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Diver Dalce

 

 

 

 

        Quid est veritas?

 

 

 

   Cosa e’ la  

     verità?

 

 

              I DUE GESU’

 

 

Documento depositato.

Disponibile solo in lettura

Vietato qualsiasi tipo di riproduzione.

 

Presentazione.

 

Se il titolo non fosse già stato utilizzato, avrei voluto intitolare il romanzo “Ipotesi su Gesù”.  Presentando una versione, se non inedita almeno inusuale delle vita di Gesù, il mio intento non è stato infatti quello di ricercare una nuova verità, sulla vita del personaggio storico e ancora meno di affermare che è sbagliato tutto quanto si è detto e scritto in questi duemila anni sul personaggio. La mia è solo una ipotesi, per immaginare quali potrebbero essere le conclusioni alle quali si potrebbe giungere, sulla base della simulazione proposta.

Un romanzo storico? No. Piuttosto un romanzo antistorico, che reinventa liberamente la storia e quindi in un certo senso un romanzo di fantascienza. Il romanzo di Cristo che non muore, come risulterebbe storicamente provato, che non viene crocefisso da Pilato, ma che non per questo ha un minore rilievo nella storia dell’umanità. Il romanzo della vita di un filosofo, che ha avuto le intuizioni capaci di dare ad ogni uomo le vere risposte sul senso della sua vita.

Se Cristo non fosse morto, cosa ne sarebbe del cristianesimo? Oppure quale sarebbe il cristianesimo, se il suo fondatore non fosse stato crocefisso? Avremmo una religione non fondata sull’idea d’un Dio che redime l’umanità dal peccato originale, con il sacrificio in croce del figlio fattosi uomo, ma soltanto sulle idee che Cristo ha predicato.

Idee che comunque fanno già parte della dottrina cristiana, si potrebbe obiettare. Ma l’ipotesi serve a verificare (o meglio a suggerire di verificare) se l’enfasi posta su ciò che Gesù ha fatto, sulla sua vicenda personale, non abbia portato in secondo piano, ciò che ha detto ed insegnato.

L’ipotesi consente in secondo luogo di verificare se l’attenzione su ciò che ha fatto, non abbia portato anche a stravolgere o quantomeno a forzare la trascrizione di ciò che ha detto, per far coincidere le parole con l’immagine del personaggio che si voleva rendere.

Una ipotesi come questa, si potrebbe obiettare ancora, avrebbe dovuto portare a sviluppare un saggio, non un romanzo.

Il saggio tuttavia si sarebbe proposto di dimostrare. Io invece voglio soltanto suggerire che ci potrebbe essere una lettura diversa, sia dei fatti che delle parole. Il mio suggerimento diventa quindi un invito ad una rilettura personale dei testi che ci sono stati tramandati sulla vita di Gesù, sia quelli canonici che quelli definiti apocrifi, per arrivare ad una propria ricostruzione del personaggio che, anche a prescindere dagli occhi della fede cristiana, è stato quello che ha determinato e condizionato tutta la storia e la cultura occidentale.

Ma perché immaginare che non sia morto in croce? Perché l’idea del sacrificio in generale, ed a maggior ragione l’idea del sacrifico del figlio di Dio, attiene alla sfera del sacro, ed il sacro non si discute, ma si deve accettare per fede. Perché di fronte all’evento di Dio che sacrifica il figlio, per redimerci dal peccato originale, non ci può essere discussione ma soltanto devota e totale gratitudine.

Invece al di qua del sacrificio, siamo al di fuori del sacro, siamo quindi sul piano delle parole, che possono essere interpretate e discusse. Al di qua, si può anche immaginare di poter ricostruire le parole che non sono state tramandate, perché qualcuno le ha ritenute non coerenti con l’idea del sacro.

Più che un romanzo una provocazione!

Forse sì. Tuttavia nel senso più positivo del termine. Tra chi accetta senza discutere e chi rinuncia a discutere a priori, considerando l’argomento senza interesse, la provocazione a partecipare ad una discussione, sull’origine del pensiero dal quale si è sviluppata la cultura cristiana, nella quale siamo nati e che, ci piaccia o no, è la nostra cultura di occidentali.

Una provocazione sulla strada che ogni individuo percorre alla ricerca di un Dio che non è costretto all’assurdo di sacrificare il figlio per realizzare il proprio impegno di salvare l’umanità. Di un Dio non così limitato, da non essere riuscito a salvare l’umanità, pur essendo ricorso ad un gesto così inaudito come quello di sacrificare il figlio.

La ricerca invece di un Dio che ha salvato e salva ogni individuo che in qualsiasi parte del mondo in qualsiasi modo, sente nel suo cuore il bisogno di Infinito. Lo stesso Dio di cui siamo servi, secondo Maometto, figli secondo Jeshù, ma comunque fratelli. Il Dio in nome del quale tutti gli uomini dovrebbero sentirsi uguali, come tante gocce apparentemente diverse tra loro, ma fondamentalmente uguali, accomunate nel destino di raggiungere lo stesso oceano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cap. 1 – PILATO

 

“Che cosa è la verità?” Con la mano destra appoggiata al petto in corrispondenza del cuore, come era solito fare, Pilato misurava avanti e indietro lo spazio della biblioteca del Palazzo, ripetendosi questa domanda, alla quale non riusciva a dare una risposta. Quella sua abitudine di tenere la mano destra all’altezza del cuore era diventato un suo modo di essere, e costituiva ormai l’aspetto caratterizzante delle caricature che si facevano sul suo conto. Si riprometteva sempre di smettere, si imponeva di impedire al braccio di prendere quella posizione, ma poi quando non ci pensava, il braccio destro istintivamente invece di penzolare al fianco come il sinistro, si piegava al gomito, e la mano si appoggiava al petto come a controllare continuamente il battito cardiaco.

Chi non avesse saputo del suo vizio, e l’avesse conosciuto soltanto in quel momento, avrebbe pensato che stesse  premendo sul cuore per contenere la sofferenza che gli dava il peso di quella domanda, che andava ripetendosi, ora mormorandola tra sé e sé, ora pronunciandola a voce alta, come se veramente fosse rivolta verso un interlocutore.  Anche i quadrotti di marmo bianchi e neri del pavimento della biblioteca, alternandosi nella contrapposizione dei colori, pareva volessero prendersi gioco di lui,  rappresentandogli la possibilità di due risposte opposte.

“Che cosa è la verità?” la domanda gli era quasi scoppiata nella sua testa, come un fulmine in una notte di tempesta, la notte precedente, mentre interrogava il predicatore Jeshù detto Bar Abba.

Erano tre anni ormai che sentiva parlare di quello strano predicatore che girava per le strade della Palestina facendosi chiamare con il soprannome di Bar Abba che in aramaico significa Figlio del Padre.  Uno dei personaggi più autorevoli del Sinedrio, Giovanni d’Arimatea con il quale da un po’ di tempo era entrato in amicizia, gliene faceva spesso gli elogi, riferendogli i contenuti  più originali della sua predicazione.

“Dice di essere figlio del Padre celeste che è nei cieli, perché tutti noi uomini lo siamo, figli dello stesso Padre, figli di Dio”, gli ripeteva Giovanni.

Pilato da giovane, a Roma, si era appassionato agli studi di filosofia. Aveva frequentato la scuola degli stoici, si era anche innamorato di Seneca un ragazzo che aveva quasi dieci anni meno di lui, ma che dimostrava una intelligenza ed una sensibilità eccezionale. Se avesse potuto scegliere, sarebbe rimasto per tutta la vita con l’amico, avrebbe voluto fare anche lui il filosofo. Ma per lui, come spesso accade, avevano scelto i genitori. Gli avevano trovato una sistemazione adeguata, anzi molto importante, facendolo sposare con Procla una nipote dell’imperatore Tiberio.

Non si poteva dire che fosse bella, ma non era questo un problema, perché neppure lui era un Adone, e d’altra parte la scelta dei suoi genitori non si era basata sul criterio della bellezza. Il vantaggio di imparentarsi con l’imperatore poteva ben valere il prezzo di doversi  adattare a convivere con una donna con la quale aveva ben poco da condividere, che lo prendeva in giro per la sua passione per la filosofia. Ma ciò che gliela aveva resa subito insopportabile, era quel suo comportamento da zitella bisbetica, voleva dir la sua su tutto, più a sproposito che a proposito, e non riusciva ad aprir bocca se non per dire qualcosa di negativo, come se fosse stata per natura incapace di fare degli apprezzamenti. Non le si poteva obiettare nulla, perché alla fine, per amor di pace, ci si doveva ridurre a  darle sempre ragione. Ma anche questo alla fine un marito avrebbe  potuto accettare! Ciò che Pilato non riusciva a sopportare era la sua ambizione e la sua conseguente decisione di fare carriera all’ombra del marito, e quindi alla sua ombra. Si sentiva a volte come l’ulivo a cui la moglie aveva legato il suo asino: costretto a fargli ombra senza aver nulla da condividere.

Era comunque andata così! Lei, come regalo di nozze,  aveva ottenuto per lui dallo zio imperatore, l’incarico di Procuratore della Giudea. Così il filosofo mancato, governatore suo malgrado, s’era trovato a 30 anni a navigare verso le spiagge della Palestina.

Si era nell’anno 777 dalla fondazione dell’Urbe, in quello che poi sarà chiamato l’anno 30 della nuova era, a Roma già da 15 anni, regnava l’imperatore Tiberio, appunto lo zio della moglie Procla. Pilato che era superstizioso e credeva alla cabala, era sicuro  che quel anno con tre sette, sarebbe stato un anno di sventure, ma ciò che gli stava capitando, e si era soltanto ai primi di aprile, superava ogni sua pessimistica previsione.

Erano già passati tre anni da quando si era insediato nel palazzo del procuratore della Giudea a Cesarea di Filippi, ma da qualche mese aveva dovuto decidere di trasferirsi a Gerusalemme per controllare meglio la situazione, a seguito di alcuni tumulti che erano scoppiati nella capitale, ed aveva occupato uno dei palazzi che si era fatto costruire Erode il Grande, l’ultimo  re di Israele, in una Palestina già conquistata dai Romani.

Era un Palazzo imponente, aveva la forma di un grande cubo di marmo bianco incastonato nelle pendici di una collina. Le pareti laterali erano tagliate dal profilo del terreno in pendenza, e s’allungavano poi, sul davanti, con due colonnati che facevano pensare alle tenaglie d’uno scorpione. La successione delle colonne proseguiva anche sulla parete frontale, formando una specie di “u” che costituiva l’ultimo livello d’una sorta di anfiteatro realizzato nel cortile del palazzo.

Entrando nel complesso edilizio dalla città, si arrivava ad un ampio cortile dal quale si dipartiva una gradinata disposta su tre lati, che serviva da scala d’accesso al palazzo, e che si trasformava nei gradoni d’uno stadio, quando il cortile veniva utilizzato per parate, spettacoli teatrali e manifestazioni d’ogni genere. Il porticato in alto, diventava appunto in queste occasioni, il  palco per gli invitati  importanti.

L’architetto che aveva immaginato il palazzo si era chiaramente ispirato a qualche edificio romano, ed il procuratore romano Pilato avrebbe dovuto trovarsi a suo agio, in un palazzo che gli ricordava la sua città, invece il nostro l’aveva sentito subito come freddo e ostile, come se quel marmo bianco fosse in effetti di ghiaccio. “Un loculo funerario” era solito dire scherzando quando si trovava con gli amici. Quando era solo, a volte aveva proprio l’impressione di essere rinchiuso in un loculo, ed il pensiero gli faceva veramente accapponare la pelle

Non gli era piaciuta l’idea di lasciare Roma per finire a governare la Giudea. Ma almeno i primi tre anni li aveva passati nel palazzo di Cesarea di Filippi, in una oasi di verde, con ampi giardini, tanti alberi ed ampi viali nei quali era bello passeggiare, atteggiandosi a filosofi peripatetici. Ma poi, a seguito di alcuni  segnali di rivolta, quando gli era venuta l’idea di utilizzare il tesoro del tempio per costruire un acquedotto, aveva dovuto trasferirsi nella capitale sia per un controllo più diretto ed immediato della situazione, sia per marcare meglio, con la sua presenza, il segno della dominazione di Roma su un popolo che non si era ancora adattato ad essere parte dell’impero romano.

L’idea di risolvere il problema della carenza d’acqua in città, facendo ricorso ai denari che giacevano inutilizzati nel tempio, gli era parsa una idea originale. Era forse l’unica che aveva avuto, senza dipendere dalla moglie ed anche per questo avrebbe voluto realizzarla, anche a dispetto della moglie che, come al solito, gli ripeteva che era una idea sbagliata. La priorità dell’acqua gli pareva incontestabile, ma non si era resto conto invece che,  il popolo della Palestina aveva una religiosità ben diversa da quella dei latini. La divinità per loro non era un elemento della mitologia ma il principio, ed il fine di ogni cosa. Era l’Io sono da cui dipende tutto ciò che è. Per questo, per nessuna ragione, si sarebbe potuto  mescolare il sacro con il profano, per nessun motivo si sarebbe potuto rendere agli uomini, neppure a fin di bene, ciò che era stato affidato a Dio. Alla fine l’avrebbe capito anche lui, ma in quel momento l’idea di proporre la dominazione romana come un mezzo per risolvere i problemi della gente e migliorare il modo di vivere, gli era parsa una idea geniale.

“Li avrai contro tutti!”, gli ripeteva la moglie. E così infatti era puntualmente avvenuto, costringendolo per l’ennesima volta ad ammettere che aveva ragione lei. Le proteste erano finite in tumulti e c’era il rischio concreto d’una sommossa, d’una vera ribellione contro Roma. Il Sinedrio, cioè il collegio dei sacerdoti del Tempio, l’organizzazione più influente in Palestina sia sotto il profilo religioso che sotto quello politico, aveva giurato di fargli pagare l’idea blasfema di utilizzare i denari affidati alla sua amministrazione, per scopi diversi rispetto alle esigenze del culto. Per questo, seppure a malavoglia,  aveva dovuto decidersi a  trasferirsi in città, occupando quel brutto palazzo freddo come un sorta di loculo bianco incastonato nel verde della collina.

 

Al centro dell’edificio, al primo piano sopra il colonnato, c’era la biblioteca. Un ampio salone le cui finestre davano sull’anfiteatro d’ingresso. Era la stanza  che s’era scelto come studio privato, ma anche come luogo d’incontro con i suoi collaboratori, e persino come tribunale. Nei momenti di pausa di affacciava alla finestra centrale e guardando a quella fredda cascata di gradini, che scendeva su tre lati del cortile, gli pareva di poter misurare nella conta di quei gradini, l’infinita distanza che lo separava da quella città che lo odiava, sinceramente ricambiata, e che s’apriva in basso come il fondale di quel suo vuoto teatro.

Il matrimonio con Procla l’aveva portato a fare l’amministratore, ma da filosofo continuava a chiedersi senza sapersi dare una risposta, che senso ha per un uomo amministrare gli altri uomini, che senso ha amministrare la giustizia. E quale  giustizia poteva poi essere quella che lui, venuto da Roma, doveva imporre ad un popolo con una storia, una tradizione, una cultura ed un religione così distanti e diverse dalla sua?

Ma perché ci possa essere una giustizia, a monte ci doveva essere una verità. Appunto! “Che cosa è la verità?” continuava a ripetersi, misurando a passi lunghi e veloci il pavimento della biblioteca.

Discutendo con Giovanni d’Arimatea, s’era più volte ripromesso di incontrare il predicatore del quale l’amico continuava a fargli gli elogi, ma  non si sarebbe  aspettato di trovarselo davanti, incatenato come prigioniero, come invece gli era capitato la notte precedente.

Gli aveva parlato da governatore a prigioniero,  l’aveva interrogato, ed alla fine s’era lasciato uscire quella domanda, forse anche senza senso e comunque fuori luogo nel contesto d’un interrogatorio dal quale avrebbe dovuto capire che cosa si stava tramando contro Roma. La domanda era  rimasta purtroppo senza risposta, come sospesa nell’interminabile silenzio di una vana attesa, ed ora gli tornava nel pensiero,  come il rumore d’un tarlo nel silenzio d’una notte insonne.

 “Io sono nato e venuto al mondo per essere un testimone della verità. Chi appartiene alla verità ascolta la mia voce”, aveva affermato il predicatore, ed a lui era venuto spontaneo di chiedergli appunto: “che cosa è la verità?”.

Jeshù Bar Abba non gli aveva risposto, ed ora il peso di quella domanda lo opprimeva. Gli ritornava nella mente moltiplicata e resa strana dall’eco. Sono quelle domande alle quali non si può dare risposta. “Che cosa è la verità?, è come dire “che cosa è l’uomo?” Dovresti sapere la risposta, perché dovrebbe essere evidente che se sei un uomo, sarebbe logico  sapessi che cosa è un uomo. E invece non lo sai, perché la risposta ha infinite implicazioni e quindi infinite possibilità! E cosa voleva dire  allora quello strano  predicatore affermando di essere un testimone della verità?...

 

Era appena il primo pomeriggio ma s’era fatto buio, come se quel giorno così carico di avvenimenti avesse voluto anticipare la notte. Su Gerusalemme s’era abbattuto un temporale d’una violenza inaudita. Dalla finestra della sua biblioteca Pilato vedeva i nuvolosi rincorrersi bassi, infiltrarsi tra le case e salire come a voler inghiottire il palazzo, rovesciando scrosci di pioggia. I fulmini squarciavano l’oscurità facendo riemergere le cose in una luce irreale, ed ogni lampo sembrava volesse scolpirgli nel cuore e nella mente quella domanda:

“Ma che cos’è la verità?” E ripensava ciò che gli era capitato nelle ultime ventiquattro ore.

Tutto era iniziato al pomeriggio del giorno prima, quando il responsabile della sicurezza era venuto a dirgli  che stava venendo a Gerusalemme l’altro Jeshù quello soprannominato il Nazireno, il capo delle brigate armate degli Zeloti, accompagnato soltanto da un piccolo gruppo di seguaci. Erano mesi che i suoi uomini  stavano cercando quel terrorista per arrestarlo, ma era sempre riuscito a fuggire. Ora, inspiegabilmente, era lui stesso a consegnarsi in città, con una scorta  ridicola di soli pochi uomini…

Non riusciva a credere alle proprie orecchie. Del resto sin dall’inizio, quando Tiberio l’aveva mandato a governare la Palestina, aveva rinunciato a capire il modo di pensare di quel popolo. Non era finito nell’ultima Tule, ma soltanto ad un altro capo del Mare Nostrum, eppure gli pareva d’essere finito in un altro mondo, tra gente, gli ebrei, con una visione della vita sotto ogni aspetto  opposta alla sua. Non riuscendo a capire come ragionavano, risultava difficile capire anche come agivano, e quindi cosa fare per controllarli!

Il Jeshù che si faceva chiamare Bar Abba, Figlio del Padre, e che l’aveva messo in crisi la sera prima sul problema della verità, era entrato a Gerusalemme la settimana prima a cavallo d’un asina, accompagnato da una folla enorme che lo acclamava come re dei Giudei. Ora invece gli venivano a riferire che Jeshù il Nazireno, che da anni a capo di una vera  organizzazione armata, stava tramando per sollevare il popolo contro Roma, e  farsi proclamare re dei Giudei, aveva il coraggio e la sfrontatezza  di entrare in città con una scorta di appena una ventina di uomini!

C’era un nesso tra i due eventi? Probabilmente sì. Ma quale  nesso si può trovare tra due fatti altrettanto incomprensibili? O c’era qualcosa che gli sfuggiva  sotto a questa illogica connessione di fatti per i quali non riusciva a stabilire nessuna relazione? C’erano dei tranelli di cui non riusciva ad accorgersi? Gli venne in mente anche il cavallo di Troia per trovare una spiegazione a quel gruppo di ribelli che aveva il coraggio di entrare in città, sfidando l’impero romano… O era soltanto spacconeria, stupida spavalderia!...

Qualsiasi cosa fosse non si sarebbe lasciato perdere l’occasione per poter riferire a Roma che aveva posto fine alla ribellione, mettendo a morte il capo dei ribelli. Aveva posto in allerta tutta la guarnigione della città ed aveva deciso che  una intera coorte con seicento uomini, si sarebbe occupata dell’arresto della banda.

La sera  era stato in grande apprensione ad attendere il ritorno dei soldati. Non riuscendo a capire  dove potesse essere il tranello, s’aspettava qualche brutta sorpresa. Invece dopo poco tempo il centurione s’era precipitato a riferirgli che tutto era andato secondo le previsioni. C’era stato un solo ferito, e neppure tra i soldati, ma tra i giudei che avevano fatto da guida alla coorte.

“E Jeshù il Nazireno”

“Sta arrivando in catene. Anzi di Jeshù ne abbiamo presi due”

“Come due?”

“Si. I Giudei che ci hanno fatto da guida ci hanno spiegato che assieme al Nazireno c’era anche Jeshù Bar Abba”.

“E che ci facevano assieme?”

“Immagino che lo dovranno dire a te. Li abbiamo presi ambedue”, precisò il centurione.

“Certo, che lo dovranno dire!” aveva concluso Pilato, per il quale il mistero si era andato ulteriormente infittendo, moltiplicando a dismisura la  sua preoccupazione.

Che ci facevano assieme quell’originale predicatore a cui si era appassionato  anche il suo amico Giovanni d’Arimatea, che andava proclamandosi figlio di Dio Padre, e  che qualche giorno prima era entrato in città a dorso d’asina, con l’altro, che stava cercando di organizzare una ribellione contro la dominazione  romana?

Evidentemente aveva già da tempo acquisito ogni genere di informazioni sui due personaggi. Sapeva tutto di loro, ma proprio per questo non riusciva a capire perché si fossero fatti trovare assieme nell’orto degli ulivi.

Entrambi di nome Jeshù, erano anche cugini, nati ambedue in Galilea nella stesso piccolo paese di Gamala. Sapeva che erano vissuti assieme, ma poi si erano lasciati, prendendo strade diametralmente opposte. L’uno andava predicando che tutti gli uomini sono fratelli e come tali si devono amare, anche fra nemici, anche tra israeliti e romani, senza mai e per nessun motivo portare odio, o ricorrere alle armi. “Siamo tutti figli dello stesso padre”, continuava a ripetere e per questo era stato soprannominato Bar Abba, che in aramaico significa appunto “figlio del padre”. L’altro invece s’era convinto d’essere stato prescelto per la missione di liberare Israele dalla dominazione romana, attraverso la lotta armata, e stava organizzando su tutto il territorio bande di terroristi soprannominati zeloti o nazireni, per questo anche lui veniva chiamato Jeshù il Nazireno.

“Che ci facevano assieme uno che predica la pace con uno che organizza la guerra?”

Avrebbe dovuto scoprirlo! Comunque sul Nazireno ed i suoi seguaci non aveva dubbi. Avrebbe decretato la condanna a morte la notte stessa, e l’indomani ci sarebbe stato l’esecuzione. Non poteva fare a meno del processo, anche se solo come parvenza, ma non sarebbe andato a letto prima di aver deciso la condanna.

Con l’altro avrebbe voluto invece approfittare dell’occasione per parlargli, come s’era ripromesso con Giovanni d’Arimatea. Fra l’altro si diceva che andasse predicando d’essere figlio di Dio, ed anche lui, per la sua passione per la filosofia, avrebbe voluto capire come fosse potuta nascere in un uomo l’idea paradossale di chiamarsi figlio di Dio, e che cosa veramente voleva intendere con questa espressione.

Anche Giovanni gliene aveva sempre parlato come di un predicatore di pace, e allora cosa ci faceva la notte, nell’orto degli ultivi, chiamato anche dei Getzemani, assieme al sovversivo del Nazareno? Non riusciva in alcun modo a darsi una risposta, pensò comunque che  la casualità di quel arresto, gli avrebbe consentito anche di prendersi gioco dei sommi sacerdoti del Tempio e di tutto il Sinedrio.

 Gli era stato infatti riferito che più volte i farisei a capo del Sinedrio, avevano minacciato di morte quello strano predicatore che  metteva in discussione la loro autorità, minando le basi della religione ebraica, sulle quali si fondava il loro potere. Se avesse voluto far loro un piacere, avrebbe avuto l’opportunità di far da carnefice per loro conto, mettendo a morte anche il secondo Jeshù. Non gli sarebbe costato granché, ora che  per caso l’aveva già agli arresti nei sotterranei del palazzo.

 Non sarebbe stato difficile trovare un motivo per metterlo a morte. In effetti anche il pacifico predicatore, a suo modo, aveva sfidato e s’era fatto beffe delle  guarnigioni romane, entrando a Gerusalemme la settimana prima a cavallo d’un asina. E poi comunque il fatto di farsi trovare con il Nazireno, il capo dei terroristi,  senza riuscire a fornire una spiegazione plausibile, poteva essere sufficiente per concludere che anche lui faceva parte del complotto, che era in qualche modo un complice...

 

Ci avrebbe pensato!... Nel frattempo aveva la possibilità di divertirsi alle spalle del Sinedrio. Era una opportunità che non voleva perdersi!

Si fece portare Jeshù il Nazireno per rispettare la formalità dell’interrogatorio, prima di pronunciare la condanna a morte che aveva già deciso  e  ordinò invece che portassero Jeshù Bar Abba dal sacerdote del tempio Anna, suocero di Caifa sommo sacerdote in quel anno. Al centurione che comandava la scorta comandò di riferire che voleva un loro espresso parere formale su che cosa avrebbe dovuto decidere, a proposito di quel prigioniero finito casualmente nelle sue mani.

Gli avevano poi riferito che il sommo sacerdote aveva cominciato a far domande a Jeshù, sui suoi discepoli e sul suo insegnamento, cercando un motivo per chiederne la condanna a morte. Ma Jeshù aveva risposto: “Io ho parlato chiaramente al mondo. Ho sempre insegnato nelle sinagoghe e nel tempio, non ho mai parlato di nascosto, ma sempre in pubblico, in mezzo alla gente”.

Allora uno dei presenti gli aveva dato uno schiaffo dicendogli:

“Così si parla al sommo sacerdote?”

“Se ho detto qualcosa di male”, aveva ribattuto Jeshù, “dimostralo, ma se ho detto la verità perchè mi dai uno schiaffo?”

Non riuscendo a venire a capo di nulla, Anna l’aveva mandato poi, legato com’era, dal sommo sacerdote Caifa. Si erano intanto riuniti tutti i capi dei sacerdoti, i maestri della legge e le altre autorità per cercare un’accusa che consentisse di motivare la richiesta di condanna a morte che avrebbero voluto decidesse Pilato.

Si erano presentati in  molti pronti a formulare delle accuse, ma avevano anche preso subito a contraddirsi, ed era evidente che con quelle testimonianze non sarebbe stato facile sostenere una imputazione che comportasse la condanna a morte. Qualcuno aveva riferito d’averlo sentito dire che avrebbe distrutto il tempio di Dio e che l’avrebbe ricostruirlo in tre giorni. Qualcun altro però aveva obiettato che in effetti l’affermazione era stata ben diversa. Aveva detto che avrebbe distrutto il tempio fatto dagli uomini e ne avrebbe costruito un’altro non fatto dagli uomini. C’era quindi un’allusione a un non ben precisato tempio, non fatto da mano d’uomo, e quindi non riferibile al tempio di Gerusalemme. E comunque era evidente che a Pilato non importava nulla del tempio, e certamente non avrebbe emesso una condanna a morte per questi motivi.

 Allora il sommo sacerdote aveva spostato l’interrogatorio su un altro tema. Si poteva accusare quel uomo di essersi  proclamato il Messia. Dato che le sacre scritture avevano previsto che il Messia sarebbe stato il liberatore di Israele, dichiararsi Messia era come dichiarare guerra ai romani

“Sei tu il Messia?” gli aveva  chiesto il sacerdote.

“Anche se lo dico voi non mi credete,” aveva risposto Jeshù. “Se invece vi facessi io delle domande non mi rispondereste”.

Risposte difficili da capire e comunque insufficienti come testimonianze per condannare a morte un uomo. Per riuscire ad incastrarlo allora il sommo sacerdote l’aveva portato sul tema che, sapeva, costituiva l’elemento centrale della sua predicazione.

“Ma insomma”, gli aveva chiesto seccato, “sei proprio il figlio di Dio?”

“Voi stessi lo dite. Io lo sono” aveva risposto Jeshù.

Allora i  sacerdoti avevano concluso: “Ormai non abbiamo più bisogno di prove. Noi stessi lo abbiamo udito direttamente dalla sua bocca”.

A quelle parole il sommo sacerdote, si era anche strappato il mantello, scandalizzato, dicendo:

“Ha bestemmiato! Non c’è più bisogno di testimoni, ormai adesso avete sentito le sue bestemmie. Quale è il vostro parere?”

“Deve essere condannato a morte”, avevano risposto  in coro i presenti ed alcuni lo avevano anche preso a pugni e a schiaffi e gli avevano sputato  addosso.

Mentre lo riportavano a Pilato, per chiederne la condanna a morte, si erano resi conto tuttavia  che per il governatore romano, anche la bestemmia di proclamarsi figlio di Dio, non sarebbe stata certo un elemento sufficiente per una sentenza capitale. Per un romano un dio in più o in meno non faceva nessuna differenza.  Davanti a lui avevano preso allora ad accusarlo dicendo:

“Quest’uomo noi lo abbiamo trovato mentre metteva in agitazione la nostra gente, non vuole che si paghino le tasse all’imperatore romano e pretende di essere il Messia re promesso da Dio”.

A Pilato il fatto che quello fosse o meno il Messia, l’ultimo dei profeti atteso dal popolo ebraico, non interessava proprio finchè restava sul piano religioso, mentre non poteva sorvolare sul tema delle tasse, e infatti a Jeshù Bar Abba, aveva posto subito la domanda cruciale che aveva fatto anche al Nazireno.

“Ti ritieni il re dei Giudei?”

“Si, gli aveva risposto il Nazireno, confermando quanto andava dicendo ai suoi seguaci, quando faceva proseliti arruolando le bande armate, con le quali avrebbe voluto affrontare i soldati romani.

Sai bene che con questa risposta ti condanni a morte, aveva aggiunto Pilato, e poi solo per capire come aveva potuto essere così facile il suo arresto, aveva chiesto ancora:

“Ma allora perchè ti sei fatto prendere?”

Il Nazireno comportandosi veramente da re dei Giudei, aveva rivolto a Pilato uno sguardo di sfida, e non aveva risposto. Quello sguardo aveva confermato il governatore nelle sue preoccupazioni. C’era senza dubbio un piano! La facilità dell’arresto, il fatto dei due Jeshù assieme… Doveva riuscire a capire il disegno.

Aveva chiamato il centurione e gli aveva ordinato di flagellare il prigioniero fino a fargli dire la verità, sul motivo per cui si era fatto trovare quella sera nell’orto del Getzemani. Ma pur flagellato a morte, al centurione che ad ogni colpo di frusta gli continuava a ripetere “Che ci facevi?” il Nazireno continuava a ripetere “Dio vuole che sia il re dei Giudei”

 

Alla medesima domanda, “ti ritieni il re dei Giudei?”, Jeshù Bar Abba invece gli aveva risposto:

“Hai pensato tu questa domanda, o qualcuno ti ha detto questo di me?”

“Non sono Ebreo, io”, aveva risposto lui. Il tuo popolo e i capi dei sacerdoti ti hanno riportato a me perchè ti condanni. Che cosa hai fatto?

“Il mio Regno, Jeshù gli aveva risposto, non appartiene a questo mondo. Se il mio regno appartenesse a questo mondo, i miei servi avrebbero combattuto per non farmi arrestare. Ma il mio regno non appartiene a questo mondo.

“Ma quindi ti ritieni un re?”

“Sei tu che dici che sono un re. Io sono nato e venuto al mondo per essere un testimone della verità. Chi appartiene alla verità ascolta la mia voce”.

Era a questo punto che gli era uscita la domanda:

“Ma che cos’è la verità?”

 

Uno che si proclama testimone della verità e re d’un regno non di questo mondo, più che condannato a morte, va ricoverato come pazzo, aveva pensato PIlato. Ma non era questo il problema. Un giudeo, o galileo che fosse in più sulla croce, non avrebbe cambiato la storia, il problema era capire perché i due si erano fatti trovare assieme, nell’orto degli ulivi.

C’era evidentemente un piano. Ma Pilato più ci pensava più aveva  la netta sensazione che questo secondo Jeshù vi fosse stato coinvolto senza neppure rendersene conto. Era plausibile che il Sinedrio ne chiedesse la condanna a morte. L’originale predicatore infatti quando la settimana prima era entrato in città a dorso di una asina, aveva poi messo a soqquadro il loro tempio. Vi era entrato e aveva buttato all’aria le bancarelle dei mercanti, e li aveva accusati di aver trasformato in un covo di briganti quella che avrebbe dovuto essere una casa di preghiera per tutti i popoli.

 Era sospetto invece il comportamento della folla.  Una settimana prima avevano seguito Jeshù Bar Abba osannandole, stendendo i loro mantelli come un tappeto davanti ad un re ed ora, assiepati sulla gradinata antistante il palazzo, ne chiedevano la condanna a morte.

“A morte! A morte! Crocifiggilo!”

Pilato sentiva l’urlo ritmato della folla salire dalla gradinata, e si chiedeva quale fosse il bandolo di quella maledetta matassa della quale non riusciva a capire l’intrico.

“Perché?” continuava a chiedersi, E invece che trovare nella sua mente una risposta gli rimbalzava quasi fosse un eco l’altra  domanda “Che cosa è la verità?”

Con l’amico Giovanni d’Arimatea s’era ripromesso di approfondire i contenuti della predicazione di quell’originale predicatore così inaudito da sembrare  pazzo. Ma non era questo il momento più adatto per ragionare di filosofia, con l’urgenza di dover capire cosa si stesse tramando, o sarebbe finito per diventare pazzo anche lui.

“Riportatelo in cella” ordinò ai soldati che lo accompagnavano, voleva provare a restar solo per provare a far ordine nei suoi pensieri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAP. 2  - PILATO E SAULO.

 

Il Nazireno era stato ridotto ad una maschera di sangue ma non aveva parlato. Jeshù Bar Abba, si capiva che non ne sapeva niente! Era già quasi l’alba e Pilato non era riuscito a venire a capo del mistero per il quale il ribelle s’era fatto arrestare, e la folla chiedeva la morte del predicatore.

“E gli altri? Tutti quelli che avete arrestato insieme ai due Jeshù li avete interrogati?” chiese quando i soldati lasciarono la sala.

“Certo!” rispose il Centurione. “Hanno ammesso tutti di essere seguaci del Nazireno, e quindi penso che debbano seguire la sua sorte. Uno solo, che dice di chiamarsi Simone, sostiene invece di essere dei discepoli di Jeshù Bar Abba”

“Lo voglio sentire!” disse Pilato. “Portatemelo subito”.

Simone detto Pietro era stato l’unico fra i discepoli che avevano accompagnato Jeshù Bar Abba nell’orto degli ulivi, che aveva tentato di difendere il maestro, e per questo era finito per farsi arrestare. Fu portato davanti a Pilato.

“Sei anche tu con Jeshù il Nazireno” gli chiese il governatore appena se lo vide davanti.

Simone in effetti era vissuto per anni assieme al Nazireno, con lui aveva condiviso il sogno di liberare Israele dalla dominazione romana. Con lui aveva studiato le scritture per riconoscervi i segni della volontà e dell’aiuto di Dio, che li avrebbe accompagnati ancora una volta a liberare il suo popolo. Poi un giorno mentre pescava sul lago di Genezaret, aveva incontrato Jeshù il Bar Abba che gli aveva chiesto di seguirlo. Come magicamente attratto dalle sue parole, aveva lasciato le reti di pescatore e s’era messo al suo seguito abbandonando il Nazireno.

Seguendo Bar Abba s’era sempre più allontanato dalle idee del Nazireno, aveva rinunciato all’idea di  far parte dell’esercito di liberazione del popolo di Israele, ma con questo non era venuta meno la sua stima e la sua ammirazione per un eroe disposto a mettere in gioco la propria vita, per liberare Israele dal gioco della dominazione romana.

Erano rimasti amici. E per lui il Nazireno restava ed era un grande israelita e sentiva che questo era il momento di testimoniarlo. Avrebbe voluto rispondere a Pilato “Sì sono con lui perché, tutto Israele è con lui, ogni uomo ogni donna, perché il Dio di Israele è con lui. Avrebbe voluto dirgli che il Nazireno era il nuovo Mosè, ricordandogli ciò che era capitato al Faraone, quando aveva voluto opporsi ai disegni di Dio sul popolo di Israele, e invece:

“Non sono con lui. Non condivido le sue idee, io sono con Jeshù Bar Abba”, mormorò a bassa voce e si vergognò subito delle sue parole. Aveva detto soltanto la verità, ma alle volte anche la verità è una vigliaccheria, e questa era una di quelle volte.

Pilato che pure era tutto preso dal tema della verità, non avrebbe capito queste sfumature, e comunque era con il maestro, non certo con il discepolo che avrebbe voluto discutere del problema della verità. Da Simone, che vedeva così pieno di paura, sperava invece di ricavare qualche elemento per capire cosa si stava architettando nell’orto degli ulivi”.

“E cosa ci facevate assieme nell’orto del Getzemani?”

“Giuda, uno che era con noi e che prima era con il Nazireno” aveva fatto in modo che ci incontrassimo” rispose Pietro, senza riuscire ancora a trovare il coraggio per dire che anche lui, come Giuda, era stato per un periodo con il Nazireno, prima di passare con il Bar Abba.

 “Ho capito. E’ stato il tuo collega Giuda ad organizzare l’incontro. Ma è stato il tuo maestro Jeshù a decidere di parteciparvi. E’ mai possibile che non vi abbia detto niente, quando vi ha chiesto di accompagnarlo.”

“No, ci ha detto soltanto che voleva incontrarsi con il cugino. Penso anzi lo volesse dissuadere dal fare inutili colpi di testa contro di voi, contro i romani. Jeshù Bar Abba ha sempre sostenuto che si deve distinguere la religione dalla politica. Date a Cesare quel che è di Cesare ed a Dio quel che è di Dio, era solito dire.”

“Come mai sei stato arrestato solo tu tra i discepoli di Jeshù Bar Abba.

“Quando siamo arrivati nell’orto ha detto agli altri di fermarsi. All’incontro l’abbiamo accompagnato solo io e Giuda. Gli altri all’arrivo dei soldati sono evidentemente riusciti a fuggire”.

“E l’altro, Giuda, perché non è con te?”

“Non so, devi chiederlo ai soldati. Forse anche lui nel trambusto è riuscito a fuggire”.

“Da dove siete partiti per andare nell’orto?”

“Dal cenacolo degli esseni, dove abbiamo cenato ieri sera. Per caso ne ho la prova.  Come ricordo infatti mi sono preso la coppa nella quale ha bevuto lui. “Eccola!” e come se fosse una ulteriore elemento a sua discolpa, trasse da sotto il mantello la coppa che aveva sottratto nel cenacolo e gliela porse.

“Perché volevi conservare un ricordo della cena di ieri sera?”

“Perché è stata una cena speciale. Lui il Bar Abba è stato molto strano. “

“Vi ha spiegato che cosa è la verità?” gli chiese Pilato.

“Cosa intendi dire?” balbettò Pietro preoccupato che in quella domanda strana, ci fosse un tranello.

“Nulla!” ribattè spazientito Pilato. “Vai avanti nel tuo racconto. Strano perché?”

Solo allora Pietro aveva notato la stranezza di quella mano all’altezza del cuore, che segnalava la tensione del governatore, stringendo nervosamente il lembo del mantello. Non era certo il caso di farlo innervosire ulteriormente, e prese quindi a raccontargli della cena.

“All’inizio invece della lavanda di purificazione delle mani che noi Ebrei facciamo prima di metterci a mangiare,  ha voluto lavarci i piedi”.

“Perché?”

“L’ha anche spiegato, ma a dir la verità, non l’ho capito. Non capivamo sempre quello che ci diceva o il senso di ciò che faceva.  Poi mentre spezzava il pane secondo la tradizione e ce ne dava un pezzo ciascuno, ha detto altre parole ancora più incomprensibili, affermando che quella era il suo corpo. Infine ha voluto che tutti intingessimo un pezzo di pane nel vino della sua coppa…”

“A questa coppa!” soggiunse, ripetendo il gesto di  porgerla a Pilato. “Ci ha detto che nella coppa c’era il suo sangue, e che lui non avrebbe bevuto più vino fino al giorno in cui avrebbe bevuto il vino nuovo, nel regno di Dio. Ha anche detto che colui il quale beve alla mia bocca diventa come me, ed io divento lui, e ciò che è nascosto gli è rivelato”.

“Beve alla mia bocca? Ciò che è nascosto gli è rivelato?” ripeté Pilato tra sé.

“Sì, proprio perché non le ho capite, le ricordo esattamente le parole che ci ha detto”.

Perché si circondava di persone che non lo capivano? Chi beve alla mia bocca diventa come me ed io divento lui! Forse una metafora per dire che se il discepolo si identifica nel maestro, in qualche modo anche lui diventa maestro. Era evidente comunque che non erano concetti da potersi approfondire con  quel povero diavolo di pescatore che si trovava davanti, tremante di paura e disposto a vendersi l’anima per salvarsi.

Lo guardò con disprezzo mentre tremante gli offriva la coppa, come pegno per la propria salvezza. Stava per lasciargliela non sapendo che farsene di una  coppa senza valore, quando gli venne in mente che avrebbe potuto partire proprio da quella coppa e dalle parole del pescatore legate a quella coppa, quando fosse  finalmente  riuscito a parlare con calma  con Jeshù Bar Abba.

 “Dammela,” gli disse.   “E vai libero” aggiunse, persuaso ormai che da quel povero pescatore non avrebbe potuto cavare nessuna ulteriore spiegazione.

 

Era già l’alba e doveva ancora decidere cosa fare. Doveva capire perché i due si erano incontrati, che ci facevano assieme. Doveva capire cosa fare del secondo, arrestato per caso. Non era certo il caso di mandarlo amorte, e c’era di mezzo anche il suo desiderio di parlargli, che si era accentuato dopo il colloquio con il suo discepolo.

Rigirava tra le mani la coppa che si era fatto consegnare, e mormorava tra sè la frase che aveva appena sentito: “ciò che è nascosto gli è rivelato”. Fuori d’ogni dubbio doveva trovare il tempo ed il modo per una discussione con l’originale predicatore! Ma nel cortile la folla continuava a reclamare lo spettacolo della crocifissione, e, soprattutto, c’era anche la richiesta del Sinedrio, che voleva fosse condannato a morte:

“Se liberi questo uomo”, gli dicevano non sei fedele all’imperatore! Chi si proclama re è nemico dell’imperatore”. Aveva già i suoi problemi con Tiberio per non essere stato ancora in grado di costringere a sacrificare all’imperatore quel popolo di poveri pastori e pescatori, invasati dall’idea di essere il popolo eletto da Dio, ci mancava solo che gli riferissero che proteggeva i nemici dell’imperatore!...

Ma alla domanda se si riteneva un re Jeshù aveva risposto affermativamente, ma aveva anche poi precisato che il suo regno non era di questo mondo. “Il mio regno non appartiene a questo mondo,” aveva detto. “Se il mio regno appartenesse a questo mondo i miei servi avrebbero combattuto per non farmi consegnare alle autorità. Ma il mio regno non appartiene a questo mondo!”

E che fastidio poteva dare all’imperatore Tiberio uno che, pur di farsi passare per re, immagina di avere un regno in un altro mondo?! Che cosa altro gli si doveva far dire, prima di concludere che era uno fuori di testa e non certo una minaccia per l’impero romano?!

 

Era già l’alba e nel cortile del palazzo la folla si andava ingrossando: Quella sorta d’anfiteatro all’ingresso, non riusciva più a contenerla, e come l’acqua da un lago in piena, la folla straripava in una striscia colorata su tutta la strada d’accesso al palazzo, fino a tra gli edifici della città. Pensò che fra loro forse ci potevano esserci delle persone armate… Forse era proprio in quella folla che si nascondeva il disegno segreto del Nazireno...

Era già l’alba e per complicare definitivamente le cose gli comparve anche la moglie Procla.

“Cosa fai qui a questa ora? Non vedi che deve ancora sorgere il sole? E come ti salta in mente di presentarti in mezzo a tutta questa gente, ancora in veste da camera?”. La accolse così, sgarbatamente, per farle capire che quella sua intrusione mattutina, era l’ultima cosa che si sarebbe aspettato. Già non riusciva a capire che decisioni assumere!... Ci mancavano le critiche della moglie per finire di confonderlo! Infatti, come al solito, l’avrebbe criticato. Gli avrebbe detto che era un incapace, che per governare era necessario saper decidere. Da quando si erano trasferiti a Gerusalemme era insopportabile! Gli imputava ad ogni occasione la colpa di quel non voluto soggiorno in Palestina. Come se l’avesse voluto lui!...

“Per forza che mio zio non ci può assegnare una sede migliore! Un incapace come te, dove vuoi che lo mandi. Non riesci a venire a capo neppure dei problemi d’un popolo di poveri pastori beduini!” gli ripeteva.

 Le aveva ribadito infinite volte che voleva restassero distinti il piano della vita familiare, da quello del lavoro, che l’aveva scelta come moglie, e non come consigliera. Ma per contravvenire a tutte le regole e presentarsi in veste da camera, a quell’ora davanti a tutta quella gente nella sala delle udienze, doveva essere capitato qualcosa di veramente eccezionale.

“Per Giove! Sei impazzita?” imprecò mentre si avvicinava. “Scusami”, disse invece lei attraversando in fretta la grande sala della biblioteca. “Ma credo sia importante!”

Pilato trasalì a sentire quelle parole. Non l’aveva mai sentita scusarsi. “Che cosa doveva riservargli  ancora quella terribile notte, prima che il sole la sciogliesse nella sua luce?”, mormorò tra sé, cercando di ricordarsi la tragedia greca dalla quale gli era venuta in mente quella citazione.

Guardò Procla avanzare nella grande sala sul pavimento a scacchi e gli parve  fosse un’altra. Era in effetti tanto tempo che non la vedeva così, con la veste da camera e i lunghi capelli sciolti. Si vedevano ormai quasi soltanto a tavola, senza parlarsi, perché su qualsiasi argomento fosse finita la discussione, lei pretendeva d’aver ragione, e lui per desistenza stoica, aveva deciso di darle ragione a priori, senza neppure affrontare l’argomento. Che se la tenesse la sua ragione! Non aveva senso perdere tempo a convincere chi non si lascia convincere per principio, a prendersela con una zitella acida e presuntosa, tanto supponente quanto ignorante… 

La piccola donna che gli si era avvicinata, gli era parsa veramente un’altra: una bambina con gli occhi ancora assonnati, che ha fatto un brutto sogno, e che viene dal padre a farsi consolare e rassicurare. Le fece cenno di seguirlo in una stanza attigua. Non poteva certo stare ad ascoltarla lì in mezzo al salone pieno di gente, tra i capi del Sinedrio che nel frattempo erano venuti a sentire quali sentenze aveva deciso di pronunciare.

“Cosa vuoi che sia importante!” le disse chiudendo la porta dietro a lei. Non vedi che ho passato la notte in bianco,  e che prima di coricarmi  devo ancora prendere delle decisioni importanti, dalle quali potrebbero dipendere tante cose.  Anche per noi.”

“Quello che devo dirti credo sia importante proprio per le decisioni che devi prendere.”

“Immaginarsi se alla fine non arrivava con i suoi stupidi consigli!” pensò Pilato. Ma era troppo stanco per aver voglia di litigare.

“Che cosa ci sarebbe di così importante?” chiese.

“Ho fatto un sogno,” prese a dire la moglie, “e tu sai che i sogni fatti all’alba, sono spesso dei presagi.”

“Racconta!” disse Pilato che in effetti aveva più volte dovuto constatare che i sogni con i quali ci si risveglia, sono premonizioni degli dei.

“Nel sogno c’eri tu che sacrificavi a Giove. Ma non riuscivi a deciderti, perché avevi due agnelli. Continuavi a ripetere che si doveva sacrificare uno solo, ma non sapevi quale. Finalmente ti sei deciso, ne hai preso uno per metterlo sull’altare. Ma in quel momento l’altro si è trasformato in un leone enorme che ti ha sbranato. Mi sono svegliata urlando, mentre il leone faceva a pezzi il tuo corpo”.

“Due agnelli come i due Jeshù,” pensò Pilato. “Ma in questo caso mi si chiede di sacrificarli ambedue”.

“Ho sentito che hai arrestato due Jeshù. Ma uno è quello di cui si dice che ha fatto grandi miracoli. Ha persino resuscitato un suo amico”

“Se si dovesse credere a tutto ciò che dicono questi Israeliti” mormorò tra sé Pilato.

“Comunque ho già mandato a chiamare Saulo,” gli disse la moglie.

“Chi?”

“Il giovane fariseo tuo amico. Voglio saperne di più su questo predicatore.”

La guardò sorpreso, avrebbe voluto dirle che non immaginava  fosse in tale intimità con il giovane amico, da permettersi di mandarlo a svegliare così presto. Ma quella era una strana notte, ogni cosa assumeva una luce diversa. Forse, guardandola negli occhi, adesso riusciva a capire anche perché la moglie gli era parsa così diversa.

“A cercare di capire non si sbaglia mai,” aggiunse, soltanto per darsi una giustificazione del comportamento della moglie. Poi mentre guardava la donna  per la prima volta sfiorato da  un moto di gelosia, la sua mente quasi per reazione s’illuminò e prese la decisione.

 Ci si arrovella a volte per ore alla ricerca di una soluzione e poi d’un tratto questa si presenta come una ispirazione improvvisa. Anche lui, come per una illuminazione, aveva ora chiaro in mente che cosa fare. Non solo, sapeva anche  come farlo! Salutata la moglie, rientrò nel salone con l’atteggiamento sicuro di chi non ha dubbi, e sa perfettamente come comportarsi ed agire.

Rimasero tutti sorpresi perché Pilato non si era mai mostrato un decisionista ed ora invece, dopo il colloquio con la moglie, si presentava con  un piglio da vero condottiero. Era logico pensare fosse stato condizionato ancora una volta dalla moglie, anche se Procla, almeno in quella circostanza, non aveva avuto alcuna influenza su di lui. Semmai poteva essere stato il sogno della moglie, ad averlo portato a decidere…

Si ritirò a parlare in un angolo con il suo segretario, senza che nessuno potesse sentire cosa si stessero dicendo. Alla fine, dai gesti,  si capì soltanto che Pilato diceva al suo assistente d’allontanarsi in fretta, e infatti, finito il colloquio, il collaboratore del procuratore abbandonò la sala. Allora nella sorpresa dei  capi del Sinedrio, e di tutti i presenti, Pilato chiese al centurione di portargli immediatamente i due Jeshù. Quando li ebbe davanti li prese per mano, uno a destra e l’altro a sinistra come se fossero due pugili e lui l’arbitro, e si affacciò con loro alla finestra centrale della biblioteca, che dava sull’anfiteatro d’ingresso.

Stava sorgendo il sole proprio in quel momento,  e sul piazzale antistante e sulle gradinate la folla si accalcava rumoreggiando, e continuando a ripetere a tratti  la richiesta:

“A morte a morte. Crocifiggilo”

Quel grido si riferiva a Jeshù Bar Abba, ma i suoi informatori gli avevano segnalato  che in effetti era un gruppo di facinorosi seguaci del Nazireno che gridava. La maggioranza della folla invece pareva fosse costituita da seguaci del Bar Abba, che se ne stavano in silenzio preoccupati di conoscere la sorte del loro maestro.

 Come in uno stadio l’apparizione dell’arbitro con i due contendenti fu accolta con un boato. “Jeshù” gridarono all’unisono i seguaci sia dell’uno che dell’altro. Pilato alzò le mani per chiedere silenzio, poi  con le sue alzò le braccia dei due Jeshù. La gente ammutolì in attesa di sentire la decisione dell’arbitro.

“C’è l’usanza”, gridò rivolto alla folla,  “di lasciar libero per la festa della Pasqua un carcerato. Quello che sceglie il popolo. Chi dei due volete che vi lasci libero?”

I seguaci del Nazireno che fino a quel momento avevano gridato la richiesta della morte del Bar Abba, stavano per gridare la richiesta della liberazione del loro capo ma furono presi in contropiede da una voce che immediatamente si levò in mezzo alla folla e gridò “Jeshù Bar Abba”. I seguaci del Nazireno esitarono per la sorpresa di quella voce, mentre per quelli del Bar Abba, quella voce parve un segnale che dava un senso al loro essere lì, preoccupati per la sorte del loro maestro. “Jeshù Bar Abba” come un brivido la parola si diffuse tra la folla, cento, mille presero a dirla, a ripeterla sempre più forte e alla fine esplose come in un boato.

Dal cortile salì un grido solo: “Jeshù Bar Abba”.

Pilato ebbe un sospiro di sollievo. “Sia liberato” sentenziò, e sia invece oggi stesso crocifisso Jeshù il Nazireno.

Rientrò quindi nel salone del Consiglio, e si diresse verso il gruppo dei capi del sinedrio, seguito da un servo con una bacinella d’acqua che il capo della servitù aveva fatto portare, perché si potesse lavare le mani che s’era sporcato, tenendo quelle dei due Jeshù,  e si rivolse a loro con queste parole: “Quando già ieri sera avevo deciso di condannare a morte  Jeshù il Nazireno voi non avete speso una parola a suo favore. Eppure è un combattente per la liberazione del vostro popolo, da quello che voi considerate il giogo della dominazione di Roma. Ciò che vi interessa è soltanto  che io diventi vostro strumento nel condannare a morte un predicatore che vuole riformare la vostra religione. Roma non si interessa della religione. Nel nostro pantheon c’è posto anche per il vostro Dio, e per il Dio di tutti i vostri predicatori. La religione è un problema vostro. Io me ne lavo le mani. Chiaro?”

E perché non restassero dubbi sulle sue intenzioni, si lavò veramente le mani davanti a loro, nella bacinella che gli porgeva lo schiavo.

 

Stava per ritirarsi finalmente per mettersi a letto per un paio d’ore, quando una schiava della moglie venne ad annunciargli che era arrivato Saulo.

Quando li raggiunse stavano già parlando. Procla gli stava raccontando il suo sogno, e che cosa sapeva dei fatti accaduti quella notte.

“Che cosa è la verità?” chiese Pilato a Saulo a mo’ di saluto  entrando, e sulla battuta scoppiò a ridere. Pensava di scaricare in quel riso tutta la tensione accumulata nella notte. Ma il riso gli si strozzò in gola, quasi volesse rientrare, quasi fosse costretto a rimangiarselo.

“Maledetti ebrei,” aggiunse brontolando tra se, “voi e la vostra religione.”

Saulo lo guardava sorpreso, chiedendosi il perché di quella domanda e di quella risata. “Hai una faccia!” gli disse la moglie.

“La faccia di uno che deve andare ancora a letto e che ha passato la notte a decidere se sia giusto mandare a morte uno che non la pensa come gli altri, in fatto di religione.  E non dirmi”, aggiunse rivolto a Saulo, ”anche tu come i tuoi capi, che ho sbagliato.”

