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Premessa.
È un racconto
lungo, lunghissimo. Come se fossero 25 pagine di un normale libro acquistato in
libreria.
Ho scritto questo racconto nella ricorrenza dell’anniversario della morte di uno dei miei amici più cari, forse il più caro. Morì tanti anni fa. Sembra ieri... Fino a quel momento avevamo spartito tutto: idee, soldi, esperienze... le stesse donne. Non avevamo bisogno di tante parole per capirci, bastava uno sguardo. Lo sapevamo. Non potevamo non saperlo.
Questo racconto è dedicato a lui. Al nostro grande viaggio, dove nacquero le ragioni della sua morte.
1.
«Sto male! Cazzo, sto male!»
Il voce di Leandro mi scuote all’improvviso. È pallido come un cencio, la sua faccia gronda sudore. Il cielo è grigio. Manca ancora, all’alba.
«Cerca di dormire» borbotto piano, per non farmi sentire da Chiara e Lucia.
«Leandro, che hai?» La voce scossa di Lucia mi arriva da dietro la testa. È tagliente.
«Non è niente, dormi» le dico.
Il mare è piatto, mercurio liquido senza riflessi. Lucia esce dal sacco a pelo, s’avvicina e gli mette una mano sulla fronte.
«È bollente!»
Anche Chiara si sveglia. Passa le mani tra i capelli e per qualche attimo setaccia tra i ricci. È splendida. Me ne sto innamorando.
«Leandro sta male? L’ho sentito lamentarsi, intorno alle tre...»
«E non hai detto nulla?»
«Che dovevo dire?»
2.
26 Giugno 1979, tre anni prima.
«Un giorno... due al massimo. Andiamo, torniamo, vendiamo tutto... e ci diamo alla bella vita.»
«Quanto serve?»
«Cinque milioni! Io ne ho tre e mezzo, riesci a rimediare il resto? Ci facciamo quindici, venti milioni, forse di più, se riusciamo a venderlo bene.»
«E secondo
te la passiamo liscia a tornare da Genova con tre chili di fumo con
«Gilberto ci presta il Pallas decappottabile.»
«Maddai? Ci tiene più a quella macchina che al buco del culo.»
Gilberto era un gay innamorato di Leandro.
«Quello tiene a tutto, più che al suo culo» fece Leandro. «Gli ho detto che poteva trasferirsi a casa nostra, una stanza in cambio del Pallas per due giorni.»
A Genova, sotto l’arco trionfale in Piazza della Vittoria, aspettavamo Angelo con il fumo. Lo avevamo già incontrato a Roma, ogni volta si era presentato con hashish di qualità. Non avevamo motivo di non fidarci, per cui quando ci chiese un anticipo non facemmo storie. Due milioni, il resto alla consegna. Alle tre di notte capimmo che non sarebbe più venuto. Il suo telefono era muto. Andammo ad aspettarlo sotto casa. Alle dieci del mattino successivo, quando stavamo per metterci una pietra sopra sbucò all’improvviso.
«Tira fuori i soldi, stronzo!»
«No, no, aspettate, vi posso spiegare.»
«Non c’è un cazzo da spiegare! Tira fuori i soldi o ti rompo la faccia!»
«Hanno fregato anche a me. Mi sono fidato... ci ho rimesso anch’io.»
«Vaffanculo! Non ce ne frega un cazzo di quello che t’è successo, caccia i soldi.»
Angelo si guardò intorno. Stavamo strillando, ed eravamo sotto il suo palazzo.
«Salite, vi spiego tutto.»
«Allora?» disse Leandro, quando fummo in casa.
«È andata così...» cominciò Angelo. Poi la tirò lunga. La storia era che il tizio della nave aveva fregato anche lui. «Ho un po’ di fumo del mio. Ve darò quello, intanto.»
«Tiralo fuori.»
Angelo andò verso il bagno seguito da Leandro. Su un comò vidi una custodia di pelle, conteneva un flauto traverso d’argento.
Quando riapparvero dal bagno, Leandro aveva in mano un pacchetto come quello delle sigarette, avvolto nella plastica e gocciolante d’acqua.
«Bello, questo» dissi, mostrando il flauto.
Rimisi il flauto nella custodia, e lo infilai sotto il braccio.
«Nel giro di qualche giorno vi faccio rientrare, lasciatemi il flauto» piagnucolò Angelo.
Leandro gli diede una manata sul petto, poi andò verso l’impianto hi-fi e si smise a spulciare tra i dischi.
«No! I dischi, no!»
Angelo ci guardò uscire con il bottino. Un centinaio, tra dischi e cassette. Sistemammo il tutto nel portabagagli del Pallas.
«E adesso?» dissi.
«Ci restano più di tre milioni. Abbastanza per combinare qualcosa, no?»
«E con chi? Non conosciamo nessuno a Genova, oltre a quello stronzo.»
«Chi ti dice che dobbiamo comprarlo a Genova? Istanbul mica è tanto lontana» sorrise Leandro. «E abbiamo ancora abbastanza soldi per comprarne parecchio.»
«Istanbul? E a Gilberto che gli raccontiamo?»
«Niente! Che cazzo gli dobbiamo raccontare? Che fa, ci denuncia per furto? Gli telefoniamo per dirgli che ci vorrà qualche giorno di più. Una settimana, dieci giorni al massimo...» Poi stette in silenzio per qualche minuto. «Cambiamo due milioni in Traveller Cheques, e il resto in dollari.» Mi strizzò l’occhio. «Oltre al passaporto, ho con me anche la carta d’identità.»
Verso le tre del pomeriggio salimmo sulla tangenziale per uscire da Genova.
Time won’t change you
Money won’t change you
Attraversammo i Balcani filando come matti. Il fumo di Angelo era nascosto nell’impianto di ventilazione, non avevamo neanche bisogno di rollare. I giovani iugoslavi guardavano la bella auto di Gilberto sfrecciare lungo le loro pessime strade, la musica a tutto volume, con un misto di invidia e di rabbia. Il vecchio Tito stava morendo, ma l’Europa per loro era ancora lontana. Dormimmo in macchina.
A Titograd, due giorni dopo, Leandro s’avventurò in un commissariato di polizia per denunciare la perdita dei Traveller Ceques e della carta d’identità. Poi ci recammo alla sede dell’American Express per fare la stessa cosa. Nel pomeriggio, cominciammo a salire verso Pristina. A mano a mano che ci addentravamo nell’interno, le antiche usanze sostituirono le tendenze occidentali della costa. Le donne di una certa età indossavano il costume tradizionale. In un villaggio, a una cinquantina di chilometri da Pristina, trovammo la strada invasa di gente, fummo costretti a fermarci. C’era una festa di paese. Scendemmo dall’auto, e come due marziani andammo a vedere cosa succedeva.
