Community
 
Aggiungi lista preferiti Aggiungi lista nera Invia ad un amico
------------------
Crea
Profilo
Blog
Video
Sito
Foto
Amici
   
 
 

was

Anno 2 Numero 79 Mercoledì 08.10.03 ore 23.45

 

Direttore Responsabile Guido Donati

 

Ottorino Respighi: “Le Fontane di Roma”  

 

di Marina Pinto 

 

Negli anni a cavallo fra il XIX e il XX secolo le forme, i rinnovamenti e gli stravolgimenti che avvenivano nel mondo della musica e del teatro erano moltissimi, ognuno con messaggi importanti di novità e di modernità. 
Il compositore italiano Ottorino Respighi (1879-1936) predilesse il sinfonismo ad ogni altra forma musicale, e il poema sinfonico era una di quelle forme musicali “moderne” - di cui hanno dato bellissimi esempi anche Smetana, Debussy e Richard Strauss - che permetteva maggiore libertà inventiva e considerevoli possibilità di indagini sonore e timbriche orchestrali, e che inoltre godeva dell’alto gradimento del pubblico. 
Tuttavia intorno agli anni venti esso sembrò subire una flessione di interesse, e la musica di Respighi arrivò in tempo per rinnovare questo genere, correggendo l’indirizzo del poema sinfonico simbolista (in questo senso c’era una stata una forte influenza della musica di Debussy) per farlo svoltare nel paesaggismo e nel naturalismo, facendogli acquisire così leggerezza e piacere all’ascolto.
“Le Fontane di Roma” (1918) sono definite un poema sinfonico per la loro forma descrittiva e la loro capacità di esprimere e trasmettere sensazioni e visioni suggestive date dalla descrizione di quattro monumenti - appunto quattro fontane diverse - considerate nell’ora in cui il loro carattere è più in armonia con il paesaggio circostante o in cui la loro bellezza appare più suggestiva a chi le contempli. Il lavoro si svolge in quattro parti saldate tra loro senza mai che una prevalga sull’altra, favorendo così una continuità sonora che aiuta le intenzioni paesaggistiche e pittoriche che sono nell’opera musicale.
Il paesaggismo può definirsi lussureggiante in ciascuno dei quattro brani di cui si compone il poema sinfonico: il poema si apre con “La Fontana di Valle Giulia all’alba”, genuina espressione di poesia strumentale dalle raffinate varietà di immagini sonore, che evoca un paesaggio pastorale, dove mandrie di pecore passano nella bruma e fosca alba romana, e tutto è descritto in appena dieci pagine di partitura (la brevità è un elemento importante da non sottovalutare).
All’improvviso udiamo un fortissimo ed insistente squillare di corni sui trilli di tutta l’orchestra, ed inizia un altro quadro, siamo dinanzi alla bellissima “Fontana del Tritone al mattino”, dove, come in un richiamo gioioso, accorrono frotte di naiadi e di tritoni che si inseguono fra gli spruzzi d’acqua danzando allegramente. 
Poi si sente arrivare un tema calmo e solare, la musica riprende i toni intimisti del primo quadro, è “La Fontana di Trevi al meriggio”: il tema solenne passa dai legni agli ottoni ed assume un tono trionfale, si sentono fanfare e il carro di Nettuno tirato da cavalli marini passa sulla distesa radiosa delle acque seguito da un corteo di sirene e di tritoni. 
L’ultima fontana descritta è “La Fontana di Villa Medici al tramonto”, dove si ascolta un tema triste e sommesso, è l’ora nostalgica del tramonto, l’aria è piena di rintocchi di campane, di bisbigli di uccelli e di brusii di foglie; poi tutto si quieta dolcemente nel silenzio della notte. E’ questo il brano che forse esplica meglio la poetica decadentistica di Respighi, c’è una insistenza sui timbri liquidi di carillon e celesta in unione con le due arpe, e la melodia è sagomata e flessuosa, nasce da un flauto e da un corno inglese, ed è come un sognante addio al mondo e alla cultura della società coeva, prospera e borghesemente pingue, paga di un’arte decorativa ed accattivante e nulla più. 
Nell’ambiente sonoro delle “Fontane” c’è, di fondo, una scelta di combinazioni timbriche e uno studio di equilibri sonori che bene si accoppia allo studio delle immagini, un evidente segno di rinnovamento e di approfondimento del poema sinfonico. Tutto è equilibrato e delicato, non ci sono eccedenze descrittive e decorative, come invece ci saranno in seguito quando l’applicazione di questa felice formula si ispessisce nell’aspetto descrittivo e retorico che troviamo nei “Pini di Roma” (1924) e nella magniloquenza e ridondanza sonora delle “Feste romane” (1928), gli altri due lavori dello stesso autore che seguirono lo stile delle “Fontane” senza però eguagliarne la qualità, la bellezza e l’eleganza che apparvero subito evidenti ai critici e agli studiosi (soprattutto dopo l’esecuzione diretta da Toscanini del 1918). “Le Fontane di Roma” possono considerarsi la vera rappresentanza degli ultimi splendori del decadentismo.

 


 

Inizio pagina | Home | Archivio  Motori di Ricerca Links  mail

Autorizzazione del Tribunale di Roma n 524/2001 del 4/12/2001 Agenzia di Stampa a periodicità Settimanale