“Sono qui perché mi ha chiamato Procla”, obiettò Saulo.

“Lo so, scusami, ma è stata una notte che non riuscirò certo a dimenticare. A proposito che nei sai del complotto che era stato ordito per questa notte dai tuoi capi”.

“Non ho saputo di nessun complotto. Ma gli anziani del Sinedrio non parlano certo con i giovani, delle loro decisioni”.

“Non so ancora quale fosse stato il disegno,” disse Pilato avvicinandosi ad un finestra, e guardando soddisfatto alla folla che si stava allontanando. Ma l’ho fatto saltare! Ho deciso di liberare quel Jeshù che si fa chiamare Figlio del Padre, contro il parere dei tuoi capi, ed ora tutta la folla che si era raccolta nel cortile e minacciava l’assalto al palazzo, lo sta seguendo. Ma ora anch’io come Procla, sebbene per motivi diversi, vorrei saperne di più su di lui. Quelle poche battute che ci siamo scambiati stanotte, mi hanno lasciato un forte desiderio di conoscere veramente il pensiero di questo uomo”.

“Perché non l’hai trattenuto!”

“Perché sapevo che si sarebbe trascinato dietro la folla. Quando sarà finita la confusione di questi giorni, chiederò a Giovanni d’Arimatea di rintracciarlo e riportarmelo

“Che ne sai tu di questo uomo?” chiese Procla a Saulo.

“So che i capi del Sinedrio lo considerano molto pericoloso perché le sue teorie minano alla fondamenta la nostra religione. Si dice che abbia fatto dei miracoli, che abbia guarito tante persone e persino resuscitato qualcuno. La settimana scorsa nella festa delle Capanne si dice che abbia affermato di essere in grado anche di resuscitar se stesso. Se dovessi morire, avrebbe detto, dopo tre giorni risusciterò. Ma in verità non mi sono mai interessato a lui”.

“Potresti farlo per me? Per noi”

“Cioé?”

“Cercare di capire chi veramente sia” intervenne Pilato, “quale sia il suo pensiero. Ho chiesto a lui che cosa è la verità, e non mi ha risposto, ma non so perché, mi è rimasta la convinzione che egli abbia la risposta”.

Questa volta si mise a ridere Saulo: “Se sapessero a Roma che un loro governatore sta cercando di sapere che cosa è la verità da un povero predicatore della Palestina!...Comunque, ho capito, per l’amicizia che c’è tra noi, lasciatemi qualche giorno e vi farò un rapporto dettagliato.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAP. 3 -  PILATO E GIOVANNI D’ARIMATEA

 

Un temporale di quella intensità Pilato non se lo ricordava. Neppure a Roma ove pure sono frequenti, aveva mai visto qualcosa del genere. Le nuvole erano così basse che si infiltravano tra le case. Erano dense, spugnose, sembravano onde che minacciavano di travolgere le case della città per poi salire fin lassù, a risucchiare il palazzo del governatore.

Nel susseguirsi dei lampi, la città spariva e ricompariva come una massa lattiginosa informe, come un animale viscido che sussultava ad ogni lampo. Aveva la sensazione che sarebbe avanzato lentamente ma inesorabilmente. Non avrebbe potuto arrestarlo, come non riusciva ad arrestare l’angoscia che lo stava opprimendo.

Che cos’è la verità? Si ripeteva. Era stato saggio lasciare andare quel predicatore che si faceva chiamare figlio di Dio? E come poteva venire in testa a qualcuno di farsi credere figlio di Dio? E cosa poteva significare per un uomo considerarsi figlio di Dio?...

Dopo la terribile notte trascorsa a decidere sui due Jeshù, era riuscito a prendere sonno per alcune ore. Ma al risveglio aveva ancora in testa quella domanda. La meridiana, senza sole non segnava nulla, ma doveva essere all’incirca l’ora sesta. Sulla montagna del Golgota, secondo i suoi ordini doveva essere in corso la crocifissione del Nazireno  e dei suoi seguaci.

I capi del Sinedrio erano infuriati, perché non aveva accolto la loro richiesta, ma, come aveva previsto, il  Bar Abba se ne era andato portandosi dietro tutta la folla che per tutta la notte aveva stazionato minacciosa nel cortile. Avrebbe dovuto sentirsi soddisfatto per essere riuscito a risolvere una situazione così ingarbugliata e pericolosa. E lo era infatti! Ma la sua gioia era turbata dall’impressione che gli aveva fatto il predicatore, dal ricordo delle sue parole. Avevano ragione  i capi del Sinedrio a preoccuparsi. Che facesse miracoli, poteva anche essere una diceria del popolo. Ma che ci fosse negli occhi di quella persona qualcosa di particolare, aveva avuto modo di  constatarlo e sentirlo direttamente, anche lui.

Si stava chiedendo per l’ennesima volta “che cosa è la verità” e stava facendo queste riflessioni , quando vide che, incurante di quel finimondo di tempo, sulla gradinata davanti al palazzo, stava salendo di corsa una persona.

Poco dopo le guardie vennero ad annunciargli che c’era un certo Giovanni che chiedeva di poter entrare.

“Che Giovanni?”

“D’Arimatea, dice d’essere un amico?”

“Fatelo  entrare.”

Giovanni aveva lasciato il mantello inzuppato d’acqua nell’atrio alle guardie. Ma con il diluvio che c’era fuori, s’era  bagnato anche la tunica e i capelli gli stavano come incollati alla fronte.

“Se ti vedessi?” rise Pilato a mo di saluto.

“Sono venuto appena ho potuto” replicò l’altro, saltando i convenevoli, e venendo subito al motivo per cui aveva sfidato quel tempo da cani, per raggiungere il Palazzo del governatore.

“Immaginavo che saresti venuto, e in verità di aspettato già questa mattina”.

“Sono venuto appena l’ho saputo.”

“Che cosa hai saputo?”

“Che hai liberato il Jeshù che si fa chiamare Bar Abba,  di cui ti avevo già parlato, dicendoti che mi sentivo in qualche modo suo seguace, e volevo ringraziarti.”

“Perché non ringrazi i tuoi amici farisei, che mi hanno tormentato tutta la notte, perché lo condannassi a morte?”

“Lo so, e per questo ti ringrazio doppiamente…Ma come hai fatto a liberarlo, a liberarti della folla che sobillata dai farisei, ne chiedeva la morte?”

“E’ stata mia moglie a darmi l’idea.”

Giuseppe sorrise alla risposta.

“No, no!” Continuò Pilato, non è come tu pensi. Lo so che si va dicendo che il vero governatore è mia moglie. Ma in questo caso l’idea è stata mia. Lei mi ha solo dato lo spunto, raccontandomi un sogno.”

“Che sogno.”

“Mi aveva visto in sogno che stavo per sacrificare due agnelli, indeciso su quale dei due. Quando mi sono deciso per l’uno, l’altro, nel racconto di Procla, si  trasformava in leone per divorarmi. Ho pensato che quel leone raffigurasse la folla.  Io avevo due agnelli, ma nel piazzale sapevo che c’erano due folle diverse, quelle dei seguaci dei due Jeshù. Capii che dovevo far scegliere a loro, liberando un Jeshù mi sarei liberato dei suoi seguaci”.

“Ma come facevi a sapere che la folla avrebbe scelto il Bar Abba?”.

“Non è poi così difficile guidare una folla! Non lo sanno fare soltanto i tuoi amici farisei!” rispose Pilato, con un sorriso che voleva essere la risposta al sorriso di Giuseppe, a proposito del ruolo della moglie nella vicenda.

Senza capire il senso della risposta, e quindi come si fossero svolti veramente i fatti, Giuseppe capì tuttavia il significato del sorriso, e non ebbe il coraggio di chiedere altre spiegazioni.

“Ma per ringraziarmi nei fatti e non solo a parole, sapresti dirmi che cosa i tuoi colleghi del Sinedrio avevano architettato per la notte passata?” riprese a chiedere Pilato. Ci sono troppe cose che ancora mi sfuggono. Ad esempio, mi sarei aspettato che fosse rimasta nel cortile del palazzo, la folla dei seguaci di Jeshù il Nazareno, che avevo condannato a morte, e invece se ne sono andati  tutti, al seguito di Jeshù il Bar Abba.”

“Se lo sapessi te lo direi. Ma i sommi sacerdoti diffidano di me, da quando hanno saputo delle mie simpatie per Jeshù il Bar Abba. E il fatto di sapere che sono in rapporti di amicizia anche con il governatore romano, non migliora la mie quotazioni nel Sinedrio. Sono stato emarginato. Quando c’è qualcosa di importante da discutere, non mi invitano alle riunioni. Quando parlano tra loro, se arrivo io, cambiano discorso”.

“Non gli saprei dare torto!” commentò Pilato. “Ma allora, proprio per cambiare discorso, mi sai dire  che cosa è la verità?” aggiunse infine.

Giovanni si mise le mani nei capelli scuotendoli perché si asciugassero un po’, e nel gesto prese un momento di tempo per capire il senso di quella domanda improvvisa. Ma la domanda era del tutto fuori luogo, in quel momento… con quel finimondo di temporale…

“Ti pare il momento per le domande trabocchetto?” obiettò.

“Non è un trabocchetto”, rise nervoso Pilato. “E’ una domanda che mi porto dietro da stanotte. M’è venuta di rimando ad una battuta del tuo amico predicatore, quando  s’è definito  testimone della verità. Sul momento non ho avuto modo di chiedergli il senso, ed ora la domanda mi risuona nelle orecchie, come un eco che non riesco a spegnere.

“Che cos’è la verità?” mormorò Giovanni, scuotendosi nuovamente i lunghi capelli bianchi che gli si incollavano alla testa, come un pesante panno bagnato.

“Sì, che cos’è la verità?” ripete Pilato alzando la voce, per farsi sentire oltre il rumore d’un tuono assordante, che accompagnò le sue parole scaricando un fulmine che parve incendiare il cortile del palazzo e tutta la città.

Seguì un momento di silenzio, come se il cielo con quel ultimo scoppio avesse raggiunto l’acme e dovesse  riprendere fiato, e nel silenzio del cielo, si intromise il rumore della terra, come un mugolio rabbioso che veniva dalle viscere più profonde, per salire in superficie con un boato e sciogliersi in un frastuono di tegole rotte, di marmi infranti, di colonne spezzate, in un sussulto che fece ondeggiare i pavimenti.

“Il terremoto!” gridarono assieme. Terrorizzati, incapaci di darsi alla fuga per uscire all’aperto, finirono per abbracciarsi.

Forse fu soltanto un minuto, ma a loro parve una eternità, e alla fine di quella eternità si ritrovarono uniti in un gesto che senza il terremoto non avrebbero forse mai compiuto, malgrado la loro amicizia, dovendo mantenere la forma delle distanze, tra il governatore romano ed un fariseo rappresentante del Sinedrio.

 

Era l’ora sesta di un giorno che non avrebbe mai più potuto dimenticare, pensò Pilato. “Scusami” disse rivolto all’amico. “Di che?” avrebbe voluto replicare Giovanni, ma preferì tacere.

Arrivarono quindi i sovrintendenti a dire che il terremoto era stato di forte intensità, ma che non aveva fatto grossi danni nel palazzo. Anche dalla città, non giungevano notizie di morti. Presagio di grandi sventure era invece, secondo la gente, il fatto che si fosse squarciato in due, da cima a fondo, il grande velo appeso nel Tempio…

A  proposito di morti, dopo un po’ arrivò a briglia sciolta  trafelato e sconvolto anche Longhino il centurione che era stato incaricato di eseguire la condanna a morte del Nazireno.

“Che c’è di nuovo?” gli chiese Pilato vedendolo arrivare con una faccia spaventata,  peggio di quella d’un condannato a morte.

Il centurione si fermò un attimo a prender fiato, abbozzando una sorta di saluto militare, poi come in un sospiro esclamò: “Il terremoto”.

“Eh, beh? L’abbiamo sentito tutti!” ribattè Pilato. “Se un centurione romano si spaventa per un terremoto, non so che cosa ci si possa attendere per le sorti dell’Impero Romano!”

“Non è per il terremoto in sé” cercò di scusarsi e di spiegare il militare. “E’ che si è scatenato nel momento stesso in cui gli ho trafitto il cuore”.

“Perché trafitto il cuore?”

“Non so, neppure io! Sono quelle cose che si decidono senza pensarci, perché non hanno conseguenze. Agli altri, per confermarne la morte, secondo la regola abbiamo rotto le gambe. A lui, m’è venuto di trafiggergli il cuore con la lancia. Fu come se avessi conficcato la lancia nella terra, invece che nel suo costato. L’ultimo sussulto del condannato si è trasformato nel sussultare della terra nel terremoto”.

“Evidentemente è un caso! Una coincidenza”.

“Può essere! Ma confesso che mi ha impressionato”.

“Lo si vede”, commentò Pilato. Poi aggiunse deciso a sottolineare che si trattava d’un comando militare: “Ti proibisco assolutamente di parlare con qualcuno di questa coincidenza”.

“Agli ordini!” disse il centurione salutando militarmente e si ritirò.

“Ci mancava anche questa adesso. L’eroe  morto per la causa di Israele che  morendo scatena il terremoto!... Manca solo che sparisca il corpo e la leggenda sarà completa!”

“Perché dovrebbe sparire il corpo?” chiese Giovanni d’Arimatea.

“Veramente lo dovrei chiedere a te. Questa mattina era qui Saulo quel giovane fariseo amico di mia moglie, e ci ha raccontato che tra le altre cose il tuo Jeshù andava dicendo che se fosse stato messo a morte, sarebbe risorto dopo tre giorni. Non l’ho condannato e quindi non c’è il rischio che possa risorgere, ma non vorrei che il fatto di averli catturati assieme portasse e mescolare le loro due storie, ed a sviluppare una  unica leggenda.”

“Non capisco di che cosa puoi aver paura. Comunque come ti ho già raccontato, proprio sul monte Calvario  ho fatto scavare nella roccia la mia tomba. Se vuoi puoi deporre lì per alcuni giorni il corpo del Nazireno. Fai presidiare il sepolcro dai tuoi, e così sei sicuro che non ci saranno sparizioni o resurrezioni.”

“Mi pare una ottima idea e te ne ringrazio”, concluse Pilato. Fece quindi richiamare il centurione e gli diede le disposizioni perché il Nazireno fosse posto nella tomba di Giovanni d’Arimatea, che la tomba fosse chiusa con un masso di grandi dimensioni e che fino a nuovo ordine ci fosse un presidio  di almeno dieci soldati a fare la guardia alla tomba, ininterrottamente.

 

Il temporale era stato d’una intensità incredibile ma era durato poco. Sopra Gersualemme si stavano squarciando le nuvole e cominciava ad apparire qualche macchia di sereno.

“Ormai ha finito di piovere. Posso andare?” chiese Giovanni.

“Vai, ma devi farmi un favore!” disse Pilato. “Devi ritrovarmi il tuo Jeshù che si fa chiamare Bar Abba e me lo devi riportare. Voglio incontrarlo di nuovo.”

“Ma l’avevi tutto a tuo disposizione.”

“Certo. Ma ho dovuto lasciarlo andare perché si portasse dietro la folla, e d’altra parte sul momento non avevo immaginato che le sue parole si fossero piantate nella mia mente come un pugnale in un corpo. Va tolto il pugnale perché possa rimarginarsi la ferita. Vorrei togliermi il pugnale della domanda che mia ha indotto a conficcarmi nel cuore.  Vorrei porre a lui la domanda  che mi sta tormentando: “Che cosa è la verità”.

“Se mi dai la tua parola che non gli farai dei male”.

“Avrei potuto condannarlo a morte la notte scorsa, e mi sarei acquistato dei meriti verso i tuoi sommi sacerdoti, e nei confronti sia dei farisei che della setta dei sadducei. Non vedo perché dovrei fargli del male adesso. Hai la mia parola. Ho incaricato anche il tuo giovane amico Saulo, di farmi una ricerca su chi sia veramente questo predicatore.”

“Con l’aiuto di due farisei chissà che non riesca a capire veramente che cosa è la verità” aggiunse infine  a mo’ di saluto, e scoppiò a ridere, cercando di nuovo di scaricare nel riso, il tormento di quella domanda senza risposta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAP  4 - Il RITORNO A BETANIA.

 

Pilato aveva previsto giusto. Quando la folla vide uscire, libero, Jeshù Bar Abba, fu presa da un fremito. Come si trattasse d’un unico corpo, formato da tante membra, percorse dallo stesso brivido, si agitò, ondeggiò facendo finalmente sprigionare come un grido di vittoria, all’unisono il nome di Jeshù.

“Jeshù, Jeshù” presero a ripetere, in un coro ritmato, esaltando in quel grido la gioia per la propria vittoria. La folla aveva chiesto la liberazione di Jeshù il figlio del Padre, e Pilato aveva aderito alla richiesta. La folla aveva quindi vinto. Ogni individuo nella folla, si sentiva un vincitore soddisfatto.

La verità era un’altra, e in quella folla che si allontanava seguendo il maestro liberato, Pilato guardava con gioia alla vittoria della sua astuzia. L’arresto casuale in contemporanea dei due Jeshù che in un primo momento gli era parsa una inspiegabile coincidenza, si era rivelato un colpo di fortuna: aveva potuto utilizzare l’uno, per aver libere le mani nel condannare l’altro.   

Non aveva ancora capito quale fosse stato il piano del Nazireno per farsi prendere nell’orto dei Getzemani, solo con una ventina di armati. Forse c’erano molti altri dei suoi tra quella folla. Forse era proprio questo il suo disegno: quello di utilizzare la folla che seguiva l’altro Jeshù, per innescare una sommossa…

Gli entusiasmi delle folle sono improvvisi e durano poco, così anche la folla che seguiva Jeshù liberato, prese ad assottigliarsi. Quelli che s’attendevano un discorso, come sulla montagna quando aveva poi sfamato più di cinquemila persone, rimasero delusi. Camminava davanti a loro con passo spedito, in silenzio, con lo sguardo fisso, perso in un punto lontano dell’orizzonte

“Bene!” cominciarono a dirsi  fra loro gli ultimi. “Ce l’abbiamo fatta”, ora possiamo tornare ai nostri impegni, ci sono le cerimonie per la festa della Pasqua. Torneremo ad ascoltarlo un’altra volta”, e pochi alla volta presero a sganciarsi dal corteo.

“Bene” dicevano a loro volta quelli che diventavano gli ultimi, e così via. “Bene ce l’abbiamo fatta!” dicevano altri ed altri ancora. Finché gli ultimi quattro o cinque rimasti soli con Jeshù:

“Bene” gli dissero, “ora non hai più bisogno di noi”.

L’indomani c’era la Pasqua, al pomeriggio ci sarebbe stata una crocifissione collettiva sul Golgota, ognuno aveva altro da fare, dal momento soprattutto che Jeshù il Bar Abba, sembrava non avesse nulla da dire.

 

Quando le guardie l’avevano riportato davanti a Pilato, e dopo il confronto con il cugino di fronte alla folla, s’era sentito dire dal procuratore: “Vai, sei libero”, a Jeshù non pareva di  poter credere alle proprie orecchie. Dalla sera prima nell’orto del Getzemani, poi nella lunga notte di interrogatori, prima con Pilato, e poi con i sommi sacerdoti, gli pareva di essere finito dentro ad un incubo senza via d’uscita.

Aveva capito subito che non aveva nulla da temere da Pilato, perchè il governatore  romano non voleva lui, ma il Nazireno con i suoi seguaci. Sapeva però di dover temere molto dai Farisei, che più volte l’avevano minacciato di morte, e per gli strani intrichi della ragion di stato non era da escludere che Pilato potesse offrirsi ai Farisei di far giustizia a nome loro, eliminando il predicatore scomodo che metteva in discussione i fondamenti del loro potere.

Per questo aveva maledetto tutta la notte il momento nel quale si era convinto ad accettare l’invito di Giuda, ad incontrarsi nel Getzemani con suo cugino il Nazireno. Ricostruendo la successione dei fatti capiva che non c’era stato nulla di casuale. Giuda organizzando l’incontro, sapeva certamente che sarebbero arrivati i romani, sapeva quindi che sarebbero stati fatti prigionieri ambedue. Giuda era un suo discepolo di cui si fidava al punto di affidargli la cassa della loro piccola comunità. Come Simone anche lui era stato discepolo del Nazireno, prima di diventare suo seguace. Sapeva che era rimasto in amicizia con il Nazireno, ma del resto anche lui aveva mantenuto un buon rapporto con il cugino, anche se avevano preso strade completamente diverse. Non era quindi questo un motivo per diffidare di lui, per sospettare qualcosa. Eppure! Perché li aveva traditi, consegnandoli entrambi a Pilato? Per soldi? Non lo poteva credere! Se l’avesse considerato un avido di denaro non gli avrebbe affidato la cassa. E se non per soldi, per quale motivo Giuda  aveva accettato di far parte di un piano, che avrebbe potuto concludersi con la condanna a morte di ambedue i suoi maestri?

A Pilato Jeshù aveva raccontato la verità. Aveva ammesso d’essere stato attratto anche lui in gioventù dalle idee rivoluzionarie degli Zeloti, e d’aver fatto parte del gruppo, per un certo periodo. Ma poi se n’era staccato, per predicare un vangelo riferito esclusivamente al piano religioso, alla liberazione dell’uomo sul piano individuale. Il fatto di aver vissuto  quella esperienza e dell’essersene staccato doveva deporre a suo merito. Rispetto a  chi non aveva mai conosciuto il movimento degli Zeloti e conoscendolo  avrebbe comunque potuto lasciarsi sedurre ed aderire, egli aveva il vantaggio di aver superato, considerandola negativa, quella esperienza. Il suo percorso di vita poteva essere semmai portato ad esempio per distogliere altri dall’aderire alla setta dei Zeloti-Nazireni.

“Non si uccide un esempio positivo” s’era ridetto tutta la notte, per convincersi che non aveva nulla da temere e farsi coraggio.

“Ma chissà quali scambi di favore possono avvenire tra i Farisei ed i Romani sulla mia pelle”, si  andava ripetendo invece nei momenti di maggior sconforto, disperando di poter uscire vivo da quella situazione.

Poi all’alba aveva sentito la folla farsi sempre più consistente e rumorosa, nella piazza davanti al Palazzo di Pilato. Non capiva il motivo di quella folla. Non potevano essere seguaci del Nazireno, perchè la folla non si schiera mai con il perdente. Poteva essere la folla che si raduna come le iene all’odore di cadavere, quando c’è da assistere ad una condanna a morte. Ma non era plausibile,  perchè il Nazireno seppure non potesse contare su una folla disposta a morire per lui, tuttavia aveva certamente  avuto sempre un impatto positivo con le folle, che si riconoscevano nei suoi ideali di lotta, per la liberazione di Israele dalla dominazione romana.

 Poteva essere allora la folla dei suoi seguaci. In effetti molto spesso s’erano riunite delle folle enormi a sentire i suoi discorsi, sia in Galilea che nella Samaria ed in Giudea. Ora molte di queste persone erano senza dubbio a Gerusalemme per la celebrazione della Pasqua, e saputo che era stato ingiustamente arrestato, non faceva meraviglia si stessero radunando per protestare contro Pilato. Era forse la stessa folla che una settimana prima l’aveva accompagnato al suo ingresso in città, acclamandolo come figlio di David.

Ma la cosa inconcepibile era che la folla invece che gridare contro Pilato, chiedeva la loro morte. Certamente si erano mescolasti alla folla i farisei e la stavano strumentalizzando. Erano riusciti a far in modo che fosse la folla a chiedere ciò che loro volevano…

Forse la maggioranza della folla era proprio di suoi seguaci, strumentalizzati dagli Zeloti seguaci del Nazireno, che cercavano di provocare l’insurrezione, per creare quella confusione nella quale sarebbe stato più facile tentare una azione, per liberare il proprio capo ed i propri compagni, caduti nell’imboscata nell’orto dei Getzemani.

O forse c’erano tutti questi motivi assieme, perchè la folla riesce anche ad identificarsi in un obiettivo unico, malgrado sia  mossa da motivazioni diverse.

Per tutta la notte aveva sentito la folla come un pericolo. Chissà dove avrebbe potuto spingere Pilato e chissà dove Pilato avrebbe potuto spingersi per ingraziarsi la folla…

Uscendo  nella luce del mattino dal portone del Palazzo di Pilato e trovandosi di fronte tutta quella gente, aveva avuto un momento di esitazione e di commozione allo stesso tempo. Nella sua mente si era sovrapposta la scena della folla che all’uscita dalla sinagoga nel suo paese natale, a Gamala, gli era venuta contro, ostile, spingendolo fino a quasi a farlo precipitare dal dirupo che c’è sopra il paese, e quella che entusiasta lo stava ad ascoltare sulla montagna, mentre lui spiegava quali sono le vere beatitudini per l’uomo. Era amica od ostile la folla che gli stava davanti?

Le guardie che lo accompagnavano si fermarono sulla porta. Da solo aveva preso a scendere la gradinata che separava la piazza dall’entrata del palazzo, e la folla aveva accennato ad aprirsi, e si era aperta  in effetti al suo passaggio come racconta la Bibbia fecero le acque del mar rosso al passaggio di Mosé. Al pari delle acque, la folla s’era poi chiusa dietro a lui ed aveva cominciato a seguirlo. S’aspettavano certamente che dicesse qualcosa. Ma non aveva voglia. Si sentiva completamente vuoto. Ogni volta che si guardava indietro notava però l’assottigliarsi del corteo, finché, ed era ormai alle porte della città, anche gli ultimi che gli erano rimasti attorno gli dissero:

“Bene, ora non hai più bisogno di noi”

Non era vero che non avesse bisogno di loro. Mai s’era sentito così svuotato e depresso, e mai come in quel momento avrebbe voluto aver qualcuno accanto. Non per parlare, ma soltanto per non sentirsi solo, per sentirsi protetto dalla vicinanza di qualcuno. Avrebbe voluto chiedere agli ultimi che si fossero fermati ancora un po’. Ma non disse niente, e non li ringraziò neppure, come invece avrebbe dovuto, perchè direttamente o indirettamente quella gente s’era interessata di lui, e direttamente o indirettamente aveva contribuito alla sua liberazione.

Aveva paura a star solo perchè mai s’era sentito così solo. Erano tre anni ormai che girava la Palestina predicando, ed aveva sempre avuto attorno i discepoli, gli amici, la gente. Era dai giorni passati nel deserto, che non gli capitava più di star solo, e non era più abituato. Poi c’erano stati gli avvenimenti frenetici delle ultime ore, la tensione, la paura, e invece adesso la quiete assoluta della solitudine, sulla strada che da Gerusalemme porta a Betania.

L’aveva in un certo modo spinto la folla in quella direzione, ma era in effetti la strada che avrebbe voluto prendere. Dove avrebbe infatti potuto rifugiarsi, se non nella casa dell’amico Lazzaro, da dove era partito il giorno prima con i discepoli per venire a Gerusalemme?

Già i discepoli!... Da tre anni viveva assieme con i dodici che aveva scelto fra i tanti che avrebbero voluto seguirlo. Tre anni nei quali era nato tra loro anche un rapporto di amicizia. E adesso dove erano? Nel palazzo aveva incrociato lo sguardo di Simone il più anziano. Ma nella folla che aveva chiesto la sua liberazione e che l’aveva seguito non c’era più neppure Simone. E gli altri? E Giovanni che la sera prima a cena, in un gesto di abbandono filiale, aveva chiesto di poter posare la testa sul suo petto, affermando che non l’avrebbe mai abbandonato?...

Erano i giorni delle festività pasquali, ci doveva essere un movimento continuo di gente che andava a Gerusalemme, e invece la strada che portava dalla città a Betania, era inspiegabilmente deserta. Come al paese di Gamala dove era nato, di sabato, quando la gente s’era già tutta raccolta nella sinagoga e il borgo sembrava irreale, avvolto nella misteriosa ragnatela del silenzio, perché  la gente era già andata, e le si era sostituito il vuoto. Così anche su quella strada aveva la sensazione che la gente fosse già andata, fosse già tutta a Gerusalemme. Fuori dalle mura della città, come dai muri della sinagoga al paese, era rimasto un vuoto immenso,  scavato nel silenzio.

 

Come era tutto diverso su quella strada solo una settimana prima! Erano partiti dalla casa dell’amico, per andare  in città, per la festa delle Capanne. L’idea era stata di Lazzaro, e egli vi aveva aderito anche se con poco entusiasmo. Non si sentiva di incontrare gente.

“Non ti senti bene?” gli aveva chiesto l’amico, notando il suo poco entusiasmo.

“Ho una giornata no,” gli aveva risposto. “Ho una di quelle giornate che nascono sbagliate, quando ti pare di essere fuori posto e tutto ti da fastidio”.

“Allora una bella passeggiata e proprio quello che ci vuole!” aveva insistito Lazzaro. E lui aveva infine ceduto alle insistenze.

Non è che andare da Betania a Gerusalemme fosse proprio una passeggiata. Ci volevano tre ore per andare ed altrettante per tornare. Che si fossero fermati qualche ora in città, per partecipare alla festa, ci avrebbero impiegato  l’intera giornata.

Vedendolo camminare di malavoglia, Lazzaro s’era convinto che fosse veramente stanco, e s’era dato da fare per procurargli un asino. A Betfage finalmente, quando erano già vicini al monte degli Ulivi, alle porte di Gerusalemme, avevano trovato un’asina e il suo puledro legati ai margini della strada. Mentre Lazzaro li slegava per farlo montare, era arrivato il proprietario infuriato, ma poi si era lasciato convincere a prestare loro la bestia:

“Non vedi che il maestro ne ha bisogno?” gli avevano detto, “te la riporteremo al ritorno”. Quel buonuomo si era fidato, e la comitiva aveva ripreso il cammino, con lui al centro, a dorso dell’asina. Così erano arrivati in città, attraverso la strada che scende dal monte degli ulivi.

Al tempio avevano trovato il solito caos. Anzi,  per la festa era aumentata la gente, ed erano aumentati i banchi dei venditori. Più che nel cortile del Tempio, si aveva l’impressione d’essere in un vero mercato.

Non era la prima volta che vedeva quello scempio. Ma così sconcio gli parve di non averlo mai visto. Il cortile era pieno di mercanti che vendevano buoi pecore e colombe. C’erano anche i cambiavalute seduti dietro ai loro banchi. Gli era montata dentro un’ira irresistibile, nel constatare ancora una volta come la religione era stata ridotta a puro mercato. Era sceso all’improvviso dall’asino, raccogliendo una frusta di cordicelle e s’era messo a menare frustate a destra e a manca, come un invasato. Era nato un putiferio, il cortile del tempio s’era trasformato in una corrida di pecore e buoi, mentre si rovesciavano i tavoli dei cambiavalute, e rotolavano per terra le monete.

Avrebbe voluto liberare le colombe rinchiuse in tante piccole gabbie accatastate. Sarebbe stato bello vederle riprendersi in volo la libertà. E invece s’era limitato ad invitare i proprietari  a portarle via. Non sempre quando si perde la pazienza si riesce a restare coerenti: ai cambiavalute aveva rovesciato i tavoli, ai mercanti di colombe s’era invece limitato a rovesciare le sedie:

“Portate via di qua questa roba”, aveva detto “non riducete a un mercato, il tempio che deve essere simbolicamente la casa di Dio Padre”

Gli erano venuti incontro minacciosi i capi ebrei, chiedendogli come s’era potuto permettere di fare quel disastro:

“Se questo deve essere il Tempio, tanto vale distruggerlo. In un attimo si può ricostruire un nuovo tempio migliore di questo”

“Ci sono voluti quarantasei anni per costruirlo”

“Non ci vuol nulla, non ci vuole che un attimo, perché il tempio nel quale pregare il Padre è in effetti il nostro corpo”.

I sadducei e i farisei, promettevano che gliela avrebbero fatta pagare, come avevano tentato quella notte chiedendo a Pilato la sua condanna a morte. La folla invece, riconoscendolo, aveva preso ad acclamarlo per quello che aveva fatto. “Chi ha avuto il coraggio di sfidare i farisei?” si chiedevano gli uni. “E’ Jeshù il profeta, rispondevano gli altri, quello che si fa chiamare Bar Abba, il figlio del Padre”.

La folla che partecipava alla festa, portando secondo la tradizione, bastoni ornati, rami verdi e palme, aveva  preso a seguirlo, e sembrò veramente che con lui si ripetesse la scena di molti anni prima con i Maccabei, come veniva raccontata nella Bibbia. Anche allora si festeggiava la purificazione del tempio, e lui, in qualche modo con la sua sfuriata aveva rinnovato quella purificazione.

Tutti avevano a mente  il  passo della Bibbia. Ripresa la città dopo due anni di occupazione da parte di Antioco IV Epifane, Giuda Maccabeo e i suoi uomini avevano provveduto a distruggere gli altari costruiti dai conquistatori, avevano purificato il Tempio e vi avevano costruito un altro altare. Poi facendo scintille con le pietre, ne avevano tratto  il fuoco e avevano offerto  sacrifici. Dopo una interruzione di due anni, avevano preparato  di nuovo l’altare degli incensi, le lampade e l’offerta dei pani. Tutto il popolo poi, tenendo in mano bastoni ornati, rami verdi e palme, aveva innalzato inni a Dio che aveva fatto ben riuscire la purificazione del suo tempio. Si era stabilito  allora, con pubblico decreto per tutto il popolo dei Giudei, che ogni anno si celebrassero quei giorni.

E lui era capitato proprio in mezzo a quella celebrazione, e la folla aveva preso a seguire lui, accompagnandolo con i rami verdi e le palme che portavano per la ricorrenza. La gente aveva veramente rivissuto con lui la festa per la purificazione del tempio.

 

 

Ricordando i momenti della festa d’una settimana prima, passando per il villaggio di  Betfage  aveva cercato del proprietario dell’asina. Con la scusa di tornare a ringraziarlo, avrebbe comunque avuto la possibilità di scambiare delle parole con qualcuno. Ma non c’era nessuno, c’era soltanto l’asina, come quel giorno legata davanti alla casa.

Anche più avanti, quella che Simone aveva soprannominato la locanda del fico maledetto era chiusa. Si sentiva terribilmente stanco, e si fermò comunque sotto il fico constatando nuovamente che non aveva foglie.

“Che coincidenza!” mormorò. “C’erano state in quei giorni troppe e troppo strane coincidenze”, ripeté tra sé, ripensando anche alla vicenda di quel fico.

Sempre la settimana prima, andando di malavoglia a Gerusalemme, prima che gli avessero trovato l’asino, si era avvicinato al fico che cresceva nel cortile della locanda, per vedere se c’era qualche frutto. Più per fare qualcosa di diverso, per distrarsi, che per il desiderio di mangiare un fico. Si era a primavera, e il fico non aveva evidentemente che foglie:  

“Maledizione!” aveva detto, più per sottolineare la sua stupidità, (non ci possono essere  fichi sugli alberi a primavera!) che per prendersela con l’albero incolpevole.

 

Il giorno prima quando erano passati di nuovi di lì, per andare a Gerusalemme,  per celebrare la Pasqua, Pietro gli aveva fatto notare che il fico era secco:

“Maestro, guarda! Quell’albero che tu hai maledetto è tutto secco”.

“Ma no, avrai preso un albero per un altro!”.

“No, sono sicuro, è proprio questo che tu hai maledetto ed è diventato secco”.

Con Pietro non era il caso di insistere. Quando si metteva in testa una cosa, non si riusciva a fargli cambiare idea.

“Ma e se anche fosse. Non è questo il problema” aveva tagliato corto. Aveva invece approfittato del fatto, per radunarli sotto il fico e per spiegare loro l’importanza della fede.

“Ma, se anche fosse”, aveva infatti aggiunto. “Io vi assicuro che se uno ha fede in Dio, potrebbe dire a questa montagna: sollevati e buttati nel mare! Se nel suo cuore egli non ha dubbi, ma crede che accadrà quel che dice, state certi che gli accadrà veramente. Perciò vi dico, tutto quello che vi domanderete nella preghiera, abbiate fiducia di ottenerlo, e vi sarà dato”.

Questo aveva detto, solo pochi giorni prima. Ma poi, messo alla prova, anche lui s’era lasciato prendere dal dubbio. Eppure era veramente convinto di ciò che predicava! Non erano parole di circostanza le sue, ma l’espressione d’una convinzione intima e profonda. E tuttavia, nel buio del carcere, anche lui era stato preso dalla  paura...

Pensava a questo sotto al fico senza foglie, quando vide entrare nel cortile una persona. Non c’era anima vivente nel raggio di qualche miglia eppure il nuovo arrivato si muoveva guardingo, guardandosi attorno come se fosse preoccupato d’essere stato seguito da  qualcuno, o di essere visto in quel posto. Che fosse anziano lo si capiva dalla barba bianca che usciva dal cappuccio, con il quale si copriva la testa, nascondendo il volto. Che non fosse un brigante, lo si capiva dal vestito che poteva essere quello d’un ricco mercante.

S’avvicinò sempre guardandosi attorno. “Chi sei”, gli chiese Jeshù quando gli fu vicino. “E che cosa vuoi da me?” aggiunse, non riuscendo assolutamente ad immaginare, che cosa potesse volere una persona che si presentava con tanta circospezione.

“E da tanto tempo che voglio parlarli. E’ da stanotte che ti seguo a distanza. Ti ho visto entrare nel cortile della locanda, ed ho pensato fosse giunto finalmente il momento di incontrarti.”

“Ma incontrarmi è la cosa più facile di questo mondo!” obiettò Jeshù, “E’ da tre anni che giro predicando per le strade della Palestina”.

“Sono Nicodemo, uno dei farisei a capo del Sinedrio”, si presentò il nuovo arrivato, immaginando che la qualifica spiegasse il comportamento, ed anche il motivo per cui non gli era stato facile arrivare a quel incontro.

Ma non aveva spiegato perché fosse lì. E con tutto quello che era capitato quella notte, con il Sinedrio che aveva richiesto a Pilato la sua condanna a morte, la cosa più logica che  poteva venire in mente a Jeshù,  era quella di pensare che la persona che gli stava davanti fosse stata incaricata di seguirlo.

“Non avete dunque rinunciato a perseguitarmi?” chiese.

“No, no, non è per questo che sono qui! Non è il Sinedrio che mi manda. Sono qui di mia iniziativa. Anzi guai se si sapesse che sono venuto ad incontrarti. La maggioranza del Sinedrio è convinta che tu sia un pericolo per Israele”.

“E tu?”

“Io non so. Mi è stato riferito qualcosa di quello che vai predicando e vorrei capire. Sono qui per questo. Per capire. Io penso che tu sia un maestro mandato da Dio, perché nessuno può fare i miracoli che fai tu, se Dio non è con lui”.

Rassicurato da queste parole Jeshù gli disse: “Credimi nessuno può vedere il regno di Dio se non nasce nuovamente.

Nicodemo gli disse: “Come è possibile che un uomo nasca di nuovo quando è vecchio? Non può certo entrare una seconda volta nel ventre di sua madre e nascere!”

Gesù rispose: “Io ti assicuro che nessuno può entrare nel regno di Dio se non rinasce da acqua e Spirito. Dalla carne nasce carne dallo Spirito nasce Spirito.

“Maestro, lo interruppe Nicodemo, permettimi di chiamarti così. Io ti ho seguito tutto il giorno per avere da te parole di verità, non per sentire parole difficili da interpretare”.

“Non meravigliarti”, replicò Jeshù, “se ti ho detto dovete nascere in modo nuovo. Il vento soffia dove vuole, uno lo sente ma non può dire da dove viene, né da dove và. Lo stesso accade con chiunque è nato dallo spirito”.

“Ma allora lo fai di proposito!” lo interruppe Nicodemo. “Dalle parole difficili da interpretare, passi agli indovinelli. Quella del vento è infatti una bella immagine, ma non so che altro possa essere se non un indovinello”.

“Nel deserto Mosè alzò su un palo il serpente di bronzo, e chi guardava il serpente, non moriva. Non di certo tuttavia, perché il serpente di rame avesse il potere di salvare gli uomini. Credendo al potere di salvezza che Dio aveva posto nell’immagine del serpente, il popolo finiva per beneficiare di questo potere. Così ogni uomo deve innalzare  come riferimento il suo essere spirito, e sentire veramente di essere spirito, per giungere a credersi tale, spirito, partecipe della natura dello Spirito eterno e in quanto tale destinato alla vita eterna.

L’Infinito non ha riconosciuto l’uomo nel mondo come figlio, per condannarlo, ma per salvarlo, come il serpente salvava gli israeliti nel deserto. Chi crede nel suo essere figlio dell’Infinito, figlio di Dio, non è condannato. Chi non crede invece è già condannato perché non ha creduto nel suo rapporto di unico figlio di Dio. E’ questo il motivo della loro condanna: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenere alla luce, perché fanno il male.

Chi fa il male odia la luce e ne sta lontano perché la luce non faccia conoscere le sue opere a tutti. Invece chi ubbidisce alla verità viene verso la luce, perché la luce faccia vedere a tutti che le sue opere sono compiute con l’aiuto di Dio”.

“Non sei ancora molto chiaro, ma comunque mi pare di cominciare a capire il tuo pensiero”, commentò Nicodemo perplesso.

Sono abituato a parlare con pescatori e quindi devo parlare con immagini. Approfittando d’un interlocutore di cultura, posso cercare di spiegarmi meglio. Per la mia visione del mondo potrei dire che l’Essere ha voluto attuarsi anche nel divenire, consentendo così al divenire di realizzarsi nell’Essere”.

 Dalla espressione di Nicodemo si capiva certamente che non aveva afferrato il senso dell’affermazione, per questo Jeshù continuò cercando di riproporre il concetto, in una forma più esplicita.

“Come un padre si realizza nel figlio, così l’Infinito si è realizzato nella forma del finito. In altri termini Dio ha tanto voluto l’Universo, da volersi riprodurre in uno dei suoi elementi, l’uomo, come un padre si riproduce nel figlio, perché l’uomo possa immedesimarsi in Dio come un figlio si immedesima nel padre, e credendo di potersi immedesimare nell’eternità di Dio, anche lui non muoia ma abbia la vita eterna. Io mi sento mandato a portare al mondo la luce di questa verità, e chi ubbidisce a questa  verità, ritrova la luce nel divenire del mondo e per l’eternità.

Chi crede ha la vita eterna. La fede è come il pane che dà la vita. Ognuno ha in sé il pane che dà la vita eterna, il pane venuto dal cielo, cioè dalla dimensione dell’infinito. Chi mangia di questo pane vivrà per sempre. Chi si pasce di Dio, come figlio di Dio, cioè si pasce della dimensione di infinito che è in lui, diventerà infinito oltre il tempo”.

“Per questo”  lo interruppe Nicodemo ti ho visto così tranquillo questa notte di fronte ai sommi sacerdoti che volevano la tua condanna. Non avevi paura di morire!...

“Avrei dovuto! Ma non è stato così. Non ero tranquillo. Anzi, poiché ho capito che sei un uomo alla ricerca della verità, ti dirò che, a dir il vero, ero proprio terrorizzato dall’idea della morte. E non so darmi una spiegazione. La morte è il momento della verità, ed anch’io di fronte alla verità ho avuto paura.”

“Ti ringrazio, anche per aver confessato la tua debolezza. Avevo paura che anche tu fossi uno dei tanti maestri che hanno la verità. Mi ha fatto piacere scoprire che anche tu invece sei alla ricerca della verità. Questo mi conferma nella convinzione che per l’uomo non possa esistere una verità assoluta, in quanto relativo e finito, non può che essere in continuazione alla ricerca della verità. L’Assoluto non può essere compreso dal finito, che tuttavia, come giustamente dici tu, deve mettersi sulla strada della ricerca dell’Infinito”.

“E’ proprio questo che intendo dire quando affermo che l’uomo è, e può diventare figlio di Dio!”

“In quanto alla paura della morte, mi confermi che non si può eliminare. Forse è necessario dare una speranza anche al corpo, per questo noi Farisei abbiamo sviluppato l’idea della resurrezione dei corpi nell’ultimo giorno”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAP.  5 - A BETANIA CON LAZZARO.

 

Lasciato Nicodemo si rimise in cammino. Quando arrivò  a Betania si rese conto che anche il paese era vuoto. Lo attraversò in fretta, guardandosi attorno impaurito, e raggiunse rapidamente la  casa di Lazzaro. Ma anche qui non c’era nessuno.

Da un arco senza porta, nell’alto muro di cinta, si entrava in un piccolo cortile e da questi poi nella casa. In fondo al cortile c’era un grande fico che superava coi i suoi rami anche il muro di confine, per protenderli fin  sulla strada. Si lasciò andare sulla panca di pietra ai piedi dell’albero. Il luogo gli era familiare. Aveva passato ore in discussione con l’amico Lazzaro, seduto su quella panca, discutendo su che cosa comportava veramente per l’uomo diventare ed essere figlio di Dio.

Il ricordo di quelle parole, l’entusiasmo di quelle discussioni, la convinzione con la quale riportava le sue idee, gli parevano si perdessero nel silenzio innaturale che circondava il cortile, nel silenzio della casa vuota e di tutto il paese di Betania. Anche il fico pareva goffo nell’inutile tentativo di allargare i rami a portare l’ombra sin nella strada. Se non c’era nessuno che aveva bisogno della sua ombra, a qual fine l’inutile sforzo nel quale si erano contorti i suoi rami?

Non riusciva a spiegarsi quel silenzio. Ma soprattutto non riusciva a spiegarsi il silenzio che si sentiva dentro, il silenzio che lo percorreva svuotandolo, come se fosse riuscito a scavare una caverna dentro a lui, quasi che il sangue fosse scivolato via dalle vene, lasciando le vene come cartilagini vuote e rinsecchite.

Purtroppo, come aveva fatto con Nicodemo, non poteva non ammetterlo: nei momenti nei quali s’era trovato solo nella cella buia della prigione di Pilato, aveva avuto paura della morte. Dopo aver tanto  predicato che la morte non esiste,  che è soltanto un passaggio verso la vita eterna verso la dimensione autentica di figli di Dio, di fronte alla morte, anche lui aveva avuto paura.

L’aveva sentita entrargli la morte, dall’umidità del pavimento del carcere. Tra le fessure che separavano le grandi lastre dell’impiantito della cella, l’aveva sentita uscire dalle viscere della terra e prendergli lentamente le membra, con il gelo dell’immobilità nella fine. Era il corpo che si ribellava. E la paura veniva dal corpo, con quel brivido freddo che irrigidiva le membra. Era il corpo che non accettava di morire! Non bastava l’idea della vita eterna. Perchè anche il corpo potesse accettare la morte, aveva ragione Nicodemo, era necessario ricorrere al pensiero della  sua resurrezione, immaginare anche per lui una vita eterna.

 Ma non è possibile. La resurrezione del corpo non ha alcun senso, ed un assurdo in termini, l’eternità del corruttibile...

L’aveva spiegato in mille modi, nei suoi tre anni di predicazione. La prospettiva dell’uomo si realizza nell’immortalità dello spirito, che resta oltre il corpo. E il suo non era un modo di dire, ma una convinzione profonda, una verità che si era radicata dentro di lui come una ispirazione, e che aveva cercato in ogni modo  di far radicare nel pensiero dei suoi ascoltatori. Una verità che, tuttavia, appena s’era scontrata con la realtà estrema della propria morte, aveva vacillato, era venuta meno, lasciandolo solo sul baratro  dell’angoscia per il proprio annullamento.

Era logico, gli era venuto di pensare, la sua ragione si rifiutava di accettare, una ipotesi che prevedeva il proprio annullamento. Nell’immortalità sarebbe rimasto il pensiero, non la mente che l’aveva prodotto, sarebbero rimaste le idee, non la ragione che le aveva sviluppate. Era normale che la mente, la ragione, non riuscissero a convincersi d’una soluzione che le escludeva. Per questo forse, l’idea dell’immortalità non era sufficiente a far superare l’angoscia, per il vuoto della propria fine.

Si sentiva  tanto stanco, per la notte insonne tra il carcere e gli interrogatori con Pilato e con i sommi sacerdoti, e si distese sulla panca di pietra. Non riusciva a capire come mai non tornasse nessuno ancora. Guardando al sole, aveva concluso  infatti che era già passato da molto il mezzogiorno. Lontano sopra Gerusalemme si stava addensando un  temporale spaventoso. Sulla linea dell’orizzonte si sviluppava un groviglio di nubi nere, striate di fasce di grigio e di bianco, percorse da lampi come brividi di luce.

“Che finimondo”, pensò con le strade piene di gente per la festa della Pasqua, e fu vinto dal sonno.

 

Fu svegliato da un vociare improvviso di gente, quando stavano già calando le ombre della sera. Si guardò attorno cercando di capire dove fosse, e in quella entrarono Lazzaro con le sorelle Maria e Marta.

“Jeshù”, esclamarono assieme, stupiti, ma allo stesso tempo felici di  vederlo. “Come mai sei qui? Ti abbiamo cercato tutto il giorno”.

Maria non riuscì a trattenere l’emozione, gli corse incontro abbracciandolo e scoppiando in lacrime.

“Perchè piangi?” chiese lui sorpreso, sollevando con la mano appoggiata alla fronte, la testa di lei che piangeva sul suo petto. Lei lo guardò e scoppio a piangere di nuovo. “Oggi ti ho pianto ad ogni ora, come se fossi morto, lasciami ora  piangere di gioia, perchè per me sei come resuscitato.”

“Avete saputo cosa mi è capitato?”, chiese Jeshù.

“Qualcosa”, rispose Maria tra i singhiozzi, poi cercando di trattenere il pianto continuò: “Questa mattina si è sparsa la voce che ci sarebbe stato lo spettacolo d’una crocifissione in massa, e che tra i crocefissi ci sarebbero stati anche due Jeshù. Puoi immaginare con quale animo e quale angoscia siamo corsi in città, in mezzo a alla gente che correva assieme a noi  per non perdersi lo spettacolo della sofferenza e della morte di tanti uomini. Poi qualcuno ha detto invece che tu eri stato liberato. Ma in quella confusione non era possibile avere una qualsiasi conferma della notizia, e d’altra parte era impossibile immaginare dove tu fossi andato.  Così ci siamo fermati per assistere ed alleviare l’agonia dei condannati a morte, e lì abbiamo incontrato anche tua madre.

“C’era anche Jeshù il Nazireno?”

“Si, il patibolo era riservato a lui e ad alcuni dei suoi seguaci. Tua madre ha voluto stare con lui,  suo nipote, per tutto il tempo della sua agonia”.

“Che destino!” commentò Jeshù, “da bambini eravamo come fratelli, poi da giovani siamo rimasti molto amici e ci siamo ritrovati a fare progetti sulla liberazione di Israele, e infine, questa mattina, ci siamo confrontati nel giudizio della folla, su chi dovesse morire… Anche lui come Giuda sua padre, crocefisso quando eravamo ragazzi, ha ereditato il destino di combattere per la liberazione di Israele, e quello di morire in croce per la causa!”

“Abbiamo sentito anche noi raccontare che Pilato è uscito al balcone del palazzo con voi due, chiedendo alla folla chi dei due volesse salvare. Ma raccontaci tu, che cosa veramente ti è capitato,” insistette Maria.

“Avrà fame” obiettò Lazzaro.

“Certo. Perchè non ci abbiamo pensato prima”, disse Marta dirigendosi immediatamente verso la casa, per preparare qualcosa. Maria che pur avrebbe voluto fermarsi ad ascoltare, non poté non seguirla. Lazzaro si sedette in silenzio sulla panca accanto a lui. Immaginava che l’amico fosse stanco e che certamente non fosse il caso di tormentarlo con nuove domande.   

E invece Jeshù avrebbe voluto aver qualcosa d’altro a cui pensare, per venir distolto dall’angoscia infinita che si sentiva dentro. Non era tanto l’angoscia per la morte, che non aveva più alcun motivo di temere, ma era l’angoscia per aver avuto paura, l’angoscia per il precipizio del nulla nel quale era caduto tutto quello che aveva insegnato, tutto ciò in cui aveva creduto.

Un’angoscia come un profondo dolore, da dover scaricare perchè finisca, o almeno da dover dimenticare per lenirlo.

Ora che non c’erano le due donne, Lazzaro era l’unica persona con la quale avrebbe potuto confidarsi. Lazzaro che l’anno prima era già morto, ed era già stato deposto nel sepolcro, e che inspiegabilmente al suo arrivo, s’era ripreso ed era tornato a vivere.

Per merito suo, avevano detto tutti. “E’ stato un miracolo!” aveva gridato la folla. E forse era vero. Era stato il suo forte desiderio di rivedere l’amico in vita, in qualche modo a  produrre il miracolo, perché, come anch’egli aveva sempre insegnato, la fede riesce a smuovere anche le montagne. Ma non era questo il problema, almeno in questo momento. Alla fine si decise a rompere il silenzio per chiedere a Lazzaro:

“Hai avuto paura della morte?”

“Perchè me lo chiedi?”, domandò l’altro in risposta. La domanda l’aveva sorpreso. Sarebbe toccato a lui fare domande. E poi erano capitate in quel giorno tante di quelle cose importanti di cui parlare, che non aveva senso richiamarsi ad un fatto di un anno prima.

“Che domanda è questa?”, si riprese guardando fisso l’amico, per cercare nelle espressioni del suo viso, il senso che non trovava nelle parole. “Certo che prima di morire ho avuto paura della morte. Come tutti, avevo paura della fine, del dolore estremo della fine. E il dispiacere perchè tu non venivi, mentre le mie sorelle mi dicevano che ti avevano mandato a chiamare, finiva per essere un diversivo per alleviare il dolore...”

“Voglio confessarti un cosa,” lo interruppe Jeshù, “anch’io ho avuto paura”.

“Non vedo che cosa c’è di strano. Tutti hanno paura”.

“Ma se siamo figli di Dio, come io credo ed ho insegnato, non si può aver paura di tornare al Padre. La morte dovrebbe essere un momento di gioia, per l’inizio dell’eternità”

“Ma è il nostro  corpo di figlio dell’uomo, che ha paura”.

“Anch’io ho cercato di darmi questa giustificazione, ma nel dramma della morte c’è qualcosa di più profondo di una contrapposizione tra l’essere figlio dell’uomo, che vorrebbe vivere, e l’essere figlio di Dio che vorrebbe rinunciare all’essere nel tempo, per passare a vivere nell’eternità. L’essere figlio di Dio dovrebbe riuscire a superare e vincere la paura del figlio dell’uomo. Ma io stesso, purtroppo, ho dovuto sperimentare che così non è.

I drammi che i poeti greci sono riusciti ad immaginare, non sono mai giunti ad interpretare l’altezza alla quale arriva il dramma naturale della vita di ogni uomo. E’ solo nella sua fine, che l’uomo può concepire la sua speranza. Solo lasciandosi cadere nel precipizio della dissoluzione, può pensare di potersi librare negli spazi infiniti del cielo, in una altra dimensione. L’epicità del realizzarsi attraverso il proprio annientamento è qualcosa di tragicamente grandioso. Ma per vivere la grandiosità della propria morte, è necessario riuscire a vivere la  grandiosità della realtà di sapersi figlio di Dio, ed io ritenevo di esserci riuscito!”

“Ma il bruco che muore per rivivere come farfalla, non può non sentire drammaticamente la sofferenza del distruggersi del suo essere di bruco, anche se sa di continuare a vivere come farfalla”.