«Italiani?» disse un tipo.
«Italiani, italiani.»
«Buona macchina» continuò quello, indicando il Pallas.
Diverse ragazze ci guardavano con occhi curiosi.
«Che facciamo?» fece Leandro.
«Ci fermiamo. Ho fame!»
Il tizio non sapeva una parola di italiano, oltre alle tre che aveva già detto, ma seppe indicarci un posto dove mangiare. Una trattoria con i tavoli sotto grandi olmi. C’erano altri avventori, ma neanche un turista. Diedi un’occhiata ai piatti.
«Quello» dissi all’oste, indicando il piatto di un vicino.
«Raznjici? Cevapcici?»
Mi alzai e gli indicai da mezzo metro quello che volevo.
«Raznjici!» disse lui, contento.
Non vedevo birre sui tavoli. Ma soltanto bottiglie dal colore scuro. Ne indicai una.
«Bosa?»
Poco dopo tornò con un paio di quelle bottiglie. Era una bibita rinfrescante, ma dal forte sapore acidulo. I raznjici, o quel che erano, mi fecero schifo. Leandro mangiava e beveva di gusto.
Cominciammo a scambiare qualche parola con gli altri, in un misto di italiano e d’inglese. Non ci lasciarono andare fino a sera, volevano sapere di Roma e dell’Italia, un paese così vicino eppure tanto lontano. Su un palco danzavano dei giovani in costume, accompagnati da un gruppo di suonatori. Una danza ossessiva e incessante. Dormimmo in quel villaggio, ospiti di uno degli avventori della trattoria.
«Stanotte questi ci fanno la pelle» dissi.
Leandro alzò le spalle. Avevamo i soldi nascosti nei calzini e i documenti addosso. Intorno alle due, la danza terminò. Il padrone di casa ci svegliò al mattino con una tazza di caffè turco. E poi, su un piatto, ci offrì un salame piccante con del pane.
«Kulen» disse.
Gli lasciammo dieci dollari e un’ora dopo ripartimmo. C’era mezzo paese a salutarci. Il confine bulgaro distava un centinaio di chilometri. Quattro o cinque ragazzini salirono con noi, e per un paio di chilometri non ne vollero sapere di scendere. Accendemmo lo stereo.
Hold the paper
up to the light
(some rays pass
right through)
Expose yourself
out there for a minute
(some rays pass right through)
Al confine bulgaro cominciarono i problemi. Non avevamo il visto. Si poteva richiederlo lì alla frontiera ma ci voleva del tempo, disse l’ufficiale. Ci passammo mezzo pomeriggio. Ogni tanto il capitano rientrava, alzava le spalle, e ci faceva segno con la mano di aspettare. Qualche volta entrava un altro soldato. Soltanto parecchio dopo capimmo la manfrina. Allungammo cinquanta dollari al capitano, e come per incanto la frontiera si aprì con un visto di transito nelle nostre mani.
3.
Luglio 1982
L’avventura della nazionale azzurra ai Mondiali di Spagna comincia male, nessuno crede che arriverà lontano. Già sfavorita ai pronostici, riesce ad accedere ai quarti grazie soltanto a tre miseri pareggi. Contro una forte Polonia, uno squallido Perù e uno sconosciuto Camerun. Un miracolo? Forse non solo. Il portiere del Camerun, un certo N’Kono, aveva subito un gol stranissimo da Ciccio Graziani. Al momento del colpo di testa dell’attaccante, il portiere camerunense era scivolato come un salame.
Ma ai quarti di finale non ci sono miracoli che possano salvare gli azzurri. Sono nel gruppo con Argentina e Brasile, le due favorite. Accade però qualcosa di straordinario. Contro l’Argentina, Gentile si mette spietatamente a marcare Maradona, il fenomeno. Annullato! Tardelli e lo scatenato Cabrini archiviano la pratica. E a nulla serve il gol di Passarella nel finale.
Ma adesso l’Italia ha di fronte Falcao, l’ottavo re di Roma, Socrates, il tacco di Dio, e sua maestà Zico. Gli azzurri, solo Paolo Rossi, spietato come un cagnolino e lento come una lumaca, fino a quel momento. Ma c’è Gentile, al Sarrià di Barcellona.
I presuntuosi brasiliani si presentano come se fossero già i campioni del mondo. Ma finalmente Paolo Rossi esce dal guscio. Pochi minuti e gli azzurri sono in vantaggio. Manca ancora tanto tempo. Troppo! Falcao continua a muoversi con sinuosa eleganza, Socrates danza sul campo e salta gli avversari come fossero fermi. Al dodicesimo pareggia.
Al
venticinquesimo ancora Paolo Rossi. Goool! Il primo tempo finisce
Ma a un
quarto d’ora dalla fine Paolo Rossi s’avventa come un avvoltoio su una palla.
Goooooool!
Novantesimo: calcio d’angolo per i brasiliani. L’ala destra butta giù a calci un tabellone pubblicitario per prendere la rincorsa. L’area azzurra è intasata come San Pietro all’angelus del papa. Il brasiliano tira... l’Italia davanti alle tv trattiene il fiato.
Non succede nulla. Un altro minuto e l’arbitro fischia la fine. L’Italia è in semifinale. Adesso c’è soltanto la rabbia frustata dei giocatori del Brasile e la gioia degli azzurri. E di tutta l’Italia scesa in piazza a festeggiare.
In
semifinale, di nuovo
Intanto, dopo la partita con il Camerun, era apparsa Chiara, la sorella di Lucia. Capelli ricci e neri, curve al posto giusto. Indossava una gonna corta a piegoline. Non le staccai gli occhi di dosso neanche un attimo, la sera che Lucia me la presentò.
4.
1979
Dormimmo ancora in macchina. Ormai era un’abitudine. Ci facevamo una canna, non si stava scomodi sul Pallas. Al mattino, in viaggio. Ci fermammo a pranzare a Sofia, dando appena un’occhiata di sfuggita al Palazzo Reale. Il grigiore della Bulgaria non ci piaceva. La sera passammo il confine con
Il giorno dopo arrivammo finalmente a Istanbul.
Air...
