla avanzare
nella grande sala sul pavimento a scacchi e gli parve fosse un’altra. Era in effetti tanto tempo che non la vedeva
così, con la veste da camera e i lunghi capelli sciolti. Si vedevano ormai
quasi soltanto a tavola, senza parlarsi, perché su qualsiasi argomento fosse
finita la discussione, lei pretendeva d’aver ragione, e lui per desistenza
stoica, aveva deciso di darle ragione a priori, senza neppure affrontare
l’argomento. Che se la tenesse la sua ragione! Non aveva senso perdere tempo a
convincere chi non si lascia convincere per principio, a prendersela con una
zitella acida e presuntosa, tanto supponente quanto ignorante…
La piccola donna che
gli si era avvicinata, gli era parsa veramente un’altra: una bambina con gli
occhi ancora assonnati, che ha fatto un brutto sogno, e che viene dal padre a
farsi consolare e rassicurare. Le fece cenno di seguirlo in una stanza attigua.
Non poteva certo stare ad ascoltarla lì in mezzo al salone pieno di gente, tra
i capi del Sinedrio che nel frattempo erano venuti a sentire quali sentenze
aveva deciso di pronunciare.
“Cosa vuoi che sia
importante!” le disse chiudendo la porta dietro a lei. Non vedi che ho passato
la notte in bianco, e che prima di
coricarmi devo ancora prendere delle
decisioni importanti, dalle quali potrebbero dipendere tante cose. Anche per noi.”
“Quello che devo dirti
credo sia importante proprio per le decisioni che devi prendere.”
“Immaginarsi se alla
fine non arrivava con i suoi stupidi consigli!” pensò Pilato. Ma era troppo
stanco per aver voglia di litigare.
“Che cosa ci sarebbe
di così importante?” chiese.
“Ho fatto un sogno,”
prese a dire la moglie, “e tu sai che i sogni fatti all’alba, sono spesso dei
presagi.”
“Racconta!” disse
Pilato che in effetti aveva più volte dovuto constatare che i sogni con i quali
ci si risveglia, sono premonizioni degli dei.
“Nel sogno c’eri tu
che sacrificavi a Giove. Ma non riuscivi a deciderti, perché avevi due agnelli.
Continuavi a ripetere che si doveva sacrificare uno solo, ma non sapevi quale.
Finalmente ti sei deciso, ne hai preso uno per metterlo sull’altare. Ma in quel
momento l’altro si è trasformato in un leone enorme che ti ha sbranato. Mi sono
svegliata urlando, mentre il leone faceva a pezzi il tuo corpo”.
“Due agnelli come i
due Jeshù,” pensò Pilato. “Ma in questo caso mi si chiede di sacrificarli
ambedue”.
“Ho sentito che hai
arrestato due Jeshù. Ma uno è quello di cui si dice che ha fatto grandi
miracoli. Ha persino resuscitato un suo amico”
“Se si dovesse credere
a tutto ciò che dicono questi Israeliti” mormorò tra sé Pilato.
“Comunque ho già
mandato a chiamare Saulo,” gli disse la moglie.
“Chi?”
“Il giovane fariseo
tuo amico. Voglio saperne di più su questo predicatore.”
La guardò sorpreso,
avrebbe voluto dirle che non immaginava
fosse in tale intimità con il giovane amico, da permettersi di mandarlo
a svegliare così presto. Ma quella era una strana notte, ogni cosa assumeva una
luce diversa. Forse, guardandola negli occhi, adesso riusciva a capire anche
perché la moglie gli era parsa così diversa.
“A cercare di capire
non si sbaglia mai,” aggiunse, soltanto per darsi una giustificazione del
comportamento della moglie. Poi mentre guardava la donna per la prima volta sfiorato da un moto di gelosia, la sua mente quasi per
reazione s’illuminò e prese la decisione.
Ci si arrovella a volte per ore alla ricerca
di una soluzione e poi d’un tratto questa si presenta come una ispirazione
improvvisa. Anche lui, come per una illuminazione, aveva ora chiaro in mente
che cosa fare. Non solo, sapeva anche
come farlo! Salutata la moglie, rientrò nel salone con l’atteggiamento
sicuro di chi non ha dubbi, e sa perfettamente come comportarsi ed agire.
Rimasero tutti
sorpresi perché Pilato non si era mai mostrato un decisionista ed ora invece,
dopo il colloquio con la moglie, si presentava con un piglio da vero condottiero. Era logico pensare fosse stato
condizionato ancora una volta dalla moglie, anche se Procla, almeno in quella
circostanza, non aveva avuto alcuna influenza su di lui. Semmai poteva essere
stato il sogno della moglie, ad averlo portato a decidere…
Si ritirò a parlare in
un angolo con il suo segretario, senza che nessuno potesse sentire cosa si
stessero dicendo. Alla fine, dai gesti,
si capì soltanto che Pilato diceva al suo assistente d’allontanarsi in
fretta, e infatti, finito il colloquio, il collaboratore del procuratore
abbandonò la sala. Allora nella sorpresa dei
capi del Sinedrio, e di tutti i presenti, Pilato chiese al centurione di
portargli immediatamente i due Jeshù. Quando li ebbe davanti li prese per mano,
uno a destra e l’altro a sinistra come se fossero due pugili e lui l’arbitro, e
si affacciò con loro alla finestra centrale della biblioteca, che dava
sull’anfiteatro d’ingresso.
Stava sorgendo il sole
proprio in quel momento, e sul piazzale
antistante e sulle gradinate la folla si accalcava rumoreggiando, e continuando
a ripetere a tratti la richiesta:
“A morte a morte.
Crocifiggilo”
Quel grido si riferiva
a Jeshù Bar Abba, ma i suoi informatori gli avevano segnalato che in effetti era un gruppo di facinorosi
seguaci del Nazireno che gridava. La maggioranza della folla invece pareva
fosse costituita da seguaci del Bar Abba, che se ne stavano in silenzio
preoccupati di conoscere la sorte del loro maestro.
Come in uno stadio l’apparizione dell’arbitro
con i due contendenti fu accolta con un boato. “Jeshù” gridarono all’unisono i
seguaci sia dell’uno che dell’altro. Pilato alzò le mani per chiedere silenzio,
poi con le sue alzò le braccia dei due
Jeshù. La gente ammutolì in attesa di sentire la decisione dell’arbitro.
“C’è l’usanza”, gridò
rivolto alla folla, “di lasciar libero
per la festa della Pasqua un carcerato. Quello che sceglie il popolo. Chi dei
due volete che vi lasci libero?”
I seguaci del Nazireno
che fino a quel momento avevano gridato la richiesta della morte del Bar Abba,
stavano per gridare la richiesta della liberazione del loro capo ma furono
presi in contropiede da una voce che immediatamente si levò in mezzo alla folla
e gridò “Jeshù Bar Abba”. I seguaci del Nazireno esitarono per la sorpresa di
quella voce, mentre per quelli del Bar Abba, quella voce parve un segnale che
dava un senso al loro essere lì, preoccupati per la sorte del loro maestro.
“Jeshù Bar Abba” come un brivido la parola si diffuse tra la folla, cento,
mille presero a dirla, a ripeterla sempre più forte e alla fine esplose come in
un boato.
Dal cortile salì un
grido solo: “Jeshù Bar Abba”.
Pilato ebbe un sospiro
di sollievo. “Sia liberato” sentenziò, e sia invece oggi stesso crocifisso Jeshù
il Nazireno.
Rientrò quindi nel
salone del Consiglio, e si diresse verso il gruppo dei capi del sinedrio,
seguito da un servo con una bacinella d’acqua che il capo della servitù aveva
fatto portare, perché si potesse lavare le mani che s’era sporcato, tenendo
quelle dei due Jeshù, e si rivolse a
loro con queste parole: “Quando già ieri sera avevo deciso di condannare a
morte Jeshù il Nazireno voi non avete
speso una parola a suo favore. Eppure è un combattente per la liberazione del
vostro popolo, da quello che voi considerate il giogo della dominazione di
Roma. Ciò che vi interessa è soltanto
che io diventi vostro strumento nel condannare a morte un predicatore
che vuole riformare la vostra religione. Roma non si interessa della religione.
Nel nostro pantheon c’è posto anche per il vostro Dio, e per il Dio di tutti i
vostri predicatori. La religione è un problema vostro. Io me ne lavo le mani.
Chiaro?”
E perché non
restassero dubbi sulle sue intenzioni, si lavò veramente le mani davanti a
loro, nella bacinella che gli porgeva lo schiavo.
Stava per ritirarsi
finalmente per mettersi a letto per un paio d’ore, quando una schiava della
moglie venne ad annunciargli che era arrivato Saulo.
Quando li raggiunse
stavano già parlando. Procla gli stava raccontando il suo sogno, e che cosa
sapeva dei fatti accaduti quella notte.
“Che cosa è la
verità?” chiese Pilato a Saulo a mo’ di saluto
entrando, e sulla battuta scoppiò a ridere. Pensava di scaricare in quel
riso tutta la tensione accumulata nella notte. Ma il riso gli si strozzò in
gola, quasi volesse rientrare, quasi fosse costretto a rimangiarselo.
“Maledetti ebrei,”
aggiunse brontolando tra se, “voi e la vostra religione.”
Saulo lo guardava
sorpreso, chiedendosi il perché di quella domanda e di quella risata. “Hai una
faccia!” gli disse la moglie.
“La faccia di uno che
deve andare ancora a letto e che ha passato la notte a decidere se sia giusto
mandare a morte uno che non la pensa come gli altri, in fatto di
religione. E non dirmi”, aggiunse
rivolto a Saulo, ”anche tu come i tuoi capi, che ho sbagliato.”
“Sono qui perché mi ha
chiamato Procla”, obiettò Saulo.
“Lo so, scusami, ma è
stata una notte che non riuscirò certo a dimenticare. A proposito che nei sai
del complotto che era stato ordito per questa notte dai tuoi capi”.
“Non ho saputo di
nessun complotto. Ma gli anziani del Sinedrio non parlano certo con i giovani,
delle loro decisioni”.
“Non so ancora quale
fosse stato il disegno,” disse Pilato avvicinandosi ad un finestra, e guardando
soddisfatto alla folla che si stava allontanando. Ma l’ho fatto saltare! Ho
deciso di liberare quel Jeshù che si fa chiamare Figlio del Padre, contro il
parere dei tuoi capi, ed ora tutta la folla che si era raccolta nel cortile e
minacciava l’assalto al palazzo, lo sta seguendo. Ma ora anch’io come Procla,
sebbene per motivi diversi, vorrei saperne di più su di lui. Quelle poche
battute che ci siamo scambiati stanotte, mi hanno lasciato un forte desiderio
di conoscere veramente il pensiero di questo uomo”.
“Perché non l’hai
trattenuto!”
“Perché sapevo che si
sarebbe trascinato dietro la folla. Quando sarà finita la confusione di questi
giorni, chiederò a Giovanni d’Arimatea di rintracciarlo e riportarmelo
“Che ne sai tu di
questo uomo?” chiese Procla a Saulo.
“So che i capi del
Sinedrio lo considerano molto pericoloso perché le sue teorie minano alla
fondamenta la nostra religione. Si dice che abbia fatto dei miracoli, che abbia
guarito tante persone e persino resuscitato qualcuno. La settimana scorsa nella
festa delle Capanne si dice che abbia affermato di essere in grado anche di
resuscitar se stesso. Se dovessi morire, avrebbe detto, dopo tre giorni
risusciterò. Ma in verità non mi sono mai interessato a lui”.
“Potresti farlo per
me? Per noi”
“Cioé?”
“Cercare di capire chi
veramente sia” intervenne Pilato, “quale sia il suo pensiero. Ho chiesto a lui
che cosa è la verità, e non mi ha risposto, ma non so perché, mi è rimasta la
convinzione che egli abbia la risposta”.
Questa volta si mise a
ridere Saulo: “Se sapessero a Roma che un loro governatore sta cercando di
sapere che cosa è la verità da un povero predicatore della
Palestina!...Comunque, ho capito, per l’amicizia che c’è tra noi, lasciatemi
qualche giorno e vi farò un rapporto dettagliato.”
CAP. 3 - PILATO E GIOVANNI D’ARIMATEA
Un temporale di quella
intensità Pilato non se lo ricordava. Neppure a Roma ove pure sono frequenti,
aveva mai visto qualcosa del genere. Le nuvole erano così basse che si
infiltravano tra le case. Erano dense, spugnose, sembravano onde che
minacciavano di travolgere le case della città per poi salire fin lassù, a
risucchiare il palazzo del governatore.
Nel susseguirsi dei
lampi, la città spariva e ricompariva come una massa lattiginosa informe, come
un animale viscido che sussultava ad ogni lampo. Aveva la sensazione che
sarebbe avanzato lentamente ma inesorabilmente. Non avrebbe potuto arrestarlo,
come non riusciva ad arrestare l’angoscia che lo stava opprimendo.
Che cos’è la verità?
Si ripeteva. Era stato saggio lasciare andare quel predicatore che si faceva
chiamare figlio di Dio? E come poteva venire in testa a qualcuno di farsi
credere figlio di Dio? E cosa poteva significare per un uomo considerarsi
figlio di Dio?...
Dopo la terribile
notte trascorsa a decidere sui due Jeshù, era riuscito a prendere sonno per
alcune ore. Ma al risveglio aveva ancora in testa quella domanda. La meridiana,
senza sole non segnava nulla, ma doveva essere all’incirca l’ora sesta. Sulla
montagna del Golgota, secondo i suoi ordini doveva essere in corso la
crocifissione del Nazireno e dei suoi
seguaci.
I capi del Sinedrio
erano infuriati, perché non aveva accolto la loro richiesta, ma, come aveva
previsto, il Bar Abba se ne era andato
portandosi dietro tutta la folla che per tutta la notte aveva stazionato
minacciosa nel cortile. Avrebbe dovuto sentirsi soddisfatto per essere riuscito
a risolvere una situazione così ingarbugliata e pericolosa. E lo era infatti!
Ma la sua gioia era turbata dall’impressione che gli aveva fatto il
predicatore, dal ricordo delle sue parole. Avevano ragione i capi del Sinedrio a preoccuparsi. Che
facesse miracoli, poteva anche essere una diceria del popolo. Ma che ci fosse
negli occhi di quella persona qualcosa di particolare, aveva avuto modo di constatarlo e sentirlo direttamente, anche
lui.
Si stava chiedendo per
l’ennesima volta “che cosa è la verità” e stava facendo queste riflessioni ,
quando vide che, incurante di quel finimondo di tempo, sulla gradinata davanti
al palazzo, stava salendo di corsa una persona.
Poco dopo le guardie
vennero ad annunciargli che c’era un certo Giovanni che chiedeva di poter
entrare.
“Che Giovanni?”
“D’Arimatea, dice
d’essere un amico?”
“Fatelo entrare.”
Giovanni aveva
lasciato il mantello inzuppato d’acqua nell’atrio alle guardie. Ma con il
diluvio che c’era fuori, s’era bagnato
anche la tunica e i capelli gli stavano come incollati alla fronte.
“Se ti vedessi?” rise
Pilato a mo di saluto.
“Sono venuto appena ho
potuto” replicò l’altro, saltando i convenevoli, e venendo subito al motivo per
cui aveva sfidato quel tempo da cani, per raggiungere il Palazzo del
governatore.
“Immaginavo che
saresti venuto, e in verità di aspettato già questa mattina”.
“Sono venuto appena
l’ho saputo.”
“Che cosa hai saputo?”
“Che hai liberato il
Jeshù che si fa chiamare Bar Abba, di
cui ti avevo già parlato, dicendoti che mi sentivo in qualche modo suo seguace,
e volevo ringraziarti.”
“Perché non ringrazi i
tuoi amici farisei, che mi hanno tormentato tutta la notte, perché lo
condannassi a morte?”
“Lo so, e per questo
ti ringrazio doppiamente…Ma come hai fatto a liberarlo, a liberarti della folla
che sobillata dai farisei, ne chiedeva la morte?”
“E’ stata mia moglie a
darmi l’idea.”
Giuseppe sorrise alla
risposta.
“No, no!” Continuò
Pilato, non è come tu pensi. Lo so che si va dicendo che il vero governatore è
mia moglie. Ma in questo caso l’idea è stata mia. Lei mi ha solo dato lo
spunto, raccontandomi un sogno.”
“Che sogno.”
“Mi aveva visto in
sogno che stavo per sacrificare due agnelli, indeciso su quale dei due. Quando
mi sono deciso per l’uno, l’altro, nel racconto di Procla, si trasformava in leone per divorarmi. Ho
pensato che quel leone raffigurasse la folla.
Io avevo due agnelli, ma nel piazzale sapevo che c’erano due folle
diverse, quelle dei seguaci dei due Jeshù. Capii che dovevo far scegliere a
loro, liberando un Jeshù mi sarei liberato dei suoi seguaci”.
“Ma come facevi a
sapere che la folla avrebbe scelto il Bar Abba?”.
“Non è poi così
difficile guidare una folla! Non lo sanno fare soltanto i tuoi amici farisei!”
rispose Pilato, con un sorriso che voleva essere la risposta al sorriso di
Giuseppe, a proposito del ruolo della moglie nella vicenda.
Senza capire il senso
della risposta, e quindi come si fossero svolti veramente i fatti, Giuseppe
capì tuttavia il significato del sorriso, e non ebbe il coraggio di chiedere
altre spiegazioni.
“Ma per ringraziarmi
nei fatti e non solo a parole, sapresti dirmi che cosa i tuoi colleghi del
Sinedrio avevano architettato per la notte passata?” riprese a chiedere Pilato.
Ci sono troppe cose che ancora mi sfuggono. Ad esempio, mi sarei aspettato che
fosse rimasta nel cortile del palazzo, la folla dei seguaci di Jeshù il
Nazareno, che avevo condannato a morte, e invece se ne sono andati tutti, al seguito di Jeshù il Bar Abba.”
“Se lo sapessi te lo
direi. Ma i sommi sacerdoti diffidano di me, da quando hanno saputo delle mie
simpatie per Jeshù il Bar Abba. E il fatto di sapere che sono in rapporti di
amicizia anche con il governatore romano, non migliora la mie quotazioni nel
Sinedrio. Sono stato emarginato. Quando c’è qualcosa di importante da
discutere, non mi invitano alle riunioni. Quando parlano tra loro, se arrivo io,
cambiano discorso”.
“Non gli saprei dare
torto!” commentò Pilato. “Ma allora, proprio per cambiare discorso, mi sai
dire che cosa è la verità?” aggiunse
infine.
Giovanni si mise le
mani nei capelli scuotendoli perché si asciugassero un po’, e nel gesto prese
un momento di tempo per capire il senso di quella domanda improvvisa. Ma la
domanda era del tutto fuori luogo, in quel momento… con quel finimondo di
temporale…
“Ti pare il momento
per le domande trabocchetto?” obiettò.
“Non è un
trabocchetto”, rise nervoso Pilato. “E’ una domanda che mi porto dietro da
stanotte. M’è venuta di rimando ad una battuta del tuo amico predicatore,
quando s’è definito testimone della verità. Sul momento non ho
avuto modo di chiedergli il senso, ed ora la domanda mi risuona nelle orecchie,
come un eco che non riesco a spegnere.
“Che cos’è la verità?”
mormorò Giovanni, scuotendosi nuovamente i lunghi capelli bianchi che gli si
incollavano alla testa, come un pesante panno bagnato.
“Sì, che cos’è la
verità?” ripete Pilato alzando la voce, per farsi sentire oltre il rumore d’un
tuono assordante, che accompagnò le sue parole scaricando un fulmine che parve
incendiare il cortile del palazzo e tutta la città.
Seguì un momento di
silenzio, come se il cielo con quel ultimo scoppio avesse raggiunto l’acme e
dovesse riprendere fiato, e nel
silenzio del cielo, si intromise il rumore della terra, come un mugolio
rabbioso che veniva dalle viscere più profonde, per salire in superficie con un
boato e sciogliersi in un frastuono di tegole rotte, di marmi infranti, di
colonne spezzate, in un sussulto che fece ondeggiare i pavimenti.
“Il terremoto!”
gridarono assieme. Terrorizzati, incapaci di darsi alla fuga per uscire
all’aperto, finirono per abbracciarsi.
Forse fu soltanto un
minuto, ma a loro parve una eternità, e alla fine di quella eternità si
ritrovarono uniti in un gesto che senza il terremoto non avrebbero forse mai
compiuto, malgrado la loro amicizia, dovendo mantenere la forma delle distanze,
tra il governatore romano ed un fariseo rappresentante del Sinedrio.
Era l’ora sesta di un
giorno che non avrebbe mai più potuto dimenticare, pensò Pilato. “Scusami”
disse rivolto all’amico. “Di che?” avrebbe voluto replicare Giovanni, ma
preferì tacere.
Arrivarono quindi i
sovrintendenti a dire che il terremoto era stato di forte intensità, ma che non
aveva fatto grossi danni nel palazzo. Anche dalla città, non giungevano notizie
di morti. Presagio di grandi sventure era invece, secondo la gente, il fatto
che si fosse squarciato in due, da cima a fondo, il grande velo appeso nel
Tempio…
A proposito di morti, dopo un po’ arrivò a
briglia sciolta trafelato e sconvolto
anche Longhino il centurione che era stato incaricato di eseguire la condanna a
morte del Nazireno.
“Che c’è di nuovo?”
gli chiese Pilato vedendolo arrivare con una faccia spaventata, peggio di quella d’un condannato a morte.
Il centurione si fermò
un attimo a prender fiato, abbozzando una sorta di saluto militare, poi come in
un sospiro esclamò: “Il terremoto”.
“Eh, beh? L’abbiamo
sentito tutti!” ribattè Pilato. “Se un centurione romano si spaventa per un
terremoto, non so che cosa ci si possa attendere per le sorti dell’Impero
Romano!”
“Non è per il
terremoto in sé” cercò di scusarsi e di spiegare il militare. “E’ che si è
scatenato nel momento stesso in cui gli ho trafitto il cuore”.
“Perché trafitto il
cuore?”
“Non so, neppure io!
Sono quelle cose che si decidono senza pensarci, perché non hanno conseguenze.
Agli altri, per confermarne la morte, secondo la regola abbiamo rotto le gambe.
A lui, m’è venuto di trafiggergli il cuore con la lancia. Fu come se avessi
conficcato la lancia nella terra, invece che nel suo costato. L’ultimo sussulto
del condannato si è trasformato nel sussultare della terra nel terremoto”.
“Evidentemente è un
caso! Una coincidenza”.
“Può essere! Ma
confesso che mi ha impressionato”.
“Lo si vede”, commentò
Pilato. Poi aggiunse deciso a sottolineare che si trattava d’un comando
militare: “Ti proibisco assolutamente di parlare con qualcuno di questa
coincidenza”.
“Agli ordini!” disse
il centurione salutando militarmente e si ritirò.
“Ci mancava anche
questa adesso. L’eroe morto per la
causa di Israele che morendo scatena il
terremoto!... Manca solo che sparisca il corpo e la leggenda sarà completa!”
“Perché dovrebbe
sparire il corpo?” chiese Giovanni d’Arimatea.
“Veramente lo dovrei
chiedere a te. Questa mattina era qui Saulo quel giovane fariseo amico di mia
moglie, e ci ha raccontato che tra le altre cose il tuo Jeshù andava dicendo
che se fosse stato messo a morte, sarebbe risorto dopo tre giorni. Non l’ho
condannato e quindi non c’è il rischio che possa risorgere, ma non vorrei che
il fatto di averli catturati assieme portasse e mescolare le loro due storie,
ed a sviluppare una unica leggenda.”
“Non capisco di che
cosa puoi aver paura. Comunque come ti ho già raccontato, proprio sul monte
Calvario ho fatto scavare nella roccia
la mia tomba. Se vuoi puoi deporre lì per alcuni giorni il corpo del Nazireno. Fai
presidiare il sepolcro dai tuoi, e così sei sicuro che non ci saranno
sparizioni o resurrezioni.”
“Mi pare una ottima
idea e te ne ringrazio”, concluse Pilato. Fece quindi richiamare il centurione
e gli diede le disposizioni perché il Nazireno fosse posto nella tomba di
Giovanni d’Arimatea, che la tomba fosse chiusa con un masso di grandi
dimensioni e che fino a nuovo ordine ci fosse un presidio di almeno dieci soldati a fare la guardia
alla tomba, ininterrottamente.
Il temporale era stato
d’una intensità incredibile ma era durato poco. Sopra Gersualemme si stavano
squarciando le nuvole e cominciava ad apparire qualche macchia di sereno.
“Ormai ha finito di
piovere. Posso andare?” chiese Giovanni.
“Vai, ma devi farmi un
favore!” disse Pilato. “Devi ritrovarmi il tuo Jeshù che si fa chiamare Bar
Abba e me lo devi riportare. Voglio incontrarlo di nuovo.”
“Ma l’avevi tutto a
tuo disposizione.”
“Certo. Ma ho dovuto
lasciarlo andare perché si portasse dietro la folla, e d’altra parte sul
momento non avevo immaginato che le sue parole si fossero piantate nella mia
mente come un pugnale in un corpo. Va tolto il pugnale perché possa
rimarginarsi la ferita. Vorrei togliermi il pugnale della domanda che mia ha
indotto a conficcarmi nel cuore. Vorrei
porre a lui la domanda che mi sta
tormentando: “Che cosa è la verità”.
“Se mi dai la tua
parola che non gli farai dei male”.
“Avrei potuto
condannarlo a morte la notte scorsa, e mi sarei acquistato dei meriti verso i
tuoi sommi sacerdoti, e nei confronti sia dei farisei che della setta dei
sadducei. Non vedo perché dovrei fargli del male adesso. Hai la mia parola. Ho
incaricato anche il tuo giovane amico Saulo, di farmi una ricerca su chi sia
veramente questo predicatore.”
“Con l’aiuto di due
farisei chissà che non riesca a capire veramente che cosa è la verità” aggiunse
infine a mo’ di saluto, e scoppiò a
ridere, cercando di nuovo di scaricare nel riso, il tormento di quella domanda
senza risposta.
CAP 4 - Il RITORNO A BETANIA.
Pilato aveva previsto
giusto. Quando la folla vide uscire, libero, Jeshù Bar Abba, fu presa da un
fremito. Come si trattasse d’un unico corpo, formato da tante membra, percorse
dallo stesso brivido, si agitò, ondeggiò facendo finalmente sprigionare come un
grido di vittoria, all’unisono il nome di Jeshù.
“Jeshù, Jeshù” presero
a ripetere, in un coro ritmato, esaltando in quel grido la gioia per la propria
vittoria. La folla aveva chiesto la liberazione di Jeshù il figlio del Padre, e
Pilato aveva aderito alla richiesta. La folla aveva quindi vinto. Ogni
individuo nella folla, si sentiva un vincitore soddisfatto.
La verità era
un’altra, e in quella folla che si allontanava seguendo il maestro liberato,
Pilato guardava con gioia alla vittoria della sua astuzia. L’arresto casuale in
contemporanea dei due Jeshù che in un primo momento gli era parsa una
inspiegabile coincidenza, si era rivelato un colpo di fortuna: aveva potuto
utilizzare l’uno, per aver libere le mani nel condannare l’altro.
Non aveva ancora
capito quale fosse stato il piano del Nazireno per farsi prendere nell’orto dei
Getzemani, solo con una ventina di armati. Forse c’erano molti altri dei suoi
tra quella folla. Forse era proprio questo il suo disegno: quello di utilizzare
la folla che seguiva l’altro Jeshù, per innescare una sommossa…
Gli entusiasmi delle
folle sono improvvisi e durano poco, così anche la folla che seguiva Jeshù
liberato, prese ad assottigliarsi. Quelli che s’attendevano un discorso, come
sulla montagna quando aveva poi sfamato più di cinquemila persone, rimasero
delusi. Camminava davanti a loro con passo spedito, in silenzio, con lo sguardo
fisso, perso in un punto lontano dell’orizzonte
“Bene!” cominciarono a
dirsi fra loro gli ultimi. “Ce
l’abbiamo fatta”, ora possiamo tornare ai nostri impegni, ci sono le cerimonie
per la festa della Pasqua. Torneremo ad ascoltarlo un’altra volta”, e pochi
alla volta presero a sganciarsi dal corteo.
“Bene” dicevano a loro
volta quelli che diventavano gli ultimi, e così via. “Bene ce l’abbiamo fatta!”
dicevano altri ed altri ancora. Finché gli ultimi quattro o cinque rimasti soli
con Jeshù:
“Bene” gli dissero,
“ora non hai più bisogno di noi”.
L’indomani c’era la
Pasqua, al pomeriggio ci sarebbe stata una crocifissione collettiva sul
Golgota, ognuno aveva altro da fare, dal momento soprattutto che Jeshù il Bar
Abba, sembrava non avesse nulla da dire.
Quando le guardie
l’avevano riportato davanti a Pilato, e dopo il confronto con il cugino di
fronte alla folla, s’era sentito dire dal procuratore: “Vai, sei libero”, a
Jeshù non pareva di poter credere alle
proprie orecchie. Dalla sera prima nell’orto del Getzemani, poi nella lunga
notte di interrogatori, prima con Pilato, e poi con i sommi sacerdoti, gli
pareva di essere finito dentro ad un incubo senza via d’uscita.
Aveva capito subito
che non aveva nulla da temere da Pilato, perchè il governatore romano non voleva lui, ma il Nazireno con i
suoi seguaci. Sapeva però di dover temere molto dai Farisei, che più volte
l’avevano minacciato di morte, e per gli strani intrichi della ragion di stato
non era da escludere che Pilato potesse offrirsi ai Farisei di far giustizia a
nome loro, eliminando il predicatore scomodo che metteva in discussione i
fondamenti del loro potere.
Per questo aveva
maledetto tutta la notte il momento nel quale si era convinto ad accettare
l’invito di Giuda, ad incontrarsi nel Getzemani con suo cugino il Nazireno.
Ricostruendo la successione dei fatti capiva che non c’era stato nulla di
casuale. Giuda organizzando l’incontro, sapeva certamente che sarebbero
arrivati i romani, sapeva quindi che sarebbero stati fatti prigionieri ambedue.
Giuda era un suo discepolo di cui si fidava al punto di affidargli la cassa
della loro piccola comunità. Come Simone anche lui era stato discepolo del
Nazireno, prima di diventare suo seguace. Sapeva che era rimasto in amicizia
con il Nazireno, ma del resto anche lui aveva mantenuto un buon rapporto con il
cugino, anche se avevano preso strade completamente diverse. Non era quindi
questo un motivo per diffidare di lui, per sospettare qualcosa. Eppure! Perché
li aveva traditi, consegnandoli entrambi a Pilato? Per soldi? Non lo poteva
credere! Se l’avesse considerato un avido di denaro non gli avrebbe affidato la
cassa. E se non per soldi, per quale motivo Giuda aveva accettato di far parte di un piano, che avrebbe potuto
concludersi con la condanna a morte di ambedue i suoi maestri?
A Pilato Jeshù aveva
raccontato la verità. Aveva ammesso d’essere stato attratto anche lui in
gioventù dalle idee rivoluzionarie degli Zeloti, e d’aver fatto parte del
gruppo, per un certo periodo. Ma poi se n’era staccato, per predicare un
vangelo riferito esclusivamente al piano religioso, alla liberazione dell’uomo
sul piano individuale. Il fatto di aver vissuto quella esperienza e dell’essersene staccato doveva deporre a suo
merito. Rispetto a chi non aveva mai
conosciuto il movimento degli Zeloti e conoscendolo avrebbe comunque potuto lasciarsi sedurre ed aderire, egli aveva
il vantaggio di aver superato, considerandola negativa, quella esperienza. Il
suo percorso di vita poteva essere semmai portato ad esempio per distogliere
altri dall’aderire alla setta dei Zeloti-Nazireni.
“Non si uccide un esempio
positivo” s’era ridetto tutta la notte, per convincersi che non aveva nulla da
temere e farsi coraggio.
“Ma chissà quali
scambi di favore possono avvenire tra i Farisei ed i Romani sulla mia pelle”,
si andava ripetendo invece nei momenti
di maggior sconforto, disperando di poter uscire vivo da quella situazione.
Poi all’alba aveva
sentito la folla farsi sempre più consistente e rumorosa, nella piazza davanti
al Palazzo di Pilato. Non capiva il motivo di quella folla. Non potevano essere
seguaci del Nazireno, perchè la folla non si schiera mai con il perdente.
Poteva essere la folla che si raduna come le iene all’odore di cadavere, quando
c’è da assistere ad una condanna a morte. Ma non era plausibile, perchè il Nazireno seppure non potesse
contare su una folla disposta a morire per lui, tuttavia aveva certamente avuto sempre un impatto positivo con le
folle, che si riconoscevano nei suoi ideali di lotta, per la liberazione di
Israele dalla dominazione romana.
Poteva essere allora la folla dei suoi seguaci.
In effetti molto spesso s’erano riunite delle folle enormi a sentire i suoi
discorsi, sia in Galilea che nella Samaria ed in Giudea. Ora molte di queste
persone erano senza dubbio a Gerusalemme per la celebrazione della Pasqua, e
saputo che era stato ingiustamente arrestato, non faceva meraviglia si stessero
radunando per protestare contro Pilato. Era forse la stessa folla che una
settimana prima l’aveva accompagnato al suo ingresso in città, acclamandolo
come figlio di David.
Ma la cosa inconcepibile
era che la folla invece che gridare contro Pilato, chiedeva la loro morte.
Certamente si erano mescolasti alla folla i farisei e la stavano
strumentalizzando. Erano riusciti a far in modo che fosse la folla a chiedere
ciò che loro volevano…
Forse la maggioranza
della folla era proprio di suoi seguaci, strumentalizzati dagli Zeloti seguaci
del Nazireno, che cercavano di provocare l’insurrezione, per creare quella
confusione nella quale sarebbe stato più facile tentare una azione, per
liberare il proprio capo ed i propri compagni, caduti nell’imboscata nell’orto
dei Getzemani.
O forse c’erano tutti
questi motivi assieme, perchè la folla riesce anche ad identificarsi in un
obiettivo unico, malgrado sia mossa da
motivazioni diverse.
Per tutta la notte aveva
sentito la folla come un pericolo. Chissà dove avrebbe potuto spingere Pilato e
chissà dove Pilato avrebbe potuto spingersi per ingraziarsi la folla…
Uscendo nella luce del mattino dal portone del
Palazzo di Pilato e trovandosi di fronte tutta quella gente, aveva avuto un
momento di esitazione e di commozione allo stesso tempo. Nella sua mente si era
sovrapposta la scena della folla che all’uscita dalla sinagoga nel suo paese
natale, a Gamala, gli era venuta contro, ostile, spingendolo fino a quasi a farlo
precipitare dal dirupo che c’è sopra il paese, e quella che entusiasta lo stava
ad ascoltare sulla montagna, mentre lui spiegava quali sono le vere beatitudini
per l’uomo. Era amica od ostile la folla che gli stava davanti?
Le guardie che lo
accompagnavano si fermarono sulla porta. Da solo aveva preso a scendere la
gradinata che separava la piazza dall’entrata del palazzo, e la folla aveva
accennato ad aprirsi, e si era aperta
in effetti al suo passaggio come racconta la Bibbia fecero le acque del
mar rosso al passaggio di Mosé. Al pari delle acque, la folla s’era poi chiusa
dietro a lui ed aveva cominciato a seguirlo. S’aspettavano certamente che
dicesse qualcosa. Ma non aveva voglia. Si sentiva completamente vuoto. Ogni
volta che si guardava indietro notava però l’assottigliarsi del corteo, finché,
ed era ormai alle porte della città, anche gli ultimi che gli erano rimasti
attorno gli dissero:
“Bene, ora non hai più
bisogno di noi”
Non era vero che non
avesse bisogno di loro. Mai s’era sentito così svuotato e depresso, e mai come
in quel momento avrebbe voluto aver qualcuno accanto. Non per parlare, ma
soltanto per non sentirsi solo, per sentirsi protetto dalla vicinanza di
qualcuno. Avrebbe voluto chiedere agli ultimi che si fossero fermati ancora un
po’. Ma non disse niente, e non li ringraziò neppure, come invece avrebbe
dovuto, perchè direttamente o indirettamente quella gente s’era interessata di
lui, e direttamente o indirettamente aveva contribuito alla sua liberazione.
Aveva paura a star
solo perchè mai s’era sentito così solo. Erano tre anni ormai che girava la
Palestina predicando, ed aveva sempre avuto attorno i discepoli, gli amici, la
gente. Era dai giorni passati nel deserto, che non gli capitava più di star
solo, e non era più abituato. Poi c’erano stati gli avvenimenti frenetici delle
ultime ore, la tensione, la paura, e invece adesso la quiete assoluta della
solitudine, sulla strada che da Gerusalemme porta a Betania.
L’aveva in un certo
modo spinto la folla in quella direzione, ma era in effetti la strada che
avrebbe voluto prendere. Dove avrebbe infatti potuto rifugiarsi, se non nella
casa dell’amico Lazzaro, da dove era partito il giorno prima con i discepoli
per venire a Gerusalemme?
Già i discepoli!... Da
tre anni viveva assieme con i dodici che aveva scelto fra i tanti che avrebbero
voluto seguirlo. Tre anni nei quali era nato tra loro anche un rapporto di
amicizia. E adesso dove erano? Nel palazzo aveva incrociato lo sguardo di
Simone il più anziano. Ma nella folla che aveva chiesto la sua liberazione e
che l’aveva seguito non c’era più neppure Simone. E gli altri? E Giovanni che
la sera prima a cena, in un gesto di abbandono filiale, aveva chiesto di poter
posare la testa sul suo petto, affermando che non l’avrebbe mai abbandonato?...
Erano i giorni delle
festività pasquali, ci doveva essere un movimento continuo di gente che andava
a Gerusalemme, e invece la strada che portava dalla città a Betania, era
inspiegabilmente deserta. Come al paese di Gamala dove era nato, di sabato,
quando la gente s’era già tutta raccolta nella sinagoga e il borgo sembrava
irreale, avvolto nella misteriosa ragnatela del silenzio, perché la gente era già andata, e le si era
sostituito il vuoto. Così anche su quella strada aveva la sensazione che la
gente fosse già andata, fosse già tutta a Gerusalemme. Fuori dalle mura della
città, come dai muri della sinagoga al paese, era rimasto un vuoto
immenso, scavato nel silenzio.
Come era tutto diverso
su quella strada solo una settimana prima! Erano partiti dalla casa dell’amico,
per andare in città, per la festa delle
Capanne. L’idea era stata di Lazzaro, e egli vi aveva aderito anche se con poco
entusiasmo. Non si sentiva di incontrare gente.
“Non ti senti bene?”
gli aveva chiesto l’amico, notando il suo poco entusiasmo.
“Ho una giornata no,”
gli aveva risposto. “Ho una di quelle giornate che nascono sbagliate, quando ti
pare di essere fuori posto e tutto ti da fastidio”.
“Allora una bella
passeggiata e proprio quello che ci vuole!” aveva insistito Lazzaro. E lui
aveva infine ceduto alle insistenze.
Non è che andare da
Betania a Gerusalemme fosse proprio una passeggiata. Ci volevano tre ore per
andare ed altrettante per tornare. Che si fossero fermati qualche ora in città,
per partecipare alla festa, ci avrebbero impiegato l’intera giornata.
Vedendolo camminare di
malavoglia, Lazzaro s’era convinto che fosse veramente stanco, e s’era dato da
fare per procurargli un asino. A Betfage finalmente, quando erano già vicini al
monte degli Ulivi, alle porte di Gerusalemme, avevano trovato un’asina e il suo
puledro legati ai margini della strada. Mentre Lazzaro li slegava per farlo
montare, era arrivato il proprietario infuriato, ma poi si era lasciato
convincere a prestare loro la bestia:
“Non vedi che il
maestro ne ha bisogno?” gli avevano detto, “te la riporteremo al ritorno”. Quel
buonuomo si era fidato, e la comitiva aveva ripreso il cammino, con lui al
centro, a dorso dell’asina. Così erano arrivati in città, attraverso la strada
che scende dal monte degli ulivi.
Al tempio avevano
trovato il solito caos. Anzi, per la
festa era aumentata la gente, ed erano aumentati i banchi dei venditori. Più
che nel cortile del Tempio, si aveva l’impressione d’essere in un vero mercato.
Non era la prima volta
che vedeva quello scempio. Ma così sconcio gli parve di non averlo mai visto.
Il cortile era pieno di mercanti che vendevano buoi pecore e colombe. C’erano
anche i cambiavalute seduti dietro ai loro banchi. Gli era montata dentro
un’ira irresistibile, nel constatare ancora una volta come la religione era
stata ridotta a puro mercato. Era sceso all’improvviso dall’asino, raccogliendo
una frusta di cordicelle e s’era messo a menare frustate a destra e a manca,
come un invasato. Era nato un putiferio, il cortile del tempio s’era
trasformato in una corrida di pecore e buoi, mentre si rovesciavano i tavoli
dei cambiavalute, e rotolavano per terra le monete.
Avrebbe voluto
liberare le colombe rinchiuse in tante piccole gabbie accatastate. Sarebbe
stato bello vederle riprendersi in volo la libertà. E invece s’era limitato ad
invitare i proprietari a portarle via.
Non sempre quando si perde la pazienza si riesce a restare coerenti: ai
cambiavalute aveva rovesciato i tavoli, ai mercanti di colombe s’era invece
limitato a rovesciare le sedie:
“Portate via di qua
questa roba”, aveva detto “non riducete a un mercato, il tempio che deve essere
simbolicamente la casa di Dio Padre”
Gli erano venuti
incontro minacciosi i capi ebrei, chiedendogli come s’era potuto permettere di
fare quel disastro:
“Se questo deve essere
il Tempio, tanto vale distruggerlo. In un attimo si può ricostruire un nuovo
tempio migliore di questo”
“Ci sono voluti
quarantasei anni per costruirlo”
“Non ci vuol nulla,
non ci vuole che un attimo, perché il tempio nel quale pregare il Padre è in
effetti il nostro corpo”.
I sadducei e i
farisei, promettevano che gliela avrebbero fatta pagare, come avevano tentato
quella notte chiedendo a Pilato la sua condanna a morte. La folla invece,
riconoscendolo, aveva preso ad acclamarlo per quello che aveva fatto. “Chi ha
avuto il coraggio di sfidare i farisei?” si chiedevano gli uni. “E’ Jeshù il
profeta, rispondevano gli altri, quello che si fa chiamare Bar Abba, il figlio
del Padre”.
La folla che
partecipava alla festa, portando secondo la tradizione, bastoni ornati, rami
verdi e palme, aveva preso a seguirlo,
e sembrò veramente che con lui si ripetesse la scena di molti anni prima con i
Maccabei, come veniva raccontata nella Bibbia. Anche allora si festeggiava la
purificazione del tempio, e lui, in qualche modo con la sua sfuriata aveva
rinnovato quella purificazione.
Tutti avevano a
mente il passo della Bibbia. Ripresa la città dopo due anni di occupazione
da parte di Antioco IV Epifane, Giuda Maccabeo e i suoi uomini avevano
provveduto a distruggere gli altari costruiti dai conquistatori, avevano
purificato il Tempio e vi avevano costruito un altro altare. Poi facendo
scintille con le pietre, ne avevano tratto
il fuoco e avevano offerto
sacrifici. Dopo una interruzione di due anni, avevano preparato di nuovo l’altare degli incensi, le lampade
e l’offerta dei pani. Tutto il popolo poi, tenendo in mano bastoni ornati, rami
verdi e palme, aveva innalzato inni a Dio che aveva fatto ben riuscire la
purificazione del suo tempio. Si era stabilito
allora, con pubblico decreto per tutto il popolo dei Giudei, che ogni
anno si celebrassero quei giorni.
E lui era capitato
proprio in mezzo a quella celebrazione, e la folla aveva preso a seguire lui,
accompagnandolo con i rami verdi e le palme che portavano per la ricorrenza. La
gente aveva veramente rivissuto con lui la festa per la purificazione del
tempio.
Ricordando i momenti
della festa d’una settimana prima, passando per il villaggio di Betfage
aveva cercato del proprietario dell’asina. Con la scusa di tornare a
ringraziarlo, avrebbe comunque avuto la possibilità di scambiare delle parole
con qualcuno. Ma non c’era nessuno, c’era soltanto l’asina, come quel giorno
legata davanti alla casa.
Anche più avanti,
quella che Simone aveva soprannominato la locanda del fico maledetto era
chiusa. Si sentiva terribilmente stanco, e si fermò comunque sotto il fico
constatando nuovamente che non aveva foglie.
“Che coincidenza!”
mormorò. “C’erano state in quei giorni troppe e troppo strane coincidenze”,
ripeté tra sé, ripensando anche alla vicenda di quel fico.
Sempre la settimana
prima, andando di malavoglia a Gerusalemme, prima che gli avessero trovato
l’asino, si era avvicinato al fico che cresceva nel cortile della locanda, per
vedere se c’era qualche frutto. Più per fare qualcosa di diverso, per
distrarsi, che per il desiderio di mangiare un fico. Si era a primavera, e il
fico non aveva evidentemente che foglie:
“Maledizione!” aveva
detto, più per sottolineare la sua stupidità, (non ci possono essere fichi sugli alberi a primavera!) che per
prendersela con l’albero incolpevole.
Il giorno prima quando
erano passati di nuovi di lì, per andare a Gerusalemme, per celebrare la Pasqua, Pietro gli aveva
fatto notare che il fico era secco:
“Maestro, guarda!
Quell’albero che tu hai maledetto è tutto secco”.
“Ma no, avrai preso un
albero per un altro!”.
“No, sono sicuro, è
proprio questo che tu hai maledetto ed è diventato secco”.
Con Pietro non era il
caso di insistere. Quando si metteva in testa una cosa, non si riusciva a
fargli cambiare idea.
“Ma e se anche fosse.
Non è questo il problema” aveva tagliato corto. Aveva invece approfittato del
fatto, per radunarli sotto il fico e per spiegare loro l’importanza della fede.
“Ma, se anche fosse”,
aveva infatti aggiunto. “Io vi assicuro che se uno ha fede in Dio, potrebbe
dire a questa montagna: sollevati e buttati nel mare! Se nel suo cuore egli non
ha dubbi, ma crede che accadrà quel che dice, state certi che gli accadrà
veramente. Perciò vi dico, tutto quello che vi domanderete nella preghiera,
abbiate fiducia di ottenerlo, e vi sarà dato”.
Questo
aveva detto, solo pochi giorni prima. Ma poi, messo alla prova, anche lui s’era
lasciato prendere dal dubbio. Eppure era veramente convinto di ciò che
predicava! Non erano parole di circostanza le sue, ma l’espressione d’una
convinzione intima e profonda. E tuttavia, nel buio del carcere, anche lui era
stato preso dalla paura...
Pensava
a questo sotto al fico senza foglie, quando vide entrare nel cortile una
persona. Non c’era anima vivente nel raggio di qualche miglia eppure il nuovo
arrivato si muoveva guardingo, guardandosi attorno come se fosse preoccupato
d’essere stato seguito da qualcuno, o
di essere visto in quel posto. Che fosse anziano lo si capiva dalla barba
bianca che usciva dal cappuccio, con il quale si copriva la testa, nascondendo
il volto. Che non fosse un brigante, lo si capiva dal vestito che poteva essere
quello d’un ricco mercante.
S’avvicinò
sempre guardandosi attorno. “Chi sei”, gli chiese Jeshù quando gli fu vicino.
“E che cosa vuoi da me?” aggiunse, non riuscendo assolutamente ad immaginare,
che cosa potesse volere una persona che si presentava con tanta circospezione.
“E da
tanto tempo che voglio parlarli. E’ da stanotte che ti seguo a distanza. Ti ho
visto entrare nel cortile della locanda, ed ho pensato fosse giunto finalmente
il momento di incontrarti.”
“Ma
incontrarmi è la cosa più facile di questo mondo!” obiettò Jeshù, “E’ da tre
anni che giro predicando per le strade della Palestina”.
“Sono
Nicodemo, uno dei farisei a capo del Sinedrio”, si presentò il nuovo arrivato,
immaginando che la qualifica spiegasse il comportamento, ed anche il motivo per
cui non gli era stato facile arrivare a quel incontro.
Ma
non aveva spiegato perché fosse lì. E con tutto quello che era capitato quella
notte, con il Sinedrio che aveva richiesto a Pilato la sua condanna a morte, la
cosa più logica che poteva venire in
mente a Jeshù, era quella di pensare
che la persona che gli stava davanti fosse stata incaricata di seguirlo.
“Non
avete dunque rinunciato a perseguitarmi?” chiese.
“No,
no, non è per questo che sono qui! Non è il Sinedrio che mi manda. Sono qui di
mia iniziativa. Anzi guai se si sapesse che sono venuto ad incontrarti. La
maggioranza del Sinedrio è convinta che tu sia un pericolo per Israele”.
“E
tu?”
“Io
non so. Mi è stato riferito qualcosa di quello che vai predicando e vorrei
capire. Sono qui per questo. Per capire. Io penso che tu sia un maestro mandato
da Dio, perché nessuno può fare i miracoli che fai tu, se Dio non è con lui”.
Rassicurato
da queste parole Jeshù gli disse: “Credimi nessuno può vedere il regno di Dio
se non nasce nuovamente.
Nicodemo
gli disse: “Come è possibile che un uomo nasca di nuovo quando è vecchio? Non
può certo entrare una seconda volta nel ventre di sua madre e nascere!”
Gesù
rispose: “Io ti assicuro che nessuno può entrare nel regno di Dio se non
rinasce da acqua e Spirito. Dalla carne nasce carne dallo Spirito nasce
Spirito.
“Maestro,
lo interruppe Nicodemo, permettimi di chiamarti così. Io ti ho seguito tutto il
giorno per avere da te parole di verità, non per sentire parole difficili da
interpretare”.
“Non
meravigliarti”, replicò Jeshù, “se ti ho detto dovete nascere in modo nuovo. Il
vento soffia dove vuole, uno lo sente ma non può dire da dove viene, né da dove
và. Lo stesso accade con chiunque è nato dallo spirito”.
“Ma
allora lo fai di proposito!” lo interruppe Nicodemo. “Dalle parole difficili da
interpretare, passi agli indovinelli. Quella del vento è infatti una bella
immagine, ma non so che altro possa essere se non un indovinello”.
“Nel
deserto Mosè alzò su un palo il serpente di bronzo, e chi guardava il serpente,
non moriva. Non di certo tuttavia, perché il serpente di rame avesse il potere
di salvare gli uomini. Credendo al potere di salvezza che Dio aveva posto
nell’immagine del serpente, il popolo finiva per beneficiare di questo potere.
Così ogni uomo deve innalzare come
riferimento il suo essere spirito, e sentire veramente di essere spirito, per
giungere a credersi tale, spirito, partecipe della natura dello Spirito eterno
e in quanto tale destinato alla vita eterna.