Lazzaro, da quando aveva vissuto l’esperienza della propria morte, aveva acquistato una capacità di sintesi intuitive eccezionali. Era come se avesse imparato a concentrare il suo discorso in un linguaggio capace non solo di descrivere, ma di far intuire nell’immediatezza dell’immagine, una idea. In effetti aveva colto anche questa volta nel segno.

“E’ proprio la tua immagine del bruco e della farfalla”, riprese Jeshù che evidenzia come non si tratti d’una alternativa su piani diversi tra figli dell’uomo e figli di Dio, ma d’una contraddizione intima ed esistenziale, perchè il figlio dell’uomo, è egli stesso il figlio di Dio, come il bruco è esso stesso la farfalla, la contraddizione è nello stesso soggetto ed è dall’autonegazione del bruco che si sviluppa la farfalla. L’autoannullarsi per vivere, è il destino dell’uomo tragico e meraviglioso allo stesso tempo.”

“Se capisco quindi, l’essere bruco si ribella alla sua fine e subisce e sente il dolore esistenziale ed assoluto del suo autoestinguersi, perchè un bruco non può sentirsi farfalla”.

“Appunto. Ed è proprio questa la grandezza dell’uomo che può sentirsi figlio di Dio e nell’autocoscienza di esserlo, vincere la morte. E’ come se il bruco avesse la coscienza d’essere farfalla! Certamente non si opporrebbe alla trasformazione, che da viscido millepiedi lo tramuta in una farfalla dai mille colori, che dallo strisciare sulla terra, lo porta a librarsi nell’aria e nel sole.

Prima che arrivaste mi ero addormentato ed ho fatto un sogno terribile. Ho sognato che Pilato aveva condannato me alla morte e non il Nazireno. Mi sono visto salire il Golgota come da ragazzo avevo sentito che l’aveva salito  Giuda il padre del Nazireno. Mi sono visto salire portando la trave alla quale sarebbe stata appesa la mia vita, per costringerla ad uscire in un sforzo estremo di sofferenza, in un ultimo rantolo.

 In effetti avrei potuto essere io su quella croce. E mentre arrancavo, appunto come un bruco negli ultimi passi della propria esistenza, avrei dovuto pensare alla farfalla, e quel pensiero avrebbe dovuto dar senso al mio soffrire, al mio morire.

Se ci fossi stato, se avessi saputo vivere quella esperienza avrei in questo sintetizzato tutto il mio insegnamento, tutta la mia intuizione sul senso della vita. La mia autocoscienza d’essere figlio di Dio sarebbe diventata di fronte alla morte, autocoscienza del mio trasformarmi e quindi superamento della paura di annullarmi, autocoscienza dell’essersi consumato il mio essere nel tempo, consumatum est, per liberare il mio essere nell’eternità…”.

“Anch’io ho vissuto l’esperienza dell’attesa della morte” lo interruppe Lazzaro “e ti posso capire”.

“Ma tu non hai mai cercato di convincere gli altri su come si possa vincere la paura della morte”.

“No, ma ci ho pensato e ci penso tanto, e mi sono convinto che la chiave è nella Bibbia. Adamo ed Eva sentono di essere mortali dopo aver mangiato alla conoscenza del bene e del male. Tutto è nato dall’aver mangiato all’albero della conoscenza. Tutto è nato nel momento il cui l’uomo ha cominciato a distinguere il bene dal male, e quindi lo zero dall’uno, cioè quando ha iniziato a far uso della ragione.

  Prima, nell’età dell’oro secondo i Greci, in quello che noi chiamiamo il giardino dell’Eden, l’uomo usava solo il sentimento. Non conosceva la morte, perché viveva il sentimento della propria eternità.  La dimensione spazio-temporale era sentita come momento transeunte della dimensione immensità-eternità. Questa ultima era sentita come la vera dimensione, la prima era sentita come transitoria. Non c’era quindi nulla di drammatico, nel passaggio dalla prima alla seconda dimensione, attraverso la morte. Non c’era la paura della dimensione immensità-eternità, chiamata Dio, perché l’uomo si sentiva in questa dimensione. Nel sentimento di sé che aveva l’uomo, si sentiva veramente figlio di Dio e Dio era nell’uomo!

Solo dopo, raggiungendo  l’uso della ragione nella sua evoluzione  l’uomo “sente i passi di Dio”, sente Dio come altro da sé, e sente come altro rispetto alla dimensione umana, la propria dimensione eterna, subisce quindi la “maledizione della morte”, di cui parla la Bibbia.

 

 

Furono interrotti da Maria che li chiamava perchè era pronta la cena.

“Ed ora cosa farai?” gli chiese Lazzaro mentre cenavano. Rivisitare il passato è anche un modo di evitare di affrontare il futuro. E per quanto il passato sia brutto, per il fatto soltanto di essere avvenuto, acquista un elemento di solidità e di certezza. Il futuro invece, nella sua incertezza e nella sua precarietà, ha sempre in se qualcosa di pericoloso. E soltanto dubbio, senza alcun elemento di certezza, soprattutto quando si è ad un bivio.

Per tutta la strada da Gerusalemme a Betania, aveva pensato alla domanda sul suo futuro, ed era in qualche modo anche riuscito a darsi una risposta. Ora che la domanda gli veniva riproposta dall’amico Lazzaro, prendeva nuovamente la consistenza d’un macigno, che ti sbarra la strada e ti impedisce di proseguire.

Che avrebbe proseguito era certo! Ma come, e per andare dove, non aveva idea… Nel dubbio di fronte alla insostenibile incertezza della morte, gli pareva che fosse crollato tutto il sistema di verità e di certezze che aveva costruito in tre anni di meditazioni e di predicazioni.

Aveva bisogno di riflettere, e si sarebbe ritirato di nuovo in meditazione.

 Di nuovo nel deserto? chiese Lazzaro, ricordando che prima di iniziare la predicazione, aveva passato quaranta giorni in meditazione nel deserto di Galilea.

“A Qumran?” chiese a sua volta Maria, sperando con la domanda di suggerirgli una soluzione meno estrema e pericolosa, ricordandogli che prima del deserto aveva passato un anno nella comunità che gli Esseni avevano aperto sulle alture di Qumram. Avrebbe sofferto troppo anche lei, a saperlo a patire la sete e la fame nel deserto…

“No,” rispose Jeshù.  “Passando dalle parte di Betlemme l’anno scorso ho visto una grotta, e già allora avevo pensato che se ne avessi avuto bisogno, mi sarei ritirato lì a meditare e pregare.

E’ da lì che ripartirò. E’ in quella grotta che ho deciso di rinascere.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAP. 6 – IL RACCONTO.

 

“Ma intanto raccontaci” insistette Maria, forse anche nella speranza che attraverso il racconto avesse potuto in qualche modo ritornare sulla sua decisione di partire per rinchiudersi a meditare in una grotta dalle parti di Betlemme.

“Un momento, lascia prima che finisca di mangiare. Chissà da quando non mangia” l’aveva rimproverata suo sorella Marta. Ma lei  aveva urgenza di sapere, perchè era una donna, ma soprattutto perchè si era innamorata dell’amico del fratello. Sapeva di non essere l’unica. Si sentiva dire che anche Maria Maddalena aveva preso a seguire Jeshù, assieme ai discepoli, perchè innamorata del maestro. Le malelingue dicevano che l’amore era ricambiato, qualcuno sosteneva persino che i due fossero amanti. Ma lei non era gelosa. Chi ama veramente vuole il bene della persona amata, e se il bene di Jeshù stava anche nella relazione con la Maddalena, lei accettava di tenere i suoi sentimenti per sé.

Nessuno le impediva, come in effetti stava facendo, di vivere con lui ogni momento della sua esistenza. Con il pensiero lo seguiva per le strade della Palestina, felice di vederlo seguito dalle folle, preoccupata per il malanimo dei farisei nei suoi confronti. Ma quel giorno aveva avuto la sensazione d’averlo perso. Il fatto di non sapere che cosa avesse veramente fatto, dove fosse, le aveva dato l’impressione che il suo rapporto si fosse interrotto. Le pareva che solo ricostruendo le scene che le mancavano, avrebbe potuto ricongiungersi al Jeshù, che aveva salutato il giorno prima, quando con i suoi discepoli si era incamminato per Gerusalemme.

“In effetti, è dalla cena di ieri sera nel cenacolo che non tocco cibo”, sorrise Jeshù, “ma non è questo un problema,” aggiunse.

“Capisco la tua  ansia di sapere,” disse  poi rivolto a Maria.

Lei arrossì confusa. “Scusami”, mormorò.

“Non ti devi scusare, anch’io sento il bisogno di raccontare a degli amici quello che mi è capitato in queste ventiquattro ore, per capire e per capirmi. I fatti si sono svolti così in fretta ed imprevisti, che anch’io ho bisogno di ricostruirli nella memoria, per riuscire a farmene una ragione, a darmi una spiegazione.

Prese così a raccontare di come il giorno prima dopo aver pranzato, come loro sapevano, proprio a Betania in una casa vicina alla loro, quella di Simone che era stato lebbroso, si  era incamminato verso Gerusalemme. Tommaso aveva organizzato perché mangiassero la Pasqua assieme, nel cenacolo d’un amico, nel quartiere degli esseni e li aveva preceduti per preparare gli ultimi dettagli.

Aveva accettato di celebrare la Pasqua assieme agli esseni, per ritrovare alcuni amici con i quali aveva vissuto l’esperienza di Qumram. Del resto aveva anche molti amici tra gli esseni. Molti dei suoi insegnamenti venivano richiamati anche dagli esseni, o, come qualcuno diceva, era stato lui a mutuarli dagli esseni,  al punto che spesso i farisei l’avevano considerato un esseno. Anche molti dei suoi discepoli, fra i quali in particolare Giovanni e Tommaso, avevano vissuto un proprio percorso di vita all’interno di questa setta.

 Che non fosse veramente un esseno lo dimostrava anche il fatto che, fino alla sera prima, non aveva  mai avuto modo prima di entrare nel quartiere esseno di Gerusalemme. Tommaso che invece vi era di casa, s’era incaricato di organizzare  ogni cosa.

Li attendeva alla porta della città un uomo che, per farsi riconoscere, portava una brocca d’acqua. Quando li aveva visti arrivare li aveva preceduti in una casa. Lieto di averli come ospiti,  li aveva accolti con entusiasmo,  facendoli  subito  accomodare al piano di sopra dove c’era una grande sala preparata con i tappeti.

“Prima di sederci a mensa m’ero fatto portare una bacinella ed un asciugamano e avevo deciso di lavare loro i piedi”.

“Perchè i piedi?” lo interruppero ad una voce, le due sorelle. Con Jeshù avevano capito che ogni sorpresa poteva essere possibile. Attorno a lui  avevano visto gli storpi prendere a camminare, i ciechi vedere ed i sordi sentire, loro fratello che era morto, al solo suo dire “vorrei che fosse vivo”, era tornato a vivere. Aveva fatto spesso anche delle provocazioni contro la legge e le tradizioni, soprattutto per spiegare che la religione non può risolversi in fatti formali, ed in una vuota liturgia. Aveva sempre cercato di far capire che, nel rapporto con la divinità, si deve badare alla sostanza, e non alla forma delle cose.

Ma che la sera prima fosse riuscito  trasformare il rito di purificazione della lavanda delle mani prima dei pasti della loro tradizione, nella lavanda dei piedi, era troppo, anche come provocazione! Sembrava quasi avesse voluto prendersi gioco dell’usanza del rito di purificazione delle mani.

“Perchè in questa terza pasqua che celebravo con i miei discepoli a Gerusalemme, volevo dare loro un insegnamento importante, e volevo racchiudere  in un gesto, come in una parabola vissuta, tutto il messaggio”.

Raccontò poi che si era alzato da tavola, si era tolto la veste, si era legato un asciugamano intorno ai fianchi, aveva versato dell’acqua in un catino ed aveva cominciato a lavare i piedi ad uno ad uno. Simone che non aveva capito il significato del gesto, si voleva opporre.

“Lo vedo ancora,” sorrise Jeshù, richiamando la scena:

“No. Tu non mi laverai i piedi”

“Se io non ti lavo,” gli ho detto, “tu non sarai unito veramente a me”

Allora lui ha replicato con l’immediatezza e la sincerità che lo contraddistinguono: “Signore, non lavarmi soltanto i piedi, ma anche le mani ed il capo”

Chissà se ha poi aveva  veramente capito ciò che gli aveva voluto insegnare con il gesto e con  parole. Glielo aveva ripetuto più volte: “Se io non ti lavo tu, non sarai unito a me”, ma Simone era una testa dura, non per nulla l’avevano soprannominato Pietra.

“Credo di aver capito anch’io!” mormorò Maria.

“Vi ho sempre detto,” continuò Jeshù, “che tutto il mio insegnamento può raccogliersi nell’insegnamento di amarsi gli uni gli altri. Per me i dieci comandamenti che Javhè ha dato a Mosè, possono riassumersi in uno solo: “ama il prossimo tuo come te stesso”.  Ma la pratica del comandamento non deve restare un fatto formale, deve diventare un modo di essere e di comportarsi. Da questo vorrei che si riconoscessero i miei discepoli: perché si amano gli uni con gli altri, in ogni gesto ed in ogni comportamento della vita quotidiana.

Questo volevo spiegare con il gesto della lavanda dei piedi.

 Il rapporto tra gli uomini, indipendentemente dal fatto che uno sia maestro e l’altro sia discepolo, deve fondarsi sul presupposto che tutti siamo figli di Dio, e quindi fratelli. Il nostro rapporto deve essere costruito su una grande disponibilità degli uni verso gli altri. Il gesto di disponibilità di chi è più in alto verso chi è più in basso, pur lasciando inalterato il fatto che uno resta maestro e l’altro discepolo, consente a chi sta in basso di aprirsi, verso chi sta in alto. Allo stesso modo si realizza il rapporto tra l’uomo che sta in basso e Dio, nell’alto dei Cieli”.

“Lo sappiamo”, intervenne Lazzaro, “ce l’hai ripetuto tante volte ed in tanti modi. Ma la frase che hai detto a Pietro non l’avevo ancora mai sentita, e mi pare molto significativa: se io non faccio qualcosa per tè, tu non sarai veramente unito a me. Non c’è relazione, d’amicizia, d’amore o di fede, se a monte non c’è una azione di disponibilità e generosità. Se tutto il mondo potesse riconoscersi in questo messaggio!...”

Maria che  si era assentata mentre parlava il fratello si ripresentò con una bacinella d’acqua e un vaso di nardo celtico. Era un profumo prezioso che lei stessa aveva prodotto, macerando le piante di lavanda celtica che i Galati dell’Asia Minore coltivavano sulle montagne dell’Anatolia. Si inginocchiò davanti a Jeshù come egli stesso aveva appena raccontato d’aver fatto con i discepoli, versò il profumo sui suoi piedi e li lavò asciugandoli con i suoi capelli. Lazzaro avrebbe voluto rimproverarla, perché non aveva senso quello spreco di profumo versato sui piedi. Ma vedendo che Jeshù la lasciava fare, senza alcun commento, anche lui si trattenne.

Maria continuando a vivere nel racconto del maestro, come se anche lei fosse stata presente alla scena della lavanda dei piedi, dimostrava con il suo gesto, d’aver capito il suo insegnamento, e di volerlo immediatamente mettere in pratica.

Riprendendo poi a raccontare ciò che gli era capitato la sera precedente, Jeshù aveva ricordato di come ad un certo punto, mentre stavano mangiando l’agnello pasquale in serena fraternità,   gli si era avvicinato Giuda l’Iscariota, dicendogli di aver  saputo che  a Gerusalemme c’era anche suo cugino Jeshù di Giuda, quello che ormai tutti chiamavano il Nazireno. Aveva saputo anche che avrebbe passato la notte con i suoi nell’orto dei Getzemani, e che aveva manifestato il desiderio di incontrarlo.

A quella notizia si era molto preoccupato, pensando che il cugino avesse in testa qualche gesto clamoroso per la Pasqua. Ma Giuda l’aveva tranquillizzato dicendo  che gli aveva parlato e che era stato assicurato sulle sue intenzioni: era in città soltanto per celebrare la festa, sicuro di non correre pericoli perché la folla l’avrebbe protetto dai romani.

Se si fossero accorti tuttavia della sua presenza in città, era evidente che il solo fatto d’essere entrato costituiva implicitamente una sfida per i romani. Aveva quindi pensato di raccogliere l’invito del cugino, per cercare di convincerlo a non tirare troppo la corda  ed a correre inutili rischi. Gli Zeloti, e il Nazireno in testa, non riuscivano a capire che a forza di provocazioni avrebbero suscitato una reazione violenta da parte dei Romani, con inutili spargimenti di sangue, e senza nessun risultato pratico. Quando Pilato diceva che avrebbe potuto distruggere il tempio e l’intera città di Gersualemme, parlava di decisioni che i Romani avevano già preso altre volte. Non avevano distrutto Cartagine? Non aveva Cesare distrutto Alesia la capitale degli Elvezi. Perché non avrebbero potuto distruggere anche Gerusalemme? E perché allora provocarli quando Israele non avrebbe avuto evidentemente  la capacità di resistere alla loro potenza?

Avrebbe voluto, ancora una volta, ripetere al cugino questi ragionamenti.  Informò gli altri che dopo cena sarebbero andati a fare una passeggiata fino al Getzemani e lasciò che Giuda uscisse per andare ad informare il Nazireno dicendogli che accettava l’invito, e che si sarebbero quindi incontrati  dopo cena.

 “E vi siete poi incontrati?” lo interruppe Maria.

“Certo. Avevo lasciato i miei all’ingresso degli orti, ed assieme a Simone ed a Giuda che ci era venuto incontro, mi ero recato dove era accampato il Nazireno, con gli uomini della sua piccola banda armata”.

“Perchè soltanto Simone e Giuda”.

“Perchè tra i miei discepoli erano quelli che più erano rimasti legati all’esperienza Zelota. Come già sapete, anche io da giovane ho condiviso l’idea degli Zeloti della lotta per la liberazione di Israele. Mi ero lasciato convincere dal cugino. E’ stato in quel periodo che ho conosciuto sia Giuda che Simone, che poi sono venuti al mio seguito. Soprattutto Giuda però era sempre rimasto molto legato anche a mio cugino ed a volte anzi aveva anche cercato  di convincermi  che aveva ragione lui. Sosteneva infatti  che la mia predicazione della liberazione sul piano individuale  per ogni uomo, non era inconciliabile con l’idea della liberazione del popolo di Israele. Anche quella sera, al chiaro di luna tra gli ulivi, avevamo  parlato a lungo di questo, restando tuttavia ognuno sulle proprie posizioni, e ci stavamo ormai salutando.

 Ma proprio mentre Giuda abbracciava nel saluto il Nazireno, hanno fatto irruzione  i soldati romani. Come mai erano riusciti ad avvicinarsi, senza che nessuno se ne fosse  accorto? Come avevano fatto a individuare subito il Nazireno, proprio mentre si stava abbracciando con Giuda? Mi sono fatto più volte queste domande durante la notte e me le faccio ancora…”

“Che sia stato in qualche modo  Giuda a tradirvi?”

“ Perchè me lo chiedi?”.

“Nulla di particolare” rispose Lazzaro. “E che non ho mai avuto simpatia per quel uomo. Non capisco perchè, ma ho sempre avuto la sensazione che fosse un uomo del quale non ci si poteva fidare”

“Io invece mi fidavo ciecamente di lui.  Non per nulla gli avevo affidato la tenuta della cassa comune. Si era talmente immedesimato nel suo compito di tesoriere che sembrava gli si togliesse del sangue, ogni volta che qualcuno gli chiedeva dei soldi. Ma questa sua tirchieria  non poteva che  confermare la sua fedeltà.

D’altra parte non avevo nulla da temere dal Nazireno. Avevamo vissuto degli anni assieme, eravamo dei veri  amici, anche se ormai ci divideva l’idea su quale fosse il compito d’un buon israelita, su che cosa si doveva intendere per la liberazione di Israele. Potevo anche immaginare il motivo per il quale mi voleva vedere. Ne avevamo parlato altre volte. Egli era preoccupato che i miei insegnamenti portassero nel popolo il germe della rinuncia del desiderio di liberazione, della passiva accettazione della dominazione romana. Come egli proponeva invece, se avessi voluto portare alla sua causa anche le folle che mi seguivano, avremmo potuto costituire  una minaccia seria e una preoccupazione costante per i  romani.

Comunque, devo confessarti, anch’io stanotte ho pensato a Giuda, ma non come ad un traditore. Era anche lui sempre rimasto dell’idea del Nazireno: avrebbe voluto anche lui che ci unissimo per rovesciare il potere romano. Conoscendolo sono arrivato a pensare che forse è riuscito a immaginare che l’arresto di ambedue, fosse  una intelligente mossa tattica per mettere assieme i nostri seguaci, e far scattare la molla della rivoluzione. Ho pensato addirittura che fosse un piano architettato assieme tra lui e il Nazireno. Così allora si spiegherebbe perché mio cugino se ne stesse nell’orto degli ulivi con una piccola scorta. Forse i suoi erano in mezzo alla folla, pronti a sobillarla per scatenarla contro il palazzo del Governatore, e trasformare la loro liberazione dal carcere nell’inizio della rivolta. Così si spiegherebbe perché la folla ha insistito tutta la notte a chiedere la nostra condanna. Non si spiegherebbe diversamente l’accanimento di quella gente, che non poteva avere nulla né contro di me né contro il Nazireno.

 La condanna di ambedue sarebbe stata il presupposto per la  rivolta. Ma poi c’è stata la mossa intelligente di Pilato che ha voluto far scegliere alla folla…”

“Ma quindi nell’orto  cos’è capitato” insistette a chiedere Maria.

“Niente, il Nazireno non è riuscito neppure a fare una mossa di difesa. O forse, se è valida la mia interpretazione, aveva deciso di non resistere. Qualcuno ha cercato, o ha fatto finta, di sguainare la spada. Anche Pietro che era con me, l’ho visto ad un certo punto con una spada, che aveva presa non so come, ad uno degli zeloti. Forse, assieme a me, era l’unico a non sapere che si trattava d’una sceneggiata preparata, e infatti è stato probabilmente lui a tagliare l’orecchio a Malco, il servo del sommo sacerdote che faceva da guida ai soldati romani, assieme ad altri farisei.

Credo sia stato l’unico ferito. L’assalto fu fatto con tale sorpresa e con forze così imponenti che comunque sarebbe stato inutile qualsiasi tentativo di reazione. C’era un’intera coorte di seicento uomini, per catturare una banda d’una ventina di uomini. Assieme agli Zeloti  fummo presi anche io e Pietro. Giuda fu inspiegabilmente lasciato andare, ed anche per questo, mi si sono confermati i dubbi sul suo conto”.

“Vedi che a pensar male si fa peccato, ma si sbaglia di rado” lo interrupe Lazzaro.

Jeshù sorrise. Anche  Lazzaro era ben lungi dall’aver fatto proprio il comandamento d’amore verso gli altri…”Tuttavia,” aggiunse “sono certo che non si può parlare di tradimento. Sulla buona fede di Giuda, comunque siano andate le cose, non ho alcun dubbio!”

“Scusami” aggiunse Lazzaro, comprendendo il rimprovero che c’era in quel sorriso. “So che, come tu insegni, si dovrebbe partire dal perdono e non dalla ricerca del peccato. Ma non è sempre facile, tu vedi tutto in positivo, e mi auguro che tu abbia ragione anche sul conto di Giuda. Comunque poi che cos’è capitato?” insistette, anche perchè la ripresa del racconto, potesse porre  fine ai suoi sensi di colpa, per quel rimprovero implicito che si era guadagnato.

Ci hanno incatenati assieme agli Zeloti e ci hanno portato a palazzo. Poi non ho capito per qual motivo. Pilato ha voluto che fossi interrogato dai sommi sacerdoti. Di ritorno nel suo palazzo, ha poi voluto parlare personalmente con me.”

Cosa ti ha chiesto? Cosa vi siete detti?.......

“Gli ho parlato della verità…”

“E l’hai convinto a liberarti.”

“Non ho fatto nulla per convincerlo. Credo sia stato lui a convincersi che gli conveniva lasciarmi libero, perché mi portassi dietro la folla, come in effetti è avvenuto.”

“Tra le altre voci a Gerusalemme, girava anche quella che fosse stata la folla a costringerlo a liberarti.”

“In un certo senso è stato così. Pilato infatti è stato molto abile nell’inscenare una farsa per far credere alla folla d’aver vinto. Ci ha fatti uscire  ambedue sulla balconata  del palazzo al suo  fianco, uno a destra e l’altro a sinistra, e poi ha ricordato dell’usanza di liberare per Pasqua un condannato, ed a chiesto chi volevano che fosse rimesso in libertà, il Nazireno che si proclama re dei Giudei, o quello che si fa chiamare Bar Abba, figlio del Padre. Uno nella folla ha gridato immediatamente forte  il mio nome “Bar Abba!” e poi tutta la gente gli ha fatto eco ed  hanno gridato all’unissono “Jeshù Bar Abba”, ed è per questo che sono qui. E’ vero quindi in un certo senso, che è stata la folla a liberarmi.”

“Pilato tuttavia non aveva alcun motivo per condannarti, non hai fatto mai nulla contro i romani”

“Lui direttamente no, ma avrebbe potuto pensare di fare un piacere al Sinedrio. E infatti nella notte, come vi ho detto, mi ha fatto interrogare da Anna e da Caifa, che poi sono venuti dal governatore a chiedere mi condannasse a morte”

“Non puoi aspettarti di meglio, ciò che insegni sul rapporto diretto dell’uomo con Dio, mette in discussione la funzione della mediazione della gerarchia, scardina il concetto stesso di religione”

“Lo so ma io mi considero un vero ebreo. Ciò che dico è l’evoluzione di quanto hanno detto i padri, di ciò che afferma la Bibbia.”

 

 

CAP. 7 - SIMONE AL TEMPIO

 

Saulo uscendo dal Palazzo del Procuratore, dopo essersi intrattenuto a parlare con la moglie Procla, pensava d’aver esagerato nel dichiarare la propria disponibilità:  due o tre giorni erano forse pochi, per acquisire gli elementi necessari per farsi una idea del predicatore Jeshù detto Bar Abba. Ma i buoni rapporti con il procuratore romano, valevano l’impegno necessario per dargli le risposte più adeguate, nel più breve tempo possibile.

Per i suoi affari di commerciante di pelli Saulo si recava spesso a Damasco. Decise d’andarci di proposito il giorno stesso. Sapeva che Jeshù veniva dalla Galilea, sarebbe passato di lì, ed avrebbe acquisito le prime informazioni, e di ritorno avrebbe già potuto fare un primo rapporto a Pilato.

Prima di partire passò al Tempio a sentire che aria tirava. Tutti sapevano che era amico del procuratore e l’aria non era certo favorevole per gli amici di Pilato quel giorno. Anna e Caifa i sommi sacerdoti erano fuori dalla grazia di Dio. Erano stati presi in giro, facendo loro credere che potevano giudicare Jeshù, e poi c’era stata anche la beffa di quel lavarsi le mani di fronte a loro.

Non s’aspettava comunque d’avere in quel luogo delle informazioni. A sorpresa invece quando andò a salutare il vecchio maestro Simone e così, tanto per dire qualcosa, gli chiese che cosa conoscesse di quel Jeshù che Pilato, a detta dei capi del Sinedrio, avrebbe dovuto condannare a morte, venne a sapere che da ragazzo, il predicatore aveva passato un periodo al Tempio, e che proprio Simone era stato il suo maestro.

“Ma guarda tu, il caso! E te lo ricordi ancora? Che tipo era?” chiese Saulo.

“E come potrei non ricordare il ragazzo più speciale a cui ho avuto la opportunità di fare da maestro!”

Ai vecchi non  par vero che qualcuno si interessi ancora al racconto della loro vita e Simone alla domanda di Saulo aveva preso subito a raccontargli del suo alunno Jeshù, con tanto entusiasmo, e con una dovizia di particolari e di apprezzamenti.

“Ma prima,” aveva anticipato, “è necessario che ti racconti di quando l’ho conosciuto la prima volta per caso, perché si era perso qui nel tempio…Saranno passati ormai almeno venti anni …”

 

  Come tutti i bravi figli di Israele anche i genitori di Jeshù andavano ogni anno in pellegrinaggio a Gerusalemme per la festa di Pasqua e quando ebbe dodici anni portarono anche lui, per la prima volta, secondo l’usanza.

  Abituato alla vita tranquilla della cittadina  di Gamala, dove era nato, era rimasto colpito e sorpreso dalla confusione che animava la grande città, invasa da turbe di pellegrini che venivano da ogni parte della Palestina. Si aspettava la serietà e la devozione che avrebbe dovuto caratterizzare un pellegrinaggio di fede, ed invece c’era l’animazione d’un grande mercato. Ogni cosa era nuova per lui, i banchi dei venditori ambulanti, le postazioni dei  giocolieri. Preso dall’attenzione per queste cose, ad un certo punto s’era accorto d’aver perso il contatto con i genitori.

  Si trovava nel recinto nel  tempio, nel mezzo d’una calca inverosimile. Spinto da ogni parte dalla folla era costretto a muoversi dove la marea lo trasportava, come un fuscello travolto nell’acqua del ruscello. Cercava di sollevarsi in punta di piedi sperando di ritrovare i genitori, ma non vedeva che un agitarsi di teste, tra i colori dei copricapo e dei vestiti. E la folla l’aveva portato contro la parete di destra, abbandonandolo contro il muro, come il fuscello che la corrente abbandona ai margini del torrente. Con la schiena appoggiata alla parete, e lo sguardo a indagare tra la folla, lo si vedeva preso  dell’angoscia e della disperazione.

  In effetti come avrebbero potuto i suoi trovarlo tra tutta quella gente? Già per loro stessi, così spaesati nella grande città, abituati ai ritmi ordinati della vita del paese!... Come avrebbe potuto il ragazzo individuarli tra quel insieme disordinato di persone? Peggio che trovare un ago in un pagliaio!...

  “Fu allora che i suoi occhi spaventati incrociarono i miei  che cercavo di spostarmi nella calca, approfittando del fatto che vicino al muro la ressa era meno fitta”. Al ricordo di quel primo incrociarsi dei loro sguardi, il volto di Simone parve illuminarsi. Si fermò un momento quasi a voler gustare più  lungo il ricordo, poi proseguì: “Veniva verso di me, non mi conosceva  ma forse perché  già allora ero vecchio,  e i vecchi hanno uno sguardo che ispira fiducia, il ragazzo si sentì rincuorato, come se avesse trovato un conoscente”.

 “O forse ci eravamo trovati,” aggiunse il vecchio a bassa voce in un soffio, asciugandosi con la mano una lacrima, perché dalla notte dei tempi, era stato segnato il momento dei nostro incontro…”

  “Ti sei perso?” gli aveva chiesto.

  “Non trovo più i miei genitori”, aveva balbettato il ragazzo.

  “Si vede”. Aveva commentato sorridendo. E in quel sorriso, il ragazzo aveva sentito che si scioglieva il suo dramma. Se quella persona di cui ci si poteva istintivamente fidare, sorrideva, era segno che la sua situazione non era poi così drammatica. In qualche modo si sarebbe tutto risolto. E’ sempre così, il giudizio degli altri non influisce sulla nostra situazione, ciononostante ci fa da sostegno.

  “Vedrai che prima o poi ti troveranno,” aveva aggiunto per tranquillizzarlo. “Non sei certo il primo ragazzo che si perde. Vieni con me, ti porterò in un luogo, ove è più facile che i tuoi possano trovarti”.

  L’aveva portato  in un locale attiguo, ove c’erano altri suoi colleghi maestri della legge. Gli altri, vedendolo arrivare accompagnato dal ragazzo, avevano interrotto la conversazione. Salutandolo, avevano cominciato a ridere ed prenderlo in giro, come erano soliti fare,  chiedendogli se avesse finalmente individuato il Messia.

 

Anche Saulo sorrise, ricordando i tempi passati al tempio, quando anche lui aveva scherzato, sul vecchio maestro Simone che s’aspettava d’un giorno all’altro di vedere arrivare il Messia.

Il vecchio infatti, uomo retto e pieno di fede in Dio, era solito dire che gli era stato rivelato  dallo Spirito Santo che non sarebbe morto prima di aver visto il Messia mandato dal Signore. Non era la prima volta che i confratelli scherzavano sulla sua convinzione di incontrare il Messia. Ne scherzavano tutti ormai al tempio. Simone di solito stava allo scherzo, pur credendo  veramente, in cuor suo,  di aver avuto la rivelazione.

“Ma quel giorno,” continuò a dire il vecchio “guardando il viso di quel ragazzo, mentre gli altri continuavano a chiedermi se finalmente avessi trovato il Messia, avevo sentito di avere una premonizione, come se lo Spirito mi  avesse parlato di nuovo.

  Sentivo  dentro di me, il desiderio di rivolgermi al ragazzo come se veramente fosse il Messia, con le parole che mi ero preparato per l’incontro che stavo attendendo, e che avrebbe dato un senso alla mia vecchiaia.

  Ormai, avrei voluto dire, Signore puoi lasciare che il tuo servo se ne vada in pace: la tua promessa si è compiuta. Con i miei occhi ho visto il Salvatore. Tu l’hai messo davanti a tutti i popoli: luce per illuminare le nazioni e gloria del tuo popolo, Israele”.

  Ma si era trattenuto. Quello era il discorso che s’era preparato per l’incontro con il Messia. Come poteva pensare che il Salvatore di Israele si nascondesse nei panni di quel povero ragazzo di paese, timido e spaurito.

Gli altri maestri della legge continuavano scherzare.

 Fu allora che si accorse (o fu soltanto suggestione?) che  negli occhi di quel ragazzo c’era qualcosa di strano e di misterioso. C’era una profondità nel suo sguardo, che non aveva mai visto negli occhi di nessuno.  Non erano occhi per guardare,  ma specchi per chi vi si incrociava, per vedersi dentro.

“Che idea originale” pensò Saulo, “degli occhi come specchi!” Ma tenne il commento per sé non volendo interrompere il racconto del maestro  Simone, tutto preso nella rievocazione dell’incontro con il giovane Jeshù.

Nell’attesa che i genitori si facessero vivi si era ritirato con il ragazzo  in un angolo della sala. Credeva alle coincidenze, credeva che anche nella casualità più strana, si può riuscire a leggere al di sotto un disegno, se solo si ha la pazienza di analizzare l’ordito sul quale si sono intrecciate le vicende. Voleva capire cosa stava sotto la coincidenza di quel originale incontro.

  “Da dove vieni?”, gli aveva chiesto.

  “Sono di Gamala”, aveva  risposto Jeshù che, rinfrancato dalla fiducia riposta istintivamente nel vecchio incontrato per caso, quasi non si ricordava più d’aver  perso i  genitori.

  “Gamala!” aveva esclamato lui con stupore e interesse, “il paese nel quale, più che in ogni altro luogo, è viva l’attesa del Messia”.

  “Si!”     aveva continuato il ragazzo “la città degli Zeloti. Ezechia il nostro eroe ucciso da Erode, era mio parente, Giuda il Galileo infatti, suo figlio che come il padre è impegnato  nella lotta di liberazione della nostra nazione, dalla dominazione dei romani, è mio zio”.

  “Conosco! Conosco!” aveva commentato lui, ancora più confuso e inquieto per quella coincidenza sul luogo d’origine del ragazzo e della parentela.

Si era quindi soffermato a raccontagli di essere stato più volte a Gamala. La natura ha fatto di quel luogo un posto imprendibile, e non a caso vi nascono i migliori combattenti per la causa della liberazione di Israele. Lo aveva  sempre colpito la bellezza e l’originalità del luogo. Le alture del Golan emergono  dal deserto circostante, coperte di vegetazione, segnate dal verde più o meno intenso delle colture, macchiate dal verde cupo dei boschi d’ulivo, solcate da torrenti impetuosi. Quella su cui è posto il  paese di Gamala, colpisce poi  per l’originalità della struttura che la fa sembrare ad un cammello. Il  fianco ripido sul quale è posto  il paese, è tutto ricoperto di ulivi, in contrasto con gli altri fianchi, bianchi per le  rocce strapiombanti.

  Jeshu era stato a sentirlo, ancor più rassicurato dal fatto che il vecchio conosceva il suo paese. Allora, al vederlo così tranquillo ed attento alle sue parole, gli era venuta l’idea di invitarlo a fermarsi.

  “Ti potresti fermare a studiare al Tempio,” gli aveva detto. “Ci sono tanti altri ragazzi come te che studiano per imparare le scritture e diventare maestri della legge”.

 

  La domanda era stata  imprevista ed inaspettata, ma si vedeva che a Jeshù piaceva il nuovo e l’avventura. Non gli sarebbe dispiaciuto provare una esperienza così originale. Anche se non ci aveva mai pensato prima,  dal momento che quella possibilità  non rientrava nelle prospettive che era solito coltivare il figlio d’un piccolo artigiano.

  “Mio padre fa il carpentiere” aveva obiettato infatti, invece che rispondere alla domanda. “Non sarebbe d’accordo perchè non potrebbe mantenermi”.

  “Ma se fosse possibile, e se tuo padre fosse d’accordo?”

  “Perchè no?”  aveva detto dopo un attimo di esitazione. “Almeno per provare,” aveva aggiunto.

Simone ripeteva spesso quando insegnava ai suoi ragazzi, e Saulo lo ricordava come alunno, che le circostanze vanno colte senza esitazione, nell’attimo nel quale  si presentano

Mentre Jeshu continuava ad attendere i genitori, con la speranza che venisse loro in testa di rivolgersi ai maestri della legge, per chiedere se l’avevano visto, lui s’era subito dato da fare perché il suo incontro con quel ragazzo così originale, potesse continuare. Tanto fece e tanto disse che riuscì ad ottenere un posto  nella scuola del tempio, in deroga alla prassi ed al regolamento, a spese del tempio stesso.

  Quando poi lo aveva comunicato tutto felice al ragazzo, questi si era forse pentito un po’ d’aver dato la sua disponibilità troppo in fretta e senza rifletterci. Lo preoccupava certamente il non sapere cosa lo avrebbe atteso, chiuso tra le mura di quella sorta di convento!... Gli restava comunque la speranza  che l’avrebbero tolto d’impiccio i suoi genitori, non concedendo il loro permesso.

 

  Quando finalmente lo trovarono, suo padre avrebbe voluto prenderlo a schiaffi, perché uno a dodici anni, aveva preso a dirgli alzando la voce, può anche stare attento per non perdersi. Sua madre Maria invece era stata tanto in ansia che, nella gioia del rivederlo, aveva dimenticato tutti i  rimproveri che s’era immaginata di rivolgergli:

  “Perché ci hai fatto questo? si era limitata a dirgli. “Tuo padre ed io ti abbiamo cercato con tanta paura e preoccupazione”

  Per togliersi d’imbarazzo di fronte ad una domanda, non c’e’ soluzione migliore che fare un’altra domanda o passare ad una proposta nuova. Il ragazzo l’aveva già imparato, e invece che cercare qualche spiegazione per giustificare il fatto che s’era perso, s’era rivolto a lui e lo aveva presentato ai suoi, come se si trattasse d’un vecchio amico:

  “Questo maestro della legge mi ha chiesto se voglio fermarmi qui per prepararmi al servizio del Signore”. La novità della cosa avrebbe fatto dimenticare ai suoi ogni altro rimprovero e poi, forse pensava, la cosa presentata così di brutto, avrebbe indotto per forza suo padre ad opporsi.

  E invece no. Fosse perchè Giuseppe da bravo artigiano sapeva valutare al volo la convenienza delle cose, ed aveva  visto subito il vantaggio d’una bocca in meno da sfamare a casa. Fosse perchè l’idea d’un figlio al Tempio era idea che ogni buon israelita portava dentro, come un sogno che avrebbe voluto realizzare, se le condizioni economiche glielo avessero consentito. Fosse perchè in tutte quelle ore di ricerca ansiosa, il falegname s’era impegnato con Dio a dedicargli quel figlio, se solo lo avesse trovato vivo. Fatto è che suo padre reagì come se quella proposta se l’aspettasse:

“Volentieri, ti lascerei con lui”, aveva detto. “Ma tu sai quali sono le nostre condizioni economiche”.

“A questo ci ho già pensato io”, era intervenuto lui a spiegare, convincendo i genitori a lasciarglielo in custodia.

Fu così che la casualità dell’essersi perso, divenne per Jeshù la prima scelta importante della sua vita. La vita d’ogni uomo è un intrico di scelte e casualità, per cui alla fine è difficile stabilire quanto si sia potuto scegliere e quanto invece si sia stati scelti dalle circostanze, dagli incontri fortuiti, da una trama, nella quale è già stato stabilito come il filo debba infilarsi.

 “Quella di Jeshù lo sarà in modo particolare,” commentò il vecchio Simone, passandosi la mano tra i radi capelli, “come se non solo la trama, ma il disegno stesso della sua vita fosse stato prestabilito, e si muovesse indipendentemente da lui.

Come aveva avuto modo poi più volte di confidarsi, quella prima sera da solo al tempio,  per la prima volta il ragazzo Jeshù aveva provato il pianto. Non il pianto per i ceffoni di Giuseppe, neppure quello di quando s’era fatto male correndo per i prati di Gamala, un pianto diverso, che usciva dal profondo della sua anima, come un fiume che ti libera da ogni amarezza, ti pulisce del passato per lasciarti vuoto, pronto a riempirti del futuro. Si sentiva come sull’orlo d’un precipizio. Il vuoto gli faceva paura ma allo stesso tempo se ne sentiva attratto. Sentiva che la sua vita sarebbe stata un precipitare continuo in quel vuoto, che qualcuno forse aveva preparato per lui…

 

Non era un ragazzo semplice. Era difficile anche trovare le parole per definirlo. Era diverso…

Diverso non perché differente, perché qualcosa all’esterno segnalasse una sua difformità in meglio od in peggio rispetto agli altri, diverso dentro nel modo di sentirsi con gli altri e soprattutto con sé stesso, perchè  più degli altri preso dall’urgenza e dalla necessita di  dover vivere in modo autentico: non accettando di essere travolto dalla vita, ma tutto preso dall’esigenza di metterne in luce il senso,  per sé e per gli altri. Come se questo fosse un suo dovere, una sua missione!...

Ciò che l’aveva colpito, come maestro, era la sensazione che sapesse già, come se venisse da una precedente esperienza in un’altra vita, o come se in lui ci fosse qualcun altro che parlava per lui.

Un giorno mentre passeggiavano nel giardino del tempio glielo aveva anche chiesto:

“A Gamala hai conosciuto per caso qualche greco?”

“No! perche’ me lo chiedi”.

“Chi hai avuto come maestro?”

“Come tutti, l’hazzan, il lettore della sinagoga, che insegnandoci a  leggere ed a scrivere, ci ha allo stesso tempo fatto imparare gli insegnamenti della Legge.

“Ma il tuo hazzan era una persona colta, che ti parlava delle sue letture, dei suoi viaggi?”.

“No. Aveva imparato da suo padre, egli pure hazzan, e non era mai uscito da Gamala se non per andare in pellegrinaggio a Gerusalemme. Diceva che nella Bibbia c’è tutto quello che può servire all’uomo, e pensava fosse sacrilego leggere altri libri.

“Ma perchè mi fai tutte queste domande?”gli chiedeva Jeshù

In effetti di solito nel rapporto maestro discepolo, è il maestro che parla e il discepolo che ascolta. Nel rapporto tra loro due, era invece più spesso lui che chiedeva. Aveva bisogno di capire e non ci riusciva. C’era qualcosa che gli sfuggiva in quel ragazzo.

Si sentiva troppo vecchio per partecipare alle discussioni con gli altri colleghi maestri della legge. Da quando era entrato al tempio il giovane Jeshu, s’era dedicato alla sua formazione. Ma più cercava di portarlo ad imparare e ad interpretare la legge, più restava colpito, da quello che il ragazzo mostrava già di sapere. E ciò che ancor più lo stupiva era il fatto che i concetti che il ragazzo dimostrava di conoscere si richiamavano più alla filosofia greca che alla cultura ebraica.

“Tu affermi, ed io ti credo, di non aver avuto alcun contatto con i greci, eppure in quello che dici c’è qualcosa del loro pensiero”.

“Forse c’è una spiegazione molto semplice,” gli rispondeva Jeshù. Quando scoppia la primavera in Israele, scoppia anche in Grecia o a Roma. Possono essere diversi i profumi che porta, al suo aprirsi, ma identica in ogni luogo è la sensazione d’un mondo che s’apre a nuova vita. Come nella vicenda d’un anno, così nella storia dell’umanità, ci sono momenti nei quali la stessa idea si respira in ogni parte del mondo. Con parole ed accenti diversi, a seconda delle diverse culture e delle diverse mentalità, popoli diversi possono vivere le stesse idee. Se come tu dici quello che io penso lo si pensa già anche in Grecia o in Egitto, è perchè a me è dato di interpretare in Palestina, le nuove idee che, come il polline in una nuova primavera, stanno inseminando piante diverse in tutto il mondo”.

“Capisci Saulo?” esitò un momento il vecchio Simone, rivolgendosi al suo interlocutore. “Mi faceva questi discorsi, e questi non sono discorsi d’un ragazzo di dodici anni!”…

Saulo non sapeva che dire. Forse il vecchio in tutti questi anni, a forza di ripensare al ragazzo, era finito per idealizzarlo mettergli in bocca parole che invece erano sue. Ma non voleva fare commenti, era troppo interessato al racconto, ed aveva anche l’urgenza di partire, lasciò che il maestro riprendesse a raccontare.

 

Certo che non erano parole di uno di dodici anni! Per questo gli veniva continuamente di pensare che poteva veramente trattarsi del Messia, colui che avrebbe liberato il popolo di Israele. Ma il ragazzo aveva più la stoffa del pensatore e del filosofo, piuttosto che quella del condottiero, era difficile pensare che da grande avrebbe potuto guidare una rivolta vittoriosa contro l’esercito romano.

“E’ una idea balzana”, si ripeteva mentre guardava Jeshù giocare con i suoi coetanei. “Come gli poteva venire in mente che quello fosse il Messia?” Altre volte aveva persino l’impressione che quel ragazzo gli parlasse senza alcuna parola, solo con la sua presenza. E attraverso quel ragazzo nel suo vecchio cuore cominciava ad insinuarsi il dubbio che ci fosse un malinteso, che l’attesa della sua vita e l’attesa di tante generazioni di Israeliti, fosse un equivoco. E se la liberazione si dovesse intendere non sul piano civile e politico, ma su quello culturale e filosofico? Se liberazione per Israele fosse proprio la possibilità di uscire dagli schemi del passato, per vivere in una prospettiva nuova?

Cercava di allontanare dalla sua mente questi pensieri che gli si sviluppavano fuori da ogni controllo della ragione, ma i pensieri gli tornavano sempre più insistenti ed ingombranti.

  Il maestro che voleva trasferire l’impronta del proprio pensiero nell’alunno, si trovava invece ad essere condizionato dal pensiero dell’alunno, o addirittura suggestionato dalla sua presenza!

  E mentre lui veniva, suo malgrado,  trascinato in queste riflessioni, il ragazzo continuava a parlargli e gli raccontava d’un sogno che lo preoccupava perchè gli si ripeteva frequentemente sempre uguale.

  Sognava d’essere Isacco che il padre Adamo conduceva al sacrificio, secondo la volontà di Colui che è. Nel sogno non aveva paura, neppure quando il padre alzava il pugnale sopra di lui. Sentiva anzi il desiderio che quel pugnale penetrasse nella sua carne e vi facesse entrare la morte. Il sangue usciva dal suo costato squarciato dal pugnale, e faceva posto alla dolce sensazione della morte. Non era la fine, anzi era come se al posto del sangue, entrasse una linfa nuova che avrebbe portato una nuova vita.

  “Vedi,” lo interrompeva “anche nei tuoi sogni è entrato il pensiero dei Greci. Socrate, un filosofo vissuto cinquecento anni or sono, ha già affermato che l’uomo è la sua anima, e che il vero uomo non è quello che resta cadavere, ma quello che vive oltre la morte”

  “Io non so se ciò che penso è già stato pensato. So di certo, tuttavia, che quello che hanno pensato i nostri padri, quello che hanno detto i nostri profeti, per me è insufficiente. Il gesto di Abramo non si compie e resta un rito. Javhè si accontenta della forma, del gesto simbolico, e tutto il rapporto del popolo di Israele con il suo Dio, diventa un complesso sistema di formule e riti.

  “E’ il popolo che deve rapportarsi con Dio, non l’individuo”.

  “Appunto. E’ il popolo non ha motivo di cercare risposte al problema della morte, perché il popolo non muore. La nostra è la religione d’un popolo, non dà nessuna risposta alle domande che si pone l’individuo.

  Ma forse anche per noi, anche in Israele, è venuto il tempo di dare risposte all’uomo, alle domande che si pone sul senso della propria vita”.

  “Ma perchè pretendi ci sia un senso individuale?” replicava lui. “Non potrebbe aver senso la vita del singolo, proprio e soltanto nella vita del popolo, i giorni dell’uomo nella storia dell’umanità?”

  “Io, che pure sono ancora un ragazzo, mi sento nel cuore l’infinito, sento che il mio pensiero è capace di spaziare nell’assoluto, e dovrei accettare di considerarmi non altro e nulla più che il momento d’una storia che non dipende da me, che altri mi impone, pulviscolo d’un turbine portato dal vento?” gli rispondeva Jeshù.

  “Ma nella giustizia della storia, riesci a dar un senso all’ingiustizia sul piano individuale,” cercava di replicare lui.

  “Ciò che è giusto deve giustificarsi in sé, non in rapporto a qualcosa altro,” ripeteva il ragazzo, e poi reinterpretando la Bibbia ricordava Giobbe quando dice a Dio: “ L’uomo nato da donna, breve di giorni e sazio di inquietudine, come un fiore spunta e avvizzisce, fugge come l’ombra e mai si ferma. Tu sopra un tal essere tieni aperti i tuoi occhi, e lo chiami a giudizio sopra di te?” e commentava che sì, lui era  convinto che proprio su questo essere Dio tiene aperto gli occhi. Proprio per questo l’essere troverà un senso al suo esistere, solo aprendo gli occhi su Dio. “Il problema,” aggiungeva “è capire come realizzare questo rapporto tra l’uomo è Dio”.  

“Capisci Saulo, che ragionamenti mi faceva un ragazzo di dodici anni?” s’era fermato di nuovo a commentare il vecchio Simone. “Ti ripeto, a momenti mi pareva veramente il Messia, ed avrei voluto proclamarlo, affermando con la Bibbia: “tu l’hai messo davanti a tutti i popoli: luce per illuminare le nazioni e gloria del tuo popolo, Israele”, poi davanti a certi discorsi non sapevo darmi ragione e mi ritiravo sconcertato a pregare chiedendo a Dio d’essere illuminato. Se questo ragazzo avesse dovuto  veramente essere la luce che illumina le Nazioni”, mi dicevo, “allora vana sarebbe la speranza di Israele nella sua liberazione”.

“Ma poi come è andata a finire?” lo interruppe finalmente Saulo.

“Un giorno c’è stata la svolta improvvisa”, mormorò il vecchio Simone.

“Come?”

Era già un anno che il ragazzo viveva con lui. Aveva tentato in tutti i modi di portarlo a ragionare sulla necessità del rispetto della tradizione, di convincerlo  che la retta vita è quella indicata nella legge dei padri. Ma niente! Peggiorava sempre più. Ormai trovava il modo di contestare tutto quello che gli si diceva.

  Certo! Era un ragazzo straordinario, d’una intelligenza eccezionale. E soprattutto capace di intuizioni d’una profondità ed originalità che  lasciavano sbalorditi. Ma sembrava che per principio non volesse accettare nulla di ciò che gli veniva insegnato. Si rifiutava di imparare, si proponeva invece con caparbietà di ripensare ogni cosa, in uno spirito di assoluta indipendenza. Non gli andava bene nulla, della storia di Israele. A cominciare da Mosè.

  “E’ stato a lui che si è rivelato il Dio di Israele”, gli ripetevo.

  “No. Questo è l’errore di fondo di tutta la nostra interpretazione della Bibbia. A Moshè si è rivelato Dio, che non è di Israele, ma Dio soltanto. Dio di tutti i popoli, Dio di tutti gli uomini, Dio dell’universo”.

  “Ma la Bibbia dice...”

  “La Bibbia e’ stata scritta dagli uomini, perché servisse agli scopi degli uomini. La voce di Dio è rimasta tra le righe...”

  Se l’avessero sentito gli altri maestri del tempio sarebbero rimasti scandalizzati. S’era fatto affidare il ragazzo come accompagnatore, e parlava con lui, quando gli altri non potevano ascoltarli. Si sentiva legato ad quel ragazzo da un legame che andava ben oltre quello del rapporto tra il maestro ed il discepolo prediletto, lo sentiva come se fosse suo figlio ed era veramente preoccupato per lui. Se avesse continuato a ragionare a quel modo, chissà come sarebbe finito ...

  “La voce di Dio rimasta tra le righe della Bibbia!” Che sproposito! E lui allora che aveva passato tutta la vita a imparare a memoria interi capitoli...A dirla con quel ragazzo, aveva allora sprecato la vita ad imparare parole inventate, per nascondere la parola di Dio.  Che impudenza! Eppure il ragazzo sembrava così sicuro quando parlava, come se non parlasse da sé, ma fosse ispirato da qualcuno...Chissà cosa ne sarebbe stato di lui...

A toglierlo dalle sue preoccupazioni era intervenuta la svolta improvvisa:  la decisione  di Jeshu di abbandonare i tempio per ritornare in famiglia.

S’avvicinava nuovamente la festa della Pasqua, ed era quindi passato quasi un anno da quando il ragazzo s’era perso nel tempio. Un giorno nel giardino interno del tempio,  stava di nuovo pensando alla coincidenza che l’aveva portato  ad incrociare il ragazzo nella calca del Tempio, alla idea che gli era venuta di farne un nuovo maestro del Tempio, all’impudenza di quel ragazzo, pur così intelligente, che si permetteva di mettere in discussione la rivelazione, al velo di mistero che pareva coprire il suo volto, come se in lui ci fossero due immagini che si sovrapponevano, quando vide Jeshu venire verso di lui:

  “Stavo proprio pensando a te” gli disse a mo’ di saluto, quando gli fu vicino.

  “Ed io stavo cercando lei” rispose. “La disturbo se mi siedo accanto a lei?”

  “No. Anzi mi fa piacere parlarti”

  “Sono io che devo parlarle!”. L’affermazione perentoria fatta mentre si sedeva accanto a lui, sulla panca di pietra, gli fece intendere  che c’era qualcosa di nuovo di cui doversi preoccupare. “Chissà quale altra scoperta ha fatto sulla Bibbia! Chissà quale altra intuizione provocatoria gli è venuta!” aveva pensato, scrutandolo in volto quasi a cogliere in anticipo nell’espressione preoccupata del viso del ragazzo, la gravità di quello che gli avrebbe rivelato.

  Ma il pensiero e la preoccupazione del ragazzo era ben diversa da quella che lui si immaginava.

