Agenzia di Stampa

Anno 1 Numero 1 Mercoledì 10.04.02 ore 23

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L’ombra di Virgilio L’adolescente, la turbolenza emotiva e le "nuove droghe"

Iª parte Le nuove Droghe

 

 

di Massimo Bracalenti   *

Nelle faccende umane si può osservare una stravagante dicotomia: da un lato gli esseri umani sembrano essere in grado di far mutare in modo significativo le condizioni esteriori della loro esistenza; dall’altro essi hanno comportamenti sconsolatamente ripetitivi e ricorrenti, tanto da dar ragione all’Ecclesiaste: nihil sub sole novum. E’ il caso delle cosiddette "nuove droghe". Che l’uomo abbia avuto sempre bisogno di "drogarsi" è un fatto che già Freud aveva notato e, a suo modo, spiegato: esso " s’inserisce nella grande schiera dei metodi costruiti dalla psiche umana per sottrarsi alla condizione della sofferenza, una schiera che comincia con la nevrosi, culmina nella follia, e nella quale sono compresi l’intossicazione, lo sprofondare in se stessi, l’estasi" ( Freud 1927, p. 505). Comunque, la locuzione "nuove droghe" fa ormai parte del linguaggio quotidiano, con essa si indicano l’uso e l’abuso di anabolizzanti, psicofarmaci e, soprattutto, droghe sintetiche "empatogene" (cioè capaci di favorire l’empatia) quali Ecstasy, Love drug, EVE, TNT, LSD, DMT 2-CB, Nexus, Crack; senza dimenticare la cocaina e le amfetamine. E’ un fenomeno, quello delle "nuove droghe", che sta giustamente suscitando preoccupazione ed allarme sia per la sua diffusione, sia perché si presenta come multiforme e variegato. Esso ha elementi che lo pongono in una linea di continuità con quello delle tossicodipendenze, ma ha anche tratti distintivi che giustificano la connotazione di novità. Vediamo quali sono tali caratteristiche specifiche:

Pervasività ed elusività.

La percezione sociale ed i dati disponibili indicano che il fenomeno delle nuove droghe è estremamente esteso e coinvolge una percentuale estremamente alta di adolescenti. Tuttavia, ad un’analisi più attenta i dati statistici ed epidemiologici risultano estremamente parziali. Al contempo, la figura del consumatore di nuove droghe sembra dileguarsi nella normalità. La complessità del fenomeno comporta infatti un alto indice di contraddittorietà, di qui l’elusività. Mentre il tossicodipendente "classico" aveva una maschera stereotipizzata, ed era anche oggetto di una sorta di stigma sociale; il nuovo consumatore di droghe di volti sembra averne mille e nessuno. Forse ciò è dovuto a quelle forme di identità patchwork tipiche delle generazioni figlie della cultura postmoderna (Featherstone 1994). Cosicché, la già incerta definizione di personalità tossicomanica sembra essere implosa frammentandosi: il malessere si è diffuso e generalizzato.

La moltiplicazione delle droghe.