L’Infinito
non ha riconosciuto l’uomo nel mondo come figlio, per condannarlo, ma per
salvarlo, come il serpente salvava gli israeliti nel deserto. Chi crede nel suo
essere figlio dell’Infinito, figlio di Dio, non è condannato. Chi non crede
invece è già condannato perché non ha creduto nel suo rapporto di unico figlio
di Dio. E’ questo il motivo della loro condanna: la luce è venuta nel mondo, ma
gli uomini hanno preferito le tenere alla luce, perché fanno il male.
Chi
fa il male odia la luce e ne sta lontano perché la luce non faccia conoscere le
sue opere a tutti. Invece chi ubbidisce alla verità viene verso la luce, perché
la luce faccia vedere a tutti che le sue opere sono compiute con l’aiuto di
Dio”.
“Non
sei ancora molto chiaro, ma comunque mi pare di cominciare a capire il tuo
pensiero”, commentò Nicodemo perplesso.
Sono
abituato a parlare con pescatori e quindi devo parlare con immagini.
Approfittando d’un interlocutore di cultura, posso cercare di spiegarmi meglio.
Per la mia visione del mondo potrei dire che l’Essere ha voluto attuarsi anche
nel divenire, consentendo così al divenire di realizzarsi nell’Essere”.
Dalla espressione di Nicodemo si capiva
certamente che non aveva afferrato il senso dell’affermazione, per questo Jeshù
continuò cercando di riproporre il concetto, in una forma più esplicita.
“Come
un padre si realizza nel figlio, così l’Infinito si è realizzato nella forma
del finito. In altri termini Dio ha tanto voluto l’Universo, da volersi
riprodurre in uno dei suoi elementi, l’uomo, come un padre si riproduce nel figlio,
perché l’uomo possa immedesimarsi in Dio come un figlio si immedesima nel
padre, e credendo di potersi immedesimare nell’eternità di Dio, anche lui non
muoia ma abbia la vita eterna. Io mi sento mandato a portare al mondo la luce
di questa verità, e chi ubbidisce a questa
verità, ritrova la luce nel divenire del mondo e per l’eternità.
Chi
crede ha la vita eterna. La fede è come il pane che dà la vita. Ognuno ha in sé
il pane che dà la vita eterna, il pane venuto dal cielo, cioè dalla dimensione
dell’infinito. Chi mangia di questo pane vivrà per sempre. Chi si pasce di Dio,
come figlio di Dio, cioè si pasce della dimensione di infinito che è in lui,
diventerà infinito oltre il tempo”.
“Per
questo” lo interruppe Nicodemo ti ho
visto così tranquillo questa notte di fronte ai sommi sacerdoti che volevano la
tua condanna. Non avevi paura di morire!...
“Avrei
dovuto! Ma non è stato così. Non ero tranquillo. Anzi, poiché ho capito che sei
un uomo alla ricerca della verità, ti dirò che, a dir il vero, ero proprio
terrorizzato dall’idea della morte. E non so darmi una spiegazione. La morte è
il momento della verità, ed anch’io di fronte alla verità ho avuto paura.”
“Ti
ringrazio, anche per aver confessato la tua debolezza. Avevo paura che anche tu
fossi uno dei tanti maestri che hanno la verità. Mi ha fatto piacere scoprire
che anche tu invece sei alla ricerca della verità. Questo mi conferma nella
convinzione che per l’uomo non possa esistere una verità assoluta, in quanto
relativo e finito, non può che essere in continuazione alla ricerca della
verità. L’Assoluto non può essere compreso dal finito, che tuttavia, come
giustamente dici tu, deve mettersi sulla strada della ricerca dell’Infinito”.
“E’
proprio questo che intendo dire quando affermo che l’uomo è, e può diventare
figlio di Dio!”
“In
quanto alla paura della morte, mi confermi che non si può eliminare. Forse è
necessario dare una speranza anche al corpo, per questo noi Farisei abbiamo
sviluppato l’idea della resurrezione dei corpi nell’ultimo giorno”.
CAP. 5 - A BETANIA CON LAZZARO.
Lasciato
Nicodemo si rimise in cammino. Quando arrivò
a Betania si rese conto che anche il paese era vuoto. Lo attraversò in
fretta, guardandosi attorno impaurito, e raggiunse rapidamente la casa di Lazzaro. Ma anche qui non c’era
nessuno.
Da un
arco senza porta, nell’alto muro di cinta, si entrava in un piccolo cortile e
da questi poi nella casa. In fondo al cortile c’era un grande fico che superava
coi i suoi rami anche il muro di confine, per protenderli fin sulla strada. Si lasciò andare sulla panca
di pietra ai piedi dell’albero. Il luogo gli era familiare. Aveva passato ore
in discussione con l’amico Lazzaro, seduto su quella panca, discutendo su che
cosa comportava veramente per l’uomo diventare ed essere figlio di Dio.
Il
ricordo di quelle parole, l’entusiasmo di quelle discussioni, la convinzione
con la quale riportava le sue idee, gli parevano si perdessero nel silenzio
innaturale che circondava il cortile, nel silenzio della casa vuota e di tutto
il paese di Betania. Anche il fico pareva goffo nell’inutile tentativo di
allargare i rami a portare l’ombra sin nella strada. Se non c’era nessuno che
aveva bisogno della sua ombra, a qual fine l’inutile sforzo nel quale si erano
contorti i suoi rami?
Non
riusciva a spiegarsi quel silenzio. Ma soprattutto non riusciva a spiegarsi il
silenzio che si sentiva dentro, il silenzio che lo percorreva svuotandolo, come
se fosse riuscito a scavare una caverna dentro a lui, quasi che il sangue fosse
scivolato via dalle vene, lasciando le vene come cartilagini vuote e
rinsecchite.
Purtroppo,
come aveva fatto con Nicodemo, non poteva non ammetterlo: nei momenti nei quali
s’era trovato solo nella cella buia della prigione di Pilato, aveva avuto paura
della morte. Dopo aver tanto predicato
che la morte non esiste, che è soltanto
un passaggio verso la vita eterna verso la dimensione autentica di figli di Dio,
di fronte alla morte, anche lui aveva avuto paura.
L’aveva
sentita entrargli la morte, dall’umidità del pavimento del carcere. Tra le
fessure che separavano le grandi lastre dell’impiantito della cella, l’aveva
sentita uscire dalle viscere della terra e prendergli lentamente le membra, con
il gelo dell’immobilità nella fine. Era il corpo che si ribellava. E la paura
veniva dal corpo, con quel brivido freddo che irrigidiva le membra. Era il
corpo che non accettava di morire! Non bastava l’idea della vita eterna. Perchè
anche il corpo potesse accettare la morte, aveva ragione Nicodemo, era
necessario ricorrere al pensiero della
sua resurrezione, immaginare anche per lui una vita eterna.
Ma non è possibile. La resurrezione del corpo
non ha alcun senso, ed un assurdo in termini, l’eternità del corruttibile...
L’aveva
spiegato in mille modi, nei suoi tre anni di predicazione. La prospettiva
dell’uomo si realizza nell’immortalità dello spirito, che resta oltre il corpo.
E il suo non era un modo di dire, ma una convinzione profonda, una verità che
si era radicata dentro di lui come una ispirazione, e che aveva cercato in ogni
modo di far radicare nel pensiero dei
suoi ascoltatori. Una verità che, tuttavia, appena s’era scontrata con la
realtà estrema della propria morte, aveva vacillato, era venuta meno,
lasciandolo solo sul baratro
dell’angoscia per il proprio annullamento.
Era
logico, gli era venuto di pensare, la sua ragione si rifiutava di accettare,
una ipotesi che prevedeva il proprio annullamento. Nell’immortalità sarebbe
rimasto il pensiero, non la mente che l’aveva prodotto, sarebbero rimaste le
idee, non la ragione che le aveva sviluppate. Era normale che la mente, la
ragione, non riuscissero a convincersi d’una soluzione che le escludeva. Per
questo forse, l’idea dell’immortalità non era sufficiente a far superare
l’angoscia, per il vuoto della propria fine.
Si
sentiva tanto stanco, per la notte
insonne tra il carcere e gli interrogatori con Pilato e con i sommi sacerdoti,
e si distese sulla panca di pietra. Non riusciva a capire come mai non tornasse
nessuno ancora. Guardando al sole, aveva concluso infatti che era già passato da molto il mezzogiorno. Lontano
sopra Gerusalemme si stava addensando un
temporale spaventoso. Sulla linea dell’orizzonte si sviluppava un
groviglio di nubi nere, striate di fasce di grigio e di bianco, percorse da
lampi come brividi di luce.
“Che finimondo”, pensò
con le strade piene di gente per la festa della Pasqua, e fu vinto dal sonno.
Fu svegliato da un
vociare improvviso di gente, quando stavano già calando le ombre della sera. Si
guardò attorno cercando di capire dove fosse, e in quella entrarono Lazzaro con
le sorelle Maria e Marta.
“Jeshù”, esclamarono
assieme, stupiti, ma allo stesso tempo felici di vederlo. “Come mai sei qui? Ti abbiamo cercato tutto il giorno”.
Maria non riuscì a
trattenere l’emozione, gli corse incontro abbracciandolo e scoppiando in
lacrime.
“Perchè piangi?”
chiese lui sorpreso, sollevando con la mano appoggiata alla fronte, la testa di
lei che piangeva sul suo petto. Lei lo guardò e scoppio a piangere di nuovo.
“Oggi ti ho pianto ad ogni ora, come se fossi morto, lasciami ora piangere di gioia, perchè per me sei come resuscitato.”
“Avete saputo cosa mi
è capitato?”, chiese Jeshù.
“Qualcosa”, rispose
Maria tra i singhiozzi, poi cercando di trattenere il pianto continuò: “Questa
mattina si è sparsa la voce che ci sarebbe stato lo spettacolo d’una
crocifissione in massa, e che tra i crocefissi ci sarebbero stati anche due
Jeshù. Puoi immaginare con quale animo e quale angoscia siamo corsi in città,
in mezzo a alla gente che correva assieme a noi per non perdersi lo spettacolo della sofferenza e della morte di
tanti uomini. Poi qualcuno ha detto invece che tu eri stato liberato. Ma in
quella confusione non era possibile avere una qualsiasi conferma della notizia,
e d’altra parte era impossibile immaginare dove tu fossi andato. Così ci siamo fermati per assistere ed
alleviare l’agonia dei condannati a morte, e lì abbiamo incontrato anche tua
madre.
“C’era anche Jeshù il
Nazireno?”
“Si, il patibolo era
riservato a lui e ad alcuni dei suoi seguaci. Tua madre ha voluto stare con
lui, suo nipote, per tutto il tempo
della sua agonia”.
“Che destino!”
commentò Jeshù, “da bambini eravamo come fratelli, poi da giovani siamo rimasti
molto amici e ci siamo ritrovati a fare progetti sulla liberazione di Israele,
e infine, questa mattina, ci siamo confrontati nel giudizio della folla, su chi
dovesse morire… Anche lui come Giuda sua padre, crocefisso quando eravamo
ragazzi, ha ereditato il destino di combattere per la liberazione di Israele, e
quello di morire in croce per la causa!”
“Abbiamo sentito anche
noi raccontare che Pilato è uscito al balcone del palazzo con voi due, chiedendo
alla folla chi dei due volesse salvare. Ma raccontaci tu, che cosa veramente ti
è capitato,” insistette Maria.
“Avrà fame” obiettò
Lazzaro.
“Certo. Perchè non ci
abbiamo pensato prima”, disse Marta dirigendosi immediatamente verso la casa,
per preparare qualcosa. Maria che pur avrebbe voluto fermarsi ad ascoltare, non
poté non seguirla. Lazzaro si sedette in silenzio sulla panca accanto a lui.
Immaginava che l’amico fosse stanco e che certamente non fosse il caso di
tormentarlo con nuove domande.
E invece Jeshù avrebbe
voluto aver qualcosa d’altro a cui pensare, per venir distolto dall’angoscia
infinita che si sentiva dentro. Non era tanto l’angoscia per la morte, che non
aveva più alcun motivo di temere, ma era l’angoscia per aver avuto paura, l’angoscia
per il precipizio del nulla nel quale era caduto tutto quello che aveva
insegnato, tutto ciò in cui aveva creduto.
Un’angoscia come un
profondo dolore, da dover scaricare perchè finisca, o almeno da dover
dimenticare per lenirlo.
Ora che non c’erano le
due donne, Lazzaro era l’unica persona con la quale avrebbe potuto confidarsi.
Lazzaro che l’anno prima era già morto, ed era già stato deposto nel sepolcro,
e che inspiegabilmente al suo arrivo, s’era ripreso ed era tornato a vivere.
Per merito suo, avevano
detto tutti. “E’ stato un miracolo!” aveva gridato la folla. E forse era vero.
Era stato il suo forte desiderio di rivedere l’amico in vita, in qualche modo
a produrre il miracolo, perché, come
anch’egli aveva sempre insegnato, la fede riesce a smuovere anche le montagne.
Ma non era questo il problema, almeno in questo momento. Alla fine si decise a
rompere il silenzio per chiedere a Lazzaro:
“Hai avuto paura della
morte?”
“Perchè me lo
chiedi?”, domandò l’altro in risposta. La domanda l’aveva sorpreso. Sarebbe
toccato a lui fare domande. E poi erano capitate in quel giorno tante di quelle
cose importanti di cui parlare, che non aveva senso richiamarsi ad un fatto di
un anno prima.
“Che domanda è
questa?”, si riprese guardando fisso l’amico, per cercare nelle espressioni del
suo viso, il senso che non trovava nelle parole. “Certo che prima di morire ho
avuto paura della morte. Come tutti, avevo paura della fine, del dolore estremo
della fine. E il dispiacere perchè tu non venivi, mentre le mie sorelle mi
dicevano che ti avevano mandato a chiamare, finiva per essere un diversivo per
alleviare il dolore...”
“Voglio confessarti un
cosa,” lo interruppe Jeshù, “anch’io ho avuto paura”.
“Non vedo che cosa c’è
di strano. Tutti hanno paura”.
“Ma se siamo figli di
Dio, come io credo ed ho insegnato, non si può aver paura di tornare al Padre.
La morte dovrebbe essere un momento di gioia, per l’inizio dell’eternità”
“Ma è il nostro corpo di figlio dell’uomo, che ha paura”.
“Anch’io ho cercato di
darmi questa giustificazione, ma nel dramma della morte c’è qualcosa di più
profondo di una contrapposizione tra l’essere figlio dell’uomo, che vorrebbe
vivere, e l’essere figlio di Dio che vorrebbe rinunciare all’essere nel tempo,
per passare a vivere nell’eternità. L’essere figlio di Dio dovrebbe riuscire a
superare e vincere la paura del figlio dell’uomo. Ma io stesso, purtroppo, ho
dovuto sperimentare che così non è.
I drammi che i poeti
greci sono riusciti ad immaginare, non sono mai giunti ad interpretare l’altezza
alla quale arriva il dramma naturale della vita di ogni uomo. E’ solo nella sua
fine, che l’uomo può concepire la sua speranza. Solo lasciandosi cadere nel
precipizio della dissoluzione, può pensare di potersi librare negli spazi
infiniti del cielo, in una altra dimensione. L’epicità del realizzarsi
attraverso il proprio annientamento è qualcosa di tragicamente grandioso. Ma
per vivere la grandiosità della propria morte, è necessario riuscire a vivere
la grandiosità della realtà di sapersi
figlio di Dio, ed io ritenevo di esserci riuscito!”
“Ma il bruco che muore
per rivivere come farfalla, non può non sentire drammaticamente la sofferenza
del distruggersi del suo essere di bruco, anche se sa di continuare a vivere
come farfalla”.
Lazzaro, da quando
aveva vissuto l’esperienza della propria morte, aveva acquistato una capacità
di sintesi intuitive eccezionali. Era come se avesse imparato a concentrare il
suo discorso in un linguaggio capace non solo di descrivere, ma di far intuire
nell’immediatezza dell’immagine, una idea. In effetti aveva colto anche questa
volta nel segno.
“E’ proprio la tua
immagine del bruco e della farfalla”, riprese Jeshù che evidenzia come non si
tratti d’una alternativa su piani diversi tra figli dell’uomo e figli di Dio,
ma d’una contraddizione intima ed esistenziale, perchè il figlio dell’uomo, è
egli stesso il figlio di Dio, come il bruco è esso stesso la farfalla, la
contraddizione è nello stesso soggetto ed è dall’autonegazione del bruco che si
sviluppa la farfalla. L’autoannullarsi per vivere, è il destino dell’uomo
tragico e meraviglioso allo stesso tempo.”
“Se capisco quindi,
l’essere bruco si ribella alla sua fine e subisce e sente il dolore
esistenziale ed assoluto del suo autoestinguersi, perchè un bruco non può sentirsi
farfalla”.
“Appunto. Ed è proprio
questa la grandezza dell’uomo che può sentirsi figlio di Dio e
nell’autocoscienza di esserlo, vincere la morte. E’ come se il bruco avesse la
coscienza d’essere farfalla! Certamente non si opporrebbe alla trasformazione,
che da viscido millepiedi lo tramuta in una farfalla dai mille colori, che
dallo strisciare sulla terra, lo porta a librarsi nell’aria e nel sole.
Prima che arrivaste mi
ero addormentato ed ho fatto un sogno terribile. Ho sognato che Pilato aveva
condannato me alla morte e non il Nazireno. Mi sono visto salire il Golgota
come da ragazzo avevo sentito che l’aveva salito Giuda il padre del Nazireno. Mi sono visto salire portando la
trave alla quale sarebbe stata appesa la mia vita, per costringerla ad uscire
in un sforzo estremo di sofferenza, in un ultimo rantolo.
In effetti avrei potuto essere io su quella
croce. E mentre arrancavo, appunto come un bruco negli ultimi passi della
propria esistenza, avrei dovuto pensare alla farfalla, e quel pensiero avrebbe
dovuto dar senso al mio soffrire, al mio morire.
Se ci fossi stato, se
avessi saputo vivere quella esperienza avrei in questo sintetizzato tutto il
mio insegnamento, tutta la mia intuizione sul senso della vita. La mia
autocoscienza d’essere figlio di Dio sarebbe diventata di fronte alla morte,
autocoscienza del mio trasformarmi e quindi superamento della paura di
annullarmi, autocoscienza dell’essersi consumato il mio essere nel tempo,
consumatum est, per liberare il mio essere nell’eternità…”.
“Anch’io ho vissuto
l’esperienza dell’attesa della morte” lo interruppe Lazzaro “e ti posso
capire”.
“Ma tu non hai mai
cercato di convincere gli altri su come si possa vincere la paura della morte”.
“No, ma ci ho pensato
e ci penso tanto, e mi sono convinto che la chiave è nella Bibbia. Adamo ed Eva
sentono di essere mortali dopo aver mangiato alla conoscenza del bene e del
male. Tutto è nato dall’aver mangiato all’albero della conoscenza. Tutto è nato
nel momento il cui l’uomo ha cominciato a distinguere il bene dal male, e
quindi lo zero dall’uno, cioè quando ha iniziato a far uso della ragione.
Prima, nell’età dell’oro secondo i Greci, in
quello che noi chiamiamo il giardino dell’Eden, l’uomo usava solo il
sentimento. Non conosceva la morte, perché viveva il sentimento della propria
eternità. La dimensione
spazio-temporale era sentita come momento transeunte della dimensione
immensità-eternità. Questa ultima era sentita come la vera dimensione, la prima
era sentita come transitoria. Non c’era quindi nulla di drammatico, nel
passaggio dalla prima alla seconda dimensione, attraverso la morte. Non c’era
la paura della dimensione immensità-eternità, chiamata Dio, perché l’uomo si
sentiva in questa dimensione. Nel sentimento di sé che aveva l’uomo, si sentiva
veramente figlio di Dio e Dio era nell’uomo!
Solo dopo,
raggiungendo l’uso della ragione nella
sua evoluzione l’uomo “sente i passi di
Dio”, sente Dio come altro da sé, e sente come altro rispetto alla dimensione
umana, la propria dimensione eterna, subisce quindi la “maledizione della
morte”, di cui parla la Bibbia.
Furono interrotti da
Maria che li chiamava perchè era pronta la cena.
“Ed ora cosa farai?”
gli chiese Lazzaro mentre cenavano. Rivisitare il passato è anche un modo di
evitare di affrontare il futuro. E per quanto il passato sia brutto, per il
fatto soltanto di essere avvenuto, acquista un elemento di solidità e di
certezza. Il futuro invece, nella sua incertezza e nella sua precarietà, ha
sempre in se qualcosa di pericoloso. E soltanto dubbio, senza alcun elemento di
certezza, soprattutto quando si è ad un bivio.
Per tutta la strada da
Gerusalemme a Betania, aveva pensato alla domanda sul suo futuro, ed era in
qualche modo anche riuscito a darsi una risposta. Ora che la domanda gli veniva
riproposta dall’amico Lazzaro, prendeva nuovamente la consistenza d’un macigno,
che ti sbarra la strada e ti impedisce di proseguire.
Che avrebbe proseguito
era certo! Ma come, e per andare dove, non aveva idea… Nel dubbio di fronte
alla insostenibile incertezza della morte, gli pareva che fosse crollato tutto
il sistema di verità e di certezze che aveva costruito in tre anni di
meditazioni e di predicazioni.
Aveva bisogno di
riflettere, e si sarebbe ritirato di nuovo in meditazione.
Di nuovo nel deserto? chiese Lazzaro,
ricordando che prima di iniziare la predicazione, aveva passato quaranta giorni
in meditazione nel deserto di Galilea.
“A Qumran?” chiese a
sua volta Maria, sperando con la domanda di suggerirgli una soluzione meno
estrema e pericolosa, ricordandogli che prima del deserto aveva passato un anno
nella comunità che gli Esseni avevano aperto sulle alture di Qumram. Avrebbe
sofferto troppo anche lei, a saperlo a patire la sete e la fame nel deserto…
“No,” rispose
Jeshù. “Passando dalle parte di Betlemme
l’anno scorso ho visto una grotta, e già allora avevo pensato che se ne avessi
avuto bisogno, mi sarei ritirato lì a meditare e pregare.
E’ da lì che
ripartirò. E’ in quella grotta che ho deciso di rinascere.”
CAP. 6 – IL RACCONTO.
“Ma intanto
raccontaci” insistette Maria, forse anche nella speranza che attraverso il
racconto avesse potuto in qualche modo ritornare sulla sua decisione di partire
per rinchiudersi a meditare in una grotta dalle parti di Betlemme.
“Un momento, lascia
prima che finisca di mangiare. Chissà da quando non mangia” l’aveva
rimproverata suo sorella Marta. Ma lei
aveva urgenza di sapere, perchè era una donna, ma soprattutto perchè si
era innamorata dell’amico del fratello. Sapeva di non essere l’unica. Si
sentiva dire che anche Maria Maddalena aveva preso a seguire Jeshù, assieme ai
discepoli, perchè innamorata del maestro. Le malelingue dicevano che l’amore
era ricambiato, qualcuno sosteneva persino che i due fossero amanti. Ma lei non
era gelosa. Chi ama veramente vuole il bene della persona amata, e se il bene
di Jeshù stava anche nella relazione con la Maddalena, lei accettava di tenere
i suoi sentimenti per sé.
Nessuno le impediva,
come in effetti stava facendo, di vivere con lui ogni momento della sua
esistenza. Con il pensiero lo seguiva per le strade della Palestina, felice di
vederlo seguito dalle folle, preoccupata per il malanimo dei farisei nei suoi
confronti. Ma quel giorno aveva avuto la sensazione d’averlo perso. Il fatto di
non sapere che cosa avesse veramente fatto, dove fosse, le aveva dato
l’impressione che il suo rapporto si fosse interrotto. Le pareva che solo
ricostruendo le scene che le mancavano, avrebbe potuto ricongiungersi al Jeshù,
che aveva salutato il giorno prima, quando con i suoi discepoli si era
incamminato per Gerusalemme.
“In effetti, è dalla
cena di ieri sera nel cenacolo che non tocco cibo”, sorrise Jeshù, “ma non è
questo un problema,” aggiunse.
“Capisco la tua ansia di sapere,” disse poi rivolto a Maria.
Lei arrossì confusa.
“Scusami”, mormorò.
“Non ti devi scusare,
anch’io sento il bisogno di raccontare a degli amici quello che mi è capitato
in queste ventiquattro ore, per capire e per capirmi. I fatti si sono svolti
così in fretta ed imprevisti, che anch’io ho bisogno di ricostruirli nella
memoria, per riuscire a farmene una ragione, a darmi una spiegazione.
Prese così a
raccontare di come il giorno prima dopo aver pranzato, come loro sapevano,
proprio a Betania in una casa vicina alla loro, quella di Simone che era stato
lebbroso, si era incamminato verso
Gerusalemme. Tommaso aveva organizzato perché mangiassero la Pasqua assieme,
nel cenacolo d’un amico, nel quartiere degli esseni e li aveva preceduti per
preparare gli ultimi dettagli.
Aveva accettato di
celebrare la Pasqua assieme agli esseni, per ritrovare alcuni amici con i quali
aveva vissuto l’esperienza di Qumram. Del resto aveva anche molti amici tra gli
esseni. Molti dei suoi insegnamenti venivano richiamati anche dagli esseni, o,
come qualcuno diceva, era stato lui a mutuarli dagli esseni, al punto che spesso i farisei l’avevano
considerato un esseno. Anche molti dei suoi discepoli, fra i quali in particolare
Giovanni e Tommaso, avevano vissuto un proprio percorso di vita all’interno di
questa setta.
Che non fosse veramente un esseno lo
dimostrava anche il fatto che, fino alla sera prima, non aveva mai avuto modo prima di entrare nel
quartiere esseno di Gerusalemme. Tommaso che invece vi era di casa, s’era
incaricato di organizzare ogni cosa.
Li attendeva alla
porta della città un uomo che, per farsi riconoscere, portava una brocca
d’acqua. Quando li aveva visti arrivare li aveva preceduti in una casa. Lieto
di averli come ospiti, li aveva accolti
con entusiasmo, facendoli subito
accomodare al piano di sopra dove c’era una grande sala preparata con i
tappeti.
“Prima di sederci a
mensa m’ero fatto portare una bacinella ed un asciugamano e avevo deciso di
lavare loro i piedi”.
“Perchè i piedi?” lo
interruppero ad una voce, le due sorelle. Con Jeshù avevano capito che ogni
sorpresa poteva essere possibile. Attorno a lui avevano visto gli storpi prendere a camminare, i ciechi vedere ed
i sordi sentire, loro fratello che era morto, al solo suo dire “vorrei che
fosse vivo”, era tornato a vivere. Aveva fatto spesso anche delle provocazioni
contro la legge e le tradizioni, soprattutto per spiegare che la religione non
può risolversi in fatti formali, ed in una vuota liturgia. Aveva sempre cercato
di far capire che, nel rapporto con la divinità, si deve badare alla sostanza,
e non alla forma delle cose.
Ma che la sera prima
fosse riuscito trasformare il rito di
purificazione della lavanda delle mani prima dei pasti della loro tradizione,
nella lavanda dei piedi, era troppo, anche come provocazione! Sembrava quasi
avesse voluto prendersi gioco dell’usanza del rito di purificazione delle mani.
“Perchè in questa
terza pasqua che celebravo con i miei discepoli a Gerusalemme, volevo dare loro
un insegnamento importante, e volevo racchiudere in un gesto, come in una parabola vissuta, tutto il messaggio”.
Raccontò poi che si
era alzato da tavola, si era tolto la veste, si era legato un asciugamano
intorno ai fianchi, aveva versato dell’acqua in un catino ed aveva cominciato a
lavare i piedi ad uno ad uno. Simone che non aveva capito il significato del
gesto, si voleva opporre.
“Lo vedo ancora,”
sorrise Jeshù, richiamando la scena:
“No. Tu non mi laverai
i piedi”
“Se io non ti lavo,”
gli ho detto, “tu non sarai unito veramente a me”
Allora lui ha
replicato con l’immediatezza e la sincerità che lo contraddistinguono:
“Signore, non lavarmi soltanto i piedi, ma anche le mani ed il capo”
Chissà se ha poi
aveva veramente capito ciò che gli
aveva voluto insegnare con il gesto e con
parole. Glielo aveva ripetuto più volte: “Se io non ti lavo tu, non
sarai unito a me”, ma Simone era una testa dura, non per nulla l’avevano
soprannominato Pietra.
“Credo di aver capito
anch’io!” mormorò Maria.
“Vi ho sempre detto,”
continuò Jeshù, “che tutto il mio insegnamento può raccogliersi
nell’insegnamento di amarsi gli uni gli altri. Per me i dieci comandamenti che
Javhè ha dato a Mosè, possono riassumersi in uno solo: “ama il prossimo tuo come
te stesso”. Ma la pratica del
comandamento non deve restare un fatto formale, deve diventare un modo di
essere e di comportarsi. Da questo vorrei che si riconoscessero i miei
discepoli: perché si amano gli uni con gli altri, in ogni gesto ed in ogni comportamento
della vita quotidiana.
Questo volevo spiegare
con il gesto della lavanda dei piedi.
Il rapporto tra gli uomini, indipendentemente
dal fatto che uno sia maestro e l’altro sia discepolo, deve fondarsi sul
presupposto che tutti siamo figli di Dio, e quindi fratelli. Il nostro rapporto
deve essere costruito su una grande disponibilità degli uni verso gli altri. Il
gesto di disponibilità di chi è più in alto verso chi è più in basso, pur
lasciando inalterato il fatto che uno resta maestro e l’altro discepolo,
consente a chi sta in basso di aprirsi, verso chi sta in alto. Allo stesso modo
si realizza il rapporto tra l’uomo che sta in basso e Dio, nell’alto dei Cieli”.
“Lo sappiamo”,
intervenne Lazzaro, “ce l’hai ripetuto tante volte ed in tanti modi. Ma la
frase che hai detto a Pietro non l’avevo ancora mai sentita, e mi pare molto
significativa: se io non faccio qualcosa per tè, tu non sarai veramente unito a
me. Non c’è relazione, d’amicizia, d’amore o di fede, se a monte non c’è una
azione di disponibilità e generosità. Se tutto il mondo potesse riconoscersi in
questo messaggio!...”
Maria che si era assentata mentre parlava il fratello
si ripresentò con una bacinella d’acqua e un vaso di nardo celtico. Era un
profumo prezioso che lei stessa aveva prodotto, macerando le piante di lavanda
celtica che i Galati dell’Asia Minore coltivavano sulle montagne dell’Anatolia.
Si inginocchiò davanti a Jeshù come egli stesso aveva appena raccontato d’aver
fatto con i discepoli, versò il profumo sui suoi piedi e li lavò asciugandoli
con i suoi capelli. Lazzaro avrebbe voluto rimproverarla, perché non aveva
senso quello spreco di profumo versato sui piedi. Ma vedendo che Jeshù la
lasciava fare, senza alcun commento, anche lui si trattenne.
Maria continuando a vivere
nel racconto del maestro, come se anche lei fosse stata presente alla scena
della lavanda dei piedi, dimostrava con il suo gesto, d’aver capito il suo
insegnamento, e di volerlo immediatamente mettere in pratica.
Riprendendo poi a
raccontare ciò che gli era capitato la sera precedente, Jeshù aveva ricordato
di come ad un certo punto, mentre stavano mangiando l’agnello pasquale in
serena fraternità, gli si era
avvicinato Giuda l’Iscariota, dicendogli di aver saputo che a Gerusalemme
c’era anche suo cugino Jeshù di Giuda, quello che ormai tutti chiamavano il
Nazireno. Aveva saputo anche che avrebbe passato la notte con i suoi nell’orto
dei Getzemani, e che aveva manifestato il desiderio di incontrarlo.
A quella notizia si
era molto preoccupato, pensando che il cugino avesse in testa qualche gesto
clamoroso per la Pasqua. Ma Giuda l’aveva tranquillizzato dicendo che gli aveva parlato e che era stato
assicurato sulle sue intenzioni: era in città soltanto per celebrare la festa,
sicuro di non correre pericoli perché la folla l’avrebbe protetto dai romani.
Se si fossero accorti
tuttavia della sua presenza in città, era evidente che il solo fatto d’essere
entrato costituiva implicitamente una sfida per i romani. Aveva quindi pensato
di raccogliere l’invito del cugino, per cercare di convincerlo a non tirare
troppo la corda ed a correre inutili
rischi. Gli Zeloti, e il Nazireno in testa, non riuscivano a capire che a forza
di provocazioni avrebbero suscitato una reazione violenta da parte dei Romani,
con inutili spargimenti di sangue, e senza nessun risultato pratico. Quando
Pilato diceva che avrebbe potuto distruggere il tempio e l’intera città di
Gersualemme, parlava di decisioni che i Romani avevano già preso altre volte.
Non avevano distrutto Cartagine? Non aveva Cesare distrutto Alesia la capitale
degli Elvezi. Perché non avrebbero potuto distruggere anche Gerusalemme? E
perché allora provocarli quando Israele non avrebbe avuto evidentemente la capacità di resistere alla loro potenza?
Avrebbe voluto, ancora
una volta, ripetere al cugino questi ragionamenti. Informò gli altri che dopo cena sarebbero andati a fare una
passeggiata fino al Getzemani e lasciò che Giuda uscisse per andare ad
informare il Nazireno dicendogli che accettava l’invito, e che si sarebbero
quindi incontrati dopo cena.
“E vi siete poi incontrati?” lo interruppe
Maria.
“Certo. Avevo lasciato
i miei all’ingresso degli orti, ed assieme a Simone ed a Giuda che ci era
venuto incontro, mi ero recato dove era accampato il Nazireno, con gli uomini
della sua piccola banda armata”.
“Perchè soltanto
Simone e Giuda”.
“Perchè tra i miei
discepoli erano quelli che più erano rimasti legati all’esperienza Zelota. Come
già sapete, anche io da giovane ho condiviso l’idea degli Zeloti della lotta
per la liberazione di Israele. Mi ero lasciato convincere dal cugino. E’ stato
in quel periodo che ho conosciuto sia Giuda che Simone, che poi sono venuti al
mio seguito. Soprattutto Giuda però era sempre rimasto molto legato anche a mio
cugino ed a volte anzi aveva anche cercato
di convincermi che aveva ragione
lui. Sosteneva infatti che la mia
predicazione della liberazione sul piano individuale per ogni uomo, non era inconciliabile con l’idea della liberazione
del popolo di Israele. Anche quella sera, al chiaro di luna tra gli ulivi,
avevamo parlato a lungo di questo,
restando tuttavia ognuno sulle proprie posizioni, e ci stavamo ormai salutando.
Ma proprio mentre Giuda abbracciava nel
saluto il Nazireno, hanno fatto irruzione
i soldati romani. Come mai erano riusciti ad avvicinarsi, senza che
nessuno se ne fosse accorto? Come
avevano fatto a individuare subito il Nazireno, proprio mentre si stava
abbracciando con Giuda? Mi sono fatto più volte queste domande durante la notte
e me le faccio ancora…”
“Che sia stato in
qualche modo Giuda a tradirvi?”
“ Perchè me lo
chiedi?”.
“Nulla di particolare”
rispose Lazzaro. “E che non ho mai avuto simpatia per quel uomo. Non capisco
perchè, ma ho sempre avuto la sensazione che fosse un uomo del quale non ci si
poteva fidare”
“Io invece mi fidavo
ciecamente di lui. Non per nulla gli
avevo affidato la tenuta della cassa comune. Si era talmente immedesimato nel
suo compito di tesoriere che sembrava gli si togliesse del sangue, ogni volta
che qualcuno gli chiedeva dei soldi. Ma questa sua tirchieria non poteva che confermare la sua fedeltà.
D’altra parte non
avevo nulla da temere dal Nazireno. Avevamo vissuto degli anni assieme, eravamo
dei veri amici, anche se ormai ci
divideva l’idea su quale fosse il compito d’un buon israelita, su che cosa si
doveva intendere per la liberazione di Israele. Potevo anche immaginare il
motivo per il quale mi voleva vedere. Ne avevamo parlato altre volte. Egli era
preoccupato che i miei insegnamenti portassero nel popolo il germe della
rinuncia del desiderio di liberazione, della passiva accettazione della
dominazione romana. Come egli proponeva invece, se avessi voluto portare alla
sua causa anche le folle che mi seguivano, avremmo potuto costituire una minaccia seria e una preoccupazione
costante per i romani.
Comunque, devo
confessarti, anch’io stanotte ho pensato a Giuda, ma non come ad un traditore.
Era anche lui sempre rimasto dell’idea del Nazireno: avrebbe voluto anche lui che
ci unissimo per rovesciare il potere romano. Conoscendolo sono arrivato a
pensare che forse è riuscito a immaginare che l’arresto di ambedue, fosse una intelligente mossa tattica per mettere
assieme i nostri seguaci, e far scattare la molla della rivoluzione. Ho pensato
addirittura che fosse un piano architettato assieme tra lui e il Nazireno. Così
allora si spiegherebbe perché mio cugino se ne stesse nell’orto degli ulivi con
una piccola scorta. Forse i suoi erano in mezzo alla folla, pronti a sobillarla
per scatenarla contro il palazzo del Governatore, e trasformare la loro
liberazione dal carcere nell’inizio della rivolta. Così si spiegherebbe perché
la folla ha insistito tutta la notte a chiedere la nostra condanna. Non si
spiegherebbe diversamente l’accanimento di quella gente, che non poteva avere
nulla né contro di me né contro il Nazireno.
La condanna di ambedue sarebbe stata il
presupposto per la rivolta. Ma poi c’è
stata la mossa intelligente di Pilato che ha voluto far scegliere alla folla…”
“Ma quindi
nell’orto cos’è capitato” insistette a
chiedere Maria.
“Niente, il Nazireno
non è riuscito neppure a fare una mossa di difesa. O forse, se è valida la mia
interpretazione, aveva deciso di non resistere. Qualcuno ha cercato, o ha fatto
finta, di sguainare la spada. Anche Pietro che era con me, l’ho visto ad un
certo punto con una spada, che aveva presa non so come, ad uno degli zeloti.
Forse, assieme a me, era l’unico a non sapere che si trattava d’una sceneggiata
preparata, e infatti è stato probabilmente lui a tagliare l’orecchio a Malco,
il servo del sommo sacerdote che faceva da guida ai soldati romani, assieme ad
altri farisei.
Credo sia stato
l’unico ferito. L’assalto fu fatto con tale sorpresa e con forze così imponenti
che comunque sarebbe stato inutile qualsiasi tentativo di reazione. C’era
un’intera coorte di seicento uomini, per catturare una banda d’una ventina di
uomini. Assieme agli Zeloti fummo presi
anche io e Pietro. Giuda fu inspiegabilmente lasciato andare, ed anche per
questo, mi si sono confermati i dubbi sul suo conto”.
“Vedi che a pensar
male si fa peccato, ma si sbaglia di rado” lo interrupe Lazzaro.
Jeshù sorrise.
Anche Lazzaro era ben lungi dall’aver
fatto proprio il comandamento d’amore verso gli altri…”Tuttavia,” aggiunse
“sono certo che non si può parlare di tradimento. Sulla buona fede di Giuda,
comunque siano andate le cose, non ho alcun dubbio!”
“Scusami” aggiunse
Lazzaro, comprendendo il rimprovero che c’era in quel sorriso. “So che, come tu
insegni, si dovrebbe partire dal perdono e non dalla ricerca del peccato. Ma
non è sempre facile, tu vedi tutto in positivo, e mi auguro che tu abbia
ragione anche sul conto di Giuda. Comunque poi che cos’è capitato?” insistette,
anche perchè la ripresa del racconto, potesse porre fine ai suoi sensi di colpa, per quel rimprovero implicito che si
era guadagnato.
Ci hanno incatenati
assieme agli Zeloti e ci hanno portato a palazzo. Poi non ho capito per qual
motivo. Pilato ha voluto che fossi interrogato dai sommi sacerdoti. Di ritorno
nel suo palazzo, ha poi voluto parlare personalmente con me.”
Cosa ti ha chiesto?
Cosa vi siete detti?.......
“Gli ho parlato della
verità…”
“E l’hai convinto a
liberarti.”
“Non ho fatto nulla
per convincerlo. Credo sia stato lui a convincersi che gli conveniva lasciarmi
libero, perché mi portassi dietro la folla, come in effetti è avvenuto.”
“Tra le altre voci a
Gerusalemme, girava anche quella che fosse stata la folla a costringerlo a
liberarti.”
“In un certo senso è
stato così. Pilato infatti è stato molto abile nell’inscenare una farsa per far
credere alla folla d’aver vinto. Ci ha fatti uscire ambedue sulla balconata
del palazzo al suo fianco, uno a
destra e l’altro a sinistra, e poi ha ricordato dell’usanza di liberare per
Pasqua un condannato, ed a chiesto chi volevano che fosse rimesso in libertà,
il Nazireno che si proclama re dei Giudei, o quello che si fa chiamare Bar
Abba, figlio del Padre. Uno nella folla ha gridato immediatamente forte il mio nome “Bar Abba!” e poi tutta la gente
gli ha fatto eco ed hanno gridato
all’unissono “Jeshù Bar Abba”, ed è per questo che sono qui. E’ vero quindi in
un certo senso, che è stata la folla a liberarmi.”
“Pilato tuttavia non
aveva alcun motivo per condannarti, non hai fatto mai nulla contro i romani”
“Lui direttamente no,
ma avrebbe potuto pensare di fare un piacere al Sinedrio. E infatti nella
notte, come vi ho detto, mi ha fatto interrogare da Anna e da Caifa, che poi
sono venuti dal governatore a chiedere mi condannasse a morte”
“Non puoi aspettarti
di meglio, ciò che insegni sul rapporto diretto dell’uomo con Dio, mette in
discussione la funzione della mediazione della gerarchia, scardina il concetto
stesso di religione”
“Lo so ma io mi
considero un vero ebreo. Ciò che dico è l’evoluzione di quanto hanno detto i
padri, di ciò che afferma la Bibbia.”
CAP. 7 - SIMONE AL
TEMPIO
Saulo uscendo dal
Palazzo del Procuratore, dopo essersi intrattenuto a parlare con la moglie
Procla, pensava d’aver esagerato nel dichiarare la propria disponibilità: due o tre giorni erano forse pochi, per
acquisire gli elementi necessari per farsi una idea del predicatore Jeshù detto
Bar Abba. Ma i buoni rapporti con il procuratore romano, valevano l’impegno necessario
per dargli le risposte più adeguate, nel più breve tempo possibile.
Per i suoi affari di
commerciante di pelli Saulo si recava spesso a Damasco. Decise d’andarci di
proposito il giorno stesso. Sapeva che Jeshù veniva dalla Galilea, sarebbe
passato di lì, ed avrebbe acquisito le prime informazioni, e di ritorno avrebbe
già potuto fare un primo rapporto a Pilato.
Prima di partire passò
al Tempio a sentire che aria tirava. Tutti sapevano che era amico del
procuratore e l’aria non era certo favorevole per gli amici di Pilato quel
giorno. Anna e Caifa i sommi sacerdoti erano fuori dalla grazia di Dio. Erano
stati presi in giro, facendo loro credere che potevano giudicare Jeshù, e poi
c’era stata anche la beffa di quel lavarsi le mani di fronte a loro.
Non s’aspettava
comunque d’avere in quel luogo delle informazioni. A sorpresa invece quando
andò a salutare il vecchio maestro Simone e così, tanto per dire qualcosa, gli
chiese che cosa conoscesse di quel Jeshù che Pilato, a detta dei capi del
Sinedrio, avrebbe dovuto condannare a morte, venne a sapere che da ragazzo, il
predicatore aveva passato un periodo al Tempio, e che proprio Simone era stato
il suo maestro.
“Ma guarda tu, il
caso! E te lo ricordi ancora? Che tipo era?” chiese Saulo.
“E come potrei non
ricordare il ragazzo più speciale a cui ho avuto la opportunità di fare da
maestro!”
Ai vecchi non par vero che qualcuno si interessi ancora al
racconto della loro vita e Simone alla domanda di Saulo aveva preso subito a
raccontargli del suo alunno Jeshù, con tanto entusiasmo, e con una dovizia di
particolari e di apprezzamenti.
“Ma prima,” aveva
anticipato, “è necessario che ti racconti di quando l’ho conosciuto la prima
volta per caso, perché si era perso qui nel tempio…Saranno passati ormai almeno
venti anni …”
Come tutti i bravi figli di Israele anche i
genitori di Jeshù andavano ogni anno in pellegrinaggio a Gerusalemme per la
festa di Pasqua e quando ebbe dodici anni portarono anche lui, per la prima
volta, secondo l’usanza.
Abituato alla vita tranquilla della
cittadina di Gamala, dove era nato, era
rimasto colpito e sorpreso dalla confusione che animava la grande città, invasa
da turbe di pellegrini che venivano da ogni parte della Palestina. Si aspettava
la serietà e la devozione che avrebbe dovuto caratterizzare un pellegrinaggio di
fede, ed invece c’era l’animazione d’un grande mercato. Ogni cosa era nuova per
lui, i banchi dei venditori ambulanti, le postazioni dei giocolieri. Preso dall’attenzione per queste
cose, ad un certo punto s’era accorto d’aver perso il contatto con i genitori.
Si trovava nel recinto nel tempio, nel mezzo d’una calca inverosimile.
Spinto da ogni parte dalla folla era costretto a muoversi dove la marea lo
trasportava, come un fuscello travolto nell’acqua del ruscello. Cercava di
sollevarsi in punta di piedi sperando di ritrovare i genitori, ma non vedeva
che un agitarsi di teste, tra i colori dei copricapo e dei vestiti. E la folla
l’aveva portato contro la parete di destra, abbandonandolo contro il muro, come
il fuscello che la corrente abbandona ai margini del torrente. Con la schiena
appoggiata alla parete, e lo sguardo a indagare tra la folla, lo si vedeva
preso dell’angoscia e della
disperazione.
In effetti come avrebbero potuto i suoi
trovarlo tra tutta quella gente? Già per loro stessi, così spaesati nella
grande città, abituati ai ritmi ordinati della vita del paese!... Come avrebbe
potuto il ragazzo individuarli tra quel insieme disordinato di persone? Peggio
che trovare un ago in un pagliaio!...
“Fu allora che i suoi occhi spaventati
incrociarono i miei che cercavo di
spostarmi nella calca, approfittando del fatto che vicino al muro la ressa era
meno fitta”. Al ricordo di quel primo incrociarsi dei loro sguardi, il volto di
Simone parve illuminarsi. Si fermò un momento quasi a voler gustare più lungo il ricordo, poi proseguì: “Veniva verso
di me, non mi conosceva ma forse
perché già allora ero vecchio, e i vecchi hanno uno sguardo che ispira
fiducia, il ragazzo si sentì rincuorato, come se avesse trovato un conoscente”.
“O forse ci eravamo trovati,” aggiunse il
vecchio a bassa voce in un soffio, asciugandosi con la mano una lacrima, perché
dalla notte dei tempi, era stato segnato il momento dei nostro incontro…”
“Ti sei perso?” gli aveva chiesto.
“Non trovo più i miei genitori”, aveva balbettato
il ragazzo.
“Si vede”. Aveva commentato sorridendo. E in
quel sorriso, il ragazzo aveva sentito che si scioglieva il suo dramma. Se
quella persona di cui ci si poteva istintivamente fidare, sorrideva, era segno
che la sua situazione non era poi così drammatica. In qualche modo si sarebbe
tutto risolto. E’ sempre così, il giudizio degli altri non influisce sulla
nostra situazione, ciononostante ci fa da sostegno.
“Vedrai che prima o poi ti troveranno,” aveva
aggiunto per tranquillizzarlo. “Non sei certo il primo ragazzo che si perde.
Vieni con me, ti porterò in un luogo, ove è più facile che i tuoi possano
trovarti”.
L’aveva portato in un locale attiguo, ove c’erano altri suoi colleghi maestri
della legge. Gli altri, vedendolo arrivare accompagnato dal ragazzo, avevano
interrotto la conversazione. Salutandolo, avevano cominciato a ridere ed
prenderlo in giro, come erano soliti fare,
chiedendogli se avesse finalmente individuato il Messia.
Anche Saulo sorrise,
ricordando i tempi passati al tempio, quando anche lui aveva scherzato, sul
vecchio maestro Simone che s’aspettava d’un giorno all’altro di vedere arrivare
il Messia.
Il vecchio infatti,
uomo retto e pieno di fede in Dio, era solito dire che gli era stato
rivelato dallo Spirito Santo che non
sarebbe morto prima di aver visto il Messia mandato dal Signore. Non era la
prima volta che i confratelli scherzavano sulla sua convinzione di incontrare
il Messia. Ne scherzavano tutti ormai al tempio. Simone di solito stava allo scherzo,
pur credendo veramente, in cuor
suo, di aver avuto la rivelazione.
“Ma quel giorno,”
continuò a dire il vecchio “guardando il viso di quel ragazzo, mentre gli altri
continuavano a chiedermi se finalmente avessi trovato il Messia, avevo sentito
di avere una premonizione, come se lo Spirito mi avesse parlato di nuovo.
Sentivo
dentro di me, il desiderio di rivolgermi al ragazzo come se veramente
fosse il Messia, con le parole che mi ero preparato per l’incontro che stavo
attendendo, e che avrebbe dato un senso alla mia vecchiaia.
Ormai, avrei voluto dire, Signore puoi
lasciare che il tuo servo se ne vada in pace: la tua promessa si è compiuta.
Con i miei occhi ho visto il Salvatore. Tu l’hai messo davanti a tutti i
popoli: luce per illuminare le nazioni e gloria del tuo popolo, Israele”.
Ma si era trattenuto. Quello era il discorso
che s’era preparato per l’incontro con il Messia. Come poteva pensare che il
Salvatore di Israele si nascondesse nei panni di quel povero ragazzo di paese,
timido e spaurito.
Gli altri maestri
della legge continuavano scherzare.
Fu allora che si accorse (o fu soltanto
suggestione?) che negli occhi di quel
ragazzo c’era qualcosa di strano e di misterioso. C’era una profondità nel suo
sguardo, che non aveva mai visto negli occhi di nessuno. Non erano occhi per guardare, ma specchi per chi vi si incrociava, per
vedersi dentro.
“Che idea originale”
pensò Saulo, “degli occhi come specchi!” Ma tenne il commento per sé non
volendo interrompere il racconto del maestro
Simone, tutto preso nella rievocazione dell’incontro con il giovane
Jeshù.
Nell’attesa che i
genitori si facessero vivi si era ritirato con il ragazzo in un angolo della sala. Credeva alle
coincidenze, credeva che anche nella casualità più strana, si può riuscire a
leggere al di sotto un disegno, se solo si ha la pazienza di analizzare
l’ordito sul quale si sono intrecciate le vicende. Voleva capire cosa stava
sotto la coincidenza di quel originale incontro.
