LE 10 ICONE DEL BUE

MARTINE BATCHELOR

 

Nella tradizione Zen c’è una famosa serie di dieci illustrazioni note come le icone del mandriano (o del bue) che rappresentano le tappe del sentiero spirituale. Camminando intorno ad alcuni templi in Cina, in Giappone e soprattutto in Corea si possono osservare in successione. Narrano la storia di un mandriano semplice e sincero che è alla ricerca di qualcosa. Vi è poi il bue che in realtà nelle immagini somiglia piuttosto a un bufalo ma che probabilmente, per ragioni di traduzione, viene descritto come bue. La storia tratta fondamentalmente del rapporto fra il mandriano e il bue. Ogni immagine ha un titolo ed è accompagnata da una poesia, ma noi non ci occuperemo di questo aspetto.

I LA RICERCA DEL BUE

La prima illustrazione si intitola ‘la ricerca del bue’ e mostra il giovane mandriano che si guarda intorno alla ricerca del bue: è ansioso di trovarlo ma non può vederlo, dato che non compare nell’immagine. Penso che l’immagine si riferisca all’inizio del cammino spirituale se non addirittura a una fase precedente. Può darsi che all’inizio del percorso spirituale ci capiti di sentire che nella nostra vita manca qualcosa: possiamo anche avere molti amici, ricchezza, un legame affettivo, un impegno politico, ma sentiamo di aver bisogno di qualcosa che ci manca. Perciò proviamo ogni genere di cose nel mondo esteriore, ma anche così continuiamo a sentire che ci manca qualcosa.

Io, ad esempio, ricordo di non essere stata religiosa fino all’età di diciott’anni, anzi ero anti religiosa poiché la mia famiglia era comunista e io ero molto presa dalla politica, dall’idea di salvare il mondo. Volevo salvare il mondo perchè così tutti sarebbero stati in pace, me compresa. Solo quando cominciai a interessarmi di buddhismo grazie a degli amici e dopo la lettura di alcuni libri mi resi conto che prima di cambiare il mondo dovevo cambiare me stessa. Ciò significò la fine della ricerca indirizzata a trovare la soluzione all’esterno e cominciai a pensare che forse era dentro di me che dovevo cercare. Anche se godiamo di buona salute e stiamo bene, talvolta proviamo la sensazione di non sentirci appagati, di non avere chiarezza e pace dentro di noi e così ci mettiamo alla ricerca di qualcosa che ci dia pace e chiarezza.

II VEDERE LE ORME

Ed eccoci alla seconda immagine: si vedono le orme di un bue e ciò sta a indicare l’inizio del sentiero. Vediamo che c’è qualcosa proprio come succede quando cominciamo a guardare dentro di noi. Può capitarci di trovare dei libri che ci fanno intuire ciò che stiamo cercando, oppure possiamo sentire qualcosa o qualcuno che ci ispira profondamente ed è così che cominciamo a sviluppare interesse per le cose spirituali. Secondo me questo stadio in cui si scoprono le tracce è ancora molto intellettuale e speculativo. Leggendo delle belle poesie cinesi ci può venire da pensare: "Ecco, è proprio quello che cercavo! Come sarebbe bello se tutto fosse uno, se io fossi al di là delle cose, se fossi perfetto, se potessi trascendere tutte le cose."

Ero a questo stadio quando presi a interessarmi alla meditazione. Cominciai leggendo Krishnamurti e riflettendo su alcune espressioni che incontravo, come ‘essere chiari, liberi, felici, equanimi, amorevoli’. Anche se ci pensavo spesso, nella mia vita non cambiava niente. Ricordo che una volta salii su una montagna portando con me un libro di Krishnamurti e una coperta con il proposito di sperimentare le cose di cui si parlava nel libro. Leggevo una pagina del libro e poi mi guardavo intorno, ma non succedeva niente. Dopo un’ intera giornata trascorsa in questo modo tornai indietro e questa fu la mia esperienza. È come leggere un menu: non significa che ci riempiamo lo stomaco; oppure è come guardare un segnale: non avviene nulla se ci limitiamo solo a guardarlo.