  “Ho deciso di lasciare il tempio,” disse d’un fiato.

  Lui di certo  non se l’aspettava e sul momento ci restò male per l’impegno e per l’amore con il quale si era dedicato al ragazzo. Si trattenne però dall’esprimergli il suo dispiacere. Forse era meglio così!... Per fare il maestro della Legge, è necessario prima di tutto sentire e rispettare la Legge. Anche se avesse continuato a seguire i suoi insegnamenti, forse proprio per l’intelligenza troppo vivace, non sarebbe mai diventato un bravo maestro, e sarebbe invece finito per mettersi nei guai, a causa dell’impertinenza con la quale difendeva i  punti di vista personali.

  “Perchè?” si limitò a chiedergli.

  “Voglio mettermi al servizio di Dio e non di Javhe”.

  “Parla piano!” lo aveva supplicato lui guardandosi attorno per essere sicuro che nessuno l’avesse sentito. “Ti rendi conto di quali bestemmie stai dicendo? Il Signore tuo Dio che sta in mezzo a te, dice la Bibbia,  è un Dio geloso, l’ira del Signore tuo Dio si accenderà contro di te e ti distruggerà dalla terra”.

  “Cercherai il Signore tuo Dio e lo troverai se lo cercherai con il cuore e con tutta l’anima. Ed io lo sto cercando con tutto me stesso, perchè sto cercando in lui il senso stesso della mia esistenza”.

  “Che Dio t’illumini!” aveva aggiunto lui  affranto. Tante speranze aveva riposto in quel giovane, appena l’aveva visto, fino a pensare che potesse essere il Messia atteso, ed ora si rendeva conto di aver allevato una serpe in seno. Gli veniva in mente il precetto della Legge: “Qualora tuo figlio ti istighi dicendo: Andiamo serviamo altri dei che nè tu nè tuo padre avete conosciuto, tu non dargli retta, non ascoltarlo, il tuo occhio non lo compianga; non risparmiarlo, non coprire la sua colpe. Anzi devi ucciderlo! La tua mano sia la prima contro di lui per metterlo a morte”. E lo assaliva una angoscia mortale.

  L’odio omicida che avrebbe dovuto sentire per quel bestemmiatore, non riusciva a vincere l’amore per quel giovane, e si sentiva in qualche modo anch’egli complice e colpevole. Ma il ragazzo senza capire il suo dramma, aveva continuato:

  “E credo infatti che Dio mi abbia illuminato, come ha illuminato Moshè quando si è rivelato a lui. “Come ti chiami, gli aveva chiesto Moshè, perché io lo passa dire agli Israeliti?” Dio disse a Moshe: “Io sono colui che sono!” Poi disse “Dirai agli israeliti: Io sono mi ha mandato a voi.” La rivelazione è tutta qui. Dio non ha altri aggettivi Dio è colui che è.  Noi, uomini, nel momento in cui riconosciamo la nostra esistenza dicendo “Io sono” , nel nostro esistere relativo e provvisorio, ci riconosciamo figli dell’Io sono in Assoluto”.

  “Ma tante altre cose ha detto Dio a Moshe’!” aveva cercato di suggerire e obiettare allo stesso tempo.

  “No. Tante altre cose Moshè ha messo in bocca a Dio, facendone uno strumento per i suoi fini di potere. Ma veramente, nella vostra saggezza, vecchi maestri,  potete ritenere che Dio non abbia altro da fare che, come dice la Bibbia, ordinare agli Israeliti “che si facciano di generazione in generazione, fiocchi agli angoli delle loro vesti e che mettano al fiocco di ogni angolo un cordone di porpora viola”. O potete pensare che Dio, come dice ancora la Bibbia, si sia curato dell’alimentazione degli uomini impedendo loro di mangiare pesci che non abbiano la lisca, o la carne degli animali che non siano ruminanti e non abbiano  divisa l’unghia della zampa? Che Dio sarebbe  mai quello che si preoccupa del cibo e dei fiocchi agli angoli delle vesti?”

  “La giustizia consisterà per noi nel mettere in pratica tutti questi comandamenti davanti al Signore Dio nostro, come ci ha ordinato”, aveva obiettato lui cercando di confutare il ragazzo, riportando una frase dello stesso  Deuteronomio  citato nelle parole di Jeshù.

  “No! La giustizia è il rispetto della legge di Dio che è nel cuore degli uomini, la legge di “Io sono” che vive in “chi è”. Se tu rileggessi la Bibbia senza pregiudizi, capiresti facilmente dove finisce la rivelazione e dove comincia la sovrastruttura costruita dagli uomini, per i loro interessi.

Definendosi come “Io sono”, Dio si definisce in rapporto ad ogni persona che è. Ma appunto se questa è la rivelazione, allora non c’è più bisogno del mediatore tra gli uomini e Dio, non c’è più la necessità che vengano scritte le leggi, e che alcuni uomini vengano chiamati a verificarne l’applicazione. Invece  dopo aver detto che Dio voleva parlare al popolo, Moshè ha aggiunto che il popolo non poteva salire sul Sinai, a sentire la parola di Dio, e che avrebbero dovuto  fidarsi di lui. E  lui ha trasformato la parola di “Io sono” per tutti quelli che sono, e quindi per ogni singolo vivente, in  parola di un  Dio, che vive distaccato dagli uomini, e parla ad un  popolo che non conosce.

   A chi governa infatti, non interessano i singoli individui, ma il popolo. Così Moshè mette in bocca a Dio le regole che a lui servono per governare il popolo di Israele”.

  “Solo il popolo di Israele, ha udito la voce di Dio parlare dal fuoco”.

  “Ma come puoi pensare che Dio infinito, si sia autolimitato nel rapporto privilegiato ed esclusivo con un popolo? Ma in verità neppure Israele ha udito la parola di Colui che è, perchè, secondo Moshè, è a lui soltanto che si sarebbe rivolto Dio dicendogli: “Io sarò con la tua bocca e ti insegnerò quello che dovrai dire”.

 E così Moshè ha potuto  mettere in bocca a Dio tutto quello che gli serviva per  fare della religione uno strumento di potere. Ma poi, come tanti altri tiranni nella storia dopo di lui, è riuscito  anche  a farsi acclamare, a farsi  passare per salvatore, invece che per despota. Sarebbe stato infatti proprio il popolo a delegarlo al colloquio con Dio dicendogli:

   “Parla tu a lui e noi ti ascolteremo, ma non ci parli Dio, altrimenti moriremo”.

  Meglio di così! E allora la costruzione di Moshè diventa il vero vitello d’oro che Israele si appresta ad adorare. La Legge diventa Dio, e nel rapporto con la legge, l’uomo perde la possibilità  del rapporto diretto con Dio”

  “Siate santi” aveva chiuso lui, sempre più sconvolto dalle parole del ragazzo, quasi a voler interrompere la foga del suo parlare sacrilego. “Siate santi, dice il Signore Dio nostro, come sono santo io”.

E con questa invocazione l’aveva salutato il giorno della partenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAP. 8 – IL RITORNO CON NATAN.

 

Il colloquio con il maestro Simone aveva lasciato sconcertato Saulo, almeno quanto il vecchio maestro si diceva sconcertato al ricordo dell’esperienza fatta vent’anni prima con il ragazzo Jeshù.

Avrebbe voluto che continuasse a raccontare, ma non aveva il coraggio di chiederglielo. Si capiva  che il vecchio si era  stancato troppo per la fatica del racconto, ma ancor più l’aveva stancato la sofferenza con la quale riviveva quei ricordi. Stava per salutarlo, ringraziandolo e ripromettendosi di tornare a fargli visita, per avere altre notizie, quando si presentò un certo Natanaele samaritano, che Saulo non conosceva.

“Guarda tu le coincidenze!” gli disse Simone presentandogli il nuovo arrivato. “Natan è proprio la persona che ha riaccompagnato Jeshù a casa, l’ha conosciuto molto bene nel viaggio, e può certo parlartene”.

Spiegò poi che quando l’aveva visto deciso a tornare a casa, non aveva insistito per convincerlo a restare, gli aveva solo chiesto di aspettare qualche giorno che si presentasse l’occasione di qualcuno che andava in Galilea, che lo potesse accompagnare fino a casa. Non si sarebbe certo preso la responsabilità di lasciar partire un ragazzo di dodici anni per un viaggio di più giorni, per strade che aveva percorso una volta sola, quando era venuto al tempio con i suoi genitori.

L’occasione si era presentata con l’amico  mercante samaritano che era venuto a salutarlo perchè era in partenza per un viaggio d’affari che l’avrebbe portato fino a Sidone. Passare per Gamala gli avrebbe comportato una leggera deviazione. Ma Natan l’avrebbe fatto  volentieri per fare un piacere al maestro del tempio, suo carissimo amico. In fondo poi  tornava comodo anche a lui, avere come compagno di viaggio un ragazzo che avrebbe potuto condurre la sua asina.

“Saulo,” continuò Simone presentando il giovane al nuovo arrivato, “è un mio discepolo, uno tra i più bravi, che s’è proposto di ricostruire la storia e la figura di Jeshù. Anche tu puoi lasciargli una significativa testimonianza”.

“Volentieri!” si offrì subito  Natan di raccontare.

 

Aveva  passato solo tre giorni con lui, ma erano stati giorni importanti, aveva avuto modo di raccogliere molte confidenze e poi anche di entrare in contatto con la sua famiglia.

Aveva conosciuto il ragazzo in un momento importante della sua vita. La scelta di lasciare il tempio, era stata una decisione sofferta, e come tutte le decisioni difficili, lascia adito a qualche ripensamento.

Quando si mette in atto una decisione, tutto ciò che prima sembrava chiaro torna ad essere confuso. Il ragazzo aveva passato giorni e giorni a pensare. Aveva valutato le ragioni che lo potevano indurre a restare al tempio, e quelle che lo spingevano ad abbandonarlo e infine aveva deciso di tornare a casa.

Nel suo sguardo e nelle sue parole si vedeva la sicurezza di una scelta maturata giorno dopo giorno fino a diventare definitiva ed irrevocabile, e quindi lui non si era neppure provato in viaggio a tentare di convincerlo  a ripensarci.

Era evidente che ci aveva pensato molto prima di decidersi, anche perchè la scelta era di quelle che implicano una cambiamento radicale. Scegliere tra due ragazze quella che potrà diventare la donna della vita è una scelta importante. Ma non mette in discussione la scelta naturale di sposarsi. Restare al tempio per dedicarsi al tempio, o abbandonarlo per tornare alla vita normale, è invece una scelta che comporta una prospettiva di vita radicalmente diversa, e in qualche modo alternativa.

 La sua scelta era stata tra due opzioni in alternativa, non tra due opzioni diverse. Non aveva dovuto scegliere tra due sentieri diversi che portavano alla stesa meta, ma s’era trovato a decidere se andare per mare verso oriente o per terra verso occidente. Per questo la decisione era stata sofferta. Alla fine però gli era sembrata definitiva e liberatoria.

 Ora che il tempio era già nel ricordo, ed si trovava già in cammino sulla strada di casa, veniva ripreso dal dubbio.

Cosa avrebbe detto suo padre Giuseppe, vedendolo tornare a casa? Anche questa poteva essere la preoccupazione che lo faceva sembrare meno sicuro sulla decisione presa. Ma il motivo vero era molto più profondo. Ciò che si lascia contiene sempre una parte del proprio ricordo, e muove quindi la nostra nostalgia. Ma non era neppure questo il motivo. Non era nostalgia quella che gli pareva di sentire per il tempio. Era qualcosa di più profondo e sofferto.

Il giorno che si era perso nel tempio aveva sentito una sorta di richiamo, una sorta di attrazione magica. Non era stata l’architettura, o l’imponenza della costruzione ad attrarlo, ma in un certo senso l’atmosfera che si respirava tra quelle mura. Il sentimento del sacro che si respirava nell’aria con l’odore dell’incenso. Era quel sentimento ad averlo preso, e da quel sentimento si era sentito attratto. Il maestro Simone gli aveva detto più volte che quella era la vocazione. Ma poi l’aveva sentito spegnersi quel sentimento, come l’odore d’incenso che viene meno lontano dalle funzioni sacrificali e lascia il posto all’odore freddo dell’aria che respirano le gelide pareti di marmo del tempio.

In quel profumo di sacro sentiva che c’era un richiamo profondo, ancestrale. Era il suo destino che lo stava chiamando. Avrebbe dovuto impegnare la vita alla ricerca di quel profumo per capirne i significati, le sfumature e l’importanza. Ma che quel profumo si trovasse nel tempio era solo un illusione, l’impressione momentanea d’un ragazzo venuto da  una povera famiglia di un povero paese. Così gli era parso. Così si era convinto. Ma ora non era più sicuro. E se fuori dal tempio non avesse più trovato  quel profumo, perchè distolto da altri odori?...

Quando s’erano un po’ conosciuti, raccontava Natan, aveva capito che questi erano i pensieri che attraversavano la mente del ragazzo, e su questi pensieri si era confidato,  ma all’inizio era stato difficile iniziare un qualsiasi tipo di discorso.

“Che pensi ragazzo?” gli aveva ripetuto infinite volte senza avere nessuna risposta, come se avesse parlato con l’asino.

Non  vedeva in volto il ragazzo che teneva per la briglia l’asino sul quale era montato, ma capiva che era preoccupato, era combattuto tra pensieri diversi che lo facevano soffrire. Avrebbe voluto aiutarlo, ma non sapeva come fare.

“Non sei contento di tornare a casa?” gli ripeteva.

Evidentemente  era contento. Ma forse non era più convinto che quella fosse la decisione giusta, e comunque si capiva che non aveva nessuna intenzione di confidare ad un estraneo quello che gli passava per la testa.

Anche lui del resto, già dall’inizio del viaggio, si era subito reso conto  che il ragazzo che gli era stato affidato come compagno, non era certo normale. Quando gli era stata fatta la richiesta d’accompagnarsi ad un ragazzo, s’era immaginato i problemi di convivenza in viaggio con la vivacità d’un dodicenne. Ma quel Jeshu che teneva la briglia dell’asina, pareva un vecchio, tanto lo si vedeva preoccupato, quasi soccombente  sotto il peso dei suoi pensieri e delle sue preoccupazioni.

“Alla tua età non si può pensare tanto”, gli andava ripetendo  agitandosi sul dorso della mula, e chiedendosi quali potevano essere i pensieri che passavano per la testa del giovane. Non è che volesse fare il curioso, voleva soltanto scambiare qualche parola per superare la noia del viaggio.

Alla fine forse anche il ragazzo si era reso conto che non poteva essere così scortese da non entrare in discorso con la persona che si era assunta l’incarico di accompagnarlo fino a casa. Forse gli seccava che si volesse indagare sulla sua vita, ma  proprio su questa  battuta aveva finalmente preso a parlare. Forse aveva capito che poteva entrare nel discorso  in termini generali, senza parlare di sé e, dopo ore in silenzio, s’era lasciato uscire le prime parole.

“I pensieri non hanno età”, aveva ribattuto infatti, forse anche contento di poter dimenticare per un momento i suoi dubbi e le sue preoccupazioni. “I pensieri sono come la nebbia che avvolge chiunque la voglia attraversare,” aveva aggiunto  poi.

“Quanto sei stato con il maestro Simone per essere capace di pensieri così originali?”

“Un anno. Ma credo di non essere originale, e comunque non è un maestro che può darti l’originalità. Un maestro può soltanto essere più o meno bravo a far emergere e sviluppare ciò che è già in te.

“A queste affermazioni più che ammirato,” commentava Natan rivolto a Saulo, “ero  rimasto perplesso e preoccupato. A dodici anni, non si può già essere filosofi, avevo pensato  tra me. Volendo comunque ribattergli a tono avevo replicato: “C’è un tempo per raccogliere i fichi ed uno per mangiarli”.

“Anche chi li raccoglie”, aveva ribattuto il ragazzo, “ deve assaggiarli, per evitare di sprecare il suo tempo a raccogliere frutti immangiabili”.

 

La  discussione  sui fichi si era poi interrotta di colpo perché la loro attenzione era stata attratta da una scena molto particolare che si stava svolgendo  sotto ai loro occhi. Si erano mossi per ore senza incontrare nessuno, sulla mulattiera che attraversa il paesaggio quasi desertico tra Gersualemme e Gerico, ed erano arrivati su un dosso dal quale la strada  scendeva in un avallamento. C’erano una sorta di piccola oasi con degli alberi. Il posto veniva utilizzato come luogo di sosta prima di cominciare a scendere nella valle. Quando arrivarono, era quasi mezzogiorno. C’erano già due persone che si riposavano, riparandosi dalla calura sotto gli alberi: un sacerdote ed un levita del tempio. Li salutarono e si sedettero in disparte, sul ciglio da dove si vedeva la strada scendere.

Forse perchè disturbati dai nuovi arrivati, forse perchè avevano già riposato abbastanza, i due viandanti ripresero il cammino prendendo a scendere verso l’avallamento, prima il sacerdote e dopo un po’ di tempo il levita, come se avessero voluto viaggiare assieme, ma standosene allo stesso tempo ognuno per conto suo.

“Guardi” gli aveva detto Jeshù d’un tratto, “laggiù c’è un ferito”.

Lui non aveva la vista del ragazzo e aveva fatto un po’ fatica a mettere a fuoco quella che avrebbe dovuto essere una persona ferita.

Seguendo le indicazioni del ragazzo che puntava con il braccio disteso un luogo sulla strada in discesa, alla fine anche lui aveva intravisto in corrispondenza di una macchia di cespugli che fiancheggiava la strada, quasi in fondo alla discesa, un uomo a terra, forse ferito o comunque colto da malore.

Stava proprio arrivando in quel momento vicino a lui il sacerdote.

“Si fermerà!”, aveva commentato  lui. “Fortunato ad avere qualcuno che lo soccorre”, aveva aggiunto anche Jeshù. Ambedue si aspettavano la scena del sacerdote che si fermava a prestare soccorso. E invece il sacerdote passò oltre, facendo finta di non vedere. Ma non poteva non aver visto perchè il ferito era sulla strada, e per schivarlo aveva dovuto passare dall’altra parte.

Jeshù  sorpreso s’era rivolto a lui cercando una spiegazione. Un ragazzo pensa che un anziano nella sua esperienza  possa trovare le risposte che non sa darsi. Ma non era facile spiegare il comportamento di quella persona, soprattutto ricordando che era un sacerdote. Chissà quali pensieri importanti stava sviluppando nella sua mente, non poteva certo lasciarsi distogliere, e perdere il filo del ragionamento, per accudire a quello sconosciuto. O forse aveva degli impegni molto importanti per i quali doveva arrivare puntuale, e non poteva perdere il suo tempo dietro ad una persona con la quale non aveva alcun rapporto, e del cui male comunque non aveva alcuna colpa. O forse sapeva d’essere seguito dal levita, e contava che si sarebbe fermato questi a prestare soccorso.

Ma quando arrivò il levita anche questi si scansò per riuscire a passare senza toccare l’uomo.

Jeshù l’aveva guardato di nuovo chiedendo spiegazioni.

Forse era con il sacerdote, e pur camminando ad una certa distanza, non poteva comunque perdere il contatto. Forse così giovane non aveva il coraggio di affrontare da solo la complessità dell’assistenza ad un ferito. Forse non poteva sopportare la vista del sangue, ed anche a distanza pareva di poter immaginare, se non di vedere, che l’uomo a terra perdeva sangue.

“Se avevano tirato diritto un sacerdote ed un levita non era certo il caso si fermasse un samaritano che per giunta aveva degli affari urgenti ed un ragazzo da accompagnare a casa,” stava pensando lui, e s’aspettava il commento di disapprovazione del ragazzo. Ma Jeshù non disse niente, gli si rivolse di nuovo con una sguardo d’una particolarità ed intensità che non avrebbe mai più potuto dimenticare. E come ammaliato da quegli occhi si trovò obbligato a pensare ed a fare altro.

“Andiamo!” aveva comandato  lui a Jeshù, avendo l’impressione che fosse stato il ragazzo a parlargli, ed erano poi  scesi in fretta per fermarsi vicino al ferito. L’uomo era veramente mal messo. Probabilmente era stato aggredito dai briganti. Aveva ferite in tutto il corpo, e perdeva sangue soprattutto da una ferita su una gamba, che gli impediva di muoversi. Lui allora prese il necessario dalla sacca sul dorso dell’asino,  gli andò vicino versò dell’olio e del vino sulle ferite e gliele fasciò. Poi lo caricò sul suo asino e lo portò alla prima locanda che incontrarono sulla strada e fece tutto il possibile per aiutarlo. Avevano perso tanto tempo, e s’era ormai fatta sera, per cui decisero di fermarsi a pernottare nella locanda, ed ebbero così modo di controllare che il ferito si stava riprendendo. Ripartendo il giorno dopo  tirò fuori due monete d’argento, le diede al padrone dell’albergo e gli disse: “Abbi cura di lui e anche se spenderai di più pagherò io al mio ritorno”.

Perché l’aveva fatto? Non riusciva a darsene ragione. Solitamente non era così generoso ed altruista, anzi…negli affari non si può essere generosi. Eppure pur avendo perso tempo e denaro si sentiva felice come non lo era mai stato. Chi l’aveva indotto ad un comportamento così diverso dal solito? Lo sguardo di un ragazzo! Capiva l’assurdità della risposta che si stava dando, ma non riusciva a trovare altra risposta.

 

Era stato comunque quel gesto a far aprire il ragazzo nei suoi confronti.

“Perchè l’hai fatto?” gli aveva chiesto, riprendendo il cammino il giorno dopo.

Per darsi un contegno se non una giustificazione s’era richiamato alla legge di Mose che  richiede di amare il signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze e con tutta la tua mente, e di amare il prossimo tuo come te stesso.

“A nulla vale che la legge sia di Mosè o di chiunque altro se non diventa norma di comportamento per il singolo individuo,” gli aveva replicato il ragazzo. Quelli che ci precedevano passano la vita studiando e predicando la legge di Mosè, ma ciò che hanno sulla bocca non hanno nel cuore. Gli uomini ti misurano sulla base delle leggi, ma Dio ti misura sulla base della tua coscienza. Per questo ho deciso di abbandonare il tempio.

Non ha senso passare il proprio tempo a disquisire chi si debba considerare il “prossimo” sulla base della legge, e come lo si debba amare. Amore non è una parola, ma un gesto, un comportamento”.

Avevano poi continuato per tutto il resto del viaggio a parlare del perché aveva lasciato il tempio, ma soprattutto di filosofia, a parti invertite.

 Era il ragazzo che spiegava ed il vecchio che ascoltava.

Gli parlò d’un Dio che ama gli uomini.  Attribuendo a Dio il massimo dei suoi sentimenti positivi, l’uomo ha indirettamente scoperto il modo di essere di Dio. Dio ci ama perchè ci attira a sè ci vuole in sè.

Dire che Dio mi ama significa dire che l’Essere mi attira a sé, e quindi mi porta a impegnarmi maggiormente sul piano dell’essere che su quello dell’avere. L’Essere mi induce a uscire dall’io ho, per ritrovarmi nell’io sono.

Ogni volta che do qualcosa di me, mi limito sul piano  dell’avere per guadagnare sul piano dell’essere.

Se Dio ci ama noi dobbiamo amare Dio. Ma Dio non ha bisogno del nostro amore, ne hanno bisogno invece gli altri uomini. L’amore di Dio va ricambiato con l’amore per gli altri. Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, l’avete fatto a me, dice Dio.

 Non dice  “è come se l’aveste fatto a me” ma proprio “l’avete fatto a me” nel senso letterale del termine. Il bisogno dei fratelli è il campo del nostro incontro con Dio. L’amore per Dio non può risolversi in una parola, o in una preghiera, di cui Dio non ha bisogno, ma in un gesto concreto che venga incontro al bisogno dei fratelli.

 

 

“Ma Natan, ti rendi conto di cosa stai dicendo?” lo interruppe infine Saulo. L’aveva ascoltato senza mai interromperlo, ma ora mentre cercava di riportare il pensiero del ragazzo, gli pareva stesse proprio sproloquiando.

“Se mi chiedi se ho veramente capito ciò che mi ha detto Jeshù, posso anche dirti che non ne sono sicuro. Sono un mercante, non un filosofo. Se mi chiedi invece se sono fedele nel riportare il suo pensiero, ti dico di sì. Sono passati vent’anni ma quelle parole le ho ancora qui, come se fossero state scolpite nella mia mente”.

“Forse aveva ragione Pilato”, pensò Saulo ”quel Jeshù era tutto un mistero da scoprire”.

“Quindi alla fine hai conosciuto anche i suoi genitori. Sei stato a casa sua”, disse Saulo a Natan, come invitandolo a riprendere il racconto.

“Certo! Mi sono fermato una sera loro ospite, ed ho conosciuto il padre Giuseppe e la madre Maria” rispose ridendo.

“Che c’è da ridere”

“Ripenso alle scene, alla simpatia di quelle persone”. E riprese a raccontare.

Non erano molti i forestieri che passavano per Gamala, e quando Giuseppe il padre di Jeshù gettando uno sguardo fuori dalla porta aperta, vide salire sulla stradina di fronte al suo laboratorio di falegname, un vecchio sul dorso d’un asino, tenuto alla briglia da un ragazzo, non potè non  fermarsi di colpo, bloccandosi nel movimento di spingere la  pialla, per guardare meglio chi stesse arrivando. Quando nel ragazzo riconobbe suo figlio, trattenne a stento una imprecazione di stupore. Come mai tornava così all’improvviso? Cosa era capitato al tempio? Era forse ammalato?

Uscì sulla strada con le mani ancorate alla grande pialla, che pareva penzolargli davanti al corpo. Non era la piccola pialla che usava per le rifiniture, ma quella grande e pesante che gli serviva per piallare intere tavole di legno.

“Come stai?” gli gridò che era ancora lontano.

“Bene!”, rispose Jeshù.

“E allora perchè sei qui?”

“Ti spiegherò”

C’erano ormai occhi ed orecchi ad ognuna delle porte e delle finestre che davano sulla strada, e Jeshù capiva che certamente suo padre non avrebbe avuto piacere di sentirsi dire che aveva lasciato il tempio, di fronte a tanti curiosi.

“Il maestro Simone mi ha affidato a Natan, un suo amico, che mi ha accompagnato fin qui,” disse Jeshù presentandolo al padre.

“Mi dispiace che si sia disturbato”, disse Giuseppe a mo’ di saluto, rivolgendosi a lui  che proprio allora stava scivolando dall’asino.

“Nessun disturbo”, disse mentre si riassettava e spolverava  la tunica.

“Doveva comunque passare di qua?”

“In effetti devo andare  a Damasco. Ma la piccola deviazione è stata un piacere. Suo figlio è stato un ottimo compagno di viaggio”.

“In effetti non gli mancano le parole” borbottò il padre, ed a lui  non riuscì di capire se si trattava d’un  rimprovero o di  un apprezzamento.

Jeshù intanto aveva legato l’asino all’anello di ferro posto a fianco dell’entrata,  al quale erano soliti legare  le cavalcature i clienti di suo padre, e li aveva preceduti  nel laboratorio. Giuseppe li fece passare,  poi entrò a suo volta, chiudendosi la porta dietro le spalle.

“Come mai sei tornato a casa?”  ripetè suo padre la domanda, appena fu sicuro di non essere sentito dai vicini.

“Ho deciso di lasciare il tempio” gli rispose Jeshù tranquillamente.

Per rinchiudere la porta, Giuseppe con la destra aveva lasciato la pialla, che gli cadeva ora lungo il fianco, appesa alla mano sinistra. Era conosciuto per essere un uomo molto tranquillo, ma a quella notizia, il suo corpo ebbe una reazione istintiva e la mano sinistra si sollevò quasi a brandire la pialla a mo’ di clava.

“Intuendo la mossa,” ricordava Natan sorridendo, “stavo già per intervenire nel tentativo di  evitare che la pialla si rovesciasse sulla schiena di Jeshù”. Ma non ce ne fu bisogno. Prevalse la naturale saggezza del genitore e la pialla, ricadde lungo il fianco di Giuseppe e, accompagnando la sua rassegnazione, gli scivolò dalla mano, finendo a terra.

Come poteva un ragazzo di dodici anni avere il coraggio  di dire di fronte a suo padre: “Ho deciso”? Come poteva un padre accettare tanta sfrontatezza? Eppure Giuseppe non riusciva a trovare neppure le parole per un doveroso rimprovero. S’era quindi lasciato andare a sedere su uno sgabello, come un pugile suonato, guardando  ora al figlio ora allo sconosciuto accompagnatore. Poi senza preoccuparsi per la presenza di un estraneo aveva preso a sfogarsi.

Sin da quando era nato, quel figlio l’aveva preoccupato. Ricordava come fosse il giorno prima, il momento nel quale Maria gli aveva detto “Sono incinta”. Erano diversi anni ormai che erano sposati e non avevano avuto figli. Poi finalmente un giorno era venuto quel annuncio. E proprio al ritorno del viaggio che avevano fatto per far visita alla cugina Elisabetta, che pure aspettava un figlio, quand’era già avanti con gli anni, ed aveva già rinunciato all’idea di poter diventare madre.

“Come lo sai?” aveva chiesto alla moglie, e s’aspettava che gli spiegasse da quali elementi aveva tratto quella convinzione, che so, che gli dicesse che non aveva avuto le mestruazioni, e invece lei gli aveva detto che aveva sognato un angelo.

“Ma che angelo?”.

“Un angelo che è entrato nella mia camera e mi ha salutato dicendomi che il Signore aveva fatto anche a me la grazia, resa ad Elisabetta. Anch’io, mi ha detto, sto aspettando un figlio, al quale daremo il nome di Jeshù”

Sapeva appena d’essere incinta, non sapeva se sarebbe stato maschio o femmina e già aveva pensato al nome del figlio. E per non doverlo discutere con lui s’era anche inventata il sogno con l’Angelo. Così era sua moglie! Una donna capace di trarsi d’impiccio in ogni situazione senza bisogno di consigli, una donna capace d’inventarsi gli angeli, pur di imporsi!

Chissà cosa avrebbe detto ora di fronte al figlio che “aveva deciso” di lasciare il tempio?

 

La moglie stava salendo appunto in quel momento, per la stradina dalla quale erano arrivati loro due. Era stata al pozzo ad attingere acqua, ed avanzava ancheggiando per tenere in equilibrio l’anfora che portava sulla testa.  Arrivava a proposito. Proprio come l’angelo del sogno.

Quando la scorse dalla piccola finestra dalla quale prendeva luce il laboratorio, Giuseppe si riscosse.

“Ecco che viene tua madre” disse a Jeshù, come a dire: “Ti dirà lei quello che io non ho saputo dirti, perchè fuori di me per la tua sfrontatezza”. Poi alzando la voce la chiamò:

“Maria, vieni qui”

“Perchè?”

“Se l’aveva chiamata ci doveva essere pure un perchè, possibile che in quella casa tutti dovessero mettere in discussione la sua autorità,” mormorò tra se. Poi alzando la voce aggiunse:

“E’ tornato Jeshù”.

Come se la notizia non l’avesse sorpresa, la donna con grande agilità si mosse per calare a terra l’anfora. La posò sulla strada e corse per abbracciare il figlio. Anche Jeshù intanto aveva aperto la porta e le era corso incontro. Si abbracciarono sulla strada, senza dir parola, e poi entrarono nel laboratorio tenendosi per mano. Quando Jeshù ebbe chiuso la porta dietro a loro: “Dille, a tua madre, che hai deciso di lasciare il tempio”, intervenne Giuseppe, in qualche modo ingelosito da quelle manifestazioni di tenerezza tra madre e figlio.

“Non vuoi più tornare al tempio?” chiese Maria al figlio.

“Ho capito che non è il mio posto”, rispose Jeshù.

“Ha deciso lui”, intervenne di nuovo Giuseppe, a sottolineare alla moglie la gravità del fatto.

Maria, senza badare all’interruzione del marito, volle sapere dal figlio il perchè di quella decisione:

“Perchè non è il tuo posto?”

“Perchè io voglio cercare il senso della vita, e lì al massimo si può imparare il senso che alla vita hanno voluto dare i nostri Padri”

Una madre è portata a scusare e comprendere ogni cosa del proprio figlio. Ma di fronte ad una risposta del genere, anche Maria rimase senza parole. Doveva essere orgogliosa d’un figlio che usava espressioni così importanti ed impegnative? Doveva essere preoccupata per quelle parole che non potevano uscire dalla bocca d’un dodicenne?

Si tolse di imbarazzo, avvertendo la  presenza dell’estraneo.

“Mi scusi, non l’ho salutata,” gli disse.

“E’ il samaritano che ha accompagnato Jeshù nel viaggio” lo presentò Giuseppe.

“Ho vissuto tre giorni con suo figlio”, aveva detto allora lui presentandosi, “e credo che dobbiate ringraziare il Signore d’avere un figlio così. Ha le idee molto chiare. Come direbbe il maestro Simone, vuol crescere nella verità, piuttosto che nella grazia. Purtroppo per lui la strada per la verità è un sentiero che passa in mezzo ai rovi ed alle spine”.

“Può anche essere!” aveva commentato Giuseppe  molto seccato anche perchè, come era solito  dire, ed aveva voluto insegnare al figlio che non si deve lasciare mai a metà ciò che si è intrapreso. “Può anche essere che il ragazzo  non era fatto per la vita del tempio, ma un anno non era certo sufficiente a stabilirlo. Avrebbe dovuto fermarsi degli anni, e solo alla fine, se comunque avesse deciso di uscire, la sua decisione poteva essere condivisa”.

Ma, così no, non gli andava di accettare che suo figlio fosse un bizzoso ragazzo che a dodici anni decideva di testa sua.

“Mi faccio meraviglia, dei tuoi maestri al tempio”, ripeteva “come hanno potuto lasciarti partire? E poi con un estraneo...”

“Per Simone non sono un estraneo ma un amico,” aveva dovuto obiettare lui, “e se una persona così saggia come il maestro Simone, ha preso questa decisione si vede veramente che questa era l’unica decisione possibile”.

“Perché? Non vorrà mica dire che mio figlio non è all’altezza di diventare dottore nel tempio?”. Giuseppe, si capiva, era abituato a prendersela con i pezzi di legno quando gli incastri non connettevano perfettamente, e non faceva differenza tra le persone e pezzi di legno.

“Per quel che l’ho conosciuto in questo viaggio, è più che all’altezza,” aggiunse lui soltanto “ma per fare i dottori del tempio ci vogliono doti di pazienza e di temperanza che forse non ha”.

A Giuseppe già il fatto che qualcuno dicesse di suo figlio che “non aveva”, non gli andava a genio e non stava a distinguere che cosa avesse e non avesse. “Col cavolo che non ha,” stava per dire ma fu preso in contropiede dalla moglie, che lo conosceva bene e  capiva che sarebbe uscito in spropositi, se qualcuno non lo fermava.

“Non è detto che nostro figlio non abbia qualcosa di meglio da fare” disse lei, “che passare la vita nel tempio”.

“Appunto!” aggiunse Giuseppe che, come tanti uomini, era abituato a parlare per bocca della moglie, e passò a ringraziarlo per il servizio che aveva loro fatto, riportando a casa il figlio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAP 9 – SAULO A GAMALA.

 

Anche se non avesse avuto la richiesta di Pilato il racconto del vecchio Simone, con l’aggiunta di quello di Natan,  aveva talmente incuriosito Saulo da portarlo a decidere di lasciar perdere gli impegni di lavoro a Damasco, per mettersi a tempo pieno sulle tracce di Jeshù Bar Abba e cercare di sapere qualcosa di più della sua vita e delle sue teorie filosofiche..

Dal racconto di Natan aveva saputo dove era nato e dove aveva passato gran parte della sua vita. Decise quindi che la sua ricerca sarebbe partita dal paese di Gamala, detto Nazareth.

Giunse al villaggio che era sera e chiese ospitalità all’hazzan capo della sinagoga. Era il vecchio che aveva cresciuto Jeshù nei primi insegnamenti sulla Torah e quando Saulo gli chiese di raccontargli qualcosa su Jeshù ragazzo, anche lui prese a raccontare con la stessa foga che avevano messo Natan e Simone, entusiasta di poterne parlare.

“Cosa conosci già di lui”

“Cosa ha fatto al tempio, e poi ho parlato con Natan che l’ha riportato qui dai suoi”.

“Già, Natan, l’ho conosciuto anch’io,” disse il vecchio passandosi una mano sulla fronte, quasi volesse girare la pagina d’un suo ricordo.  “Quando i figli si infilano tra i rovi ci sono spine anche per i genitori”. Con questo proverbio li aveva salutati ripartendosene, e ben presto Maria e Giuseppe avevano dovuto  rendersi conto di quanto aveva ragione Natan il samaritano, e di quanto sarebbe stato meglio che quel loro figlio fosse rimasto a  Gerusalemme.

“Ho vissuto con loro il dramma d’una famiglia che non riesce più a capire il figlio. Un figlio che sembra un estraneo tanto sono lontani i suoi pensieri da quelli dei familiari. Il piccolo d’un cuculo, posato a crescere nel nido di poveri passeri”

“Che cosa avrà voluto dire, parlando della ricerca del senso della vita?” si chiedeva spesso Maria mentre accudiva alle faccende di casa. Poi quando non riusciva più a tenersi dentro quella domanda senza risposta, scendeva nel laboratorio e la ripeteva a Giuseppe.

“Che ne so io” le rispondeva il marito. “La vita per me è fare il falegname” le rispondeva accelerando il ritmo dei colpi di pialla sul legno. I truccioli uscivano allora dalla pialla e cadevano a terra più grandi. “I truccioli non hanno un loro senso”, aggiungeva, “il senso lo ha solo il mobile finito”.

La filosofia di Giuseppe non andava oltre. Ma come da un falegname poteva essere nato un ragazzo che a tredici anni si poneva il problema del senso della vita? E quale progetto di vita poteva avere in testa un ragazzo che si poneva come obiettivo nientemeno quello di trovare proprio il senso della  vita?

Cercando di darsi una risposta Maria tornava spesso al  sogno che aveva fatto quando si era resa conto di essere incinta di Jeshù, e quel sogno le riempiva la testa, ogni sera prima di addormentarsi, quando le tornavano in mente quelle domande, e la penetrava l’angoscia come la nebbia che d’autunno s’infiltrava per le strette vie del paese assorbendo ogni cosa. Cosa ne sarebbe stato d’un figlio così strano, che  invece di giocare con i suoi coetanei, preferiva ritirarsi da solo a pensare, come se fosse un vecchio.

Nel sogno l’angelo le continuava a ripetere: “Non temere Maria. Tu hai trovato grazia presso Dio. Tuo figlio sarà grande perchè saprà riconoscersi figlio del Dio Onnipotente. Darà così un senso nuovo alla storia del regno di Israele, che si trasformerà in un regno che non finirà mai”

“Come è possibile?” diceva lei all’angelo, “dal momento che io sono una povera ragazza di paese”.

“Perchè lo spirito di Dio,” continuava l’angelo, “opererà per mezzo di te. Per questo il bambino che avrai saprà riconoscersi figlio di Dio”.

La stranezza dei sogni! Solo in un sogno poteva svilupparsi l’idea d’un figlio che avrebbe saputo riconoscersi come  figlio di Dio. E se alla stranezza del sogno s’univa ora la stranezza d’un figlio che a tredici anni andava in giro meditando sul senso della vita...

“Ma un giorno avrebbe trovato il coraggio di affrontarlo!” Continuava a proporselo ma poi non trovava mai il momento appropriato. Era in fondo suo dovere di madre… A dir il vero sarebbe stato piuttosto  compito di Giuseppe, che era l’uomo della casa, ed aveva il dovere di seguire l’educazione del figlio. Ma quel buonuomo di suo marito  non sapeva andar oltre il senso degli oggetti in legno. Lì era molto bravo. Li sapeva costruire con grande perizia, ma non era certo affare suo filosofare sul senso della vita. Doveva farsi carico quindi lei di spiegare al figlio che s’era messo su una strada senza via d’uscita. Che non si poteva ricercare il senso della vita, non fosse altro perché forse non esiste, o se esistesse non è certo alla portata della mente del figlio di un falegname

E un giorno finalmente riuscì ad affrontare l’argomento, con l’immagine che s’era preparata, e che le sembrava molto convincente:

“Vedi giù, in fondo alla valle, il lago di Genezareth… ecco, quando si nasce è come se ci si trovasse su una barca già in mezzo al lago. Il sapere o non sapere perché si  è finiti in quella barca, non cambierebbe nulla, ciò che importa è mettersi  ai remi, per riuscire ad arrivare a riva nel modo migliore”.

“Ma a riva a far che cosa?” le aveva ribattuto pronto Jeshù, e lei era rimasta subito disarmata.

Per mesi aveva preparato quel confronto con il figlio, ed ora alla sua prima domanda,  non sapeva dare una risposta. Già! A riva per fare che cosa?...Ci voleva qualche maestro più preparato di lei, per tener testa a suo figlio ed indirizzarlo per la retta via.

Comunque fino a quando quel suo figlio così originale girava per la campagna con la testa tra le nuvole, le poteva dispiacere per qualche commento malevolo dei paesani, ma non c’era di che preoccuparsi.

 “Sarà la vita a metterti a posto,” gli diceva, “altro che senso...”. 

Ma quando invece  cominciò a frequentare la compagnia di suo zio Giuda lo zelota, cominciò a disperarsi, ad avere dei brutti presentimenti sulla sua vita. Prese a fare dei brutti sogni, svegliandosi terrorizzata con nella mente la visione del figlio, che veniva appeso ad una croce dall’esercito dei romani.  Con tutti avrebbe potuto mettersi, ma non con gli Zeloti che volevano ribellarsi all’occupazione romana. Non aveva messo al mondo un figlio per fare la madre di un eroe!

Eppure  anche quella scelta di Jeshù era quasi scontata, e se l’era in qualche modo voluta proprio lei. Quando Giuseppe era venuto a chiederla in moglie, suo padre avrebbe voluto rifiutare. Non perchè Giuseppe non fosse una persona a modo, ma perchè usciva da una famiglia di fanatici, e come dice il proverbio dei falegnami, i trucioli non possono essere diversi dal tronco da cui si sono staccati.

A vederlo Giuseppe, così posato e riflessivo, così calmo e paziente nessuno l’avrebbe immaginato, ma era figlio di quel  famoso Ezechia  morto alcuni anni prima guidando una insurrezione contro i romani.

 I suoi fratelli e in particolare Giuda il maggiore, erano impegnati da un lato a vendicare la morte del padre, dall’altro a tener alta la fiaccola della rivolta per la liberazione di Israele. Giuseppe invece s’era chiamato fuori, aveva voluto imparare un mestiere, farsi una famiglia e dedicarsi a questa.

Ma proprio perché il truciolo non può andare lontano dal tronco, la sua scelta di staccarsi dai destini della sua famiglia, d’andare contro corrente, si rivelava alla fine inutile, perché l’idea veniva ripresa dal figlio che si stava appassionando alle idee coltivate dallo zio.

 Con quale motivazione poteva ora impedire al figlio di frequentare la casa dello zio Giuda, di fare amicizia con il cugino figlio di Giuda, anch’egli di nome Jeshù? Aveva provato a dissuaderlo. Che ci poteva trovare un idealista come lui, che cercava il senso della vita, in mezzo a fanatici che si ripromettevano di  costruire una organizzazione capace di liberare Israele dalla dominazione romana? Bastava il buon senso per capire che il proposito della sua famiglia e di tutta la setta degli Zeloti di sconfiggere un impero così vasto, così forte ed organizzato come quello dei romani, era pura utopia. Continuare a volersi suicidare, come aveva fatto suo zio Ezechia, era pura follia…

“Mio cugino Jeshù di Giuda, sostiene che nell’impegno politico a favore della propria comunità, si trova  l’unico senso possibile, per la vita d’un individuo” obiettava il ragazzo.

Ancora una volta Maria non sapeva che cosa  ribattere al figlio.           Del resto anche  lei  era convinta che il senso della vita si dovesse trovare  nell’operare a favore degli altri. E rischiare la propria vita per la liberazione di Israele, era in fondo il massimo dell’impegno a favore del prossimo, sulla base alla educazione religiosa che gli era stata impartita nella sinagoga.

 

Tra i due cugini si stava sviluppando un’amicizia intima che è normale per ragazzi di quindici anni. Maria però s’angustiava perchè sentiva che c’era come un triste presagio che li legava. C’era qualcosa che li accomunava fin dalla nascita. Anche Ruth sua cognata, moglie di Giuda, aveva avuto un sogno prima della nascita del figlio, e un sogno aveva avuto sua cugina Elisabetta.

La stranezza di tre donne in parentela legate dal fatto d’aver avuto un sogno diverso, ma che riguardava sempre uno strano destino per i propri figli!...    

  Maria non aveva parlato con nessuno, del suo sogno, se non con Giuseppe.  Ruth invece ne aveva parlato con le amiche, e in breve tutta Gamala aveva preso a chiacchierare  del suo sogno. Anche Ruth come Elisabetta era sterile e non aveva mai partorito, e come raccontava, una notte in sogno le era apparso l’angelo del signore e le aveva detto che avrebbe avuto un figlio che sarebbe diventato un nazireno, cioè uno che, secondo la Bibbia, avrebbe fatto voto di nazireato consacrandosi al servizio di Dio e conducendo una vita particolarmente morigerata.

 “Ecco tu sei sterile e non hai avuto figli,” le aveva detto l’angelo, “ma concepirai e partorirai un figlio. Ora guardati dal bere vino o bevanda inebriante e dal mangiare cibo immondo. Poiché in verità, tu concepirai e partorirai un figlio sulla cui testa non passerà rasoio, perchè il fanciullo sarà un nazireno, consacrato a Dio fin dal seno materno. Sarà lui che  comincerà a liberare Israele dalle mani dei romani”.

Fin qui, per quanto originale, era pur tuttavia il racconto d’un sogno. Più strano ed incomprensibile era il seguito che aveva raccontato Ruth e che suo marito Giuda confermava. Del racconto della moglie, egli era rimasto sorpreso soprattutto della battuta finale, d’un figlio che avrebbe cominciato a liberare Israele. Per uno come lui a capo della setta degli Zeloti, dopo il sacrifico  del padre Ezechia, sapere d’avere un figlio, dopo tanti anni di inutili speranze, era già una previsione che lo riempiva di gioia. Sapere poi che il figlio era predestinato a proseguire la sua opera per la liberazione di Israele, era più di quanto potesse desiderare.

La moglie  gli aveva raccontato, (sottolineando che per lei non era stato un sogno ma una vera visione), che un uomo di Dio era venuto da lei nella notte con  l’aspetto di un angelo di Dio, un aspetto terribile. Lei  non gli aveva domandato da dove veniva ed egli non gli aveva rivelato il suo nome, ma le aveva  previsto la nascita del figlio che sarebbe stato un nazireno di Dio, dal seno materno fino al giorno della sua morte. 

Giuda aveva  allora  pregato il Signore dicendo:

 “Signore l’uomo di Dio mandato da te, venga di nuovo da noi e ci insegni quello che dobbiamo fare per il nascituro”.

 Dio, secondo il racconto suo e della moglie, aveva ascoltato la loro preghiera e l’angelo del Signore era tornato dalla moglie mentre stava nel campo. Lei era corsa in fretta ad informare il marito, e questi poi l’aveva seguita sempre di corsa, di nuovo nel campo. L’uomo era ancora lì e Giuda gli aveva detto:

“Sei tu l’uomo che ha parlato a questa donna?”

“Sono io”, aveva risposto l’altro.

“Quando la tua parola si sarà avverata,” gli aveva allora chiesto Giuda, “ quale sarà la norma da seguire per il bambino, e che si dovrà fare per lui?”

“Si astenga la donna da quanto le ho detto, non mangi nessun prodotto della vigna, nè beva vino o bevanda inebriante, e non mangi cibo immondo”.

“Permettici di trattenerti e di prepararti un capretto,” aveva aggiunto Giuda”

“Anche se tu mi trattenessi non mangerei il tuo cibo, ma se vuoi fare un olocausto offrilo al Signore”.

“Come ti chiami?” chiese ancora Giuda.

“Perchè mi chiedi il nome? Esso è misterioso”, aveva risposto.

Giuda aveva preso allora il capretto e l’offerta e li aveva bruciati sulla pietra al Signore. Mentre assieme alla moglie stava guardando la fiamma che saliva dall’altare al cielo, l’angelo del signore era salito con la fiamma dell’altare. L’avevano visto per l’ultima volta al di là della fiamma, poi l’immagine si era come fusa e sciolta nella fiamma, per salire assieme al fuoco e disperdersi nel cielo nell’ultimo filo di fumo visibile.

 

L’Hazzan si era infervorato nel racconto e Saulo lo stava ad ascoltare senza interromperlo.

“Ti racconto queste cose con la speranza che tu possa capire ciò che purtroppo a me è sfuggito. Ti racconto queste cose perché a me sono state riferite per la prima volta da Maria, la madre di Jeshù.

“E’ soltanto suggestione!”, si era dato subito premura di spiegarle. “Il sogno di Ruth, o visione che dir si voglia, ripete alla lettera, addirittura con le stesse parole la visione dei genitori di Sansone come riportata nel capitolo 13 dei Giudici”.

 A Maria, che i suoi cognati si fossero imparata la storia di Sansone, per riviverla, sembrava impossibile. Per quanto non avesse simpatia per il fratello di suo marito, uomo violento ed impulsivo, e neppure per sua moglie Ruth che invece di frenare il marito lo incitava, quasi ci tenesse a far la vedova di un eroe, tuttavia non poteva pensare che avessero voluto addirittura immedesimarsi nei genitori di Sansone, pensando che il loro figlio potesse diventare il vendicatore  di Israele sui Romani, come Sansone lo era stato sui Filistei. Che si fossero inventata una visione, copiandola dalla Bibbia, era assurdo!...

E poi c’era il fatto che anche lei Maria aveva avuto la visione d’un angelo, non aveva un aspetto terribile come aveva raccontato Ruth, anzi al contrario, la sua visione era stata d’una grande delicatezza:

“Non temere Maria, gli aveva detto, accorgendosi del suo turbamento, “tu hai trovato grazia presso Dio. Avrai un figlio lo darai alla luce e gli metterai nome Jeshù. Egli sarà grande e Dio Onnipotente lo chiamerà suo figlio”.

 E c’era stata poi anche la visione della cugina Elisabetta. Anche a lei era stato detto che avrebbe avuto un figlio, anche a lei era stato rivelato che avrebbe dovuto chiamarlo Giovanni. Anche a  Ruth l’angelo si era preso la briga di indicarle il nome del figlio, dicendole che il nazireno si sarebbe chiamato Jeshù…

“Alle donne non si sa mai cosa si può credere,” commentava il vecchio Hazzan. “Comunque è ben strana la coincidenza di due cugini con lo stesso nome, per entrambi imposto  in sogno da un angelo!”

 

 

Per fortuna i due cugini avevano soltanto quindici anni quando Giuda aveva deciso di organizzare un’azione dimostrativa a Gerusalemme in occasione della Pasqua. Anche se con l’entusiasmo degli adolescenti avevano chiesto e insistito per poter accompagnare la spedizione, Giuda non era così incosciente da portarsi al seguito un figlio così giovane.

In cento erano partiti da Gamala. Ognuno avrebbe raggiunto Gerusalemme con mezzi propri, e per strade diverse, nascondendo le armi. Si sarebbero ritrovati la sera della vigilia di Pasqua nell’orto dei Getzemani e da li avrebbero assalito la torre Pretoria. La sorpresa doveva consentire di concludere l’azione senza perdite. Ma non ci fu alcuna sorpresa, qualcuno li aveva traditi, ed aveva informato i romani. Furono fatti prigionieri e crocefissi il giorno dopo quasi tutti, compreso Giuda.

Non è difficile immaginare come sia stata vissuta a Gamala quella tragedia. Ogni famiglia aveva perso un parente. Ma il sangue dei martiri crea nuovi seguaci, e ci furono molti che giurarono di vendicare quei morti rafforzando l’organizzazione.

Fu un colpo anche per Jeshù impegnato a consolare il cugino omonimo, che aveva perso il padre. Nel dolore si rafforzò la loro amicizia, la morte rese più convinte le loro discussioni sul senso della vita.

“Se Dio ha scelto Israele e ne ha fatto il popolo eletto, come può lasciare che questo popolo si faccia  guidare e comandare da un popolo di idolatri come quello romano?” si chiedeva Jeshù di Giuseppe.

“E noi che abbiamo avuto la ventura di far parte del popolo eletto come possiamo accettare questo stato di cose senza ribellarci?” ribatteva Jeshù di Giuda

“Hai ragione, ma se Dio ha voluto questa sproporzione di forze per cui la ribellione del popolo di Israele contro quello romano, sembra la  ribellione della formica contro il sandalo che la sta calpestando, ci sarà pure un motivo. Forse Dio vuole che Israele si imponga sui romani con la forza della sua fede e  della sua religione, piuttosto che con quella della spada. Forse ciò che Iavhè vuole da noi è che diffondiamo la sua voce, perché questa vinca sulle vuote parole che i romani rivolgono ai loro dei mitologici”

Così diceva l’uno dei due cugini così ribatteva l’altro. Ambedue fermi sulle proprie convinzioni, ambedue comunque convinti della necessità di uscire da Gamala per andare a studiare, ad approfondire le loro conoscenze, per assumere un ruolo a favore del popolo di Israele.

Ma dove, se Jeshù di Giuseppe considerava tempo perso l’anno che aveva passato al tempio di Gerusalemme dove c’erano i migliori e più preparati maestri della  legge?

La soluzione venne da Giovanni  l’altro cugino…

 

 

 

 

CAP. 10 – LE STRADE SI DIVIDONO.

 

Parlavano in piedi sulla terrazza della casa dell’Hazzan. Il vecchio fissava la piccola piazza sottostante, percorreva con lo sguardo i vicoli stretti che si dipartivano dalla piazza, come se da quei vicoli volesse richiamare il filo dei suoi ricordi.

Alcuni ragazzi giocavano nella piazza. Con il loro grido di gioia per aver vinto qualcosa, lo distrassero per un momento.

“Già” mormorò “è tutto come allora! Alle volte vedevo giocare anche lui, ma di solito se ne stava in disparte.     

Si passò di nuovo la mano sulla fronte e poi riprese a ricordare come se stesse raccontando a se stesso e non a Saulo, che gli stava a fianco appoggiato alla balaustra, e che gli aveva chiesto il racconto.

 

Maria era stata a trovare la sua cugina Elisabetta ed aveva riferito che anche suo figlio era stato preso dalla passione per le problematiche religiose  e filosofiche, aveva lasciato la famiglia, per ritirarsi a Qumram nella comunità degli Esseni.

“Perchè non proviamo ad andarci anche noi?” s’erano subito detto i due Jeshù. I due cugini sapevano degli Esseni solo ciò che avevano imparato da lui nelle sue lezioni. Aveva spiegato loro soltanto che il pensiero religioso giudaico del tempo si distingueva in tre correnti quella dei Farisei, dei Sadducei e appunto degli Esseni. Quest’ultima corrente era indubbiamente la più originale. Si facevano chiamare esseni o hasim cioè pii. Avevano costituito una comunità a Qumran sulle rive desertiche del Mar Morto. Una sorte di grande monastero fortificato, ove vivevano in preghiera e meditazione, considerandosi gli eletti “il vero Israele che cammina sulla strada della perfezione”. Chi vi entrava doveva far in un certo senso  voto di obbedienza al Maestro di Giustizia, che dirigeva la comunità,  di castità o quantomeno di celibato, e anche di povertà vendendo e mettendo in comunità tutto ciò che aveva.