“Da dove vieni?”, gli aveva chiesto.
“Sono di Gamala”, aveva risposto Jeshù che, rinfrancato dalla
fiducia riposta istintivamente nel vecchio incontrato per caso, quasi non si
ricordava più d’aver perso i genitori.
“Gamala!” aveva esclamato lui con stupore e
interesse, “il paese nel quale, più che in ogni altro luogo, è viva l’attesa
del Messia”.
“Si!” aveva
continuato il ragazzo “la città degli Zeloti. Ezechia il nostro eroe ucciso da
Erode, era mio parente, Giuda il Galileo infatti, suo figlio che come il padre
è impegnato nella lotta di liberazione
della nostra nazione, dalla dominazione dei romani, è mio zio”.
“Conosco! Conosco!” aveva commentato lui,
ancora più confuso e inquieto per quella coincidenza sul luogo d’origine del
ragazzo e della parentela.
Si era quindi
soffermato a raccontagli di essere stato più volte a Gamala. La natura ha fatto
di quel luogo un posto imprendibile, e non a caso vi nascono i migliori
combattenti per la causa della liberazione di Israele. Lo aveva sempre colpito la bellezza e l’originalità
del luogo. Le alture del Golan emergono
dal deserto circostante, coperte di vegetazione, segnate dal verde più o
meno intenso delle colture, macchiate dal verde cupo dei boschi d’ulivo,
solcate da torrenti impetuosi. Quella su cui è posto il paese di Gamala, colpisce poi per l’originalità della struttura che la fa
sembrare ad un cammello. Il fianco
ripido sul quale è posto il paese, è
tutto ricoperto di ulivi, in contrasto con gli altri fianchi, bianchi per
le rocce strapiombanti.
Jeshu era stato a sentirlo, ancor più rassicurato
dal fatto che il vecchio conosceva il suo paese. Allora, al vederlo così
tranquillo ed attento alle sue parole, gli era venuta l’idea di invitarlo a
fermarsi.
“Ti potresti fermare a studiare al Tempio,”
gli aveva detto. “Ci sono tanti altri ragazzi come te che studiano per imparare
le scritture e diventare maestri della legge”.
La domanda era stata imprevista ed inaspettata, ma si vedeva che a Jeshù piaceva il
nuovo e l’avventura. Non gli sarebbe dispiaciuto provare una esperienza così
originale. Anche se non ci aveva mai pensato prima, dal momento che quella possibilità non rientrava nelle prospettive che era solito coltivare il
figlio d’un piccolo artigiano.
“Mio padre fa il carpentiere” aveva obiettato
infatti, invece che rispondere alla domanda. “Non sarebbe d’accordo perchè non
potrebbe mantenermi”.
“Ma se fosse possibile, e se tuo padre fosse
d’accordo?”
“Perchè no?”
aveva detto dopo un attimo di esitazione. “Almeno per provare,” aveva
aggiunto.
Simone ripeteva spesso
quando insegnava ai suoi ragazzi, e Saulo lo ricordava come alunno, che le
circostanze vanno colte senza esitazione, nell’attimo nel quale si presentano
Mentre Jeshu
continuava ad attendere i genitori, con la speranza che venisse loro in testa
di rivolgersi ai maestri della legge, per chiedere se l’avevano visto, lui
s’era subito dato da fare perché il suo incontro con quel ragazzo così
originale, potesse continuare. Tanto fece e tanto disse che riuscì ad ottenere
un posto nella scuola del tempio, in
deroga alla prassi ed al regolamento, a spese del tempio stesso.
Quando poi lo aveva comunicato tutto felice al ragazzo, questi si
era forse pentito un po’ d’aver dato la sua disponibilità troppo in fretta e
senza rifletterci. Lo preoccupava certamente il non sapere cosa lo avrebbe
atteso, chiuso tra le mura di quella sorta di convento!... Gli restava comunque
la speranza che l’avrebbero tolto
d’impiccio i suoi genitori, non concedendo il loro permesso.
Quando finalmente lo trovarono, suo padre
avrebbe voluto prenderlo a schiaffi, perché uno a dodici anni, aveva preso a
dirgli alzando la voce, può anche stare attento per non perdersi. Sua madre
Maria invece era stata tanto in ansia che, nella gioia del rivederlo, aveva
dimenticato tutti i rimproveri che
s’era immaginata di rivolgergli:
“Perché ci hai fatto questo? si era limitata a
dirgli. “Tuo padre ed io ti abbiamo cercato con tanta paura e preoccupazione”
Per togliersi d’imbarazzo di fronte ad una
domanda, non c’e’ soluzione migliore che fare un’altra domanda o passare ad una
proposta nuova. Il ragazzo l’aveva già imparato, e invece che cercare qualche
spiegazione per giustificare il fatto che s’era perso, s’era rivolto a lui e lo
aveva presentato ai suoi, come se si trattasse d’un vecchio amico:
“Questo maestro della legge mi ha chiesto se
voglio fermarmi qui per prepararmi al servizio del Signore”. La novità della
cosa avrebbe fatto dimenticare ai suoi ogni altro rimprovero e poi, forse
pensava, la cosa presentata così di brutto, avrebbe indotto per forza suo padre
ad opporsi.
E invece no. Fosse perchè Giuseppe da bravo
artigiano sapeva valutare al volo la convenienza delle cose, ed aveva visto subito il vantaggio d’una bocca in
meno da sfamare a casa. Fosse perchè l’idea d’un figlio al Tempio era idea che
ogni buon israelita portava dentro, come un sogno che avrebbe voluto
realizzare, se le condizioni economiche glielo avessero consentito. Fosse
perchè in tutte quelle ore di ricerca ansiosa, il falegname s’era impegnato con
Dio a dedicargli quel figlio, se solo lo avesse trovato vivo. Fatto è che suo
padre reagì come se quella proposta se l’aspettasse:
“Volentieri, ti
lascerei con lui”, aveva detto. “Ma tu sai quali sono le nostre condizioni
economiche”.
“A questo ci ho già
pensato io”, era intervenuto lui a spiegare, convincendo i genitori a
lasciarglielo in custodia.
Fu così che la
casualità dell’essersi perso, divenne per Jeshù la prima scelta importante
della sua vita. La vita d’ogni uomo è un intrico di scelte e casualità, per cui
alla fine è difficile stabilire quanto si sia potuto scegliere e quanto invece
si sia stati scelti dalle circostanze, dagli incontri fortuiti, da una trama,
nella quale è già stato stabilito come il filo debba infilarsi.
“Quella di Jeshù lo sarà in modo
particolare,” commentò il vecchio Simone, passandosi la mano tra i radi
capelli, “come se non solo la trama, ma il disegno stesso della sua vita fosse
stato prestabilito, e si muovesse indipendentemente da lui.
Come aveva avuto modo
poi più volte di confidarsi, quella prima sera da solo al tempio, per la prima volta il ragazzo Jeshù aveva
provato il pianto. Non il pianto per i ceffoni di Giuseppe, neppure quello di
quando s’era fatto male correndo per i prati di Gamala, un pianto diverso, che
usciva dal profondo della sua anima, come un fiume che ti libera da ogni
amarezza, ti pulisce del passato per lasciarti vuoto, pronto a riempirti del
futuro. Si sentiva come sull’orlo d’un precipizio. Il vuoto gli faceva paura ma
allo stesso tempo se ne sentiva attratto. Sentiva che la sua vita sarebbe stata
un precipitare continuo in quel vuoto, che qualcuno forse aveva preparato per
lui…
Non era un ragazzo
semplice. Era difficile anche trovare le parole per definirlo. Era diverso…
Diverso non perché
differente, perché qualcosa all’esterno segnalasse una sua difformità in meglio
od in peggio rispetto agli altri, diverso dentro nel modo di sentirsi con gli
altri e soprattutto con sé stesso, perchè
più degli altri preso dall’urgenza e dalla necessita di dover vivere in modo autentico: non
accettando di essere travolto dalla vita, ma tutto preso dall’esigenza di
metterne in luce il senso, per sé e per
gli altri. Come se questo fosse un suo dovere, una sua missione!...
Ciò che l’aveva colpito,
come maestro, era la sensazione che sapesse già, come se venisse da una
precedente esperienza in un’altra vita, o come se in lui ci fosse qualcun altro
che parlava per lui.
Un giorno mentre
passeggiavano nel giardino del tempio glielo aveva anche chiesto:
“A Gamala hai
conosciuto per caso qualche greco?”
“No! perche’ me lo
chiedi”.
“Chi hai avuto come
maestro?”
“Come tutti, l’hazzan,
il lettore della sinagoga, che insegnandoci a
leggere ed a scrivere, ci ha allo stesso tempo fatto imparare gli
insegnamenti della Legge.
“Ma il tuo hazzan era
una persona colta, che ti parlava delle sue letture, dei suoi viaggi?”.
“No. Aveva imparato da
suo padre, egli pure hazzan, e non era mai uscito da Gamala se non per andare
in pellegrinaggio a Gerusalemme. Diceva che nella Bibbia c’è tutto quello che
può servire all’uomo, e pensava fosse sacrilego leggere altri libri.
“Ma perchè mi fai
tutte queste domande?”gli chiedeva Jeshù
In effetti di solito
nel rapporto maestro discepolo, è il maestro che parla e il discepolo che
ascolta. Nel rapporto tra loro due, era invece più spesso lui che chiedeva.
Aveva bisogno di capire e non ci riusciva. C’era qualcosa che gli sfuggiva in
quel ragazzo.
Si sentiva troppo
vecchio per partecipare alle discussioni con gli altri colleghi maestri della
legge. Da quando era entrato al tempio il giovane Jeshu, s’era dedicato alla
sua formazione. Ma più cercava di portarlo ad imparare e ad interpretare la
legge, più restava colpito, da quello che il ragazzo mostrava già di sapere. E
ciò che ancor più lo stupiva era il fatto che i concetti che il ragazzo
dimostrava di conoscere si richiamavano più alla filosofia greca che alla
cultura ebraica.
“Tu affermi, ed io ti
credo, di non aver avuto alcun contatto con i greci, eppure in quello che dici
c’è qualcosa del loro pensiero”.
“Forse c’è una
spiegazione molto semplice,” gli rispondeva Jeshù. Quando scoppia la primavera
in Israele, scoppia anche in Grecia o a Roma. Possono essere diversi i profumi
che porta, al suo aprirsi, ma identica in ogni luogo è la sensazione d’un mondo
che s’apre a nuova vita. Come nella vicenda d’un anno, così nella storia
dell’umanità, ci sono momenti nei quali la stessa idea si respira in ogni parte
del mondo. Con parole ed accenti diversi, a seconda delle diverse culture e delle
diverse mentalità, popoli diversi possono vivere le stesse idee. Se come tu
dici quello che io penso lo si pensa già anche in Grecia o in Egitto, è perchè
a me è dato di interpretare in Palestina, le nuove idee che, come il polline in
una nuova primavera, stanno inseminando piante diverse in tutto il mondo”.
“Capisci Saulo?” esitò
un momento il vecchio Simone, rivolgendosi al suo interlocutore. “Mi faceva
questi discorsi, e questi non sono discorsi d’un ragazzo di dodici anni!”…
Saulo non sapeva che
dire. Forse il vecchio in tutti questi anni, a forza di ripensare al ragazzo,
era finito per idealizzarlo mettergli in bocca parole che invece erano sue. Ma
non voleva fare commenti, era troppo interessato al racconto, ed aveva anche l’urgenza
di partire, lasciò che il maestro riprendesse a raccontare.
Certo che non erano
parole di uno di dodici anni! Per questo gli veniva continuamente di pensare
che poteva veramente trattarsi del Messia, colui che avrebbe liberato il popolo
di Israele. Ma il ragazzo aveva più la stoffa del pensatore e del filosofo,
piuttosto che quella del condottiero, era difficile pensare che da grande
avrebbe potuto guidare una rivolta vittoriosa contro l’esercito romano.
“E’ una idea balzana”,
si ripeteva mentre guardava Jeshù giocare con i suoi coetanei. “Come gli poteva
venire in mente che quello fosse il Messia?” Altre volte aveva persino
l’impressione che quel ragazzo gli parlasse senza alcuna parola, solo con la
sua presenza. E attraverso quel ragazzo nel suo vecchio cuore cominciava ad
insinuarsi il dubbio che ci fosse un malinteso, che l’attesa della sua vita e
l’attesa di tante generazioni di Israeliti, fosse un equivoco. E se la
liberazione si dovesse intendere non sul piano civile e politico, ma su quello
culturale e filosofico? Se liberazione per Israele fosse proprio la possibilità
di uscire dagli schemi del passato, per vivere in una prospettiva nuova?
Cercava di allontanare
dalla sua mente questi pensieri che gli si sviluppavano fuori da ogni controllo
della ragione, ma i pensieri gli tornavano sempre più insistenti ed
ingombranti.
Il maestro che voleva trasferire l’impronta
del proprio pensiero nell’alunno, si trovava invece ad essere condizionato dal
pensiero dell’alunno, o addirittura suggestionato dalla sua presenza!
E mentre lui veniva, suo malgrado, trascinato in queste riflessioni, il ragazzo
continuava a parlargli e gli raccontava d’un sogno che lo preoccupava perchè
gli si ripeteva frequentemente sempre uguale.
Sognava d’essere Isacco che il padre Adamo
conduceva al sacrificio, secondo la volontà di Colui che è. Nel sogno non aveva
paura, neppure quando il padre alzava il pugnale sopra di lui. Sentiva anzi il
desiderio che quel pugnale penetrasse nella sua carne e vi facesse entrare la
morte. Il sangue usciva dal suo costato squarciato dal pugnale, e faceva posto
alla dolce sensazione della morte. Non era la fine, anzi era come se al posto
del sangue, entrasse una linfa nuova che avrebbe portato una nuova vita.
“Vedi,” lo interrompeva “anche nei tuoi sogni
è entrato il pensiero dei Greci. Socrate, un filosofo vissuto cinquecento anni
or sono, ha già affermato che l’uomo è la sua anima, e che il vero uomo non è
quello che resta cadavere, ma quello che vive oltre la morte”
“Io non so se ciò che penso è già stato
pensato. So di certo, tuttavia, che quello che hanno pensato i nostri padri,
quello che hanno detto i nostri profeti, per me è insufficiente. Il gesto di
Abramo non si compie e resta un rito. Javhè si accontenta della forma, del
gesto simbolico, e tutto il rapporto del popolo di Israele con il suo Dio,
diventa un complesso sistema di formule e riti.
“E’ il popolo che deve rapportarsi con Dio,
non l’individuo”.
“Appunto. E’ il popolo non ha motivo di
cercare risposte al problema della morte, perché il popolo non muore. La nostra
è la religione d’un popolo, non dà nessuna risposta alle domande che si pone
l’individuo.
Ma forse anche per noi, anche in Israele, è
venuto il tempo di dare risposte all’uomo, alle domande che si pone sul senso
della propria vita”.
“Ma perchè pretendi ci sia un senso
individuale?” replicava lui. “Non potrebbe aver senso la vita del singolo,
proprio e soltanto nella vita del popolo, i giorni dell’uomo nella storia
dell’umanità?”
“Io, che pure sono ancora un ragazzo, mi sento
nel cuore l’infinito, sento che il mio pensiero è capace di spaziare
nell’assoluto, e dovrei accettare di considerarmi non altro e nulla più che il
momento d’una storia che non dipende da me, che altri mi impone, pulviscolo
d’un turbine portato dal vento?” gli rispondeva Jeshù.
“Ma nella giustizia della storia, riesci a dar
un senso all’ingiustizia sul piano individuale,” cercava di replicare lui.
“Ciò che è giusto deve giustificarsi in sé,
non in rapporto a qualcosa altro,” ripeteva il ragazzo, e poi reinterpretando
la Bibbia ricordava Giobbe quando dice a Dio: “ L’uomo nato da donna, breve di
giorni e sazio di inquietudine, come un fiore spunta e avvizzisce, fugge come
l’ombra e mai si ferma. Tu sopra un tal essere tieni aperti i tuoi occhi, e lo
chiami a giudizio sopra di te?” e commentava che sì, lui era convinto che proprio su questo essere Dio
tiene aperto gli occhi. Proprio per questo l’essere troverà un senso al suo
esistere, solo aprendo gli occhi su Dio. “Il problema,” aggiungeva “è capire
come realizzare questo rapporto tra l’uomo è Dio”.
“Capisci Saulo, che
ragionamenti mi faceva un ragazzo di dodici anni?” s’era fermato di nuovo a
commentare il vecchio Simone. “Ti ripeto, a momenti mi pareva veramente il
Messia, ed avrei voluto proclamarlo, affermando con la Bibbia: “tu l’hai messo
davanti a tutti i popoli: luce per illuminare le nazioni e gloria del tuo
popolo, Israele”, poi davanti a certi discorsi non sapevo darmi ragione e mi
ritiravo sconcertato a pregare chiedendo a Dio d’essere illuminato. Se questo
ragazzo avesse dovuto veramente essere
la luce che illumina le Nazioni”, mi dicevo, “allora vana sarebbe la speranza
di Israele nella sua liberazione”.
“Ma poi come è andata
a finire?” lo interruppe finalmente Saulo.
“Un giorno c’è stata
la svolta improvvisa”, mormorò il vecchio Simone.
“Come?”
Era già un anno che il
ragazzo viveva con lui. Aveva tentato in tutti i modi di portarlo a ragionare
sulla necessità del rispetto della tradizione, di convincerlo che la retta vita è quella indicata nella
legge dei padri. Ma niente! Peggiorava sempre più. Ormai trovava il modo di
contestare tutto quello che gli si diceva.
Certo! Era un ragazzo straordinario, d’una
intelligenza eccezionale. E soprattutto capace di intuizioni d’una profondità
ed originalità che lasciavano
sbalorditi. Ma sembrava che per principio non volesse accettare nulla di ciò
che gli veniva insegnato. Si rifiutava di imparare, si proponeva invece con
caparbietà di ripensare ogni cosa, in uno spirito di assoluta indipendenza. Non
gli andava bene nulla, della storia di Israele. A cominciare da Mosè.
“E’ stato a lui che si è rivelato il Dio di
Israele”, gli ripetevo.
“No. Questo è l’errore di fondo di tutta la
nostra interpretazione della Bibbia. A Moshè si è rivelato Dio, che non è di
Israele, ma Dio soltanto. Dio di tutti i popoli, Dio di tutti gli uomini, Dio
dell’universo”.
“Ma la Bibbia dice...”
“La Bibbia e’ stata scritta dagli uomini,
perché servisse agli scopi degli uomini. La voce di Dio è rimasta tra le
righe...”
Se l’avessero sentito gli altri maestri del
tempio sarebbero rimasti scandalizzati. S’era fatto affidare il ragazzo come
accompagnatore, e parlava con lui, quando gli altri non potevano ascoltarli. Si
sentiva legato ad quel ragazzo da un legame che andava ben oltre quello del
rapporto tra il maestro ed il discepolo prediletto, lo sentiva come se fosse
suo figlio ed era veramente preoccupato per lui. Se avesse continuato a
ragionare a quel modo, chissà come sarebbe finito ...
“La voce di Dio rimasta tra le righe della
Bibbia!” Che sproposito! E lui allora che aveva passato tutta la vita a
imparare a memoria interi capitoli...A dirla con quel ragazzo, aveva allora
sprecato la vita ad imparare parole inventate, per nascondere la parola di
Dio. Che impudenza! Eppure il ragazzo
sembrava così sicuro quando parlava, come se non parlasse da sé, ma fosse
ispirato da qualcuno...Chissà cosa ne sarebbe stato di lui...
A toglierlo dalle sue
preoccupazioni era intervenuta la svolta improvvisa: la decisione di Jeshu di
abbandonare i tempio per ritornare in famiglia.
S’avvicinava
nuovamente la festa della Pasqua, ed era quindi passato quasi un anno da quando
il ragazzo s’era perso nel tempio. Un giorno nel giardino interno del tempio, stava di nuovo pensando alla coincidenza che
l’aveva portato ad incrociare il
ragazzo nella calca del Tempio, alla idea che gli era venuta di farne un nuovo
maestro del Tempio, all’impudenza di quel ragazzo, pur così intelligente, che
si permetteva di mettere in discussione la rivelazione, al velo di mistero che
pareva coprire il suo volto, come se in lui ci fossero due immagini che si
sovrapponevano, quando vide Jeshu venire verso di lui:
“Stavo proprio pensando a te” gli disse a mo’
di saluto, quando gli fu vicino.
“Ed io stavo cercando lei” rispose. “La
disturbo se mi siedo accanto a lei?”
“No. Anzi mi fa piacere parlarti”
“Sono io che devo parlarle!”. L’affermazione
perentoria fatta mentre si sedeva accanto a lui, sulla panca di pietra, gli
fece intendere che c’era qualcosa di
nuovo di cui doversi preoccupare. “Chissà quale altra scoperta ha fatto sulla
Bibbia! Chissà quale altra intuizione provocatoria gli è venuta!” aveva
pensato, scrutandolo in volto quasi a cogliere in anticipo nell’espressione
preoccupata del viso del ragazzo, la gravità di quello che gli avrebbe
rivelato.
Ma il pensiero e la preoccupazione del ragazzo
era ben diversa da quella che lui si immaginava.
“Ho deciso di lasciare il tempio,” disse d’un
fiato.
Lui di certo
non se l’aspettava e sul momento ci restò male per l’impegno e per
l’amore con il quale si era dedicato al ragazzo. Si trattenne però
dall’esprimergli il suo dispiacere. Forse era meglio così!... Per fare il
maestro della Legge, è necessario prima di tutto sentire e rispettare la Legge.
Anche se avesse continuato a seguire i suoi insegnamenti, forse proprio per
l’intelligenza troppo vivace, non sarebbe mai diventato un bravo maestro, e
sarebbe invece finito per mettersi nei guai, a causa dell’impertinenza con la
quale difendeva i punti di vista
personali.
“Perchè?” si limitò a chiedergli.
“Voglio mettermi al servizio di Dio e non di
Javhe”.
“Parla piano!” lo aveva supplicato lui
guardandosi attorno per essere sicuro che nessuno l’avesse sentito. “Ti rendi
conto di quali bestemmie stai dicendo? Il Signore tuo Dio che sta in mezzo a
te, dice la Bibbia, è un Dio geloso,
l’ira del Signore tuo Dio si accenderà contro di te e ti distruggerà dalla
terra”.
“Cercherai il Signore tuo Dio e lo troverai se
lo cercherai con il cuore e con tutta l’anima. Ed io lo sto cercando con tutto
me stesso, perchè sto cercando in lui il senso stesso della mia esistenza”.
“Che Dio t’illumini!” aveva aggiunto lui affranto. Tante speranze aveva riposto in
quel giovane, appena l’aveva visto, fino a pensare che potesse essere il Messia
atteso, ed ora si rendeva conto di aver allevato una serpe in seno. Gli veniva
in mente il precetto della Legge: “Qualora tuo figlio ti istighi dicendo:
Andiamo serviamo altri dei che nè tu nè tuo padre avete conosciuto, tu non
dargli retta, non ascoltarlo, il tuo occhio non lo compianga; non risparmiarlo,
non coprire la sua colpe. Anzi devi ucciderlo! La tua mano sia la prima contro
di lui per metterlo a morte”. E lo assaliva una angoscia mortale.
L’odio
omicida che avrebbe dovuto sentire per quel bestemmiatore, non riusciva a
vincere l’amore per quel giovane, e si sentiva in qualche modo anch’egli
complice e colpevole. Ma il ragazzo senza capire il suo dramma, aveva
continuato:
“E credo infatti che Dio mi abbia illuminato,
come ha illuminato Moshè quando si è rivelato a lui. “Come ti chiami, gli aveva
chiesto Moshè, perché io lo passa dire agli Israeliti?” Dio disse a Moshe: “Io
sono colui che sono!” Poi disse “Dirai agli israeliti: Io sono mi ha mandato a
voi.” La rivelazione è tutta qui. Dio non ha altri aggettivi Dio è colui che
è. Noi, uomini, nel momento in cui
riconosciamo la nostra esistenza dicendo “Io sono” , nel nostro esistere
relativo e provvisorio, ci riconosciamo figli dell’Io sono in Assoluto”.
“Ma tante altre cose ha detto Dio a Moshe’!”
aveva cercato di suggerire e obiettare allo stesso tempo.
“No. Tante altre cose Moshè ha messo in bocca
a Dio, facendone uno strumento per i suoi fini di potere. Ma veramente, nella
vostra saggezza, vecchi maestri, potete
ritenere che Dio non abbia altro da fare che, come dice la Bibbia, ordinare
agli Israeliti “che si facciano di generazione in generazione, fiocchi agli
angoli delle loro vesti e che mettano al fiocco di ogni angolo un cordone di
porpora viola”. O potete pensare che Dio, come dice ancora la Bibbia, si sia
curato dell’alimentazione degli uomini impedendo loro di mangiare pesci che non
abbiano la lisca, o la carne degli animali che non siano ruminanti e non
abbiano divisa l’unghia della zampa?
Che Dio sarebbe mai quello che si
preoccupa del cibo e dei fiocchi agli angoli delle vesti?”
“La giustizia consisterà per noi nel mettere
in pratica tutti questi comandamenti davanti al Signore Dio nostro, come ci ha
ordinato”, aveva obiettato lui cercando di confutare il ragazzo, riportando una
frase dello stesso Deuteronomio citato nelle parole di Jeshù.
“No! La giustizia è il rispetto della legge di
Dio che è nel cuore degli uomini, la legge di “Io sono” che vive in “chi è”. Se
tu rileggessi la Bibbia senza pregiudizi, capiresti facilmente dove finisce la
rivelazione e dove comincia la sovrastruttura costruita dagli uomini, per i
loro interessi.
Definendosi come “Io
sono”, Dio si definisce in rapporto ad ogni persona che è. Ma appunto se questa
è la rivelazione, allora non c’è più bisogno del mediatore tra gli uomini e
Dio, non c’è più la necessità che vengano scritte le leggi, e che alcuni uomini
vengano chiamati a verificarne l’applicazione. Invece dopo aver detto che Dio voleva parlare al popolo, Moshè ha
aggiunto che il popolo non poteva salire sul Sinai, a sentire la parola di Dio,
e che avrebbero dovuto fidarsi di lui.
E lui ha trasformato la parola di “Io sono”
per tutti quelli che sono, e quindi per ogni singolo vivente, in parola di un Dio, che vive distaccato dagli uomini, e parla ad un popolo che non conosce.
A chi
governa infatti, non interessano i singoli individui, ma il popolo. Così Moshè
mette in bocca a Dio le regole che a lui servono per governare il popolo di
Israele”.
“Solo il popolo di Israele, ha udito la voce
di Dio parlare dal fuoco”.
“Ma come puoi pensare che Dio infinito, si sia
autolimitato nel rapporto privilegiato ed esclusivo con un popolo? Ma in verità
neppure Israele ha udito la parola di Colui che è, perchè, secondo Moshè, è a
lui soltanto che si sarebbe rivolto Dio dicendogli: “Io sarò con la tua bocca e
ti insegnerò quello che dovrai dire”.
E così Moshè ha potuto mettere in bocca a Dio tutto quello che gli
serviva per fare della religione uno
strumento di potere. Ma poi, come tanti altri tiranni nella storia dopo di lui,
è riuscito anche a farsi acclamare, a farsi passare per salvatore, invece che per
despota. Sarebbe stato infatti proprio il popolo a delegarlo al colloquio con
Dio dicendogli:
“Parla
tu a lui e noi ti ascolteremo, ma non ci parli Dio, altrimenti moriremo”.
Meglio di così! E allora la costruzione di
Moshè diventa il vero vitello d’oro che Israele si appresta ad adorare. La
Legge diventa Dio, e nel rapporto con la legge, l’uomo perde la
possibilità del rapporto diretto con
Dio”
“Siate santi” aveva chiuso lui, sempre più
sconvolto dalle parole del ragazzo, quasi a voler interrompere la foga del suo
parlare sacrilego. “Siate santi, dice il Signore Dio nostro, come sono santo
io”.
E con questa
invocazione l’aveva salutato il giorno della partenza.
CAP. 8 – IL RITORNO
CON NATAN.
Il colloquio con il
maestro Simone aveva lasciato sconcertato Saulo, almeno quanto il vecchio
maestro si diceva sconcertato al ricordo dell’esperienza fatta vent’anni prima
con il ragazzo Jeshù.
Avrebbe voluto che
continuasse a raccontare, ma non aveva il coraggio di chiederglielo. Si
capiva che il vecchio si era stancato troppo per la fatica del racconto,
ma ancor più l’aveva stancato la sofferenza con la quale riviveva quei ricordi.
Stava per salutarlo, ringraziandolo e ripromettendosi di tornare a fargli
visita, per avere altre notizie, quando si presentò un certo Natanaele
samaritano, che Saulo non conosceva.
“Guarda tu le
coincidenze!” gli disse Simone presentandogli il nuovo arrivato. “Natan è
proprio la persona che ha riaccompagnato Jeshù a casa, l’ha conosciuto molto
bene nel viaggio, e può certo parlartene”.
Spiegò poi che quando
l’aveva visto deciso a tornare a casa, non aveva insistito per convincerlo a
restare, gli aveva solo chiesto di aspettare qualche giorno che si presentasse
l’occasione di qualcuno che andava in Galilea, che lo potesse accompagnare fino
a casa. Non si sarebbe certo preso la responsabilità di lasciar partire un
ragazzo di dodici anni per un viaggio di più giorni, per strade che aveva
percorso una volta sola, quando era venuto al tempio con i suoi genitori.
L’occasione si era
presentata con l’amico mercante
samaritano che era venuto a salutarlo perchè era in partenza per un viaggio
d’affari che l’avrebbe portato fino a Sidone. Passare per Gamala gli avrebbe
comportato una leggera deviazione. Ma Natan l’avrebbe fatto volentieri per fare un piacere al maestro
del tempio, suo carissimo amico. In fondo poi
tornava comodo anche a lui, avere come compagno di viaggio un ragazzo
che avrebbe potuto condurre la sua asina.
“Saulo,” continuò
Simone presentando il giovane al nuovo arrivato, “è un mio discepolo, uno tra i
più bravi, che s’è proposto di ricostruire la storia e la figura di Jeshù.
Anche tu puoi lasciargli una significativa testimonianza”.
“Volentieri!” si offrì
subito Natan di raccontare.
Aveva passato solo tre giorni con lui, ma erano
stati giorni importanti, aveva avuto modo di raccogliere molte confidenze e poi
anche di entrare in contatto con la sua famiglia.
Aveva conosciuto il
ragazzo in un momento importante della sua vita. La scelta di lasciare il tempio,
era stata una decisione sofferta, e come tutte le decisioni difficili, lascia
adito a qualche ripensamento.
Quando si mette in
atto una decisione, tutto ciò che prima sembrava chiaro torna ad essere
confuso. Il ragazzo aveva passato giorni e giorni a pensare. Aveva valutato le
ragioni che lo potevano indurre a restare al tempio, e quelle che lo spingevano
ad abbandonarlo e infine aveva deciso di tornare a casa.
Nel suo sguardo e
nelle sue parole si vedeva la sicurezza di una scelta maturata giorno dopo giorno
fino a diventare definitiva ed irrevocabile, e quindi lui non si era neppure
provato in viaggio a tentare di convincerlo
a ripensarci.
Era evidente che ci
aveva pensato molto prima di decidersi, anche perchè la scelta era di quelle
che implicano una cambiamento radicale. Scegliere tra due ragazze quella che
potrà diventare la donna della vita è una scelta importante. Ma non mette in
discussione la scelta naturale di sposarsi. Restare al tempio per dedicarsi al
tempio, o abbandonarlo per tornare alla vita normale, è invece una scelta che
comporta una prospettiva di vita radicalmente diversa, e in qualche modo
alternativa.
La sua scelta era stata tra due opzioni in
alternativa, non tra due opzioni diverse. Non aveva dovuto scegliere tra due
sentieri diversi che portavano alla stesa meta, ma s’era trovato a decidere se
andare per mare verso oriente o per terra verso occidente. Per questo la
decisione era stata sofferta. Alla fine però gli era sembrata definitiva e
liberatoria.
Ora che il tempio era già nel ricordo, ed si
trovava già in cammino sulla strada di casa, veniva ripreso dal dubbio.
Cosa avrebbe detto suo
padre Giuseppe, vedendolo tornare a casa? Anche questa poteva essere la
preoccupazione che lo faceva sembrare meno sicuro sulla decisione presa. Ma il
motivo vero era molto più profondo. Ciò che si lascia contiene sempre una parte
del proprio ricordo, e muove quindi la nostra nostalgia. Ma non era neppure
questo il motivo. Non era nostalgia quella che gli pareva di sentire per il
tempio. Era qualcosa di più profondo e sofferto.
Il giorno che si era
perso nel tempio aveva sentito una sorta di richiamo, una sorta di attrazione
magica. Non era stata l’architettura, o l’imponenza della costruzione ad
attrarlo, ma in un certo senso l’atmosfera che si respirava tra quelle mura. Il
sentimento del sacro che si respirava nell’aria con l’odore dell’incenso. Era
quel sentimento ad averlo preso, e da quel sentimento si era sentito attratto.
Il maestro Simone gli aveva detto più volte che quella era la vocazione. Ma poi
l’aveva sentito spegnersi quel sentimento, come l’odore d’incenso che viene
meno lontano dalle funzioni sacrificali e lascia il posto all’odore freddo
dell’aria che respirano le gelide pareti di marmo del tempio.
In quel profumo di
sacro sentiva che c’era un richiamo profondo, ancestrale. Era il suo destino
che lo stava chiamando. Avrebbe dovuto impegnare la vita alla ricerca di quel
profumo per capirne i significati, le sfumature e l’importanza. Ma che quel
profumo si trovasse nel tempio era solo un illusione, l’impressione momentanea
d’un ragazzo venuto da una povera
famiglia di un povero paese. Così gli era parso. Così si era convinto. Ma ora
non era più sicuro. E se fuori dal tempio non avesse più trovato quel profumo, perchè distolto da altri
odori?...
Quando s’erano un po’
conosciuti, raccontava Natan, aveva capito che questi erano i pensieri che
attraversavano la mente del ragazzo, e su questi pensieri si era
confidato, ma all’inizio era stato difficile
iniziare un qualsiasi tipo di discorso.
“Che pensi ragazzo?”
gli aveva ripetuto infinite volte senza avere nessuna risposta, come se avesse
parlato con l’asino.
Non vedeva in volto il ragazzo che teneva per la
briglia l’asino sul quale era montato, ma capiva che era preoccupato, era
combattuto tra pensieri diversi che lo facevano soffrire. Avrebbe voluto
aiutarlo, ma non sapeva come fare.
“Non sei contento di
tornare a casa?” gli ripeteva.
Evidentemente era contento. Ma forse non era più convinto
che quella fosse la decisione giusta, e comunque si capiva che non aveva
nessuna intenzione di confidare ad un estraneo quello che gli passava per la
testa.
Anche lui del resto,
già dall’inizio del viaggio, si era subito reso conto che il ragazzo che gli era stato affidato come compagno, non era
certo normale. Quando gli era stata fatta la richiesta d’accompagnarsi ad un
ragazzo, s’era immaginato i problemi di convivenza in viaggio con la vivacità
d’un dodicenne. Ma quel Jeshu che teneva la briglia dell’asina, pareva un
vecchio, tanto lo si vedeva preoccupato, quasi soccombente sotto il peso dei suoi pensieri e delle sue
preoccupazioni.
“Alla tua età non si
può pensare tanto”, gli andava ripetendo
agitandosi sul dorso della mula, e chiedendosi quali potevano essere i
pensieri che passavano per la testa del giovane. Non è che volesse fare il
curioso, voleva soltanto scambiare qualche parola per superare la noia del
viaggio.
Alla fine forse anche
il ragazzo si era reso conto che non poteva essere così scortese da non entrare
in discorso con la persona che si era assunta l’incarico di accompagnarlo fino
a casa. Forse gli seccava che si volesse indagare sulla sua vita, ma proprio su questa battuta aveva finalmente preso a parlare. Forse aveva capito che
poteva entrare nel discorso in termini
generali, senza parlare di sé e, dopo ore in silenzio, s’era lasciato uscire le
prime parole.
“I pensieri non hanno
età”, aveva ribattuto infatti, forse anche contento di poter dimenticare per un
momento i suoi dubbi e le sue preoccupazioni. “I pensieri sono come la nebbia
che avvolge chiunque la voglia attraversare,” aveva aggiunto poi.
“Quanto sei stato con
il maestro Simone per essere capace di pensieri così originali?”
“Un anno. Ma credo di
non essere originale, e comunque non è un maestro che può darti l’originalità.
Un maestro può soltanto essere più o meno bravo a far emergere e sviluppare ciò
che è già in te.
“A queste affermazioni
più che ammirato,” commentava Natan rivolto a Saulo, “ero rimasto perplesso e preoccupato. A dodici
anni, non si può già essere filosofi, avevo pensato tra me. Volendo comunque ribattergli a tono avevo replicato: “C’è
un tempo per raccogliere i fichi ed uno per mangiarli”.
“Anche chi li
raccoglie”, aveva ribattuto il ragazzo, “ deve assaggiarli, per evitare di
sprecare il suo tempo a raccogliere frutti immangiabili”.
La discussione
sui fichi si era poi interrotta di colpo perché la loro attenzione era
stata attratta da una scena molto particolare che si stava svolgendo sotto ai loro occhi. Si erano mossi per ore
senza incontrare nessuno, sulla mulattiera che attraversa il paesaggio quasi
desertico tra Gersualemme e Gerico, ed erano arrivati su un dosso dal quale la
strada scendeva in un avallamento.
C’erano una sorta di piccola oasi con degli alberi. Il posto veniva utilizzato
come luogo di sosta prima di cominciare a scendere nella valle. Quando
arrivarono, era quasi mezzogiorno. C’erano già due persone che si riposavano,
riparandosi dalla calura sotto gli alberi: un sacerdote ed un levita del
tempio. Li salutarono e si sedettero in disparte, sul ciglio da dove si vedeva
la strada scendere.
Forse perchè
disturbati dai nuovi arrivati, forse perchè avevano già riposato abbastanza, i
due viandanti ripresero il cammino prendendo a scendere verso l’avallamento,
prima il sacerdote e dopo un po’ di tempo il levita, come se avessero voluto
viaggiare assieme, ma standosene allo stesso tempo ognuno per conto suo.
“Guardi” gli aveva
detto Jeshù d’un tratto, “laggiù c’è un ferito”.
Lui non aveva la vista
del ragazzo e aveva fatto un po’ fatica a mettere a fuoco quella che avrebbe
dovuto essere una persona ferita.
Seguendo le
indicazioni del ragazzo che puntava con il braccio disteso un luogo sulla
strada in discesa, alla fine anche lui aveva intravisto in corrispondenza di
una macchia di cespugli che fiancheggiava la strada, quasi in fondo alla
discesa, un uomo a terra, forse ferito o comunque colto da malore.
Stava proprio
arrivando in quel momento vicino a lui il sacerdote.
“Si fermerà!”, aveva
commentato lui. “Fortunato ad avere
qualcuno che lo soccorre”, aveva aggiunto anche Jeshù. Ambedue si aspettavano
la scena del sacerdote che si fermava a prestare soccorso. E invece il
sacerdote passò oltre, facendo finta di non vedere. Ma non poteva non aver
visto perchè il ferito era sulla strada, e per schivarlo aveva dovuto passare
dall’altra parte.
Jeshù sorpreso s’era rivolto a lui cercando una
spiegazione. Un ragazzo pensa che un anziano nella sua esperienza possa trovare le risposte che non sa darsi.
Ma non era facile spiegare il comportamento di quella persona, soprattutto
ricordando che era un sacerdote. Chissà quali pensieri importanti stava
sviluppando nella sua mente, non poteva certo lasciarsi distogliere, e perdere
il filo del ragionamento, per accudire a quello sconosciuto. O forse aveva
degli impegni molto importanti per i quali doveva arrivare puntuale, e non
poteva perdere il suo tempo dietro ad una persona con la quale non aveva alcun
rapporto, e del cui male comunque non aveva alcuna colpa. O forse sapeva
d’essere seguito dal levita, e contava che si sarebbe fermato questi a prestare
soccorso.
Ma quando arrivò il
levita anche questi si scansò per riuscire a passare senza toccare l’uomo.
Jeshù l’aveva guardato
di nuovo chiedendo spiegazioni.
Forse era con il
sacerdote, e pur camminando ad una certa distanza, non poteva comunque perdere
il contatto. Forse così giovane non aveva il coraggio di affrontare da solo la
complessità dell’assistenza ad un ferito. Forse non poteva sopportare la vista
del sangue, ed anche a distanza pareva di poter immaginare, se non di vedere,
che l’uomo a terra perdeva sangue.
“Se avevano tirato
diritto un sacerdote ed un levita non era certo il caso si fermasse un
samaritano che per giunta aveva degli affari urgenti ed un ragazzo da
accompagnare a casa,” stava pensando lui, e s’aspettava il commento di
disapprovazione del ragazzo. Ma Jeshù non disse niente, gli si rivolse di nuovo
con una sguardo d’una particolarità ed intensità che non avrebbe mai più potuto
dimenticare. E come ammaliato da quegli occhi si trovò obbligato a pensare ed a
fare altro.
“Andiamo!” aveva
comandato lui a Jeshù, avendo
l’impressione che fosse stato il ragazzo a parlargli, ed erano poi scesi in fretta per fermarsi vicino al ferito.
L’uomo era veramente mal messo. Probabilmente era stato aggredito dai briganti.
Aveva ferite in tutto il corpo, e perdeva sangue soprattutto da una ferita su
una gamba, che gli impediva di muoversi. Lui allora prese il necessario dalla
sacca sul dorso dell’asino, gli andò
vicino versò dell’olio e del vino sulle ferite e gliele fasciò. Poi lo caricò
sul suo asino e lo portò alla prima locanda che incontrarono sulla strada e
fece tutto il possibile per aiutarlo. Avevano perso tanto tempo, e s’era ormai
fatta sera, per cui decisero di fermarsi a pernottare nella locanda, ed ebbero
così modo di controllare che il ferito si stava riprendendo. Ripartendo il
giorno dopo tirò fuori due monete
d’argento, le diede al padrone dell’albergo e gli disse: “Abbi cura di lui e
anche se spenderai di più pagherò io al mio ritorno”.
Perché l’aveva fatto?
Non riusciva a darsene ragione. Solitamente non era così generoso ed altruista,
anzi…negli affari non si può essere generosi. Eppure pur avendo perso tempo e
denaro si sentiva felice come non lo era mai stato. Chi l’aveva indotto ad un
comportamento così diverso dal solito? Lo sguardo di un ragazzo! Capiva
l’assurdità della risposta che si stava dando, ma non riusciva a trovare altra
risposta.
Era stato comunque
quel gesto a far aprire il ragazzo nei suoi confronti.
“Perchè l’hai fatto?”
gli aveva chiesto, riprendendo il cammino il giorno dopo.
Per darsi un contegno
se non una giustificazione s’era richiamato alla legge di Mose che richiede di amare il signore Dio tuo con tutto
il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze e con tutta la tua
mente, e di amare il prossimo tuo come te stesso.
“A nulla vale che la
legge sia di Mosè o di chiunque altro se non diventa norma di comportamento per
il singolo individuo,” gli aveva replicato il ragazzo. Quelli che ci
precedevano passano la vita studiando e predicando la legge di Mosè, ma ciò che
hanno sulla bocca non hanno nel cuore. Gli uomini ti misurano sulla base delle
leggi, ma Dio ti misura sulla base della tua coscienza. Per questo ho deciso di
abbandonare il tempio.
Non ha senso passare
il proprio tempo a disquisire chi si debba considerare il “prossimo” sulla base
della legge, e come lo si debba amare. Amore non è una parola, ma un gesto, un
comportamento”.
Avevano poi continuato
per tutto il resto del viaggio a parlare del perché aveva lasciato il tempio,
ma soprattutto di filosofia, a parti invertite.
Era il ragazzo che spiegava ed il vecchio che
ascoltava.
Gli parlò d’un Dio che
ama gli uomini. Attribuendo a Dio il massimo dei suoi sentimenti positivi, l’uomo
ha indirettamente scoperto il modo di essere di Dio. Dio ci ama perchè ci
attira a sè ci vuole in sè.
Dire che
Dio mi ama significa dire che l’Essere mi attira a sé, e quindi mi porta a
impegnarmi maggiormente sul piano dell’essere che su quello dell’avere.
L’Essere mi induce a uscire dall’io ho, per ritrovarmi nell’io sono.
Ogni volta
che do qualcosa di me, mi limito sul piano
dell’avere per guadagnare sul piano dell’essere.
Se Dio ci
ama noi dobbiamo amare Dio. Ma Dio non ha bisogno del nostro amore, ne hanno
bisogno invece gli altri uomini. L’amore di Dio va ricambiato con l’amore per
gli altri. Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, l’avete
fatto a me, dice Dio.
Non dice
“è come se l’aveste fatto a me” ma proprio “l’avete fatto a me” nel
senso letterale del termine. Il bisogno dei fratelli è il campo del nostro
incontro con Dio. L’amore per Dio non può risolversi in una parola, o in una
preghiera, di cui Dio non ha bisogno, ma in un gesto concreto che venga
incontro al bisogno dei fratelli.
“Ma
Natan, ti rendi conto di cosa stai dicendo?” lo interruppe infine Saulo.
L’aveva ascoltato senza mai interromperlo, ma ora mentre cercava di riportare
il pensiero del ragazzo, gli pareva stesse proprio sproloquiando.
“Se
mi chiedi se ho veramente capito ciò che mi ha detto Jeshù, posso anche dirti
che non ne sono sicuro. Sono un mercante, non un filosofo. Se mi chiedi invece
se sono fedele nel riportare il suo pensiero, ti dico di sì. Sono passati
vent’anni ma quelle parole le ho ancora qui, come se fossero state scolpite
nella mia mente”.
“Forse
aveva ragione Pilato”, pensò Saulo ”quel Jeshù era tutto un mistero da
scoprire”.
“Quindi
alla fine hai conosciuto anche i suoi genitori. Sei stato a casa sua”, disse
Saulo a Natan, come invitandolo a riprendere il racconto.
“Certo!
Mi sono fermato una sera loro ospite, ed ho conosciuto il padre Giuseppe e la
madre Maria” rispose ridendo.
“Che
c’è da ridere”
“Ripenso
alle scene, alla simpatia di quelle persone”. E riprese a raccontare.
Non
erano molti i forestieri che passavano per Gamala, e quando Giuseppe il padre
di Jeshù gettando uno sguardo fuori dalla porta aperta, vide salire sulla
stradina di fronte al suo laboratorio di falegname, un vecchio sul dorso d’un
asino, tenuto alla briglia da un ragazzo, non potè non fermarsi di colpo, bloccandosi nel movimento
di spingere la pialla, per guardare
meglio chi stesse arrivando. Quando nel ragazzo riconobbe suo figlio, trattenne
a stento una imprecazione di stupore. Come mai tornava così all’improvviso?
Cosa era capitato al tempio? Era forse ammalato?
Uscì
sulla strada con le mani ancorate alla grande pialla, che pareva penzolargli
davanti al corpo. Non era la piccola pialla che usava per le rifiniture, ma
quella grande e pesante che gli serviva per piallare intere tavole di legno.
“Come
stai?” gli gridò che era ancora lontano.
“Bene!”,
rispose Jeshù.
“E
allora perchè sei qui?”
“Ti
spiegherò”
C’erano
ormai occhi ed orecchi ad ognuna delle porte e delle finestre che davano sulla
strada, e Jeshù capiva che certamente suo padre non avrebbe avuto piacere di
sentirsi dire che aveva lasciato il tempio, di fronte a tanti curiosi.
“Il
maestro Simone mi ha affidato a Natan, un suo amico, che mi ha accompagnato fin
qui,” disse Jeshù presentandolo al padre.
“Mi
dispiace che si sia disturbato”, disse Giuseppe a mo’ di saluto, rivolgendosi a
lui che proprio allora stava scivolando
dall’asino.
“Nessun
disturbo”, disse mentre si riassettava e spolverava la tunica.
“Doveva
comunque passare di qua?”
“In
effetti devo andare a Damasco. Ma la
piccola deviazione è stata un piacere. Suo figlio è stato un ottimo compagno di
viaggio”.
“In
effetti non gli mancano le parole” borbottò il padre, ed a lui non riuscì di capire se si trattava
d’un rimprovero o di un apprezzamento.
Jeshù
intanto aveva legato l’asino all’anello di ferro posto a fianco
dell’entrata, al quale erano soliti
legare le cavalcature i clienti di suo
padre, e li aveva preceduti nel
laboratorio. Giuseppe li fece passare,
poi entrò a suo volta, chiudendosi la porta dietro le spalle.
“Come
mai sei tornato a casa?” ripetè suo
padre la domanda, appena fu sicuro di non essere sentito dai vicini.
“Ho
deciso di lasciare il tempio” gli rispose Jeshù tranquillamente.
Per
rinchiudere la porta, Giuseppe con la destra aveva lasciato la pialla, che gli
cadeva ora lungo il fianco, appesa alla mano sinistra. Era conosciuto per
essere un uomo molto tranquillo, ma a quella notizia, il suo corpo ebbe una
reazione istintiva e la mano sinistra si sollevò quasi a brandire la pialla a
mo’ di clava.
“Intuendo
la mossa,” ricordava Natan sorridendo, “stavo già per intervenire nel tentativo
di evitare che la pialla si rovesciasse
sulla schiena di Jeshù”. Ma non ce ne fu bisogno. Prevalse la naturale saggezza
del genitore e la pialla, ricadde lungo il fianco di Giuseppe e, accompagnando
la sua rassegnazione, gli scivolò dalla mano, finendo a terra.
Come
poteva un ragazzo di dodici anni avere il coraggio di dire di fronte a suo padre: “Ho deciso”? Come poteva un padre
accettare tanta sfrontatezza? Eppure Giuseppe non riusciva a trovare neppure le
parole per un doveroso rimprovero. S’era quindi lasciato andare a sedere su uno
sgabello, come un pugile suonato, guardando
ora al figlio ora allo sconosciuto accompagnatore. Poi senza
preoccuparsi per la presenza di un estraneo aveva preso a sfogarsi.
Sin
da quando era nato, quel figlio l’aveva preoccupato. Ricordava come fosse il
giorno prima, il momento nel quale Maria gli aveva detto “Sono incinta”. Erano
diversi anni ormai che erano sposati e non avevano avuto figli. Poi finalmente
un giorno era venuto quel annuncio. E proprio al ritorno del viaggio che
avevano fatto per far visita alla cugina Elisabetta, che pure aspettava un
figlio, quand’era già avanti con gli anni, ed aveva già rinunciato all’idea di
poter diventare madre.