L’immagine ci dice che agendo in questo modo potremo solo avere un indizio, un’idea di che cosa sia il cammino spirituale. Si tratta di un fatto intellettuale, di una speculazione della mente: non si realizzano ancora grandi cambiamenti.

III VEDERE IL BUE

Nell’immagine successiva il mandriano deve scoprire l’epoca a cui risalgono le orme, se sono antiche o recenti, se sono di dieci anni o solo di due giorni prima. Siamo portati a chiederci se ciò che andiamo scoprendo sia in relazione con la nostra vita attuale e se potrà cambiarla.

Il mandriano scopre finalmente il bue, ma nell’immagine se ne vede solo la parte posteriore, la coda che oscilla. Il mandriano vede il bue, ma non riesce a prenderlo perché esso si allontana. È proprio come quando cominciamo ad avere un’idea di ciò che vogliamo fare, ma ci troviamo davanti a molte opzioni diverse, soprattutto noi occidentali: tanti maestri, tante tradizioni, tante tecniche. Possiamo nutrire l’idea di un guru straordinario che verrà a Londra e che, solo abbracciandoci, ci permetterà di raggiungere l’illuminazione. Lo andiamo a trovare , ci facciamo abbracciare ma, ritornati a casa, scopriamo che i nostri figli ci danno ancora fastidio. Oppure sentiamo parlare di un corso che promette di farci raggiungere l’illuminazione in dieci giorni. Io, ad esempio, ho fatto un corso di taoismo per corrispondenza che riguardava soprattutto i viaggi astrali. Bisognava stendersi sul letto e visualizzare se stessi sul soffitto; questo era solo il primo stadio, ma io non ci sono mai riuscita e così ho rinunciato. Poi ho cercato di fare un po’ di meditazione di Rajneesh, ma bisognava farla nudi e non era proprio ciò che cercavo. Così ho continuato a guardarmi intorno alla ricerca di qualcosa. È come vedere un segnale rosa con la scritta ‘illuminazione rosa’ e poi un segnale verde che indica ‘illuminazione verde’: ci si chiede se il rosa non sia meglio del verde o se forse non sarebbe meglio seguirli entrambi. In questa fase non siamo ancora veramente impegnati, siamo solo interessati a provare. In realtà non vogliamo cambiare poi tanto. Vogliamo solo qualcosa in più, come ad esempio sentirci impegnati spiritualmente. Proviamo per un po’ una strada, ma dopo breve tempo la troviamo noiosa e difficile e pensiamo che non sia quella che cerchiamo. Allora cambiamo e passiamo al bhakti yoga e all’abbandono pensando che senza l’ego non ci siano più problemi. Si va avanti così, provando tante cose diverse; ma può darsi poi che un giorno, all’improvviso, scatti qualcosa nella mente e si trovi ciò in cui si sente di volersi impegnare.

A Londra avevo sperimentato molte cose e alla fine pensai di andare in India con l’idea che lì avrei trovato il mio sentiero spirituale. Avevo letto delle belle storie sul rapporto tra maestro e discepolo e desideravo andare in India per trovare un maestro. Una volta arrivata, a causa di un errore sul passaporto, non potetti rimanervi così a lungo da trovare il mio guru. Il passo successivo fu di andare in Tailandia per trovare pace nella meditazione. Mi dissero di meditare per dieci minuti; quando ci riuscii mi sembrò una cosa straordinaria e cominciai a chiedermi se non fosse quella la strada giusta per me. Poi, per caso, mentre ero diretta in Giappone, mi capitò di fermarmi in Corea e decisi di rimanerci.