 Alla notizia che Giovanni il figlio di Elisabetta aveva voluto fare quella esperienza, si erano trovati  subito d’accordo nel desiderio di verificare se la ricerca che stava conducendo questa corrente religosa, avrebbe potuto aiutare anche loro  a trovare la propria strada.

Già al primo impatto con Qumram in effetti si erano subito resi conto che difficilmente la loro strada avrebbe potuto passare per quel posto. La comunità degli esseni si sviluppava come  una sorta di cittadella fortificata  sopra un altura che emergeva dal deserto. Mentre ci si avvicinava si aveva l’impressione di qualcosa di costruito, fuori dal mondo, tra cielo e terra, chiuso tra mura e bastioni. Loro invece stavano cercando delle risposte che dessero un senso al loro essere nel mondo.

“Non ha senso collocarsi fuori dal mondo per trovare risposte al proprio essere nel mondo” così dicevano di aver pensato, mentre ancora si stavano avvicinando.  E la loro prima impressione aveva trovato conferma nei giorni che avevano passato  tra quelle mura. Un anno intero, solo per non voler escludere a priori che nell’idea di tanti saggi, racchiusi in una comunità di meditazione, ci potesse essere la chiave che svelava il mistero del senso della vita dell’uomo.

Ma più approfondivano la filosofia e il cerimoniale degli esseni, più si sentivano lontani dalla setta. Pur restando colpiti da alcune intuizioni anche importanti, nel complesso la diffidenza che avevano provato arrivando, si era andata approfondendo nel tempo. In questo Jeshù di Giuseppe s’era trovato subito  molto vicino al cugino Giovanni, mentre il suo omonimo si riconosceva molto più di lui negli ideali della setta, pur non condividendo l’ispirazione di fondo. Se il Maestro di Giustizia, capo della Comunità avesse saputo o solo sospettato quali erano i commenti che facevano tra loro, sarebbero stati subito allontanati. E lo furono, in effetti l’uno dopo l’altro, quando, dopo il primo anno di noviziato, furono interrogati sulle loro convinzioni.

“Ciò che meno riesco a sopportare”, diceva Jeshù di Giuseppe, “è la presunzione di sapere, di avere la verità, come se fosse possibile trovare una verità valevole per tutti gli uomini, in realtà così diversi tra loro”.

“Sono d’accordo”, aggiungeva Giovanni “anche perché, al contrario, mi sto sempre più convincendo che la risposta ogni individuo la deve trovare nel riconoscimento della propria insufficienza, nel sentirsi colpevole e pentirsi di questa colpevolezza”

“Sarà presunzione la loro” commentava Jeshù di Giuda, ”ma la visione di Giovanni d’un uomo sempre in colpa, sempre sulla strada della purificazione, è comunque, all’opposto, una visione d’un pessimismo inaccettabile. No, io credo che l’uomo si realizzi in quello che riesce a fare nell’ambito della sua comunità, impegnandosi al livello al quale gli è possibile inserirsi, in base alle proprie capacità. Io vorrei potermi inserire al livello più alto, come mio padre, guidando la  lotta per la libertà di Israele. Chi muore per la libertà, non muore, perché resta eterno nella storia del suo popolo”.

Quando Giovanni si presentò all’esame aveva già manifestato ai due amici l’idea di dar vita ad una propria setta religiosa, predicando la necessità della purificazione, simboleggiata nel battesimo. Avrebbe trovato un posto sulle rive del Giordano e lì si sarebbe dedicato a quello che sentiva essere la sua missione, chiamando la gente a pentirsi ed a purificarsi con l’acqua per impegnarsi a purificarsi nel cuore.

Al Maestro di Giustizia,  il capo della comunità che lo interrogava sulla sua adesione all’essenismo, dichiarò subito di non ritenere che Dio potesse pretendere che, per seguirlo, si dovesse diventare degli asceti, e tanto meno riteneva, come si predicava nella comunità di Qumran, che la salvezza potesse essere riservata a pochi eletti, capaci di sottoporsi a rigide regole ad un percorso prestabilito di iniziazione. Lui sarebbe uscito ed avrebbe predicato che il pentimento è la chiave della salvezza, che per tutti gli uomini può aprirsi la felicità del Regno di Dio,  cioè del vivere con Dio, se solo gli individui sapranno ammettere di essere colpevoli e si proporranno di cambiare vita.

Fu naturalmente invitato subito a riprendersi la libertà alla quale tanto teneva, ed a lasciare immediatamente Qumran. La stessa sorte toccò a Jeshù di Giuda, ma per motivi opposti. Non contestava infatti la severità delle regole, anzi chiedeva che fossero più rigide, che imponessero un sacrificio più completo, ma chiedeva che questa disciplina servisse a creare un vero esercito di figli di Israele, pronti a sacrificare la propria vita per la salvezza del popolo.

Il fatto che all’interno della comunità vi fosse una rigida gerarchia, il fatto che ci fosse un percorso di iniziazione, per cui ai vari gradi di potere corrispondevano diversi gradi di conoscenza sui misteri della setta, a suo avviso, avrebbero dovuto  costituire gli elementi d’uno schema, che doveva essere portato anche al di fuori della comunità, per diffondere nell’intero popolo di Israele un sistema organizzativo capace di muoversi ed insorgere come un sol uomo contro i romani.

Anche gli Esseni si aspettavano la liberazione di Israele, ma secondo il suo modo di pensare, non facevano abbastanza per approntare i mezzi che avrebbero consentito la liberazione.

Come aveva confidato al cugino, aveva già deciso che sarebbe tornato a Gamala, per consacrarsi da Dio sul piano personale come nazireno, sul piano politico per riprendere la guida del movimento degli Zeloti, in crisi dopo la morte del padre.

Pensava che facendo proprio uno stile di vita così severo come quello prescritto per i nazireni da Mosè nella Bibbia, avrebbe convinto più facilmente le persone a seguirlo, ingrossando le fila dei consacrati per la  liberazione di Israele.

Jeshù di Giuseppe era così alla fine rimasto solo a Qumran. Incerto sul da farsi, pensava alle strade così diverse scelte dai due cugini e continuava ad approfondire i concetti filosofici e religiosi sviluppati dagli Esseni. Lo interessava soprattutto la sottolineatura che facevano dell’importanza della santità interiore, per rapportarsi con Dio, invece che della esteriorità dei sacrifici, che si praticavano nel tempio di Gerusalemme.

Condivideva appieno l’idea che Dio è un Dio di misericordia per cui gli uomini possono avere la certezza di avere il perdono. Condivideva soprattutto l’idea che il Messia non sarebbe venuto dal mare, come aveva previsto il profeta Ezra, o dal cielo come aveva profetizzato Enoch, ma sarebbe venuto ed era già venuto dal popolo. Era già venuto, perchè il Messia atteso, non sarebbe stato, come erroneamente si era creduto, una persona, ma una idea, una intuizione, una convinzione che sarebbe entrata negli uomini, sulla possibilità d’una loro salvezza sul piano individuale.

Il Messia che avrebbe salvato Israele era la convinzione degli uomini di Israele di potersi salvare, e da Israele, la salvezza avrebbe potuto diffondersi a tutto il mondo.

“Beati i poveri di spirito”, diceva il Maestro di Giustizia, “perchè loro era la salvezza”. La scoperta di Dio, spiegava non è del fiore che si erge sfidando i raggi del sole, convinto che dal sole venga la sua forza. Il sole lo brucerà, facendolo appassire. La scoperta di Dio è del fiore che si piega sotto la pioggia, si umilia fino a confondersi nel fango, ma che nell’umore della pioggia,  conferma e rafforza il proprio umore. Come dice il profeta:

“Rorate caeli desuper et nubes pluant iustum”

Su questi concetti si trovava d’accordo, ma non poteva invece accettare l’idea che la rivelazione è per pochi eletti, che vengono iniziati alla conoscenza di Dio in povertà di spirito. Non poteva accettare che una volta contestato il valore della tradizione, si dovesse di nuovo introdurre l’idea dell’autorità, riconoscendo che solo il Maestro di Giustizia era il depositario della rivelazione.

“No, Dio in quanto Infinito, non può che essere di tutti. Padre di tutti, e noi siamo tutti figli del Padre. Ogni uomo è nei confronti di Dio, come una sorta di figlio unigenito,” pensava Jeshù.

Nel frattempo aveva fatto amicizia con i due fratelli Giovanni e Giacomo figli di Zebedeo e con Tommaso il Gemello, confidava loro le sue perplessità e il suo desiderio di riprendere alcune intuizioni degli Esseni per reinterpretarle, sviluppandole  e diffondendole in assoluta libertà.

Quando si decise ad abbandonare Qumran per iniziare una sua predicazione sul lago di Genezareth, i tre nuovi amici lo seguirono, per diventare i suoi primi discepoli. Saputo del nuovo gruppo che s’andava formando li raggiunse da Gamala anche  Simone Pietro  insoddisfatto dell’esperienza con gli Zeloti, soprattutto da quando era tornato quel fanatico del figlio di Giuda.

“Vai!” gli aveva detto il Maestro di Giustizia quando aveva capito che non avrebbe potuto diventare un buon esseno, “prova anche tu la tua strada, che purtroppo non può portare da nessuna parte, perchè l’individuo uccide l’uomo, come l’individualismo sta uccidendo il popolo di Israele”.

 Mai come in quel momento infatti in Palestina c’era stata una ricerca così intensa di religione. Mai c’erano stati tanti predicatori convinti che la loro fosse la vera interpretazione della Bibbia. Si contavano ben ventisette diverse correnti religiose o sette, di gente  convinta di avere la verità.

“Ma io” gli aveva risposto Jeshù, “al contrario sono convinto di non avere la verità su Dio, e che neppure si possa raggiungere. Dio è la conoscenza che ogni individuo sviluppa ogni giorno nel proprio rapporto con l’Esistenza. In questo modo Dio può essere la risposta alla ricerca d’ogni uomo, sul senso del proprio esistere”.

 

“Scusami! Non ti ho neppure fatto sedere. Non ti ho ancora offerto nulla”. L’Hazzan aveva interrotto il suo racconto rendendosi conto che intrattenere un ospite di riguardo come Saulo in piedi, appoggiato alla balaustra del terrazzo di casa che dava sulla piazza, non era molto educato.

“No, no, stiamo bene qui. Vorrei che tu continuassi, mi interessa molto quello che mi stati raccontando sul rapporto tra i tre cugini”. Non era una frase di circostanza. Il vecchio non raccontava soltanto ma riviveva il suo rapporto personale con quel giovane così originale che aveva avuto la ventura di nascere in quello sperduto villaggio. La voce del vecchio si mescolava con le voci che venivano dal villaggio, portate dalla brezza di primavera. Il passato si fondeva con il presente, ed anche a Saulo pareva di poter rivivere le scene del racconto.

“Come vuoi! Scusami anche se mi lascio trasportare dalla foga del ricordo, ma un maestro s’appassiona sempre al ricordo d’uno scolaro speciale. E Jeshù era veramente eccezionale… Cosa posso dirti ancora del rapporto fra i tre… potrei forse parlarti dell’influenza che su Jeshù di Giuseppe hanno avuto i cugini e soprattutto Giovanni…”

I due Jeshù, riprese quindi a raccontare, erano arrivati a Qumram assieme per vivere assieme la stessa esperienza, ma come due materiali che nello stesso fuoco si comportano in modo diverso, il confronto con le idee e le modalità di vita degli  esseni, li aveva segnati in modo completamente diverso, incamminandoli su strade diverse.

Jeshù di Giuda si era esaltato all’idea del Maestro di Giustizia che avrebbe liberato Israele e aveva immaginato di poter unire l’ascetismo degli Esseni visto come risposta all’uomo sul piano individuale, con l’impegno politico degli Zeloti. Pensava e si convinceva sempre più  quindi di poter essere l’uomo nuovo, che avrebbe liberato Israele. D’altra parte la scelta di unire ascetismo e fanatismo, l’avevano già fatto per lui i  suoi genitori, sin dalla sua nascita.

Andandosene da Qumran sentiva di poter condividere e far sua quella scelta. Già da bambino, in paese, lo avevano soprannominato  Jeshù il  Nazireno per il voto di nazireato fatto per conto suo dai genitori. Ora  s’era veramente e personalmente convinto d’essere in qualche modo predestinato. Non era lui che doveva scegliere. Era già stato scelto, ed avrebbe quindi trovato la sua strada, non aderendo a qualcosa, ma ritrovando in se stesso il percorso segnato per lui. La scelta di mettersi nelle mani del Signore, consacrandosi a lui, attraverso il voto di nazireato,  da disegno dei suoi genitori per lui, sarebbe diventato il  suo disegno e quindi la sua scelta.

Quando un uomo o una donna, aveva detto Mosè, farà il voto speciale di nazireato, per consacrarsi al Signore, si asterrà dal vino e dalle bevande inebrianti, non berrà aceto fatto di vino nè aceto fatto di bevanda inebriante, non berrà liquori tratti dall’uva e non mangerà uva, nè fresca nè secca. Per tutto il tempo del suo nazireato non mangerà alcun prodotto della vigna, dai chicchi acerbi alle vinacce.

Per tutto il tempo del suo voto di nazireato, continua il racconto della Bibbia,  il rasoio non passerà sul suo capo, finchè non siano compiuti i giorni per i quali si è consacrato al Signore, sarà santo; si lascerà crescere la capigliatura: Per tutto il tempo in cui rimane consacrato al Signore non si avvicinerà ad un cadavere, si trattasse anche di suo padre e di sua madre di suo fratello e di sua sorella, non si contaminerà alla loro morte, perchè porta sul capo il segno della sua consacrazione ai Dio. Per tutto il tempo del suo nazireato egli è consacrato al Signore.

E nella visione che lo aveva predestinato, come gliela aveva raccontata sua madre, il suo nazireato sarebbe finito solo con la morte.

 Ora anche lui si era convinto che questa sarebbe stata la sua vita, si sarebbe votato al Dio di Israele, per farsi suo strumento per la liberazione del suo popolo. Così avrebbe proseguito nella missione che era stata di suo nonno Ezechia, di suo padre Giuda, così avrebbe potuto vendicare la loro morte.

Jeshù di Giuseppe invece, come aveva dichiarato al Maestro di Giustizia, se da un lato apprezzava alcune intuizione della setta, non riusciva ad accettare la rigida e asfissiante organizzazione formale che la setta si era data.

Non si era trovato a suo agio nel tempio perchè il rapporto dell’uomo con Dio veniva riportato sul piano  di un complesso di formalismi derivati dalla tradizione, non poteva ora ritrovarsi in una comunità che aveva sostituito quei formalismi, con altri ancora più rigidi.

Non si trovava tuttavia neppure d’accordo con il cugino omonimo perché, e glielo aveva ripetuto più volte, non riusciva a concepire l’idea d’un Dio di Israele, d’un Dio che si impegna in un rapporto particolare con un popolo al punto di farsi carico dei destini di quel popolo sulla terra. Il suo pensiero si avvicinava molto più a quello del cugino Giovanni, che a quello dell’omonimo.

Anche Giovanni infatti cercava risposte sul piano individuale, il senso dell’uomo nel rapporto con Dio. Per questo Jeshù, lasciando Qumram, pensò di doverlo cercare per potersi confrontare e confidare con lui. Avevano la stesso età, solo qualche mese di differenza, eppure Jeshù al cugino  riconosceva una maggiore esperienza, una maggiore maturità, si sentiva in qualche modo un suo discepolo. Nella ricerca della sua strada capiva che doveva partire dal punto al quale era arrivato Giovanni, perchè il cugino, in qualche modo gli aveva fatto da precursore, aiutandolo ad individuare  la sua strada.

Trovò Giovanni sulle rive del Giordano. Portava un vestito di peli di cammello ed una cintura di pelle attorno ai fianchi. Il suo cibo erano locuste e miele selvatico. Attorno a lui c’era una folla di gente accorsa da tutta la Giudea da Gerusalemme e dalla zona adiacente il Giordano. Nella sua predicazione se la prendeva in particolare con i Farisei e i Sadducei: “Razza di vipere”, gridava, “ chi vi ha suggerito di sottrarvi all’ira imminente? Fate dunque frutti degni di conversione. E non crediate di poter dire tra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre. Già la scure è posta alla radice degli alberi, ogni albero che non produce frutti buoni, viene tagliato e gettato nel fuoco”

Mentre parlava così, con una ciotola versava l’acqua del battesimo su quanti gli passavano davanti chiedendo perdono per i propri peccati. Anche Jeshù si mise in fila, ma quando fu il suo turno Giovanni lo riconobbe e, lasciando cadere la ciotola in acqua, lo abbracciò.

“Perchè vuoi farti battezzare con l’acqua se non credi nei simboli?”

“Ne abbiamo parlato più volte, io non escludo i simboli, ma ho paura che i simboli diventino l’oggetto e non il mezzo”

“L’acqua è il simbolo d’una purificazione che deve venire attraverso il pentimento”.

“Non basta il pentimento. E’ necessaria una rigenerazione nello spirito”.

“Ma il pentimento è la premessa per la rinascita dello spirito. L’acqua lava dal passato,  perché lo spirito possa costruire un nuovo futuro. Per questo voglio essere battezzato da te”.

Con tutta quella folla attorno che aspettava d’essere battezzata non era il caso di continuare la discussione, Giovanni riprese allora la ciotola che galleggiava sulle acque del Giordano, la riempì d’acqua rovesciandola  sulla testa del cugino.

Poi, rivolto alla folla, lo volle presentare:

“Questi è Jeshù di cui vi ho già parlato, con il quale abbiamo vissuto  assieme con gli Esseni. Anche lui, sono certo, inizierà a predicare quando avrà  trovato la sua strada. Sono sicuro di non sbagliarmi, con la sua riflessione,  saprà andare ben oltre rispetto a quello che io posso dirvi”.

“Gia, la mia strada!” ripeteva nella notte al cugino, quando finalmente la folla all’imbrunire si era sciolta, ed erano rimasti soltanto loro due e qualche fedele discepolo di Giovanni.

“Vorrei poter trovare la via, per la verità che dà la vita!”

 

“Ti riporto le loro parole,” continuava a dire l’Hazzan, “così come le ho sentite perché saputo che erano tornati assieme ho voluto andare a trovarli.

Sulle rive orientali del lago, vicino al paese di Betania, Giovanni aveva trovato rifugio in un vecchio capanno abbandonato. Era soltanto un muro circolare, alto poco più di un metro. Aveva  meno di tre metri di diametro ed era fatto di sassi sovrapposti in un equilibrio precario. Si raccordava sopra  in un tetto di paglia a cono. Sorgeva a una cinquantina di metri dal limite dell’acqua del lago, dove la sabbia uniforme della battigia si raggrumava nelle prime dune, sulle quali s’abbarbicava a fatica un intrico di cespugli spinosi di diversa altezza. Davanti  al capanno erano state sradicati gli arbusti, realizzando una sorta di piccolo cortile circolare. Al centro, in mezzo a quattro grossi sassi, i discepoli avevano  acceso il fuoco, e stavano ad ascoltare i discorsi che faceva il  loro maestro, con questo nuovo venuto, per il quale si capiva  che aveva una grande stima ed ammirazione. Ed anche lui si era unito a loro, come fosse un nuovo discepolo di Giovanni.

Diceva Jeshù: “La strada è il percorso verso un obiettivo, e l’obiettivo che io mi sono posto è quello di ricercare  il senso della vita. Per trovare un senso alla vita, è necessario dare un senso alla morte, cioè al momento nel quale si completa la vita.

Nel tempio ho imparato che il senso è nell’essere figli di Israele. Nella cultura dei nostri padri, si è come annullato il problema della morte, nella convinzione che la salvezza è quella del popolo. Una salvezza che dovrà realizzarsi su questa  terra, in questo mondo. Ma è una risposta che non mi appaga che non mi soddisfa. La salvezza va vista sul piano individuale. È l’individuo che sente la necessità di vincere la propria morte, vincerla come popolo non è una risposta.

Giacobbe stava per sacrificare  il figlio, e noi come lui continuiamo a sacrificare gli agnelli nel tempio, sperando sia quel sacrificio a realizzare il nostro rapporto con Javhè. Ma è solo nel sacrifico della nostra vita, che si realizza il rapporto con Dio. Sacrificando la vita, conquistiamo l’eternità.”

“Gli alberi della foresta, stanno assieme per vincere l’uragano, tu vuoi porti come un albero in mezzo al deserto e sfidare da solo la furia del destino dell’umanità,” replicava Giovanni.

“Perché non credo a un destino dell’umanità, ma al destino d’ogni singolo individuo. Per me io sono il tutto, per me il mondo nasce e muore con me. Io devo trovare un senso dentro di me. Ogni altra risposta è ammettere l’incapacità di trovare una risposta. Tu dici, e la gente ti crede, che verrà il Messia e porterà la salvezza. Tu dici che ci si deve preparare con una vita di ascesi morale e di giustizia sociale. Ma il Messia non è qualcuno o qualcosa che viene dall’esterno a salvarci. La salvezza non può essere attesa, ma va cercata, conquistata. Nessuno ci può liberare se non ci liberiamo”

“Io penso di poterti capire. Ma non so se ti rendi conto, con quello che dici, stai andando contro la nostra tradizione, stai mettendoti contro quello che hanno detto i nostri padri ed i profeti che Dio ha mandato al popolo di Israele.”

“Non contro, ma oltre! Io cerco soltanto di interpretare in modo nuovo quello che è stato detto. Il rapporto dell’uomo con Dio è stata trasposto nel rapporto del popolo con Dio, io la voglio riportare alle origini. Adamo dopo il peccato sentì per la prima volta i passi di Dio fuori di se, e poi i passi di Dio sono diventati la storia del nostro popolo, io credo sia venuto il tempo nel quale l’uomo può risentire i passi di Dio dentro di sé. I passi di Dio dentro al suo essere, possono essere la chiave per dare un senso all’essere dell’uomo. Il Messia che deve venire, non è un altro profeta, ma la scoperta che Dio è in noi”

“Ciò che stai dicendo è madornale, non si capisce se è una bestemmia o una rivelazione. A me fa paura il solo pensare che una tale idea  sia potuta sorgere nella tua mente. Ma se è sorta è perché Dio ha voluto sorgesse. Né una spiga nel campo né una idea nella mente d’un uomo può nascere, se il cielo non ha voluto che nascesse. E allora va, ritirati nel deserto, solo con te stesso e approfondiscila. Nella solitudine cerca la verità che è in te, e che Dio ti aiuti”.

“E’ stato il periodo nel deserto che ha segnato la svolta nella vita di Jeshù” aveva concluso l’Hazan.

“Perché” gli aveva chiesto Saulo.

“E’ un discorso troppo lungo ed ora sono veramente troppo stanco per proseguire. Ne possiamo parlare domani. Oppure se preferisci puoi scendere al lago di Genezaret, lì troverai Giovanni che ha evidentemente una conoscenza del cugino molto più profonda e diretta della mia”.

“Scusami se ho approfittato troppo a lungo di te, e ti ringrazio del suggerimento su Giovanni, lo raggiungerò domani stesso.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAP. 11 – IL RAPPORTO CON GIOVANNI.

 

Era ancora buio quando il giorno dopo Saulo lasciò la casa dell’hazzan di Gamala per cercare Giovanni.

La strada tagliava il versante della collina, incassata tra due muraglie di sassi, raccolti negli uliveti che la fiancheggiavano da ambedue i lati.

Lontano dietro le ultime montagne si infilò una lama di luce a staccare il buio della terra da quello del cielo. A quel primo baluginare dell’alba, i vecchi ulivi sembravano dei mostri pietrificati, mentre contorcendosi urlavano al cielo la loro disperazione.

Saulo si sentiva uno di loro. Ripensava a quanto aveva sentito in quei giorni su Jeshù. Non aveva ancora chiaro tutto l’impianto della predicazione di quella specie di profeta. Ma per quel po’ che capiva si rendeva conto che nel messaggio c’era qualcosa che scardinava la religione dei padri e che quindi andava combattuto, ma che allo stesso tempo c’erano dei concetti nuovi ed originali che avevano colpito sia Simone che Natan ed anche il vecchio Hazzan, e che in qualche modo avevano colpito anche lui.

Sentiva quantomeno il bisogno di capire di più, e prima di incontrare direttamente Jeshù, confidava di farsene una idea più precisa attraverso le parole del  cugino Giovanni, di cui gli aveva tanto parlato l’Hazzan.

Quando fu al lago e chiese di Giovanni gli dissero che se voleva farsi battezzare era arrivato in ritardo perché il re Erode l’aveva fatto arrestare già da tempo. Se voleva sapere quale fossero i contenuti della sua predicazione, doveva rivolgersi ai suoi discepoli.

“Come mai l’Hazzan di Gamala non ne sa nulla, e crede stia ancora predicando?” chiese Saulo ai discepoli con i quali comunque aveva pensato di intrattenersi.

“Forse nessuno glielo ha voluto dire per non dargli un dispiacere”

 

Di Giovanni, oltre a quello che gli aveva detto l’hazzan di Gamala, Saulo aveva già sentito parlare molto tra i farisei. Già qualche tempo prima infatti erano stati mandati dei sacerdoti e degli addetti al culto del tempio per interrogarlo su chi veramente fosse.

Giovanni aveva dichiarato senza esitazione: “Io non sono il Messia”. Gli avevano allora chiesto chi veramente fosse per aver deciso  di mettersi a predicare ed a battezzare. “Sei forse Elia tornato tra i vivi o comunque qualcuno dei profeti”. Giovanni aveva negato ed alla domanda su chi veramente fosse, perché potessero riferire qualcosa alle autorità ebraiche, gli inviati si erano sentiti dire: “Io sono la voce di uno che grida nel deserto spianate la strada per il Signore”

Alla domanda sul perché battezzasse se non si riconosceva né come Messia né come Elia né come profeta aveva risposto:

“Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi c’è uno che voi non conoscete. Egli viene dopo di me, ma io non sono degno  neanche di sciogliere i lacci dei suoi sandali”.

I Farisei dopo lunghe discussioni avevano deciso di lasciarlo predicare. Con tutti i predicatori che giravano in quel momento per la Palestina, uno in più non avrebbe fatto alcuna differenza. D’altra parte  se la stava prendendo talmente con il re Erode ed i suoi costumi corrotti che, alla fine, gliela avrebbe fatta pagare senza dubbio Erode stesso.

 

Come gli raccontarono i discepoli di Giovanni, confermando quanto gli aveva già detto l’Hazzan, proprio il giorno dopo della visita degli inviati del Tempio era arrivato dalla Galilea anche Jeshù di Giuseppe e si era avvicinato per farsi battezzare ma Giovanni non voleva e cercava di convincerlo dicendo:

“Sono io che avrei bisogno di essere battezzato da te, e tu invece vieni da me?”

Ma Jeshù aveva risposto: “Lascia fare, per ora. Perché è bene che noi facciamo così la volontà di Dio fino in fondo.”

I due cugini avevano passato alcuni giorni assieme, parlando molto tra loro. Giovanni raccontava di sentirsi ispirato a dire d’essere l’annunciatore di qualcosa, forse della stessa venuta del Messia. Sentiva che ci sarebbe stato un avvenimento, sentiva di doverlo annunciare, ma non sapeva di che avvenimento si trattasse. Jeshù dal canto suo aveva il presentimento di essere destinato a fare qualcosa di grande, ma non riusciva a capire che cosa. Infine, Giovanni aveva convinto il cugino a ritirarsi nel deserto a meditare e pregare. Anche a lui, sosteneva, aveva giovato molto un periodo di ritiro spirituale nella solitudine del deserto e gli aveva dato le indicazioni per raggiungere il luogo del suo ritiro.

 

 

Era durata quaranta giorni l’attesa del ritorno. Ma erano stati quaranta giorni di meditazione anche per Giovanni, s’era ripetuto più e più volte i discorsi fatti con il cugino, aveva riflettuto su ogni sua parola e infine si era convinto  che Jeshù sarebbe stato un profeta straordinario, forse, come lui aveva anticipato, addirittura proprio il Messia, atteso da Israele, ed aveva preso a parlare di lui alle folle.

  Ciò che ho saputo insegnarvi io non è nulla rispetto a quello che saprà insegnarvi lui. Io vi battezzo con l’acqua dicendo che è simbolo dello spirito ma lui saprà battezzarvi e rigenerarvi nello lo spirito, perchè saprà parlare ai vostri cuori.

  Lui è tanto più grande di me, per la profondità delle idee che ha saputo sviluppare, che io non sono degno neppure di abbassarmi a slacciargli i sandali.

“Ma quale sarà mai la grande rivelazione di questo Jeshù?” gli chiedevano i suoi discepoli.

“Quando tornerà lo seguirete e imparerete. Io sono felice d’essere stato per lui uno che gli ha aperto la strada, come dice Isaia, la voce di uno che grida nel deserto spianate la strada alla Verità che deve venire.”

“Ma qualcosa potrai pur anticiparci di quello che ti ha detto,” insistevano i suoi.

“Quando me ne parlava non capivo che cosa volesse dire, ma oggi anch’io mi sono convinto che ha ragione nella sua grande intuizione che noi esistevamo prima di noi. Lui mi è passato avanti perché era prima di me.”

“Che indovinello è quello per cui si esiste prima di esistere?”

“Ve lo spiegherà meglio lui, ma in effetti tante cose si chiariscono se pensiamo che prima della vita con il corpo, siamo vissuti come archetipi. L’archetipo che era prima di noi, è in noi senza potersi manifestare, e non morirà quindi con il nostro corpo, ma in lui resteremo quando saremo senza il corpo”.

“Ma se è in noi, perchè non può manifestarsi?”

“L’uomo può intuire gli Archetipi viventi, ma la luce che è in essi li fa rimanere nascosti”.

“Questi discorsi facevano crescere evidentemente nella folla l’attesa per il ritorno di Jeshù dal deserto.

 

  Eccolo, aveva detto un giorno Giovanni, interrompendo il suo discorso. Tutti si erano voltati a guardare e avevano visto  un uomo, avanzare barcollante e macilento dopo quaranta giorni di digiuno. Non era certamente quel grande uomo che si sarebbero aspettati, dopo le anticipazioni entusiaste di Giovanni. La tunica impolverata lo faceva un mendicante piuttosto che un profeta, il volto bruciato dal sole e sferzato dalla sabbia, lo faceva sembrare un uomo che avesse subito la condanna della flagellazione. Eccolo, ecco l’uomo di cui vi ho parlato, ripetè Giovanni, e la folla si aprì per lasciarlo passare. Quando gli fu vicino, abbracciandolo gli disse: “La folla è ansiosa, ed anch’io lo sono, di sapere a quali conclusioni sei arrivato nel deserto”.

Jeshù, si fermò un momento come a riprendere fiato poi rivolto alla folla esclamò:

“Io sono l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”

L’affermazione lasciò sconcertato anche Giovanni. Si ricordò del ragionamento che Jeshù gli aveva fatto quaranta giorni prima sull’agnello di Gacobbe. Ma cosa voleva dire proclamandosi l’agnello di Dio?

“In quanto figlio di Dio, l’uomo si purifica dei peccati del mondo”, disse Jeshù lasciandosi cadere sfinito su una pietra accanto al cugino.

“In quanto figlio di Dio?”. Giovanni si aspettava qualcosa di grande e di nuovo dal cugino, si aspettava persino potesse proclamarsi il Messia, ma che si potesse presentare dichiarandosi figlio di Dio, era troppo. Forse aveva sbagliato a consigliarlo di ritirarsi nel deserto. Forse era il caso di lasciare che si riprendesse…

”Anch’io come te predicherò”, continuò Jeshù. “Così ho deciso. Predicherò  che ogni uomo è il figlio di Dio prediletto, attraverso il quale Dio si è compiaciuto di realizzare la sua presenza nel mondo.

Io, sono per me l’agnello, figlio di Dio,  che toglie i miei peccati. Ognuno è per se l’agnello che toglie i peccati. L’umanità dei figli di Dio è l’agnello che toglie di peccati del mondo”.

“Cosa ha detto?” aveva chiesto la folla che non aveva sentito.

“Ha detto di essere il figlio di Dio, l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo” aveva gridato Giovanni ad alta voce, perplesso e preoccupato del suono e del senso delle sue stesse parole.

“Ma questa è una bestemmia!” avevano preso  a dire gli ascoltatori di Giovanni, sorpresi che il maestro non lo facesse rilevare, e avevano preso ad allontanarsi.

Avevano continuato a parlarsi tra lo, circondati soltanto dai discepoli più fedeli.

“Anche per me” diceva Jeshù, ciò che affermo a momenti sembra paradossale. Mi chiedo come ho il coraggio di fare queste affermazioni. L’uomo figlio di Dio!... Alle volte mi accorgo anch’io di non essere convinto, e su questa incertezza non mi sarà facile  convincere gli altri. Eppure non posso non continuare ad affermarlo, per convincere e convincermi”

“Come puoi bestemmiare a questo modo il Dio di Israele, Javhè il Dio dei nostri padri”, mormorava preoccupato il cugino Giovanni.

“Come puoi dire che bestemmio Dio se dico che l’ho scoperto?”, ribatteva Jeshù.

“Mosè, dice la Bibbia, è salito sul monte, ed è poi tornato al popolo a riferire le parole pronunziate da Dio: “Io sono il signore Dio tuo, non avrai altri Dei fuori di me”. Mosè ha scoperto Dio sul monte e l’ha rivelato al popolo che per ordine di Dio, non poteva salire sul monte”

“Io, invece nel deserto ho scoperto che è giunta l’ora nella quale ogni uomo può salire sul monte per parlare con Dio”.

“Ma così stravolgi tutta la nostra tradizione, metti in discussione la nostra stessa fede”.

“La legge si deve conformare all’uomo, non l’uomo alla legge. L’uomo non si misura nel rispetto acritico delle norme, nel rispetto esteriore della legge, ma in come vive nella sua coscienza il rapporto con se e con gli altri”

“Attento a cosa stai dicendo. Dio ha dato a Mosè la legge su tavole di pietra”.

“Invece io credo che Dio ponga la legge nel cuore di ogni uomo”.

“Attento che così ti stai mettendo contro gli scribi, i farisei e i dottori del tempio”.

“Me ne rendo conto, ma già nel tempo che ho passato con loro al tempio, mi ero reso conto che con loro non avevo nulla nè da dividere nè da condividere”

“Non si tratta di condividere. Con le tue parole dichiari guerra aperta ai maestri del tempio, ti poni sia contro i farisei che contro i sadducei”.

“Come quella che tu hai dichiarato alla corruzione dei costumi”.

“La mia battaglia comunque si ferma al piano sociale, la tua riguarda la religione”.

“E’ proprio questo l’aspetto della tua predicazione che non riesco a condividere, che giudico insufficiente. Non c’è riforma dei costumi se non cambia la coscienza degli individui. E La coscienza cambia soltanto, alla scoperta del senso dell’esistenza.”

“Sono tanti gli interventi che si possono fare per guarire una pianta. Io mi limito a voler potare i rami secchi, tu vuoi intervenire addirittura sulle radici. La tua strada non è la mia”.

“Cosa mi consigli, Giovanni?”

“Un giorno mi hai detto che mi consideravi mio maestro. Ma nella tua idea c’è qualcosa di così grande, che il mio parlare di fronte al tuo è il parlare, d’un servo che, come sono solito dire, non è neppure degno di slacciare i calzari al padrone. Io non la capisco la tua idea, al punto che mi pare una bestemmia, ma se sei riuscito a pensare che l’uomo sia figlio di Dio, non è una idea che possa venire dall’uomo.  E se Dio ha voluto che tu diventassi l’uomo di questa rivelazione, questa è la strada che Dio ha voluto per te. Vai e diffondi questa idea, ma soprattutto vai e continua a pensare, perché  Dio ti illumini su tutte le implicazioni e le conseguenze che questa rivelazione può portare all’uomo, perchè l’uomo possa trovare il senso della propria esistenza”.

Poi Jeshù era partito ed aveva preso a girare le strade della Palestina portando il suo nuovo messaggio. Ogni uomo diceva è con Dio nello stesso rapporto d’un figlio con un Padre, ogni uomo è figlio del padre, Bar Abba in ebraico. Così anche egli cominciò ad essere soprannominato   Jeshù Bar Abba,

 

“E si sono più incontrati i due cugini?” aveva chiesto Saulo.

 “Di persona no,” gli avevano risposto i suoi discepoli. “Ma c’è stato ancora una sorta di incontro verbale”.

Dopo la partenza del cugino la predicazione di Giovannei s’era fatta ancora più violenta.

“Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire al castigo ormai vicino. Fate vedere con i fatti che avete cambiato vita e non fatevi illusioni pensando di salvarvi, perché siete figli di Abramo.

“Perchè vi scandalizzate  se qualcuno vi indica una nuova strada? Le strade possono essere tante quante sono gli uomini. Dio è capace di fare sorgere veri figli di Abramo anche dalle pietre del deserto. Ma ogni albero che non da frutto deve essere tagliato. Tra le pietre del deserto può nascere un fiore, mentre può non dar fiori e frutti un albero che cresce in una terra ubertosa. Dal deserto si colgono i fiori, mentre le radici dell’albero sterile devono essere aggredite con la scure”

Erano diventati questi i temi delle sue invettive. Il Battezzatore non poteva essere certo definito un mite, si lasciava andare alle volte a certe sfuriate, d’una veemenza incredibile, in particolare quando se la prendeva con la corruzione dei costumi alla corte di re Erode. “Razza di vipere!”, attaccava e gli uscivano filippiche come fiumi di parole, soprattutto da quando il re s’era preso in casa Erodiade, la moglie di suo fratello.

Ma com’era prevedibile, un giorno o l’altro l’ira di Erode si sarebbe scatenata contro di lui. E infatti alla fine fu arrestato.

 Mentre era in prigione, sentiva ancora parlare  di quel che faceva Jeshù . Allora gli mandò alcuni dei suoi discepoli per domandargli:

“Sei tu quello che deve venire oppure dobbiamo aspettare un altro?

Jeshù aveva allora risposto  ai discepoli di Giovanni:

“Andate a raccontargli quel che udite e vedete: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono risanati, i sordi odono, i morti risorgono e la salvezza viene annunziata ai poveri. Eppure non è sicura ancora la mia fede”

“Cosa vi siete veramente voluti comunicare, avevano chiesto i discepoli a Giovanni, riportandogli il messaggio. A chi volete alludere con l’altro che state aspettando”.

“Ve l’ho sempre detto, aveva risposto loro Giovanni, io ho sempre avuto chiara l’idea che nel mio insegnamento mancasse qualcosa. Io vi ho insegnato che è necessario cambiare vita, ma non sono mai riuscito a spiegarvi quale è il vero senso della vita. Il battesimo con l’acqua, rappresenta molto bene il mio insegnamento. L’acqua purifica i corpi, li rende nuovi e puliti. Ma l’acqua non basta. La rinascita deve avvenire dentro, deve essere una rinascita dello spirito.

Per questo io ho sempre battezzato con l’acqua ma sono sempre stato convinto che dopo di me sarebbe venuto qualcuno, che sviluppando il mio pensiero, avrebbe proposto una sorta di battesimo con lo spirito e non con l’acqua.

Quando ho incontrato Jeshù, quando mi sono confrontato con la sua intuizione che l’uomo è Figlio di Dio, ho capito che se avesse saputo sviluppare la sua scoperta in tutti gli aspetti possibili, avrebbe trovato la chiave per portare agli uomini la salvezza, che viene dall’aver trovato il senso della vita.

Ciò che non riesco a capire è che cosa  lui sappia di sé o comunque sia convinto di essere …”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAP. 12 – IL RAPPORTO A PILATO.

 

  Dopo gli incontri al Tempio, a Gamala, e con i discepoli di Giovanni, Saulo s’era fatto una idea abbastanza precisa dell’uomo Jeshù e  pensò di ritornare a Gersualemme per riferirne a Pilato. Aveva avuto modo di farsi una idea di ciò che pensava, di come si era formato, ma non sapeva ancora molto di ciò che Jeshù predicava. Sulla strada del ritorno però ebbe la ventura di incontrare proprio uno dei discepoli, e forse quello che più degli altri era riuscito a capire il maestro, in ciò che andava dicendo sulle strade della Palestina.

S’era fermato a mangiare in una locanda a Cafarnao sul lago di Tiberdiade. Avendo saputo che sul lago Jeshù s’era fermato molte volte a predicare chiese all’oste che gli portava il pesce che aveva ordinato, se avesse anche lui conosciuto Jeshù o se sapesse indicargli qualcuno che avesse seguito la sua predicazione.

“E’ il tuo giorno fortunato!” gli rispose l’oste scherzando. “Vedi quello che sta nell’angolo in silenzio? Non so che cosa gli abbia preso, che cosa lo turbi oggi. E’ sempre stato un uomo allegro ed espansivo. Comunque è proprio uno dei discepoli di Jeshù”.

L’uomo nell’angolo, un giovane con i lunghi capelli biondi, s’era accorto che il mercante appena entrato e l’oste stavano parlando di lui, e come se la cosa lo preoccupasse, chiamò per il conto, alzandosi per andarsene.

Saulo allora lo raggiunse e gli chiese se poteva offrirgli qualcosa, se potevano mangiare assieme.

“Per quale motivo? Se non ci conosciamo,” obiettò il giovane.

“Vorrei che tu mi parlassi di Jeshù, mi ha detto l’oste che sei un suo discepolì” spiegò Saulo.

“Per quale motivo ti interessi a Jeshù,” chiese l’altro sospettoso.

Se gli avesse detto che era su mandato di Pilato, il giovane si sarebbe certo spaventato e sarebbe fuggito. “Ne ho sentito parlare e mi piacerebbe conoscerlo, ma nessuno sa dirmi dove trovarlo”.

“Purtroppo non lo so neppure io. Sono salito fin quassù per vedere se si era rifugiato da queste parti, dove eravamo soliti stare assieme. Ma non c’è.”

“Sai che era stato arrestato da Pilato?”.

“Certo. Ma poi l’ha lasciato libero. E da quando è stato liberato abbiamo perso le sue tracce. Comunque che cosa vuoi sapere?”. Il giovane si era sentito istintivamente rassicurato sulle intenzioni di Saulo,  ed aveva accettato di parlargli. Si sedettero allo stesso tavolo e Saulo insistette perché mangiasse qualcosa con lui.”

“Ma ho già mangiato!”

“Un po’ del mio pesce, solo per farmi compagnia.”

“Mi chiamo Tommaso” disse il giovane presentandosi ed abbandonando l’iniziale diffidenza.

 “Ed io Saulo. In due giorni ho ricostruito la storia della giovinezza di Jeshù, ma vorrei sapere qualcosa su ciò che va predicando”.

E’ da tre anni che lo sto seguendo. Non è facile ricostruire in poche battute il complesso dei suoi insegnamenti, non per nulla infatti è solito dire : "Coloro che cercano cerchino finché troveranno. Quando troveranno, resteranno commossi. Quando saranno turbati si stupiranno, e regneranno su tutto. Comunque a noi, suoi discepoli ha raccomandato di seminare le sue parole, senza badare a chi ci sta ascoltando. Per questo te ne parlo. Un giorno ricordo ci disse "Vedete, il seminatore uscì, prese una manciata e seminò. Alcuni semi caddero sulla strada, e gli uccelli vennero a raccoglierli. Altri caddero sulla pietra, e non misero radici e non produssero spighe. Altri caddero sulle spine, e i semi soffocarono e furono mangiati dai vermi. E altri caddero sulla terra buona, e produssero un buon raccolto, che diede il sessanta per uno e il centoventi per uno."

"Ma è vero che si proclama figlio di Dio?”

“Afferma di sé: Io sono la luce che è su tutte le cose. Io sono tutto: da me tutto proviene, e in me tutto si compie. Tagliate un ciocco di legno; io sono lì. Sollevate la pietra, e mi troverete. Ma dice che questo vale per ognuno di noi. Ogni uomo è partecipe dell’Infinito, e in quanto tale figlio dell’Infinito e quindi se si vuole ed in altri termini, figlio di Dio"

“Ho sentito dire che promette il regno dei cieli a chi lo segue”.

“Ci ha detto spesso: se i vostri capi vi diranno, 'Vedete, il Regno è nei cieli', allora gli uccelli dei cieli vi precederanno. Se vi diranno, 'È nei mari', allora i pesci vi precederanno. Invece, il Regno è dentro di voi e fuori di voi.”

“Ma si dice che parli anche contro la religione dei nostri padri”

“Quando gli abbiamo chiesto se è utile o no la circoncisione ci ha risposto: "Se fosse utile, il loro padre genererebbe figli già circoncisi dalla loro madre. Invece, la vera circoncisione nello spirito è diventata vantaggiosa da ogni punto di vista. Quando ha criticato Israele lo ha sempre fatto con le parole del profeta  Isaia, riportate nella Bibbia:

Questo popolo – dice il Signore, -

Mi onora a parole,

ma il suo cuore è lontano da me.

Il modo con cui mi onorano non ha valore,

perché insegnano come dottrina di Dio

comandamenti che sono fatti da uomini.

Non si può dire che sia contro la tradizione chi riporta le parole della tradizione!”

“Ho incontrato un centurione romano che mi ha raccontato d’un miracolo. Anche tu ne hai visti?”

“Tantissimi. Si farebbe notte se te li raccontassi”

“Uno solo, come esempio.”

“Proprio qui, vedi la montagna al di là del lago…”

E prese a raccontare di come un giorno Jeshù era salito sulla montagna di fronte e si era seduto lì con i suoi discepoli, poi s’era guardato intorno ed aveva visto tutta le gente che l’aveva seguito, una folla enorme. Allora disse a Filippo uno dei discepoli:

“Dove potremo comprare il pane necessario per sfamare questa gente?”

Jeshù sapeva benissimo quello che avrebbe fatto, ma diceva così per mettere alla prova Filippo che infatti rispose: “Duecento monete d’argento non basterebbero neppure per dare un pezzo di pane a tutti”.

Allora Andrea, un altro discepolo disse: “C’è qui un ragazzo che ha cinque pagnotte d’orzo e due pesci arrostiti. Ma non è nulla per tanta gente”.

Jeshù ordinò:

“Dite alla gente di sedersi per terra”.

Il terreno sulla montagna è erboso e tutti si sedettero in terra. Erano circa cinquemila. Jeshù prese il pane fece una preghiera di ringraziamento poi cominciò a distribuire a tutti pane e pesce a volontà.

Quando tutti ebbero mangiato a sufficienza, Jeshù disse di raccogliere i pezzi avanzati, perché nulla andasse perduto. Furono raccolti dodici cesti con gli avanzi delle cinque pagnotte.

Tutta le gente vedendo il segno miracoloso che Jeshù aveva fatto diceva: “Questo è veramente il profeta che deve venire nel mondo”. Jeshù allora, sapendo che volevano prenderlo, per farlo diventare re, se ne andò più in alto sulla montagna tutto solo.

“Ma non è finita qui” aggiunse  Tommaso, mescendosi del vino dalla brocca che l’oste aveva posato sul tavolo.

E continuò a raccontare di come loro, i discepoli, verso sera fossero scesi in riva al lago, per attraversarlo e venire appunto verso Cafarnao. Jeshù non li aveva raggiunti ancora, ed il lago era agitato perché soffiava un vento molto forte. Avevano remato per quattro o cinque chilometri quando videro Jeshù che camminava sul lago e si avvicinava alla barca.

“Camminava sull’acqua!” lo interruppe Saulo.

“Appunto! Ci siamo spaventati a morte anche noi! Ma poi l’abbiamo riconosciuto e l’abbiamo fatto salire. E qui il giorno dopo a Cafarnao, quasi a commento del miracolo del giorno prima, ci ha detto che non è Mosè che ci dà il pane venuto dal cielo come la manna nel deserto,del racconto della Bibbia, ma è il Padre d’ognuno di noi. Ognuno ha il suo pane, come ognuno l’aveva avuto sulla montagna, perché ognuno è nel padre e il padre è in lui perché l’uomo figlio del Padre e il Padre sono una sola cosa. 

“Come si può credere che uno possa camminare sull’acqua?”.

Ma non solo. Alla sua parola diversi paralitici hanno preso a camminare, ciechi a vedere. Del resto sull’acqua è riuscito a camminare anche uno dei nostri, Simone il più vecchio.

“Ma con la ragione non si possono accettare queste storie, da qualche parte ci deve essere stato il trucco!”

“Lui sostiene che con la fede di può smuovere le montagna. Non è irragionevole pensare che l’Infinito-Dio possa modificare il finito del mondo. Se così è, se credo all’Infinito che è in me, la fede può far operare l’Infinito attraverso di me. Così ci spiegava la sua capacità di far miracoli, dicendo che anche noi avremmo potuto farne!...”.

Si erano fermati alcune ore a discutere. Anche se non si trattava di una vera discussione. Sembrava quasi che il discepolo avesse imparato a memoria delle frasi del maestro, e ad ogni domanda rispondeva con una citazione. Saulo da un lato era sorpreso ed interessato per l’originalità della nuova dottrina, dall’altro di rendeva conto della carica eversiva che conteneva nei confronti della tradizione ebraica. La diffusione del nuovo vangelo, proprio perché pretendeva di non essere in contrasto con la Bibbia, mentre ne scardinava i fondamenti, avrebbe comportato la fine dell’ebraismo.

 Di nuovo a cavallo verso Gersualemme, ripensando a ciò che aveva sentito si convinceva sempre più  fosse suo dovere dedicarsi a combattere la nuova eresia prima che si diffondesse.

Allo stesso tempo il pensiero dello strano profeta, era entrato in lui come un tarlo, come la domanda “che cosa è la verità per Pilato”.

Non aveva avuto modo di incontrarsi di persona con questo Jeshù ma le testimonianze che aveva raccolto sulla sua vita e soprattutto sul suo pensiero,  avevano rimesso in discussione tutte le sue convinzioni religiose. Tutto ciò che era certo, che era fede, diventava incerto, perplessità. Il ponte che aveva lanciato tra sé e Dio nel suo percorso di formazione tra i farisei, e che dava un senso alla sua vita, era diventato un traballante ponte di corde dal quale in ogni momento aveva l’impressione di poter precipitare nel vuoto sottostante.

Se, senza neppure incontrarlo era entrato in crisi un fariseo convinto e preparato come lui, era facile immaginare quale presa e quale suggestione avrebbe potuto avere il messaggio, su un popolo di pastori e di pescatori. Per questo sentiva di dover convincere il Sinedrio a muoversi contro Jeshù e i suoi discepoli, prima che fosse troppo tardi.

 

 

Erano passati solo tre giorni da quando la moglie di Pilato l’aveva chiamato per chiedergli di indagare su chi fosse veramente Jeshù Bar Abba, ma erano stati giorni di quelli che ti cambiano la vita.

Non poteva dire di sapere tutto sulla figura del predicatore. Gli era apparso subito una personalità troppo complessa. Sarebbe stato necessario molto più tempo, ma una idea comunque se l’era fatta e poteva riferirne.

Si fece annunciare e trovò Pilato che lo stava aspettando assieme a Procla nella biblioteca.

“Finalmente!” gli disse salutandolo, dando a vedere che non gli era venuto meno il desiderio di conoscere, per il quale gli aveva affidato l’incarico.

“Non è stato facile!” rispose Saulo. “Comunque devi ringraziarmi perché per te, in questi pochi giorni ho visitato tutta la Palestina.

“Ti ringrazierò dopo, se mi saprai dare delle risposte soddisfacenti. Ma insomma che cosa hai saputo?”.

  “Non è uno dei soliti predicatori che girano per le strade di Palestina. E’ un paradosso vivente, perché a te che sei ateo vuole insegnare il bisogno di Dio, a me che sono religioso vuole insegnare che si deve fare a meno della religione”.

“Sembra l’enigma di Delfi” intervenne Procla.

“Ma non è un enigma. Direi anzi che ha le idee molto chiare. Ora capisco perché il Sinedrio voleva che fosse mandato a morte, le sue dottrine minano alle fondamenta il concetto stesso di religione, intesa come pratica ed organizzazione, e in un certo senso, valorizzando al massimo l’individuo, finisce per mettere in discussione i presupposti su cui si regge ogni organizzazione sociale e politica. Anche se ingiusto, forse sarebbe stato un atto utile per l’umanità, se tu l’avessi condannato a morte. Ma per farvi capire, è necessario che vi racconti cosa ho fatto in questi giorni.

Prese quindi a raccontare loro degli incontri al tempio, nel paese d’origine, nei vari paesi con i diversi personaggi  che gli avevano detto qualcosa di Jeshù.

“Ma cosa ha fatto di veramente originale?” lo interruppe Pilato.

“Ha fatto miracoli, veri miracoli che mi sono stati raccontati da persone degne di fede”.

Continuò raccontando del centurione romano incontrato a Cafarnao prima del pranzo con Tommaso, che gli aveva raccontato d’essere andato da Jeshù a chiedergli aiuto perché aveva a casa un servo paralizzato che soffriva terribilmente.

Jeshù s’era offerto di raggiungerlo a casa ma lui gli aveva detto:

“Signore, io non sono degno che tu entri in casa mia. Basta che tu dica una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch’io ho dei soldati ai miei ordini. Se dico a uno: Va, egli va; se dico a un altro: Vieni, quello viene, se dico al mio servitore: Fa questo! Egli lo fa.

Poi gli aveva detto: Torna a casa tua, hai creduto e così sarà. E in quello stesso momento il servo era guarito.

“Me l’ha raccontato un centurione e non un povero pescatore” disse infine a commento.

“Capisco! E detto? Cosa ha detto?” intervenne Procla.

“Ho potuto parlare per alcune ore con un suo discepolo. Il cuore della sua predicazione è la possibilità d’un rapporto diretto tra l’uomo e Dio. Sul piano ontologico questo rapporto esiste anche nella nostra religione, anzi ne è il fondamento. Ma l’innovazione che egli introduce nella sua predicazione è il rapporto sul piano antropologico, fino a sostenere che l’uomo sia figlio di Dio. Ciò che sottolinea è che non basta sapere di essere, ma è indispensabile sentirsi figli di Dio”

“Non è sempre facile capire il senso profondo di ciò che va predicando. Di solito ha un pubblico di pescatori analfabeti e deve riuscire a farsi capire da loro, e quindi è costretto a parlare per parabole, a semplificare i concetti, fino a banalizzarli con il rischio che vengano stravolti dall’uditorio. Comunque mi è parso di capire che parta da una concezione filosofica per la quale esistono due mondi, l’universo materiale nel quale viviamo, e l’universo immateriale e divino (che per farsi capire dai pescatori chiama cielo) al quale possiamo aspirare oltre la vita del nostro corpo.”

“Nulla di nuovo rispetto alla filosofia di Platone,” commentò Pilato.