“Come
lo sai?” aveva chiesto alla moglie, e s’aspettava che gli spiegasse da quali
elementi aveva tratto quella convinzione, che so, che gli dicesse che non aveva
avuto le mestruazioni, e invece lei gli aveva detto che aveva sognato un
angelo.
“Ma
che angelo?”.
“Un
angelo che è entrato nella mia camera e mi ha salutato dicendomi che il Signore
aveva fatto anche a me la grazia, resa ad Elisabetta. Anch’io, mi ha detto, sto
aspettando un figlio, al quale daremo il nome di Jeshù”
Sapeva
appena d’essere incinta, non sapeva se sarebbe stato maschio o femmina e già
aveva pensato al nome del figlio. E per non doverlo discutere con lui s’era
anche inventata il sogno con l’Angelo. Così era sua moglie! Una donna capace di
trarsi d’impiccio in ogni situazione senza bisogno di consigli, una donna
capace d’inventarsi gli angeli, pur di imporsi!
Chissà
cosa avrebbe detto ora di fronte al figlio che “aveva deciso” di lasciare il
tempio?
La
moglie stava salendo appunto in quel momento, per la stradina dalla quale erano
arrivati loro due. Era stata al pozzo ad attingere acqua, ed avanzava
ancheggiando per tenere in equilibrio l’anfora che portava sulla testa. Arrivava a proposito. Proprio come l’angelo
del sogno.
Quando
la scorse dalla piccola finestra dalla quale prendeva luce il laboratorio,
Giuseppe si riscosse.
“Ecco
che viene tua madre” disse a Jeshù, come a dire: “Ti dirà lei quello che io non
ho saputo dirti, perchè fuori di me per la tua sfrontatezza”. Poi alzando la
voce la chiamò:
“Maria,
vieni qui”
“Perchè?”
“Se
l’aveva chiamata ci doveva essere pure un perchè, possibile che in quella casa
tutti dovessero mettere in discussione la sua autorità,” mormorò tra se. Poi
alzando la voce aggiunse:
“E’
tornato Jeshù”.
Come
se la notizia non l’avesse sorpresa, la donna con grande agilità si mosse per
calare a terra l’anfora. La posò sulla strada e corse per abbracciare il
figlio. Anche Jeshù intanto aveva aperto la porta e le era corso incontro. Si
abbracciarono sulla strada, senza dir parola, e poi entrarono nel laboratorio
tenendosi per mano. Quando Jeshù ebbe chiuso la porta dietro a loro: “Dille, a
tua madre, che hai deciso di lasciare il tempio”, intervenne Giuseppe, in
qualche modo ingelosito da quelle manifestazioni di tenerezza tra madre e
figlio.
“Non
vuoi più tornare al tempio?” chiese Maria al figlio.
“Ho
capito che non è il mio posto”, rispose Jeshù.
“Ha
deciso lui”, intervenne di nuovo Giuseppe, a sottolineare alla moglie la
gravità del fatto.
Maria,
senza badare all’interruzione del marito, volle sapere dal figlio il perchè di
quella decisione:
“Perchè
non è il tuo posto?”
“Perchè
io voglio cercare il senso della vita, e lì al massimo si può imparare il senso
che alla vita hanno voluto dare i nostri Padri”
Una
madre è portata a scusare e comprendere ogni cosa del proprio figlio. Ma di
fronte ad una risposta del genere, anche Maria rimase senza parole. Doveva
essere orgogliosa d’un figlio che usava espressioni così importanti ed
impegnative? Doveva essere preoccupata per quelle parole che non potevano
uscire dalla bocca d’un dodicenne?
Si
tolse di imbarazzo, avvertendo la
presenza dell’estraneo.
“Mi
scusi, non l’ho salutata,” gli disse.
“E’
il samaritano che ha accompagnato Jeshù nel viaggio” lo presentò Giuseppe.
“Ho
vissuto tre giorni con suo figlio”, aveva detto allora lui presentandosi, “e
credo che dobbiate ringraziare il Signore d’avere un figlio così. Ha le idee
molto chiare. Come direbbe il maestro Simone, vuol crescere nella verità,
piuttosto che nella grazia. Purtroppo per lui la strada per la verità è un
sentiero che passa in mezzo ai rovi ed alle spine”.
“Può
anche essere!” aveva commentato Giuseppe
molto seccato anche perchè, come era solito dire, ed aveva voluto insegnare al figlio che non si deve
lasciare mai a metà ciò che si è intrapreso. “Può anche essere che il
ragazzo non era fatto per la vita del
tempio, ma un anno non era certo sufficiente a stabilirlo. Avrebbe dovuto
fermarsi degli anni, e solo alla fine, se comunque avesse deciso di uscire, la
sua decisione poteva essere condivisa”.
Ma,
così no, non gli andava di accettare che suo figlio fosse un bizzoso ragazzo
che a dodici anni decideva di testa sua.
“Mi
faccio meraviglia, dei tuoi maestri al tempio”, ripeteva “come hanno potuto
lasciarti partire? E poi con un estraneo...”
“Per
Simone non sono un estraneo ma un amico,” aveva dovuto obiettare lui, “e se una
persona così saggia come il maestro Simone, ha preso questa decisione si vede
veramente che questa era l’unica decisione possibile”.
“Perché?
Non vorrà mica dire che mio figlio non è all’altezza di diventare dottore nel
tempio?”. Giuseppe, si capiva, era abituato a prendersela con i pezzi di legno
quando gli incastri non connettevano perfettamente, e non faceva differenza tra
le persone e pezzi di legno.
“Per
quel che l’ho conosciuto in questo viaggio, è più che all’altezza,” aggiunse
lui soltanto “ma per fare i dottori del tempio ci vogliono doti di pazienza e
di temperanza che forse non ha”.
A
Giuseppe già il fatto che qualcuno dicesse di suo figlio che “non aveva”, non
gli andava a genio e non stava a distinguere che cosa avesse e non avesse. “Col
cavolo che non ha,” stava per dire ma fu preso in contropiede dalla moglie, che
lo conosceva bene e capiva che sarebbe
uscito in spropositi, se qualcuno non lo fermava.
“Non
è detto che nostro figlio non abbia qualcosa di meglio da fare” disse lei, “che
passare la vita nel tempio”.
“Appunto!”
aggiunse Giuseppe che, come tanti uomini, era abituato a parlare per bocca
della moglie, e passò a ringraziarlo per il servizio che aveva loro fatto,
riportando a casa il figlio.
CAP
9 – SAULO A GAMALA.
Anche
se non avesse avuto la richiesta di Pilato il racconto del vecchio Simone, con
l’aggiunta di quello di Natan, aveva
talmente incuriosito Saulo da portarlo a decidere di lasciar perdere gli
impegni di lavoro a Damasco, per mettersi a tempo pieno sulle tracce di Jeshù
Bar Abba e cercare di sapere qualcosa di più della sua vita e delle sue teorie
filosofiche..
Dal
racconto di Natan aveva saputo dove era nato e dove aveva passato gran parte
della sua vita. Decise quindi che la sua ricerca sarebbe partita dal paese di
Gamala, detto Nazareth.
Giunse
al villaggio che era sera e chiese ospitalità all’hazzan capo della sinagoga.
Era il vecchio che aveva cresciuto Jeshù nei primi insegnamenti sulla Torah e
quando Saulo gli chiese di raccontargli qualcosa su Jeshù ragazzo, anche lui
prese a raccontare con la stessa foga che avevano messo Natan e Simone,
entusiasta di poterne parlare.
“Cosa
conosci già di lui”
“Cosa
ha fatto al tempio, e poi ho parlato con Natan che l’ha riportato qui dai
suoi”.
“Già,
Natan, l’ho conosciuto anch’io,” disse il vecchio passandosi una mano sulla
fronte, quasi volesse girare la pagina d’un suo ricordo. “Quando i figli si infilano tra i rovi ci
sono spine anche per i genitori”. Con questo proverbio li aveva salutati
ripartendosene, e ben presto Maria e Giuseppe avevano dovuto rendersi conto di quanto aveva ragione Natan
il samaritano, e di quanto sarebbe stato meglio che quel loro figlio fosse
rimasto a Gerusalemme.
“Ho
vissuto con loro il dramma d’una famiglia che non riesce più a capire il
figlio. Un figlio che sembra un estraneo tanto sono lontani i suoi pensieri da
quelli dei familiari. Il piccolo d’un cuculo, posato a crescere nel nido di
poveri passeri”
“Che
cosa avrà voluto dire, parlando della ricerca del senso della vita?” si
chiedeva spesso Maria mentre accudiva alle faccende di casa. Poi quando non
riusciva più a tenersi dentro quella domanda senza risposta, scendeva nel
laboratorio e la ripeteva a Giuseppe.
“Che ne so io” le
rispondeva il marito. “La vita per me è fare il falegname” le rispondeva accelerando
il ritmo dei colpi di pialla sul legno. I truccioli uscivano allora dalla
pialla e cadevano a terra più grandi. “I truccioli non hanno un loro senso”,
aggiungeva, “il senso lo ha solo il mobile finito”.
La filosofia di
Giuseppe non andava oltre. Ma come da un falegname poteva essere nato un
ragazzo che a tredici anni si poneva il problema del senso della vita? E quale
progetto di vita poteva avere in testa un ragazzo che si poneva come obiettivo
nientemeno quello di trovare proprio il senso della vita?
Cercando di darsi una
risposta Maria tornava spesso al sogno
che aveva fatto quando si era resa conto di essere incinta di Jeshù, e quel
sogno le riempiva la testa, ogni sera prima di addormentarsi, quando le tornavano
in mente quelle domande, e la penetrava l’angoscia come la nebbia che d’autunno
s’infiltrava per le strette vie del paese assorbendo ogni cosa. Cosa ne sarebbe
stato d’un figlio così strano, che
invece di giocare con i suoi coetanei, preferiva ritirarsi da solo a
pensare, come se fosse un vecchio.
Nel sogno l’angelo le
continuava a ripetere: “Non temere Maria. Tu hai trovato grazia presso Dio. Tuo
figlio sarà grande perchè saprà riconoscersi figlio del Dio Onnipotente. Darà
così un senso nuovo alla storia del regno di Israele, che si trasformerà in un
regno che non finirà mai”
“Come è possibile?”
diceva lei all’angelo, “dal momento che io sono una povera ragazza di paese”.
“Perchè lo spirito di
Dio,” continuava l’angelo, “opererà per mezzo di te. Per questo il bambino che
avrai saprà riconoscersi figlio di Dio”.
La stranezza dei
sogni! Solo in un sogno poteva svilupparsi l’idea d’un figlio che avrebbe
saputo riconoscersi come figlio di Dio.
E se alla stranezza del sogno s’univa ora la stranezza d’un figlio che a
tredici anni andava in giro meditando sul senso della vita...
“Ma un giorno avrebbe
trovato il coraggio di affrontarlo!” Continuava a proporselo ma poi non trovava
mai il momento appropriato. Era in fondo suo dovere di madre… A dir il vero
sarebbe stato piuttosto compito di Giuseppe,
che era l’uomo della casa, ed aveva il dovere di seguire l’educazione del
figlio. Ma quel buonuomo di suo marito
non sapeva andar oltre il senso degli oggetti in legno. Lì era molto
bravo. Li sapeva costruire con grande perizia, ma non era certo affare suo
filosofare sul senso della vita. Doveva farsi carico quindi lei di spiegare al
figlio che s’era messo su una strada senza via d’uscita. Che non si poteva
ricercare il senso della vita, non fosse altro perché forse non esiste, o se
esistesse non è certo alla portata della mente del figlio di un falegname
E un giorno finalmente
riuscì ad affrontare l’argomento, con l’immagine che s’era preparata, e che le
sembrava molto convincente:
“Vedi giù, in fondo
alla valle, il lago di Genezareth… ecco, quando si nasce è come se ci si
trovasse su una barca già in mezzo al lago. Il sapere o non sapere perché
si è finiti in quella barca, non
cambierebbe nulla, ciò che importa è mettersi
ai remi, per riuscire ad arrivare a riva nel modo migliore”.
“Ma a riva a far che
cosa?” le aveva ribattuto pronto Jeshù, e lei era rimasta subito disarmata.
Per mesi aveva
preparato quel confronto con il figlio, ed ora alla sua prima domanda, non sapeva dare una risposta. Già! A riva
per fare che cosa?...Ci voleva qualche maestro più preparato di lei, per tener
testa a suo figlio ed indirizzarlo per la retta via.
Comunque fino a quando
quel suo figlio così originale girava per la campagna con la testa tra le
nuvole, le poteva dispiacere per qualche commento malevolo dei paesani, ma non
c’era di che preoccuparsi.
“Sarà la vita a metterti a posto,” gli
diceva, “altro che senso...”.
Ma quando invece cominciò a frequentare la compagnia di suo
zio Giuda lo zelota, cominciò a disperarsi, ad avere dei brutti presentimenti
sulla sua vita. Prese a fare dei brutti sogni, svegliandosi terrorizzata con
nella mente la visione del figlio, che veniva appeso ad una croce dall’esercito
dei romani. Con tutti avrebbe potuto
mettersi, ma non con gli Zeloti che volevano ribellarsi all’occupazione romana.
Non aveva messo al mondo un figlio per fare la madre di un eroe!
Eppure anche quella scelta di Jeshù era quasi
scontata, e se l’era in qualche modo voluta proprio lei. Quando Giuseppe era
venuto a chiederla in moglie, suo padre avrebbe voluto rifiutare. Non perchè
Giuseppe non fosse una persona a modo, ma perchè usciva da una famiglia di
fanatici, e come dice il proverbio dei falegnami, i trucioli non possono essere
diversi dal tronco da cui si sono staccati.
A vederlo Giuseppe,
così posato e riflessivo, così calmo e paziente nessuno l’avrebbe immaginato,
ma era figlio di quel famoso
Ezechia morto alcuni anni prima
guidando una insurrezione contro i romani.
I suoi fratelli e in particolare Giuda il
maggiore, erano impegnati da un lato a vendicare la morte del padre, dall’altro
a tener alta la fiaccola della rivolta per la liberazione di Israele. Giuseppe
invece s’era chiamato fuori, aveva voluto imparare un mestiere, farsi una
famiglia e dedicarsi a questa.
Ma proprio perché il
truciolo non può andare lontano dal tronco, la sua scelta di staccarsi dai
destini della sua famiglia, d’andare contro corrente, si rivelava alla fine
inutile, perché l’idea veniva ripresa dal figlio che si stava appassionando
alle idee coltivate dallo zio.
Con quale motivazione poteva ora impedire al
figlio di frequentare la casa dello zio Giuda, di fare amicizia con il cugino
figlio di Giuda, anch’egli di nome Jeshù? Aveva provato a dissuaderlo. Che ci
poteva trovare un idealista come lui, che cercava il senso della vita, in mezzo
a fanatici che si ripromettevano di
costruire una organizzazione capace di liberare Israele dalla
dominazione romana? Bastava il buon senso per capire che il proposito della sua
famiglia e di tutta la setta degli Zeloti di sconfiggere un impero così vasto,
così forte ed organizzato come quello dei romani, era pura utopia. Continuare a
volersi suicidare, come aveva fatto suo zio Ezechia, era pura follia…
“Mio cugino Jeshù di
Giuda, sostiene che nell’impegno politico a favore della propria comunità, si
trova l’unico senso possibile, per la
vita d’un individuo” obiettava il ragazzo.
Ancora una volta Maria
non sapeva che cosa ribattere al
figlio. Del resto anche lei
era convinta che il senso della vita si dovesse trovare nell’operare a favore degli altri. E
rischiare la propria vita per la liberazione di Israele, era in fondo il
massimo dell’impegno a favore del prossimo, sulla base alla educazione
religiosa che gli era stata impartita nella sinagoga.
Tra i due cugini si
stava sviluppando un’amicizia intima che è normale per ragazzi di quindici
anni. Maria però s’angustiava perchè sentiva che c’era come un triste presagio
che li legava. C’era qualcosa che li accomunava fin dalla nascita. Anche Ruth
sua cognata, moglie di Giuda, aveva avuto un sogno prima della nascita del
figlio, e un sogno aveva avuto sua cugina Elisabetta.
La stranezza di tre
donne in parentela legate dal fatto d’aver avuto un sogno diverso, ma che
riguardava sempre uno strano destino per i propri figli!...
Maria non aveva parlato con nessuno, del suo
sogno, se non con Giuseppe. Ruth invece
ne aveva parlato con le amiche, e in breve tutta Gamala aveva preso a
chiacchierare del suo sogno. Anche Ruth
come Elisabetta era sterile e non aveva mai partorito, e come raccontava, una
notte in sogno le era apparso l’angelo del signore e le aveva detto che avrebbe
avuto un figlio che sarebbe diventato un nazireno, cioè uno che, secondo la
Bibbia, avrebbe fatto voto di nazireato consacrandosi al servizio di Dio e
conducendo una vita particolarmente morigerata.
“Ecco tu sei sterile e non hai avuto figli,”
le aveva detto l’angelo, “ma concepirai e partorirai un figlio. Ora guardati
dal bere vino o bevanda inebriante e dal mangiare cibo immondo. Poiché in
verità, tu concepirai e partorirai un figlio sulla cui testa non passerà
rasoio, perchè il fanciullo sarà un nazireno, consacrato a Dio fin dal seno
materno. Sarà lui che comincerà a
liberare Israele dalle mani dei romani”.
Fin qui, per quanto
originale, era pur tuttavia il racconto d’un sogno. Più strano ed
incomprensibile era il seguito che aveva raccontato Ruth e che suo marito Giuda
confermava. Del racconto della moglie, egli era rimasto sorpreso soprattutto
della battuta finale, d’un figlio che avrebbe cominciato a liberare Israele.
Per uno come lui a capo della setta degli Zeloti, dopo il sacrifico del padre Ezechia, sapere d’avere un figlio,
dopo tanti anni di inutili speranze, era già una previsione che lo riempiva di
gioia. Sapere poi che il figlio era predestinato a proseguire la sua opera per
la liberazione di Israele, era più di quanto potesse desiderare.
La moglie gli aveva raccontato, (sottolineando che per
lei non era stato un sogno ma una vera visione), che un uomo di Dio era venuto
da lei nella notte con l’aspetto di un
angelo di Dio, un aspetto terribile. Lei
non gli aveva domandato da dove veniva ed egli non gli aveva rivelato il
suo nome, ma le aveva previsto la
nascita del figlio che sarebbe stato un nazireno di Dio, dal seno materno fino
al giorno della sua morte.
Giuda aveva allora
pregato il Signore dicendo:
“Signore l’uomo di Dio mandato da te, venga
di nuovo da noi e ci insegni quello che dobbiamo fare per il nascituro”.
Dio, secondo il racconto suo e della moglie,
aveva ascoltato la loro preghiera e l’angelo del Signore era tornato dalla
moglie mentre stava nel campo. Lei era corsa in fretta ad informare il marito,
e questi poi l’aveva seguita sempre di corsa, di nuovo nel campo. L’uomo era
ancora lì e Giuda gli aveva detto:
“Sei tu l’uomo che ha
parlato a questa donna?”
“Sono io”, aveva
risposto l’altro.
“Quando la tua parola
si sarà avverata,” gli aveva allora chiesto Giuda, “ quale sarà la norma da
seguire per il bambino, e che si dovrà fare per lui?”
“Si astenga la donna
da quanto le ho detto, non mangi nessun prodotto della vigna, nè beva vino o
bevanda inebriante, e non mangi cibo immondo”.
“Permettici di
trattenerti e di prepararti un capretto,” aveva aggiunto Giuda”
“Anche se tu mi
trattenessi non mangerei il tuo cibo, ma se vuoi fare un olocausto offrilo al
Signore”.
“Come ti chiami?”
chiese ancora Giuda.
“Perchè mi chiedi il
nome? Esso è misterioso”, aveva risposto.
Giuda aveva preso
allora il capretto e l’offerta e li aveva bruciati sulla pietra al Signore.
Mentre assieme alla moglie stava guardando la fiamma che saliva dall’altare al
cielo, l’angelo del signore era salito con la fiamma dell’altare. L’avevano
visto per l’ultima volta al di là della fiamma, poi l’immagine si era come fusa
e sciolta nella fiamma, per salire assieme al fuoco e disperdersi nel cielo
nell’ultimo filo di fumo visibile.
L’Hazzan si era
infervorato nel racconto e Saulo lo stava ad ascoltare senza interromperlo.
“Ti racconto queste
cose con la speranza che tu possa capire ciò che purtroppo a me è sfuggito. Ti racconto
queste cose perché a me sono state riferite per la prima volta da Maria, la
madre di Jeshù.
“E’ soltanto
suggestione!”, si era dato subito premura di spiegarle. “Il sogno di Ruth, o
visione che dir si voglia, ripete alla lettera, addirittura con le stesse
parole la visione dei genitori di Sansone come riportata nel capitolo 13 dei
Giudici”.
A Maria, che i suoi cognati si fossero
imparata la storia di Sansone, per riviverla, sembrava impossibile. Per quanto
non avesse simpatia per il fratello di suo marito, uomo violento ed impulsivo,
e neppure per sua moglie Ruth che invece di frenare il marito lo incitava,
quasi ci tenesse a far la vedova di un eroe, tuttavia non poteva pensare che
avessero voluto addirittura immedesimarsi nei genitori di Sansone, pensando che
il loro figlio potesse diventare il vendicatore di Israele sui Romani, come Sansone lo era stato sui Filistei.
Che si fossero inventata una visione, copiandola dalla Bibbia, era assurdo!...
E poi c’era il fatto
che anche lei Maria aveva avuto la visione d’un angelo, non aveva un aspetto
terribile come aveva raccontato Ruth, anzi al contrario, la sua visione era
stata d’una grande delicatezza:
“Non temere Maria, gli
aveva detto, accorgendosi del suo turbamento, “tu hai trovato grazia presso Dio.
Avrai un figlio lo darai alla luce e gli metterai nome Jeshù. Egli sarà grande
e Dio Onnipotente lo chiamerà suo figlio”.
E c’era stata poi anche la visione della
cugina Elisabetta. Anche a lei era stato detto che avrebbe avuto un figlio,
anche a lei era stato rivelato che avrebbe dovuto chiamarlo Giovanni. Anche
a Ruth l’angelo si era preso la briga
di indicarle il nome del figlio, dicendole che il nazireno si sarebbe chiamato
Jeshù…
“Alle donne non si sa
mai cosa si può credere,” commentava il vecchio Hazzan. “Comunque è ben strana
la coincidenza di due cugini con lo stesso nome, per entrambi imposto in sogno da un angelo!”
Per fortuna i due
cugini avevano soltanto quindici anni quando Giuda aveva deciso di organizzare
un’azione dimostrativa a Gerusalemme in occasione della Pasqua. Anche se con
l’entusiasmo degli adolescenti avevano chiesto e insistito per poter
accompagnare la spedizione, Giuda non era così incosciente da portarsi al
seguito un figlio così giovane.
In cento erano partiti
da Gamala. Ognuno avrebbe raggiunto Gerusalemme con mezzi propri, e per strade
diverse, nascondendo le armi. Si sarebbero ritrovati la sera della vigilia di
Pasqua nell’orto dei Getzemani e da li avrebbero assalito la torre Pretoria. La
sorpresa doveva consentire di concludere l’azione senza perdite. Ma non ci fu
alcuna sorpresa, qualcuno li aveva traditi, ed aveva informato i romani. Furono
fatti prigionieri e crocefissi il giorno dopo quasi tutti, compreso Giuda.
Non è difficile
immaginare come sia stata vissuta a Gamala quella tragedia. Ogni famiglia aveva
perso un parente. Ma il sangue dei martiri crea nuovi seguaci, e ci furono
molti che giurarono di vendicare quei morti rafforzando l’organizzazione.
Fu un colpo anche per
Jeshù impegnato a consolare il cugino omonimo, che aveva perso il padre. Nel
dolore si rafforzò la loro amicizia, la morte rese più convinte le loro
discussioni sul senso della vita.
“Se Dio ha scelto
Israele e ne ha fatto il popolo eletto, come può lasciare che questo popolo si
faccia guidare e comandare da un popolo
di idolatri come quello romano?” si chiedeva Jeshù di Giuseppe.
“E noi che abbiamo
avuto la ventura di far parte del popolo eletto come possiamo accettare questo
stato di cose senza ribellarci?” ribatteva Jeshù di Giuda
“Hai ragione, ma se
Dio ha voluto questa sproporzione di forze per cui la ribellione del popolo di
Israele contro quello romano, sembra la
ribellione della formica contro il sandalo che la sta calpestando, ci
sarà pure un motivo. Forse Dio vuole che Israele si imponga sui romani con la
forza della sua fede e della sua
religione, piuttosto che con quella della spada. Forse ciò che Iavhè vuole da
noi è che diffondiamo la sua voce, perché questa vinca sulle vuote parole che i
romani rivolgono ai loro dei mitologici”
Così diceva l’uno dei
due cugini così ribatteva l’altro. Ambedue fermi sulle proprie convinzioni,
ambedue comunque convinti della necessità di uscire da Gamala per andare a
studiare, ad approfondire le loro conoscenze, per assumere un ruolo a favore
del popolo di Israele.
Ma dove, se Jeshù di
Giuseppe considerava tempo perso l’anno che aveva passato al tempio di
Gerusalemme dove c’erano i migliori e più preparati maestri della legge?
La soluzione venne da
Giovanni l’altro cugino…
CAP. 10 – LE STRADE SI
DIVIDONO.
Parlavano in piedi
sulla terrazza della casa dell’Hazzan. Il vecchio fissava la piccola piazza
sottostante, percorreva con lo sguardo i vicoli stretti che si dipartivano
dalla piazza, come se da quei vicoli volesse richiamare il filo dei suoi
ricordi.
Alcuni ragazzi
giocavano nella piazza. Con il loro grido di gioia per aver vinto qualcosa, lo
distrassero per un momento.
“Già” mormorò “è tutto
come allora! Alle volte vedevo giocare anche lui, ma di solito se ne stava in
disparte.
Si passò di nuovo la
mano sulla fronte e poi riprese a ricordare come se stesse raccontando a se
stesso e non a Saulo, che gli stava a fianco appoggiato alla balaustra, e che
gli aveva chiesto il racconto.
Maria era stata a
trovare la sua cugina Elisabetta ed aveva riferito che anche suo figlio era
stato preso dalla passione per le problematiche religiose e filosofiche, aveva lasciato la famiglia,
per ritirarsi a Qumram nella comunità degli Esseni.
“Perchè non proviamo
ad andarci anche noi?” s’erano subito detto i due Jeshù. I due cugini sapevano
degli Esseni solo ciò che avevano imparato da lui nelle sue lezioni. Aveva
spiegato loro soltanto che il pensiero religioso giudaico del tempo si
distingueva in tre correnti quella dei Farisei, dei Sadducei e appunto degli
Esseni. Quest’ultima corrente era indubbiamente la più originale. Si facevano
chiamare esseni o hasim cioè pii. Avevano costituito una comunità a Qumran
sulle rive desertiche del Mar Morto. Una sorte di grande monastero fortificato,
ove vivevano in preghiera e meditazione, considerandosi gli eletti “il vero
Israele che cammina sulla strada della perfezione”. Chi vi entrava doveva far
in un certo senso voto di obbedienza al
Maestro di Giustizia, che dirigeva la comunità, di castità o quantomeno di celibato, e anche di povertà vendendo
e mettendo in comunità tutto ciò che aveva.
Alla notizia che Giovanni il figlio di
Elisabetta aveva voluto fare quella esperienza, si erano trovati subito d’accordo nel desiderio di verificare
se la ricerca che stava conducendo questa corrente religosa, avrebbe potuto
aiutare anche loro a trovare la propria
strada.
Già al primo impatto
con Qumram in effetti si erano subito resi conto che difficilmente la loro
strada avrebbe potuto passare per quel posto. La comunità degli esseni si
sviluppava come una sorta di cittadella
fortificata sopra un altura che
emergeva dal deserto. Mentre ci si avvicinava si aveva l’impressione di
qualcosa di costruito, fuori dal mondo, tra cielo e terra, chiuso tra mura e bastioni.
Loro invece stavano cercando delle risposte che dessero un senso al loro essere
nel mondo.
“Non ha senso
collocarsi fuori dal mondo per trovare risposte al proprio essere nel mondo”
così dicevano di aver pensato, mentre ancora si stavano avvicinando. E la loro prima impressione aveva trovato
conferma nei giorni che avevano passato
tra quelle mura. Un anno intero, solo per non voler escludere a priori
che nell’idea di tanti saggi, racchiusi in una comunità di meditazione, ci
potesse essere la chiave che svelava il mistero del senso della vita dell’uomo.
Ma più approfondivano
la filosofia e il cerimoniale degli esseni, più si sentivano lontani dalla
setta. Pur restando colpiti da alcune intuizioni anche importanti, nel
complesso la diffidenza che avevano provato arrivando, si era andata
approfondendo nel tempo. In questo Jeshù di Giuseppe s’era trovato subito molto vicino al cugino Giovanni, mentre il
suo omonimo si riconosceva molto più di lui negli ideali della setta, pur non
condividendo l’ispirazione di fondo. Se il Maestro di Giustizia, capo della
Comunità avesse saputo o solo sospettato quali erano i commenti che facevano
tra loro, sarebbero stati subito allontanati. E lo furono, in effetti l’uno
dopo l’altro, quando, dopo il primo anno di noviziato, furono interrogati sulle
loro convinzioni.
“Ciò che meno riesco a
sopportare”, diceva Jeshù di Giuseppe, “è la presunzione di sapere, di avere la
verità, come se fosse possibile trovare una verità valevole per tutti gli
uomini, in realtà così diversi tra loro”.
“Sono d’accordo”,
aggiungeva Giovanni “anche perché, al contrario, mi sto sempre più convincendo
che la risposta ogni individuo la deve trovare nel riconoscimento della propria
insufficienza, nel sentirsi colpevole e pentirsi di questa colpevolezza”
“Sarà presunzione la
loro” commentava Jeshù di Giuda, ”ma la visione di Giovanni d’un uomo sempre in
colpa, sempre sulla strada della purificazione, è comunque, all’opposto, una
visione d’un pessimismo inaccettabile. No, io credo che l’uomo si realizzi in
quello che riesce a fare nell’ambito della sua comunità, impegnandosi al
livello al quale gli è possibile inserirsi, in base alle proprie capacità. Io
vorrei potermi inserire al livello più alto, come mio padre, guidando la lotta per la libertà di Israele. Chi muore
per la libertà, non muore, perché resta eterno nella storia del suo popolo”.
Quando Giovanni si
presentò all’esame aveva già manifestato ai due amici l’idea di dar vita ad una
propria setta religiosa, predicando la necessità della purificazione,
simboleggiata nel battesimo. Avrebbe trovato un posto sulle rive del Giordano e
lì si sarebbe dedicato a quello che sentiva essere la sua missione, chiamando
la gente a pentirsi ed a purificarsi con l’acqua per impegnarsi a purificarsi
nel cuore.
Al Maestro di
Giustizia, il capo della comunità che
lo interrogava sulla sua adesione all’essenismo, dichiarò subito di non
ritenere che Dio potesse pretendere che, per seguirlo, si dovesse diventare
degli asceti, e tanto meno riteneva, come si predicava nella comunità di
Qumran, che la salvezza potesse essere riservata a pochi eletti, capaci di
sottoporsi a rigide regole ad un percorso prestabilito di iniziazione. Lui
sarebbe uscito ed avrebbe predicato che il pentimento è la chiave della
salvezza, che per tutti gli uomini può aprirsi la felicità del Regno di
Dio, cioè del vivere con Dio, se solo
gli individui sapranno ammettere di essere colpevoli e si proporranno di cambiare
vita.
Fu naturalmente
invitato subito a riprendersi la libertà alla quale tanto teneva, ed a lasciare
immediatamente Qumran. La stessa sorte toccò a Jeshù di Giuda, ma per motivi
opposti. Non contestava infatti la severità delle regole, anzi chiedeva che
fossero più rigide, che imponessero un sacrificio più completo, ma chiedeva che
questa disciplina servisse a creare un vero esercito di figli di Israele,
pronti a sacrificare la propria vita per la salvezza del popolo.
Il fatto che
all’interno della comunità vi fosse una rigida gerarchia, il fatto che ci fosse
un percorso di iniziazione, per cui ai vari gradi di potere corrispondevano
diversi gradi di conoscenza sui misteri della setta, a suo avviso, avrebbero
dovuto costituire gli elementi d’uno schema,
che doveva essere portato anche al di fuori della comunità, per diffondere
nell’intero popolo di Israele un sistema organizzativo capace di muoversi ed
insorgere come un sol uomo contro i romani.
Anche gli Esseni si
aspettavano la liberazione di Israele, ma secondo il suo modo di pensare, non
facevano abbastanza per approntare i mezzi che avrebbero consentito la
liberazione.
Come aveva confidato
al cugino, aveva già deciso che sarebbe tornato a Gamala, per consacrarsi da
Dio sul piano personale come nazireno, sul piano politico per riprendere la
guida del movimento degli Zeloti, in crisi dopo la morte del padre.
Pensava che facendo
proprio uno stile di vita così severo come quello prescritto per i nazireni da
Mosè nella Bibbia, avrebbe convinto più facilmente le persone a seguirlo,
ingrossando le fila dei consacrati per la
liberazione di Israele.
Jeshù di Giuseppe era
così alla fine rimasto solo a Qumran. Incerto sul da farsi, pensava alle strade
così diverse scelte dai due cugini e continuava ad approfondire i concetti
filosofici e religiosi sviluppati dagli Esseni. Lo interessava soprattutto la
sottolineatura che facevano dell’importanza della santità interiore, per
rapportarsi con Dio, invece che della esteriorità dei sacrifici, che si
praticavano nel tempio di Gerusalemme.
Condivideva appieno
l’idea che Dio è un Dio di misericordia per cui gli uomini possono avere la
certezza di avere il perdono. Condivideva soprattutto l’idea che il Messia non
sarebbe venuto dal mare, come aveva previsto il profeta Ezra, o dal cielo come
aveva profetizzato Enoch, ma sarebbe venuto ed era già venuto dal popolo. Era
già venuto, perchè il Messia atteso, non sarebbe stato, come erroneamente si
era creduto, una persona, ma una idea, una intuizione, una convinzione che
sarebbe entrata negli uomini, sulla possibilità d’una loro salvezza sul piano
individuale.
Il Messia che avrebbe
salvato Israele era la convinzione degli uomini di Israele di potersi salvare,
e da Israele, la salvezza avrebbe potuto diffondersi a tutto il mondo.
“Beati i poveri di
spirito”, diceva il Maestro di Giustizia, “perchè loro era la salvezza”. La
scoperta di Dio, spiegava non è del fiore che si erge sfidando i raggi del
sole, convinto che dal sole venga la sua forza. Il sole lo brucerà, facendolo
appassire. La scoperta di Dio è del fiore che si piega sotto la pioggia, si
umilia fino a confondersi nel fango, ma che nell’umore della pioggia, conferma e rafforza il proprio umore. Come
dice il profeta:
“Rorate caeli desuper
et nubes pluant iustum”
Su questi concetti si
trovava d’accordo, ma non poteva invece accettare l’idea che la rivelazione è
per pochi eletti, che vengono iniziati alla conoscenza di Dio in povertà di
spirito. Non poteva accettare che una volta contestato il valore della
tradizione, si dovesse di nuovo introdurre l’idea dell’autorità, riconoscendo
che solo il Maestro di Giustizia era il depositario della rivelazione.
“No, Dio in quanto
Infinito, non può che essere di tutti. Padre di tutti, e noi siamo tutti figli
del Padre. Ogni uomo è nei confronti di Dio, come una sorta di figlio
unigenito,” pensava Jeshù.
Nel frattempo aveva
fatto amicizia con i due fratelli Giovanni e Giacomo figli di Zebedeo e con
Tommaso il Gemello, confidava loro le sue perplessità e il suo desiderio di
riprendere alcune intuizioni degli Esseni per reinterpretarle,
sviluppandole e diffondendole in
assoluta libertà.
Quando si decise ad
abbandonare Qumran per iniziare una sua predicazione sul lago di Genezareth, i
tre nuovi amici lo seguirono, per diventare i suoi primi discepoli. Saputo del
nuovo gruppo che s’andava formando li raggiunse da Gamala anche Simone Pietro insoddisfatto dell’esperienza con gli Zeloti, soprattutto da
quando era tornato quel fanatico del figlio di Giuda.
“Vai!” gli aveva detto
il Maestro di Giustizia quando aveva capito che non avrebbe potuto diventare un
buon esseno, “prova anche tu la tua strada, che purtroppo non può portare da
nessuna parte, perchè l’individuo uccide l’uomo, come l’individualismo sta
uccidendo il popolo di Israele”.
Mai come in quel momento infatti in Palestina
c’era stata una ricerca così intensa di religione. Mai c’erano stati tanti
predicatori convinti che la loro fosse la vera interpretazione della Bibbia. Si
contavano ben ventisette diverse correnti religiose o sette, di gente convinta di avere la verità.
“Ma io” gli aveva
risposto Jeshù, “al contrario sono convinto di non avere la verità su Dio, e
che neppure si possa raggiungere. Dio è la conoscenza che ogni individuo
sviluppa ogni giorno nel proprio rapporto con l’Esistenza. In questo modo Dio
può essere la risposta alla ricerca d’ogni uomo, sul senso del proprio
esistere”.
“Scusami! Non ti ho
neppure fatto sedere. Non ti ho ancora offerto nulla”. L’Hazzan aveva
interrotto il suo racconto rendendosi conto che intrattenere un ospite di
riguardo come Saulo in piedi, appoggiato alla balaustra del terrazzo di casa
che dava sulla piazza, non era molto educato.
“No, no, stiamo bene
qui. Vorrei che tu continuassi, mi interessa molto quello che mi stati
raccontando sul rapporto tra i tre cugini”. Non era una frase di circostanza.
Il vecchio non raccontava soltanto ma riviveva il suo rapporto personale con
quel giovane così originale che aveva avuto la ventura di nascere in quello
sperduto villaggio. La voce del vecchio si mescolava con le voci che venivano dal
villaggio, portate dalla brezza di primavera. Il passato si fondeva con il
presente, ed anche a Saulo pareva di poter rivivere le scene del racconto.
“Come vuoi! Scusami
anche se mi lascio trasportare dalla foga del ricordo, ma un maestro
s’appassiona sempre al ricordo d’uno scolaro speciale. E Jeshù era veramente
eccezionale… Cosa posso dirti ancora del rapporto fra i tre… potrei forse
parlarti dell’influenza che su Jeshù di Giuseppe hanno avuto i cugini e
soprattutto Giovanni…”
I due Jeshù, riprese
quindi a raccontare, erano arrivati a Qumram assieme per vivere assieme la
stessa esperienza, ma come due materiali che nello stesso fuoco si comportano
in modo diverso, il confronto con le idee e le modalità di vita degli esseni, li aveva segnati in modo completamente
diverso, incamminandoli su strade diverse.
Jeshù di Giuda si era
esaltato all’idea del Maestro di Giustizia che avrebbe liberato Israele e aveva
immaginato di poter unire l’ascetismo degli Esseni visto come risposta all’uomo
sul piano individuale, con l’impegno politico degli Zeloti. Pensava e si
convinceva sempre più quindi di poter
essere l’uomo nuovo, che avrebbe liberato Israele. D’altra parte la scelta di
unire ascetismo e fanatismo, l’avevano già fatto per lui i suoi genitori, sin dalla sua nascita.
Andandosene da Qumran
sentiva di poter condividere e far sua quella scelta. Già da bambino, in paese,
lo avevano soprannominato Jeshù il Nazireno per il voto di nazireato fatto per
conto suo dai genitori. Ora s’era
veramente e personalmente convinto d’essere in qualche modo predestinato. Non
era lui che doveva scegliere. Era già stato scelto, ed avrebbe quindi trovato
la sua strada, non aderendo a qualcosa, ma ritrovando in se stesso il percorso
segnato per lui. La scelta di mettersi nelle mani del Signore, consacrandosi a
lui, attraverso il voto di nazireato,
da disegno dei suoi genitori per lui, sarebbe diventato il suo disegno e quindi la sua scelta.
Quando un uomo o una
donna, aveva detto Mosè, farà il voto speciale di nazireato, per consacrarsi al
Signore, si asterrà dal vino e dalle bevande inebrianti, non berrà aceto fatto
di vino nè aceto fatto di bevanda inebriante, non berrà liquori tratti dall’uva
e non mangerà uva, nè fresca nè secca. Per tutto il tempo del suo nazireato non
mangerà alcun prodotto della vigna, dai chicchi acerbi alle vinacce.
Per tutto il tempo del
suo voto di nazireato, continua il racconto della Bibbia, il rasoio non passerà sul suo capo, finchè
non siano compiuti i giorni per i quali si è consacrato al Signore, sarà santo;
si lascerà crescere la capigliatura: Per tutto il tempo in cui rimane
consacrato al Signore non si avvicinerà ad un cadavere, si trattasse anche di
suo padre e di sua madre di suo fratello e di sua sorella, non si contaminerà
alla loro morte, perchè porta sul capo il segno della sua consacrazione ai Dio.
Per tutto il tempo del suo nazireato egli è consacrato al Signore.
E nella visione che lo
aveva predestinato, come gliela aveva raccontata sua madre, il suo nazireato
sarebbe finito solo con la morte.
Ora anche lui si era convinto che questa
sarebbe stata la sua vita, si sarebbe votato al Dio di Israele, per farsi suo
strumento per la liberazione del suo popolo. Così avrebbe proseguito nella
missione che era stata di suo nonno Ezechia, di suo padre Giuda, così avrebbe
potuto vendicare la loro morte.
Jeshù di Giuseppe
invece, come aveva dichiarato al Maestro di Giustizia, se da un lato apprezzava
alcune intuizione della setta, non riusciva ad accettare la rigida e asfissiante
organizzazione formale che la setta si era data.
Non si era trovato a
suo agio nel tempio perchè il rapporto dell’uomo con Dio veniva riportato sul
piano di un complesso di formalismi
derivati dalla tradizione, non poteva ora ritrovarsi in una comunità che aveva
sostituito quei formalismi, con altri ancora più rigidi.
Non si trovava
tuttavia neppure d’accordo con il cugino omonimo perché, e glielo aveva
ripetuto più volte, non riusciva a concepire l’idea d’un Dio di Israele, d’un
Dio che si impegna in un rapporto particolare con un popolo al punto di farsi
carico dei destini di quel popolo sulla terra. Il suo pensiero si avvicinava
molto più a quello del cugino Giovanni, che a quello dell’omonimo.
Anche Giovanni infatti
cercava risposte sul piano individuale, il senso dell’uomo nel rapporto con
Dio. Per questo Jeshù, lasciando Qumram, pensò di doverlo cercare per potersi
confrontare e confidare con lui. Avevano la stesso età, solo qualche mese di
differenza, eppure Jeshù al cugino
riconosceva una maggiore esperienza, una maggiore maturità, si sentiva
in qualche modo un suo discepolo. Nella ricerca della sua strada capiva che
doveva partire dal punto al quale era arrivato Giovanni, perchè il cugino, in
qualche modo gli aveva fatto da precursore, aiutandolo ad individuare la sua strada.
Trovò Giovanni sulle
rive del Giordano. Portava un vestito di peli di cammello ed una cintura di
pelle attorno ai fianchi. Il suo cibo erano locuste e miele selvatico. Attorno
a lui c’era una folla di gente accorsa da tutta la Giudea da Gerusalemme e
dalla zona adiacente il Giordano. Nella sua predicazione se la prendeva in
particolare con i Farisei e i Sadducei: “Razza di vipere”, gridava, “ chi vi ha
suggerito di sottrarvi all’ira imminente? Fate dunque frutti degni di conversione.
E non crediate di poter dire tra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio
può far sorgere figli di Abramo da queste pietre. Già la scure è posta alla
radice degli alberi, ogni albero che non produce frutti buoni, viene tagliato e
gettato nel fuoco”
Mentre parlava così,
con una ciotola versava l’acqua del battesimo su quanti gli passavano davanti
chiedendo perdono per i propri peccati. Anche Jeshù si mise in fila, ma quando
fu il suo turno Giovanni lo riconobbe e, lasciando cadere la ciotola in acqua,
lo abbracciò.
“Perchè vuoi farti
battezzare con l’acqua se non credi nei simboli?”
“Ne abbiamo parlato
più volte, io non escludo i simboli, ma ho paura che i simboli diventino
l’oggetto e non il mezzo”
“L’acqua è il simbolo
d’una purificazione che deve venire attraverso il pentimento”.
“Non basta il
pentimento. E’ necessaria una rigenerazione nello spirito”.
“Ma il pentimento è la
premessa per la rinascita dello spirito. L’acqua lava dal passato, perché lo spirito possa costruire un nuovo
futuro. Per questo voglio essere battezzato da te”.
Con tutta quella folla
attorno che aspettava d’essere battezzata non era il caso di continuare la
discussione, Giovanni riprese allora la ciotola che galleggiava sulle acque del
Giordano, la riempì d’acqua rovesciandola
sulla testa del cugino.
Poi, rivolto alla
folla, lo volle presentare:
“Questi è Jeshù di cui
vi ho già parlato, con il quale abbiamo vissuto assieme con gli Esseni. Anche lui, sono certo, inizierà a
predicare quando avrà trovato la sua
strada. Sono sicuro di non sbagliarmi, con la sua riflessione, saprà andare ben oltre rispetto a quello che
io posso dirvi”.
“Gia, la mia strada!”
ripeteva nella notte al cugino, quando finalmente la folla all’imbrunire si era
sciolta, ed erano rimasti soltanto loro due e qualche fedele discepolo di
Giovanni.
“Vorrei poter trovare
la via, per la verità che dà la vita!”
“Ti riporto le loro
parole,” continuava a dire l’Hazzan, “così come le ho sentite perché saputo che
erano tornati assieme ho voluto andare a trovarli.
Sulle rive orientali
del lago, vicino al paese di Betania, Giovanni aveva trovato rifugio in un
vecchio capanno abbandonato. Era soltanto un muro circolare, alto poco più di
un metro. Aveva meno di tre metri di
diametro ed era fatto di sassi sovrapposti in un equilibrio precario. Si
raccordava sopra in un tetto di paglia
a cono. Sorgeva a una cinquantina di metri dal limite dell’acqua del lago, dove
la sabbia uniforme della battigia si raggrumava nelle prime dune, sulle quali
s’abbarbicava a fatica un intrico di cespugli spinosi di diversa altezza.
Davanti al capanno erano state
sradicati gli arbusti, realizzando una sorta di piccolo cortile circolare. Al
centro, in mezzo a quattro grossi sassi, i discepoli avevano acceso il fuoco, e stavano ad ascoltare i
discorsi che faceva il loro maestro,
con questo nuovo venuto, per il quale si capiva che aveva una grande stima ed ammirazione. Ed anche lui si era
unito a loro, come fosse un nuovo discepolo di Giovanni.
Diceva Jeshù: “La
strada è il percorso verso un obiettivo, e l’obiettivo che io mi sono posto è
quello di ricercare il senso della
vita. Per trovare un senso alla vita, è necessario dare un senso alla morte,
cioè al momento nel quale si completa la vita.
Nel tempio ho imparato
che il senso è nell’essere figli di Israele. Nella cultura dei nostri padri, si
è come annullato il problema della morte, nella convinzione che la salvezza è
quella del popolo. Una salvezza che dovrà realizzarsi su questa terra, in questo mondo. Ma è una risposta
che non mi appaga che non mi soddisfa. La salvezza va vista sul piano
individuale. È l’individuo che sente la necessità di vincere la propria morte,
vincerla come popolo non è una risposta.
Giacobbe stava per
sacrificare il figlio, e noi come lui
continuiamo a sacrificare gli agnelli nel tempio, sperando sia quel sacrificio
a realizzare il nostro rapporto con Javhè. Ma è solo nel sacrifico della nostra
vita, che si realizza il rapporto con Dio. Sacrificando la vita, conquistiamo
l’eternità.”
“Gli alberi della foresta,
stanno assieme per vincere l’uragano, tu vuoi porti come un albero in mezzo al
deserto e sfidare da solo la furia del destino dell’umanità,” replicava
Giovanni.
“Perché non credo a un
destino dell’umanità, ma al destino d’ogni singolo individuo. Per me io sono il
tutto, per me il mondo nasce e muore con me. Io devo trovare un senso dentro di
me. Ogni altra risposta è ammettere l’incapacità di trovare una risposta. Tu
dici, e la gente ti crede, che verrà il Messia e porterà la salvezza. Tu dici
che ci si deve preparare con una vita di ascesi morale e di giustizia sociale.
Ma il Messia non è qualcuno o qualcosa che viene dall’esterno a salvarci. La
salvezza non può essere attesa, ma va cercata, conquistata. Nessuno ci può
liberare se non ci liberiamo”
“Io penso di poterti
capire. Ma non so se ti rendi conto, con quello che dici, stai andando contro
la nostra tradizione, stai mettendoti contro quello che hanno detto i nostri
padri ed i profeti che Dio ha mandato al popolo di Israele.”
“Non contro, ma oltre!
Io cerco soltanto di interpretare in modo nuovo quello che è stato detto. Il
rapporto dell’uomo con Dio è stata trasposto nel rapporto del popolo con Dio,
io la voglio riportare alle origini. Adamo dopo il peccato sentì per la prima
volta i passi di Dio fuori di se, e poi i passi di Dio sono diventati la storia
del nostro popolo, io credo sia venuto il tempo nel quale l’uomo può risentire
i passi di Dio dentro di sé. I passi di Dio dentro al suo essere, possono
essere la chiave per dare un senso all’essere dell’uomo. Il Messia che deve
venire, non è un altro profeta, ma la scoperta che Dio è in noi”
“Ciò che stai dicendo
è madornale, non si capisce se è una bestemmia o una rivelazione. A me fa paura
il solo pensare che una tale idea sia
potuta sorgere nella tua mente. Ma se è sorta è perché Dio ha voluto sorgesse.
Né una spiga nel campo né una idea nella mente d’un uomo può nascere, se il
cielo non ha voluto che nascesse. E allora va, ritirati nel deserto, solo con
te stesso e approfondiscila. Nella solitudine cerca la verità che è in te, e
che Dio ti aiuti”.
“E’ stato il periodo
nel deserto che ha segnato la svolta nella vita di Jeshù” aveva concluso
l’Hazan.
“Perché” gli aveva
chiesto Saulo.
“E’ un discorso troppo
lungo ed ora sono veramente troppo stanco per proseguire. Ne possiamo parlare
domani. Oppure se preferisci puoi scendere al lago di Genezaret, lì troverai
Giovanni che ha evidentemente una conoscenza del cugino molto più profonda e
diretta della mia”.