IV ACCHIAPPARE IL BUE

Il mandriano ha preso finalmente il bue al laccio, ma il bue scalpita e cerca di fuggire: bisogna tirare la corda per riprenderlo. È la situazione che richiede lo sforzo maggiore, proprio come quando, intrapreso il sentiero, ci impegnamo con serietà in una data tecnica. Tutti lo abbiamo sperimentato. Andiamo ad esempio a un ritiro Zen e ci sediamo pensando che ci faccia bene. Ma perché è tanto difficile fare qualcosa che sembra così semplice, come stare seduti a osservare il respiro? La difficoltà sta nell’abitudine della nostra mente che, come un bue, vuole andare di qua e di là. La mente e il corpo sono molto simili al bue: ad esempio, vi sedete e vi viene voglia di grattarvi. In una situazione normale lo fareste in attesa che succeda qualcosa di più interessante. Quando ci sediamo in meditazione, invece, dobbiamo rimanere seduti e se sentiamo prurito nel corpo non facciamo nulla. La cosa interessante è che se non facciamo niente esso va via da solo. Oppure potreste avere un doloretto al ginocchio e via dicendo. Durante la meditazione proviamo questo senso di irrequietezza perché non siamo abituati a rimanere fermi. Nella vita di tutti i giorni dobbiamo essere efficienti, dobbiamo lavorare per pagare le tasse ed essere dei buoni cittadini: non siamo proprio abituati a stare fermi senza far nulla. Il corpo, a livello fisico, non è abituato e all’inizio è difficile restare seduti immobili.

Dopo tre giorni che ero arrivata in Corea decisi di diventare monaca, e dopo un mese iniziai un ritiro di tre mesi in cui bisognava stare seduti per dieci ore al giorno, mentre in Tailandia ero stata seduta solo per dieci minuti. Era impossibile: sedevo sul cuscino e sentivo dolore al ginocchio, non volevo rimanere nella stanza, diventavo claustrofobica, volevo andare fuori e mi chiedevo il senso di quello che facevo. Mi ci volle del tempo prima di accettare di starmene seduta lì, senza desiderare di stare da qualche altra parte. Dovevo ingaggiare una vera lotta col corpo per imparare a rimanere immobile. Volevo rimanere immobile, perché è molto bello e ci si può riposare. Finché non l’accettiamo proviamo un senso di disagio, ma una volta che il corpo è rilassato non vogliamo più andare da nessun’altra parte. È la mente che vuole andare di qua e di là, nel passato o nel futuro; pensiamo a quello che mangeremo a pranzo, a quello che abbiamo fatto ieri, la mente pensa a tutto quello che succede e voi credete che con la meditazione sia addirittura peggiorata. In realtà prima non lo notavate, ma la mente agisce così. La meditazione vi fa capire che la mente spesso non è controllata, va di qua e di là, proprio come il bue che cercate di trattenere mentre cerca di andarsene.

Penso che il senso dell’immagine si riferisca alla forza, alla forza necessaria al mandriano per impedire con la fune che il bue si allontani: è un compito molto difficile perché il bue salta di qua e di là. Proprio come nella meditazione, rimanere fermi e saldi non è facile perché potremmo sentirci annoiati, irrequieti o avere ogni genere di pensieri. La cosa principale è rimanere lì, avere fiducia, pensare che ne vale la pena e che è proprio ciò che vogliamo fare. A questo livello è molto importante l’intenzione che abbiamo di rimanere fermi, la forza di rimanere seduti e di tentare e ritentare sempre, ogni volta di nuovo.

Rcordo che una delle cose peggiori che mi capitava una volta che il corpo si era abituato a stare seduto dieci ore al giorno era il fantasticare ininterrotto della mente. Stavo seduta sul cuscino e sognavo a occhi aperti: fantasticavo sul fatto che mi sarei realizzata, sulla mia famiglia, sulla possibilità di diventare una grande maestra o cose del genere. Mi ci volle un po’ di tempo per rendermi conto di quello che facevo. Ci vuole tempo prima di rendersi conto che non si sta andando da nessuna parte, ma che si sta semplicemente scappando. Ecco perchè è importante avere una mente chiara, capace di osservare ciò che succede.