Air
Hit me in the
face
I run
faster
Faster into the
air
Adesso bisognava sistemare una faccenda. Al bazar comprammo un paio di buoni vestiti all’occidentale, e poi andammo alla sede dell’American Express. C’era molta fila. Aspettammo pazientemente il nostro turno. La gran parte della gente era lì per lo stesso nostro motivo. Tutti avevano perso i loro Traveller Ceques e volevano essere risarciti con assegni nuovi di zecca. Un’epidemia di smarrimenti e furti. Nel pomeriggio avevamo in dollari due milioni di lire in più. Gli altri Traveller gli avevamo già cambiati con la carta d’identità di cui Leandro aveva denunciato il furto in Iugoslavia. I nuovi li avremmo poi cambiati con calma con il passaporto.
Seduti in un bar nella città vecchia, affacciati sul Bosforo, sorseggiavamo il cay in un piccolo bicchiere di vetro colorato, faticando a mantenere un’espressione seria. Il venditore d’hashish, un ragazzino di nemmeno tredici anni, schiumava d’impazienza, pronto a prendere i soldi e cercare altri clienti. Ma noi il fumo volevamo assaggiarlo. E non avevamo fretta. Nell’acceso tramonto, si sentiva l’odore di spezie e della cucina, il caos del traffico sul ponte, e l’appello alla preghiera del muezzin.
«Buono. Buono hashish. Italiani amici.»
«Ok, faccelo provare» dissi scoppiando a ridere senza motivo.
Ci fermammo a Istanbul una decina di giorni, più che altro perché avevamo conosciuto Patrizia. Era di Bologna, un gran pezzo di fica. Stava a Istanbul insieme a Carlo, ma erano di passaggio. Volevano arrivare in Nepal.
I suoni e i colori di Istanbul ci piacevano. Una città con due anime, una porta aperta tra l’islam e il cristianesimo.
Un pomeriggio raggiungemmo Patrizia e Carlo nell’hotel dove alloggiavano per farci una canna. Più tardi Carlo propose di fare una passeggiata.
«A me non va» disse Patrizia, sdraiata sul letto, la faccia sorridente. «Andate voi» aggiunse, lanciando uno sguardo vago nella stanza.
Lo acchiappò al volo Leandro. «Non va neanche a me, rimango a farti compagnia.»
Carlo e io girovagammo per un po’ e poi sedemmo a sorseggiare un caffè da Yenner, una bettola dove avevamo mangiato una volta. Io smaniavo, ma Carlo era tranquillo. Dopo una buona mezz’ora, manifestò il desiderio di continuare la passeggiata.
«Senti Carlo, mi sono rotto i coglioni di passeggiare. T’aspetto in albergo.»
La porta non era chiusa. C’era un piccolo ingresso con il bagno, prima della camera. Entrai e richiusi piano.
Patrizia era distesa sul letto, cosce divaricate e gambe a penzoloni sul bordo. Il suo corpo era abbronzato, tranne nella piccola parte degli slip, dov’era bianco come il latte. Aveva i seni piccoli, quasi da adolescente. Leandro era in ginocchio sul pavimento, nudo anche lui, la testa tra le sue gambe. La luce trasversale della finestra penetrava a fiotti nella stanza. Patrizia fremeva, percorsa da brevi sussulti. Ogni tanto lanciava un singulto e inarcava di colpo il ventre. D’un tratto, tutto il suo corpo parve avvampare. Diede un grido. Afferrò la testa di Leandro e la spinse con forza contro il ventre. In quel momento aprì per attimo gli occhi e mi vide. Non disse niente, si limitò a rovesciare il volto nella mia direzione, la bocca socchiusa, e rimase a fissarmi sorridendo. Ero eccitato. Mi liberai della camicia. Leandro s’accorse della mia presenza, ma continuò a baciarle la fica Le mia bocca si unì a quella di Patrizia. Mi morse le labbra. Gemeva. Poi cominciò a dimenare il capo da una parte e dall’altra, e a sussultare. Leandro fu costretto a mollare la presa. Scoppiammo a ridere entrambi.
«Stronzi! Stronzi!» fece lei.
Leandro si fece da parte. Patrizia, con desiderio, mi guidò dentro di sé.
Un’ora più tardi, tornò Carlo. Ci trovò nudi e distesi sul letto, completamente impregnati di sudore e dell’odore dolciastro dell’hashish. Si limitò a sedere su una sedia di fronte alla finestra, tirò fuori una piccola scatola e iniziò a rollare una canna.
«Perché non venite a Katmandu con noi?» disse dopo un po’.
«A Katmandu?» feci.
Leandro si voltò verso di me. Io guardai verso Patrizia. E lei sorrise di nuovo.
«Ma pensa che figli di puttana, questi due» dissi ridendo.
«Perché no? A Katmandu!» fece Leandro. «La nostra macchina è comoda, dopotutto.»
Dopo un po’, Leandro e io uscimmo dall’hotel per andarcene a mangiare qualcosa nella città vecchia.
«Come fa la canzone di Cat Stevens?» dissi a Leandro.
«Quale?»
«Katmandu!»
«Katmandu I’ll soon be seeing you. And your strange bewildering time. Will hold me down...»
Leandro telefonò a Gilberto?
«Che gli hai detto?»
«Che abbiamo dei problemi e non torneremo prima di un mese, un mese e mezzo. Ma quando torniamo andiamo tutti e due a letto con lui» rispose.
«Non mi coinvolgere, ama solo te» replicai ridendo.
Partimmo
due giorni dopo. Durante le notti, Leandro e io ci davamo da fare con Patrizia.
La sua vera passione, scoprimmo in poco tempo, era farsi leccare la fica da uno
mentre faceva un pompino all’altro. Aveva degli orgasmi che la squassavano.
Attraversammo tutta
Patrizia e Carlo pontificavano. I loro discorsi sul purificare la mente, sul vivere in eterna gioia, avevano galleggiato nel deserto dell’Iran come magma delirante.
«Andiamo in Nepal per aprire una finestra nella nostra coscienza, per gettare un fascio di luce sull’ignoranza della nostra anima. Sono stanca di vivere nel buio di questa prigione interiore.»
«Bisogna aprire i confini della nostra mente. Approfondire la conoscenza di sé e abbandonare questo mondo di illusione. Voglio ritrovare la mia coscienza divina» rincarava la dose Carlo.
«Voglio diventare ciò che vedo in me stessa. Questo viaggio non è che un mezzo per arrivare alla mia coscienza, alle origini dell’inconscio.»
«Mi pare che ci arrivi benissimo anche quando ti lecchiamo la fica» commentò Leandro, sempre pratico.
A Mashad, la città santa dell’Iran, Leandro, che aveva guidato tutto il giorno, piombò a dormire. Durante la notte Carlo s’infilò nel suo letto e cominciò a carezzarlo. Leandro si svegliò incazzato e lo scacciò. Patrizia e io scoppiammo a ridere. Il mattino dopo, ci allontanammo con una scusa e lasciammo Patrizia e Carlo nell’albergo.