“Scusami se ho
approfittato troppo a lungo di te, e ti ringrazio del suggerimento su Giovanni,
lo raggiungerò domani stesso.”
CAP. 11 – IL RAPPORTO
CON GIOVANNI.
Era ancora buio quando
il giorno dopo Saulo lasciò la casa dell’hazzan di Gamala per cercare Giovanni.
La strada tagliava il
versante della collina, incassata tra due muraglie di sassi, raccolti negli
uliveti che la fiancheggiavano da ambedue i lati.
Lontano dietro le
ultime montagne si infilò una lama di luce a staccare il buio della terra da
quello del cielo. A quel primo baluginare dell’alba, i vecchi ulivi sembravano
dei mostri pietrificati, mentre contorcendosi urlavano al cielo la loro
disperazione.
Saulo si sentiva uno
di loro. Ripensava a quanto aveva sentito in quei giorni su Jeshù. Non aveva
ancora chiaro tutto l’impianto della predicazione di quella specie di profeta.
Ma per quel po’ che capiva si rendeva conto che nel messaggio c’era qualcosa
che scardinava la religione dei padri e che quindi andava combattuto, ma che
allo stesso tempo c’erano dei concetti nuovi ed originali che avevano colpito
sia Simone che Natan ed anche il vecchio Hazzan, e che in qualche modo avevano
colpito anche lui.
Sentiva quantomeno il
bisogno di capire di più, e prima di incontrare direttamente Jeshù, confidava
di farsene una idea più precisa attraverso le parole del cugino Giovanni, di cui gli aveva tanto
parlato l’Hazzan.
Quando fu al lago e
chiese di Giovanni gli dissero che se voleva farsi battezzare era arrivato in
ritardo perché il re Erode l’aveva fatto arrestare già da tempo. Se voleva
sapere quale fossero i contenuti della sua predicazione, doveva rivolgersi ai
suoi discepoli.
“Come mai l’Hazzan di
Gamala non ne sa nulla, e crede stia ancora predicando?” chiese Saulo ai discepoli
con i quali comunque aveva pensato di intrattenersi.
“Forse nessuno glielo
ha voluto dire per non dargli un dispiacere”
Di Giovanni, oltre a
quello che gli aveva detto l’hazzan di Gamala, Saulo aveva già sentito parlare
molto tra i farisei. Già qualche tempo prima infatti erano stati mandati dei
sacerdoti e degli addetti al culto del tempio per interrogarlo su chi veramente
fosse.
Giovanni aveva
dichiarato senza esitazione: “Io non sono il Messia”. Gli avevano allora
chiesto chi veramente fosse per aver deciso
di mettersi a predicare ed a battezzare. “Sei forse Elia tornato tra i
vivi o comunque qualcuno dei profeti”. Giovanni aveva negato ed alla domanda su
chi veramente fosse, perché potessero riferire qualcosa alle autorità ebraiche,
gli inviati si erano sentiti dire: “Io sono la voce di uno che grida nel
deserto spianate la strada per il Signore”
Alla domanda sul
perché battezzasse se non si riconosceva né come Messia né come Elia né come
profeta aveva risposto:
“Io battezzo con
acqua, ma in mezzo a voi c’è uno che voi non conoscete. Egli viene dopo di me,
ma io non sono degno neanche di
sciogliere i lacci dei suoi sandali”.
I Farisei dopo lunghe
discussioni avevano deciso di lasciarlo predicare. Con tutti i predicatori che
giravano in quel momento per la Palestina, uno in più non avrebbe fatto alcuna
differenza. D’altra parte se la stava
prendendo talmente con il re Erode ed i suoi costumi corrotti che, alla fine,
gliela avrebbe fatta pagare senza dubbio Erode stesso.
Come gli raccontarono
i discepoli di Giovanni, confermando quanto gli aveva già detto l’Hazzan,
proprio il giorno dopo della visita degli inviati del Tempio era arrivato dalla
Galilea anche Jeshù di Giuseppe e si era avvicinato per farsi battezzare ma
Giovanni non voleva e cercava di convincerlo dicendo:
“Sono io che avrei
bisogno di essere battezzato da te, e tu invece vieni da me?”
Ma Jeshù aveva
risposto: “Lascia fare, per ora. Perché è bene che noi facciamo così la volontà
di Dio fino in fondo.”
I due cugini avevano
passato alcuni giorni assieme, parlando molto tra loro. Giovanni raccontava di
sentirsi ispirato a dire d’essere l’annunciatore di qualcosa, forse della
stessa venuta del Messia. Sentiva che ci sarebbe stato un avvenimento, sentiva
di doverlo annunciare, ma non sapeva di che avvenimento si trattasse. Jeshù dal
canto suo aveva il presentimento di essere destinato a fare qualcosa di grande,
ma non riusciva a capire che cosa. Infine, Giovanni aveva convinto il cugino a
ritirarsi nel deserto a meditare e pregare. Anche a lui, sosteneva, aveva
giovato molto un periodo di ritiro spirituale nella solitudine del deserto e
gli aveva dato le indicazioni per raggiungere il luogo del suo ritiro.
Era durata quaranta
giorni l’attesa del ritorno. Ma erano stati quaranta giorni di meditazione
anche per Giovanni, s’era ripetuto più e più volte i discorsi fatti con il
cugino, aveva riflettuto su ogni sua parola e infine si era convinto che Jeshù sarebbe stato un profeta
straordinario, forse, come lui aveva anticipato, addirittura proprio il Messia,
atteso da Israele, ed aveva preso a parlare di lui alle folle.
Ciò che ho saputo insegnarvi io non è nulla
rispetto a quello che saprà insegnarvi lui. Io vi battezzo con l’acqua dicendo
che è simbolo dello spirito ma lui saprà battezzarvi e rigenerarvi nello lo
spirito, perchè saprà parlare ai vostri cuori.
Lui è tanto più grande di me, per la
profondità delle idee che ha saputo sviluppare, che io non sono degno neppure
di abbassarmi a slacciargli i sandali.
“Ma quale sarà mai la
grande rivelazione di questo Jeshù?” gli chiedevano i suoi discepoli.
“Quando tornerà lo
seguirete e imparerete. Io sono felice d’essere stato per lui uno che gli ha
aperto la strada, come dice Isaia, la voce di uno che grida nel deserto
spianate la strada alla Verità che deve venire.”
“Ma qualcosa potrai
pur anticiparci di quello che ti ha detto,” insistevano i suoi.
“Quando me ne parlava
non capivo che cosa volesse dire, ma oggi anch’io mi sono convinto che ha
ragione nella sua grande intuizione che noi esistevamo prima di noi. Lui mi è
passato avanti perché era prima di me.”
“Che indovinello è
quello per cui si esiste prima di esistere?”
“Ve lo spiegherà
meglio lui, ma in effetti tante cose si chiariscono se pensiamo che prima della
vita con il corpo, siamo vissuti come archetipi. L’archetipo che era prima di
noi, è in noi senza potersi manifestare, e non morirà quindi con il nostro
corpo, ma in lui resteremo quando saremo senza il corpo”.
“Ma se è in noi,
perchè non può manifestarsi?”
“L’uomo può intuire
gli Archetipi viventi, ma la luce che è in essi li fa rimanere nascosti”.
“Questi discorsi
facevano crescere evidentemente nella folla l’attesa per il ritorno di Jeshù
dal deserto.
Eccolo, aveva detto un giorno Giovanni,
interrompendo il suo discorso. Tutti si erano voltati a guardare e avevano
visto un uomo, avanzare barcollante e
macilento dopo quaranta giorni di digiuno. Non era certamente quel grande uomo
che si sarebbero aspettati, dopo le anticipazioni entusiaste di Giovanni. La
tunica impolverata lo faceva un mendicante piuttosto che un profeta, il volto
bruciato dal sole e sferzato dalla sabbia, lo faceva sembrare un uomo che
avesse subito la condanna della flagellazione. Eccolo, ecco l’uomo di cui vi ho
parlato, ripetè Giovanni, e la folla si aprì per lasciarlo passare. Quando gli
fu vicino, abbracciandolo gli disse: “La folla è ansiosa, ed anch’io lo sono,
di sapere a quali conclusioni sei arrivato nel deserto”.
Jeshù, si fermò un
momento come a riprendere fiato poi rivolto alla folla esclamò:
“Io sono l’agnello di
Dio che toglie i peccati del mondo”
L’affermazione lasciò
sconcertato anche Giovanni. Si ricordò del ragionamento che Jeshù gli aveva
fatto quaranta giorni prima sull’agnello di Gacobbe. Ma cosa voleva dire proclamandosi
l’agnello di Dio?
“In quanto figlio di
Dio, l’uomo si purifica dei peccati del mondo”, disse Jeshù lasciandosi cadere
sfinito su una pietra accanto al cugino.
“In quanto figlio di
Dio?”. Giovanni si aspettava qualcosa di grande e di nuovo dal cugino, si
aspettava persino potesse proclamarsi il Messia, ma che si potesse presentare
dichiarandosi figlio di Dio, era troppo. Forse aveva sbagliato a consigliarlo
di ritirarsi nel deserto. Forse era il caso di lasciare che si riprendesse…
”Anch’io come te
predicherò”, continuò Jeshù. “Così ho deciso. Predicherò che ogni uomo è il figlio di Dio prediletto,
attraverso il quale Dio si è compiaciuto di realizzare la sua presenza nel
mondo.
Io, sono per me
l’agnello, figlio di Dio, che toglie i
miei peccati. Ognuno è per se l’agnello che toglie i peccati. L’umanità dei
figli di Dio è l’agnello che toglie di peccati del mondo”.
“Cosa ha detto?” aveva
chiesto la folla che non aveva sentito.
“Ha detto di essere il
figlio di Dio, l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo” aveva gridato
Giovanni ad alta voce, perplesso e preoccupato del suono e del senso delle sue
stesse parole.
“Ma questa è una
bestemmia!” avevano preso a dire gli
ascoltatori di Giovanni, sorpresi che il maestro non lo facesse rilevare, e avevano
preso ad allontanarsi.
Avevano continuato a
parlarsi tra lo, circondati soltanto dai discepoli più fedeli.
“Anche per me” diceva
Jeshù, ciò che affermo a momenti sembra paradossale. Mi chiedo come ho il
coraggio di fare queste affermazioni. L’uomo figlio di Dio!... Alle volte mi
accorgo anch’io di non essere convinto, e su questa incertezza non mi sarà
facile convincere gli altri. Eppure non
posso non continuare ad affermarlo, per convincere e convincermi”
“Come puoi bestemmiare
a questo modo il Dio di Israele, Javhè il Dio dei nostri padri”, mormorava
preoccupato il cugino Giovanni.
“Come puoi dire che
bestemmio Dio se dico che l’ho scoperto?”, ribatteva Jeshù.
“Mosè, dice la Bibbia,
è salito sul monte, ed è poi tornato al popolo a riferire le parole pronunziate
da Dio: “Io sono il signore Dio tuo, non avrai altri Dei fuori di me”. Mosè ha
scoperto Dio sul monte e l’ha rivelato al popolo che per ordine di Dio, non
poteva salire sul monte”
“Io, invece nel
deserto ho scoperto che è giunta l’ora nella quale ogni uomo può salire sul
monte per parlare con Dio”.
“Ma così stravolgi
tutta la nostra tradizione, metti in discussione la nostra stessa fede”.
“La legge si deve
conformare all’uomo, non l’uomo alla legge. L’uomo non si misura nel rispetto
acritico delle norme, nel rispetto esteriore della legge, ma in come vive nella
sua coscienza il rapporto con se e con gli altri”
“Attento a cosa stai
dicendo. Dio ha dato a Mosè la legge su tavole di pietra”.
“Invece io credo che
Dio ponga la legge nel cuore di ogni uomo”.
“Attento che così ti
stai mettendo contro gli scribi, i farisei e i dottori del tempio”.
“Me ne rendo conto, ma
già nel tempo che ho passato con loro al tempio, mi ero reso conto che con loro
non avevo nulla nè da dividere nè da condividere”
“Non si tratta di
condividere. Con le tue parole dichiari guerra aperta ai maestri del tempio, ti
poni sia contro i farisei che contro i sadducei”.
“Come quella che tu
hai dichiarato alla corruzione dei costumi”.
“La mia battaglia
comunque si ferma al piano sociale, la tua riguarda la religione”.
“E’ proprio questo
l’aspetto della tua predicazione che non riesco a condividere, che giudico
insufficiente. Non c’è riforma dei costumi se non cambia la coscienza degli
individui. E La coscienza cambia soltanto, alla scoperta del senso
dell’esistenza.”
“Sono tanti gli
interventi che si possono fare per guarire una pianta. Io mi limito a voler
potare i rami secchi, tu vuoi intervenire addirittura sulle radici. La tua
strada non è la mia”.
“Cosa mi consigli,
Giovanni?”
“Un giorno mi hai
detto che mi consideravi mio maestro. Ma nella tua idea c’è qualcosa di così
grande, che il mio parlare di fronte al tuo è il parlare, d’un servo che, come
sono solito dire, non è neppure degno di slacciare i calzari al padrone. Io non
la capisco la tua idea, al punto che mi pare una bestemmia, ma se sei riuscito
a pensare che l’uomo sia figlio di Dio, non è una idea che possa venire
dall’uomo. E se Dio ha voluto che tu
diventassi l’uomo di questa rivelazione, questa è la strada che Dio ha voluto
per te. Vai e diffondi questa idea, ma soprattutto vai e continua a pensare,
perché Dio ti illumini su tutte le
implicazioni e le conseguenze che questa rivelazione può portare all’uomo,
perchè l’uomo possa trovare il senso della propria esistenza”.
Poi Jeshù era partito
ed aveva preso a girare le strade della Palestina portando il suo nuovo
messaggio. Ogni uomo diceva è con Dio nello stesso rapporto d’un figlio con un
Padre, ogni uomo è figlio del padre, Bar Abba in ebraico. Così anche egli cominciò
ad essere soprannominato Jeshù Bar
Abba,
“E si sono più
incontrati i due cugini?” aveva chiesto Saulo.
“Di persona no,” gli avevano risposto i suoi
discepoli. “Ma c’è stato ancora una sorta di incontro verbale”.
Dopo la partenza del
cugino la predicazione di Giovannei s’era fatta ancora più violenta.
“Razza di vipere! Chi
vi ha fatto credere di poter sfuggire al castigo ormai vicino. Fate vedere con
i fatti che avete cambiato vita e non fatevi illusioni pensando di salvarvi,
perché siete figli di Abramo.
“Perchè vi
scandalizzate se qualcuno vi indica una
nuova strada? Le strade possono essere tante quante sono gli uomini. Dio è
capace di fare sorgere veri figli di Abramo anche dalle pietre del deserto. Ma
ogni albero che non da frutto deve essere tagliato. Tra le pietre del deserto
può nascere un fiore, mentre può non dar fiori e frutti un albero che cresce in
una terra ubertosa. Dal deserto si colgono i fiori, mentre le radici
dell’albero sterile devono essere aggredite con la scure”
Erano diventati questi
i temi delle sue invettive. Il Battezzatore non poteva essere certo definito un
mite, si lasciava andare alle volte a certe sfuriate, d’una veemenza
incredibile, in particolare quando se la prendeva con la corruzione dei costumi
alla corte di re Erode. “Razza di vipere!”, attaccava e gli uscivano filippiche
come fiumi di parole, soprattutto da quando il re s’era preso in casa Erodiade,
la moglie di suo fratello.
Ma com’era
prevedibile, un giorno o l’altro l’ira di Erode si sarebbe scatenata contro di
lui. E infatti alla fine fu arrestato.
Mentre era in prigione, sentiva ancora
parlare di quel che faceva Jeshù .
Allora gli mandò alcuni dei suoi discepoli per domandargli:
“Sei tu quello che
deve venire oppure dobbiamo aspettare un altro?
Jeshù aveva allora
risposto ai discepoli di Giovanni:
“Andate a raccontargli
quel che udite e vedete: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono
risanati, i sordi odono, i morti risorgono e la salvezza viene annunziata ai
poveri. Eppure non è sicura ancora la mia fede”
“Cosa vi siete
veramente voluti comunicare, avevano chiesto i discepoli a Giovanni,
riportandogli il messaggio. A chi volete alludere con l’altro che state
aspettando”.
“Ve l’ho sempre detto,
aveva risposto loro Giovanni, io ho sempre avuto chiara l’idea che nel mio
insegnamento mancasse qualcosa. Io vi ho insegnato che è necessario cambiare
vita, ma non sono mai riuscito a spiegarvi quale è il vero senso della vita. Il
battesimo con l’acqua, rappresenta molto bene il mio insegnamento. L’acqua
purifica i corpi, li rende nuovi e puliti. Ma l’acqua non basta. La rinascita
deve avvenire dentro, deve essere una rinascita dello spirito.
Per questo io ho
sempre battezzato con l’acqua ma sono sempre stato convinto che dopo di me
sarebbe venuto qualcuno, che sviluppando il mio pensiero, avrebbe proposto una
sorta di battesimo con lo spirito e non con l’acqua.
Quando ho incontrato
Jeshù, quando mi sono confrontato con la sua intuizione che l’uomo è Figlio di
Dio, ho capito che se avesse saputo sviluppare la sua scoperta in tutti gli
aspetti possibili, avrebbe trovato la chiave per portare agli uomini la
salvezza, che viene dall’aver trovato il senso della vita.
Ciò che non riesco a
capire è che cosa lui sappia di sé o
comunque sia convinto di essere …”
CAP. 12 – IL RAPPORTO A PILATO.
Dopo gli incontri al Tempio, a Gamala, e con i
discepoli di Giovanni, Saulo s’era fatto una idea abbastanza precisa dell’uomo
Jeshù e pensò di ritornare a
Gersualemme per riferirne a Pilato. Aveva avuto modo di farsi una idea di ciò
che pensava, di come si era formato, ma non sapeva ancora molto di ciò che
Jeshù predicava. Sulla strada del ritorno però ebbe la ventura di incontrare
proprio uno dei discepoli, e forse quello che più degli altri era riuscito a
capire il maestro, in ciò che andava dicendo sulle strade della Palestina.
S’era fermato a
mangiare in una locanda a Cafarnao sul lago di Tiberdiade. Avendo saputo che
sul lago Jeshù s’era fermato molte volte a predicare chiese all’oste che gli
portava il pesce che aveva ordinato, se avesse anche lui conosciuto Jeshù o se
sapesse indicargli qualcuno che avesse seguito la sua predicazione.
“E’ il tuo giorno
fortunato!” gli rispose l’oste scherzando. “Vedi quello che sta nell’angolo in
silenzio? Non so che cosa gli abbia preso, che cosa lo turbi oggi. E’ sempre
stato un uomo allegro ed espansivo. Comunque è proprio uno dei discepoli di
Jeshù”.
L’uomo nell’angolo, un
giovane con i lunghi capelli biondi, s’era accorto che il mercante appena
entrato e l’oste stavano parlando di lui, e come se la cosa lo preoccupasse,
chiamò per il conto, alzandosi per andarsene.
Saulo allora lo
raggiunse e gli chiese se poteva offrirgli qualcosa, se potevano mangiare
assieme.
“Per quale motivo? Se
non ci conosciamo,” obiettò il giovane.
“Vorrei che tu mi
parlassi di Jeshù, mi ha detto l’oste che sei un suo discepolì” spiegò Saulo.
“Per quale motivo ti
interessi a Jeshù,” chiese l’altro sospettoso.
Se gli avesse detto
che era su mandato di Pilato, il giovane si sarebbe certo spaventato e sarebbe
fuggito. “Ne ho sentito parlare e mi piacerebbe conoscerlo, ma nessuno sa dirmi
dove trovarlo”.
“Purtroppo non lo so
neppure io. Sono salito fin quassù per vedere se si era rifugiato da queste
parti, dove eravamo soliti stare assieme. Ma non c’è.”
“Sai che era stato
arrestato da Pilato?”.
“Certo. Ma poi l’ha
lasciato libero. E da quando è stato liberato abbiamo perso le sue tracce.
Comunque che cosa vuoi sapere?”. Il giovane si era sentito istintivamente
rassicurato sulle intenzioni di Saulo,
ed aveva accettato di parlargli. Si sedettero allo stesso tavolo e Saulo
insistette perché mangiasse qualcosa con lui.”
“Ma ho già mangiato!”
“Un po’ del mio pesce,
solo per farmi compagnia.”
“Mi chiamo Tommaso”
disse il giovane presentandosi ed abbandonando l’iniziale diffidenza.
“Ed io Saulo. In due giorni ho ricostruito la
storia della giovinezza di Jeshù, ma vorrei sapere qualcosa su ciò che va
predicando”.
E’ da tre anni che lo
sto seguendo. Non è facile ricostruire in poche battute il complesso dei suoi
insegnamenti, non per nulla infatti è solito dire : "Coloro che cercano
cerchino finché troveranno. Quando troveranno, resteranno commossi. Quando
saranno turbati si stupiranno, e regneranno su tutto. Comunque a noi, suoi
discepoli ha raccomandato di seminare le sue parole, senza badare a chi ci sta
ascoltando. Per questo te ne parlo. Un giorno ricordo ci disse "Vedete, il
seminatore uscì, prese una manciata e seminò. Alcuni semi caddero sulla strada,
e gli uccelli vennero a raccoglierli. Altri caddero sulla pietra, e non misero
radici e non produssero spighe. Altri caddero sulle spine, e i semi soffocarono
e furono mangiati dai vermi. E altri caddero sulla terra buona, e produssero un
buon raccolto, che diede il sessanta per uno e il centoventi per uno."
"Ma è vero che si
proclama figlio di Dio?”
“Afferma di sé: Io
sono la luce che è su tutte le cose. Io sono tutto: da me tutto proviene, e in
me tutto si compie. Tagliate un ciocco di legno; io sono lì. Sollevate la
pietra, e mi troverete. Ma dice che questo vale per ognuno di noi. Ogni uomo è
partecipe dell’Infinito, e in quanto tale figlio dell’Infinito e quindi se si
vuole ed in altri termini, figlio di Dio"
“Ho sentito dire che
promette il regno dei cieli a chi lo segue”.
“Ci ha detto spesso:
se i vostri capi vi diranno, 'Vedete, il Regno è nei cieli', allora gli uccelli
dei cieli vi precederanno. Se vi diranno, 'È nei mari', allora i pesci vi
precederanno. Invece, il Regno è dentro di voi e fuori di voi.”
“Ma si dice che parli
anche contro la religione dei nostri padri”
“Quando gli abbiamo
chiesto se è utile o no la circoncisione ci ha risposto: "Se fosse utile,
il loro padre genererebbe figli già circoncisi dalla loro madre. Invece, la
vera circoncisione nello spirito è diventata vantaggiosa da ogni punto di
vista. Quando ha criticato Israele lo ha sempre fatto con le parole del
profeta Isaia, riportate nella Bibbia:
Questo popolo – dice
il Signore, -
Mi onora a parole,
ma il suo cuore è
lontano da me.
Il modo con cui mi
onorano non ha valore,
perché insegnano come
dottrina di Dio
comandamenti che sono
fatti da uomini.
Non si può dire che
sia contro la tradizione chi riporta le parole della tradizione!”
“Ho incontrato un
centurione romano che mi ha raccontato d’un miracolo. Anche tu ne hai visti?”
“Tantissimi. Si
farebbe notte se te li raccontassi”
“Uno solo, come
esempio.”
“Proprio qui, vedi la
montagna al di là del lago…”
E prese a raccontare
di come un giorno Jeshù era salito sulla montagna di fronte e si era seduto lì
con i suoi discepoli, poi s’era guardato intorno ed aveva visto tutta le gente
che l’aveva seguito, una folla enorme. Allora disse a Filippo uno dei
discepoli:
“Dove potremo comprare
il pane necessario per sfamare questa gente?”
Jeshù sapeva benissimo
quello che avrebbe fatto, ma diceva così per mettere alla prova Filippo che
infatti rispose: “Duecento monete d’argento non basterebbero neppure per dare
un pezzo di pane a tutti”.
Allora Andrea, un
altro discepolo disse: “C’è qui un ragazzo che ha cinque pagnotte d’orzo e due
pesci arrostiti. Ma non è nulla per tanta gente”.
Jeshù ordinò:
“Dite alla gente di
sedersi per terra”.
Il terreno sulla
montagna è erboso e tutti si sedettero in terra. Erano circa cinquemila. Jeshù
prese il pane fece una preghiera di ringraziamento poi cominciò a distribuire a
tutti pane e pesce a volontà.
Quando tutti ebbero
mangiato a sufficienza, Jeshù disse di raccogliere i pezzi avanzati, perché
nulla andasse perduto. Furono raccolti dodici cesti con gli avanzi delle cinque
pagnotte.
Tutta le gente vedendo
il segno miracoloso che Jeshù aveva fatto diceva: “Questo è veramente il
profeta che deve venire nel mondo”. Jeshù allora, sapendo che volevano prenderlo,
per farlo diventare re, se ne andò più in alto sulla montagna tutto solo.
“Ma non è finita qui”
aggiunse Tommaso, mescendosi del vino
dalla brocca che l’oste aveva posato sul tavolo.
E continuò a
raccontare di come loro, i discepoli, verso sera fossero scesi in riva al lago,
per attraversarlo e venire appunto verso Cafarnao. Jeshù non li aveva raggiunti
ancora, ed il lago era agitato perché soffiava un vento molto forte. Avevano
remato per quattro o cinque chilometri quando videro Jeshù che camminava sul
lago e si avvicinava alla barca.
“Camminava
sull’acqua!” lo interruppe Saulo.
“Appunto! Ci siamo
spaventati a morte anche noi! Ma poi l’abbiamo riconosciuto e l’abbiamo fatto
salire. E qui il giorno dopo a Cafarnao, quasi a commento del miracolo del giorno
prima, ci ha detto che non è Mosè che ci dà il pane venuto dal cielo come la
manna nel deserto,del racconto della Bibbia, ma è il Padre d’ognuno di noi.
Ognuno ha il suo pane, come ognuno l’aveva avuto sulla montagna, perché ognuno
è nel padre e il padre è in lui perché l’uomo figlio del Padre e il Padre sono
una sola cosa.
“Come si può credere
che uno possa camminare sull’acqua?”.
Ma non solo. Alla sua
parola diversi paralitici hanno preso a camminare, ciechi a vedere. Del resto
sull’acqua è riuscito a camminare anche uno dei nostri, Simone il più vecchio.
“Ma con la ragione non
si possono accettare queste storie, da qualche parte ci deve essere stato il
trucco!”
“Lui sostiene che con
la fede di può smuovere le montagna. Non è irragionevole pensare che
l’Infinito-Dio possa modificare il finito del mondo. Se così è, se credo
all’Infinito che è in me, la fede può far operare l’Infinito attraverso di me.
Così ci spiegava la sua capacità di far miracoli, dicendo che anche noi avremmo
potuto farne!...”.
Si erano fermati
alcune ore a discutere. Anche se non si trattava di una vera discussione.
Sembrava quasi che il discepolo avesse imparato a memoria delle frasi del
maestro, e ad ogni domanda rispondeva con una citazione. Saulo da un lato era
sorpreso ed interessato per l’originalità della nuova dottrina, dall’altro di
rendeva conto della carica eversiva che conteneva nei confronti della
tradizione ebraica. La diffusione del nuovo vangelo, proprio perché pretendeva
di non essere in contrasto con la Bibbia, mentre ne scardinava i fondamenti,
avrebbe comportato la fine dell’ebraismo.
Di nuovo a cavallo verso Gersualemme,
ripensando a ciò che aveva sentito si convinceva sempre più fosse suo dovere dedicarsi a combattere la
nuova eresia prima che si diffondesse.
Allo stesso tempo il
pensiero dello strano profeta, era entrato in lui come un tarlo, come la
domanda “che cosa è la verità per Pilato”.
Non aveva avuto modo
di incontrarsi di persona con questo Jeshù ma le testimonianze che aveva
raccolto sulla sua vita e soprattutto sul suo pensiero, avevano rimesso in discussione tutte le sue
convinzioni religiose. Tutto ciò che era certo, che era fede, diventava
incerto, perplessità. Il ponte che aveva lanciato tra sé e Dio nel suo percorso
di formazione tra i farisei, e che dava un senso alla sua vita, era diventato
un traballante ponte di corde dal quale in ogni momento aveva l’impressione di
poter precipitare nel vuoto sottostante.
Se,
senza neppure incontrarlo era entrato in crisi un fariseo convinto e preparato
come lui, era facile immaginare quale presa e quale suggestione avrebbe potuto
avere il messaggio, su un popolo di pastori e di pescatori. Per questo sentiva
di dover convincere il Sinedrio a muoversi contro Jeshù e i suoi discepoli,
prima che fosse troppo tardi.
Erano passati solo tre giorni da quando la moglie di Pilato
l’aveva chiamato per chiedergli di indagare su chi fosse veramente Jeshù Bar
Abba, ma erano stati giorni di quelli che ti cambiano la vita.
Non poteva dire di
sapere tutto sulla figura del predicatore. Gli era apparso subito una
personalità troppo complessa. Sarebbe stato necessario molto più tempo, ma una
idea comunque se l’era fatta e poteva riferirne.
Si fece annunciare e
trovò Pilato che lo stava aspettando assieme a Procla nella biblioteca.
“Finalmente!” gli
disse salutandolo, dando a vedere che non gli era venuto meno il desiderio di
conoscere, per il quale gli aveva affidato l’incarico.
“Non è stato facile!”
rispose Saulo. “Comunque devi ringraziarmi perché per te, in questi pochi
giorni ho visitato tutta la Palestina.
“Ti ringrazierò dopo,
se mi saprai dare delle risposte soddisfacenti. Ma insomma che cosa hai
saputo?”.
“Non è uno dei soliti predicatori che girano
per le strade di Palestina. E’ un paradosso vivente, perché a te che sei ateo
vuole insegnare il bisogno di Dio, a me che sono religioso vuole insegnare che
si deve fare a meno della religione”.
“Sembra l’enigma di
Delfi” intervenne Procla.
“Ma non è un enigma.
Direi anzi che ha le idee molto chiare. Ora capisco perché il Sinedrio voleva
che fosse mandato a morte, le sue dottrine minano alle fondamenta il concetto
stesso di religione, intesa come pratica ed organizzazione, e in un certo
senso, valorizzando al massimo l’individuo, finisce per mettere in discussione
i presupposti su cui si regge ogni organizzazione sociale e politica. Anche se
ingiusto, forse sarebbe stato un atto utile per l’umanità, se tu l’avessi
condannato a morte. Ma per farvi capire, è necessario che vi racconti cosa ho
fatto in questi giorni.
Prese quindi a
raccontare loro degli incontri al tempio, nel paese d’origine, nei vari paesi
con i diversi personaggi che gli
avevano detto qualcosa di Jeshù.
“Ma cosa ha fatto di
veramente originale?” lo interruppe Pilato.
“Ha fatto miracoli,
veri miracoli che mi sono stati raccontati da persone degne di fede”.
Continuò raccontando
del centurione romano incontrato a Cafarnao prima del pranzo con Tommaso, che
gli aveva raccontato d’essere andato da Jeshù a chiedergli aiuto perché aveva a
casa un servo paralizzato che soffriva terribilmente.
Jeshù s’era offerto di
raggiungerlo a casa ma lui gli aveva detto:
“Signore, io non sono
degno che tu entri in casa mia. Basta che tu dica una parola e il mio servo
sarà guarito. Perché anch’io ho dei soldati ai miei ordini. Se dico a uno: Va,
egli va; se dico a un altro: Vieni, quello viene, se dico al mio servitore: Fa
questo! Egli lo fa.
Poi gli aveva detto:
Torna a casa tua, hai creduto e così sarà. E in quello stesso momento il servo
era guarito.
“Me l’ha raccontato un
centurione e non un povero pescatore” disse infine a commento.
“Capisco! E detto?
Cosa ha detto?” intervenne Procla.
“Ho potuto parlare per
alcune ore con un suo discepolo. Il cuore della sua predicazione è la
possibilità d’un rapporto diretto tra l’uomo e Dio. Sul piano ontologico questo
rapporto esiste anche nella nostra religione, anzi ne è il fondamento. Ma
l’innovazione che egli introduce nella sua predicazione è il rapporto sul piano
antropologico, fino a sostenere che l’uomo sia figlio di Dio. Ciò che
sottolinea è che non basta sapere di essere, ma è indispensabile sentirsi figli
di Dio”
“Non è sempre facile
capire il senso profondo di ciò che va predicando. Di solito ha un pubblico di
pescatori analfabeti e deve riuscire a farsi capire da loro, e quindi è
costretto a parlare per parabole, a semplificare i concetti, fino a
banalizzarli con il rischio che vengano stravolti dall’uditorio. Comunque mi è
parso di capire che parta da una concezione filosofica per la quale esistono
due mondi, l’universo materiale nel quale viviamo, e l’universo immateriale e
divino (che per farsi capire dai pescatori chiama cielo) al quale possiamo
aspirare oltre la vita del nostro corpo.”
“Nulla di nuovo
rispetto alla filosofia di Platone,” commentò Pilato.
“Ci ho pensato
anch’io! Salvo il fatto che non mi risulta abbia mai avuto contatti con
personaggi esterni al mondo ebraico. Ma l’originalità maggiore, sta negli
sviluppi che fa derivare da queste premesse. L’uomo infatti è collocato in mezzo, partecipe sia della natura
materiale che della natura divina, capace allo stesso tempo di sentirsi come
essere e come divenire. In quanto essere aspira all’eternità, in quanto
divenire si lascia in vari gradi coinvolgere dal divenire del mondo. L’Essere
ci attira a sé, come pure ci attira il divenire. L’Essere è il Bene, il
divenire il Male, l’Essere è Dio principio del bene, il divenire il Diavolo
principio del Male”.
“Ma perché considera
male il divenire”
“Perché il divenire è
il contrario dell’essere, una cosa esiste, per mutare e quindi per non essere
più ciò che era prima. Polvere da polvere. Dal seme dei genitori si forma
l’uomo che cresce nella prima parte della sua vita, decresce nella seconda fino
a fermarsi nella morte, per poi decomporsi nella terra o annullarsi nel fuoco.
Immagina l’uomo oggetto di una lotta tra Dio principe della Luce, e il
diavolo principe delle Tenebre. Il Diavolo mira a far in modo che l’uomo venga
assorbito dal divenire, avendo come esito il non esistere. Dio invece chiede
all’uomo di convincersi della sua natura di figlio dell’Esistenza, avendo come
esito il vivere nell’Esistenza e quindi per la vita eterna.”
“Ma cosa vuoi dire quando affermi che ha insegnato all’uomo a fare a
meno della religione”.
“La mia religione, come del resto anche la tua, è fatta di sacrifici da rendere alla
divinità. Ma che cosa se ne fa la divinità, comunque la si immagini, del
sacrificio d’un capretto o d’un bue? Lui ha sostenuto che ognuno è per sé l’agnello
sacrificale che elimina i propri peccati. Il rapporto con la divinità non può
che essere individuale, e non mediato né da sacrifici, né da altri incaricati
di compiere i sacrifici a nome nostro.
Ma è andato anche oltre. “Il sacrificio ha senso, ha detto, se è fatto a
favore dei fratelli. Se mi privo di un capretto e lo do a chi non ha da
mangiare, la privazione diventa un atto d’amore per i fratelli, e attraverso i
fratelli, diventa un atto d’amore verso il Padre”.
Pilato che era
appassionato di studi filosofici si mostrava molto interessato a ciò che gli
andava raccontando Saulo e si sarebbe fermato per ore a discuterne, ma furono
interrotti dall’arrivo d’un centurione che senza neppure farsi annunciare era
entrato di corsa nel salone.
“E’ scomparso!” disse
d’un fiato mentre si chinava di fronte a Pilato in segno di saluto.
“Chi?” chiese Pilato
sorpreso.
“Il corpo di Jeshù”
“Come scomparso? Non
ti avevo ordinato di mettere le guardie al sepolcro?”
“E infatti avevo
messo dieci soldati di guardia ma
quando questa mattina sono andato a controllare, dormivano tutti. L’enorme
pietra con la quale avevo fatto chiudere il sepolcro era rimossa, e il cadavere
non c’era più. Non capisco cosa possa essere capitato!...”
CAP. 13 - D’ARIMATEA
CON PILATO.
“E’ da questa mattina
che i miei uomini ti stanno cercando. Ed ora già scende la sera,” protestò
Pilato non facendo nulla per nascondere la sua irritazione.
“Non so che cosa
dirti, governatore. Sono venuto appena ho saputo che tu mi cercavi. Anche se
non so ancora per quale motivo mi stai cercando” ribattè il vecchio Giovanni d’Arimatea affaticato dalla
salita a passo spedito sulla lunga gradinata che dal cortile portava i al
palazzo.
Pilato lo stava aspettando continuando a
ripercorrere a lunghi passi in lungo ed in largo il porticato del palazzo.
Cercava di scaricare nel camminare la tensione che aveva accumulato in quei tre
giorni e che l’aveva travolto quella mattina, alla notizia che il cadavere di
Jeshù il Nazireno era scomparso.
“Hai saputo che il corpo è scomparso dal tuo
sepolcro”.
“In città tutti ne parlano. Ma non vorrai per
caso far colpa a me se le tue guardie si sono lasciate prendere in giro. Dopo
averti messo a disposizione il sepolcro, sarebbe il colmo dovessi sentirmi in
colpa perché il sepolcro era mio”.
“Non voglio far colpa a nessuno. Ho già fatto
mettere in carcere le guardie. Vorrei solo che qualcuno mi aiutasse a capire”.
“Cosa vuoi capire?” disse Giovanni andando a
sedersi spossato su una delle panchine di pietra che arredavano il porticato.
“Mi pare ci sia ben poco da capire!” aggiunse appoggiandosi allo schienale, e
rovesciando la testa per massaggiare i muscoli della cervicale che gli facevano
male.
“Ma in città che cosa si dice?”
“Forse è proprio questo che bisognerebbe
riuscire a capire. Nessuno dice che i suoi hanno sottratto il corpo per
riportalo in Galilea, come mi pare probabile. Si è sparsa invece la voce che è
risorto. E tutti ne parlano! Non solo, s’è fatta un gran confusione tra Jeshù
il Nazireno e Jeshù Bar Abba, per cui la voce popolare sostiene che sia questo ultimo ad essere morto e
risorto. I suoi seguaci, ad alimentare la confusione ricordano che spesso aveva
previsto e ripetuto che dopo tre giorni sarebbe risorto”.
“Ma cosa vuol dire che sarebbe risorto?”
chiese Pilato lasciando di camminare e piantandosi di fronte a Giovanni”.
“Noi farisei crediamo nella resurrezione dei
morti. Crediamo che nell’ultimo giorno, quello del giudizio universale, tutti i
corpi risorgeranno, cioè torneranno a vivere”.
“Mi pare una sciocchezza! Comunque riguarda la
fine dei giorni, non oggi”.
“Lo so ma la voce del popolo è
incontrollabile, è come il vento, non si da dove venga e dove vada, come sia
sorto e quando si spenga”.
“Mi avevi comunque promesso che mi avresti
portato Jeshù Bar Abba”.
“L’ho cercato in questi giorni. Non ho fatto
altro. Ma nessuno sa dove sia, neppure i suoi, neppure sua madre. Comunque non
vedo di che ti debba preoccupare. Se c’è un complotto, questa volta non è
contro i romani, ma contro di noi, contro la nostra religione. Anche questa voce
sulla resurrezione è sospetta. Lui non
ne aveva mai parlato, sostenendo invece che la prospettiva dell’uomo era nella
dimensione dello spirito, d’una vita eterna in una dimensione non corporea”.
Giovanni non gli aveva detto nulla che
potesse rassicuralo, anzi gli aveva
riportato quella nuova voce sulla resurrezione, eppure le parole del vecchio
amico fariseo avevano ottenuto l’effetto di tranquillizzarlo, come se gli
avesse riferito che avevano trovato il cadavere scomparso.
“Ne parli come se anche tu fossi un suo
discepolo” gli disse Pilato, sedendosi accanto a lui.
“Avrei voluto esserlo. Ma non ho avuto il
coraggio di dichiararmi tale, di fare la scelta di seguirlo. E forse ora è
troppo tardi”.
“Ma tu sei un profondo conoscitore della
religione ebraica, un maestro della legge. Cosa può averti colpito del
messaggio di in uno che era abituato a predicare ai pescatori”.
“Mi pare sia riuscito a rinchiudere nell’idea d’una croce che ha sul
verticale l’amore verso Dio e nell’orizzontale l’amore verso il prossimo, un
circolo virtuoso capace di dare una nuova prospettiva a tutta la storia
dell’umanità”.
“Non è il primo filosofo ad aver sostenuto
l’importanza del dare. Non è il primo a sostenere che l’uomo si realizza nel
rapporto a favore degli altri. Seneca, un giovane mio compagno di scuola, che
ora a Roma tiene corsi di filosofia stoica, sostiene che nulla contribuisce
alla nostra crescita più delle
cose di cui ci priviamo per darle agli
altri. Per paradosso ci ritorna con gli interessi tutto ciò che diamo”.
“Lo so, lo so” mormorò
Giovanni continuando a muovere a destra ed a sinistra la testa reclinata
all’indietro. Poi come assorto e rapito nel suo pensiero , fissando in cielo
gli ultimi riflessi rossastri del sole su una scia di nubi sfilacciate, prese a
parlare come se stesse leggendo un testo scritto in cielo, senza che Pilato
avesse il coraggio di interromperlo.
“La carica
rivoluzionaria del messaggio non sta tanto nella affermazione che l’uomo è
figlio di Dio, quanto in quella che gli uomini sono fratelli. E lo sono, non
per nascita, ma per scelta! Sono fratelli se si amano in quanto uomini. E solo
se si amano e sono fratelli, sono figli di Dio. Dio non viene dato come Padre,
ma viene riconosciuto tale come conseguenza del rapporto tra fratelli. Non è
Dio che cerca l’uomo, ma l’uomo che cerca Dio e fa in modo che esista e sia
presente nella storia dell’umanità, perché lo riconosce non in astratto, ma nel
gesto d’amore verso i fratelli. Sono io
che faccio esistere gli altri e non gli altri che fanno esistere me. Io faccio
esistere gli altri perchè ho bisogno degli altri, come faccio esistere Dio
perchè ho bisogno di Dio.
Se a un bambino viene
a mancare il padre, certo non si può dire che il fatto gli sia ininfluente. E’
certo comunque che in qualche modo il bambino riuscirà a crescere senza il
padre. Se meglio o peggio non è dimostrabile, perchè non è possibile la
controprova.
Spingendo ancora più
avanti il paradosso si potrebbe anche rilevare che il figlio ha bisogno del
padre per nascere: Con la nascita però non si realizza il desiderio del nuovo
essere di venire al mondo, ma il desiderio del padre d’avere un figlio. E’ il
padre che ha bisogno del figlio, non viceversa.
Gli altri possono
vivere senza di me, ma io non posso vivere senza gli altri, è questa
l’intuizione..
Su questa verità di
fondo dovrebbe svilupparsi il rapporto tra gli uomini, e invece si sviluppa sul
presupposto completamente infondato, per il quale ognuno si relaziona con gli
altri, sentendosi indispensabile. Sul sentirci necessari per gli altri fondiamo
la nostra importanza, e cerchiamo di realizzarci come persone, su questo
equivoco di fondo.
Se provassimo invece a
ricollocare le cose nel loro giusto rapporto, cambierebbe completamente il
nostro modo di vivere. E’ questo il cambiamento radicale che ha cercato di
introdurre Jeshù Bar Abba, insistendo sul rapporto di amare-dare che ci deve
legare agli altri.
Quando aiuto il mio
amico paralitico mi sento importante perchè mi convinco che senza di me lui non
potrebbe muoversi. In effetti, se non ci fossi io a spingerlo ci sarebbe un
altro a farlo. Ma se non ci fosse lui, io non avrei la gratificazione personale
che mi viene dal mio atto che considero di generosità. Potrei spingere un
altro, ma avrei comunque sempre bisogno di un altro, per realizzare il mio
desiderio di generosità.
E’ l’altro, il
fratello, che mi consente di realizzarmi, è l’altro che mi consente di
sviluppare in me il sentimento dell’amore e di sentirmi appagato in questo
sentimento.
L’alternativa è quella
di realizzarmi attraverso le cose, nella soddisfazione di quello che ho fatto,
accumulato o realizzato.
Ma è evidente che se la prospettiva reale del
mio esistere è la vita eterna, come di nuovo sottolinea Jeshù, dopo una breve
premessa nella mortalità del corpo, il rapporto con le cose non conta. Nel
dopo, senza corpo e senza le cose, il rapporto che mi sono formato ad avere con
le cose non può essere vissuto che come sofferenza, proprio perché mi mancano
le cose. E’ solo il positivo rapporto che mi sono formato ad avere con gli
altri, nel tempo, che può condizionare e caratterizzare il mio rapporto con gli
altri per l’eternità.
Chi ama gli altri ama se stesso. Amare gli
altri è amare se stessi. Questo non significa che si debbano odiare le cose, ma
invece che anche l’amore o l’interesse per le
cose, deve passare attraverso l’amore degli altri, per diventare amore
verso se stessi.
Mentre parlava
Giovanni, le ombre della sera erano salite dalla città, una nebbia leggera
aveva invaso il cortile del Palazzo che era stato di Erode. Non si
distinguevano più le due persone sedute, diventate un'unica cosa con la
panchina di marmo che si intravedeva appena. Da quel informe grumo di nebbia
continuavano ad uscire le parole di Giovanni che Pilato non aveva il coraggio di
interrompere, ma che non capiva più. Era tutto troppo lontano dal suo modo di
pensare.
Senza immaginare che anche nelle parole
dell’amico fariseo ci potesse essere una risposta, continuava a chiedersi “che
cosa è la verità”.
La
nebbia si infittiva sciogliendo gli oggetti, gli uomini, il palazzo, tutto
diventava indistinto e indistinguibile. Che cosa è la verità? Lontano dal
pensiero di Giovanni, Pilato pensava che l’uomo ha voluto aggiungere al sistema
della realtà, quello della speranza. Per il primo, con gli occhi della scienza,
l’uomo è un complesso meccanismo di atomi destinato inesorabilmente ad
arrestarsi, a decomporsi e quindi ad annullarsi. Ma l’uomo ha una coscienza che
riesce a ricomprendere l’universo, l’infinito, e sulla base di questa coscienza
costruisce il suo sistema della speranza, con gli occhi della fede. E immagina
per se un destino infinito.
Immagina?
O come ripeteva Giovanni chiosando il pensiero di Jeshù, il fatto di poterlo immaginare significa che
esiste?
Comunque
mentre scende la sera e s’allungano le ombre nere della notte, giova pensare
che ci sarà un altro giorno, anche se la notte fosse l’ultima notte. Con questa
considerazione Giovanni d’Arimatea, pensava di poter convincere anche Pilato
che ora s’era come ripreso, e lo voleva riportare a discutere del sepolcro
vuoto.
“Che
vuoi che ne sappia?” continuava a ripetere Giovanni.
“Noi
facciamo divagazioni filosofiche. Ma dietro agli eventi di questi giorni è
evidente che c’è un disegno. I due Jeshù che si fanno arrestare assieme, ed ora
spariscono assieme, persino quello che era morto, non può essere solo
casualità” insisteva Pilato.
“Può
essere! Hai le tue guardie i tuoi informatori, possibile che tu non riesca a
scoprire la verità?”
“Già!
Appunto la verità! Che cosa è la verità? Tutto si riduce a scoprire che cosa è
la verita!”
CAP. 14 – AL CENACOLO.
Pilato aveva passato
quei tre giorni a chiedersi che cosa fosse la verità, Saulo aveva percorso
tutta la Palestina a chiedere chi fosse Jeshù, Giovanni d’Arimatea aveva
cercato invano il Maestro, senza sapere che si era ritirato a Betania, ma i
suoi discepoli, i dodici che l’avevano seguito nei tre anni di predicazione per
le vie della Palestina, dove erano finiti?
Tommaso si era recato
a Cafarnao alla ricerca del maestro, ma gli altri? E Simone che il Maestro
aveva voluto soprannominare Pietro la roccia, che tutti ritenevano fosse il
capo, anche perché era il più anziano, dove era finito?...
Pietro era stato
l’unico la notte dell’arresto nell’orto dei Getzemani che aveva tentato di
difenderlo. Assieme a Giuda aveva accompagnato il maestro all’incontro con
Jeshù il Nazireno, di cui erano stati seguaci prima di entrare a far parte del
gruppo dei discepoli di Jeshù Bar Abba.
All’arrivo delle
guardie aveva agito d’istinto, aveva impugnato la spada d’uno dei seguaci del
Nazireno e s’era messo a menar fendenti staccando l’orecchio a Malco, uno dei
servi del sommo sacerdote. Per questo
era stato anche arrestato.
Poi Pilato l’aveva
liberato, non capiva perché. In cambio
della coppa che si era trattenuto? Ecco!... La coppa! Da lì iniziava il suo
rimorso per come si era comportato in quella notte disgraziata. Non avrebbe dovuto lasciare la coppa a
Pilato, non avrebbe dovuto neppure mostrargliela. L’aveva presa come ricordo,
aveva per lui un valore simbolico, il riferimento a quella cena così strana con
quelle parole così sibilline pronunciate dal Maestro. Non si lasciano i simboli
ed i ricordi! Era da quel gesto che
aveva preso inizio la sua vergogna…
Appena libero aveva
capito che sarebbe stato meglio per lui allontanarsi il più possibile dal
palazzo del Governatore. Se per caso Pilato
ci avesse ripensato, non era certo il caso di farsi trovare ancora nei paraggi! Ma se aveva
liberato lui, forse avrebbe liberato anche il maestro, e quindi sarebbe stato
giusto fermarsi ad attenderlo.
E poi c’era Jeshù il
Nazireno. Era vero che non faceva più parte dei suoi seguaci. Ma per anni erano
stati in amicizia. E al di là dell’amicizia non si poteva lasciare solo uno che
si sacrificava per la causa del popolo di Israele. In carcere era arrivata la
voce che era già stato condannato a morte, che in giornata ci sarebbe stata
l’esecuzione. Lo voleva vedere ancora una volta, per accompagnarlo con la sua
solidarietà, per fargli coraggio.
A meno che il Nazireno
facendosi arrestare non avesse avuto un piano. Se così fosse ci si poteva
aspettare anche che da un momento comparissero gli Zeloti armati per assaltare
le prigioni e liberare Jeshù. In quel caso avrebbe voluto unirsi a loro, come
ai vecchi tempi. Come nell’orto del Getsemani, avrebbe recuperato una spada e
si sarebbe prodigato per salvare l’amico.
Chissà che cosa
sarebbe potuto capitare ancora in quella notte stregata!