V DOMARE IL BUE

Il mandriano tiene ancora in mano la corda anche se allentata, il bue è tranquillo e mangia l’erba. L’immagine non fa più riferimento alla lotta ma al riposo. È il momento in cui finalmente impariamo a stare con la pratica e capiamo che la pratica è uno sforzo senza sforzo. Dopo aver combattuto col corpo e con la mente ci rendiamo finalmente conto che la meditazione porta all’accettazione, a imparare a riposare nel momento presente: ad accettare che non c’è nessun altro posto dove andare e a stare semplicemente qui, consapevoli e svegli nel momento presente. Ma il fatto che il bue sia ancora legato, anche se la corda è allentata, indica che dobbiamo ancora essere vigili. Quando la mente è chiara e tranquilla, non sentiamo più molto dolore e riusciamo a concentrarci bene, ma anche allora la mente può tornare ad allontanarsi.

Fu a questo punto che mi resi finalmente conto di ciò che mi stava succedendo con le mie fantasticherie e cominciai a vedere quanto ero affascinata dai pensieri. Ormai potevo stare seduta senza problemi per molto tempo e tuttavia mi perdevo ancora nelle fantasticherie; fu importante capire che era un pensiero molto seduttivo ad allontanarmi. Anche quando la pratica va bene e sediamo tranquilli, sentiamo una voce che ci dice: "Ecco, è proprio ciò che volevo" e poi svanisce. In questa fase bisogna restare molto vigili e attenti: si possono avere esperienze incredibili di pace, di gioia, di vuoto e di chiarezza e il rischio è di rimanervi attaccati. L’importante è restare con l’esperienza, bella o brutta che sia.

L’immagine si riferisce dunque all’impegno: bisogna sostenere la pratica, dobbiamo continuare a praticare regolarmente anche se il cammino diventa più facile e sentiamo che ne vale davvero la pena, che è proprio ciò che vogliamo fare. Penso che la regolarità sia molto importante ed ecco perciò l’utilità dei ritiri. Gli effetti che derivano dal praticare per un periodo lungo, in maniera regolare e sostenuta, aiutano ad avere più fede.

VI PORTARE IL BUE A CASA

Il bue non è più legato con la corda e il mandriano sta suonando il flauto seduto alle sue spalle. L’immagine illustra il rilassamento e, direi, anche la gioia e la creatività. La meditazione non significa affatto essere annoiati o troppo seri. È grazie alla meditazione che la chiarezza e la consapevolezza creativa si possono manifestare. La meditazione non è pesantezza, non è qualcosa che rende più pesanti, bensì più leggeri. Secondo me questa immagine è molto importante perché mostra che nella pratica c’è gioia. Quando andiamo a meditare lo facciamo con entusiasmo e gioia perché stare seduti ed essere consapevoli è un sollievo. Proprio come tuffarsi in una piscina d’acqua fresca in una calda giornata estiva. Penso che sia importante sperimentare anche nella meditazione questo stesso senso di ispirazione e di leggerezza piuttosto che vederla come una costrizione. La meditazione ci porta a sentirci più a nostro agio con noi stessi, ci porta a riposare, ad accettare con gioia ciò che siamo in questo momento, a gioire di quello che ci circonda e ad apprezzare il momento presente. Apprezzandolo cercheremo di starci il più pienamente possibile.

Nel momento presente c’è gioia e creatività; la meditazione significa soprattutto aprirsi a queste possibilità, rendersi conto della nostra creatività sia che si manifesti nella cucina che nel giardinaggio o in qualsiasi altra attività. Giunti a questo punto cominciamo a sentirci più leggeri, più creativi nella vita quotidiana. Quando ero nel monastero dove ho vissuto per dieci anni, ero affascinata dal vedere come, man mano che meditavano, le persone diventassero più leggere. All’inizio, invece, erano troppo intente e serie e si avvertiva la tensione. Ai giovani monaci accadeva la stessa cosa: anche il corpo acquistava leggerezza. Ricordo il passo leggero con cui camminava il nostro insegnante che allora aveva già 70 anni.