Eravamo ai confini dell’Afganistan, pronti a perdere tutto, come bambini indifesi. Spinsi forte sull’acceleratore e il Pallas balzò in avanti, con il sole che picchiava come una punizione. Leandro infilò un nastro. A tutto volume la musica irriverente e disarticolata dei Talking Heads ci aggredì d’improvviso.
GA-DJI BERI BI-MBA
CLAN-DRIDI
LA-ULI LONNI
CA-DORI GA-DJAM
A BIM BERI
GLA-SSALA GLAN-DRIDE
E GLA-SSALA TUF-FM I ZIMBRA
Le note tracimarono dall’auto scoperta insieme al fumo dell’hashish, scesero vischiose lungo le portiere, prima che in maniera repentina fossero risucchiate al di sotto, fino a sollevare e a trasportare il Pallas sopra un cuscino d’aria galleggiante, in un mondo fatto di atomi di bambagia. Il muso dell’auto fletté la spazio di fronte a sé, finché non riuscì a bucarlo. Flop!
Sbucammo in Afganistan in un pomeriggio giallo. Alla frontiera quasi non ci fermarono, travestiti com’eravamo con quegli abiti da uomini da affari. Superammo una delle antiche porte lungo la cerchia muraria medievale che circondava il centro storico e ci fermammo in un piccolo albergo vicino alla grande moschea. Ero così stanco per il viaggio, che mi buttai sul letto senza spogliarmi e mi addormentai di colpo.
Passammo la mattina dopo nei pressi dell’antico mausoleo a forma di turbante, sotto un cielo blu forzato. Il pomeriggio vagammo nel gran bazar, adocchiando le belle ragazze in minigonna che ammiccavano con sorrisi nascosti ai nostri sguardi. Ma c’erano anche molte donne ricoperte da prigioni coloratissime. Chi non poteva sfoggiare la sua bellezza la sostituiva con la bellezza ricamata degli abiti. Un paese strano, l’Afganistan.
L’indomani
ci fermammo a Farah, una borgata. C’era una fila di auto e di camion che faceva
vomitare, ma era l’ultimo posto dove trovare benzina. Per quasi mille chilometri
non ce ne sarebbe stata altra. Riempimmo anche tre taniche e partimmo il
pomeriggio sul tardi, mentre all’orizzonte sabbia e cielo si fondevano nella
caligine. La strada era dritta come una freccia. Ogni sorpasso una sfida. Gli
autisti afgani suonavano, acceleravano, e ridevano cercando di mandarci fuori
strada. Sui pullman, i passeggeri si divertivano ai finestrini. Quando otto ore
dopo decidemmo di fermarci a dormire un po’ avevamo percorso poco più di
Ripartimmo poco dopo l’alba, piombando quasi subito in quello che dev’essere stato il mondo subito dopo la creazione. Eravamo in una pianura piatta e arida nel mezzo di una tempesta di sabbia che frustava il parabrezza. Ogni tanto, ai lati, spuntavano mulini a vento e miraggi di carovane in lontananza. E ancora camion e camion tremolanti nell’aria, multicolori e addobbati come templi in movimento. Cominciammo a salire, e finalmente il clima divenne più mite. Dopo un po’ cominciammo a vedere alberi di melograni e di agrumi.
Arrivammo a Kandahar stanchi, impolverati e affamati. Ci infilammo svelti in un locale seguendo l’odore della carne alla griglia. Appena varcata la soglia gustammo la frescura dell’interno e l’aroma forte del tè al cardamomo. La ventina di uomini seduti ai tavoli smisero di chiacchierare e si voltarono a guardarci. Leandro, sporco di polvere e con la barba lunga, non sembrava poi tanto diverso da loro, a parte il turbante.
Mangiammo carne e melograni, e uva piena di succo. Decidemmo di passare la notte a Kandahar, stanchi di dormire in macchina. Si sentiva l’odore della guerra. I sovietici minacciavano di invadere il paese, dopo l’uccisione del capo di governo legato alla Russia.
Il mattino dopo, quando il sole rischiarò l’orizzonte, eravamo già fuori dall’albergo. Le nostre ombre si allungavano a occidente. Non riuscimmo a raggiungere Kabul, perché trovammo un camion ribaltato che ostruiva la strada. Restammo lì cinque ore, con un altro centinaio di persone che cercavano di spostarlo quel tanto da creare un varco. Una bailamme incredibile. Anche noi cercammo di darci da fare. L’autista di un camion, un pakistano, ci offrì delle radici.
«Jensen, jensen» disse, facendoci segno di mangiarle. Le masticammo a lungo, il sapore non era buono, ma ci fece passare la fame e dopo ci sentimmo pieni di energia.
«Che cazzo era?» chiesi a Leandro, quando riprendemmo il viaggio.
«Boh? Ginseng, forse?»
La notte cadde sull’oriente cinquanta chilometri dopo.
There’s a
party in my mind...And it never stops
There’s a party
up there all the time... They’ll party till they drop
Other people can
go home...Other people they can split
I’ll be here all the time...I can never quit
Mi risvegliò la musica. «Dove siamo?»
«Non lo so!» rispose Leandro. «Ma ci fermiamo qua! Due minuti fa ho evitato per un pelo le ruote di un camion.»
Trovammo un posto dove uscire dalla strada, e ci fermammo. Il triangolo delle stelle estive brillava a occidente. Lo fissai per diversi minuti, prima di cadere di nuovo addormentato.
Al mattino ci accolse una valle estesa, stretta ai lati da alti picchi e completamente colorata di viola. Fiori viola a perdita d’occhio. Il cielo era rosa nell’aria limpida e le montagne verso nord erano coperte di neve.
«Faccio una canna» dissi. Prima di rollare, aprii la capote del Pallas e sul viso di Leandro si rifletté l’immensità della valle. Fumammo. Poi Leandro scese dalla macchina e prese il flauto dal bagagliaio. S’appoggiò sul cofano e suonò per una decina di minuti. Quando smise, si voltò verso di me e mi sorrise, fissò per un attimo l’orizzonte, le grandi iridi nere tese a inseguire un pensiero, poi si mise a correre nella valle, quasi lo avesse chiamato con ammiccante lubricità. Corse per un tempo che a me parve interminabile, come un avventuriero del nulla, tra i fiori viola bagnati di rugiada.
Arrivammo a Kabul verso le dieci. I militari occupavano le strade. Seguimmo l’odore degli spiedini di carne e arrivammo in una capanna. Mangiammo all’aperto, alla luce dorata del sole che filtrava tra le foglie di un albero, guardando la città prepararsi alla guerra.