Rimuginando queste
pensieri, ancora frastornato ed indeciso sul da farsi si aggirava per il
cortile del palazzo, senza decidersi ad andarsene. Faceva freddo, e i soldati
avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile. Anche lui si era avvicinato per
riscaldarsi. Sentiva n qualche modo che era suo dovere fermarsi! Per fare che cosa? Nulla di concreto,
certamente. E cosa avrebbe potuto fare da solo? Ma ad un amico che muore cerchi
di star vicino anche se sai di non poter far nulla per salvarlo. Appunto!
Avrebbe voluto stargli vicino, trovare il momento per incrociare il suo sguardo
per fargli sapere che non l’aveva lasciato solo.
Ma poi le cose erano andate ben diversamente
e quando era veramente venuto il momento di incrociare lo sguardo del Nazireno,
aveva dovuto abbassare il suo, rosso di vergogna. Nel frattempo infatti era
stato costretto a rinnegare per ben tre volte tutti i due Jeshù, a spergiurare
di non conoscerli e di non averli mai conosciuti.
A ragion veduta,
l’aveva fatto! Che senso avrebbe infatti avuto proclamarsi seguace, per farsi
arrestare di nuovo. Anche libero forse non avrebbe potuto far nulla per salvare
l’amico, comunque in catene certamente non avrebbe avuto alcuna possibilità
di essergli di aiuto...
Ma poi c’era stato il
canto del gallo, a ricordargli che il Maestro aveva da tempo già tutto
previsto. Durante la cena della sera prima, avevano fatto a gara tra i
discepoli a dichiarare la propria fedeltà al maestro.
“Se anche tutti gli
altri ti lasceranno, io no, io ti seguirò ovunque” gli aveva detto. E infatti
il destino l’aveva costretto a seguirlo
fin dentro il palazzo di Pilato. Ma alla sua affermazione il maestro
aveva replicato “Prima che il gallo canti mi avrai rinnegato già tre volte”.
Sul momento non
l’aveva capita la battuta. Cosa c’entrava il canto del gallo con la sua
fedeltà? Lo capì molto bene all’alba quando lo sentì cantare, proprio mentre
per la terza volta stava spergiurando di non conoscere né il Nazireno, né Jeshù
Bar Abba. Era stato un canto stridulo, un grido strozzato che pareva quasi
uscito dalla terra e gli era rimasto nelle tempie. Se lo sentiva dentro alle
orecchie, come se la città fosse piena di galli che ripetevano quel richiamo
strozzato.
Certo che non avrebbe
dovuto mettersi vicino al fuoco assieme ai soldati ed ai servi di Pilato! E
invece si era avvicinato. E mentre stava a scaldarsi gli avevano detto: “Non
sei anche tu dei discepoli dei due Jeshù?”. Egli l’aveva negato. “Non lo sono,”
aveva detto. Dopo un poco i presenti gli si erano accostati dicendo: “Certo
anche tu sei di quelli, la tua parlata di tradisce!” Allora lui aveva cominciato a imprecare e giurare: “Non
conosco quegli uomini”. Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello
a cui aveva tagliato l’orecchio, aveva
detto “Non ti ho forse visto con loro nel giardino? Lui aveva negato di nuovo e
era stato allora che il gallo aveva preso a cantare.
E mentre cantava il
gallo era passato lui il Nazireno in
catene tutto sporco di sangue, coperto on un straccio rosso, con in testa una
corona di spine. Allora, invece di rivolgergli lo sguardo di sostegno e di
coraggio, come aveva immaginato, l’aveva dovuto abbassare, per la vergogna. “Se
il Nazireno era ridotto in quelle condizioni, la stessa sorte forse era toccata
anche al Maestro,” pensò.
Ma non aveva avuto più
il coraggio di fermarsi oltre al Palazzo, neppure per avere notizie del Maestro, per attenderlo se fosse stato
liberato.
Era uscito dal Palazzo quasi correndo, fuggendo più
dalla propria vergogna che da Pilato, inseguito dal canto del gallo.
Aveva poi camminato
senza sosta e senza meta per tutto il giorno con quel canto nelle orecchie ed
un pensiero fisso: “Ma se il Maestro aveva già previsto tutto, sia il suo tradimento che il canto, che colpa
poteva avere lui del suo comportamento?” Nessuna, come il gallo per il suo canto. Se, come si augurava ci sarebbero
state altre possibilità di parlare con il Maestro, avrebbe voluto discutere su
questo argomento. Dove è la libertà dell’uomo se qualcuno può prevedere in
anticipo i suoi comportamenti? Se egli non avesse tradito, se il gallo non avesse
cantato, allora avrebbe sbagliato il Maestro a prevedere qualcosa, che non si
sarebbe avverato. In un certo senso era stato obbligato a sbagliare lui, per
non far sbagliare il Maestro…
Aveva incrociato tante
persone che parlavano della notte al Palazzo del governatore e del processo ai
due Jeshù. Aveva continuato ad andare ed a pensare, mentre le parole della folla gli ronzavano attorno
alla testa quasi impossibilitate ad entrare
nella sua mente, incapaci di diventare
parte del suo pensiero. E’ stato liberato! E’ stato mandato alla morte
per crocifissione! Parole importanti che riguardavano la vita o la morte del
suo Maestro, eppure lo sfioravano soltanto, come se fossero parole d’una lingua
straniera, suoni e non parole con un preciso significato.
Poi al pomeriggio
c’era stato quel furioso temporale con fulmini e tuoni che pareva volessero
squarciare la terra e infine quel terremoto con la terra che pareva dovesse
aprirsi per inghiottirlo, per nascondere nella terra la vergogna che opprimeva
il suo cuore.
Si era riparato sotto i portici in mezzo alla
gente che parlava della crocifissione
d’un Jeshù sul Golgota, come se il nome gli fosse sconosciuto e che comunque
non lo riguardasse.
Finchè era finito per
incontrare Giovanni il più giovane del gruppo dei discepoli. “Pietro dove vai?”
l’aveva chiamato questi. Sentendo la voce amica s’era girato, come svegliandosi
di soprassalto.
“Dove vado?” Non lo
sapeva, ma non avrebbe neppure saputo dare una spiegazione del suo camminare
senza meta. Come avrebbe potuto parlare a Giovanni del canto del gallo, che gli
rintronava nelle orecchie?
“E’ tutto il giorno
che cammino” rispose soltanto. Poi “E
Jeshù?” chiese, rientrando d’un tratto in sè.
“Non lo sai?” chiese a
sua volta Giovanni. “Pilato l’ha lasciato libero ed ha condannato a morte il
Nazireno” aggiunse.
“Ah, si! Bene!”
mormorò imbarazzato, come chi cerca di mettere in sintonia le immagini da
sveglio, con quelle che ha appena lasciato nel sogno, cercando di
sbrogliare la realtà dal sogno. “E
adesso dove è?”
“Non si sa, quando è
stato liberato non c’era nessuno di noi ad attenderlo. Non so dove possa essere
andato. Sua madre Maria ha voluto assistere il nipote mandato a morte, ed io
l’ho accompagnata. Sono rimasto con lei fino a quando Jeshù il Nazireno è spirato.
Ora l’ho riaccompagnata nel cenacolo e sono uscito a vedere se incontravo
qualcun altro. E ho incontrato te. Gli altri non so dove siano. Tu invece cosa
hai fatto?”
“Cosa ho fatto? Non
so! Ho cercato di difenderlo anche nell’orto degli ulivi. Avrei dato la vita
per impedire che lo prendessero. Sono stato arrestato insieme a lui”.
“Che coraggio hai
avuto!” commentò Giovanni.
“No! Non ho avuto
coraggio!” gli gridò in faccia Pietro, come se avesse ricevuto un insulto, o
come se vedesse nell’amico la propria figura riflessa nello specchio, e volesse
rimproverarsi di qualcosa di orribile, e scoppiò a piangere. Lì in mezzo alla
folla che guardava incuriosita, il vecchio scoppiò a piangere, mentre il
giovane lo abbracciava dicendo di farsi coraggio, senza darsi ragione di quello
strano comportamento, senza capire perché l’amico stesse piangendo.
Singhiozzava forte,
senza ritegno. Il corpo scosso da violenti singulti si liberò nel pianto
dell’angoscia e della vergogna di quelle ore.
“Scusami!” disse
quando finalmente riuscì a calmarsi. “Ti spiegherò”.
“Non c’è nulla da spiegare!” cercò di
rassicurarlo Giovanni. “Oppure, se adesso non sappiamo neppure dove sia, tutti ci dobbiamo una spiegazione. Alle
volte gli avvenimenti sono più grandi della nostra capacità di comprensione.
Quando si è travolti da qualcosa di più grande di noi, non c’è spiegazione che
tenga.”
“Ti spiegherò!”
ripeteva Pietro, come a convincersi invece che sarebbe stato possibile darsi
una giustificazione.
Tornarono nel
cenacolo. Era il luogo dove si erano lasciati la sera prima e dove erano
d’accordo di ritrovarsi se gli eventi non avessero avuto gli sviluppi
imprevisti dell’orto degli ulivi. Era il luogo al quale era logico si sarebbero
riferiti tutti, per rincontrarsi dopo quegli eventi.
Molti infatti erano
già lì. C’era la madre, con Maria di Magdala, c’era Tommaso, Giacomo ed altri…
Ma lui non c’era… e nessuno sapeva dove fosse andato. Nessuno l’aveva visto.
Ognuno aveva raccolto delle voci, le più disparate. Comunque, fortunatamente, concordavano tutti sul dato rassicurante
che, dopo una notte di interrogatori, era stato liberato, mentre era stato
crocefisso suo cugino il Nazireno. Su questo non c’erano dubbi, le
donne con Giovanni avevano assistito alla crocifissione.
Era stato liberato per
merito della folla che aveva richiesto la sua liberazione, così si diceva. Una
folla di sconosciuti s’era fatta carico della sua liberazione e loro, i suoi
discepoli, erano altrove, non erano neppure in mezzo a quella folla. Ogni volta
che incrociavano lo sguardo di Maria sua madre, arrossivano per la vergogna. Il
luogo dell’ultima cena con il Maestro, era diventato per loro il luogo del
supplizio della loro vergogna.
Avevano vissuto in silenzio il giorno di Pasqua e i giorni
successivi, sempre nella speranza di vederlo arrivare e di porre fine al loro
tormento.
Ma lui non si fece
vedere. Uno alla volta gli altri erano arrivati tutti. Mancava solo lui…e
Giuda.
Su Giuda arrivavano le
notizie più strane. In città si raccontava d’uno scontro tra lui ed i sommi
sacerdoti. Infuriato li aveva insultati gettando loro trenta denari d’argento.
Che denari erano?
Infine giunse la
notizia che si era impiccato.
Come impiccato?
Perché?
Nel gesto estremo
dell’amico, trovavano un senso alcune parole che si era lasciato scappare i
giorni precedenti. Mettendo assieme parole e comportamenti, alla luce di quel
gesto a Pietro parve di capire ciò che era capitato quella disgraziata notte.
C’era un piano sì,
come aveva sospettato anche lui. Ma era un piano pazzesco costruito tra il
Sinedrio e il Nazireno con la complicità di Giuda. L’arresto dei due Jeshù
nella concomitanza con la Pasqua, avrebbe verosimilmente dovuto costituire la scintilla per lo
scoppio della rivoluzione contro i romani. Solo così si spiegava perché il
Nazireno si fosse fatto trovare nell’orto degli ulivi con pochi armati
soltanto. Tra la folla imponente dei seguaci di Jeshù, accorsi ancora più
numerosi rispetto alla settimana precedente per la festa della Capanne, c’erano
tutti gli altri suoi seguaci armati. Quando Pilato avesse annunciato la
condanna dei due, la folla disarmata avrebbe fatto da copertura agli armati,
travolgendo i soldati romani e consentendo così agli Zeloti di conquistare il Palazzo del governatore.
Per questo il Sinedrio
aveva tanto insistito perché anche Jeshù il Bar Abba fosse condannato, per
questo nel cortile i seguaci del Nazireno avevano per tutta la notte gridato la
richiesta che anche il Bar Abba venisse crocefisso. Il piano per l’insurrezione
era stato concordato con il Nazireno, e Giuda era stato anche pagato, perché si
occupasse di far arrestare assieme di due Jeshù
Era stata l’astuzia o
l’intuizione casuale di Pilato a mandare a monte il piano. Bar Abba libero s’era portato dietro la
folla dei suoi seguaci, ed a quel punto anche gli Zeloti non avevano potuto far
altro che defilarsi e nascondersi. Giuda accusava il Sinedrio di non aver fatto
abbastanza per far condannare il Bar Abba e aveva ributtato in faccia ai sommi
sacerdoti i trenta denari del compenso. Si era sentito il vero colpevole della
morte dell’amico Nazireno, e non riuscendo
a sopportare il peso della responsabilità per quella morte, s’era
impiccato.
CAP. 15 – AL CENACOLO
40 GIORNI DOPO.
Erano passati ormai
quaranta giorni dalla notte dell’arresto e dalla crocifissione del Nazireno.
Jeshù Bar Abba, neppure i suoi sapevano
cosa stesse facendo e dove si trovasse. Correva voce che si fosse ritirato in
una grotta presso Betlemme. Ma il fatto che non l’avesse voluto comunicare a
nessuno, non autorizzava neppure i suo amici più intimi a cercarlo. Si era
fatto vedere alcune volte da loro, apparendo improvvisamente, quasi fosse una
visione e non una presenza fisica. Anche nei confronti dei discepoli aveva
avuto dei comportamenti incomprensibili. Pareva veramente fosse diventato un
altro.
Inspiegabilmente, la
verità che si andava affermando tra il popolo era che fosse stato lui ad essere
crocefisso e che poi fosse risorto.
I suoi discepoli
continuavano a ritrovarsi nel cenacolo degli esseni a Gersualemme. Nell’attesa
che tornasse lui il Maestro a dire che cosa avrebbero dovuto fare, continuavano
a discutere sugli avvenimenti di quei giorni, e su quella voce che si andava
affermando e che interessava prima di tutto loro, che avrebbero così dovuto diventare
i discepoli del risorto.
Sul fatto che fosse
morto il Nazireno e non il loro maestro non c’erano dubbi. Giovanni con le
donne aveva assistito all’agonia. La scomparsa del corpo che era stato sepolto nel sepolcro di Giovanni
d’Arimatea, chiuso con una pietra enorme, e presidiato dai soldati di Pilato
era un fatto. Diversi di loro, la mattina del terzo giorno si erano recati al
sepolcro ed avevano personalmente potuto constatare che il cadavere non c’era
più.
In verità dopo solo
quaranta giorni non concordavano
neppure tra loro su come si fossero veramente svolti i fatti.
Maria Maddalena diceva
d’essere stata lei l’unica e la prima a recarsi al sepolcro, constatando che
era vuoto.
“Non ti ricordi che
c’ero anch’io?” diceva l’altra Maria la madre di Giacomo.
“No, c’ero anch’io.
Eravamo in tre” correggeva Salomè. “Non vi ricordate che mentre andavamo, di
buon mattino quando era ancora quasi buio, ci chiedevamo, chi ci farà rotolare
via la pietra che è davanti alla porta?”.
“La pietra era già
spostata” insisteva la Maddalena. “io presi paura e tornai indietro di corsa ad
avvertire gli altri nel cenacolo”.
“Ma no,” replicava
l’altra Maria. “Come è possibile che non ricordiate che era già mattino e stava
per sorgere il sole e mentre andavamo ci fu un improvviso terremoto e un angelo
del Signore scese dal cielo, fece rotolare la grossa pietra e si sedette sopra.
Siamo poi entrate nel sepolcro, ma non abbiamo trovato il corpo e mentre
stavamo lì senza sapere cosa fare, ci sono apparsi due uomini con vesti splendenti,
che ci hanno chiesto perché cercavamo tra i morti chi invece era vivo”
“Guarda che l’angelo
con la veste bianca era uno solo” correggeva ancora Salomè, “ed è lui che ha
fatto rotolare la pietra e vi si è seduto sopra, e ci ha detto che il Nazireno
era risorto”.
“Mi dispiace
contraddirti di nuovo”, riprendeva l’altra Maria “a dirci che era risorto è
stato un giovane vestito con una veste bianca, che stava seduto a destra dentro
al sepolcro”.
Sugli sviluppi la
Maddalena insisteva a dire di essere tornata indietro, appena aveva visto il
sepolcro aperto, per dare la notizia agli altri. Allora anche Pietro e Giovanni
avevano preso a correre verso il sepolcro. Quest’ultimo che era il più giovane
correva di più, lo seguiva Pietro e infine veniva la Maddalena. Giovanni appena
arrivato vide le bende per terra ma non entrò. Arrivò anche Pietro che entrò
vide le bende per terra “e il sudario che gli era stato posto sul capo, non per
terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. Quando arrivò infine anche
la Maddalena, si chinò soltanto in lacrime verso il sepolcro e vide due angeli
in bianche vesti seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove
era stato posto il corpo di Jeshù. Poi quando
si voltò indietro, vide che Jeshù stava lì in piedi, ma non sapeva che
era Jeshù, lo prese anzi per il custode del giardino, e lo riconobbe soltanto
quando lui la chiamo: “Maria!”
“Ma quello che era in
piedi, era il Nazireno o il loro Maestro?”
A parte il fatto che i
due cugini avevano una forte somiglianza, se l’aveva preso addirittura per il
custode, nell’agitazione di quei momenti, non riusciva a ricordare bene. Anche
l’altra Maria sosteneva di aver incontrato Jeshù, che le aveva detto “salve”.
L’unico dato su cui
tutti concordavano era che il sepolcro fosse stato trovato vuoto. Forse i suoi
seguaci che non avevano avuto il coraggio di liberarlo, avevano almeno trovato
quello di recuperare il corpo per riportarlo in Galilea, per poterlo onorare
come un eroe.
Comunque non era da
escludere che quella mattina assieme a loro anche il maestro si fosse recato
alla tomba del cugino. E forse era stato proprio Jeshù il maestro a far
risorgere il Nazireno se come avevano detto gli angeli, era veramente risorto.
Non aveva forse richiamato in vita solo pochi giorni prima l’amico Lazzaro? E
perché dopo tanti miracoli che aveva fatto, e dei quali loro erano stati
testimoni, non avrebbe potuto fare anche quello di riportare in vita l’amico
Nazireno, chiedendo come ricorda la Bibbia a proposito di Elia che il Signore
riportasse nel suo corpo l’anima, perché il corpo potesse così rivivere?
Non c’era da stupirsi
se il Nazireno crocifisso fosse stato resuscitato come Lazzaro! Ciò che li
stupiva era il comportamento strano del loro maestro Jeshù il Bar Abba, Che non
volesse far sapere dove si trovava, poteva avere qualche giustificazione, ma
che si manifestasse a tratti ed all’improvviso, in modo da non venire neppure
riconosciuto, era veramente inspiegabile.
Come era capitato
vicino alla tomba di Giuseppe d’Arimatea, se poi quello che avevano visto le
donne era veramente lui. Ma Maria di Magdala non aveva dubbi, e raccontava
ancora per l’ennesima volta che stava a piangere fuori dal sepolcro, dopo aver
scoperto che era vuoto. E mentre piangeva si chinò verso il sepolcro e vide due
angeli in bianche vesti seduto l’uno dalla parte del capo e l’altro dalla parte
dei piedi, dove era stato posto il corpo di Jeshù. Ed essi le dissero: “Donna
perché piangi?” Aveva risposto loro “Hanno portato via il cadavere e non so
dove l’hanno portato.” Detto questo si era voltata ed aveva visto che Jeshù il
maestro stava lì in piedi, ma non sapeva che era Jeshù, non l’aveva
riconosciuto. Le aveva detto allora Jeshù: “Donna perché piangi?” Chi cerchi?”
Ella pensando che fosse il custode del giardino gli aveva detto “Signore se
l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto ed io andrò a prenderlo”. Jeshù
le disse “Maria!” Essa allora voltatasi verso di lui gli aveva detto in
ebraico: “Rabbuni!” che significa “Maestro”, e avrebbe voluto abbracciarlo ma Jeshù
allora le aveva detto: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al
Padre, ma va dai miei fratelli e dì loro: io salgo al Padre mio e padre vostro,
Dio mio e Dio vostro.”
“Cosa vuoi dire? Non
ti capisco” gli aveva detto lei. “Come mai si fa fatica a riconoscerti? In
quale giorno ti rivelerai e in quale giorno potremo vederti?”
Jeshù le aveva allora
risposto: “Quando vi libererete dal vostro pudore e vi slaccerete i vestiti
facendoli scivolare ai vostri piedi, e come i piccoli bambini li calpesterete,
allora voi vedrete il Figlio di Colui che e Vivente e non avrete mai più
paura”.
Che si fosse in
qualche modo trasformato e reso irriconoscibile lo testimoniavano anche i due
discepoli che l’avevano visto sulla strada di Emmaus. Si era accompagnato con
loro per oltre un ora di cammino e poi si erano fermati assieme a mangiare
qualcosa ad un locanda, e non l’avevano riconosciuto. Soltanto quando l’avevano
visto spezzare il pane nel modo che gli era abituale, come aveva fatto anche
nel cenacolo degli Esseni la sera dell’arresto, si erano resi conto che era
lui.
Anche quando si era
presentato loro alcuni giorni prima sul lago di Genezaret, avevano fatto fatica
a riconoscerlo…
Avevano lasciato per
alcuni giorni il cenacolo per tornare in Galilea e s’erano rimessi a pescare.
Ma era come se avessero dimenticato il mestiere, e non riuscivano a prendere
niente.
Uno di quei giorni si
era presentato sulla riva mentre loro erano in barca, ma non si erano accorti
che era lui, Jeshù e aveva detto loro: “Figlioli non avete nulla da mangiare?”
“No” gli avevano risposto. Allora aveva detto loro: “Gettate la rete dalla
parte destra della barca”. Avevano così ritirato una rete piena di
centocinquantatre grossi pesci.
Alcuni giorni dopo, di nuovo nel cenacolo,
mentre proprio discutevano su questi fatti e sullo strano comportamento del
Maestro, d’un tratto si resero conto che era di nuovo tra loro, lì nella
stanza. Infervorati e presi come erano nei loro discorsi, non si erano accorti
di quando e da dove fosse entrato. Si poteva pensare fosse entrato a porte
chiuse. Li salutò dicendo “Pace a voi!”, ma tale era la loro sorpresa che non
sapevano cosa dirgli. Solo Tommaso alla
fine confuso ebbe il coraggio di chiedergli: “Ma sei il Nazireno che è stato
crocefisso e che dicono che sia risorto, o sei il nostro Maestro?”
Jeshù allora gli disse
“Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani, stendi la tua mano e mettila nel
mio costato, e non essere più incredulo ma credente”.
Tommaso come tutti gli
altri e come i discepoli di Emmaus allora si rese conto che anche se appariva
così strano e diverso, quasi irriconoscibile, come se le sembianze dei due
cugini uniti nell’arresto nell’orto degli ulivi si fossero in qualche modo
sovrapposte e fuse, non c’erano i segni della crocifissione nelle sue mani,
quello era quindi il loro Maestro, che si faceva chiamare Figlio del Padre, e
mormorò chiedendo scusa:
“Mio Signore e mio Dio”. Poi aggiunse “Ma
dove vivi! Perché non ti fai trovare e non continui a stare in mezzo a noi?”
E Jeshù gli disse:
“Colui che beve alla mia bocca diventa come me e io divento lui e ciò che
nascosto gli è rivelato”.
Così disse è mentre
stavano a pensare al significato di quelle parole già più non era tra loro, era
come svanito nel nulla, allo stesso modo di come era prima comparso dal nulla.
Discutevano tra loro
nel Cenacolo cercando di immaginare quale potessero essere le intenzioni del
loro Maestro, che cosa avrebbero dovuto fare per essere veramente suoi
discepoli, e intanto in città continuavano a diffondersi le voci più disparate,
s’andava sempre più affermando la confusione e la sovrapposizione dei due
Jeshù.
“Anche il nostro,
viene ora chiamato Nazareno!” riferì un sera Pietro dopo aver passato la
giornata in giro per la città. “Si dice infatti che sia nato a Nazareth e non a
Gamala” e che si chiami nazareno appunto perché originario di Nazareth.
“Questa poi!...”
mormorò la madre. “Ha pur portato anche voi un giorno a vedere i luoghi dove
era nato, non ricordate?”
Certo che ricordavano.
Era stato uno dei giorni più brutti dell’esperienza di vita con il maestro.
“Anche per me!” aggiunse Maria. “Non sono mai riuscita
a capire che cosa gli fosse preso quel giorno”.
Ne avevano discusso
tante volte mentre percorrevano le strade della Palestina. Era sempre stato
indeciso se ritornare nei luoghi dell’infanzia. Da un lato ne sentiva il
desiderio dall’altro aveva paura della disillusione.
La storia dell’umanità
inizia nella serenità dell’Eden per poi precipitare nel rincorrersi dei giorni
marchiati dal sudore della fronte. La storia d’ogni uomo inizia nella serenità
dell’infanzia per poi precipitare nell’affannoso incalzare dei giorni,
nell’alternarsi della speranza e della sofferenza.
L’umanità snoda il
disegno della sua storia nel desiderio di poter recuperare la felicità
primordiale. La vita d’ogni uomo si muove inseguendo il domani nell’affiorare
continuo della nostalgia per l’ingenua felicità della fanciullezza.
E nella nostalgia i
luoghi dell’infanzia diventano i luoghi del sogno. La vita resta un continuo
brusco risveglio, nel desiderio di rientrare nel sogno, di ritornare nei luoghi
del sogno. Ma non si può tornare nei sogni. L’uomo dovrebbe saperlo.
Rientrando, il sogno si infrange, si spezza persino il ricordo del sogno.
Con questi
ragionamenti cercava di convincersi che era meglio non tornare, che era meglio
portarsi dentro il ricordo del paese visto con gli occhi ingenui di fanciullo.
Ma come poteva passare
sempre così vicino al paese, alle strade alle case, ai paesaggi dell’infanzia e
non fermarsi a salutare, almeno una volta, i parenti e gli amici? Non poteva.
Eppure pensava allo stesso tempo che sarebbe stato meglio non farlo. Ma alla
fine c’è qualcosa in noi che decide
oltre la ragione, e così, un giorno aveva rotto ogni indugio, ed aveva
preso a salire per la strada che porta a Gamala.
L’aveva convinto definitivamente la loro
insistenza di discepoli, che avrebbero avuto piacere di vedere i luoghi
dell’infanzia del Maestro. Si aspettavano di capire qualcosa di più sul suo
conto, vedendo i luoghi dove era nato, e dove aveva vissuto i primi anni della
sua vita.
“Nulla è come allora”, continuava a ripetere Jeshù
salendo. Ma forse nulla era più come quel allora che si era sedimentato nel suo
ricordo, perchè in effetti non c’era stato alcun evento, che avesse cambiato
quei luoghi. Non erano passati neppure due anni da quando li aveva lasciati. La
strada, gli alberi, le case, la sinagoga, tutto era come allora, si infrangeva
soltanto l’atmosfera di sogno entro cui le cose erano state avvolte nel ricordo.
Pensò che si sarebbe
fermato un momento solo, a salutare sua madre. In effetti come è logico lei era
stata molto contenta quando gli avevano riferito che stava salendo. L’aveva
visto poi venire sulla via, alla testa di un gruppetto d’una decina di
forestieri, e gli era corsa incontro. Egli l’aveva salutata da lontano:
“Come stai, madre?”
La ritualità
compassata della domanda, fatta a distanza quasi a voler creare un distacco,
era stata per lei come una cascata d’acqua sulla prima fiammata d’un fuoco.
Aveva rallentato i suoi passi incerta, e quindi s’era fermata.
Forse non voleva farsi
vedere ai loro occhi, lasciarsi andare ad un gesto d’affetto nei confronti
della madre, avevano pensato i discepoli e avevano cercato in qualche modo di
incoraggiarlo.
“Beato il grembo che
ti ha portato”, avevano detto come in coro, a mo’ di saluto verso la madre del
loro maestro.
Certo, avrebbe potuto
dire anche lui, con un gesto di gratitudine, che beata era quella donna che aveva sofferto per metterlo
al mondo, e che ora soffriva nel saperlo lontano per le strade della Palestina.
Ma anche di fronte alla madre aveva prevalso in lui il maestro:
“Beati piuttosto,
replicò, coloro che fanno la volontà di Dio”.
A quelle parole lei si
era irrigidita, come fosse diventata di pietra. Non poteva non aver capito.
Anche per lei quello non doveva essere
più suo figlio, ma il Maestro. Il messaggio era stato chiaro ed
assolutamente esplicito nella sua crudeltà. S’era fermata, le braccia che aveva
teso nel gesto dell’abbraccio, le erano cadute inermi suoi fianchi, le si era
spento il sorriso sul viso. Era rimasta immobile, quelle parole erano state per
lei come una folata di vento, che sradica un fiore e lo lascia cadere senza
vita nel fango.
“Ne abbiamo già
parlato”, aveva proseguito lui, rivolto alla madre, ma in effetti parlando con
loro che gli stavano accanto. “Se qualcuno viene con me e non ama me più del
padre e della madre, della moglie e dei figli, dei fratelli e delle sorelle,
anzi se non mi ama più di se stesso non può essere mio discepolo”.
“Chi è mia madre, chi
sono i miei fratelli, aveva poi aggiunto, girandosi verso di loro. “Siete voi
mia madre e i miei fratelli, perchè se uno fa la volontà di Dio Padre che è in
cielo, egli è mio fratello, mia sorella e mia madre”.
Così dicendo era
passato oltre e invece che dirigersi verso la casa della sua infanzia s’era
diretto alla sinagoga. I suoi discepoli erano rimasti sconcertati, ma anche lui
si capiva che era turbato.
Aveva in seguito
spiegato loro che s’era comportato come se un altro e non lui avesse mosso i
suoi gesti, suggerito le sue parole. Come aveva potuto comportarsi così con sua
madre? Perché tornare per offenderla a quel modo, senza una parola d’amore e un
gesto d’affetto?
Il suo corpo, i suoi
ricordi erano quelli del figlio di Maria di Gamala, ma alle volte aveva
l’impressione che in lui fosse entrato un altro, uno che non aveva un passato,
ma solo un futuro, che non aveva ricordi, ma un solo obiettivo, una missione:
quella di insegnare agli uomini a riconoscersi figli di Dio Padre.
E la sua missione lo
portava a passare oltre alla casa con i suoi ricordi, per andare alla sinagoga,
il luogo della preghiera e della lettura della parola di Dio.
Entrando, si era
sentito avvolto dall’aria fresca del tempio e si era rivisto bambino varcare
quella stessa soglia accaldato per le corse con i compagni, quasi a voler
sfogare l’energia e la vitalità dei bambini per poter riuscire a stare composti
ed in silenzio nel tempio durante la funzione religiosa. Aveva rivisto il posto che era solito occupare bambino, e
non era riuscito a trattenere un moto
di commozione. Era stato solo un attimo però, e come spinto dall’altro che si
muoveva in lui, si era diretto al pulpito.
Tutta la gente del
paese era uscita dalla case a veder passare quel insolito gruppetto di persone
e s’era accodata ingrossando il corteo e finendo nella sinagoga.
“Ma non è Jeshù il
figlio di Giuseppe il falegname?” si chiedevano.
“Si è proprio lui. Ma
cosa ha in animo di fare?”. E la curiosità li aveva condotti con lui dentro
alla Sinagoga.
Dall’alto del pulpito
aveva aperto il rotolo delle scritture ed aveva iniziato a leggere:
Il Signore ha mandato
il suo Spirito su di me
Egli mi ha scelto
per portare il lieto messaggio ai poveri.
Mi ha mandato per proclamare
la liberazione ai prigionieri
e il dono della vista ai ciechi,
per liberare gli oppressi,
per annunziare il tempo
nel quale il Signore sarà favorevole.
Quando ebbe finito di
leggere chiuse il libro, lo restituì all’inserviente e si sedette. La gente che
era nella sinagoga teneva gli occhi fissi su d lui. Allora egli cominciò a
dire:
“Oggi si avvera per voi che mi ascoltate
questa profezia. E’ infatti questo il tempo nel quale Dio ci mostrerà il suo
favore. Questo è il tempo nel quale possiamo dire ai poveri che per loro più
grande è la speranza, perchè è più facile che un cammello passi per la cruna
d’un ago piuttosto che un ricco entri nel regno dei cieli.
Questo è il tempo per
ricordare che non sono le catene che legano il corpo a far prigioniero l’uomo,
ma è il corpo stesso che può tenere prigioniero lo spirito. Questo è il tempo
nel quale iniziare a vedere le cose nel loro giusto rapporto, a riconoscere la
verità che sola ci rende liberi da ogni oppressione”.
La gente lo stava ad
ascoltare ammirata e sorpresa e si chiedeva:
“Ma non è lui il
figlio di Maria, la moglie di Giuseppe il falegname? Dove ha imparato a dire
tutte queste cose?”
E qualcuno cominciò a
rispondere: “Certo che è il figlio del falegname. Com’è che stiamo a perdere
tempo dietro a lui?”
“Ma parla bene”,
obiettava qualcun altro.
“Tuttavia resta sempre
il figlio del falegname, e da un falegname non può venire un uomo della legge”.
Un brusio di
disapprovazione prese a diffondersi tra la piccola folla che assiepava la
sinagoga. Egli cercava di dominare la situazione dimostrando la sua
preparazione nelle sacre scritture, acquisita nell’anno passato al tempio, e
ricordando il profeta Elia che era intervenuto in soccorso d’una vedova straniera che viveva a Sarepta
nella regione di Sidone e il profeta Eliseo che aveva guarito Naaman uno
straniero della Siria.
La competenza da lui
dimostrata faceva tuttavia adirare ancor più la gente.
“Ma che torni a fare
il falegname!” ripetevano i più.
“Riprenda la pialla e
lasci le scritture a chi le ha studiate”.
Il brusio divenne
contestazione aperta e lui vedendo che le cose si stavano mettendo male, era
uscito dalla sinagoga e poi anche dal
paese. I più facinorosi vedendo che si ritirava, continuavano a seguirlo e ad
incalzarlo, su fino alla cima del monte di Gamala, e avrebbero voluto farlo
precipitare nel burrone che segna il monte dalla parte opposta.
Rendendosi conto che
dalla sua arrendevolezza prendevano coraggio gli altri, ad un certo punto era
stato costretto a reagire con forza, affrontando la gente. Vedendolo deciso la
folla si era aperta e l’aveva
lasciato passare.
Si era allontanato
così seguito da loro, sconcertati per l’accoglienza riservata al maestro
proprio nel suo paese.
“Non era lui, quel
giorno!” ripetè sua madre, aggiustandosi il velo sulla testa, quasi a scuotere
dalla mente quel brutto ricordo.
“Non è stata l’unica
volta che ha avuto dei comportamenti strani, alle volte è sembrato spietato!”
aggiunse Pietro “Come quando aveva invitato un giovane a venire con noi. Quello
s’era dimostrato entusiasta. Aveva solo
chiesto gli fosse consentito prima di andare a seppellire suo padre. E Jeshù
gli aveva detto di lasciare che i morti seppellissero i loro morti. Lasciando
sconcertato il giovane e tutti noi. Ma adesso, ha superato ogni limite, non si
sa veramente cosa pensare! Comunque”, aggiunse quasi a voler dimenticare con
argomenti frivoli, il problema che li assillava, ”questa di dire che è nato a
Nazareth per soprannominarlo Nazareno e confonderlo con il Nazireno è proprio
il colmo. A parte che se fosse nato a Nazareth sarebbe un nazaretano e non un
nazareno. Noi siamo testimoni che i suoi paesani lo volevano far precipitare
dal dirupo, e il paese di Nazareth è in pianura e non c’è alcun dirupo attorno
al paese.
“Va bene i
comportamenti originali” commentò Tommaso. “Ma almeno si sapesse che intenzioni
ha per il futuro!”.
CAP 16 – A BETELEMME.
Ma Jeshù cosa pensava
di fare? Non lo sapeva neppure lui. Alla fine come aveva preannunciato ai suoi
amici a Betania, si era veramente ritirato
in una grotta a Betlemme, per meditare e far ordine nei suoi pensieri,
per ritrovare la strada, che non gli appariva più così chiara. Come se il
trambusto di quei giorni avesse cancellato le tracce del sentiero che aveva
preso a seguire.
Sui primi rilievi a
ridosso del paese di Betlemme c’era uno squarcio, come se la montagna fosse
franata, o fosse stata tagliata per cavarne del materiale. La zona di frana da lontano sembrava
inaccessibile invece era tagliata da una faglia che realizzava una balza, sulla quale si sviluppava una sorta di sentiero che la saliva
traversalmente. Quasi al centro della frana, la balza si allargava a realizzare
un piccolo spiazzo nel quale si apriva una caverna. L’aveva scoperta l’anno
prima Giovanni che era solito perlustrare i paraggi, mentre la loro
comitiva si fermava a riposare. Da
lassù li aveva chiamati:
“Venite a vedere che
cosa ho trovato?”
Erano saliti tutti a
vedere, incuriositi dall’entusiasmo con il quale li aveva chiamati.
“Non era il caso di
farci salire per vedere una grotta, “aveva brontolato Pietro. Jeshù era invece
rimasto colpito dall’originalità della cavità che s’apriva non orizzontalmente
rispetto alla montagna, ma piuttosto come un pozzo profondo. Ricordando la
grotta nel deserto, aveva pensato che la frana riproduceva in certo modo
l’ambiente desertico, e s’era sentito attratto verso il vuoto che si sarebbe
potuto provare in fondo a quel antro.
“Il luogo ideale per creare quel vuoto
attorno, di cui si ha necessità quando si vuole ricercare nella profondità del
proprio animo, quando si vuole ritrovare il senso ultimo delle cose e della
vita”, aveva commentato.
“Sarà!” aveva
replicato perplesso Pietro, che ogni tanto si chiedeva in quale originale
compagnia fosse finito, tra un ragazzo
che li faceva salire di corsa mezza montagna per vedere una grotta, e un
maestro che invece di sgridarlo, faceva filosofia sulla bellezza di una
caverna”.
Quando l’ebbe di nuovo
davanti, la grotta, come un puntino
nero sulla parete bianca della frana, contro i bagliori rossastri del tramonto,
Jeshù ne sentì ancor più forte la suggestione. La raggiunse con passo veloce.
L’imboccatura era stretta e la parete scendeva come una gradinata, per finire
in una sorta di stanza circolare. Da laggiù si vedeva soltanto un piccolo
triangolo di cielo attraversato da filamenti di nubi. Pareva l’immagine della
sua mente attraversata dal dubbio. Era sicuro che da solo, dentro alla terra, come
se fosse ritornato nel grembo materno, avrebbe recuperato le certezze che gli
si erano sviluppate nella mente nel
deserto, quelle certezze che gli erano venute meno, nel confronto con gli
avvenimenti degli ultimi giorni.
Pensando di poter star
solo, non aveva fatto i conti con la curiosità dei pastori. Sulle falde della
montagna si muovevano piccoli greggi di pecore, condotti da giovani pastori che
passavano la notte in piccole casupole che sembravano montagnole di sassi.
Quando il primo venuto a curiosare nella grotta, riferì che c’era un uomo,
tutti gli altri avevano voluto venire a verificare. Che ci faceva un uomo in
una grotta?
“Pensava!”. Questa era
stata la risposta di Jeshù.
“A che cosa?”
“Al senso della vita”.
I pastori sono abituati a ragionamenti semplici, nei quali due più due fa
sempre quattro. A ragionamenti su come organizzare il domani, su come mettere
assieme il pranzo e la cena per sé e per i figli, su come d’estate prepararsi
all’inverno, e d’inverno all’estate. Che ci fosse qualcuno che andava così
oltre da porsi addirittura il problema del senso della vita a loro pareva pura
follia. Così d’acchito l’avevano preso per un povero un pazzo che aveva scelto
di isolarsi dal mondo, come dovevano fare anche i lebbrosi. Ma poi tornando più
volte a fargli visita, la sera all’imbrunire, dopo aver raccolto le pecore nei
recinti attorno alle loro casupole, si convinsero che era un saggio. E la
conferma l’ebbero un giorno che a cercare l’uomo della grotta, erano arrivati
tre persone riccamente vestite.
Si chiamavano Gapare
Melchiorre e Baldassarre, il primo veniva dalla Cina ed era un seguace di
Confucio, il secondo dall’India e si dichiarava un buddista, il terzo veniva
dalla Siria ed era un seguace di Zaratustra. S’erano trovati assieme in Siria
per confrontare le rispettive religioni e vedere se c’era un punto d’incontro,
se le religioni potevano essere considerate modi diversi di interpretare il
rapporto con la divinità. Avevano sentito che in Palestina c’era un profeta che
aveva sviluppato l’idea che l’uomo fosse
figlio di Dio. E l’idea era parsa loro talmente nuova e rivoluzionaria
che avevano deciso di mettersi in cammino per incontrare il profeta. A
Gerusalemme avevano saputo che se stavano cercando il Jeshù che si faceva
chiamare il Figlio del Padre, per poco non erano arrivati troppo in ritardo.
Era stato sul punto di finire crocefisso per ordine del procuratore romano Pilato. Ed ora, a quanto si sentiva dire,
s’era ritirato a meditare nella vicina Betlemme.
Avevano preso alloggio la sera stessa nel paese che era
stato loro indicato, e la mattina dopo, sul far dell’alba, erano già alla
grotta.
S’aspettavano di
trovare un vecchio saggio e invece trovarono un giovane di circa trent’anni,
s’aspettavano uno studioso, e incontrarono un giovane che confessò subito di
non essere una persona colta.
“Prima di pormi il problema del senso della
vita, facevo il falegname nella bottega di mio padre. E non ho avuto modo di
frequentare scuole regolari, di fare studi. Con i maestri del tempio non ho
resistito più di un anno e lo stesso tempo
mi sono intrattenuto con gli Esseni. Ma voi che cosa avete saputo,
perchè siete qui?”
“Abbiamo saputo da
certi mercanti, cosa stavi predicando”, rispose Baldassarre, lasciando
trasparire nel tono della voce la disillusione, e siamo voluti venire per
sentire su quali presupposti sei potuto
arrivare alla conclusione che l’uomo è figlio di Dio.
“Non ci sono
presupposti. Non è un ragionamento. E’ stata un’illuminazione”, disse Jeshù.
“Come
un’illuminazione?”, lo interruppe subito Melchiorre, interessato a quella
parola, “anche Buddha il maestro a cui mi ispiro, è partito da una illuminazione, per ritrovare il
percorso che è divenuto la nostra religione”.
“Non riuscivo più a
vivere senza darmi una risposta sul senso della vita, ed allora su suggerimento
di mio cugino Giovanni, anche lui predicatore, mi sono ritirato a meditare nel
deserto. E là un giorno, in una grotta come questa, ho avuto l’intuizione che
il senso poteva venire all’uomo dal riconoscersi figlio di Dio”
“Raccontaci” aveva chiesto Gaspare.
Jeshù prese allora a raccontare di quando nel
deserto aveva avuto per la prima volta la precisa intuizione sulla sua missione
e su ciò che avrebbe dovuto predicare.
Seguendo le indicazioni che gli aveva dato il
cugino Giovanni, lasciato il Mar Morto, aveva preso per la pista carovaniera
che attraversa il deserto in direzione della Siria. Dopo ore di deserto senza
alcuna vegetazione, con un paesaggio mosso solo dall’alternarsi delle dune, era
arrivato in una piana, circondata da un
rincorrersi ineguale di rilevi di
sabbia dalle forme smussate e rotondeggianti. In mezzo c’erano alcune grandi
pietre, disposte in cerchio. Casualmente, non c’era dubbio, eppure sembrava
impossibile fossero finite a disporsi così ordinatamente, per un capriccio del
caso, e non secondo il disegno e la volontà di qualcuno.
In mezzo, come se quella barriera facendo da
frangivento avesse realizzato un sito se non adatto, almeno non incompatibile
con la vegetazione, fra i sassi era
riuscito ad attecchire un boschetto di arbusti spinosi. Bianchi i rami come era
bianca la sabbia che li sferzava portata dal vento, appena un po’ meno bianche
le piccole foglie che timidamente cercavano di opporsi con il loro pallido
verde al grigiore dell’ambiente desertico.
In quel posto, secondo le indicazioni, avrebbe
dovuto girare a sinistra e inoltrarsi tra le dune, prendendo a nord. Avendo a
riferimento soltanto il sole, come una barca in mezzo alle onde, avrebbe dovuto
sapersi mantenere sulla rotta del nord. Non era facile. Eppure era sicuro che
non avrebbe sbagliato, che avrebbe saputo seguire i suggerimenti che gli aveva
dato Giovanni. Era infatti come se il luogo verso il quale stava andando
emettesse un segnale che il suo animo riusciva a raccogliere. E alla fine,
guardando al sole e seguendo il suo richiamo interiore, giunse dove il deserto
di sabbia lasciava il posto ad una pietraia in mezzo alla quale emergeva una
sorta di montagnola di roccia viva.
Ci sono sempre diversi punti vista dai quali
interpretare in modi diversi la stessa cosa. Piuttosto che emergere dalla
pietraia, la roccia poteva far pensare alla rovescia, ad una montagna che si
stesse sfaldando, sbriciolandosi nella distesa di pietre che la circondava. Ma
di quale processo geologico fosse il risultato il paesaggio che gli stava
davanti, non era cosa che gli doveva importare, avrebbe dovuto passare tra la
pietraia e raggiungere la parete rocciosa. In mezzo alle pietre, proprio ai
piedi della roccia, c’era un piccolo albero, con la corteccia bianca e
rinsecchita, attorniato da un gruppo di cespugli spinosi. Vicino all’albero,
c’era una fossa profonda circa due metri, con le pareti non molto ripide, e in
fondo, come gli era stato indicato, c’era la sorgente.
Quando si dice sorgente, si pensa all’acqua
che sgorga, lì invece, misteriosamente, su un grosso sasso in fondo alla buca,
c’era dell’umido che a tratti dava luogo ad una piccola goccia che scivolava
cadendo dal bordo del sasso, per perdersi nel terreno. Cercò un sasso che fosse
un po’ concavo, e lo pose a raccogliere le gocce, che sarebbero state il suo
unico nutrimento nei giorni a seguire.
A guardarla da lì la montagna di roccia, con
le pareti erte e lisce, sembrava inaccessibile. Sulla sinistra, come gli era
stato anticipato, trovò un passaggio dal quale si snodava una sorta di sentiero
intagliato nella pietra, che consentiva di arrampicarsi abbastanza agevolmente.
A tratti camminando, a tratti carponi,
aiutandosi anche con le mani, raggiunse infine la meta di quel suo viaggio nel deserto.
Verso est, quasi in cima alla rupe s’apriva
d’un tratto una grotta. L’imboccatura non era grande, dovette piegarsi per
entrare, ma dentro era molto spaziosa, grande quasi come la stanza della sua
casa a Gamala. In un angolo s’era raccolta della sabbia fine, a formare una
specie di giaciglio, e accanto c’era una ciotola rudimentale. Chi l’aveva
preceduto aveva pazientemente scavato e levigato un sasso fino a farne un
recipiente, certamente pensato per raccogliere le gocce che si formavano nella
fossa tra i cespugli.
Giovanni gli aveva assicurato che l’avrebbe
trovata libera, ma non gli aveva voluto dire chi c’era stato prima di lui, e
cosa ne era stato del suo predecessore. Chi aveva scoperto quella grotta sulla
rupe in mezzo al deserto? Da quando veniva abitata da persone che come lui si
ritiravano nel deserto, per ritrovare la propria strada, in quel luogo senza strade, per riuscire a sentire se
stessi nell’aspra solitudine del deserto?
Nel disegno che aveva voluto il formarsi
dell’universo, nel disegno delle terre e degli oceani, delle montagne e delle
pianure, dei boschi e dei deserti, era entrato anche il particolare di quella
grotta e di quella goccia d’acqua che avrebbe consentito di sopravvivere a chi
avesse voluto utilizzare la grotta.
Paradossalmente, proprio quando solo nell’immensità vuota del deserto ci si
sente piccoli e insignificanti, meno di
una formica, nello stesso tempo si scopre d’essere parte d’un disegno che dalla
notte dei secoli ha predisposto tutto per l’incontro tra la grotta e
l’individuo, tra la goccia e la sete di conoscenza dell’uomo!...
Pensava a questo, mentre guardava spegnersi il
giorno nei bagliori di fuoco che pareva incendiare il deserto sulla linea
dell’orizzonte. Seduto su un sasso, accanto all’imboccatura della grotta,
cercava di raccogliersi per pensare. Era venuto infatti in quel luogo arido e
inospitale soltanto per pensare. Avrebbe digiunato e pensato.
Se c’è un disegno per il quale nascono
spontanei i gigli nel campo e sono più belli del tempio di Salomone, quale può
essere il disegno? E perchè nella mente dell’uomo come la gramigna nel campo
sorge il pensiero, trascinandosi dietro
il dubbio, l’incertezza, la sofferenza dell’ignoto. Perchè nell’uomo, la
coscienza di esistere si forma ad un tempo come sentimento del proprio essere, e come angosciosa percezione della
propria finitudine? Perché ad un tempo nel silenzio vuoto del deserto si
percepisce il senso della propria unicità assoluta, e della propria pochezza,
come granello di polvere spazzato dal vento?
Perchè il senso della propria finitezza e il desiderio della propria
immortalità nell’eternità? Perchè questo sentirsi ad un tempo nulla ed
assoluto?
E la risposta gli sorse dentro, come la goccia
che formandosi dall’umidità del sasso, pareva nata dal sasso. La risposta sorse
dentro ma forse veniva, portata dalla
brezza della sera che lo avvolgeva nel vuoto della distesa di sabbia, forse
veniva dai bagliori del tramonto, nello scontrarsi di cielo e terra sulla linea
dell’orizzonte.
“Perchè sono figlio di Dio,” si disse.
Sono figlio di Dio, gridò, e il suo grido si
perse nell’aria grigia della sera, nell’alito del deserto che s’addensava nella
frescura del tramonto.
Era come se un lampo avesse squarciato le nubi
della sua conoscenza, come se una luce accecante avesse illuminato la notte del
dubbio, la notte dell’incertezza. Ora sapeva! Avrebbe passato i suoi giorni a
capire che cosa comportasse praticamente l’intuizione che aveva avuto di essere
figlio di Dio.
Quaranta giorni rimase nel deserto. Trovò e si
diede tante risposte, e alla fine gli parve d’aver trovato anche la risposta
madre di tutte le risposte: il senso della vita sta nel fatto che io, uomo,
sono figlio dell’Esistenza, un momento del divenire dell’Essere, naturalmente
destinato a rientrare nell’esistenza eterna, a ricongiungermi con l’Essere
appena si conclude il divenire del mio corpo.
Ma non fu facile e senza ostacoli la ricerca.