“Ci ho pensato anch’io! Salvo il fatto che non mi risulta abbia mai avuto contatti con personaggi esterni al mondo ebraico. Ma l’originalità maggiore, sta negli sviluppi che fa derivare da queste premesse. L’uomo infatti è collocato  in mezzo, partecipe sia della natura materiale che della natura divina, capace allo stesso tempo di sentirsi come essere e come divenire. In quanto essere aspira all’eternità, in quanto divenire si lascia in vari gradi coinvolgere dal divenire del mondo. L’Essere ci attira a sé, come pure ci attira il divenire. L’Essere è il Bene, il divenire il Male, l’Essere è Dio principio del bene, il divenire il Diavolo principio del Male”.

“Ma perché considera male il divenire”

“Perché il divenire è il contrario dell’essere, una cosa esiste, per mutare e quindi per non essere più ciò che era prima. Polvere da polvere. Dal seme dei genitori si forma l’uomo che cresce nella prima parte della sua vita, decresce nella seconda fino a fermarsi nella morte, per poi decomporsi nella terra o annullarsi nel fuoco.

Immagina l’uomo oggetto di una lotta tra Dio principe della Luce, e il diavolo principe delle Tenebre. Il Diavolo mira a far in modo che l’uomo venga assorbito dal divenire, avendo come esito il non esistere. Dio invece chiede all’uomo di convincersi della sua natura di figlio dell’Esistenza, avendo come esito il vivere nell’Esistenza e quindi per la vita eterna.”

“Ma cosa vuoi dire quando affermi che ha insegnato all’uomo a fare a meno della religione”.

“La mia religione, come del resto anche la tua,  è fatta di sacrifici da rendere alla divinità. Ma che cosa se ne fa la divinità, comunque la si immagini, del sacrificio d’un capretto o d’un bue? Lui ha sostenuto che ognuno è per sé l’agnello sacrificale che elimina i propri peccati. Il rapporto con la divinità non può che essere individuale, e non mediato né da sacrifici, né da altri incaricati di compiere i sacrifici a nome nostro.

Ma è andato anche oltre. “Il sacrificio ha senso, ha detto, se è fatto a favore dei fratelli. Se mi privo di un capretto e lo do a chi non ha da mangiare, la privazione diventa un atto d’amore per i fratelli, e attraverso i fratelli, diventa un atto d’amore verso il Padre”.

 

Pilato che era appassionato di studi filosofici si mostrava molto interessato a ciò che gli andava raccontando Saulo e si sarebbe fermato per ore a discuterne, ma furono interrotti dall’arrivo d’un centurione che senza neppure farsi annunciare era entrato di corsa nel salone.

“E’ scomparso!” disse d’un fiato mentre si chinava di fronte a Pilato in segno di saluto.

“Chi?” chiese Pilato sorpreso.

“Il corpo di Jeshù”

“Come scomparso? Non ti avevo ordinato di mettere le guardie al sepolcro?”

“E infatti avevo messo  dieci soldati di guardia ma quando questa mattina sono andato a controllare, dormivano tutti. L’enorme pietra con la quale avevo fatto chiudere il sepolcro era rimossa, e il cadavere non c’era più. Non capisco cosa possa essere capitato!...”

CAP. 13 - D’ARIMATEA CON PILATO.

 

“E’ da questa mattina che i miei uomini ti stanno cercando. Ed ora già scende la sera,” protestò Pilato non facendo nulla per nascondere la sua irritazione.

“Non so che cosa dirti, governatore. Sono venuto appena ho saputo che tu mi cercavi. Anche se non so ancora per quale motivo mi stai cercando” ribattè il  vecchio Giovanni d’Arimatea affaticato dalla salita a passo spedito sulla lunga gradinata che dal cortile portava i al palazzo.

  Pilato lo stava aspettando continuando a ripercorrere a lunghi passi in lungo ed in largo il porticato del palazzo. Cercava di scaricare nel camminare la tensione che aveva accumulato in quei tre giorni e che l’aveva travolto quella mattina, alla notizia che il cadavere di Jeshù il Nazireno era scomparso.

  “Hai saputo che il corpo è scomparso dal tuo sepolcro”.

  “In città tutti ne parlano. Ma non vorrai per caso far colpa a me se le tue guardie si sono lasciate prendere in giro. Dopo averti messo a disposizione il sepolcro, sarebbe il colmo dovessi sentirmi in colpa perché il sepolcro era mio”.

  “Non voglio far colpa a nessuno. Ho già fatto mettere in carcere le guardie. Vorrei solo che qualcuno mi aiutasse a capire”.

  “Cosa vuoi capire?” disse Giovanni andando a sedersi spossato su una delle panchine di pietra che arredavano il porticato. “Mi pare ci sia ben poco da capire!” aggiunse appoggiandosi allo schienale, e rovesciando la testa per massaggiare i muscoli della cervicale che gli facevano male.

  “Ma in città che cosa si dice?”

  “Forse è proprio questo che bisognerebbe riuscire a capire. Nessuno dice che i suoi hanno sottratto il corpo per riportalo in Galilea, come mi pare probabile. Si è sparsa invece la voce che è risorto. E tutti ne parlano! Non solo, s’è fatta un gran confusione tra Jeshù il Nazireno e Jeshù Bar Abba, per cui la voce popolare sostiene  che sia questo ultimo ad essere morto e risorto. I suoi seguaci, ad alimentare la confusione ricordano che spesso aveva previsto e ripetuto che dopo tre giorni sarebbe risorto”.

  “Ma cosa vuol dire che sarebbe risorto?” chiese Pilato lasciando di camminare e piantandosi di fronte a Giovanni”.

  “Noi farisei crediamo nella resurrezione dei morti. Crediamo che nell’ultimo giorno, quello del giudizio universale, tutti i corpi risorgeranno, cioè torneranno a vivere”.

  “Mi pare una sciocchezza! Comunque riguarda la fine dei giorni, non oggi”.

  “Lo so ma la voce del popolo è incontrollabile, è come il vento, non si da dove venga e dove vada, come sia sorto e quando si spenga”.

  “Mi avevi comunque promesso che mi avresti portato Jeshù Bar Abba”.

  “L’ho cercato in questi giorni. Non ho fatto altro. Ma nessuno sa dove sia, neppure i suoi, neppure sua madre. Comunque non vedo di che ti debba preoccupare. Se c’è un complotto, questa volta non è contro i romani, ma contro di noi, contro la nostra religione. Anche questa voce sulla resurrezione è sospetta. Lui  non ne aveva mai parlato, sostenendo invece che la prospettiva dell’uomo era nella dimensione dello spirito, d’una vita eterna in una dimensione non corporea”.

  Giovanni non gli aveva detto nulla che potesse  rassicuralo, anzi gli aveva riportato quella nuova voce sulla resurrezione, eppure le parole del vecchio amico fariseo avevano ottenuto l’effetto di tranquillizzarlo, come se gli avesse riferito che avevano trovato il cadavere scomparso.

  “Ne parli come se anche tu fossi un suo discepolo” gli disse Pilato, sedendosi accanto a lui.

  “Avrei voluto esserlo. Ma non ho avuto il coraggio di dichiararmi tale, di fare la scelta di seguirlo. E forse ora è troppo tardi”.

  “Ma tu sei un profondo conoscitore della religione ebraica, un maestro della legge. Cosa può averti colpito del messaggio di in uno che era abituato a predicare ai pescatori”.

  “Mi pare sia riuscito a  rinchiudere nell’idea d’una croce che ha sul verticale l’amore verso Dio e nell’orizzontale l’amore verso il prossimo, un circolo virtuoso capace di dare una nuova prospettiva a tutta la storia dell’umanità”.

  “Non è il primo filosofo ad aver sostenuto l’importanza del dare. Non è il primo a sostenere che l’uomo si realizza nel rapporto a favore degli altri. Seneca, un giovane mio compagno di scuola, che ora a Roma tiene corsi di filosofia stoica, sostiene che nulla contribuisce alla nostra crescita  più delle cose  di cui ci priviamo per darle agli altri. Per paradosso ci ritorna con gli interessi tutto ciò che diamo”.

“Lo so, lo so” mormorò Giovanni continuando a muovere a destra ed a sinistra la testa reclinata all’indietro. Poi come assorto e rapito nel suo pensiero , fissando in cielo gli ultimi riflessi rossastri del sole su una scia di nubi sfilacciate, prese a parlare come se stesse leggendo un testo scritto in cielo, senza che Pilato avesse il coraggio di interromperlo.

“La carica rivoluzionaria del messaggio non sta tanto nella affermazione che l’uomo è figlio di Dio, quanto in quella che gli uomini sono fratelli. E lo sono, non per nascita, ma per scelta! Sono fratelli se si amano in quanto uomini. E solo se si amano e sono fratelli, sono figli di Dio. Dio non viene dato come Padre, ma viene riconosciuto tale come conseguenza del rapporto tra fratelli. Non è Dio che cerca l’uomo, ma l’uomo che cerca Dio e fa in modo che esista e sia presente nella storia dell’umanità, perché lo riconosce non in astratto, ma nel gesto d’amore verso i fratelli.  Sono io che faccio esistere gli altri e non gli altri che fanno esistere me. Io faccio esistere gli altri perchè ho bisogno degli altri, come faccio esistere Dio perchè ho bisogno di Dio.

Se a un bambino viene a mancare il padre, certo non si può dire che il fatto gli sia ininfluente. E’ certo comunque che in qualche modo il bambino riuscirà a crescere senza il padre. Se meglio o peggio non è dimostrabile, perchè non è possibile la controprova.

Spingendo ancora più avanti il paradosso si potrebbe anche rilevare che il figlio ha bisogno del padre per nascere: Con la nascita però non si realizza il desiderio del nuovo essere di venire al mondo, ma il desiderio del padre d’avere un figlio. E’ il padre che ha bisogno del figlio, non viceversa.

Gli altri possono vivere senza di me, ma io non posso vivere senza gli altri, è questa l’intuizione..

Su questa verità di fondo dovrebbe svilupparsi il rapporto tra gli uomini, e invece si sviluppa sul presupposto completamente infondato, per il quale ognuno si relaziona con gli altri, sentendosi indispensabile. Sul sentirci necessari per gli altri fondiamo la nostra importanza, e cerchiamo di realizzarci come persone, su questo equivoco di fondo.

Se provassimo invece a ricollocare le cose nel loro giusto rapporto, cambierebbe completamente il nostro modo di vivere. E’ questo il cambiamento radicale che ha cercato di introdurre Jeshù Bar Abba, insistendo sul rapporto di amare-dare che ci deve legare agli altri.

Quando aiuto il mio amico paralitico mi sento importante perchè mi convinco che senza di me lui non potrebbe muoversi. In effetti, se non ci fossi io a spingerlo ci sarebbe un altro a farlo. Ma se non ci fosse lui, io non avrei la gratificazione personale che mi viene dal mio atto che considero di generosità. Potrei spingere un altro, ma avrei comunque sempre bisogno di un altro, per realizzare il mio desiderio di generosità.

E’ l’altro, il fratello, che mi consente di realizzarmi, è l’altro che mi consente di sviluppare in me il sentimento dell’amore e di sentirmi appagato in questo sentimento.

L’alternativa è quella di realizzarmi attraverso le cose, nella soddisfazione di quello che ho fatto, accumulato o realizzato.

 Ma è evidente che se la prospettiva reale del mio esistere è la vita eterna, come di nuovo sottolinea Jeshù, dopo una breve premessa nella mortalità del corpo, il rapporto con le cose non conta. Nel dopo, senza corpo e senza le cose, il rapporto che mi sono formato ad avere con le cose non può essere vissuto che come sofferenza, proprio perché mi mancano le cose. E’ solo il positivo rapporto che mi sono formato ad avere con gli altri, nel tempo, che può condizionare e caratterizzare il mio rapporto con gli altri per l’eternità.

 Chi ama gli altri ama se stesso. Amare gli altri è amare se stessi. Questo non significa che si debbano odiare le cose, ma invece che anche l’amore o l’interesse per le  cose, deve passare attraverso l’amore degli altri, per diventare amore verso se stessi.

 

Mentre parlava Giovanni, le ombre della sera erano salite dalla città, una nebbia leggera aveva invaso il cortile del Palazzo che era stato di Erode. Non si distinguevano più le due persone sedute, diventate un'unica cosa con la panchina di marmo che si intravedeva appena. Da quel informe grumo di nebbia continuavano ad uscire le parole di Giovanni che Pilato non aveva il coraggio di interrompere, ma che non capiva più. Era tutto troppo lontano dal suo modo di pensare.

 Senza immaginare che anche nelle parole dell’amico fariseo ci potesse essere una risposta, continuava a chiedersi “che cosa è la verità”.

La nebbia si infittiva sciogliendo gli oggetti, gli uomini, il palazzo, tutto diventava indistinto e indistinguibile. Che cosa è la verità? Lontano dal pensiero di Giovanni, Pilato pensava che l’uomo ha voluto aggiungere al sistema della realtà, quello della speranza. Per il primo, con gli occhi della scienza, l’uomo è un complesso meccanismo di atomi destinato inesorabilmente ad arrestarsi, a decomporsi e quindi ad annullarsi. Ma l’uomo ha una coscienza che riesce a ricomprendere l’universo, l’infinito, e sulla base di questa coscienza costruisce il suo sistema della speranza, con gli occhi della fede. E immagina per se un destino infinito.

Immagina? O come ripeteva Giovanni chiosando il pensiero di Jeshù,  il fatto di poterlo immaginare significa che esiste?

Comunque mentre scende la sera e s’allungano le ombre nere della notte, giova pensare che ci sarà un altro giorno, anche se la notte fosse l’ultima notte. Con questa considerazione Giovanni d’Arimatea, pensava di poter convincere anche Pilato che ora s’era come ripreso, e lo voleva riportare a discutere del sepolcro vuoto.

“Che vuoi che ne sappia?” continuava a ripetere Giovanni.

“Noi facciamo divagazioni filosofiche. Ma dietro agli eventi di questi giorni è evidente che c’è un disegno. I due Jeshù che si fanno arrestare assieme, ed ora spariscono assieme, persino quello che era morto, non può essere solo casualità” insisteva Pilato.

“Può essere! Hai le tue guardie i tuoi informatori, possibile che tu non riesca a scoprire la verità?”

“Già! Appunto la verità! Che cosa è la verità? Tutto si riduce a scoprire che cosa è la verita!”

 

 

CAP. 14 – AL CENACOLO.

 

Pilato aveva passato quei tre giorni a chiedersi che cosa fosse la verità, Saulo aveva percorso tutta la Palestina a chiedere chi fosse Jeshù, Giovanni d’Arimatea aveva cercato invano il Maestro, senza sapere che si era ritirato a Betania, ma i suoi discepoli, i dodici che l’avevano seguito nei tre anni di predicazione per le vie della Palestina, dove erano finiti?

Tommaso si era recato a Cafarnao alla ricerca del maestro, ma gli altri? E Simone che il Maestro aveva voluto soprannominare Pietro la roccia, che tutti ritenevano fosse il capo, anche perché era il più anziano, dove era finito?...

Pietro era stato l’unico la notte dell’arresto nell’orto dei Getzemani che aveva tentato di difenderlo. Assieme a Giuda aveva accompagnato il maestro all’incontro con Jeshù il Nazireno, di cui erano stati seguaci prima di entrare a far parte del gruppo dei discepoli di Jeshù Bar Abba.

All’arrivo delle guardie aveva agito d’istinto, aveva impugnato la spada d’uno dei seguaci del Nazireno e s’era messo a menar fendenti staccando l’orecchio a Malco, uno dei servi del sommo sacerdote.  Per questo era stato anche arrestato.

Poi Pilato l’aveva liberato, non capiva perché.  In cambio della coppa che si era trattenuto? Ecco!... La coppa! Da lì iniziava il suo rimorso per come si era comportato in quella notte disgraziata.  Non avrebbe dovuto lasciare la coppa a Pilato, non avrebbe dovuto neppure mostrargliela. L’aveva presa come ricordo, aveva per lui un valore simbolico, il riferimento a quella cena così strana con quelle parole così sibilline pronunciate dal Maestro. Non si lasciano i simboli ed i ricordi! Era da quel  gesto che aveva preso inizio la sua vergogna…

Appena libero aveva capito che sarebbe stato meglio per lui allontanarsi il più possibile dal palazzo del Governatore. Se per caso Pilato  ci avesse ripensato, non era certo il caso di farsi  trovare ancora nei paraggi! Ma se aveva liberato lui, forse avrebbe liberato anche il maestro, e quindi sarebbe stato giusto  fermarsi ad attenderlo.

E poi c’era Jeshù il Nazireno. Era vero che non faceva più parte dei suoi seguaci. Ma per anni erano stati in amicizia. E al di là dell’amicizia non si poteva lasciare solo uno che si sacrificava per la causa del popolo di Israele. In carcere era arrivata la voce che era già stato condannato a morte, che in giornata ci sarebbe stata l’esecuzione. Lo voleva vedere ancora una volta, per accompagnarlo con la sua solidarietà, per fargli coraggio.

A meno che il Nazireno facendosi arrestare non avesse avuto un piano. Se così fosse ci si poteva aspettare anche che da un momento comparissero gli Zeloti armati per assaltare le prigioni e liberare Jeshù. In quel caso avrebbe voluto unirsi a loro, come ai vecchi tempi. Come nell’orto del Getsemani, avrebbe recuperato una spada e si sarebbe prodigato per salvare l’amico.

Chissà che cosa sarebbe potuto capitare ancora in quella notte stregata!

Rimuginando queste pensieri, ancora frastornato ed indeciso sul da farsi si aggirava per il cortile del palazzo, senza decidersi ad andarsene. Faceva freddo, e i soldati avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile. Anche lui si era avvicinato per riscaldarsi. Sentiva n qualche modo che era suo dovere fermarsi!  Per fare che cosa? Nulla di concreto, certamente. E cosa avrebbe potuto fare da solo? Ma ad un amico che muore cerchi di star vicino anche se sai di non poter far nulla per salvarlo. Appunto! Avrebbe voluto stargli vicino, trovare il momento per incrociare il suo sguardo per fargli sapere che non l’aveva lasciato solo.

 

 Ma poi le cose erano andate ben diversamente e quando era veramente venuto il momento di incrociare lo sguardo del Nazireno, aveva dovuto abbassare il suo, rosso di vergogna. Nel frattempo infatti era stato costretto a rinnegare per ben tre volte tutti i due Jeshù, a spergiurare di non conoscerli e di non averli mai conosciuti.

A ragion veduta, l’aveva fatto! Che senso avrebbe infatti avuto proclamarsi seguace, per farsi arrestare di nuovo. Anche libero forse non avrebbe potuto far nulla per salvare l’amico, comunque in catene certamente non avrebbe avuto alcuna possibilità di  essergli di aiuto...

Ma poi c’era stato il canto del gallo, a ricordargli che il Maestro aveva da tempo già tutto previsto. Durante la cena della sera prima, avevano fatto a gara tra i discepoli a dichiarare la propria fedeltà al maestro.

“Se anche tutti gli altri ti lasceranno, io no, io ti seguirò ovunque” gli aveva detto. E infatti il destino l’aveva costretto a seguirlo  fin dentro il palazzo di Pilato. Ma alla sua affermazione il maestro aveva replicato “Prima che il gallo canti mi avrai rinnegato già tre volte”.

Sul momento non l’aveva capita la battuta. Cosa c’entrava il canto del gallo con la sua fedeltà? Lo capì molto bene all’alba quando lo sentì cantare, proprio mentre per la terza volta stava spergiurando di non conoscere né il Nazireno, né Jeshù Bar Abba. Era stato un canto stridulo, un grido strozzato che pareva quasi uscito dalla terra e gli era rimasto nelle tempie. Se lo sentiva dentro alle orecchie, come se la città fosse piena di galli che ripetevano quel richiamo strozzato.

Certo che non avrebbe dovuto mettersi vicino al fuoco assieme ai soldati ed ai servi di Pilato! E invece si era avvicinato. E mentre stava a scaldarsi gli avevano detto: “Non sei anche tu dei discepoli dei due Jeshù?”. Egli l’aveva negato. “Non lo sono,” aveva detto. Dopo un poco i presenti gli si erano accostati dicendo: “Certo anche tu sei di quelli, la tua parlata di tradisce!” Allora lui aveva  cominciato a imprecare e giurare: “Non conosco quegli uomini”. Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui  aveva tagliato l’orecchio, aveva detto “Non ti ho forse visto con loro nel giardino? Lui aveva negato di nuovo e era stato allora che il gallo aveva preso a cantare.

E mentre cantava il gallo  era passato lui il Nazireno in catene tutto sporco di sangue, coperto on un straccio rosso, con in testa una corona di spine. Allora, invece di rivolgergli lo sguardo di sostegno e di coraggio, come aveva immaginato, l’aveva dovuto abbassare, per la vergogna. “Se il Nazireno era ridotto in quelle condizioni, la stessa sorte forse era toccata anche al Maestro,” pensò.

Ma non aveva avuto più il coraggio di fermarsi oltre al Palazzo, neppure per avere notizie del  Maestro, per attenderlo se fosse stato liberato.

Era uscito  dal Palazzo quasi correndo, fuggendo più dalla propria vergogna che da Pilato, inseguito dal canto del gallo.

Aveva poi camminato senza sosta e senza meta per tutto il giorno con quel canto nelle orecchie ed un pensiero fisso: “Ma se il Maestro aveva già previsto tutto, sia il  suo tradimento che il canto, che colpa poteva avere lui del suo comportamento?” Nessuna, come il gallo per il  suo canto. Se, come si augurava ci sarebbero state altre possibilità di parlare con il Maestro, avrebbe voluto discutere su questo argomento. Dove è la libertà dell’uomo se qualcuno può prevedere in anticipo i suoi comportamenti? Se egli non avesse tradito, se il gallo non avesse cantato, allora avrebbe sbagliato il Maestro a prevedere qualcosa, che non si sarebbe avverato. In un certo senso era stato obbligato a sbagliare lui, per non far sbagliare il Maestro…

Aveva incrociato tante persone che parlavano della notte al Palazzo del governatore e del processo ai due Jeshù. Aveva continuato ad andare ed a pensare, mentre le  parole della folla gli ronzavano attorno alla testa quasi impossibilitate ad  entrare nella sua mente, incapaci di diventare  parte del suo pensiero. E’ stato liberato! E’ stato mandato alla morte per crocifissione! Parole importanti che riguardavano la vita o la morte del suo Maestro, eppure lo sfioravano soltanto, come se fossero parole d’una lingua straniera, suoni e non parole con un preciso significato.

Poi al pomeriggio c’era stato quel furioso temporale con fulmini e tuoni che pareva volessero squarciare la terra e infine quel terremoto con la terra che pareva dovesse aprirsi per inghiottirlo, per nascondere nella terra la vergogna che opprimeva il suo cuore.

 Si era riparato sotto i portici in mezzo alla gente che parlava della  crocifissione d’un Jeshù sul Golgota, come se il nome gli fosse sconosciuto e che comunque non lo riguardasse.

Finchè era finito per incontrare Giovanni il più giovane del gruppo dei discepoli. “Pietro dove vai?” l’aveva chiamato questi. Sentendo la voce amica s’era girato, come svegliandosi di soprassalto.

“Dove vado?” Non lo sapeva, ma non avrebbe neppure saputo dare una spiegazione del suo camminare senza meta. Come avrebbe potuto parlare a Giovanni del canto del gallo, che gli rintronava nelle orecchie?

“E’ tutto il giorno che cammino” rispose soltanto.  Poi “E Jeshù?” chiese, rientrando d’un tratto in sè.

“Non lo sai?” chiese a sua volta Giovanni. “Pilato l’ha lasciato libero ed ha condannato a morte il Nazireno” aggiunse.

“Ah, si! Bene!” mormorò imbarazzato, come chi cerca di mettere in sintonia le immagini da sveglio, con quelle che ha appena lasciato nel sogno, cercando di sbrogliare  la realtà dal sogno. “E adesso dove è?”

“Non si sa, quando è stato liberato non c’era nessuno di noi ad attenderlo. Non so dove possa essere andato. Sua madre Maria ha voluto assistere il nipote mandato a morte, ed io l’ho accompagnata. Sono rimasto con lei fino a quando Jeshù il Nazireno è spirato. Ora l’ho riaccompagnata nel cenacolo e sono uscito a vedere se incontravo qualcun altro. E ho incontrato te. Gli altri non so dove siano. Tu invece cosa hai fatto?”

“Cosa ho fatto? Non so! Ho cercato di difenderlo anche nell’orto degli ulivi. Avrei dato la vita per impedire che lo prendessero. Sono stato arrestato insieme a lui”.

“Che coraggio hai avuto!” commentò Giovanni.

“No! Non ho avuto coraggio!” gli gridò in faccia Pietro, come se avesse ricevuto un insulto, o come se vedesse nell’amico la propria figura riflessa nello specchio, e volesse rimproverarsi di qualcosa di orribile, e scoppiò a piangere. Lì in mezzo alla folla che guardava incuriosita, il vecchio scoppiò a piangere, mentre il giovane lo abbracciava dicendo di farsi coraggio, senza darsi ragione di quello strano comportamento, senza capire perché l’amico stesse piangendo.

Singhiozzava forte, senza ritegno. Il corpo scosso da violenti singulti si liberò nel pianto dell’angoscia e della vergogna di quelle ore.

“Scusami!” disse quando finalmente riuscì a calmarsi. “Ti spiegherò”.

“Non  c’è nulla da spiegare!” cercò di rassicurarlo Giovanni. “Oppure, se adesso non sappiamo neppure dove sia,  tutti ci dobbiamo una spiegazione. Alle volte gli avvenimenti sono più grandi della nostra capacità di comprensione. Quando si è travolti da qualcosa di più grande di noi, non c’è spiegazione che tenga.”

“Ti spiegherò!” ripeteva Pietro, come a convincersi invece che sarebbe stato possibile darsi una giustificazione.

Tornarono nel cenacolo. Era il luogo dove si erano lasciati la sera prima e dove erano d’accordo di ritrovarsi se gli eventi non avessero avuto gli sviluppi imprevisti dell’orto degli ulivi. Era il luogo al quale era logico si sarebbero riferiti tutti, per rincontrarsi dopo quegli eventi.

Molti infatti erano già lì. C’era la madre, con Maria di Magdala, c’era Tommaso, Giacomo ed altri… Ma lui non c’era… e nessuno sapeva dove fosse andato. Nessuno l’aveva visto. Ognuno aveva raccolto delle voci, le più disparate. Comunque, fortunatamente,  concordavano tutti sul dato rassicurante che, dopo una notte di interrogatori, era stato liberato, mentre era stato crocefisso suo  cugino  il Nazireno. Su questo non c’erano dubbi, le donne con Giovanni avevano assistito alla crocifissione.

Era stato liberato per merito della folla che aveva richiesto la sua liberazione, così si diceva. Una folla di sconosciuti s’era fatta carico della sua liberazione e loro, i suoi discepoli, erano altrove, non erano neppure in mezzo a quella folla. Ogni volta che incrociavano lo sguardo di Maria sua madre, arrossivano per la vergogna. Il luogo dell’ultima cena con il Maestro, era diventato per loro il luogo del supplizio della loro vergogna.

Avevano vissuto  in silenzio il giorno di Pasqua e i giorni successivi, sempre nella speranza di vederlo arrivare e di porre fine al loro tormento.

Ma lui non si fece vedere. Uno alla volta gli altri erano arrivati tutti. Mancava solo lui…e Giuda.

Su Giuda arrivavano le notizie più strane. In città si raccontava d’uno scontro tra lui ed i sommi sacerdoti. Infuriato li aveva insultati gettando loro trenta denari d’argento. Che denari erano?

Infine giunse la notizia che si era impiccato.

Come impiccato? Perché?

Nel gesto estremo dell’amico, trovavano un senso alcune parole che si era lasciato scappare i giorni precedenti. Mettendo assieme parole e comportamenti, alla luce di quel gesto a Pietro parve di capire ciò che era capitato quella disgraziata notte.

C’era un piano sì, come aveva sospettato anche lui. Ma era un piano pazzesco costruito tra il Sinedrio e il Nazireno con la complicità di Giuda. L’arresto dei due Jeshù nella concomitanza con la Pasqua, avrebbe verosimilmente  dovuto costituire la scintilla per lo scoppio della rivoluzione contro i romani. Solo così si spiegava perché il Nazireno si fosse fatto trovare nell’orto degli ulivi con pochi armati soltanto. Tra la folla imponente dei seguaci di Jeshù, accorsi ancora più numerosi rispetto alla settimana precedente per la festa della Capanne, c’erano tutti gli altri suoi seguaci armati. Quando Pilato avesse annunciato la condanna dei due, la folla disarmata avrebbe fatto da copertura agli armati, travolgendo i soldati romani e consentendo così agli Zeloti di conquistare  il Palazzo del governatore.

Per questo il Sinedrio aveva tanto insistito perché anche Jeshù il Bar Abba fosse condannato, per questo nel cortile i seguaci del Nazireno avevano per tutta la notte gridato la richiesta che anche il Bar Abba venisse crocefisso. Il piano per l’insurrezione era stato concordato con il Nazireno, e Giuda era stato anche pagato, perché si occupasse di far arrestare assieme di due Jeshù

Era stata l’astuzia o l’intuizione casuale di Pilato a mandare a monte il piano.  Bar Abba libero s’era portato dietro la folla dei suoi seguaci, ed a quel punto anche gli Zeloti non avevano potuto far altro che defilarsi e nascondersi. Giuda accusava il Sinedrio di non aver fatto abbastanza per far condannare il Bar Abba e aveva ributtato in faccia ai sommi sacerdoti i trenta denari del compenso. Si era sentito il vero colpevole della morte dell’amico Nazireno, e non riuscendo  a sopportare il peso della responsabilità per quella morte, s’era impiccato.

 

 

 

 

 

 

 

CAP. 15 – AL CENACOLO 40 GIORNI DOPO.

 

Erano passati ormai quaranta giorni dalla notte dell’arresto e dalla crocifissione del Nazireno. Jeshù  Bar Abba, neppure i suoi sapevano cosa stesse facendo e dove si trovasse. Correva voce che si fosse ritirato in una grotta presso Betlemme. Ma il fatto che non l’avesse voluto comunicare a nessuno, non autorizzava neppure i suo amici più intimi a cercarlo. Si era fatto vedere alcune volte da loro, apparendo improvvisamente, quasi fosse una visione e non una presenza fisica. Anche nei confronti dei discepoli aveva avuto dei comportamenti incomprensibili. Pareva veramente fosse diventato un altro.

Inspiegabilmente, la verità che si andava affermando tra il popolo era che fosse stato lui ad essere crocefisso e che poi fosse risorto.

I suoi discepoli continuavano a ritrovarsi nel cenacolo degli esseni a Gersualemme. Nell’attesa che tornasse lui il Maestro a dire che cosa avrebbero dovuto fare, continuavano a discutere sugli avvenimenti di quei giorni, e su quella voce che si andava affermando e che interessava prima di tutto loro, che avrebbero così dovuto diventare i discepoli del risorto.

Sul fatto che fosse morto il Nazireno e non il loro maestro non c’erano dubbi. Giovanni con le donne aveva assistito all’agonia. La scomparsa del corpo che  era stato sepolto nel sepolcro di Giovanni d’Arimatea, chiuso con una pietra enorme, e presidiato dai soldati di Pilato era un fatto. Diversi di loro, la mattina del terzo giorno si erano recati al sepolcro ed avevano personalmente potuto constatare che il cadavere non c’era più.

In verità dopo solo quaranta giorni  non concordavano neppure tra loro su come si fossero veramente svolti i fatti.

Maria Maddalena diceva d’essere stata lei l’unica e la prima a recarsi al sepolcro, constatando che era vuoto.

“Non ti ricordi che c’ero anch’io?” diceva l’altra Maria la madre di Giacomo.

“No, c’ero anch’io. Eravamo in tre” correggeva Salomè. “Non vi ricordate che mentre andavamo, di buon mattino quando era ancora quasi buio, ci chiedevamo, chi ci farà rotolare via la pietra che è davanti alla porta?”.

“La pietra era già spostata” insisteva la Maddalena. “io presi paura e tornai indietro di corsa ad avvertire gli altri nel cenacolo”.

“Ma no,” replicava l’altra Maria. “Come è possibile che non ricordiate che era già mattino e stava per sorgere il sole e mentre andavamo ci fu un improvviso terremoto e un angelo del Signore scese dal cielo, fece rotolare la grossa pietra e si sedette sopra. Siamo poi entrate nel sepolcro, ma non abbiamo trovato il corpo e mentre stavamo lì senza sapere cosa fare, ci sono apparsi due uomini con vesti splendenti, che ci hanno chiesto perché cercavamo tra i morti chi invece era vivo”

“Guarda che l’angelo con la veste bianca era uno solo” correggeva ancora Salomè, “ed è lui che ha fatto rotolare la pietra e vi si è seduto sopra, e ci ha detto che il Nazireno era risorto”.

“Mi dispiace contraddirti di nuovo”, riprendeva l’altra Maria “a dirci che era risorto è stato un giovane vestito con una veste bianca, che stava seduto a destra dentro al sepolcro”.

Sugli sviluppi la Maddalena insisteva a dire di essere tornata indietro, appena aveva visto il sepolcro aperto, per dare la notizia agli altri. Allora anche Pietro e Giovanni avevano preso a correre verso il sepolcro. Quest’ultimo che era il più giovane correva di più, lo seguiva Pietro e infine veniva la Maddalena. Giovanni appena arrivato vide le bende per terra ma non entrò. Arrivò anche Pietro che entrò vide le bende per terra “e il sudario che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. Quando arrivò infine anche la Maddalena, si chinò soltanto in lacrime verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Jeshù. Poi quando  si voltò indietro, vide che Jeshù stava lì in piedi, ma non sapeva che era Jeshù, lo prese anzi per il custode del giardino, e lo riconobbe soltanto quando lui la chiamo: “Maria!”

“Ma quello che era in piedi, era il Nazireno o il loro Maestro?”

A parte il fatto che i due cugini avevano una forte somiglianza, se l’aveva preso addirittura per il custode, nell’agitazione di quei momenti, non riusciva a ricordare bene. Anche l’altra Maria sosteneva di aver incontrato Jeshù, che le aveva detto “salve”.

L’unico dato su cui tutti concordavano era che il sepolcro fosse stato trovato vuoto. Forse i suoi seguaci che non avevano avuto il coraggio di liberarlo, avevano almeno trovato quello di recuperare il corpo per riportarlo in Galilea, per poterlo onorare come un eroe.

Comunque non era da escludere che quella mattina assieme a loro anche il maestro si fosse recato alla tomba del cugino. E forse era stato proprio Jeshù il maestro a far risorgere il Nazireno se come avevano detto gli angeli, era veramente risorto. Non aveva forse richiamato in vita solo pochi giorni prima l’amico Lazzaro? E perché dopo tanti miracoli che aveva fatto, e dei quali loro erano stati testimoni, non avrebbe potuto fare anche quello di riportare in vita l’amico Nazireno, chiedendo come ricorda la Bibbia a proposito di Elia che il Signore riportasse nel suo corpo l’anima, perché il corpo potesse così rivivere?

Non c’era da stupirsi se il Nazireno crocifisso fosse stato resuscitato come Lazzaro! Ciò che li stupiva era il comportamento strano del loro maestro Jeshù il Bar Abba, Che non volesse far sapere dove si trovava, poteva avere qualche giustificazione, ma che si manifestasse a tratti ed all’improvviso, in modo da non venire neppure riconosciuto, era veramente inspiegabile.

Come era capitato vicino alla tomba di Giuseppe d’Arimatea, se poi quello che avevano visto le donne era veramente lui. Ma Maria di Magdala non aveva dubbi, e raccontava ancora per l’ennesima volta che stava a piangere fuori dal sepolcro, dopo aver scoperto che era vuoto. E mentre piangeva si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti seduto l’uno dalla parte del capo e l’altro dalla parte dei piedi, dove era stato posto il corpo di Jeshù. Ed essi le dissero: “Donna perché piangi?” Aveva risposto loro “Hanno portato via il cadavere e non so dove l’hanno portato.” Detto questo si era voltata ed aveva visto che Jeshù il maestro stava lì in piedi, ma non sapeva che era Jeshù, non l’aveva riconosciuto. Le aveva detto allora Jeshù: “Donna perché piangi?” Chi cerchi?” Ella pensando che fosse il custode del giardino gli aveva detto “Signore se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto ed io andrò a prenderlo”. Jeshù le disse “Maria!” Essa allora voltatasi verso di lui gli aveva detto in ebraico: “Rabbuni!” che significa “Maestro”, e avrebbe voluto abbracciarlo ma Jeshù allora le aveva detto: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre, ma va dai miei fratelli e dì loro: io salgo al Padre mio e padre vostro, Dio mio e Dio vostro.”

“Cosa vuoi dire? Non ti capisco” gli aveva detto lei. “Come mai si fa fatica a riconoscerti? In quale giorno ti rivelerai e in quale giorno potremo vederti?”

Jeshù le aveva allora risposto: “Quando vi libererete dal vostro pudore e vi slaccerete i vestiti facendoli scivolare ai vostri piedi, e come i piccoli bambini li calpesterete, allora voi vedrete il Figlio di Colui che e Vivente e non avrete mai più paura”.

 

Che si fosse in qualche modo trasformato e reso irriconoscibile lo testimoniavano anche i due discepoli che l’avevano visto sulla strada di Emmaus. Si era accompagnato con loro per oltre un ora di cammino e poi si erano fermati assieme a mangiare qualcosa ad un locanda, e non l’avevano riconosciuto. Soltanto quando l’avevano visto spezzare il pane nel modo che gli era abituale, come aveva fatto anche nel cenacolo degli Esseni la sera dell’arresto, si erano resi conto che era lui.

Anche quando si era presentato loro alcuni giorni prima sul lago di Genezaret, avevano fatto fatica a riconoscerlo…

Avevano lasciato per alcuni giorni il cenacolo per tornare in Galilea e s’erano rimessi a pescare. Ma era come se avessero dimenticato il mestiere, e non riuscivano a prendere niente.

Uno di quei giorni si era presentato sulla riva mentre loro erano in barca, ma non si erano accorti che era lui, Jeshù e aveva detto loro: “Figlioli non avete nulla da mangiare?” “No” gli avevano risposto. Allora aveva detto loro: “Gettate la rete dalla parte destra della barca”. Avevano così ritirato una rete piena di centocinquantatre grossi pesci.

 Alcuni giorni dopo, di nuovo nel cenacolo, mentre proprio discutevano su questi fatti e sullo strano comportamento del Maestro, d’un tratto si resero conto che era di nuovo tra loro, lì nella stanza. Infervorati e presi come erano nei loro discorsi, non si erano accorti di quando e da dove fosse entrato. Si poteva pensare fosse entrato a porte chiuse. Li salutò dicendo “Pace a voi!”, ma tale era la loro sorpresa che non sapevano  cosa dirgli. Solo Tommaso alla fine confuso ebbe il coraggio di chiedergli: “Ma sei il Nazireno che è stato crocefisso e che dicono che sia risorto, o sei il nostro Maestro?”

Jeshù allora gli disse “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani, stendi la tua mano e mettila nel mio costato, e non essere più incredulo ma credente”.

Tommaso come tutti gli altri e come i discepoli di Emmaus allora si rese conto che anche se appariva così strano e diverso, quasi irriconoscibile, come se le sembianze dei due cugini uniti nell’arresto nell’orto degli ulivi si fossero in qualche modo sovrapposte e fuse, non c’erano i segni della crocifissione nelle sue mani, quello era quindi il loro Maestro, che si faceva chiamare Figlio del Padre, e mormorò chiedendo scusa:

 “Mio Signore e mio Dio”. Poi aggiunse “Ma dove vivi! Perché non ti fai trovare e non continui a stare in mezzo a noi?”

E Jeshù gli disse: “Colui che beve alla mia bocca diventa come me e io divento lui e ciò che nascosto gli è rivelato”.

Così disse è mentre stavano a pensare al significato di quelle parole già più non era tra loro, era come svanito nel nulla, allo stesso modo di come era prima comparso dal nulla.

 

Discutevano tra loro nel Cenacolo cercando di immaginare quale potessero essere le intenzioni del loro Maestro, che cosa avrebbero dovuto fare per essere veramente suoi discepoli, e intanto in città continuavano a diffondersi le voci più disparate, s’andava sempre più affermando la confusione e la sovrapposizione dei due Jeshù.

“Anche il nostro, viene ora chiamato Nazareno!” riferì un sera Pietro dopo aver passato la giornata in giro per la città. “Si dice infatti che sia nato a Nazareth e non a Gamala” e che si chiami nazareno appunto perché originario di Nazareth.

“Questa poi!...” mormorò la madre. “Ha pur portato anche voi un giorno a vedere i luoghi dove era nato, non ricordate?”

Certo che ricordavano. Era stato uno dei giorni più brutti dell’esperienza di vita con il maestro.

“Anche per  me!” aggiunse Maria. “Non sono mai riuscita a capire che cosa gli fosse preso quel giorno”.

 

Ne avevano discusso tante volte mentre percorrevano le strade della Palestina. Era sempre stato indeciso se ritornare nei luoghi dell’infanzia. Da un lato ne sentiva il desiderio dall’altro aveva paura della disillusione.

La storia dell’umanità inizia nella serenità dell’Eden per poi precipitare nel rincorrersi dei giorni marchiati dal sudore della fronte. La storia d’ogni uomo inizia nella serenità dell’infanzia per poi precipitare nell’affannoso incalzare dei giorni, nell’alternarsi della speranza e della sofferenza.

L’umanità snoda il disegno della sua storia nel desiderio di poter recuperare la felicità primordiale. La vita d’ogni uomo si muove inseguendo il domani nell’affiorare continuo della nostalgia per l’ingenua felicità della fanciullezza.

E nella nostalgia i luoghi dell’infanzia diventano i luoghi del sogno. La vita resta un continuo brusco risveglio, nel desiderio di rientrare nel sogno, di ritornare nei luoghi del sogno. Ma non si può tornare nei sogni. L’uomo dovrebbe saperlo. Rientrando, il sogno si infrange, si spezza persino il ricordo del sogno.

Con questi ragionamenti cercava di convincersi che era meglio non tornare, che era meglio portarsi dentro il ricordo del paese visto con gli occhi ingenui di fanciullo.

Ma come poteva passare sempre così vicino al paese, alle strade alle case, ai paesaggi dell’infanzia e non fermarsi a salutare, almeno una volta, i parenti e gli amici? Non poteva. Eppure pensava allo stesso tempo che sarebbe stato meglio non farlo. Ma alla fine c’è qualcosa in noi che decide  oltre la ragione, e così, un giorno aveva rotto ogni indugio, ed aveva preso a salire per la strada che porta a Gamala.

 L’aveva convinto definitivamente la loro insistenza di discepoli, che avrebbero avuto piacere di vedere i luoghi dell’infanzia del Maestro. Si aspettavano di capire qualcosa di più sul suo conto, vedendo i luoghi dove era nato, e dove aveva vissuto i primi anni della sua vita.

“Nulla è  come allora”, continuava a ripetere Jeshù salendo. Ma forse nulla era più come quel allora che si era sedimentato nel suo ricordo, perchè in effetti non c’era stato alcun evento, che avesse cambiato quei luoghi. Non erano passati neppure due anni da quando li aveva lasciati. La strada, gli alberi, le case, la sinagoga, tutto era come allora, si infrangeva soltanto l’atmosfera di sogno entro cui le cose erano state  avvolte nel ricordo.

Pensò che si sarebbe fermato un momento solo, a salutare sua madre. In effetti come è logico lei era stata molto contenta quando gli avevano riferito che stava salendo. L’aveva visto poi venire sulla via, alla testa di un gruppetto d’una decina di forestieri, e gli era corsa incontro. Egli l’aveva salutata da lontano:

“Come stai, madre?”

La ritualità compassata della domanda, fatta a distanza quasi a voler creare un distacco, era stata per lei come una cascata d’acqua sulla prima fiammata d’un fuoco. Aveva rallentato i suoi passi incerta, e quindi s’era fermata.

Forse non voleva farsi vedere ai loro occhi, lasciarsi andare ad un gesto d’affetto nei confronti della madre, avevano pensato i discepoli e avevano cercato in qualche modo di incoraggiarlo.

“Beato il grembo che ti ha portato”, avevano detto come in coro, a mo’ di saluto verso la madre del loro maestro.

Certo, avrebbe potuto dire anche lui, con un gesto di gratitudine, che beata era  quella donna che aveva sofferto per metterlo al mondo, e che ora soffriva nel saperlo lontano per le strade della Palestina. Ma anche di fronte alla madre aveva prevalso in lui il maestro:

“Beati piuttosto, replicò, coloro che fanno la volontà di Dio”.

A quelle parole lei si era irrigidita, come fosse diventata di pietra. Non poteva non aver capito. Anche per lei quello non doveva essere  più suo figlio, ma il Maestro. Il messaggio era stato chiaro ed assolutamente esplicito nella sua crudeltà. S’era fermata, le braccia che aveva teso nel gesto dell’abbraccio, le erano cadute inermi suoi fianchi, le si era spento il sorriso sul viso. Era rimasta immobile, quelle parole erano state per lei come una folata di vento, che sradica un fiore e lo lascia cadere senza vita nel fango.

“Ne abbiamo già parlato”, aveva proseguito lui, rivolto alla madre, ma in effetti parlando con loro che gli stavano accanto. “Se qualcuno viene con me e non ama me più del padre e della madre, della moglie e dei figli, dei fratelli e delle sorelle, anzi se non mi ama più di se stesso non può essere mio discepolo”.

“Chi è mia madre, chi sono i miei fratelli, aveva poi aggiunto, girandosi verso di loro. “Siete voi mia madre e i miei fratelli, perchè se uno fa la volontà di Dio Padre che è in cielo, egli è mio fratello, mia sorella e mia madre”.

Così dicendo era passato oltre e invece che dirigersi verso la casa della sua infanzia s’era diretto alla sinagoga. I suoi discepoli erano rimasti sconcertati, ma anche lui si capiva che era turbato.

Aveva in seguito spiegato loro che s’era comportato come se un altro e non lui avesse mosso i suoi gesti, suggerito le sue parole. Come aveva potuto comportarsi così con sua madre? Perché tornare per offenderla a quel modo, senza una parola d’amore e un gesto d’affetto?

Il suo corpo, i suoi ricordi erano quelli del figlio di Maria di Gamala, ma alle volte aveva l’impressione che in lui fosse entrato un altro, uno che non aveva un passato, ma solo un futuro, che non aveva ricordi, ma un solo obiettivo, una missione: quella di insegnare agli uomini a riconoscersi figli di Dio Padre.

E la sua missione lo portava a passare oltre alla casa con i suoi ricordi, per andare alla sinagoga, il luogo della preghiera e della lettura della parola di Dio.

Entrando, si era sentito avvolto dall’aria fresca del tempio e si era rivisto bambino varcare quella stessa soglia accaldato per le corse con i compagni, quasi a voler sfogare l’energia e la vitalità dei bambini per poter riuscire a stare composti ed in silenzio nel tempio durante la funzione religiosa. Aveva rivisto  il posto che era solito occupare bambino, e non era riuscito  a trattenere un moto di commozione. Era stato solo un attimo però, e come spinto dall’altro che si muoveva in lui, si era diretto al pulpito.

Tutta la gente del paese era uscita dalla case a veder passare quel insolito gruppetto di persone e s’era accodata ingrossando il corteo e finendo nella sinagoga.

“Ma non è Jeshù il figlio di Giuseppe il falegname?” si chiedevano.

“Si è proprio lui. Ma cosa ha in animo di fare?”. E la curiosità li aveva condotti con lui dentro alla Sinagoga.

Dall’alto del pulpito aveva aperto il rotolo delle scritture ed aveva iniziato a leggere:

Il Signore ha mandato

il suo Spirito su di me

Egli mi ha scelto

per portare il lieto messaggio ai poveri.

Mi ha mandato per proclamare

la liberazione ai prigionieri

e il dono della vista ai ciechi,

per liberare gli oppressi,

per annunziare il tempo

nel quale il Signore sarà favorevole.

Quando ebbe finito di leggere chiuse il libro, lo restituì all’inserviente e si sedette. La gente che era nella sinagoga teneva gli occhi fissi su d lui. Allora egli cominciò a dire:

 “Oggi si avvera per voi che mi ascoltate questa profezia. E’ infatti questo il tempo nel quale Dio ci mostrerà il suo favore. Questo è il tempo nel quale possiamo dire ai poveri che per loro più grande è la speranza, perchè è più facile che un cammello passi per la cruna d’un ago piuttosto che un ricco entri nel regno dei cieli.

Questo è il tempo per ricordare che non sono le catene che legano il corpo a far prigioniero l’uomo, ma è il corpo stesso che può tenere prigioniero lo spirito. Questo è il tempo nel quale iniziare a vedere le cose nel loro giusto rapporto, a riconoscere la verità che sola ci rende liberi da ogni oppressione”.

La gente lo stava ad ascoltare ammirata e sorpresa e si chiedeva:

“Ma non è lui il figlio di Maria, la moglie di Giuseppe il falegname? Dove ha imparato a dire tutte queste cose?”

E qualcuno cominciò a rispondere: “Certo che è il figlio del falegname. Com’è che stiamo a perdere tempo dietro a lui?”

“Ma parla bene”, obiettava qualcun altro.

“Tuttavia resta sempre il figlio del falegname, e da un falegname non può venire un uomo della legge”.

Un brusio di disapprovazione prese a diffondersi tra la piccola folla che assiepava la sinagoga. Egli cercava di dominare la situazione dimostrando la sua preparazione nelle sacre scritture, acquisita nell’anno passato al tempio, e ricordando il profeta Elia che era intervenuto in soccorso  d’una vedova straniera che viveva a Sarepta nella regione di Sidone e il profeta Eliseo che aveva guarito Naaman uno straniero della Siria.

La competenza da lui dimostrata faceva tuttavia adirare ancor più la gente.

“Ma che torni a fare il falegname!” ripetevano i più.

“Riprenda la pialla e lasci le scritture a chi le ha studiate”.

Il brusio divenne contestazione aperta e lui vedendo che le cose si stavano mettendo male, era uscito  dalla sinagoga e poi anche dal paese. I più facinorosi vedendo che si ritirava, continuavano a seguirlo e ad incalzarlo, su fino alla cima del monte di Gamala, e avrebbero voluto farlo precipitare nel burrone che segna il monte dalla parte opposta.

Rendendosi conto che dalla sua arrendevolezza prendevano coraggio gli altri, ad un certo punto era stato costretto a reagire con forza, affrontando la gente. Vedendolo deciso la folla si era aperta e l’aveva  lasciato  passare.

Si era allontanato così seguito da loro, sconcertati per l’accoglienza riservata al maestro proprio nel suo paese.

 

“Non era lui, quel giorno!” ripetè sua madre, aggiustandosi il velo sulla testa, quasi a scuotere dalla mente quel brutto ricordo.

“Non è stata l’unica volta che ha avuto dei comportamenti strani, alle volte è sembrato spietato!” aggiunse Pietro “Come quando aveva invitato un giovane a venire con noi. Quello s’era dimostrato entusiasta.  Aveva solo chiesto gli fosse consentito prima di andare a seppellire suo padre. E Jeshù gli aveva detto di lasciare che i morti seppellissero i loro morti. Lasciando sconcertato il giovane e tutti noi. Ma adesso, ha superato ogni limite, non si sa veramente cosa pensare! Comunque”, aggiunse quasi a voler dimenticare con argomenti frivoli, il problema che li assillava, ”questa di dire che è nato a Nazareth per soprannominarlo Nazareno e confonderlo con il Nazireno è proprio il colmo. A parte che se fosse nato a Nazareth sarebbe un nazaretano e non un nazareno. Noi siamo testimoni che i suoi paesani lo volevano far precipitare dal dirupo, e il paese di Nazareth è in pianura e non c’è alcun dirupo attorno al paese.

“Va bene i comportamenti originali” commentò Tommaso. “Ma almeno si sapesse che intenzioni ha per il futuro!”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAP 16 – A BETELEMME.

 

Ma Jeshù cosa pensava di fare? Non lo sapeva neppure lui. Alla fine come aveva preannunciato ai suoi amici a Betania, si era veramente ritirato  in una grotta a Betlemme, per meditare e far ordine nei suoi pensieri, per ritrovare la strada, che non gli appariva più così chiara. Come se il trambusto di quei giorni avesse cancellato le tracce del sentiero che aveva preso a seguire.

Sui primi rilievi a ridosso del paese di Betlemme c’era uno squarcio, come se la montagna fosse franata, o fosse stata tagliata per cavarne del materiale.  La zona di frana da lontano sembrava inaccessibile invece era tagliata da una faglia che realizzava una  balza, sulla quale si sviluppava  una sorta di sentiero che la saliva traversalmente. Quasi al centro della frana, la balza si allargava a realizzare un piccolo spiazzo nel quale si apriva una caverna. L’aveva scoperta l’anno prima Giovanni che era solito perlustrare i paraggi, mentre la loro comitiva  si fermava a riposare. Da lassù li aveva chiamati:

“Venite a vedere che cosa ho trovato?”

Erano saliti tutti a vedere, incuriositi dall’entusiasmo con il quale li aveva chiamati.

“Non era il caso di farci salire per vedere una grotta, “aveva brontolato Pietro. Jeshù era invece rimasto colpito dall’originalità della cavità che s’apriva non orizzontalmente rispetto alla montagna, ma piuttosto come un pozzo profondo. Ricordando la grotta nel deserto, aveva pensato che la frana riproduceva in certo modo l’ambiente desertico, e s’era sentito attratto verso il vuoto che si sarebbe potuto provare in fondo a quel antro.               

 “Il luogo ideale per creare quel vuoto attorno, di cui si ha necessità quando si vuole ricercare nella profondità del proprio animo, quando si vuole ritrovare il senso ultimo delle cose e della vita”, aveva commentato.

“Sarà!” aveva replicato perplesso Pietro, che ogni tanto si chiedeva in quale originale compagnia  fosse finito, tra un ragazzo che li faceva salire di corsa mezza montagna per vedere una grotta, e un maestro che invece di sgridarlo, faceva filosofia sulla bellezza di una caverna”.

 

Quando l’ebbe di nuovo davanti, la grotta,  come un puntino nero sulla parete bianca della frana, contro i bagliori rossastri del tramonto, Jeshù ne sentì ancor più forte la suggestione. La raggiunse con passo veloce. L’imboccatura era stretta e la parete scendeva come una gradinata, per finire in una sorta di stanza circolare. Da laggiù si vedeva soltanto un piccolo triangolo di cielo attraversato da filamenti di nubi. Pareva l’immagine della sua mente attraversata dal dubbio. Era sicuro che da solo, dentro alla terra, come se fosse ritornato nel grembo materno, avrebbe recuperato le certezze che gli si erano sviluppate nella mente  nel deserto, quelle certezze che gli erano venute meno, nel confronto con gli avvenimenti degli ultimi giorni.

Pensando di poter star solo, non aveva fatto i conti con la curiosità dei pastori. Sulle falde della montagna si muovevano piccoli greggi di pecore, condotti da giovani pastori che passavano la notte in piccole casupole che sembravano montagnole di sassi. Quando il primo venuto a curiosare nella grotta, riferì che c’era un uomo, tutti gli altri avevano voluto venire a verificare. Che ci faceva un uomo in una grotta?