«Mazar-i-sharif?» disse il padrone, dopo che ci fummo rifocillati.
Leandro e io ci guardammo. Non resistemmo al fascino di provare l’hashish migliore del mondo.
Il padrone ci fece strada in una stanza nel retro. Lì incontrammo Ibrahim, dieci, undici anni non di più, che in un’atmosfera di silenzio meditativo ci preparò una pipa. Uscii dal locale con allucinazioni vere e proprie. Era l’hashish più potente che avessi mai fumato. Facemmo una passeggiata per sgranchirci le gambe lungo il mercato, mentre grandi nuvole pomeridiane scesero a coprire la città. Sullo sfondo le cime innevate dell’Asmai e dello Sherdawara.
Vagavo tra le strade e le piazze di Kabul con la piacevole sensazione che il tempo si fosse fermato. Ogni tanto il mio sguardo s’incrociava con quello di Leandro, e scoppiavamo a ridere entrambi. Proseguimmo a camminare, in una passeggiata burlesca e allucinatoria senza che nessuno facesse caso a noi, soltanto qualche donna si copriva la bocca con la mano e sorrideva. Fissavo con occhi stralunati quei montanari padroni di sé, laceri signori dell’universo, vagando sulla riva destra del fiume, nel nucleo più antico della città, nel bazar, tra gioielli, vasellame... e musica ritmica di tamburi a due casse che usciva da ogni parte. La vecchia Kabul non era altro che un agglomerato di case basse cresciuto attorno agli speroni rocciosi. Sembrava un accampamento di nomadi pronto a essere smontato in ogni momento. E nomadi ci sentivamo Leandro e io, mentre dissipavamo noi stessi. Tutto si disperdeva mentre lo raccoglievamo e si consumava nel momento stesso nel quale appariva. Il futuro non era altro che l’istante successivo al presente.
Dopo quattro giorni, capelli lavati e pettinati con cura, vestiti eleganti e con l’aria di chi ha un sacco di soldi, andammo all’ambasciata indiana. Andavamo sì, in India, ma con l’intenzione di spendere tanti dollari. Per il Pakistan, sarebbe invece bastato un road permis alla frontiera.
Il nostro viaggio era ormai diventato labile come il fumo nell’aria di un sogno. Superammo la profonda e sinuosa incisione del fiume Kabul, e arrivammo al Khyber Pass, il valico di frontiera tra l’Afganistan e il Pakistan, in preda a una febbre inarrestabile di andare avanti. Camion, persone, carri e carretti, animali e cose transitavano in un flusso disordinato attraverso il passo. I soldati di frontiera sembrava stessero lì a passare il tempo. Fissavano quel movimento con l’aria annoiata. Nessun controllo. Fermarono soltanto noi, e con gesti bruschi. Eravamo tesi, il mazari-i-sharif era ben nascosto, ma non sapevamo cosa aspettarci se l’avessero trovato.
Un soldato ci fece cenno di accostare la macchina e di scendere, invitandoci a seguirlo al posto di guardia, una casa di pietra malandata. Non appena entrammo ci indicò due sedie, poi uscì. Dalla finestra, vedevamo tre o quattro soldati che si muovevano ansiosi intorno alla nostra auto. Aprirono il cofano anteriore, poi quello posteriore.
«Cazzo, qui va a finire male!»
Leandro mosse impercettibilmente lo sguardo verso la porta. Entrò un ufficiale, che ci squadrò in maniera severa. Dopo un po’ entrò anche un altro soldato e disse qualcosa all’ufficiale. Questi annuì.
Arrivati alla macchina, il soldato indicò il bagagliaio. L’ufficiale infilò dentro la testa e ne uscì con un long playing tra le mani. Si voltò verso la casamatta e vide che lo stavamo fissando dalla finestra.
Sorrise e disse qualcosa che non udimmo. Con il disco in mano tornò dentro la stanza.
«Rollinston. Yeah, yeah!» disse, mimando il gesto di suonare una chitarra.
«Yes, Rolling Stones!»
«Gud miusic, rollinston! Gud miusic.»
«Yeah!» commentai, con il pollice alzato.
Ce la cavammo con dieci dischi e cinquanta dollari. Ma dovemmo trattare per oltre un’ora perché volevano venti dischi e centocinquanta dollari.
«Katmandu stiamo arrivando!» gridai quando ripartimmo.
Nel pomeriggio arrivammo a Peshawar, la città di legno. Prima di sera decidemmo di traversare il Pakistan senza fermarci da nessuna parte. Non ci piaceva il Pakistan. In una notte di pece attraversammo Rawalpindi, e dopo un centinaio di chilometri ci fermammo per dormire. All’alba stavamo già filando attraverso la sconsolante distesa nel Punjab che portava all’India. Mancavano una trentina di chilometri a Lahore, quando un odore di bruciato che saliva dal motore ci costrinse a fermarci. Aprimmo il cofano.
«Abbiamo fuso le bronzine» disse Leandro.
«Come, abbiamo fuso le bronzine?»
« Abbiamo fuso le bronzine, cazzo!»
«E adesso?»
«Adesso siamo nella merda!»
Non si vedeva una macchina, una casa. Non si vedeva nulla di umano.
«Cerchiamo di fermare un camion... è più facile che abbia una corda... e ci facciamo trainare fino a Lahore. Là ci sarà pure un meccanico in grado di ripararla.»
Un vuoto desolante. Mentre Leandro continuava a trafficare nel cofano, rollai uno spino. Accesi lo stereo.
«Spegni quel cazzo di stereo!» gridò. «Vuoi far finire pure la batteria?»
Passo mezz’ora prima che vedessimo apparire all’orizzonte un camion. Il sole brillava a occidente come un’enorme palla di fuoco. Cominciammo a fargli gesti di fermarsi quando era a cento metri da noi. Quando ci fu affianco, l’autista si sporse dal finestrino. Era un tipo dalla lunga barba nera e il turbante grigio, ci lanciò uno sguardo colmo di disprezzo e disse alcune parole, che non capimmo ma che certo non erano di saluto, poi ricacciò dentro la testa e con uno scossone il camion si rimise in marcia. Un minuto dopo era già distante. Lo vedemmo rimpicciolire in lontananza, finché non fu altro che un punto tremolante nel panorama uniforme della pianura.
5.
11 Luglio 1982
«Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!»
La voce di Nando Martellini pone fine al mondiale. Lo stesso grido esce da ogni finestra. Chiara m’abbraccia e mi bacia dappertutto. Sento il suo seno contro il mio petto. Non abbiamo ancora scopato.