Una sera, ancora i primi giorni, quando i morsi della fame gli squarciavano lo
stomaco come colpi di pugnale, sognò che tutte quelle pietre che erano
sparpagliate ai piedi della roccia s’erano trasformate in pane. Tutto era pane
intorno e gli sciacalli ululavano lontano nella notte alla ricerca di cibo. Una
voce dal deserto modulata sull’ululato degli sciacalli ripeteva: “Ecco cosa
significa essere figli di Dio, a differenza degli animali, l’uomo figlio di Dio
non avrà bisogno di procurarsi il cibo”.
Di chi era quella voce? Perchè lo voleva
ingannare? No! Se anche un giorno il figlio dell’uomo avesse trovato il modo di
vivere senza procurarsi il cibo, non per questo si sarebbe potuto considerare
figlio di Dio. Il rapporto con Dio Padre non riguarda un rapporto che si
realizza per mezzo del corpo, è un rapporto che si realizza anche attraverso il
corpo, ma va oltre il corpo, per realizzarsi completamente in una dimensione
senza il corpo.
Se l’uomo vivesse di solo pane, al di là di
come se lo procura, nulla lo differenzierebbe dagli sciacalli in cerca di
carogne per sopravvivere. No! C’è qualcosa nell’uomo che vive sulla parola che
esce dalla bocca di Dio, in un rapporto quindi diretto e immediato con Dio.
“In questo rapporto, io, come ogni uomo,” si
ripeteva, “sono figlio di Dio”.
Successivamente, per alcune notti di seguito,
s’era trovato in sogno sul più alto pinnacolo del tempio di Gerusalemme. Quel
pinnacolo così alto che aveva suscitato il suo stupore e la sua meraviglia
quando, a dodici anni, era stato ospite per un anno del tempio.
Sotto, nelle strade, si muoveva un fiume di
folla come nelle giornate della Pasqua. E tutta quella gente, come in un coro
gli diceva: “Buttati, perchè se sei veramente figlio di Dio, tuo padre, verrà a
salvarti e non ti lascerà sfracellare al suolo”.
E in effetti avrebbe avuto voglia di buttarsi
veramente, non certo per verificare se veramente gli angeli di Dio sarebbero
venuti in suo soccorso, rallentando la sua caduta, quanto proprio per finirla,
per porre termine all’incertezza, per porre fine all’angoscia della ricerca.
Porre fine all’esistere, per porre fine al tarlo che lo rodeva, sul perchè
dell’esistere. Ma poi si riprendeva. No! L’Esistere è un dono che non si
verifica sfidando con la fisicità del corpo le leggi fisiche. L’esistere dei
figli di Dio si verifica assecondando l’esistenza nel corpo, per poter vivere
poi in modo assoluto l’esistenza senza il corpo.
Una notte anche l’incubo sul pinnacolo del
tempio finì, ed un altro sogno venne ad occupare la sua mente. Si trovava su
una montagna altissima, la cima più alta del mondo, e da lassù vedeva tutti i
regni della terra: quello di Israele, della Siria e dell’Egitto, quelli lontani
dell’India e della Cina, il grande impero romano, fino all’ultima Tule. Sedeva
spossato sulla vetta, come se avesse salito a piedi quella montagna altissima.
Era solo. Così credeva, ma poi comparve una cornacchia. Si incontrano spesso
sulle cime delle montagna. Ma nel sonno l’uccello, gracchiando, prese ad
emettere dei suoni comprensibili.
“Se tu fossi figlio di Dio”, diceva, “sarebbe
tua la terra, avresti potere su tutti i regni del mondo”.
“Che stupida cornacchia!” rispondeva lui. “I
figli di Dio non cercano il potere sui corpi, perchè la loro vita nei corpi è
come la luce dell’aurora che s’arrossa un momento, per potersi poi sciogliere
nello splendore della luce del giorno”.
“No, il mio regno di figlio di Dio, non è di
questo mondo” si ripeteva.
Giovanni lo aveva preavvertito che nel deserto
avrebbe dovuto combattere con il diavolo. Invece nel deserto, ormai ne era
convinto, aveva trovato il suo Dio. Suo, non perchè fosse diverso da quello
degli altri, ma suo per il rapporto immediato, da figlio con il Padre, che
sentiva di provare.
Non il Dio di Israele che aveva cercato invano
nel tempio, o condividendo da ragazzo l’idea del cugino Jeshù di Giuda, il Dio che si sarebbe prestato ad
aiutarli nel tentativo di liberare il popolo di Israele dalla dominazione dei
romani. Non il Dio che avrebbe dovuto rivelarsi tra le mille regole e i riti precisi definiti a Qumram dal
Maestro di Giustizia. Neppure il Dio che, come diceva Giovanni, attraverso il
battesimo sarebbe sceso dal cielo per entrare nel cuore di ogni uomo.
Il Dio invece che è già dentro il cuore di
ogni uomo, e che ogni uomo deve imparare a conoscere scoprendosi e
riconoscendosi come figlio.
E il diavolo che aveva previsto Giovanni?
Veramente non l’aveva incontrato? O invece era stato proprio il diavolo a
parlargli nei sogni con la voce della folla, della cornacchia e dello
sciacallo?
No. Scoprendosi figlio di Dio, aveva
implicitamente scoperto che non esiste e non può esistere il diavolo. Può
esistere infatti soltanto Dio, l’Assoluto e il suo Divenire nell’Universo. Il Dio dell’Universo però è un Dio della
ragione, che esiste per l’uomo solo come fatto intellettuale.
L’uomo deve ricercare il suo Dio, quello che
esiste soltanto per lui. C’è un Dio infatti del quale ogni uomo è figlio
unigenito, che esiste soltanto in quanto l’uomo lo conosce, e si pone in
rapporto d’amore con lui.
Ma come nel rapporto d’amore con il Dio Padre,
l’uomo, malgrado i limiti del corpo, può riuscire a sentire Dio, fino a
sentirsi posseduto da Dio, così il figlio dell’Uomo se si lascia coinvolgere e
travolgere dai sentimenti che lo legano alle cose del mondo, allora può
riuscire a sentire il contrario di Dio, che si può identificare con il demonio,
fino a sentirsi posseduto da lui.
Come l’amore può far sentire Dio al punto di
sentirsi presi da Dio, così l’odio e l’invidia possono farci sentire il
contrario di Dio al punto di sentirci presi da lui come capita agli
indemoniati.
I magi l’avevano ascoltato in silenzio senza
mai interromperlo. Alla fine Gaspare
che aveva provocato il racconto per ringraziarlo, aveva voluto aggiungere un
suo commento:
“Mia piace, aveva detto, soprattutto l’idea
del Dio che è già dentro il cuore di
ogni uomo, e che ogni uomo deve imparare a conoscere scoprendosi e
riconoscendosi come figlio. Come disse il nostro maestro Sandilya, questo mio
sé situato nel cuore è più piccolo di un granello di riso o di orzo, o di
sesamo, o di miglio, o del nucleo di un grano di miglio. Questo mio sé, situato
nel cuore è più grande della terra, più grande dell’atmosfera, più grande del
cielo più grande di tutti i mondi. Ciò che contiene tutte le opere, tutti i
desideri, tutti gli odori, tutti i gusti, ciò che abbraccia tutto questo mondo,
silenzioso, indifferente, è questo mio sé situato nel cuore. Esso e Dio. In
esso entrerò lasciando questa terra”.
“Ma cosa intendi per figlio di Dio?”,
intervenne allora anche Melchiorre. Il mio maestro Confucio ha lottato tutta la
vita per combattere l’idea mitologica della divinità. In questi termini tu puoi
aprire la strada a una nuova mitologia”.
“No, nel modo più
assoluto.” Ribattè Jeshù. Figlio è il
termine per definire un rapporto. L’uomo è figlio di Dio come il raggio di luce
è figlio del sole. Ma voi invece, in che cosa credete, se siete venuti fin qui
da tanto lontano, che cosa cercate?”
“Anche noi, in un
certo modo, siamo alla ricerca del senso della vita” rispose per tutti
Baldassarre. “Anche Zarathustra, il maestro al quale mi richiamo, ci ha
insegnato che l’uomo può vincere il male per raggiungere il bene e conquistare
la felicità. Nella tua intuizione mi pareva di capire che il concetto del mio
maestro, fosse in qualche modo sviluppato e approfondito”
“Anche Buddha, il mio
maestro, ebbe una intuizione analoga. Ma a lui fu rivelato che l’uomo aveva la
possibilità di successive reincarnazioni prima di giungere a conquistarsi la
serenità eterna del nirvana”.
“Nella Cina, da dove
provengo, la religione si fa risalire a Confucio ed è purtroppo ridotta spesso
ad un vuoto formalismo e ad una sterile ritualità. Ma tra le righe dei testi
che tramandano l’insegnamento del maestro, io credo d’aver trovato l’intuizione
del Dio Signore dei cieli che vive in ogni uomo, tenuto a vivere al meglio
delle proprie possibilità, per diventare esso stesso signore dei cieli”
“Anch’io, concluse
Jeshù ho insegnato ai miei discepoli a pregare il Padre nostro che è nei cieli.
Ma nei cieli dobbiamo porre l’aspirazione dell’uomo che vive nel tempo, per
guadagnarsi la propria dimensione nell’eternità. Dio è nel cielo a dire che è
l’Infinito, ma è anche nel finito di ogni uomo, a indicare la possibilità per
l’uomo di raggiungere il cielo. L’Infinito è allo stesso tempo esterno, diverso
rispetto al finito, come il vuoto è diverso rispetto alla materia, ma in quanto
infinito non può non comprendere anche il finito. La materia, il finito, è
fatta di vuoto (infinito), e pieno (finito), di atomi e dell’energia che li
tiene assieme. L’Infinito è causa dell’esistere delle cose, negli esseri
viventi è causa del vivere, nell’uomo è coscienza dell’esistere, presenza come
spirito cioè coscienza di sé. L’uomo ritrova il senso del proprio esistere,
quando riconquista il senso della propria unicità, riconoscendosi allo stesso
tempo finito ed infinito, figlio appunto dell’Infinito”.
Ma non ci può essere
unicità nell’uomo” intervenne Baldassarre “secondo il mio maestro Zaratustra il
mondo è caratterizzato dal dualismo tra bene e male. Il mondo é diviso tra
coppie di antagonisti: vero e falso, buono e cattivo, giorno e notte”.
“Anche per la
religione ebraica nella quale sono nato” replicò Jeshù, “la storia dell’umanità
inizia con gli uomini che mangiano del frutto della conoscenza del bene e del
male. Senza quella conoscenza, prima c’era il paradiso terrestre. Dopo aver
mangiato di quel frutto i primi uomini sentirono i minacciosi passi di Dio e furono condannati a morire.
Ma non fu la conoscenza del bene e del male, a determinare la infelicità degli
uomini e la loro condanna. Fu l’idea della dualità, la rottura dell’unicità.
Non sento Dio come una minaccia fuori di me, se considero che io sono in Dio e
Dio è in me, non sento la morte come una minaccia se considero che la stessa
coscienza che ho di me con il corpo, l’avrò anche quando il corpo sarà morto”.
Con Gaspare aveva
dovuto soffermarsi più volte sul senso del pregare. Troppo spesso gli uomini in
tutte le religioni pensano che il pregare equivalga al chiedere, al supplicare
la divinità. Ma Dio sa già tutto, non ha bisogno delle nostre richieste per
sapere quali sono le nostre necessità.
Spiegò loro la
preghiera che aveva insegnato ai suoi discepoli, rivolta al Padre mio e Padre
nostro. L’aveva dovuta presentare in modo da renderla comprensibile a dei
poveri pescatori, ma a loro, ai tre saggi la presentò nella formulazione
autentica:
Essere principio del
mio divenire,
che esisti nella
dimensione dell’essere.
Sia riconosciuta la
tua esistenza.
Si affermi la
concezione del mondo che ne deriva,
nella dimensione
dell’essere e del divenire.
Dacci di vivere già
oggi la dimensione dell’essere
Felici di sentirci
liberi quanto noi rendiamo liberi gli altri,
senza essere
condizionati dalle illusioni del divenire,
liberi dalla sua
schiavitù.
Il senso era chiaro,
ma la preghiera chiariva anche il senso del pregare, inteso come meditazione
sul proprio esistere in rapporto con l’Infinito, sul proprio divenire in
rapporto con l’eternità.
CAP. 17 – I PASTORI
I tre magi, così li
aveva soprannominati la gente, si
fermarono a Betlemme per alcuni mesi. Magi si chiamano i sacerdoti in Persia e
quei tre saggi avevano detto che venivano appunto dalla Persia, anche se in
verità due di loro venivano da ben più lontano, uno dall’India e l’altro dalla
Cina. La gente è portata a semplificare e sono finiti per passare tutti e tre
per sacerdoti persiani.
La considerazione in
cui tenevano Jeshù fece crescere anche nella gente di Betlemme la considerazione per quello strano concittadino che
aveva trovato alloggio in una grotta, come se non ci fosse posto per lui in
paese. Quando se ne andarono i magi, ripresero a frequentarlo i pastori.
Avevano preso l’abitudine di raggiungere la grotta ogni pomeriggio. Quando le
greggi si raccoglievano sotto i grandi ulivi per riposarsi e ripararsi dalla
calura, loro approfittavano per far visita all’uomo della grotta.
Jeshù che aveva avuto
modo di confermare le sue convinzioni confrontandosi con i saggi venuti
dall’oriente, ora verificava con i pastori la possibilità che il suo messaggio
aveva di far presa anche su degli animi semplici, senza alcuna preparazione
culturale. Per suscitare la loro attenzione e farsi capire meglio parlava loro
in parabole.
“C’era una volta un
pastore come voi,” diceva, “che aveva un gregge. Cento pecore aveva, ma una
sera, contandole, mentre entravano nello stallo, s’accorse che ne mancava una.
Cosa avreste fatto voi? Non avreste lasciato le altre novantanove sui monti per
andare a cercare quella pecora che si è perduta? E così fece anche il nostro
pastore, e quando l’ebbe trovata, era più contento per questa pecora, che non
per le altre novantanove”.
“Per forza, commentò
il più giovane dei pastori; con lo spavento che s’era preso d’aver perso una
pecora”.
“Non è così che dovete
capire le mia parabole”, lo richiamò Jeshù. Io vi parlo di pecore, ma
evidentemente mi riferisco ad uomini. L’uomo che s’è perso avrebbe dovuto
provocare l’ira del pastore. L’avrebbe potuto richiamare perchè era stato così
sbadato da perdersi, e invece, come vi ho detto era più contento per questa
pecora che per le altre novantanove. E’ come se questa avesse suscitato in lui
delle simpatie, per il fatto di aver abbandonato il gregge. Con questa parabola
infatti volevo spiegarvi che è apprezzabile chi sa abbandonare il gregge per
vivere una esperienza individuale. E’ necessario avere il coraggio delle
proprie azioni. Avere il coraggio d’essere persone autonome, e non individui
del gregge”.
Era un ragionamento
troppo difficile per quei pastori, oppure aveva sbagliato la parabola. La
pecora che s’è allontanata va presa a bastonate commentavano infatti tra loro,
perché il ricordo delle bastonate le impedisca di allontanarsi un’altra volta.
Sarà stato anche un saggio l’uomo della caverna, ma si capiva bene che di
pecore non s’intendeva!...
Jeshù allora riprese
la spiegazione proponendo un’altra parabola: “C’era una volta un signore che
aveva due figli. Uno dei due un giorno gli chiese la sua parte di eredità, se
ne andò per il mondo dissipando tutto quello che il padre gli aveva dato.
Ridotto in miseria, pensò bene di ritornare dal padre, e questi, invece di
rimproverarlo, lo festeggiò”
“Immaginarsi come ci
rimase l’altro fratello che era stato a casa a lavorare tutto quel tempo!”
commentarono subito i pastori…
“Ma va premiato chi
rischia, chi cerca il nuovo, chi si inventa la vita, non chi la accetta e la
subisce come gli si presenta”.
Da uno che ha tanta
voglia di diversità, da finire a meditare in una grotta, non ci si può
aspettare di meglio, brontolavano i pastori scendendo la sera al piano. Ma poi
il giorno dopo ritornavano, presi dal fascino di discorsi così nuovi, che pure
non riuscivano a capire ed a condividere.
Un giorno erano finiti
a bisticciare tra loro dividendosi tra quelli che comunque volevano dare
ragione a quello strano predicatore, e quelli che sostenevano che alle volte
dava i numeri. Aveva infatti raccontato la parabola d’un tale che aveva una
vigna e che vi aveva chiamato degli operai a lavorare. Alcuni li chiamò al
mattino, altri a mezzogiorno e altri al pomeriggio. Quando fu sera li voleva
pagare tutti allo stesso modo, e pretendeva anche che non si arrabbiassero,
dicendo che comunque aveva dato a tutti ciò che aveva pattuito.
“Si però non è giusto
che chi ha lavorato una ora percepisca lo stesso salario di chi ne ha lavorate
dieci”.
“Io pago l’impegno
profuso che è stato lo stesso per tutti, e non il risultato in termini di
lavoro eseguito” rispondeva il vignaiolo della parabola, con una argomentazione
che per alcuni non faceva una grinza, per altri era soltanto un paradosso”.
“Evidentemente ha un
modo di ragionare tutto suo!” commentavano i pastori. Ma sapeva parlare bene,
soprattutto quando parlava loro di Dio.
Il regno di Dio,
diceva, è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose. Quando ha
trovato una perla di grande valore, egli va, vende tutto quello che ha, e
compera quella perla.
E ancora: il regno di
Dio è simile a una rete gettata nel mare, la quale ha raccolto pesci di ogni
genere. Quando è piena i pescatori la tirano a riva, si siedono e mettono nei
cesti i pesci buoni; i pesci cattivi invece li buttano via. Così sarà alla fine
del mondo: verranno gli angeli e separeranno i malvagi dai buoni, per gettarli
nel grande forno di fuoco. Là essi piangeranno come disperati.
Il regno dei cieli è
come un regno nel quale il re decise di controllare i servi che avevano
amministrato i suoi beni. Stava facendo i suoi conti, quando gli portarono un
servitore che doveva pagargli un enorme somma di denaro.
Ma costui non poteva
pagare, e per questo il re ordinò di venderlo come schiavo, e di vendere anche
sua moglie, i suoi figli e ciò che possedeva, per fargli pagare il debito.
Allora il servitore si
inginocchiò davanti al re e si mise a pregarlo: “Abbia pazienza con me e ti
pagherò tutto!”.
Il re ebbe pietà di
lui, cancellò il suo debito e lo lasciò andare.
Appena uscito, quel
servitore incontrò un suo compagno che doveva pagargli una piccola somma di
denaro. Lo prese per il collo e lo stringeva fino a soffocarlo mentre diceva:
“Paga quel che mi devi!”.
L’altro cadde ai suoi
piedi e si mise a supplicarlo: “Abbi pazienza con me e ti pagherò”. Ma costui
non volle saperne, anzi lo fece mettere in prigione fino a quando non avesse
pagato il suo debito.
Gli altri servitori
videro questo cose e rimasero molto dispiaciuti. Andarono dal re e gli
raccontarono tutto quello che era accaduto. Allora il re chiamò di nuovo quel
servitore e gli disse: “Servo crudele! Io ti ho perdonato quel debito enorme
perché tu mi hai supplicato. Dovevi anche tu aver pietà del suo compagno, così
come io ho avuto pietà di te”.
Poi, pieno di collera
lo fece mettere in prigione fino a quando non avesse pagato tutto il debito.
Il regno dei cieli è
come un regno nel quale il re preparò
un grande banchetto per le nozze di suo figlio. Egli mandò i suoi servi a
chiamare gli invitati, ma quelli non volevano venire. Allora mandò altri servi
con questo ordine: “Dite agli invitati: Ecco ho preparato il mio pranzo, i miei
tori e gli animali ingrassati sono stati ammazzati e tutto è pronto. Venite
alla festa! Ma gli invitati non si lasciarono convincere e andarono a curare i
loro affari, alcuni nei campi, altri ai loro commerci. Altri ancora presero i
servi del re e li maltrattarono e li uccisero.
Allora il re si
sdegnò: mandò il suo esercito, fece morire quegli assassini e incendiò la loro
città. Poi disse ai suoi servi: Il banchetto è pronto ma gli invitati non erano
degni di venire. Perciò andate per le strade e invitate tutti quelli che
trovate.
I servi uscirono nelle
strade e radunarono tutti quelli che trovarono, buoni e cattivi, così la sala
del banchetto fu piena.
Quando il re andò
nella sala per vedere gli invitati, vide un tale che non era vestito con
l’abito di nozze. Gli disse: “Amico come mai sei entrato qui senza avere
l’abito di nozze?”. Quello non rispose nulla. Allora il re ordinò ai servitori:
“Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori, nelle tenebre. Là piangerà come un
disperato”. Molti infatti sono chiamati al regno di Dio, ma pochi vi sono
ammessi.
A volte anche li
stupiva raccontando fatti della sua vita. Di quella volta, ad esempio, che a
Cafarnao, alcuni esattori si avvicinarono a Simone, il più anziano dei suoi
discepoli e gli domandarono:
“Il vostro maestro,
paga la tassa?”
“Si, la paga” rispose
pronto Simone.
Quando poi furono in
casa lui chiese al discepolo: “Dimmi il tuo parere su chi deve pagare le tasse
ai re di questo mondo: gli estranei o i figli dei re?
“Gli estranei”. Rispose Simone. Allora lui gli disse:
“Dunque i figli non sono obbligati a pagare le tasse. Ma non dobbiamo dare
scandalo, vai perciò in riva al lago, getta l’amo per pescare, e il primo pesce
che abbocca tiralo fuori, aprigli la bocca e ci troverai una grossa moneta
d’argento. Prendi allora la moneta e paga la tassa per me e per te”.
Oppure di quando a
Cana, l’acqua era diventata vino.
Era stato invitato ad
un matrimonio a Cana, un paese della Galilea, e vi era andato con i suoi
discepoli. C’era anche sua madre. Ad un certo puntò mancò il vino. Allora sua
madre gli disse: “Non hanno più vino!” “E che cosa vuoi che io faccia” gli
aveva replicato lui. Ma lei aveva detto ai servi: “Fate tutto ciò che egli vi
dirà”.
C’erano li sei
recipienti di pietra di circa centro litri ciascuno. Servivano per i riti di
purificazione. Lui disse ai servi: “Riempiteli di acqua”. Essi li riempirono
fino all’orlo. Allora lui aggiunse: “Adesso prendetene un po’ e portatelo ad
assaggiare al capotavola. Glielo portarono. Il capotavola assaggiò l’acqua che
era diventata vino. Ma egli non sapeva da dove veniva quel vino. Lo sapevano
solo i servi che avevano portato l’acqua. Quando lo ebbe assaggiato il
capotavola chiamò lo sposo e gli disse: “Tutti servono prima il vino buono e
poi, quando si è già bevuto molto, servono il vino meno buono. Tu invece hai
conservato il vino buono fino a questo momento.
Non è che capissero
sempre il significato di ciò che raccontava loro, soprattutto quando parlava
per paradossi. Come si può pretendere che un invitato raccolto a casa per la
strada indossi l’abito di nozze? Piaceva loro tuttavia l’idea che a tutti
potesse capitare di trovarsi per strada e di essere invitati alle nozze del
figlio del re. Li entusiasmava invece l’idea di Simone che apre la bocca al
pesce e trova una moneta di argento oppure quella delle otri d’acqua che invece
avevano vino.
“Ti immagini!”
commentavano tra loro alla sera attorno al fuoco “una pecora che quando viene a
leccarti il sale sulla mano ti sputa una moneta d’argento!”. “Ti immagini che sbronze con tutto quel
vino!” e si facevano delle grandi risate.
CAP. 18 – A DAMASCO.
I dodici discepoli non
riuscendo a darsi una ragione della scomparsa di Jeshù senza nessun messaggio
per loro, erano stati sul punto di tornare alle occupazioni che avevano prima
di mettersi al seguito del Maestro. Ma poi, sicuri che prima o poi sarebbe
tornato, avevano deciso di aspettarlo e nel frattempo di diffondere il suo
messaggio come aveva insegnato loro in quegli anni.
Il giorno che avevano
deciso di uscire dal cenacolo e mettersi a predicare a Gerusalemme, c’era stata
una gran confusione. Si era distribuiti a parlare in diversi punti della città.
Come al solito c’era gente di diverse provenienze, di popoli diversi con lingue
diverse. Eppure tutti avevano la sensazione di riuscire a capire ciò che
dicevano i discepoli. Non erano parole in aramaico per gli israeliti quelle che
uscivano dalla loro bocca, ma parole di verità per tutti gli uomini.
Non parlavano infatti
del Dio di Israele, ma del Dio che con il suo spirito è in ognuno di noi. Per questo ognuno capiva il messaggio come
fosse stato rivolto personalmente a lui, e tutti si chiedevano meravigliati.
“Come mai li comprendiamo come se parlassero nella nostra lingua?”
Il nuovo messaggio si
diffondeva come il fuoco nella sterpaglia secca. Cresceva ogni giorno di più il
numero di quelli che chiedevano di essere battezzati nello spirito, secondo
l’insegnamento di Jeshù.
Saulo alla ricerca del
Bar Abba per conto di Pilato era rimasto colpito dalla originalità dell’uomo e
del suo messaggio. Ma s’era anche reso conto della estrema pericolosità per il giudaismo delle novità
che aveva predicato e che ora, dopo la sua scomparsa, volevano diffondere i
suoi seguaci.
Proprio perché aveva
studiato più degli altri e credeva d’aver capito più degli altri, si era messo
con violenza contro i seguaci di Jeshù
che ora si facevano chiamare gli apostoli del Cristo. Erano passati solo alcuni
mesi dal rapporto che aveva fatto a Pilato, erano passati solo alcuni mesi e
stava montando la leggenda d’un Messia che c’era stato, e che i suoi non
avevano voluto o saputo riconoscere. Ma soprattutto si stava affermando l’idea
che egli aveva predicato, d’una religione senza il tempio, senza sacrifici,
senza ministri della religione.
La minaccia per la religione ebraica era veramente
grande. I sommi sacerdoti l’avevano intuita quando avevano chiesto a Pilato la
condanna di quell’uomo. Ora comunque era indispensabile reprimere il movimento
che si andava affermando e Saulo si distingueva per la passione e l’accanimento
che metteva contro quelli che cominciavano a farsi chiamare cristiani. Si era veramente scatenato contro i seguaci
di Cristo: entrava nelle case, trascinava fuori uomini e donne e li faceva
mettere in prigione.
Non pago di quella che
faceva a Gerusalemme, saputo che la nuova dottrina si stava diffondendo anche
in Asia minore, si era presentato al sommo sacerdote e gli aveva domandato una
lettera di presentazione per le sinagoghe di Damasco. Intendeva arrestare,
qualora ne avesse trovati, uomini e donne, seguaci della nuova fede, e condurli
a Gerusalemme.
Ma
Saulo sapeva anche che le persecuzioni rafforzano le credenze degli uomini. La
storia del popolo ebraico ne costituiva una evidente conferma. Le credenze
vanno demolite dall’interno, cercando di capire come si formano e demolendo il
processo per cui si formano. Per farlo è tuttavia indispensabile capire quale
sia il nodo centrale, su cui si regge un sistema di credenze. Se vuoi riportare
il freddo in una casa, devi spegnere il fuoco che la riscalda! Mentre cercava di
spegnere con la forza l’incendio, doveva allo stesso tempo capire quale fosse
il fuoco da cui era partito l’incendio, che stava bruciando la religione del
Dio di Abramo.
Sui dodici che erano in giro a predicare aveva
saputo che per la maggior parte erano pescatori analfabeti. Probabilmente ripetevano quello che avevano
appreso dal maestro, forse senza
neppure rendersi conto del perché aveva un così grande successo la loro
predicazione. Aveva avuto modo di
rendersene conto anche a Cafarnao quando aveva incontrato Tommaso, che sembrava
appunto parlasse per frasi imparate a memoria.
Fra
di loro c’era tuttavia uno che non era pescatore, uno che era stato esattore delle tasse ed era anche stato in
rapporto di amicizia con suo padre. Seppe che anche costui stava predicando a
Cafarnao, da dove anche lui avrebbe dovuto transitare per recarsi a Damasco.
Decise quindi di incontrarlo. Lo trovò appunto
che stava predicando nella sinagoga del paese. “Almeno questo il Sinedrio dovrà
proibirlo!” pensò. “Non si può ammettere che nei luoghi destinati al culto di
Javhè si predichi una nuova religione”. Lo pensò ma evidentemente non glielo
disse.
Matteo, questo era il nome del discepolo, figlio
di Alceo, soprannominato anche Levi, quando lo vide entrare interruppe il suo
discorso. La gente si voltò a guardarlo, presa dalla paura.
“Vengo in pace” disse forte, cercando di
tranquillizzare le persone che affollavano la sinagoga. Era vestito come può
vestirsi un ricco mercante ed era anche armato, ce n’era abbastanza perché la
gente diffidasse delle sue parole, ed infatti approfittando del fatto che lui
avanzava nella navata centrale, per raggiungere “il luogo del libro”, dove si
trovava Matteo, sgattaiolarono alla spicciolata sulle corsie laterali per
uscire in fretta dalla porta dalla
quale egli era entrato.
Quando finì di attraversare il corridoio
centrale e salutò Zaccheo erano assolutamente soli.
“Sono Saulo figlio di Zebedeo il mercante”, disse
presentandosi. Matteo non si era dato alla fuga come gli altri, ma era rimasto
irrigidito dalla sorpresa e dalla paura di fronte al nuovo arrivato. Non poteva
immaginare perché fosse entrato. Ma certamente l’ingresso di quel giovane
fariseo armato non poteva portare che
disgrazie. Al sentire il nome di Saulo sbiancò in volto, per la fama del più
feroce persecutore dei cristiani, che
si associava a quel nome.”
“Il figlio di Zebedeo!” esclamò a voce alta,
per scaricarsi della tensione accumulata, mentre l’altro avanzava nella navata
e i suoi ascoltatori si dileguavano. “L’ultima volta che ti ho visto eri poco
più che un ragazzo,” aggiunse, cercando di portare il discorso sul piano dei
ricordi personali.
“Mi ricordo anch’io. Avevo accompagnato mio
padre e parlavate di tasse”
“Facevo l’esattore. Ma ora non più.”
“Come mai?”
“E’ una storia non facile da raccontare.”
“Sono qui proprio per sentirla.”
A queste parole Matteo si irrigidì di nuovo.
Saulo intuì a che cosa stava pensando, e cercò
subito di tranquillizzarlo:
“Sono qui non come Saulo, ma come il figlio di
Zebedeo per parlare con l’amico di mio padre, ed in nome di questa amicizia
vorrei riuscire a capire perchè uno come te, che ha studiato, non un povero
pescatore, facile da suggestionare, si sia lasciato irretire da uno che
bestemmia facendosi chiamare, e pretendendo di
essere, figlio di Dio”.
“Il perché non saprei spiegartelo neppure io.
Alle volte succedono cose dentro a noi che sono nate fuori di noi. Per questo
forse non riusciamo a darcene ragione. Se vuoi, se hai la pazienza di sentirmi
posso spiegarti il come.”
“Sono venuto fin qui proprio per questo.”
Matteo
prese a raccontare di come un giorno mentre stava seduto dietro il banco dove
si pagano le tasse, era stato disturbato dall’avvicinarsi di una folla che
seguiva un predicatore. Stava già imprecando contro gli scansafatiche che fanno
perdere tempo a chi vuole lavorare, quando si era travato davanti al banchetto
il predicatore Jeshù. Questi lo guardò con due occhi che non sarebbe più
riuscito a dimenticare e gli disse come fosse la cosa più naturale: “Vieni con
me.” E lui, come fosse la cosa più ovvia, si era alzato, aveva abbandonato
sulla strada soldi e banchetto, ed aveva iniziato a seguirlo.
Lo stesso giorno gli aveva poi chiesto di
ospitarlo a casa sua a mangiare. La casa si era riempita di gente: i suoi
discepoli, ma anche molti suoi amici agenti delle tasse che avevano
approfittato dell’occasione per osservare da vicino il predicatore che era preceduto dalla fama di formidabile
guaritore. C’era anche un gruppetto di farisei maestri della legge, che si
permisero di criticare i discepoli di Jeshù perché mangiavano e bevevano con
quelli delle tasse e con persone di cattiva reputazione.
Jeshù
era allora intervenuto rimproverandoli e dicendo: “Quelli che stanno bene non
hanno bisogno del medico, ne hanno invece bisogno i malati. Io non sono venuto
a chiamare quelli che si credono giusti, ma quelli che si sentono peccatori,
perché cambino vita.
“Da quel giorno”, concluse, “mi sono messo a
seguirlo, ad imparare le cose che diceva, ed ora che lui non c’è più, sono qui
a ripeterle”.
“Così, d’un tratto, hai lasciato tutto e l’hai
seguito?” chiese Saulo perplesso, non riuscendo a spiegarsi un comportamento
così assurdo.
“Si, come ti ho detto non saprei spiegarti il
perché. Ma l’ho fatto e sono contento d’averlo fatto”.
Da come la raccontava Matteo sembrava tutto
logico, ma invece era tutto senza senso. Saulo l’aveva ascoltato con interesse,
ma non riusciva a darsi una spiegazione, se non pensando che l’altro fosse
uscito di senno.
“Come è possibile d’un colpo lasciare tutto,
cambiare vita, mettersi a seguire un predicatore, mettersi a predicare?” chiese
quasi a voler commentare il racconto.
“Anch’io l’avrei ritenuto impossibile ma mi è
capitato. Quando mi ha detto “seguimi”
è stato come se un fulmine mi avesse colpito per trasformarmi in una
persona diversa.”
“Ma allora è un mago, uno stregone!”
“No, è soltanto una persona che riesce a farti
vedere ogni cosa in una prospettiva nuova.”
“Ma lui dove diceva d’aver imparato gli
insegnamenti che vi trasmetteva, e soprattutto questa idea assurda d’essere
figlio di Dio”.
“Anche lui ha avuto quella che si potrebbe
chiamare una illuminazione. E’ un racconto che ci ha ripetuto infine volte e
che posso ripeterti a memoria come se fosse lui a parlarti.”
L’uomo
deve ricercare il suo Dio, quello che esiste soltanto per lui. C’è un Dio
infatti del quale ogni uomo è figlio unigenito, che esiste soltanto in quanto
l’uomo lo conosce e si pone in rapporto d’amore con lui.
Ma
come nel rapporto d’amore con il Dio Padre, l’uomo, malgrado i limiti del
corpo, può riuscire a sentire Dio, fino a sentirsi posseduto da Dio, così il
figlio dell’Uomo se si lascia coinvolgere e travolgere dai sentimenti che lo
legano alle cose del mondo allora può riuscire a sentire il contrario di Dio,
che si può identificare con il demonio, fino a sentirsi posseduto da lui.
Come
l’amore può far sentire Dio al punto di sentirsi presi da Dio, così l’odio e
l’invidia possono farci sentire il contrario di Dio al punto di sentirci presi
da lui come capita agli indemoniati.
Chi
non mangia e beve dell’infinito che è in sé
non avrà la vita eterna, perché si deve vivere di infinito per diventare
infinito.
Matteo aveva parlato come se stesse recitando
un racconto imparato a memoria, un racconto che aveva sentito più e più volte
ma che anche lui aveva ripetuto più e più volte nella sua predicazione dopo la
scomparsa di Jeshù.
Saulo era stato come travolto dal fiume del
racconto, annaspava tra quelle parole cercando di uscirne come il nuotatore che
ha bisogno di uscire dall’acqua per riprendere fiato. Non aveva capito nulla,
non condivideva nulla, eppure quelle parole erano entrate in lui come la
suggestione d’una musica, che non ha parole ma suscita emozioni e sentimenti.
Senza aggiungere parola si limitò a
ringraziare Matteo, chiedendogli se poteva disturbarlo ancora, nel caso ne
avesse sentito il bisogno.
“Certo!” gli rispose “il Maestro ci ha detto
di seminare senza badare al raccolto. Anche da una roccia possono nascere dei
fiori.”
Ripreso quindi il
cammino, mentre stava avvicinandosi a Damasco, Saulo all’improvviso aveva avuto l’impressione d’essere stato colpito
da una sorta di fulmine a ciel sereno. Una luce dal cielo lo aveva avvolto. Il cavallo si era imbizzarrito e
l’aveva disarcionato. Cadendo a terra aveva perso i sensi. Riprendendosi dopo
un poco, si era ritrovato con l’impressione d’aver vissuto un sogno, ma
soprattutto con una idea nuova, che nasceva dal sogno stesso, ed alla quale non
aveva mai pensato prima.
Nel sogno gli era
parso di sentire una voce che gli
diceva:
“Saulo Saulo perchè mi
perseguiti?
“Chi sei Signore?”
rispondeva lui.
“Io sono Jeshù che tu
perseguiti”
“Io non perseguito
nessuno, voglio solo difendere la purezza della tradizione, così come
tramandata dai miei padri”
“Ma ti sei veramente
chiesto se quello che io ho insegnato, va contro Israele, o non dà invece una
prospettiva nuova, alla religione ed alla missione di Israele nel mondo?”.
Non ci aveva in
effetti pensato. Alle volte il nuovo appare in sé come un pericolo, preferiamo
negarlo piuttosto che vedere se può costituire una positiva evoluzione di ciò
che esiste, o di ciò che sappiamo.
Per tre giorni a
Damasco dovette rimanere a letto, preoccupato soprattutto del fatto che nella
caduta aveva perso la vista. I medici gli dicevano che l’avrebbe recuperata
lentamente, ma nel buio nel quale si trovava, non era facile credere alle
parole dei dottori. C’erano momenti nei quali disperava di poter rivedere mai
la luce, nei quali si vedeva condannato a vivere da cieco, tutto il resto della
sua vita.
Era la vendetta di
quel Jeshù che gli aveva parlato nel sogno. Non aveva dubbi. E allora gli
chiedeva perdono per quello che aveva fatto ai suoi seguaci, e prometteva che
se fosse guarito, si sarebbe occupato soltanto del suo commercio di pelli,
lasciando che ognuno credesse a ciò che riteneva più opportuno.
Ma nel sogno era stato
anche rimproverato di combattere qualcosa che neppure conosceva. In effetti era
così, come poteva avere la presunzione di aver capito veramente, in alcuni
giorni in giro per la Palestina, e in un rapido colloquio con Matteo. Pensò
allora che avrebbe potuto farsi perdonare e riavere la vista, cercando di
capire più a fondo quale era stato il messaggio di Jeshù. Gli dissero che in
città c’era un filosofo greco di nome
Anania, che si era convertito alla nuova religione. Non ci poteva essere
maestro migliore!
Quando portarono ad
Anania l’invito di Saulo, questi pensò evidentemente ad un tranello. Era come
tutti preoccupato per l’arrivo di questo uomo accompagnato da una pessima fama.
Tutti avevano sentito parlare di quanto male aveva fatto a Gerusalemme ai
cristiani. Anche lui sapeva che aveva avuto l’autorizzazione dai sacerdoti ad arrestare
tutti quelli che si riconoscevano nel nome di Jeshù. Andare da lui era come per
l’agnello consegnarsi nella bocca del leone. Eppure il maestro aveva insegnato
che, per la salvezza degli altri, si doveva mettere in gioco anche la propria
vita, e che ogni uomo può diventare strumento d’un disegno realizzato da Dio.
Fu comunque il proprietario della casa nella quale alloggiava Saulo, di nome
Giuda, a farsi garante nei confronti di Anania, che non sarebbe stato
arrestato, ed a convincerlo a farsi maestro di
Saulo.
I due restarono
assieme a discutere fino a che Saulo recuperò la vista. Mentre di giorno in
giorno i suoi occhi si riaprivano di nuovo alla visione del mondo, la sua
mente, guidata da Anania, prese ad aprirsi alla nuova interpretazione del
mondo, introdotta da Jeshù.
Quel chiamarsi figlio
di Dio, che poteva sembrare una bestemmia che aveva scandalizzato anche i sommi
sacerdoti, quando avevano avuto modo di interrogarlo, gli si rivelava, nelle
parole di Anania, come l’intuizione che dà veramente senso alla vita di ogni
uomo. Assieme ad Anania sviluppò anche l’idea che Jeshù potesse veramente
essere il Messia che tutti i profeti avevano annunciato.
Tutti s’attendevano il
Messia come la persona che avrebbe liberato Israele, ma la liberazione
messianica portata da Jeshù, doveva essere intesa in un senso più profondo.
Jeshù aveva proposto che il Dio di Israele diventasse il Dio di tutto il mondo,
l’Assoluto e l’Infinito della filosofia greca. In questo modo, non attraverso
un uomo, ma attraverso l’idea portata da un uomo, Israele si sarebbe liberato,
ed avrebbe conquistato tutto il mondo.
“Mi hai convinto!”
diceva Paolo. “Al punto che anch’io mi metterò a diffondere il nuovo messaggio.
Ma una religione senza religione, non ha nessuna possibilità di diffusione.
“Forse hai ragione
tu”, replicava Anania. “Ma chi ha fatto una scoperta non si preoccupa di come
diffonderla. E’ tutto preso dalla scoperta in sé. Così è stato per Jeshù. Il
compito di sistemare i suoi insegnamenti e di trovare il modo migliore per
diffonderli, spetta ai suoi seguaci”
“Certo, ma non è
semplice. Non credo che i poveri pescatori di cui Jeshù s’era attorniato,
possano essere all’altezza di questo compito. Anche perché il problema è
trovare la chiave che chiuda il portale dell’ebraismo e ne faccia la porta
d’ingresso per i greci, per i romani e per tutto il mondo.
Sarebbe l’ideale che
potesse tornare lo stesso Jeshù per organizzare direttamente la diffusione del
suo vangelo”.
“Lo spero anch’io”
aggiunse Anania. “Anche perché mi piacerebbe vederlo, mi piacerebbe per una
volta sentire le sue parole non come mi sono state riferite, ma direttamente
dalla suo bocca, con il suono della sua voce, che, come mi è stato riferito,
sapeva incantare le folle.
Saulo stava ormai
guarendo ed ebbe un sogno che gli parve
dare soluzione al problema.
Sognò il Mosè del
capitolo terzo dei Numeri. Era la stessa scena che Jeshù aveva ricordato al
Maestro Nicodemo. Ne aveva parlato assieme il giorno che gli aveva chiesto se
sapeva qualcosa di Jeshù e Nicodemo gli aveva confessato di averlo voluto
incontrare e di essere stato profondamente turbato dalle sue parole. Parlando
di sé Jeshù gli aveva anche detto che avrebbe dovuto essere innalzato come il
serpente di Mosè, e Nicodemo non era riuscito a darsi una spiegazione d’una
affermazione così strana e sibillina.
Anche nel suo sogno,
nel deserto gli israeliti morivano per il morso dei serpenti, e non c’era
rimedio contro il veleno. Allora Mosè, ispirato da Dio fece costruire un
serpente di bronzo e lo pose in alto su un bastone, e tutti quelli che
chiedevano al serpente di essere salvati dal veleno dei serpenti, lo erano. Il
serpente diventava mediatore tra Dio e l’uomo, credendo al potere di salvezza
che Dio aveva posto nell’immagine del serpente, il popolo finiva per
beneficiare di questo potere.
“Ecco Anania, la nuova
religione deve essere impostata elevando Jeshù come il serpente sopra il
bastone, mediatore tra Dio e gli uomini. Ci ha spiegato che siamo tutti figli
di Dio, ma proprio perché l’ha detto lui, è il primo dei figli di Dio”. Anche a
Nicodemo pareva d’aver capito che ogni uomo nel proprio percorso individuale di
salvezza per la vita eterna, deve dare rilievo ed enfatizzare il suo essere
spirito, per riconoscersi come tale,
partecipe della natura dello spirito eterno e quindi, in quanto tale,
destinato alla vita eterna.
“Ma un percorso
autonomo per ogni singolo uomo non è una religione,” commentava tra sé Saulo. La religione ha bisogno di simboli in
cui riconoscersi e riferimenti da poter pregare. Perché si tramandi il
messaggio, è necessario costruire una religione che contestualizzi il
messaggio.
E appunto nel suo
sogno il serpente sul bastone si tramutava nell’immagine d’una persona
crocefissa, ed era questa persona ad avere i poteri di intermediazione
salvifica che nel racconto della Bibbia aveva il serpente. La religione del
serpente di Mosè, diventava la religione della persona in croce.
“Anania” diceva Saulo,
“il mio non è un sogno ma una nuova rivelazione che Dio mi ha fatto, io
dedicherò la mia vita soltanto ad insegnare Cristo, e Cristo crocefisso”.
“Ma non è stato
crocefisso”.
A Gerusalemme si è
diffusa la voce che è stato crocefisso e che dopo tre giorni è risorto ed è
apparso a diverse persone, come è apparso a me, mentre venivo qui a Damasco.
Questa voce è diventata una convinzione per molti. Ebbene è quello che io
predicherò.
“Ma prima vai almeno a
Gerusalemme a confrontarti con quelli che l’hanno conosciuto”.
“L’ho conosciuto
anch’io, perché Dio ha deciso di rivelarmi suo figlio perché lo facessi
conoscer tra i pagani. Sento di essere stato chiamato ad un incarico al quale
Dio, nella sua bontà, mi aveva destinato sin dalla mia nascita.
“Ma Jeshù non si è mai
considerato figlio di Dio non si è mai proclamato il Messia. Ha sostenuto
soltanto che siamo tutti figli di Dio.
“Certo ma per
diffondere il messaggio è necessario innalzare il serpente. E’ necessario
credere nel mediatore. Per mezzo di un uomo , dice la Bibbia è venuta la morte,
per mezzo di un uomo è venuta la resurrezione. Senza la mediazione non c’è
religione.
Io voglio insegnare che Cristo è
morto per i nostri peccati, come è scritto nella Bibbia, che fu sepolto ed è
resuscitato, come è scritto nella Bibbia, che apparve a Pietro e quindi ai
dodici”.
“Ma Jeshù ha solo
parlato, ha diffuso l’idea d’un mondo di fratelli tutti figli di Dio. E’ questo
che dobbiamo predicare, se ci sentiamo suoi discepoli.”
“Certamente. Ma perché
il messaggio si regga è necessario un ordito che lo sostenga. Ora so che Dio mi
ha rivelato questo ordito, sul quale intrecciare il messaggio perché si possa
diffondere in tutto il mondo. Le parole dette, vanno trasferite su chi le ha
dette, facendolo diventare un simbolo. Il simbolo che di solito è un mezzo per
dire, diventa il detto”
Anania lo guardava
perplesso, ma Saulo s’era lasciato prendere dalla sua idea, parlava come un
invasato, come se qualcun altro parlasse attraverso la sua bocca.
“Non ti rendi conto,”
continuava a dire “che abbiamo concepito la tragedia alla quale neppure i
grandi Greci, come Sofocle o Euripide erano arrivati. Dio offeso per il peccato
di Adamo, si riconcilia con l’uomo, dando all’uomo la possibilità di
purificarsi, sacrificando il suo unico figlio. Medea uccide i figli per
liberarsi d’ogni rapporto anche di condanna e di odio nei confronti del loro
padre. Dio lascia che venga ucciso il suo figlio che s’è fatto uomo, per
liberarsi d’ogni rapporto di condanna nei confronti dell’uomo, per poter riammettere
l’uomo nel suo Regno.
Attraverso la morte
del figlio di Dio, l’uomo finalmente può mangiare dell’albero della vita, ed ha
la possibilità di riconquistarsi l’immortalità, che ha perso nell’Eden
mangiando all’albero della conoscenza.
Non c’è allegoria
migliore per rendere l’idea del messaggio di Jeshù, d’un uomo che
riconoscendosi come figlio di Dio, si scopre destinato alla vita eterna.
Per Medea si può
pensare che sacrifichi i figli pur di punire Giasone per il suo tradimento. Il
motivo può apparire allora normale e
banale al punto che, invece di essere l’espressione massima d’un sentimento
tragico, può apparire una reazione della follia. No! Qui tutto è più grande,
d’una sublime tragicità. Dio Padre sacrifica il figlio (perchè non meno
colpevole è il carnefice di chi avrebbe potuto fermare la mano del carnefice e
non lo ha fatto!), per liberarsi del mondo e per liberare il mondo.
Il figlio di Dio che
ha assunto le spoglie mortali del corpo d’un uomo, rappresenta emblematicamente
il coinvolgimento di Dio nel mondo. Lo scultore si è innamorato dell’opera che
ha saputo costruire con la creta. Il rapporto d’amore con la sua opera, lo
rende schiavo di lei. Non è più libero nella sua creazione, condizionato dal
vincolo che lo lega a quella opera. Per tornare ad essere libero, non ha che
una strada: distruggere l’opera per liberarsene. Dio distrugge il suo rapporto
con l’uomo carnale, per consentire all’uomo spirituale, di ricongiungersi a lui
per l’eternità.
Ma se Dio si libera
dell’uomo, allo stesso tempo l’uomo si libera di Dio. Dopo il suo peccato Adamo
aveva sentito i passi di Dio, e Dio aveva poi continuato a interferire con il
suo popolo. Con la morte del figlio, Dio è tornato nel suo regno. Ora si era
costituita una netta distinzione tra il regno degli uomini, ove avrebbero
comandato gli uomini rappresentanti di Dio, e il regno di Dio che l’uomo
avrebbe incontrato dopo la sua morte”.
“Ma se Jeshù per tutti
gli anni nei quali ha predicato, non ha fatto altro che parlare dell’importanza
di riconoscerci figli di Dio...” lo interruppe infine Anania.”
“Ma poi il figlio di
Dio è morto ed è risorto per tornare al Padre”.
“Ma che senso ha un
Dio che muore?”
“Dio si sacrifica in
ognuno di noi fino a far morire la propria infinità nella nostra limitatezza”.
“E sia. Ma questa però
è una tua interpretazione!”
“Non sono
interpretazioni ma rivelazioni che Dio ha voluto riservare a me. Ti ripeto
se si dovesse accettare l’idea che il
sacro è dentro il cuore dell’uomo, che Dio è nel cuore d’ogni uomo, verrebbe
meno ogni forma di religione. Non ci potrebbe essere una religione di Jeshù. E’
solo la sua morte che, riportandolo in cielo, ripropone la possibilità di una
nuova religione. Per questo noi dobbiamo predicare Cristo crocefisso che è
resuscitato dai morti. Non ci può essere vangelo senza religione. Se vogliamo
predicare il vangelo, dobbiamo costruire il telaio della religione su cui può
reggersi.
Sento che Dio ha
affidato a me il messaggio del Vangelo”.
Di fronte ad
un’affermazione così categorica e così spregiudicata per uno che non aveva
neppure conosciuto Jeshù, Anania non sapeva che rispondere. Si consolava
comunque pensando che anche quel uomo prima così nemico dei cristiani ed ora
così convinto predicatore del nuovo Vangelo, non poteva che essere parte d’un disegno
di Dio.