“Pensava!”. Questa era stata la risposta di Jeshù.

“A che cosa?”

“Al senso della vita”. I pastori sono abituati a ragionamenti semplici, nei quali due più due fa sempre quattro. A ragionamenti su come organizzare il domani, su come mettere assieme il pranzo e la cena per sé e per i figli, su come d’estate prepararsi all’inverno, e d’inverno all’estate. Che ci fosse qualcuno che andava così oltre da porsi addirittura il problema del senso della vita a loro pareva pura follia. Così d’acchito l’avevano preso per un povero un pazzo che aveva scelto di isolarsi dal mondo, come dovevano fare anche i lebbrosi. Ma poi tornando più volte a fargli visita, la sera all’imbrunire, dopo aver raccolto le pecore nei recinti attorno alle loro casupole, si convinsero che era un saggio. E la conferma l’ebbero un giorno che a cercare l’uomo della grotta, erano arrivati tre persone riccamente vestite.

 

Si chiamavano Gapare Melchiorre e Baldassarre, il primo veniva dalla Cina ed era un seguace di Confucio, il secondo dall’India e si dichiarava un buddista, il terzo veniva dalla Siria ed era un seguace di Zaratustra. S’erano trovati assieme in Siria per confrontare le rispettive religioni e vedere se c’era un punto d’incontro, se le religioni potevano essere considerate modi diversi di interpretare il rapporto con la divinità. Avevano sentito che in Palestina c’era un profeta che aveva sviluppato l’idea che l’uomo fosse  figlio di Dio. E l’idea era parsa loro talmente nuova e rivoluzionaria che avevano deciso di mettersi in cammino per incontrare il profeta. A Gerusalemme avevano saputo che se stavano cercando il Jeshù che si faceva chiamare il Figlio del Padre, per poco non erano arrivati troppo in ritardo. Era stato sul punto di finire crocefisso per ordine del procuratore romano  Pilato. Ed ora, a quanto si sentiva dire, s’era ritirato a meditare nella vicina Betlemme.

Avevano preso  alloggio la sera stessa nel paese che era stato loro indicato, e la mattina dopo, sul far dell’alba, erano già alla grotta.

S’aspettavano di trovare un vecchio saggio e invece trovarono un giovane di circa trent’anni, s’aspettavano uno studioso, e incontrarono un giovane che confessò subito di non essere una persona colta.

 “Prima di pormi il problema del senso della vita, facevo il falegname nella bottega di mio padre. E non ho avuto modo di frequentare scuole regolari, di fare studi. Con i maestri del tempio non ho resistito più di un anno e lo stesso tempo  mi sono intrattenuto con gli Esseni. Ma voi che cosa avete saputo, perchè siete qui?”

“Abbiamo saputo da certi mercanti, cosa stavi predicando”, rispose Baldassarre, lasciando trasparire nel tono della voce la disillusione, e siamo voluti venire per sentire su quali presupposti sei  potuto arrivare alla conclusione che l’uomo è figlio di Dio.

“Non ci sono presupposti. Non è un ragionamento. E’ stata un’illuminazione”, disse Jeshù.

“Come un’illuminazione?”, lo interruppe subito Melchiorre, interessato a quella parola, “anche Buddha il maestro a cui mi ispiro, è partito  da una illuminazione, per ritrovare il percorso che è divenuto la nostra religione”.

“Non riuscivo più a vivere senza darmi una risposta sul senso della vita, ed allora su suggerimento di mio cugino Giovanni, anche lui predicatore, mi sono ritirato a meditare nel deserto. E là un giorno, in una grotta come questa, ho avuto l’intuizione che il senso poteva venire all’uomo dal riconoscersi figlio di Dio”

   “Raccontaci” aveva chiesto Gaspare.

  Jeshù prese allora a raccontare di quando nel deserto aveva avuto per la prima volta la precisa intuizione sulla sua missione e su ciò che avrebbe dovuto predicare.

 

  Seguendo le indicazioni che gli aveva dato il cugino Giovanni, lasciato il Mar Morto, aveva preso per la pista carovaniera che attraversa il deserto in direzione della Siria. Dopo ore di deserto senza alcuna vegetazione, con un paesaggio mosso solo dall’alternarsi delle dune, era arrivato in  una piana, circondata da un rincorrersi ineguale di rilevi  di sabbia dalle forme smussate e rotondeggianti. In mezzo c’erano alcune grandi pietre, disposte in cerchio. Casualmente, non c’era dubbio, eppure sembrava impossibile fossero finite a disporsi così ordinatamente, per un capriccio del caso, e non secondo il disegno e la volontà di qualcuno.

  In mezzo, come se quella barriera facendo da frangivento avesse realizzato un sito se non adatto, almeno non incompatibile con la vegetazione,  fra i sassi era riuscito ad attecchire un boschetto di arbusti spinosi. Bianchi i rami come era bianca la sabbia che li sferzava portata dal vento, appena un po’ meno bianche le piccole foglie che timidamente cercavano di opporsi con il loro pallido verde al grigiore dell’ambiente desertico.

  In quel posto, secondo le indicazioni, avrebbe dovuto girare a sinistra e inoltrarsi tra le dune, prendendo a nord. Avendo a riferimento soltanto il sole, come una barca in mezzo alle onde, avrebbe dovuto sapersi mantenere sulla rotta del nord. Non era facile. Eppure era sicuro che non avrebbe sbagliato, che avrebbe saputo seguire i suggerimenti che gli aveva dato Giovanni. Era infatti come se il luogo verso il quale stava andando emettesse un segnale che il suo animo riusciva a raccogliere. E alla fine, guardando al sole e seguendo il suo richiamo interiore, giunse dove il deserto di sabbia lasciava il posto ad una pietraia in mezzo alla quale emergeva una sorta di montagnola di roccia viva.

  Ci sono sempre diversi punti vista dai quali interpretare in modi diversi la stessa cosa. Piuttosto che emergere dalla pietraia, la roccia poteva far pensare alla rovescia, ad una montagna che si stesse sfaldando, sbriciolandosi nella distesa di pietre che la circondava. Ma di quale processo geologico fosse il risultato il paesaggio che gli stava davanti, non era cosa che gli doveva importare, avrebbe dovuto passare tra la pietraia e raggiungere la parete rocciosa. In mezzo alle pietre, proprio ai piedi della roccia, c’era un piccolo albero, con la corteccia bianca e rinsecchita, attorniato da un gruppo di cespugli spinosi. Vicino all’albero, c’era una fossa profonda circa due metri, con le pareti non molto ripide, e in fondo, come gli era stato indicato, c’era la sorgente.

  Quando si dice sorgente, si pensa all’acqua che sgorga, lì invece, misteriosamente, su un grosso sasso in fondo alla buca, c’era dell’umido che a tratti dava luogo ad una piccola goccia che scivolava cadendo dal bordo del sasso, per perdersi nel terreno. Cercò un sasso che fosse un po’ concavo, e lo pose a raccogliere le gocce, che sarebbero state il suo unico nutrimento nei giorni a seguire.

  A guardarla da lì la montagna di roccia, con le pareti erte e lisce, sembrava inaccessibile. Sulla sinistra, come gli era stato anticipato, trovò un passaggio dal quale si snodava una sorta di sentiero intagliato nella pietra, che consentiva di arrampicarsi abbastanza agevolmente. A tratti camminando, a tratti  carponi, aiutandosi anche con le mani, raggiunse infine la meta di quel suo viaggio nel deserto.

  Verso est, quasi in cima alla rupe s’apriva d’un tratto una grotta. L’imboccatura non era grande, dovette piegarsi per entrare, ma dentro era molto spaziosa, grande quasi come la stanza della sua casa a Gamala. In un angolo s’era raccolta della sabbia fine, a formare una specie di giaciglio, e accanto c’era una ciotola rudimentale. Chi l’aveva preceduto aveva pazientemente scavato e levigato un sasso fino a farne un recipiente, certamente pensato per raccogliere le gocce che si formavano nella fossa tra i cespugli.

  Giovanni gli aveva assicurato che l’avrebbe trovata libera, ma non gli aveva voluto dire chi c’era stato prima di lui, e cosa ne era stato del suo predecessore. Chi aveva scoperto quella grotta sulla rupe in mezzo al deserto? Da quando veniva abitata da persone che come lui si ritiravano nel deserto, per ritrovare la propria  strada, in quel luogo senza strade, per riuscire a sentire se stessi nell’aspra solitudine del deserto?

  Nel disegno che aveva voluto il formarsi dell’universo, nel disegno delle terre e degli oceani, delle montagne e delle pianure, dei boschi e dei deserti, era entrato anche il particolare di quella grotta e di quella goccia d’acqua che avrebbe consentito di sopravvivere a chi avesse voluto utilizzare la grotta.

  Paradossalmente, proprio quando  solo nell’immensità vuota del deserto ci si sente  piccoli e insignificanti, meno di una formica, nello stesso tempo si scopre d’essere parte d’un disegno che dalla notte dei secoli ha predisposto tutto per l’incontro tra la grotta e l’individuo, tra la goccia e la sete di conoscenza dell’uomo!...

  Pensava a questo, mentre guardava spegnersi il giorno nei bagliori di fuoco che pareva incendiare il deserto sulla linea dell’orizzonte. Seduto su un sasso, accanto all’imboccatura della grotta, cercava di raccogliersi per pensare. Era venuto infatti in quel luogo arido e inospitale soltanto per pensare. Avrebbe digiunato e pensato.

  Se c’è un disegno per il quale nascono spontanei i gigli nel campo e sono più belli del tempio di Salomone, quale può essere il disegno? E perchè nella mente dell’uomo come la gramigna nel campo sorge il pensiero, trascinandosi dietro  il dubbio, l’incertezza, la sofferenza dell’ignoto. Perchè nell’uomo, la coscienza di esistere si forma ad un tempo come  sentimento del proprio essere, e come angosciosa percezione della propria finitudine? Perché ad un tempo nel silenzio vuoto del deserto si percepisce il senso della propria unicità assoluta, e della propria pochezza, come granello di polvere spazzato dal vento?  Perchè il senso della propria finitezza e il desiderio della propria immortalità nell’eternità? Perchè questo sentirsi ad un tempo nulla ed assoluto?

  E la risposta gli sorse dentro, come la goccia che formandosi dall’umidità del sasso, pareva nata dal sasso. La risposta sorse dentro ma forse veniva,  portata dalla brezza della sera che lo avvolgeva nel vuoto della distesa di sabbia, forse veniva dai bagliori del tramonto, nello scontrarsi di cielo e terra sulla linea dell’orizzonte.

  “Perchè sono figlio di Dio,” si disse.

  Sono figlio di Dio, gridò, e il suo grido si perse nell’aria grigia della sera, nell’alito del deserto che s’addensava nella frescura del tramonto.

  Era come se un lampo avesse squarciato le nubi della sua conoscenza, come se una luce accecante avesse illuminato la notte del dubbio, la notte dell’incertezza. Ora sapeva! Avrebbe passato i suoi giorni a capire che cosa comportasse praticamente l’intuizione che aveva avuto di essere figlio di Dio.

  Quaranta giorni rimase nel deserto. Trovò e si diede tante risposte, e alla fine gli parve d’aver trovato anche la risposta madre di tutte le risposte: il senso della vita sta nel fatto che io, uomo, sono figlio dell’Esistenza, un momento del divenire dell’Essere, naturalmente destinato a rientrare nell’esistenza eterna, a ricongiungermi con l’Essere appena si conclude il divenire del mio corpo.

  Ma non fu facile e senza ostacoli la ricerca. Una sera, ancora i primi giorni, quando i morsi della fame gli squarciavano lo stomaco come colpi di pugnale, sognò che tutte quelle pietre che erano sparpagliate ai piedi della roccia s’erano trasformate in pane. Tutto era pane intorno e gli sciacalli ululavano lontano nella notte alla ricerca di cibo. Una voce dal deserto modulata sull’ululato degli sciacalli ripeteva: “Ecco cosa significa essere figli di Dio, a differenza degli animali, l’uomo figlio di Dio non avrà bisogno di procurarsi il cibo”.

  Di chi era quella voce? Perchè lo voleva ingannare? No! Se anche un giorno il figlio dell’uomo avesse trovato il modo di vivere senza procurarsi il cibo, non per questo si sarebbe potuto considerare figlio di Dio. Il rapporto con Dio Padre non riguarda un rapporto che si realizza per mezzo del corpo, è un rapporto che si realizza anche attraverso il corpo, ma va oltre il corpo, per realizzarsi completamente in una dimensione senza il corpo.

  Se l’uomo vivesse di solo pane, al di là di come se lo procura, nulla lo differenzierebbe dagli sciacalli in cerca di carogne per sopravvivere. No! C’è qualcosa nell’uomo che vive sulla parola che esce dalla bocca di Dio, in un rapporto quindi diretto e immediato con Dio.

  “In questo rapporto, io, come ogni uomo,” si ripeteva, “sono figlio di Dio”.

  Successivamente, per alcune notti di seguito, s’era trovato in sogno sul più alto pinnacolo del tempio di Gerusalemme. Quel pinnacolo così alto che aveva suscitato il suo stupore e la sua meraviglia quando, a dodici anni, era stato ospite per un anno del tempio.

  Sotto, nelle strade, si muoveva un fiume di folla come nelle giornate della Pasqua. E tutta quella gente, come in un coro gli diceva: “Buttati, perchè se sei veramente figlio di Dio, tuo padre, verrà a salvarti e non ti lascerà sfracellare al suolo”.

  E in effetti avrebbe avuto voglia di buttarsi veramente, non certo per verificare se veramente gli angeli di Dio sarebbero venuti in suo soccorso, rallentando la sua caduta, quanto proprio per finirla, per porre termine all’incertezza, per porre fine all’angoscia della ricerca. Porre fine all’esistere, per porre fine al tarlo che lo rodeva, sul perchè dell’esistere. Ma poi si riprendeva. No! L’Esistere è un dono che non si verifica sfidando con la fisicità del corpo le leggi fisiche. L’esistere dei figli di Dio si verifica assecondando l’esistenza nel corpo, per poter vivere poi in modo assoluto l’esistenza senza il corpo.

  Una notte anche l’incubo sul pinnacolo del tempio finì, ed un altro sogno venne ad occupare la sua mente. Si trovava su una montagna altissima, la cima più alta del mondo, e da lassù vedeva tutti i regni della terra: quello di Israele, della Siria e dell’Egitto, quelli lontani dell’India e della Cina, il grande impero romano, fino all’ultima Tule. Sedeva spossato sulla vetta, come se avesse salito a piedi quella montagna altissima. Era solo. Così credeva, ma poi comparve una cornacchia. Si incontrano spesso sulle cime delle montagna. Ma nel sonno l’uccello, gracchiando, prese ad emettere dei suoni comprensibili.

  “Se tu fossi figlio di Dio”, diceva, “sarebbe tua la terra, avresti potere su tutti i regni del mondo”.

  “Che stupida cornacchia!” rispondeva lui. “I figli di Dio non cercano il potere sui corpi, perchè la loro vita nei corpi è come la luce dell’aurora che s’arrossa un momento, per potersi poi sciogliere nello splendore della luce del giorno”.

  “No, il mio regno di figlio di Dio, non è di questo mondo” si ripeteva.

  Giovanni lo aveva preavvertito che nel deserto avrebbe dovuto combattere con il diavolo. Invece nel deserto, ormai ne era convinto, aveva trovato il suo Dio. Suo, non perchè fosse diverso da quello degli altri, ma suo per il rapporto immediato, da figlio con il Padre, che sentiva di provare.

  Non il Dio di Israele che aveva cercato invano nel tempio, o condividendo da ragazzo l’idea del cugino Jeshù  di Giuda, il Dio che si sarebbe prestato ad aiutarli nel tentativo di liberare il popolo di Israele dalla dominazione dei romani. Non il Dio che avrebbe dovuto rivelarsi  tra le mille regole e i riti precisi definiti a Qumram dal Maestro di Giustizia. Neppure il Dio che, come diceva Giovanni, attraverso il battesimo sarebbe sceso dal cielo per entrare nel cuore di ogni uomo.

  Il Dio invece che è già dentro il cuore di ogni uomo, e che ogni uomo deve imparare a conoscere scoprendosi e riconoscendosi come figlio.

  E il diavolo che aveva previsto Giovanni? Veramente non l’aveva incontrato? O invece era stato proprio il diavolo a parlargli nei sogni con la voce della folla, della cornacchia e dello sciacallo?

  No. Scoprendosi figlio di Dio, aveva implicitamente scoperto che non esiste e non può esistere il diavolo. Può esistere infatti soltanto Dio, l’Assoluto e il suo Divenire nell’Universo.  Il Dio dell’Universo però è un Dio della ragione, che esiste per l’uomo solo come fatto intellettuale.

  L’uomo deve ricercare il suo Dio, quello che esiste soltanto per lui. C’è un Dio infatti del quale ogni uomo è figlio unigenito, che esiste soltanto in quanto l’uomo lo conosce, e si pone in rapporto d’amore con lui.

  Ma come nel rapporto d’amore con il Dio Padre, l’uomo, malgrado i limiti del corpo, può riuscire a sentire Dio, fino a sentirsi posseduto da Dio, così il figlio dell’Uomo se si lascia coinvolgere e travolgere dai sentimenti che lo legano alle cose del mondo, allora può riuscire a sentire il contrario di Dio, che si può identificare con il demonio, fino a sentirsi posseduto da lui.

  Come l’amore può far sentire Dio al punto di sentirsi presi da Dio, così l’odio e l’invidia possono farci sentire il contrario di Dio al punto di sentirci presi da lui come capita agli indemoniati.

 

  I magi l’avevano ascoltato in silenzio senza mai interromperlo. Alla fine  Gaspare che aveva provocato il racconto per ringraziarlo, aveva voluto aggiungere un suo commento:

  “Mia piace, aveva detto, soprattutto l’idea del  Dio che è già dentro il cuore di ogni uomo, e che ogni uomo deve imparare a conoscere scoprendosi e riconoscendosi come figlio. Come disse il nostro maestro Sandilya, questo mio sé situato nel cuore è più piccolo di un granello di riso o di orzo, o di sesamo, o di miglio, o del nucleo di un grano di miglio. Questo mio sé, situato nel cuore è più grande della terra, più grande dell’atmosfera, più grande del cielo più grande di tutti i mondi. Ciò che contiene tutte le opere, tutti i desideri, tutti gli odori, tutti i gusti, ciò che abbraccia tutto questo mondo, silenzioso, indifferente, è questo mio sé situato nel cuore. Esso e Dio. In esso entrerò lasciando questa terra”.

  “Ma cosa intendi per figlio di Dio?”, intervenne allora anche Melchiorre. Il mio maestro Confucio ha lottato tutta la vita per combattere l’idea mitologica della divinità. In questi termini tu puoi aprire la strada a una nuova mitologia”.

“No, nel modo più assoluto.” Ribattè Jeshù.  Figlio è il termine per definire un rapporto. L’uomo è figlio di Dio come il raggio di luce è figlio del sole. Ma voi invece, in che cosa credete, se siete venuti fin qui da tanto lontano,  che cosa cercate?”

“Anche noi, in un certo modo, siamo alla ricerca del senso della vita” rispose per tutti Baldassarre. “Anche Zarathustra, il maestro al quale mi richiamo, ci ha insegnato che l’uomo può vincere il male per raggiungere il bene e conquistare la felicità. Nella tua  intuizione  mi pareva di capire che il concetto del mio maestro, fosse in qualche modo sviluppato e approfondito”

“Anche Buddha, il mio maestro, ebbe una intuizione analoga. Ma a lui fu rivelato che l’uomo aveva la possibilità di successive reincarnazioni prima di giungere a conquistarsi la serenità eterna del nirvana”.

“Nella Cina, da dove provengo, la religione si fa risalire a Confucio ed è purtroppo ridotta spesso ad un vuoto formalismo e ad una sterile ritualità. Ma tra le righe dei testi che tramandano l’insegnamento del maestro, io credo d’aver trovato l’intuizione del Dio Signore dei cieli che vive in ogni uomo, tenuto a vivere al meglio delle proprie possibilità, per diventare esso stesso signore dei cieli”

“Anch’io, concluse Jeshù ho insegnato ai miei discepoli a pregare il Padre nostro che è nei cieli. Ma nei cieli dobbiamo porre l’aspirazione dell’uomo che vive nel tempo, per guadagnarsi la propria dimensione nell’eternità. Dio è nel cielo a dire che è l’Infinito, ma è anche nel finito di ogni uomo, a indicare la possibilità per l’uomo di raggiungere il cielo. L’Infinito è allo stesso tempo esterno, diverso rispetto al finito, come il vuoto è diverso rispetto alla materia, ma in quanto infinito non può non comprendere anche il finito. La materia, il finito, è fatta di vuoto (infinito), e pieno (finito), di atomi e dell’energia che li tiene assieme. L’Infinito è causa dell’esistere delle cose, negli esseri viventi è causa del vivere, nell’uomo è coscienza dell’esistere, presenza come spirito cioè coscienza di sé. L’uomo ritrova il senso del proprio esistere, quando riconquista il senso della propria unicità, riconoscendosi allo stesso tempo finito ed infinito, figlio appunto dell’Infinito”.

Ma non ci può essere unicità nell’uomo” intervenne Baldassarre “secondo il mio maestro Zaratustra il mondo è caratterizzato dal dualismo tra bene e male. Il mondo é diviso tra coppie di antagonisti: vero e falso, buono e cattivo, giorno e notte”.

“Anche per la religione ebraica nella quale sono nato” replicò Jeshù, “la storia dell’umanità inizia con gli uomini che mangiano del frutto della conoscenza del bene e del male. Senza quella conoscenza, prima c’era il paradiso terrestre. Dopo aver mangiato di quel frutto i primi uomini sentirono i minacciosi  passi di Dio e furono condannati a morire. Ma non fu la conoscenza del bene e del male, a determinare la infelicità degli uomini e la loro condanna. Fu l’idea della dualità, la rottura dell’unicità. Non sento Dio come una minaccia fuori di me, se considero che io sono in Dio e Dio è in me, non sento la morte come una minaccia se considero che la stessa coscienza che ho di me con il corpo, l’avrò anche quando il corpo sarà morto”.

Con Gaspare aveva dovuto soffermarsi più volte sul senso del pregare. Troppo spesso gli uomini in tutte le religioni pensano che il pregare equivalga al chiedere, al supplicare la divinità. Ma Dio sa già tutto, non ha bisogno delle nostre richieste per sapere quali sono le nostre necessità.

Spiegò loro la preghiera che aveva insegnato ai suoi discepoli, rivolta al Padre mio e Padre nostro. L’aveva dovuta presentare in modo da renderla comprensibile a dei poveri pescatori, ma a loro, ai tre saggi la presentò nella formulazione autentica:

Essere principio del mio divenire,

che esisti nella dimensione dell’essere.

Sia riconosciuta la tua esistenza.

Si affermi la concezione del mondo che ne deriva,

nella dimensione dell’essere e del divenire.

Dacci di vivere già oggi la dimensione dell’essere

Felici di sentirci liberi quanto noi rendiamo liberi gli altri,

senza essere condizionati dalle illusioni del divenire,

liberi dalla sua schiavitù.

Il senso era chiaro, ma la preghiera chiariva anche il senso del pregare, inteso come meditazione sul proprio esistere in rapporto con l’Infinito, sul proprio divenire in rapporto con l’eternità.

 

 

 

 

 

 

CAP. 17 – I PASTORI

 

I tre magi, così li aveva soprannominati  la gente, si fermarono a Betlemme per alcuni mesi. Magi si chiamano i sacerdoti in Persia e quei tre saggi avevano detto che venivano appunto dalla Persia, anche se in verità due di loro venivano da ben più lontano, uno dall’India e l’altro dalla Cina. La gente è portata a semplificare e sono finiti per passare tutti e tre per sacerdoti persiani.

La considerazione in cui tenevano Jeshù fece crescere anche nella gente di  Betlemme la considerazione per quello strano concittadino che aveva trovato alloggio in una grotta, come se non ci fosse posto per lui in paese. Quando se ne andarono i magi, ripresero a frequentarlo i pastori. Avevano preso l’abitudine di raggiungere la grotta ogni pomeriggio. Quando le greggi si raccoglievano sotto i grandi ulivi per riposarsi e ripararsi dalla calura, loro approfittavano per far visita all’uomo della grotta.

Jeshù che aveva avuto modo di confermare le sue convinzioni confrontandosi con i saggi venuti dall’oriente, ora verificava con i pastori la possibilità che il suo messaggio aveva di far presa anche su degli animi semplici, senza alcuna preparazione culturale. Per suscitare la loro attenzione e farsi capire meglio parlava loro in parabole.

“C’era una volta un pastore come voi,” diceva, “che aveva un gregge. Cento pecore aveva, ma una sera, contandole, mentre entravano nello stallo, s’accorse che ne mancava una. Cosa avreste fatto voi? Non avreste lasciato le altre novantanove sui monti per andare a cercare quella pecora che si è perduta? E così fece anche il nostro pastore, e quando l’ebbe trovata, era più contento per questa pecora, che non per le altre novantanove”.

“Per forza, commentò il più giovane dei pastori; con lo spavento che s’era preso d’aver perso una pecora”.

“Non è così che dovete capire le mia parabole”, lo richiamò Jeshù. Io vi parlo di pecore, ma evidentemente mi riferisco ad uomini. L’uomo che s’è perso avrebbe dovuto provocare l’ira del pastore. L’avrebbe potuto richiamare perchè era stato così sbadato da perdersi, e invece, come vi ho detto era più contento per questa pecora che per le altre novantanove. E’ come se questa avesse suscitato in lui delle simpatie, per il fatto di aver abbandonato il gregge. Con questa parabola infatti volevo spiegarvi che è apprezzabile chi sa abbandonare il gregge per vivere una esperienza individuale. E’ necessario avere il coraggio delle proprie azioni. Avere il coraggio d’essere persone autonome, e non individui del gregge”.

Era un ragionamento troppo difficile per quei pastori, oppure aveva sbagliato la parabola. La pecora che s’è allontanata va presa a bastonate commentavano infatti tra loro, perché il ricordo delle bastonate le impedisca di allontanarsi un’altra volta. Sarà stato anche un saggio l’uomo della caverna, ma si capiva bene che di pecore non s’intendeva!...

Jeshù allora riprese la spiegazione proponendo un’altra parabola: “C’era una volta un signore che aveva due figli. Uno dei due un giorno gli chiese la sua parte di eredità, se ne andò per il mondo dissipando tutto quello che il padre gli aveva dato. Ridotto in miseria, pensò bene di ritornare dal padre, e questi, invece di rimproverarlo, lo festeggiò”

“Immaginarsi come ci rimase l’altro fratello che era stato a casa a lavorare tutto quel tempo!” commentarono subito i pastori…

“Ma va premiato chi rischia, chi cerca il nuovo, chi si inventa la vita, non chi la accetta e la subisce come gli si presenta”.

Da uno che ha tanta voglia di diversità, da finire a meditare in una grotta, non ci si può aspettare di meglio, brontolavano i pastori scendendo la sera al piano. Ma poi il giorno dopo ritornavano, presi dal fascino di discorsi così nuovi, che pure non riuscivano a capire ed a condividere.

Un giorno erano finiti a bisticciare tra loro dividendosi tra quelli che comunque volevano dare ragione a quello strano predicatore, e quelli che sostenevano che alle volte dava i numeri. Aveva infatti raccontato la parabola d’un tale che aveva una vigna e che vi aveva chiamato degli operai a lavorare. Alcuni li chiamò al mattino, altri a mezzogiorno e altri al pomeriggio. Quando fu sera li voleva pagare tutti allo stesso modo, e pretendeva anche che non si arrabbiassero, dicendo che comunque aveva dato a tutti ciò che aveva pattuito.

“Si però non è giusto che chi ha lavorato una ora percepisca lo stesso salario di chi ne ha lavorate dieci”.

“Io pago l’impegno profuso che è stato lo stesso per tutti, e non il risultato in termini di lavoro eseguito” rispondeva il vignaiolo della parabola, con una argomentazione che per alcuni non faceva una grinza, per altri era soltanto un paradosso”.

“Evidentemente ha un modo di ragionare tutto suo!” commentavano i pastori. Ma sapeva parlare bene, soprattutto quando parlava loro di  Dio.

Il regno di Dio, diceva, è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose. Quando ha trovato una perla di grande valore, egli va, vende tutto quello che ha, e compera quella perla.

E ancora: il regno di Dio è simile a una rete gettata nel mare, la quale ha raccolto pesci di ogni genere. Quando è piena i pescatori la tirano a riva, si siedono e mettono nei cesti i pesci buoni; i pesci cattivi invece li buttano via. Così sarà alla fine del mondo: verranno gli angeli e separeranno i malvagi dai buoni, per gettarli nel grande forno di fuoco. Là essi piangeranno come disperati.

Il regno dei cieli è come un regno nel quale il re decise di controllare i servi che avevano amministrato i suoi beni. Stava facendo i suoi conti, quando gli portarono un servitore che doveva pagargli un enorme somma di denaro.

Ma costui non poteva pagare, e per questo il re ordinò di venderlo come schiavo, e di vendere anche sua moglie, i suoi figli e ciò che possedeva, per fargli pagare il debito.

Allora il servitore si inginocchiò davanti al re e si mise a pregarlo: “Abbia pazienza con me e ti pagherò tutto!”.

Il re ebbe pietà di lui, cancellò il suo debito e lo lasciò andare.

Appena uscito, quel servitore incontrò un suo compagno che doveva pagargli una piccola somma di denaro. Lo prese per il collo e lo stringeva fino a soffocarlo mentre diceva: “Paga quel che mi devi!”.

L’altro cadde ai suoi piedi e si mise a supplicarlo: “Abbi pazienza con me e ti pagherò”. Ma costui non volle saperne, anzi lo fece mettere in prigione fino a quando non avesse pagato il suo debito.

Gli altri servitori videro questo cose e rimasero molto dispiaciuti. Andarono dal re e gli raccontarono tutto quello che era accaduto. Allora il re chiamò di nuovo quel servitore e gli disse: “Servo crudele! Io ti ho perdonato quel debito enorme perché tu mi hai supplicato. Dovevi anche tu aver pietà del suo compagno, così come io ho avuto pietà di te”.

Poi, pieno di collera lo fece mettere in prigione fino a quando non avesse pagato tutto il debito.

Il regno dei cieli è come un regno nel quale il re  preparò un grande banchetto per le nozze di suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati, ma quelli non volevano venire. Allora mandò altri servi con questo ordine: “Dite agli invitati: Ecco ho preparato il mio pranzo, i miei tori e gli animali ingrassati sono stati ammazzati e tutto è pronto. Venite alla festa! Ma gli invitati non si lasciarono convincere e andarono a curare i loro affari, alcuni nei campi, altri ai loro commerci. Altri ancora presero i servi del re e li maltrattarono e li uccisero.

Allora il re si sdegnò: mandò il suo esercito, fece morire quegli assassini e incendiò la loro città. Poi disse ai suoi servi: Il banchetto è pronto ma gli invitati non erano degni di venire. Perciò andate per le strade e invitate tutti quelli che trovate.

I servi uscirono nelle strade e radunarono tutti quelli che trovarono, buoni e cattivi, così la sala del banchetto fu piena.

Quando il re andò nella sala per vedere gli invitati, vide un tale che non era vestito con l’abito di nozze. Gli disse: “Amico come mai sei entrato qui senza avere l’abito di nozze?”. Quello non rispose nulla. Allora il re ordinò ai servitori: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori, nelle tenebre. Là piangerà come un disperato”. Molti infatti sono chiamati al regno di Dio, ma pochi vi sono ammessi.

A volte anche li stupiva raccontando fatti della sua vita. Di quella volta, ad esempio, che a Cafarnao, alcuni esattori si avvicinarono a Simone, il più anziano dei suoi discepoli e gli domandarono:

“Il vostro maestro, paga la tassa?”

“Si, la paga” rispose pronto Simone.

Quando poi furono in casa lui chiese al discepolo: “Dimmi il tuo parere su chi deve pagare le tasse ai re di questo mondo: gli estranei o i figli dei re?

“Gli estranei”.  Rispose Simone. Allora lui gli disse: “Dunque i figli non sono obbligati a pagare le tasse. Ma non dobbiamo dare scandalo, vai perciò in riva al lago, getta l’amo per pescare, e il primo pesce che abbocca tiralo fuori, aprigli la bocca e ci troverai una grossa moneta d’argento. Prendi allora la moneta e paga la tassa per me e per te”.

Oppure di quando a Cana, l’acqua era diventata vino.

Era stato invitato ad un matrimonio a Cana, un paese della Galilea, e vi era andato con i suoi discepoli. C’era anche sua madre. Ad un certo puntò mancò il vino. Allora sua madre gli disse: “Non hanno più vino!” “E che cosa vuoi che io faccia” gli aveva replicato lui. Ma lei aveva detto ai servi: “Fate tutto ciò che egli vi dirà”.

C’erano li sei recipienti di pietra di circa centro litri ciascuno. Servivano per i riti di purificazione. Lui disse ai servi: “Riempiteli di acqua”. Essi li riempirono fino all’orlo. Allora lui aggiunse: “Adesso prendetene un po’ e portatelo ad assaggiare al capotavola. Glielo portarono. Il capotavola assaggiò l’acqua che era diventata vino. Ma egli non sapeva da dove veniva quel vino. Lo sapevano solo i servi che avevano portato l’acqua. Quando lo ebbe assaggiato il capotavola chiamò lo sposo e gli disse: “Tutti servono prima il vino buono e poi, quando si è già bevuto molto, servono il vino meno buono. Tu invece hai conservato il vino buono fino a questo momento.

Non è che capissero sempre il significato di ciò che raccontava loro, soprattutto quando parlava per paradossi. Come si può pretendere che un invitato raccolto a casa per la strada indossi l’abito di nozze? Piaceva loro tuttavia l’idea che a tutti potesse capitare di trovarsi per strada e di essere invitati alle nozze del figlio del re. Li entusiasmava invece l’idea di Simone che apre la bocca al pesce e trova una moneta di argento oppure quella delle otri d’acqua che invece avevano vino.

“Ti immagini!” commentavano tra loro alla sera attorno al fuoco “una pecora che quando viene a leccarti il sale sulla mano ti sputa una moneta d’argento!”.   “Ti immagini che sbronze con tutto quel vino!” e si facevano delle grandi risate.

 

 

 

 

CAP. 18 – A DAMASCO.

 

I dodici discepoli non riuscendo a darsi una ragione della scomparsa di Jeshù senza nessun messaggio per loro, erano stati sul punto di tornare alle occupazioni che avevano prima di mettersi al seguito del Maestro. Ma poi, sicuri che prima o poi sarebbe tornato, avevano deciso di aspettarlo e nel frattempo di diffondere il suo messaggio come aveva insegnato loro in quegli anni.

Il giorno che avevano deciso di uscire dal cenacolo e mettersi a predicare a Gerusalemme, c’era stata una gran confusione. Si era distribuiti a parlare in diversi punti della città. Come al solito c’era gente di diverse provenienze, di popoli diversi con lingue diverse. Eppure tutti avevano la sensazione di riuscire a capire ciò che dicevano i discepoli. Non erano parole in aramaico per gli israeliti quelle che uscivano dalla loro bocca, ma parole di verità per tutti gli uomini.

Non parlavano infatti del Dio di Israele, ma del Dio che con il suo spirito  è in ognuno di noi. Per questo ognuno capiva il messaggio come fosse stato rivolto personalmente a lui, e tutti si chiedevano meravigliati. “Come mai li comprendiamo come se parlassero nella nostra lingua?”

Il nuovo messaggio si diffondeva come il fuoco nella sterpaglia secca. Cresceva ogni giorno di più il numero di quelli che chiedevano di essere battezzati nello spirito, secondo l’insegnamento di Jeshù.

 

Saulo alla ricerca del Bar Abba per conto di Pilato era rimasto colpito dalla originalità dell’uomo e del suo messaggio. Ma s’era anche reso conto della estrema  pericolosità per il giudaismo delle novità che aveva predicato e che ora, dopo la sua scomparsa, volevano diffondere i suoi seguaci.

Proprio perché aveva studiato più degli altri e credeva d’aver capito più degli altri, si era messo con violenza  contro i seguaci di Jeshù che ora si facevano chiamare gli apostoli del Cristo. Erano passati solo alcuni mesi dal rapporto che aveva fatto a Pilato, erano passati solo alcuni mesi e stava montando la leggenda d’un Messia che c’era stato, e che i suoi non avevano voluto o saputo riconoscere. Ma soprattutto si stava affermando l’idea che egli aveva predicato, d’una religione senza il tempio, senza sacrifici, senza ministri della religione.

 La minaccia per la religione ebraica era veramente grande. I sommi sacerdoti l’avevano intuita quando avevano chiesto a Pilato la condanna di quell’uomo. Ora comunque era indispensabile reprimere il movimento che si andava affermando e Saulo si distingueva per la passione e l’accanimento che metteva contro quelli che cominciavano a farsi chiamare cristiani.  Si era veramente scatenato contro i seguaci di Cristo: entrava nelle case, trascinava fuori uomini e donne e li faceva mettere in prigione.

Non pago di quella che faceva a Gerusalemme, saputo che la nuova dottrina si stava diffondendo anche in Asia minore, si era presentato al sommo sacerdote e gli aveva domandato una lettera di presentazione per le sinagoghe di Damasco. Intendeva arrestare, qualora ne avesse trovati, uomini e donne, seguaci della nuova fede, e condurli a Gerusalemme.

Ma Saulo sapeva anche che le persecuzioni rafforzano le credenze degli uomini. La storia del popolo ebraico ne costituiva una evidente conferma. Le credenze vanno demolite dall’interno, cercando di capire come si formano e demolendo il processo per cui si formano. Per farlo è tuttavia indispensabile capire quale sia il nodo centrale, su cui si regge un sistema di credenze. Se vuoi riportare il freddo in una casa, devi spegnere il fuoco che la riscalda! Mentre cercava di spegnere con la forza l’incendio, doveva allo stesso tempo capire quale fosse il fuoco da cui era partito l’incendio, che stava bruciando la religione del Dio di Abramo.

  Sui dodici che erano in giro a predicare aveva saputo che per la maggior parte erano pescatori analfabeti.  Probabilmente ripetevano quello che avevano appreso dal maestro, forse senza  neppure rendersi conto del perché aveva un così grande successo la loro predicazione.  Aveva avuto modo di rendersene conto anche a Cafarnao quando aveva incontrato Tommaso, che sembrava appunto parlasse per frasi imparate a memoria.

Fra di loro c’era tuttavia uno che non era pescatore, uno che era stato  esattore delle tasse ed era anche stato in rapporto di amicizia con suo padre. Seppe che anche costui stava predicando a Cafarnao, da dove anche lui avrebbe dovuto transitare per recarsi a Damasco.

  Decise quindi di incontrarlo. Lo trovò appunto che stava predicando nella sinagoga del paese. “Almeno questo il Sinedrio dovrà proibirlo!” pensò. “Non si può ammettere che nei luoghi destinati al culto di Javhè si predichi una nuova religione”. Lo pensò ma evidentemente non glielo disse.

  Matteo, questo era il nome del discepolo, figlio di Alceo, soprannominato anche Levi, quando lo vide entrare interruppe il suo discorso. La gente si voltò a guardarlo, presa dalla paura.

  “Vengo in pace” disse forte, cercando di tranquillizzare le persone che affollavano la sinagoga. Era vestito come può vestirsi un ricco mercante ed era anche armato, ce n’era abbastanza perché la gente diffidasse delle sue parole, ed infatti approfittando del fatto che lui avanzava nella navata centrale, per raggiungere “il luogo del libro”, dove si trovava Matteo, sgattaiolarono alla spicciolata sulle corsie laterali per uscire in fretta dalla porta  dalla quale egli era entrato.

  Quando finì di attraversare il corridoio centrale e salutò Zaccheo erano assolutamente soli.

  “Sono Saulo figlio di Zebedeo il mercante”, disse presentandosi. Matteo non si era dato alla fuga come gli altri, ma era rimasto irrigidito dalla sorpresa e dalla paura di fronte al nuovo arrivato. Non poteva immaginare perché fosse entrato. Ma certamente l’ingresso di quel giovane fariseo armato non poteva  portare che disgrazie. Al sentire il nome di Saulo sbiancò in volto, per la fama del più feroce  persecutore dei cristiani, che si associava a quel nome.”

  “Il figlio di Zebedeo!” esclamò a voce alta, per scaricarsi della tensione accumulata, mentre l’altro avanzava nella navata e i suoi ascoltatori si dileguavano. “L’ultima volta che ti ho visto eri poco più che un ragazzo,” aggiunse, cercando di portare il discorso sul piano dei ricordi personali.

  “Mi ricordo anch’io. Avevo accompagnato mio padre e parlavate di tasse”

  “Facevo l’esattore. Ma ora non più.”

  “Come mai?”

  “E’ una storia non facile da raccontare.”

  “Sono qui proprio per sentirla.”

  A queste parole Matteo si irrigidì di nuovo.

  Saulo intuì a che cosa stava pensando, e cercò subito di tranquillizzarlo:

  “Sono qui non come Saulo, ma come il figlio di Zebedeo per parlare con l’amico di mio padre, ed in nome di questa amicizia vorrei riuscire a capire perchè uno come te, che ha studiato, non un povero pescatore, facile da suggestionare, si sia lasciato irretire da uno che bestemmia facendosi chiamare, e pretendendo di  essere, figlio di Dio”.

  “Il perché non saprei spiegartelo neppure io. Alle volte succedono cose dentro a noi che sono nate fuori di noi. Per questo forse non riusciamo a darcene ragione. Se vuoi, se hai la pazienza di sentirmi posso spiegarti il come.”

  “Sono venuto fin qui proprio per questo.”

Matteo prese a raccontare di come un giorno mentre stava seduto dietro il banco dove si pagano le tasse, era stato disturbato dall’avvicinarsi di una folla che seguiva un predicatore. Stava già imprecando contro gli scansafatiche che fanno perdere tempo a chi vuole lavorare, quando si era travato davanti al banchetto il predicatore Jeshù. Questi lo guardò con due occhi che non sarebbe più riuscito a dimenticare e gli disse come fosse la cosa più naturale: “Vieni con me.” E lui, come fosse la cosa più ovvia, si era alzato, aveva abbandonato sulla strada soldi e banchetto, ed aveva iniziato a seguirlo.

  Lo stesso giorno gli aveva poi chiesto di ospitarlo a casa sua a mangiare. La casa si era riempita di gente: i suoi discepoli, ma anche molti suoi amici agenti delle tasse che avevano approfittato dell’occasione per osservare da vicino  il predicatore che era preceduto dalla fama di formidabile guaritore. C’era anche un gruppetto di farisei maestri della legge, che si permisero di criticare i discepoli di Jeshù perché mangiavano e bevevano con quelli delle tasse e con persone di cattiva reputazione.

Jeshù era allora intervenuto rimproverandoli e dicendo: “Quelli che stanno bene non hanno bisogno del medico, ne hanno invece bisogno i malati. Io non sono venuto a chiamare quelli che si credono giusti, ma quelli che si sentono peccatori, perché cambino vita.

  “Da quel giorno”, concluse, “mi sono messo a seguirlo, ad imparare le cose che diceva, ed ora che lui non c’è più, sono qui a ripeterle”.

  “Così, d’un tratto, hai lasciato tutto e l’hai seguito?” chiese Saulo perplesso, non riuscendo a spiegarsi un comportamento così assurdo.

  “Si, come ti ho detto non saprei spiegarti il perché. Ma l’ho fatto e sono contento d’averlo fatto”.

  Da come la raccontava Matteo sembrava tutto logico, ma invece era tutto senza senso. Saulo l’aveva ascoltato con interesse, ma non riusciva a darsi una spiegazione, se non pensando che l’altro fosse uscito di senno.

  “Come è possibile d’un colpo lasciare tutto, cambiare vita, mettersi a seguire un predicatore, mettersi a predicare?” chiese quasi a voler commentare il racconto.

  “Anch’io l’avrei ritenuto impossibile ma mi è capitato. Quando mi ha detto “seguimi”  è stato come se un fulmine mi avesse colpito per trasformarmi in una persona diversa.”

  “Ma allora è un mago, uno stregone!”

  “No, è soltanto una persona che riesce a farti vedere ogni cosa in una prospettiva nuova.”

  “Ma lui dove diceva d’aver imparato gli insegnamenti che vi trasmetteva, e soprattutto questa idea assurda d’essere figlio di Dio”.

  “Anche lui ha avuto quella che si potrebbe chiamare una illuminazione. E’ un racconto che ci ha ripetuto infine volte e che posso ripeterti a memoria come se fosse lui a parlarti.”

  L’uomo deve ricercare il suo Dio, quello che esiste soltanto per lui. C’è un Dio infatti del quale ogni uomo è figlio unigenito, che esiste soltanto in quanto l’uomo lo conosce e si pone in rapporto d’amore con lui.

  Ma come nel rapporto d’amore con il Dio Padre, l’uomo, malgrado i limiti del corpo, può riuscire a sentire Dio, fino a sentirsi posseduto da Dio, così il figlio dell’Uomo se si lascia coinvolgere e travolgere dai sentimenti che lo legano alle cose del mondo allora può riuscire a sentire il contrario di Dio, che si può identificare con il demonio, fino a sentirsi posseduto da lui.

  Come l’amore può far sentire Dio al punto di sentirsi presi da Dio, così l’odio e l’invidia possono farci sentire il contrario di Dio al punto di sentirci presi da lui come capita agli indemoniati.

  Chi non mangia e beve dell’infinito che è in sé  non avrà la vita eterna, perché si deve vivere di infinito per diventare infinito.

  Matteo aveva parlato come se stesse recitando un racconto imparato a memoria, un racconto che aveva sentito più e più volte ma che anche lui aveva ripetuto più e più volte nella sua predicazione dopo la scomparsa di Jeshù.

  Saulo era stato come travolto dal fiume del racconto, annaspava tra quelle parole cercando di uscirne come il nuotatore che ha bisogno di uscire dall’acqua per riprendere fiato. Non aveva capito nulla, non condivideva nulla, eppure quelle parole erano entrate in lui come la suggestione d’una musica, che non ha parole ma suscita emozioni e sentimenti.

  Senza aggiungere parola si limitò a ringraziare Matteo, chiedendogli se poteva disturbarlo ancora, nel caso ne avesse sentito il bisogno.

  “Certo!” gli rispose “il Maestro ci ha detto di seminare senza badare al raccolto. Anche da una roccia possono nascere dei fiori.”

 

Ripreso quindi il cammino, mentre stava avvicinandosi a Damasco, Saulo  all’improvviso aveva avuto l’impressione d’essere stato colpito da una sorta di fulmine a ciel sereno. Una luce dal cielo lo aveva  avvolto. Il cavallo si era imbizzarrito e l’aveva disarcionato. Cadendo a terra aveva perso i sensi. Riprendendosi dopo un poco, si era ritrovato con l’impressione d’aver vissuto un sogno, ma soprattutto con una idea nuova, che nasceva dal sogno stesso, ed alla quale non aveva mai pensato prima.

Nel sogno gli era parso di sentire una voce che  gli diceva:

“Saulo Saulo perchè mi perseguiti?

“Chi sei Signore?” rispondeva lui.

“Io sono Jeshù che tu perseguiti”

“Io non perseguito nessuno, voglio solo difendere la purezza della tradizione, così come tramandata dai miei padri”

“Ma ti sei veramente chiesto se quello che io ho insegnato, va contro Israele, o non dà invece una prospettiva nuova, alla religione ed alla missione di Israele nel mondo?”.

Non ci aveva in effetti pensato. Alle volte il nuovo appare in sé come un pericolo, preferiamo negarlo piuttosto che vedere se può costituire una positiva evoluzione di ciò che esiste, o di ciò che sappiamo.

Per tre giorni a Damasco dovette rimanere a letto, preoccupato soprattutto del fatto che nella caduta aveva perso la vista. I medici gli dicevano che l’avrebbe recuperata lentamente, ma nel buio nel quale si trovava, non era facile credere alle parole dei dottori. C’erano momenti nei quali disperava di poter rivedere mai la luce, nei quali si vedeva condannato a vivere da cieco, tutto il resto della sua vita.

Era la vendetta di quel Jeshù che gli aveva parlato nel sogno. Non aveva dubbi. E allora gli chiedeva perdono per quello che aveva fatto ai suoi seguaci, e prometteva che se fosse guarito, si sarebbe occupato soltanto del suo commercio di pelli, lasciando che ognuno credesse a ciò che riteneva più opportuno.

Ma nel sogno era stato anche rimproverato di combattere qualcosa che neppure conosceva. In effetti era così, come poteva avere la presunzione di aver capito veramente, in alcuni giorni in giro per la Palestina, e in un rapido colloquio con Matteo. Pensò allora che avrebbe potuto farsi perdonare e riavere la vista, cercando di capire più a fondo quale era stato il messaggio di Jeshù. Gli dissero che in città c’era  un filosofo greco di nome Anania, che si era convertito alla nuova religione. Non ci poteva essere maestro migliore!

Quando portarono ad Anania l’invito di Saulo, questi pensò evidentemente ad un tranello. Era come tutti preoccupato per l’arrivo di questo uomo accompagnato da una pessima fama. Tutti avevano sentito parlare di quanto male aveva fatto a Gerusalemme ai cristiani. Anche lui sapeva che aveva avuto l’autorizzazione dai sacerdoti ad arrestare tutti quelli che si riconoscevano nel nome di Jeshù. Andare da lui era come per l’agnello consegnarsi nella bocca del leone. Eppure il maestro aveva insegnato che, per la salvezza degli altri, si doveva mettere in gioco anche la propria vita, e che ogni uomo può diventare strumento d’un disegno realizzato da Dio. Fu comunque il proprietario della casa nella quale alloggiava Saulo, di nome Giuda, a farsi garante nei confronti di Anania, che non sarebbe stato arrestato, ed a convincerlo a farsi maestro di  Saulo.

I due restarono assieme a discutere fino a che Saulo recuperò la vista. Mentre di giorno in giorno i suoi occhi si riaprivano di nuovo alla visione del mondo, la sua mente, guidata da Anania, prese ad aprirsi alla nuova interpretazione del mondo, introdotta da Jeshù.

Quel chiamarsi figlio di Dio, che poteva sembrare una bestemmia che aveva scandalizzato anche i sommi sacerdoti, quando avevano avuto modo di interrogarlo, gli si rivelava, nelle parole di Anania, come l’intuizione che dà veramente senso alla vita di ogni uomo. Assieme ad Anania sviluppò anche l’idea che Jeshù potesse veramente essere il Messia che tutti i profeti avevano annunciato.

Tutti s’attendevano il Messia come la persona che avrebbe liberato Israele, ma la liberazione messianica portata da Jeshù, doveva essere intesa in un senso più profondo. Jeshù aveva proposto che il Dio di Israele diventasse il Dio di tutto il mondo, l’Assoluto e l’Infinito della filosofia greca. In questo modo, non attraverso un uomo, ma attraverso l’idea portata da un uomo, Israele si sarebbe liberato, ed avrebbe conquistato tutto il mondo.

“Mi hai convinto!” diceva Paolo. “Al punto che anch’io mi metterò a diffondere il nuovo messaggio. Ma una religione senza religione, non ha nessuna possibilità di diffusione.

“Forse hai ragione tu”, replicava Anania. “Ma chi ha fatto una scoperta non si preoccupa di come diffonderla. E’ tutto preso dalla scoperta in sé. Così è stato per Jeshù. Il compito di sistemare i suoi insegnamenti e di trovare il modo migliore per diffonderli, spetta ai suoi seguaci”

“Certo, ma non è semplice. Non credo che i poveri pescatori di cui Jeshù s’era attorniato, possano essere all’altezza di questo compito. Anche perché il problema è trovare la chiave che chiuda il portale dell’ebraismo e ne faccia la porta d’ingresso per i greci, per i romani e per tutto il mondo.

Sarebbe l’ideale che potesse tornare lo stesso Jeshù per organizzare direttamente la diffusione del suo vangelo”.

“Lo spero anch’io” aggiunse Anania. “Anche perché mi piacerebbe vederlo, mi piacerebbe per una volta sentire le sue parole non come mi sono state riferite, ma direttamente dalla suo bocca, con il suono della sua voce, che, come mi è stato riferito, sapeva incantare le folle.

 

Saulo stava ormai guarendo  ed ebbe un sogno che gli parve dare soluzione al problema.

Sognò il Mosè del capitolo terzo dei Numeri. Era la stessa scena che Jeshù aveva ricordato al Maestro Nicodemo. Ne aveva parlato assieme il giorno che gli aveva chiesto se sapeva qualcosa di Jeshù e Nicodemo gli aveva confessato di averlo voluto incontrare e di essere stato profondamente turbato dalle sue parole. Parlando di sé Jeshù gli aveva anche detto che avrebbe dovuto essere innalzato come il serpente di Mosè, e Nicodemo non era riuscito a darsi una spiegazione d’una affermazione così strana e sibillina.

Anche nel suo sogno, nel deserto gli israeliti morivano per il morso dei serpenti, e non c’era rimedio contro il veleno. Allora Mosè, ispirato da Dio fece costruire un serpente di bronzo e lo pose in alto su un bastone, e tutti quelli che chiedevano al serpente di essere salvati dal veleno dei serpenti, lo erano. Il serpente diventava mediatore tra Dio e l’uomo, credendo al potere di salvezza che Dio aveva posto nell’immagine del serpente, il popolo finiva per beneficiare di questo potere.

“Ecco Anania, la nuova religione deve essere impostata elevando Jeshù come il serpente sopra il bastone, mediatore tra Dio e gli uomini. Ci ha spiegato che siamo tutti figli di Dio, ma proprio perché l’ha detto lui, è il primo dei figli di Dio”. Anche a Nicodemo pareva d’aver capito che ogni uomo nel proprio percorso individuale di salvezza per la vita eterna, deve dare rilievo ed enfatizzare il suo essere spirito, per riconoscersi come tale,  partecipe della natura dello spirito eterno e quindi, in quanto tale, destinato alla vita eterna.

“Ma un percorso autonomo per ogni singolo uomo non è una religione,” commentava tra sé  Saulo. La religione ha bisogno di simboli in cui riconoscersi e riferimenti da poter pregare. Perché si tramandi il messaggio, è necessario costruire una religione che contestualizzi il messaggio.

E appunto nel suo sogno il serpente sul bastone si tramutava nell’immagine d’una persona crocefissa, ed era questa persona ad avere i poteri di intermediazione salvifica che nel racconto della Bibbia aveva il serpente. La religione del serpente di Mosè, diventava la religione della persona in croce.

“Anania” diceva Saulo, “il mio non è un sogno ma una nuova rivelazione che Dio mi ha fatto, io dedicherò la mia vita soltanto ad insegnare Cristo, e Cristo crocefisso”.

“Ma non è stato crocefisso”.

A Gerusalemme si è diffusa la voce che è stato crocefisso e che dopo tre giorni è risorto ed è apparso a diverse persone, come è apparso a me, mentre venivo qui a Damasco. Questa voce è diventata una convinzione per molti. Ebbene è quello che io predicherò.