Due ore
prima, le strade si erano di colpo svuotate. Al Santiago Bernabeu, l’Italia
affronta in finale
GOOOOOOOOOOOOOOOOOOL!
L’urlo muto di Tardelli che corre a braccia aperte per il campo è pari soltanto all’urlo di Munch. Ma lì c’è angoscia, qui gioia. La sua voce è quella dell’Italia intera. Un grido, uno solo. Dappertutto!
«GOOOOOOOOOOOOOOOOOOL!»
Chiara è letteralmente incollata a me. Stringe forte il mio braccio durante le azioni pericolose della Germania, quasi mi fa male, e mi bacia con trasporto dopo le belle azioni della nazionale. Le sue labbra sono tenere. Indossa la stessa gonna corta a piegoline di quando l’ho conosciuta e una magliettina bianca di cotone, con una scollatura a V, dove a posarci lo sguardo si rischia un mancamento. Più d’una volta, nella tensione, le ho toccato le gambe. Sono calde, frementi. Lucia e Leandro sono seduti dall’altro lato della stanza,. Leandro ha la faccia tirata, ma non per la tensione. Non sta bene, anche se cerca di non darlo a vedere. Resisti, Leandro, resisti!
Germania
Federale in ginocchio. Trentaseiesimo: Altobelli,
«Campioni del mondo! Campioni del mondo!
Campioni del mondo!»
«Andiamo a festeggiare! Ho voglia di bere e fare baldoria» dice Chiara con allegria. Gli occhi le brillano. Voglio annegare dentro quegli occhi!
Leandro stringe i denti e s’alza. Via di corsa sul Lungotevere, la capote del Pallas aperta. Trombe, clacson, confusione, allegria, grida. Dovunque. Io guido. Leandro, accanto a me, mostra un’allegria forzata. Lucia e Chiara, sedute sugli schienali posteriori, s’agitano come matte. Chiara sventola una bandiera, la maglietta tesa sul seno, manda baci a tutti, mostrando le belle gambe abbronzate. Nei movimenti scomposti, dallo specchietto retrovisore ogni tanto intravedevo il biancore delle sue mutandine. Faccio fatica a seguire la strada. Altre macchine zigzagano da tutte le parti per avvicinarsi a godersi le cosce di Chiara.
6.
1979
Il giorno dopo arrivammo finalmente a Istanbul.
Aspettammo mezz’ora, prima che passasse un altro camion. L’autista fu disposto a trainarci fino a Lahore. Aveva una corda con due buoni ganci. Anche il suo camion era colorato e addobbato come un piccolo santuario ambulante. Attraversammo campi di cotone e di grano, e un’ora dopo vedemmo le mura di Lahore. Entrammo in città, subito seguiti da una massa di curiosi. Leandro e io sorridevamo dal Pallas scoperto, neanche fossimo due papi in visita ufficiale. Un caos incredibile. Leandro, in piedi, cercava di dirigere il traffico. Sembrava davvero un papa. Impiegammo mezz’ora per arrivare a un’officina. Un’officina? Una baracca di lamiera, al centro una buca scavata nel terreno. Nella buca, un uomo e un ragazzino di circa dieci anni, che uscirono con un sorriso stampato sulla faccia. L’uomo fu tanto premuroso che venne ad aprirci la portiera. Poi si diede subito da fare per liberarla dalla corda. Il camionista, disse qualcosa al meccanico e quello gli rispose in modo brusco. Quindi si girò nella nostra direzione e disse qualcosa anche a noi. Lo fissammo senza capire. Allora il camionista fu più esplicito. Fece con le dita il gesto del denaro. «Dollars.»Il meccanico prese a inveire contro di lui. Leandro s’avvicinò al camionista e tirò fuori qualche dollaro per darglieli. Il meccanico glieli strappò di mano, gridando contro il camionista.
Nel giro di un minuto mezza Lahore era intorno alla baracca. Il meccanico si rivolse ai nuovi arrivati. Indicava ora noi, ora il camionista. Pareva che stesse spiegando l’accaduto, perché andò sul davanti della nostra macchina e fece il gesto di trainarla. Anche gli altri cominciarono a inveire contro il camionista, il quale si mise a strillare contro di noi. Leandro e io assistevamo muti alla scena, come se fossimo a teatro. Il meccanico gli dovette dire qualcosa di molto offensivo, perché ebbi l’impressione che il camionista volesse menargli. Intervennero allora altri quattro o cinque, tutti strillavano e facevano gesti, come per dire al camionista di andarsene. Lui disse ancora qualche parola, ma prudentemente cominciò a ritirarsi verso la cabina del camion. Appena giunto, mise un piede sul predellino, rivolse ancora qualche parola di minaccia, sacramentò un po’ e quindi mise e moto e partì.
Il meccanico e il gruppo presero a parlare tutti insieme, dandosi grandi manate sulle spalle. Poi si felicitarono con noi. Mi parve di capire che non fosse onesto pretendere denaro per aiutare una macchina in difficoltà. Un paio di minuti dopo il meccanico scacciò tutti, quindi salì sul Pallas e ci chiese di spingerlo dentro la baracca. Scese, trafficò per sistemare una lampada e stette con il capo dentro il cofano per buoni dieci minuti. Quando ne uscì, cominciò a fare gesti sconsolati con il capo. Non riuscivano a capire una parola di quello che diceva. Disse qualcosa al ragazzino, che fece cenno di sì con la testa e partì di volata. Il meccanico ci disse di attendere. Dopo una decina di minuti, il ragazzino riapparve in compagnia di un giovane vestito decentemente. Si presentò e ci strinse la mano. Parlava un buon inglese. Dopo un po’, il giovane ci spiegò la situazione. Non c’erano quel tipo di cuscinetti a Lahore. Il meccanico poteva vedere di trovarne di simili, e magari lavorandoci di lima si potevano portare alla giusta dimensione.
«Mi sa che ci sverniamo, qui a Lahore.»
«No, si può fare» commentò Leandro, pratico.
Da quel momento, il meccanico mi escluse dalla conversazione e cominciò a parlare soltanto con lui. La cosa poteva essere risolta in una settimana.
Lahore è una
città strana, bella e piena di fascino, ma caotica all’inverosimile. Il traffico
di carretti, risciò, macchine e pedoni del nostro arrivo non era dovuto a un
evento particolare, era così tutti i giorni. Visitai l’intera città. Da solo.