VII DIMENTICARE IL BUE

Si vede il mandriano seduto vicino a una capanna intento a guardare la luna. Il bue non compare perché l’immagine vuole indicare che non c’è più separazione. Se durante la pratica continuiamo a ripeterci: "Sto meditando, devo meditare", vuol dire che c’è ancora dualismo. L’immagine ci rimanda, invece, al momento in cui finalmente ogni cosa che facciamo è meditazione: quando siamo seduti a meditare meditiamo, ma anche quando camminiamo, lavoriamo, ascoltiamo qualcuno o giochiamo con i bambini. Non c’è separazione, non c’è più alcuna lotta: la meditazione è diventata il nostro naturale modo d’essere, siamo semplicemente ciò che siamo. La consapevolezza, l’attenzione, la compassione sono sempre presenti, accompagnate a una sorta di saggezza, come quando la mattina ci si sveglia affamati e si va a prendere un frutto, oppure, sentendo freddo, si va a prendere la legna per accendere il fuoco. Si fa, insomma, ciò che è appropriato. Non ci sono più pensieri del tipo: "Devo essere buono, devo essere compassionevole, saggio, generoso...". Avviene tutto naturalmente: siamo generosi adesso, in questo momento, vogliamo esserlo e non è possibile fare altro che essere generosi verso noi stessi e gli altri.

L’immagine racchiude il senso del fluire. Si può essere più o meno consapevoli, più o meno felici, con o senza problemi perchè il senso del fluire non significa affatto essere felici in ogni momento. Saremo tristi davanti a qualcosa di triste, allegri se incontriamo qualcosa di allegro, ma con un senso di equanimità verso qualsiasi cosa. Sentiamo quello che succede, ma non ci attacchiamo, non ci aggrappiamo, non reagiamo. Rimaniamo con la cosa per quella che è e quando se n’è andata appare qualcos’altro. Rimaniamo nel flusso, siamo stabili, equilibrati.

VIII IL BUE E IL MANDRIANO VENGONO DIMENTICATI

Tutto è scomparso, non c’è più niente da fare. Sul foglio di carta bianco c’è solo un cerchio nero. È l’immagine del nostro vuoto, di quando sperimentiamo il vuoto che potremmo anche chiamare trasparenza o spaziosità. Quando nel buddhismo si usa l’espressione vuoto non si parla affatto di nulla o di solitudine.

In questa immagine vediamo ciò che si può talvolta sperimentare nella pratica: il senso di non separatezza, il senso di essere tutt’uno con tutto, di non sentirsi più isolati. Essere uniti al tutto non significa che non siamo più lì, che non c’è niente, quanto piuttosto che ci percepiamo in modo diverso, non più totalmente separati o isolati. È vero che siamo ciò che siamo, ma non c’è nulla che dica che questo è mio, che questo sono io. Osservando con attenzione durante la meditazione ci rendiamo conto che cambiamo continuamente, che siamo un flusso di condizioni. Quando respiriamo ed espiriamo c’è uno scambio costante fra noi e il mondo. Sono solida nelle mie condizioni, ma si tratta di una solidità condizionata. Secondo me quando si parla di vuoto nel buddhismo piuttosto che dire che non c’è niente, che tutto è illusione, è importante dire che tutto è diverso da quello che pensiamo, che nulla è incondizionato. Ogni cosa dipende da tutte le altre, è condizionata da tutto il resto.

Ad esempio io, Martine Batchelor, non sono apparsa all’improvviso: quando sono nata ero una neonata e ora è difficile immaginare di essere stata quella bambina piccola e indifesa. Sono molto diversa, eppure derivo da quella bambina. Ecco che cos’è il vuoto. Noi siamo fluidi e poichè siamo condizionati possiamo cambiare. Se fossimo solidi, separati, fissi, come potremmo trasformarci? Questa immagine rappresenta la possibilità di trasformazione proprio perché tutto è vuoto e niente esiste in maniera separata e fissa.