“Ma prima vai almeno a Gerusalemme a confrontarti con quelli che l’hanno conosciuto”.

“L’ho conosciuto anch’io, perché Dio ha deciso di rivelarmi suo figlio perché lo facessi conoscer tra i pagani. Sento di essere stato chiamato ad un incarico al quale Dio, nella sua bontà, mi aveva destinato sin dalla mia nascita.

“Ma Jeshù non si è mai considerato figlio di Dio non si è mai proclamato il Messia. Ha sostenuto soltanto che siamo tutti figli di Dio.

“Certo ma per diffondere il messaggio è necessario innalzare il serpente. E’ necessario credere nel mediatore. Per mezzo di un uomo , dice la Bibbia è venuta la morte, per mezzo di un uomo è venuta la resurrezione. Senza la mediazione non c’è religione.

Io voglio insegnare  che Cristo è morto per i nostri peccati, come è scritto nella Bibbia, che fu sepolto ed è resuscitato, come è scritto nella Bibbia, che apparve a Pietro e quindi ai dodici”.

 

“Ma Jeshù ha solo parlato, ha diffuso l’idea d’un mondo di fratelli tutti figli di Dio. E’ questo che dobbiamo predicare, se ci sentiamo suoi discepoli.”

“Certamente. Ma perché il messaggio si regga è necessario un ordito che lo sostenga. Ora so che Dio mi ha rivelato questo ordito, sul quale intrecciare il messaggio perché si possa diffondere in tutto il mondo. Le parole dette, vanno trasferite su chi le ha dette, facendolo diventare un simbolo. Il simbolo che di solito è un mezzo per dire, diventa il detto”

Anania lo guardava perplesso, ma Saulo s’era lasciato prendere dalla sua idea, parlava come un invasato, come se qualcun altro parlasse attraverso la sua bocca.

“Non ti rendi conto,” continuava a dire “che abbiamo concepito la tragedia alla quale neppure i grandi Greci, come Sofocle o Euripide erano arrivati. Dio offeso per il peccato di Adamo, si riconcilia con l’uomo, dando all’uomo la possibilità di purificarsi, sacrificando il suo unico figlio. Medea uccide i figli per liberarsi d’ogni rapporto anche di condanna e di odio nei confronti del loro padre. Dio lascia che venga ucciso il suo figlio che s’è fatto uomo, per liberarsi d’ogni rapporto di condanna nei confronti dell’uomo, per poter riammettere l’uomo nel suo Regno.

Attraverso la morte del figlio di Dio, l’uomo finalmente può mangiare dell’albero della vita, ed ha la possibilità di riconquistarsi l’immortalità, che ha perso nell’Eden mangiando all’albero della conoscenza.

Non c’è allegoria migliore per rendere l’idea del messaggio di Jeshù, d’un uomo che riconoscendosi come figlio di Dio, si scopre destinato alla vita eterna.

Per Medea si può pensare che sacrifichi i figli pur di punire Giasone per il suo tradimento. Il motivo può apparire allora  normale e banale al punto che, invece di essere l’espressione massima d’un sentimento tragico, può apparire una reazione della follia. No! Qui tutto è più grande, d’una sublime tragicità. Dio Padre sacrifica il figlio (perchè non meno colpevole è il carnefice di chi avrebbe potuto fermare la mano del carnefice e non lo ha fatto!), per liberarsi del mondo e per liberare il mondo.

Il figlio di Dio che ha assunto le spoglie mortali del corpo d’un uomo, rappresenta emblematicamente il coinvolgimento di Dio nel mondo. Lo scultore si è innamorato dell’opera che ha saputo costruire con la creta. Il rapporto d’amore con la sua opera, lo rende schiavo di lei. Non è più libero nella sua creazione, condizionato dal vincolo che lo lega a quella opera. Per tornare ad essere libero, non ha che una strada: distruggere l’opera per liberarsene. Dio distrugge il suo rapporto con l’uomo carnale, per consentire all’uomo spirituale, di ricongiungersi a lui per l’eternità.

Ma se Dio si libera dell’uomo, allo stesso tempo l’uomo si libera di Dio. Dopo il suo peccato Adamo aveva sentito i passi di Dio, e Dio aveva poi continuato a interferire con il suo popolo. Con la morte del figlio, Dio è tornato nel suo regno. Ora si era costituita una netta distinzione tra il regno degli uomini, ove avrebbero comandato gli uomini rappresentanti di Dio, e il regno di Dio che l’uomo avrebbe incontrato dopo la sua morte”.

“Ma se Jeshù per tutti gli anni nei quali ha predicato, non ha fatto altro che parlare dell’importanza di riconoscerci figli di Dio...” lo interruppe infine Anania.”

“Ma poi il figlio di Dio è morto ed è risorto per tornare al Padre”.

“Ma che senso ha un Dio che muore?”

“Dio si sacrifica in ognuno di noi fino a far morire la propria infinità nella nostra limitatezza”.

“E sia. Ma questa però è una tua interpretazione!”

“Non sono interpretazioni ma rivelazioni che Dio ha voluto riservare a me. Ti ripeto se  si dovesse accettare l’idea che il sacro è dentro il cuore dell’uomo, che Dio è nel cuore d’ogni uomo, verrebbe meno ogni forma di religione. Non ci potrebbe essere una religione di Jeshù. E’ solo la sua morte che, riportandolo in cielo, ripropone la possibilità di una nuova religione. Per questo noi dobbiamo predicare Cristo crocefisso che è resuscitato dai morti. Non ci può essere vangelo senza religione. Se vogliamo predicare il vangelo, dobbiamo costruire il telaio della religione su cui può reggersi.

Sento che Dio ha affidato a me il messaggio del Vangelo”.

Di fronte ad un’affermazione così categorica e così spregiudicata per uno che non aveva neppure conosciuto Jeshù, Anania non sapeva che rispondere. Si consolava comunque pensando che anche quel uomo prima così nemico dei cristiani ed ora così convinto predicatore del nuovo Vangelo, non poteva che essere parte d’un disegno di Dio.

 

Guarito, Saulo rimase alcuni giorni a Damasco insieme ai discepoli di Jeshù e subito si mise a far conoscere Jeshù nelle sinagoghe dicendo apertamente “Egli è il figlio di Dio”. Quanti lo ascoltavano si meravigliavano e dicevano: “Ma non è quel tale che a Gerusalemme perseguitava quelli che invocavano il nome di Jeshù? Non è venuto qui proprio per arrestarli e portarli dai capi dei sacerdoti? Saulo diventava sempre più convincente quando dimostrava che Jeshù è il Messia e gli Ebrei di Damasco non sapevano che cosa rispondergli

Non si recò a Gerusalemme da coloro che erano stati apostoli prima di lui ma andò subito in Arabia. Poi tornò direttamente a Damasco. Solo tre anni dopo andò a Gerusalemme per conoscere Pietro e non vide nessuno degli altri apostoli ad eccezione di Giacomo il fratello del Signore[1] .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAP 19 – TRE ANNI DOPO.

 

Erano ormai passati tre anni dalla scomparsa di Jeshù. Saulo  era diventato ad ogni effetto uno dei suoi discepoli al punto che veniva soprannominato  il tredicesimo apostolo. Apostoli si facevano chiamare i dodici che l’avevano seguito più da vicino e che si sentivano incaricati della diffusione del suo messaggio. Con la stessa foga con la quale aveva combattuto la dottrina di Jeshù Bar Abba, ora si impegnava nella sua diffusione. Era stato un abile mercante, uno dei più bravi venditori di pelli di tutto l’impero romano, e sapeva che un prodotto per essere venduto,  non è sufficiente abbia una buona qualità, deve anche e soprattutto presentarsi bene.

Soprattutto se si fosse voluto aggredire il vasto mercato dell’impero romano, non era sufficiente puntare sui due temi chiave collegati d’una umanità di fratelli in quanto fatta da individui figli di Dio, era necessario, raccogliere i concetti in un prodotto che potesse incontrare il gusto d’un popolo abituato a vedere la religione come mitologia.

L’alone di mistero sulla fine di Jeshù, su questo suo sparire nel nulla, poteva andar bene, ma la gente aveva bisogno di immaginarlo da qualche parte. Le leggende che si diffondevano sia sulla sua vita che sulla sua morte potevano andare bene, ma il Cristo, il Salvatore non solo di Israele ma di tutta l’umanità,  non poteva essere soltanto un’idea, doveva trovare anche un riferimento preciso nell’immaginazione al quale potersi rivolgere, parlare, chiedere aiuto.

Non è facile soprattutto per un romano abituato a pensare agli dei antropomorfi che nell’olimpo vivono una vita da uomini, immaginare se stesso come figlio di Dio, è più facile, pensava Saulo, trasferire anche il proprio riconoscimento, su quello che per primo ha avuto l’intuizione e l’ardire di riconoscersi figlio, di Dio e farne un mito al quale ancorare le proprie convinzioni.

Con questi pensieri, dopo tre anni di predicazione in Asia Minore, aveva deciso di tornare a Gerusalemme per confrontarsi con quelli che erano stati i suoi discepoli, con quelli che l’avevano scoperto, non attraverso una illuminazione come era avvenuto per lui, ma nella condivisione d’una vita passata assieme per tre anni sulle strade della Palestina. Si faceva continuamente ripetere da Simone, che ormai tutti chiamavano Pietro, con il soprannome che gli aveva dato il maestro,  il racconto della vita di Jeshù alla ricerca di quegli elementi che potevano essere enfatizzati, per farne la trama del mito al quale intrecciare la novità rivoluzionaria dell’insegnamento del maestro, che egli non aveva avuto la ventura di conoscere.

Si trovavano a Cesarea nella casa di Cornelio l’ufficiale dell’esercito romano che comandava il reparto italiota, [2]e per l’ennesima volta Paolo aveva ripetuto la stessa domanda.

“Cosa ricordo?”, aveva risposto Pietro, “non è facile a dirsi. In questi anni le scene del ricordo si sono sovrapposte con le scene dell’immaginazione, anch’io faccio fatica ormai a distinguere ciò che veramente è avvenuto, da ciò che è avvenuto soltanto nella mia mente”.

“Ma Jeshù quando l’hai visto l’ultima volta?”

“Anche questa sua misteriosa scomparsa, finisce per intrigare il mio ricordo. Se si sapesse dov’è, se è vivo, se è morto... Dove l’ho visto per l’ultima volta te l’ho già raccontato una infinità di volte. Era già passato un mese da quella famosa Pasqua. Di lui si diceva che fosse a pregare in una grotta a Betlemme, Noi discepoli eravamo tornati tutti alle nostre primitive occupazioni. Ma non mi sembrava giusto. Avevamo vissuto tre anni, credendo nel Maestro e soprattutto in ciò che ci insegnava. Ci eravamo più volte impegnati anche con lui a predicare il suo annuncio, anche quando lui non ci fosse stato, ed ora invece, senza far nulla, accettavamo che tutto fosse finito”.

 “Fu allora che prendesti l’iniziativa.”

“Lo sai, te l’ho già raccontato. Presi l’iniziativa d’una riunione dei dodici, nel cenacolo degli Esseni. Giovanni che era tornato a vivere con loro mi aveva procurato la disponibilità del locale. C’eravamo tutti alla sera, come alla sera dell’ultima cena. C’era anche il suo posto vuoto, che nessuno voleva occupare per rispetto. Come quella sera Giovanni stava alla sinistra, io alla destra. Eravamo infervorati nella discussione su che cosa fare, quando apparve lui”.

“Apparve?”

“Apparve. Entrò... Non so cosa dirti. So che l’abbiamo visto ad un tratto in mezzo a noi. Nessuno l’aveva visto o sentito entrare. Ce lo siamo trovati davanti. Ricordo solo distintamente la precisa impressione che m’è rimasta fissa nel ricordo. Ho avvertito che era diverso”.

“Diverso come?”

“Ma perchè insisti? Diverso non so. Tante volte mi sono risvegliato con la scena nel sogno di quella sua comparsa improvvisa nel cenacolo. Non so più ciò che ho visto e ciò che ho sognato. Era diverso... Come se quei giorni di ritiro spirituale e di meditazione a Betlemme l’avessero trasfigurato, gli avessero infuso una sorta di luce. Il pallore provocato dal digiuno, aveva reso il suo volto come d’alabastro”

“E cosa vi ha detto?”

“Ci ha parlato dello Spirito Santo che era entrato in ognuno di noi, ed in effetti ognuno di noi aveva l’impressione di vedere gli altri come in un alone di luce”.

Ci ha detto di andare a predicare a tutte le genti quello che lui ci aveva insegnato, che l’uomo si salva soltanto se si riconosce figlio di Dio, che l’umanità si salva soltanto se si riconosce come comunità dei figli di Dio.

“L’avete poi visto altre volte”.

“Due di noi dicevano d’averlo visto un giorno che andava da Gerusalemme ad Emmaus. Le donne dicevano d’averlo visto nell’orto degli ulivi. Noi tutti comunque l’abbiamo rivisto alcuni giorni dopo, quando ci è venuto a trovare sul lago.”

“A Tiberiade?”.

“Si, dal cenacolo, ci eravamo trasferiti per alcuni giorni in Galilea, pensando di incontrarlo sulle strade che eravamo abituati a percorrere assieme a lui.

Ero assieme a Tommaso detto il Gemello, a Natanaele della città di Cana, ai figli di Zebedeo e ad altri due che non ricordo, e ad un certo punto per fare qualcosa ho detto:

“Io vado a pescare.”

“Veniamo anche noi”, dissero gli altri.

Uscimmo allora e salimmo in barca. Ma quella notte non prendemmo nulla. Era già mattina, quando avvicinandoci alla riva vedemmo che sulla spiaggia c’era un persona.

Contro sole non si riusciva a distinguere chi fosse. Ci chiese da lontano se avessimo qualcosa da mangiare, gli rispondemmo di no, che non avevamo pescato nulla. Allora ci disse di gettare la rete dal lato destro della barca, perchè avremmo trovato pesce.

Un forestiero che dice a me, che sono nato in barca, dove gettare le reti!...Ti puoi immaginare. In un altro momento, dopo una notte a vuoto, sarei sbottato e l’avrei travolto di improperi. E invece, senza fiatare, non so veramente darmene una spiegazione, ubbidimmo e calammo nuovamente la rete. E quando andammo per ritirala, (se qualcuno me la racconta non gliela credo!). Ebbene, non riuscivamo a tirarla su, per la grande quantità di pesci che conteneva.

Fu allora che Giovanni tutto emozionato, agitandosi al punto di rischiare di rovesciare la barca,  mi disse: “Ma quello e Jeshù!”

Non so come aveva fatto a riconoscerlo. Non so come anch’io sulla sua parola mi sono convinto che fosse proprio Jeshù, vero è che mi sono gettato in acqua, per raggiungerlo a nuoto, anch’io travolto dall’emozione di rivedere il maestro.

Gli altri avevano accostato a riva con la barca, trascinando la rete con i pesci, perchè erano lontani da terra un centinaio di metri. Quando lo raggiungemmo sulla spiaggia, vedemmo che aveva preparato un fuocherello di carboni, con sopra alcuni pesci. C’era anche del pane.

Ci disse di portare un po’ di quel pesce che avevamo preso. Io allora sono salito sulla barca e ho trascinato a terra la rete piena di pesci. Ne abbiamo poi contati centocinquantatre, ed anche molto grossi, ma la rete non si era strappata. Facemmo colazione assieme.

Dopo aver mangiato, Jeshù si è rivolto a me. Le sue parole sono rimaste impresse nella mia mente come le parole della legge sulle tavole di Mosè.

“Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di questi altri?” mi ha chiesto.

“Certo”, gli ho risposto, “tu sai che ti voglio bene”

“Abbi cura dei miei agnelli”, disse allora lui.

“Mi ami davvero”, mi chiese poi una seconda volta.

“Signore”, gli risposi di nuovo, “tu sai che ti voglio bene”

“Abbi cura delle mie pecore”, replicò lui.

“Mi ami davvero?” mi chiese per la terza volta.

Allora seccato, perchè non era giusto mettesse in dubbio i miei sentimenti per lui gli dissi: “Signore tu sai tutto. Tu sai che io ti amo”

“Abbi cura della mie pecore, mi ripetè e poi aggiunse, una frase della quale  ancora oggi non riesco a capire il significato. “Quando eri giovane”, mi disse, “ti mettevi da solo la cintura e andavi dove volevi, ma io ti assicuro che quando sarai vecchio, stenderai le braccia e un altro ti legherà la cintura e ti porterà dove tu non vuoi”.

“Ma alla fine dove avete riaccompagnato Jeshù?”

“Da nessuna parte. Ed anche questo non so spiegarmelo. Abbiamo continuato a parlare, e poi ad un certo punto ci siamo trovati a parlare da soli, come se lui non ci fosse mai stato, lasciando il dubbio in tutti di aver avuto una allucinazione. Tuttavia la rete piena di pesci, stava invece lì a dimostrare che non avevamo sognato. 

 “Ma possibile che nessuno abbia prestato attenzione a quando è partito.”

“Se ti dico. Nessuno riusciva a darsi una spiegazione. E poi, ogni volta che ci ripenso, mi da fastidio non riuscire a capire il senso di quella frase così ovvia e banale, che è l’ultima sua frase nel mio ricordo. Cosa c’è di strano nel fatto che uno da giovane cammini da solo e da vecchio debba farsi accompagnare? Una frase così ovvia dopo avermi chiesto per ben tre volte se gli volevo bene. Quel tre, che comincia ad essere per me un numero fatale. Per tre volte gli uomini di Pilato mi hanno chiesto se ero con il Nazireno, per tre volte lui mi ha chiesto se gli volevo bene, e ieri mi si è ripetuto per tre volte lo stesso sogno”.

“Che sogno?”

Ero sulla terrazza a pregare, mentre mi preparavano il pranzo, quando non so se mi sono appisolato ed ho sognato oppure, non so, se  ho avuto veramente una apparizione. Comunque, come in una visione, ho visto il cielo aperto e qualcosa che scendeva: una specie di tovaglia grande, tenuta per i quattro angoli, che arrivava fino a terra. Dentro c’era ogni genere di animali, di rettili e di uccelli. Allora una voce mi diceva:

“Pietro, alzati! Uccidi e mangia!

“Non lo farò mai, Signore”, dicevo, “ perchè io non ho mai mangiato nulla di proibito e di impuro”

“Non devi considerare impuro quello che Dio ha dichiarato puro”, ribadiva allora la voce.

E la scena si ripetè appunto per tre volte.

Saulo da quando era tornato a Gerusalemme passava tutto il tempo che non impegnava nella predicazione a parlare con Pietro. Non era il capo dei dodici, perchè tra loro non c’era una gerarchia, ma si capiva che era di fatto sopra tutti, perchè tutti ne riconoscevano l’anzianità, ma anche il prestigio e l’autorevolezza.

Era un pescatore come molti degli altri, non aveva una preparazione culturale come Giovanni, eppure tutti gli riconoscevano d’essere l’interprete più fedele degli insegnamenti che aveva lasciato Jeshù. Saulo ascoltandolo aveva a volte la strana sensazione che non fosse lui a parlare. Le parole uscivano dalla bocca di Pietro, ma era come se si fossero originate altrove, come se Pietro fosse solo l’interprete di qualcuno, che parlava dentro di lui.

Aveva già sentito più volte il racconto della pesca miracolosa sul lago di Tiberiade, ma risentendola con l’appendice del sogno che Pietro aveva avuto il giorno prima, vedeva le parole di Jeshù in un contesto diverso, che gli appariva molto chiaro.

“Non per voler fare l’interprete di sogni. Ma come nelle parole che ti sono state dette sul lago, è evidente l’invito a metterti a capo del gregge dei seguaci di Jeshù, così nella visione di ieri, è evidente il richiamo ad andare oltre gli schemi della tradizione ebraica.

Proibito, puro e vero non è quello che la legge o la tradizione indica come tale, ma quello che Dio, ad ognuno indica come proibito, puro e vero.”

 

A Saulo alle volte pareva d’aver capito, d’aver trovato la soluzione, poi veniva ripreso dal desiderio di conoscere:

“Ma tornando a quando fu arrestato, come si svolsero veramente i fatti?” Anche questa domanda, era ripetuta per la centesima volta. Ma Pietro era paziente:

“Te l’ho detto”, ripeteva per la centesima volta,”faccio fatica a distinguere il ricordo dalla mia immaginazione. Anzi c’è un sogno strano che mi si ripete continuamente e che finisce per confondermi ulteriormente le idee.

Mi ritrovo nel sogno a quando Pilato quella mattina, presentando i due Jeshù ha chiesto: “Chi dei due volete che vi liberi?”. Io non ricordo neppure dove ero quella mattina, se ero in mezzo alla folla o se ero da qualche altra parte. Ma nel mio sogno la folla chiede la libertà per il Nazireno invece che per il Bar Abba, e così è il Maestro che viene condannato a morte sulla croce. E infatti nel prosieguo del sogno, lo vedo mentre sale il calvario, mentre muore. Lo vedo mentre viene deposto nel sepolcro di Giuseppe d’Arimatea.

L’avrai conosciuto certamente anche tu Giuseppe, era un fariseo importante che era rimasto colpito dagli insegnamenti del Maestro. Veniva spesso a trovarlo e ci invitava sempre a casa sua. Ma il Maestro non trovava mai il tempo per andarvi, e allora Giuseppe gli diceva: ti ho preparato il sepolcro per quando sarai morto, se non ti posso avere da vivo ti voglio avere con me per sempre, almeno da morto. E un giorno che attraversavamo il suo orto, ai fianchi del Calvario ci aveva voluto proprio far vedere il sepolcro. Non era stata certo una cosa di troppo buon gusto, ma in effetti anche Jeshù dovette ammettere, scherzando, che era un bel sepolcro, scavato in modo regolare nella roccia, all’ombra degli ulivi.

Rivedo, continuava Pietro, nel sogno quel sepolcro e il corpo del Maestro che vi viene sepolto. Poi il sogno si interrompe come una rappresentazione teatrale che si sospenda. Quando riprende di nuovo la scena, è ancora quella del bosco d’ulivi del sepolcro, ma sono io il protagonista. Io che corro trafelato assieme a Maddalena. Lei corre più di me. Ma già da lontano anch’io mi accorgo che il sepolcro è aperto, e lei che ha già guardato dentro, mi accoglie dicendo: non c’è, è risorto”.

“Come risorto? Cosa vuol dire risorto?,” le chiedo allora.

“Non so”, mi risponde.

“E perchè l’hai detto allora?”

“Non so. Ci sono parole che ci nascono in bocca come fiori nel deserto.”

“ Nei sogni...”, proseguiva Pietro.

“Non è un sogno, ma una visione” lo interruppe Saulo. Non ti rendi conto che nella tua visione assume una logica ogni cosa?”

“Non capisco di quale logica parli. I fatti comunque non si sono svolti così. Siamo corsi veramente al sepolcro, ma per vedere Jeshù il Nazireno”

“I fatti servono a raccontare le idee, e nel tuo sogno si sono ricomposti per raccontare ciò che la comparsa di Jeshù nella storia ha voluto significare. Nel rapporto dell’uomo con Dio non ci possono essere mediazioni. Dio si sacrifica in ognuno di noi fino a far morire la propria infinità nella nostra limitatezza, perché riscoprendo l’infinito che si è limitato nel nostro cuore, anche noi riusciamo a vivere la dimensione dell’Infinito e dell’eternità...”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAP 20 – UN NUOVO VANGELO.

 

Saulo era l’ultimo arrivato. Non aveva neppure conosciuto Jeshù eppure  stava sconvolgendo tutta quello  che era stato il complesso della predicazione degli apostoli in quegli anni. S’era messo a predicare di Jeshù il Cristo (con questo soprannome era stato sostituito quello di Bar Abba),senza neppure averlo conosciuto e senza neppure confrontarsi con quelli che erano stati i suoi discepoli e che ora si facevano chiamare apostoli. Aveva fatta sua l’intuizione di Jeshù d’un ebraismo che poteva essere predicato a tutti i popoli, se fosse stato adattato alla loro mentalità, e s’era messo a divulgare una sua interpretazione di questo pensiero.

Solo dopo tre anni aveva sentito la necessità di recarsi a Gerusalemme per incontrarsi con i veri discepoli di Jeshù, e questo solo perchè si rendeva conto che se, come stava accadendo, ognuno si fosse messo in giro a predicare un suo vangelo, non ci sarebbe stata storia per il Vangelo di Jeshù.

Più che un confronto con gli altri, il suo diventata  un tentativo di imporre agli altri la sua visione e la sua logica. Gli altri, a volte,  avrebbero voluto opporsi, ma Saulo li sapeva convincere, ed alla fine gli davano sempre ragione. In qualche modo finivano per credere che la verità, anche sulla vita di Jeshù, fosse quella che egli andava rielaborando, e non quella invece, che  loro soltanto, avevano vissuto insieme a Jeshù.

Saulo era un uomo colto e loro invece dei poveri pescatori, gli unici in grado di ribattere potevano essere Giovanni e Tommaso, che avevano studiato a Qumram con gli Esseni, ed erano loro che imponevano i maggiori distinguo, ma in fondo anche loro finivano sempre con il  dare ragione a Saulo. Il fine fondamentale per il quale anche loro avevano investito tutta la propria esistenza doveva essere la diffusione del nuovo vangelo. Se il messaggio, come diceva Saulo, doveva essere inserito in un contesto che lo rendesse più facilmente accessibile anche ai romani e agli abitanti di tutta la terra, il fine poteva giustificare i mezzi. Se il fine era autentico si potevano anche utilizzare dei mezzi non autentici. Saulo da bravo mercante li andava convincendo che la forma della comunicazione è più importante dei contenuti.

Ci furono comunque grandi discussioni nel periodo che Saulo passò a Gerusalemme, e pur convenendo sulla necessità d’una normalizzazione della dottrina, si affermarono delle distinte correnti di pensiero.

Jeshù in qualche modo si era richiamato alle credenze greche sull’immortalità dell’anima. Alcuni discepoli che avevano vissuto con lui l’esperienza degli Esseni, come Tommaso e Giovanni, restavano fedeli a questa idea. Altri invece che avevano vissuto con lui l’esperienza giovanile dello zelotismo come Pietro, erano tornati a pensare che fosse vicina la venuta del Regno e che Jeshù sarebbe ricomparso per guidare veramente Israele verso la liberazione dalla dominazione romana.

Già nell’ultima parte della sua vita si erano avvicinati a Jeshù alcuni farisei come Giuseppe d’Arimatea, e infine per l’intervento decisivo del fariseo Saulo, fu proprio la corrente dei seguaci d’origine farisea a prendere il sopravvento.

Questi credevano nella resurrezione dei corpi, e sulla base di questa loro convinzione, modificarono l’intuizione di fondo di Jeshù sulla vita eterna. Su questo punto, che era la chiave di volta del nuovo vangelo, ci furono discussione a non finire, soprattutto tra Saulo e Giovanni.

Un giorno nel cenacolo c’era stato un confronto molto serrato alla presenza di tutti gli altri.

“Le speranza che noi dobbiamo predicare è la speranza nella resurrezione dai morti,” continuava a dire Saulo.

“Ma Jeshù non ne ha mai parlato” ribatteva Giovanni.

“Secondo quanto mi è stato ispirato, secondo il mio vangelo, Jeshù è resuscitato dai morti”.

“E’ solo una voce, una leggenda, dal momento che non è morto. Ma comunque  anche il fatto che lui fosse veramente resuscitato come Lazzaro, non consente di pensare che tutti possano resuscitare. E poi che senso ha parlare di un tuo vangelo?”

“Se i corpi non risorgono, neanche Cristo è risorto. Ma se Cristo non è risorto è vana la nostra fede”, protestava Saulo con forza.

“Che ragionamento è mai questo?” obiettava Giovanni. “Tu stai utilizzando Cristo soltanto per confortare  la tua convinzione di fariseo nella resurrezione. Jeshù al contrario ci ha parlato soltanto della vita eterna”

“Ci dobbiamo mettere d’accordo. Io insegno quello che mi è stato insegnato, che Cristo morì per i nostri peccati secondo le scritture, fu sepolto ed è resuscitato il terzo giorno secondo le scritture”.

“Ma da chi ti è stato insegnato? La coerenza con le scritture è un tuo problema. Sei tu che ti sei fissato su questi concetti, che comunque restano dei fatti. Veri o non veri non importa. Il cuore del nostro insegnamento deve essere il cuore dell’insegnamento di Cristo, il quale ripeteva che: chiunque riconosce che Gesù è il figlio di Dio, Dio dimora in lui, ed egli in Dio. Questa è la chiave di volta di tutto il vangelo”

“Io invece non so parlare d’altro che di Cristo e Cristo crocefisso”, insisteva Saulo. “La chiave della rivelazione è infatti che per la colpa di uno, Adamo, si è riversata su tutti la condanna, per l’obbedienza e il sacrificio d’uno solo, Cristo, tutti saremo costituiti giusti. Come tutti muoiono in Adamo tutti riceveranno la vita in Cristo.

Dio è sceso fino agli uomini facendosi uomo, facendosi l’ultimo degli uomini, deriso preso a sputi ed a calci ed infine crocefisso come l’ultimo dei malfattori. Se Dio l’ha fatto perché tu no? Questo deve essere il nostro messaggio all’uomo. Tu che soffri pensa che anche Dio ha sofferto. Questa è la consolazione per l’uomo”..

“E’ una tua interpretazione, che non si ricava da quello che ha detto Jeshù”, replicava Giovanni. “Al contrario, Jeshù ha detto che non è Dio a scendere, ma che è l’uomo a salire fino a Dio diventando partecipe della sua essenza: l’eternità. La testimonianza che Dio ha reso ai suoi figli è questa: Dio ci ha dato la vita eterna, e questa vita è nell’essere suoi figli. Chi ha il figlio ha la vita, chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita. La vita eterna, ha detto Jeshù, non la resurrezione dei corpi, che del resto è inconcepibile”.

“Perchè inconcepibile? Tutti saremo trasformati, il nostro corpo corruttibile diventerà un corpo incorruttibile. Anche se noi in verità vorremmo non venire spogliati, ma in un certo modo sopravestiti, come se ciò che è mortale potesse venir assorbito nella vita. Secondo te invece in che cosa consisterebbe la vita eterna?”

“Cristo ci ha detto che sin d’ora, nel mondo, noi siamo figli di Dio. Ciò che saremo non ci è stato rivelato. Sappiamo però che saremo simili a lui perchè lo vedremo come egli è”.

La contrapposizione era così forte che gli altri facevano fatica a seguire i ragionamenti dei due. Nessuno aveva il coraggio di intervenire. Solo Tommaso ad un certo punto li aveva interrotti:

“Ma lasciando perdere la differenza tra resurrezione e vita eterna che potrebbe anche non interessare, che  cosa dovremmo fare per guadagnarci l’immortalità e la vita eterna, e che cosa quindi dovremmo insegnare a fare?”

Nella risposta il contrasto si fece ancora più aspro. “Cristo è morto per noi, diceva Saulo con convinzione, “Il giusto vivrà mediante la fede in Cristo. Se infatti la giustificazione non dovesse venire dalla fede, ma dalle opere, Cristo sarebbe morto invano”.

“Ma no,” diceva Giovanni, “così stravolgi nuovamente l’insegnamento di Cristo. Solo in chi osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è perfetto. Chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato. Chi dice di essere nella luce, e odia suo fratello è ancora nelle tenebre”

“Al contrario”, ribatteva Paolo, “si è salvi soltanto mediante la fede, e questa è dono di Dio, non viene dalle opere, perchè nessuno se ne possa vantare”.

“Ti stai sbagliando. Se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. E’ questa l’unica cosa che dobbiamo fare! Nessuno ha mai visto Dio, ma se ci amiamo gli uni gli altri Dio rimane in noi, e l’amore di lui è perfetto in noi.

“Non è solo un problema di amore. Noi dobbiamo considerarci  morti con Cristo alle cose del mondo, per sentirci risorti con Cristo, e quindi cercare le cose di lassù”.

“Dio ci ha fatto un dono, di diventare figli di Dio, e quindi immortali, è il nostro essere figli di Dio che entra nella vita eterna, non il nostro corpo”, continuava a ripetere Giovanni.

“Moriamo corruttibili e risorgeremo incorruttibili”, ribatteva Saulo, “è in questa trasformazione del nostro corpo che diventa concreta la prospettiva della vita eterna”

“Il figlio di Dio non è resuscitato per salire in cielo alla destra di Dio Padre, come sostieni tu. Figlio di Dio è ognuno di noi, perché in ognuno di noi è presente Dio. E’ presente con il desiderio di infinito che riempie il cuore di ogni uomo. Dio è morto! E’ vero è morto il Dio del Sinai, il Dio nascosto tra le nubi del cielo. Ma proprio perché è morto è vivo in ognuno dei suoi figli. Alla morte del padre, il figlio non ha più un riferimento certo e definito. Ma proprio per questo è come se suo padre fosse entrato in lui come ricordo, come memoria viva”.

“Il problema di fondo è ancora più a monte”, insisteva Tommaso. “Dobbiamo utilizzare il nome di Jeshù per diffondere le nostre convinzioni, o al contrario il nostro compito è quello di ripetere il messaggio lasciando che ogni uomo lo interpreti secondo la sua inclinazione e secondo la sua coscienza? Se ci arroghiamo il diritto di interpretarlo, finiamo per fargli dire, come sta facendo Saulo, cose che non ha mai detto. Io non discuto che Saulo possa aver ragione, che come sostengono i Farisei, sia possibile la resurrezione dei corpi, io dico che a Jeshù questo non gliel’ho mai sentito dire”.

Avrebbero discusso all’infinito se non fosse intervenuta Maria, la madre, con una conclusione che cercava di mediare tra le tesi contrapposte:

“La fede è essenziale disse, e le opere pure. Ma è necessario che la fede giustifichi le opere. Non ci possono essere le spighe se non c’è il campo, ma un campo senza spighe non ha valore. Su cosa dire e su come dirlo aspettiamo sia lui a darci le indicazione, al suo ritorno”.

 

Lei, come è naturale per una madre, era convinta sarebbe tornato. Anche i discepoli lo speravano. Era indispensabile tornasse per metterli d’accordo. Ma sarebbe poi tornato? Almeno avessero saputo dove era andato!

Alcuni di loro erano convinti di avere assistito alla scena della sua salita in cielo, ma anche questo era un fatto che suscitava infinite discussioni tra loro. L’evento si sarebbe verificato  quaranta giorni dopo la sera nella quale avevano mangiato assieme l’ultima cena nel cenacolo a Gerusalemme. Alcuni si trovavano ancora là, ed era apparso loro di nuovo, ed aveva raccomandato loro di non allontanarsi da Gerusalemme ma di aspettare il dono promesso dal Padre del quale aveva più volte parlato.

“Giovanni,” aveva detto loro, e sarebbero state le sue ultime parole, “ha battezzato con acqua, voi invece tra pochi giorni sarete battezzati con lo Spirito Santo”.

Detto questo aveva incominciato a salire in alto, mentre gli apostoli presenti stavano a guardare. Poi si era frapposta una nube ed essi non lo avevano visto più. Mentre avevano ancora gli occhi fissi verso il cielo, dove Jeshù era salito, due uomini, vestiti di bianco, si sarebbero avvicinati a loro dicendo: “Uomini di Galilea, perché ve ne state lì a guardare il cielo? Questo Jeshù che vi ha lasciato per salire in cielo, ritornerà come lo avete visto partire”.

 

Da Betlemme invece era arrivata la voce che fosse partito con i Magi. Non era da escludere che dopo aver passato molti giorni a discutere con i tre saggi, avesse deciso di accompagnarsi a loro, per approfondire nel confronto con le loro teorie, le proprie convinzioni e l’illuminazione che aveva avuto nel deserto del Mar Morto.

Se avesse deciso di passare un periodo in Persia o in India, un giorno a l’altro avrebbe potuto ricomparire…

Qualcuno diceva che era ancora tra loro, ma in una altra dimensione e che avrebbe potuto comparire all’improvviso come aveva fatto più volte nei primi quaranta giorni dopo la sua scomparsa. Ma erano passati ormai tre anni e nessuno, dopo i primi quaranta giorni, aveva testimoniato di averlo visto.

Forse era il caso si rassegnassero alla sua scomparsa e proseguissero nell’opera di diffusione della sua parola. Anche quella incertezza sulla sua fine, poteva costituire un elemento del suo messaggio. Dopo il rapporto che avevano avuto sul piano umano, era ora entrato nella loro mente, nel loro pensiero, era entrato nella dimensione del ricordo, era veramente il “Dio in noi”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAP 21  – L’ADDIO DI PILATO.

 

Anche per Pilato erano passati tre anni dalla notte dell’incontro con Jeshù. Inutilmente aveva insistito con Giovanni d’Arimatea perché gli procurasse un nuovo incontro con il Predicatore. “Nessuno sa dove si sia ritirato” gli continuava a ripetere Giovanni. Intanto a Roma era morto il vecchio imperatore Tiberio ed il suo posto era stato preso dal giovane Caligola. Con Tiberio invano aveva più volte richiesto un trasferimento. Le amicizie e le parentele della moglie non erano bastate per consentirgli di lasciare l’odiata Palestina. Ora invece era stato il nuovo imperatore, di sua iniziativa, a trovargli un nuovo posto.

In verità, saputa la nuova destinazione, non riusciva a capire se si trattasse d’un premio ottenuto dalla moglie, o d’una punizione per ciò che non era riuscito a fare in Israele. Comunque gli era arrivato l’ordine di partire ed aveva convocato Saulo per potersi accomiatare dall’amico.

“Scusami se ti ho dato urgenza. Volevo incontrarti prima di partire, credo sia l’ultima volta che ci vediamo”.

“Come mai? Che cosa è capitato?”

“L’imperatore Calligola mi ha ordinato di rientrare e mi ha affidato il governo d’una Provincia della Gallia”

  Saulo aveva risposto immediatamente all’invito di Pilato pur senza sapere di che cosa avrebbe dovuto parlargli. Ora, alla notizia della partenza, era sinceramente dispiaciuto. Anche arrivando a palazzo, aveva ripensato alla stranezza delle coincidenze della vita. Se non avesse incontrato Pilato… In fondo era stato il procuratore romano a fargli conoscere Jeshù. Era da quel viaggio sulle tracce di Jeshù per compiacere il procuratore che era cambiata la sua vita. Da lì era iniziato il suo strano rapporto con la nuova religione, prima di feroce oppositore ed ora di entusiasta sostenitore.

Non era stato certo un gran governatore Pilato ed aveva sbagliato troppe cose nel rapporto con i Giudei. Ma fra loro due era nata una vera amicizia, che si era sviluppata su una comunanza di sentimenti, e soprattutto sulla passione condivisa da entrambi per la filosofia greca…

“Mi dispiace che tu ci debba lasciare,” gli disse. “Ma come sai,”aggiunse, “per essere sincero come lo sono sempre stato,  sarò forse l’unico a dispiacermi”

“Lo so non lascio un buon ricordo. Ho sbagliato a mettermi in testa di romanizzare la Regione che più di ogni altra nell’Impero Romano ha forte lo spirito di identità. Ho dovuto più volte usare la forza per reprimere varie rivolte. Ma non è questo ciò di cui volevo parlarti. Riuscirò a dimenticare tutto di questa terra, che ho sentito subito profondamente ostile, ma non riesco a e non riuscirò a dimenticare l’incontro con il predicatore che si faceva chiamare il figlio del Padre, la notte nella quale i tuoi amici volevano che lo condannassi a morte. Avrei voluto rivederlo. Giovanni d’Arimatea mi aveva promesso di riportarmelo ... Ma così non è stato. Dice che è scomparso, che non si sa dove sia…Ma un uomo non può sparire senza lasciare traccia”.

“Purtroppo ha ragione Giovanni,” disse Saulo.”Anch’io vorrei incontrare quel uomo più di ogni cosa al mondo. Ma non mi è stato possibile. Pur senza mai incontrarlo quel uomo ha sconvolto la mia vita. E su questo fatto anche tu hai le tue responsabilità.”

Mi riferiscono che sei diventato uno dei suoi seguaci più appassionati. Come mai?”

“Non lo so neppure io. Pietro il più anziano dei suoi discepoli mi ha raccontato  che le ultime parole pronunciate da  Jeshù nei suoi confronti, sono state:  “quando eri più giovane ti mettevi da solo la cintura e andavi dove volevi, ma io ti assicuro che quando sarai vecchio, tu stenderai le braccia, e un altro ti legherà la cintura e ti porterà dove tu non vuoi”. Ebbene, a me che pure vecchio non sono, è capitato proprio questo, sono stato portato dove mai avrei immaginato di andare.

“Ricordo che eri tra i più scatenati oppositori”.

“Appunto. Ero convinto che il nuovo Vangelo fosse una minaccia per la religione ebraica. Ma poi, te n’ho parlato più volte, ho avuto una illuminazione anche io, ed ho pensato che la predicazione di Jeshù potesse in qualche modo costituire il completamento della Bibbia. Ma per fare questo ho dovuto a attribuire a Jeshù un ruolo che egli in effetti non ha mai ritenuto di avere. Egli si considerava uno tra gli uomini e parlava di sé come di un uomo. Io invece  faccio in modo che venga considerato il primo degli uomini. Per mezzo di un uomo Adamo è venuta la morte, per mezzo di un altro uomo Jeshù è venuta la resurrezione, la possibilità per l’uomo della vita eterna. E’ questa l’impostazione che ho dato alla mia predicazione.”

“Ma se ritieni che non sia vero…

“Dalla sua parola è venuta la salvezza, ma la parola muore nel tempo, l’uomo ha bisogno di riconoscere e riconoscersi in chi ha detto quella parola. La rivelazione è che l’uomo è figlio di Dio, il messaggio passa più facilmente se affermo che colui che l’ha portato al mondo  è figlio di Dio. La rivelazione è che Dio-Esistenza si incarna come coscienza di esistere in ogni uomo, il messaggio è più facilmente trasferibile se dico che in lui, prima di ogni altro, Dio si è incarnato”.

“Capisco che qualcuno possa accusarti di stravolgere  il messaggio di Cristo”.

“Non lo stravolgo, lo organizzo e gli do la forma che gli consentirà di restare nel tempo”.

 

  Ma se Pilato aveva convocato d’urgenza Saulo prima di partire, non lo aveva fatto per discutere su come il nuovo discepolo impostasse la diffusione del vangelo. Prima di partire avrebbe voluto per l’ultima volta cercare di capire il messaggio che era stato dato a lui, cercare di darsi una risposta alla domanda che gli si era fissata nella mente da quella maledetta sera: “Che cosa è la verità”.

  Era venuto malvolentieri in Palestina. Aveva considerato l’incarico una sorta di punizione se non di condanna. Aveva vissuto quegli anni nella speranza e nell’attesa d’un nuovo incarico, ed ora che l’incarico era arrivato gli dispiaceva quasi di dover partire.

  Alle volte girando nel deserto, la veste si impiglia negli arbusti, dovendo  proseguire, la veste si strappa e in quel brandello di veste è come se restasse qualcosa di noi. Quella domanda senza risposta era come un brandello di sé, rimasto nel deserto della Palestina. Anche se fosse finito a governare tra le nevi della Britannia, quella domanda rimasta impigliata tra le spine della Palestina, l’avrebbe inseguito fino alla morte. A meno che non fosse riuscito a darsi una risposta…

  Prima dell’arrivo di Saulo c’era stato un violento temporale, ma adesso il sole era tornato su Gerusalemme e, prima di andare ad affogare nel Mediterraneo[3] inviava raggi di addio alla città odiata dal governatore e indorava i gradini dell’ingresso del palazzo. La fontana del cortile si era completamente ripresa e cantava a piena voce, i colombi erano ritornati sulla sabbia del cortile, tubavano, saltavano i rami rotti dalla furia del temporale, beccavano qualcosa nella sabbia bagnata. Sul tavolo preparato sotto il fresco del porticato,  fumava un piatto di carne.

“Ma cosa vuoi che ti dica che non ti abbia già detto?” disse Saulo avvicinandosi al tavolo assieme a  Pilato.

“Nulla finchè non ti sarai seduto ed avrai bevuto un po’ di vino,” rispose gentilmente Pilato, sdraiandosi, e indicò l’altro letto. Saulo si sdraiò e un servo gli versò del denso vino rosso. Un altro servo, chinandosi con cautela sulla spalla di Pilato, riempì la coppa del governatore. Poi questi allontanò i due servi con un gesto.

  Mentre Saulo mangiava e beveva, Pilato, sorseggiando il vino lo guardava attraverso le palpebre socchiuse. Avrebbe voluto entrare nella sua mente, capire che cosa veramente intendeva quando parlava d’essere stato illuminato.

  Saulo non rifiutò neppure una seconda coppa di vino, inghiottì con evidente soddisfazione un paio di ostriche, assaggiò la verdura lessa, mangiò un pezzo di carne. Saziatosi, lodò il vino:

“Ottimo vitigno, governatore, ma non è Falerno?

“Cecubo di trenta anni,” replicò affabile Pilato.

  Saulo si mise una mano sul cuore, rifiutò di mangiare altro, affermò di essere sazio. Allora Pilato riempì la propria coppa, l’ospite lo imitò. Entrambi rovesciarono un po’ di vino nel vassoio e il procuratore disse a voce alta, alzando la coppa:

  “Per noi, per te, Cesare, padre dei romani, il più caro e il più buono degli uomini!”

  Dopo queste parole vuotarono la coppa e gli schiavi africani tolsero le pietanze dal tavolo lasciandovi la frutta e le caraffe. Di nuovo il procuratore li allontanò con un gesto, e rimase solo con il suo ospite nel porticato del palazzo. Solo allora Saulo notò che sul tavolo c’era una terza coppa.

  “Per chi è?” chiese incuriosito, immaginando che dovesse arrivare qualcun altro.

  “Per nessuno,” rispose serio Pilato. “E’ questa coppa il motivo per cui ti ho fatto chiamare. Non te ne avevo mai parlato. Ma forse non è un caso che sia qui. Forse la verità è come un mosaico, fatto di tante piastrine in sè insignificanti ma che, ricomposte secondo una logica formano una figura. Me l’ha data Pietro proprio il seguace di Jeshù che hai citato poco fa e che era stato arrestato con lui in quella famosa notte. Ho visto che ci teneva, ma pur di salvarsi quella notte, mi avrebbe consegnato anche sua madre. Mi ha raccontato che era la coppa nella quale Jeshù aveva bevuto la sera prima, accompagnando il gesto con delle parole misteriose.

  A quella rivelazione Saulo s’alzò di scatto, sorpreso di trovarsi proprio in casa del procuratore davanti ad un oggetto appartenuto al maestro, che non aveva avuto modo di conoscere. Un oggetto da venerare del quale aveva sentito parlare, e che aveva anche cercato invano di recuperare.

  “Allora Pietro non mi ha detto tutta la verità!” mormorò.

“Che verità?”

“Quella che mi hai rivelato tu adesso. Che ti ha consegnato la coppa. Anche su questa coppa come su Jeshù è nata una leggenda. Anche questa, come Jeshù, si dice che sia scomparsa. Invece la ritrovo proprio qui nel palazzo del governatore  romano”.

  “Cosa ne sai tu?” gli chiese Pilato.

  “Delle coppa nulla, se non che si dice sia scomparsa, e che anch’io l’ho cercata invano. Della cena collegata a questa coppa, che invece considero uno dei momenti più importanti della predicazione di Jeshù, ho cercato di ricostruire ogni particolare, ogni parola.

“Il discepolo che me l’ha consegnata mi ha riferito che Jeshù ha affermato che nella coppa c’era il suo sangue, e che lui non avrebbe bevuto più vino fino al giorno in cui avrebbe bevuto il vino nuovo nel regno di Dio. Ha anche detto che colui che beve alla mia bocca diventa come me, ed io divento lui, e ciò che è nascosto gli è rivelato”.

“Si, ha anche detto che questa coppa sarebbe stata il calice della nuova alleanza, che Dio stabiliva per mezzo del suo sangue, offerto per noi”

“Cosa voleva dire?”

“La rinuncia al frutto della vite fa parte del voto di nazireato, che aveva fatto l’altro Jeshù, quello che hai fatto crocifiggere. Comunque dalle parole pronunciate nella cena e da altri discorsi fatti in precedenza, si può desumere che si aspettasse di essere condannato a morte. Sembra quasi si sia sviluppata una serie di coincidenze che ha portato ad  un processo di identificazione di Jeshù Bar Abba con il Nazireno, processo che si è concretizzato in qualche modo nell’orto dei Getzemani, e che avrebbe potuto concludersi con la crocifissione di entrambi.

Poi c’è stata la tua decisione ad interrompere il corso degli eventi”.

“Cosa c’entro io!” borbottò Pilato, bevendo un lungo sorso di vino. Si sentiva la gola secca. Nel gioco delle coincidenze, Saulo gli stava dicendo che era finito per interpretare senza saperlo un ruolo, del quale non si riusciva a capire ancora la portata. “Ho solo fatto ciò che ritenevo giusto” aggiunse “ho salvato la vita a un uomo che i tuoi volevano morto, e che non c’era motivo alcuno per condannare a morte”.

“Basta alle volte un piccolo sassolino sul pavimento, per far scivolare un uomo importante che cadendo batte la testa e muore. E’ questo il gioco delle coincidenze! Il sassolino non ha colpa, eppure è stato la causa d’una morte che potrebbe anche cambiare la storia dell’umanità”.

“Non ti ho chiamato per parlare di sassolini. Ti ho detto che sto partendo. Sai che da quella sera mi è rimasto il cruccio di non riuscire a darmi una risposta alla domanda sulla verità. Ti ho chiesto di saperne di più su quel predicatore, e nel frattempo sei anche diventato suo discepolo. Giovanni d’Arimatea mi aveva promesso che me l’avrebbe fatto conoscere e invece nessuno sa dove sia finito.

 Alla fine, visto che devo partire, sulla base di ciò che ha insegnato  colui che anche tu ora consideri tuo maestro, mi puoi dire “Che cosa è la verità?” Che cosa intendeva il tuo maestro quando mi ha detto di essere venuto al mondo per essere testimone della verità?

“Ma perché ti interessa tanto?”

“Il mio non è solo un interesse culturale. La risposta è diventato un bisogno essenziale della mia vita. Si può vivere anche senza saper nuotare. Ma se per caso sei finito in mare, non puoi non nuotare. Ti agiti, annaspi, fino a che non trovi l’equilibrio che ti fa restare a galla. Se non lo trovi, finisci per affogare. L’incontro con Jeshù e con questa domanda è stato per me come un precipitare in mare, non puoi chiedermi perché cerco la soluzione per restare a galla, e non affogare”.

“L’immagine rende bene l’idea. Da quando mi hai posto la domanda ho cercato una risposta in quello che mi è stato riferito come messaggio di Jeshù, ma non l’ho trovata. C’è un’altra frase che potrebbe essere collegata, e potrebbe aiutarti a trovare la soluzione: “La verità rende liberi”.

“Ma allora che cosa è la verità che rende liberi”

“Stando alla tua immagine, si sarà liberi quando si saprà nuotare nel mare della vita, quando sapendo nuotare, non si annasperà più, ma ci si potrà abbandonare per farsi cullare dalle onde.

Saper nuotare come saper vivere. La sua verità è che per saper vivere, è necessario riconoscersi figli di Dio ed amare gli altri uomini come fratelli. Questo ha riassunto in quella famosa cena, bevendo alla coppa che è ora in tuo possesso. Ha spezzato un pane dandone un pezzo ad ognuno dei discepoli, e li ha invitati a intingerli nel vino della sua coppa. I pezzi d’uno stesso pane, che si intingono nello stesso vino. Questo può essere il valore simbolico di questa coppa. Questo può essere il simbolo della sua verità, il simbolo della verità”

“Ma cosa vuol dire riconoscersi figli di Dio”.

“Vivere come partecipi dell’eternità, destinati all’eternità, e quindi vedere i fatti i ogni giorno nella prospettiva dell’eternità. Tutti i fiori del campo ricevono la luce e quindi la vita dallo stesso sole. Così tutti gli uomini sono in un rapporto univoco con l’Infinito da cui derivano. Allo stesso tempo però devono essere in rapporto con gli altri fiori, limitando la libertà d’espansione nella terra, nella libertà degli altri fiori. La verità ci rende liberi, come il sole rende i fiori liberi di crescere, in sintonia tra loro nello stesso campo”.

“Ma non è così semplice passare dalla sintonia dei fiori, alla sintonia tra gli uomini. Come si può amare gli altri, tutti gli altri, anche i nemici? Ho sentito dire che avrebbe affermato che se uno ti da uno schiaffo tu gli dovresti porgere l’altra guancia”.

“Si ha detto proprio così: Io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra; a chi ti vuol chiamare in causa per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello; e se uno ti costringe a fare un miglio, tu fanne con lui due. Non perdonerai fino a sette volte sette, ma fino a settanta volte sette" .

Sembra un paradosso ma è la teoria della  provocazione della generosità. Provoca dando più di quello che ti viene chiesto. Disarma il malvagio, sfidandolo sul piano stesso della sua forza.

La legge di Mosè, la nostra legge come la vostra del diritto romano, è la legge del taglione. Occhio per occhio, dente per dente. Ma su questa legge l’umanità sarà in un conflitto perenne. Tutti finiranno per essere armati gli uni contro gli altri.

Lui ci ha insegnato invece che l’obiettivo deve essere quello di disarmare il nemico facendolo diventare amico. Se a uno che ti dà uno schiaffo lo ritorni, tra voi due nasce subito una zuffa. Se invece lo sfidi porgendogli l’altra guancia, resterà colpito dal tuo gesto, sbollirà la sua ira nei tuoi confronti, finirete per parlarvi e per capirvi, finirete per diventare amici. In questo modo la terra diventerà un luogo vivibile per i figli degli uomini.

“Mi piacerebbe che tu spiegassi all’imperatore Caligola, questa tua teoria” disse Pilato ridendo, ed alzandosi da tavola. Io avrò modo di continuare a cercare la verità nel verde delle campagne della Gallia. Ho saputo che i Celti sono un popolo senza un religione ma con una grande e profonda spiritualità, chissà che non possano anche loro aiutarmi”.

“Te lo auguro”  disse Saulo  e stava per aggiungere qualcosa, ma fu interrotto da Pilato:

“Immagino che come ricordo della nostra amicizia tu voglia chiedermi la coppa. Non farlo! Non costringermi a dirti di no! E’ diventata anche per me il simbolo della mia ricerca, resterà il vero ricordo dei miei anni in Palestina”

“Come vuoi. Ma il nostro non è un addio. Quello che hai detto sull’Imperatore non è una battuta. Mi riprometto veramente di venire a Roma a predicare la parola di Jeshù Bar Abba, e sono sicuro che avremo quindi anche modo di rivederci. Vorrò gustare ancora il Cecubo della tua cantina”.

Si abbracciarono commossi sotto il porticato. Mentre scendeva la lunga gradinata, Saulo si fermò un momento, si voltò, e come ultimo saluto gli gridò:

“E’ la verità che ci rende liberi!”

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Galati 1,1

[2] Atti, 10.

[3] Citazione dal “Maestro e Margherita “ di M.Bulgakov.