Appena in piedi, Leandro si ficcava nell’officina insieme al meccanico. La sera,
stanco morto, si buttava sul letto e cadeva addormentato di colpo. Me ne andai a
zonzo in tutti i mercati possibili: in quello del cotone, del grano, dei
tappeti, delle scarpe e della gomma, dell’oro e dell’argento. Visitai il forte
di arenaria rossa di Akbar, i palazzi reali di Shah Jahan in marmo bianco, lo
Sish Mahal, con i suoi rivestimenti di specchi colorati alle pareti,
Ogni tanto passavo a trovarli. Tra lui e Rahmat, il meccanico, facevo fatica a distinguerli. Erano tanti affiatati che stavano riparando anche un’altra macchina. Come si capissero davvero non lo so. Rahmat conosceva tre o quattro parole di inglese, e naturalmente Leandro l’urdu non sapeva cosa fosse.
Faceva ancora un gran caldo, nonostante fossimo in ottobre. Restammo a Lahore tre settimane. Poi, finalmente, il Pallas fu di nuovo in grado di camminare. Al momento di lasciare l’officina, Rahmat e Leandro s’abbracciarono con molta commozione.
There’s good points and bad points
Find a city
Find myself a city to live in.
«E adesso tutta una tirata fino a Katmandu.»
Dalla capitale del Nepal ci separavano ancora più di mille e cinquecento chilometri. E ne avevamo già percorsi undicimila, la gran parte su strade al limite della praticabilità.
Il giorno dopo, a sera, arrivammo nel mare di baracche e sporcizia che costituiva la periferia di Delhi. Attraversammo la città il più in fretta possibile. La sua povertà ci colpiva allo stomaco. Durante una breve sosta, alcuni bambini ci avevano seguito raccogliendo le briciole del nostro pane.
«Tutte le fantasie avvizziscono come fiori senz’acqua, qui a Delhi» dissi.
«Ripartiamo subito! Qui c’è qualcosa di più della povertà.»
Era notte fonda quando lasciammo la città, dormimmo in macchina a una trentina di chilometri. Intorno a mezzogiorno, arrivammo ad Agra. Mancavano ancora un migliaio di chilometri per arrivare a Katmandu.
7.
Luglio 1982
Il giorno dopo arrivammo finalmente a Istanbul.
La festa nelle strade dura fino al mattino. Leandro è a pezzi. Diverse volte, nel corso della notte, si è piegato su stesso per i crampi allo stomaco. Verso le due ha vomitato bile. È risalito in macchina pallido come un cencio e con le mani che gli tremano violentemente. Sono le sei quando accompagno Lucia e Leandro a casa.«Che facciamo?» dico a Chiara, una volta soli.
«Andiamo da te, no?» risponde con un sorriso che mi taglia le gambe. Poi sgrana gli occhi nella mia direzione, sono di un verde opalescente. Appoggia la sua mano sulla mia, la stacca dal volante e l’accompagna sotto la sua gonna. Voglio fermarmi.
«Continua a guidare» dice.
Con un movimento lento accompagna la mia mano, carezzandosi il ventre. Reclina la testa di lato, le labbra dischiuse, sognanti. Freme, percorsa da piccoli sussulti. Ogni tanto lancia un sospiro e spinge il bacino in avanti, stringendo con forza la mia mano tra le cosce.
«Fermati!» dice all’improvviso.
Accosto. Chiara si libera della mia mano e scende. Si sistema tra due macchine, abbassa le mutandine e si china. «Mi scappa la pipì» sorride. Quando risale in macchina, la bacio. Mi piacciono le sue labbra, sono molli, umide.
«Corri, adesso» dice, staccandosi da me.
Tre giorni dopo telefona Lucia. «Ci sono i Rolling Stones a Napoli, sabato. Ci andiamo?»
«I Rolling? Ancora i Rolling? Sono anni che non li ascolto più.»
«Hai ragione» commenta Lucia, un po’ delusa. «Ma Leandro sta davvero a pezzi. Ho paura che gli prenda la voglia di ricominciare. Qualche giorno fuori città può servire a distrarlo. Andiamo a Napoli, vediamo i Rolling e poi ci fermiamo a Sperlonga qualche giorno. Dormiamo sulla spiaggia... dentro ai sacchi a pelo, come ai vecchi tempi.»
«Sì, andiamo» mi sussurra Chiara.
8.
1979
Il giorno dopo arrivammo finalmente a Istanbul.
Quando entrammo in Nepal, la prima cosa che pensammo fu che era valsa la pena di fare tutti quei chilometri. Un paese verde e rigoglioso, la cui popolazione sembrava fiera del loro naturale isolamento C’erano piccoli ponti su chiari corsi d’acqua con donne a lavare i panni, colorate, bellissime, e foreste estese a perdita d’occhio, cascate, cielo color del miele, in quel novembre. Sullo sfondo le cime innevate dell’Himalaya. La natura esaltava se stessa.«Mi stabilisco qui per sempre» disse Leandro.
Nel pomeriggio, entrammo a Katmandu.
Katmandu I’ll soon be touching you
And your strange bewildering time
Will hold me down
Katmandu è la città dell’eterna primavera. L’aria era così dolce che sembrò avvolgerci in soffici nastri di seta. Ci avventurammo tra i risciò, con la loro cappotta di tela nera cerata, tra l’odore della gente, aprendoci un varco nei mercati tra le vacche e le capre che cercavano di spiluccare qualche foglie verde. C’erano bambini dappertutto, correvano di qua e di là, ci inseguivano per chiedere qualche soldo, un regalo. Venditori di flauti, barbieri sui gradini del tempio di Shiva. C’erano anche molti occidentali. E tante belle ragazze.
A Katmandu conoscemmo Roberto, un italiano che era lì da un anno, e non aveva alcuna intenzione di andarsene.
«Vi offro da fumare» disse, in un rosso tramonto che si perdeva nel nulla.
Lo seguimmo volentieri. Andammo in un piccolo bar. Roberto aveva una delle stanze al piano superiore.
The name of the bar, the bar is called Heaven.
Heaven is a place where nothing ever happens.
Heaven is a place where nothing ever happens.
Mise su un po’ di musica e poi tirò fuori un preservativo da un cassetto, era pieno di qualcosa. Lo fece dondolare tra le sue dita per un attimo.
«Cos’è?» chiesi.
«Eroina. Purissima!»
Lo guardammo strano.
«Non ditemi che non avete mai provato l’eroina? È buona, sapete?»
Detto questo, ne versò un po’ su un foglio di carta stagnola fino a creare una collinetta alta un paio di centimetri. Tolse il refill da una penna biro, e poi accese il fuoco sotto il foglio di stagnola, tenendo l’accendino a una certa distanza. Dopo un po’ la sostanza cominciò a solidificare. Roberto allora mi porse la cannuccia mentre piegava di quel tanto il foglio in modo che l’eroina ci scivolasse sopra. Si alzò un filo di fumo.
«Aspiralo» disse.