Guarito, Saulo rimase alcuni giorni a Damasco
insieme ai discepoli di Jeshù e subito si mise a far conoscere Jeshù nelle
sinagoghe dicendo apertamente “Egli è il figlio di Dio”. Quanti lo ascoltavano
si meravigliavano e dicevano: “Ma non è quel tale che a Gerusalemme
perseguitava quelli che invocavano il nome di Jeshù? Non è venuto qui proprio
per arrestarli e portarli dai capi dei sacerdoti? Saulo diventava sempre più
convincente quando dimostrava che Jeshù è il Messia e gli Ebrei di Damasco non
sapevano che cosa rispondergli
Non si recò a Gerusalemme da coloro
che erano stati apostoli prima di lui ma andò subito in Arabia. Poi tornò
direttamente a Damasco. Solo tre anni dopo andò a Gerusalemme per conoscere
Pietro e non vide nessuno degli altri apostoli ad eccezione di Giacomo il
fratello del Signore[1]
.
CAP 19 – TRE ANNI
DOPO.
Erano ormai passati
tre anni dalla scomparsa di Jeshù. Saulo
era diventato ad ogni effetto uno dei suoi discepoli al punto che veniva
soprannominato il tredicesimo apostolo.
Apostoli si facevano chiamare i dodici che l’avevano seguito più da vicino e
che si sentivano incaricati della diffusione del suo messaggio. Con la stessa
foga con la quale aveva combattuto la dottrina di Jeshù Bar Abba, ora si
impegnava nella sua diffusione. Era stato un abile mercante, uno dei più bravi
venditori di pelli di tutto l’impero romano, e sapeva che un prodotto per
essere venduto, non è sufficiente abbia
una buona qualità, deve anche e soprattutto presentarsi bene.
Soprattutto se si
fosse voluto aggredire il vasto mercato dell’impero romano, non era sufficiente
puntare sui due temi chiave collegati d’una umanità di fratelli in quanto fatta
da individui figli di Dio, era necessario, raccogliere i concetti in un
prodotto che potesse incontrare il gusto d’un popolo abituato a vedere la
religione come mitologia.
L’alone di mistero
sulla fine di Jeshù, su questo suo sparire nel nulla, poteva andar bene, ma la
gente aveva bisogno di immaginarlo da qualche parte. Le leggende che si
diffondevano sia sulla sua vita che sulla sua morte potevano andare bene, ma il
Cristo, il Salvatore non solo di Israele ma di tutta l’umanità, non poteva essere soltanto un’idea, doveva
trovare anche un riferimento preciso nell’immaginazione al quale potersi
rivolgere, parlare, chiedere aiuto.
Non è facile
soprattutto per un romano abituato a pensare agli dei antropomorfi che
nell’olimpo vivono una vita da uomini, immaginare se stesso come figlio di Dio,
è più facile, pensava Saulo, trasferire anche il proprio riconoscimento, su
quello che per primo ha avuto l’intuizione e l’ardire di riconoscersi figlio,
di Dio e farne un mito al quale ancorare le proprie convinzioni.
Con questi pensieri,
dopo tre anni di predicazione in Asia Minore, aveva deciso di tornare a
Gerusalemme per confrontarsi con quelli che erano stati i suoi discepoli, con
quelli che l’avevano scoperto, non attraverso una illuminazione come era
avvenuto per lui, ma nella condivisione d’una vita passata assieme per tre anni
sulle strade della Palestina. Si faceva continuamente ripetere da Simone, che
ormai tutti chiamavano Pietro, con il soprannome che gli aveva dato il
maestro, il racconto della vita di
Jeshù alla ricerca di quegli elementi che potevano essere enfatizzati, per
farne la trama del mito al quale intrecciare la novità rivoluzionaria
dell’insegnamento del maestro, che egli non aveva avuto la ventura di
conoscere.
Si trovavano a Cesarea
nella casa di Cornelio l’ufficiale dell’esercito romano che comandava il
reparto italiota, [2]e per
l’ennesima volta Paolo aveva ripetuto la stessa domanda.
“Cosa ricordo?”, aveva
risposto Pietro, “non è facile a dirsi. In questi anni le scene del ricordo si
sono sovrapposte con le scene dell’immaginazione, anch’io faccio fatica ormai a
distinguere ciò che veramente è avvenuto, da ciò che è avvenuto soltanto nella
mia mente”.
“Ma Jeshù quando l’hai
visto l’ultima volta?”
“Anche questa sua
misteriosa scomparsa, finisce per intrigare il mio ricordo. Se si sapesse
dov’è, se è vivo, se è morto... Dove l’ho visto per l’ultima volta te l’ho già
raccontato una infinità di volte. Era già passato un mese da quella famosa
Pasqua. Di lui si diceva che fosse a pregare in una grotta a Betlemme, Noi discepoli
eravamo tornati tutti alle nostre primitive occupazioni. Ma non mi sembrava
giusto. Avevamo vissuto tre anni, credendo nel Maestro e soprattutto in ciò che
ci insegnava. Ci eravamo più volte impegnati anche con lui a predicare il suo
annuncio, anche quando lui non ci fosse stato, ed ora invece, senza far nulla,
accettavamo che tutto fosse finito”.
“Fu allora che prendesti l’iniziativa.”
“Lo sai, te l’ho già
raccontato. Presi l’iniziativa d’una riunione dei dodici, nel cenacolo degli
Esseni. Giovanni che era tornato a vivere con loro mi aveva procurato la
disponibilità del locale. C’eravamo tutti alla sera, come alla sera dell’ultima
cena. C’era anche il suo posto vuoto, che nessuno voleva occupare per rispetto.
Come quella sera Giovanni stava alla sinistra, io alla destra. Eravamo
infervorati nella discussione su che cosa fare, quando apparve lui”.
“Apparve?”
“Apparve. Entrò... Non
so cosa dirti. So che l’abbiamo visto ad un tratto in mezzo a noi. Nessuno
l’aveva visto o sentito entrare. Ce lo siamo trovati davanti. Ricordo solo
distintamente la precisa impressione che m’è rimasta fissa nel ricordo. Ho
avvertito che era diverso”.
“Diverso come?”
“Ma perchè insisti?
Diverso non so. Tante volte mi sono risvegliato con la scena nel sogno di
quella sua comparsa improvvisa nel cenacolo. Non so più ciò che ho visto e ciò
che ho sognato. Era diverso... Come se quei giorni di ritiro spirituale e di
meditazione a Betlemme l’avessero trasfigurato, gli avessero infuso una sorta
di luce. Il pallore provocato dal digiuno, aveva reso il suo volto come
d’alabastro”
“E cosa vi ha detto?”
“Ci ha parlato dello
Spirito Santo che era entrato in ognuno di noi, ed in effetti ognuno di noi
aveva l’impressione di vedere gli altri come in un alone di luce”.
Ci ha detto di andare
a predicare a tutte le genti quello che lui ci aveva insegnato, che l’uomo si
salva soltanto se si riconosce figlio di Dio, che l’umanità si salva soltanto
se si riconosce come comunità dei figli di Dio.
“L’avete poi visto
altre volte”.
“Due di noi dicevano
d’averlo visto un giorno che andava da Gerusalemme ad Emmaus. Le donne dicevano
d’averlo visto nell’orto degli ulivi. Noi tutti comunque l’abbiamo rivisto
alcuni giorni dopo, quando ci è venuto a trovare sul lago.”
“A Tiberiade?”.
“Si, dal cenacolo, ci
eravamo trasferiti per alcuni giorni in Galilea, pensando di incontrarlo sulle
strade che eravamo abituati a percorrere assieme a lui.
Ero assieme a Tommaso
detto il Gemello, a Natanaele della città di Cana, ai figli di Zebedeo e ad
altri due che non ricordo, e ad un certo punto per fare qualcosa ho detto:
“Io vado a pescare.”
“Veniamo anche noi”,
dissero gli altri.
Uscimmo allora e
salimmo in barca. Ma quella notte non prendemmo nulla. Era già mattina, quando
avvicinandoci alla riva vedemmo che sulla spiaggia c’era un persona.
Contro sole non si
riusciva a distinguere chi fosse. Ci chiese da lontano se avessimo qualcosa da
mangiare, gli rispondemmo di no, che non avevamo pescato nulla. Allora ci disse
di gettare la rete dal lato destro della barca, perchè avremmo trovato pesce.
Un forestiero che dice
a me, che sono nato in barca, dove gettare le reti!...Ti puoi immaginare. In un
altro momento, dopo una notte a vuoto, sarei sbottato e l’avrei travolto di
improperi. E invece, senza fiatare, non so veramente darmene una spiegazione,
ubbidimmo e calammo nuovamente la rete. E quando andammo per ritirala, (se
qualcuno me la racconta non gliela credo!). Ebbene, non riuscivamo a tirarla
su, per la grande quantità di pesci che conteneva.
Fu allora che Giovanni
tutto emozionato, agitandosi al punto di rischiare di rovesciare la barca, mi disse: “Ma quello e Jeshù!”
Non so come aveva
fatto a riconoscerlo. Non so come anch’io sulla sua parola mi sono convinto che
fosse proprio Jeshù, vero è che mi sono gettato in acqua, per raggiungerlo a
nuoto, anch’io travolto dall’emozione di rivedere il maestro.
Gli altri avevano
accostato a riva con la barca, trascinando la rete con i pesci, perchè erano
lontani da terra un centinaio di metri. Quando lo raggiungemmo sulla spiaggia,
vedemmo che aveva preparato un fuocherello di carboni, con sopra alcuni pesci.
C’era anche del pane.
Ci disse di portare un
po’ di quel pesce che avevamo preso. Io allora sono salito sulla barca e ho
trascinato a terra la rete piena di pesci. Ne abbiamo poi contati
centocinquantatre, ed anche molto grossi, ma la rete non si era strappata.
Facemmo colazione assieme.
Dopo aver mangiato,
Jeshù si è rivolto a me. Le sue parole sono rimaste impresse nella mia mente
come le parole della legge sulle tavole di Mosè.
“Simone, figlio di
Giovanni, mi ami più di questi altri?” mi ha chiesto.
“Certo”, gli ho
risposto, “tu sai che ti voglio bene”
“Abbi cura dei miei
agnelli”, disse allora lui.
“Mi ami davvero”, mi
chiese poi una seconda volta.
“Signore”, gli risposi
di nuovo, “tu sai che ti voglio bene”
“Abbi cura delle mie
pecore”, replicò lui.
“Mi ami davvero?” mi
chiese per la terza volta.
Allora seccato, perchè
non era giusto mettesse in dubbio i miei sentimenti per lui gli dissi: “Signore
tu sai tutto. Tu sai che io ti amo”
“Abbi cura della mie
pecore, mi ripetè e poi aggiunse, una frase della quale ancora oggi non riesco a capire il
significato. “Quando eri giovane”, mi disse, “ti mettevi da solo la cintura e
andavi dove volevi, ma io ti assicuro che quando sarai vecchio, stenderai le
braccia e un altro ti legherà la cintura e ti porterà dove tu non vuoi”.
“Ma alla fine dove
avete riaccompagnato Jeshù?”
“Da nessuna parte. Ed
anche questo non so spiegarmelo. Abbiamo continuato a parlare, e poi ad un certo
punto ci siamo trovati a parlare da soli, come se lui non ci fosse mai stato,
lasciando il dubbio in tutti di aver avuto una allucinazione. Tuttavia la rete
piena di pesci, stava invece lì a dimostrare che non avevamo sognato.
“Ma possibile che nessuno abbia prestato
attenzione a quando è partito.”
“Se ti dico. Nessuno
riusciva a darsi una spiegazione. E poi, ogni volta che ci ripenso, mi da
fastidio non riuscire a capire il senso di quella frase così ovvia e banale,
che è l’ultima sua frase nel mio ricordo. Cosa c’è di strano nel fatto che uno
da giovane cammini da solo e da vecchio debba farsi accompagnare? Una frase
così ovvia dopo avermi chiesto per ben tre volte se gli volevo bene. Quel tre,
che comincia ad essere per me un numero fatale. Per tre volte gli uomini di
Pilato mi hanno chiesto se ero con il Nazireno, per tre volte lui mi ha chiesto
se gli volevo bene, e ieri mi si è ripetuto per tre volte lo stesso sogno”.
“Che sogno?”
Ero sulla terrazza a
pregare, mentre mi preparavano il pranzo, quando non so se mi sono appisolato
ed ho sognato oppure, non so, se ho
avuto veramente una apparizione. Comunque, come in una visione, ho visto il
cielo aperto e qualcosa che scendeva: una specie di tovaglia grande, tenuta per
i quattro angoli, che arrivava fino a terra. Dentro c’era ogni genere di
animali, di rettili e di uccelli. Allora una voce mi diceva:
“Pietro, alzati!
Uccidi e mangia!
“Non lo farò mai,
Signore”, dicevo, “ perchè io non ho mai mangiato nulla di proibito e di
impuro”
“Non devi considerare
impuro quello che Dio ha dichiarato puro”, ribadiva allora la voce.
E la scena si ripetè
appunto per tre volte.
Saulo da quando era
tornato a Gerusalemme passava tutto il tempo che non impegnava nella
predicazione a parlare con Pietro. Non era il capo dei dodici, perchè tra loro
non c’era una gerarchia, ma si capiva che era di fatto sopra tutti, perchè
tutti ne riconoscevano l’anzianità, ma anche il prestigio e l’autorevolezza.
Era un pescatore come
molti degli altri, non aveva una preparazione culturale come Giovanni, eppure
tutti gli riconoscevano d’essere l’interprete più fedele degli insegnamenti che
aveva lasciato Jeshù. Saulo ascoltandolo aveva a volte la strana sensazione che
non fosse lui a parlare. Le parole uscivano dalla bocca di Pietro, ma era come
se si fossero originate altrove, come se Pietro fosse solo l’interprete di
qualcuno, che parlava dentro di lui.
Aveva già sentito più
volte il racconto della pesca miracolosa sul lago di Tiberiade, ma risentendola
con l’appendice del sogno che Pietro aveva avuto il giorno prima, vedeva le
parole di Jeshù in un contesto diverso, che gli appariva molto chiaro.
“Non per voler fare
l’interprete di sogni. Ma come nelle parole che ti sono state dette sul lago, è
evidente l’invito a metterti a capo del gregge dei seguaci di Jeshù, così nella
visione di ieri, è evidente il richiamo ad andare oltre gli schemi della
tradizione ebraica.
Proibito, puro e vero
non è quello che la legge o la tradizione indica come tale, ma quello che Dio,
ad ognuno indica come proibito, puro e vero.”
A Saulo alle volte
pareva d’aver capito, d’aver trovato la soluzione, poi veniva ripreso dal
desiderio di conoscere:
“Ma tornando a quando
fu arrestato, come si svolsero veramente i fatti?” Anche questa domanda, era
ripetuta per la centesima volta. Ma Pietro era paziente:
“Te l’ho detto”,
ripeteva per la centesima volta,”faccio fatica a distinguere il ricordo dalla
mia immaginazione. Anzi c’è un sogno strano che mi si ripete continuamente e
che finisce per confondermi ulteriormente le idee.
Mi ritrovo nel sogno a
quando Pilato quella mattina, presentando i due Jeshù ha chiesto: “Chi dei due
volete che vi liberi?”. Io non ricordo neppure dove ero quella mattina, se ero
in mezzo alla folla o se ero da qualche altra parte. Ma nel mio sogno la folla
chiede la libertà per il Nazireno invece che per il Bar Abba, e così è il
Maestro che viene condannato a morte sulla croce. E infatti nel prosieguo del
sogno, lo vedo mentre sale il calvario, mentre muore. Lo vedo mentre viene
deposto nel sepolcro di Giuseppe d’Arimatea.
L’avrai conosciuto
certamente anche tu Giuseppe, era un fariseo importante che era rimasto colpito
dagli insegnamenti del Maestro. Veniva spesso a trovarlo e ci invitava sempre a
casa sua. Ma il Maestro non trovava mai il tempo per andarvi, e allora Giuseppe
gli diceva: ti ho preparato il sepolcro per quando sarai morto, se non ti posso
avere da vivo ti voglio avere con me per sempre, almeno da morto. E un giorno
che attraversavamo il suo orto, ai fianchi del Calvario ci aveva voluto proprio
far vedere il sepolcro. Non era stata certo una cosa di troppo buon gusto, ma
in effetti anche Jeshù dovette ammettere, scherzando, che era un bel sepolcro,
scavato in modo regolare nella roccia, all’ombra degli ulivi.
Rivedo, continuava
Pietro, nel sogno quel sepolcro e il corpo del Maestro che vi viene sepolto.
Poi il sogno si interrompe come una rappresentazione teatrale che si sospenda.
Quando riprende di nuovo la scena, è ancora quella del bosco d’ulivi del
sepolcro, ma sono io il protagonista. Io che corro trafelato assieme a
Maddalena. Lei corre più di me. Ma già da lontano anch’io mi accorgo che il
sepolcro è aperto, e lei che ha già guardato dentro, mi accoglie dicendo: non
c’è, è risorto”.
“Come risorto? Cosa
vuol dire risorto?,” le chiedo allora.
“Non so”, mi risponde.
“E perchè l’hai detto
allora?”
“Non so. Ci sono
parole che ci nascono in bocca come fiori nel deserto.”
“ Nei sogni...”,
proseguiva Pietro.
“Non è un sogno, ma
una visione” lo interruppe Saulo. Non ti rendi conto che nella tua visione
assume una logica ogni cosa?”
“Non capisco di quale
logica parli. I fatti comunque non si sono svolti così. Siamo corsi veramente
al sepolcro, ma per vedere Jeshù il Nazireno”
“I fatti servono a
raccontare le idee, e nel tuo sogno si sono ricomposti per raccontare ciò che
la comparsa di Jeshù nella storia ha voluto significare. Nel rapporto dell’uomo
con Dio non ci possono essere mediazioni. Dio si sacrifica in ognuno di noi
fino a far morire la propria infinità nella nostra limitatezza, perché riscoprendo
l’infinito che si è limitato nel nostro cuore, anche noi riusciamo a vivere la
dimensione dell’Infinito e dell’eternità...”
CAP 20 – UN NUOVO
VANGELO.
Saulo era l’ultimo
arrivato. Non aveva neppure conosciuto Jeshù eppure stava sconvolgendo tutta quello
che era stato il complesso della predicazione degli apostoli in quegli
anni. S’era messo a predicare di Jeshù il Cristo (con questo soprannome era
stato sostituito quello di Bar Abba),senza neppure averlo conosciuto e senza
neppure confrontarsi con quelli che erano stati i suoi discepoli e che ora si
facevano chiamare apostoli. Aveva fatta sua l’intuizione di Jeshù d’un ebraismo
che poteva essere predicato a tutti i popoli, se fosse stato adattato alla loro
mentalità, e s’era messo a divulgare una sua interpretazione di questo
pensiero.
Solo dopo tre anni
aveva sentito la necessità di recarsi a Gerusalemme per incontrarsi con i veri
discepoli di Jeshù, e questo solo perchè si rendeva conto che se, come stava
accadendo, ognuno si fosse messo in giro a predicare un suo vangelo, non ci
sarebbe stata storia per il Vangelo di Jeshù.
Più che un confronto
con gli altri, il suo diventata un
tentativo di imporre agli altri la sua visione e la sua logica. Gli altri, a
volte, avrebbero voluto opporsi, ma
Saulo li sapeva convincere, ed alla fine gli davano sempre ragione. In qualche
modo finivano per credere che la verità, anche sulla vita di Jeshù, fosse
quella che egli andava rielaborando, e non quella invece, che loro soltanto, avevano vissuto insieme a
Jeshù.
Saulo era un uomo
colto e loro invece dei poveri pescatori, gli unici in grado di ribattere
potevano essere Giovanni e Tommaso, che avevano studiato a Qumram con gli Esseni,
ed erano loro che imponevano i maggiori distinguo, ma in fondo anche loro
finivano sempre con il dare ragione a
Saulo. Il fine fondamentale per il quale anche loro avevano investito tutta la
propria esistenza doveva essere la diffusione del nuovo vangelo. Se il
messaggio, come diceva Saulo, doveva essere inserito in un contesto che lo
rendesse più facilmente accessibile anche ai romani e agli abitanti di tutta la
terra, il fine poteva giustificare i mezzi. Se il fine era autentico si
potevano anche utilizzare dei mezzi non autentici. Saulo da bravo mercante li
andava convincendo che la forma della comunicazione è più importante dei
contenuti.
Ci furono comunque
grandi discussioni nel periodo che Saulo passò a Gerusalemme, e pur convenendo
sulla necessità d’una normalizzazione della dottrina, si affermarono delle
distinte correnti di pensiero.
Jeshù in qualche modo
si era richiamato alle credenze greche sull’immortalità dell’anima. Alcuni
discepoli che avevano vissuto con lui l’esperienza degli Esseni, come Tommaso e
Giovanni, restavano fedeli a questa idea. Altri invece che avevano vissuto con
lui l’esperienza giovanile dello zelotismo come Pietro, erano tornati a pensare
che fosse vicina la venuta del Regno e che Jeshù sarebbe ricomparso per guidare
veramente Israele verso la liberazione dalla dominazione romana.
Già nell’ultima parte
della sua vita si erano avvicinati a Jeshù alcuni farisei come Giuseppe
d’Arimatea, e infine per l’intervento decisivo del fariseo Saulo, fu proprio la
corrente dei seguaci d’origine farisea a prendere il sopravvento.
Questi credevano nella
resurrezione dei corpi, e sulla base di questa loro convinzione, modificarono
l’intuizione di fondo di Jeshù sulla vita eterna. Su questo punto, che era la
chiave di volta del nuovo vangelo, ci furono discussione a non finire,
soprattutto tra Saulo e Giovanni.
Un giorno nel cenacolo
c’era stato un confronto molto serrato alla presenza di tutti gli altri.
“Le speranza che noi
dobbiamo predicare è la speranza nella resurrezione dai morti,” continuava a
dire Saulo.
“Ma Jeshù non ne ha
mai parlato” ribatteva Giovanni.
“Secondo quanto mi è
stato ispirato, secondo il mio vangelo, Jeshù è resuscitato dai morti”.
“E’ solo una voce, una
leggenda, dal momento che non è morto. Ma comunque anche il fatto che lui fosse veramente resuscitato come Lazzaro,
non consente di pensare che tutti possano resuscitare. E poi che senso ha
parlare di un tuo vangelo?”
“Se i corpi non
risorgono, neanche Cristo è risorto. Ma se Cristo non è risorto è vana la
nostra fede”, protestava Saulo con forza.
“Che ragionamento è
mai questo?” obiettava Giovanni. “Tu stai utilizzando Cristo soltanto per
confortare la tua convinzione di
fariseo nella resurrezione. Jeshù al contrario ci ha parlato soltanto della
vita eterna”
“Ci dobbiamo mettere
d’accordo. Io insegno quello che mi è stato insegnato, che Cristo morì per i
nostri peccati secondo le scritture, fu sepolto ed è resuscitato il terzo
giorno secondo le scritture”.
“Ma da chi ti è stato
insegnato? La coerenza con le scritture è un tuo problema. Sei tu che ti sei
fissato su questi concetti, che comunque restano dei fatti. Veri o non veri non
importa. Il cuore del nostro insegnamento deve essere il cuore
dell’insegnamento di Cristo, il quale ripeteva che: chiunque riconosce che Gesù
è il figlio di Dio, Dio dimora in lui, ed egli in Dio. Questa è la chiave di
volta di tutto il vangelo”
“Io invece non so
parlare d’altro che di Cristo e Cristo crocefisso”, insisteva Saulo. “La chiave
della rivelazione è infatti che per la colpa di uno, Adamo, si è riversata su
tutti la condanna, per l’obbedienza e il sacrificio d’uno solo, Cristo, tutti
saremo costituiti giusti. Come tutti muoiono in Adamo tutti riceveranno la vita
in Cristo.
Dio è sceso fino agli
uomini facendosi uomo, facendosi l’ultimo degli uomini, deriso preso a sputi ed
a calci ed infine crocefisso come l’ultimo dei malfattori. Se Dio l’ha fatto
perché tu no? Questo deve essere il nostro messaggio all’uomo. Tu che soffri
pensa che anche Dio ha sofferto. Questa è la consolazione per l’uomo”..
“E’ una tua
interpretazione, che non si ricava da quello che ha detto Jeshù”, replicava
Giovanni. “Al contrario, Jeshù ha detto che non è Dio a scendere, ma che è
l’uomo a salire fino a Dio diventando partecipe della sua essenza: l’eternità.
La testimonianza che Dio ha reso ai suoi figli è questa: Dio ci ha dato la vita
eterna, e questa vita è nell’essere suoi figli. Chi ha il figlio ha la vita,
chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita. La vita eterna, ha detto Jeshù,
non la resurrezione dei corpi, che del resto è inconcepibile”.
“Perchè inconcepibile?
Tutti saremo trasformati, il nostro corpo corruttibile diventerà un corpo
incorruttibile. Anche se noi in verità vorremmo non venire spogliati, ma in un
certo modo sopravestiti, come se ciò che è mortale potesse venir assorbito
nella vita. Secondo te invece in che cosa consisterebbe la vita eterna?”
“Cristo ci ha detto
che sin d’ora, nel mondo, noi siamo figli di Dio. Ciò che saremo non ci è stato
rivelato. Sappiamo però che saremo simili a lui perchè lo vedremo come egli è”.
La contrapposizione
era così forte che gli altri facevano fatica a seguire i ragionamenti dei due.
Nessuno aveva il coraggio di intervenire. Solo Tommaso ad un certo punto li
aveva interrotti:
“Ma lasciando perdere
la differenza tra resurrezione e vita eterna che potrebbe anche non
interessare, che cosa dovremmo fare per
guadagnarci l’immortalità e la vita eterna, e che cosa quindi dovremmo
insegnare a fare?”
Nella risposta il
contrasto si fece ancora più aspro. “Cristo è morto per noi, diceva Saulo con
convinzione, “Il giusto vivrà mediante la fede in Cristo. Se infatti la
giustificazione non dovesse venire dalla fede, ma dalle opere, Cristo sarebbe
morto invano”.
“Ma no,” diceva
Giovanni, “così stravolgi nuovamente l’insegnamento di Cristo. Solo in chi
osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è perfetto. Chi dice di dimorare
in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato. Chi dice di essere nella
luce, e odia suo fratello è ancora nelle tenebre”
“Al contrario”,
ribatteva Paolo, “si è salvi soltanto mediante la fede, e questa è dono di Dio,
non viene dalle opere, perchè nessuno se ne possa vantare”.
“Ti stai sbagliando.
Se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. E’ questa
l’unica cosa che dobbiamo fare! Nessuno ha mai visto Dio, ma se ci amiamo gli
uni gli altri Dio rimane in noi, e l’amore di lui è perfetto in noi.
“Non è solo un
problema di amore. Noi dobbiamo considerarci
morti con Cristo alle cose del mondo, per sentirci risorti con Cristo, e
quindi cercare le cose di lassù”.
“Dio ci ha fatto un
dono, di diventare figli di Dio, e quindi immortali, è il nostro essere figli
di Dio che entra nella vita eterna, non il nostro corpo”, continuava a ripetere
Giovanni.
“Moriamo corruttibili
e risorgeremo incorruttibili”, ribatteva Saulo, “è in questa trasformazione del
nostro corpo che diventa concreta la prospettiva della vita eterna”
“Il figlio di Dio non
è resuscitato per salire in cielo alla destra di Dio Padre, come sostieni tu.
Figlio di Dio è ognuno di noi, perché in ognuno di noi è presente Dio. E’
presente con il desiderio di infinito che riempie il cuore di ogni uomo. Dio è
morto! E’ vero è morto il Dio del Sinai, il Dio nascosto tra le nubi del cielo.
Ma proprio perché è morto è vivo in ognuno dei suoi figli. Alla morte del
padre, il figlio non ha più un riferimento certo e definito. Ma proprio per
questo è come se suo padre fosse entrato in lui come ricordo, come memoria
viva”.
“Il problema di fondo
è ancora più a monte”, insisteva Tommaso. “Dobbiamo utilizzare il nome di Jeshù
per diffondere le nostre convinzioni, o al contrario il nostro compito è quello
di ripetere il messaggio lasciando che ogni uomo lo interpreti secondo la sua
inclinazione e secondo la sua coscienza? Se ci arroghiamo il diritto di
interpretarlo, finiamo per fargli dire, come sta facendo Saulo, cose che non ha
mai detto. Io non discuto che Saulo possa aver ragione, che come sostengono i
Farisei, sia possibile la resurrezione dei corpi, io dico che a Jeshù questo
non gliel’ho mai sentito dire”.
Avrebbero discusso
all’infinito se non fosse intervenuta Maria, la madre, con una conclusione che
cercava di mediare tra le tesi contrapposte:
“La fede è essenziale
disse, e le opere pure. Ma è necessario che la fede giustifichi le opere. Non
ci possono essere le spighe se non c’è il campo, ma un campo senza spighe non
ha valore. Su cosa dire e su come dirlo aspettiamo sia lui a darci le
indicazione, al suo ritorno”.
Lei, come è naturale
per una madre, era convinta sarebbe tornato. Anche i discepoli lo speravano.
Era indispensabile tornasse per metterli d’accordo. Ma sarebbe poi tornato?
Almeno avessero saputo dove era andato!
Alcuni di loro erano
convinti di avere assistito alla scena della sua salita in cielo, ma anche
questo era un fatto che suscitava infinite discussioni tra loro. L’evento si
sarebbe verificato quaranta giorni dopo
la sera nella quale avevano mangiato assieme l’ultima cena nel cenacolo a Gerusalemme.
Alcuni si trovavano ancora là, ed era apparso loro di nuovo, ed aveva
raccomandato loro di non allontanarsi da Gerusalemme ma di aspettare il dono
promesso dal Padre del quale aveva più volte parlato.
“Giovanni,” aveva
detto loro, e sarebbero state le sue ultime parole, “ha battezzato con acqua,
voi invece tra pochi giorni sarete battezzati con lo Spirito Santo”.
Detto questo aveva
incominciato a salire in alto, mentre gli apostoli presenti stavano a guardare.
Poi si era frapposta una nube ed essi non lo avevano visto più. Mentre avevano ancora
gli occhi fissi verso il cielo, dove Jeshù era salito, due uomini, vestiti di
bianco, si sarebbero avvicinati a loro dicendo: “Uomini di Galilea, perché ve
ne state lì a guardare il cielo? Questo Jeshù che vi ha lasciato per salire in
cielo, ritornerà come lo avete visto partire”.
Da Betlemme invece era
arrivata la voce che fosse partito con i Magi. Non era da escludere che dopo
aver passato molti giorni a discutere con i tre saggi, avesse deciso di
accompagnarsi a loro, per approfondire nel confronto con le loro teorie, le
proprie convinzioni e l’illuminazione che aveva avuto nel deserto del Mar
Morto.
Se avesse deciso di
passare un periodo in Persia o in India, un giorno a l’altro avrebbe potuto
ricomparire…
Qualcuno diceva che
era ancora tra loro, ma in una altra dimensione e che avrebbe potuto comparire
all’improvviso come aveva fatto più volte nei primi quaranta giorni dopo la sua
scomparsa. Ma erano passati ormai tre anni e nessuno, dopo i primi quaranta
giorni, aveva testimoniato di averlo visto.
Forse era il caso si
rassegnassero alla sua scomparsa e proseguissero nell’opera di diffusione della
sua parola. Anche quella incertezza sulla sua fine, poteva costituire un
elemento del suo messaggio. Dopo il rapporto che avevano avuto sul piano umano,
era ora entrato nella loro mente, nel loro pensiero, era entrato nella
dimensione del ricordo, era veramente il “Dio in noi”.
CAP 21 – L’ADDIO DI PILATO.
Anche per Pilato erano
passati tre anni dalla notte dell’incontro con Jeshù. Inutilmente aveva
insistito con Giovanni d’Arimatea perché gli procurasse un nuovo incontro con
il Predicatore. “Nessuno sa dove si sia ritirato” gli continuava a ripetere
Giovanni. Intanto a Roma era morto il vecchio imperatore Tiberio ed il suo
posto era stato preso dal giovane Caligola. Con Tiberio invano aveva più volte
richiesto un trasferimento. Le amicizie e le parentele della moglie non erano
bastate per consentirgli di lasciare l’odiata Palestina. Ora invece era stato
il nuovo imperatore, di sua iniziativa, a trovargli un nuovo posto.
In verità, saputa la
nuova destinazione, non riusciva a capire se si trattasse d’un premio ottenuto
dalla moglie, o d’una punizione per ciò che non era riuscito a fare in Israele.
Comunque gli era arrivato l’ordine di partire ed aveva convocato Saulo per
potersi accomiatare dall’amico.
“Scusami se ti ho dato
urgenza. Volevo incontrarti prima di partire, credo sia l’ultima volta che ci
vediamo”.
“Come mai? Che cosa è
capitato?”
“L’imperatore
Calligola mi ha ordinato di rientrare e mi ha affidato il governo d’una
Provincia della Gallia”
Saulo aveva risposto immediatamente all’invito
di Pilato pur senza sapere di che cosa avrebbe dovuto parlargli. Ora, alla
notizia della partenza, era sinceramente dispiaciuto. Anche arrivando a
palazzo, aveva ripensato alla stranezza delle coincidenze della vita. Se non
avesse incontrato Pilato… In fondo era stato il procuratore romano a fargli
conoscere Jeshù. Era da quel viaggio sulle tracce di Jeshù per compiacere il
procuratore che era cambiata la sua vita. Da lì era iniziato il suo strano
rapporto con la nuova religione, prima di feroce oppositore ed ora di
entusiasta sostenitore.
Non era stato certo un
gran governatore Pilato ed aveva sbagliato troppe cose nel rapporto con i
Giudei. Ma fra loro due era nata una vera amicizia, che si era sviluppata su
una comunanza di sentimenti, e soprattutto sulla passione condivisa da entrambi
per la filosofia greca…
“Mi dispiace che tu ci
debba lasciare,” gli disse. “Ma come sai,”aggiunse, “per essere sincero come lo
sono sempre stato, sarò forse l’unico a
dispiacermi”
“Lo so non lascio un buon ricordo. Ho sbagliato a mettermi
in testa di romanizzare la Regione che più di ogni altra nell’Impero Romano ha
forte lo spirito di identità. Ho dovuto più volte usare la forza per reprimere
varie rivolte. Ma non è questo ciò di cui volevo parlarti. Riuscirò a
dimenticare tutto di questa terra, che ho sentito subito profondamente ostile,
ma non riesco a e non riuscirò a dimenticare l’incontro con il predicatore che
si faceva chiamare il figlio del Padre, la notte nella quale i tuoi amici
volevano che lo condannassi a morte. Avrei voluto rivederlo. Giovanni d’Arimatea
mi aveva promesso di riportarmelo ... Ma così non è stato. Dice che è
scomparso, che non si sa dove sia…Ma un uomo non può sparire senza lasciare
traccia”.
“Purtroppo ha ragione Giovanni,” disse Saulo.”Anch’io vorrei
incontrare quel uomo più di ogni cosa al mondo. Ma non mi è stato possibile.
Pur senza mai incontrarlo quel uomo ha sconvolto la mia vita. E su questo fatto
anche tu hai le tue responsabilità.”
“Mi riferiscono che sei diventato uno dei suoi seguaci più
appassionati. Come mai?”
“Non lo so neppure io.
Pietro il più anziano dei suoi discepoli mi ha raccontato che le ultime parole pronunciate da Jeshù nei suoi confronti, sono state: “quando eri più giovane ti mettevi da solo
la cintura e andavi dove volevi, ma io ti assicuro che quando sarai vecchio, tu
stenderai le braccia, e un altro ti legherà la cintura e ti porterà dove tu non
vuoi”. Ebbene, a me che pure vecchio non sono, è capitato proprio questo, sono
stato portato dove mai avrei immaginato di andare.
“Ricordo che eri tra i
più scatenati oppositori”.
“Appunto. Ero convinto
che il nuovo Vangelo fosse una minaccia per la religione ebraica. Ma poi, te
n’ho parlato più volte, ho avuto una illuminazione anche io, ed ho pensato che
la predicazione di Jeshù potesse in qualche modo costituire il completamento
della Bibbia. Ma per fare questo ho dovuto a attribuire a Jeshù un ruolo che
egli in effetti non ha mai ritenuto di avere. Egli si considerava uno tra gli
uomini e parlava di sé come di un uomo. Io invece faccio in modo che venga considerato il primo degli uomini. Per
mezzo di un uomo Adamo è venuta la morte, per mezzo di un altro uomo Jeshù è
venuta la resurrezione, la possibilità per l’uomo della vita eterna. E’ questa
l’impostazione che ho dato alla mia predicazione.”
“Ma se ritieni che non
sia vero…
“Dalla sua parola è
venuta la salvezza, ma la parola muore nel tempo, l’uomo ha bisogno di
riconoscere e riconoscersi in chi ha detto quella parola. La rivelazione è che
l’uomo è figlio di Dio, il messaggio passa più facilmente se affermo che colui
che l’ha portato al mondo è figlio di
Dio. La rivelazione è che Dio-Esistenza si incarna come coscienza di esistere
in ogni uomo, il messaggio è più facilmente trasferibile se dico che in lui,
prima di ogni altro, Dio si è incarnato”.
“Capisco che qualcuno
possa accusarti di stravolgere il
messaggio di Cristo”.
“Non lo stravolgo, lo
organizzo e gli do la forma che gli consentirà di restare nel tempo”.
Ma se Pilato aveva convocato d’urgenza Saulo
prima di partire, non lo aveva fatto per discutere su come il nuovo discepolo
impostasse la diffusione del vangelo. Prima di partire avrebbe voluto per
l’ultima volta cercare di capire il messaggio che era stato dato a lui, cercare
di darsi una risposta alla domanda che gli si era fissata nella mente da quella
maledetta sera: “Che cosa è la verità”.
Era venuto malvolentieri in Palestina. Aveva
considerato l’incarico una sorta di punizione se non di condanna. Aveva vissuto
quegli anni nella speranza e nell’attesa d’un nuovo incarico, ed ora che
l’incarico era arrivato gli dispiaceva quasi di dover partire.
Alle volte girando nel deserto, la veste si
impiglia negli arbusti, dovendo
proseguire, la veste si strappa e in quel brandello di veste è come se
restasse qualcosa di noi. Quella domanda senza risposta era come un brandello
di sé, rimasto nel deserto della Palestina. Anche se fosse finito a governare
tra le nevi della Britannia, quella domanda rimasta impigliata tra le spine
della Palestina, l’avrebbe inseguito fino alla morte. A meno che non fosse riuscito
a darsi una risposta…
Prima dell’arrivo di Saulo c’era stato un
violento temporale, ma adesso il sole era tornato su Gerusalemme e, prima di
andare ad affogare nel Mediterraneo[3]
inviava raggi di addio alla città odiata dal governatore e indorava i gradini
dell’ingresso del palazzo. La fontana del cortile si era completamente ripresa
e cantava a piena voce, i colombi erano ritornati sulla sabbia del cortile,
tubavano, saltavano i rami rotti dalla furia del temporale, beccavano qualcosa
nella sabbia bagnata. Sul tavolo preparato sotto il fresco del porticato, fumava un piatto di carne.
“Ma cosa vuoi che ti
dica che non ti abbia già detto?” disse Saulo avvicinandosi al tavolo assieme
a Pilato.
“Nulla finchè non ti
sarai seduto ed avrai bevuto un po’ di vino,” rispose gentilmente Pilato,
sdraiandosi, e indicò l’altro letto. Saulo si sdraiò e un servo gli versò del
denso vino rosso. Un altro servo, chinandosi con cautela sulla spalla di
Pilato, riempì la coppa del governatore. Poi questi allontanò i due servi con
un gesto.
Mentre Saulo mangiava e beveva, Pilato,
sorseggiando il vino lo guardava attraverso le palpebre socchiuse. Avrebbe
voluto entrare nella sua mente, capire che cosa veramente intendeva quando
parlava d’essere stato illuminato.
Saulo non rifiutò neppure una seconda coppa di
vino, inghiottì con evidente soddisfazione un paio di ostriche, assaggiò la
verdura lessa, mangiò un pezzo di carne. Saziatosi, lodò il vino:
“Ottimo vitigno,
governatore, ma non è Falerno?
“Cecubo di trenta
anni,” replicò affabile Pilato.
Saulo si mise una mano sul cuore, rifiutò di
mangiare altro, affermò di essere sazio. Allora Pilato riempì la propria coppa,
l’ospite lo imitò. Entrambi rovesciarono un po’ di vino nel vassoio e il
procuratore disse a voce alta, alzando la coppa:
“Per noi, per te, Cesare, padre dei romani, il
più caro e il più buono degli uomini!”
Dopo queste parole vuotarono la coppa e gli
schiavi africani tolsero le pietanze dal tavolo lasciandovi la frutta e le
caraffe. Di nuovo il procuratore li allontanò con un gesto, e rimase solo con
il suo ospite nel porticato del palazzo. Solo allora Saulo notò che sul tavolo
c’era una terza coppa.
“Per chi è?” chiese incuriosito, immaginando
che dovesse arrivare qualcun altro.
“Per nessuno,” rispose serio Pilato. “E’
questa coppa il motivo per cui ti ho fatto chiamare. Non te ne avevo mai
parlato. Ma forse non è un caso che sia qui. Forse la verità è come un mosaico,
fatto di tante piastrine in sè insignificanti ma che, ricomposte secondo una
logica formano una figura. Me l’ha data Pietro proprio il seguace di Jeshù che
hai citato poco fa e che era stato arrestato con lui in quella famosa notte. Ho
visto che ci teneva, ma pur di salvarsi quella notte, mi avrebbe consegnato
anche sua madre. Mi ha raccontato che era la coppa nella quale Jeshù aveva
bevuto la sera prima, accompagnando il gesto con delle parole misteriose.
A quella rivelazione Saulo s’alzò di scatto,
sorpreso di trovarsi proprio in casa del procuratore davanti ad un oggetto
appartenuto al maestro, che non aveva avuto modo di conoscere. Un oggetto da
venerare del quale aveva sentito parlare, e che aveva anche cercato invano di
recuperare.
“Allora Pietro non mi ha detto tutta la
verità!” mormorò.
“Che verità?”
“Quella che mi hai
rivelato tu adesso. Che ti ha consegnato la coppa. Anche su questa coppa come
su Jeshù è nata una leggenda. Anche questa, come Jeshù, si dice che sia
scomparsa. Invece la ritrovo proprio qui nel palazzo del governatore romano”.
“Cosa ne sai tu?” gli chiese Pilato.
“Delle coppa nulla, se non che si dice sia
scomparsa, e che anch’io l’ho cercata invano. Della cena collegata a questa
coppa, che invece considero uno dei momenti più importanti della predicazione
di Jeshù, ho cercato di ricostruire ogni particolare, ogni parola.
“Il discepolo che me
l’ha consegnata mi ha riferito che Jeshù ha affermato che nella coppa c’era il
suo sangue, e che lui non avrebbe bevuto più vino fino al giorno in cui avrebbe
bevuto il vino nuovo nel regno di Dio. Ha anche detto che colui che beve alla
mia bocca diventa come me, ed io divento lui, e ciò che è nascosto gli è
rivelato”.
“Si, ha anche detto
che questa coppa sarebbe stata il calice della nuova alleanza, che Dio
stabiliva per mezzo del suo sangue, offerto per noi”
“Cosa voleva dire?”
“La rinuncia al frutto
della vite fa parte del voto di nazireato, che aveva fatto l’altro Jeshù,
quello che hai fatto crocifiggere. Comunque dalle parole pronunciate nella cena
e da altri discorsi fatti in precedenza, si può desumere che si aspettasse di essere
condannato a morte. Sembra quasi si sia sviluppata una serie di coincidenze che
ha portato ad un processo di
identificazione di Jeshù Bar Abba con il Nazireno, processo che si è
concretizzato in qualche modo nell’orto dei Getzemani, e che avrebbe potuto
concludersi con la crocifissione di entrambi.
Poi c’è stata la tua
decisione ad interrompere il corso degli eventi”.
“Cosa c’entro io!”
borbottò Pilato, bevendo un lungo sorso di vino. Si sentiva la gola secca. Nel
gioco delle coincidenze, Saulo gli stava dicendo che era finito per
interpretare senza saperlo un ruolo, del quale non si riusciva a capire ancora
la portata. “Ho solo fatto ciò che ritenevo giusto” aggiunse “ho salvato la
vita a un uomo che i tuoi volevano morto, e che non c’era motivo alcuno per
condannare a morte”.
“Basta alle volte un
piccolo sassolino sul pavimento, per far scivolare un uomo importante che
cadendo batte la testa e muore. E’ questo il gioco delle coincidenze! Il
sassolino non ha colpa, eppure è stato la causa d’una morte che potrebbe anche
cambiare la storia dell’umanità”.
“Non ti ho chiamato
per parlare di sassolini. Ti ho detto che sto partendo. Sai che da quella sera
mi è rimasto il cruccio di non riuscire a darmi una risposta alla domanda sulla
verità. Ti ho chiesto di saperne di più su quel predicatore, e nel frattempo
sei anche diventato suo discepolo. Giovanni d’Arimatea mi aveva promesso che me
l’avrebbe fatto conoscere e invece nessuno sa dove sia finito.
Alla fine, visto che devo partire, sulla base
di ciò che ha insegnato colui che anche
tu ora consideri tuo maestro, mi puoi dire “Che cosa è la verità?” Che cosa
intendeva il tuo maestro quando mi ha detto di essere venuto al mondo per
essere testimone della verità?
“Ma perché ti
interessa tanto?”
“Il mio non è solo un
interesse culturale. La risposta è diventato un bisogno essenziale della mia
vita. Si può vivere anche senza saper nuotare. Ma se per caso sei finito in
mare, non puoi non nuotare. Ti agiti, annaspi, fino a che non trovi
l’equilibrio che ti fa restare a galla. Se non lo trovi, finisci per affogare.
L’incontro con Jeshù e con questa domanda è stato per me come un precipitare in
mare, non puoi chiedermi perché cerco la soluzione per restare a galla, e non
affogare”.
“L’immagine rende bene
l’idea. Da quando mi hai posto la domanda ho cercato una risposta in quello che
mi è stato riferito come messaggio di Jeshù, ma non l’ho trovata. C’è un’altra
frase che potrebbe essere collegata, e potrebbe aiutarti a trovare la
soluzione: “La verità rende liberi”.
“Ma allora che cosa è
la verità che rende liberi”
“Stando alla tua
immagine, si sarà liberi quando si saprà nuotare nel mare della vita, quando
sapendo nuotare, non si annasperà più, ma ci si potrà abbandonare per farsi
cullare dalle onde.
Saper nuotare come
saper vivere. La sua verità è che per saper vivere, è necessario riconoscersi
figli di Dio ed amare gli altri uomini come fratelli. Questo ha riassunto in
quella famosa cena, bevendo alla coppa che è ora in tuo possesso. Ha spezzato
un pane dandone un pezzo ad ognuno dei discepoli, e li ha invitati a intingerli
nel vino della sua coppa. I pezzi d’uno stesso pane, che si intingono nello
stesso vino. Questo può essere il valore simbolico di questa coppa. Questo può
essere il simbolo della sua verità, il simbolo della verità”
“Ma cosa vuol dire
riconoscersi figli di Dio”.
“Vivere come partecipi
dell’eternità, destinati all’eternità, e quindi vedere i fatti i ogni giorno
nella prospettiva dell’eternità. Tutti i fiori del campo ricevono la luce e
quindi la vita dallo stesso sole. Così tutti gli uomini sono in un rapporto
univoco con l’Infinito da cui derivano. Allo stesso tempo però devono essere in
rapporto con gli altri fiori, limitando la libertà d’espansione nella terra,
nella libertà degli altri fiori. La verità ci rende liberi, come il sole rende
i fiori liberi di crescere, in sintonia tra loro nello stesso campo”.
“Ma non è così
semplice passare dalla sintonia dei fiori, alla sintonia tra gli uomini. Come
si può amare gli altri, tutti gli altri, anche i nemici? Ho sentito dire che
avrebbe affermato che se uno ti da uno schiaffo tu gli dovresti porgere l’altra
guancia”.
“Si ha detto proprio
così: Io vi dico di non opporvi al
malvagio; anzi, se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra;
a chi ti vuol chiamare in causa per toglierti la tunica, tu lascia anche il
mantello; e se uno ti costringe a fare un miglio, tu fanne con lui due. Non
perdonerai fino a sette volte sette, ma fino a settanta volte sette"
.
Sembra un paradosso ma è la teoria
della provocazione della generosità. Provoca dando più di quello che ti
viene chiesto. Disarma il malvagio, sfidandolo sul piano stesso della sua
forza.
La legge di Mosè, la nostra legge
come la vostra del diritto romano, è la legge del taglione. Occhio per occhio, dente per
dente. Ma su questa legge l’umanità sarà in un conflitto perenne. Tutti
finiranno per essere armati gli uni contro gli altri.
Lui ci ha insegnato invece che
l’obiettivo deve essere quello di disarmare il nemico facendolo diventare amico. Se a uno che ti dà uno schiaffo lo
ritorni, tra voi due nasce subito una zuffa. Se invece lo sfidi porgendogli
l’altra guancia, resterà colpito dal tuo gesto, sbollirà la sua ira nei tuoi
confronti, finirete per parlarvi e per capirvi, finirete per diventare amici.
In questo modo la terra diventerà un luogo vivibile per i figli degli uomini.
“Mi piacerebbe che tu
spiegassi all’imperatore Caligola, questa tua teoria” disse Pilato ridendo, ed
alzandosi da tavola. Io avrò modo di continuare a cercare la verità nel verde
delle campagne della Gallia. Ho saputo che i Celti sono un popolo senza un
religione ma con una grande e profonda spiritualità, chissà che non possano
anche loro aiutarmi”.
“Te lo auguro” disse Saulo
e stava per aggiungere qualcosa, ma fu interrotto da Pilato:
“Immagino che come
ricordo della nostra amicizia tu voglia chiedermi la coppa. Non farlo! Non
costringermi a dirti di no! E’ diventata anche per me il simbolo della mia
ricerca, resterà il vero ricordo dei miei anni in Palestina”
“Come vuoi. Ma il
nostro non è un addio. Quello che hai detto sull’Imperatore non è una battuta.
Mi riprometto veramente di venire a Roma a predicare la parola di Jeshù Bar
Abba, e sono sicuro che avremo quindi anche modo di rivederci. Vorrò gustare
ancora il Cecubo della tua cantina”.
Si abbracciarono
commossi sotto il porticato. Mentre scendeva la lunga gradinata, Saulo si fermò
un momento, si voltò, e come ultimo saluto gli gridò:
“E’ la verità che ci
rende liberi!”