Da un punto di vista storico molte delle nuove droghe, compresa quella che è assurta a simbolo di tutte le altre, la MDMA o ecstasy, sono vecchie; la MDMA, ad esempio, è stata brevettata nel 1913. Ciò significherebbe ancora poco, ma si pensi alla cocaina o all’LSD, che sta vivendo una sorta di seconda vita: sono tutte droghe nuove ma anche vecchie. Ciò sarebbe indice di una continuità, sennonché il fatto nuovo è che le droghe sembrano essersi moltiplicate; anzi, si potrebbe pensare ad un processo di differenziazione e proliferazione di cui non si vede il termine. Basti ricordare alle possibilità "espansive", dal punto di vista del consumo, che possono offrire gli inalanti. La droga di fatto, ed è questa la novità, e la complicazione, si presenta come un’Idra che riesce a generare e rigenerare le proprie teste ad una velocità pari a quella che guida la società dei consumi (cfr., ad esempio, Ritzer 1999). Il quadro si complica ancor di più se poi si tiene conto di un altro tratto, non completamente originale ma che tuttavia si sta rilevando come una delle cifre del nuovo consumo di droghe: la politossicomania e l’uso sequenziale di sostanze stupefacenti diverse (Cfr. E. Dimauro, V. Patrussi, 1999). Le nuove droghe cioè, al pari dei nuovi consumi, si differenziano a secondo degli usi, delle persone e delle particolari esigenze della stessa persona; al contempo esse generano il bisogno di altre droghe. E’ allora chiaro che, data l’impossibilità di tener dietro ad un processo così veloce, per molti versi somigliante a quello della replicazione delle cellule cancerose, è di fondamentale importanza individuare il meccanismo e le dinamiche che ne sono alla base stereotipizzata, ed era anche oggetto di una sorta di stigma sociale; il nuovo consumatore di droghe di volti sembra averne mille e nessuno. Forse ciò è dovuto a quelle forme di identità patchwork tipiche delle generazioni figlie della cultura postmoderna (Featherstone 1994). Cosicché, la già incerta definizione di personalità tossicomanica sembra essere implosa frammentandosi: il malessere si è diffuso e generalizzato.

La tossicità.

Un luogo comune che trova ampia diffusione tra i giovani e che è alimentato da molta    letteratura "alternativa" è quello della mancanza di tossicità che caratterizzerebbe le nuove droghe. Si parla di droghe "pulite". Ciò è, a mio avviso, frutto non soltanto di ignoranza, di sotto-cultura e di interessi specifici da parte dei produttori, fattori anch’essi importanti, di una mancanza di informazione. Vi è certamente un ritardo di elaborazione concettuale dovuto alla novità del fenomeno; vi è però anche un una rottura nella comunicazione. Sintomo, questo, di uno scollamento sociale e generazionale. Si sta producendo uno iato tra giovani ed adulti che non passa più per il conflitto ma per l’indifferenza, la noia e la rassegnazione. Informare significa allora, certamente, trasmettere messaggi ma ciò acquista senso soltanto all’interno di processi comunicativi che abbiamo come scopo fondamentale quello proprio ed originario della comunicazione: mettere in comune. Soltanto così la complessità del fenomeno nuove droghe può essere esperita e, appunto, comunicata; soltanto così la continuità-discontinuità con le vecchie droghe mostrata. Infine, in quest’ottica diviene possibile decostruire in modo significativo anche per un ascoltatore scettico e annoiato, come è spesso il giovane, il mito della non tossicità.

La dipendenza.

La "non dipendenza" dalle nuove droghe è un mito parallelo e speculare a quello della loro "non tossicità". Il lavoro da fare a questo riguardo è però duplice. Da un alto si tratta di decostruire questo mito con modalità e forme di intervento che sono le stesse di quelle indicate per la tossicità. Dall’altro lato, si tratta di ripensare il concetto di dipendenza da sostanze stupefacenti. Il mito della non dipendenza indotta dalle nuove droghe poggia infatti su di un dato, seppur esiguo, di realtà: alcune nuove droghe come le amfetamine e derivati, tra cui l’MDMA, non danno forte dipendenza fisiologica. Ed è a partire da questo dato che il mito, come tutti miti, si è costruito. Soltanto che la dipendenza fisiologica è una delle forme, certo importante, in cui la dipendenza si manifesta. Senza cadere in una metafisica della dipendenza e pur evitando una deriva psicologistica, mi sembra che le nuove droghe pongano in evidenza il fatto che aver affrontato il problema della dipendenza utilizzando esclusivamente un implicito modello biologico sia stato uno dei motivi del fallimento di molti modelli interpretativi delle tossicodipendenze. Ora, poiché i consumatori di nuove droghe sono soprattutto adolescenti, è opportuno rivolgere l’attenzione a questa fase della nostra vita ed alle forme di disagio che le sono proprie.

*psicanalista m.bracalenti@tiscali.it

 

 

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