Diedi una lunga boccata. Poi passai la cannuccia a Leandro. Ripetemmo l’operazione diverse volte tutti e tre. Nel giro di pochi minuti un’enorme bolle d’aria mi si gonfiò nel cervello, la stanza si offuscò e cominciai a muovere la bocca come un pesce sott’acqua. La stanza ruotò su se stessa all’improvviso, e fui risucchiato da un vortice. Un istante dopo, fui sparato da un cannone a migliaia di chilometri dalla terra, negli spazi siderali. Captavo vibrazioni intensissime e assolute.
«Ecco perché questo bar si chiama Heaven» dissi con voce querula.
Quando al
mattino del giorno dopo lasciammo la casa di Roberto, avevamo un’aria non
diversa dalle foglie di lattuga vecchie di una settimana.
I’m checking them out
I’m checking them out
Non sempre le cose riusciamo a comprenderle nel momento in cui ci capitano; a volte occorre del tempo per afferrarle del tutto, anche se a quel punto sono andate, o perdute. Per me, il viaggio con l’eroina iniziò e finì quella stessa notte. Era un paradiso, ma senza ritorno. Pensavo che anche Leandro lo avesse capito.
Ai primi di dicembre, una coppia milanese arrivata in aereo ci portò le ultime notizie. I giornali italiani parlavano di una imminente invasione sovietica dell’Afghanistan. E anche in Iran la situazione non era migliore. Un mese prima, gli studenti avevano sequestrato il personale dell’ambasciata statunitense a Teheran, per spingere gli USA a rimandare lo scià in Iran, dove avevano intenzione di processarlo. Gli Stati Uniti minacciavano furiose rappresaglie nel caso fosse accaduto qualcosa ai loro compatrioti.
In fretta e furia decidemmo di ripartire.
«Di filato a Roma.»
«A Roma» disse Leandro. Ma il suo sguardo inseguiva ancora l’eroina. Non seppi leggerlo, allora. E quando lo capii fu troppo tardi.
Perdemmo tempo ad attraversare il confine tra l’India e il Pakistan. Non riuscivamo a ritrovare il passi per l’auto che ci avevamo fatto compilare all’andata. Ma alla fine pagammo e riuscimmo a uscire. Poi, di volata, attraversammo il Pakistan. Al Khyber Pass, la guardia di frontiera afgana non ne voleva sapere di farci entrare. In un caos indescrivibile, cercammo di spiegare le nostre ragioni. Eravamo in un clima di guerra. I russi erano alle porte, e migliaia di persone cercavano di mettersi in salvo scappando in Pakistan. Finalmente, un ufficiale si ruppe i coglioni delle nostre insistenze e ci diede un visto di transito di due giorni, facendoci firmare una carta, in afgano, che a suo dire toglieva dalle responsabilità le autorità per qualunque cosa ci fosse successa lungo la strada. La carta ci costò trecento dollari. Spingemmo al massimo il Pallas.
Al confine con l’Iran, la situazione non era diversa. Rimanemmo fermi una notte e un giorno, prima che ci concedessero il visto di transito. A Teheran bruciavano bandiere americane, manifestazioni dappertutto. Qualche bambino ci prese a sassate.
9.
11 Luglio 1982
Il concerto dei Rolling a Napoli doveva cominciare alle quattro, ma il gruppo di spalla arriva alle sette. I Rolling si presentano alle nove e mezzo. Vorrei scappare, se potessi; ma sono in piedi, stretto tra migliaia di altri, con la gente dietro che ci lancia barattoli di birra per farci sedere. Mick Jagger sembra il fantasma di se stesso. Si muove sull’enorme palco come se avesse paura. Ho voglia di andarmene. Leandro non sta affatto bene. Resisti, gli dico dentro di me.
Under my thumb
The girl who once had me down
Under my thumb
The girl who once pushed me around
Riusciamo ad andarcene prima dei fuochi d’artificio finali. Leandro suda freddo e trema. Ci fermiamo a Sperlonga, qualche giorno al mare. Durante la notte Leandro sta male.
Il mattino dopo, una domenica, fissando la spiaggia piena di gente, mi viene il mente che è il giorno del mio compleanno. Chiara passeggia lungo il bagnasciuga completamente nuda. Uno spettacolo. Ha tra le mani ha un libro delle storie di Angelica e lo legge incurante del desiderio dei maschi. Leandro sta sempre più male.
10.
1979
Il giorno di natale arrivammo a Roma. Distrutti dalla fatica, magri e sporchi, e con il Pallas che aveva quasi trentamila chilometri in più nel motore. Nonostante lo avessimo fatto lavare e ingrassare, Gilberto non lo rivolle più indietro. Lo comprai io, a rate. Ma fummo costretti a tenerci lui in casa per un anno, prima che la padrona ci sbattesse fuori a tutti e tre.
Per quanto accadde in seguito (i sovietici invasero l’Afganistan il 24 dicembre 1979, e dopo la crisi degli ostaggi Usa a Teheran che duro da novembre dello stesso anno ad aprile del 1980, iniziò la guerra tra Iran e Iraq), con tutta probabilità Leandro e io fummo gli ultimi due occidentali che attraversarono l’Afganistan e l’Iran in auto, prima che i due paesi chiudessero per vent’anni le frontiere e milioni di morti li insanguinassero.
Eravamo partiti da Roma alla fine di giugno per andare a Genova, un paio di giorni in tutto, fare un bel po’ di soldi e darci alla bella vita. Ma anche adesso non saprei spiegare bene cosa ci abbia poi portato da Genova a Istanbul. E neanche perché da lì decidessimo di proseguire. Strada facendo perdemmo il senso della meta, anzi fu la meta stessa a privarsi di senso.
In ogni caso, nonostante i tanti stravolgimenti che aveva conosciuto la mia vita, dopotutto, avevo sempre confidato fino ad allora nel fatto che tutto, comunque, si sarebbe risolto per il meglio. Così, era andata.
Finché a Sperlonga non apparve quell’alba lucida, bianca come il marmo.
La morte di Leandro non si presentò all’improvviso. Cominciò in quel bar di nome Heaven, a Katmandu, e si concluse poco dopo quell’ultima notte nei sacchi a pelo sulla spiaggia di Sperlonga, prima che anche quelli li chiudessimo per sempre. Furono gli ultimi strascichi di un’epoca. Ho provato ad aiutare Leandro in quei tre anni. Non ce l’ho fatta. Da allora, la morte non sono più stato a contemplarla da lontano, come cosa che non m’appartenesse. Da quel luglio del 1982, la morte ha avuto tutto il tempo di godere della mia vita.
E ora piango.