IX RITORNO AL LUOGO D’ORIGINE

Si vede solo il ramo di un albero, di solito un ciliegio, che rappresenta il mondo. Spesso si crede erroneamente che nella meditazione o nel sentiero spirituale vi sia solo il vuoto, che non esista nulla e che si possa, dunque, fare ciò che si vuole. Questa immagine si riferisce alla meditazione, e a noi nel mondo. Quando ci rendiamo conto che non siamo separati, intuitivamente comprendiamo che siamo collegati al mondo, che siamo totalmente connessi con esso. Ci sentiamo interconnessi con gli altri e col mondo, sentiamo che non possiamo che agire nel mondo e che non possiamo non rispondere al mondo, ma dobbiamo farlo, come si dice nel buddhismo, con saggezza e compassione. Ecco il vero senso del cammino spirituale nella pratica Zen. È un modo diverso di stare al mondo, in cui ci sentiamo parte di esso, con l’intenzione di nutrirlo e di esserne nutriti, di crearlo e di esserne creati.

X PRESENTARSI AL MERCATO PER INSEGNARE E TRASFORMARE

È l’ultima immagine della serie: il mandriano è in compagnia di un’altra persona di solito rappresentata come ben dotata e con una grande borsa piena di beni. Insieme stanno andando al mercato per dare tutto ciò che c’è nella borsa a coloro che ne hanno bisogno. Questa immagine si riferisce soprattutto alla compassione e al fatto che la meditazione non significa affatto avere esperienze incredibili. Ci fa vedere il nostro ritorno al mondo con spirito compassionevole. Nella borsa ci sono tutte le qualità che abbiamo coltivato: generosità, saggezza, compassione, amore, comprensione, chiarezza, empatia. Mentre ritorniamo al mercato cerchiamo di condividere queste qualità con gli altri; meditare non significa isolarsi in un posto tranquillo, ma poterlo fare anche in mezzo al rumore del mercato, tra la gente, mentre siamo occupati o stiamo lavorando con responsabilità. Solo allora diventa vera pratica, e il ritiro serve a prepararci a praticare al mercato. Dobbiamo cercare di condividere ciò che abbiamo scoperto e avere l’empatia necessaria per conoscere cosa fare. A qualcuno offriremo generosità, a un altro spazio, a un altro ancora ascolto, ma a volte può darsi che dobbiamo pensare solo a noi stessi, a come stiamo con noi stessi.

Le dieci icone mostrano che il cammino è un continuo apprendistato che non va visto in maniera lineare. Non comincia con la prima per finire con la decima. Non si deve pensare, ad esempio, che per la prima fase siano necessari due anni, per la seconda cinque e così via. Dobbiamo piuttosto immaginare una spirale, dove in ogni momento potremmo trovarci in qualsiasi fase. Possiamo attraversare la spirale per poi tornare al punto di partenza, ma avendo un po’ più di comprensione. Durante un ritiro ci si può ritrovare a un livello qualsiasi tra quelli indicati nelle immagini: si può tornare a quello descritto nella prima o a quello difficile che si vede nella quarta.

Nei dieci anni che ho trascorso in Corea era come se ricominciassi ogni volta da capo e allo stesso tempo avessi una consapevolezza più ampia, una capacità maggiore. Bisogna capire che lungo il sentiero non si procede dritti verso la perfezione, ma che si può salire, scendere o rimanere fermi. Nessuno può saperlo in anticipo. Ciò che conta è continuare a sentirsi a proprio agio. Il sentiero consiste nel realizzare interamente le nostre potenzialità e dal momento che sono così numerose come le condizioni avremo sempre qualcosa su cui lavorare. Secondo me non c’è alcun posto, alcuna immagine in cui riposare. È come se danzassimo e giocassimo attraverso queste immagini.

 

DISCORSO TENUTO A ROMA L'11 GIUGNO 1995; TRADUZIONE DI GIULIANA MARINIELLO